L’ambiente marittimo dell’India in evoluzione

Styled_logo

[traduzione di Piergiorgio Rosso da:India’s Evolving Maritime Environment | Stratfor

 Riassunto

 Nonostante una lunga storia di attività commerciale in mare, l’India non è mai stata una vera e propria potenza marittima. L’India pre-moderna non ha attivamente evitato il mare come ha fatto la Cina delle ultime dinastie Ming e Qing, ma nemmeno è stata dipendente dal mare per la sua esistenza. Ciò era in gran parte dovuto al fatto che, come nella Cina dinastica, l’abbondanza agricola aveva lasciato l’India dei primi regni con poca necessità di andare oltre il centro geografico del subcontinente alla ricerca di risorse. Pertanto, se anche il commercio marittimo ha storicamente informato la vita costiera indiana, esso non è mai stato né economicamente né politicamente essenziale. E’ invece il conflitto di terra che ha dato forma ai contorni della massima parte della storia politica indiana.

Oggi, davanti ai suoi crescenti bisogni energetici ed alla montante concorrenza da parte di altre potenze regionali – in particolare la Cina – l’India sta lavorando per garantire la sua influenza nel e oltre l’Oceano Indiano.

 Analisi

 Il mare è entrato nella storia indiana in un modo nuovo dopo che l’impero britannico ha preso il controllo formale della maggior parte del subcontinente nel 1858. L’India, quindi, divenne il motore economico dell’impero globale britannico, una condizione che ha tenuto per quasi un secolo.

L’effetto della colonizzazione britannica dell’India è stato multiforme. In quanto colonia, l’India è stata tirata dentro un sistema commerciale globale che la teneva economicamente dipendente da Londra sia come fonte di capitali che per la domanda di materie prime. Questo ha ostacolato lo sviluppo di un settore industriale domestico nell’India coloniale. Ma ha anche generato l’ideale politico dell’autosufficienza che ha influito sulla visione che l’India si è data relativamente al suo posto all’interno del quadro economico globale del secondo dopoguerra e del suo rapporto con la prima potenza marittima dominante, gli Stati Uniti.

 L’ambiente marittimo dell’India moderna

 La posizione geopolitica dell’India dopo l’indipendenza si è evoluta nel contesto di un conflitto di sfere d’influenza molto più grande tra l’eurasiatica Unione Sovietica e i marittimi Stati Uniti. Uno specifico timore d’invasione da parte di un marina militare straniera ha segnato la politica estera indiana nei primi anni di indipendenza. Questo in parte spiega la scelta iniziale dell’India nel formare un’alleanza con l’Unione Sovietica piuttosto che con gli Stati Uniti, che i leader indiani temevano potesse semplicemente sostituire la Gran Bretagna come impero marittimo. Mentre i conflitti immediati indiani erano principalmente terrestri, le dinamiche fondamentali alla base di questi conflitti avevano le loro radici nella competizione globale tra i modelli geopolitici dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti.

Il crollo dell’Unione Sovietica ha radicalmente trasformato il contesto marittimo dell’India. La crescita economica e la crescente concorrenza globale per le risorse ha soppiantato le alleanze della Guerra Fredda come orientamento della geopolitica. L’India inizialmente si è persa in questo nuovo contesto, mentre la Cina, al contrario, eccelleva. Nel 1991, New Delhi, cercando di tenere il passo con la crescente influenza economica cinese nel Sudest asiatico, ha emanato la politica del “Guardare a Est”, che è stata progettata per rafforzare i legami politici ed economici dell’India con i paesi della regione del Mar Cinese Meridionale e oltre.

 La sfida della Cina

 Con la politica “Guardare a Est”, l’India ha cercato di duplicare le mosse cinesi, in particolare dopo il 1992, per costruire una rete globale di risorse che consentissero di mantenere alti livelli di crescita economica. In primo luogo, l’India ha lavorato per migliorare le proprie connessioni energetiche e la propria influenza politica in Asia meridionale e orientale – una mossa accolta come benvenuta da paesi, come il Vietnam e le Filippine, che stavano cercando di costruire contrappesi multipli alla crescente presenza navale cinese nella regione.

Al stesso tempo, “Guardare ad Est” era stato progettata per spostare il terreno di competizione potenziale tra Cina e India, lontano dalla area di influenza indiana immaginata- l’Oceano Indiano – e più indietro, verso la Cina, nel Mar Cinese Meridionale. Brigando nelle vicinanze della Cina, dove gli interessi indiani erano piuttosto accessori che fondamentali, Nuova Delhi sperava di distrarre Pechino e mettere in stallo o complicare le mosse cinesi nell’Oceano Indiano. Il tener occupata la Cina all’interno della sua propria sfera marittima, beneficia la posizione dell’India nel suo contesto di sicurezza immediato. E, convenientemente, coincide con gli sforzi di Washington volti ad impedire alla Cina di espandersi oltre i mari cinesi dell’est e del sud, due ambienti dove gli Stati Uniti sono più attrezzati per contrastare la marina cinese. L’India vuole spostare il campo della competizione, in quanto l’espansione cinese nell’Oceano Indiano rappresenta una minaccia diretta alla capacità dell’India di controllare il settore marittimo dell’Oceano Indiano. Ciò è particolarmente vero per le mosse che potrebbero dare alle forze militari cinesi un facile accesso alle linee di costa indiane; le mosse che urtano direttamente gli investimenti energetici indiani nelle isole Andamane e nei mari arabici; e anche le mosse che potrebbero aiutare il Pakistan. L’India può e forse deve accettare un certo grado di presenza cinese nella regione, ma qualsiasi schieramento che mettesse l’India in una posizione di svantaggio rispetto alla Cina, porrebbe una potenziale minaccia esistenziale di lungo termine. La minaccia è amplificata nel momento in cui l’India ha bisogno di mantenere o addirittura accelerare gli attuali tassi di crescita economica, perché l’India, come la Cina, non è in grado di soddisfare le sue enormi esigenze energetiche interne. L’India farà sempre più affidamento sul mare per le importazioni di materie prime e semilavorati, e per le esportazioni di beni manifatturieri. Qualsiasi compromissione delle vie di navigazione esistenti paralizzerebbe l’economia indiana, già traballante.

L’approccio dell’India

 Per contrastare la sfida che la Cina presenta nell’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale, l’India negli ultimi dieci anni ha ampliato le proprie capacità navali ed i suoi legami con altri paesi della regione, in particolare Giappone e Vietnam. Le migliorate capacità navali sono essenziali se New Delhi spera di consolidare la sua predominanza nell’Oceano Indiano o anche di proiettarsi in modo più ampio. Tuttavia sono proprio queste relazioni regionali -, nonché i crescenti legami con la Marina degli Stati Uniti – che formano il fondamento della strategia marittima indiana. Non sarà mai nell’interesse dell’India di contrastare attivamente la Cina, sia nelle acque territoriali che fuori, ma è interesse di Nuova Delhi il mantenere legami di sicurezza marittima che si sovrappongano sia con le potenze regionali come il Giappone che con gli Stati Uniti. Mentre la Marina cinese resta più grande e più potente della Marina indiana, Nuova Delhi, nel corso degli ultimi dieci anni, ha intrapreso un programma di ammodernamento serio. Gli indiani hanno già un vantaggio rispetto ai cinesi nel settore dell’aviazione navale. L’India ha operato una portaerei fin dal 1961 e ha sviluppato decenni di conoscenze istituzionali nella gestione delle task forces con portaerei. La marina indiana opera oggi una portaerei e prevede di aggiungerne un altra nei prossimi anni. L’India dispone di una consistente flotta di superficie che comprende più di 45 cacciatorpedinieri, fregate e corvette. Gli indiani operano anche una dozzina di sottomarini diesel-elettrici e la recente acquisizione della propulsione nucleare INS Chakra dalla Russia permetterà agli indiani di familiarizzarsi con la propulsione nucleare, mentre si muovono verso lo schieramento di sottomarini nucleari armati di missili balistici, costruiti in casa. Mentre questi sviluppi possono in definitiva essere orientati verso il contrasto della Cina, essi rafforzano anche la supremazia militare dell’India sul Pakistan (La tradizionale primaria sfida terrestre dell’India).

