BEN SEPOLTO MARX!

S’avanza uno strano intellettuale profeta, un nouveau philosophe de l’humanitè, il quale dice di voler recuperare l’uomo alla sue potenzialità antropologiche, alla sua entità naturale generica alterata dall’alienazione capitalistica che ha trasformato le sue imperiture caratteristiche ontologiche in utilità di mercato e in mercanzia deperibile. E si badi bene, non sono i rapporti sociali tra gli individui ad essere cosificati a causa  dell’affermarsi di  uno storicamente specifico modo di produzione fondato sullo scambio e sul lavoro salariato (e di conseguenza sul mercato) ma, direttamente, è la loro natura di esseri viventi ad essere divenuta merce, con terribili conseguenze disantropomorfizzanti e disumanizzanti per tutta la specie. Come costoro possano derivare dal mero fatto che i lavoratori siano costretti dal meccanismo capitalistico a produrre non per se stessi ma per il Capitale l’alienazione delle proprie intime qualità personali non è dato saperlo. E non sanno nemmeno spiegarlo ma soltanto apoditticamente affermarlo con dotte circonlocuzioni senza fondamento scientifico. Da tanta furia dileguativa è chiaro che emergano obbrobri confusionari come questi: Massima alienazione dell’uomo rispetto alle proprie potenzialità ontologiche, l’odierno monoteismo del mercato è la prima società in cui regna sovrano il principio metafisico dell’illimitatezza, il “cattivo infinito” della norma dell’accumulazione smisurata del profitto a scapito della vita umana e del pianeta. In questo scenario, la filosofia resta il luogo del rischio assoluto: infatti, essa è il luogo della possibile resistenza al nichilismo della forma merce e, insieme, della sua eventuale legittimazione in stile postmoderno” (Diego Fusaro, allievo di molti nostri conoscenti).  Questa letteratura d’evasione, effettivamente, sta producendo qualche risultato, non per l’umanità intera ed i suoi destini ma per i citati pensatori pubblicati a tutto spiano dalle grandi e medie case editrici di “regime”, le quali, non rendendosi conto di avere tra le le mani materiale altamente esplosivo dal punto di vista sociale, forse persino sovversivo, pensano soltanto ai loro profitti immediati mettendo a repentaglio il sistema che li nutre. Ma il sistema che nutre gli editori è lo stesso che sazia i professori universitari e i loro assistenti che dissimulano una certaqualavversione contro il potere costituito con una certaqualkultura molto redditizia. Questi cattedratici inquieti, più economicamente che socialmente, scrivono o fanno compilare ai propri assistenti tali saggi ultrarivoluzionari che il comparto editoriale accetta a scatola chiusa, poiché è sicuro di piazzare il prodotto con più rapidità, funzionando le reti accademiche e relazionali di questi maestri della chiacchiera meglio di qualsiasi catena distributiva del settore librario. Quel che è intollerabile però è che siffatti soldati della socialcatena umanistica ed umanitaria tirino in ballo Marx per ragioni di marketing ed incremento delle vendite all’esterno dell’Università. Ovviamente, il pensatore di Treviri finisce soprattutto sulle copertine dei loro volumi, come un brand di grido dal 1844 (Manoscritti economico-filosofici del 1844, la loro collezione di moda preferita), come una griffe che attira gli aficionados, anche se poi dentro il tomo, nei contenuti e nelle analisi, di Marx non vi è nulla salvo qualche citazione estrapolata dal contesto al fine di giustificare postulati premeditati e mai dimostrati: Bentornato Marx, Benvenuto Marx, Benarrivato Marx.  E voilà Marx sepolto per sempre dai becchini laureati che gli fanno il funerale filosofico per poterne disperderne le ceneri affinché di lui e del suo pensiero non resti più nulla.  Quod non fecerunt Barbari fecerunt Baroncini. Se il mattino ha l’oro in bocca (Aurora aurum in ore habet) il filosofo, invece, ha l’Uomo in bocca; in ogni caso, tendendo fede al detto latino, si tratta di affari e del momento storico migliore per concluderli. Adesso è il loro momento e filosofastri e loro discepoli giovanastri non si fanno scrupoli nel cavalcare questa “vieux nouvelle vague”. Li ammiro e li invidio per la furbizia che porta loro fama e denaro ma li detesto per il tono pauperistico e solidaristico che si danno, quali finti francescani naturalistici ed umanistici svestiti esclusivamente di pudore. Come ha scritto La Grassa nel suo Panorama Teorico (http://www.conflittiestrategie.it/2011/03/11/un-panorama-teorico-di-g-la-grassa/): “’L’elucubrazione filosofica intorno ai destini dell’uomo (la sua alienazione o altre sviolinate del genere) sono totalmente al di fuori della possibilità di afferrare lo sfruttamento nella sua assunzione scientifica (per via di astrazione); che può (anzi oggi deve) essere contestata e superata, ma sul suo terreno. Il filosofo può solo rendere il marxismo una dottrina salvifica per il “povero” in cerca di “riscatto sociale o morale” o …..che so io; dove però si tratta semplicemente del riscatto del filosofo sperso nell’ambito di una scienza per la cui comprensione non possiede i mezzi mentali. In questo senso è lui l’unico alienato della situazione. Il filosofo, come lo storico empirico, hanno annientato non semplicemente il marxismo, ma la stessa possibilità di superarlo in direzione di una “nuova scienza”. Hanno semplicemente cancellato Marx dalla storia della scienza per riscoprirlo o come economista di second’ordine (seguace dei classici) o quale elucubrante un po’ ossessivo intorno a questioni morali o relative alla perdizione dell’uomo nei meandri della modernità capitalistica. Povero Marx, in mano a simili dilettanti e sfasciatori di pensieri scientifici innovativi”.

A lorsignori, educande del pensiero edulcorato e forbito, questo linguaggio diretto non piacerà per niente, ma per noi vale sempre di più una brutta verità (minuscolo, mi raccomando) sbattuta in faccia per liberare dall’idiozia rispetto ad una menzogna consolante che accarezza per incatenare definitivamente.

