MARCIANO I PACIFISTI…

paceMarciano i pacifisti panciafichisti ben in vista, ma non vedono le guerre di conquista. Sull’altare della democrazia a suon di bombe dispiegano il loro pensiero conforme. La loro pace assoluta si coniuga coi diritti civili e il libero pensiero che conduce dritti al cimitero. L’Onu dà loro la benedizione mentre la Nato porta a chi non ci sta l’estrema unzione. Nel nome della fraternità mondiale e della unione universale si affidano all’organismo internazionale. Una bomba, una fossa, una tomba per la pace eterna che trionfa con la risoluzione a favore per fare meno rumore. Costoro si riposano per la pace senza disturbare il gendarme americano che piace. Da Perugia ad Assisi, per la solidarietà e la tolleranza, mentre in Libia ed in Afghanistan si distrugge ogni speranza. Questa loro coscienza al tritolo fa più danni di un ordigno che rade al suolo. Sono loro l’anima del commercio delle idee occidentali e delle menzogne imperiali che spaccano il cuore sul bel suol d’amore ed in ogni dove. Sono senza vergogna e senza pudore, i figli di Ghandi e della Madonna, che mettono al centro le persone per colpirle in fronte senza troppe parole. Leggete la loro “Mozione Finale per la pace e la fratellanza dei popoli” dove si spacciano finzioni per buone intenzioni, dove reclamano tutto ma non fanno niente oltre che camminare scalzi seguendo la corrente. Si richiamano alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, auspicano dignità e eguali diritti fondamentali ma se è l’alleanza atlantica a massacrare e crivellare di colpi si girano dall’altra parte facendo gli gnorri. Pacifisti per vigliaccheria e servi per inclinazione, se la cantano e se la suonano ad ogni occasione, pretendono questo e quello, senza muovere un capello. Di ogni luogo comune ne fanno una religione, dall’inquinamento climatico alla deforestazione, piangono lacrime di coccodrillo per la terra che duole ma se ne fottono letteralmente della gente che muore. Sacerdoti del regresso e predicatori dei beni comuni a basso prezzo fanno affari con le tecnologie verdi, il bio(il)logico e gli stili di vita da depressi. Basta con l’individualismo, la mercificazione e il consumismo che declassano l’uomo a bestione, meglio vendere al prossimo un bel cofanetto d’amore, di confronto e letizia che se non si mangia almeno ci si consola con l’amicizia. Cioè noi a fare la fame e loro a sgranocchiare la pace e ad intascare il sovvenzionamento statale. Dai pulpiti mondiali, assistiti dai circuiti mediatici planetari, fanno le morali ma si comportano come maiali. Alle loro spalle si sgozza e si scanna ma il loro sguardo è sempre intento altrove, a scrutare un inesistente mondo pieno di calore. Non c’è modo peggiore per rendersi complici dei criminali che fingere di non vedere le loro mire coloniali. I pacifinti un tanto all’etto sono la feccia al servizio del quartetto (Usa, Italia, Francia e Inghilterra) che a Tripoli ha insediato un governo di terroristi e di razzisti i quali non sembrano propriamente dei boccioli di primavera. Altro che “mare di pace e benessere per tutti”…i farabutti! Ed anche se costoro si sentono migliori, superiori, dispensatori di concordia e di armonia sono soltanto degli imbonitori da sagrestia. Proprio loro che si nascondono dietro il vangelo e i colori dell’arcobelano i sono tra i primi sicari dell’Occidente e della reazione permanente.

