NON E’ STATO LUI!

Che Stato è quello che chiede la decima ai suoi cittadini per ogni problema irrisolto impoverendo e sfruttando la gran parte di essi, trattandoli come sudditi ignoranti, costringendoli ad arrancare tra gli stenti finanziari e i tormenti sociali fino a portarli al suicidio individuale che annuncia quello collettivo; che Stato è quello che per ogni imprevisto allunga la mani nelle tasche del popolo imponendo la questua obbligatoria e la colletta vincolante in nome di una solidarietà tra compatrioti che è soltanto un ennesimo furto ai danni dei lavoratori e dei contribuenti; che Stato è quello che non protegge la sua collettività e svende la propria sovranità ai forestieri, anche se travestiti da europei, in ossequio ad una integrazione continentale che è disintegrazione nazionale; che Stato è quello che pensa a mettersi in parata il 2 giugno mentre dovrebbe andare a nascondersi dalla vergogna tutto l’anno per le limitazioni alla sua indipendenza impostegli dall’Ue, dalla BCE, dal WTO da chi più ne può, compresa la civetta sul comò;  che Stato è quello che non è in grado di far funzionare la sua burocrazia, che appalta le sue esclusive prerogative politiche, economiche e militari a centrali sovranazionali, vendicandosi per questa sua impotenza sulla propria cittadinanza, bastonandola se si lamenta e vessandola quando invoca un’inversione di tendenza; che Stato è quello che invece di innalzare il tenore di vita, di creare nuovi sbocchi industriali, di penetrare i mercati più innovativi, di rilanciare le sue imprese strategiche, di incrementare le dimensioni del suo tessuto produttivo, di facilitare gli investimenti nei settori all’avanguardia, di agevolare la ricerca scientifica, di rilanciare l’Università e la scuola, di favorire la competitività delle aziende su basi tecnologiche più elevate, proteggendole dagli assalti di competitors esterni, liquida i suoi gioielli produttivi, elargisce fondi a iosa ai comparti decaduti e superati di precedenti rivoluzioni tecniche (auto, salotto, e tutti gli altri distretti ristretti del “vecchio vapore”), mette in saldo il suo patrimonio pubblico, svincola i cervelli migliori, deprime i progressi, invita ai regressi, spreca le risorse, si piega alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale e manda poco sobriamente i suoi figli a cagare oppure a farsi ammazzare in qualche guerra agli ordini di catene di comando di amministrazioni straniere che, versando il nostro sangue, fanno il proprio tornaconto mentre per noi i conti non tornano mai; che Stato è quello che nell’emergenza e nella peggiore crisi economica dopo quella del ’29, si perde in chiacchiere, nella riforma semipresidenziale, nella riorganizzazione parlamentare, nel gran ballo istituzionale, nella svestizione patrimoniale mentre la gente comincia a morirsi di fame e non ne può più di partiti pervertiti, di tecnici incompetenti, di politici renitenti, di esperti ignoranti, di europeisti fetenti, di mondialisti delinquenti, di globalisti malviventi, di liberisti nullafacenti, di keynesiani dementi, di liberali deficienti e di socialdemocratici pezzenti, e di tutti gli altri animali inquietanti che ci stanno portando all’estinzione come popolazione; che Stato è quello che invece di far appello alla testa e al cuore della gente ausculta la sua pancia per eccitarla con luoghi comuni ecologisti, salutisti, antinuclearisti, politicamente corretti ed intellettualmente disonesti, buoni per individuare il punto fino a dove glielo si può infilare per tirare a campare, di generazione in degenerazione, arrivando alla completa consunzione; che Stato è quello che non reagisce alle provocazioni, che si fa soffiare le zone d’influenza e di penetrazione, che lascia che lo si derubi, che fa la guerra a sé stesso bombardando i paesi amici con i quali aveva siglato patti di prosperità e di non belligeranza traditi e stracciati alla prima intemperanza, che costringe le sue imprese ad abbandonare piazze economiche ritenute non affidabili dalla comunità internazionale, questo covo di briganti coi galloni della libertà e della democrazia che valgono solo se all’occidente lasciano portare tutto via senza passare dalla cassa o eventualmente facendo passare dalla cassa da morto chi si oppone, che affibbia l’infamia del dittatore sanguinario a chi non rispetta i diritti umani che sono tali solo quando attirano i rovesci d’ira americani, che mette gli uni contro gli altri i suoi ceti sociali, imprenditori contro lavoratori, dipendenti contro autonomi, becchini contro dottori, erboristi contro farmacisti, chimici contro omeopati, artisti contro manieristi, giornalai contro giornalieri, eterosessuali contro gay, laici contro cattolici e tutti contro gli impiegati pubblici che sono diventanti un bel capro espiatorio per i dirigenti, per i direttori generali, i capi dipartimento, i segretari particolari, i leccaculo manageriali ecc. ecc., di nomina politica a suon di immeritati bigliettoni, i quali vengono tenuti fuori da questo bailamme perché trattasi di una spedizione punitiva di poveracci  avverso altri poveracci, mentre loro fanno parte dell’élite elevata che non viene quasi mai toccata; che Stato è quello che si comporta in questa maniera, senza idee e prospettive, contravvenendo ai suoi scopi e alla sue funzioni di organo di egemonia corazzato di coercizione su un territorio vitale che rappresenta il suo minimo raggio d’azione, di esistenza e di sopravvivenza il quale risponde ai suoi cittadini che la colpa di tutti questi sfaceli non è sua ma dei tempi, della crisi, della fase, dell’epoca difficile, della sfortuna e del destino cinico e baro? Che Stato è quello che vive questo stato di minorità e che dice non sono stato io a determinare tutto ciò? Appunto, non è Stato lui e non siamo in stato di grazia noi!

UN MONDO ROVESCIATO

Alzarsi storti e vedere il mondo andare alla rovescia. L’ambasciatore siriano convocato alla Farnesina e dichiarato persona non gradita da un terzino dell’Atlantica (la quadra che vince sempre perché trucca le partite internazionali e si compra gli arbitri mondiali), per un massacro di adolescenti la cui responsabilità è stata attribuita dal legittimo governo di Damasco a bande di mercenari che ormai scorrazzano liberamente per la Repubblica Araba, grazie ai soldi e all’appoggio strategico occidentale. La Russia conferma quest’ultima versione ed anche qualche organizzazione mondiale dubita fortemente che un esercito regolare possa agire in quella maniera utilizzando armi da cucina e da macelleria per compiere un tale eccidio. Ma tant’è, si è stabilito all’Onu senza prove e alla velocità della luce che la colpa è di quel mangiabambini di Assad amico del Cremlino, noto ristorante esotico dove i bambini diventano cremini sin dal 1917. Graditissimo ospite resta invece sul suolo italiano l’ambasciatore di un Paese che da qualche mese ci schiaffeggia pubblicamente con tutte le mani di Vishnu. Del resto, lo sanno tutti che come fanno gli indiani al nostro Ministero degli Esteri nemmeno a Nuova Delhi. Essendo cattolici siamo costretti a porgere l’altra guancia, ma non è una idea intelligente al cospetto di Kali la dea quadrumane e così ogni giorno ci arriva un dritto ed un manrovescio nello stesso istante, da ultimo il respingimento del ricorso sulla giurisdizione dell’incidente che ha coinvolto due nostri marò imbarcati su un mercantile battente bandiera italiana, i quali avrebbero sparato su pescatori scambiati per pirati, che in molti sostengono essere accaduto in acque extraterritoriali.

Nel frattempo Monti, il raddrizzatore degli italici mores, continua a tirare la cinghia allo stivale bloccando la circolazione al popolo che diventa paonazzo e sempre più smunto. La nenia è sempre quella secondo la quale avremmo vissuto fin qui al di sopra delle nostre possibilità ed ora, a causa degli sperperi e degli scialacquamenti passati, ci tocca fare la dieta cosicché i mercati vedendoci esangui e scarni la smettano di mangiare le nostre carni. Sobrietà, penitenza e razionamento ci irrobustiranno lo spirito, pazienza se il corpo dovrà sottostare a qualche mortificazione. Ancora una volta siamo cattolici e ci può stare. Ma siamo cristiani e cattolici, portatori di pace e di speranze, anche quando ci costringono a finanziare guerre di aggressione come quella in Afghanistan. Lì muoiono civili inermi, intere famiglie vengono sterminate dai droni, come accaduto ancora qualche giorno fa e Monti che ti fa in tempi di sobrietà e di austerità? Tarataratatà (mitragliatrice),  si fa perfezionare predator e raeper, i famigerati aerei senza pilota, con armi di distruzione hellfire pagate a caro prezzo agli statunitensi. Inoltre, mentre gli altri partner fuggono da questa missione ormai perduta che sta costando un occhio della testa all’Alleanza lui promette che si accollerà, nei prossimi anni, le spese necessarie a riportare la civiltà tra i talebani, sgravando Washington dell’incombenza. Quanta modernità e sacralità stiamo trasmettendo a quelle genti arretrate e adoranti un dio sbagliato lo abbiamo notato, a cominciare dal rito dell’estrema unzione accordata ai combattenti afghani caduti sul campo di battaglia, ai quali si è pisciato in faccia in nome di una superiore e benevola cristianità. Comunque, il Premier non può raccontarci che la cassa è vuota se poi si mette a fare l’americano con gli americani, continuando invece a trattare gli italiani da pezzenti.

