BASTA CON LE PAL(L)E SULLE ENERGIE RINNOVABILI (scritto per tiscali)

defilippo

 

Il Governatore De Filippo fa la voce grossa con Roma e con le compagnie petrolifere, raccogliendo un sentimento di malcontento che pervade, et pour cause, tutta la comunità lucana. Questo è positivo ma non deve accoppiarsi col sempiterno straccionismo antimodernista e antindustrialista dei circuiti nazi-ambientalisti e fascio-ecologisti dell’era primordiale, quelli che tentano inesorabilmente di ributtare la nostra terra indietro di millenni. Ed, infatti, i taleban della vita frugale a caviale e champagne e del ritorno alle caverne con le paraboliche si sono fatti avanti ricominciando a sparare pa(l)le eoliche e pannelli ad “insolazione” solare che ottundono la ragione ma non producono l’energia necessaria alle attività umane. Che in Basilicata si debba rivedere tutto, dalle royalties all’entità dei risarcimenti al territorio, con particolare attenzione a quelle alle aree che accolgono gli impianti petroliferi restandone deturpate, nessuno lo mette in dubbio. Dobbiamo smettere di farci colonizzare da chicchessia in cambio di briciole e contentini formato “carta carburante”. Vogliamo lavoro, sviluppo e tutto quello che ci spetta. Tuttavia dobbiamo, altresì, impedire che l’armata naturista delle tenebre ci faccia perdere il vantaggio di essere una terra ricca di risorse che, a causa di battaglie di retroguardia, rischierebbero di rimanere inutilizzate. I pregiudizi energetici aggravano i nostri attuali problemi e ci sospingono nel baratro dei sovvenzionamenti pubblici i quali perpetuano ciò che è profittevole per pochi – cioè per quelle associazioni e combriccole che campano della natura verde dei bigliettoni – ma diseconomico per tutti. Perché a questo servono il sole ed il vento, pomposamente chiamati in causa nell’elogio delle energie pulite e rinnovabili, oltre che ad attirare ogni specie di lestofante e di organizzazione criminale che pullula dietro i soldi facili elargiti dal pubblico. Se i “palisti” a vento e i “pannellisti” a corto raggio ammettessero almeno che siamo di fronte ad energie ausiliarie potremmo ragionarci su e capire quali sono le prospettive future e gli ambiti di ricerca sui quali puntare. Ma loro no! Hanno imparato la pappardella ripetuta dai loro santoni verdi e dai leaders politici arancioni del sole ridente alle nostre spalle (colore della ingannocrazia politically correct, con sfumature di destra e di sinistra) e vorrebbero imporcela insieme a tutto il resto, cioè all’impoverimento finanziario e all’arretratezza culturale. Senza le regalie statali ed il rincaro delle bollette che ricade sui contribuenti, eolico e solare avrebbero già fatto flop. Come ha scritto il prof Franco Battaglia, esperto del settore messo ai margini della comunità scientifica dalle mafie ecologiste ed accademiche, il vento soffia quando vuole ed il sole brilla quando piace a lui, non di certo quando noi lo pretendiamo. Ciò significa che la possibilità di imbrigliare l’energia che ci serve (nel momento esatto in cui ci serve) è limitata da condizioni specifiche che, stando all’attuale sviluppo tecnologico, non possono essere ancora modificate e sfruttate per i bisogni dell’apparato produttivo. Domani chissà, ma oggi la situazione è questa e valutata la conformazione del nostro sistema di produzione sociale e di sviluppo industriale non ci sono altre strade. A meno che non diamo retta ai sogni degli icariani mondiali che ci indicano la via di un altro mondo possibile solo per ingrassare la loro borsa valori e spedirci depauperati all’altro mondo sventuratissimo e possibilissimo. Ed allora, considerato che almeno per i prossimi decenni, petrolio e gas, resteranno indispensabili agli Stati e al mantenimento della loro potenza geopolitica (tanto che continuano a scoppiare guerre e diatribe lungo le vie dell’oro nero e di quello blu), facciamo valere le nostre ragioni e chiediamo di più agli organi istituzionali centrali. Siamo la Basilicata e non un paese nordafricano che se recalcitra, purtroppo per esso, viene bombardato come accaduto in Libia e potrebbe ancora avvenire in Algeria. L’Italia ha fame di risorse e la Basilicata è il suo granaio energetico. Saremo certamente disponibili ma a condizioni reciprocamente favorevoli. A meno che, per un pugno di voti e per codardia elettoralistica, non si voglia assecondare chi ci manderà in rovina.

