Non sono, né voglio essere, un “tecnico” (e nemmeno, in senso proprio, un teorico) delle strategie. Esporrò quindi con mie povere parole ciò che penso (e sento) in merito al loro significato e modalità; perfino ricordando (solo dentro di me, state tranquilli) alcuni miei giochi da bambino, in certi casi innocui, altre volte piuttosto crudeli nei confronti delle formiche (rosse e nere; colore già “metaforico”, pur se in quel caso mi facevano maggior simpatia le nere, meno nevrotiche e più sicure di sé, quasi “sagge”), di cui, con la scusa di sezionarli, squassavo i nidi, dando corso all’invasione di un formicaio da parte degli insetti da me prelevati da un altro con paletta e secchiello. Lasciamo correre quel che accadeva, comunque interessante.
Secondo il mio punto di vista circa le mosse che è possibile compiere per conseguire un dato obiettivo indicato come punto B, il soggetto A progetta una serie di mosse seguite da movimenti che tracciano idealmente una linea. Ovviamente, non è possibile seguire il tracciato più breve poiché generalmente si incontrano varie resistenze e ostacoli lungo il cammino, sia “oggettivi” sia legati all’azione di più soggetti (indichiamoli con A1, A2, A3….) interessati a quell’obiettivo (o a obiettivi strettamente connessi), che dunque interagiscono, scontrandosi, tra loro. Si hanno più linee di andamento curvilineo o più probabilmente spezzato, talvolta con apparenti interruzioni che sono punti di snodo (magari di semplice “riflessione” sul da farsi). In ogni caso, da A a B (cioè, in realtà, da A1, A2, A3 …. a B) si dirama una direttrice non rettilinea che mira all’obiettivo, fra l’altro di possibile spostamento nel mentre si sviluppano le diverse operazioni implicanti un tempo più o meno lungo di esecuzione. Ogni mutamento della direzione presa dalla linea di scorrimento, relativa alle mosse compiute da ogni attore, segnala la presenza degli “ostacoli” (indipendenti o legati all’azione degli altri soggetti) implicanti la lotta per superarli o evitarli; lotta che richiede spesso “alleanze” tra certi soggetti per batterne altri e rimuovere gli impedimenti che questi rappresentano per l’azione del soggetto preso in specifica considerazione.
Le diverse linee (non rette) si dipartono dunque dai differenti punti, rappresentanti gli agenti, verso l’obiettivo da conseguire, anch’esso in spostamento poiché non può restare fisso, immobile, nel mentre si sviluppa la multipla azione (l’azione di più soggetti) che tendono a raggiungerlo. E’ ovvio che in questo molteplice percorso delle varie linee – da A1, A2…. all’obiettivo B (scopo di vittoria e supremazia) – si verificano intersezioni delle stesse che rappresentano gli incontri/scontri dei vari agenti per giungere al suddetto scopo mobile; e spesso mutevole nelle sue stesse caratterizzazioni. Non sono in grado di produrre un disegno o una formula matematica; dunque capisco che non è facile rappresentarsi, per istantanee successive, la figura che assume il campo (di battaglia) delimitato e solcato da queste diverse linee indicanti le strategie di lotta. Comunque, si dia sfogo al proprio sforzo immaginativo.
Mettiamo adesso che uno degli agenti (A1) sia in grado di esercitare pressioni su di una serie di sub-agenti (a1-1, a1-2, a1-3….) per orientarne l’attività verso l’obiettivo B (di supremazia). In genere, entro un congruo periodo di tempo si metteranno in moto anche gli altri soggetti A2, A3….; magari all’inizio da soli, ma con successiva probabile entrata in azione di loro sub-agenti: a2-1, a2-2… e a3-1, a3-2…, ecc. In una fase di transizione dal mono al policentrismo – quello che fu il cosiddetto imperialismo, per null’affatto caratterizzato da semplici imprese coloniali, ma da autentiche lotte tra A1, A2, A3…. per la conquista e ampliamento di sfere d’influenza – in genere un soggetto, ad es. A1, ha potenza prevalente e muove verso l’obiettivo B con forza decisamente superiore rispetto agli altri (A2, A3… ecc.). Le linee di scorrimento da A1 a B sono comunque disturbate dall’azione degli altri agenti e quindi costituiranno un campo da esse delimitato con percorsi zigzaganti o a tratti almeno curvilinei, ecc. Quando l’azione dei soggetti in conflitto è ancora debole, le linee da A1 a B hanno un andamento spezzato con angoli nettamente ottusi tra i diversi segmenti (oppure presentano una curvatura poco accentuata). Quanto più forte si fa il contrasto, tanto più i segmenti in questione formeranno angoli acuti (e sempre più acuti); le linee potranno anche presentare anse, inanellamenti (quindi temporanei ritorni indietro), ecc.
Progressivamente si arriva al multipolarismo. Generalmente in tale tratto temporale (storico) diventa sempre più visibile la presenza dei sub-agenti. Le linee da A1 a B devono passare necessariamente attraverso a1-1, a1-2… ecc. E il disturbo al loro procedere nel tempo proviene non semplicemente dall’azione (meno potente) di A1, A2, ecc. ma via via dai sub-agenti di questi soggetti (a2-1, a2-2…., a3-1, a3-2… ecc.). L’incrocio fra le linee demarcatrici del campo d’azione molteplice (formato da un certo numero di poli, ancora di differente potenza) diventa assai più complicato. Non vi è più un fascio di linee di forza, sia pure segmentate o curvilinee e con angoli e curvature sempre più stretti, bensì un reticolo a maglie via via più fitte, che è una sorta di pavimentazione solcata da canaletti intersecantisi. Finché un polo resta più potente, è come se il pavimento fosse inclinato con la parte più alta dov’esso si trova. La sua potenza si esprime al meglio quanto più è “liquida”. Non deve essere come una palla d’acciaio scagliata contro l’obiettivo B perché questa dovrebbe rotolare lungo i vari canali posti a rete, la sua marcia sarebbe rallentata nel percorrerli per i frequenti mutamenti di direzione; controllarla e guidarla nella sua corsa di oggetto unitario e compatto sarebbe problematico. Il “liquido” si diffonde invece ramificandosi in pieno adattamento al reticolo; esso fluisce quindi lungo i vari canali da A1 verso i suoi sub-agenti e da questi in direzione della parte di “pavimentazione” segmentata dall’intreccio delle linee tra A2, A3, ecc. e i loro sub-agenti (a2-1, a2-2…, a3-1, a3-2 ….. ecc.).
