Oggi si parla tanto di meritocrazia e di apertura ai più validi di ruoli e di incarichi elevati nella burocrazia, nelle istituzioni, nelle università, nei partiti politici, negli enti, nelle imprese pubbliche e private ecc. ecc..Si sente dire che, nel nostro Paese, le eccellenze non emergono ed anzi sono respinte o costrette ad espatriare a causa di meccanismi di ascesa sociale che rispondono non a criteri di promozione dei talenti o dei più competenti ma a logiche parentali, amicali, di appartenenza identitaria, di cordata politica, di cerchia accademica e via raccomandando. Tutto questo starebbe anche accelerando la nostra decadenza ed incrementando le criticità del sistema ormai al collasso. Peccato che chi fa la morale sulla demoralizzazione del merito occupi il pulpito dal quale pontifica grazie a simili investiture non proprio corrette né trasparenti o persino assimilabili a comportamenti illegali. Le vicende che abbiamo narrato sui tecnici al governo, che si sono profusi in epiteti di ogni genere contro alcune categorie di sfigati e di mammoni che però loro allevavano in casa (si è sempre abilissimi nel riconoscere gli sfigati e i mammoni degli altri), sono più che esplicative. Tuttavia, non c’è nulla di più facile che dimenticare l’origine dei propri appannaggi e quella delle regalie incassate, poiché una volta promossi e innalzati ad un certo livello della carriera agisce immancabilmente negli individui un fattore psicologico di rimozione che funziona pressappoco così: “in fondo, anche se con una spinta, meritavo di ricoprire quel posto, ergo non ho tolto niente a nessuno”. Dopo qualche tempo tale autogiustificazione che serve, almeno inizialmente, a placare un senso di colpa o a lenire un peccato originario (quando riconosciuto dalla coscienza specifica di ognuno che non è uguale per tutti ed è completamente assente tra gli stupidi), si trasforma in assoluta certezza del proprio talento il quale viene difeso con tracotanza e supponenza anche laddove i risultati (non) ottenuti o gli errori commessi dovrebbero contraddire quella convinzione. Inoltre, una volta assurti ai vertici organizzativi in siffatta maniera si diventa ricattabili o, in ogni caso, si deve rendere conto a qualcuno che a sua volta pretenderà un favore da non potersi rifiutare pena una repentina retrocessione. Così si alimenta la spirale della demeritocrazia (e del favoritismo) la quale ovviamente non può manifestarsi nella mondanità con il suo vero volto e dunque, per meglio mimetizzarsi ed estendersi, deve prendere le fattezze del suo opposto presentabile, ovvero la meritocrazia. Del resto, avete mai sentito una dittatura dire di sé che è dispotica? In concomitanza con questi aspetti soggettivi cresce l’ideologia della meritocrazia che perciò è figlia di un colossale imbroglio esercitato ai danni degli esclusi dal circolo del potere dominante. Difatti, quanto meno si radicalizza nella realtà il fattore meritocratico tanto più esso viene esaltato ed evangelizzato nelle tipiche forme della propaganda. Il potere ne fa largo uso per dirottare le contestazioni da fatti concreti e meccanismi operativi ad astrazioni irrisolvibili e miraggi collettivi. Ma anche se il valore e la qualità degli uomini chiamati ad assumere posizioni di responsabilità fossero effettivi e riscontrati con metodi adamantini non è assolutamente detto che il principio meritocratico sarebbe in grado di produrre una società più efficiente ed efficace. Secondo la legge di Peter, in una collettività o organizzazione meritocratica ciascuno viene promosso fino al suo livello d’incompetenza. Ovvero: “se uno sa fare bene una certa cosa lo si sposta a farne un’altra. Il processo continua fino a quando ognuno arriva al livello di ciò che non sa fare e lì rimane”. (Livraghi, il potere della stupidità). In base a questa regola, i luoghi apicali delle strutture sociali, politiche, economiche ed anche culturali, in breve tempo si trovano invasi dagli incompetenti che ostacolano i competenti nel loro lavoro ed impediscono alle organizzazioni di funzionare vantaggiosamente. Come si può intuire, per funzionalizzare il contesto in cui ci si trova a lavorare, nonché i vari apparati in cui precipitano le condotte umane, non basta introdurre