BREVISSIMA ANALISI DEL VOTO

Analisi del voto: 1)paralisi generale del senno di tutti i leader politici che per non guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia da soli farfugliano parole prive di senso sulla disaffezione degli elettori provocata dalla crisi economica internazionale penalizzante le forze di sistema; 2)perdita di sonno degli stessi capataz di partito i quali, evidentemente, credevano di poterla fare ancora franca, nonostante la situazione da salto nell’abisso in cui hanno messo la nazione, con le loro ricette studiate a Washington e cucinate a Bruxelles. Da un lato Berlusconi che da Mosca, inebriato dalla parata putiniana,  finge di non vedere la disfatta nella sua Casa delle licenziosità, lasciando in bocca ai le(n)oni il suo povero pupillo Alfano, anzitempo impalmato segretario senza il consenso dei progenitori del PDL, i quali non avendo mai palpitato per lui ora lo vorrebbero vedere già impalato. Dall’altro Bersani che, invece, canta vittoria mentre si trova assediato da un comico e dai suoi giovani aiutanti travestiti da persone serie i quali però, appena aprono bocca, tradiscono l’istinto per la boutade e le barzellette apprese dal loro maestro scalmanato. Costoro pur abbassando la politica all’altezza dello sfintere si sentono moralmente più elevati, avendo studiato alla scuola moralistica genovese dell’anticonformismo qualunquistico del vaffanculo a tutto e del fuori dai coglioni quello che resta, tranne loro che ovviamente sono bravi, buoni e cazzuti. Il movimento delle Cinque Stelle provoca il gran giramento delle due palle, incarnando alla perfezione lo spirito-so di questi tempi tragici, sempre per merito di quegli illustri cazzoni afflosciati dei partiti i quali sanno esclusivamente ruttare sentenze europee e flatulenze fiscali ma mai proporre qualcosa di profondo e coscienzioso che non venga direttamente dal loro culo. Tuttavia, se con i sobri uomini delle istituzioni, accoppiati ai tecnici funesti, ci si piangeva addosso, con i grillini si potrà al massimo ridere di noi stessi che con tutta questa arrabbiatura siamo stati capaci  di produrre una invasione di ortotteri mentre nel resto d’Europa si agitano spettri ben più cattivi degli insetti parlanti.  Sarebbe stata meglio una più larga astensione, con discredito di ogni formazione politica, dagli impettiti portatori nostrani della croce comunitaria che se l’addossano a costo zero per scaricarla a prezzi inestinguibili sugli italiani, ai giullari antipalazzo, i quali essendo degli umoristi fanno il loro lavoro cavalcando gli umori e montando qualsiasi paura collettiva, dal nucleare all’inceneritore, per riportarci in un baleno ai tempi di Collodi. Siamo circondati da pinocchidi di varie stature per questo, appena ci muoviamo, qualcosa ci finisce sempre da qualche parte, o negli occhi o nel sedere. Povera Italia di dolore ostello che hai ceduto sovranità per questo bordello!

L’HOLLANDESE VOLANTE

La Francia non ritroverà una sana e robusta costituzione con il socialista Hollande, il quale si dimostrerà, molto presto, soltanto uno stadio successivo della “Sarkopenia” che sta debilitando gran parte dei paesi dell’Europa. La perdita di peso e di massa muscolare geopolitica di Parigi, ma anche di tutte le altri capitali del Vecchio Continente, è il risultato dell’abbassamento di visione storica e strategica di un’ UE rugosa e raggrinzita, incapace di camminare sulle proprie gambe e sempre appoggiata al bastone americano. Che è più randello nodoso che sostegno affettuoso.  Il cambio della guardia tra il “Nanopoleone” aggressivo e ridanciano, collezionatore di “Water-loo” militari e di figure di merda internazionali, e “l’Hollandese volante”, vascello di una socialdemocrazia fantasma, avvolta nelle nebbie ideologiche di un tempo keynesiano perduto, non segnerà nessuna svolta epocale perché non vengono messi in discussione i principi cardini sui quali è stata “sfondata” l’UE fino ad ora.  La gioia scomposta di Bersani in Italia per la vittoria del suo omologo d’Oltralpe ne è il sintomo più evidente. Hollande non proporrà nulla di diverso per tirare fuori la sua nazione e la comunità continentale dalla crisi perché non c’è nulla di nuovo nel suo programma e nelle sue intenzioni. Tasse sulle transazioni finanziarie, project bond ed eurobond, potenziamento della BEI ed altre amenità del genere servono forse alla grancassa mediatica ma non ad uscire dalla cassa da morto in cui l’Europa si è infilata, rinunciando ad un suo ruolo politico indipendente sullo scacchiere mondiale. Per altro, noi italiani di queste balzanerie ne abbiamo fatto il pieno già con un governo di centro-destra, allorché c’era l’antimercatista amico della trilateral Tremonti all’Economia, il quale non mi pare abbia rivoltato le sorti nazionali, semmai il contrario. Il default europeo è innanzitutto politico e con le armi della politica deve essere affrontato, chi non parla con quest’unica voce ma balbetta acronimi economici facendo credere al popolo di essere in grado di governare la finanza con mere regolamentazioni legislative sta soltando facendo il pesce in barile. Domani, verrà a raccontarci di averci seriamente provato ma che i capitali sono anguille e i mercati fonte di elettrochoc, quindi meglio non provocare cortocircuiti, restando sobri, austeri e morti di fame. Del resto, anche Monti, tra una soluzione fiscale finale e l’altra, tra una esecuzione di artigiani ed imprenditori ed una fucilazione di pensionati, si batte alacremente  per l’introduzione degli eurobond. Holland farà lo stesso travestito da amico dei bisognosi, ma nulla cambierà nella sostanza e l’Europa continuerà ad andare a picco, membro dopo membro, fase dopo fase. Segnali diversi ci vengono invece dalla Grecia dove nazionalisti antieuropeisti e comunisti anticapitalisti hanno raddoppiato i consensi, raccogliendo il malcontento popolare contro le misure iugulanti imposte da Bruxelles ad Atene. Questi partiti hanno annunciato che loro obiettivo sarà quello di allontanare il Paese dai suoi carnefici comunitari, chiedendo i danni per quanto fin qui patito. Pare che la Russia sia intenzionata ad aiutare la Grecia, sostituendosi all’Ue, per allargare i suoi interessi in quell’area. Considerata la crisi siriana che potrebbe anche sfociare in una aggressione occidentale al regime di Assad, con il rischio per Mosca di vedere neutralizzate le sue uniche basi all’estero, quelle di Tartus e Latakia, il “Pireo” diventerebbe in quel caso una valida alternativa. E ciò conviene anche alla stabilità della stessa Grecia che può prendere un’altra strada, evitando gravi scossoni economici e politici, unicamente associandosi ad una potenza regionale con proiezione egemonica mondiale. Una soluzione che andrebbe a pennello anche all’Italia, se solo non fosse così stupidamente serva degli Usa e così supinamente piegata agli euroburocrati.