I MACCHERONI DI REGIME

 

cucina-maccheroniPer avere a che fare con certi maccheroni di regime bisogna essere di grano duro. Trattandosi però di un confronto tra impastatori di trame, vince chi è più vermicello o chi è più maltagliato. Guardandoli con le mani nella pastasciutta riusciamo a capire come fanno a sedere alla stessa tavola imbandita il troccolo Frattini e la mezzaluna del governo provvisorio libico Ali Zeidan, la tro(n)fietta La Russa e il fidelino Jalil, presidente scotto del CNT. Il 27 settembre scorso, lo gnocchetto Frattini, ha aperto alla Farnesina un convegno intitolato “il mosaico libico e la tessera italiana”, invitando 50 esperti (?) e le nuove autorità libiche per inaugurare il ristorante dei futuri rapporti economici e culturali tra i due stati. Lo scialatiello Zeidan ha sfottuto la nostra bavetta degli Esteri affermando che continueranno a comprare pasta dall’Italia e quindi noi a produrla ed esportarla per loro. A questo ha aggiunto che l’Italia non ha mai migliorato i piatti libici, né in termini culturali, né politici. Solo tripoline crude alle quali lorsignori voraci oggi preferiscono paté de foie gras ed hamburger all’americana. Fine dell’amatriciana, passiamo al secondo (posto). Ridotta la nostra nazione ad un pastificio di tonnarelli, mentre già tutti gli altri paesi ci considerano chi un’industria di ortaggi secchi, chi un caseifico di provoloni, il bigol(o) politico di casa nostra si è alzato con la coda tra le gambe, senza abbaiare alla trenetta presa sul collo, per recarsi ad una più importante presentazione di un ricettario sulle azioni di contrasto allo sfruttamento degli animali. Frattini era coinvolto direttamente in questa vicenda avendo da tempo perso la posizione eretta ed essendo un ghiottone di figure e pasta barbine. Qualche settimana più tardi si sono invece incontrate la fregnaccia La Russa e la linguina Jalil  dalla cui bocca sono usciti ingredienti indigeribili circa il passato colonialista nostrano sulla quarta sponda. Ha riferito Jalil che “Durante il colonialismo italiano ci fu un’era di grandi costruzioni e sviluppo, mentre gli ultimi 40 anni con Gheddafi sono stati l’esatto opposto […] Penso che durante il colonialismo italiano ci fosse una legge giusta, c’era sviluppo agricolo. Invece con Gheddafi tutti i valori e i principi sono stati demoliti e rovesciati, le risorse libiche non sono mai state usate per i libici”. Giusto il contrario di quello che aveva affermato il suo aiuto cuoco alla nostra pappardella diplomatica, detto altrimenti il bombardone romano ripieno di boria. E meno male che lo chef Berlusconi qualcosa di buono lo aveva condito con il nostro dirimpettaio ammettendo responsabilità storiche all’olio di ricino e torchietti violenti fino alla morte verso gli autoctoni soggiogati. Ma noi italiani siamo bravissimi a passare dalla padella alla brace e da una pietanza all’altra credendo anche di essere i più furbi. Adesso ci tocca l’amaro (in bocca) e siamo pure soddisfatti della scodella di lenticchie che i nostri amici occidentali ci hanno fatto ingurgitare a forza. Nessuno però critica il cattivo servizio dei nostri governanti, chiamati così perchè sono la versione al maschile delle governanti. Buona pennichella post-prandiale, al popolo sfarinato ed elicoidale.

FORZA GNOCCA, ABBASSO I MINCHIONI

 

bungaForza gnocca, abbasso i minchioni. Rialziamo le lampo dei calzoni e chiudiamoci dentro per sempre tutti i cazzoni istituzionali. I falli sono fallaci, le gnocche sono veraci. Il membro è della casta, la patonza della massa. Buttiamo giù dal transatlantico il coglione di regime ed edifichiamo il sistema della figa ad ampio regime. Sbarriamo la strada a Casini e riapriamo i casini. Meglio la virago del ladro, meglio la velina demente del parlamentare impotente.

