RIFONDAZIONE, CONGRESSO O DIGRESSO?

 

Dopo il congresso dei Comunisti Italiani di Diliberto svoltosi nel mese scorso, è ora la volta del congresso di Rifondazione Comunista. Il partito di Ferrero – coartefice del cartello elettorale della FdS – giunge al suo appuntamento proprio in questo fine settimana, con ben tre documenti di candidatura pubblicati agli atti. Il secondo ed il terzo sono praticamente più di facciata che altro, hanno un appoggio quasi irrilevante e limitato a pochissime federazioni locali, e saranno presumibilmente asfaltati dal documento congressuale numero 1, ossia quello che rilancia e sostiene la candidatura di Ferrero alla segreteria generale. Gli stralci sono a dir poco deliranti e proseguono sulla pittoresca linea operaista-trotzkista-valdese che  anima il leader del partito. Se da un lato, infatti, si scorgono passaggi interessanti nella capacità – per altro non eccezionalmente lucida – di individuare i semi di un ordine multipolare in divenire (effetto BRICS), dall’altro viene riprodotta un’analisi stantìa e retorica del mondo capitalistico occidentale. Molta retorica sulla ritrovata attualità del pensiero di Marx – inevitabilmente sempre interpretato attraverso un filtro moralistico e pseudo-filosofico, e mai seriamente economico, strategico e scientifico – ed ancora una volta l’imposizione di una dualità schematica di classe vecchia, anacronistica e non più capace di rilevare le contraddizioni principali esistenti sullo scenario internazionale. Manca un’analisi seria capace di inquadrare il ruolo della Repubblica Popolare Cinese, a malapena citata, sia sul piano geopolitico sia sul piano del rinnovamento e del superamento progressivo del pensiero marxista-leninista, che Deng Xiaoping è stato in grado di innescare attraverso la teoria del socialismo con caratteristiche cinesi.

Quel modello ha effettivamente catapultato il Partito Comunista Cinese in una fase storica che ha saputo leggere in anticipo le grandi trasformazioni epocali dell’era post-fordiana, rilanciando il ruolo dello Stato secondo un nuovo e – per alcuni aspetti – inedito impianto teorico in grado di uscire dalle sacche di un infantilismo rivoluzionario che ha cristallizzato il marxismo in un becero anti-mercatismo sino a divenire (attraverso contaminazioni ideologiche con movimenti new-age ambientalisti e organizzazioni umanitarie di vario genere) una sorta di anti-sviluppismo. L’avversione all’industrializzazione pesante, all’energia nucleare e alla pianificazione di un percorso di ricostruzione produttiva sotto la guida dello Stato, sono posizioni che contano enormemente ed oltremodo negativamente nella politica degli ultimi trent’anni. Primo impedimento a questo processo è senz’altro la condizione di sovranità più che limitata del nostro Stato che, al di là di ogni altra pur sussistente contraddizione sociale, rappresenta la contraddizione primaria. Senza sovranità industriale, energetica e militare, l’Italia non ha alcuna possibilità di imporre un proprio programma politico autonomo, proprie relazioni diplomatiche e proprie linee guida in termini di politica sociale. La presenza della BCE e della Nato impongono all’Italia pesantissime limitazioni alla propria autonomia, sino a ridurre ai minimi margini l’agibilità di una classe dirigente che non rappresenta più alcun settore produttivo, né dipendente né imprenditoriale, ma soltanto una serie di comitati di interessi, costruiti sul modello dei due partiti dominanti negli Stati Uniti, e legati, a vari livelli, ad ambienti politici, economici e militari stranieri.

Nonostante la prepotente entrata in scena del governo Monti abbia dimostrato con evidenza netta e a pieno titolo la condizione di commissariamento e servaggio del nostro Paese, il documento di Ferrero dimentica di ricordare la tragicomica eredità di Fausto Bertinotti, l’appoggio ai due governi dell’ex emissario Goldman-Sachs Romano Prodi (1996-1998 e 2006-2008), ed il completo smantellamento dell’IRI e del sistema a partecipazione statale avviato dai governi di centro-sinistra negli anni Novanta, e sembra confluire ancora una volta verso i temi di un’ultra-sinistra di piazza, che all’analisi concreta delle cose concrete sembra preferire un anticapitalismo in stile indignados. Tant’è che la prima preoccupazione è quella di sancire (ancora una volta, in un rinnovato clima krusceviano da XX Congresso Pcus) “una rottura radicale con lo stalinismo”, specificando che “la separazione dallo stalinismo è anche e soprattutto la messa in causa di un paradigma della transizione, di una concezione della politica, di una funzione del partito” e che “nel nuovo movimento comunista queste ragioni [diritti civili della persona, nda] devono essere sviluppate fino in fondo, in nome della società nuova da costruire, della liberazione del lavoro e dal lavoro, del rifiuto della sussunzione della cittadinanza nella statualità”. Il Socialismo Reale, dunque, costituirebbe “un’eredità negativa” in cui “individuiamo, prima di tutto, l’idea di un “campo socialista” – campo statuale – al quale sacrificare, o subordinare, gli interessi strategici del movimento operaio mondiale: una distorsione di prospettiva improponibile, anche e soprattutto per il futuro”, “l’ossificazione dogmatica della teoria: un sostituto autoritario e inefficace dell’analisi dei processi reali, della metodologia dell’inchiesta, della verifica” ed uno “sviluppo industriale centralizzato, che ha prodotto un grande sviluppo economico ma contemporaneamente ha riprodotto rapporti di produzione gerarchizzati, non ha liberato il lavoro e ha contribuito all’ulteriore centralizzazione antidemocratica dello stato”. Insomma, lo Stato – secondo Ferrero – va posto in secondo piano rispetto alla libertà della persona e ai diritti individuali. Piace vedere che Karl Marx (ma, in tal merito, soprattutto Engels) sia stato sostituito da Karl Popper, e che il linguaggio da organizzazione non governativa occidentale si spinga sino ad affermare che da questo “deficit – non dal surplus – di socialismo sono derivate la concezione (e la pratica) totalizzante e dispotica del Partito, l’arbitrio incontrollabile del leader, la cancellazione di ogni istanza democratica di base nell’organizzazione e nella società, la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e delle persone ad appendici insignificanti della potere”. L’Unione Sovietica e i Paesi ad essa alleati nel quadro del Patto di Varsavia e/o del Comecon, erano dunque – secondo Rifondazione – retti da organismi autoritari, che non badavano ai diritti della persona e che avevano riprodotto le gerarchie sociali di un tempo.

Non c’è da stupirsi se, come riporta Costanzo Preve in un suo articolo, il giovane Paolo Ferrero, all’epoca in Democrazia Proletaria, sia passato alla “storia” per aver investito (capitalista peccatore!!!) un milione delle vecchie lire in manifesti che celebrassero trionfalmente la caduta del Muro nel 1989. Coerentemente con quel folle gesto che allineava de facto le posizioni dell’estrema sinistra operaista e trotzkista alle linee guida di Solidarnosc, di Radio Free Europe e di Carta77, il documento congressuale di maggioranza di Rifondazione riporta in vita la retorica di Walesa e di Sakharov. Quei movimenti est-europei furono abbondantemente finanziati dal Quantum Fund di George Soros, già pronto ad inaugurare la stagione delle rivoluzioni di velluto o colorate all’interno dell’immenso spazio post-sovietico, ormai disossato da una miriade di traditori, sabotatori, oligarchi, dissidenti rientrati in “patria” e dai peggiori ceffi di cui Washington e Londra potessero servirsi. E non sorprende certo il fatto che lo stesso Soros sia dietro anche a tutta una serie di movimenti di manovalanza riconducibili alla galassia del cosiddetto “radicalismo di sinistra” occidentale, come Avaaz e il circuito “indipendente” informativo di IndyMedia, sino addirittura – si vocifera – agli Indignados: curioso davvero che uno dei più grandi speculatori di Wall Street, un emblema del capitalismo a stelle e strisce ed un nemico dichiarato del Socialismo Reale, come l’ebreo ungherese George Soros, possa strizzare l’occhio a movimenti di chiare tendenze anticapitaliste. Ma del resto, la New Left americana è stata capace anche di questo, cioè di generare nuovi mostri per infilare giuste battaglie nel vicolo cieco di rivendicazioni moraliste, populiste e prive di qualunque analisi scientifica di dimensione sistemica e di tenore strategico. Cos’era l’euro-comunismo, in fin dei conti, se non un progetto pensato per eliminare in ogni Paese occidentale qualunque terminale di riferimento all’Unione Sovietica, schiacciando in minoranza le correnti maggiormente legate a Mosca all’interno di ogni partito comunista? Perché la Cia espresse solidarietà a Berlinguer, complimentandosi di aver emarginato la corrente dei cossuttiani all’interno del PCI? Domande con risposta immediata e spiegazione molto semplice: è facile per questi ambienti anti-sistema costruire un consenso a partire proprio dalla pars destruens, dalla “critica al” e dalla dimensione anarchica della “guerriglia urbana”. Come Grillo, anche Ferrero evidentemente sa bene che il dissenso (e non la lotta) paga. Basterà qualche trombato dalla nuova rigidità montiana nella pubblica amministrazione o qualche cassaintegrato in più per aggiungere tessere militanti al mosaico del nulla politico della Federazione della Sinistra, ricercando un appoggio vitale nelle pagliacciate di Vendola e del suo partito, che della deriva new-age di “sinistra” è un biglietto da visita a colori e caratteri nobiliari.
Il comunismo  a cui facciamo riferimento è un comunismo di società, legato alla democratizzazione della vita quotidiana, al rispetto e alla valorizzazione della dignità delle persone che porta con sé il ridisegno delle relazioni tra le persone e tra la società e la natura”: con questo sermone da prete scalzo, si afferma in sostanza il nulla ideologico e teorico, sfiorando i livelli di Carlo Verdone alias Ruggero Brega nel film Un Sacco Bello. Purtroppo non c’è nessun padre oggi a ridere in faccia e a sbraitare contro questi “figli dell’amore eterno de noantri”, ricordando alla “zoccolé” di turno che lui è “communista così”.

L’ITALIA E’ IN GINOCCHIO


di Andrea Fais

 