Infine, in questo mondo rovesciato vediamo il Vicario di Nostro Signore tirato per la mozzetta dai cardinali romani, da quelli ambrosiani, da tutta una Curia che si sta facendo un guerra senza quartiere approfittando del trasporto ultramondano di un uomo di grandi studi, fine teologo e buon filosofo, un po’ troppo disattento alle miserie ecclesiastiche. Ma un Papa non può essere solo una guida spirituale essendo anche l’amministratore delegato di una società per azioni (sante e non), per cui è obbligato a trovare il giusto mezzo tra gli oggetti spirituali e le cose mondane, deve benedire i fedeli e neutralizzare tra questi gli infedeli che lo circondano minacciando la tenuta della Cupola o un suo smottamento negli inferi. Anche nella Chiesa, come Stato assoluto, si stanno enfatizzando gli scontri tra catene di comando che vogliono guidare la politica estera e finanziaria del Vaticano nelle differenti situazioni geopolitiche di questa caotica fase storica. Gli attacchi al fulmicotone provenienti da tanta parte del pianeta alle abitudini sessuali dei prelati sono colpi sotto la cintola di chi vuole indebolire il papato per ragioni politiche, circoscrivendone competenze, pertinenze, istanze e settori d’investimento e di penetrazione. La Casa di Dio poggia su questo globo benché le sue colonne si slancino sempre verso la volta divina. Per questo le alleanze non conformi al campo gravitazionale mondiale in cui è inserito anche l’esercito del Signore possono far tremare le fondamenta della santa istituzione qualora non dovesse accodarsi a determinati e sovrastanti interessi. Benedetto XVI da porporato entrava più facilmente nella diatriba storica e politica, tanto da prendersi una frecciatina da Althusser nella sua autobiografia L’Avenir dure longtemps (“il cardinale che non dormiva la notte per la lotta di classe e che non voleva aprire un po’ di più la sua mente alle ragioni del proletariato), mentre oggi sembra in balia dei giochi di potere interni alla Corte pontificia ed ai suoi drappelli clericali appoggiati da questo o da quello Stato estero. In siffatto recente periodo abbiamo osservato la Chiesa cambiare sveltamente posizione dopo qualche scandaletto infilato lì di proposito per modificare le sue scelte, ad esempio nel conflitto libico prima condannato e poi incredibilmente giustificato. Non vorremmo che Dio rimediasse troppe sconfitte dal demonio a causa di crociati delle fede arrendevoli e traditori che potrebbero debilitare in noi la fiducia nella sua immane potenza.  La strada che porta all’inferno, oltre che essere lastricata di pie intenzioni, è soprattutto quella storta che procede per ripensamenti eccessivamente lesti. Occhi sempre rivolti al paradiso ma orecchi ben sintonizzati sulle basse frequenze terrestri.

LO SCORPORO ENI-SNAM: IL SESTUPEDE PERDE UNA ZAMPA

Sbagliarono i conti e chiamarono il prof. Monti. Occorreva che i primi quadrassero e non sapendo come fare si misero ai piedi di un uomo quadrato e tutto d’un pezzo avvezzo ai listini e alle tabelline. Ma, a parte il fatto di essere inquadrato da un pezzo nell’entourage dei poteri forti internazionali, da Goldman Sachs alla Trilaterale,  costui ha dimostrato di non conoscere né la geometria politica elementare e nemmeno la ragioneria basilare, tanto da farci precipitare nel vuoto economico come e più del suo screditato predecessore. Se poi qualcuno gli fa domande sul futuro dei nostri figli, come recentemente il giornalista de La Sette Formigli, il Premier tace per qualche lungo minuto generando lunghissimi sbadigli e la truce sensazione di essersi fatto trovare impreparato all’interrogazione. Per il Professore è il contrappasso, prima del definitivo trapasso. Così lo Stivale,  ormai lacero e scalzo e con le piante insanguinate per i troppi balzelli a piè impari (la banca campa mentre il banco nazionale salta),  incespicante su politiche economiche sempre più pedestri, messe a punto da illuminati maldestri con la laurea in arroganza,  si è ritrovato a scalciare in una più grave situazione. Questi presunti docenti dell’emergenza, dopo aver dimostrato di ricoprire le loro cariche governative senza alcuna competenza che non sia quella rinveniente della tracotanza, si stanno spingendo ben oltre i compiti loro affidati, certificando che la Tecnica al potere è soltanto l’ultimo stadio di una decadente “politicanticaglia” che per salvarsi vuole liquidare il Belpaese. Siamo persino all’assurdo che mentre si lasciano immutati i vecchi problemi si mettono impropriamente le mani nelle poche cose che ancora funzionano in Italia, in nome di più alti ideali che contrastano con gli interessi strategici del paese, evidentemente troppo prosaici per i grandi cattedratici. Si accapigliano per le teorie economiche non avendo nemmeno un’idea seria da mettere in pratica. Que viva il mercatismo, il liberismo e il keynesismo che ripongono la politica nel ripostiglio! Perché tanta urgenza, per esempio, da parte del bocconiano nel firmare il decreto di scorporo di Snam da Eni? Come mai, con tutte le preoccupazioni che ci attanagliano, dalla disoccupazione ai fallimenti plurimi di imprese iugulate dalle tasse e da agenzie di prevaricazione più che di riscossione (Befera come sinonimo di bufera), il Ministro Passera diventa, contravvenendo alla cognonomastica, più veloce di un falco nel presentare sotto il naso di Monti tale atto di smembramento di una conglomerata di Stato? Ci viene suggerito dagli esperti: per garantire maggiore concorrenza che calmiera i prezzi in favore dei consumatori. Come sono gentili e umani, proprio loro che finora con la falce si sono lanciati sul nostro tenore di vita abbassandolo al livello dei tacchi. Sicuri che di questo si tratti e non piuttosto di un consumato pretesto per sradicare un fiore all’occhiello dell’industria nazionale? Del resto, lo abbiamo già sperimentato in anni recenti allorché sono state spacchettate altre società pubbliche, vedi la Telecom, svendute a capitani coraggiosi spalleggiati dai partiti, senza che i consumatori s’accorgessero di alcun miglioramento, né nel servizio e nemmeno nei costi. Evitiamo di prenderci in giro e diciamo come stanno veramente le cose. All’Europa e agli Usa non è piaciuto il protagonismo dell’Eni su mercati esteri  per loro sbarrati poiché nessuno vuole fare affari con i prepotenti. E non gradivano nemmeno che il governo italiano ammettesse responsabilità storiche nei confronti di popolazioni sottomesse, creando un pericoloso precedente mondiale per chi è stato coinvolto in imprese coloniali ancora più banditesche, pagando per il proprio passato ed investendo per il reciproco futuro. Ma i padroni sono predoni e all’accordo bilaterale preferiscono la razzia sbrigativa a suon di bombe, Libia docet. Per tali ragioni al Cane a sei zampe si vogliono limare le unghie e poi pure amputare gli arti affinché non sconfini ancora dal suo ambiente e non si spinga su un territorio che le iene considerano di assoluta pertinenza. Questo Governo di conigli vestiti come pinguini sta azzoppando il sestupede per dimostrare ai cacciatori globali che la bestia d’ora in poi starà a cuccia. Come iniziale atto di compiacenza gli asportano la zampa Snam.