Man mano che ci si avvicina al policentrismo, la pavimentazione è sempre meno inclinata; e semmai assume, di tempo in tempo, deboli inclinazioni differenti a seconda della forza con cui i vari agenti esercitano la loro pressione su di essa nel mentre immettono il “liquido” (opportune mosse strategiche) nelle rete dei canalicoli. E inizia a farsi sentire, sia pure subordinatamente, anche l’azione sempre meno passiva dei sub-agenti più robusti. Dal multipolarismo in poi, entriamo nella situazione in cui i poli – prima i meno potenti e poi via via tutti – devono abituarsi alla strategia del caos. Con tale termine non s’indica una situazione di completa incontrollabilità e non misurabilità. Semplicemente, il calcolo circa l’immissione del “liquido” – e la pressione da esercitare sulla pavimentazione (solcata dai numerosi canalicoli formanti la rete) per inclinarla onde farlo scorrere verso B (l’obiettivo, la supremazia) – diventa complesso e sempre più “probabilistico”; alla fine assume un carattere largamente indeterminato. Tuttavia, nessun polo, abitualmente, rinuncia ad una strategia che mira a far sì che il “liquido” (della sua potenza) giunga infine all’obiettivo B, pur attraverso complicati “disegni geometrici”.
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Diversa e assai speciale è quella che potremmo definire la strategia del “pantano” (della palude, dell’acquitrino melmoso o come la si vuol appellare). Sia chiaro che non è l’azione di un agente, sulla difensiva, che fa “terra bruciata” per ritardare e logorare l’avanzata di un altro. In genere questa strategia (tipica quella di Kutuzov contro Napoleone) si usa nei confronti di un aggressore di potenza superiore che non usa certo una strategia “liquida”, bensì simile ad una palla d’acciaio scagliata per sfondare e abbattere l’ostacolo. Nemmeno ci si può riferire al cosiddetto “mordi e fuggi” (in genere usato da gruppi “partigiani”); e sempre in risposta all’aggressione di un attaccante inizialmente più forte, che s’intende logorare e indebolire onde sfiancarlo e costringerlo a ritirarsi. Le strategie appena viste servono in ambito difensivo; sono quindi utilizzate da dati soggetti (almeno inizialmente più deboli), in azione nella propria area d’insediamento per contrastare le mosse di uno o più soggetti tesi all’obiettivo di supremazia (B) mediante linee “d’attacco”, che investono direttamente chi si difende. Diciamo, in sintesi, che A1, sentendosi in posizione di vantaggio quanto a potenza, decide di regolare definitivamente i conti con A2 o A3…ecc., passando per il (e sul) loro stesso corpo; e l’aggredito re-agisce non in contrattacco, bensì con il tentativo di esaurire e disperdere la potenza di A1 mediante assorbimento del suo urto nel proprio corpo.
La strategia del “pantano” è invece una modalità d’aggressione che tuttavia sembra esprimere, in qualche modo, un deficit di potenza dell’attore A1, sia pure ancora in posizione relativamente predominante rispetto agli altri (come accade nel multipolarismo). Non è in grado di lanciare la “palla d’acciao” per demolire il “muro” della forza di A2, A3…. Nemmeno se la sente di puntare all’intrico dei canalicoli, di cui già detto, con pressione sulla pavimentazione (il campo d’azione) per inclinarla in modo adeguato a far scorrere il “liquido” (strategico) della sua potenza verso gli attori avversari, orientandolo in modo necessariamente soggetto a larghi margini di indeterminatezza a causa dei détours imposti dal reticolo; comunque in qualche modo guidandolo nel tentativo di far sì che si infiltri nel “muro” della(e) potenza(e) antagonista(e) onde farlo rammollire e possibilmente sgretolare.
Nella strategia del pantano, il soggetto in azione “molla” il “liquido” in date aree valutate le più interessanti per mettere in difficoltà gli altri attori, che inizino a mostrare capacità di infastidirlo pur se non in tempi brevi. Il pantano serve a rendere impossibile o difficoltosa l’entrata degli altri soggetti agenti in quella data area; oppure a creare situazioni di incontrollabilità e invischiamento d’essi in aree in cui fossero già installati o in via di installarsi con maggiore stabilità. Vi sono poi casi particolari di più difficile comprensione (si pensi all’azione statunitense in paesi come Tunisia ed Egitto). L’attore A1 controlla già di fatto a1-1, a1-2 …, ma preferisce rendere melmoso il terreno per consentire mutamenti apparentemente incontrollati (e che indubbiamente presentano pericoli in tal senso), poiché si pensa alla possibile formazione in quell’area di alcune “correnti più dense” in grado di penetrare in altre aree limitrofe (non in senso soltanto geografico), rendendo il loro terreno molle e scivoloso, e creando pure alcuni punti di sprofondamento in sabbie mobili. I movimenti su un terreno simile non sono manovrabili a piacere; si creano comunque sbandamenti, mutamenti di marcia, intralci reciproci e autentiche “liti” – magari per scansare il pericolo di sprofondamento – tra quegli agenti (gli A2, A3…. o anche i loro sub-agenti) che intendessero introdursi nelle aree in questione.
Si pensi all’ambiguità Usa nei confronti delle diverse “frazioni” dell’islamismo, un comportamento nettamente diverso dalla decisa lotta al terrorismo islamico sanzionata dall’attentato alle “due Torri”; e la cui fine inizia già nel 2006 (sostituzione di Rumsfeld con Gates), si accentua con lo scontro tra Obama e McChrystal (iniziato nel settembre 2009 e terminato con la rimozione del Generale il 24 giugno 2010 e la nomina al suo posto di Petraeus, già esecutore del cambiamento tattico in Irak), ed è ufficialmente chiusa (2 maggio 2011) con l’assassinio brutale e selvaggio di Bin Laden per dare il massimo risalto all’esaurimento della lotta in questione. A tale ambiguità verso l’islamismo si accompagna ovviamente quella nei confronti di Israele (dove non si sa quanto vi sia di gioco delle parti e quanto di autentica diversità tattico-strategica), della Turchia, ecc. La Libia sembra una tipica “pozza di sabbie mobili”. E probabilmente si vorrebbe crearne un’altra in Siria.