il merito per risolvere ogni problema ma occorre che il canone meritocratico sia ben definito ed accordato a determinati obiettivi da raggiungere, cosicchè ciascuno sia collocato dove può rendere quello che vale in base al traguardo definito. Inoltre, c’è da dire che la profilazione degli obiettivi da conseguire non cade dal cielo ma è frutto delle scelte strategiche dei drappelli che controllano l’organizzazione e che sono giunti ad una egemonia decisionale sbaragliando la concorrenza interna ed esterna, oppure condividendo ambiti e settori non direttamente egemonizzabili con altri raggruppamenti, attraverso forme di alleanza o di provvisoria non belligeranza. Allora, il discrimine tra ciò che è bene e ciò che è male, sarà dato dai risultati ottenuti, più o meno positivi, e dagli esiti conflittuali (bisogna ricordare, a discapito delle narrazioni favolistiche sull’incessante tendenza all’armonia dei corpi organizzativi, che i conflitti sono ineliminabili in qualsiasi sfera d’azione antropica, costituiscono la norma della vita associata, mentre l’equilibrio è l’eccezione che si manifesta quando qualcuno ha preso temporaneamente il sopravvento sui competitori, sebbene detta posizione di supremazia sarà appunto sempre precaria e transeunte fino alla prossima battaglia), i quali possono essere paralizzanti, improduttivi, produttivi di vantaggi solo per pochi oppure, ed è questa la circostanza auspicabile, proficui per molti e per tutta la nazione. Se dobbiamo prendere come esempio l’Italia presente e quello che succede ai suoi più alti vertici deliberativi, politici ed economici, il nostro giudizio non può che essere totalmente negativo, considerato che siamo in mano ad una classe dirigente che non dirige più un bel nulla, essendo succube dei poteri forti internazionali e totalmente inadatta ad affrontare i nodi interni di questa complessa fase storica. Eppure costei non fa altro che aumentarsi prebende e privilegi perché, per l’appunto, percepisce sé stessa alla stregua di una schiera di ottimati in una valle di lacrime e di ignoranza che si è guadagnata sul campo la propria idilliaca permanenza nello Stato. Affermato tutto questo, seppure nell’approssimazione e brevità di un articolo online senza pretesa di esaustività, dobbiamo rinvenire che la diatriba merito-demerito, ora tanto di moda, è pretestuosa, costituendo, a livello astrattivo, una finta dicotomia concettuale del tipo antitetico-speculare alla Lukàcs e, a livello pratico, uno strumento di mistificazione per distogliere la gente dalle vere furberie, ruberie e defezioni del potere. Spero di aver stimolato in voi qualche riflessione e, perché no, qualche motivo di dibattito che non mancherà soprattutto a causa di molte mie inesattezze ed imprecisioni.
Ps. resterò lontano dal blog per qualche giorno a causa di gravi motivi familiari, tuttavia gli altri redattori saranno in grado di mandare avanti il lavoro da soli. Un saluto.




a propositi di meriti ecco il figlio di napolitano:
https://fbcdn-sphotos-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash4/403082_371254539553709_274354875910343_1520174_30431138_n.jpg
guarda qui: proprio la bocconi http://www.ilgiornale.it/interni/complotto_baroni_anti_gelmini_pressioni_fermare_riforma/01-03-2012/articolo-id=574863-page=0-comments=1
Certo che l’effettivo “King”, malgrado il suo aspetto un po’ debosciato, doveva avere una carica cromosomica (o non so bene come si dica) piuttosto forte; l’impronta somatica si trasmette di generazione in generazione.
non so spiegare bene il perché, ma mi dispiace veramente della morte di Dalla. Forse perché improvvisa e prematura, forse perché ha in fondo caratterizzato anni migliori di questi e non certo nel modo peggiore (anzi). Diciamo che quasi sicuramente è la malinconia che preme di più sull’animo in momenti del genere.
ottime riflessioni. La questione chiave di ogni ” avanzamento” sta nei meccanismi che lo determinano e che possono essere divisi in due diverse “famiglie ” : “cooptazione” o “elezione” , nel primo caso sono quelli che stanno sopra a determinare chi deve salire al proprio grado( es concorsi universitiri) e nel secondo caso sono i parigrado a decidere chi tra loro deve salire al livello superiore.
