MINISTRO E PRECARI

Da precario a precari: certe polemiche non fanno bene alla categoria e soprattutto non spostano di un millimetro l’asse dei problemi. Che sta già molto in basso, in un limbo che non è una danza ma una lunga fase di menefreghismo e di stallo. Solo il nostro Ministro per la P.A., per cause naturali e concause di incompetenza politica, non vede l’asticella e può passarci sotto senza sforzo. Tuttavia, Brunetta (il quale non mi piace perché cerca consenso col populismo di battaglie clamorose emulanti la stessa dismisura degli sprechi amministrativi che dice di combattere) aveva capito che trattavasi di provocazione e quindi ha reagito. Certo, poteva fare meglio, per esempio allontanandosi con la bocca chiusa, ma quella è la sua “statura” politica e più in alto non ci arriva. Ad ogni modo, se una precaria si alza e dice "faccio parte della rete…ecc.ecc." a me viene voglia di metterla in un acquario e di ammutolirla per sempre come un ittiopside. Se poi è pure figlia di Russo Spena mi girano le lenze e mi cresce il desiderio, va da sé solo metaforico, di batterla come i tonni durante la mattanza o di rinchiuderla in un secchiello per branchiati. Questi lavoratori e lavoratrici atipici si lamentano della situazione da tempi arretrati ma poi si mettono a comiziare come manovalanza che perde tempo, mentre il resto dei sodali dalla platea tira fuori striscioni da mercato ittico, dimostrando alla pescheria istituzionale di essere arrivati lì con le cattive intenzioni di chi voleva lanciare pesci in faccia a destra e a manca. Fritto misto di idiozie che danneggia la popolazione precaria ed avvantaggia il pescivendolo di Stato, il quale si fa pubblicità sulle tempeste altrui. Pensateci bene perché le cose non accadono a caso. Abbocchiamo sempre all’amo come trote ed alziamo uragani inutili solo per far salire Brunetta sulla cresta dell’onda. Costui, dopo le overdosi mediatiche dei primi anni del governo Berlusconi era finito nelle profondità marine. Adesso che la maggioranza è in difficoltà egli torna sulla bilancia dei mezzi d’informazione perché le sue pesche nella pancia degli italiani – i quali giustamente non digeriscono le ostriche e il caviale di cui si abboffa la casta pubblica a tutti i livelli – fanno notizia e danno l’impressione che il gabinetto abbia ripreso il mare delle riforme. Non è così in quanto sono totalmente in alto mare e non sono più un banco compatto, anzi ognuno si butta a pesce su qualcosa che lo distingua e non lo colleghi direttamente al capobranco in via di inabissamento. Così, mentre B. non sa che pesci pigliare e i suoi fanno i pesci in barile per non starlo a sentire, nel PDL si scatena la guerra tra pesci grossi e piccoli per prenderne il posto (o almeno averne uno adeguato alla stima che si ha della propria persona e quella di Brunetta va molto oltre la sua costituzione fisica). Appena il pesce bollito del mar dei satanassi finirà in “boccaccio” o andrà a morire nel cimitero dei pesci elefanti, i pescicani e i piranha che prima lo seguivano come codati fedeli  si sbraneranno per raccoglierne l’eredità dei fondali. Inoltre, è utile ricordare che sul precariato hanno dato il peggio di loro stessi soprattutto i governi di sinistra, assecondati dai sindacati e dagli esperti del settore (sempre di sinistra). Fare mente locale sul famigerato “pacco” Treu, sicuramente uno dei principali atti legislativi che permisero la nascita del lavoro atipico, è necessario per non apparire faziosi ed unilaterali. Quest’ultimo fu votato anche da Rifondazione dove militava il papà della contestatrice di Brunetta. Spero che la suddetta prima di lamentarsi col Ministro gliene abbia cantate quattro al genitore perchè anche lui meritava una padellata in faccia per i suoi trascorsi sul tema.