IL CORAGGIO DI MARINE LE PEN (IN CALCE IL DISCORSO TENUTO DA MLP IL 1 MAGGIO)

 Di tutta la redazione.

Marine Le Pen ha portato una ventata di aria fresca in Francia, mettendo in risalto questioni politiche, problematiche sociali e tematiche economiche che riguardano tutta l’Europa. Non è poco se pensiamo che in Italia le cosiddette forze non allineate, ma solo in apparenza, hanno la faccia di Vendola o di Storace, due impresentabili megafoni di epoche superate e sbiadite annuncianti le mummie egizie.

Dal suo ultimo discorso, in occasione della festa del 1 maggio e delle celebrazioni per i 600 anni dalla nascita dell’eroina nazionale Giovanna D’Arco, viene confermato che anche tra i cugini monta, sempre più insistentemente, l’indignazione e la rabbia contro il “comunitarismo” burocratico e bancocratico dell’UE, responsabile di un pericoloso arretramento del dibattito politico e delle opzioni strategiche di quel Paese, rispetto ai principi e valori, non derogabili né sospendibili, dell’indipendenza nazionale, della sovranità dello Stato e del benessere collettivo, oggi perennemente sacrificati sull’altare delle borse, dei mercati e di organismi internazionali controllati da un unico Stato, quello Usa.

Peraltro, le preoccupazioni e le difficoltà della Francia non sono così distanti da quelle italiane, il che dimostra che le valutazioni scriteriate dei gruppi governativi autoctoni, da Parigi a Roma, da Madrid a Lisbona, da Atene a Dublino ecc. ecc.  e degli usurpatori comunitari, non investiti dal popolo ma nominati da oligarchie che non rispondono alle gente, stanno facendo a pezzi le speranze e le potenzialità del Vecchio Continente.

Ovviamente, noi siamo distanti da alcuni dei riferimenti identitari della Le Pen e del Front National ma questo non ci impedisce di cogliere le novità, la forza delle iniziative, l’impegno correttamente direzionato e le parole incoraggianti di un leader che sta incarnando intenzioni ormai molto diffuse eppure ancora poco abbracciate, aspettative lungamente invocate ma non concretizzate, desideri inseguiti e tuttora non acciuffati, sulla rottura degli schemi e dei servilismi di una politica ammuffita dietro il vetusto clivage  destra/sinistra, quello attraverso cui si consolida l’adesione incondizionata dei gruppi subdominanti occidentali, legati ai predominanti statunitensi, ai totem di questa decadente stagione politica, come la globalizzazione e la democrazia elitaria da esportazione.

La sua astensione al prossimo ballottaggio tra il socialista Hollande e il reazionario Sarkozy, che lascia liberi i suoi simpatizzanti e militanti, è sintomo di una promettente sincerità, di una lungimirante visione dei processi storici in corso e delle istanze sovraniste rivendicate dal suo partito, senza il rafforzamento delle quali non si esce dalla stanca e deleteria dicotomia droite/gauche la quale, in Francia come in Italia, è lo schermo di menzogne permanenti e speculari, dietro cui si solidificano insopportabili subalternità e dipendenze dei nostri rispettivi popoli.

Nel pubblicare il suo discorso sul nostro blog mettiamo in evidenza le parti che più ci interessano, quelle sulle quali esiste una distanza minima rispetto alle nostre posizioni, se non addirittura una piena corrispondenza.

Insomma, pur partendo da presupposti teorici diversi, culture non sovrapponibili e retroterra separati siamo giunti alle stesse conclusioni. Si tratta sicuramente di un fatto positivo in questa fase caotica in cui occorrerà tessere molte trame e cucire concordanze inedite per fare massa critica contro i comuni nemici internazionali. Su tale strada incontreremo MLP ed altri come lei, con i quali, come si diceva un tempo, si potrà colpire uniti anche se da versanti separati.

Ma chi non sarebbe d’accordo con la Le Pen quando afferma che Maastricht e gli altri accordi dell’Ue hanno segnato l’inizio di una impresa autodistruttiva, sostenuta da una destra e una sinistra simmetriche e consustanziali in ogni luogo, tanto nell’abdicazione delle proprie prerogative nazionali che nella svendita dell’indipendenza politica e militare di tutta l’Europa?

“La servilité assure un certain confort que la liberté ne permet pas. La servilité, c’est souvent le confort, la liberté c’est toujours une exigence”. Non rimbombano queste parole dal nostro lato delle Alpi, giungendo potentissime alle nostre orecchie di italiani presi per il culo da una classe (non) dirigente e servile ora arroccata dietro i tecnici della Bocconi i quali, a loro volta, ci mettono in bocca agli sciacalli mondiali con il pretesto di sistemare i conti pubblici che loro stessi hanno dissestato in vent’anni d’alternanza tra partitocrazia codarda e tecnocrazia incapace?

 Così avviene in Francia dove grandi esperti del piffero, immuni alle critiche e alla condivisione delle istanze con la collettività ed i diversi gruppi sociali, si definiscono custodi della scienza e salvatori della patria, senza che siano mai riusciti a cavare un ragno dal buco ma sempre peggiorando, con le loro brillantissime ricette astruse, la situazione generale.

Experts, mais experts en quoi ? Experts de quoi ?

Car si crise il y a c’est celle de la pseudo expertise et de la pseudo compétence !

Experts en chômage, c’est sûr, puisqu’ils en ont fabriqué près de 5 millions, experts en diminution du pouvoir d’achat puisque catégorie sociale après catégorie sociale, agriculteurs, pêcheurs, ouvriers, petits fonctionnaires, toutes sont touchées.

Experts en dette publique : 1700 milliards d’euros

Experts en déficit,

Experts en voyoucratie qui prospère, experts dans la prolétarisation des classes moyennes,

Expert de l’illettrisme qui s’accroît,

Expert de l’affaiblissement de l’Etat,

En un mot expert oui mais experts du chaos !