ECONOMISTI PECORONI, POLITICI IMBROGLIONI

crisi-mondoPrima che sopraggiungesse la crisi economica, si dice la più dura dopo quella del ’29, eravamo circondati da migliaia di esperti del benessere perpetuo, da centinaia di vaticinatori della prosperità continua, da innumerevoli predicatori del capitalismo florido e progressivo che non conosceva confini. Arrivato il crollo finanziario gli stessi catechisti di questa realtà perennemente fertile e vigorosa si sono convertiti alla stregoneria borsistica, alla religione del default, allo spiritualismo monetario post-apocalittico. All’inizio era il verbo di Keynes o di Von Hayek, ora è il tempo di Nostradamus, nella sua versione liquido-catastrofistica alla Zygmunt Bauman o in quella gassosa-hegeliana alla Ulrich Beck. Per la verità c’è qualcuno che ha cercato di non saltare letteralmente di palo in frasca ma si è trovato ugualmente a commistionare stili e discipline per rimediare al suo mutismo di fronte all’imprevedibile (ma non troppo). Per aggirare l’inconveniente che ammutoliva e toglieva credito davanti alle platee bovine ci si è dati all’arte del dosaggio, tra scuole e pensatori, concetti e categorie, dottrine e teoresi. Meno Friedman e più Krugman, più statalismo e meno liberismo, maggiore sostegno alla domanda e più tasse per i ricchi, o viceversa, e la ricetta per l’avvenire veniva corretta almeno fino alla prossima previsione sbagliata. Ma in un caso come nell’altro si nota sempre più volentieri la presenza di un ingrediente che fa da amalgama al brodino economicistico, ovvero un fantomatico ritorno ad un’etica negli affari che, a quanto pare, in passato veniva snobbata e derisa (nonostante la filantropia di George Soros o di Bill Gates). Insomma, ci si arrampica sugli specchi della Storia e sui piani scivolosi dei cicli del capitale per ritornare in sella ai tempi che hanno disarcionato uomini e modelli dai loro piedistalli oracolari, ornati di biglietti verdi e di fama. Erano intellettuali strapagati e si ritrovano ad essere profeti altrettanto ben remunerati. Così mentre i titoli crollano, le fabbriche chiudono e i posti di lavoro saltano, cresce una nuova ideologia della parsimonia, della misura e del limite combinantesi con una morale globale che pone l’uomo al centro e la responsabilità tutto intorno. E dove questa non basta c’è anche la Marx renaissance, perché il barbuto di Treviri aveva tutto indovinato, dalla globalizzazione alla finanziarizzazione. Il denaro ci ha contaminati ma l’etica ci salverà. Questa la soluzione più efficace per superare la débâcle generale, almeno stando al pensiero dell’economista filosofo italiano Giovanni Reale. Per gettare il cuore oltre l’ostacolo del crac bisogna rigenerare l’uomo dalla testa ai piedi poiché “la finanza non basta alla finanza, l’economia non basta all’economia e la politica non basta alla politica”. Mentre, evidentemente, la confusione nel cervello di questi sedicenti professori basta a sé stessa. Dopo Sraffa e la sua produzione di merci a mezzo di merci, Toni Negri e la sua catena cognitiva che esita menti a mezzo di menti, il capitalismo trova la sua definitiva sublimazione nella generazione di chiacchiere a mezzo di chiacchiere. Ma è troppo facile dare addosso allo speculatore senza scrupoli quando poco fa il medesimo imbroglione era venerato e riverito in quanto si arricchiva e arricchiva chi gli stava accanto. Il fatto grave è che chi ora vuole fornire soluzioni per il domani non aveva capito nemmeno ieri il funzionamento della sfera finanziaria in regime capitalistico, ma non rinuncia analogamente a dire la sua a governi e cittadini per risalire la china. La prevalenza del capitale finanziario, come sostiene l’economista Gianfranco La Grassa, non è per niente “un aspetto o sintomo della decadenza del sistema. Non esiste il predominio dei rentier. Anche gli agenti dominanti dei settori finanziari non sono semplici percettori di “rendite”, bensì più spesso agenti del conflitto strategico. Gli apparati finanziari sono ineliminabili fino a quando non saranno superati i rapporti capitalistici. La finanza nasce dalla presenza del denaro, e quest’ultimo è un “riflesso speculare” della produzione di merci, il suo necessario “duplicato” monetario. La finanza è uno degli aspetti che assume necessariamente la competizione per la preminenza nella sfera economica, ed è strettamente connessa –in una società fondata sulla merce e dunque sull’investimento di capitali quale mezzo d’espansione della propria potenza– alla conflittualità tra gli strateghi del capitale, che si trovano ai vertici delle imprese come degli apparati della sfera politica e di quella ideologico-culturale”. In sostanza, dice La Grassa, la finanza produce mezzi per il conflitto strategico e quando essa si perde nel cielo della speculazione viene riportata sulla terra dagli agenti politici che utilizzano quegli stessi mezzi per approntare le loro azioni egemoniche, all’interno come all’esterno del Paese. Se stanno saltando regole e norme a livello economico è perché il sistema politico mondiale si sta riposizionando, stanno mutando i rapporti di forza tra le nazioni e si sta determinando un diverso ordine sulla scacchiera geopolitica. Non a caso la finanza produce più danni in Europa che non in America dove pure la crisi ha fatto il suo esordio. Quindi, gli aruspici delle caverne si mettano l’anima in pace, il capitalismo non crollerà sotto una montagna di cdo o di csa e non si riformerà placando i suoi animal spirits ma, piuttosto, diventerà un luogo sempre più rischioso e avvilente per i popoli che sono guidati da intellettuali pecoroni e da classi dirigenti inette e corrotte fino al midollo. Come in Europa. Come in Italia.

DATECI UN TAGLIO

larussaPure a La Russa capita di essere bombardato. Ma, per sua fortuna, si è trattato di fischi e non di razzi come quelli che piovono in Libia. A contestarlo sono stati gli agenti di polizia che proprio non ci stanno ad essere umiliati e tagliati sotto la cintola. Il nostro Capo della Difesa ha affrontato la folla inferocita con sprezzo della paura e, ai poliziotti delusi e arrabbiati, ha detto fieramente con termini appuntiti: “per voi mi taglierei una mano”. E perché no la testa per tutti gli italiani? Se proprio vuol fare l’eroe non lasci le cose a metà. Scelga un atto eclatante che faccia contenti tutti piuttosto che una sola categoria di persone. Del resto, La Russa si è sempre vantato di essere un patriota e di voler bene al Paese intero. In epoca di sforbiciamenti costui è pertanto chiamato a dare il buon esempio. Sia dia dunque un bel taglio, quell’unico colpo di mannaia che non depaupera nessuno ma fa felice un’intera nazione. Tuttavia, allontanatosi dalla calca contestatrice, dopo le parole acuminate di circostanza, pare che costui abbia tagliato corto commentando: “Secondo me non erano veri poliziotti”. Ma perché lui sarebbe un vero Ministro? In Italia la finzione dei burattini e degli uomini di plastica ha raggiunto il vertice delle istituzioni già da qualche decennio. Se lui è diventato uno dei primi pupazzi del Palazzo è proprio perché il Parlamento è ridotto ad un teatro delle marionette. Se si è ritagliato un ruolo di prestigio nella carovana di Governo è proprio perché a fare il fantoccio ci è proprio tagliato. Dal Premier all’ultimo sottosegretario, siamo governati da mezzecalzette e guappi di cartone che ci tagliano i viveri per vivere alle nostre spalle. Tanto vale anche e di più per l’opposizione. Per l’Italia sarebbe ora di tagliare i ponti con questi cialtroni prima che questi ci seghino il ramo della storia sul quale siamo precariamente seduti. Insomma tagliamo la testa al toro e facciamoli piangere come vitigni tagliati. Questi sono tempi affilati, non adatti ai politici spuntati.

