RITAGLI DI GIORNALE – 05.05.2015 di Malachia di Armagh

giornalismo

 

 

Si continua a discutere di democrazia in Italia e intanto ieri è stata approvata la nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum. Ma come si può intuire, tra l’altro, anche dai miei ultimi post una definizione condivisa dell’idea di democrazia, delle forme democratiche nell’epoca contemporanea, mi pare sia difficilmente rintracciabile. In Italia ci si rifaceva a Bobbio e a Sartori principalmente ma se guardiamo la faccenda da una prospettiva globale le posizioni si moltiplicano sino a un livello di reciproca incomprensione. L’ultimo Hayek trovava nell’illimitato potere attribuito agli organi rappresentativi investiti della funzione legislativa la manchevolezza principale del regime democratico. I legislatori, custodi delle regole fondamentali del diritto, delle regole di condotta imprescindibili per una società liberale – concernenti quasi esclusivamente quelle partizioni dell’ordinamento giuridico attinenti al diritto privato e a quello penale – dovrebbero limitarsi a costituire, elaborare e garantire il nomos , quell’insieme di norme generali che sono indispensabili per il funzionamento corretto dell’ordine spontaneo catallàttico o ordine esteso di mercato insomma del modello idealtipico di società liberale concettualizzato dalla scuola austriaca e in fondo anche dagli ordoliberali alla Eucken (vedi in proposito gli interessanti rapporti intercorsi tra i due capiscuola (1)). Le norme necessarie per il governo della società da parte degli apparati statali nelle situazioni normali, ovverosia nella quasi totalità delle incombenze – compresa la stesura e l’approvazione del bilancio e le linee generali della politica economica – dovrebbero spettare ad un organismo governativo-esecutivo con piena, anche se definita e limitata, attribuzione di funzioni legislative. Insomma all’ordine spontaneo metagiuridico deve corrispondere in maniera complementare un ordine organizzato dall’alto in vista di un fine determinato, al quale l’individuo è sottomesso. Detto in altri termini, la contrapposizione è quella fra istituzione e organizzazione, o – per usare i termini della filosofia del diritto – fra “norme di condotta” e “norme di organizzazione”. L’ordine organizzato e esogeno (taxis) è semplice, cioè caratterizzato da un moderato grado di complessità, imputabile – secondo i principi dell’individualismo metodologico – alla scarsità e frammentarietà delle conoscenze di chi lo ha deliberatamente creato; inoltre esso ha natura teleologica, nel senso che è diretto alla realizzazione di scopi specifici; infine, è concreto, cioè rilevabile attraverso l’osservazione. E qui chiudo questa “pallosa” premessa tesa solo a far notare che la nozione di democrazia non può assolutamente essere rinchiusa in una qualunque versione paradigmatica “ortodossa” protetta da padri nobili carismatici del tipo di Bobbio, Rawls, Habermas e chi più ne ha più ne metta. Ritornando alla congiuntura italiana torniamo per l’ennesima volta agli editorialisti dell’ establishment dominante. Il solito Panebianco scrive sul Corriere (19.04.2015):

 

<<Poiché, come è noto, la storia non insegna mai niente a nessuno, sembra che oggi molti si apprestino a commettere, di fronte a Renzi, gli stessi errori che altri commisero durante la cosiddetta Prima Repubblica, quando giudicavano le performance dei governi della Democrazia cristiana. Allora, tanti commentatori, e tanti agitatori politici, si specializzarono nella critica del (vero o presunto) «malgoverno democristiano». Senza rendersi però conto del fatto che quel malgoverno dipendeva da una circostanza: la Dc non poteva perdere le elezioni, era inamovibile, e proprio per questo poteva dedicarsi in tutta tranquillità a ciò che i suoi critici chiamavano malgoverno. La ragione della sua inamovibilità aveva un nome preciso: quello del Partito comunista. Poiché il Pci era al tempo stesso il più forte partito di opposizione e un’opposizione non credibile, incapace di vincere le elezioni, la Dc restava per l’appunto inamovibile, impunibile e impunita. Chi ce l’aveva con la Dc, in realtà, avrebbe dovuto prendere di petto il Partito comunista, avrebbe dovuto augurarsi che quel partito cessasse di essere il principale partito d’opposizione. Solo così, un giorno, si sarebbe potuto sconfiggere elettoralmente la Dc. E solo così i democristiani, temendo di perdere il potere, si sarebbero sforzati di migliorare la propria capacità di governo.

Oggi si fanno troppe chiacchiere su presunti sviluppi autoritari alle porte. Non è affatto quello il rischio che corre la democrazia italiana. Il rischio è quello di un governo Renzi senza rivali plausibili, spinto a mal governare (poiché mal governare è sempre molto più facile che governare bene) dall’assenza di serie sfide elettorali>>.

L’articolo recente di La Grassa che analizza il bipolarismo Usa-Urss e le caratteristiche dell’ordine mondiale su di esso fondato esclude, mi pare, che si possa interpretare la fase attuale nella medesima maniera; la situazione della Dc fino alla fine degli anni ottanta non è paragonabile a quella del Pd renziano attuale e francamente ci pare ridicolo parlare del Pci in questa maniera. Il Pci ha cessato di essere “il principale partito d’opposizione”nel momento in cui è iniziato il crollo del sistema delle relazione internazionali uscito dalla Seconda Guerra Mondiale anche se la sua trasformazione nel “principale” gruppo politico filo atlantico deputato a gestire la semicolonia italiana era stato preparato da tempo (come ha ripetutamente spiegato La Grassa). Un po’ più convincenti paiono le considerazioni di Luca Ricolfi sul Sole 24 Ore del 19.04.2015:

<<L’altra sera ho guardato Servizio Pubblico, il programma televisivo di Santoro. C’era Bersani, ospite unico, e unico vero leader anti-Renzi dentro il Pd. Ad intervistarlo, oltre a Travaglio e Santoro, altri tre big dell’informazione: Lucia Annunziata (Huffington Post), Enrico Mentana (La 7), Mario Giordano (Tg 4). Devo dire che è stato molto istruttivo, almeno per me. Intanto, perché non ho assistito a una rissa, ma a un dialogo civile, con molto spazio per le domande e le risposte: a ben pochi leader politici, e in rarissime circostanze, è concesso avere tanto spazio e tanta rispettosa benevolenza in Tv. E poi perché credo di aver capito meglio perché Renzi resta, per ora, saldamente al comando della politica italiana. Bersani ha passato quasi tutto il tempo a parlare di riforma elettorale e riforma costituzionale, evocando “rischi per la democrazia” nel caso passino le riforme di Renzi, e deplorando il disinteresse dei mezzi di informazione per il tema del cambiamento delle regole. Pochissime parole, invece, sono uscite dalla sua bocca sui grandi temi di politica economica, come crescita, conti pubblici, occupazione.[…] Con questo non voglio dire che le riserve di Bersani, di Scalfari e di tanti altri su legge elettorale e riforma della Costituzione siano infondate. Tutt’altro. Quel che trovo sorprendente è che l’opposizione a Renzi, sia dentro il Pd sia fuori di esso, sia così fuori bersaglio. La minoranza Pd, dopo aver perso (e malamente combattuto) la battaglia sul Jobs Act, si concentra sulla legge elettorale, un tema che lascia indifferente la maggior parte delle persone normali, mentre è enormemente sopravvalutato dagli addetti ai lavori, quasi che il disastro italiano fosse il frutto non voluto di cattive regole del gioco, anziché l’ovvia conseguenza di una classe dirigente e di un’opinione pubblica non all’altezza delle sfide del nostro tempo>>.

Ma dopo queste sensate considerazioni Ricolfi loda Renzi perché starebbe affrontando nodi e problemi che “marcivano” da decenni, e perché alcuni cambiamenti introdotti dal suo governo sarebbero un progresso rispetto al passato. Il Jobs Act sarebbe meglio di quel che c’era prima, e la detassazione di salari e profitti andrebbe nella direzione giusta. Quelli che sognano di tornare indietro su queste cose non sono, secondo l’editorialista, un’alternativa credibile a quel che c’è. Alla carota però deve seguire il “bastone” utilizzato in maniera pedagogica per indurre il nuovo “capo” ad impegnarsi di più. Segue quindi una sfilza di critiche e di appunti sulla reale inefficacia delle misure, di politica economica e di finanza pubblica, finora intraprese. “Fra il racconto che Renzi e i suoi riservano a mass media spesso ancora ipnotizzati dalla sua ascesa e la realtà del Paese c’è un fossato notevole” conclude Ricolfi lasciando intendere che il nuovo amerikano non pare essere ancora in grado di eseguire bene gli ordini del padrone d’oltreoceano e dei suoi domestici europei. Una nuova forza d’opposizione potrebbe servire proprio a questo: stimolare Matteo “brain” Renzi a manifestare tutte le sue potenzialità.

 

 

(1)<<L’ipotesi della vicinanza fra Hayek e gli ordoliberali ha una sua

ragione storica ben precisa. Innanzitutto, esponenti ordoliberali come

Eucken e Ropke hanno intrattenuto rapporti personali con Hayek a

partire dalla fine degli anni ’20 condividendone alcune prospettive

ideologiche di fondo. In particolare, i tedeschi e gli austriaci (Hayek, in

particolare) condividevano due idee: opporsi allo storicismo dominante

in Germania e riproporre una riflessione sulle condizioni politico istituzionali

di un ordinamento economico di libero mercato. Una

ulteriore ragione della stretta connessione sussistente fra

l’ordoliberalismo tedesco e il liberalismo austriaco attiene alle vicende

che hanno riguardato l’evoluzione della cattedra friburghese di

Wirtschaftspolitik originariamente occupata da Eucken. L’attribuzione nel

1962 della cattedra friburghese ad Hayek ha determinato il

congiungimento delle due scuole di pensiero, per lo meno sul piano

accademico. A questo evento e seguito l’innesto sul ceppo ordoliberale

di prospettive analitiche e metodologiche tipicamente austriache, fatto

che ha rappresentato in certa misura un punto di svolta per la ricerca

ordoliberale>>. (Da un saggio di Raffaele Mele trovato in internet)

Venire a patti con l’Impero Americano

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di George Friedman

[Traduzione di Piergiorgio Rosso da: https://www.stratfor.com/weekly/coming-terms-american-empire]

“Impero” è una parola sporca. Considerando il comportamento di molti imperi, questo non è irragionevole. Ma impero è anche semplicemente la descrizione di una condizione, molte volte non pianificata e raramente prevista. Essa è una condizione che nasce da una enorme squilibrio di potenza. In effetti, gli imperi creati intenzionalmente, come la Francia napoleonica e la Germania nazista, raramente sono durati. La maggior parte degli imperi non intendono diventarlo. Essi lo diventano e poi si rendono conto di che cosa sono. A volte non si rendono conto di che cosa sono per lungo tempo, e che la mancanza nel vedere la realtà può avere conseguenze enormi.

La seconda guerra mondiale e la nascita di un Impero

Gli Stati Uniti sono diventati un impero nel 1945. E’ vero che nella guerra ispano-americana, gli Stati Uniti hanno intenzionalmente preso il controllo delle Filippine e di Cuba. E’ anche vero che hanno cominciato a pensare a se stessi come un impero, ma in realtà non lo erano. Cuba e le Filippine erano la fantasia di un impero, e questa illusione fu sciolta durante la prima guerra mondiale, il periodo successivo di isolazionismo e la Grande Depressione.

Il vero impero americano, che è emerso successivamente, era un sottoprodotto di altri eventi. Non c’è stata grande cospirazione. In qualche modo, le circostanze della sua creazione l’hanno reso più potente. La dinamica della seconda guerra mondiale ha portato al crollo della penisola europea e la sua occupazione da parte di sovietici e americani. La stessa dinamica ha portato alla occupazione del Giappone e alla sua diretta gestione da parte degli Stati Uniti come una colonia di fatto, con il generale Douglas MacArthur come viceré.

Gli Stati Uniti si sono trovati con un impero straordinario, che volevano anche abbandonare. Questo è stato un vero e proprio desiderio e non mera propaganda. In primo luogo, gli Stati Uniti sono stati il primo progetto anti-imperiale nella modernità. Si opposero all’impero in linea di principio. Più importante, questo impero era una perdita di risorse americane e non una fonte di ricchezza. La seconda guerra mondiale aveva frantumato sia il Giappone che l’Europa occidentale. Gli Stati Uniti hanno ottenuto pochi o nulli vantaggi economici dal dominio in questi paesi. Infine, gli Stati Uniti hanno concluso la seconda guerra mondiale in gran parte incontaminati dalla guerra e come forse uno dei pochi paesi che avevano tratto profitto da essa. I soldi si facevano negli Stati Uniti, non nell’impero. Le truppe e i generali volevano tornare a casa.