LA TERRA TREMA, LA TERRA TRAMA

Recentemente, In Italia la terra troppo trema e troppo trama. Se il primo evento è una accidentalità, il secondo è invece una “occidentalità”, conseguente allo spostamento della principale placca geopolitica atlantica verso il Pacifico, senza che siano diminuite le frizioni con la zolla eurasiatica. Gli Usa mettono in subbuglio l’Europa, la trascinano nei suoi movimenti egemonici e strategici, rimodulano i loro interessi avverso il Celeste Impero e le sue zone d’influenza, rovesciano gli equilibri in Nord Africa ed in Medio Oriente, costringendo il Vecchio Continente a chiudersi ad Est e non preoccupandosi delle conseguenze sociali che ne derivano. Il nostro Paese, da sempre una portaerei naturale tra la grande potenza oceanica e la riemergente potenza russa, nonché ponte del Mediterraneo, ne paga il fio maggiore. Ci è stato impedito di continuare a fare affari e di instaurare proficue collaborazioni internazionali con Mosca e con la Libia (per francesi, inglesi ed americani non vale il motto gli amici degli amici sono nostri amici e così ci hanno sottratto influenza e rapporti con Tripoli), soprattutto attraverso le conglomerate pubbliche dei settori dell’energia e dell’aerospaziale (Eni, Finmeccanica), mentre adesso si attacca la Germania, per mano degli altri membri europei, già allineati ai piani di Washington, con la scusa del deficit e della crisi sistemica globale, quando in verità si vuole soltanto costringere Berlino ad abbandonare le sue velleità indipendentiste e i canali privilegiati, di business e di relazioni, col Cremlino. Ma fortunatamente sono crucchi, non cucchi. Non è l’austerità imposta dalla Merkel che affossa l’Ue ma l’assoluta assenza di prospettive autonome dell’Europa che costringe i tedeschi a tenere duro su tutto. Soprattutto sugli aspetti economici  attraverso i quali la speculazione finanziaria s’insinua nelle scelte dei governi condizionandoli a proprio piacimento. In questo contesto caotico e subalterno chi paga le conseguenze più alte delle diatribe in corso è proprio Roma, da sempre ventre molle di tutta l’area. Per essere sicuri di avere il completo controllo su di noi l’amministrazione Obama ha imposto, grazie alla compiacenza di deboli forze politiche e di un Capo di Stato che da “Napolitano vuò fa’ l’amerikano”, lo smantellamento del governo del nano minore ma anche del male minore, almeno fino a quel momento. Nemmeno un oltranzista religioso ed invasato reazionario come Bush si era spinto così avanti, anzi quest’ultimo ci aveva lasciato, per ragioni tattiche, le briglie più sciolte (in questo periodo infatti gli accordi tra Eni e Gazprom per la costruzione del gasdotto South Stream ricevono un’importante accelerazione), in cambio del sostegno alle guerre in Iraq ed Afghanistan, concedendoci qualcosa in più sul piano dei rapporti con Putin. Adesso ci tocca sopportare la dittatura degli Alti papaveri professorali, tecnicamente bravi finchè si mettono in cattedra da soli ma politicamente buoni a nulla di fronte alla realtà, i quali stanno provocando immani sciagure sociali in nome del pareggio di bilancio e di un bilancio disastroso in politica estera, che poi è la politica tout court in fasi storiche come quella corrente. In questo clima pestilenziale, con la Penisola ridotta ad un palcoscenico di periferia dove i nostri governanti recitano la parte dei puri mentre quella dei duri la fanno uomini dal volto indistinguibile, spesso celato dietro una barba finta, o ancora gli sciacalli internazionali e le iene globali, c’è forse da sorprendersi se scoppiano bombe e si gambizzano le persone? Ma è  il nostro Stato il vero gambizzato e preso di mira da  eventi mondiali che non comprende e non affronta col necessario coraggio. Abbiamo abbattuto un simulacro di democrazia elettorale per affidare le sorti del Paese in mano ad ottimati laureati che da quando si sono insediati non fanno altro che trattarci come somari essendo loro stessi bestie da soma di altri padroni. Ci hanno insultato in ogni maniera, definendoci un popolo di sfigati, di mammoni, di evasori e non ne hanno combinata una giusta dall’alto delle loro scrivanie dottorali e dei loro compensi ancora più elevati, maturati soprattutto dopo anni di tirocinio all’estero, in organismi nominativamente multilaterali ma fattivamente gestiti sempre dagli Usa o in quelle stesse banche che a detta di molti ci hanno mandati sul lastrico. Può chi deve la sua carriera e il suo prestigio alla Goldman Sachs o a JP Morgan o a BancaIntesa mettere la mordacchia al suo ex datore di lavoro, col quale è rimasto in ottimi rapporti e col quale tornerà probabilmente a lavorare, dopo la disavventura di governo?  La domanda è retorica la risposta per niente consolatoria. Aspettiamoci giorni peggiori perché siamo solo agli inizi di un devastante terremoto nazionale. Gianfranco La Grassa ha ben illustrato nel suo articolo di ieri quale disegno stiano predisponendo potenti d’oltreatlantico e fetenti nostrani per mortificare ancora l’Italia. Ci attendono anni di fuoco, tra finti pompieri e veri piromani, ma siamo ancora  impreparati ad affrontare l’incendio che ci ha circondati.

Nuovi Grilli e vecchi Grulli della politica meritano per noi lo stesso trattamento

L’unico che può davvero cantare vittoria in questa tornata elettorale è il Movimento Cinque Stelle di Grillo, il cui esercito di locuste mira a distruggere i campi della vecchia politica coltivati a corruzione e malversazione, almeno da come fanno scattare quelle mandibole troppo svelte e sviluppate alle quali mi pare però non corrisponda un altrettanto spazioso cervello, capace di elaborare fattive proposte adatte ai tempi. Bersani sostiene invece, “senza se e senza ma” che a vincere è stato lui ma i giornalisti, questi maldestri fabbricatori di menzogne, avranno travisato le sue dichiarazioni, riferendosi il segretario del Pd al recente scudetto conquistato dalla Juve, sua squadra del cuore e non ai risultati ottenuti dai democrat. La nostra è una  maniera delicata per trarlo dall’impaccio e dal ridicolo anche se ormai è proprio una mission impossible. Alfano, che non sta tanto meglio del suo omologo di sinistra, vivendo indiscutibilmente sull’altra sponda dell’Universo, dopo la batosta delle consultazioni è riuscito a tirare fuori soltanto questa memorabile lezione: “Gli elettori ci chiedono una nuova proposta”. No, caro Alfano, il popolo vi chiede di togliervi di mezzo ed anche in fretta. Quanto alla Lega è affondata con Bossi ed i suoi figli (traboccanti di boria ed abboccanti all’amo di qualche servizio in vena di servizietti) i quali finalmente faranno compagnia alle trote in lisca e branchie sul fondo del Po. Di Casini e di Fini non c’è che dire, nel senso che non abbiamo nulla da commentare essendo i due dei gran chiacchieroni con troppe ambizioni personali ma privi di voti per concretizzarle, mentre IDV e SEL si prendono soddisfazioni parziali (Palermo e Genova) non brillando nel resto dei comuni in ballo, anzi seguendo la china di tutti gli altri partiti screditati e sputtanati dalla crisi e dall’incompetenza manifestata nella gestione degli affari statali. Tornando su Grillo e sui grillini riteniamo il loro exploit un fuoco di paglia in quanto siamo arciconvinti che una organizzazione fondantesi su pregiudizi di ogni ordine e grado e sul qualunquismo umorale non potrà che dimostrare tutti i suoi limiti, a prescindere dall’immane solerzia e dalla nobiltà di aspirazioni dei suoi spavaldi animatori. Il fatto è che se le tue idee sono dei simulacri basati più sul moralismo che sulla comprensione della realtà, le ricette che proponi vanno forse bene per un altro mondo impossibile ma non per quello attuale, carico di problemi effettivi e di situazioni drammatiche che non si possono affrontare con gli slogans a go-go e i vaffanculo a iosa. Le loro proposte su AMBIENTE – ACQUA – SVILUPPO SOSTENIBILE – CONNETTIVITA’ – TRASPORTI e VIABILITA’ (da qui  le cinquestelle) sono un coacervo di stereotipi e di ubbie che possono soltanto far regredire la nazione insieme a quel minimo di eccellenze che ci restano.