Gli indiani hanno rafforzato la loro capacità di rifornire le loro navi in acque lontane, commissionando due navi cisterna di costruzione italiana per il rifornimento della flotta, nel 2011. Inoltre, una flotta considerevole e crescente di mezzi da sbarco e navi anfibie, consentirà agli indiani di utilizzare al meglio le loro Forze di Commando Marini, per preparare operazioni anfibie nell’Oceano Indiano. L’attuale flotta indiana e le iniziative programmate per il suo ammodernamento ed ampliamento aumenteranno significativamente le opzioni dell’India nell’Oceano Indiano. Mentre l’India non può sperare di competere con la potenza della marina cinese, Nuova Delhi manterrà un netto vantaggio nell’Oceano Indiano per qualche tempo a venire, particolarmente nelle acque che sono entro il raggio d’azione delle basi aeree indiane nel subcontinente. Gli indiani hanno anche cercato di mantenere un rapporto amichevole e cordiale con gli Stati Uniti e con le altre nazioni della regione, come il Vietnam. Per esempio, la marina indiana ha ricevuto alcuni limitati diritti di attracco dal Vietnam e nel 2007 ha installato un punto d’ascolto nel Madagascar. Gli indiani hanno inoltre partecipato a numerose esercitazioni navali con altre nazioni dell’area Indo-Pacifico, incluso Giappone, Vietnam, Filippine, Stati Uniti e persino la Cina.

Le maggiori sfide per New Delhi, nello sviluppo di un’autentica marina d’acque profonde e nel prendere il pieno controllo della sicurezza nell’Oceano Indiano, possono derivare dalla situazione interna dell’India. Il paese è caratterizzato da divisioni regionali, etniche e politiche, e sta vivendo una vacillante crescita economica dovuta in gran parte a infrastrutture insufficienti ed indecisione politica. Queste dinamiche potranno significativamente ridurre la capacità di Nuova Delhi di proiettare potere economico e marittimo oltre la sua immediata sfera. Tuttavia, un certo numero di variabili spingerà l’India a costruire ulteriormente la propria presenza marittima. Questi fattori includono la crescente necessità dell’India di importare materie prime ed energia, la competizione regionale per le risorse energetiche offshore in Myanmar e altrove, e l’aggressiva tendenza della Cina all’espansione. Resta da vedere se New Delhi potrà esercitare un controllo sufficiente sulle dinamiche politiche terrestri che hanno a lungo modellato il suo contesto strategico, per consentirgli di proiettarsi più coraggiosamente verso l’esterno.

IN FONDO AL TUNNEL? LA GUERRA di Piero Laporta

lap

LA-POLITICA

L’altalena di ottimismo e pessimismo, che sembra caratterizzare irrazionalmente i mercati, si propone, come le docce scozzesi, d’ammansire i cittadini, i quali, rinunciando sfibrati a ogni capacità di decidere, devono affidarsi infine nelle mani dei tecnocrati. Qual è lo scopo finale di tali mene? Non la crescita o la riduzione del debito, né la stabilità, la governabilità, l’occupazione, né tanto meno la fine della crisi. L’unico scopo reale è portar via i soldi ai cittadini, impoverire l’Italia e gli italiani, trasferire le nostre ricchezze in Germania, in Francia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, oltre che nelle tasche dei loro vassalli.

È una rapina ciclica, ventennale.

Una salasso ciclico

Le misure del governo di Mario Monti – che non ha abbattuto il debito, che non ha stimolato alcuna crescita, che ha aumentato la spesa pubblica, mentre il paese langue o altrimenti brucia di ribellioni – sono sbandierate per lanciare inopinatamente segnali rasserenanti, peraltro smentiti da Confindustria e sindacati.

Che cosa sta accadendo? È solo una tregua di una guerra ancora in corso.

Nel 1956 subimmo il primo taglio alla giugulare per succhiarci un po’ di sangue. Usarono spregiudicatamente i popoli ungherese e polacco per confondere le acque, mentre Francia e Gran Bretagna (vecchie carampane internazionali) causarono il blocco di Suez e i costi dei combustibili subirono una impennata, risibile tuttavia rispetto a quelle successive e soprattutto a quella in corso.

Venti anni dopo, nel 1973, la guerra dello Yom Kippur, una sceneggiata con morti veri, determinò un’altra salassata e iniziò l’uso delle parole inglesi per zuccherare le rapine. Fu “Austerity”, ricordate?

Dopo altri venti anni, nel 1992, l’economia italiana fu disastrosamente vampirizzata e cominciò il ciclo tedesco.

Dopo ulteriori 20 anni, il tempo cioè necessario a far rincitrullire almeno una delle generazioni che possono ricordare e farne morire un’altra, si sono ripresentati a battere cassa. La differenza fra la crisi corrente e quelle precedenti è che una volta le banche fingevano di essere estranee dalla politica. Oggi il legame fra banche e politica è svelato.

Un’altra differenza è che fino al 1973 l’Urss ebbe una fetta del bottino, nel nome della «distensione». Dopo subentrò la Germania, che dal 1989 dette spallate all’Urss e oggi esercita il suo imperialismo europeo, concorrendo con Washington.

Se le nostre Destra e Sinistra sembrano simili, è perché sono escrementi d’una storia politica di cui non sono mai state mai protagoniste, dopo le Idi di Marzo di Aldo Moro.

Tutto comunque gira intorno all’Euro, che sarà pure fasullo come taluni dicono, però se crolla travolge tutto, comprese le economie di Berlino, Parigi, Londra e Washington.

Non volevano e non vogliono distruggere l’euro, come taluni paventano. Vogliono solo il tributo ventennale e lo stanno prendendo, i nostri alleati e amici. La prossima volta sarà più drammatica. 

La crisi del 1992
Privatizzazioni e unificazione delle due Germanie, i costi economici e politici.
1992.pdf
Documento Adobe Acrobat [330.4 KB]
Download

Verso la guerra

Che cosa si inventeranno per fronteggiare il futuro?

Una risposta possiamo trovarla nel vertiginoso e incalcolabile incremento della speculazione dal 1956 a oggi.

Un trend non si inverte dall’oggi al domani, come sanno bene gli statistici. Se la curva della speculazione è in salita, significa che è sostenuta da un complesso di fenomeni concorrenti: sociali, politici, militari, oltre che economico finanziari. Tutto ciò ha costituito col passare degli anni degli aggregati di interesse, dai quali promana “un potere pieno e incontrollato”, come avrebbe detto Aldo Moro.

Per intenderci, questa crisi senza la cosiddetta “primavera mussulmana”, sarebbe tutt’altra.

La facilità di rubare impunemente soldi dalle tasche di chi lavora crea nei ladri una quantità ulteriore di bisogni, interessi, metodi e capacità per rubarne sempre di più, inarrestabilmente. Questo meccanismo dell’avidità, ben noto agli smagati operatori finanziari, è generatore di sfiducia ulteriore e dunque acceleratore della speculazione, che si risolve in una prospettiva forzata: accumulo oggi perché domani non si sa che cosa sarà. Il futuro nel medio periodo si sa invece perfettamente: ogni macro crisi finanziaria ha generato prima delle guerre locali e poi una guerra mondiale.

Questo è l’effetto in prospettiva della crisi iniziata negli Usa nel 2008.

Le manovre speculative contro la lira nel 1992 costarono l’equivalente di 100-150 miliardi di euro.

Per avere un’idea di quanto costi la crisi in corso, dobbiamo partire dal 2008, quando è iniziata con la crisi finanziaria statunitense.

Dal 2008 a oggi abbiamo pagato tasse per 330 miliardi di euro (con dieci manovre economiche) 178 dei quali di nuove tasse. Questi 178 miliardi sono quanto lo Stato italiano ha versato nelle casse degli altri paesi. Per esempio la Francia, che ci fornisce energia elettrica con le centrali nucleari costruite lungo i nostri confini, incassa dall’Italia 30miliardi ogni anno, cioè l’equivalente d’una manovra finanziaria.

A queste dissipazioni seguono le sceneggiate sullo spread, cioè il differenziale fra Btp e Bund (i titoli tedeschi). Ogni qual volta è alle viste un’asta di titoli italiani, nelle due settimane precedenti s’innescano tempeste nei mercati che fanno alzare il differenziale. L’ultima asta un paio di settimane fa, oltre alla consueta tempesta, ha registrato una singolare iniziativa di Goldman&Sachs che dichiarò di liberarsi di tutto il proprio portafoglio di Btp, oltre 14miliardi di euro. I bravi giornalisti italiani hanno venduto la notizia ai propri lettori come fosse una dichiarazione di sfiducia dei candidi banchieri statunitensi verso l’Italia. Era invece una manovra speculativa intesa a far salire lo spread, che infatti salito e, guarda caso, l’asta dei titoli italiani è stata un successone e tutti i titoli sono stati piazzati.