Oppure pensiamo davvero che dalla tenuta degli attuali assetti economici e finanziari, impalcature sconnesse e traballanti sui quali poggia il dogma dell’euro, dipenda la rapida fuoriuscita dell’UE dalla crisi sistemica globale?

Plausibilmente, il problema non si risolve, come invece sembrerebbe credere MLP, con il ripristino della sovranità monetaria la quale, senza sovranità politica, resta un feticcio ed un guscio vuoto. Tuttavia, è sempre meglio frapporre questa piccola barricata, da collegarsi ad altre ben più consistenti e resistenti, piuttosto di consegnarsi mani e piedi agli automatismi valutari elaborati dagli eurocretini di ogni risma che scaricano sui ceti più deboli il prezzo di un default annunciato, innanzitutto politico e poi finanziario, accelerato proprio dalle decisioni scellerate dei nostri governanti.

Tra quest’ultimi, quelli italiani sono senz’altro i più pusillanimi ed acritici, immancabilmente davanti a tutti nell’aderire ai dettami più devastanti, quelli che per primi danno il cattivo esempio accettando, solo per citare una rovina tra le altre,  l’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione. Fatto che ci priverà della possibilità di spendere in deficit, anche quando l’urgenza lo richiederà.  Disposizione assolutamente irragionevole aggiuntasi all’impossibilità di giostrare con la moneta che non possiamo né svalutare né stampare, secondo i bisogni specifici della nostra economia.

Allora diamo il benvenuto a chiunque metta all’ordine del giorno, nell’indice della sua agenda politica, queste battaglie di buon senso, di libertà e di indipendenza nazionale che dovranno coniugarsi con una visione più ampia del ruolo dell’Europa e dei singoli Paesi nel quadro cangiante dei rapporti di forza tra le aree del globo nel terzo millennio. L’Europa ed i suoi membri, come afferma MLP, anziché ricollocarsi si sono accomodati sull’esistente rinunciando a giocare un ruolo da protagonista sulla scacchiera planetaria. E’ un vero e proprio suicidio in un’ era di accentuato multipolarismo che, nel giro di qualche decennio, sfociando nel policentrismo, trasfigurerà le relazioni dell’intera geografia politica mondiale. Rischiamo seriamente di restare schiacciati tra l’Occidente a dominanza americana e le Potenze emergenti che disputandosi l’egemonia riverseranno il peso della loro lotta sulle regioni occupate dalle formazioni sociali più deboli. Saremo il vaso di coccio tra vasi di ferro oppure svolteremo verso un destino meno esiziale di quello che ci si prospetta in questo momento? La strada migliore per non finire nel burrone non è di certo quella tracciata dai presenti governanti europei e MLP compie almeno un atto di coraggio e di autonomia denunciandone il disfattismo e la misera soggezione internazionale.

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MASSIMO FINI E GLI ANTIMODERNISTI DELLA DISFATTA

 

A sentire Massimo Fini le società precapitalistiche erano l’eden in terra poiché in esse l’uomo non era schiavo del suo lavoro e viveva (ma quanto viveva mediamente?) in armonia con la natura, seguendone ritmi e cicli. In realtà, l’individuo precapitalistico lavorava con i suoi mezzi, divenendo con ciò proprietario dei suoi prodotti, anche se una parte di questi o della sua giornata lavorativa appartenevano comunque al signore padrone della terra o al sovrano, padrone di tutto, che tramite le tasse, in denaro o in natura, s’appropriava, con la forza o con la minaccia di usarla, dei frutti del lavoro altrui. Ovviamente, poiché era stato direttamente Dio a volere quell’ordine delle cose, ed essendo la religione il perno che garantiva la riproduzione dei rapporti sociali di quella specifica società, difficilmente qualcuno si metteva contro il cielo, anche se ogni tanto, causa epidemie, carestie, guerre o richieste esose dei tiranni, la pazienza si perdeva e scoppiava il tumulto, presto represso nel sangue.

Ma avrei proprio voluto vederlo Fini apprendista-garzone di bottega ai tempi delle corporazioni, sottopagato o non pagato per nulla, oppure servo della gleba comprato e venduto con il feudo, per non parlare di tutti gli altri vincoli feudali “variopinti”, come diceva Marx, “che legavano l’uomo al suo superiore naturale”, che se non eri superiore facevi proprio una vita di merda. Ma tutto questo Fini finge di non saperlo altrimenti con quali argomenti pubblica i suoi libri ed abbindola la gente? Il Nostro avrebbe fatto esperienza diretta del servaggio e della schiavitù che si manifesta con le catene reali, con le percosse sul corpo, con il consumo repentino delle proprie energie lavorative e della stessa vita che notoriamente, nelle classi subalterne (e sì Fini, gli sfruttati ci sono sempre stati, in tutte le formazioni sociali storicamente esistite), non andava più in là dei 35-40 anni. Mi pare, invece, che lui, in questa vituperata società capitalistica, dove il denaro corrompe lo spirito e discioglie la dignità personale nella libertà di speculare e truffare, abbia già superato i sessanta, anche in buona salute proprio per “colpa” del progresso. E’ facile fare la lotta letteraria alla modernità comodamente seduto sulla poltrona con il vibromassaggio, Fini si metta su di un bel letto di paglia che almeno gli riconosceremo la coerenza delle sue chiacchiere. Se le parole di Fini fossero davvero sincere semplicemente non le udiremmo perché lui, figlio di altri tempi, non avrebbe gli strumenti per farcele arrivare. Invece, siamo bombardati quotidianamente dai suoi sermoni pauperistici diffusi a reti unificate alla velocità della luce. Ma non sorprendetevi, ogni epoca storica ha i suoi inutili cantori di sciagure, i suoi ridondanti profeti di sventura che preconizzano la fine del mondo perché le loro idee piene di buoni principi non hanno né capo né coda. Già Marx nel manifesto ne parlava abbondantemente, ad esempio, quando descriveva gli aristocratici sconfitti dalla borghesia che essendo ormai divenuti una classe  superata ed in via d’estinzione si misero a propugnare una sorta di socialismo feudale “metà lamentazione, metà libello; metà riecheggiamento del passato, metà minaccia del futuro”. Pari pari alle idiozie commoventi propalate adesso da Fini e compagni, i quali hanno messo nero su bianco le loro isterie romantiche in un fantomatico “Manifesto dell’antimodernità”. Questo documento si prende anche il lusso di fare la critica al marxismo che “si è rivelato incapace di contenere e di sconfiggere il capitalismo. Perché non è che una variante inefficiente dell’Industrialismo. Capitalismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia. Nati entrambi in occidente, figli della Rivoluzione industriale, sono illuministi, modernisti, progressisti, positivisti, ottimisti, materialisti, economicisti, hanno il mito del lavoro e pensano entrambi che industria e tecnologia produrranno una tale cornucopia di beni da far felice l’intera umanità. Si dividono solo sul modo di produrre e di distribuire tale ricchezza. Questa utopia bifronte ha fallito. L’Industrialismo, in qualsiasi forma, capitalista o marxista, ha prodotto più infelicità di quanta ne abbia eliminata. Per due secoli Capitalismo e Marxismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l’uno all’altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio”.  Cazzate sesquipedali da parte di chi non conosce il pensiero scientifico di Marx e che non meritano nemmeno commenti. Ma che cosa propongono i giustizieri del passato per rimediare ai danni dell’attualità? Autodeterminazione dei popoli, piccole patrie, autoproduzione ed autoconsumo, democrazia diretta, disobbedienza civile. La vedete anche voi la bisaccia del mendicante sventolata nell’aria da questi cialtroni ben pagati per attirare e gabbare il popolo con pii desideri irrealizzabili e vuote parole d’ordine senza fondamento? Ribadiamo che l’urgenza di oggi è di puntare alle grandi decisioni sovrane per rafforzare il nostro sistema sociale ed economico, ricollocandoci diversamente nel tumulto multicentrico in atto a livello geopolitico. Non vi sono alternative a questa opzione e chi parla di tornare indietro è soltanto un collaborazionista dei poteri dominati mondiali che tentano d’indebolirci come popolo e come nazione.