Perché peggio di così non può andare, alziamo la bandiera rossa del ciclo mestruale. Sarà stata pure una battuta triviale, ma meglio sbattere che così governare e gestire, meglio battere che lasciarsi andare e perire. Come diceva l’illustre cantautore, in questo reame, sta finendo tutto a grandi puttane. Ed allora viva il gabinetto delle mignotte e fuori dal parlamento le altre bigotte. Portiamo la vacca al potere e togliamoci di torno i maiali di mestiere. Per smantellare la baracca affidiamoci alla baldracca, per ripristinare l’onore azzeriamo il pudore. Prendiamo le lucciole e posiamo le lanterne, abbandoniamo i porci al loro destino ed edifichiamo l’esecutivo del coito continuo. Lotta dura per la verdura, niente più cetrioli e zucchine di questa dittatura virile ma solo fiche e patatine per il nuovo sistema femminile. La peripatetica diuturna è sempre meglio dell’uomo politico notturno con la faccia scrotale e il braccio inturgidito nella cassa statale. Con le passeggiatrici di strada andremo lontano mentre con i loro clienti politici da marciapiede ci abbiamo rimesso il sedere. La vulva è un orizzonte sempre fulgente, il pene un astro spesso cadente. Votiamo per il partito delle mondane che ci offre una tana e mandiamo in pensione i vecchi parlamentari attaccati alla sottana. E se pensate che io sia solo impertinente e volgare sono in buona compagnia e tanto non me ne cale, da Dante a Marziale. Ché il primo già bestemmiava citando l’oggetto trocaico (Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, /gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”) ed il secondo gli andava appresso invocando il fratello maschile più prosaico (Hai trenta ragazzi e altrettante ragazze sotto mira. Ma che farai tu con un cazzo solo che non tira?). L’ultima del poeta latino la dedico a Berlusconi che deve ringraziare la flebo se non ha ancora fatto la fine di Febo.

LA MANIA DELLE RIUNIONI (SCRITTO PER TISCALI)

Quando non ci si vuole assumere la responsabilità dei propri incarichi, pure lautamente pagati a spese di una collettività che versa la pigione senza poter mai scrutare le manovre all’interno del Palazzo, si procede costituendo comitati d’inchiesta, commissioni di vigilanza, consigli di verifica, collegi di valutazione e quant’altro possibile al fine di procrastinare i provvedimenti e continuare a burlarsi del prossimo. Se qualcuno chiede risposte puntali e rapide ai suoi problemi ottiene dalla politica e dalla pubblica amministrazione soltanto la fissazione dell’ordine del giorno e la data della prossima riunione, nella quale si rimanderà, ovviamente, ad un futuro incontro che invece di dare responsi indicherà ancora il luogo e l’ora di un altro tavolo di discussione. Nel frattempo si moltiplicheranno corpi ed organi di controllo che all’infinito otterranno la maniera di perpetuarsi abbandonando lo scopo per cui erano stati istituiti.

Diceva Napoleone che le malefatte collettive non impegnano nessuno, quindi basta indire un’assemblea che via via diventa permanente (benché possa mutare di denominazione), tra managers e politici per rimuovere gli obblighi individuali e affossare la verità generale. Questa situazione mi ricorda anche una poesia di Majakovskij intitolata “La mania delle riunioni”. In epoca di pieno disprezzo per le dittature (esaurite) e di supremazia del pensiero unico liberale, capita di scoprire che i propugnatori delle fede democratica si rifacciano all’ideologia opposta per obnubilare la vista al popolo. Prendiamo il caso della Fenice di Melfi di proprietà del gruppo EDF. Si è scoperto che il termovalorizzatore in questione inquina l’area in cui è situato, per versamenti nelle falde acquifere di sostanze come nichel, Mercurio, fluoruri, nitriti, tricloroetano, tricloroetilene, ecc. ecc. Chi doveva monitorare la situazione presentava alla Regione dati incompleti e chi doveva chiedere ragione di quei numeri faglianti si girava dall’altra parte. Questo viene attualmente scritto sui quotidiani. Adesso le colpe si rimpallano da un ente all’altro e da una persona all’altra, cosicché la comunità oltre al danno degli scarichi che rovinano l’ambiente deve anche patire l’oltraggio dello scaricabarile che rovina il fegato. Non è credibile che le varie incombenze tra apparati e funzionari non fossero state già fissate in precedenza per cui, prima d’annunciare qualsiasi ulteriore vertice, vorremmo vedere i rei di distrazione o gli indiziati di noncuranza fuori dalle venture sedute di chiarimento e di decisione. Anzi, ci piacerebbe che fossero questi stessi uomini delle istituzioni, già chiamati in causa per via del ruolo che ricoprono, a fare un passo indietro per non influenzare l’iter di accertamento e la tanto auspicata risoluzione. A poco serve il tardivo rimboccarsi le maniche nel tentativo di rifarsi una coscienza post festum. Dovevano pensarci in tempo perché già rimunerati per farlo. Ma al duro lavoro si sono preferite le polemiche sui giornali e questo è il pessimo risultato sotto gli occhi di tutti.