IL PASTO AMERICANO, IL DIGIUNO ISRAELIANO

 

obama-150x150Venerdì prossimo Abu Mazen, leader dell’AP, chiederà all’Onu il riconoscimento dello Stato della Palestina. Per molti analisti si tratta di una forzatura, di un muro contro muro che infrangerà definitivamente le speranze palestinesi d’indipendenza dopo decenni di guerra e di occupazione, di un braccio di ferro pericoloso e pretestuoso che rischia d’incendiare il campo della riconciliazione, di una provocazione gratuita non solo contro lo Stato d’Israele, il quale ha pur sempre gravi responsabilità nel naufragio dei negoziati, ma anche contro gli Usa, i quali, almeno a parole (e Obama ne spara tante quanto i missili delle sue forze armate) stavano tentando di riallacciare i fili delle trattative tra le parti. Ma le cose non stanno esattamente così. Considerato che senza gli aiuti economici e senza il supporto politico statunitense Mahmud Abbas sarebbe già finito dietro le sbarre di qualche prigione islamica o sotto la stessa terra che tanto dice di amare, si comprende che questa mossa palestinese è stata concordata con la Casa Bianca. Quest’ultima sta realizzando un nuovo disegno geopolitico per il Medio-Oriente nel quale le pedine si muovono per traiettorie innovative e i rapporti di forzano si ridefiniscono, secondo schemi strategici ancora abbozzati ma non casuali. Dietro il caos delle rivolte arabe c’è un’architettura geopolitica in conformazione della quale sapremo meglio man mano che gli scenari andranno stabilizzandosi e gli eventi (per quanto possibile) placandosi. Certo, ci vorranno ancora mesi e anni, i tempi degli aggiustamenti, delle provocazioni, delle ribellioni, vere, fasulle o eterodirette, non sono ancora finiti ma, sostanzialmente, abbiamo compreso che la miccia del cannone in tutta la zona è stata accesa dagli Stati Uniti, i quali stanno riprogettando la loro supremazia nell’area in funzione di un diverso contesto multipolare. Al momento, il bailamme pseudorivoluzionario che ha squassato e continua a scuotere il mondo arabo, ci segnala che il cuciniere predominante sta predisponendo il suo banchetto planetario a base di egemonia e prepotenza, ma non è detto che lo stesso, a termine della cottura, avrà la saporosità che i suoi chefs immaginano. Ad ogni modo, l’unico ingrediente che tuttora non si abbina agli altri nella preparazione del piatto medio-orientale, perché ha un gusto troppo forte per la delicatezza della ricetta e per la giusta esaltazione dei sapori, è il ruolo d’Israele. Il governo di Gerusalemme è per gli Usa una spezia da dosare bene e da calibrare col peperoncino turco che si trangugia a piccole dosi, l’aglio iraniano che si digerisce a fatica e a seconda delle pietanze, il pepe nero siriano che si esporta in Russia e del quale non bisogna abusare e i correttori di sapidità delle petromonarchie fedeli della penisola araba. Insomma, checché ne pensino Netanyahu e Lieberman, è finito il tempo in cui il cuscus israeliano condito al veleno riempiva la bocca delle popolazioni vicine. Questo non vuol dire che Obama stia licenziando il suo ultradecennale aiutante in cucina, ma piuttosto che quest’ultimo dovrà, d’ora innanzi, condividere i suoi spazi e le sue provviste con altri camerieri. Come ha scritto in un recente articolo Thomas Friedman, il governo americano si è “stufato” dei leaders israeliani e delle loro lobbies che rendono pesanti ed indigeribili i suoi pasti mondiali. E considera anche fastidioso sedere in tavola con un commensale che ti alita sul collo mentre cerchi di goderti il desinare. Israele, se continua così, rischia sul serio di trovarsi a consumare la sua sbobba nella stanza di servizio senza convitati. Ciò pensa anche Friedman interpretando il menù di questo periodo scritto dall’amministrazione statunitense. Vi dico come credo si chiuderà tale convito solenne, dall’antipasto al digestivo. Probabilmente verrà a mancare il quorum in sede di Consiglio di Sicurezza e gli Usa non saranno nemmeno costretti a porre il loro veto. Oppure il numero legale ci sarà e gli Stati Uniti faranno il loro dovere bloccando l’istanza palestinese. In un caso come nell’altro, il messaggio e l’odore di cavoli amari sarà però giunto fino a Gerusalemme. Da adesso in poi gli israeliani dovranno essere più educati portandosi la forchetta alle labbra solo quando il padrone di casa avrà iniziato a masticare. Chi ha orecchi per intendere intenda e chi ha denti per mordere morda. Come si dice in questi casi “quando ha fame il cuoco c’è da scialar poco” ed il cuoco americano è attualmente affamato come un lupo.