È, questa, esattamente la tecnica degli usurai: continuano a prestare denaro alle vittime, alzando gli interessi, rendendo il capitale irrestituibile finchè la vittima è del tutto schiavizzata dall’usuraio. Essa lavora per l’usuraio solo per pagare gli interessi.

 

Confindustria valuta pari a 140mila posti di lavoro bruciati da un differenziale di 300 Btp-Bund.

Confindustria reputa ingiustificati i differenziali correnti, visti i fondamentali economici tra Italia e Germania.

Nel 2013 se la situazione non migliorerà, Confindustria prevede che l’extra-spread costerà alle famiglie 12,1 miliardi e 23,7 alle imprese.

Da qui la povertà dilagante. Il rapporto Istat “La povertà in Italia” per il 2011 calcola 8.173.000 persone “relativamente povere”, pari all’11,1% delle famiglie, mentre 3.415.000 sono le persone assolutamente povere (5,2% delle famiglie). Nel 2011 l’incidenza della povertà relativa, calcolata per una famiglia di due componenti a 1.011,03 euro, è aumentata dal 40,2% al 50,7% per “le famiglie senza occupati né ritirati dal lavoro”.

Il 75% di queste famiglie sono al Sud.

Mario Monti che fu nel 1981 l’architetto del debito pubblico italiano, ha ricordato Alcide De Gasperi a Rimini; non ci stupirebbe se volesse dire che lo sta imitando, .

 

Deve sapere, Monti, che Padre Pio ebbe, quando qualcuno gli chiese una preghiera per De Gasperi, accenti terribili, inusuali persino a giudizio di chi conosceva bene i suoi rimbrotti scoppiettanti. Erano presenti in quelle occasioni mio suocero, mio padre e vari monaci del convento.

De Gasperi non sarà fatto santo, ma rispetto a Monti fu un terziario francescano e, sebbene rimbrottato da Padre Pio, per quanto ci riguarda, dei due è l’unico che non merita l’inferno.

Per comprendere che cosa sta succedendo
transazioni alta frequenza.pdf
Documento Adobe Acrobat [69.5 KB]
Download

Turchia: le strategie per la transizione della maggioranza

Styled_logo

[tradotto da Francesco D’Eugenio: Turkey: The Ruling Party’s Transition Strategy | Stratfor

In breve

Le forze di sicurezza turche hanno dichiarato l’8 luglio che tre militanti curdi sono stati uccisi in scontri nel sud est della Turchia. Gli scontri avvengono mentre il governo lavora per migliorare il dialogo e gli sforzi di riconciliazione con i gruppi nazionalisti curdi.

Gli scontri avvengono dopo che il partito Giustizia e Sviluppo ha abolito i tribunali speciali che venivano usati per giudicare presunti terroristi e cospiratori golpisti. Lo smantellamento di questi tribunali – che sono detestati dalla minoranza curda – era stato concepito come gesto di riconciliazione verso i curdi e verso i militari. Istituiti dal partito al governo nel 2005, i tribunali giudicheranno comunque le centinaia di casi che coinvolgono separatisti curdi e i membri dell’esercito turco accusati di aver complottato per rovesciare il governo del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan. Tuttavia non saranno assegnati nuovi casi e, alla chiusura dei processi in atto,  i tribunali saranno aboliti permanentemente. La loro eliminazione è parte dello sforzo della maggioranza per conquistare i curdi in Turchia e i partiti politici d’opposizione e gettare le basi per la concordia nazionale.

Il partito Giustizia e Sviluppo è di fronte a una svolta storica, così come la stessa Turchia. Il partito di radici Islamiche sta cercando di accompagnare la Turchia da un sistema politico parlamentare a uno presidenziale come parte di uno sforzo per gestire un cambio di leadership all’interno del partito. La capacita del partito di governare questo cambiamento avrà vaste ripercussioni, perché la prevista ascesa della Turchia nella regione è basata sulla crescita economica e sulla stabilità politica domestica.

 Analisi

Il partito Giustizia e Sviluppo ha impiegato anni per costruire l’economia turca e imbrigliare i poteri dei militari con il dominio della politica. Il partito ha anche tentato in precedenza di aprire un dialogo per risolvere le tensioni con i Curdi. Ma anche se questi problemi fossero superati, Ankara non sarebbe in grado di concentrarsi sulle sue ambizioni regionali finché la maggioranza non risolverà le transizioni di leadership e del sistema politico all’interno del paese.

La crisi del partito Giustizia e Sviluppo è radicata nelle origini del partito. Negli ultimi cento anni, la Turchia è stata governata per la maggior parte del tempo o dai militari o da deboli governi di coalizione. Il partito Giustizia e Sviluppo ha cambiato tutto ciò. Fu fondato come una coalizione di islamisti, pragmatisti, indipendenti, riformisti, centristi, conservatori e persino gran parte del movimento turco di sinistra liberale, che vide in esso un mezzo per mettere la museruola al potere dei militari. Sin dall’inizio, il partito è stato capace di costruire una larga base di sostenitori, incanalando il crescente potere economico della nuova classe imprenditoriale (ma socialmente conservatrice) dell’entroterra anatolico, come una forza contro le vecchie élite economiche e culturali di Istanbul e Ankara.

Ora la maggioranza è di fronte a un ricambio generazionale interno. Secondo lo statuto del partito, i membri non possono restare in carica in parlamento per più di tre mandati consecutivi. Ciò significa che ben 73 eminenti membri del partito – tra cui Erdogan, il Vice Primo Ministro Bulent Arinc, il Vice Primo Ministro Responsabile dell’Economia Ali Babacan e il Presidente della Camera Cemil Cicek – saranno ineleggibili per le elezioni del 2015. Perdere così tanti leader anziani nel parlamento sarà un duro colpo per il partito Giustizia e Sviluppo, perché candidare un gruppo di politici più giovani creerebbe un bel po’ di problemi. La coesione del partito, la cooperazione, il coordinamento, la leadership e la focalizzazione – senza contare la cooperazione con una potenziale presidenza Erdogan – potrebbero essere difficili.

Si dice già che Erdogan stia cercando di convincere uomini politici esterni alla maggioranza a unirvisi, così da conservare la coesione e la capacità di perseguire l’agenda del partito. Verso la fine di giugno i media turchi hanno riportato che Erdogan era in trattative con il rispettatissimo politico islamista di sinistra Numan Kurtulmus, per unirsi alla leadership della maggioranza.

La sfida costituzionale del partito

 Un modo in cui il governo spera di gestire la transizione nella leadership è quello di mantenere un certo numero degli attuali dirigenti anziani in un ruolo di alto livello. Un modo per farlo è  trasformare l’attuale sistema parlamentare – in cui i poteri del presidente sono principalmente cerimoniali – in un sistema che dà al presidente poteri reali e impoverisce il ruolo del primo ministro. Erdogan potrebbe quindi candidarsi alla presidenza e formare un gabinetto costituito sia da un organico di quadri giovani scelti all’interno del partito in Parlamento, che da politici più anziani già in servizio da tre mandati.

Per cambiare il sistema politico, Erdogan dovrà ottenere o una maggioranza di due terzi in parlamento o proporre la questione in un referendum nazionale. Entrambe le opzioni presentano sfide importanti.

Il Partito Giustizia e Sviluppo possiede 327 seggi su 550 disponibili in parlamento. Ha bisogno di 366 voti per modificare la costituzione. Al fine di ottenere i 39 voti mancanti, il partito avrebbe bisogno di sostegno da parte di uno o più dei partiti di opposizione. Ottenere questo sostegno sarà difficile, se non impossibile. I tre principali partiti d’opposizione – il nazionalista laico Partito del Popolo Repubblicano (135 seggi), il Partito del Movimento Nazionalista (52 seggi) e il pro-curdo Partito della Pace e la Democrazia (35 seggi) – tutti temono un sistema presidenziale e un decennio con Erdogan in carica.

Se Erdogan riuscisse con successo a passare ad un sistema presidenziale, potrebbe candidarsi alla presidenza nel 2015. Se vincesse, potrebbe servire un mandato di cinque anni, quindi potrebbe candidarsi di nuovo nel 2020 e, in caso di vittoria, ottenere un altro mandato di cinque anni fino al 2025. Erdogan è primo ministro dal 2003, per cui due vittorie presidenziali significherebbero avere Erdogan al timone della politica turca, legalmente, per 22 anni. Questa possibilità rende improbabile una collaborazione da parte dei partiti di opposizione turchi nel cambiare sistema parlamentare del paese.