Ma a differenza della prima guerra mondiale, gli americani non potevano lasciare la presa. Quella guerra in precedenza aveva rovinato quasi tutti i partecipanti. Nessuno aveva la forza di tentare di essere egemone. Gli Stati Uniti si accontentarono di lasciare l’Europa nelle proprie dinamiche. La seconda guerra mondiale si è conclusa in modo diverso. L’Unione Sovietica era stato distrutta ma rimaneva comunque potente. Era un egemone a est, e in assenza degli Stati Uniti, in teoria poteva dominare tutta l’Europa. Questo ha rappresentato un problema per Washington, dal momento che una vera Europa unita – sia una federazione volontaria e efficace sia sotto il dominio di un singolo paese – avrebbe avuto risorse sufficienti per sfidare la potenza americana.

Gli Stati Uniti non potevano andarsene. Non pensavano di dover sorvegliare un impero, e certamente hanno permesso un’autonomia politica interna più ampia di quanto i sovietici hanno fatto nella loro regione. Al contrario, oltre a mantenere una presenza militare, gli Stati Uniti hanno organizzato l’economia europea e hanno creato e partecipato al sistema di difesa europea. Se l’essenza della sovranità è la capacità di decidere o meno di andare in guerra, allora il potere non era a Londra, Parigi o Varsavia. Era a Mosca e a Washington.

Il principio organizzativo della strategia americana è stata l’idea di contenimento. Incapace di invadere l’Unione Sovietica, la strategia di default di Washington era di controllarla. L’influenza degli Stati Uniti si diffuse da tutta l’Europa all’Iran. La strategia sovietica era di affiancare il sistema di contenimento sostenendo insorgenze e movimenti alleati quanto più profondamente possibile dietro le linee americane. Gli imperi europei stavano crollando e frammentandosi. I sovietici hanno cercato di creare una struttura di alleanze dai loro resti, e gli americani hanno cercato di contrastarla.

L’economia dell’Impero

Uno dei vantaggi dell’allearsi con i sovietici, in particolare per i gruppi di insorti, era una generosa fornitura di armi. Il vantaggio di allinearsi con gli Stati Uniti era l’appartenenza a una zona di commercio dinamica e l’avere accesso al capitale di investimenti e alla tecnologia. Alcune nazioni, come la Corea del Sud, hanno beneficiato straordinariamente di questo. Altre non hanno fatto. I leaders in alcuni paesi come il Nicaragua sentivano di avere più da guadagnare dal sostegno politico e militare sovietico che dal commercio con gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti erano di gran lunga la più grande potenza economica, con un controllo completo del mare,basi di tutto il mondo, e un sistema dinamico di commercio e di investimento che ha beneficiato i paesi che sono stati strategicamente fondamentali per gli Stati Uniti o almeno quelli in grado di approfittarne . Fu a questo punto, all’inizio della Guerra Fredda, che gli Stati Uniti hanno iniziato a comportarsi come un impero, anche se non consapevolmente.

La geografia dell’impero americano era costruita in parte sulle relazioni militari, ma pesantemente sulle relazioni economiche. In un primo momento queste relazioni economiche erano abbastanza banali per gli affari americani. Ma, mentre il sistema maturava, il valore degli investimenti è salito insieme con l’importanza delle importazioni, esportazioni e del mercato del lavoro. Come in ogni impero veramente di successo, esso non è cominciato con un grande disegno e neanche con il sogno di esso. La necessità strategica ha creato una realtà economica di paese in paese finché alcune industrie importanti sono diventate dipendenti da almeno alcuni di questi paesi. Gli esempi evidenti sono l’Arabia Saudita e il Venezuela, il cui petrolio ha alimentato le compagnie petrolifere americane, e che quindi – a parte un’importanza strategica convenzionale – sono diventati economicamente importanti. Questo alla fine li ha resi strategicamente importanti.

Mentre un impero matura, il suo valore economico aumenta, in particolare quando non esercita costrizione sugli altri. La coercizione è costosa e mina il valore di un impero. La colonia ideale è quella che non è affatto una colonia, ma una nazione che gode di relazioni economiche sia con il potere imperiale che con il resto dell’impero. La relazione militare primaria dovrebbe essere o di dipendenza reciproca oppure, escludendo questa possibilità, di dipendenza dello stato cliente vulnerabile dal potere imperiale.

Così è stato che gli Stati Uniti sono scivolati dentro l’impero. In primo luogo, erano enormemente ricchi e potenti. In secondo luogo, hanno dovuto affrontare un potenziale avversario in grado di sfidarli globalmente in un gran numero di paesi. Terzo, hanno utilizzato il loro vantaggio economico per indurre almeno alcuni di questi paesi in relazioni economiche, e quindi politiche e militari,. In quarto luogo, questi paesi sono diventati significativamente importanti per diversi settori dell’economia americana.

I limiti dell’impero americano

Il problema dell’impero americano è l’essere appeso alla Guerra Fredda. Durante questo periodo, gli Stati Uniti si aspettavano di andare in guerra con una coalizione intorno a sé, sapendo di dover portare il peso principale della guerra. Quando l’operazione Desert Storm scoppiò nel 1991, il principio base della Guerra Fredda prevalse. C’era una coalizione, con gli Stati Uniti al centro di essa. Dopo il 9/11, si decise di combattere in Afghanistan e in Iraq, con il modello base. C’era una coalizione, ma la forza militare centrale era americana, e si è ipotizzato che i benefici economici dello stare con gli Stati Uniti fossero evidenti. In molti modi, le guerre del dopo-9/11 hanno avuto la struttura di base dalla seconda guerra mondiale. I pianificatori della guerra in Iraq hanno discusso in modo esplicito l’occupazione della Germania e del Giappone.

Nessun impero può durare con il governo diretto. I nazisti sono stati forse il miglior esempio di questo. Hanno cercato di governare la Polonia direttamente, hanno conquistato territorio sovietico, hanno messo da parte Vichy per governare non la metà, ma tutta la Francia, e così via. Gli inglesi, invece, hanno governato l’India con un sottile strato di funzionari e ufficiali e una più grande squadra di uomini d’affari che cercavano di fare fortuna. Gli inglesi, ovviamente, hanno fatto meglio. I tedeschi si esaurirono non solo ingannandosi, ma anche per aver deviato truppe e amministratori a sorvegliare direttamente alcuni paesi. Gli inglesi poterono trasformare il loro impero in qualcosa di straordinariamente importante per il sistema globale. I tedeschi hanno sbattuto non solo contro i loro nemici, ma anche contro le loro conquiste.

Gli Stati Uniti sono emersi dopo il 1992 come l’unica potenza globale ed equilibrata. Cioè, era l’unica nazione che poteva schierare potere economico, politico e militare a livello globale. Gli Stati Uniti erano e rimangono estremamente potenti. Tuttavia, questo è molto diverso dall’essere onnipotenti. Seguendo i dibattiti politici in Russia, Iran o Yemen, si riceve la sensazione che essi percepiscono che il potere degli Stati Uniti non abbia limiti. Ci sono sempre dei limiti, e gli imperi sopravvivono conoscendoli e rispettandoli.

Il limite primario dell’impero americano è lo stesso di quello degli imperi britannici e romani: demografico. In Eurasia – Asia ed Europa insieme – gli americani stanno in inferiorità numerica dal momento in cui mettono piede a terra. L’esercito americano è costruito intorno a moltiplicatori di forza, le armi che possono distruggere il nemico prima che il nemico distrugga la relativamente piccola forza schierata. A volte questa strategia funziona. Nel lungo periodo, non può. Il nemico può assorbire il logoramento molto meglio della piccola forza può americana. Questa lezione è stata appresa in Vietnam e rafforzato in Iraq e in Afghanistan. L’Iraq è un paese di 25 milioni di persone. Gli americani hanno inviato circa 130.000 soldati. Inevitabilmente, il tasso di perdite ha travolto gli americani. Il mito che gli americani non hanno lo stomaco per la guerra dimentica che gli Stati Uniti hanno combattuto in Vietnam per sette anni e in Iraq per circa la stessa durata di tempo. Il pubblico può rimanere molto tranquillo. La matematica della guerra è il problema. A un certo punto, il tasso di logoramento va semplicemente al di là dei fini politici.

Il dispiegamento di una forza principale in Eurasia è insostenibile se non in casi molto particolari in cui una forza soverchiante può essere dispiegata in un luogo dove è importante vincere. Queste occasioni sono in genere poche e rare. In caso contrario, l’unica strategia è la guerra indiretta: l’inversione dell’onere della guerra su chi vuole sopportarla oppure non può evitare di farlo. Per i primi anni della seconda guerra mondiale, la guerra indiretta è stato utilizzata per sostenere il Regno Unito e l’Unione Sovietica contro la Germania.

Ci sono due varietà di guerra indiretta. Il primo è sostenere le forze indigene i cui interessi sono in linea. Ciò è stato fatto nelle prime fasi dell’Afghanistan. La seconda è mantenere l’equilibrio di forza tra le nazioni. Stiamo assistendo a questo modulo in Medio Oriente, gli Stati Uniti si muovono tra le quattro principali potenze regionali – Iran, Arabia Saudita, Israele e Turchia – sostenendo ora una ora l’altra in un atto d’equilibrio perpetuo. In Iraq, i combattenti americani effettuano attacchi aerei in parallelo con le forze di terra iraniane. Nello Yemen, gli Stati Uniti appoggiano attacchi aerei sauditi contro gli Houthi, che hanno ricevuto una formazione iraniana.

Questa è l’essenza dell’impero. Il detto britannico è che esso non ha amici permanenti o nemici permanenti, solo interessi permanenti. Quel vecchio cliché è, come la maggior parte dei luoghi comuni, vero. Gli Stati Uniti sono in procinto di imparare quella lezione. In molti modi gli Stati Uniti sono stati più attraenti quando avevano amici e nemici chiaramente identificati. Ma questo è un lusso che gli imperi non possono permettersi.

Costruire un sistema di equilibrio

Ora stiamo vedendo gli Stati Uniti riequilibrare la propria strategia con l’imparare a bilanciare. Una potenza mondiale non può permettersi di essere coinvolta direttamente nei diversi conflitti che si incontrano in tutto il mondo. Si esaurirebbe rapidamente. Utilizzando vari strumenti, si devono creare equilibri regionali e globali senza usurpare la sovranità interna. Il trucco è quello di creare situazioni in cui altri paesi vogliono fare ciò che è nell’interesse degli Stati Uniti.

Questo sforzo è difficile. Il primo passo è quello di utilizzare incentivi economici per plasmare il comportamento di altri paesi. Non è il Dipartimento del Commercio statunitense, ma le aziende che fanno questo. Il secondo è quello di fornire un aiuto economico ai paesi esitanti. Il terzo è quello di fornire aiuti militari. Il quarto è quello di inviare consiglieri. Il quinto è quello di inviare una forza schiacciante. Il salto dal quarto livello al quinto è il più difficile da padroneggiare. La forza schiacciante non dovrebbe quasi mai essere utilizzata. Ma quando i consulenti e gli aiuti non risolvono un problema che deve essere risolto con urgenza, allora l’unico tipo di forza che può essere utilizzata è la forza schiacciante. Le legioni romane furono usate con parsimonia, ma quando sono stati utilizzate, hanno comportato una forza soverchiante da sopportare.

Le responsabilità dell’Impero

Ho volutamente parlato degli Stati Uniti come un impero, sapendo che questo termine è stridente. Coloro che chiamano gli Stati Uniti un impero di solito vogliono indicarlo come il male. Altri li chiameranno in diverso modo, se possono. Ma è utile per affrontare la realtà in cui si trovano gli Stati Uniti. E’ sempre utile essere onesti, soprattutto con se stessi. Ma è ancora più importante, perché se gli Stati Uniti si pensano come un impero, allora inizieranno a imparare le lezioni del potere imperiale. Niente è più dannoso di un impero che usa la sua forza con noncuranza.

E’ vero che gli Stati Uniti non hanno realmente intenzione di essere un impero. E’ anche vero che le sue intenzioni non contano in un modo o nell’altro. Le circostanze, la storia e la geopolitica hanno creato un ente che, se non è un impero, certamente gli assomiglia. Gli imperi possono essere tutt’altro che opprimenti. I persiani erano abbastanza liberali nella loro prospettiva. L’ideologia americana e la realtà americana non sono intrinsecamente incompatibili. Ma due cose devono essere affrontate: in primo luogo, gli Stati Uniti non possono dar via il potere che hanno. Non esiste un modo pratico per farlo. In secondo luogo, data la vastità di quel potere, essi saranno coinvolti in conflitti che lo vogliano o no. Gli imperi sono spesso temuti, a volte rispettati, ma mai amati dal resto del mondo. E facendo finta che non sei un impero non inganni nessuno.