ADDAVENI’ BAFFONE SPAZIALE

Martedì 20 Settembre

stalinGiuseppe Stalin, in tutta la sua vita, ha avuto almeno un grande merito che nessuno potrà mai disconoscergli. È stato il primo, l’originale, l’inimitabile, l’impareggiabile, l’insuperabile e, soprattutto, il più conseguente picconatore della storia. Niente parole sferzanti come mannaie metaforiche alla Cossiga ma, direttamente, piccozze taglienti sulle teste “leonine” per evitare di perdersi in una savana chiacchiere vacue e locuzioni vane. Il Georgiano sarà forse stato troppo zelante nell’affrontare i traditori, abusando spesso della sua qualità d’identificarli immediatamente e di consegnarli all’altro mondo, cioè con poche perifrasi e zero processi, ma dobbiamo ammettere che raramente cadeva in fallo. Raramente sbagliava la mira, pur eccedendo in crudeltà e spietatezza. Purtroppo, la sua mirabile opera di pulizia umanitaria non ha impedito la proliferazione dei perfidi epigoni della rivoluzione permanente e dell’idiozia sussistente i quali, pur discendendo da un “Leone” della steppa, vanno assomigliando sempre più a conigli in cattività. Eppure il loro Capo, che per livore di successione aveva accettato un patto col demonio capitalista facendosi servire e riverire al calduccio messicano, era stato animale politico di una certa consistenza, fine letterato e freddo comandante militare. I suoi sostenitori odierni invece sono stalattiti e fossili col cervello pietrificato che sprecano inchiostro e forze intellettuali per appoggiare le guerre imperiali della Nato. Hanno incominciato affiancandosi all’UCK in Kosovo, cioè confondendo ladri, furfanti, spacciatori, signori della guerra ed espiantatori di organi sovvenzionati da Washington con coraggiosi rivoluzionari amanti del popolo e della libertà. Sono poi passati a supportare i ribelli libici, questi giovani con le maglie del “Che” che con armi leggere e male addestrati affronterebbero senza timore i cannoni e i missili dei lealisti di Gheddafi. Parole precise di uno di questi ammutinati del buon senso, il professor Antonio Moscato (è qui davvero il cognome è presagio di sbornia), il quale dopo l’ennesima bevuta internazionalista ha affermato: “i rivoluzionari vengono definiti nel migliore dei casi come “ribelli” o “militari ammutinati”, senza accorgersi che, purtroppo per loro, i militari esperti e dotati di carri armati e armi pesanti nelle loro file erano e sono pochi, perché la maggior parte degli ufficiali era rimasta con Gheddafi. E ai ragazzi entusiasti con la maglietta di Guevara non si insegna a combattere in pochi giorni”. Ma non è finita perchél’intellettuale col gomito alzato più del pugno ha proseguito rampognando le “persone che si considerano non solo di sinistra ma anche rivoluzionari” i quali si schierano impunemente “dalla parte di un tiranno che bombarda il suo popolo, giustificando la repressione con una eventuale “ambiguità” degli oppositori”. I bombardamenti li ha visti soltanto lui mentre persino la stampa più reazionaria parlava di set cinematografico costruito maldestramente per giustificare l’intervento sproporzionato dei protettori unificati. Dunque, colpa dei media i quali fanno opera di disinformazione, permettendosi di enfatizzare il ruolo degli islamisti nella ribellione libica, quale pretesto per non armare i ribelli. Ma anche colpa di Amnesty International che si è assunta la responsabilità di denunciare le efferatezze di quelli del CNT. E poi pure del Manifesto ammalato di ideologia stalinista (e te pareva!) il quale si è azzardato a riportare tali notizie con un metodo che lo “indigna perché alimenta, anche in quel poco di sinistra che rimane, un disprezzo per questa rivoluzione, che grazie a questo più facilmente potrà esser deviata e sconfitta, come in molti stanno provando a fare; e magari potrà essere davvero ereditata da quegli integralisti che finora non hanno contato niente se non nella propaganda di Gheddafi e nella fantasia di qualcuno”. E’  tutto un complotto ai danni della grandiosa rivoluzione libica, complotto al quale sta partecipando anche quella centrale imperialista della Croce Rossa (usurpatrice di colore rivoluzionario) che ha recentemente smentito bombardamenti, genocidi e fosse comuni. Su che pianeta vive Moscato? Sul pianeta della quarta internazionale dove i marxisti diventano marziani e fanno riunioni rivoluzionarie del quarto tipo. Addavenì Baffone spaziale!