SINISTRA ECOLOGIA SENZA LIBERTA’

In questa epoca storica afosa, affollata di gente preoccupata dell’aria fritta, sia in campo ecologico che politico, abbiamo fatto il pieno di asfissianti profezie apocalittiche, puntualmente smentite dai fatti. Del resto, se siamo qui a parlarne vuol dire che siamo ancora vivi e vegeti anche se stiamo ancora abbastanza freschi. Il catastrofismo è l’ultimo stadio di un imbecillismo collettivo dilagante oppure, se volete, è la malattia terminale di una società colpita da cretinismo assuefacente, smarritasi per sempre nel deserto delle utopie mistificanti e delle convinzioni immaginarie prêt-à-porter, quelle che conducono inevitabilmente al collasso economico e al ritardo tecnologico. Strano a sostenersi nell’era della Tecnica al potere. Ciò soprattutto nei Paesi subalterni che abdicano alla crescita e alla propria sovranità per inseguire le fantasie demenziali dei santoni del deperimento felice (altrimenti chiamato decrescita) e delle eco-balle sconcertanti. La sintesi di queste idiozie non poteva che essere un partito progressista chiamato SEL dove il primo termine dell’acrimonioso acronimo, oltre a designare una collocazione malinconica in un luogo irrimediabilmente perduto nel passato, indica  tutto quel che è torvo e lugubre. Quindi sinistra non è soltanto l’ecologia esasperata, lontana dalle cognizioni e dalle evidenze scientifiche, ma anche la libertà ridotta a libertinaggio di costumi e slogan folkloristici sui “rovesci (in)civili” e sulle immancabili precipitazioni nel ridicolo. A causa delle panzane ambientalistiche di personaggi tutt’altro che affidabili – i quali purtroppo riescono ancora a tenere in scacco governi sensibili al politicamente corrotto e timide comunità scientifiche, diffondendo il panico da sviluppo tra il popolo per appropriarsi indebitamente di sempre più scarse risorse nazionali – risulta oramai impossibile investire in settori ultravanzati che ci toglierebbero molte castagne dal fuoco, come il nucleare o il geneticamente modificato. Per non parlare delle attività estrattive che vengono ostacolate da cordate di strenui difensori del territorio– le quali, s’intende, avrebbero tutto il diritto di richiedere alle compagnie di approntare i sistemi di sicurezza più all’avanguardia per tutelare la salute dei cittadini e i fondi necessari a ripagare la comunità dei disagi e delle esternalità negative generate da tali operazioni – che però si fanno rovinare il paesaggio dalle coltivazioni inutili di pale e pannelli quasi senza proferir parola; e che se non è tutto biologico o macrobiotico c’è il timore di morire con qualche minuto di anticipo sul corso naturale della vita. Ma le bugie, pur avendo la lingua lunga e biforcuta hanno sempre le gambe corte. Capita così che uno scienziato, per anni impegnato a proteggere la terra dalle scorrerie industriali dell’uomo, debba, alla veneranda età di 93 anni, rimangiarsi tutto ed in un sol boccone amaro. “Scusate, mi sono sbagliato, sono stato troppo allarmista. Non è la fine del mondo, non ho idea di che cosa stia succedendo al clima”. Parola di James Lovelock, studioso divenuto famoso per l’elaborazione della teoria di Gaia che nel 2006 predisse la fine del mondo, causa global warming da attività inquinanti antropiche. Ora costui ci ripensa affermando: “Sono andato un po’ troppo in là con le deduzioni. Il problema è che al momento non sappiamo che cosa stia davvero facendo il clima. Credevamo di saperlo venti anni fa. Un convinzione che ha portato alla pubblicazione di alcuni testi allarmistici, compreso il mio, perché tutto allora sembrava chiaro: il mondo stava per essere fritto. Invece non è andata così”.  Finita la frittura mondiale speriamo che anche i servitori di fritti misti ambientalisti restino a bocca asciutta e senza finanziamenti statali. Il resipiscente Lovelock se la prende attualmente e giustamente con soggetti come Al Gore che sulle scemenze ecologiche hanno costruito le loro fortune personali e politiche. Meglio tardi che mai, potremmo dire. Ma Lovelock non è l’ultimo dei ricredutisi nell’ambiente dell’ambientalismo. Anche un altro attivista ecologista come George Monbiot ha fatto ammenda dichiarando che ”ha recato più danno all’ambiente il movimento ambientalista nel solo 2011 che non l’intera attività dei cosiddetti negazionisti dei cambiamenti climatici”. E con lui c’è pure Patrick Moore, membro fondatore di Greenpeace, il quale non solo ha abbandonato le precedenti convinzioni sul riscaldamento globale ma è giunto a convinzioni diametralmente opposte tanto sugli Ogm che sul nucleare. A parte questi graditi cambi di opinione, noi qui vogliamo ribadire un concetto che sosteniamo da quando siamo nati come gruppo culturale e politico. I patrocinatori delle ecocatastrofi e dell’esistenza frugale, in qualsiasi ambito operino, sono un danno alla comprensione degli eventi e dei fenomeni, sono rimestatori nel torbido che distolgono dalle priorità e dagli obiettivi della fase storica, sono stregoni che spacciano sogni per liquidare la realtà, sono le pulci del sistema che contestando l’avidità del potere semplicemente la rafforzano creando canali di distrazione di massa dai problemi effettivi. Proprio in questo momento che necessiteremmo di grandi decisioni sovrane orientate al rinvigorimento del sistema sociale oltre che economico, “l’effimero bla-bla sulla decrescita o sull’ambientalismo, con l’opposizione a qualsiasi scelta si faccia”, come dichiara La Grassa, è un perverso gioco di sponda con i peggiori usurpatori mondiali che conculcano la nostra libertà e la nostra indipendenza. Al bando i cialtroni e chi li sostiene, anche se qualcuno è sinceramente stupido, questo non vuol dire che non sia seriamente pericoloso.