«Oh, poter fare ancora una riunione per togliere di mezzo tutte quante le riunioni!» . 1922 (W. Maiakovski, da “marcia di sinistra”)

CACCIATI E SPENNATI

 

la russaItaliani: pane, amore, fantasia. Popolo di santi, navigatori ed amatori, spaghetti e mandolino, pistole e preservativi, pizza e mozzarella ‘ncoppa, cantanti, cantautori e canzonatori, dop, doc e IGT, tarantella e taranta, pizzica e bballe ‘o roccorol, o’ sole mio ed il mare impetuoso al tramonto. Certo, noi italiani siamo anche (ma, ça va sans dire, non solo) i nostri luoghi comuni che esportiamo all’estero, insieme al resto, per venderci meglio e fare i mariuoli con gli altri e tra di noi. Nessuno lo nega, ma ora l’aria è cambiata e stiamo seriamente peggiorando. Non c’entra niente il bunga bunga ed il fichi fichi. Eravamo gli inimitabili esecutori del pacco, doppiopacco e contropaccotto ma poi sono arrivati La Russa e Frattini ed ormai facciamo solo la figura dei farlocchi e dei meschini. Metti due zucconi a guidare importanti dicasteri e le barzellette si capovolgono in realtà. Che non fa ridere. Gabbati e burlati dal francese, dall’inglese e dall’americano. E‘ questo il contrappasso che ci tocca dopo decenni di freddure sciovinistiche, a sfondo internazionale, favorevoli al connazionale. Iniziamo da La Russa. Uno con quel cognome doveva buttarsi nel business dei materassi o nella filiera delle gnocche dell’est da inviare al Premier ed, invece, ce lo ritroviamo a reggere il Ministero della difesa. Siccome La Russa se non spara bombe in Libia spara cazzate in Brasile si è messo in testa di fare la voce grossa con le autorità carioca per il caso Battisti. I vertici di Brasilia dopo aver sentito il suo nome hanno sbadigliato a lungo, ma non sono riusciti a chiudere occhio per i lamenti che provenivano da Roma. Battisti se lo terranno e dato che insistiamo con questa litania che disturba i loro sogni faranno saltare il banco di commesse strategiche per le nostre imprese di punta. Si parla di un giro d’affari intorno ai 10 miliardi di euro che coinvolge Fincantieri, Eni e Finmeccanica. Guarguaglini e Scaroni sono preoccupati, dopo i deserti della Sirte temono di vedersi sbarrate anche le spiagge di Rio. I soldi, tuttavia, li perderà il sistema-paese e non La Russa che anziché finire in Siberia, come meriterebbe, potrebbe ricevere una vacanza premio a Copacabana dai nostri concorrenti esteri. Passiamo a Frattini. Questo rapace della diplomazia nostrana col becco di pollo e la coda di pavone aveva rassicurato la pubblica opinione nazionale sui risultati della guerra e sulla messa in sicurezza degli interessi italiani grazie agli accordi presi col CNT. Ma i versi accalorati del nostro allocco ministeriale stonavano con quelli dell’aquila imperiale che aveva evitato di inquadrarci tra i predatori in volo di Tripoli, nonché amici piumati dei capponi di Bengasi. A ciò si aggiungeva la trasvolata anzitempo, a beccamenti ancora in corso, di Cameron e Sarkozy, per accreditarsi quali unici fringuelli liberatori della Libia. Oggi, ben al di là dei cinguetii di Frattini che affibbiava ai critici italiani l’appellativo di gufi antipatriottici si scoprono finalmente le carte e per noi sono una sfilza di due di picche. Le PMI stanno trasmigrando dal Paese nordafricano perché scalzate dalle omologhe anglo-francesi. Lo denuncia il Presidente della camera di Commercio Italafrica Centrale secondo il quale  Tripoli e Roma non cantano affatto sullo stesso ramo, e questo a tutto danno delle nostre aziende che sono costrette a lasciare le gabbie dorate per far posto ai barbagianni di Parigi, di Londra e financo di Ankara. Insomma, noi non eravamo uccelli del malaugurio quando insinuavamo che saremmo stati coperti da escrementi di piccione e lui non era un falco con la vista lunga quando affermava che c’era mangime per tutti. Anzi, ha venduto l’uccello sulla frasca senza nemmeno averlo avvistato ed ora si ritrova in pentola come una quaglia. Così, a causa di un tordo che si crede un politico, siamo stati tutti spennati e siamo rimasti senza il becco di un quattrino. Complimenti a lui e all’uccello che lo ha messo al mondo istituzionale.