IL TRIANGOLO ONNIPOTENTE

occhio massonico - msn live sidusL’ultima stangata da 54 miliardi di euro varata dal Governo non è a saldo ma ad anticipo di quel che l’Europa vuole ancora “strozzinare” all’Italia. E questo accade perché abbiamo un Esecutivo economicamente iugulato da Berlino e politicamente commissariato da Parigi e da Londra E’ lo stesso Tremonti ad affermare che è più importante il voto del Parlamento tedesco delle decisioni prese nelle sedi comunitarie. Così come determinanti, inappellabili ed ovviamente non collegiali, sono state le mosse di Sarkozy e Cameron (con dietro la Casa Bianca) per buttarci fuori dalla Libia ed allungare le mani sull’oro di Tripoli. In teoria ed in pratica l’Ue non esiste anche se produce una mole di provvedimenti ridondanti, pari solo alla sua inutilità, mentre contano i rapporti di forza, gli equilibri ed i patti segreti imposti dal triangolo Germania-Francia-Inghilterra, con al centro l’occhio onnipotente di Washington. L’Italia è stata estromessa da tutto ed ora paga le conseguenze della sua debolezza sia sul teatro estero che sullo scenario interno. Stiamo assistendo ad una estorsione che ci lascia senza aree d’influenza e che ci fa precipitare tra i paesi pezzenti della comunità continentale. Il risultato di questa azione a tenaglia sullo Stivale è un accrescimento del nostro caos politico che rischia di farci collassare definitivamente. Se siamo stati calpestati dal tallone di ferro della speculazione è proprio perché non siamo stati capaci di erigere una linea fortificata a protezione delle nostre prerogative nazionali mentre ognuno cercava, al contempo, di scaricare la crisi sul vicino. E ci siamo incredibilmente aperti alle razzie dei nostri falsi partners europei e atlantici in un momento delicatissimo in cui occorreva una diversa tempra per farsi rispettare. Era già accaduto agli inizi degli anni ’90 con le conseguenze che conosciamo, dalla svalutazione della lira all’esproprio delle imprese pubbliche. A questo punto anche se a Roma non ci fosse alcun gabinetto a tenere le redini della fase le cose non potrebbero andare peggio di così. Ma questo bordello non preoccupa la nostra classe dirigente, abituata com’è a tollerare  le attività venatorie del Premier e gli uccellamenti del gerente dell’opposizione. Entrambi si perdono nella selva oscura mondiale, chi ad infilzare giovenche chi a smacchiare i pettirossi. Su queste facezie da  stalla e da gabbia non si costruisce il futuro del paese ma lo si espone al ludibrio generale e alla generale derisione. Questa pericolosa assenza di argini politici sta determinando la straripamento di alcuni poteri dello Stato come la magistratura (mai realmente rientrata nei ranghi da tangentopoli in poi), la quale sta mandando a processo le istituzioni e i vertici delle aziende strategiche facendo un favore a chi intende sottometterci e ridurci all’impotenza. Egualmente imprudente è però mettere nelle mani di faccendieri domenicali e mezze calzette imprenditoriali importanti contratti in settori sensibili, dagli armamenti all’energia. Uno come Tarantini, tanto per fare un esempio, non può arrivare fino a Finmeccanica offrendo, a destra e a manca, animatrici notturne. Chi cercava di aiutarlo a fare il salto di qualità forse non aveva ben presente la differenza tra commerciare in donne ben carrozzate e piazzare corazzate. L’impazzimento è dunque generalizzato ma come spesso accade nei manicomi si finisce col credere che i veri matti stiano al di là del palazzo, tra la gente che protesta per il carovita e le imprese che si lamentano delle tasse. Se qualcuno pensa di rimediare a tutti questi malanni con patrimoniali, riduzione della spesa pubblica, balzelli ed altre amenità economicistiche si sbaglia di grosso. Se non viene ripensata l’agenda politica del Paese, se non si capovolgono le relazioni internazionali che al momento ci collocano su una china perdente e disfattista, se non viene siglato un patto con gli italiani, finalizzato sì a qualche sacrificio ma in cambio di una difesa strenua dell’autonomia nazionale, più niente potrà risollevarci. Possono gli attuali schieramenti partitici offrire tutto questo ad un popolo arrabbiato ma anche troppo distratto? No, non possono perché in quasi quattro lustri di seconda Repubblica, tra connivenze dirette con gli usurpatori (dalla Grande Finanza e Industria Decotta nostrane alle Centrali di potere statunitensi) e piccole operazioni d’autodeterminazione abortite sul nascere, la situazione è completamente marcita. Nessuna manovra economica ci restituirà la sovranità perduta. Qui o si volta rapidamente pagina oppure si resta a versare lacrime amare dinanzi all’ennesima pagina nera della storia italiana.