Le facce preoccupate e i volti tesi della politica fanno da contraltare all’entusiasmo di qualche migliaio di cretini scesi in piazza a festeggiare le dimissioni di Berlusconi. Il nuovo governo, già preparato da mesi, si è insediato sabato sera (quando mai si è votata una legge dello Stato di sabato?) e nel giro di poche ore, soprattutto grazie all’attivismo di Napolitano, che – dopo l’incitamento all’intervento in Libia – è tornato a giocare un ruolo determinante nella politica italiana. Questo governo non ha alcun mandato elettorale, si comporrà di ministri in maggioranza sconosciuti agli elettori, quasi tutti provenienti dai settori della finanza e del capitalismo manageriale, senza alcuna nomina – nemmeno indiretta – di derivazione popolare, e non ha ancora una scadenza prestabilita. L’unico aspetto che per ora appare certo, è che non si tratterà di un governo neutrale o limitato al semplice riordino dei conti pubblici, anche perché un governo tecnico è sempre ed in ogni caso un governo politico, è un governo che prende decisioni e stabilisce disposizioni in materia economica, sociale e giuridica, le quali – a loro volta – vanno a riguardare direttamente la popolazione (cioè lavoratori, pensionati e famiglie) e i settori produttivi (piccole e medie imprese, industrie strategiche e artigianato). Malgrado la vulgata neo-liberale degli anni Novanta, le cosiddette “ideologie” non sono mai “finite” e il momentaneo trionfo internazionale del liberalismo nel 1991, ha prodotto soltanto una serie di finzioni e mascheramenti capaci di trasformare e ribaltare gli schieramenti, rimescolandone le componenti e gli stessi elettorati. La folla eccitata che spinge sull’acceleratore dell’IdV, mentre Di Pietro cercava, al contrario, di frenare bruscamente un corso degli eventi evidentemente considerato pericoloso anche da un anti-berlusconiano viscerale come lui, è un’immagine piuttosto esplicativa della situazione che viviamo: i cittadini italiani sono stati talmente rincitrulliti negli ultimi diciotto anni da ricercare e volere ardentemente (senza saperlo o senza rendersi conto) tutto ciò che di più catastrofico possa esserci per il nostro futuro. La colpa è anche di Berlusconi, perché il neo-linguaggio della “seconda repubblica” ha continuato a mutuare espressioni da “prima repubblica” adattandole al nuovo contesto e confondendo le idee, immaginando la presenza di “giudici comunisti” e di presunti “golpe rossi”, quando in realtà i veri nemici Berlusconi ce li aveva in casa o negli ambienti a lui più familiari: Gianfranco Fini, Luca Cordero di Montezemolo, ultimamente anche la stessa Emma Marcegaglia, i vari frondisti del PDL, la Casa Bianca e tutti quei quotidiani londinesi come l’Economist o Financial Times, al cui confronto Il Giornale sembra quasi un mensile bolscevico. Il teatrino era troppo denso di contraddizioni, ormai. Dopo diciassette anni di mascheramento, i mossieri e i burattinai dovevano pur emergere allo scoperto, permettendoci di capire meglio persino cosa avvenne dopo Tangentopoli, in quel biennio “tecnico” di svendite 1992-1993, quando Ciampi ed Amato gestirono – sempre da “tecnici” – una della fasi più devastanti per la nostra economia nazionale. Tuttavia, c’è ancora chi proprio non riesce a vedere più in là del proprio naso e continua a parlare di “liberazione”, di “ventennio giunto al termine”, falsificando anche la storia a noi più prossima dal momento che dal 1994, i governi guidati da Berlusconi hanno ricoperto solo otto anni dei diciassette totali. E il resto? Meglio che il popolino del centro-sinistra non lo rammenti. Perché altrimenti, dovrebbero elencare nove anni di privatizzazioni, di svendite del patrimonio statale, di “liberalizzazione” nel mercato del lavoro, di assoluta e quasi sempre indiscutibile fedeltà atlantica alla Nato. Nazionalisti? Comunisti? Liberali? Destra? Sinistra? Centro? No. Proprio non ci siamo. Don Camillo e Peppone, sepolti da decenni di trasformazioni politiche e di rinnegamenti su tutti i fronti, non potrebbero avere nulla a che spartire con questa destra e con questa sinistra. Soprattutto Peppone, genuino e bonario sindaco stalinista di una Brescello che non esiste più da almeno quaranta anni. Se quella pittoresca figura dell’Italia degli anni Cinquanta avesse potuto sapere in anticipo che, sessanta anni dopo, i pronipoti del suo partito si sarebbero riciclati in una nuova struttura intenta a sbavare davanti all’icona del presidente degli Stati Uniti e pronta ad appoggiare senza tentennamenti il governo tecnico di un capitalista, di un manager dell’alta finanza internazionale, pure la penna di Guareschi si sarebbe rifiutata di continuare a scrivere. Se Giuseppe Bottazzi, in arte Peppone, avesse saputo che un giorno L’Unità sarebbe stata diretta da personaggi quali Furio Colombo o Concita De Gregorio e che proprio il giornale fondato nel ’24 da Gramsci, avrebbe riportato nell’occhiello le citazioni di Ronald Reagan o tutta una serie di prime pagine pronte ad esaltare le missioni militari della Nato, si sarebbe dato all’alcolismo dopo un rapido abbandono dell’impegno politico militante. Non ci sono davvero aggettivi per descrivere esaustivamente questa specie di popolo della sinistra, completamente devastato, privo di grandi idee e di grandi valori politici, unicamente cementato sul collante dell’antiberlusconismo. E la paura più grande di Bersani, di Vendola, della Bindi e di tutto il gruppo al seguito è proprio questa. Ora che, su ordine della Commissione Trilaterale e della Banca Centrale Europea, Berlusconi viene estromesso dalla politica, quale sarà il ruolo del Partito Democratico, di Sinistra e Libertà, di quotidiani come Repubblica o Il Fatto Quotidiano? Di cosa parlerà Travaglio ogni giovedì sera dagli studi della ex Annozero, oggi Servizio Pubblico? Proprio giovedì scorso, in un faccia a faccia con Feltri, il montanelliano doc, idolo della sinistra nell’intera decade che abbiamo riposto alle nostre spalle, ha gettato la maschera. Non avevamo certo bisogno di quelle sue prime considerazioni nell’era post-berlusconiana per sapere chi fosse, ma giova ricordare il motivo principale del suo ruolo di cronachista giudiziario, indaffarato ad affossare mediaticamente Berlusconi. “Berlusconi non ha fatto nulla di veramente liberale, ha tradito la rivoluzione liberale che promise nel ‘94”. Condivise da Feltri nella sostanza, queste affermazioni lasciano intendere il quadro politico all’interno del quale si è giocato lo scontro in atto negli ultimi diciassette anni, e chi siano – più in alto – i centri strategici che, specie negli ultimi tre anni, hanno cercato in ogni modo di sbarazzarsi del Cavaliere. Lo abbiamo ripetuto ad libitum qui su Conflitti & Strategie, e non abbiamo problemi alcuni a ribadirlo ancora oggi. La politica estera intrapresa dall’Italia negli ultimi anni non piaceva a Washington e a Londra: gli attacchi di Repubblica, ai limiti del razzismo, contro il leader libico Mohammar Gheddafi e contro il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev, le continue invettive della stampa (persino di Rai3, un tempo definita- senz’altro bonariamente e di certo impropriamente – TeleKabul) contro la Russia e contro Vladimir Putin, lo scroscio di “fischi” a scena aperta raccolto in seguito alla visita di Stato di Berlusconi in Bielorussia dal presidente Lukashenko, sono segni evidenti che in Italia siamo senz’altro sotto uno stato di dittatura nel mondo della comunicazione. Tuttavia non si tratta della fantomatica “dittatura berlusconiana”, bensì della ben più potente e ben più visibile dittatura atlantica degli Stati Uniti, un’egemonia mediatica e culturale, che seleziona il personale giornalistico adeguato ai propri scopi, scartando ogni voce dissonante. La pseudo-informazione giunta dalle zone martoriate dai bombardamenti della Nato in Libia è esemplificativa del quadro in cui ci troviamo: duecentomila morti, intere città dilaniate dai raid statunitensi, britannici, francesi, italiani e norvegesi, centinaia di vittime nell’alveo delle guerre claniche e razziali scatenate dai “ribelli”, ma non un filmato televisivo in orario da telegiornale nazionale, non una parola sulle responsabilità dell’Onu e dell’alleanza atlantica per la distruzione di un Paese e per la barbara uccisione di un capo di Stato, lasciato morire, come Milosevic e come Saddam, prima che potesse anche solo difendersi dinnanzi ad un Tribunale internazionale, smentendo le ridicole ed infamanti accuse che lo volevano “carnefice” del suo popolo. Roba da colonialismo ottocentesco. Eppure, con il nostro Paese in stato di guerra, l’argomento di punta nei bar e nelle piazze, continuava ad essere la polemica mediatica sulle escort che Berlusconi si sarebbe portato in camera. Non possiamo dunque lamentarci se oggi, proprio alle porte dell’inferno e all’inizio di una delle stagioni più drammatiche per il nostro Paese, vediamo ancora personaggi intenti a discutere di questioni inutili, formali e prive di significato. Quando la fame nera arriverà anche qui, come in Grecia, forse la gente comincerà a scendere nuovamente in strada per qualcosa di serio e di vero: il pane e il lavoro.

FACCIAMO DUE CONTI, SENZA AUTOCELEBRAZIONI STUCCHEVOLI

 

All’inizio del 2011, il think-tank Conflitti&Strategie ed il suo vecchio blog – ormai inutilizzato ed oggi sostituito da questo sito – veniva bersagliato da diversi buontemponi che si divertivano a scovare nel nostro gruppo – attraverso esorbitanti perifrasi da nobel letterario – un presunto covo di filo-capitalisti e berlusconiani mascherati, una specie di “linea nera” del web, e una sorta di “quartier generale della borghesia” addirittura “supportato” da quei due o tre analisti de Il Giornale o di Italia Oggi con cui ci eravamo “azzardati” a discutere. Alla fine dell’anno tutte le tesi portanti e gli archi maestri teorici sostenuti da Conflitti&Strategie, sulla base – essenziale e senz’altro non collaterale – degli studi e delle pubblicazioni di Gianfranco La Grassa, vengono confermati dai fatti.

–         La degenerazione della sinistra italiana lungo gli ultimi trentacinque anni e la sua riconversione in chiave neo-liberista con il parallelo, progressivo passaggio di campo geopolitico dal blocco sovietico a quello nord-atlantico, sono processi già previsti ed analizzati da La Grassa molto tempo fa,attraverso una lettura che ha dovuto solamente attendere di perfezionarsi con gli eventi più recenti quanto meno ad iniziare dalla nascita del Partito Democratico (2008).

–         La particolare anomalia italiana rappresentata non dall’esistenza di un fenomeno Berlusconi – come la sinistra e Freedom House hanno sempre sostenuto – ma dalla presenza di un centro-sinistra etero-diretto da Londra e Washington, allineato in tutto e per tutto con i centri strategici del campo atlantico e con i più biechi settori della finanza anglo-americana.

–         La debolezza strutturale di Berlusconi in quanto “statista dimezzato”, a causa della sua (in)cultura politica, della sua incapacità strategica (anche interna) e delle sue vicende personali, negative e deprecabili non tanto sul piano morale (non è questa la sede per dibattere di questo aspetto particolare) quanto piuttosto sul piano della ricattabilità in relazione alla tenuta e alla stabilità pubblica del governo, dimostrata in tutta la sua evidenza nel caso dell’aggressione neo-coloniale contro la Libia, dinnanzi alla quale Berlusconi è stato costretto a fare retromarcia per effetto di palesi pressioni internazionali (Obama, Clinton, Sarkozy e Cameron).

–         L’interesse del vasto campo mediatico e “non-governativo” internazionale (Freedom House, Open Society Istitute, Financial Times, The Economist, Repubblica, Washington Post, Popolo Viola, Annozero ecc. …) nell’instaurazione di una campagna antiberlusconiana permanente finalizzata al boicottaggio non già della figura del presidente del consiglio, quanto invece dell’intero sistema industriale, economico ed istituzionale dell’Italia, soprattutto se pensato in connessione con la politica estera di apertura nei confronti della Russia, della Bielorussia, della Libia, dell’Iran e del Kazakistan.

–         Il decisivo ruolo del presidente della repubblica Napolitano in merito alla gestione della crisi interna e delle decisioni internazionali.

–         La scelta di una successione di matrice tecnica tra un elenco di papabili che andavano da Montezemolo, a Draghi, passando per Monti e Amato. Draghi è stato piazzato alla guida della BCE proprio nel momento in cui l’Italia si appresta ad indossare il suo cappio al collo, dunque si è scelto l’altro ex dipendente di Goldman Sachs, presidente della sezione europea della Commissione Trilaterale, nonché membro del Gruppo Bilderberg, Mario Monti.