E’ evidente che il secondo meccanismo sia il migliore ma come ci insegna la nostra “democrazia” si fa presto a cadere nella “prevalenza del cretino”, esempio tipico l’ elezione degli ultimi segretari del PCUS eletti dal politburo non perche’ fossero i migliori ma solo perche’ i meno ingombranti agli ex parigrado.
E non e’ l’ unico caso , anche il regno di polonia precipito’ proprio a causa del meccanismo elettivo.
Il sistema elettivo funziona solo laddove ci siano dei meccanismi per cui siano gli stessi “elettori” a pagare poi per primi i danni causati dal loro eletto, in questo modo i parigrado hanno l’assoluta convenienza a far promuovere il piu bravo,e mi pare che funzionasse cosi’ alla toyota ai suoi tempi .
basta considerare questo: la selezione, burocratica o professionale, dovrebbe favorire quelli abili a far un determinato mestiere. uno che raggiunge facilmente una certa posizione dovrebbe essere particolarmente bravo in quella posizione quindi uno che raggiunge il titolo di ordinario all’università a 35 anni dovrebbe produrre qualcosa di notevolissimo nella ricerca del proprio settore.
invece tutti questi professoroni non producono nulla.
altrettanto i consigli di amministrazione pieni i-figli-di non mi risulta siano il trampolino di lancio per imprese aziendali da self-made-man.
insomma…il problema non è tanto lo “sfigato” che non ha da riempire il titolo lavorativo o professionale conquistato con scarsi risultati ma l’elite che dovrebbe riempire il suo titolo e che in italia particolarmente manca.
se si vedono i nostri premi nobel o i nostri grandi imprenditore self-made-man si vedrà una totale assenza di formazione negli istituti blasonati dalla nostra elite: i premi nobel (dulcebbo buonanima, montalcini, rubbia hanno fatto le scoperte all’estero) e fo non è un accademico.
i nostri imprenditore selfmademan: delvecchio,berlusconi,… nessuno li ha mai considerati finchè non sono diventati talmente tanto potenti da non poterne farne a meno.
insomma si può estendere a qualsiasi selezione il vecchio motto di popper sul QI: la selezione dell’elite è un ottimo sistema per valutare la capacità di un individuo di superare la selezione dell’elite(e non di meritare di essere elite)
ottimo questo articolo indiano
http://gilguysparks.wordpress.com/2012/03/02/quando-la-follia-governa-il-mondo/
naturalmente ci sono cose non proprio esatte ( il caos prodotto dal BAO non e’ ” involontario” ) ma ovviamente non e’ necessario ne sempre conveniente dire tutto.
comunque notevole l’ accordo con i riferimenti storici e l’ analisi del blog.
Questo articolo ci da una buona idea della profondita’ di analisi della geopolitica di un paese per ora “neutrale” ma che , quando succedera’ l’ irreparabile ,non si fara’ tirare per la giacchetta.
[...] Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/2012/03/01/meritocrazia-e-demeritocrazia/ ShareTopics: Societa' [...]
A mio avviso la valutazione politica di una questione attinente la realizzazione o meno di un’opera infrastrutturale non ne esclude minimamente l’approfondimento tecnico. Anzi, i due piani sono del tutto complementari. E se non ci si può inventare su due piedi ingegneri od esperti di economia dei trasporti (perché servono anche loro, altroché se servono, checché ne dicano i teorici del “politico puro”), non vedo quale e dove sia lo scandalo nel tentare d’informarsi, di studiare per quanto possibile, anche se non certo con l’illusione di essere guidati dalla religione del “dato”, affinché essa surroghi la responsabilità della decisione, per chi ha il potere d’assumerla, politica (mentre a chi tale potere non esercita, resta la valutazione e discussione, perlopiù “da tastiera”).