LA FEBBRE GIALLA

A qualcuno comincia a salire la febbre gialla perché i cinesi sono passati dal venderci accendini e rifilarci sole e sofà a comprare titoli di Stato e partecipazioni nei players strategici nazionali. Solo qualche anno addietro, gli stessi tronfi politicanti che adesso si prostrano resipiscenti davanti al Dragone facevano la ruota del pavone. Minimizzavano la capacità degli omini con gli occhi a mandorla di eguagliarci nelle eccellenze e, nel contempo, aizzavano populisticamente i piccoli imprenditori del nord contro l’orda di sfruttatori e contraffattori venuti dall’oriente per distruggere manifattura e artigianato nostrani. Si sosteneva che costoro sapessero soltanto fare cattive copie dei nostri modelli, abbassando la qualità dei prodotti e rovinandoci il marchio e la reputazione. Ma niente paura, sarebbero bastati dazio e dogana per sbarrare loro la strada in qualche settimana, pedaggio e balzello per mettergli il chiavistello. L’economista filosofo che lo sosteneva, circondato dal clamore dei media e da quello dei suoi colleghi parlamentari, aveva l’aria di uno che la sapeva lunga. Ma di lungo, a conti fatti, c’era unicamente la sua lingua. Così, mentre adesso siamo aggrediti dalla speculazione che vuole derubarci dei gioielli industriali di famiglia, ci tocca pure chiedere aiuto a Pechino con tanto di riverenza e d’inchino. A Tremonti piacciono i riferimenti colti ma l’unico che avrebbe dovuto imparare a memoria non l’ha mai sentito nemmeno pronunciare. Se anziché divagare con la letteratura e la narrativa, da Goethe a Simenon, si fosse applicato meglio nel suo campo d’istruzione avrebbe scoperto che c’era un economista a Tubinga che aveva una mezza soluzione. Perché il problema economico principale non è tanto di “guadagnare nello scambio di merce contro merce come avviene nell’economia individuale e cosmopolitica ma quello di acquistare forza produttiva e politica tramite lo scambio con altre nazioni, oppure di impedire la diminuzione della forza produttiva e politica con la limitazione di quello stesso scambio” e quindi anche di “temere che le nazioni più forti usino lo strumento della libertà di commerci per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli” (Friedrich List). Se il Minestrone del Tesoro non avesse fatto zuppa e pan bagnato di scienza economica e pensiero filosofico forse non si sarebbe smarrito nei meandri della globalizzazione o nelle stanze confuse ed oscure delle sue citazioni. Ma frattanto che lui s’immolava sui telai della Padania i mandarini ne approfittavano per prenderci ad arance in faccia e per fare i loro affari col resto del mondo. Senza avvertire la nostra mancanza. Oggi siamo noi a dover chiedere un favore a loro con il cappello in mano, eppure, con un pizzico di lungimiranza in più, potevamo giocarci un minimo di reciprocità quando ne avevamo la forza e la credibilità. Tuttavia, state tranquilli perché non è vero che i cinesi si stanno comprando l’Italia. Il Belpaese è già stato venduto a prezzi di saldo qualche decennio fa sul market Britannia. Sicuramente c’è ancora qualcosa in giro, ma si tratta di roba di seconda mano o di qualche avanzo di magazzino. Non tarderanno a svuotare anche questo per dare ogni cosa al peggior offerente.

QUANDO GLI AMBIENTALISTI ROVINANO LA VITA AI CONTADINI (scritto per tiscali)

 

pollinoE’ stato arrestato il padre del giornalista e scrittore lucano Andrea Di Consoli (editorialista de Il Riformista, Il Messaggero), reo di aver aggredito e ferito con un coltello un funzionario del Parco del Pollino diventato, suo malgrado, capro espiatorio di una situazione insostenibile attinente alla devastazione dei campi provocata da branchi di cinghiali. Questa volta mi metto dalla parte dell’intellettuale perché considero la sua posizione più ragionevole di quella degli ambientalisti integralisti, di questi tagliagole del progresso, di tali inquisitori dello sviluppo, che pur godendo di tutte le comodità della modernità cianciano di vita frugale e di rispetto dell’ambiente, stando comodamente seduti nei loro salotti dorati da dove guardano, in Pay-Per-View, documentari sulla decimazione delle foche monache versando lacrime di coccodrillo. La natura merita deferenza essendo per noi, allo stesso tempo, madre e matrigna, ma non ci si può abbandonare alla sua forza cieca, non si può lasciarla fare senza imbrigliare e addomesticare la sua potenza perché altrimenti essa diventa una trappola fatale per l’uomo. Pertanto, comprendo la rabbia di chi lavora duramente e si ritrova con un pugno di mosche in mano a causa di qualche mutante, metà panda metà dinosauro, il quale ha deciso che gli animali valgono più dell’uomo, non appartenendo egli né ad una razza né all’altra. Non si tratta di opporre a questa filantropia ecologica d’accatto un neo-prometeismo umano e una visione assolutamente positivistica della vita e della scienza cadendo nell’eccesso opposto. No, qui si tratta qui di denunciare il falso moralismo di questi imbonitori faunistici che si commuovono per le bestie non avendo nessuna pietà per i contadini, di sollevare il disprezzo e lo sdegno per questi riformatori floreali da giardino che si sacrificano per la natura al solo fine di far fiorire i loro grandi affari sovvenzionati dallo Stato. Guardate chi sono gli ecologisti più insigni: lo speculatore Soros, il magnate dell’informatica Bill Gates, l’ex vice-presidente americano Al Gore. Per decenni verdi, animalisti, naturisti di ogni risma hanno generato inutili allarmismi e catastrofismi al fine di dirottare risorse pubbliche sulle loro campagne “ecologically correct”, arricchendosi alle spalle del prossimo. E sono decenni che, di disastro incombente in disastro incipiente, ci raccontano balle sesquipedali, dalla deforestazione imminente allo scioglimento dei ghiacciai incalzante, dal global warming asfissiante al buco dell’ozono bruciante. Già nel 1972, il Club di Roma (la famigerata Trilateral di David Rockefeller) proclamava la vicina fine del mondo per raggiunti limiti dello sviluppo e successiva crisi ecologica, salvo spostare sempre in avanti nel tempo questa distruzione perché gli eventi s’incaricavano di smentire i loro vaticini apocalittici. I nostri ambientalisti, almeno quelli più incalliti e stolti, sono tutti figli di questo parto massonico-plutocratico.