Con ciò vogliamo pur riconoscere la buona fede ai sostenitori di Grillo – ragazzi integri e sinceri (qualità esemplari per gli oratori e le comitive ma venefiche per la politica che resta, come sostenne qualcuno, impasto di sangue e merda) – ma non al loro capo ortottero, sventolatore di variopinte bandiere di stupidità politicamente corrette,  perché costui frinisce cazzate sapendo di frinirle, al fine di circonvenire i creduloni. Grillo nella sua vita ha cambiato pelle troppo spesso come un serpente, non chiarendo mai le ragioni delle sue mute. Sarà vero che unicamente i cretini non cambiano mai opinione ma chi la trasforma vorticosamente, ad ogni moda, o è un doppio cretino o un doppio e basta. Non un Gabibbo come scrive Gramellini sulla stampa di oggi, ma un Gabbatore di animi pigri. Dai giorni in cui prendeva a martellate i computers a quelli in cui la rete è diventata repentinamente uno strumento di democrazia assoluta il passo è stato greve. Per convenienza ha sposato l’avanguardismo dei circuiti e dei chip utili ad amplificare i suoi sermoni (a questo gli serve internet e perciò la connettività è diventata, al contrario del resto, cosa buona e giusta) e per la medesima convenienza, antitetica alla prima ma speculare al risultato che intende conseguire, ha mantenuto intatto tutto l’armamentario passatista e decrescista che scalda i cuori dei romantici anelanti, dalle loro comodità contemporanee, alla purezza delle società arcaiche, lente, spiritualmente incorrotte e in armonia con la natura. Grillo vacilla e oscilla tra un sismondismo sentimentale e un malthusianesimo catastrofista, tra il rimpianto del tempo perduto e il decadimento della madre terra, che però sono in simbiosi, come si legge nel suo programma, con “l’introduzione dei ripetitori Wimax per l’accesso mobile e diffuso alla Rete”. La ruota di pietra e lo sfregamento dei bastoncini di legno per accendere il fuoco vivranno accanto al mouse e alla tastiera, l’unica tecnologia alla quale non si chiede un passo indietro perché necessaria ad incoronarlo Re delle colonia degli insetti con le antenne Wi-Fi. Banda larga o capobanda? Ai desktop l’ardua sentenza. Che il Comico genovese non sappia di quel che va blaterando lo si capisce da certe asserzioni sul capitalismo e sul mercato, allorché ricorrendo, anche in tale circostanza, ad un inesistente quanto consolante mito dell’origine, contrappone un capitalismo onesto e morigerato ad un capitalismo di rapina e dissipatore di risorse planetarie.  L’economista Gianfranco La Grassa svelò già molti anni fa questo imbroglio che solleticando le coscienze le conduce sull’abisso dell’incomprensione dei fenomeni sociali: “sparare sulle multinazionali e sullo Stato è il miglior modo per far credere che il capitalismo possa rigenerarsi, tornando ad una “sana libera” concorrenza tra imprese fra loro più equilibrate quanto a potere di mercato. E’ la forma moderna del sismondismo, di quel “romanticismo economico” su cui Marx fu ultrasarcastico, e che fu violentemente attaccato da Lenin perché avrebbe consegnato le forze rivoluzionarie russe, se fossero rimaste egemonizzate dai narodniki, dagli “amici del popolo”, alla complicità e copertura dello sviluppo capitalistico – che produce inevitabilmente la centralizzazione dei capitali, tramite fallimento dei più nella “libera” concorrenza – conducendo mere battaglie “di retroguardia”, puramente ideologiche, ipocrite.”

Grillo non è il vero nemico di questa fase storica (lo sono i cotonieri della GFeID ed i loro sodali politici sottomessi ai dominanti statunitensi) ma anche i piccoli insetti possono essere estremamente fastidiosi e contribuire a distogliere la vista dalle questioni decisive che ci attanagliano, in un’era già di per sé caotica e simulatoria. Per questo siamo favorevoli ai pesticidi che proteggono il raccolto e tengono lontani i parassiti. Nuovi Grilli e vecchi Grulli della politica istituzionale meritano per noi lo stesso trattamento.

I TENTACOLI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE SULLE IMPRESE STRATEGICHE ITALIANE



Le smancerie di Obama al nostro Presidente del Consiglio sono la mancia in spiccioli che gli Usa elargiscono all’Italia per aver eseguito gli ordini coloniali alla perfezione. Gli osservatori internazionali chiamano questa affettazione con nomi altisonanti ma l’immagine che essa rimanda alla mente è quella del biscotto tirato al cane da compagnia scodinzolante. Se a Monti è stato riconosciuto un ruolo di primo piano al G8 è soltanto perché questo evento è ormai inutile e squalificato, un summit delle chiacchiere (come lo ha definito il Generale Carlo Jean),  e di una stanca ritualità ineffettuale, fuori dalle geometrie geopolitiche dell’attuale fase storica di un mondo non più unipolare e timidamente multicentrico. A Monti viene anche affidato il compito del mediatore tra la rigida Berlino e quel che resta della flaccida Europa, con quest’ultima davvero persuasa che i malanni comunitari abbiano origine nella foresta nera piuttosto che nella selva oscura del Nuovo Mondo, dove la nostra sovranità resta atterrita. Ma che strano intermediario questo professore affossatore al quale la divisa dell’arbitro serve solo per tenere nascosta, appena sopra la pelle, la casacca a stellette e striscette. Innalzare più in alto la bandiera europea per meglio seppellirla, ecco a cosa serve l’ostentato europeismo ex cathedra di questi illuminati spenti, pieni di sé e vuoti di spirito dei tempi. E sì, perché Monti, non può fare diversamente, essendo il prodotto di quei tentacoli finanziari atlantici che adesso rivendicano il momento della reminiscenza e della riconoscenza da parte del loro pupillo, il quale senza manine e spintarelle d’oltreoceano non sarebbe Premier e nemmeno Senatore. Così descrive il sito scandalistico Dagospia questa truce faccenda: “In qualsiasi parte del globo la politica è fatta di ideali, trame e baratti. Questi ultimi sono un ingrediente fondamentale nella logica del potere, soprattutto di quei poteri forti che non danno niente per niente e al momento buono presentano le cambiali da pagare. Tra gli ambienti che si aspettano da Monti qualche gesto concreto di buona volontà c’è sicuramente Goldman Sachs, la potente merchant bank americana nella quale il Professore ha lavorato a partire dal 2005, e che ha ingaggiato personaggi come Mario Draghi, Romano Prodi, Massimo Tononi e per ultimo il Maggiordomo di Sua Santità, Gianni Letta”. Goldman Sachs passa appunto ora dalla cassa, la Cassa Depositi e Prestiti per la precisione, al fine gestire direttamente l’acquisizione del 30% di Snam, scippata ad Eni, con evidenti scopi d’indebolimento del cane a sei zampe e con l’intento di pilotare le sue sfere di penetrazione estera, prevenendo ulteriori pericolosissimi smottamenti verso est. Qualcuno potrebbe obiettare che trattasi semplicemente di “melina” di Stato, di movimento apparente, perché in un caso come nell’altro, la proprietà resterebbe saldamente in mano pubblica. Ma lo Stato non è un monolite, i suoi apparati, nei quali agiscono uomini e drappelli in costante conflitto tra loro, possono perseguire obiettivi non convergenti in base ad intenzioni e piani persino contrastanti, in quanto nascenti da differenti esami della realtà e delle molteplici direzioni da far imboccare alle istituzioni e al Paese. Che questa “compravendita” sia sospetta lo dimostra il fatto che la merchant bank americana svolgerà il ruolo di Advisor nell’operazione praticamente gratis, alla cifra simbolica di 1013 euro. Va bene che sono periodi di crisi ma nessuno fa mai niente per niente. Infatti, non sono i soldi che contano in questa circostanza ma l’opportunità di poter manovrare a proprio piacimento l’acquisizione, ricavandosi uno spazio di azione presente e futuro nelle più importanti aziende strategiche nostrane. Sarà un caso che tutto avvenga nell’interregno impolitico e sempre più impopolare dei tecnici che si sono fatti le ossa all’estero, soprattutto negli Usa, prima di ritornare in patria per spezzare le reni agli italiani? Monti è stato dipendente di Goldman Sachs, oltreché membro del Bilderberg e della Trilaterale, organismi “anglo-globali” poco avvicinabili dall’uomo qualunque e per nulla trasparenti che non hanno mai nascosto le proprie manie di grandezza e di dominio sull’orbe terracqueo.  Quel che importa, al di là dell’ossessione mondialista di tali gruppi, spesso più eccitati che conseguenti, è il luogo geografico dove si basano. Tutte le strade portano a Washington ed è proprio qui che si decidono le sorti politiche ed industriali di molte nazioni che non rivendicano e non fanno valere le proprie prerogative nazionali.  Guardate chi sono i (ri)baldi caporioni che esultano per questo dubbio affare nel settore energetico nostrano: Franco Bassanini, membro della Fondazione Italia Usa, il quale dal 2008 è a capo della CDP e Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della medesima Cassa, nonché ex manager di JP Morgan. Se questi vi sembrano disinteressati ed innocenti perseguitori dell’interesse pubblico, in nome della concorrenza e dei vantaggi per i consumatori, allora il sole può riprendere benissimo a girare intorno alla terra, la quale ovviamente è ancora piatta come l’encefalogramma di chi ci crede.