L’atto di bilanciamento in Medio Oriente rappresenta un riequilibrio fondamentale della strategia americana. E’ ancora goffo e mal pensato, ma sta accadendo. E per il resto del mondo, l’idea che gli americani stanno arrivando diventerà sempre più rara. Gli Stati Uniti non interverranno. Gestiranno la situazione, a volte a vantaggio di un paese e talvolta dell’altro.

Le divisioni interne rallentano il percorso politico dell’Egitto

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[Traduzione di Francesco d’Eugenio da: https://www.stratfor.com/analysis/internal-rifts-slow-egypts-political-progress]

In breve

Nell’Egitto del dopo-golpe, le divisioni interne stanno ostacolando il processo politico. Il ritardo delle elezioni parlamentari impedirà al Presidente Abdel Fattah al-Sisi <https://www.stratfor.com/analysis/egypts-future-hinges-al-sisi-presidency> di fare progressi verso la stabilizzazione politica del paese, e di concentrare gli sforzi sui problemi amministrativi e sul miglioramento dell’economia. Allo stesso tempo, la lotta dello stato egiziano contro le proprie divisioni interne e contro la Fratellanza Musulmana complicheranno sia i rapporti con l’Arabia Saudita che le politiche nei confronti di Gaza.

Analisi

Il 15 marzo, nel resort egiziano sul Mar Rosso di Sharm el-Sheik, si è conclusa un’importante conferenza finanziaria internazionale. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale dell’Egitto, Middle East News, la conferenza ha portato alla firma di 40 accordi e protocolli d’intesa per un valore di 38,2 miliardi di dollari. La conferenza si è tenuta a pochi giorni di distanza da alcune decisioni cruciali della magistratura egiziana. La prima è una sentenza della Corte Suprema che dichiara incostituzionale un articolo della legge che definisce le circoscrizioni elettorali. A seguito di tale sentenza, la Corte Amministrativa ha sospeso le elezioni parlamentari programmate per il 22 marzo. La seconda sentenza viene dal Tribunale per gli Affari Urgenti, e ha designato il movimento islamista palestinese Hamas un’organizzazione terroristica.

Questi tre avvenimenti giungono mentre al-Sisi sta cercando di districarsi in un difficile clima interno e internazionale. In Egitto ha bisogno di completare il nuovo ordinamento politico seguito al colpo di stato da lui perpetrato nel 2013 ai danni del leader della Fratellanza Musulmana Mohammed Morsi. Le elezioni parlamentari sono un elemento critico di tale processo di stabilizzazione. Ci si aspettava che avrebbero eletto una legislatura compiacente, dato che sia il campo laico che quello islamista sono divisi al loro interno <https://www.stratfor.com/analysis/egypts-fragmenting-islamist-and-secular-camps>.

Al-Sisi ha bisogno delle elezioni per mantenere l’appoggio politico interno, ma un clima disteso è necessario anche ai suoi piani per ottenere i finanziamenti promessi alla conferenza di Sharm el-Sheikh. Le elezioni posticipate impediscono all’Egitto di ricevere aiuti militari dagli USA, sebbene l’Egitto stia cercando di compensare firmando accordi con la Russia.

Per fare progressi nella sua agenda politica sia interna che estera, ha bisogno che ciascuna componente del governo si muova in sincronia con le altre. Invece alla preoccupazione per la cattiva situazione economica si aggiunge la mano pesante delle forze di sicurezza interna che garantiscono la sicurezza giornaliera del paese. Queste sentenze aumentano l’incertezza del panorama politico interno.

Fratture interne

La decisione della Corte Suprema posticipa la formazione del parlamento – un organo che non esiste dal 2012, quando la stessa Corte Suprema ha sciolto il parlamento dominato dalla Fratellanza Musulmana e dal suo avversario principale, il partito salafita al-Nour. La sentenza è indice della profonda frammentazione nel governo egiziano, che vede differenze di vedute sia tra le istituzioni governative che tra i gruppi civili che appoggiano il governo.

Diverse istituzioni sentono la necessità di riaffermarsi dopo il collasso dell’esperimento democratico. In particolare il Ministero dell’Interno e la magistratura sono felici di avere i militari di nuovo al potere, ma sono preoccupati perché il grado d’ordine esistente al tempo di Hosni Mubarak non è ristabilito. Inoltre, al-Sisi è stretto tra la sua vecchia istituzione, le forze armate (che sta cercando il più possibile di conservare il controllo sull’economia), e il bisogno di coltivare la classe imprenditoriale civile.

La macchina burocratica dell’Egitto non vuole che un nuovo parlamento alteri lo status quo. I burocrati sanno di non poter impedire l’instaurarsi di una legislatura, e proprio per questo motivo vorrebbero limitare fortemente l’efficacia del parlamento. Al contrario di al-Sisi, queste forze non pensano che le divisioni nel paesaggio politico e ideologico produrranno necessariamente una legislatura impotente. Imporre delle modifiche alla legge elettorale è il mezzo che i burocrati useranno per assicurarsi che il futuro parlamento non possa minacciare i suoi interessi. Ciò permetterà inoltre a questi elementi di costringere al-Sisi a fare delle concessioni che proteggano le loro istituzioni.

Gli apparati giudiziari e di sicurezza sanno che il Presidente è un ufficiale eletto che sottostà agli umori del pubblico, rendendolo suscettibile ad agire a favore di politiche popolari che non avvantaggino necessariamente l’establishment politico egiziano. Infatti, nel suo discorso in chiusura della conferenza finanziaria, al-Sisi ha dichiarato che si sarebbe fatto da parte, qualora gli Egiziani lo avessero richiesto. Il presidente sa anche di non avere molto tempo prima che l’opinione pubblica gli si rivolga contro. Nello stesso discorso, ha dichiarato che i progetti proposti devono essere completati al più presto possibile, esortando i suoi connazionali a lavorare “mille volte di più” l’uno con l’altro e sui progetti approvati alla conferenza.

Chiaramente al-Sisi è preoccupato di un ritorno dell’incertezza diffusa ed ha bisogno di poter mostrare qualche progresso. Sa anche che capovolgere la situazione economica richiederà del tempo. Per questa ragione, ha bisogno di far vedere che il pubblico approva lo stato, e un parlamento è la chiave per raggiungere questo obiettivo.

Ritardando la formazione di una legislatura e facendo pressioni per una riforma elettorale, l’establishment dell’Egitto vuole assicurarsi di non perdere terreno mentre il Presidente cerca di rimanere al potere. Per raggiungere questo obbiettivo, deve fare in modo che il parlamento non possa agire in modo coerente, e non sia abbastanza forte da minare la sua autorità. Le forze di sicurezza non vogliono sottostare al volere popolare mediante la legislatura, e l’apparato giudiziario non vuole che il parlamento legiferi in modo da limitare il potere dei tribunali. Lopposizione della Corte Suprema alla legge elettorale ha ritardato la formazione della legislatura, e anche se il presidente risolvesse il problema, potrebbero sorgerne altri.

Tensione tra al-Sisi e la magistratura

La legge che ha determinato la bocciatura da parte della Corte Suprema avrebbe creato 567 seggi parlamentari, di cui 420 da dividere tra i singoli candidati, 120 secondo le liste di partito e 27 assegnati dal presidente. Al-Sisi ha risposto velocemente alla sentenza, ordinando che la legge venga modificata non appena le motivazioni del giudizio di incostituzionalità saranno chiare. Nella stessa dichiarazione ha anche stabilito che la nuova legge debba essere scritta entro un mese ed ha sottolineato l’importanza di procedere alla tappa successiva nel cammino politico del dopo-golpe – le elezioni parlamentari.

Sebbene il governo di al-Sisi vorrebbe superare rapidamente questo ostacolo, una nuova bozza di legge potrebbe richiedere diversi mesi, mentre la presidenza e la magistratura cercano di raggiungere un accordo su come definire le circoscrizioni elettorali. C’è poi la possibilità che anche la nuova legge elettorale vada soggetta a problemi di costituzionalità. Trovare un accordo potrebbe richiedere tempo. Inoltre, la creazione di nuove circoscrizioni comporta un ritardo addizionale per consentire ai cittadini di candidarsi.

Naturalmente al-Sisi esercita una certa influenza sulla magistratura. Ciononostante l’apparato giudiziario ha sempre goduto di una certa autonomia, persino durante l’era Mubarak. La sentenza che a novembre 2014 ha assolto Mubarak, i suoi figli e i suoi collaboratori dalle accuse di omicidio e corruzione non ha certo contribuito ai piani di al-Sisi per dimostrare che la sua ascesa al potere non rappresenta un ritorno alla situazione precedente. La fine dell’era Mubarak non ha fatto altro che costringere la magistratura a riaffermarsi, mossa dal timore di quale potrebbe essere il suo stato col nuovo governo. I giudici sanno anche che al-Sisi e i militari hanno bisogno di loro e che dovranno scendere a patti. Al-Sisi vorrebbe portare a termine il processo di normalizzazione, visto che è asceso al potere mediante un colpo di stato (anche se appoggiato dal popolo) che ha rovesciato il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto. Quest’intervento da parte della più alta corte del paese rappresenta una sconfitta.

Al-Sisi ha bisogno di muoversi velocemente anche per potersi concentrare rapidamente sul miglioramento della situazione economica – cosa che non può fare se la legittimità del governo è in discussione. Sebbene per ora la Fratellanza Musulmana sia stata contenuta, se al-Sisi non dovesse riuscire a normalizzare l’economia politica, il movimento islamista potrebbe sfruttare il possibile malcontento della gente comune. Al-Sisi sa di non poter operare una riconciliazione senza indebolire la propria posizione. Per di più, alla Fratellanza Musulmana non interessa affatto trattare con il Presidente, né gli apparati di sicurezza e altri settori della burocrazia civile approverebbero tali negoziati. L’unica possibile soluzione è fare in modo che venga formato il parlamento.

Finché la sentenza della Corte Suprema non ha messo in discussione il processo, al-Sisi era sul punto di ottenere il parlamento che voleva. In effetti, ci si aspettava che il prossimo parlamento avrebbe rappresentato sia i laici che gli islamisti, cosa che gli avrebbe garantito un’aura di legittimità. Non è chiaro quando al-Sisi potrà portare a termine il processo politico ed avere la legislatura, la sua è una corsa contro il tempo.

Politica estera

L’economia politica interna non è la sola fonte di preoccupazione per lui. Al-Sisi deve affrontare anche le sfide della politica estera. Il 28 febbraio una sentenza ha dichiarato Hamas un’organizzazione terroristica, mentre qualche settimana prima anche il braccio armato del movimento di resistenza palestinese, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, sono state dichiarate un gruppo terroristico. L’11 marzo l’Autorità Legale Statale dell’Egitto ha esposto un ricorso contro questa sentenza presso il Tribunale per gli Affari Urgenti, un altro segnale di divergenza all’interno del governo egiziano.

In un momento in cui il Cairo deve affrontare la guerriglia jihadista nella Penisola del Sinai <https://www.stratfor.com/analysis/egyptian-military-fighting-enemies-domestic-not-foreign>,

potenziali attacchi sul suo territorio, nonché il pericolo dello Stato Islamico in Libia <https://www.stratfor.com/analysis/egypt-launches-airstrikes-against-islamic-state-libya>, non ha certo bisogno di aprire un altro fronte a Gaza contro Hamas. Tuttavia, sembra che degli elementi estremisti all’interno dello stato egiziano, desiderosi di estirpare la Fratellanza Musulmana, abbiano rovesciato la politica di collaborazione con Hamas da un lato e di opposizione alla Fratellanza Musulmana dall’altro che durava da decenni. Questi duri e puri, che alcuni opinionisti chiamano “gli sradicatori”, desiderano neutralizzare tutti gli islamisti, e cercano di equiparare i partiti islamisti e le fazioni armate, specialmente lo Stato Islamico. Tali forze vorrebbero che anche il partito al-Nour venisse bandito, sebbene sia molto vicino allo stesso presidente.

I realisti invece non condividono la nuova politica contro Hamas, perché ritengono che i problemi nel Sinai si aggraveranno se il principale movimento islamista palestinese si indebolisse. I jihadisti otterrebbero più spazio sul fianco sinistro dell’Egitto, proprio nel momento in cui il Cairo si sforza perché le analoghe condizioni lungo la frontiera occidentale non si aggravino. Per molti all’interno del governo, il problema non è Hamas; essi vedono il movimento come il mezzo che la Turchia e il Qatar usano per esercitare la propria influenza sull’Egitto, ed è per questo che vogliono vedere l’organizzazione etichettata come terrorista, perché ciò renderebbe difficile per Ankara e Doha lavorare con tale gruppo.