Tutti questi punti sinteticamente riassunti confermano quanto abbiamo sempre detto e scritto perlomeno negli ultimi dodici mesi, e soprattutto a partire da quel fatidico 14 dicembre, quando un’intera pletora di cialtroni mise a ferro e fuoco (proprio come accaduto di recente) la città di Roma, per costringere – attraverso una qualche “vittima immolata” che non c’è stata – Berlusconi alle dimissioni. Dopo lo strappo di Fini in estate, le carte erano ormai scoperte, e la maggioranza doveva fare i suoi conti in tasca. Arrivò una fiducia striminzita, con qualche passaggio di emiciclo abbastanza frettoloso: la politica è un’arte poco nobile e per niente pulita, si sa. Non è questo il punto. Da allora, l’Italia e Berlusconi sapevano di essere sotto assedio. Sapevano che sarebbe bastata una piccola oscillazione per andare alla deriva. Con l’inizio del 2011, sono arrivate le rivolte arabe e tutti i sommovimenti studiati da Washington per rimescolare le carte in tavola e per tentare di adattare i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente alle nuove strategie Usa, perfettamente filtrate dall’evento messo cinematograficamente in scena per sancire la fine della stagione “bushana” contrassegnata della guerra frontale al terrorismo internazionale: la presunta cattura-uccisione di Bin Laden. Anche in quel momento di subbuglio internazionale arrivarono i buontemponi dell’antimperialismo stile ultimo Mao (“Grande è la creatività delle masse”, “L’Urss è ormai una dittatura borghese”, libretto rosso da “studiarsi a memoria” e altre amenità…), a commentare minacciosamente le nostre precisazioni analitiche su quelle che loro ritenevano le “sacre ed inviolabili” rivolte spontanee dei “popoli” e delle “masse” arabe in lotta contro la “dittatura”. Sin da allora, pareva chiarissimo che tra queste tesi da linbiaosimo posticcio e quelle lib-dem di Obama non ci fosse alcuna differenza sostanziale. In ogni caso, il dibattito si è concentrato sugli esteri e Berlusconi ha potuto barcamenarsi per dieci mesi, collezionando una serie di errori decisivi e trattando una resa a precise condizioni: tradire Gheddafi e l’intero popolo libico vittima dei bombardamenti della Nato, e lasciare entro la fine dell’anno la poltrona di primo ministro. I tanti personaggi di quel pagliaccesco panorama della sinistra italiana ci guardavano in cagnesco o ci lasciavano commenti minatori nel blog, pronti a sventolare le bandierine di un ridicolo CLN anti-B ed innalzando al vento i fucili virtuali che il gruppo editoriale di De Benedetti aveva consegnato ad ognuno di loro. Probabilmente nessuno tra questi energumeni ha mai letto con attenzione nemmeno mezza riga di quanto veniva scritto e pubblicato sul nostro sito. Eppure oggi, con fare da saccenti, pretendono di imporsi come baluardi del cambiamento, cercando di rendere egemone un’opinione di totale minoranza all’interno della pubblica opinione, che, da parte sua, ormai se ne sbatte alla grande dei loro sermoni sulla “crisi strutturale del capitalismo”, sulle fantomatiche “unità proletarie contro i padroni” o sui “crolli imminenti del sistema liberista”. Il fronte atlantico sta semplicemente redistribuendo le forze al suo interno, e Portogallo, Italia, Grecia e Spagna sono i Paesi al rimorchio che Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania intendono far retrocedere di qualche gradino per evitare brutte sorprese nell’arco mediterraneo. Per il resto, l’Europa rimane la nebbiosa arena di egoismi e di scontri interni che è sempre stata nella storia: appare ormai evidente che non esiste alcuna Unione, nessun sistema di “dominio globale” e nessun fantomatico mondialismo dell’“alta finanza transnazionale”, come invece i tanti complottisti di destra, anarchici o di sinistra si divertono a scrivere per nascondere le mancanze analitiche e i fallimenti personali nell’aver inseguito per decenni inutili surrogati di ideologie sepolte dalla storia. La corsa al riarmo di tutte le principali potenze globali dell’Ovest e dell’Est, il ritorno di Washington alle velleità multilaterali degli anni Novanta ed il mirato, chirurgico invio di truppe statunitensi in Africa attraverso il comando militare di Africom, dimostrano che l’instabilità internazionale non fa che aumentare giorno dopo giorno e che precise nazioni strategiche della dorsale centro-settentrionale del Continente Nero costituiscono il prossimo campo di battaglia per una sfida del tutto inedita tra Stati Uniti e Cina, trasferendo il pivot dello scontro strategico più a sud rispetto a quel Medio Oriente su cui continuano invece a concentrarsi veline e indiscrezioni specie nella testa (dura) di chi non riesce a fuoriuscire dal quadro ideologico imposto per anni dalla dialettica sionismo/antisionismo. Durante la crisi libica, le posizioni di Hamas e dell’Iran erano de facto simili, se non identiche, a quelle della Nato, la Turchia ha immediatamente scaricato la Siria di Assad ospitando l’opposizione religiosa in esilio, il Qatar ha ben presto fornito le sue basi militari per l’attacco della coalizione atlantica contro Gheddafi, mentre i carri armati dell’Arabia Saudita hanno coadiuvato la repressione delle autorità del Bahrein contro le proteste interne: se a questo quadro aggiungiamo le nette divergenze tra la lettura dominante negli Stati Uniti (rivolte arabe come liberazione dalla “tirannia”) e l’opinione di gran parte dello stato maggiore di Israele (rivolte arabe come “re-installazione di governi islamisti”, pericolosissimi per la sicurezza dello Stato ebraico), risulta evidentissima la complessa frammentazione di un mondo islamico per anni pensato come  un monolite anti-occidentalista, tanto dai falchi neo-conservatori statunitensi quanto dai loro contestatori “antimperialisti” sparpagliati nel mondo occidentale, subito pronti a disegnare schemini duali tanto nell’ambito della politica economica quanto in quello della politica internazionale. Non c’è alcun crollo imminente del “capitalismo”, così come in noi non c’era mai stata alcuna simpatia per il governo Berlusconi e tanto meno per la sua figura di politico, su cui – specie a partire dalla crisi libica, questo sì – ci sarebbe da stendere un velo pietoso.

E ora siamo qui, con una mano davanti e l’altra dietro, ad aspettarci il peggio e a dover dire amaramente: ve l’avevamo detto.

I RAPPORTI DI FORZA E LO STATO COME “PROCESSO COSTANTE”


 

Mi è capitato di leggere un articolo di Gianluca Di Feo a proposito dell’intervento atlantico in Libia, pubblicato lo scorso 27 ottobre sul sito de L’Espresso. L’esordio suona agghiacciante, ma non sorprende affatto e svela le cifre fornite dal nostro Stato Maggiore, disponibili dopo la fine della missione Nato, ufficialmente dichiarata conclusa il 31 ottobre scorso.

I nostri caccia hanno individuato 1.500 obiettivi e ne hanno distrutti oltre cinquecento con almeno ottocento tra bombe e missili. È il massimo volume di fuoco scatenato dall’Aeronautica sin dal 1943: gli arsenali sono stati svuotati, impegnando contro le postazioni dei “lealisti” l’intera scorta di armi di precisione con puntamento laser o satellitare[1]

Questi dati dimostrano definitivamente la partecipazione dell’Italia all’aggressione nei confronti della Libia, ed il ruolo attivo (non certo meramente passivo) del nostro esercito nelle azioni militari. La potenza di fuoco scatenata dai nostri caccia smentisce, dunque, ciò che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, aveva affermato il 21 marzo[2], affiancato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che invitò a non fare allarmismi, poiché “non siamo in guerra[3]. Se la dialettica della democrazia partecipativa, illusoriamente promossa e sponsorizzata dalle nostre classi dirigenti negli ultimi sessanta anni, esistesse davvero, ci sarebbero tutti i presupposti per presentare una mozione di sfiducia popolare e una richiesta di dimissioni per queste due cariche dello Stato e per il presidente del consiglio che è a capo del governo.

Ovviamente, conosciamo bene la farsa delle democrazie liberali e la mitologia da esse imposta alla fine della Guerra Fredda: l’ideologia delle fine delle ideologie, la vulgata del compimento della storia e l’invisibile imposizione mediatico-culturale di un ordine unipolare schiacciato sull’unilateralismo di Washington. Sappiamo bene – ed è logico che sia così – che il pluralismo è consentito da un qualsiasi Stato, solo nella misura in cui tale pluralismo si muove entro uno spazio di posizioni e opinioni, divergenti in relazione alle modalità di gestione del potere, ma generalmente concordi sui temi fondanti dell’ordine politico, militare ed economico costituito. Ogni sistema politico e sociale nasce da guerre e sconvolgimenti epocali (nel nostro caso la II Guerra Mondiale), e a sua volta genera un maglio di posizioni nel suo alveo generale, tali da contrapporre interessi divergenti anche in modo feroce.

In tal senso pare necessario superare velocemente la dicotomia democrazia/dittatura, che non ha alcun senso al di fuori di quello retorico ed ideologico, utilizzato ad hoc dalla Nato per definire i suoi obiettivi strategici. L’Unione Sovietica fu quasi sempre – quanto meno dal 1948 in poi – denunciata dall’Occidente come una “dittatura” contrapposta al presunto “mondo libero” costituito dalle potenze atlantiche e dai loro alleati. Per decenni essa fu dipinta nelle cronache statunitensi come un monolite totalitario fondato su imposizioni dall’alto e sui diktat della fantomatica nomenklatura. Questa versione propagandistica, oltre a risultare stucchevole e pretestuosa, sembra perfino insufficiente a comprendere i movimenti interni allo Stato Sovietico e le numerosissime tensioni e dualità, spesso sanguinolente, presentatesi nei settantaquattro anni di storia dell’Urss: destre, sinistre, centri, revisionisti, neo-staliniani, anti-revisionisti, vaviliovisti, lisenkisti, distensionisti, derzhavniki, eurasiatisti, gorbaceviani e chi più ne ha più ne metta.

Potremmo individuare altrettante dicotomie e divergenze anche in altri Stati dell’era del socialismo reale, perfino nella tanto vituperata Corea del Nord e a Cuba, o anche in Stati quali l’Iran, il Pakistan e la Siria, che un arrogante rapporto della Casa Bianca, all’indomani dell’Undici Settembre, si affrettò a definire “canaglia” (Rogue States). Senz’altro, però, il caso più emblematico in questa direzione è quello della Cina, che ha resistito alla catastrofe del 1989, vincendo quella autentica guerra civile e mediatica, enucleatasi nella reazione a catena innescata da decenni di accerchiamento militare e politico del “campo socialista”, e da almeno dodici anni di ingerenze e soft-power “diritto-umanitarista” e “non-violento” (quanto meno a partire da Charta77 e Solidarnosc in poi). La repressione di Piazza Tien An Men, pur tuttavia, è ancora oggi utilizzata da gran parte degli opinionisti occidentali come un’arma di ricatto morale da puntare contro la Cina all’occorrenza, assieme alla questione tibetana, alla questione uigura e alla crisi taiwanese. La nuova vulgata di propaganda che oggi si sta affermando in Occidente è chiara e limpida: il vero successo della Cina sarebbe costituito dalla crescita economica, mentre per tutto il resto permarrebbero i pesanti problemi di un Paese “autoritario” e di una società “chiusa” e “nazionalista”. Insomma, l’equazione dei liberali di casa nostra è semplice: i meriti della Cina sono riconducibili al “capitalismo” e i demeriti/crimini/orrori al “comunismo”. Ovviamente, non è così, e questa ridicola bipartizione manicheista di uno stesso Paese, mette in luce la pochezza delle argomentazioni e la scarsezza assoluta del dibattito politico in Occidente.

Né Pechino, né Mosca, tra l’altro, hanno mai strumentalizzato in modo talmente ridondante e stucchevole le sommosse metropolitane di Washington, di Seattle o di Los Angeles, le repressioni delle popolazioni afro-americane, le proteste e gli scioperi negli Stati Uniti, sino a giungere al punto forse più radicale della questione statunitense: lo sterminio delle tribù native nord-americane. Come può ergersi, difatti, a gendarme morale del pianeta, una nazione che non ha mai rispettato nessuno dei diritti di cui si proclama promotrice, e che fonda la sua politica internazionale sul più bieco pragmatismo e sul più cinico calcolo opportunistico? Come può questa nazione appropriarsi del diritto di stabilire cosa sia la democrazia e quali Paesi ne facciano parte? Non prendiamoci in giro. Così come si era dato vita ad un “campo socialista” geograficamente e militarmente racchiuso tra la Germania Orientale e la Kamchatka, si è dato contemporaneamente vita ad un “campo liberale”, costruito sulle basi della Carta Atlantica del 1941, ampliato e ridefinito quale Patto Nord-Atlantico grazie agli esiti della Seconda Guerra Mondiale sul fronte occidentale, ed espansosi, tra il 1994 e il 2009, a tutta l’Europa orientale, dalle repubbliche baltiche fino ai Balcani e ai Carpazi. La Nato è, come tanti altri eserciti o alleanze della storia, il braccio militare di un impero economico e politico che cerca di espandere internazionalmente la sua sfera d’influenza a tutti i teatri regionali rimasti fuori dal suo controllo e dal suo dominio. L’Unione Sovietica rappresentò in tal senso un’eccezione storiografica: fu l’unico “impero” fondato su una dottrina politica di liberazione nazionale ed anti-egemonica (il marxismo-leninismo), malgrado la storia lo volle naturale erede del ruolo geopolitico che fu della Russia zarista, inizialmente abbattuta e detestata, ma in seguito almeno in parte riconsiderata, specie per effetto delle politiche di Stalin. In definitiva, tutta la storia della politica strategica sovietica – dal dibattito Lenin-Stalin a proposito della struttura geografica ed etnografica della neo-nata Federazione Sovietica alla crisi dei missili, dalla Dottrina Brežnev alla crisi sino-sovietica – è contrassegnata da un continuo divincolarsi tra questi due livelli di dialettica (quello ideologico e quello geopolitico), da un continuo e costante “Che fare?” e dal difficile mantenimento dei tanti e precari rapporti sul piano interno e sul piano internazionale.