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CAVE CANEM

L’Italia non se la passa per niente bene, non siamo la Grecia ma viviamo il complesso di poterle presto assomigliare. Nella tragedia sociale. Senza una classe dirigente in grado di scegliere e di decidere quale strada intraprendere per uscire dalla difficile situazione ed allontanare i drammi nei quali stiamo precipitando, tra stretta fiscale, investimenti ristretti e occupazione in restringimento, è inevitabile che ci si adegui  acriticamente alle formule politiche ed economiche calate dall’alto, siano esse diretta emanazione dei vari organismi internazionali o delle stessa burocrazia eurocomunitaria. Non siamo più padroni del nostro destino e l’arrivo dei tecnici al governo ha semplicemente evidenziato il posto dove la nostra sovranità nazionale è finita: nel Gabinetto, insieme ai professori. E’ bene ricordare ancora una volta quali personaggi ci hanno spinto così in basso, in fondo alla tazza della storia dove si vaticinano sventure e si predicono disastri. Lo ha scritto senza circonlocuzioni ieri su Italia Oggi il Gen. Laporta, uno che non crede ancora, come il resto degli uomini di servizio benpensanti, alle tavole rotonde a tre gambe dove si invocano gli spreads e i mercati di morte. Altro che B. costretto a rinunciare al premierato a causa del differenziale tra titoli di stato sfavorevole all’Italia e favorevole ai crucchi. Il leder del Pdl è stato obbligato ad abbandonare il suo posto perché “il nemico” gli ha chiesto: “vuoi rimanere ricco o morire?” E così il Cavaliere pavido ha ceduto su tutto, “prima sulle basi aeree (durante la guerra alla Libia); in seguito, mentre rifiutava le dimissioni e il titolo Mediaset precipitava, la signora Clinton gli sibilò nella cornetta: ‘come vanno gli affari? Come stanno i ragazzi?’ comprese, si arrese e si stese. Ha molte famiglie dopo tutto. Oggi dice che il governo Monti dipende dalla sua volontà. Mente sapendo di smentire’. Questo significa soltanto che il Bocconiano, chi lo ha indicato ai partiti, prima nominandolo senatore a vita e poi investendolo del compito governativo, e tutti quelli che gli hanno dato la fiducia in aula sono complici di nemici stranieri e quindi colpevoli di alto tradimento dello Stato. Costoro, dunque, che lavorano per amministrazioni estere non troveranno mai alcuna soluzione alla crisi perché essi stessi sono i co-artefici dei mali nazionali ed i carnefici del popolo italiano.  Così l’Italia finisce nella melma e con essa gli ultimi baluardi industriali sui quali si sono avventati i pescicani della finanza che hanno sentito l’odore della scia di sangue dopo i colpi politici sferrati alle nostre istituzioni da parte di sedicenti partner occidentali. Di Finmeccanica abbiamo già detto nelle scorse puntate, di Eni ribadiamo adesso. Si insiste sullo scorporo della rete , invocato dal fondo Knight Vinke ed assecondato dai vertici della compagnia energetica che abbaiano un po’ ma poi si rimettono subito a cuccia. Non attenti al cane ma è il cane a sei zampe che deve stare attento perchè qualcuno lo vuole mordere e smembrare. Il capo del citato fondo ha anche suggerito a Monti di derubricare qualsiasi altra riforma perché ulteriori ritardi nel processo di separazione di Snam da Eni “provocherebbero serie conseguenze e farebbero sparire una parte considerevole della fiducia riguadagnata dall’Italia con grandi sacrifici”. Non è un consiglio che non si può rifiutare ma una vera e propria minaccia. Le manovre non si fermano nemmeno qui considerato che anche i fondi sovrani del Qatar puntano a fare shopping sulla conglomerata di San Donato. Il ruolo che l’Emirato ha giocato nelle ultime crisi internazionali, compreso quello in Libia, ci suggerisce che i quatarini cantano solo quando gli statunitensi aprono la gabbia. E siamo di nuovo al punto di partenza ed ai sibili provenienti da Washington.

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USCIRE DALL’EURO SI PUO’

L’euro avrebbe dovuto essere il collante economico di una libera unione di popoli,  amalgamata innanzitutto da un progetto politico reso indispensabile da una fase di grandi mutamenti storici, conseguenti alla fine della Guerra Fredda e alla ridefinizione delle relazioni di forza sulla scacchiera globale. Invece, è diventato una bara d’acciaio dalla quale nessuno può più fuggire, almeno così cercano di raccontarcela. La moneta unica è  una prigione con le sbarre di lega volgare che qualcuno si diverte a far tintinnare per condurre ad una crisi di nervi collettiva, l’euro per la neuro è una gabbia di matti dove i degenti indigenti, ovvero noi, vengono nutriti a pane e acqua e tra un po’ nemmeno tanto. L’uscita di un Paese dall’euro non è prevista da nessun Trattato, disse qualche tempo fa il Presidente della BCE Mario Draghi, elevando un accordo politico-economico discutibile e fallibile (nonché fallimentare, come stiamo constatando in questo periodo) al livello delle leggi imperiture di un Sacro Testamento burocratico dove viene imposto ai comuni mortali di venerare gli dèi  ostili, furibondi e volubili del denaro, del mercato e di Goldman Sachs. Ma sono strane divinità quelle che si fanno manovrare dai funzionari finanziari del capitalismo mondiale di matrice americana che usano gli strumenti economici al pari di un grimaldello per scardinare il tenore di vita degli altri, accumulare per le proprie compagnie multinazionali, sempre protette da una madre patria attenta e premurosa, e, infine, anche per sé stessi fino a rendere più deboli e dipendenti la maggior parte delle società del Vecchio Continente. Altro che mano invisibile e regole valevoli per tutti. L’Europa, dunque, è un insieme di governi privi di consenso e di popolazioni al seguito, le quali quasi mai hanno potuto esprimersi sui risvolti dei loro destini coercitivamente comunitarizzati da un ceto di burocrati non eletti e da classi dirigenti nazionali subalterne e senza alcuna visione dei processi storici e geopolitici. Questi stessi mascalzoni che non ne hanno azzeccata una in tutti questi anni, che ci hanno gabbati e raggirati con le loro promesse sulla prosperità rinveniente dalla maggiore coordinazione delle scelte e delle decisioni di tutti i partners a livello sovranazionale, che ci hanno prima corteggiati con l’Unione che avrebbe dovuto fare la forza e poi coartati con la forza imposta all’Unione dall’interno degli organismi finanziari e dall’esterno dei confini comunitari, che ci hanno gettati sul lastrico e tolto ogni speranza del domani, adesso si stracciano le vesti ed i capelli perché la fine dell’euro sarebbe la fine del mondo. Ma voi ci credete? La dissoluzione di quest’ultimo corrisponde soltanto alla loro bancarotta, alla loro perdita di potere e ad uno screditamento mondiale che potrebbe finalmente toglierceli dalle palle. Certo, ci sarebbero contraccolpi fortissimi ma quest’ultimi rappresenterebbero un lieve prezzo da pagare rispetto ai salassi e ai colpi di mannaia che stanno distruggendo le garanzie sociali, i livelli occupazionali e quelli reddituali in tutta l’area continentale. I popoli europei la smettano di farsi incantare da questi stregoni e da chi agita davanti ai loro occhi il caos per scoraggiare qualsivoglia scatto d’orgoglio che conduca alla riappropriazione della propria sovranità nazionale e dei mezzi di controllo  economico di ciascun sistema-paese. Cade l’euro? Ecco come si ripara. Si torna a stampare nella propria divisa nazionale come avveniva innanzi. Non si può fare? Andatelo a raccontare a chi nell’euro non ci è mai entrato, dall’Inghilterra alla Svezia, nazioni che, peraltro, stanno fronteggiando la crisi globale molto meglio di noi.  Vi diranno che è una pazzia, che sarebbe una tragedia, che resteremmo in men che non si dica completamente in mutande ed in preda ai vampiri della speculazione i quali ci ridurrebbero in brandelli. Non è così perché come scrive già qualcuno sulla stampa ufficiale in caso di tracollo della moneta unica: “È fuorviante ipotizzare, ad esempio, i costi di una fuga di capitali se non si prende atto che essa è già largamente avvenuta e fotografata dall’ormai famoso spread. Si teme per i depositi nelle banche? Si potrebbero studiare modalità di conversione che li mantengano inalterati come i depositi in valuta. Si teme per l’import di energia? La componente fiscale di questa voce è talmente elevata che ogni costo aggiuntivo potrebbe essere ammortizzato riducendo le accise. Insomma, basta prendere atto che l’impossibile non è più tale e vi sono dei semplici pro e contro. Se ne discuta e si scelga” (Claudio Borghi). C’è poco da scegliere, meglio tentare di sopravvivere abbandonando una nave con la quale si sono identificati solo i nostri politici vili e servili che morire senza aver nemmeno provato a nuotare. A chi ci ha portato in Europa, ai nostri Capitani coraggiosi di destra e di sinistra così entusiasti per la traversata, chiediamo la coerenza di restare a bordo che tanto, a sentirli ancora così sicuri del fatto loro, il bastimento dovrebbe superare la tempesta. Ma gli italiani non ci contino molto, i topi sono sempre i primi a buttarsi in mare.