La designazione di Hamas quale organizzazione terroristica arriva poco dopo l’ascesa al trono del nuovo monarca saudita. Il re saudita Salman bin Hamad al-Khalifa non ha alcun interesse a scontrarsi con la Fratellanza Musulmana, ed ha anzi incoraggiato al-Sisi a riconciliarsi con il gruppo (assieme agli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che forniscono aiuti finanziari all’Egitto). Per ora nulla lascia intendere che Riyadh decida di spingere seriamente su questo punto, in particolare perché l’Arabia Saudita sta cercando di barcamenarsi tra il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti sul problema della Fratellanza Musulmana <https://www.stratfor.com/analysis/saudi-arabia-can-adversary-become-partner>.

Non è altresì chiaro quanto il leader Egiziano possa realmente fare in questo senso. Date le divergenze all’interno del governo egiziano, è improbabile che possa andare lontano su questa strada. Tale mancanza di progressi potrebbe creare problemi tra il Cairo e Riyadh e acuire le divisioni interne sia nel governo egiziano che in quello saudita.

Le sentenze su Hamas e sulle elezioni parlamentari dimostrano che prima di poter affrontare le sfide chiave interne ed esterne, al-Sisi deve mantenere la coesione delle istituzioni governative. Altrimenti, diverse forze con interessi e prospettive divergenti vanificheranno i suoi sforzi per stabilizzare l’Egitto.

PROVE DI GUERRA IN ITALIA di G. Caprara

BASI

 

BASIL’esercitazione si chiamerà “Trident Juncture 2015” ,TRJE15, e sarà la più grande eseguita dalla NATO dal termine della guerra fredda. Parteciperanno forze aeree, terrestri, navali e forze speciali per la reazione rapida abilitate ad essere impiegate ovunque sia necessario. Le attività addestrative si terranno nell’autunno 2015, nelle acque dello Stretto di Gibilterra, in Spagna, Portogallo ed Italia. Il controllo delle operazioni è affidato al Comando di Trasformazione della NATO, ACT, e sarà un’attività addestrativa ad “alta intensità e visibilità”, che consentirà agli alleati di materializzare l’iniziativa delle cosiddette Forze Collegate nelle azioni specifiche, il cui obiettivo è di mantenersi in prontezza operativa per reagire in caso di crisi improvvise. La finalità dell’esercitazione è quella di testare le capacità della NRF, NATO Response Force, forza di reazione rapida della NATO ad elevata prontezza ed altamente tecnologica, abilitata ad operazioni speciali. Questa unità è stata implementata con la creazione della “spearhead force”. La denominazione del raggruppamento è: Very High Readiness Joint Task Force, VJTF, ed è composto da 5.000 soldati protetti con una adeguata copertura aerea ed affiancati da una componente navale. La formazione è in grado di schierarsi nell’arco temporale massimo di 48 ore dal momento in cui è stato dichiarato lo stato d’allarme. La TRJE15 si svolgerà dal 28 settembre al 6 novembre 2015, e simulerà uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica. Oltre 25.000 soldati parteciperanno alle attività esercitative. L’operazione è la fase finale del processo di certificazione per gli elementi di comando e controllo della NRF 2016. L’esercitazione rappresenterà, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità. Le unità aderenti all’Alleanza Atlantica che parteciperanno alla TRJE15, si aggiungeranno a quelle di stanza nei Paesi Baltici, dove sono stati schierati ulteriori 750 carri armati, elicotteri ed attrezzature logistiche, come sostegno dell’esercito statunitense all’Operazione Atlantic Resolve con l’obiettivo di confermare l’impegno della NATO nei confronti dei suoi alleati. Il Dipartimento della Difesa USA, ha rinforzato ulteriormente la difesa dell’area baltica con circa 3.000 soldati appartenenti alla brigata “combat team” della 3^ divisione di fanteria. L’Unità parteciperà alle missioni di addestramento con i partner della NATO in Estonia, Lituania e Lettonia.

La TRJE15 è stata anticipata dall’esercitazione Noble Jump, tenutasi in Polonia con la partecipazione di forze tedesche ed italiane, e dalla Joint Warriors al largo della Scozia, una esercitazione navale nella quale sono state coinvolte 50 unità di superficie, tra cui un gruppo italiano, e 70 velivoli.

L’addestramento è parte fondamentale delle attività militari, ma in questa occasione il numero delle unità coinvolte è enorme. Questo provocherà la messa in stato di allarme delle forze russe, non solo a scopo puramente difensivo, ma anche a monitorare le manovre avversarie per carpirne le tattiche e le strategie. Una condizione che potrebbe ingenerare interpretazioni errate, con la conseguenza di definire le manovre come un preludio ad una aggressione a sorpresa, possibilità già valutata nel 1983: i documenti secretati relativi all’esercitazione Able Archer ’83, hanno rivelato che l’Unione Sovietica aveva posto in stato d’allarme le sue forze nucleari strategiche in quanto erano persuasi che, in quell’addestramento della NATO, vi fosse celato un preciso piano di attacco. L’intelligence dell’Alleanza Atlantica scoprì le preoccupazioni russe, e convinse i decision makers occidentali a concludere l’esercitazione in anticipo. Gli storici indicano questo accaduto come il momento in cui l’umanità è stata più vicina all’autodistruzione, ancor più delle vicende legate ai missili di Cuba. Rimane da sperare che il buon senso prevalga anche questa volta.

Giovanni Caprara

Fonte:

Elvio Rotondo, “Imponenti attività addestrative per la NATO nel 2015”. Il Nodo di Gordio

Quando si tratta della Russia, le mani della Germania sono legate.

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[Traduzione di Redazione da: https://www.stratfor.com/analysis/when-it-comes-russia-germanys-hands-are-tied- Stratfor]

Sommario

La Germania viene tirata in molteplici direzioni quando si tratta di gestire la Russia. Il cancelliere Angela Merkel ha detto alla camera bassa tedesca, il 19 marzo, che le sanzioni economiche imposte l’anno scorso alle società russe non dovrebbero essere lasciate terminare nel mese di luglio e settembre se non fossero soddisfatte le richieste dell’accordo di Minsk. Un giorno prima, la Merkel e il presidente americano Barack Obama hanno discusso la necessità di mantenere le sanzioni in vigore. Nel frattempo, il generale statunitense Ben Hodges ha annunciato che la programmata missione di addestramento degli Stati Uniti in Ucraina potrebbe essere ritardata fino a quando non sia chiaro come la convenzione di Minsk venga posta in essere.

L’enfasi pubblica della Merkel nel mantenere le sanzioni in atto e la dichiarazione di Hodges sull’Ucraina giungono mentre la Germania sta affrontando una crisi all’interno della zona euro, la discordia tra i membri dell’Unione Europea sul futuro delle sanzioni e la possibilità che gli Stati Uniti o la Russia possano condurre una escalation in Ucraina. Queste preoccupazioni stanno legando le mani di Berlino, considerato che essa mira a conciliare le priorità strategiche della Germania e gli interessi dei suoi alleati.

Analisi

La posizione della Germania al centro dell’Europa ha storicamente condotto il paese a formulare la sua politica estera in primo luogo con la Francia e la Russia in mente. Oggi, in quanto principale potere economico e politico dell’Unione Europea, la Germania è al lavoro per mantenere la coesione del blocco e per modellare le decisioni collettive di politica estera. La Germania vuole promuovere la stabilità intorno ai confini dell’UE, ma vuole anche mantenere forti relazioni commerciali con la Russia.

Durante la crisi in Ucraina, la Germania ha avuto un ruolo centrale nel plasmare la posizione dell’Occidente. Ha unito i membri dell’UE nel sostenere le sanzioni contro la Russia nella speranza che la pressione economica su alcuni dei principali partner commerciali della Russia portasse il Cremlino a cambiare rotta in Ucraina. La Merkel ha svolto un ruolo importante nel negoziare l’accordo di Minsk di febbraio 2015, che ha portato ad un cessate il fuoco in gran parte rispettato ed il ritiro parziale delle armi dalla linea di contatto nel Donbass. Inoltre, mentre gli Stati Uniti non hanno una parte formale nei negoziati tra Russia e Ucraina, i leader tedeschi hanno mantenuto una stretta comunicazione e collaborazione con le loro controparti statunitensi durante la crisi, in particolare sulla questione delle sanzioni.

Le divisioni sulla strategia e sulle priorità, tuttavia, rischiano di minare il lavoro della Germania. Ai primi di febbraio, quando l’amministrazione Obama ha sollevato la possibilità di inviare armi in Ucraina, la Merkel è volata a Washington per cercare di dissuadere Obama dal fare la mossa. Inoltre, il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, il 16 marzo, ha sollevato pubblicamente preoccupazioni circa il fatto che le stime e le dichiarazioni della NATO riguardanti le attività russe all’interno dell’Ucraina nel corso delle settimane precedenti, non corrispondano con quelle dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Inoltre, in un’intervista pubblicata su Der Spiegel il 6 marzo, anonimi funzionari del governo tedesco hanno affermato che alcune delle stime di alti funzionari della NATO diffuse pubblicamente non corrispondono a quelle dell’intelligence tedesca e che ciò che essi credono essere dichiarazioni inesatte da parte del Gen. Filippo Breedlove, l’alto comandante della NATO in Europa, possano minacciare l’affidabilità e le prospettive dell’Occidente per una de-escalation in Ucraina orientale.

Dal punto di vista della leadership tedesca, le azioni e le dichiarazioni degli Stati Uniti contro Mosca minacciano gli sforzi di mediazione e la strategia diplomatica della Germania in Russia. In questo contesto, si può presumere che la Germania abbia influenzato la decisione di Hodges di ritardare il dispiegamento di addestratori militari in Ucraina. Ma, come gli Stati Uniti fanno un passo indietro, la Russia mette in scena le esercitazioni militari su larga scala deliberatamente progettate per inviare un avvertimento alla NATO e per evidenziare le potenziali conseguenze che dovrebbero affrontare i paesi della NATO, se l’alleanza spinge troppo in Ucraina e in Europa Orientale. Queste esercitazioni complicano la posizione della Germania, in quanto membro della NATO che lavora per limitare la risposta degli Stati Uniti che potrebbe provocare la Russia.

La vera sfida della Germania per quanto riguarda la crisi in Ucraina, però, è con i suoi alleati europei. Gli eventi in Ucraina hanno evidenziato le divisioni del blocco. L’introduzione di sanzioni richiede l’unanimità, che è difficile da trovare nel blocco continentale. Durante lo scorso anno, i paesi di tutta l’Unione Europea – dai paesi interventisti come la Polonia e i Paesi Baltici ai paesi con un insieme molto diverso di priorità strategiche come la Spagna e l’Italia – hanno votato per una serie di sanzioni guidate dai tedeschi contro individui e società russe. Gestire le divisioni all’interno dell’Unione Europea, però, sta diventando sempre più difficile, visto che la Russia continua a corteggiare paesi come Grecia, Cipro e Ungheria, promettendo una maggiore cooperazione in cambio del voto contro l’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Mentre i separatisti in Ucraina orientale iniziano a soddisfare alcune parti dell’accordo di Minsk e la Russia si astiene da intraprendere una offensiva su larga scala in Ucraina, diventa più difficile per la Germania convincere alcuni paesi dell’UE a rendere la scadenza delle sanzioni subordinata alla piena adesione degli accordi di Minsk.

Dall’inizio della crisi in Ucraina, la Germania ha raccordato con successo i vari interessi tra i membri dell’Unione Europea, mantenendo anche una stretta collaborazione con gli Stati Uniti, riuscendo a superare una politica di sanzioni che ha ricevuto il sostegno unanime. Nel corso dell’ultimo anno, Berlino ha combinato pressione diplomatica con una lenta ma sempre più significativa pressione economica sulla Russia. La Germania non è interessata al declino economico della Russia e resisterà a qualsiasi mossa da Ovest che possa aumentare la violenza in Ucraina o dare al Cremlino un pretesto per mettere da parte gli accordi di Minsk e aumentare le sue attività militari all’interno Ucraina. Tuttavia, Berlino è pronta per un lungo braccio di ferro e continuerà a sollecitare Mosca a ritirarsi dall’Ucraina.

La principale sfida di Berlino nel corso dei prossimi quattro mesi – prima della riunione di giugno dell’Unione Europea, quando il blocco deciderà sul futuro delle sanzioni – sarà di evitare disaccordi interni all’Unione tali da compromettere la sua strategia nei confronti della Russia e di continuare a moderare la posizione degli Stati Uniti. La Germania dovrà bilanciare le sue relazioni con l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Russia, mentre lavora per soddisfare i propri imperativi strategici nella regione. Ma mentre fa ciò, la gestione di problemi politici ed economici interni dell’Unione Europea, così come le relazioni tra la Russia e la NATO, limiteranno ulteriormente un governo già vincolato.