FIN(IS)MECCANICA

Fin(is)meccanica. Non è bastato il defenestramento di Pier Francesco Gurguagliani e di sua moglie Marina Grossi, che male non si erano comportati nel rilancio del gruppo di Piazza Montegrappa dopo anni difficili, favoriti da un clima geopolitico meno asfittico di quello attuale, con la Russia di Putin a coprirci le spalle, per saziare gli appetiti, interni ed esterni, sul più grande player tecnologico italiano.

Senz’altro, sul caos in Finmeccanica pesano le provocazioni di settori finanziari e statali internazionali i quali, abituati a fare shopping allegro in provincia, fiutano sempre un grande business a prezzi di liquidazione, e se anche gli sconti non dovessero essere sufficienti si fa in modo che lo diventino, colpendo chiunque provi ad ostacolare i saldi o la svendita totale.

Tuttavia, quest’ultimi si sbilanciano e diventano più aggressivi perché trovano terreno fertile dove seminare la loro zizzania ideologica, niente barriere protezionistiche e tanta globalizzazione (magari accelerando il processo con qualche scossone giudiziario), che avvantaggia, sin dai tempi di Ricardo e della sua teoria dei costi comparati, il più forte e competitivo (cioè sempre lorsignori).

Da noi pretendono comodi salotti per i loro obesi culi ipermoderni, belle scarpe con le quali farci il sedere a tarallo, abiti eleganti con i quali evidenziare il nostro essere dei poveracci con le pezze sul deretano. Questo è il ruolo che ci tocca nella fase attuale: bravi e squattrinati artigiani al loro servizio, ottimi designer dei loro capricci da ricconi, fedeli arredatori delle loro ville megagalattiche o abili revisori del loro discutibile gusto, ma che non ci venga in mente di fare concorrenza alle ditte yankees che operano nei settori ipertecnologici perché allora ci trasformiamo in mosche fastidiose da schiacciare alla prima occasione.

Fate buon vino italiani brava gente che ad ubriacarsi di profitti ci pensano i nostri bevitori mondiali. Costoro sanno leggere fin troppo chiaramente la debolezza della nostra classe (non) dirigente, incapace di far quadrato intorno ai piccoli appezzamenti dell’industria avanzata che pure un tempo furono una lussureggiante foresta, ed ora appena spelacchiata macchia mediterranea in via d’estinzione, quindi provano ad approfittarne puntando sulle divisioni intestine, sull’ambizione di sciocchi manager con lo stile americano nel cervello e politici rincitrulliti che invece il cervello lo hanno perso del tutto per rincorrere una cadrega.

Partiti e poteri finanziari nostrani scatenano la battaglia delle briciole sul nostro gigante dell’aerospazio, ricorrendo ai servizi di una magistratura ad orologeria, scoprendo il fianco a tutta la nazione la quale viene così invasa dai forestieri che da noi hanno imparato il divide et impera.

Da quando è salito in sella ai vertici della conglomerata, l’ad Giuseppe Orsi, non fa altro che parlare di rami secchi da tagliare, di affari da rivedere, di forze da concentrare perché disperse dietro ad obiettivi non strettamente connessi al core business dell’azienda. Ansaldo Breda, Ansaldo STS e Ansaldo Energia, ma anche Thales, Leader europeo per i sistemi satellitari (che fa gola a francesi e tedeschi), diventano zavorre che appesantiscono le specificità aziendali e dissolvono preziose energie industriali. Ma non si è mai visto nessuno vivere meglio orbo di un occhio o privato di un rene. Eppure, i managers tanto amati a Washington continuano a ribadire che per sopravvivere alla concorrenza bisogna segarsi qualche arto. Dai un dito ai pescicani mondiali e loro si prenderanno il braccio e poi anche la testa divenendo proprietari di tutto il corpo.

Questi riflessi condizionati emergono stranamente, si fa per dire, dopo i rapporti di Goldman Sachs che inaugurano molti dei ribassi colossali del Gran bazar Italia. Uno degli ultimi diceva, come riportato da Dagospia, che “Finmeccanica sarebbe rimasta debole per diversi anni e faceva capire che prima di strizzare l’occhio ai giapponesi e ai tedeschi di Siemens bisogna fare i conti con i poteri forti di Washington, che sono ben più forti della Lega e di Comunione & Fatturazione.” Ed ecco qui che i vertici della best company, evidentemente non abbastanza celeri nelle dismissioni, finiscono con accuse pretestuose sul banco degli imputati. La situazione è lapalissiana, i mandanti li abbiamo citati, ma nessuno ha il coraggio di dire come stanno veramente le cose. Montano pertanto le manovre diversive, le dicerie depistanti ed i big della politica se la prendono con i tedeschi ed i francesi che al massimo sono collaterali all’imboscata. Poi però leggi che se Orsi cade il suo posto lo prende uno benvisto ai piani alti della Casa Bianca. Ancora da Dagospia: “Il Vice Ministro del Tesoro pare che veda in Alessandro Pansa il candidato ideale per guidare fuori dal disastro la corazzata delle armi e dei velivoli…gli giova essere membro dell’Aspen e del Consiglio per le Relazione tra Italia e Usa, due salotti che servono alle buone relazioni con la finanza americana”. Sarà lui o meno l’investito della carica della partecipata dal tesoro, il profilo del dirigente gradito è stato comunque tracciato: amico degli Usa e sul libro paga di qualche organismo, più o meno trasparente, vicino agli statunitensi. Ormai tutti i posti più pregiati delle nostre istituzioni, a partire dalla Presidenza del Consiglio e dalla stessa Presidenza della Repubblica (qui sì che c’è un antesignano dei buoni servizi alla Casa Bianca, sin dal 1978, anno della sua prima visita negli Usa), sono in mano ad “ambasciatori” non ufficiali di Washington. Se questo è un Paese libero e sovrano allora io sono Napoleone ed il popolo italiano è matto da legare. Anzi, è già legato e costretto ad ingoiare qualsiasi medicina stordente. Meglio non so spiegarmi questa immobilità generale alle percosse che stiamo ricevendo quasi senza reagire.