Al di là di questa eccezione, in generale, gli Stati e soprattutto le entità/alleanze sovra-nazionali o imperiali, non hanno mai presentato sostanziali differenze strutturali e comportamentali: essi, infatti, impongono ad ogni costo la priorità della sicurezza interna e della difesa dei territori sottoposti al loro dominio, prediligono una linea economica di accumulazione produttiva a modalità variabile o integrabile tra il settore “pubblico” e il settore “privato”, con prevalenza del primo sul secondo (Stati in condizioni di inferiorità strategica e commerciale, dunque “protezionisti”) o del secondo sul primo (Stati in condizioni di superiorità strategica e commerciale, dunque “liberisti”), e ricercano una proiezione verso l’esterno, che può andare dalla cooperazione bilaterale semplice (win-win strategy) e da un soft power “passivo” – ossia volto al solo mantenimento dello status quo – sin’anche alle forme di ingerenza più estreme come l’embargo economico o l’invasione militare (hard power).

Gli Stati Uniti oggi godono di un primato militare e di eccellenze tecnologiche perfettamente in simbiosi con la fitta trama del loro controllo marittimo e della loro supremazia navale (sea-power), che ne contraddistingue il predominio globale: il potere di regolazione e di “controllo” sui commerci e sui mercati (per effetto del “doppio ruolo” del dollaro, come moneta nazionale e come moneta di riferimento nei tassi di scambio internazionali) garantisce a Washington un costante afflusso privilegiato di materie prime e di liquidità da riversare e reinvestire nella complessa filiera militar-industriale e nel settore Reasearch & Development, laddove ponderati intrecci tra pubblico e privato permettono un funzionamento generale della strategia nord-americana.

Spesso Gianfranco La Grassa ha ricordato come gli Stati siano soggetti politici di importanza fondamentale per la comprensione del campo dei rapporti di forza internazionali, assolutamente da pensare come processi e non come oggetti: essi costituiscono dunque delle “generiche costanti” in movimento, per lo più dinamiche sia sul piano dialettico interno alle classi dominanti, sia sul piano strettamente politico, sia sul piano territoriale. E gli Stati Uniti costituiscono, in quest’ottica, una (im)perfetta macchina da guerra, pronta ad imporre – qual’ora sia necessario ai fini della salvaguardia del proprio interesse – la sua volontà attraverso il ricatto, la coercizione e la sopraffazione, così come la “soluzione” alla crisi libica ha dimostrato.

Non ci può essere alcuno spiraglio di credibilità, anche minima, in tutti i tentativi di filtrare il comportamento neo-coloniale degli Stati Uniti e della Nato attraverso immagini morali o retoriche, come ad esempio la difesa dei fantomatici diritti umani o l’esportazione della democrazia. Queste considerazioni cadono e crollano alla prima analisi obiettiva. Basta farsi semplicemente delle domande immediate e per nulla complicate: perché porre questioni in merito alla mancanza di democrazia in Iraq, in Libia o in Siria, e allo stesso tempo ignorare costantemente le terribili condizioni delle popolazioni sottoposte al giogo della monarchia saudita o del sultanato omanita? Perché denunciare la presunta ingiustizia di un sistema politico – quello di Gheddafi – che, secondo le stesse cifre fornite dalla Cia all’inizio dell’anno, garantiva un reddito pro-capite di 13.800 dollari annui, mentre in mezza Africa il sistema debitorio imposto dal Fondo Monetario Internazionale e gli interessi delle compagnie energetiche britanniche, americane, olandesi e francesi impediscono qualunque serio piano di sviluppo e di reale (NON formale) decolonizzazione?

Nessun impero nella storia era mai arrivato a tanto, auto-legittimandosi non più soltanto dinnanzi alla propria popolazione, ma di fronte al mondo intero e ricercando un consenso anzitutto a partire dai Paesi vassalli e sottoposti, come il nostro, attraverso una fitta rete di informazione distorta e manipolata, generata da un’accurata selezione del personale, volta ad impedire l’accesso ai principali circuiti mediatici a qualunque giornalista/analista che provi a denudare i cardini politici e istituzionali di un tale sistema di dominio internazionale. La scomparsa del blocco sovietico ha avuto un effetto catastrofico non solo sul piano geopolitico, ma di conseguenza anche su quello dialettico e mediatico. Ne è riprova il fatto che oggi in Europa è completamente scomparsa qualunque seria riflessione in merito alle più importanti questioni internazionali, e persino i politologi più illustri e i giornalisti più autorevoli solo raramente sembrano possedere le capacità e le competenze per poter innescare un dibattito serio, analitico e scientifico e per fuoriuscire dai dogmatici presupposti positivistici di un ottocentesco suprematismo “morale” e “tecnico”, ormai completamente anacronistico e decadente. Se l’Europa non cambia rotta entro breve, recuperando le sue migliori qualità e ritagliandosi una sua posizione autonoma nella direzione del nuovo ordine multipolare in fieri, sbatteremo la testa contro il muro di un nuovo secolo tutt’altro che “americano”.


[1] G. DI FEO, Libia: la vera guerra italiana, L’Espresso, 27 ottobre 2011

[2] ITALIA-NEWS.IT, Libia, ministro La Russa: non siamo in guerra, è una missione ONU, 21 marzo 2011

[3] LIBERO-NEWS, Napolitano: “No allarmismi, non siamo in guerra”, 20 marzo 2011

I SALOTTI POST-MODERNI


di Andrea Fais

Una pagliacciata va in scena a Napoli. Come se non bastassero dieci anni di giunte Jervolino-Bassolino, ora si inneggia alla “comunalizzazione” delle reti idriche. Il nuovo eroe dell’alternativa all’alternativa dell’alternativa è De Magistris, che, di fatto, ha semplicemente affidato ad un’azienda municipalizzata il controllo delle reti e delle condotte dell’acqua del Comune di Napoli, come numerosi altri enti amministrativi hanno fatto in passato.

Ora il punto è proprio questo. Sempre più spesso la soluzione delle aziende municipalizzate si è rivelata un ulteriore problema, nella misura in cui introduce meccanismi di gestione tutt’altro che limpidi, dove all’affarismo dei privati si sostituisce l’affarismo delle giunte comunali o provinciali, secondo la logica degli “amici degli amici”. Questa pratica, ormai ampiamente consolidata in Italia, si serve ovviamente della falsa dicotomia pubblico/privato, usata come uno strumento ideologico dai due poli politici dominanti per nascondere questioni molto più complesse, tanto nel settore dell’amministrazione locale quanto nell’ambito nazionale.

De Magistris è lo stesso personaggio che, pochi giorni dopo la sua elezione al Comune, patrocinò la visita di Joe Biden presso la base americana di Capodichino, auspicando ed invitando ufficialmente il presidente americano Obama a Napoli per il prossimo dicembre. In quell’occasione De Magistris ringraziò l’esercito statunitense per l’impegno internazionale e ricordò l’importanza della Nato e delle missioni militari delle nostre Forze Armate all’estero. Era giugno e la guerra in Libia era cominciata proprio pochi mesi prima, e Napoli stava rappresentando in quella fase il principale scenario di monitoraggio e comando delle forze di aria e di mare della Nato, impegnate ad aggredire militarmente il suolo libico, favorendo così l’avanzata dei ribelli e l’instaurazione del CNT, con tutte le devastanti conseguenze che oggi conosciamo.

Già tempo prima, la sinistra radicale italiana aveva fornito tutto il suo sostegno nell’opera di diffusione di un clima mediatico ostile nei confronti della Giamairia libica di Gheddafi, con manifestazioni e cortei contro il legittimo leader libico. Dall’assalto all’Ambasciata della Giamairia da parte di FdS, Sinistra Critica e PCL, fino alla recente vergognosa marcia (degli invertebrati) della pace, passando per la manifestazione del PD e della CGIL dove sia i vertici del partito di Bersani e Letta, sia la neo-eletta segretario Camusso, chiesero un immediato intervento occidentale nel paese africano, affinché si ponesse fine alle fantomatiche violenze commesse dal Colonnello contro il suo popolo: violenze – come ben documentato dai satelliti militari russi – mai avvenute.

Vendola aveva poi tuonato contro il governo tripolino, lanciando un monito anche a Cuba, Iran e Cina. Senz’altro impauriti dal caudillo omosessuale delle Puglie, Hu Jintao, Fidel Castro e Ahmadinejad incarnavano così, nel meticoloso ed inutile linguaggio post-modernista del presidente della regione Puglia, un nuovo axis of evil di bushiana memoria. Passano le amministrazioni e le tendenze politiche, ma evidentemente nei leader politici occidentali i vizi dell’ostracismo e del manicheismo internazionale rimangono ben saldi.

La realtà è che questa sinistra fa schifo. Fa proprio schifo nel suo moralismo accattone, capace di lanciare strali e di scandalizzarsi per una Minetti o per una Noemi, ma addirittura compiaciuto per quanto avvenuto in Libia: dalla Bonino e da Pannella – che ha sempre qualche parola di conforto persino per i più schifosi avanzi di galera – fino alle propaggini delle tante sinistre alternative da cabaret, nessuno ha osato fiatare dinnanzi alla barbarie neo-colonialista, che – in quanto a crudeltà ed ipocrisia – ha ormai superato persino le vecchie scandalose “imprese” abissine del primo Novecento. I titoli della cartastraccia (stampata) anglofona e non, rasentano la vergogna, il rifiuto per qualsiasi senso di umanità e dignità: la vendetta (“Questo è per Lockerbie”), l’abominio (“Non importa come, l’importante è che sia stato messo KO”), il razzismo più bieco e barbaro (“Cammellaro, beduino” ecc.. ecc..), dimostrano che questa civiltà occidentale – se mai è esistita – oggi può ben dirsi al suo capolinea, al suo completo decadimento e alla sua fine. Nobel per la pace assegnati a terroristi e criminali come Walesa, Gorbaciov o il Dalai Lama, diritti umani sbandierati a tassametro per meri interessi strategici, dualismo morale e separazione tra terrorismo “buono” (quello diretto contro Russia e Cina) e “cattivo” (quello diretto contro l’Occidente), aggressioni colonialiste spacciate per interventi umanitari: siamo alla frutta.

Non c’è alcuna speranza, e le numerose manifestazioni contro Berlusconi dimostrano tutta l’inutilità di un ambiente militante che ha trasformato la vecchia (e comunque ormai anacronistica) dialettica di classe in una specie di fede sportiva nell’anticapitalismo, lasciandosi tranquillamente inglobare nelle anguste strade teoriche di Karl Popper e di Toni Negri, laddove le “moltitudini” prendono il posto del vecchio proletariato urbano, dove i “diseredati” e gli “ultimi” sostituiscono la storica classe operaia, mentre un moralismo in salsa catto-comunista soppianta la vecchia analisi scientifica dei rapporti di produzione e di scambio (e, ovviamente, di forza).

In questa confusione anarcoide, appare consequenziale che personaggi come George Soros e Mario Draghi possano tranquillamente schierarsi dalla parte di una farsesca indignazione sociale che non ha alcuna reale funzione politica, se non quella di rispolverare – attraverso una parvenza di pluralismo – la reputazione di un Occidente ormai completamente devastato al suo stesso interno.

Dovevamo aspettarcelo che proprio la sinistra, in Occidente, avrebbe incarnato – persino in maggior misura di una destra comunque odiosa e insopportabile – questo tipo di sub-cultura post-illuminista, dove un arrogante cosmopolitismo borghese e radical-chic tenta di imporre al resto del mondo la globalizzazione di presunti “valori civili” e fantomatici “diritti umani”, nel nome di una missione civilizzatrice, che nulla ha da invidiare alla barbarie dell’Inghilterra vittoriana o della Francia napoleonica e post-napoleonica. La Russia resta il “nemico slavo-tartaro dell’Est”, la Cina resta il “dormiente pericolo”, la Persia una “terra di conquista”, l’Africa un “pozzo di materie prime”, e l’Asia in genere una costellazione di avamposti navali da sfruttare a pieno regime. Cosa è cambiato? Un uomo di colore ben inserito nei gangli del sistema occidentale ha sostituito i boccoluti leader del XIX secolo, lanciando così un monito al mondo: “sì, noi possiamo”. Noi chi? Sempre loro. L’aggressore occidentale, che cambia pelle (in tutti i sensi) ma non il vizio: invadere, rapinare, depredare, schiavizzare, ripresentandosi in patria col volto pulito di chi ha appena compiuto un gesto di carità e generosità. La Libia è ora democratica e libera. Amen.