LE CONTROMISURE DELLA NATO CONTRO L’S-300 RUSSO (di G. Caprara)

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A seguito dell’accordo quadro in materia dello sviluppo del nucleare in Iran, sono state attenuate le sanzioni contro la Repubblica Islamica, ed in queste erano comprese le forniture di armi. Pertanto la Russia potrà vendere il suo sistema d’arma S-300 a Teheran. Le batterie antiaeree saranno poste, quasi certamente, a protezione degli asset nucleari ad impedire attacchi preventivi della NATO e di Israele. Ma non è detto che l’S-300 sia in grado di sopprimere la minaccia di uno strike aereo. Il parallelo con i Patriot statunitensi è vincente, in quanto il sistema difensivo russo è più avanzato soprattutto nel modo in cui viene lanciato. Infatti il missile lascia il silos che lo contiene, detto PLC, verticalmente. Questo consente una più rapida risposta per la negazione dello spazio aereo rispetto al Patriot, che deve ruotare sul lanciatore in direzione del bersaglio prima di essere eiettato obliquamente, e questo ingenera una notevole perdita di tempo. Perciò l’S-300 può essere posizionato in uno spazio ristretto, mentre quello statunitense ha bisogno di aeree aperte. Inoltre, il sistema antiaereo russo non ha bisogno di manutenzione in quanto rimane sigillato nel suo TKP, ossia il trasportatore e contenitore, sino all’uso. I segnali emessi da un radar di ricerca ed acquisizione bersagli, sono onde che si diffondono lateralmente, detti petali, pertanto per identificare la posizione della stazione emittente, il nemico tenta di intercettare i lobi laterali dell’emissione radio in modo tale da classificarne frequenza e modalità. La soluzione tecnica adottata dai tecnici russi è stata quella di ridurre al minimo i lobi laterali, ma anche di scemare le fonti di rumore e la soppressione dell’effetto doppler del lanciatore. L’S-300 usa linee di comunicazione anti jamming tramite la modalità di sincronizzazione automatica delle frequenze che vengono convogliate in un’unica postazione di comando e controllo. Questo lo rende particolarmente efficacie nel monitorare lo spazio aereo abbassando notevolmente le possibilità di scoperta da parte del nemico. L’intercettazione del velivolo ostile avviene con una triangolazione di due radar e dell’angolo azimut di avvicinamento del bersaglio. Con la raccolta di questi dati è possibile determinare le coordinate dell’incursore e lanciare il missile che ingaggerà il velivolo, od un cruise, ad una velocità pari a sei volte quella del suono con una elevata accuratezza al bersaglio. L’S-300 è trasportato su veicoli a ruote o cingolati, seguiti da attrezzature ausiliare e sistemi di allerta e può essere dotato di testate di guerra attive o semi attive. I punti deboli del sistema d’arma sono due: il primo è che la sua struttura è decisamente ingombrante; il secondo è comune a tutte le batterie antiaeree. Le onde radio si propagano in linea retta e questo impedisce la rilevazione di bersagli che volano bassi, a 30-40 metri dal suolo, pertanto un velivolo incursore potrebbe avvicinarsi fino a qualche decina di chilometri dall’istallazione missilistica prima di essere agganciato dal radar di ricerca, ed in questo caso l’incursore avrebbe la possibilità di distruggere la postazione antiaerea. L’S-300 può in parte ovviare a questa condizione sfavorevole, di fatti è dotato di una antenna a sospensione per espandere il suo raggio di ricerca, ma è alta 25 metri, pertanto diventa visibile a distanza maggiore rispetto alla sua struttura iniziale. Tutte queste caratteristiche farebbero dell’S-300 il miglior sistema al mondo rendendolo invincibile. Ma forse così non è, infatti ha due avversari temibili: il primo è l’RC-135, un aeromobile basato sul Boeing 707, configurato per missioni SIGINT. La tecnologia di cui dispone gli consente di rilevare le onde radio laterali emesse dalle batterie antiaeree, e riconoscere da dove partono ed il sistema che le sta trasmettendo. In tal modo è in grado di suggerire la rotta atta ad evitare agli incursori di essere intercettati. I cacciabombardieri potranno così passare in un corridoio senza essere agganciati e senza la necessità di sopprimere la difesa antiaerea. Altra funzione dell’RC-135, come anche dell’Orion e dell’EC-130H, è quella di disturbare le emissioni radio avversarie. Ma il nemico principale dell’S-300 è l’EA-18G Growler. Il velivolo derivato dall’F/A-18F Super Hornet, è abilitato al disturbo elettronico con la creazione di linee e bande ondulate e continue scariche elettriche che generano crepitii indistinguibili sugli schermi radar avversari. Sostanzialmente, l’operatore radar non è in grado di leggere sul monitor quello che sta accadendo, in quanto il software restituisce immagini e suoni così confusi da non poter programmare nessun lancio difensivo. Il Growler è la migliore piattaforma aerea per la guerra elettronica e dunque è in grado di accecare qualsiasi radar di ricerca, acquisizione bersagli e controllo del tiro. La soppressione delle postazioni di difesa aerea è poi affidata all’F-16CJ in configurazione wild weasel, ossia armato con il missile antiradiazione AGM-88 HARM. Questo è guidato dall’INS che lo dirige verso la fonte di emissione radio, pertanto la sua accuratezza al bersaglio è assoluta. Una tecnica difensiva adottata dall’operatore a terra, è quella di spegnere il sistema emettitore di onde, ma ciò consentirebbe agli incursori di passare indenni le difese. L’HARM, ha però un software che ricorda l’ultima posizione conosciuta dell’emissione radio e se anche dovesse venire disattivata, il missile continuerebbe verso le coordinate immagazzinate. Esistono altre possibilità per sopprimere una postazione di difesa aerea accecata da disturbatori elettronici, come i Tomahawk o le bombe intelligenti, ma anche con un attacco coordinato da elicotteri Apache, come già accaduto nell’operazione Desert Storm, dove sganciarono i missili guidati Hellfire sulle postazioni SAM nemiche. In particolare i velivoli ad ala rotante sono particolarmente adatti a questo tipo di missione, in quanto possono volare a bassissima quota, sotto quella della rilevazione radar, aggiungendo questa peculiarità all’azione di disturbo del Growler o dell’RC-135. In conclusione, l’S-300 od anche l’S-400, possono complicare una missione atta alla soppressione delle difese aeree, ma non la renderanno impossibile.

Giovanni Caprara

Fonte: My future America, intervista al Ministro della Difesa israeliano Mosche Ya’alon.

LA STRATEGIA ECONOMICA CINESE E LA SUA INFLUENZA SULL’OCCIDENTE di G. Caprara

Cina

LA STRATEGIA ECONOMICA CINESE E LA SUA INFLUENZA SULL’OCCIDENTE

Intervista al Professore Arduino Paniccia Docente di Studi Strategici, Direttore della Scuola di Competizione

Economica Internazionale di Venezia – ASCE ed analista della Rivista Militare

La Pirelli, una delle aziende più importanti del Sistema Italia, è passata sotto la gestione della China National Chemical Corporation. Il 51% della catena di controllo è dunque sotto l’egida della Cina, la quale tenderà più al valore industriale della Pirelli che a quello finanziario: questo vuol dire che l’Azienda italiana potrebbe non essere più quotata a Piazza Affari, se non con la partizione aziendale relativa ai soli pneumatici stradali. Dal punto di vista delle dinamiche economiche italiane, quanto pesa la cessione della Pirelli?

Questa domanda ne pone subito un’altra: ma esiste un “Sistema Italia”? Oppure l’economia italiana è sempre stata una sommatoria a geometria variabile di interessi corporativi e localistici, nemici di qualsiasi strategia unitaria pur di mantenere i propri vantaggi tattici? Abbiamo cercato di superare questa debolezza nazionale legando i nostri destini ai paesi “virtuosi” del Centro-Nord Europa, ma questo vincolo esterno ci ha fatto cadere dalla padella alla brace.

L’esigenza di sopperire in qualche modo alla soffocante e sempre più drammatica mancanza di liquidità provocata da una maldestra unione monetaria è il motivo principale delle partnership come quella che stiamo trattando. E anche l’attuale svalutazione dell’euro, avvenuta dopo anni di culto totemico della moneta forte, pur essendo la benvenuta, ha effetti solo nel commercio extra-UE, non incidendo per ovvi motivi nel commercio intra-UE (il cambio tra Italia e Germania resterà grazie all’euro sempre fisso). Per questo i paesi oggi in affanno cercano di riposizionare alleanze e mercati verso i “paesi emergenti” extraeuropei (a dire la verità emersi ormai da un bel pezzo), o meglio extra-euro.

In una Unione Europea nella quale ogni paese, a cominciare da quello leader, pensa solo ed esclusivamente ai propri interessi nazionali, costringendo anche gli altri membri a fare altrettanto, da un punto di vista italiano la cessione della Pirelli ai cinesi non è molto più pericolosa di una cessione della Pirelli ai tedeschi o ai francesi. E poi, la russa Rosneft era già entrata nel luglio del 2014 in Camfin, la finanziaria della Pirelli. Anzi, l’operazione fa affluire liquidità invece di drenarla. Può darsi che assuma una sua pericolosità se la si considera da un punto di vista “atlantico”, certo, ma in ogni caso le conseguenze per il cosiddetto “Sistema Italia” ormai sono negative solo in una visione retorica, non realistica.

Porre imprese e dipendenti italiani alle decisioni di aziende non appartenenti alla Comunità Europea, è depauperare il Sistema Italia del capitale intellettuale. Nel mondo globalizzato, la componente politico strategica è in diminuzione a favore del campo economico e finanziario. Tale condizione è un fattore di crescita per l’Italia, oppure sarà motivo di una ulteriore flessione dell’economia nazionale?

Anche porre imprese e dipendenti alle decisioni di aziende appartenenti all’Unione Europea è un rischio, poiché un interesse economico (e finanziario) dell’Unione di fatto non esiste, e, come già dicevamo, quando il discorso si fa concreto, ogni grande paese dell’Unione (Italia a parte) risponde al proprio interesse nazionale. Nel formare una coscienza economica comune, la moneta unica ha fallito, anzi, ha esacerbato le differenze e le rivalità tra i vari Stati.

Peraltro non è vero che la componente politico-strategica stia svanendo. I grandi stati utilizzano strategicamente la loro economia e la loro finanza per penetrare nei nuovi mercati ed acquisire nuove posizioni di forza. Parlando di capitale intellettuale, e quindi di riflesso anche di proprietà intellettuale, si può vedere adesso, dopo due decenni, come la Cina abbia sfruttato strategicamente la richiesta di manodopera a buon mercato da parte delle aziende europee, favorendo una delocalizzazione industriale indifferenziata e procurandosi così, in modo molto intelligente, una consistente parte di quella tecnologia di cui era drammaticamente carente.

Gli europei non si sono accorti che la tecnologia è un assetto strategico di un paese, come insegnano assai bene gli Stati Uniti, i quali sono estremamente restii ad esportarla, soprattutto la tecnologia legata al nucleare/energia, all’aerospaziale/difesa, al biochimico e all’elettronica. Il Congresso americano ha proibito l’esportazione dell’F-22, il più avanzato caccia esistente, sbattendo la porta in faccia, per la prima volta, a partner come Israele, Giappone o Arabia Saudita che vent’anni prima avevano ottenuto subito i loro F-15.

Esiste una delocalizzazione intelligente e una diciamo meno intelligente. La prima è quella che delocalizza produzioni e filiere non essenziali e non più remunerative, sostituendole in patria con nuove produzioni innovative a più alto contenuto tecnologico ed informativo – e quindi strategico. La seconda è quella che delocalizza qualsiasi cosa, cercando il costo del lavoro più basso a scapito di altre considerazioni, quali la qualità del prodotto e le conseguenze a medio-lungo termine dell’esportazione delle capacità produttive. Cosa quest’ultima che si è trasformata in un boomerang: è inutile lamentarsi che i cinesi oggi fanno concorrenza alle montature per occhiali italiane, se sono state proprio le aziende di occhiali italiane ad insegnare ai cinesi a farle.

L’intelligence economica è un patrimonio per le nazioni tecnologicamente evolute e costituisce un elemento centrale per le dinamiche di ogni paese, un sistema che consente ai Governi di sostenere le Aziende e di aggiungere valutazioni di carattere politico e strategico finalizzate alla tutela del patrimonio. E’ accettabile lasciar erodere la nostra sovranità economica per allearsi alla seconda potenza finanziaria mondiale?