MENO DIRITTI UMANI E PIU’ UOMINI CON LA SCHIENA DRITTA

L’autocitazione non è mai elegante ma in questo caso dire che è calzante è persino poco. Sulle pagine di questo sito nella seconda metà di marzo, in un articolo sulla crisi libica intitolato “il popolo cojone”, avevamo scritto che: “…è bastato costruire una rivolta artificiale e televisiva per modificare i connotati pubblici del Colonnello e del suo regime. Inutile passare tutte le bugie in rassegna anche perché i padroni del mondo, con i loro potenti mezzi mediatici, diplomatici, politici, propagandistici ecc. ecc. riescono a rivestire di buoni sentimenti umanitari gli interessi economici più beceri e le istanze politiche più criminali”. Adesso tutta la stampa nazionale – con l’eccezione della guerrafondaia “La Repubblica”, giornale dell’iperenergetico quanto ecoinsostenibile De Benedetti e della sinistra salottiera che prima di parlare dovrebbe imparare a contare almeno fino a 11 (art.11 della Costituzione: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali) – si accorge dell’inganno e critica l’operazione Nato in Libia. A queste conclusioni è arrivata anche Famiglia Cristina sulle cui pagine è apparso un pezzo (Libia: e se fosse tutto falso? di Marinella Correggia) che non lascia adito a dubbi: “Il pretesto per un intervento dalle vere ragioni geostrategiche è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23 febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la tivù satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”. Era una panzana, ma tutta la fantomatica Comunità Internazionale raccolse con sospetta immediatezza il grido di dolore dei belluini, pardon beduini, di Bengasi che chiedevano un intervento umanitario per fermare il sanguinario Gheddafi. Le bugie sono poi cresciute esponenzialmente in quanto i “Protettori Unificati” (mai denominazione fu più azzeccata per una puttanata di missione come questa) dovevano giustificare un' escalation di violenza e di bombardamenti che altrimenti i popoli europei non avrebbero digerito. E' così che la lega dei papponi mondiali ha calcato la mano ed ha affastellato balle sempre più incredibili: dalle fosse comuni, agli stupri, all’ammazzamento di vecchi e bambini, al viagra fornito ai miliziani dal Rais. Ci vorrebbe una bella dose di bromuro per far calmare gente come Sarkozy, Cameron e Obama la cui eiaculazione militarista precoce fai il paio con un’eccitazione geopolitica “bombastica” che questa volta pare destinata al grande flop. In politica, come nel sesso, non ci si dà tante arie se poi non si è in grado di mantenere le aspettative. Nonostante i capi militari occidentali continuino a sostenere che Gheddafi sia ormai alla frutta, l’esercito libico non si piega ed anzi avanza a Misurata, Zuwaya e Zintan, mentre tutta la Tripolitania non è mai stata in pericolo ed è saldamente nelle mani delle forze lealiste. La situazione è di stallo completo ma i Protettori della Nato non possono ammetterlo e sono costretti a procrastinare, di bollettino in bollettino, la conclusione delle operazioni. In Italia invece tutto tace, non parlano i pacifisti, non dice nulla la sinistra, non si esprime il papato e nessun professionista della contestazione manifesta contro un Governo che per bocca di Frattini ed orifizio di La Russa prosegue a prenderci per il sedere. Eppure è ormai palese che i bombardatori democratici agiscono fuori dalla risoluzione Onu e che stanno trasformano il loro intervento in una carneficina unilaterale contro il popolo libico fedele al suo Colonnello e al Paese. Per questo condivido quanto affermato da Giancarlo Perna sul quotidiano della famiglia Berlusconi: “il diritto interna­zionale non esiste, conta la forza”. Ne siamo convinti anche noi e siamo arcistufi di sentirci raccontare che l’Occidente agisce sempre su mandato della bontà e della solidarietà universali. Quest'ultime caratteristiche sono ciò che si pone davanti agli occhi per celare interessi strategici per niente morali. E’ di tale fattezza sofisticata il nostro mondo alla rovescia che per un po' di obbiettività bisogna capovolgere l’intera realtà. Per questo invochiamo, al fine di ristabilire un minimo di senso storico, meno umanitarismo e più umanità, meno legalitarismo internazionale e più giustizia mondiale (o almeno maggiore coraggio per le proprie azioni), meno diritti umani e più uomini con la schiena dritta. In patria come all’estero.

I PARASSITI DI PARTITO

Passato il referendum comincia la festa dei parassiti. Ci sarebbe poco da stare allegri ma è inutile spiegarlo ai “picchietti” di sinistra i quali sono convinti che colpendo la mosca senza testa di Arcore bandiera rossa insetticida la trionferà. Ma questa è entomologia e non politica, nonostante l’Italia sia divenuta un vero e proprio verminaio. I vari Vendola, Bersani e Di Pietro che oggi si autocelebrano come le ali del mutamento avranno presto una brutta sorpresa perché a stimolare troppo il basso ventre del vespaio si può finire coperti di escrementi. Lo sciame impazzito dei senza partito travolgerà anche loro alla prima occasione, soprattutto quando non saranno più opposizione e si troveranno a governare il caos che stanno creando. Dietro di loro ci sono i soliti calabroni dei poteri forti che non piacciono ai giovani ronzanti dell’antipolitica. Faccio una previsione, se vincono le prossime elezioni dureranno un giorno come le farfalle. Nel frattempo a destra si chiedono per quale recondita ragione ultimamente finiscono stecchiti al pari delle zanzare ad ogni chiamata alle urne. Domanda retorica se ti fai attirare dal neon incandescente degli umori della pubblica opinione, laddove poco innanzi avevi perorata la necessità di una svolta non conforme, politically uncorrect ed antiparassitaria verso le sanguisughe di Stato. Gli analisti di destra pensano che sia solo un problema di comunicazione. Ma va là. I classici richiami per elettori abituati ad essere attirati in trappola ovviamente non funzionano quando devi rompere le gabbie di convinzioni consolidate e i sempiterni luoghi comuni del favo. Ci vuole ben altro. Se inizi a fare la calendula sgargiante per attirare le api ma poi sul più bello ti richiudi su te stessa, queste si allontanano e si rivolgono ad altri fiori, che siano moderate o meno. Il governo e la maggioranza non sono in grado di vendere il loro miele agli elettori perché la merce è cattiva. Non è un fatto di prezzi e di pubblicità. Se ti presenti sul mercato come fabbricante di cambiamenti e di prospettive e poi rifili ai compratori qualcosa di indefinito, di cattivo gusto o di rancido spacciandolo per l’ultimo ritrovato della dolce scienza politica sei un truffatore e meriti di essere schiacciato. Costoro hanno fallito su tutta la linea (interna e soprattutto internazionale) e tentano adesso di rifondare la colonia senza averne gli indispensabili capitali di credibilità. E non basta certo mettere il partito su un Alfano qualsiasi per riprendere le "correnti", innanzitutto perché nemmeno questo sembra un gran svolazzatore (la maniera in cui ha gestito il suo lodo è stata una picchiata rovinosa sul terreno politico ed istituzionale) secondo perché costui è stato scelto più per le doti che non ha che per quelle riconosciutegli apertamente. In politica quando qualcuno ti batte sulla spalla affettuosamente non ti ama ma sta prendendo le misure per le future percosse. Egli è stato investito dal Pdl per motivazioni diverse ma collimanti. A B. serviva il meno infido del suo entourage, agli altri invece occorreva quello con meno possibilità di spiccare il volo. Ovvero Alfano non è una camola che roderà dal di dentro la leadership berlusconiana, ma non è nemmeno un ragno che saprà tessere autonomamente la sua tela. Sta lì come un bozzolo che dà l’idea di una presenza in un clima di assoluta staticità. Prima che avvenga la sua metamorfosi sarà divorato da predatori ben più voraci e combattivi. Questa è dunque la verminosa situazione a destra e a sinistra. Se il popolo italiano non vuol fare la fine dei lombrichi è meglio che smetta di strisciare e si rialzi sulle gambe. Pur essendo invasi dagli insetti questo non è tempo per dare credito ai vermi.