25 APRILE UN CORNO!!!

Un altro primo d’aprile spostato alla fine del mese. Continua il pesce aprilino della resistenza veterana, inveterata ed infinita (ma quanti anni hanno questi partigiani? Li tengono in vita con qualche elisir segreto di stato?), lo scherzo alla Storia con la memoria corta ed il passo lungo del tradimento dei valori e degli ideali che, inizialmente, avevano animato la resistenza (soprattutto comunista) al fascismo. Così si consuma ogni anno alla stessa ora, sulle stesse piazze, con le stesse facce di bronzo di ieri e di oggi il rito collettivo dei migliori che si sentono i fondatori della patria. Gli antifascisti di professione, azionisti del voltafaccia, si fanno beffe dell’Italia da più di cinquant’anni. I partigiani vivono e lottano sempre insieme a noi mentre i loro acerrimi nemici sono tutti già trapassati. Muoiono i repubblichini, i reduci di guerra, i marcianti su Roma, muoiono tutti, belli e brutti, escluso i combattenti antifascisti che immancabilmente, ogni 25 d’aprile, scendono in strada contro i fantasmi della dittatura mussoliniana e le sue proiezioni berlusconiane moderne, accompagnati dagli uomini in carne ed ossa del totalitarismo politico servile dell’epoca nostra. Ed ogni anno si fanno le medesime polemiche contro gli esponenti e i partiti politici non graditi, ritenuti discendenti in linea diretta delle camicie nere o brune, i quali vengono malmenati e cacciati dalle manifestazioni, oppure nemmeno invitati al ballo in maschera della libertà e della democrazia. E tali idioti, infidi dell’altra parte del cielo, ancor più smemorati dei primi, ci restano pure male e si lamentano per essere stati estromessi da un “momento di unità attorno ai valori della democrazia e della libertà”. Il “tradimento della Resistenza”, già dopo la fine della guerra, come ha scritto il saggista veneto La Grassa, fu l’inizio di un “mutamento di campo [da parte del PCI] con l’accettazione del carattere antifascista della resistenza. Agitando l’esempio greco, dove nella guerra civile (1946-49) i comunisti di Markos furono battuti dall’intervento angloamericano, si condannarono i cosiddetti “secchiani” (da Pietro Secchia) per primitivismo politico, per non aver voluto tenere conto della lezione di Yalta. Non è esattamente così, si mentì per poter attuare i propri trasformismi. Certamente vi fu chi non aveva compreso come non fosse possibile trasformare la Resistenza in movimento di rivoluzione sociale. Da tale impossibilità non discendeva però automaticamente la trasformazione di un evento (che lo stesso Cossiga ammise essere stato per l’80% promosso e sostenuto dai comunisti) da lotta con intenti di trasformazione sociale a semplice “cacciata dei fascisti” (http://www.conflittiestrategie.it/2012/04/02/una-aggiunta-scritto-da-giellegi-il-2-aprile-%E2%80%9812/). Già, e così gli “spartiroba”, cioè i badogliani, i liberali, i democristiani e socialisti s’intesero facilmente con i comunisti arretrati entro l’orizzonte capitalistico che abbandonarono qualsiasi velleitarismo rivoluzionario ma non la vulgata propaganistica, da dare impasto alle masse operaie cretinizzate,  del “faremo come la Russia”. In tale modo è stato generato questo aborto identitario e commemorativo giunto ora alla sua massima espressione di mistificazione e di qualunquismo, sul quale si fonda l’odierno imbecillume repubblicano che ogni 25 Aprile tocca il cuore e svilisce il cervello. Dice ancora al riguardo La Grassa: “l’antifascismo azionista – erede dei socialisti liberali, forse più ancora che dei liberalsocialisti – è stato il terreno fertile per le più gravi involuzioni della storia della Repubblica italiana sfociate in “mani pulite” e su cui ho già detto più volte ciò che penso. Questo antifascismo sta compiendo adesso un ulteriore salto di qualità, facendosi apertamente complottista ed eversore“. Quindi buon 25 Aprile un corno!!! L’Italia vive purtroppo un eterno 8 settembre ed i risultati devastanti sono tutti sotto i nostri occhi.