L’Italia da decenni non ha più una strategia industriale, né una sua di intelligence industriale. La fuga di cervelli, ma soprattutto di idee all’estero è un fatto storico tradizionale, basti pensare a Guglielmo Marconi, Enrico Fermi o Federico Faggin, il vicentino, laureato in fisica a Padova, che ha inventato il microchip e che per realizzarlo è dovuto andare negli USA. E non abbiamo solo depauperato le nostre risorse intellettuali, ma anche il nostro patrimonio tecnologico e industriale: il primo personal computer è stato realizzato dalla Olivetti ancora negli anni Sessanta. Che fine abbia fatto la Olivetti lo sappiamo tutti. Quindi non è solo un problema odierno. La sovranità economica l’abbiamo persa da un bel pezzo, e non a causa della Cina.

Parlando di “strategia” tradizionalmente intesa, oggi la forza militare, anche nucleare, è ancora una componente fondamentale di uno stato che voglia essere una grande potenza internazionale. È però una forza il cui utilizzo è possibile, ma molto “virtuale” in una competizione diretta. Nessuno può negare che nel Pacifico occidentale sia in corso un confronto militare, ma non si è mai arrivati ad uno scontro a fuoco nemmeno di piccola entità. Invece la classica “guerra per procura” ereditata dalla guerra fredda non è affatto passata di moda: in Medio Oriente i continui scontri armati tra sunniti e sciiti non sono altro che una manifestazione della contrapposizione tra Iran ed Arabia Saudita per l’egemonia nella regione, ed anche in Ucraina il confronto militare tra Occidente ed Oriente passa comunque attraverso le fazioni che si contendono il paese e la nuova frontiera tra Europa e Eurasia che poi si spinge, passando per il Mar Nero, fino al Mediterraneo.

La Cina ha in corso una ristrutturazione della propria industrializzazione, che dovrebbe emigrare dalla manodopera a basso costo alla catena del valore più qualificata, quindi ad acquisire quel valore aggiunto che sinora aveva deliberatamente accantonato. Questa transizione può convincere anche gli Stati Uniti ad accettare investimenti cinesi sul proprio territorio, o continueranno a mascherare la loro sicurezza globale come patriottismo economico?

La Cina è oggi una potenza industriale matura, anche nel campo delle produzioni ad alta tecnologia come l’elettronica (basti pensare alla Huawei) o l’aerospaziale, e il Paese ha concluso la fase del basso costo del lavoro per importare tecnologia grazie alla delocalizzazione altrui.

Sicurezza globale è certamente anche “patriottismo economico”, poiché questo significa salvaguardia di asset industriali e tecnologici strategici. In questo tipo di salvaguardia gli americani, come già detto, non hanno nulla da imparare da nessuno, anzi. Tempo addietro il sito della NASA bloccò i suoi PDF perché era in corso una valutazione se alcuni di questi potevano fornire all’estero informazioni tecniche lesive della sicurezza nazionale. Eppure, si trattava di documenti alcuni dei quali erano vecchi di cinquant’anni. L’innovazione tecnologica è oggi la base di qualsiasi primato economico.

Qualche anno fa il CIRA, il Centro Italiano di Ricerche Aerospaziali, fu estromesso a livello ministeriale dalla lista delle realtà degne di sovvenzione statale. Fu un decreto dell’allora presidente Napolitano a reinserirlo. Una cosa simile sarebbe stata inconcepibile non solo negli Stati Uniti, ma per esempio anche in Francia o in Gran Bretagna.

La burocrazia nella governance europea, costringe gli investitori extra comunitari ad intrecciare rapporti con i singoli stati. La Cina potrebbe approfittare di tale condizione per minare l’alleanza europea e creare il primo polo al mondo per volume di scambi commerciali? Ma soprattutto l’interesse per l’Europa non potrebbe celare lo scopo ultimo di arginare la partnership economica euro-atlantica, ossia il TTIP?

La “Nuova Via della Seta” e il TTIP partono da esigenze diverse. E’ chiara comunque la grande differenza di impostazione strategica delle due iniziative – il TTIP come classico accordo economico appartenente alla grande tradizione postbellica delle varie ONU, FMI, WB, GATT/WTO, eccetera, e la “Nuova Via della Seta” all’interno di un sistema ancora più tradizionale di accordi bilaterali tra stati sovrani.

La “Nuova Via della Seta” è infatti sostanzialmente il tentativo, da parte della Repubblica Popolare Cinese, di istituzionalizzare, attraverso una serie di accordi bilaterali tra stati, una “nuova via commerciale” che porti le merci cinesi in Europa evitando i trasporti marittimi, lenti ed anche pericolosi a causa degli stretti e della pirateria. La sua implementazione comporta la realizzazione, attraverso capitali, imprese e spesso anche maestranze cinesi, di grandi opere infrastrutturali, ferroviarie, stradali e portuali. Essa sta assumendo un forte impatto nell’area dei Balcani, visto che questa è considerata dai cinesi strategica nello sviluppo del loro progetto.

Il TTIP per l’Atlantico e il corrispettivo TPP per il Pacifico, di cui in Italia si parla poco, assomigliano invece molto ad un tentativo statunitense di “serrare le file” dei paesi occidentali di fronte al progressivo coagularsi del blocco asiatico basato sull’asse Russia-Cina. I paesi possibili firmatari dei due trattati rappresenterebbero più del 60% del PIL mondiale ed anche da un punto di vista crudamente demografico, nonostante i noti problemi di calo di natalità ed invecchiamento della popolazione, rappresenterebbero pur sempre, più o meno, un miliardo e 300 milioni di cittadini. Una realtà della quale chiunque sarebbe costretto a tener conto.

Le ambizioni meno dollaro-centriche cinesi, sono già una realtà con l’eoocentrismo, inteso come il trilateralismo con Russia ed Iran, dove gli accordi di swap con il renmimbi hanno creato un nuovo centro di potere. Il progetto della ferrovia che congiungerà la Cina con la Germania, l’apertura del passaggio a nord-est, sono una nuova fase dei rapporti economici fra Cina ed Europa. Possono avere come scopo secondario quello di diversificare gli investimenti di Pechino per ridurre le riserve della divisa statunitense in loro possesso?

È chiarissima l’intenzione dei tre paesi citati di creare una zona di interscambio asiatica non dipendente dal dollaro. Date le dimensioni di questa zona, che coinvolgerebbe non solo Russia, Cina ed Iran ma anche le repubbliche dell’Asia Centrale e in genere, almeno indirettamente, tutti i paesi legati in qualche modo alla SCO, l’obiettivo è comunque molto difficile da raggiungere almeno nel medio periodo, proprio perché gli USA sono una vera superpotenza che gioca su tutti gli scacchieri a partire, se occorre, da quello militare.

Il deficit federale USA è sostenibile in quanto la Federal Reserve può stampare dollari e questi sono comunque sempre accettati nel commercio internazionale. Gli Stati Uniti si sono reindustrializzati, ricominciano a produrre ed esportare. Con i due trattati “oceanici” gli Stati Uniti otterrebbero una specie di super-NAFTA nel quale presumibilmente il dollaro manterrà il suo predominio. L’aggancio tra dollaro ed euro è una componente fondamentale di questo nuovo assetto monetario. E c’è perfino chi, come il premio Nobel Robert Mundell, vagheggia una moneta unica transatlantica. La cosa strana è che in Italia fino a poco tempo fa parlare di svalutazione era quasi un delitto, si paventavano conseguenze a dir poco apocalittiche. Quando poi è stato deciso l’aggancio euro-dollaro, perché di questo si è trattato, nessuno nei media si è stracciato le vesti per una svalutazione della moneta europea superiore a quella tanto temuta di un’eventuale nuova lira. Non si tratterebbe di tornare alla “liretta delle svalutazioni competitive”, ma di avere nelle proprie mani il governo della propria moneta, come tutte le vere grandi potenze, in un’epoca in cui esistono anche le guerre monetarie. La crisi del rublo è in fondo una “controffensiva” del dollaro.

Giovanni Caprara

Come la produzione di GNL degli USA influenzerà il mercato globale

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[Traduzione di Piergiorgio Rosso da: How U.S. LNG Production Will Ultimately Exploit Global Markets/Stratfor]

La crescita della produzione di gas naturale liquefatto (GNL) negli Stati Uniti è un argomento politico significativo a causa della situazione di stallo tra la Russia e l’Occidente. Il colosso energetico russo Gazprom di recente ha snobbato il potenziale di esportazioni USA di GNL nei mercati europei, sottolineando che la Russia può battere gli Stati Uniti sul ​​prezzo. Ma dato il numero di progetti di gas naturale in costruzione in Nord America, è solo una questione di tempo prima che gli Stati Uniti sia influente nei mercati globali. Con il basso costo del petrolio e il calo dei prezzi di GNL, è importante esaminare i mercati in cui le esportazioni di GNL degli Stati Uniti sono più competitive. Anche se i costi di esportazione rendono difficile per gli Stati Uniti entrare nei mercati europei e asiatici, quando i prezzi del petrolio inizieranno a salire, il collegamento tra GNL e prezzo del petrolio in Asia renderà gli Stati Uniti più competitivi, e successivamente influente.

Analisi

In un mondo di bassi prezzi dell’energia, il costo di spedizione del GNL dagli Stati Uniti verso l’Europa o in Asia è proibitivo. Paesi come il Qatar, Algeria e Norvegia, possono esportare GNL in Europa ad un costo molto ridotto, mettendo gli Stati Uniti fuori mercato. In Asia, paesi come la Malesia, Brunei e Indonesia esportano GNL a prezzi con i quali gli Stati Uniti non possono competere, almeno per le esportazioni a pronti e per contratti GNL a breve termine.

Competitività degli Stati Uniti all’estero

In qualsiasi tentativo di indebolire le esportazioni dai gasdotti della Russia verso l’Europa, gli Stati Uniti sono in svantaggio. Il trasporto di gas naturale mediante gasdotto è significativamente più economico nella maggior parte dei casi che non costruire e impiegare costose infrastrutture portuali di GNL. In termini di produzione e distribuzione di gas naturale i costi di gestione della Russia sono bassi e la loro infrastruttura di esportazione è già costruita. Alcuni dei più importanti mercati della Russia, compresi quelli in Europa Centrale, hanno già prezzi spot intorno $ 6,60 [per MMBtu – ndT]. Anche ora i prezzi del gas naturale della Russia non hanno toccato il fondo e i prezzi nei nodi scambio rimangono bassi.

Nel frattempo, i prezzi nel Regno Unito sono circa 7,16 dollari per milione di unità termiche britanniche (MMBtu) e circa 6,92 dollari per MMBtu in Belgio. Tuttavia, alcuni paesi, come gli Stati Baltici, si sono dimostrati disposti a pagare un po’ di più per il gas degli Stati Uniti per mantenere l’influenza russa al minimo. La Lituania e la società con sede a Houston Cheniere Energy Inc. hanno un accordo non-vincolante per l’acquisto di gas naturale, ma solo se i prezzi torneranno simili a quelli vigenti di norma in Europa.

I contratti in essere negli Stati Uniti si basano sui prezzi spot dell’indice nel nodo di Henry Hub, con un canone forfettario aggiunto per i costi di liquefazione e trasporto. Cheniere ha firmato diversi contratti di 20 anni per il suo impianto di Sabine Pass LNG, situato in Louisiana, al confine con il Texas. Le condizioni contrattuali in genere applicate prevedono circa il 115 per cento del prezzo del gas naturale vigente negli Stati Uniti (attualmente 2,81 dollari per MMBtu) con un supplemento di $3.00 per MMbtu per i costi di liquefazione. Considerati atri oneri per il trasporto, l’assicurazione e la rigassificazione, il costo totale del gas naturale ai terminali GNL in Europa è ovunque da $ 7 a $ 8. Comparativamente, i prezzi del gas naturale negli Stati Uniti sono relativamente più bassi e probabilmente aumenteranno indipendentemente del prezzo del petrolio – i prezzi del petrolio e del gas naturale negli Stati Uniti non sono collegati. In breve, gli Stati Uniti sono solo marginalmente competitivi ai prezzi correnti di GNL e non possono battere i bassi costi di esercizio della Russia.

Gli stessi svantaggi che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare in Europa, valgono anche per l’Asia. I prezzi di GNL per la Corea del Sud, Cina e Giappone sono circa gli stessi che in Europa, solo il costo di trasporto è maggiore a causa delle lunghe distanze coinvolte. Con la nuova capacità di esportazione di GNL prossimamente disponibile in Australia, gli Stati Uniti devono competere con progetti della medesima intensità di capitale, ma più vicino ai loro mercati di esportazione.