“RUSSIA UNITA” SI RICOMPATTA, MA LA RUSSIA NON ANCORA

La notizia irrompe sullo scenario internazionale. Vladimir Putin raggiunge l’accordo con Dimitrij Medvedev e si ricandida per le prossime elezioni presidenziali, mantenendo l’unità del partito Russia Unita ed avviando un progetto di lungo raggio fondato su un’alternanza al potere tra le due cariche più importanti della Federazione – Presidente e Primo Ministro – che, secondo l’analista Vyacheslav Nikonov, potrebbe addirittura garantire la stabilità dell’attuale leadership per i prossimi venticinque anni, cioè sino al 2036. Tutto questo è chiaramente azzardato, e la previsione che Putin possa ritrovarsi ancora presidente alla veneranda età di 72 anni è assolutamente remota. Resta la capitale priorità di questo patto che mette a tacere tutte le indiscrezioni degli ultimi mesi in merito alle frizioni interne al partito di governo, che pure, sotterraneamente, potrebbero rimanere e non soltanto tra Putin e Medvedev, ma anche tra diverse componenti militari e industriali dell’apparato di potere.

Non è facile capire se questa decisione possa ripristinare gli equilibri dopo i dissidi sin qui osservati, o se nasca soltanto come reazione al timore, sempre più concreto, che diversi settori del partito social-democratico Russia Giusta possano stabilire un patto (e dunque una sorta di assimilazione elettorale) con il Partito Comunista della Federazione Russa. Un sondaggio condotto dal centro studi Levada lo scorso febbraio, aveva infatti registrato un calo nettissimo di Russia Unita, data addirittura al 35% dei consensi (contro il 45% delle precedenti elezioni regionali di Ottobre 2010, nel corso delle quali si era registrato a sua volta un altro calo), ed un aumento dei favori del Partito Comunista, risalito ad oltre il 20%, coi liberaldemocratici di Zhirinovskij al 9% e Russia Giusta al 6%.

La crisi sociale interna – soprattutto nel settore agricolo e nel settore industriale – e i progetti di progressiva liberalizzazione dei principali servizi sociali (sanità, istruzione e previdenza) presentati da Medvedev hanno, negli ultimi mesi, intimorito una popolazione che vive ancora con l’incubo dell’era Eltsin. Tutt’ora irrisolti, i mille problemi legati ai tragici anni Novanta, ad iniziare dall’infinita questione degli oligarchi, coinvolgono senz’altro anche la dimensione internazionale, tendenzialmente tra i primi interessi della società russa, che – sia per una “deformazione ideologica” derivante dal passato sia per la consapevolezza del proprio status di potenza mondiale – continua ad interessarsi notevolmente ai principali affari internazionali, anche quando questi non coinvolgono direttamente il Paese. Del resto, pure in questo ambito politico, i pericolosi dialoghi tra il Cremlino e la Nato, le ultime visite di Barack Obama in Polonia e in Repubblica Ceca, e la debolezza mostrata dal Ministro degli Esteri Sergeij Lavrov dinnanzi alla crisi libica – cominciata con le pesantissime accuse di Putin in merito alla “crociata medievaleggiante occidentale contro Gheddafi” e finita col riconoscimento del CNT dei ribelli – hanno intimorito l’opinione pubblica nazionale, e dato forza al Partito Comunista, immediatamente sceso in piazza, sin dal marzo scorso, a supporto del Colonnello Gheddafi nel segno di un vero e proprio asse di amicizia e solidarietà tra Russia, Serbia e Libia. A gettare benzina sul fuoco, è poi stato l’incontro tra Medvedev e il primo ministro britannico David Cameron, che ha registrato la disponibilità del presidente russo a stabilire un pacchetto di sanzioni “purché equilibrate”, contro la Siria di Assad (principale partner della Russia in Medio Oriente).

L’allarme lanciato da Zyuganov proprio all’inizio del mese è serio e va ascoltato: la crisi libica e la crisi siriana insegnano che la Nato è ormai entrata in una nuova fase storica, che da un lato mutua dal passato vecchie e criminali forme di aggressione sulla base di un rinnovato “colonialismo di spartizione”, e dall’altro impone una nuova ondata di destabilizzazione internazionale sul modello “arancione” ucraino, per il controllo delle risorse e dei mercati, secondo una strategia generale addirittura in grado di minacciare la stessa Russia. Zyuganov ha messo in guardia la popolazione e il governo, invitandolo ad evitare ogni compromissione con gli aggressori e ribadendo l’assoluta criminalità dei Paesi del Patto Atlantico.

La forza propulsiva che il PCFR sembra aver ritrovato ha contribuito, appena un anno fa, alla conquista elettorale di Irkutsk e di altre importanti aree regionali della Siberia, dove l’attività politica procede in maniera spedita. Per volontà del Comitato Centrale, nel luglio scorso, il PCFR ha poi lanciato dalla città di Nizhny Novgorod, il Corpo dei Volontari del Popolo, una formazione militante di chiara matrice patriottica, che, sin dal nome, richiama esplicitamente la guerra di liberazione contro l’invasione polacca, guidata dai due eroi nazionali Kusma Minin e Dimitrij Pozharskij nel XVII secolo, e che – a quanto risulta dalle cifre fornite dal Partito – può contare sull’appoggio di circa 1200 organizzazioni pubbliche e di quasi 3 milioni e mezzo di militanti. Zyuganov – per altro non nuovo a questo genere di parallelismi storici, come già accaduto nel caso dei paragoni tra l’invasione teutonica e l’invasione hitleriana, tra i Torbidi dell’era dei Godunov e dei “falsi Dimitrij” e gli oligarchi dell’era Eltsin, o anche tra la “raccolta delle terre” del 1654 e la riannessione dell’Ucraina e della Bielorussia occidentali nel 1939 – ha dunque così risposto alla costituzione del Fronte Popolare di tutta la Russia, creato da Putin tempo addietro per costruire un consenso in vista delle prossime elezioni.

Anche nel campo della militanza giovanile, la sfida va avanti da diversi anni, e vede accendersi il confronto tra la formazione dei Nashi, un movimento di ispirazione “popolare, antifascista e democratica” fortemente voluto dallo stesso Putin, e lo storico Komsomol, che Zyuganov ha riportato in vita dal passato sovietico sino a coinvolgere migliaia di bambini e adolescenti in tutto il Paese attraverso lodevoli iniziative sociali, viaggi di istruzione e visite guidate.

Le proposte del PCFR per questa campagna elettorale sono impegnative e riassunte in un programma sintetizzabile in due parole: “nazionalizzazione” e “modernizzazione socialista”, anzitutto per quanto riguarda il settore delle materie prime e gli altri settori strategici, le ferrovie, la rete elettrica, gli oleodotti, le comunicazioni e il complesso militar-industriale. In una recente intervista, Zyuganov ribadisce che tutti questi settori costituiscono il comparto strategico nel quale lo Stato deve tornare a ripristinare la sua supremazia, ribadendo però al contempo come la completa statalizzazione di tutta la vita economica del Paese abbia rappresentato uno dei più decisivi errori commessi durante il periodo sovietico, riconoscendo l’importanza di un complementare settore “privato” vincolato a “criteri nazionali”, in tutte le sfere della produzione, sulla scia della Teoria delle Tre Rappresentanze fissata durante l’era Jiang Zemin dal Partito Comunista Cinese.

La candidatura di Putin praticamente parte oggi, ed è dunque presto per capire quale sarà nel dettaglio il suo programma, al di là delle frasi di circostanza pronunciate sin’ora, dove si rintracciano vaghi riferimenti alla necessità della crescita, del riarmo e della promozione del “business russo” per attirare gli investimenti esteri nel Paese: riferimenti che lasciano intendere la possibilità sempre più concreta di un prossimo ingresso di Mosca nel WTO ed un più deciso inserimento nei mercati internazionali, a probabile discapito della stabilità sociale interna.

In ogni caso, quello che si delinea in modo piuttosto netto rispetto al pur recente passato, è un quadro politico interno abbastanza coeso, molto meno disunito di quanto risulti all’esterno, e dove l’altalena Putin-Medvedev potrebbe presumibilmente rispondere a criteri di bilanciamento del potere, nel tentativo di intercettare consensi sia negli ambienti nazional-conservatori che in quelli liberali.

È indubbio che in Russia questa linea, sul piano geopolitico, sia destinata allo stallo nel breve-medio termine e al fallimento nel lungo termine, poiché, da un punto vista propriamente geostrategico, si traduce nel tentativo di conciliare una vocazione “neo-pietrista” ed europeista, quando non esplicitamente “occidentalista” – che de facto riduce la Russia in una più ristretta dimensione nazionale, indebolendone conseguentemente qualunque “proiezione di potenza” – con una vocazione essenzialmente “neo-ivanista” ed eurasiatica, ben più in grado di rispondere alla natura geografica ed etnografica del Paese e alla matrice “continentale” della sua sfera di pertinenza – allargata, cioè, quanto meno all’Ucraina, alla Bielorussia, alla Georgia e al Kazakistan.

Questa fase di stallo – come osservato anche dal filosofo Aleksandr Dugin in una recente intervista – ha lasciato le cose a metà, nel mezzo di un percorso incompiuto. Starà al popolo russo e ai suoi futuri governanti decidere se andare avanti o ritornare drammaticamente sui propri passi.

CHI SONO I NEMICI DEL POPOLO?

 

 

Ferrero, nelle agenzie stampa, e Diliberto, dal palco della festa del PD a Pesaro, hanno parlato chiaro. La Federazione della Sinistra sta inseguendo il progetto di un’alleanza col PD, con l’Italia dei Valori e con quel Sinistra e Libertà, sbeffeggiato proprio da gran parte della base di Rifondazione per oltre due anni dopo gli screzi congressuali tra Ferrero e Vendola ai tempi della comune militanza sotto le macerie lasciate dal caudillo della classe operaia delle Bahamas, Fausto Bertinotti.

La priorità è “mandare a casa Berlusconi”. Sembra assurdo, ma dopo quanto accaduto negli ultimi due anni, questi partiti ormai microscopici rispetto ai consensi di un tempo, continuano a chiudere gli occhi dinnanzi alla realtà. Non si capisce dove finisca l’incapacità di analisi e dove cominci l’ottusità nell’ostinata opera di deviazione rispetto ai temi centrali della società, cioè quelli che derivano in modo più diretto e immediato dalle principali dinamiche economiche, strategiche e politiche dei cosiddetti sistemi-Paese.

Le vergognose e pavide posizioni tenute in merito alla guerra in Libia – una guerra che vede l’Italia tutt’ora partecipe e coinvolta nel quadro di quella che si è ormai pienamente configurata come una vera e propria aggressione neo-coloniale da parte della Nato – hanno messo in luce tutta la pochezza programmatica e strategica di questo ambiente, che – in piena sintonia con sé stesso e con le sue radici “berlingueriane” ed “ingraiane” – continua a svolgere una ridicola funzione di catalizzatore in versione radicale della falsa dicotomia destra-sinistra, imposta mediaticamente in Italia dalla dittatura del linguaggio affermatasi negli anni Novanta, grazie tanto a Berlusconi quanto ai suoi avversari. Si è infatti mascherato un confronto in verità ben più profondo e avulso dalle mere contrapposizioni ideologiche (ossia la “nuova contrapposizione” nata a seguito del colpo di mano tentato, con relativo successo, dai centri strategici del capitalismo straniero durante Tangentopoli), con termini e definizioni degni della Brescello tratteggiata dal Guareschi.

È così che Berlusconi ha potuto bellamente continuare ad utilizzare il nome “comunisti” per riferirsi in realtà ad una banda di rinnegati o politicanti di professione, slittati progressivamente dalla tendenza (quasi esclusivamente opportunista) verso un campo (Urss) alla piena militanza sotto l’ombrello dell’altro campo (Usa): uno slittamento ormai evidentissimo dalle posizioni internazionali che oggi caratterizzano il Partito Democratico, a cominciare dalla questione libica (condanna della Jamairyha di Gheddafi e sostegno ai “ribelli” filo-monarchici e pro-Nato) e da quella siriana (condanna di Assad e sostegno alle “rivolte”, in gran parte aizzate da estremisti salafiti), per arrivare alle battaglie filo-tibetane, alla raccolta di firme per il terrorista Liu Xiaobo o alle campagne di solidarietà con la nicchia giornalistica sionista infiltrata in Russia per favorire la destabilizzazione del Paese e un progressivo inglobamento di Mosca nell’orbita occidentale.