TEMPI POLITICI DA CANI

Il Tremonti rabbioso se la prende col Berlusconi bavoso ed ingaggia con lui un muso contro muso all’ultimo ringhio. Il Ministro accusa il Premier, con rumorosi latrati da pastore tedesco del fisco, di avergli messo i servizi segreti alle calcagna. Il cane bastonato di Arcore scuote la testa e la coda ma ha tutta l’aria del pechinese che aspetta sul fiume il passaggio del cadavere del cucciolo da lui stesso svezzato alla politica. Così Giulio, temendo la reazione del bassotto lombardo, cerca le affettuosità del Presidente della Repubblica il quale accarezzandogli il pelo sullo stomaco gli assicura una cuccia istituzionale e una protezione dall’assalto del suo stesso branco. Il Rottweiler del bilancio fa il chihuahua con il mastino Napolitano e chiede di essere difeso dalla canea berlusconiana che lo minaccia per la sue zampine corte. Il ministro coi canini da pitbull e lo sguardo del levriero ha fatto la pipì nei giardini quirinalizi dando conferma dei sospetti balenati nella testa di molti ed ora anche in quella dei suoi ex accaniti sostenitori di lungo “corso” come Bossi. Con le sue fughe con la lingua penzoloni sul Colle si sorprende pure del can can che lo circonda? E così strano allora che il Primo ministro lo faccia seguire dai barboncini finti? Altro che segugi nell’ombra, quel volpino di un commercialista meriterebbe lo sguinzagliamento dei dobermann per le sue leccatine al nemico. Il ruolo di Napolitano in questa crisi politica è chiaro a tutto il canile nazionale. Lo è anche al medesimo Tremonti che sfugge come un beagle ai richiami del padrone e fa le orecchie da setter inglese per non capire i nuovi ordini. Ma questo scodinzolamento è la prova della sua adesione allo schieramento cinofilo di chi vuol azzannare e ferire mortalmente quella bestia da “rimonta” di B. il quale ha perso il pedigree del leader e il passo fiero del quadrupede da caccia. Il fido Giorgio abbaia per gli Usa mentre l'infido Giulio mugola per l’euroburocrazia. B. si ritrova così tra moltitudini di carnivori che aspettano solo il momento propizio per fargli fare una fine da cane. La belva sta affogando e le mazze sulla sua testa vanno ad accertarsi che il  grugno del canide non torni più a galla. Se Napolitano ha arrogato a sé, con l’ausilio di quei due botoli di Frattini e La Russa, la politica estera del governo deviando il virtuoso percorso della diplomazia del cucù, Tremonti ha svuotato le ciotole dei dicasteri per assecondare il regime dietetico di Bruxelles che paventando il babau del default ci vuol ridurre pelle ed ossa. Ormai ci sono in giro troppe polpette avvelenate ed è difficile che B. possa sopravvivere a questo tempo da lupi. Nemmeno San Bernardo potrà salvarlo.