Tale strategia non ha tratti netti che consentano una sicura individuazione delle sue direttrici di movimento. E’ senza dubbio aggressiva; eppure si serve di alcune mosse che sembrano assimilabili a quelle con cui ci si oppone all’avanzata dell’antagonista. Allagare un terreno può essere infatti una variante del fare terra bruciata, del rendere difficoltoso a chi penetra in un territorio il ricevere adeguati rifornimenti per cui esso è costretto a rallentare l’invasione. Non è questo il caso di cui si sta parlando; s’irrora di “liquido” un “terreno” per rendere poco marcate e quindi più difficilmente contrastabili le linee seguite da una strategia di sostanziale attacco. Nella mota, le linee in oggetto seguono dati percorsi non indicati dallo scavo di canali. Il “liquido” (delle strategie) sembra appunto impantanarsi nel “terreno”, ma alla fine può attraversarlo, magari suddiviso in più correnti ben poco visibili, per riapparire più denso in altre zone dove rende difficoltosi i movimenti degli avversari.
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In concreto, nell’ambito di una simile strategia, A1 sembra lasciare più ampia libertà ai suoi sub-agenti (a1-1, a1-2 …), mettendoli in realtà in competizione fra loro nel rendere assai frastagliato, ramificato, il “liquido” in questione, che appare torbido e di densità continuamente variabile nei suoi percorsi. In realtà, la presunta libertà d’azione concede ad ogni sub-agente soltanto il tentativo di acquisire qualche lunghezza di vantaggio sugli altri. Più o meno, è la situazione creata da un’impresa che intenda penetrare in un nuovo mercato. Invece di stabilire una rete di “rappresentanti” ben articolata e alle sue dipendenze, potrebbe decidere di affidare, senza nemmeno precise regole contrattuali, lo smercio dei suoi prodotti ad agenzie commerciali formalmente indipendenti, il cui guadagno dipende non semplicemente dall’abilità nella vendita, ma ancor più dal mostrarsi maggiormente dotate di mezzi e decisione delle altre; e la dimostrazione viene data soprattutto indebolendo e togliendo spazio all’azione di queste ultime. Si tratta del tipo di situazione che sembra oggi esistente tra A1 (gli Stati Uniti) e i suoi sub-agenti europei. Si pensi, ad esempio, alla Francia e all’Inghilterra rispetto all’Italia in Libia; o adesso all’Italia del governo più servile della sua storia – quindi diretto con una certa efficacia da oltreatlantico e ben coadiuvato dalla generale complicità del ceto economico e politico che passa per sua classe dirigente – nell’azione tesa a creare qualche zizzania in Europa. In effetti, il nostro paese finge un’inesistente autonomia mentre esegue precisi ordini di intralciare soprattutto la Germania, che mira a conquistare una posizione di relativa preminenza tra i vari sub-agenti europei, volendo tuttavia evitare di esporsi a scontri con gli Usa.
Qualcuno pensa che tale comportamento strategico odierno degli Stati Uniti dipenda dalla necessità di risparmiare risorse (finanziarie in specie) giacché il paese sarebbe fra i più toccati dalla presente crisi, iniziata nel 2008 e che sembra avere l’intenzione di ripetere almeno in parte i nefasti della “grande depressione” di fine secolo XIX (assai lunga: 1873-96). Probabilmente, sussiste pure un motivo del genere, ma l’attuale crisi, a mio avviso, non è tanto causa quanto soprattutto effetto del lento e non ben visibile declino che sta subendo la “potenza” degli Stati Uniti dopo il breve periodo di, almeno creduto, monocentrismo susseguente al crollo socialistico e dell’Urss. A fine secolo XIX anche il declino inglese non era comunque gran che evidente (come lo divenne, e nemmeno completamente, con la prima guerra mondiale). E ho la netta sensazione che il cosiddetto BRIC odierno non abbia le stesse potenzialità di Usa, Germania e Giappone a fine ‘800. Solo un attento studio storico potrebbe chiarire se, in qualche modo, l’Inghilterra di allora svolse la strategia del “pantano”. Ne dubito, ma non sono in grado di essere tassativo al riguardo.
In ogni caso, questa sembra l’odierna strategia degli Usa. E ribadisco la mia convinzione che essa è dettata solo in via secondaria da difficoltà finanziarie. La vera crisi non è quella delle risorse di tale tipo con cui alimentare imprese belliche dirette (tipo Irak, Afghanistan, ecc.). La crisi è semmai reale, per l’assenza di un centro relativamente regolatore del sistema economico (come lo furono gli Usa nel “campo capitalistico” durante l’epoca bipolare tra 1945 e 1989-91), centro che aveva molto attenuato nel suddetto “campo” il manifestarsi delle crisi, ri-denominate infatti recessioni. L’attuale crisi reale – pur tenendo conto che i processi sociali sono assai più frequentemente di tipo “circolare-cumulativo” e non “causale-deterministico” – è in ultima istanza effetto piuttosto che causa di un evolversi della situazione verso il multipolarismo.
Multipolarismo, ma ancora assai imperfetto. Gli Usa godono tuttora di margini di manovra sufficientemente ampi, possono quindi usare svariati mezzi per mosse strategiche a vasto raggio; soprattutto a largo spettro nel differenziare le sequenze di mosse che tracciano le diverse linee di scorrimento da A1 all’obiettivo B (la supremazia da mantenere). A me sembra che questo largo spettro sia utilizzato dai centri di potere americani per una strategia del “pantano” piuttosto che del semplice caos (reticolare); in ogni caso, è al momento accantonata (non sono in grado di affermare per quanto tempo) quella della “palla d’acciaio”. La strategia odierna sembra caratterizzata decisamente da assai ampia indeterminatezza, poiché deve comunque assegnare una pur relativa libertà d’azione ai sub-agenti. E’ come quando, nella battaglia (o serie di battaglie), il comando supremo di un esercito decide di garantire maggiore libertà d’iniziativa ai suoi reparti: per la non completa conoscenza del campo di battaglia o delle forze dell’avversario o perché il campo in questione è assai accidentato, magari sconvolto dal teatro di guerra, ecc. Aumenterà la flessibilità e la velocità di reazione rispetto ad imprevisti; il coordinamento si perderà però più facilmente. Se addirittura i vari reparti fossero fra loro messi in competizione per ottenere da ognuno d’essi il massimo rendimento, si capisce d’emblée a quali pericoli si andrebbe incontro.