Oggi siamo arrivati all’assurdità che una scrofa vale più di un uomo, che non si possono toccare i boschi anche se c’è bisogno di campi da coltivare (a meno che le produzioni non siano “bio(il)logiche”) perché gli “Adami” con la foglia di fico sugli occhi e i biglietti verdi sul conto hanno deciso che il pianeta deve assomigliare ad un paradiso terrestre dove loro gongolano e tutti gli altri muoiono. Perciò condivido pienamente quello che Di Consoli ha detto in passato sull’argomento e che qui riporto, come un piccolo manifesto di buon senso, a memoria e a profitto di chi non ha ancora mandato il cervello all’ammasso:

“E’ arrivato il momento di dirlo: il Parco del Pollino sta distruggendo una storia millenaria di agricoltura, di pastorizia, la storia di un profondo rapporto tra uomo e ambiente. E io me ne frego che qualcuno armato di leggi e commi voglia vedere tutti questi inutili cinghiali terrorizzare la gente, costringerla alla povertà, causare incidenti stradali. Me ne frego, perché alle bestie preferisco gli uomini: uomini che hanno coltivato queste terre per millenni, e che ora stanno abbandonando i boschi, i fondi, le case, perché “l’Ente Parco preferisce il cinghiale all’uomo”.
E me ne frego, delle lontre, delle aquile, dei lupi, dei cinghiali, se poi gli uomini sono costretti ad andare via, ad abbandonare le terre, a trasformare terre coltivate da millenni in macchie selvatiche inospitali. Me ne frego, caro Paride, della tutela ambientale, se poi gli uomini devono emigrare, oppure ridursi in povertà, o essere processati se hanno sparato per disperazione a uno stupido cinghiale che non serve a niente e a nessuno, e che esce nottetempo per distruggere ogni cosa, per la gioia degli ottusi animalisti che tutto amano fuorché gli uomini” (A. Di Consoli, da Il Quotidiano del 08/09/2011)

VOGLIAMO I POLIZIOTTI

Sono cresciuto con i poliziotteschi degli anni ’70, pellicole come La Polizia ringrazia di Steno, La polizia vuole giustizia di Martino, La polizia incrimina, la legge assolve di Castellari, e tanti altri piccoli capolavori come quelli del mio conterraneo, il regista dauno Fernando Di Leo, che descrivevano un’Italia molto diversa da quella presente, dove delinquenza e forze dell’ordine si affrontavano all’ultimo sangue, tenendo però fede ad un codice d’onore che generava rispetto reciproco tra uomini coraggiosi divisi da una barricata, tuttavia quasi sempre provenienti dagli stessi strati sociali. Gli sbirri a difendere la comunità e i criminali a farsi strada in un mondo corrotto dove il nemico principale restava comunque il Potere, quello che toglieva mezzi agli agenti nella lotta al crimine e braccava i banditi unicamente quando quest’ultimi intralciavano i suoi superiori interessi. Forse non era questa la realtà ma quei film lasciavano passare ancora dei messaggi molti forti che corrispondevano alla vitalità di una nazione che, dopo il boom degli anni 60 e le ristrettezze della recessione dei ‘70, non era ancora finita nelle mani di banchieri parassiti e di parlamentari decorati di titoli nobiliari con l’unico scopo di mandarla allo sprofondo per preservare i propri privilegi.  Prebende e appannaggi sempre più odiosi, tanto che il sindacato di polizia Coisp, ha diramato, qualche settimana fa, un comunicato dove si minaccia, riporto alla lettera di “… venire sotto Palazzo Madama e Montecitorio, magari il giorno di ferragosto, e spararvici all’interno i nuovi lacrimogeni in dotazione così si coglierebbero due piccioni con una fava, ovvero si otterrebbe lo sgombero immediato di certi ristoranti da politici mediocri e si testerebbero su quest’ultimi gli effetti dei nuovi artifici lacrimogeni in dotazione alle forze di Polizia, la cui lesività nonostante le numerose interpellanze parlamentari, è sempre stata tenuta nascosta da Lor Signori”. Ma perché non passate dalle parole ai fatti? La gente non si opporrà, il popolo non difenderà i palazzi della vergogna istituzionale, non verrà a manganellarvi come spesso avete fatto voi ipnotizzati dalla frustrazione e rimbambiti dall’esaltazione, perché in quelle regge di corruzione ci sono degli usurpatori che si abbeverano del sangue dei cittadini. Ma il problema non sono i pranzi e le cene a ufo della casta, non le autoblu per prelevare le puttane o i voli di Stato per recarsi alla partita. Il fatto grave è che questi lestofanti ci vendono la casa, ci tolgono i vestiti e ci mandano ad elemosinare per compiacere i loro padroni stranieri. Per le loro esclusive pretese ci svendono le migliori imprese, all’Europa che ci vuole poveri, all’America che ci vuole succubi. Ed allora entrate pure a Montecitorio e a Palazzo Madama, sarete seguiti dalla folla che non si fermerà nei loro ristoranti da piatti prelibati e da prezzi stracciati, ma salirà nella stanza di bottoni per ripulirla dai ladri, dai truffatori e dagli imbroglioni che si fanno chiamare deputati e senatori ma sono soltanto dei disonorevoli coglioni. Ci auguriamo che insieme a voi che guadagnate a stento 1500 euro al mese ci siano pure i carabinieri i quali non se la passano meglio, ed anche l’esercito che non naviga nell’oro. Questa volta invece delle monetine piova pure piombo, si sparino le cannonate, si aprono le galere senza fare troppi prigionieri. Aspettiamo impazientemente l’uscita di questo nuovo lungometraggio, si chiamerà “la casta frana se la polizia spara” oppure  “La politica offende, l’Italia si difende”, o ancora “la polizia al servizio del cittadino, la casta finisce al confino” e, perché no, “Vogliamo i poliziotti”. Regia del Popolo Italiano. Principali attori: il Commissario Golpe, l’Ispettore Putsch,  l’Agente scelto Sollevazione. Distribuzione: Italian Bros.