La questione internazionale è fondamentale, perché – come asserirono Lenin e Stalin in merito alla questione nazionale – “il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè «non isolatamente, ma su scala mondiale»”. Invece il culto para-religioso (sebbene laicista) dei cosiddetti diritti umani e l’ipocrita utilizzo propagandistico e mediatico delle libertà individuali – autentici pilastri di quella che potremmo inquadrare come la democrazia formale dei giorni nostri – hanno divorato qualunque senso critico e qualunque, pur residuale, capacità di analisi.

Toni Negri e Marco Revelli hanno ottenebrato, sul piano analitico e teorico, intere generazioni, cresciute ormai con la fissazione quasi messianica delle “moltitudini”, delle masse in rivolta, degli oppressi che insorgono e della ridicola ancorché fantomatica idea di “democrazia dal basso”: parole d’ordine astratte, insulse e prive di significato, che non hanno avuto bisogno di molto tempo per incontrarsi e combaciare quasi alla perfezione con i progetti imperialisti “morbidi” (o soft-power, se si vuole) del cosiddetto “filantropo” e magnate George Soros e del teorico Gene Sharp, veri factotum delle rivoluzioni colorate che negli ultimi undici anni hanno enormemente contribuito all’espansionismo della sfera d’influenza statunitense nei Balcani (Serbia), nell’ex territorio sovietico (Georgia, Ucraina e Kirghizistan, con tentativi analoghi in Bielorussia e in Azerbaigian) e in Medio Oriente.

La guerra in Libia ha inoltre coinvolto in modo particolare il nostro Paese, dimostrando per l’ennesima volta il grado di subalternità e sottomissione politica, economica e militare di cui è vittima, nel quadro di un’alleanza opprimente ed illecitamente schiacciata dall’unilateralismo statunitense, com’è quella della Nato. Berlusconi, paradossalmente, negli ultimi due anni ha rappresentato posizioni di parziale e relativa autonomia, che stavano consentendo al nostro Paese una diversificazione strategica capace di tornare a proiettare – pur con tutte le difficoltà della contingenza – la trama cooperativa di Roma verso il Mediterraneo e verso la Russia.

Oltre alla situazione di oggettivo imbarazzo per le vicende emerse dalle inchieste in merito alle escort, apparve subito evidente la connessione tra le mosse del governo in politica estera e l’accanimento mediatico operato dal gruppo editoriale di De Benedetti (Repubblica e L’Espresso in primis) e dall’opposizione parlamentare per cercare di distruggere una politica estera sempre denunciata come “sbagliata” dal PD, dall’IdV e da SeL, ben prima dello scoppio delle rivolte arabe.

Questi sconvolgimenti – chiaramente artefatti o amplificati dalla propaganda occidentale – hanno poi innescato un clima trionfale nelle opposizioni, che addirittura rimproverarono inizialmente a Berlusconi di temporeggiare dinnanzi alle pressanti richieste della Nato ad intervenire militarmente. La decisione di Berlusconi ha riportato l’Italia in una condizione di completa sudditanza, esattamente come era stato sino a due anni fa. Tuttavia, la questione libica, ha un significato molto più importante delle passate diatribe e ancor più rilevante: l’Italia ha dovuto rinunciare alle sue privilegiate attività di cooperazione con la Libia, stracciare un Trattato di Amicizia e violarlo senza esitazione, andando a muovere guerra contro un ex alleato, fondamentale nell’ambito dell’approvvigionamento energetico, proprio in un momento drammatico, contrassegnato dalla gravissima crisi economica internazionale, dalla folle e pregiudizievole rinuncia all’opzione dell’energia nucleare e dalla richiesta della BCE di anticipare il pareggio di bilancio al 2013.

Chiunque spinga per un governo tecnico o di “larghe intese” in un frangente del genere, forse ha dimenticato completamente cosa accadde nel 1992-1993, quando – nell’immediato post-Tangentopoli – il Quantum Fund di Geroge Soros distrusse lo SME e mise in ginocchio la Lira, mentre il governo Ciampi avviò tutte quelle dismissioni e svendite di numerose aziende statali o a partecipazione “pubblica”, che erano state pianificate e stabilite a bordo di un panfilo attraccato al largo di Civitavecchia, il “famoso” Britannia.

Forse lo dimenticano. O almeno spero. Perché se questi personaggi dovessero ricordarselo, ed agissero ugualmente in questa direzione, all’incapacità di analisi si aggiungerebbe la complicità connivente in un’opera di svendita controllata del nostro Paese, a tutto vantaggio non di fantomatiche “oligarchie invisibili” dell’“alta finanza” (argomenti inconsistenti all’interno dei quali le destre alternative e le sinistre radicali amano tanto crogiolarsi), ma dei centri strategici imperialisti della potenza dominante – gli Stati Uniti – e dei suoi odierni principali alleati: Francia e Gran Bretagna.

Solo l’aiuto cinese – a questo punto – potrebbe garantire all’Italia un ultimo margine di diversificazione nella sfera di cooperazione internazionale, e va senz’altro a merito di Tremonti il fatto di avere contattato il fondo sovrano di Pechino per un aiuto economico, che – come prevedibile – potrebbe costituire il volano (sotto forma finanziaria) di una serie di interscambi che andrebbero a coinvolgere l’economia reale, dalle infrastrutture alle materie prime. È facile ipotizzare che quest’ultima spallata Berlusconi possa subirla proprio per questo. Del resto, dai tifosi di “sinistra” del “povero” Liu Xiaobo e del Dalai Lama non possiamo certo attenderci simpatia per la Cina.

 

 

LE CONNIVENZE ISLAMISTE E LA TRAPPOLA AFGHANA

L’articolo del generale Laporta, pubblicato su ItaliaOggi e da noi riproposto in data 16/09/2011, è breve e succinto, ma chiaro. Al di là del punto di vista dell’autore, ciò che di più palese emerge da una simile riflessione è un evidente punto di rottura – per certi versi irrimediabile ed insanabile – all’interno del fronte atlantico. Cosa sta accadendo nelle stanze dei bottoni di Washington? Laporta è chiaro e punta dritto il dito contro le “disastrose” gestioni democratiche di Clinton ed Obama. Pur diversissimi i contesti storici nei quali i due presidenti hanno occupato la poltrona più importante della Casa Bianca, sembra evidente che quella che Laporta definisce “inerzia nei confronti di Al Qaeda” risponda in verità ai criteri di una vera e propria strategia di ben più ampia portata, che ha coinvolto e chiamato in causa almeno quattro guerre (Afghanistan 1979-1989, Somalia 1993, Serbia 1999 e Afghanistan 2001-…). Sommati ai tradizionali vicini archi di crisi e alle recenti destabilizzazioni, e tracciati come punti-chiave in una mappa del Vecchio Mondo, questi tre scenari delineano i confini di un’area fondamentale compresa tra i Balcani, l’Africa nord-orientale e l’Asia centro-meridionale, riconfermando – dunque – in buona parte la centralità dei cosiddetti Balcani Globali, individuati da Zbigniew Brzezinski negli anni Novanta. [Per la visualizzazione della mappa “Balcani Globali” cliccare due volte sull’icona in formato word che figura subito di seguito affianco alla dicitura “Formato stampabile” n.d.r.]

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Se, come dice Laporta, di “trama oscura” si tratta, appare evidente che ci troviamo dinnanzi ad un complesso progetto di inserimento strategico – nel tentativo di sfruttare i principali archi di crisi e le principali contrapposizioni interne – avviato quanto meno a partire dall’ingerenza statunitense nella Repubblica Democratica dell’Afghanistan, allorquando le continue destabilizzazioni interne provocate dall’integralismo islamico, costrinsero nel dicembre 1979, Kabul a richiedere l’aiuto militare sovietico. Durante quell’anno, la svolta forse più decisiva nello scacchiere internazionale fu il colpo di Stato dei militari in Pakistan che deposero il socialista Bhutto, poi barbaramente trucidato, restituendo un certo vigore generale all’Islam politico. Fu proprio la complicità di Islamabad e di Riyād a facilitare il compito di Stati Uniti e Gran Bretagna, nell’ambito di una trama cooperativa tra ISI pakistano, MI-6 e Cia, chiaramente finalizzata a destabilizzare il più importante alleato sovietico in Asia Meridionale, indebolendo al contempo il bilancio della spesa militare di Mosca. La collega norvegese Kirstin Aalen ha dedicato nel 2008 un intero reportage alla complessa trama di contatto tra le intelligence occidentali e le frange dell’integralismo islamico, proseguita per tutti gli anni Ottanta e Novanta, e rafforzata in modo decisivo per effetto del crollo dell’Unione Sovietica e della Federazione Jugoslava. Nel 1991, Al Qaeda poté dunque infiltrarsi in Azerbaigian e direzionare dalla nuova sede di Baku, una vera e propria penetrazione internazionale coordinata, tanto nei Balcani (soprattutto in Bosnia) quanto in Asia centro-meridionale (a cominciare dall’Afghanistan e dalla FATA nel Pakistan).

Nel 1992 cadde definitivamente il regime socialista del presidente Mohammad Najibullah. I suoi appelli per la salvaguardia della stabilità interna furono ignorati per almeno tre anni dalla comunità internazionale, che, da par suo, non mosse un dito contro il suo rapimento e la sua barbara esecuzione per mano talebana nel 1996.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, al democratico Jimmy Carter erano subentrati in sequenza Ronald Reagan (1981-1988), George H. W. Bush (1989-1992) e Bill Clinton (1993-1999). Proprio il 26 febbraio del 1993, cioè un mese dopo l’insediamento di Clinton alla Casa Bianca, New York è sotto attacco: è il World Trade Center lo scenario urbano di un’esplosione di tritolo che uccise sei persone e ne ferì altre mille. L’FBI arrestò Mohammed Salameh e Nidal Ayyad come esecutori materiali dell’attentato e, qualche anno dopo, Sheik Omar Abdel-Rahman come mandante. Così come per l’Undici Settembre, anche in questo caso risultano ormai stantie e sin troppo pompate a livello mediatico le tante, troppe versioni cospirazioniste, che – pur partendo da dubbi leciti – giungono spesso a conclusioni altrettanto opinabili quando non addirittura ridicole. Quali che siano le dinamiche reali che condussero ai due attentati contro le Twin Towers, ciò che stride in questa faccenda è un aspetto inquietante ed al contempo meno dibattuto ed approfondito: quanto e in che misura i gruppi integralisti islamici furono avvantaggiati dal supporto logistico, economico e militare che le intelligence occidentali fornirono ad essi tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta? Oggi che le rivolte arabe sanciscono la fine quasi definitiva dei regimi laici sorti dalla stagione del panarabismo, ed impongono un forte e marcato ritorno dell’Islam politico nello scenario internazionale, qual è il ruolo della Turchia (membro Nato e in odore di ingresso nell’Unione Europea – giova ricordarlo), qual è quello dell’Arabia Saudita, e in che misura gli Stati Uniti potrebbero approfittare delle velleità neo-ottomane di Ankara per rimescolare le carte in tavola all’interno del Medio Oriente e del Nord Africa? Quali scenari si aprirebbero con un forte ritorno di istanze pan-turchiste e pan-islamiste all’interno del Caucaso e dell’Asia Centrale, specialmente in relazione alla Russia (Cecenia, Dagestan, Inguscezia) e alla Cina (Xinjiang)? Il “cedimento” di Joe Biden in merito al Tibet e a Taiwan, nel quadro dell’ultimo incontro diplomatico con Xi Jinping a Pechino, può essere definito veramente tale o deve invece considerarsi come una mossa retorica priva di significato, dal momento che sia Taiwan (grazie al ruolo di mediazione diplomatica del nazionalista Ma Ying-jeou), sia il Tibet (in virtù di un sempre più imponente sviluppo economico ed infrastrutturale interno alla regione, che favorisce l’integrazione tra Han e Tibetani) potevano forse già considerarsi battaglie ipotecate dalla Cina?

Rispondere con esattezza a queste domande pare davvero complicato, tanto quanto capire se mai si concluderà realmente la missione atlantica in Afghanistan, a quanto pare prolungata segretamente in agosto sino all’assurda data del 2024. Se fosse confermata questa scadenza, l’intervento americano nel Paese asiatico raggiungerebbe i ventitré anni di durata, superando persino i notevoli picchi di aggressione raggiunti con la Guerra del Vietnam.