SALVIAMO IL NUCLEARE

IL TIRO AL PICCIONE PALESTINESE

Gli israeliani sono i più bravi bracconieri democratici del medio-oriente, dei provetti tiratori scelti della libertà che trattano tutto ciò che si muove intorno a loro come uccellagione. Secondo l’informazione del pollame ammaestrato occidentale, che mostra una bizzarra solidarietà venatoria con i cacciatori di frodo, ieri l’esercito ebraico avrebbe sparato in aria per allontanare i palestinesi i quali manifestavano lungo il confine in occasione della Naqsa, la débâcle araba nella guerra dei sei giorni del 1967. Costoro colpendo in alto sarebbero riusciti ad uccidere alcuni palestinesi e a ferirne 220. Quest’ultimi evidentemente non sono bipedi come noi ma piumati che svolazzano a mezz’aria e che si fanno abbattere come piccioni. Poi sparano alle gambe e fanno fuori altri sventurati. Tra palestinesi e pigmei non c’è differenza di centimetri ed un colpo mirato agli arti inferiori equivale ad una ferita al cuore. Questo a parere della nostra stampa che tenta di giustificare l’ingiustificabile, cioè le schioppettate sulla folla scesa in strada per rivendicare un trattamento più umano da parte di un governo che vuol risolvere i suoi problemi di vicinato con le cattive maniere. La Primavera evidentemente non arriva dappertutto e ci sono popoli condannati ad essere decimati dalle tempeste in piena estate. Ma Netanyahu non è Gheddafi e nemmeno Assad, non è Ben Ali e tanto meno Mubarak, non è un dittatore del deserto ma un predatore civile del mondo libero. Nessuna coalizione di volenterosi fermerà la mano degli assassini i quali benché siano stati più volte condannati dall’Onu non vedranno mai applicata una risoluzione contro di loro. Prima dei disordini il leader israeliano aveva dichiarato di aver istruito le sue forze di sicurezza “ad agire con risolutezza, con moderazione ma con determinazione per salvaguardare la nostra sovranità, i nostri confini, le nostre comunità e i nostri cittadini". Il beccaio chiede moderazione mentre torce la testa alla selvaggina e gli tira tutte le penne. Gli israeliani sono così ossessionati dal loro passato concentrazionario da averlo riprodotto su più grande scala, hanno eretto muraglie ciclopiche e disteso chilometri filo spinato rivendicando il diritto di fare agli altri ciò che loro hanno subito. E’ così sobrio e moderato questo popolo benedetto dal Signore che quando non trova miscredenti da fustigare se la prende pure coi cani ai quale infligge la punizione biblica della lapidazione. Ma l’estremismo essendo una prerogativa islamica, non può essere descrittivo del comportamento oltranzistico degli ebrei i quali al più sono degli eccentrici che alzandosi ringraziano l'altissimo di non essere nati femmine e coricandosi sognano il giorno del giudizio universale contro gli infedeli. Sia che maltrattino gli animali  o che trattino da cani tutti quelli che non la pensano come loro sono sempre dalla parte della ragione. Loro sono il popolo eletto poco democraticamente dal paradiso mentre tutti gli altri non sono un cazzo.

LA RUSSA NON E' UN MINISTRO MA UNO STADIO PROFONDO DEL SONNO di G.P.

La Russa non è un Ministro ma uno stadio del sonno piuttosto profondo e rumoroso oppure una slava scosciata e lasciva che si vende al miglior offerente. Nonostante l’escalation talebana in Afghanistan il nostro rappresentante governativo è riuscito a sostenere che laggiù la coalizione vince alla grande e che i guerriglieri sono allo sbando. Nel frattempo, cinque nostri militari sono finiti all’ospedale, uno è in gravissime condizioni, l’ennesimo figlio del profondo sud (di Paterno, Basilicata) che rischia la vita per una guerra lontana dai nostri occhi e dal nostro cuore. Che un Ministro, in una situazione così grave, possa affermare che “la nostra azione è efficace, che il processo di transizione va avanti, e che i terroristi sono all’ultimo stadio” non è solo un affronto all’intelligenza di ognuno di noi ma un vilipendio allo spirito nazionale che viene insozzato per ragioni di cadrega e di successo personale. Ma la sproporzione è immane perché La Russa non vale un secondo di vita di quei militari mandati allo sbaraglio per fargli fare bella figura con l'occidente. La verità è che ci è andata pure bene in quanto dinamica e tecnica di attacco suggeriscono, ad occhi militarmente non appannati, che ad Herat poteva essere una strage peggiore di quella di Nassiriya. Sono undici lunghi anni che stiamo vincendo in Afghanistan ed infatti collezioniamo feretri e funerali come fossero trofei e feste di liberazione. Un palmares lugubre e tetro che inorgoglisce il nostro Ministro al quale mancano corna e coda per essere l’immagine sputata del demonio. La bacheca è colma di medaglie senza valore mentre nei cimiteri ci finiscono i corpi di giovani valorosi. Ma Ignazio è un perseverante, non si accontenta mai e pensa in grande per raggiungere il gradino più alto dei bassifondi internazionali che frequenta. Da un deserto all’altro, da Kabul a Tripoli, striscia come un rettile e dice a sé stesso: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. E lui si venera così tanto da perdere il contatto con quel che lo circonda. Non sa nulla, ignora il mondo, non conosce la geografia e la storia, ma si diletta a parlare di tutto. Intelligente come una bomba esplode di orgoglio e s’impettisce dei suoi demeriti. Se in Italia dobbiamo andare avanti così è meglio abbassare la saracinesca e dichiarare fallimento su tutta la linea. Tuttavia, non siamo i soli a collezionare figure da fessi in quest’Europa dove non c’è più musica politica ma soltanto un gran rumore di tromboni che sale di frastuono per coprire la parola popolare. I serbi lo hanno dimostrato e per questo meritano di entrare di diritto nel bordello europeo che li attende a gambe aperte. Se un uomo viene estradato all’Aja per me smette immediatamente di essere un criminale e diventa un perseguitato. Un tribunale che scrive le sentenze prima dei processi e che si fabbrica le prove per vedere confermati i propri teoremi al di là dei fatti e delle testimonianze non è un luogo di giustizia ma una camera di tortura legalizzata. I briganti o presunti tali che finiscono sotto il martello dei suoi magistrati avranno sempre l’attenuante di essere stati giudicati da briganti e mezzo. Il governo di questa nazione balcanica dovrebbe vergognarsi per quanto ha fatto ed invece esulta perché forse adesso con un po' di purgatorio l’Ue li accoglierà come fratelli. Possono scordarselo, chi non rispetta i vincoli di sangue e baratta i propri connazionali non ha diritto di essere accolto in nessun'altra famiglia. Siamo già pieni di parenti-serpenti da Roma a Parigi, da Berlino a Londra, non ci serve nutrire altre serpi in seno.

