MENU’ ALL’OCCIDENTALE

In Italia i servi sono una trascurabile maggioranza. Trascurabile per quel che dice ma molto dannosa per quel che fa. Per questo è molto apprezzata dai nostri alleati stranieri. Il partito trasversale dei camerieri non ha alcun talento internazionale, non assume mai decisioni autonome, non ha una propria agenda politica ma si allarga istituzionalmente quanto più si dimostra incapace di scegliere e di decidere con la propria testa. Marginale in campo estero dove prende piatti in faccia da tutti è incompetente in politica interna dove trova sempre l’intesa bipartizan quando si tratta di pelare gli italiani. Il capolavoro degli ultimi tempi è stata però la “portata” libica. Quest’ultima era per noi una prelibatezza, un assaggio esclusivo delle specialità del mediterraneo. Oggi è diventata un rancio da soldataglia indigesto e disgustoso. La porta del Resort Mezzaluna ci è  stata sbattuta sul naso dai francesi, dagli inglesi, dagli americani e dalla  Nato. Siamo entrati, imboccati come i bambini, in una coalizione di ingordi volenterosi che prometteva un buffet di democrazia e di diritti civili ad un popolo per nulla affamato, se non altro rispetto agli standard del suo continente. Adesso i libici non sono certo più liberi e democratici di prima ma in compenso subiscono un embargo che ne deprime l’economia e lo sviluppo, oltre a tonnellate di bombe sul cranio che ne riducono in polpette a migliaia. Loro poveri ma liberi, almeno a parole. E noi gabbati e a digiuno, nella sostanza. Bel menù all’occidentale. Si toglie il pane alla gente svuotandole la pancia per riempirle il cervello di intingoli sciapiti e illusori. Ed ancor peggio, si butta dalla finestra una minestra italian style per servire French fries che piacciono molto ad Obama e a Sarkozy ma non al bongustaio italiano. Il panafricanismo in salsa gheddafiana aveva per noi il sapore degli affari e la sapidità delle intese politiche, invece questa sbobba ribelle sa di cibo andato a male. Una fregatura pagata salata. Da Tripoli ci fanno sapere che non siamo più clienti desiderati ed accompagnano malamente l’Eni all’uscita. Da adesso in poi i frequentatori migliori e ben trattati saranno yenkees, mandarini e oligarchi dell’est, i quali dimostrano di gradire il nero di seppia che si estrae dal sottosuolo dello Stato africano. E mentre nella Capitale libica si iniziano a degustare gli involtini primavera bagnati da vodka e Kvas, a Bengasi si desina col roast beef cucinato all’inglese, mandato giù con vini e spumanti francesi. La pizza e la pasta ormai la danno solo ai topi e ai conigli, simpatici ma inaffidabili  animaletti ai quali ci paragonano. Il conto alla fine lo pagheremo comunque noi che eravamo i padroni della cucina e adesso siamo i capponi finiti in pentola. Ma Frattini, il nostro capo dicastero degli esteri, con quella sua solita stizza da primo chef della classe dice che a lui la cosa non interessa. E’ superiore a qualsiasi formica cinese che finisce nella marmellata. A quelle altezze vertiginose gli girerà sicuramente la testa tanto da dichiarare che da lì si va via perché lo abbiamo voluto e non perché Gheddafi ce lo ha imposto. Povero Ministro degli Affari suoi, credeva di essere un Maître à penser ed invece è un misero Maître di sala. Però bisogna riconoscerglielo, nessuno sa ingoiare con tale coerenza i rospi vivi. Pur di non ammettere gli errori sarebbe capace di farsi arrostire dai quei cannibali del CNT e di ringraziarli pure per gli avanzi lasciati al nostro Paese.

DUE PEZZI SEMISERI (07 Luglio 2011)

brunetta

SCEMI DI GOVERNO.