http://www.coisp.it/ultimissime11/I%20Poliziotti%20esigono%20di%20poter%20usufruire%20dei%20buoni%20pasto%20da%207%20euro%20al%20ristorante%20presso%20il%20Senato%20della%20Repubblica%20o%20presso%20Palazzo%20Montecitorio.pdf

L’UNDICI SETTEMBRE IN MONDOVISIONE

Che indecenza. Guardando le commemorazioni dell’undici settembre negli Usa ed in tutto il mondo, ti rendi conto di quel che può produrre il condensato di ideologia e controllo sui mass media globali. Le vittime dell’attentato alle Twin Towers alimentano, ancora dopo dieci anni, la medesima commozione a reti unificate di autoctoni e di popolazioni vassalle ed accodate. Tutto ciò perché quell’evento, riprodotto all’infinito sugli schermi televisivi dell’intero pianeta, è diventato il ricordo in pixel di una coscienza collettiva satellitare, smontata e rimontata in uno studio ovale, a sostegno del vittimismo occidentale. Il taglio delle scene di antefatto dalla pellicola geopolitica intercontinentale assicura la deresponsabilizzazione epocale ed il lieto fine hollywoodiano, imbottito di eroismo dei sopravvissuti e d’innocenza dei deceduti. I buoni hanno subito delle perdite ma alle fine vinceranno la battaglia contro le forze del male perché con loro c’è dio e lo scudo stellare. In tal maniera si costruisce quella memoria telecomandata, ripulita delle cattive condotte imperiali che generano legittime e tragiche reazioni internazionali, ad uso e consumo delle pubbliche opinioni delle potenze principali. Parliamo, ovviamente, di un episodio non puramente virtuale ma reale e drammatico costato la vita di molti incolpevoli, diventato però un set di propaganda cinematografica finalizzato a giustificare la decennale aggressione americana contro i popoli che resistono al dominio atlantico. Poiché le cose stanno in questi termini, poiché la mistificazione è assurta al rango di verità assoluta, poiché non è possibile nemmeno tentare di fornire una versione evenemenziale meno parziale, senza essere tacciati di antiamericanismo e antioccidentalismo, ci si vede costretti a scendere al loro livello derubricando la Storia a necrologio e la diatriba politica ad obitorio. Ma occorre andare all’inferno per fare i conti col demonio. Ed così che scopriamo che i camposanti altrui sono pieni di inermi sacrificati per il perpetuamento dell’american way of life, dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Africa al Medio-Oriente. E’ vero che l’attacco al cuore dell’America è stato un avvenimento dalla carica simbolica senza precedenti ma ciò non cancella il comportamento secolare degli States i quali, per affermare la propria visione egemonica, hanno distrutto e massacrato in ogni angolo del pianeta. Anche i simboli hanno il loro codice di decrittamento ed è meglio che accettiamo il fatto che i nostri funerali possano non provocare lo stesso dolore a Tripoli, a Kabul o a Bagdad dove abbiamo seminato vento per raccogliere tempesta. I morti della guerra al terrore sono migliaia, le cifre ballano, ma si parla di una carneficina che si aggira tra i 300.000 e i 700.000 caduti. Il rapporto è di uno a 100, tenendosi bassi. Qualcosa vorrà pur dire, oppure i nostri defunti pesano di più perché noi siamo l’umanità bella, libera e democratica mentre gli altri appartengono alla subumanità brutta sporca e cattiva? Malauguratamente per Bush e Obama, la Storia non tiene in considerazione le opinioni e le convinzioni dei Presidenti e delle loro amministrazioni, non privilegia le lacrime che scorrono sulla pelle bianca di madri vestite all’ultima moda anzichè in chador, né i lamenti dei padri alla guida di spider e fuoriserie invece che di cammelli e cavalli berberi . La Storia scorre sul sangue ed il sangue è di un solo colore. I nostri dipartiti (che sono molti meno perchè chi attacca subisce meno) pesano quanto i loro, nonostante i fiori, nonostante le celebrazioni in mondovisione. E tanto vale per l’israeliano ed il pakistano, l’induista ed il musulmano, il general manager americano ed il coltivatore di oppio afghano.

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