Si tratta di un modo di comportarsi che punta soprattutto a creare un campo assai mobile, fangoso, in cui si affonda (un pantano, appunto) e si procede faticosamente, soprattutto se non si è opportunamente equipaggiati. Ci si affida principalmente allo scoordinamento, possibile fonte di contrasto tra i vari sub-agenti. Si immette dunque nei loro territori il “liquido” (delle strategie) nella convinzione che questo li attraversi – creando nel contempo paludi e competizioni fra essi per situarsi in zone di essiccazione del fango, dalle quali alcuni potrebbero dunque esercitare una relativa preminenza sugli altri – infiltrandosi pure nelle aree tutt’intorno agli attori A2, A3 …. (con i loro sub-agenti), che sarebbero così spinti ad un’attività di “bonifica”, con possibili frizioni reciproche e conseguente dispendio di energie e di tempo, che sarebbe di fatto un guadagno per A1 (nel nostro caso, gli Usa). Si tratta comunque di strategia di andamento fluido e cangiante, non certo priva di rischi per chi l’adotta; potrebbe inoltre essere temporanea. Da seguire comunque mossa dopo mossa, perché la sua incertezza implica maggiori difficoltà nel seguirla e interpretarla nel suo andamento ondivago.




Putin rieletto presidente! finalmente potremo vedere meglio dove si dirigerà la Russia nel prossimo futuro.
Forse con Putin presidente si potrà capire meglio se la Russia è davvero il soggetto A2 (secondo gli esempi fatti da glg) del mondo “multipolare” o solo il soggetto subordinato A1-1 degli Usa in un mondo in cui o ci si avvia verso un nuovo “monocentrismo” Usa o in cui gli attori del “multipolarismo” forse sono e saranno altri da quelli comunemente indicati. Mi sembra di capire che per glg, il fatto che gli Usa siano inclini a usare le strategie del “caos” e/o del “pantano” unito al fatto di dover lasciare più spazio a certi paesi loro subordinati, sia di per sé sintomo del loro relativo declino. Probabilmente ha ragione sebbene io preferirei qualche “indizio” migliore perché mi sembra che altre potenze in passato “usarono” paesi a loro subordinati e forse anche le strategie del caos (penso all’impero romano) , eppure continuarono a lungo a farla da “padroni” finché non furono demolite davvero da nuove potenze.
Comunque i programmi di riarmo annunciati da Putin sembrerebbero indicare l’intenzione di riprendere verso gli Usa una via di minore accondiscendenza rispetto al passato … vedremo! E il test fondamentale sarà il suo atteggiamento sui fatti siriani e iraniani.
i sintomi, come si impara in medicina (anche quando la si subisce e non si pratica), non danno la certezza di una malattia; sono appunto sintomi, che tuttavia possono nascondere anche altro. Per questo dobbiamo seguire mossa dopo mossa. In ogni caso, almeno al momento, la strategia degli Usa di Obama (con fine della fissazione sul terrorismo islamico e una notevolissima attenuazione del “pericolo Al Qaeda” prima sbandierato ogni attimo) è differente da quella precedente, già in mutamento dalla fine del 2006. L’esempio dell’Impero romano mi sembra dare ragione alla tesi del declino, che è stato ben lungo in quel caso. Comunque anche quello inglese, oggi lo possiamo capire con il senno di poi, è iniziato già a partire da metà ’800 o pochissimo dopo; ma, come minimo fino alla prima guerra mondiale, non fu affatto così evidente né teorizzato convincentemente. E anche tra le due guerre, non furono pochi a prendere troppo sul serio l’Inghilterra (a mio avviso, Hitler fu tra questi). In ogni modo, per il momento, certamente, andiamo molto cauti; gli Usa hanno ancora un bel po’ di carte da giocare.
glg
Ottimo scritto, pienamente condivisibile e ricco di spunti interessanti. Importantissima anche la puntualizzazione che l’attuale strategia statunitense dipende solo secondariamente da difficoltà finanziarie – come invece sostengono alcuni “critici” riducendo ancora una volta ogni cosa a puro economicismo. D’accordo anche sul fatto che il BRIC non sia ancora da paragonare alla Germania, Giappone ecc… di fine ottocento – che erano non solo e non semplicemente economicamente forti, ma avevano soprattutto una precisa strategia (e forze in grado di applicarla: politiche, ideologico-culturali e militari ) per strappare all’Inghilterra la supremazia mondiale.
“Tasse, arriva la stangata di marzo. Buste paga più leggere
Il decreto salva-Italia presenta il conto, sul prossimo stipendio gli aumenti Irpef approvati da Comuni e Regioni
LA STANGATA
La manovra è legge. Ecco come metterà le mani nelle nostre tasche da gennaio. La scheda
Case, automobili e conti correnti, i più spremuti. Ma c’è anche la stretta sulle pensioni. La sintesi definitiva delle principali misure della manovra da 20 miliardi
Sarà una fine mese sgradevole per gli italiani. Nelle buste paga di marzo sarà calcolato il conguaglio dell’aumento delle addizionali regionali Irpef 2001 (previsto in via retroattiva dal decreto salva-Italia) e l’acconto del 30% delle addizionali Irpef, sbloccate dalla manovre estive. Già 300 Comuni hanno dato già il via libera agli aumenti. Secondo una ricerca realizzata dalla Uil la doppia stangata potrebbe arrivare fino a 371 euro per l’imposta regionale, mentre per il giro di vite municipale è previsto un costo medio di 177 euro.
In pratica per l’addizionale regionale si deve pagare il conguaglio dell’aumento regionale fissato per tutte le Regioni allo 0,33%: è obbligatorio e porta l’aliquota dallo 0,9 all’1,23%. Secondo i calcoli della Uil servizio l’aumento in questione vale mediamente 76 euro. Nel biennio si pagheranno 152 euro in più. E attenzione su questa imposta non si applicano detrazioni e deduzioni fiscali, dunque l’aliquota si calcola sull’imponibile pieno.
Per le addizionali comunali va pagato l’acconto del 30%. Ad oggi 300 Comuni hanno varato gli aumenti, fra i quali sette capoluoghi: Chieti; Agrigento; Brescia; Catanzaro; Teramo; Viterbo; Ferrara.