L’altra opzione è un referendum costituzionale. Per poter portare l’emendamento ad un referendum nazionale, il partito di Erdogan avrebbe bisogno solo di tre quinti e non due terzi della maggioranza (330 voti e non 367) in parlamento. Naturalmente, l’emendamento dovrebbe poi essere votato alle urne.

 Costruire il consenso

Uno dei primi passi necessari per il passaggio a un sistema presidenziale è il cambiamento della durata del mandato presidenziale.

Il presidente in carica Abudllah Gul è stato eletto nel 2007 in un’elezione indiretta, con un mandato settennale. La legge è stata cambiata subito dopo in uno dei due referendum costituzionali tenutisi da quando il partito Giustizia e Sviluppo è al potere. La nuova legge, promossa dalla maggioranza, sottopone la presidenza alle elezioni popolari dirette e limita i presidenti a due mandati quinquennali. La Corte Costituzionale ha decretato sulla presidenza Gul il 15 giugno, stabilendo che il presidente potrà concludere l’attuale mandato – che scade nel 2014 – e candidarsi per un ulteriore mandato di cinque anni.

La sentenza ha aperto la strada per il prossimo passo: un referendum costituzionale. Il partito Giustizia e Sviluppo sta preparando una nuova costituzione da Maggio. Non è stata ancora annunciata una data per sottoporre la nuova costituzione al voto nazionale. La maggioranza controlla ampiamente la stesura, e col parlamento che si avvia verso la sessione estiva, non sono attesi progressi se non più avanti nel 2012.

Ma Erdogan sta già facendo la corte all’opposizione. Il 6 giugno ha incontrato ad Ankara Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito Popolare Repubblicano. I due hanno deciso di istituire una commissione multilaterale per risolvere il problema curdo. Il partito di Kilicdaroglu si oppone integralmente alla trasformazione del sistema politico ed è al correnet delle ambizioni presidenziali di Erdogan. Ciò che questi può offrire al partito d’opposizione in cambio dell’appoggio al referendum non è ancora noto. Il fatto che il Partito Popolare Repubblicano abbia unito le forze a Erdogan sul problema curdo suggerisce che un compromesso sia possibile. Tuttavia, l’altro principale partito di opposizione – il Partito del Movimento Nazionalista – ha rifiutato di partecipare alla commissione.

Sembra che Erdogan speri anche di sanare la rottura con il potente movimento gulenista. Il 15 giugno, Erdogan ha invitato il fondatore del movimento, Fethullah Gulen, a tornare in Turchia. L’invito è giunto durante un discorso pronunciato da Erdogan alla decima Olimpiade Turca, una manifestazione gulensita. Sebbene Erdogan sapesse che l’offerta sarebbe stata rifiutata, aver invitato Gulen a tornare in Turchia ha nondimeno migliorato l’immagine del primo ministro tra i membri del movimento nel paese.

Un tempo gli interessi del movimento gulensita coincidevano in gran parte con quelli del partito Giustizia e Sviluppo. Tuttavia il movimento cominciò ad accumulare troppo potere per i gusti del partito, specialmente quando, all’interno dei Tribunali Speciali turchi, i procuratori gulenisti cominciarono a contestare gli incontri della maggioranza col Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) tra 2009 e il 2011. I due alleati dissentivano anche sui processi ai militari laici.

Essenzialmente, il partito Giustizia e Sviluppo costruì la sua popolarità con l’aiuto del movimento gulenista. La fronda tra i due si è allargata, ma i Gulenisti contano ancora sulla maggioranza come organo politico e il partito ha bisogno dell’appoggio del movimento gulenista per conservare il potere. Il compromesso sull’abolizione dei Tribunali Speciali mostra chiaramente la loro ininterrotta dipendenza reciproca.

Divisioni sui Tribunali Speciali

 I Tribunali Speciali turchi sono stati usati per attaccare militari, dissidenti curdi, militanti, sindaci di città curde e chiunque fosse sospettato di appoggiare la causa curda. Eliminare questi tribunali è stata una decisione chiave da parte del partito Giustizia e Sviluppo per riguadagnare la fiducia e il supporto dell’esercito – sia della vecchia guardia che delle truppe – e per guadagnare i pochi (ma in aumento) voti curdi.

La Turchia ha avuto un lungo conflitto con i Curdi nel paese, che ammontano a circa 14 milioni su una popolazione stimata pari a 74 milioni. La popolazione curda è divisa, prevalentemente per appartenenza tribale, ma i partiti nazionalisti curdi hanno conquistato terreno nelle ultime elezioni parlamentari turche – cosa che Erdogan e la maggioranza non hanno sottovalutato.

Erdogan ha calcato la mano sul fuorilegge PKK, che ha continuato ad attaccare obiettivi governativi all’interno della Turchia (Ankara ha anche accusato la Siria di dare rifugio ai ribelli curdi). Allo stesso tempo, il primo ministro ha teso la mano ai leader e alla comunità curdi. Il 12 giugno ha annunciato che la lingua curda potrebbe diventare un’opzione nelle scuole pubbliche – un piccolo ma simbolico riconoscimento della cultura e dell’identità curde.

Il 30 giugno, Erdogan si è incontrato per un’ora e mezza con la deputata indipendente curda Leyla Zana. Una figura molto rispettata nella comunità curda per il suo impegno nella causa curda, Zana ha trascorso 10 anni in prigione per il suo sostegno al nazionalismo curdo. Sia prima che dopo l’incontro, Zana ha appoggiato le iniziative di Erdogan per risolvere il problema curdo, dichiarando di aver fiducia nel primo ministro e facendo appello per la riapertura delle trattative con i militanti curdi. In risposta, il PKK ha criticato le sue esternazioni.

L’incontro con Zana fa parte della strategia di Erdogan per ottenere l’appoggio della classe dirigente curda, dividendo i Curdi politicamente e indebolendo il PKK spaccandone la base. Il partito Giustizia e Sviluppo non risolverà presto il problema curdo, ma rompere gli appoggi dei militanti curdi all’interno della leadership politica curda aiuterà a intaccare l’appoggio della popolazione curda. Selahattin Demirtas, uno dei leader del partito Pace e Democrazia, ha già fatto appello ai militanti perché’ cessino gli attacchi in Turchia.

Gli obiettivi della maggioranza sono chiari, così come la sua strategia. Erdogan è finora riuscito a gestire l’equilibrio tra l’opposizione politica e il problema curdo convincendo il Partito Popolare Repubblicano a riavviare le trattative, ma un vero negoziato con i Curdi richiederà una seria discussione con l’opposizione. Già vincolato dalla transizione all’interno del partito, Giustizia e Sviluppo sarà alla fine limitato nelle concessioni che potrà fare all’opposizione politica o ai Curdi.

Risanare la rottura con il movimento gulenista sarà persino più difficile, ma Erdogan ha fatto il primo passo e ora con tutta probabilità cercherà altri problemi o temi in cui mostrare la sua volontà di raggiungere un compromesso col movimento, senza cedere alcun potere reale. Erdogan sta facendo le mosse di apertura in un piano per un gioco molto più grande.

Conseguenze per la Cina delle sanzioni USA all’Iran

Styled_logo


[tradotto da Francesco D’Eugenio: The Implications for China of U.S. Sanctions on Iran | Stratfor]

Sommario

 Gli Stati Uniti hanno esentato fino al 28 giugno le banche straniere che fanno affari in Iran dalle sanzioni che le escluderebbero dai mercati americani. Per ora, le banche della maggior parte dei principali acquirenti di petrolio iraniano, come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e alcuni paesi europei, hanno ottenuto delle esenzioni. Ma la Cina, destinataria di più di un quinto delle esportazioni di greggio iraniane nella seconda metà del 2011, è significativamente fuori dalla lista degli esenti. Sebbene essa non abbia avuto un’esenzione ufficiale, Pechino e Washington sono interessate a risolvere qualunque problema possa minacciare di alterare significativamente i legami bilaterali tra i due paesi.