NON CREDO ALLE FAI

La gambizzazione dell’Ad di Ansaldo Energia da parte di sedicenti anarchici non ci riporta agli anni di piombo perché non è qualche colpo d’insolazione di squilibrati isolati che infuoca il clima sociale, ed anche se fischiano le pallottole non fischia il vento. Ma è proprio sulla rivendicazione dell’attentato che nascono molti, direi troppi, sospetti perché questa volta le cose potrebbero essere il contrario di quello che sembrano. Innanzitutto, lo spirito pauperistico e chierichettisco del volantino firmato dalle Fai, un documento di sangue rappreso bagnato da lacrime antiche sulla carne corrotta ed i sogni perduti dell’Uomo, causa lo sviluppo tecnologico che non serve le persone ma le rende serve.  Uno spreco di carta e d’inchiostro, un farfugliamento di idiozie sulla tecnica che uccide, sulla scienza che schiavizza, sull’energia che inquina dopo essersi presi la briga di organizzare un attentato per azzoppare un manager di spicco del Gruppo di Piazza Montegrappa. La discrepanza è troppo grande per essere vera. Un gesto di violenza così preciso contro un individuo talmente al centro dell’industria strategica nazionale avrebbe dovuto giustificarsi ricorrendo a definiti obiettivi politici e non ad uno sproloquiare  assoluto sui drammi atavici delle nostra epoca, con l’infilamento di tanti luoghi comuni ad uso ed abuso di chi adesso commenta soddisfatto e fintamente affranto il gesto scellerato. Chi impasta il suo disagio esistenziale con la metafisica sociale, rincorrendo il bene dell’umanità e della natura (sono parole della Fai), nelle sue battaglie apocalittiche per il mondo mondato dai suoi peccati, solitamente predilige i grandi bersagli, le azioni dimostrative, il sabotaggio d’impianti o la manomissione di strutture, al cospetto dei quali l’azzoppamento di un uomo, per quanto “funzionario” del capitale, è cosa piccola, relativa ed ingiusta. Dunque, eccessivamente in linea con i piagnistei dei tempi la dichiarazione intransigente delle Fai, ma troppo lontana nel passato l’azione “diligente” e rievocativa di chissà chi. Azzardiamo pertanto qualche altra ipotesi lasciando da parte quel che si vede e quel che si è visto chiaramente. L’attentato ad Adinolfi potrebbe avere altre matrici ed altri scopi e senza fare eccessive dietrologie basterebbe leggere il presente di quest’Italia perennemente sotto attacco da parte della finanza e di chi ne guida la mano. Finmeccanica è un fiore all’occhiello dell’impresa di Stato il cui potere di penetrazione dei mercati internazionali è superiore alla capacità del medesimo Stato italiano di proiettarsi nell’affollata sfera geopolitica di questa fase storica, direzionando e controllando le sue sorti. Finmeccanica può dunque essere ridimensionata dalle concorrenti e dai loro governi perché la sua protezione politica è ormai inesistente. Si parla di vendere molti suoi asset, compresa appunto Ansaldo Energia capeggiata da Adinolfi. Il giorno dopo gli spari a quest’ultimo il Presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, continuava ad annunciare tali importanti liquidazioni in nome del consolidamento societario e del recupero dei profitti per gli azionisti. E’ su questo indirizzo che occorre concentrarsi per discernere oltre l’ingarbugliamento della matassa. Osservata da detta posizione la situazione scopre il fianco a due opposte interpretazioni. C’è chi vuole che si faccia in fretta a vendere e dismettere ed allora il rumore dello sparo diventa simile al rumore della campana che annuncia la fine della messa industriale italiana. C’è chi, invece, non lo vuole affatto e ritiene che queste manovre sulla Conglomerata partecipata dal Tesoro stiano filando esageratamente lisce, con la distrazione di tanti e con gli infidi operatori dei saldi che tengono all’oscuro la pubblica opinione dei loro truci piani, estromettendo dalle decisioni altri apparati dello Stato meno inclini alle logiche liquidazionali totali. Lo sparo allora diventa simile ad un allarme che dovrebbe richiamare l’attenzione di tutti sulle pericolose iniziative in corso. Forse l’ho sparata grossa anche io ma non meno di chi adesso straparla di nuovo terrorismo rosso e di vecchi cattivi maestri i quali vorrebbero approfittare della crisi per fomentare l’odio sociale e buttare l’Italia nel caos. Il caos forse verrà, ma fomentato da altri pericolosi lidi internazionali ed assecondato da questi pretestuosi lai nazionali.

ADERITE AL NOSTRO MANIFESTO IN DIFESA DI FINMECCANICA

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RAGIONE E DIVENIRE (a cura di)

“Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro”. (Marx)

“La riflessione sulle forme di vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale”. (Marx)

“Il cerchio è una cosa, l’idea del cerchio un’altra, che non ha né centro né circonferenza” (Spinoza)

“Il divenire storico è una cosa; l’idea di questo divenire è un’altra, che non è un divenire…Il dinamismo è una cosa; l’idea del dinamismo un’altra, che essendo una cosa formulabile, comunicabile, cioè identica a se stessa nel momento in cui viene espressa, è al contrario, uno staticismo”. Julien Benda

“Il materialismo dialettico rinnega la ragione anche per il fatto che intende concepire il cambiamento non come una successione di posizioni fisse, nonché infinitamente vicine, ma come una «incessante mobilità» che ignora ogni fissità; o anche, per usare le sue etichette, come un puro «dinamismo», indenne da ogni «staticismo». Anche in questo, per quanto molti debbano negarlo, esso è una ripresa della tesi bergsoniana, che esalta l’abbracciare il movimento in sé, contrapposto a una successione di punti fermi, per quanto vicini, cosa in effetti del tutto diversa. Ora simile atteggiamento decreta la formale abiura della ragione, visto che è proprio della ragione immobilizzare le cose di cui tratta, almeno finché ne tratta, mentre un puro divenire, che per la sua essenza esclude ogni identità con se stesso, può essere oggetto di una adesione mistica. ma non di un’attività razionale (49). Del resto, i nostri «dialettici», nella misura in cui dicono qualcosa, parlano appunto di cose fisse; parlano del sistema patriarcale, del sistema feudale, del sistema capitalistico, del sistema comunista, come di cose simili a se stesse, almeno nella misura in cui ne parlano”. (Julien Benda)

“La scienza è possibile solo a condizione di poter ritagliare nell’insieme del reale sistemi relativamente chiusi e considerare trascurabili tutti i fenomeni che non fanno parte di questi sistemi”. (J. PICARD, visto in J.B.)

“Il Tutto è un’idea da metafisico: non è un’idea da scienziato” (A. DARBON, visto in J.B.).

“Segnalerò ancora altri dogmi con i quali, in nome del «dinamismo», uomini la cui funzione era quella di insegnare la ragione ne esaltano insistentemente la negazione.

