IL (COSIDDETTO) POPULISMO VISTO DA UN LETTERATO

images

 

Si è parlato tanto e magari a sproposito del cosiddetto populismo (politico) e la vittoria di Trump alimenterà ancora di più la propaganda dei gruppi dominanti tesa a dimostrare quanto siano pericolose le idee e i programmi che a esso fanno riferimento. Ne abbiamo parlato anche su questo blog; in un articolo abbiamo affermato che la nuova dicotomia politica fondamentale, almeno in occidente, sarebbe quella che contrappone  neoliberalismo e populismo, con la cosiddetta “sinistra” (liberale) che costituirebbe soltanto una appendice della prima tendenza. Raramente, nei media in mano ai poteri forti, si può leggere qualcosa che vada oltre le banalità, il conformismo e i ragionamenti tendenziosi degli intellettuali prezzolati e venduti all’establishment. E’ il caso, forse, di un articolo di Gabriele Pedullà (1) uscito sul Sole 24 ore del 06.11.2016. Il critico letterario nel suo intervento afferma che se

<< c’è un populismo della cui esistenza sicuramente non possiamo dubitare, perché ogni giorno parla con la voce di un Nuovo Senso Comune, questo è il populismo estetico. Fenomeno trasversale, il populismo estetico infiltra a ogni livello il discorso dei media e domina le sparate dei politici in occasione della scomparsa degli eroi della cultura di massa. Evviva i funerali di Stato per Mike Bongiorno! Che noia Antonioni! Il graphic novel è il solo futuro del romanzo! I veri poeti sono i cantautori! La gastronomia è la più alta forma di cultura contemporanea! Vogliamo Barabba! E così discettando.>>

Pedullà continua ricordando che per il populismo estetico la maggioranza ha sempre e comunque ragione, non c’è

<<alcuna ascesa spirituale da compiere (per esempio come autoeducazione alla varietà o alla storicità del gusto). Da qui alla rivolta contro le élite culturali il passo è breve: sino all’intolleranza verso qualsiasi forma di complessità. Vox populi, vox dei, semplicemente.>>

Certo noi potremmo dire che le “élite culturali” dell’epoca presente sono probabilmente tra le peggiori che la storia moderna ricordi; però è vero che esiste una scarsa propensione a pensare con la propria testa e in certe categorie sociali un disprezzo per la scienza, la filosofia e il pensiero, comunque intesi, che dà veramente fastidio. Negli ultimi anni, osserva ancora il professore, avremmo anche assistito alla perniciosa saldatura tra il populismo estetico e l’anti-populismo politico che avrebbe prodotto “una sorta di nuovo mainstream ideologico, che si può riassumere nella formula di anti-populismo populista”. Pedullà prova a darne una sorta di definizione:

<<lo si potrebbe definire quella forma di (apparente) schizofrenia per cui, proprio coloro che mettono quotidianamente in guardia lettori ed elettori contro la minaccia delle forze anti-sistema, non perdono occasione per farsi grancassa dell’insofferenza dei consumatori più corrivi verso qualsiasi forma di arte sofisticata. Con uno strano cortocircuito, lo stesso popolo al quale non vanno delegate le decisioni importanti (come in non pochi hanno sostenuto in occasione della Brexit) diventa invece l’unico giudice attendibile in materia di arte, cinema, musica, letteratura. Le ragioni del populismo estetico delle élite possono essere molteplici. Da parte dei politici è spesso soltanto un modo per ampliare il consenso, nel tentativo di mostrarsi più vicini agli elettori (un poco come non indossando la cravatta). O, ancora peggio, si tratta di una riedizione del vecchio principio di Governo che prescriveva di erogare in abbondanza intrattenimenti di bassa lega alle plebi urbane (panem et circenses o, nella versione appena più efferata dei Borboni di Napoli, «feste, farina e forca»).>>

Il rapporto stretto e solo “apparentemente inconciliabile” (solidarietà antitetico polare ? Forse no) tra anti-populismo politico e populismo estetico si basa, secondo il critico, sul fatto dell’avere in comune

<< un medesimo rifiuto delle alternative al presente. Ci collochiamo dunque all’opposto del modernismo novecentesco, segnato da una proiezione verso il futuro che si manifestava anzitutto nella richiesta ai lettori di andare oltre se stessi, per esempio sforzandosi di capire le ragioni di un’opera che di primo acchito può apparire incomprensibile, repulsiva o dissonante. Nelle parole del più acuto teorizzatore del modernismo, Theodor Adorno, tutta la grande arte porterebbe in sé un tasso di negatività che non può, né deve, essere completamente risolto perché il suo compito è piuttosto quello di contestare l’ordine esistente, in qualche modo perpetuando anche nella soddisfatta società del benessere un’insopprimibile tensione utopica.>>