Analisi

Sebbene la Cina, come il Giappone e la Corea del Sud, abbia tagliato notevolmente le importazioni di greggio iraniano nei primi mesi del 2012, non sarà esente da sanzioni, per la natura di questi tagli. Mentre sembra che le compagnie energetiche degli altri paesi abbiano tagliato le importazioni di greggio iraniano in risposta alle sanzioni USA e UE, con Seul che ha promesso di cessarle completamente all’entrata in vigore delle sanzioni UE il 1 luglio, il calo delle importazioni della Cina è dovuto a una controversia sul prezzo tra Unipec – braccio per il commercio internazionale della compagnia petrolifera statale cinese, (Sinopec) – e Tehran. Quando il contenzioso sarà risolto, le importazioni ritorneranno presumibilmente a livelli normali, come suggerisce un recente rimbalzo nelle importazioni di greggio. Durante la seconda metà del 2011, le importazioni cinesi erano maggiori del normale, mentre la Cina si preparava per la campagna di sanzioni.

Al momento le società responsabili della maggior parte delle importazioni cinesi di greggio iraniano sono due: Zhuhai Zhenrong e Unipec, con Sinopec che controlla quasi tutte le attività di raffinazione. Dati gli interessi e gli investimenti crescenti di questa società nello sviluppo delle risorse energetiche USA (in particolare progetti di gas naturale non convenzionale), e stante la sua portata internazionale in qualità di una delle tre maggiori compagnie energetiche cinesi, essa è un bersaglio molto più verosimile e potenzialmente efficace per le sanzioni americane. Se queste sanzioni funzionassero perfettamente, le banche cinesi che finanziano Unipec non potrebbero più fare affari negli Stati Uniti o all’estero con compagnie statunitensi. Ciò potrebbe arrecare gravi danni a una vasta gamma di operazioni finanziare ed energetiche cinesi negli Stati Uniti, perché sarebbero escluse dall’accesso ai mercati finanziari USA. Ma la riuscita delle sanzioni americane presume una serie di fattori. Primo, che Pechino non dirotti i finanziamenti di Unipec fuori dalle quattro maggiori banche, tre delle quali sono responsabili della stragrande maggioranza delle operazioni finanziare negli Stati Uniti, o che crei addirittura una banca specializzata per condurre affari con l’Iran. Questa soluzione sarebbe complicata, invece, se le sanzioni USA venissero applicate a Sinopec, perché sarebbe molto più difficile, per le principali banche statali, abbandonarla. Ma anche in tal caso, Pechino potrebbe ricorrere a un’altra soluzione – per molti versi persino più semplice – per aggirare le sanzioni: condurre la compravendita di greggio attraverso una complessa successione di società di comodo.

Per Pechino, una fonte stabile di approvvigionamento di greggio è essenziale per sostenere la crescita economica. Da quando è diventata un importatore netto di petrolio nel 1998, la sua domanda è cresciuta esponenzialmente. A partire dal 2009, le compagnie energetiche cinesi hanno importato più di metà del fabbisogno totale del paese. L’Iran, con le sue enormi riserve di greggio di qualità relativamente alta, è un’ottima fornitore; negli ultimi anni, tra il 10 e il 13 per cento delle importazioni Cinesi veniva dall’Iran. Sebbene il contenzioso sul prezzo con Unipec abbia abbassato le importazioni cinesi dall’Iran del 31 per cento nel primo trimestre del 2012, e nonostante Pechino abbia espresso chiaramente la sua intenzione di diversificare gradualmente i fornitori, l’Iran continuerà ad essere un importante fornitore nel futuro immediato.

Né Washington né Pechino recederanno dalle proprie posizioni riguardo le sanzioni all’Iran. Per gli Stati Uniti, le sanzioni economiche rispondono a svariati bisogni, tra cui quelli di politica interna durante la stagione elettorale e quelli relativi ai problemi militari e diplomatici ancora irrisolti in Medio Oriente. Pechino è irremovibile – come sempre – nel condannare ogni imposizione unilaterale di sanzioni. Ma sotto la superficie di tensione tra Cina e Stati Uniti sul problema iraniano, c’è una certa sinergia.

 Pechino non può permettersi di tagliare drasticamente, o addirittura completamente, le importazioni dall’Iran, sia per ragioni economiche (fabbisogno energetico in continua ascesa) sia per ragioni politiche (interesse consolidato a mantenere una partnership con l’Iran). Inoltre, non ci sono state mosse significative da parte di alcun altro produttore per incrementare permanentemente la produzione, non abbastanza da compensare una porzione rilevante delle importazioni cinesi di greggio iraniano. Non c’è ancora un sostituto affidabile a lungo termine. Allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono permettersi di escludere le principali istituzioni finanziarie cinesi dagli investimenti in compagnie e progetti americani. Qualunque cosa prevedano le sanzioni, gli USA e la Cina continueranno a lavorare per evitare che esse complichino i rapporti bilaterali.

SEVERINO: SU ‘COMPROMESSO STORICO’, PCI E STATI UNITI

pci


Ovvero quando la filosofia è come un gatto che non fa le fusa(ro) alla Verità ma cerca di afferrare i significati di porzioni di realtà,

scritto da Andrea Berlendis

In diverse parti dell’elaborazione lagrassiana vi sono asserzioni non contro la filosofia, ma contro una data filosofia che impoverendo lo spirito scientifico marxiano, lo riduce ad una ricerca della Verità, ad un critica dell’Alienazione dell’Uomo… Sempre in relazione all’ipotesi lagrassiana del cambiamento di campo geopolitico del Pci mi sono imbattuto in un testo del 1979, il cui titolo (‘Techne : le radici della violenza’) e la cui quarta di copertina potrebbero essere collocati nel filone di cui sopra, cioè di quel tipo di filosofia che si vuol decisamente contrastare—versante decrescistico, critica del progresso tecnico come tale, ecc.—ma che contiene invece talune argomentazioni ed ipotesi (ovviamente di livelli di profondità molto differenti tra loro, al di là del grado di condivisibilità) circa la natura e la dinamica del Pci negli anni Settanta. In particolare ritengo rimarchevole le considerazioni ed i dati fattuali che, nelle intenzioni dell’autore, vorrebbero (di)mostrare l’ostilità statunitense nei confronti del Pci, mentre invece, al contrario, possono generare un’altra lettura.

Nel capitolo titolato ‘Il compromesso storico’, sostiene Severino: “Sono anni che sulla stampa nazionale compaiono articoli e corrispondenze sui contatti più o meno segreti che da qualche tempo esisterebbero tra il Pci e gli Stati Uniti e che comunque sembra ormai che vadano alquanto per le lunghe. Si è parlato di viaggi regolari compiuti in America da membri del Pci e di altrettanto regolari contatti con il Pci da parte dell’ambasciata americana e, addirittura, dei servizi segreti americani. In sostanza, queste rivelazioni giornalistiche più o meno esplicitamente lasciavano intendere che tali contatti erano il sintomo più convincente dell’imminenza della partecipazione del Pci al governo. Se però si leggeva con attenzione, ci si poteva accorgere che le cose stavano ben diversamente da come le si voleva lasciare intendere; col risultato che non si è fatto altro che buttare legna sul fuoco. Ad esempio, in uno scritto intitolato ‘Incontri segreti Pci-Usa. Un americano alle Botteghe Oscure’, ‘Il Mondo, 1975, si leggeva che l’americano che fino allora frequentava la sede romana del Pci—un certo R. Boies, segretario d’ambasciata—’era un uomo di prim’ordine per niente intossicato dai pregiudizi, che anzi dimostrava un’intelligenza molto aperta’. La dichiarazione era di S. Segre, responsabile della sezione esteri del Pci, il quale aggiungeva che al posto di R. Boies era proprio allora subentrato un certo Martin Wenick, ‘un americano che viene direttamente da Mosca’ e che ‘può darsi sappia tutto sul partito comunista dell’Unione Sovietica, ma è un po’ complicato spiegargli come stanno le cose da noi’. E già questa osservazione lasciava intendere come le conversazioni col signor Wenick non avessero molto l’aria di mettere a punto il trionfale accesso del Pci al governo con la benedizione americana, ma presentassero intoppi e difficoltà. Ma Segre avrebbe anche aggiunto: ‘I servizi americani in Italia oggi risentono visibilmente della crisi in cui si dibatte la politica di Washington, che è poi la crisi di Kissinger’, una crisi che ‘può provocare attività e interventi pericolosamente contraddittori’.(E questo linguaggio non è certo di chi è ormai sicuro di avere il beneplacito degli Stati Uniti alla sua scalata al potere, bensì di chi teme una involuzione americana nei confronti del Pci).” (1) A sostegno di questa convinzione l’autore mette in campo anche la seguente argomentazione: “Se i dirigenti comunisti vanno in America e si incontrano con i funzionari dei servizi segreti statunitensi non lo fanno per mettere a punto la loro scalata la governo, ma per convincere che non hanno alcuna intenzione di aggravare ulteriormente con la loro politica le già precarie condizioni di salute del mondo occidentale. Non per nulla Berlinguer ha parlato delle ‘preoccupazioni’ che anche il Pci nutre per ‘l’indebolimento del ruolo dell’Occidente’. Quanto poi alle presunte dichiarazioni della Cia che vedrebbe con favore la presenza dei comunisti al governo con funzione equilibratice nella situazione italiana, c’è per lo meno da osservare che esse sono a loro volta equilibrate dalle dichiarazioni dello stesso Carter sulle complicazioni che scaturirebbero dalla presenza dei comunisti nei governo occidentali (dichiarazioni notevolmente diverse da quelle che faceva prima di diventare presidente), e che quindi sarebbe una grossa ingenuità inferire che gli Stati Uniti hanno dato ormai il loro beneplacito alla partecipazione dei comunisti al governo.” (2) Infine contro coloro che ritenevano che gli Usa potessero cambiare il loro referente politico italiano, obiettava che “Questo ottimismo è estremamente pericoloso. E paradossale. Vuol far credere che il Pci al potere—al governo—in Italia tranquillizzerebbe gli Stati Uniti più dell’attuale compagine governativa. Anche ammettendo che il governo americano sappia bene ‘quale fragile sostegno siano per la sua politica europea i governi della Dc, deboli e corrotti’, è molto strano pensare che gli Stati Uniti, assetati come sono di stabilità in Europa, gettino via il bicchiere perché la Dc glielo offre riempito a metà con acqua non molto pulita.” (3) Notasi, en passant, che per uno strano caso (o forse no?), l’operazione che con un colpo di Stato giudiziario spazzò via la Dc e il Psi, fu denominata ‘Mani pulite’…