LA RESA DEI CONTI

La breccia di Piasapia a Milano è diventata una voragine che ha inghiottito i consensi di Letizia Moratti, martire del Partito delle Libertà. A Napoli Giggino o’ pazz ha sbancato il "casino partenopeo" e si innalzato al livello di San Gennaro. Di fatti, solo un matto senza contatto con la realtà o un santo con virtù miracolistiche può pensare di liberare i napoletani dal male della spazzatura ricorrendo alla differenziata. Forse la spazzatura non brucerà ma i suoi giuramenti da magistrato finiranno inceneriti. Mi sia dunque consentito di dubitare della bontà di questo duplice rovesciamento amministrativo che a sinistra definiscono una rinascita e a destra una piaga. Se prima le cose non andavano bene, ed è inutile negarlo, adesso potranno anche peggiorare perché chi ha vinto "vanta" un pessimo curriculum professionale e nessuna esperienza di gestione della cosa pubblica locale. In più alle spalle di questi rinnovatori fanno capolino i soliti centri di potere dalle mani lunghe e dall'appetito insaziabile. Qualcuno potrà dirmi che a Napoli la faccenda è un po’ diversa poiché De Magistris non è legato al precedente regime bassoliniano che ha messo in ginocchio il comune con i suoi interessi di bottega e di guapperia. Vero, ma ai poteri leciti ed illeciti non dispiacerà avere come Primo cittadino un pasticcione che si troverà presto nei guai. Il magistrato ha fatto troppe promesse in campagna elettorale impossibili da mantenere ed inoltre si è liberato in un solo colpo della rete sistemica sulla quale si è retto il governo della città senza avere un’alternativa pronta. Verrà a mancargli presto il polso della situazione se non media con tali gangli, per cui delle due l'una. O ritorna ai compromessi di un tempo con la coda tra le gambe oppure sarà risommerso dal pattume respinto in campagna elettorale. Di indubitabile al momento c’è soltanto l’indebolimento di B. il quale non è stato scacciato dal paradiso terrestre per i suoi peccati ma per sopraggiunti limiti di iniziativa e di credibilità politica. In sostanza, il Cavaliere si è fatto fuori da solo a causa dei suoi cambi repentini di traiettoria sui temi decisivi dell’agenda governativa quali la politica estera, la riforma della giustizia, quella fiscale e la ripresa industriale ed occupazionale. La corsa di B. verso Obama durante il G8 francese è il sintomo conclamato della sua disperazione. Le parole di B. al Presidente statunitense (che hanno fatto vergognare i soliti perbenisti di sinistra, tutta etichetta e poca intelligenza) devono essere interpretate nell’unica maniera possibile: trattasi di resa su tutti i fronti eccetto uno. Ovvero, traducendo dal guittesco all'italiano: mi tolgo di mezzo ma la giustizia deve lasciare in pace me, i miei discendenti e le aziende di famiglia. Poiché quando si cerca un compromesso o un salvacondotto non si parla con i subalterni o i distaccati, B. si è rivolto direttamente a colui che comanda nel mondo. I magistrati che hanno visto la scena, se non si sono del tutto istupiditi, hanno capito l’antifona e ora sanno che qualcuno potrebbe consigliargli di abbassare i toni e ridurre le persecuzioni. Non ci si accanisce sulla bottiglia se il “tappo” è saltato. Tuttavia, potrebbe anche verificarsi una escalation contro B. il quale se malauguratamente è andato a parlamentare con i suoi nemici a mani vuote riceverà non la grazia chiesta ma la giustizia temuta. Quando Cossiga, nel turbine degli avvenimenti dei primi anni ’90, fu sottoposto ad una dura campagna giornalistica tesa a farlo fuori, chiamò Washington e disse che se tutto quel fango su di lui non si fosse fermato avrebbe rivelato a reti unificate con quali mezzi gli USA avevano ottenuto la base di Comiso in Sicilia. Infatti, era stata la mafia a costringere i proprietari a lasciare i terreni sui quali i militari americani si sarebbero poi insediati. Ma Cossiga poté agire in questo modo perché aveva buoni rapporti con l’intelligence mentre B., che non ha mai controllato i servizi – tanto da essersi fatto incastrare da alcune sciacquette di borgata munite di registratore – può fare la fine del maiale sgozzato. Di lui si mangeranno tutto e finirà a testa in giù, non in una pubblica piazza ma nel mattatoio dei quartieri a luci rosse. Qui sta la differenza tra uno statista col vezzo delle amanti ed un satiro con l'hobby della politica.