IL CUORE NERO DELL’AMERICA

Si è sempre detto: incazzato nero, nero come l’oscurità, essere d’umore nero, avere l’anima nera. Tuttavia, un tempo i niggers andavano fieri della loro ira decalcata sul colore della pelle che non nascondevano dietro gli orpelli liberali ma preferivano tener ben visibile sulla canna del fucile, contro una società razzista che li costringeva ai margini e li considerava lo stuoino dell’umanità (G. Jackson).  E tanto, nonostante eventi e promesse che avrebbero dovuto garantire loro la parità con l’uomo bianco:  dalla guerra civile, al proclama di Lincoln, dagli acri di terra che non videro ai muli che non ebbero, per approdare alle esplosioni di rabbia e alle rivolte nei ghetti, tentativi di ridistribuire in proprio le merci che il sistema non regalava,  immancabilmente finite in un bagno di sangue. L’unica cosa che non tolleravano era quella di essere accostati alla scalogna e ai gatti neri perché loro erano Pantere che al posto degli artigli avevano pallettoni. Poi è arrivato Obama il creolo ed il colored è diventato una sfumatura progressista che disegna sogni e concretizza incubi.  Nemmeno il paonazzo alcolista con le allucinazioni, il mandriano del Texas a marchiatura Wasp, rozzo, fanatico e antisecolarista, è giunto a tanta crudeltà. E stiamo parlando di un esaltato autoproclamandosi messaggero di Dio e non di un semplice ambasciatore democratico che porta diritti civili e pene come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Perché è arrivato il momento mettere tutto nero su bianco. Barack Obama è il volto rassicurante eppur tremendo di quest’America violenta e sanguinaria che impone la sua pax caotica nel mondo con lo scopo di schiacciare chiunque ostacoli la sua forza o non si sottometta alla sua volontà di potenza.  Non si salva nessuno da questa inappellabile sentenza, nemmeno gli stessi cittadini statunitensi. Basta un drone ed il clone di Al Qaeda, o il presunto tale, viene annichilito seduta stante.  E’ successo recentemente all’imam Al Awlaki, nato in New Mexico da padre Yemenita, ma, a tutti gli effetti, figlio della Statua della libertà e dei valori dell’opulenza. Uomo preparato e con un forte seguito tra i musulmani d’oltreatlantico, veniva intervistato dalle maggiori testate giornalistiche nazionali e invitato al Pentagono “per promuovere il dialogo interreligioso”, nonché al Congresso per celebrare la preghiera per i parlamentari fedeli ad Allah. La sua vita cambia dopo l´11 settembre quando egli inizia a perorare la teoria del complotto interno. Non commette nessun reato ma afferma un’opinione diversa in un paese dove islam è diventato sinonimo di eversione. Da quel momento le forze speciali gli rendono impossibile l’esistenza tanto che è costretto ad espatriare. Viene arrestato nello Yemen, dove insegna all’Università, con l’accusa di aver tentato di rapire un militare yankee. In prigione le sue posizioni si radicalizzano. Non entro negli aspetti psicologici delle persone perché li ritengo sempre un rebus ma mi pare ovvio che se bracchi qualcuno, fino a farlo sentire in pericolo, è facile che costui salti il fosso e porti al parossismo le sue posizioni.   Per questo mi pongo e vi pongo una domanda. L’antiterrorismo stelle e strisce nasce per combattere gli avversari della comunità americana oppure è una centrale di provocazione che prima crea i suoi nemici e poi dà loro la caccia per affermare ed estendere i suoi interessi? Secondo me rientriamo nella seconda casistica e non lo dico per antiamericanismo preconcetto e ideologico. Dico questo perché tali episodi e il relativo modus operandi criminale stridono con le belle parole di una società che fa della legge, della Costituzione, della protezione dei diritti umani il proprio baricentro, tanto da pretendere di esportare tutto il pacchetto umanitaristico nel resto del pianeta. La vita di Al Awlaki era protetta proprio da quella Legge Suprema e da quella proceduralità giudiziaria che è sempre sulla lingua dei Presidenti d’oltreoceano e dei loro lacchè occidentali. Il Citizen Al Awlaki, in quanto connazionale di Obama, doveva essere portato davanti ai giudici come ha rivendicato inutilmente il repubblicano Ron Paul, ma gli avvocati di Washington ci hanno messo cinque minuti a trovare la copertura legale per l’ennesimo misfatto perpetrato in nome della civiltà. Sarà pur vero che sia stato Bush ad incominciare questa caccia spietata al sovversivo  ma è Obama, premio Nobel per la pace, che la sta portando alle sue estreme ed incontrollabili conseguenze. Come ha scritto Guido Olimpo sul Corsera: “La catena burocratica creata sotto Bush è continuata anche con Obama. Anzi, la presidenza, in piena sintonia con l’intelligence, ha scelto i droni come l’arma principale nella lotta ad Al Qaeda. Veri mietitori del cielo che hanno incenerito militanti arabi, ceceni, uzbeki, pachistani, somali scovati nei loro inaccessibili rifugi”. Le persecuzioni e le guerre americane hanno oggi i tratti somatici di un nero che parla al cuore della gente e trama alle sue spalle in modo subdolo e banditesco. I suoi discepoli sono anime belle e filantropi progressisti che un tempo divellevano le piazze, si vestivano di fiori e fumavano spinelli ma che oggi fanno i moralizzatori e mandano in fumo le speranze dei popoli recalcitranti alla prepotenza. Lo zio Tom e lo zio Sam si sono messi insieme per fotterci tutti e ci stanno riuscendo. Soprattutto qui da noi che abbiamo Veltroni anziché i droni.