1) Il dogma della «ragione elastica» – particolarmente caro a Péguy – che non significa affatto, in questo non sarebbe per nulla originale, una ragione che, enunciando delle affermazioni, non ci tiene mai abbastanza da non ritrattarle a vantaggio di altre più vere, bensì una ragione indenne da ogni affermazione, in quanto l’affermazione è un pensiero limitato a se stesso, una ragione che procede con un pensiero che sia insieme se stesso e altro da sé, di conseguenza essenzialmente «multivoco», indeterminabile, inafferrabile (quello che uno dei suoi fanatici chiama il pensiero «disponibile». Questo dogma è infinitamente vicino all’altro, professato da un filosofo patentato, che vuole che l’essenza della ragione sia l’«ansia», che il dubbio per il saggio non sia uno stato provvisorio, ma essenziale, che, quando il «surrazionalismo», che questo nuovo metodista ha appena descritto, avrà trovato la sua dottrina, possa «essere messo in rapporto con il surrealismo, perché la sensibilità e la ragione “saranno rese entrambe alla loro fluidità”»; è vicino a quegli altri che condannano la «visione statica» della scienza, quella consistente nel «fermarsi ai risultati della scienza», sottintendendo con ciò che la scienza non deve ammettere nessuna posizione fissa, neanche passeggera: quelli che dicono: «Il pensiero è una danza fantasiosa, che si rappresenta tra pose armoniose e figure varie»; quelli che dichiarano, secondo il loro esegeta, che l’esperienza, appena ci afferra, «ci trascina via dall’attimo, “via dalla cognizione, via dal proprio piano forse, via dalla quiete in ogni caso”». Questa ragione «elastica», in verità, non è “affatto” ragione. Un pensiero riconducibile alla ragione è un pensiero rigido (il che non vuol dire semplice) nel senso che pretende di essere aderente a se stesso, non foss’altro nell’attimo in cui è enunciato. Esso è, come è stato detto in maniera eccellente, un pensiero che «deve poter essere confutato», cioè che presenta una posizione definibile, quella che gli avvocati chiamano una «fase di discussione». E senza dubbio molti pensieri razionali sono iniziati con uno stato mentale privo di pensiero definito, con uno stato vago, ma chi conosce questo stato lo conosce per uscirne, altrimenti non enuncia nulla che sia riconducibile alla ragione. «Tutto il mio progetto, dice Cartesio, tendeva solo ad abbandonare le sabbie mobili per trovare la roccia e l’argilla ». Coloro che ordinano alla mente di adottare come carattere non provvisorio ma organico l’elasticità così intesa, la invitano a respingere definitivamente la ragione e, se si spacciano per apostoli di questa, sono puri e semplici impostori. La messa al bando di ciò che è afferrabile è stata pronunciata da un altro filosofo (Alain) quando esorta il suo gregge a respingere il pensiero in quanto è un «massacro d’impressioni», essendo le impressioni, vale a dire stati di coscienza essenzialmente sfuggenti, le cose valide che non si devono «massacrare». Lo stesso fa sostanzialmente il letterato Paul Valéry quando condanna «il fermarsi su un’idea» perché significa «fermarsi su un piano inclinato», allorché scrive: «L’intelletto è il rifiuto indefinito di essere qualsiasi cosa»; «Non esiste intelletto che sia d’accordo con se stesso; non sarebbe più un intelletto»; «Un vero pensiero dura un attimo solo, come il piacere degli amanti»; il che equivale a invitarci a comunicare con la natura metafisica dell’intelletto, cosa che non ha niente a che vedere con il pensiero, il quale ancora una volta ha come sua caratteristica di procedere per articolazioni tangibili e determinabili. Questa posizione si potrebbe chiamare “lo spirito contro il pensiero”. Mi viene obiettato che il letterato qui in causa non si spaccia per un pensatore; che con il suo disprezzo per il pensiero non viene affatto meno alla sua funzione di puro letterato. Pertanto non accuso lui, ma quei filosofi, molti dei quali si proclamano razionalisti (Brunschvicg), che lo presentano chiaramente come un pensatore – non gli affidarono la presidenza delle sedute commemorative del “Discours de la Méthode” e della nascita di Spinoza? – e così coprono con la loro autorità una posizione puramente mistica.

Un esempio impressionante di filosofo «razionalista» che patrocina un pensiero organicamente irrazionale è quello di G. Bachelard, che, nell'”Eau et les Rêves”, presenta il meccanismo psicologico quale appare in Lautréamont, Tristan Tzara, Paul Eluard, Claudel, come se in qualche misura dovesse servire da modello allo studioso. Questo razionalista esalta (p. 70) «la fantasticheria materializzante, quella fantasticheria che sogna la materia» ed «è un “aldilà della fantasticheria delle forme”», essendo questa una cosa ancora troppo statica, troppo intellettuale; egli vuole vedere (p.p. 9-10) l’origine di una conoscenza oggettiva delle cose in una disposizione di spirito che si preoccupa soprattutto di intrecciare «desideri e sogni» e si sforza di «diventare» razionalista partendo da una conoscenza «per immagini» quale egli la trova appunto in quei letterati. Confessiamo di non riuscire a capire come la conoscenza dell’acqua alla maniera di Claudel o di Paul Eluard, per prendere gli esempi che gli stanno a cuore, condurrà alla conoscenza che consiste nel pensare che questa sostanza è fatta d’idrogeno e d’ossigeno. Gli faremo presente la constatazione di Delacroix: «L’intelligenza è un fatto primario. “I vari tentativi di deduzione dell’intelligenza sono tutti falliti”». Accenniamo peraltro qui a un fenomeno oggi diffusissimo tra i filosofi, nonché tra gli scienziati: tener conto di affermazioni di letterati in voga, puramente brillanti e gratuite com’è nel loro diritto farle, ma di cui c’è da chiedersi che cosa c’entrino con speculazioni con pretese di serietà. Questo è l’effetto di uno snobismo letterario, la cui adozione da parte di uomini cosiddetti di pensiero non rappresenta esattamente un segno di fedeltà alla loro legge.

I nostri dinamisti, per squalificare il pensiero sia pure per pochissimo tempo identico a se stesso e quindi razionale, sostengono che esso è incapace di cogliere le cose nella loro complessità, nella loro infinità, nella loro totalità. E’ quanto esprimono quando dichiarano (Bachelard) che se la prendono con il razionalismo «ottuso», che intendono «aprire» il razionalismo. Un simile pensiero, bisogna dirlo, non è affatto condannato a conoscere le cose soltanto nel loro semplicismo, è capacissimo di spiegarle nella loro complessità; ma lo fa restando identico a se stesso, secondo i costumi del razionale. Ora è questo che i nostri profeti non ammettono. La verità è che questi nuovi «razionalisti» respingono il razionalismo non ottuso quanto quello ottuso, solo per il fatto di essere razionalismo. In quanto all’infinità delle cose, alla loro totalità – che il materialismo dialettico pretende di raggiungere, poiché pretende di raggiungere la «realtà» e questa è «totale» – il razionalismo, in effetti, non la dà, per la buona ragione che, per definizione, si applica a un oggetto “limitato”, di cui del resto sa benissimo come la limitazione che ne fa sia arbitraria. «La scienza, dice molto giustamente uno dei suoi analisti, è possibile solo a condizione di poter ritagliare nell’insieme del reale sistemi relativamente chiusi e considerare trascurabili tutti i fenomeni che non fanno parte di questi sistemi». «Il Tutto, dichiara perfettamente un altro, è “un’idea da metafisico: non è un’idea da scienziato”». Ancora una volta. coloro da cui ci si aspettava che insegnassero agli uomini il rispetto della ragione “e che pretendono di farlo”, predicano loro una posizione mistica.

Un’accusa simile a quella precedente contro il pensiero stabilizzato è di procedere solo per affermazioni «grossolanamente ottuse», con una fermezza «priva di sfumature»: Taine ne sarebbe il simbolo. Come se caratteristica del buon intelletto non fosse appunto la fermezza nella sfumatura; come se le sfumature che il fisico moderno stabilisce, per esempio, nell’idea di massa: l’idea di quantità di materia, di capacità d’impulso, di quoziente della forza mediante l’accelerazione, di coefficiente della legge di attrazione universale, non fossero idee perfettamente identiche a se stesse e per niente «mobili». Come se non si potesse dire lo stesso, sul terreno psicologico, delle sfumature di Stendhal, di Proust, di Joyce, nonché di Taine. Ma la consegna di quei chierici è di votare al disprezzo degli uomini il pensiero razionale, con tutti i mezzi.

Ecco un bell’esempio della loro volontà d’identificare il pensiero che procede per sfumature con un pensiero mobile. «Quando Einstein, scrive uno di loro, ci suggerisce di correggere e di complicare le linee del newtonianismo, troppo semplici e troppo schematiche per adattarsi esattamente al reale, rafforza nel filosofo la convinzione che era effettivamente utile far passare la critica kantiana da uno stato ‘cristallino’ a uno stato ‘colloidale’». E un altro: «Cercare la sfumatura, anche a rischio di sfiorare la contraddizione, questo è il mezzo per afferrare la realtà». Notiamo tuttavia la timidezza di quello «sfiorare». Barbari che si vergognano della loro barbarie.