La scala di influenza

Mentre gli Stati Uniti non minacciano la quota di mercato della Russia in Europa, o eventualmente in Asia, il potenziale di esportazione di GNL dagli USA migliora la leva finanziaria dell’Europa nei confronti della Russia, fornendo una fonte alternativa cui attingere. Inoltre, aiuta a creare un prezzo massimo del GNL nei negoziati con la Russia o altri fornitori di gas naturale. Nel tempo, la crescita del GNL nord-americano costringerà i tradizionali partner di importazione a ricercare prezzi più bassi per le nuove fonti di gas naturale.

La scala esatta delle esportazioni del GNL dagli Stati Uniti non è chiara e dipende in larga misura dal prezzo. La massima quota di esportazioni probabilmente sarà dell’ordine di 50 miliardi di metri cubi, una considerevole aggiunta alla fornitura GNL globale. Inoltre, entro il 2020, gli Stati Uniti e l’Australia da soli potrebbero aumentare l’offerta di GNL globale di ben 150 miliardi di metri cubi; il mercato nel 2013 era solo di 325 miliardi di metri cubi. L’impianto GNL di Sabine Pass entrerà in produzione entro la fine dell’anno, ma le altre strutture ancora in fase di costruzione non vedranno la produzione prima del 2017 o 2018. La Russia e gli altri concorrenti hanno quindi ancora qualche anno per proteggere i mercati e minare i possibili contratti GNL alternativi offrendo prezzi più bassi.

La crescita globale dei mercati di GNL aiuterà i mercati europei ad allontanarsi da contratti indicizzati ai prezzi del petrolio, in alternativa alla creazione di prezzi determinati nei nodi di scambio del gas naturale. Questo alla fine consentirà ai prezzi del gas e del petrolio di disaccoppiarsi, come negli Stati Uniti. Questo processo è importante per l’Unione Europea ed è una pietra angolare del suo Terzo Pacchetto Energia e dell’Unione Energetica. Anche la Russia ha iniziato la transizione, in alcuni casi, l’esempio più notevole è l’accordo di Gazprom con l’Italia del maggio 2014: Gazprom ha ceduto sul meccanismo dei prezzi con ENI, basandosi sui prezzi a pronti, invece dei contratti preferiti da Gazprom, che sono ancorati al prezzo del petrolio.

Qualora il prezzo del petrolio aumentasse, i prezzi del GNL asiatico vedrebbero il maggior cambiamento, dominati come sono da contratti a lungo termine indicizzati al petrolio. Poiché il mercato asiatico è circa cinque volte più grande di quello europeo, la maggior parte dei contratti firmati dagli esportatori di GNL nord-americani sono stati firmati in questa regione. Corea del Sud, Cina e Giappone sono anche i tre principali importatori, offrendo più potenziale e maggiori opportunità.

Gli Stati Uniti sono anche in grado di sfruttare mercati locali che hanno bisogno di gas naturale, come il Brasile, l’Argentina e il Messico, paesi lontani dai maggiori fornitori di GNL. Tuttavia i mercati complessivi di GNL di Brasile, Messico e Argentina sono piccoli, e tutti e tre sono grandi produttori di energia per conto loro.

Tenuto conto di tutti questi fattori i cinque impianti GNL nord-americani che sono in costruzione molto probabilmente entreranno in funzione così come quelli australiani. Ma molti progetti statunitensi che non hanno ancora avuto il via libera saranno probabilmente ritardati e potrebbero non essere mai costruiti. L’opzione più probabile è l’espansione di quelli esistenti. In definitiva gli USA non saranno in grado di competere direttamente con la Russia in Europa e in Asia. Piuttosto l’inserimento delle sue notevoli capacità di esportazione di GNL nel mercato globale aiuterà l’Europa a cambiare i suoi contratti con la Russia e porterà a maggiori opportunità in Asia.

Dove va la Lega? di A. Terrenzio

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salvini putin-2Il coro di sdegno da parte dei circo mediatico e politico nostrano, a seguito delle dichiarazioni di Salvini sulla proposta “shock” di “radere al suolo i campi rom,” con puntuale disgusto di tutte le anime belle, che sono inorridite di fronte a tale uscita, rappresenta l’ennesimo tentativo di deviare l’attenzione mediatica, su tematiche di second’ordine, da questioni più vitali per il nostro Paese. La PdC Boldrini, non si è fatta attendere: “non si puo’ dire radere al suolo!” ha redarguito la campionessa del politicamente corretto, bacchettando il turpe e “becero” leghista.

Se i seguaci del boldrinismo piu’ oltranzista, invece di impiegare il loro tempo nel sanzionare o correggere l’uso discriminante del linguaggio – verso situazioni di disagio e difficoltà economiche, affrontate da milioni di imprenditori e lavoratori italiani, sempre piu’ spesso costretti al suicidio o a commettere gesti di folle disperazione, come quello della strage del tribunale di Milano – si concentrassero sul paese reale e sui suoi problemi forse si renderebbero appena meno inutili di quanto sono attualmente. Ma questa e’ la compagnia di personaggi da avanspettacolo che ci ritroviamo, totalmente distaccata dalla realta’. Per loro una parola politicamente scorretta, come “zingaro”, assume un valore cosi’ lesivo della dignita’ umana, ma poi se ne fregano bellamente se il “popolo in carne ed ossa”, quello fatto di gente che lavora e porta avanti la nazione, non arriva alla fine mese ed e’ massacrato da tasse e crisi. Questo ceto medio semicolto, intriso di universalismo democratico e di terzomondismo cialtrone, e’ quanto di peggio questa Repubblica abbia partorito dal ‘68 ad oggi, e rappresenta il vero cancro culturale della nazione, del quale e’ indispensabile liberarsi al piu’ presto.

Fatta questa premessa  la notizia che ci sembra interessante commentare sulla Lega e’ però un’altra: quella di soddisfazione espresse dal Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, subito dopo la rielezione di Netanyahu, leader del partito di destra Likud, a Capo della Knesset israeliana. Maroni ha detto: “Nonostante le posizioni personali dobbiamo supportare Netanyahu e il suo governo perché è stato eletto democraticamente” e in un’ intervista su una tv israeliana, Radio 24, ha dichiarato: “Netanyahu sa cosa fare e sono sicuro che vuole la pace in Medio Oriente, che significa pace nel Mediterraneo. Anche per questa ragione, ho incontrato il premio Nobel per la pace Shimon Peres”. Ora, non e’ nostra intenzione giudicare in questa sede quanto valga, in realta’, la volonta’ delle Lega, di accedere al “mondo che conta” o farsi “amici di alt(r)o profilo”, tendendo la mano ad Israele o fremitare per stringerla ai neocon repubblicani Usa, come ricorda Francesco Boezi sull’ID. Ciò che qui ci interessa valutare e’ quanto tale avvicinamento possa interferire con le istanze sovraniste avanzate dal partito di Salvini e le altre promettenti iniziative che lo avevano visto, qualche mese fa, protagonista nei suoi viaggi a Mosca, per ricucire i rapporti con la Russia dopo il conflitto ucraino, a causa di sanzioni imposte dall’Occidente, le quali hanno causato gravi perdite all’export italiano. Inoltre, Salvini aveva piu’ volte sostenuto la necessita’ di una apertura politica ed economica ad Est, nonché l’esigenza’per l’Europa di una partnership strategica con la Russia. Tali dichiarazioni, hanno addirittura spinto qualche commentatore a definire questa mossa di Salvini la “svolta eurasiatica”.

Dalle pagine di questo blog avevamo anche commentato tale “svolta”, unita alle istanze anti-austerity rivolte contro Bruexelles ed il suo apparato di tecno-burocrati, con l’ingresso nel gruppo di partiti euroscettici guidato dal Front National di Marine Le Pen, come possibilità di nascita, anche in Italia, di un movimento sovranista e nazionalista, capace di ostacolare il progetto di asservimento ad un modello di capitalismo filo-atlantico che sta costantemente erodendo il tessuto produttivo nazionale e rendendo il nostro paese sempre piu’ colonia e preda di capitali stranieri.

In piu’ la Lega di nuovo corso salviniano ha avuto senza dubbio il merito di rappresentare un populismo dai connotati piu’ radicaleggianti e meno vaghi di quello di un M5S, il quale su temi come Euro e immigrazione ha mostrato limiti e titubanze.

La Lega ha, inoltre, avuto il merito di riportare in piazza quei settori produttivi vessati dai diktat di un’Europa costituita da istituzioni antidemocratiche ed impersonali, oltre a manifestare stanchezza per un’immigrazione fuori controllo, motivo di insicurezza e disagio sociale.

La Lega, tuttavia, verrà presto messa alla prova dagli eventi. Verrà saggiato il suo coraggio e la sua coerenza perché è sempre difficile tenere due piedi in una scarpa. Non sempre si potrà dissimulare amicizia verso tutti, in ogni caso, ciò non mette al riparo da vendette e coltellate alla schiena. Ci ricordiamo di Silvio Berlusconi, amico tanto di George Bush quanto di Vladimir Putin, poi disarcionato da un golpe bianco architettato proprio a Washington e messo in atto da sicari nostrani. Ma oggi lo scenario geopolitico mondiale, pur nella sua estrema “fluidita”, sembra aver trovato una contrapposizione dicotomica molto più che apparente: quella, appunto, tra Usa e Russia intorno alla quale però ruotano interessi diversificati e protagonisti agguerriti. La ridefinizione degli scenari geopolitici, la ridiscussione di vecchi schemi di alleanze (non ultima l’apertura degli Usa al nucleare iraniano, con disappunto di altri alleati regionali della Casa Bianca, quali Israele ed Arabia Saudita), sembra avere dei riflessi anche sulle posizioni di partiti dalle istanze sovraniste, come la Lega in Italia e il Front National in Francia. Pertanto, le ambiguità e le enigmaticità negli approcci tra attori, rispecchiano la mobilita’ dello scacchiere internazionale, con evidente confusione ideologica, anche di quei partiti nazionalisti, che in linea di principio vorrebbero l’affrancamento dei loro Paesi dal dominio atlantista.

Riprendendo i concetti di Gianfranco La Grassa, ci vorra’ ancora del tempo prima che gli Usa perdano la loro supremazia, consentendo l’apertura di una piena fase multipolare, caratterizzata da scontri più diretti.

Stando agli scenari descritti, la Lega sta comunque svolgendo in Italia – al netto degli eccessi e delle dichiarazioni sopra i toni su immigrati e rom – un ruolo positivo che dovrà essere raccolto da forze sovraniste piu’ conseguenti e dai contenuti piu’ radicali, specie in contrapposizione al dominio Usa sull’Europa, vero giogo che priva il Continente di una propria libertà strategica, economica e culturale. Non è ancora nato, nel nostro paese o altrove, un movimento capace di tracciare e seguire la strada più efficace per rompere le catene atlantiche, eppure qualcosa si muove. Sappiamo, dalla Storia, che occorrono lunghe e difficili gestazioni per far giungere a maturazione idee e persone (gruppi) in grado di materializzare alternative e rotture epocali.

RITAGLI DI GIORNALE – 04.04.2015 di Malachia di Armagh

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Il 23 marzo il premier Matteo Renzi è intervenuto alla Luiss e davanti agli studenti ha riproposto alcuni punti “forti”, ripetuti più volte negli ultimi tempi, che caratterizzano il suo modo di fare propaganda politica. Tra l’altro ha ribadito, in polemica con Scalfari, le sue convinzioni sul miglior “stile” di governo per il nostro paese:

<<C’è bisogno di un governo che faccia il governo. Autorevoli pensatori e professori mi accusano di essere autoritario, qualcuno ha parlato di democratura. Se non si decide il paese viene consegnato alla palude. Se non avessi preso decisioni saremmo di fronte al fallimento della democrazia>>.

E ancora:

<<Trovo avvilente che chi parla di ‘dittatura’ e democratura, non dica che in un sistema democratico chi è legittimato a decidere non è un dittatore. Quando c’è uno che decide si chiama democrazia[…]. Tradisce la fiducia chi passa il tempo a vivacchiare e a far scorrere i giorni senza che l’Italia abbia le riforme di cui ha bisogno>>.

Prendendo in contropiede coloro che lo ritengono un bravo comunicatore e magari soltanto quello Renzi ha, poi, esposto alcune considerazioni autocritiche:

<<Passiamo per comunicatori ma ritengo che il governo non sia stato bravo a comunicare quello che ha fatto. Rovescio l’assunto: il governo ha fatto molto di più di quello che ha comunicato. E questo lo considero un errore clamoroso. Chi fa più di quello che comunica nella politica di oggi sta sbagliando tutto perché comunicazione è il modo di entrare in rapporto con i cittadini che sono i controllori, punto di riferimento fondamentale>>.