Inoltre Comuni hanno tempo fino al 30 giugno, data successiva alle elezioni amministrative, per aumentare l’Irpef e dunque i contribuenti italiani potranno aspettarsi altre cattive notizie.”
Non sono economicista e questa “strategia” (detto ironicamente) fiscale
è povera cosa rispetto a quelle che tratto come cose serie nel pezzo. Tuttavia, posso dire che mi fa incazzare più di tante altre questioni senz’altro di maggior importanza (ma che mi mettono meno in difficoltà in quanto povero individuo costretto a vivere in questo dannato paese)? GLG
Nella quinta frase, dove sta scritto:
“E il disturbo al loro procedere nel tempo proviene non semplicemente dall’azione (meno potente) di A1, A2, ecc.” ,
c’è un errore; i meno potenti poli sono ovviamente A2 e A3, come si evince del resto subito dopo dall’indicazione dei loro sub-agenti.
glg
PS per motivi che non conosco, nei commenti gli indici 1, 2, ecc. non saltano fuori come apice; comunque spero tutto sia chiaro. Per quelli che hanno capito il discorso; poiché dalla rarità dei commenti mi accorgo che, se si cerca un argomento non troppo discorsivo, la maggioranza (per non dire quasi totalità) dei lettori va in tilt. Adesso capisco il successo di FB o Twitter. E anche dei libri che trovo esposti in libreria, delle coglionate di romanzi che leggono i “colti” odierni, dei film che vanno a vedere, ecc. Effettivamente, come Woody Allen, per non rimpiangere i tempi andati devo prendere appuntamento dal dentista.
Tratto dal libro in preparazione – L’ALTRA VIA (per uscire dall’impasse teorica) – che dovrebbe uscire verso settembre con la Mimesis:
E qui arriviamo veramente all’ultimo punto delle sciocche contestazioni a me rivolte. Non mi occupo dei dominati, mi disinteresso delle sorti dei poveri diseredati, dei “miserabili”. Tralascio ciò che penso di chi scrive e sostiene simili sciocchezze. Spesso devo cedere anch’io alla pessima abitudine di trattare di dominanti e dominati. In realtà, si può semmai parlare di oppressi e oppressori laddove vigano condizioni di servitù personale o di brutale predominio coloniale o neocoloniale. In una società a capitalismo sviluppato, un simile linguaggio rasenta il ridicolo. Andate da un avvocato o da un medico, da un odontotecnico o da un analista di programmi informatici, o perfino da un capomastro di una squadra di edili, e ditegli che è un dominato sottoposto alle vessazioni dei dominanti. Non credo ne resterà molto colpito. E anche se andate a parlare con chi è all’ultimo gradino della scala sociale, ma sempre nelle nostre società capitalistiche, non otterrete un’attenzione molto superiore. E hanno ragione questi personaggi, pur non adusi all’astrazione teorica.
E’ semmai lecito parlare di decisori e non decisori. Questi non sono però divisi in due gruppi contrapposti, senza mediazione alcuna. Non esiste alcuna società capitalistica scissa in due “classi” ben distinte; esiste un insieme molto complicato, con diverse sfumature. Occorre accortezza nell’individuare la conflittualità tra chi decide e chi è sottoposto alle decisioni altrui. Quanto a sfruttarla per i fini che alcuni desiderano, il passo è ancora più lungo e non lo si compie per mera volontà soggettiva. Certo, per i “semplici” (e gli imbroglioni) che vedono nei banchieri i supremi arbitri della vita sociale, tutto appare chiaro. I decisori si possono perfino indicare con il loro nome; magari addirittura per appartenenza etnica o religiosa, soprattutto se ti imbatti in coloro per i quali banchiere è sinonimo di ebreo. In realtà, i vari gruppi sociali esprimono le loro decisioni a seconda dei mezzi a disposizione e, soprattutto, delle funzioni svolte dai vari centri strategici. Molto dipende pure dall’articolazione dei rapporti tra raggruppamenti sociali all’interno delle formazioni sociali particolari (in genere paesi) e dal sistema relazionale tra queste.
Vi sono periodi storici, in genere lunghi, in cui tale articolazione tra raggruppamenti e il sistema relazionale tra formazioni particolari restano piuttosto stabili, e il tutto si gioca soprattutto nel conflitto tra i vertici dei centri decisionali, sia all’interno dei paesi sia nei rapporti tra essi. In questi periodi appare significativa quella che viene definita conflittualità (aperta a momenti di alleanza per il conflitto) tra “dominanti”. In specifiche congiunture si verificano bruschi sommovimenti, legati a conflitti di particolare acutezza, che sconvolgono precedenti assetti. Emergono allora nuovi centri decisionali, che approfittano dello scombussolamento degli apparenti equilibri, mettendosi alla testa di quei vasti raggruppamenti detti dominati perché nei più lunghi periodi storici sono assai carenti in fatto di decisionalità. Le rivoluzioni si verificano appunto in queste congiunture, il cui presentarsi nella storia non dipende certo dalle scelte di dati soggetti, anche se in esse appaiono i “geni” rivoluzionari (tipo Lenin). Il genio si esprime nel cogliere l’occasione approfittando del ribaltamento della “normale” (per una lunga fase storica) gerarchia dei centri decisionali strategici.
Questa è però una lunga strada teorica da percorrere. Qui dunque mi fermo. Volevo solo porre in luce per quali motivi sono obbligato a restare – ma sono anche lieto di restarvi – dentro la problematica che fu propria della scienza marxiana. E per quali motivi, invece, questa deve essere superata se si intende andare oltre le chiacchiere su dominanti e dominati, sulle “belle aspirazioni” degli “uomini”, che sono solo quelle degli insoddisfatti dell’attuale situazione sociale. Insoddisfazione a mio avviso più che comprensibile e che condivido, perché anch’io ho la sensazione di vivere uno dei punti più bassi toccati da questa società di “primitivi”. Tuttavia, l’insoddisfazione non giustifica pie illusioni, fughe in avanti cervellotiche, idee elementari circa l’esercizio del massimo potere decisionale da parte di gruppi detti dominanti. E’ dunque negativa ogni semplificazione nella lotta a questi ultimi, così come ci viene proposta o da ingenui o, più spesso, da altri finanziati dai gruppi in questione, pur fingendo d’esserne nemici con assoluta intransigenza. Siamo circondati da pseudopensatori che imbrogliano le carte. Questi sono gli intellettuali odierni nella loro stragrande maggioranza. Non fidiamoci di nessuno (nemmeno del sottoscritto sia chiaro); tutti sottoposti a stretta osservazione.