Gli elementi deducibili dai brani sono a mio avviso i seguenti:

i. Vi era un rapporto stabile tra il vertice del Pci e gli Usa.

ii.Questo avveniva attraverso diversi canali: viaggi in Usa, incontri con l’ambasciata Usa in Italia, contatti con i servizi segreti americani.

iii.Il rapporto era stato attivato dagli Usa: avevano addetti che frequentavano i vertici del Pci e riferivano.

iv.Lo scopo del Pci era rassicurare e legittimarsi come referente politico affidabile per gli Usa.

I rilevi dubitativi del testo di Severino si riferiscono al fatto che il risultato della cooptazione del Pci fosse ormai avvenuto e quindi l’approvazione da parte degli Usa fosse ormai acquisita, e basa questi rilievi sul fatto che:

  1. In primo luogo, le dichiarazioni ufficiali dei membri degli apparati statali americani e dei vertici del Pci non fossero sempre congruenti tra loro;

  2. in secondo luogo, che vi fossero dichiarazioni, ufficiali e non ufficiali, da parte di esponenti di diversi apparati statali Usa, che erano differenti e contrastanti tra loro.

Colpisce che Severino, in contrasto con i fatti da lui stesso riportati, mostri una rappresentazione ‘piatta’ della sfera politica, come se non esistesse almeno un davanti e un dietro della scena, per cui, esclusa l’esistenza di questo spessore, non si riesce a ipotizzare che vi sia uno scarto—che può giungere sino al completo rovesciamento—tra il davanti e il retro della scena. Ad esempio, per motivi diversi ma in parte convergenti, né il Pci né gli Usa potevano procedere ad un riconoscimento diretto ed esplicito. Il Pci rispetto alla sua base sociale (che ne reggeva la sua forza contrattuale, il sartoriano ‘potenziale di ricatto’), perché neanche la più ardita delle contorsioni (ad esempio che sotto l’ombrello di quell’organismo di subordinazione agli Usa qual è la Nato si sarebbe potuto affermare una qualche trasformazione sociale in contrasto con l’assetto geopolitico bipolare, addirittura nel campo occidentale coordinato dagli Usa) sarebbe riuscita a giustificare una qualche concordanza o compatibilità tra il cambiamento di campo geopolitico e gli scopi ufficiali ancora dichiarati per quanto sbiaditi. Scopi, si badi bene, non riferiti ad una qualche trasformazione sociale che pur moderatamente ne mettesse in discussione la riproduzione dei rapporti sociali capitalistici nella formazione sociale italiana—obiettivo già scomparso con rifondazione togliattiana del Pcd’I della metà degli anni Quaranta—ma anche solo di mantenimento di un margine d’azione politica autonomo significativo e di una qualche difesa della sovranità nazionale. Per quanto riguarda la posizione degli Usa rispetto al Pci, è vero che al di sotto della linea politica ufficiale tesa al contenimento ed all’esclusione, dalla fine degli anni Sessanta ve ne era una intessuta di attenzione e contatti, tesa sia alla conoscenza che all’influenzamento, ma la sua esplicitazione avrebbe messo a rischio l’esito dell’intero processo.

Per il secondo punto, è di ostacolo alla comprensione dei rapporti dei rapporti tra i vertici del Pci e gli Usa, non riuscire ad immaginare che gli Usa, lo Stato americano (come ogni Stato in generale) è un complesso di apparati attraversato da conflitti entro e tra essi, causati—promossi dai diversi gruppi di agenti strategici (nelle diverse sfere sociali) in conflitto tra loro. Lo Stato è un campo di conflitti immerso a sua volta in campo di conflitti. Il limite conoscitivo è dato dall’assenza dell’ipotesi del conflitto strategico tra gruppi di agenti per la supremazia. L’orientamento di Severino impediva di vedere quanto è possibile invece assumendo l’angolazione lagrassiana del conflitto strategico con le sue conseguenze e ricadute sulla teoria sociale. Rimane però il merito di aver formulato considerazioni ‘discutibili’, nel senso che possono contribuire a produrre conoscenze effettive, evitando circonvoluzioni … queste sì ‘indiscutibili’.

Coloro che trattano (e hanno trattato) Marx affossandone lo spirito scientifico avrebbero dovuto—e sarebbe stato assai meglio—seguire il consiglio contenuto nell’esilarante battuta del film ‘Gli eroi del doppio gioco’(4). Durante una visita del federale di Bologna presso la casa del podestà di un paese appenninico, costui nella libreria scorge ‘Il capitale’ e ne stigmatizza la presenza tra i volumi consentiti. Alla risposta imbarazzata del podestà, il figlio terzogenito in odore di antifascismo dopo la tragica esperienza sul fronte russo, abbozza: “Però penso che certe letture siano utili per conoscere il nemico prima di combatterlo.” Risponde impettito il federale: “Noi lo abbiamo combattuto nelle piazze il nemico…Mi vanto di non aver mai letto una riga di Marx e vivo bene ugualmente!”.

NOTE

(1) Emanuele Severino ‘Téchne.’ Rizzoli editore 1979 pag. 158-159

(2) idem pag. 160

(3) idem pag. 191

(4) Il film di Mastroncinque del 1962 sul trasformismo alla fine del ventennio fascista, è nel suo insieme però di assai scarsa levatura.

 

Pci: Passaggio di Campo Inconfessabile di A. Berlendis

pci


 

la dinamica del Pci dalla fine degli anni Sessanta ai primi degli anni Novanta in tre Atti,

scritto da Andrea Berlendis

Allora tutto si assottiglia e sta rinchiuso dentro il riquadro

della finestra. E’ là che si dipinge, nei suoi tratti pittoreschi

e nella sua composizione, l’immagine del mondo. E’ l’immagine

più composta e insieme più fragile, perché è l’immagine del

reveur, dell’uomo che fantastica libero dalle cure immediate

Gaston Bachelard

L’epistemologo francese sosteneva, non solo che non vi fosse un diaframma insuperabile tra il rigore della pratica scientifica ed i testi letterari, ma che l’immaginazione fosse fonte di produzione di conoscenza. A conferma di questo, i volumi che qui prendo in considerazione, scritti a metà degli anni Settanta, pur situandosi tra finzione e realtà, svelavano sul Pci più di quanto facessero seriosi e pretenziosi volumi di taglio sociologico o politologico dello stesso periodo (ma anche del successivo). Al di là delle differenze tra gli autori, tra i loro orientamenti politico-culturali, tra i loro intenti ed anche del diverso valore letterario dei tre componimenti, li ho riletti estraendone dei passi sulla base dell’ipotesi lagrassiana del cambiamento di campo del Pci. Allora, passaggi come quelli sottocitati potevano apparire troppo fantasiosi per essere reali, ma oggi si deve riconoscere che erano estremamente reali per essere considerati fantasiosi.