PACE ETERNA SOTTOTERRA

Tra americani ed israeliani è in atto un gioco delle parti sulla questione palestinese che coinvolge mediatori del mondo arabo sulla cui serietà ed equidistanza non scommetterei un tallero bucato. Tra questi vi è l’Egitto post-Mubarak un Paese dove, uscito di scena il pericoloso dittatore da sempre alleato di Washington, nulla è cambiato negli assetti istituzionali e gli stessi uomini del precedente regime si sono ricollocati nei gangli dirigenziali anche se con ruoli differenti. Una rivoluzione che non sovverte l’architettura del potere ed i suoi schemi, che non destruttura la forma e la sostanza organizzativa dello Stato, non è una rivoluzione ma una parata di sprovveduti sospinta a saziarsi del suo stesso sangue. Il popolo grossolano purtroppo soffre ma gode a farsi prendere per i fondelli rimettendoci pure le penne. Proprio al Cairo i delegati di Hamas e quelli di Fatah hanno raggiunto un accordo di riconciliazione per la formazione di un governo e per tenere elezioni entro un anno. Obama ha raccolto questa apertura tra le due fazioni per rilanciare la proposta della creazione di uno Stato Palestinese nei territori del 1967 in cambio del riconoscimento da parte di quest’ultimo del diritto all’esistenza di Israele. Ma già questa mi sembra una pagliacciata poiché Israele c’è, esiste e si fa sentire con i suoi eserciti ed il suo arsenale nucleare. Gerusalemme non ha bisogno dell’obliterazione degli islamici per materializzarsi mentre sono gli altri ad avvertire questa esigenza vedendola ogni volta respinta. Questa propositività statunitense rientra nel quadro di una strategia, in fase di collaudo, che mira a ridefinire il proprio ruolo nel mondo arabo e mediterraneo attraverso riforme di facciata, allontanamento dei despoti, aiuti economici e libertà di espressione per i giovani attraverso i new media. E’ il soft power col quale la Casa Bianca prova a puntellare la sua sfera di attrazione egemonica messa a rischio dalla risalita geopolitica di nazioni come Cina, Russia, Turchia e Iran che si spingono coi loro interessi su questa medesima area. Gli americani sono maestri di queste cose perché su tale terreno non temono concorrenti. In un servizio in Tv di qualche settimana ho visto un intervistatore italiano recatosi in Tunisia raccontare con trasporto emotivo la rivoluzione dei gelsomini. Costui raccoglieva ed amplificava l’entusiasmo dei giovani del Maghreb per il vento di cambiamento spirante su tutta l’area. I rivoltosi in erba ribattevano che era tutto merito della rete, di facebook e di twitter e che in mancanza di tali mezzi nulla sarebbe accaduto. O ci sono o ci fanno questi giovinastri senza sale in zucca. Se le tirannie non avessero perduto la loro serietà di un tempo, se non fossero state abbandonate dai governi occidentali che prima le finanziavano, ahi voglia loro a sputacchiarle con i post sui blog e le invettive internautiche. Per questo mi stanno simpatici i cinesi, gente ancora tutta d'un pezzo che sa organizzare una repressione coi controfiocchi prevenendo il peggio, mettendo i cannoni nei fiori e sradicando la gramigna persino dal vocabolario. Comunque, dicevo all’inizio, si tratta di un gioco delle parti poiché il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al Congresso degli Stati Uniti, ha fatto la sua controproposta applauditissimo dai congressman. Obama ha chiesto 100 per avere 10 da B.B., ovvero niente rientro nei confini del ’67, sì a qualche cessione territoriale, Gerusalemme resterà Capitale unita d’Israele ma, soprattutto, i palestinesi devono accettare uno Stato smilitarizzato. I due leaders si erano insomma messi già d’accordo, due mercanti compassati nel suk della democrazia che fanno i conti nelle tasche degli altri costringendoli ad un pessimo affare. Chiedere, come fa il capo israeliano, agli arabi di rinunciare all’esercito e ai corpi speciali è come dire: "non avrete mai una cosa che assomigli pur lontanamente ad uno Stato per quanto lottiate o trattiate". Se quest’ultimo non può essere strumento di forza coercitiva si riduce ad un ufficio anagrafe senza importanza. Qui verranno registrate le nascite e i decessi di quegli sventurati che chiedendo pace e terra riceveranno quiete eterna sottoterra. Il corteo democratico di questa epoca nuova  assomiglia ancora al solito antico funerale dei deboli delle ere precedenti.