L’ABBICCÌ DELL’INDIPENDENZA NAZIONALE

Il vecchio mondo politico italiano è marcito dalla testa ai piedi, per questo ogni proposta di riforma del sistema, dei partiti, delle istituzioni, degli assetti economici ed industriali si riduce ad un comizio ideologico che provoca sbadigli, ad un concerto di fandonie che genera indignazione,  ad uno spettacolo di frottole sul quale piovono inevitabili i fischi e le uova del pubblico, in attesa del lancio vero e proprio delle pietre e delle molotov. Almeno ce lo auguriamo, al contrario dei giornalisti perbenisti e degli onorevoli disonorati, strenui difensori del loro libertinaggio costituzionale, che sono accorsi al capezzale dei ministri contestati per contestare l’inciviltà dei tafferugli e la perdita di contegno delle masse. Ma le zuffe con interpreti sobri ed arrabbiati non sono segno di barbarie e di maleducazione, sono invece indice di perdita della pazienza da parte di persone che non sostengono più la situazione, sono la naturale reazione della gente agli assalti al proprio tenore di vita messo a rischio dalle in-decisioni e dalle scelte sballate di una classe dirigente che non guida nulla ma si fa orientare dall’esterno. Anzi, vorremmo ricordare ai frati scalzi della stampa scandalizzata che la stessa democrazia (e le sue grandi espressioni storiche) si è affermata a forza di delitti, guerre civili e colli mozzati , quindi per favore, cari cantori un tanto al pezzo del politicamente corretto, non venite a farci la morale sull’esecrabilità e sull’insolenza del gesto villano contro chi ci toglie il pane e tenta di sfamarci con l’aria fritta della spending review, la quale, peraltro, è una ulteriore dieta somministrata a soggetti già affetti da anoressia cronica. Semmai, la spesa pubblica andrebbe razionalizzata con spostamento di risorse dalle colonie di parassiti che infestano lo Stato alle comunità felici, come quelle delle imprese pubbliche strategiche, in via d’estinzione e di liquidazione. Quindi, i puritani e gli educatissimi difensori del regime professorale ringrazino pure dio se, al momento, siamo ancora alla fase dell’ortaggio e del gamete perché di questo passo non ci vorrà molto per giungere a quella della clava e della pistola (oggi impropriamente rivolta dai disperati contro se stessi). Certo, finché c’erano solo i black bloc ad inscenare casini metropolitani da rivoluzionari d’azzardo, costoro avevano gioco facile a stigmatizzare la plebaglia scudata e armata di bastone, ma ora è meglio che tacciano perché la collera non esce dalle bocche e dalle mani affusolate dei no global ma da quelle di folle globalmente stufe di essere vessate ed angariate da esecutivi incapaci. Con tutto ciò Monti, in barba alle lamentele generali, prosegue nell’instaurazione della dittatura fiscale, sponsorizzato nella sua opera distruttiva dai furfanti finanziari mondiali, così come i suoi Ministri, dalla Fornero a Passera, vanno avanti a dar prova di eccedente tracotanza e di scarsa competenza, confermando quanto era nelle previsioni di questo colpo di stato appoggiato dal PresdelRep Napolitano: sono stati cooptati dalla cupola internazionale, braccio secolare dell’egemonia Usa, per costringere il Paese ad accettare una piena e completa sudditanza. Questi signori della muffa, annunciati al popolo come la migliore penicillina disponibile sulla piazza dopo la malattia dello spread, non potevano che essere sostenuti in parlamento dai leader della fuffa e della truffa, screditati fino alla cima dei capelli, eppure non ancora parchi di ciance e di banalità. La loro parola d’ordine è proseguire sulla scia del disordine costituito per mettere una lapide sulle nostre speranze di ripresa e di protagonismo geopolitico. Anche se ora annunciano il restyling delle loro organizzazioni, chi dicendo di voler rinunciare al contributo pubblico, chi riproponendosi come usato sicuro sulla strada dissestata della crisi mondiale,  fingono di non comprendere che da loro non potrà partire alcun rinnovamento poiché sono lo scarto soggettivo di un oggettivo decadimento dal quale si esce soltanto con un rinverdimento degli apparati dello Stato e con una nuova idea di sovranità nazionale. Questo è l’unico abbiccì di cui ha bisogno l’Italia libera ed indipendente che non vuole finire nel WC della storia.

SALUTO ROMANO A GAMBA TESA

Veniamo a noi, anzi A NOI!!! Dal braccio teso alla gamba tesa contro la toponomastica alleata alle plutocrazie stradali cittadine e al bolscevismo totalitario. Così l’ex fascista Gianni Alemanno, podestà di Roma, se la prende con via Lenin, nel quartiere Portuense. La dedica va cancellata perché “stride con la toponomastica condivisa” che evidentemente ancora non gli frullava nella testa a gennaio allorché il Sindaco disse di sì “all’idea condivisa” (soprattutto da lui) di intitolare una via a Giorgio Almirante. Sia chiaro che non ho nulla in contrario verso il riconoscimento di una viuzza, vicoletto o stradina che sia allo storico segretario del MSI,  il quale è almeno cento manganelli al di sopra dei politici attuali, ma c’è qualcuno che ancora non perde il vizio di coltivare il settarismo ideologico, il becero revisionismo storico e l’interpretazione prezzolata degli eventi per compiacere il politicamente corretto dominante. Di fatti, Gianni, genero del vecchio nostalgico  Pinotto Rauti, vorrebbe trasformare la strada ora di Lenin in largo dei Martiri del Comunismo. Il Gran Consiglio della toponomastica del Campidoglio sta valutando, fortemente valutando, l’ipotesi del golpe da marciapiede. Tireranno dritto perché solo chi osa vince, Eja, Eja, Alalà! Ma il Primo cittadino della Capitale non dovrebbe nemmeno pronunciare il nome del leader russo, uomo coerente e coraggioso, che di certo avrebbe saputo cosa fare con un traditore come lui. Alemanno è passato dal gettare le molotov ai piedi dell’ambasciata sovietica a gettarsi direttamente lui ai piedi del peggiore conformismo democretino che lo accoglie caldamente nei salotti, in televisione, alle feste della gente che piace alla gente che piace. Se Mussolini fosse ancora vivo gli infilerebbe il moschetto su per il sedere e lo disprezzerebbe in quanto panciafichista e baciafondaio. Purtroppo c’è poco da prendersela, i postfascisti, come i postcomunisti, sono una razza di miseri voltagabbana che dopo aver venduto i propri ideali per quattro spiccioli di potere si arrampica alla nostalgia per non sentirsi del tutto sradicata da una terra che “i figli della pula” internazionale hanno contribuito a rendere serva ed irriconoscibile. Mentre gli ex comunisti rinnegano persino di aver mai aderito alla dittatura proletaria gli ex fascisti trasformano la loro estinta dittatura in una caricatura di gadgets da portare appesi al collo, ma sempre ben nascosti sotto la camicia bianca inamidata. Vedere la croce celtica che Alemanno copre con la cravatta d’ordinanza. Alemanno, soprattutto, aveva anche fama di duro e puro, un vero leone metropolitano col manganello in mano, ma adesso il picchiatore di un tempo è andato in pensione riducendosi ad un politicante picchiatello e pecorella che al posto del cuore si è messo un “badoglio”.  Tonoponomastici carogne tornate nelle fogne! E ricordi il Sindaco quello che diceva il Duce: “Meglio morire in piedi, che vivere una vita in ginocchio”. Ma l’inginocchiamento sarebbe già una postura più dignitosa per questi lombrichi abituati a strisciare.

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