Chi segue questo blog, e chi ci scrive, sa come abbiamo continuamente rimarcato la necessità di prendere atto della caduta delle grandi illusioni del novecento ed è per questo che non abbiamo nessuna simpatia per coloro che vogliono continuare a credere in prospettive storico-sociali che risultano ormai del tutto improponibili e infondate. Personalmente, però, ritengo – e si tratta di una mia personale “tensione” che è “simpaticamente” tollerata, ma anche in parte condivisa, da Petrosillo e La Grassa – che una certa attenzione per la nostra dimensione “spirituale” (intesa  in  senso lato), attraverso la quale ci caratterizziamo comunque in quanto esseri umani, possa portare ad infrangere le barriere che ci portano a prediligere l’utile, il benessere materiale e, di conseguenza, ad alimentare in noi lo spirito servile il quale ci esorta anche a rinunciare ad affrontare quelle  paure e quei dolori che il portare  avanti le nostre convinzioni può comportare. Nell’articolo, poi, il docente ribadisce che dal punto di vista del populismo estetico e  dell’anti-populismo politico

<< il presente (il gusto di oggi, la politica di oggi) viene postulato come immodificabile nei suoi tratti fondamentali. Se le cose stanno così, ogni alternativa allo status quo assume i caratteri di una minaccia da combattere o (nel caso dell’arte meno convenzionale) da ridicolizzare. Così facendo, nei suoi interpreti più aggressivi il nuovo mainstream dell’anti-populismo populista finisce dunque per contestare uno dei tratti fondamentali di qualsiasi scelta politica ed estetica – la pluralità delle opzioni – nel nome di un unico buonsenso: popolare o tecnocratico ma comunque e sempre “naturale”. L’anti-populismo populista non ammette infatti alcuna replica alle proprie certezze.>>

Pedullà ha anche il buon gusto di rilevare, parzialmente, un fenomeno di cui ha parlato più volte, estesamente, La Grassa: “il trionfo planetario del Capitalismo” si compie contemporaneamente al tracollo del “sistema di valori” della “borghesia” ovverosia, nel nostro linguaggio, il capitalismo “borghese” dei tempi di Marx ha lasciato posto ad una nuova forma della società capitalistica, ad una transizione verso un articolazione diversa dei suoi rapporti sociali fondamentali. Senza affermarlo esplicitamente il docente di letteratura introduce, inoltre, verso la fine del suo intervento una sorta di distinzione tra populismo di “sinistra” o, comunque “antisistemico”, e populismo di “destra”, per usare una terminologia vecchia ma ancora in voga. Nel primo caso

<<la critica senza compromessi del presente non viene condotta infatti nel nome di una presunta saggezza popolare e non alimenta nessuna forma di anti-intellettualismo; al contrario, la lotta al presente si fonda su saperi estremamente sofisticati e sull’invito a guardare oltre la superficie delle cose: ovvero, come si diceva una volta, a demistificare la cultura naturalizzata (e qui la radice marxista di questa posizione appare con speciale chiarezza). Con l’insistenza sulla necessità che persino i soggetti della critica imparino a trascendere i propri pregiudizi>>.

Nel populista conservatore e autoritario invece

<< la costruzione di uno speciale filo emotivo con i propri sostenitori passa infatti sempre più spesso anche dal richiamo a esperienze estetiche condivise, che cementano l’identificazione tra la massa e il leader. È il caso di Podemos e di Pablo Iglesias, il quale inaugura e conclude ogni comizio evocando “Il trono di spade” [una serie letteraria e televisiva fantasy di grande successo.N.d.r.]. In questi politici la polemica contro la casta, secondo la dialettica alto-basso, viene così a fondarsi anche sulla contrapposizione tra due culture alternative (e mutualmente esclusive).>>

L’articolo si conclude paragonando le concezioni semplificate e onnicomprensive di populismo  con la maniera in cui è stata utilizzata strumentalmente per decenni la

<< categoria di totalitarismo, nella quale comunismo sovietico e nazi-fascismo italo-tedesco venivano a confondersi in una notte dove tutte le vacche sono grigie. Invece, per dire di no ai veri populismi, distinguere rimane essenziale>>.

Si tratta di una conclusione decisamente deludente; seppure in una maniera diversa rispetto alla tradizione l’autore dell’articolo non se la sente di rinunciare a riproporre la dicotomia destra-sinistra, anche se riverniciata per renderla di nuovo un poco più appetibile, nello spirito di quel liberalismo di sinistra che dopo il crollo delle grandi ideologie socialiste e comuniste ha trovato in John Bordley Rawls il suo padre fondatore.

 

(1)Pedullà Gabriele è uno scrittore e critico letterario italiano (n. Roma 1972). Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università “Roma tre”, è alla guida della redazione de Il Caffè illustrato (bimestrale di letteratura, critica letteraria, illustrazione e arte visiva fondato nel 2001 e diretto da W. Pedullà) e collabora a FilmCritica (rivista di critica cinematografica). [Dal sito della Treccani in internet]

Mauro Tozzato           09.11.2016