PIANGI CHE BEN HAI DONDE, ITALIA MIA

Nel turbine degli eventi internazionali di questa fase la Signora Italia viene sonoramente sculacciata e disonorata senza che alcuno si preoccupi del suo onore e della sua dignità. “Or fatta inerme Nuda la fronte e nudo il petto mostri, Oimè quante ferite, Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio, Formesissima donna!… Sì che sparte le chiome e senza velo Siede in terra negletta e sconsolata, Nascondendo la faccia Tra le ginocchia, e piange…” Forse retorica antica ma modernissimo dramma. “Chi la ridusse tale?” “Chi la tradì?” Non sapremmo da dove e da chi cominciare ma abbiamo sotto gli occhi i suoi abiti a brandelli e la sua sconsolata e sconsolante decadenza. Il mondo ha iniziato a giocare duramente e noi periferia ancillare dell’impero ci siamo ritirati senza tentare alcun gesto pugnace. E siamo finiti “in così basso loco” dove ci calpesta la storia e di noi fanno strame governi vicini e lontani. Eppure, una speranza fioca si era manifestata negli ultimi anni con un protagonismo economico e politico sulla scacchiera geopolitica che sembrava offrire diverso avvenire. Sono bastati pochi mesi per arretrare nuovamente di decenni. Un assalto ad un Paese amico che ci approvvigionava e ci apriva gli orizzonti arabi ed è crollato il ponte del mediterraneo. Con questa débâcle anche le rotte dell’est si sono fatte via via più impervie fino a lasciarci isolati in una affollata Comunità Internazionale dove ci tengono prigionieri e ci percuotono affinché nessun desiderio di gloria e di indipendenza si ripresenti. Leggevo ieri in una intervista al responsabile della sicurezza dell’Eni, ex 007 del Sismi, che con la guerra a Tripoli la nostra migliore impresa di punta, leader mondiale e assoluta dominatrice del mercato energetico, è stata costretta a sbaraccare e ad abbondonare celermente i suoi impianti. Lì avevamo praticamente sbaragliato ogni concorrenza ed eravamo i padroni assoluti del deserto e dei suoi giacimenti. Domani non sarà più così perché galli da combattimento, aquile imperiali e volpi aggressive hanno dichiarato e combattuto questa guerra per conquistare un terreno che non apparteneva loro. Ecco cosa racconta la barba finta: “Il 18 marzo, in coordinamento con l’unità di crisi della Farnesina, abbiamo concluso le operazioni di rimpatrio. Oggi in Libia non abbiamo più nessuno. La produzione è sospesa, in applicazione dell’embargo decretato dalla coalizione internazionale”. Ma il Ministro degli esteri Frattini, un’oca ammaestrata che si atteggia a rapace della diplomazia, dice che per l’Italia non cambierà nulla laddove tutto è già radicalmente mutato. Stessa situazione in Tunisia, Marocco, Iran, Pakistan, aree in ebollizione dove solo appoggiandoci ad alleati attrezzati e con interessi collimanti ai nostri avremmo potuto augurarci di mantenere salde le nostre prerogative. Ma si è spezzato quell’asse di cointeressenze e quella rete di rapporti che partendo da Mosca toccava Tripoli, Ankara, Algeri e persino Teheran. Se tutto si è dissolto così in fretta significa che la nostra azione in campo estero era debole, eppure il tracciato delle iniziative intraprese era corretto. Ci sono mancati la forza, la visione e gli uomini all'altezza. A tanto occorre inoltre aggiungere che l'Eni viene presa di mira pure dall'interno della nazione dove agiscono quinte colonne le quali dietro il paravento della tutela ambientale, l'idiosincrasia per la società dei consumi, l'ideologia rivoluzionaria anarco-comunistica si fanno strumento, più o meno consapevole, dell'indebolimento industriale e politico italiano. Il fatto grave però è che siamo stati ancora ingannati dai nostri governanti, abitanti della terra di Leopardi che si muovono come gattini ciechi. Ed Allora, “Piangi, che ben hai donde, Italia mia”.

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La denuncia del capo della sicurezza dell'Eni:

"Nostri pozzi assediati da Al Qaida e anarchici"

di Luca Fazzo

Parla Umberto Saccone, capo della sicurezza del gruppo: "In tutto il mondo dal 2009 abbiamo subito 49 attentati. Ci considerano un simbolo negativo della globalizzazione. in Libia la produzione è sospesa per l'embargo. Da gennaio abbiamo evacuato 373 dipendenti

Da Al Qaida agli anarchici: e nel mirino degli attacchi c’è sempre lui, il cane a sei zampe di Eni, simbolo del business petrolifero targato Italia. I dati degli attacchi a Eni in Italia e all’estero fanno impressione: 49 «atti ostili» in Italia dal 2009 ad oggi, 36 dipendenti rapiti qua e là per il mondo dal 2007. A fronteggiare gli attacchi, un ex 007: Umberto Saccone, colonnello dei carabinieri e poi capocentro del Sismi all’estero, dal 2006 capo della sicurezza di Eni.