SIAMO ITALIANI O SCARPARI?

dellavalleIl nostro è un periodo di manifesti indignati di carta e di indignados irritati di cartone che sfilano come carri armati, per ora solo allegorici, in piazza contro le piazze affari mondiali. Il testo sociale di costoro è però troppo sbiadito per essere compreso dai molti poichè la carta carbone della loro rivolta è quella di cento anni fa e non va più bene per un’epoca con pochi minatori ed ancora troppi sciacalli delle ferriere. Tutti si dicono inorriditi dallo sbandamento della classe politica italiana e dal rotolamento del paese lungo i piani inclinati della crisi che non sono propriamente come i piani di morbidezza di una nota pubblicità della carta da bagno. Avverso il default da carta straccia borsistica ognuno ha la sua ricetta, sempre di carta, più per ripulirsi la coscienza a danno degli altri che per risollevare l’intera nazione. E’ vero che la débâcle finanziaria ha portato allo scoperto la montagna di carta dei derivati ma non è con la carta igienica diffusa a mezzo stampa che si fermerà lo sciacquone che ci sta scaricando nella fogna dei tempi. Questo vale tanto per gli industriali intenti alla minzione di gruppo, i quali si mettono insieme per stilare rotoli di banalità, che per quelli “sciolti”, come Diego Della Valle, il quale preferisce comprare spazi di “carta pecora” sui giornali per divulgare le sue amenità ricalcate su pagine falsità. Proprio lui che ora fa il guappo di cartapesta alzando la voce col Governo non ci pare sia mai stato come un foglio trasparente. Si sente un vero patriota con la carta del successo tra le mani ma dà appuntamento ai connazionali solo lungo les boulevard de Paris sacramentando e scrivendolo sui quotidiani, senza vederci in ciò alcuna contraddizione. E poi si scaglia contro la casta dall’alto del pulpito dei poteri forti ai quali appartiene i quali, stranamente, si accorgono del malcostume politico soltanto quando la misura del Paese è colma e la loro cassa non abbastanza stracolma. Difficile prendere lezioni d’italiano e d’italianità da uno che di mestiere fa le scarpe agli altri, sperando che gli altri ci rimettano sempre le suole. Quanto meno non è di buon auspicio per via della famosa massima popolare.  Della Valle si lamenta della situazione, impreca sui politici e sulle loro bende agli occhi, ma compra i treni in Francia, fabbrica le scarpe in Cina, nasconde il malloppo in Lussemburgo e fa le morali a Roma. Con quest’etica cartonata di business al più si lanciano pacchi al prossimo, mentre difficilmente si infiocchettano soluzioni per il bene collettivo. Casa Italia va in pezzi, ma lui, col suo amico Montezemolo ed i suoi sodali banchieri, ha un nuovo progetto di ristrutturazione pubblica e si è messo in fila per rifarci il Gabinetto. In fondo a destra.