Del resto, sul piano del metodo e dunque esulante dai casi specifici, penso che una discussione che s’attesti solo sul livello politico-strategico (o presunto tale), senza alcuna cognizione di causa sulle singole questioni, si riveli non già generale, il che pure andrebbe bene, ma general-generica e ad alto rischio di evanescenza, dove tutti possono dire tutto, giacché ognuno si costruisce la propria personale idea di quale strategia politica i “dominanti” stiano adottando contro i “dominati”. Ed infatti davvero si legge apparentemente di tutto, il più delle volte senza l’indicazione di alcun indizio fattuale, tangibile, controllabile, a sostegno di quanto s’afferma. Si forgiano, allora, definizioni a gogò per qualificare le/la strategia/i dei signori del mondo: dal disordine alla melma, alle sabbie mobili; ed insomma, è tutta un’efflorescenza di creatività, a ben vedere oserei dire gruppettara, senza alcuna esigenza di giustificare le varie definizioni via via partorite. Ed il rigore teorico, di cui pure ci si riempie diuturnamente la cavità buccale, mi pare dilegui sempre più. Al punto che, al di là dell’apparente congerie di opinioni sulle presunte strategie politiche sottese ad ogni questione infrastrutturale che in Italia si sta imponendo all’attenzione in questo periodo, mi pare non si vada al di là della più classica ed ideologica delle dicotomie: quella intorno alla categoria della modernizzazione, generatrice dei pro e degli anti. Con qualche variante dettata dall’attuale ondata d’amor patrio. Il più delle volte, difatti, i modernizzatori si sentono, in quanto tali, veri patrioti. Per costoro, difatti, non importa cosa si realizzi; ogni programma infrastrutturale è per definizione un trampolino di (s)lancio geopolitico per l’Italia. Eccoli. Novelli alfieri della teoria delle forze produttive quale motore della trasformazione, mentre probabilmente sono sinceramente convinti di esserne distanti come non mai poiché si vivono come strateghi politici (li ho sentiti personalmente affermare, senza arrossire, di esser pronti alla costituzione di “think thank” geopolitici). Bernsteiniani della carriola: importante è costruire, non importa cosa e per quale finalità. Patrioti della cazzuola (categoria che include la più specifica tipologia dei patrioti già olimpici).
Naturalmente, al fine di mascherare ciò che si configura nient’altro come il produttivismo più neutro e senza connotazioni, spacciato però per sottile e laboriosa elaborazione politico-strategica, i sunnominati patrioti avvertono l’esigenza di irrorarlo con una spruzzatina di giudizio politico, che poi assume la forma dell’anatema massimalista e demagogico (che, com’è noto, dispensa dal pensare ed attrae le golosità dei commentatori i più zotici e ferini): chi è contro una data infrastruttura contestandone l’utilità sarebbe in realtà contro tutte le opere infrastrutturali presenti e future ed “oggettivamente” un filomontiano che, attento a quella quisquilia disprezzabile (come asseriscono, ideologicamente, sempre i malaccorti suddetti sedicenti “strateghi politici”) che è il criterio costi/benefici, farebbe il gioco dei “tecnici”, in realtà agenti esecutori ed addetti alla diversione ideologica. Che idiozie. Se uno dovesse applicare il loro stesso poltiglioso schema “argomentativo”, allora costoro dovrebbero essere automaticamente iscritti allo schieramento dei filomontiani, dacché Monti proprio ieri ha affermato l’irrinunciabilità dell’opera oggetto del post in nome dell’interesse generale per creare sviluppo. Ma per fortuna vi è ancora chi non s’abbandona con voluttà innanzi alla distruzione della ragione, e tenta di guardare oltre il lancio di malefici e la recitazione di formule deprecatorie.
Emilio
Potrebbe essere utile a Marchionne per capire come veramente si fa impresa:
http://www.liberoquotidiano.it/news/946673/Porsche-premia-gli-operai-7600-euro-a-ciascuno.html
[...] Fonte Share this:FacebookFacebookTwitterEmailStampaLike this:LikeBe the first to like this post. Categories: News, Società Commenti (0) Trackback (0) Lascia un commento Trackback [...]