I ribaltoni nei paesi arabi hanno cambiato lo scenario in cui vi muovete. Perché avete deciso di allontanare tutti i dipendenti Eni dalla Libia?

«Perchè non c’erano più le condizioni di sicurezza, che per noi sono una priorità. Il 18 marzo, in coordinamento con l’unità di crisi della Farnesina, abbiamo concluso le operazioni di rimpatrio. Oggi in Libia non abbiamo più nessuno. La produzione è sospesa, in applicazione dell’embargo decretato dalla coalizione internazionale. Le infrastrutture sono state messe in sicurezza in modo da riprendere la produzione appena la situazione lo permetterà».

Non è la Libia l’unico posto agitato, in quelli dove andate a estrarre petrolio.

«Abbiamo complessivamente diciassette aree di crisi. Dal dicembre 2010, è stato tutto un incendiarsi dal Marocco fino all’Iran, dall’Oman al Sudan. Da queste aree abbiamo evacuato da dicembre 373 persone. In Egitto e in Tunisia quando la composizione di un nuovo Stato ha preso forma li abbiamo riportati sul posto. Ma teniamo gli occhi aperti, perché non è detto che i paesi stiano andando verso una definitiva stabilità».

Come vivono i vostri dipendenti questo andirivieni?

«Sanno che quando li facciamo tornare in quei Paesi è perché siamo sicuri che la situazione si é tranquillizzata. Non ci assumiamo rischi non prevedibili e non gestibili».

Osama Bin Laden teorizzava l’attacco non ai pozzi, patrimonio del popolo arabo, ma alle infrastrutture, cioè proprio agli impianti di aziende come Eni. La sua uccisione migliora la situazione?

«Da anni il dibattito sui network della jihad globale afferma che colpire gli interessi petroliferi è la vera jihad economica, cioè il modo migliore per colpire gli infedeli. La morte di Osama non cambia lo scenario, il network jihadista ha cellule in Irak, nello Yemen, in Arabia Saudita, in Algeria, in paesi come Mali e Mauritania, fino all’Emirato islamico del Cucas
o. Io credo che esista un testamento ideologico ed economico di Osama. Ma alla fine la leadership verrà presa da chi sarà in grado di meglio colpire gli infededeli e di finanziare tutte le altre Al Qaida di questo network mondiale».

Dei paesi dove Eni è presente qual è oggi il più rischioso?

«Indubbiamente il Pakistan, dove Al Qaida ha dimostrato possibilità oggettive di muoversi e di colpire. Noi però siamo presenti al sud e nella capitale Islamabad dove il territorio è presidiato dalle forze di sicurezza in maniera più capillare».

Quanto vi preoccupano gli attacchi che subite in Italia?

«Preoccupa l’impennata molto forte che c’è stata dopo l’avvio della “rivolta dei gelsomini” nei paesi arabi. Ma a Bologna e a Firenze sono state fatte operazioni di polizia che hanno immediatamente circoscritto questi fenomeni».

Perché tanti ce l’hanno con voi?

«Ci sono gli avversari della globalizzazione, i difensori dell’ambiente, i movimenti contro i consumi. Le aziende con una forte identità come Eni sono un obiettivo privilegiato. Noi con queste realtà cerchiamo il dialogo, ci confrontiamo, cerchiamo di capire le loro ragioni e di spiegare le nostre».

E vi stanno a sentire?

«Con molti di loro si riesce a ragionare, gli spieghiamo il tipo di impegno di Eni nei paesi in cui opera, ragioniamo con loro su come migliorare ancora».

Ma gli attentati continuano. Alcuni, evidentemente, non li avete convinti.

«Evidentemente i loro motivi reali sono diversi da quelli che professano».

Lei ha scritto un libro, «La security aziendale nell’ordinamento italiano», in cui affronta anche i rapporti tra la security delle aziende strategiche e i servizi segreti. Come sono le vostre relazioni con la nostra intelligence?

«La partnership tra pubblico e privato è la migliore risposta a quanto sta accadendo nel mondo. I nostri rapporti con i servizi di informazione italiani sono ottimi, d’altronde abbiamo un obiettivo comune che è la creazione di maggiore sicurezza per tutti».

I nostri servizi segreti dovrebbero difendere la collettività. Voi vi occupate della sicurezza di una azienda privata. Che garanzie ci sono che le informazioni di cui entrate in possesso siano usate solo a difesa degli interessi pubblici?

«La risposta è semplice: le strutture di Eni approvvigionano energia al paese, e sono soggette al segreto di Stato. Lo Stato deve tenere salde le proprie prerogative. Ma tra queste c’è anche la difesa del proprio potenziale difensivo, di cui strutture come le linee di approvvigionamento energetico sono una componente indispensabile. Quindi è naturale che la tutela dei nostri asset avvenga sulla base di una integrazione tra i nostri dispositivi di sicurezza e quelli dello Stato».

Lei stesso è stato a lungo uno 007. Che differenza c’è tra il suo lavoro di allora e quello di oggi?

«L’approccio di fondo è lo stesso: un operatore dell’intelligence è uno che si colloca prima degli eventi, perché quando gli eventi si verificano vuol dire che lui ha già perso».

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