MINACCE DI MORTE

La lettera inviata da Draghi e Trichet, il 5 agosto scorso, al Governo italiano è la prova che le burocrazie comunitarie hanno lanciato un’Opa sul Paese per stringerlo alla gola. All’Italia viene imposto di rinunciare a tutte le sue prerogative politiche per essere soggiogata da organismi finanziari con denominazione europea e pertinenza extra-continentale. Il fatto che sia stato un conterraneo, con passaporto Goldman Sachs, a sottoscrivere la missiva è cosa di gravità inaudita che meriterebbe una reazione senza precedenti. Il sunnominato banchiere sta collaborando con terzi esteri per schiacciare e iugulare le nostre istituzioni. Va sfiduciato immediatamente. Se fossimo stati un Paese con gli attributi, nei confronti del neo governatore della BCE sarebbe già scattata un’accusa di alto tradimento con conseguente assicurazione alla giustizia, ma da noi purtroppo non c’è più una giustizia, essendo questa impegnata a correre dietro alle gonnelle delle puttanelle. Questo è un golpe in piena regola che avrebbe dovuto allertare magistratura e apparati di difesa dello Stato. Ma ancor più pernicioso è stato l’atteggiamento del Gabinetto Berlusconi il quale, di fronte a tale ricatto che riporta alla memoria gli avvenimenti dei primi anni ’90, allorché la lira fu spinta in un baratro da quelle stesse massonerie finanziarie che ora ci dettano parsimonia ed equilibrio dei conti, piuttosto che informare i cittadini e di chiamarli ad una risposta popolare, ha piegato il capo scaricando su tutti noi la propria codardia ed inettitudine.

In Europa c’è chi sta peggio di noialtri, chi ha un debito privato maggiore, chi ha banche più compromesse e sull’orlo del fallimento, chi cresce poco ma parla tanto e chi fa la voce grossa pur avendo la cassa vuota. Dopo gli avvenimenti nel mediterraneo e la guerra in Libia non c’è più da traccheggiare. La mossa a tenaglia sulla Penisola viene condotta tanto con mezzi economici che con provocazioni politico-militari. Ci hanno buttati fuori dagli affari internazionali e pretendono anche di farci pagare il prezzo dei loro assalti al calor bianco. Rischiamo seriamente di sprofondare nella sentina di questa convulsa fase storica e di non tornare più in superficie. Siamo all’emergenza nazionale e il dibattito politico continua a girare intorno ai buchi, quelli tra le gambe delle signorinelle e quelli tra le mammelle della spesa pubblica. Tutto questo mentre nessuno si accorge della voragine epocale che ci sta inghiottendo. Considerato che le nostre manovre vengono scritte nell’eurotower di Francoforte e che la nostra politica estera viene dettata da Londra, Parigi e Berlino, non c’è più bisogno di mantenere alcun Parlamento interno. Lo Stato è in liquidazione ed i cialtroni di regime vengono a predicare contenimento e moderazione. Qui il morto ci scappa di sicuro, ma dalla loro parte.

LA LETTERA TRADOTTA IN ITALIANO

«C’è l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita»

Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011

Caro Primo Ministro,

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell’area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell’euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l’Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1. Vediamo l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2. Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l’assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.

Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.

Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

COME SI APPARECCHIA UNO STATO

 

medvedevIl Tremonti russo, il Ministro delle finanze Alexei Kudrin, è stato licenziato dal suo Presidente e dal suo Premier senza tanti convenevoli. Il calcio nel sedere che costui ha ricevuto dai Capi si è sentito da Roma fino a Washington. Gran fragore e poche parole. Così si detta l’Agenda politica da quelle parti e si tiene fede agli impegni assunti con l’elettorato. Kudrin, come il nostro fiscalista di Sondrio, veniva considerato l’uomo del rigore e dei conti in ordine dall’establishment finanziario mondiale, il volto presentabile di una nazione ancora imbrigliata nelle pastoie del soviettismo la quale, tuttavia, poteva avere qualche chances, almeno nella testa degli illusi occidentali, per integrarsi nel sistema globale aderendo ai meccanismi finanziari e ai diktat degli organismi economici planetari. Che ovviamente sono tutti eterodiretti dalla Casa Bianca. Kudrin vantava amicizie e legami negli ambienti esteri che valgono, si sentiva protetto dal suo saper stare tra la gente che piace alla gente che piace, criticava in pubblico ed in privato il dispotismo dei suoi superiori intenti, a suo parere, ad egemonizzare i gangli vitali del potere ricorrendo alle cattive maniere. Col Bon ton ed il self control s’impara forse a stare a tavola ma non a digerire e metabolizzare le questioni di Stato. Ma Kudrin si sentiva in grado di risollevare la Russia dalla crisi che l’ aveva investita sin dal 2008 mettendola a dieta. Proprio mentre criticava il servizio ha avuto il ben servito senza che nessuno si preoccupasse di perdere il cliente. Lui è restato a bocca aperta ma il Paese non rischierà più di restare a bocca asciutta, tra riduzione della spesa pubblica e manovre sulle pensioni, come da menù scritto dai suoi affini del FMI. Il Ministro è stato messo alla porta perché c’è un primato della politica sulla ragioneria e della geopolitica sull’economia che non può essere messo in discussione da tecnici rimpinzati di teorie ma a digiuno di sovranità nazionale. I russi confermano di essere gente di buona forchetta che sa apparecchiare le sue istituzioni e che non intende pagare conti salati per partecipare all’abbuffata di democrazia del mondo libero. Noi italiani dovremmo imparare da loro. Ed invece che facciamo? Non riuscendo a liberarci di Tremonti vorremmo ammettere al banchetto la sua versione dimidiata che si chiama Monti. Perché forse mangerà di meno? Forse perché, come qualcuno ha scritto recentemente sui giornali, costui sarebbe: “Un signore serio, pacato, equilibrato…che sa dove mettere la mani” (M. Gramellini, La Stampa del 28/09/2011)? Ci risiamo col galateo applicato alla ragion di Stato. La verità è un’altra. Vogliono Monti a capotavola perché questo sa certamente dove tenere le mani: nelle tasche degli italiani per saziare i poteri internazionali. Hanno preso l’Italia per un ristorante dove si mangia a sbafo, infischiandosene del fatto che è già ridotta ad una mensa dei poveri.