I nostri dinamisti infine condannano ancora il pensiero stabile perché esso si crederebbe definitivo. Le idee di un vero scienziato, dice il nostro filosofo dell'”Encyclopédie”, «non devono mai essere considerate definitive o statiche», e per lui evidentemente questi ultimi due aggettivi sono sinonimi. Come se ciò che è statico non potesse sapere di essere provvisorio senza peraltro diventare affatto di una mobilità inafferrabile. Nello stesso spirito Brunschvicg paragona certi scienziati contemporanei a un fotografo che, con la testa nascosta sotto il drappo nero, gridasse alla natura: «Attenzione! sto scattando; non muoversi più!» Si cerchi dov’è oggi, tra gli uomini che pensano per idee stabili, uno così semplificatore. Chi vuole annegare il proprio cane, dice che è arrabbiato.

2) Il dogma del «perpetuo divenire della scienza», che non significa, neppure questo, che la scienza debba procedere per successione di stati fissi di cui nessuno definitivo, cosa che nessuno contesta, ma per ininterrotto mutamento, sul modello della «durata», essenziale, sembra, allo spirito dello scienziato. Questa concezione è quella di molti filosofi attuali quando riconducono il divenire della scienza al fatto che essa deve modellarsi sul reale in quanto questo è incessante cambiamento, «riafferrare la realtà nella mobilità che ne è l’essenza». C’è da chiedersi che cosa sarebbero stati un Louis de Broglie o un Einstein se la loro mente fosse stata esclusivamente incessante mobilità e rifiuto di adottare qualsiasi posizione stabile. Anche in questo i nostri chierici esaltano un atteggiamento puramente passionale, che ripudia ogni ragione.

3) Il dogma del concetto «fluido» (Bergson, Le Roy), che non vuol dire il richiamo a un concetto sempre più differenziato, sempre più adattato alla complessità del reale, ma “l’assenza di concetto”, visto che il concetto, per quanto differenziato, sarà sempre, per il fatto di essere concetto, una cosa «rigida», incapace, per essenza, di sposare il reale nella sua mobilità. E’ una posizione che non dovrebbe essere rimproverata a un Bergson o a un Le Roy, i quali, soprattutto il secondo, si presentano chiaramente come mistici. Ma che dire del «razionalista» Brunschvicg che, dall’alto della sua cattedra, annuncia a una gioventù china sotto il suo verbo un razionalismo «senza concetti»?

4) Il dogma secondo cui le tesi della nuova fisica segnerebbero la fine dei princìpi razionali. Questa tesi non è stata sostenuta solo da letterati e uomini di mondo, razza alla quale non è richiesto sangue freddo e che non detiene alcuna autorità nella fattispecie, ma da filosofi, nonché da scienziati in questo campo educatori patentati. E’ necessario ricordare che, se la nuova fisica ha notevolmente raffinato i principi razionali “nella loro applicazione”, non li ha affatto abbandonati “nella loro natura”? che, per quanto riguarda il principio di causalità, Brunschvicg si è sentito dire, in celebri sedute della Società di Filosofia, che con il suo libro sulla “causalità fisica e l’esperienza umana” aveva dimostrato come questo principio si complica sempre più nell’uso che ne fa la scienza moderna, ma in nessun modo un cataclisma della sua essenza? che, riguardo al determinismo, un Einstein e un De Broglie dichiarano che, se la nuova fisica li costringe a correggere quanto per la loro mentalità c’era di troppo assoluto in questa idea, tuttavia nella sostanza non la respingono affatto, poiché appare loro la base di ogni atteggiamento veramente scientifico? «Non si insiste abbastanza, scrive un commentatore, del resto pieno di ammirazione per questa nuova scienza, sul fatto che la fisica indeterministica riposa sulla logica classica. Non si è mai pensato di introdurre un’imprecisione intrinseca nella logica, neppure nel nostro pensiero puro. Una simile supposizione falserebbe tutti i nostri ragionamenti». Quando L. De Broglie dichiara che lo studio della fisica nucleare potrebbe scontrarsi un giorno con i limiti di comprensione della nostra mente, vuol dire che l’uomo potrebbe essere condotto a rinunciare alla conoscenza fondata sui princìpi razionali, non che sarebbe in grado di farsi un «nuovo» spirito scientifico, il quale ignorasse quei principi. Ancora una volta ritroviamo, in certi educatori, che invitano i giovani ad avvolgere la ragione nel sudario in cui dormono gli dei morti, la volontà di insegnare ai giovani l’abbandono della ragione.

5) La tesi secondo cui la ragione non ammette alcun elemento fisso attraverso la storia e deve cambiare “non di comportamento ma di natura”, sotto l’azione dell’esperienza; è la tesi delle «età dell’Intelligenza» di Brunschvicg, che vuole insomma che la ragione sia sottomessa all’esperienza e alle sue vicissitudini e da queste determinata. Ogni lettore un po’ avveduto ha già risposto che tale tesi è insostenibile; che la ragione, se è derivata dall’esperienza all’epoca in cui l’uomo, in lotta con l’ambiente, gettava le basi della propria natura, le è diventata trascendente quanto all’interpretazione; in altri termini, l’esperienza, nella misura in cui non è una semplice constatazione ma un arricchimento dello spirito, implica la preesistenza della ragione. «L’esperienza, è stato detto (Meyerson), è utile all’uomo solo a patto che questi ragioni» e ancora, non meno giustamente: «Non si può assolutamente imparare niente dall’esperienza se non si è stati organizzati dalla natura in maniera tale da unire il soggetto all’attributo, la causa all’effetto». Aggiungiamo che se l’esperienza credesse di provare che la ragione fallisce così come l’esercitiamo, “lo farebbe valendosene e distruggerebbe di colpo tutta la sua prova”. La ragione, dice con acume Renouvier, non proverà mai con la ragione che la ragione è giusta. Non proverà neanche che è sbagliata. Ma quello che vogliamo puntualizzare qui è la smania del chierico moderno nel negare l’esistenza di qualsiasi valore assoluto, mentre è appunto suo compito richiamarsi a tali valori, e, come fa il laico, volere che stiano tutti sul piano dell’agitazione”. (Julien Benda)

Queste citazioni ci portano qui:

“…il nostro pensiero procede teoricamente all’analisi (cinematica) del movimento, non credo proprio riesca ad immergersi (e quasi immedesimarsi) nel “flusso reale” come pensa (e spera, a mio avviso invano) Bergson (non a caso all’origine del movimentismo spontaneo anarchico alla Sorel, che è reale utopia negativa per ogni azione rivoluzionaria”. (G. La Grassa)

“Accettata la necessità, per l’analisi del movimento, della posizione soltanto teorica di una priorità, questa deve essere, secondo la mia opinione, lo squilibrio incessante del reale, del mondo cioè in cui siamo inseriti e agiamo. Di conseguenza, la nostra azione, se segue le più corrette modalità di svolgimento, inizia con il tentativo di stabilizzare il campo in cui si svolge. Se semplicemente pensiamo un “terreno” che continua a muoversi sotto i nostri piedi, difficilmente riusciremo a combinare qualcosa. Per tale motivo, in ogni movimento alla fin fine – malgrado tante chiacchiere sulla capacità (particolarmente sviluppata negli orientali; questo mito coltivato da tutti i mistici) di immergersi nel flusso del divenire – prevale chi ha forze organizzate; ma le forze sono organizzate proprio per agire in un campo “strutturato”, quindi stabilizzato, cioè fissato in certe sue coordinate (di supposto equilibrio). Ovviamente, tenendo conto che vi sono situazioni e periodi di tempo in cui la variabilità delle coordinate in oggetto è accentuata (come in un campo di battaglia) e i “generali”/strateghi devono essere rapidi nel mutarle con riferimento al campo e alla disposizione delle forze in campo. Uno dei mezzi di stabilizzazione è precisamente la teoria, che fissa strutture relazionali tra elementi “ritagliati” analiticamente, anche se il reale non ha struttura, va semmai pensato quale insieme di flussi e vibrazioni. Altro metodo di stabilizzazione è l’istituzionalizzazione, la creazione di apparati retti da date regole di comportamento dei corpi sociali che vi svolgono attività, e da strutture relazionali (gerarchiche) interne a questi corpi. Teoria, istituzionalizzazione, costruzione di apparati, ecc. tendono, per forza d’inerzia, alla conservazione dell’esistente; quindi si trasformano presto in strumenti di quest’ultima. Esse vengono addirittura rafforzate con successive aggiunte. Gli Istituti e apparati esistenti vengono specialmente difesi da apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della “realtà” precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale (e stabilizzante) della realtà, che non è altro invece se non il flusso delle spinte squilibranti; la teoria cerca cioè, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri”. (G. La Grassa)

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