“Non fidiamoci di nessuno (nemmeno del sottoscritto sia chiaro)”
Immagino che glg intenda dire che è necessario sottoporre a valutazione “critica” anche le sue affermazioni , le sue tesi e ipotesi e – aggiungo – forse la lamentata scarsità dei commenti al suo articolo non dipende dall’incapacità di misurarsi con esse ma solo dal fatto che esiste un sostanziale accordo con le sue tesi e ipotesi. Se così è, glg dovrebbe anzi sentirsi soddisfatto che le sue “lezioni” siano state capite e fatte proprie almeno dalla gran maggioranza dei commentatori o lettori del blog.
A volte, per quanto mi riguarda, ho dei dubbi sull’idea che siamo effettivamente in una fase multipolare oppure, anche ammettendola, dubito che gli “attori” di questa fase multipolare siano quelle potenze normalmente indicate anche da glg (russia, cina, india, brasile ecc.)…ma forse questo dipende dalla difficoltà a distinguere tra “multipolarismo” e “policentrismo”.
Invece, diversamente da glg (ma anche di molti altri commentatori del blog), mi riesce difficile rinunciare al concetto di “popolo” nonostante io aderisca alla sua tesi che non esistano semplicemente due classi contrapposte e che, anzi, i conflitti attraversano in linea orizzontale e verticale anche strati sociali che, in astratto, si potrebbero ricomprendere nel concetto di “popolo”. Penso che l’acutizzarsi della crisi e dei conflitti inter-dominanti (o decisori), unitamente all’azione soggettiva di una forza politica capace di leggere e agire nella realtà (forza che allo stato attuale purtroppo è del tutto assente), possa riuscire a “semplificare” il quadro sociale portando all’emersione di più chiare e marcate linee di frattura tra la gran maggioranza dei “non decisori” e la gran maggioranza dei “decisori” riproducendo, quindi, una visione sostanzialmente “duale” delle moderne società capitalistiche sebbene non nel senso di una frattura orizzontale tra “decisori” e “non decisori” ma nel senso più realistico di una frattura verticale tra la gran maggioranza del “popolo” (o “non decisori”) e la maggioranza del “non-popolo” (o “decisori”).
Ma non pretendo certo di contrapporre mie ipotesi (anzi i miei dubbi) alle tesi di glg che, anzi, allo stato attuale e fino a prova contraria ritengo che siano da considerare tra le tesi più efficaci per meglio leggere le attuali società capitalistiche.
“Penso che l’acutizzarsi della crisi e dei conflitti inter-dominanti (o decisori), unitamente all’azione soggettiva di una forza politica capace di leggere e agire nella realtà (forza che allo stato attuale purtroppo è del tutto assente), possa riuscire a “semplificare” il quadro sociale” (gm)
Mi sembra di averlo sempre sostenuto. Le condizioni di un rivolgimento di notevoli proporzioni (e meno effimero del 1848 o anche della Comune di Parigi), esigono due condizioni essenziali che, dopo il 1789-93, si sono generalmente presentate in concomitanza di eventi bellici di prima grandezza. Poste in ordine di rilevanza (ma anche di sequenza temporale), esse sono, innanzitutto, una crisi verticale politico-istituzionale – nel ben noto “anello debole” – dei dominanti in scontro reciproco (e sul piano internazionale); tale crisi affonda comunque il potere dei dominanti in quel determinato paese o area. In secondo luogo, la rivolta dei dominati, dovuta a condizioni di estrema miseria o altrimenti di terribile “disagio” sociale, deve essere orientata (guidata) da una forza ben organizzata: anche in termini militari, ma soprattutto cogliendo a fondo, tramite analisi “corretta”, le determinanti sociali della crisi in corso, i suoi punti (spaziali e temporali) di massima acutezza, il possibile sistema di alleanze con i “dubbiosi”, la capacità di fare degli “arrabbiati” un vero ariete di punta, nel contempo usando metodi adeguati (di astuzia, raggiro, anche promesse menzognere, ecc.) per dividere i dominanti ancora decisi a difendersi da quelli che cercano solo di salvare la pelle. E via dicendo. In situazioni come la nostra, potrebbero agire solo dei militari, ma sul nostro esercito è meglio tacere. Se in esso esistessero settori indipendentisti, sarebbero da appoggiare toto corde. Purtroppo, in mancanza di questo, non credo l’Italia possa più salvarsi, sarà semicolonia a lungo. L’analisi deve comunque esercitarsi sull’andamento della situazione internazionale. Sul piano interno, studiamo comunque le determinanti sociali di questo grave sprofondamento nazionale, da cui saremo interessati a lungo; solo con con sporadiche, e sempre cangianti, eruzioni di gruppi di disperati, anarcoidi, disadattati, balordi. Non credo proprio ci sia altro per il momento. Questo blog dovrebbe imparare ad assolvere ad una diversa funzione.
glg
“In situazioni come la nostra, potrebbero agire solo dei militari, ma sul nostro esercito è meglio tacere. Se in esso esistessero settori indipendentisti, sarebbero da appoggiare toto corde”
Proprio per evitare simili problemi ( vedi rivoluzioni comunista e fascista ) le elite previlegiano sempre le truppe mercenarie. Gli “eserciti di popolo” sono stati un accidente della storia , una reazione al successo degli eserciti rivoluzionarii francesi.
I mercenarii pero’ non hanno mai altra intenzione che procurarsi miglior prebende e come si puo vedere dalle vicende delle “signorie” norditaliane la crisi li favorira’ ottenendo migliori stipendi in cambio anche di impieghi di polizia, senza che pero’ questo porti ad alcuna soluzione della crisi, per cui inevitabilmente troveranno prima o poi un capo e l’ occasione per prendere per se l’ intero potere ( vedi basso impero romano) senza per questo risolvere alcunche’.