L’ANTICOMPLOTTISMO DEI COMPLOTTISTI

L’anticomplottista, come il conformista, è uno che sta sempre dalla parte giusta, potremmo dire parafrasando il bravissimo Gaber. Non vede il complotto perché entra lui stesso nella macchinazione quale attore protagonista, come fiancheggiatore ideologico delle forze-ombra o, ancora, facendo la comparsa, consapevole o incosciente, del gioco nel torbido e nell’ oscurità. Pertanto, non c’è nulla di più facile che nascondere i sabotaggi nazionali e mondiali  sotto chilometri di righe di buon senso, di frasi acute e di battute astute con le quali innalzare la propria lungimiranza e  rimarcare la propria distanza dagli intrecci del sottosuolo facendo passare gli altri per paranoici e mitomani. Per carità, a volte l’odor di congiura può entrare nel cervello ed annebbiare la vista, tanto da far vedere nemici ovunque, ma questo non implica che dove c’è fumo non ci possa essere anche arrosto. La cospirazione, pertanto, esiste, il passato è pieno di trame e di disegni invisibili che sono tali proprio perché non emergono mai completamente in superficie, pur segnalandosi con singoli episodi o eventi, ma, soprattutto, con gli effetti che producono. L’intrigo fa parte del carattere degli uomini e della Storia, e, prima ancora, di quello del potere che per sua natura agisce dietro le quinte per espandersi e rafforzarsi, per celare le sue asimmetrie e i suoi conflitti, proiettando sul davanti dalla scena sovrastrutture culturali, impalcature legali e sintesi sociali più o meno omogenee. E meno male che le cose vanno così perché una società totalmente trasparente, oltreché impossibile, sarebbe costantemente distrutta dai suoi nemici esterni e messa in subbuglio da quelli interni. Ma tutto questo Pierluigi Battista non lo sa. Oppure dobbiamo pensare che essendo lui giornalista del Corsera, quotidiano dei peggiori poteri marci italiani, in uno dei suoi ultimi articoli intitolato “Particelle elementari”, abbia proprio svolto quel compitino altrettanto elementare da pennivendolo al servizio del Sacro Ordine del Gran Capitale. Sostiene Battista che tra quanto accadde sul Panfilo Britannia (di cui ci parlano altri colleghi di Pigi in maniera meno convenzionale: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=2008) e quanto seguì subito dopo, tra sconquassi politici e arraffamenti delle proprietà di Stato, non vi sia correlazione. Non lo dice espressamente ma lo fa intendere con una scarna ironia da intellettuale superiore che disdegna l’incurabile complottista inferiore. Tanto che anche B. ci sarebbe caduto, forse perché le sue turbe sessuali si sono aggravate fino a diventare manie di persecuzione politico-internazionali. E’ la sindrome della “perfida Albione” altrimenti detta degenerazione anglofobica acuta. Parola di chi mangia solo concetti e vive di libere idee e non dello stipendio ritirato mensilmente dallo sportello della Stanza di compensazione dei padroni del vapore asserragliati nell’amministrazione della corazzata di via Solferino. B. sarà pure un vecchio psicolabile che si sente assediato, ma di Pierluigi Battista cosa possiamo dire? Che è schizofrenico oppure che è un bugiardo cronico?

 

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=14QRXH

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