Passano i secoli, tuttavia l’Afghanistan si conferma come uno dei territori chiave dell’intera massa eurasiatica. Lo aveva compreso Friedrich Engels, che in un articolo del 1857 ricordava come “la posizione geografica dell’Afghanistan e la particolare natura del suo popolo conferiscono al paese una rilevanza politica che, nell’ambito degli affari dell’Asia centrale, non sarà mai troppo sottolineata” e scriveva:

 

Gli afghani sono divisi in clan, sui quali i vari capi esercitano una sorta di supremazia feudale. Soltanto un odio irriducibile per l’autorità e l’amore per l’indipendenza individuale impediscono loro di diventare una nazione potente; ma questa stessa irregolarità e incertezza nell’azione li rende dei pericolosi vicini, capaci di essere sballottati dai venti più mutevoli o istigati da politici intriganti che eccitano astutamente le loro passioni

 

Pur volendo evitare tutte le suggestive descrizioni “misteriche” sulla particolare natura morfologica del territorio dell’Afghanistan, tanto in voga negli ultimi anni, è comunque un dato di fatto storico che chiunque abbia tentato di controllare – in vari modi e in varie epoche – questa nazione, sfruttandone le enormi potenzialità di pivot strategico incuneato tra il vecchio Turkestan (Asia Centrale + Xinjiang), il Medio Oriente e il sub-continente indiano, si sia scontrato con mille problemi ed ostacoli all’apparenza insormontabili.

La permanenza americana resta a maggior ragione inspiegabile, considerando gli alti costi di una missione del genere. Tuttavia, questa confermerebbe una sostanziale linea di fondo comune a tutte le pur diversissime strategie adottate da Washington negli ultimi dieci anni: mantenere la presenza militare in Afghanistan per mantenere il containment su Russia e Cina.

Il gioco torna ad essere estremamente pericoloso. Si attendono reazioni a catena e rotture incontrovertibili. Tutto sembra confermare che siamo di fronte all’inizio di una fase di rimescolamento globale, dove i diversi attori internazionali cercano di ridefinire sé stessi alla luce di una ritrovata, ma ancora embrionale, dimensione di potenza regionale (Iran, Turchia, India, Brasile) o mondiale (Cina e Russia): una fase enormemente caotica, volutamente lasciata al caso, e all’occorrenza reindirizzata dai principali attori in gioco secondo le rispettive necessità; una fase che affonda necessariamente le sue radici nella fine del confronto bipolare, un evento epocale capace di sprigionare tutte quelle potenzialità inespresse a causa della rigidità della Guerra Fredda, ma anche di aumentare l’instabilità internazionale e l’imprevedibilità dello scenario globale (e la guerra a-simmetrica dell’era Bush jr. ne fu una prima conferma). Sarà solo il tempo a dirci se il Medio Oriente e l’Africa musulmana (non soltanto il Maghreb, dunque, ma anche altre realtà “nere” a cominciare dagli instabili teatri del Sudan, della Mauritania e della Somalia), costituiranno uno scenario di conflittualità simile a quello dell’Europa nel trentennio 1915-1945.

CHI DORME, CHI SORNACCHIA E CHI STA SVEGLIO

Ci risiamo. Dopo un buon comunicato – tardivo, discutibile, nemmeno del tutto condivisibile ma se non altro accettabile – di condanna all’intervento Nato e di appello alla salvaguardia della popolazione libica dalle violenze dei ribelli, Rifondazione torna a concentrarsi grottescamente sul Giro di Padania. Sia chiaro, non ho nessun intento provocatorio né tanto meno mi interessa innescare un dibattito in un’area che considero ormai da molto tempo sepolta sotto le macerie lasciate non solo da Bertinotti, ma – come abbiamo più volte ripetuto in questo sito – anche e soprattutto da decenni di progressivo slittamento berlingueriano, trasformazione pseudo-culturale ingraiana e trasformismo occhettiano, sino al netto passaggio di campo da parte di larghe fasce del vecchio PCI, dalle ragioni sovietiche alle ragioni atlantiche. Lasciamo perdere anche tutta la più ampia vicenda teorica di un dibattito vecchio, noioso e stantio che ormai ha ridotto Marx ad un profeta indù, ad un santone new-age buono per tutte le stagioni o ad un rimedio “sentimentale” contro la depressione e la frustrazione personale. Tuttavia, dinnanzi ad eventi internazionali di tale impatto come quelli innescati dai fermenti nel Nord Africa e in parte del Medio Oriente, e alle relative ripercussioni geopolitiche e geostrategiche in termini di cosiddetto balance of power, sembra davvero assurdo che diverse decine di militanti in passato impegnati “contro la guerra”, in questi mesi non soltanto abbiano latitato nelle strade anche dopo le numerose operazioni militari della Nato in Libia, ma siano persino scesi in piazza, inizialmente, a sostegno di quelle stesse legioni di mercenari e tagliagole che richiesero a gran voce i bombardamenti “umanitari” sul proprio (?) Paese.

Negli ultimi giorni, il Giro di Padania – evento ai più totalmente sconosciuto e a malapena nominato nei rotocalchi nazionali – è diventato il cavallo di battaglia delle lotte politiche dei militanti di Rifondazione, pronti a brandire – incredibilmente – il tricolore, la bandiera nazionale, il simbolo di quel patriottismo che, fino a poco tempo fa, diversi “compagni” di partito, in un cartellone per un evento nel modenese, definivano, citando a braccio, “l’ultimo rifugio delle canaglie”. Non prendiamoci in giro. Dice benissimo Costanzo Preve, quando afferma che questo volgare ed artificiale patriottismo riscoperto a sinistra in funzione anti-leghista è quanto di più grottesco e contraddittorio possa esser proposto. Sappiamo bene quali sono le derive e le tendenze attuali di questo ambiente: residuati di trotzkismo e di luxemburghismo, nostalgie demo-operaiste, un po’ di femminismo di condimento, qualche citazione da Marx (da Engels no, perché “non ci va”), un po’ di Lenin per fare i “duri” e niente più. Nulla a che fare col Lenin “concreto” di “Imperialismo, fase suprema…”, con la questione nazionale di Stalin, con le riflessioni di Georgij Dimitrov, con la liberazione nazionale di Ho Chi Minh o col Fronte Unito di Mao Zedong. Tanto più perché tale pseudo-patriottismo decade non appena vi sia da ragionare in termini reali di resistenza nazionale, di sovranità, di indipendenza, allorquando, cioè, si richiede una maggiore capacità di analisi politica nazionale ed internazionale, per comprendere il contesto complessivo, in funzione del fondamentale criterio di relatività dei conflitti. Il tricolore brandito come un’arma di propaganda contro la Lega Nord, viene immediatamente riposto nello sgabuzzino non appena si ricomincia a parlare di “fronte democratico” anti-B., non appena si ricercano accordi “tattici” con il Partito Democratico, con i “popoli” – viola o non viola – di Repubblica, di De Benedetti, di Montezemolo, e in generale con tutti quei settori politicizzati del capitalismo finanziario italiano maggiormente responsabili nell’opera di svendita del nostro settore industriale strategico e nella drammatica distruzione delle basilari garanzie sociali in tema di lavoro e previdenza sociale, dove per basilari si intendono le garanzie fondamentali del diritto al rispetto del contratto nazionale, del diritto al riposo, del diritto alla sicurezza sul posto di lavoro, del diritto ad una pensione dignitosa e del diritto all’assistenza sociale. Non certo le perverse logiche clientelari del “settore pubblico” o i residui di una vergognosa era assistenzialista e consociativa, che gli ultimi burocrati dei sindacati parassitari ancora si ostinano a voler disperatamente e inutilmente blindare come la sabbia in una scatola bucata.

D’altronde, si sa. In questo ambiente politico, la sentenza è facile, lo slogan viene naturale: Gheddafi è “un dittatore”, Assad “uguale”, “le masse” chiedono “giustizia”, “i popoli sono fortissimi”, “cacciamo Berlusconi”, “evviva Santoro”. Ecco che, dunque, dinnanzi alla situazione libica il tifo che, da sinistra, è arrivato a favore dei ribelli, ha squarciato il velo sulla più completa incapacità di osservazione, sul qualunquismo e sulla demagogia a buon mercato: un atteggiamento indisponente ed odioso, neanche più minimamente paragonabile alla “svista” – ben più comprensibile e legittima – di quella “vecchia generazione” che credeva, a suo tempo, di sostenere e costruire il “comunismo”, mentre in realtà si trattava di ben altro, di un mutamento storico e strategico che di fronte ad una spaventosa “accumulazione originaria” e ad una sempre più forte polarizzazione imperialista occidentale, seppe reagire con una adeguata risposta di potenza da Est, capace di innescare un effetto a catena in vaste aree del pianeta a lungo compresse o marginalizzate. Si trattò di un processo con enormi pregi e anche con grandi difetti, ma fu comunque qualcosa di diverso (e di ben più concreto tenore) rispetto a quanto prefigurato attraverso il filtro dell’ideologia.

A differenza di allora, stavolta è tutto molto più chiaro. La fase è quella di un unipolarismo alla frutta, la nuova era – per nulla dominata dai fantomatici ed inesistenti crismi del “libero mercato” e della “globalizzazione”, buoni solo per inutili astrazioni teoriche con cui i friedmaniani amano eccitarsi – è una delle peggiori e più barbariche in termini di aggressività neo-coloniale, a partire dalla prima invasione dell’Iraq nel 1991 e dalla caduta del governo socialista afghano nel 1992, che hanno sprigionato un’inaudita instabilità internazionale ed una delle più losche e criminali collusioni tra centro imperialista (Usa) ed ascari periferici (curdi iracheni, mujaheddin bosniaci e albanesi, monarchia saudita, separatisti ceceni, salafiti siriani, indipendentisti tibetani, wahabiti libici e così via…).

Dinnanzi ad un’operazione mediatica così infame e vergognosa, tutta volta alla demonizzazione di Mohammar Gheddafi e della Jamāhīriyya libica, a fini di invasione e conquista, non c’erano dubbi su quali fossero le reali intenzioni delle potenze occidentali, frettolosamente precipitatesi a prendere in mano la risoluzione n. 1973, per piegarla ed adattarla artificiosamente ai propri piani di invasione militare. E invece la sinistra di casa nostra ha atteso, ha gridato alla cacciata del “dittatore”, alla “libertà dei popoli oppressi”, unendosi di fatto al coro degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia, che incassano e ringraziano per il sostegno alla loro “impresa” in pieno stile neo-vittoriano.

Ora che sotto l’occhio del ciclone finirà ancora una volta la Siria – ultimo baluardo della stagione del socialismo panarabo rimasto in piedi in Medio Oriente – sarà curioso vedere quali saranno le posizioni della sinistra italiana: da una parte l’amicizia di Diliberto e del PdCI con il Partito Comunista Siriano di Ammar Baghdash, ricompreso nel fronte unito patriottico della coalizione che sostiene Bashar al Assad, dall’altra Sinistra Comunista (cioè la corrente bordighista di Rifondazione guidata da Gianluigi Pegolo) che pochi mesi fa pubblicò un articolo di Franco Ferrari (anch’egli PRC) dall’inconfondibile titolo a scopo denigratorio “Stalinista e antisemita, l’amico siriano di Diliberto”.

Nel mezzo, incertezza, fermenti contrastanti e la presumibile previsione che si possa ripetere un altro scenario di piazza, simile a quello che lo scorso febbraio vide un migliaio di militanti riconducibili al PRC, al PCL di Marco Ferrano e a Sinistra Critica di Franco Turigliatto, assaltare l’Ambasciata Libica, per sostituire, a scopo dimostrativo, la bandiera della Gran Jamāhīriyya Araba di Libia popolare e socialista con la bandiera, precedente al 1969, della monarchia libica di Re Idris, utilizzata dai ribelli. Nemmeno più la vecchia e semplice vulgata della “repubblica” come “conquista progressiva” della modernità, sembra reggere dinnanzi a tanta idiozia collettiva. Se un giorno dovessero scendere in piazza dei cinghiali, possiamo star sicuri che certi personaggi non esiterebbero a sostenerli nella caccia al “cacciatore cattivo”.