Le crisi sociali si risolvono cambiando la societa’ non i suoi dominanti.
veramente le grandi rivoluzioni sociali, con passaggi da una formazione all’altra (perfino dal capitalismo borghese a quello dei funzionari del capitale) hanno mutato anche i gruppi dominanti. Perfino il ben noto “tutto deve cambiare affinché tutto rimanga lo stesso” ha comportato la fine dei “gattopardi” (tipo Principe di Salina) e l’avvento degli “sciacalli” (tipo don Calogero Sedara), con caduta dei Borboni e avvento dei sabaudi. C’è sempre un ricambio di gruppi dominanti. A meno di non pensare, da giornalisti, che Stalin, o oggi Putin, siano veramente i “nuovi Zar”. Fra dieci, massimo vent’anni, sarà mutata anche la classe dominante di questo paese di Pulcinella. Mica deve essere in meglio; le strutture sociali comunque si trasformano, non sempre in modo radicale, è ovvio.
glg
Daccordo, ovviamente. Io intendevo solo dire che un cambio di dominanti non implica un automatica soluzione delle crisi che hanno determinato quel cambio.
Anzi spesso si va in peggio, come abbiamo potuto verificare sulla nostra pelle con questa lunga transizione dal dominio dei ” funzionarii della politica ” a quello dei ” funzionari del capitale “.
E anche quando presto o tardi si passasse al dominio dei ” funzionarii della guerra ” non sarebbe un passo avanti, purtroppo.
Dal volume “L’altra via” in preparazione per la Mimesis:
E’ ora di capire alcune questioni fondamentali. Intanto, la proprietà detta socialista significa uso collettivo dei mezzi di produzione con la dissoluzione del lavoro salariato (compravendita di forza lavoro in quanto merce) poiché non esiste più un soggetto – separato per di più dal processo produttivo in quanto mero controllore dei mezzi di produzione tramite potere di disporre del capitale monetario – che acquista tale merce (speciale) al fine di unirla ai suddetti mezzi per dare inizio al processo in questione. Nel socialismo, ogni ciclo produttivo, che significa in primis riproduzione del rapporto sociale di nuova forma, deve riprodurre appunto quest’ultimo in quanto uso collettivo dei mezzi di produzione da parte del corpo lavorativo cooperativo, deve riprodurre cioè il rapporto di ormai avvenuta unione tra soggetto lavoratore (uno degli elementi della produzione in generale, se ancora lo si ricorda) e mezzo di trasferimento della sua attività sull’oggetto (da trasformare in oggetto d’uso per i bisogni della vita sociale), anch’esso nella piena disponibilità e controllo da parte del soggetto lavoratore (collettivo e cooperante).
Non esiste già più nei fatti lo Stato, in quanto sistema di apparati esercitanti l’“egemonia corazzata di coercizione” (Gramsci); e non mero organo di amministrazione degli affari generali della società, organo che non è certo lo Stato esistente in ogni società di predominio di una minoranza sulla maggioranza. Parlare di proprietà statale dei mezzi produttivi, confondendola con la proprietà socialista, è tipico dunque di cervelli ormai ottenebrati dall’ideologia “statalista”, che è semplice antagonista polare (e dunque complementare nonché sostegno) di quella pienamente liberista. Nel “socialismo” – quello che era erroneamente ritenuto tale – esisteva la proprietà statale proprio perché una minoranza esercitava il potere di disposizione (che è il contenuto reale della proprietà) sui mezzi produttivi, ne controllava e indirizzava l’uso e continuava ad acquistare la forza lavoro dietro salario, per unirla a tali mezzi in una produzione che si svolgeva secondo le decisioni di detta minoranza e per i suoi interessi di predominio sociale.
In secondo luogo, con la proprietà socialista (parlo in tal caso di quella che fosse realmente tale) non viene abbandonato il principio del minimo mezzo nella produzione dei beni. Non esistendo però più la proprietà (potere di disporre) dei mezzi produttivi da parte di una minoranza, tale principio non funziona per estrarre il pluslavoro/plusvalore in quanto profitto del proprietario (capitalista), ma per ottenerlo da un corpo lavorativo che, disponendo dei mezzi, dispone anche del suo pluslavoro e lo indirizza negli impieghi decisi collettivamente, per interessi realmente generali di una formazione sociale in cui soggetto, mezzo (strumento) e oggetto della produzione costituiscono un tutto (internamente articolato), un complesso integrato in vista di scopi comuni.
Ho messo in luce, in un lavoro di anni, che questa finalità è stata resa impossibile dall’andamento della dinamica sociale capitalistica, così diversa rispetto a quella – per nulla però irrealistica o solo utopistica, desiderata, sognata – prevista da Marx in base all’analisi dei processi reali in svolgimento nella sua epoca; non rinviati a secoli successivi, non pensati in base a supposti sviluppi di una immaginaria “essenza umana”, sostituto della religione per chi non ha il coraggio di dichiararla apertamente affidandosi, assai più opportunamente, ad un essere non così imperfetto, volubile, opportunista, violento, qual è il povero animale detto uomo in mezzo ad una natura pur sempre matrigna.
Questo per me mette termine ad ogni sproloquio socialistico e comuni(tari)stico. Chi continua a sognare, spesso finge soltanto e lo fa perché è ben “pagato” (non semplicemente in denaro) per ingannare i sottoposti; e svolge il suo compito con opportunismo superiore a quello di coloro che pongono realisticamente in luce l’effettivo andamento (disarmonico e conflittuale) di questa società. E’ per questo che sempre più spesso chi un tempo era considerato reazionario è oggi più accettabile dei pretesi comunisti; salvo eccezioni, venduti a dominanti particolarmente efferati e meschini nell’attuale epoca. Non esiste alcuna dinamica sociale preparatrice delle basi del socialismo, che doveva essere semplice stadio di passaggio al comunismo. Chi predica siffatta società su basi millenaristiche, di affermazione di inesistenti qualità umane nei secoli venturi, è ormai portatore di un’ideologia che conduce, e credo volontariamente e scientemente, al fallimento di quanti vorrebbero almeno liberarsi delle peggiori vessazioni dei dominanti. Questi ideologi sono dunque specialmente deleteri e servono ad incanalare la volontà di ribellione e indignazione dei sottostanti verso il puro velleitarismo, preparazione alla disillusione, indifferenza e cedimento.