 

I. Inizio dello spostamento

Nel primo testo si evidenzia il mutamento della natura sociale del Pci, dato ormai per ampiamente avvenuto. In questo pamphlet del 1975, opera di un autore celatosi dietro la sigla Censor (alias Gianfranco Sanguinetti) dal titolo: ‘Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia.’, il protagonista appare come un personaggio appartenente alla ristretta cerchia degli ambienti capitalistici italiani (all’epoca si sospettò persino di Carli o Merzagora) che in tono confidenziale descrive la genesi e i possibili effetti del compromesso storico. Così sentenziava il misterioso uomo dei ‘poteri forti’: “Fu verso la metà del 1969 che venne chiesto esplicitamente al Pci quali garanzie offriva al governo per potere, arrestare il movimento prima dell’autunno e che cosa esigesse in contropartita. I comunisti, che sapevano meglio di tutti quale fosse la posta in gioco e la pericolosità del momento, avanzarono le loro richieste: ma sia il potere politico che buona parte degli industriali o perché sottovalutavano i rischi dei mesi successivi, o perché sopravvalutavano il ‘rischio’ di un qualunque accordo col Pci, trovarono le contropartite che i comunisti esigevano sproporzionate alle garanzie che essi offrivano. Si può dire, col senno di poi, che la Democrazia cristiana ignorava la forza e l’utilità di un partito comunista in queste circostanze.” (1) In primo luogo rimarco che anche in un testo di tal fattura letteraria, l’anno 1969 è indicato come il crocevia di eventi che spingeranno il Pci in una data direzione. Ma tali eventi poterono produrre determinati effetti, a causa dell’esaurimento dell’ipotesi strategica togliattiana, in ogni sua variante, il che lasciò il Pci allo sbando completo (anche se in superficie—e men che mai nella superficie, occupata interamente dalla forma ideologica—si poteva intravedere), pur essendo dotato di rilevante consistenza sociale e politica oltre che di importanti risorse organizzative. Così ragionava l’autore dell’ipotetico (ma una fantasia dimostratasi reale) rapporto in quanto appartenente ai gruppi di agenti strategici (sub)dominanti italiani, quando erano ancora capaci di pensieri lunghi: “noi sappiamo che non si tratta più, al momento attuale, di vedere se abbiamo o meno bisogno del Pci, dato che nessuno può negare di quanta utilità ci sia stato questo partito negli ultimi e difficilissimi anni, allorché sarebbe stato tanto più facile, per i suoi dirigenti nuocerci in maniera forse irrimediabile; ma che, ben al contrario, si tratta per noi di essere in grado di offrire a questo partito garanzie sufficienti perché, una volta alleatosi apertamente con la nostra gestione del potere, non corra il rischio di essere coinvolto in una eventuale rovina, di cui il Pci si troverebbe a condividere ipso facto le responsabilità e il peso, perdendo simultaneamente la propria base operaia che, non potendo più conservare alcuna illusione, nemmeno sul più piccolo cambiamento della propria sorte—sorte effettivamente molto poco invidiabile—, e stimandosi senza dubbio in questo tradita dalla propria direzione, reagirebbe liberamente al di fuori e contro ogni controllo. Ecco la vera questione, ecco il pericolo reale.” (2) Vengono ironicamente riconosciuti i tristi meriti del Pci, nel senso dell’affidabilità gestionale che non incidesse sui processi riproduttivi della formazione sociale capitalistica italiana, e potessero essere vantati quali titoli di legittimazione all’ingresso nell’apparato statale governativo. Per questo l’anonimo altolocato interlocutore risultava infastidito dall’incomprensione della funzione che il Pci poteva svolgere: “Tutti assistiamo, per esempio, all’ottusità con cui viene condotto attualmente, da parte dei principali esponenti politici, il dibattito su ciò che da mesi va sotto il nome di ‘questione comunista’, come se questo fosse un problema tanto più imbarazzante in quanto ‘, e come se noi—e altri non certo meno qualificati—non avessimo ancora concordato i modi, i tempi e le condizioni che renderanno utile alle due parti l’ingresso ufficiale del Pci nella sfera del potere; e come se i dirigenti comunisti non avessero già accettato ufficiosamente, nei più recenti incontri avuti, anche nei dettagli a loro più sfavorevoli del progetto, che, con dovuta cautela, si stanno occupando di far accettare alla base del loro partito, che si crede più radicale.” (3) Che cosa dovevano far metabolizzare, senza rigurgiti alla propria base i dirigenti del Pci? Non certo l’avvenuto dissolvimento di ogni velleità ‘rivoluzionaria’, perchè come esemplificativamente mostra la citazione di Mattioli riportata in un recente articolo di Duchini: è inutile che si dica che i comunisti hanno possibilità e capacità rivoluzionarie, non ci pensano manco loro, non ne parlano più. Nel senso che questi sono dei riformisti, tanto che vorrebbero cercare in un modo o nell’altro di vedere di partecipare a quello che è il governo e quindi l’amministrazione di questo paese…”. L’indicibile ed indigeribile era a mio avviso rappresentato dal mutamento di campo geopolitico del Pci , mascherato dietro l’opzione per la coesistenza e distensione Est/Ovest, la presa di distanza dall’Urss, sino poi all’esplicitazione dell’esaurimento della spinta propulsiva….

 

II. Il salto con ostacoli _Il cambiamento di campo geopolitico (tradimento)

Il passaggio di campo del Pci è adombrato da un altro libello del 1975 scritto da un Anonimo (in realtà il giornalista Gianfranco Piazzesi) dal titolo: ‘Berlinguer e il professore. Questo romanzo vi racconta come avverrà il compromesso storico’. Protagonista è il Professore, un esponente Dc investito della regia dell’operazione politica della cooptazione del Pci. Parlando con Kissinger a nome della Dc , il Professore asseriva perentoriamente: “Noi sappiamo bene, caro e illustre amico, che voi americani avete sondato nella direzione opposta. I vostri contatti con i comunisti italiani, molto confidenziali ma non proprio segretissimi, durano ormai da tempo. Ma permettetemi di dire che voi americani, in questo caso, state commettendo un grosso errore di valutazione. E non già come ritengono i fessi, perché il Partito comunista italiano è troppo legato all’Unione Sovietica, perché il Partito comunista italiano è una copia, solo lievemente truccata, ma sostanzialmente conforme, di quel Pcus che i vostri cremlinogi conoscono tanto bene. No, voi avete commesso l’errore contrario, non vi siete resi conto di quanto italiano si il partito diretto dall’onorevole Berlinguer. Mio caro e illustre amico, i comunisti italiani somigliano molto più a noi che non ai compagni sovietici. E ve lo posso facilmente dimostrare. Durante i vostri sondaggi, ne avete mai trovato qualcuno che via abbia risposto con un bel sì o con un bel no? In tanti colloqui, avete fatto soltanto una collezione di ‘ni’, come vi accade quando parlate con noi democristiani. Siete mai riusciti a capire che razza di governo vogliono formare, che razza di sistema vogliono edificare, una volta che saranno arrivati al potere? Siete ma i riusciti a capire che cosa esattamente significhi il loro nuovo modello di sviluppo?” (4) Dall’immaginario discorso dell’altrettanto immaginario protagonista emergono elementi decisivi sulla traiettoria che il Pci stava compiendo. In primo il Pci non è assolutamente ritenuto filosovietico, come invece l’ideologia anticomunista, identica al nero di seppia, ha sparso a piene mani sino all’accecamento. In secondo, invece si portano alla luce i rapporti tra il Pci_e gli Usa (“durano ormai da tempo”), e sono il segreto inviolabile al tempo per la base sociale del Pci. Tra l’altro si evince chiaramente che l’iniziativa dei contati è partita dagli Usa e non dalla dirigenza del Pci, e si adombra che Kissinger, nella sua politica di contenimento includa solo la repressione e non anche la cooptazione, per raggiungere gli stessi scopi, rispetto alle forze politiche nominalmente comuniste. In terzo luogo, si paventa una strategia Usa per sostituire referente la Dc quale referente politico della formazione sociale italiana. In quarto luogo, si copre il cambiamento di campo del Pci con la nebulosa affabulatrice della ricerca di una ‘terza via’ che rimase sempre necessariamente indeterminata almeno tanto era invece determinata la via realmente perseguita del passaggio da un campo geopolitico all’altro, non più come accettazione passiva di una condizione di necessità esito della divisione tra i due campi geopolitica prevalenti nella seconda guerra mondiale, ma come riconoscimento attivo e pienamente legittimante del campo geopolitico avverso (gli Usa) rispetto a quello (Urss) in cui ci si era collocati precedentemente (con l’obiettivo di ottenerne reciprocamente il riconoscimento e la legittimazione-investitura a competere con la Dc per il ruolo di referente politico italiano per i gruppi Usa prevalenti).