Il primo ministro ha poi parlato della sua idea di ” centralità della politica” e della necessità di cambiare “modus operandi” ricordando, tra l’altro, che <<siamo un Paese in cui i ministri cambiano di anno in anno e i tecnici restano per sempre. Spesso chi comanda è il tecnico perché ha le informazioni chiuse nel cassetto. Il capo del gabinetto padrone dell’informazione, può orientare la decisione>>.

Il professor Panebianco ci ha ormai abituato ad interventi sul Corriere dal contenuto particolarmente “partigiano” e di un filo-atlantismo smodato; su Renzi che – dopo il pensionamento di Napolitano sembra avviato a diventare il nuovo commissario governativo per gli Usa in Italia – già nel giugno dello scorso anno scriveva:

<<Matteo Renzi sta forzando, spingendolo a cambiare, un sistema politico-istituzionale, i cui riti, le cui pratiche, le cui procedure, sono al servizio dell’immobilismo, della mediazione senza decisione. Ottenendo per giunta, lui indiscutibilmente uomo di sinistra, di essere trattato come un politico di destra da quella parte del suo partito e del suo mondo abituati a credere che la decisione non abbia nulla a che fare con la democrazia, abituati a credere che la cosiddetta «dialettica democratica» sia più o meno raffigurabile così: un gruppo di persone che si agitano tanto, stando, ciascuna, rigorosamente ferma sulla stessa mattonella. Il massimo di movimento apparente unito al massimo di immobilismo sostanziale>>.

Adesso, passato poco meno di un anno, quasi nessuno se la sente di dire che Renzi sia indiscutibilmente un uomo di sinistra sia perché l’idea di sinistra che il “politicamente corretto” tenta di propinarci appare sempre più confusa sia perché, per talune aree politico-culturali, “sinistra” e “Stato sociale” sono sinonimi e il premier ha portato avanti nell’ultimo periodo una linea che critica la politica Ue dell’austerità ma in funzione della priorità riservata alle esigenze di banche e imprese e quindi, concordemente con tutte le istituzioni e gli stati guida dell’Unione, che punta a finanziare essenzialmente le “sofferenze” degli istituti di credito con la leva monetaria e con quella fiscale. Il Qe (alleggerimento quantitativo), in fondo, è stato finalmente deciso proprio perché gli stati europei siano a loro volta in grado di supportare queste esigenze e di limitare il credit crunch. Il piano Juncker con l’aiuto delle Bei potrebbe, nei prossimi mesi, portare ad una iniezione di 315 miliardi di euro nell’economia della Ue destinati, in teoria, a supportare direttamente l’economia reale ma di fatto questo flusso, quando non passerà attraverso i grandi istituti di credito indipendenti, sarà gestito dalla banche nazionali di sviluppo come la nostra Cdp. Sempre nell’articolo di cui sopra il politologo, inoltre, affermava che

<<quella di Renzi è una politica della decisione che si trova a fronteggiare sia istituti sia idee, visioni della politica, costruite su opposti principi. Costruite, più precisamente, su un insieme di (aberranti) sillogismi: «La decisione è di destra. La destra è fascismo, l’opposto della democrazia. La democrazia, quindi, è non-decisione, è mediazione senza decisione». Diversi Soloni, difensori dell’intoccabilità della Costituzione, disinteressati o ignari di come funzionano le buone democrazie, lo hanno eletto a dogma e il dogma, col tempo, si è trasformato per tanta gente in luogo comune: provare a fare dell’Italia una democrazia che decide significa coltivare disegni autoritari, significa avere nostalgie di fascismo. È su questo scoglio, su questa barriera mentale che si è sempre infranto, fino ad oggi, ogni serio tentativo di riforma istituzionale. Ed è anche il paradosso del politico Renzi>>. A proposito di democrazia deliberativa e decisione mi sembra utile riportare alcune considerazioni tratte da una intervista (del 03.09.2014) alla professoressa Nadia Urbinati, titolare della cattedra di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, in cui ella definisce

<<la democrazia, un sistema di governo e una forma politica che riposa essenzialmente sul discorso, l’arte della persuasione che muove in concerto persone tra loro diverse ed estranee. Incanalare le azioni verso la decisione (ovvero verso un esito univoco) è opera delle procedure democratiche, convenzioni che sono coerenti ai principi di questa forma di governo: contare voti di egual peso secondo la regola di maggioranza e lasciare che ciascuno contribuisca con la parola alla costruzione della decisione. Il legame con il mondo sociale e storico è inevitabile in quanto queste procedure agiscono su una materia che à fatta di interessi e opinioni di individui concreti, i protagonisti del governo democratico>>.

Quindi le procedure deliberative costituiscono l’assetto formale di un certo “regime” politico che viene chiamato democrazia ma il nocciolo della questione implica la presa in considerazione delle complesse relazioni tra democrazia, libertà, potere di disposizione e potere di decisione. Le ulteriori osservazioni della Urbinati, che qui di seguito propongo, non mi sembrano a tal proposito esaustive:

<<il liberalismo politico (governo moderato e fondato sui diritti individuali) e la democrazia sono intrecciati perché senza le libertà di parola e associazione i cittadini non possono contribuire a costruire opzioni politiche e a scegliere di schierarsi, pro o contro, ovvero a formare una maggioranza o a finire all’opposizione. Si ritorna insomma al ruolo fondamentale che la libertà politica assume nel garantire l’isegoria(1). Autori come Chantal Mouffe che insistono sulla centralità del conflitto in democrazia hanno però difficoltà a contemplare il momento della decisione. Quando si decide, si verifica un’interruzione momentanea del processo conflittuale o di antagonismo – o meglio quel processo si sposta fuori dalle istituzioni, le quali procedono secondo quella specifica visione selezionata dalla maggioranza. Quindi non è sufficiente dire che la democrazia è basata sul conflitto (o il suo opposto, il consenso); bisogna specificare che la democrazia è prima di tutto metodo di decisione basato sulla regola di maggioranza. Questa specificazione è fondamentale perché elimina alla radice il consenso unanimistico, che non fa parte della democrazia anche perché esso può conferire il potere di veto anche a uno solo, ovvero assegnare potere alla minoranza invece che alla maggioranza. La democrazia comincia quando non si è d’accordo e si deve poter decidere e quando di decide di decidere contando i singoli voti secondo il principio di maggioranza, che, come si intuisce, presuppone l’esistenza di una minoranza (cosa che, invece, il principio unanimista non presuppone: qui, infatti, l’esistenza dell’opposizione è vista come una sconfitta). La regola di maggioranza e il voto individuale sono le condizioni fondamentali che caratterizzano la democrazia rispetto a sistemi non-democratici. E’ per questo che liberalismo (quello politico) e democrazia si implicano a vicenda, hanno bisogno l’uno dell’altro>>.

Traggo ora dalla voce Teoria delle elites di Giorgio Sola (Enciclopedia Treccani – 1993) alcuni spunti che credo si possano ricollegare ad alcune riflessioni di La Grassa negli ultimi anni. Lo studioso accenna al confronto che la suddetta teoria ha sviluppato con il modello marxista e con quello pluralista. Alla teoria delle classi, di derivazione marxiana, si è obiettata l’infondatezza dell’assunto che lega indissolubilmente il potere politico al potere economico. L’origine della formazione delle ineguaglianze sociali e politiche, nonché della contrapposizione tra dominanti e dominati, secondo gli elitisti non va ricercata nella proprietà privata dei mezzi di produzione, “bensì nella struttura di autorità presente nei diversi contesti organizzativi”. In ogni organizzazione s’individuano non due classi, ma due gruppi contrapposti: coloro che occupano le posizioni di vertice e monopolizzano il potere e coloro che si trovano a svolgere ruoli subordinati. “In una società quindi vi possono essere tanti gruppi dominanti quante sono le principali organizzazioni esistenti, e i loro rapporti possono essere improntati alla competizione e al conflitto oltre che alla coesistenza e alla concertazione”. L’altro modello, quello pluralista, risale ad Arthur F. Bentley (1908) e interpreta la politica come il risultato di un’incessante interazione tra gruppi di interesse e di pressione. Secondo questo modello, sviluppato negli anni cinquanta da David Truman e David Riesman, la struttura del potere delle società contemporanee risulta caratterizzata da un sostanziale equilibrio di forze controbilanciate: “non esiste una élite dominante, ma una disgregazione del potere connessa a una pluralità di gruppi che competono e si controllano a vicenda nell’articolazione degli interessi e nella traduzione di questi in domanda politica”. A questa configurazione gli elitisti hanno contrapposto il modello della concentrazione del potere nelle mani di una élite più o meno unitaria, e hanno eccepito la natura apparente e superficiale della conflittualità degli interessi in gioco, che maschera la realtà della difesa di alcuni interessi predominanti. Di mio posso aggiungere, partendo da La Grassa, che il sistema rappresentativo e il principio di maggioranza in quanto forma fenomenica del regime detto democratico nascondono l’elemento essenziale, ovvero la lotta tra coloro che, come aggregazione di individui in gruppi, hanno il potere di disposizione effettivo delle risorse – non solo economiche ovviamente ma anche organizzative, scientifico-culturali, militari, di polizia ecc. – necessarie per il conflitto strategico finalizzato alla conquista della supremazia. Non sono le procedure formali, il voto, le norme costituzionali atte a garantire che le decisioni vengano prese a maggioranza, a determinare la possibilità per (tutti) gli individui e gruppi sociali di partecipare alla lotta per il potere ma l’effettivo comando su determinate risorse necessarie per ambire all’esercizio del dominio.

E adesso concludiamo con un altro, recentissimo (29.03.2015), articolo di Panebianco:

<<Sia Berlusconi ai suoi bei dì che Matteo Renzi da quando è al governo sono stati accusati di autoritarismo, di rappresentare una minaccia per la democrazia. Ma c’è una grandissima differenza. Berlusconi aveva contro (ferocemente contro) metà dell’Italia e, per conseguenza, anche una grande quantità di persone che contavano tantissimo sia dentro che fuori il Paese. Renzi, invece, è accusato di autoritarismo solo da una minoranza (sinistra pd, Cinque Stelle, una parte del sindacato), per lo più composta da sconfitti, molti dei quali presumibilmente in marcia verso una definitiva marginalità politica . Non è la stessa cosa. E infatti le campagne contro Berlusconi e il suo supposto autoritarismo videro impegnati eserciti sterminati, guidati da persone dotate delle risorse necessarie per alimentare un volume di fuoco elevatissimo, capaci anche, ad esempio, di arruolare nella crociata antiberlusconiana fior di cronisti stranieri, figure di spicco del Parlamento europeo, eccetera eccetera. Niente del genere è accaduto e accade a Matteo Renzi>>.

Evviva, il grande politologo, l’ha detto ! Come il blog e La Grassa e Petrosillo in primis hanno ripetuto da tempo immemorabile l’Italia è veramente una semicolonia guidata dai “cotonieri” e da emissari Usa. Berlusconi, fino alla sua caduta “prima della caduta” (La Grassa docet) era una anomalia, non era l’uomo giusto, si muoveva a volte in maniera autonoma. Era liberale, liberista e anticomunista ma “populista” e quindi nei fatti preoccupato per la possibile perdita dei consensi non solo nel ceto medio ma anche tra i lavoratori autonomi (a reddito medio-basso) e dipendenti delle piccole imprese. Della sua politica estera poi è stato detto tutto. Ma Renzi, invece, è l’uomo di Obama, adesso, e lo sarà, salvo incidenti, anche del prossimo presidente Usa, poco importa se repubblicano o democratico. Per il momento, quindi, è in una “botte di ferro” anche se gli imprevisti sono sempre possibili come la disgraziata fine di Attilio Regolo ci rammenta. Panebianco conclude tentando di defilarsi ma inutilmente:

<<non c’è contraddizione fra volere un rafforzamento del governo (e dunque un accrescimento delle capacità d’azione di chi momentaneamente lo controlla) ed essere pronti a criticarne le singole decisioni e azioni. Proprio se si auspica, perché serve alla democrazia, un più forte potere esecutivo, occorre essere pronti a fargli le bucce ad ogni passo falso. Le democrazie hanno bisogno di governi forti (e chi scambia ciò per «autoritarismo» prende lucciole per lanterne). Non hanno invece bisogno di stuoli di cortigiani sdraiati ai piedi del suddetto governo forte. E il premier ne ha tanti>>.

Abbiamo bisogno di critici intelligenti e moralmente integri, di politici e pensatori che rifiutino di comportarsi da servi. Dove trovarli ? Si accettano suggerimenti.

(1)Da Wikipedia- Isegoria (da isos = uguale + ὰγορεύω = parlare in assemblea) designa l’eguale possibilità di prendere parola nelle pubbliche assemblee, considerata uno dei cardini della democrazia greca.

 

 

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