E lo stesso dicasi per chi non capisce nulla circa la differenza tra socialismo e mera proprietà “statale” dei mezzi produttivi, che è semplicemente il potere di disporre di tali mezzi da parte di una minoranza di speciali oppressori, potere sviluppato tramite il controllo nettamente autoritario del sistema di apparati repressivi e coercitivi, quelli costitutivi dello Stato in senso proprio. Un potere che, in date congiunture specifiche, si può anche appoggiare perché utile a dati scopi, ma senza l’inganno che si tratti di socialismo, di potere in mano alla presunta collettività dei produttori associati. E’ un potere privo di qualsivoglia bilanciamento (magari soltanto formale), opportuno in determinate contingenze eccezionali, a volte anche per scopi di eventuale accumulazione originaria, in cui una data minoranza si accolla tutte le decisioni e le fa rispettare con aperta e scoperta violenza. Punto e basta.
questo ultimo intervento di glg solleva una questione cruciale anzi direi ” la madre di tutte le questioni”: chi deve controllare i ” mezzi di produzione “? Perche’ e’ evidente che chi controlla quei ” mezzi” decide la societa’ oltre che disporre del “plusvalore ” . Se la dinamica socio economica e’ lasciata “libera ” nel famoso ” mercato” e’ chiaro che accadranno tutte quelle cose previste da marx e che oggi vediamo rifiorirci intorno: il ” liberismo” non e’ una soluzione ma una via per l’ inferno.
Daltra parte la soluzione marxista della “collettivizzazione” e’ caduta nella pratica che inevitabilmente sarebbe stato comunque un apparato a gestire PER SE il controllo dei “mezzi”. Questo ” comunismo” ha poi perso non tanto per motivi ” morali” ma semplicemente perche’ non e’ riuscito a stimolare una dinamica socioeconomica piu efficace di quella ” capitalista”.
La soluzione ” cinese” e’ andata empiricamente un po’ piu avanti perche’ sulla base del fallimento sovietico ha messo su un “ircocervo” in cui i mezzi di produzione strategici restano in mano ” collettive ” ( cioe’ lo stato ) e gli altri sono lasciati alla dinamica dei processi di accumulazione capitalistica.
Benissimo , applausi alla cina , ma da un punto di vista socioeconomico , parlando fuori da ogni ipocrisia questo e’ ” socialnazionalismo ” ( perche’ si e’ visto per la prima volta nella germania nazista ) e per quanto piu efficente non rappresenta una soluzione stabile. Anche in cina infatti vediamo prendere sempre piu il sopravvento le dinamiche di accumulazione capitalistiche e il ” comunismo” sempre piu ridotto ad una scorza superficiale.
La questione quindi resta apertissima, l’ analisi marxiana ci ha diagnosticato “il male” ma non ci ha fornito una “cura” efficace. Probabilmente occorre una analisi ben piu ampia che vada oltre l’ orizzonte “economicistico “, occorre ridefinire una ben piu ampia ” filosofia dell ‘ uomo ” , una necessita’ che era implicita , se pur mostruosamente sbagliata nell’ illusione comunista di poter forgiare nel ferro e nel sangue ” l’ homo sovieticus” .
la filosofia dell’uomo è la famosa pezza peggiore dello sbrego. Basta con illusioni su un generico “uomo”. O è biologico o è sociale. Nell’un caso e nell’altro, nulla di meraviglioso va supposto. Almeno questo l’ho mostrato nei miei libri, da cui estraggo pezzi solo per pubblicizzarli. Per favore, quindi, non ci si lanci subito, da un singolo pezzo, in conclusioni di cui il libro intero mostrerà la fallacia. Per il momento, se la si smette di sognare (per i secoli e millenni futuri), ci si accontenti di analizzare, per quanto possibile, le determinanti conflittuali sia interne che internazionali della fase storica che viviamo. Marx non è fallito in quanto economicista; si vorrà infine capire che non ha trattato di economia ma di produzione “sociale”, una produzione che presuppone innanzitutto la riproduzione della struttura di rapporti sociali in una determinata epoca storica della società! Ha sbagliato previsioni in merito alla riproduzione di questi rapporti sociali. Ha interpretato il capitalismo inglese come il ben noto “de te fabula narratur”; cioè come il modello (ma di rapporti sociali) che si sarebbe espanso in tutto il mondo, unificando quindi contro di esso il “proletariato” (da qui nasce l’internazionalismo proletario, non dalla solidarietà tra uomini). Marx non sognava, sapeva che gli uomini sono carogne marce, e l’ha sempre detto. Solo immaginava una certa dinamica (da me spiegata ormai da trent’anni a questa parte) indotta dal modo di produzione (sociale, sociale, sociale) capitalistico. Qui l’errore, qui il non avvenuto superamento di società divise in gruppi fra loro conflittuali (in verticale come in orizzontale). Si studi questo conflitto e si lascino perdere le velleità “desideranti”. Il mio “punto e basta” significa appunto questo: smettiamo con i sogni.
si, ma se ” gli uomini sono carogne marce, ” quale e’ la soluzione ?
Secondo me la questione cruciale non è chi controlla i mezzi di produzione, o almeno la questione non deve essere posta in termini così semplicistici e riduttivisti. Se ho capito un pò gli scritti del prof La Grassa la questione è molto più complicata, a partire dalla terminologia: cos’è il capitalismo/i, quanti tipi ne sono esistiti o ne esistono, perchè esso non è mai stato superato – il fulcro del discorso è la conflittualità, e le strategie usate per prevalere a partire da questa conflittualità sempre presente – all’interno dei gruppi sociali come delle formazioni particolari e tra queste ultime. Ciò rende tutto molto più complicato e non riducibile semplicemente alle solite dicotomie o al semplice problema del controllo dei mezzi produttivi, problema sul quale si dibatte da una vita. D’altronde molti non hanno nemmeno capito che lo statalismo è l’antitetico polare del liberismo giocando quindi sempre nello stesso campo “capitalistico” e non uscendone neanche di una virgola. Pare che invece si continuino a identificare (forse per un qualche procedimento mentale inconscio!) liberismo e capitalismo, invalidando quindi e bloccando anzi in partenza qualsiasi discorso sui “mezzi produttivi”. Condivido anche l’invito di La Grassa a non parlare più di una “filosofia dell’uomo” espressione che vuol dire tutto e niente, d’altronde è vero: quanta importanza si da a quest’essere umano!