III. L’esito finale. Che cosa diventa il Pci , dopo il cambiamento di campo geopolitica, alla fine della sua tragitto?

Un ritratto di che cosa sarebbero diventati i piciisti e i loro derivati (tossici ancor più di quelli finanziari), lo si può trovare nell’opuscolo del 1977 prodotto da un falso d’autore, Berlinguer ‘Lettere agli eretici Epistolario con i dirigenti della nuova sinistra italiana.’ In una missiva indirizzata a Pannella il misterioso autore fa scrivere a Berlinguer le seguenti parole:

Noi comunisti non abbiamo mai nascosto di mirare all’egemonia circa la gestione dello spettacolo sociale, ma ad essa intendiamo pervenire non in via autoritaria, bensì con la persuasione di quanti – purtroppo ancor’oggi numerosi – propugnano il ricorso esclusivo allo spettacolo sanguinario. […] Ora, per quanto a prima vista incredibile, noi potremmo già oggi presentare uno spettacolo idoneo non solo a scoraggiare il popolo dal fare rivoluzione, ma atto ad indurlo altresì ad imboccare attivamente la via della controrivoluzione. Bisogna liquidare una volta per tutte il vecchio pregiudizio secondo cui la controrivoluzione è un prodotto esclusivo delle classi dominanti, libere di agire dopo avere paralizzato la volontà sovversiva dei subalterni. Se mai ciò è stato vero in regime autoritario, non può più esserlo oggi, in regime democratico, dove l’iniziativa deve partire dal popolo, ogni iniziativa, anche quella di agire per la controrivoluzione.” (5)

 

In primo luogo sottolineerei l’aspirazione alla gestione dello spettacolo sociale, senza esserne né registi ne committenti: infatti si aspira all’egemonia, ma la gramsciana corazza coercitiva su cui inscindibilmente si fonda, è lasciata ad altri—il ruolo è infatti coperto dalla pomiciniana ‘manina d’oltreoceano’). Chi è stato a infatti gestire—con ruolo eterodiretto dai subdominati interni e dai predominanti Usa—lo spettacolo sociale del colpo di Stato giudiziario di Mani Pulite essendone i principali beneficiari? O lo spettacolo sociale del Grande Debito che portava il paese sull’orlo della bancarotta, che ha dato l’avvio allo smantellamento dell’industria pubblica italiana deciso sul panfilo Britannia? Oppure dello spettacolo sociale dell’antiberlusconismo ultima (re)incarnazione del fascismo (o di un pericoloso regime autoritario)? Oppure ancora, dello spettacolo sociale dei vili e criminali bombardamenti sulla Jugoslavia? Ma il punto decisivo è, al di là dell’appropriatezza del termine contro-rivoluzione, che si ipotizzava in quel brano l’unica vera transizione del Pci, non verso lidi moderati e men che mai socialdemocratici, ma autenticamente reazionari. Perché gli ex-piciisti vennero individuati dai centri strategici statunitensi come sicari interni, cioè promossi quali punte di lancia della conduzione di politiche d’indebolimento prima e di azzeramento poi dei margini di azione autonoma e di sovranità nazionale, unitamente alle fondamenta nella struttura sociale italiana che consentivano tali proiezioni, ed avevano evitato un completo asservimento (evitato a suo tempo, anche, giocando anche sulla collocazione geostrategica di faglia della formazione sociale italiana, rispetto all’assetto bipolare).

 

La conclusione di questo trittico la traggo dal testo comico di Benni ‘La tribù di Moro seduto’ edito nel 1977, in cui sagacemente scriveva: “Pubblichiamo in esclusiva un’intervista con mister Arthur James Jammellon, esperto politico americano, capo della sezione italiana della Bullets import-export, membro del Comitato italo-americano Alpini. Mister Jammellon, dopo aver lavorato a lungo in Sudamerica, si trova ora dal 1971 in Italia, salvo brevi vacanze in Cile.”. L’intervistatore ripete ossessivamente numerose volte la stessa domanda all’ ‘Amico americano’ [Titolo del capitolo]: “Mister, Jammellon cosa significa per l’Italia la vittoria di Carter?” Finalmente alla fine risponde così: “Sì, lo so, a voi piacerebbe molto che Carter mandasse i marines e portasse Berlinguer a Montecitorio o a Regina Coeli. Vi toglierebbe dall’impiccio. No?” (6)

A posteriori, data la scelta della prima opzione (pur realizzatasi con diversi portatori soggettivi—data la sopraggiunta morte di Berlinguer—, in tempi successivi—anni Novanta dopo colpo di Stato giudiziario di Mani Pulite—, in forme diverse—fine del Pci dopo crollo Urss e varo del Pds) si può rimpiangere il fatto della mancata attuazione della seconda opzione: forse—in assenza di amnistie e amnesie varie—ci avrebbe risparmiato l’avvento degli organismi geneticamente modificati derivati dagli ex-piciisti, che solo un redivivo Dino Risi avrebbe potuto immortalare in un remake de ‘I mostri’.

 

 

NOTE

 

  1. Censor ‘Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia.’ Scotti Camuzzi editore, pag 54

  2. Censor ‘Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia.’ Scotti Camuzzi editore pag 8

  3. Censor ‘Rapporto veridico sulle ultime opportunità di salvare il capitalismo in Italia.’ Scotti Camuzzi editore pag 7

  4. Anonimo ‘Berlinguer e il professore. Questo romanzo vi racconta come avverrà il compromesso storico.’ Rizzoli editore pag. 76

  5. Berlinguer ‘Lettere agli eretici Epistolario con i dirigenti della nuova sinistra italiana.’ (Falso)Einaudi editore pag 19-20

  6. Benni ‘La tribù di Moro seduto’ Arnoldo Mondadori editore pag 49-52

 

Class aptent taciti sociosqu ad litora torquent per conubia nostra

berlusconi

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Nam urna ligula, pellentesque quis laoreet at, posuere in ante. Nullam tempor purus nunc. Quisque auctor orci at tellus tempor hendrerit. Fusce lobortis diam eget sem luctus eu hendrerit turpis rutrum. Mauris adipiscing venenatis eros. Vestibulum blandit suscipit odio a bibendum. Class aptent taciti sociosqu ad litora torquent per conubia nostra, per inceptos himenaeos. Maecenas laoreet sapien eget magna tristique id volutpat tellus gravida. Fusce vehicula eleifend mauris, vel ornare tortor vestibulum non. Suspendisse congue, sapien eu semper congue, est ligula dignissim ipsum, non fermentum dolor nibh non dolor. Aliquam sed sapien ligula, non elementum erat. Sed placerat enim luctus eros gravida sit amet vehicula nisi venenatis. Aenean eget massa at orci interdum dignissim nec ac est. Nunc pellentesque vestibulum urna sit amet aliquet. Sed congue neque eu urna mattis eu ornare lacus imperdiet.
Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Nam urna ligula, pellentesque quis laoreet at, posuere in ante. Nullam tempor purus nunc. Quisque auctor orci at tellus tempor hendrerit. Fusce lobortis diam eget sem luctus eu hendrerit turpis rutrum. Mauris adipiscing venenatis eros. Vestibulum blandit suscipit odio a bibendum. Class aptent taciti sociosqu ad litora torquent per conubia nostra, per inceptos himenaeos. Maecenas laoreet sapien eget magna tristique id volutpat tellus gravida. Fusce vehicula eleifend mauris, vel ornare tortor vestibulum non. Suspendisse congue, sapien eu semper congue, est ligula dignissim ipsum, non fermentum dolor nibh non dolor. Aliquam sed sapien ligula, non elementum erat. Sed placerat enim luctus eros gravida sit amet vehicula nisi venenatis. Aenean eget massa at orci interdum dignissim nec ac est. Nunc pellentesque vestibulum urna sit amet aliquet. Sed congue neque eu urna mattis eu ornare lacus imperdiet. Continua a leggere

1 33 34 35