È ormai chiaro il dna di certe frange che tornano utili per tutte le stagioni, e sono ormai preventivabili tutti i complici silenzi o l’assenza di giudizio dinnanzi ai temi centrali della nostra epoca storica. Se la vulgata della globalizzazione lanciata dall’idealismo dell’era Clinton è una delle più colossali mitologie astratte degli ultimi anni, è senz’altro vero che ormai il pianeta è interamente conosciuto, sul piano geografico e politico, da tutti i soggetti internazionali, e che – a differenza di qualche secolo fa – tutti sono costantemente al corrente di quanto accade nei più remoti angoli della Terra. Da almeno tre secoli, cioè dal definitivo completamente delle rotte navali delle potenze marittime europee, è stato innescato un processo storico che – al di là dei suoi aspetti più catastrofici – ha comunque imposto la “globalità” come criterio di analisi della società. Fu anche per questo che Marx ritenne evidentemente impossibile studiare il capitalismo “monocentrico” britannico della sua epoca in astratto da quanto avveniva nel resto del mondo o indipendentemente dai traffici commerciali mondiali e dai domini coloniali di Londra in India, in Cina o nel Sud Est Asiatico. Senza un’adeguata comprensione delle dinamiche globali, appare davvero assurdo pensare di poter comprendere le questioni interne, specie in un Paese subalterno e sub-dominante come è il nostro nell’alveo dell’alleanza nord-atlantica.

Invece, si resta indietro. Ci si aggrappa ad una dialettica capitale-lavoro già di per sé mal posta, e male interpretata, non solo anacronistica ma addirittura eterodossa rispetto a quanto esposto da Marx, soprattutto in virtù di un diverso concetto di “classe operaia” (combinata e non meramente esecutiva o moralisticamente “umile e oppressa”). Paradossalmente è stata la Teoria delle Tre Rappresentanze fissata dall’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese Jiang Zemin, a provare a ripescare questa impostazione, adattandola al contesto cinese degli anni Novanta-Duemila, e mettendo assolutamente in chiaro il carattere avanguardistico del Partito Comunista Cinese come rappresentante delle forze nazionali produttive più avanzate (comprese quelle “private” o “di mercato”), delle forze culturali più avanzate del Paese e degli interessi della stragrande maggioranza della popolazione.

Senza alcuna pretesa di rifondare alcunché, soprattutto qualcosa di puramente astratto e di a-storico, la Cina – piaccia o non piaccia – ha imboccato una sua direzione storica, partita dal marxismo e giunta ad una logica dimensione decisamente concreta e nazionale, che nessuno può in qualche maniera pretendere di schernire dall’esterno con giudizi superficiali. Non è un caso che i principali denigratori del gigante asiatico si annidino proprio tra i settori della sinistra radicale, chiaramente intenti a lanciare strali su quello che, dalla loro ottica storica completamente distorta ed idealista, continuano a ritenere una restaurazione capitalista o un rinnegamento borghese. Non è possibile dialogare con simili personaggi, che sarebbero pronti a spogliare intere popolazioni faticosamente uscite da epoche di inaudita sofferenza, delle loro conquiste sociali e tecniche, per soddisfare il proprio perverso gusto di colonizzatori latenti, di imperialisti interiori, ed il loro falso candore “rivoluzionario” che, dalla comoda poltrona di casa, vorrebbe ricreare un “romantico” quadretto di “guerriglia e ribellione”, ispirato al poverello assisano o al subcomandante Marcos.

LA LEZIONE DI PYONGYANG

 

Lo scorso 22 marzo, un rappresentante del Ministero degli Esteri del governo della Corea del Nord affermava in una nota ufficiale:

 

L’attuale crisi libica insegna alla comunità internazionale una seria lezione. È stato dimostrato al mondo che lo smantellamento nucleare della Libia, a lungo propagandato dagli Usa in passato, si è rivelato una modalità di aggressione con cui questi hanno blandito quella nazione con parole molto ‘dolci’ quali ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ per disarmarla e poi inghiottirla con la forza […] Ancora una volta viene dimostrata la verità storica per cui la pace può essere preservata soltanto costruendo una propria forza, fino a quando nel mondo si presenteranno comportamenti arbitrari e prepotenti […] La Repubblica Democratica Popolare di Corea molto semplicemente ha intrapreso la strada del Songun, e la capacità difensiva militare costruita in quest’ottica, rappresenta un deterrente fondamentale al fine di evitare una guerra e di difendere la pace e la stabilità nella Penisola Coreana1

Se per la Repubblica Democratica Popolare di Corea, guidata da Kim Jong Il, la dottrina strategica del Songun (trad.: L’esercito innanzitutto) sembra aver effettivamente indicato la quadratura del cerchio nel bilanciamento tra rivendicazioni politiche di matrice leninista/antimperialista e realismo geo-strategico, tutti gli altri attori internazionali inseriti nella famosa lista nera dei cosiddetti “Stati canaglia”, redatta dal Pentagono, sembrano aver recepito malissimo le lezioni della storia. Ultimo nell’elenco, la Libia di Gheddafi, al quale si deve necessariamente rimproverare un eccessivo ammorbidimento nel quadro dei rapporti internazionali con i Paesi della Nato.
Sia chiaro: non ci riferiamo in alcun modo alle peraltro ridicole tesi in voga nella sinistra radicale del “Gheddafi compromesso con il capitalismo europeo” o altre simili idiozie ancora fondate su una tipologia di dialettica “capitale-lavoro” infantile, vecchia, anacronistica e priva di alcun “contatto teorico” sia con la realtà storico-politica delineatasi a partire dal secondo dopoguerra, sia (e a maggior ragione) con la realtà storico-politica della nuova fase nata dai due principali sconvolgimenti degli ultimi trenta anni: la rivoluzione post-fordiana (1975-1985) e l’avvio della fase unipolare (1989-1991).
Il declinante ruolo dell’Urss di Gorbaciov, prossima al cedimento totale, aveva aperto al strada all’intervento in Iraq, dimostrando – proprio in uno scenario divenuto centrale almeno a partire dal 1967, come quello mediorientale – come il campo dei rapporti di forza internazionali fosse in via di progressiva ridefinizione, sino al suo totale reset. L’operazione Desert Storm, che aprì la prima Guerra del Golfo, inaugurò una nuova stagione strategica: lo sfondamento simultaneo terra-aria e l’integrazione informatica nei sistemi d’arma, misero in campo le prime novità introdotte dalla Revolution in Military Affairs comparsa negli anni Ottanta, che i Sovietici avevano soltanto potuto cogliere – grazie alle intuizioni del generale Nikolaj Ogarkov – poco prima del collasso del loro Stato.
Da allora, gli Stati Uniti hanno avviato una vasta fase di interventi a carattere “umanitario”, cercando di allacciare le dottrine strategiche e le necessità di espansione della propria sfera d’influenza alle ragioni storiche di una globalizzazione economica pensata come deterministica e totalizzante. Tutto ciò ha mostrato i suoi limiti ed appare ormai evidente come la parabola discendente avviata poco dopo gli interventi in Afghanistan e in Iraq, stia rimettendo in discussione gran parte delle certezze su cui l’unica super-potenza rimasta al mondo fondava la propria politica internazionale.
Il passaggio è stato brusco, la fase di transizione molto più veloce di quel che si pensi: giusto il tempo di prendere atto della situazione, per silurare Rumsfeld ed imporre Gates (2006), creare un nuovo organismo militare in Africa (2008), dimenticare Bush e fare largo ad Obama (2009), e, in sostanza, rispedire i neo-cons in soffitta e richiamare Zbigniew Brzezinski nella stanza dei bottoni.
Il fronte della contrapposizione cambia notevolmente: abbiamo già parlato della radicale inversione di tendenza nella percezione del “mondo islamico”, ieri additato come un vasto e mostruoso luogo del pianeta agguerrito e compatto contro l’Occidente, oggi svelato nella sua fragilità interna dalla cosiddetta “primavera araba”, abilmente cavalcata, se non addirittura manovrata, dalla Casa Bianca – assieme ad Ankara – per rimescolare le carte nel Nord Africa ed in Medio Oriente, in chiara e palese funzione anti-cinese ed anti-russa, spostando così la spirale degli archi di crisi dalla massa eurasiatica agli scenari afro-mediterranei.
Non cambiano, ovviamente, la “filosofia strategica” e l’obiettivo a lungo termine di Washington: farsi largo attraverso la l’ingerenza e l’intromissione (dal soft-power delle “rivoluzioni colorate” all’hard-power dell’aggressione militare) ed imporre l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo intero.
L’avanzamento risulta evidente: i governi ormai “decotti” o le sempre più precarie integrità territoriali di Tunisia, Sudan, Egitto e Libia cadono uno dopo l’altro sotto i colpi di pesanti destabilizzazioni (militari o “referendarie”), spianando la strada all’Islam politico, assecondando i progetti neo-ottomani di Erdogan e Davutoglu, ed accerchiando la Siria, ultimo baluardo dell’ormai lontana stagione ba’athista, nonché unico serio e solido alleato della Russia in Medio Oriente.
Dei nove “Rogue States” (Stati canaglia) definiti, con varie revisioni, da George W. Bush nel 2001 – Iran, Iraq, Sudan, Siria, Corea del Nord, Libia, Cuba, Pakistan, Afghanistan – soltanto quattro si trovano attualmente nelle stesse condizioni politiche e territoriali dell’epoca: Siria, Iran, Corea del Nord e Cuba. Tutti gli altri regimi politici elencati sono stati eliminati o pesantemente indeboliti da ingerenze (politiche e/o militari) statunitensi, ad eccezione del Pakistan, depennato dalla lista dopo aver deciso di collaborare con Washington nella guerra al “terrorismo internazionale”.
Se si esclude dunque Islamabad, ormai blindato partner della Cina (Pechino, addirittura, ha pubblicamente dichiarato pochi mesi fa che qualunque aggressione al territorio pakistano sarà considerata un’aggressione al territorio cinese), appare evidente come, dopo l’aggressione alla Libia, l’obiettivo principale della Nato si stia spostando verso la Siria, già pesantemente messa sotto accusa dopo le recenti rivolte interne represse alcune settimane fa.
L’asilo politico concesso da Ankara all’opposizione in esilio, non lascia sperare nulla di buono, ed è presumibile che entro poco tempo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia tornino a proporre una nuova risoluzione in sede Onu per ricevere un altro mandato internazionale che autorizzi un intervento contro Damasco. In questo caso, lo scontro militare assumerebbe proporzioni ben più significative ed addirittura più catastrofiche, vista l’indubbia superiorità strategica della Siria di Assad nei confronti della Libia di Gheddafi.
Tuttavia, sarà opportuno mostrare i muscoli. Come ha ricordato la Corea del Nord, bisogna trarre un insegnamento dalla crisi libica: non è possibile scendere a patti con l’imperialismo degli Stati Uniti, e anche qualora si intenda trattare commercialmente con uno o più Paesi dell’area Nato per finalità di mutuo vantaggio, è sempre necessario tenere una mano al portafogli e l’altra sul bottone di detonazione. Non è ammissibile accettare diktat in merito alla dottrina strategica, dacché qualunque cedimento su questo terreno espone soprattutto gli Stati più piccoli all’ingresso in un tunnel senza uscita, dove Washington accompagna i propri obiettivi per mano, spogliandoli ed indebolendoli all’interno di un angusto angolo, per poi aggredirli e bombardarli senza alcuna riserva.
Destinare almeno il 30% del PIL alla spesa militare, sviluppare un forte programma di finanziamento (anche ricorrendo allo stimolo di un’iniziativa “privata” nazionale, sottoposta ai vincoli dello Stato) nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, rispondere ad ogni mossa, non cedere neanche un millimetro della propria sovranità nazionale conquistata in secoli e decenni di sacrifici e fatiche, imporre il terrore a chiunque osi mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati non-ingerenti ed emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica, nella consapevolezza che gli Stati Uniti ed i loro alleati europei – già artefici del colonialismo e di migliaia di aggressioni nei cinque continenti – non rispetteranno mai questi principi sino in fondo, ma sapranno strumentalizzarli per ottenere un largo consenso dinnanzi alle proprie popolazioni, salvo poi aggirarli con complicati e contraddittori (ma efficaci) espedienti retorici, mediatici e giuridici: questa è la lezione che Pyongyang ha tratto in base alla sua particolare esperienza storica, cominciata con le feroci aggressioni imperialiste del Giappone, prima, e degli Stati Uniti, poi.
E questa particolare sensibilità strategica, per quanto specifica e peculiare alla realtà nazionale nord-coreana, va indubbiamente recepita ed assimilata nel suo più profondo senso teorico-scientifico da tutti i leader politici che intendano affrontare questa fase storica per uscirne integri.

1 (cit.) D. GRISWOLD, Koreans say Libya proves need for strong defense, Workers World, 8 aprile 2011

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