E’ sicuramente stata la conferenza stampa degli scemi, dei cretini e degli illuminati dall’imbecillità. Ieri, durante la presentazione della manovra economica, mentre Brunetta illustrava le misure sul pubblico impiego, Tremonti ripeteva più volte ai suoi vicini di posto, “è un cretino”, “è uno scemo”. Sacconi ratificava le parole di Tremonti e Bonaiuti, dall’altra parte del tavolo, assecondava invece quelle di Brunetta. Tra fessi ci si intende al massimo a due o a tre alla volta, dopodiché è impossibile allargare lo schieramento per raggiunti limiti di idiozia. Il vero stupido è per sua natura leader e non accetta di finire nella massa dove le sue doti si fanno comuni. Occupate le cariche di Presidente, Vicepresidente e Tesoriere del Partito della cretinata, si esauriscono gli organi di vertice e nessuno di loro è disposto a fare il militonto. In quest’ultima categoria ci finiscono solo gli scimuniti di serie b (dove b sta per beota) che credono alle stoltezze dei loro capi. I cretini dunque, sono tanti, milioni di milioni, ma anche tenendo conto della legge delle probabilità non si capisce come facciano a finire tutti nei governi e nei parlamenti. Sarà la regola ferrea dell’oligarchia dei deficienti che, contrariamente a quanto pensava Michels, non è l’evoluzione di una organizzazione da una struttura democratica ad una sempre più ristretta ma direttamente il materiale ferroso che i politici hanno nel cervello e che si corrode con la scalata allo Stato . Solitamente gli stupidi si riconoscono dai complimenti che si fanno tra loro nei convegni, nelle conferenze e in tutte le altre occasioni ufficiali. Capita raramente di assistere ad una scena, anche se rubata dalle telecamere, come quella di ieri. Quando passano tali comete il cielo si accende a giorno, per chi lo dice, per chi lo subisce e per chi assiste. E’ un po’ come per la scritta: “Scemo chi legge” sui muri delle nostre città. Effettivamente, chi ha letto può sentirsi tale ma chi ha scritto di sicuro non vincerà mai un nobel per la fisica o un premio letterario. Tremonti e Brunetta sono nella stupidità gemelli diversi ma la boria, che è poi una delle tante declinazioni della stoltezza, li rende siamesi. Infatti, alla fine si sono riconosciuti, baciati e abbracciati. La cretinaggine crea attriti, divide, frammenta eppure riesce a tenere insieme gli esecutivi. Chissà se avremo un dì una risposta a questo dilemma storico, politico e antropologico. C’è materia di studio per gli scemenziati.

ITALIA CADAVERICA

berlusQuesto governo è morto e sepolto. Gli unici che lo ignorano sono proprio i cadaveri che lo animano… si fa per dire naturalmente. Quella tra Tremonti e Berlusconi non è soltanto una seduta spiritica per la futura leadership ma una battaglia condotta nelle tenebre tra armate mercenarie che prendono ordini dall’altro mondo. Si sta decidendo il futuro del Paese non sulla base dei suoi bisogni ma su quelli delle forze oscure occidentali che ci vogliono tumulare. Dopo l’apparizione ad Obama, per salvare se stesso e le imprese di famiglia, B. ha provato a rianimare l’iniziativa governativa imponendo al Ministro del Tesoro di aprire il sarcofago con i tesori di Stato. E’ stato un vano tentativo per riesumare il programma del PDL prima di un ritorno nell’ombra che una magistratura letteralmente ossessionata dai fantasmi non vuole concedergli. Ma nonostante il cambio di dimensione e di agenda l’Italia si ritrova ugualmente addosso gli occhi malefici delle agenzie di rating e dello stesso Eurogruppo che minacciano di condannarci alla dannazione finanziaria eterna. Coincidenze? Nemmeno per incubo. Tremonti è presidente dell’Aspen Istitute Italia, la cui sede centrale è a Washington ed è finanziata da organizzazioni poco spirituali come la Ford Foundation, Rockefeller Foundation e Carnegie Corporation. Ancora, egli è stato ospite del Bilderberg, oscura associazione di ottimati della politica e dell’economia mondiale che, nell’arcano, elabora strategie e iniziative per il benessere dell’umanità, passando prima da foschi interessi particolari dei potenti della terra. Giulio è anche un medium dei salotti sopranazionali e delle istituzioni mondiali di governo dell’economia, dal FMI al WTO. E’ bastato che B. accennasse dell’esigenza di materializzare politiche governative di riforma fiscale che si è scatenato un putiferio sulla testa dello Stato e dei suoi cittadini. Adesso con il varo della manovra economica e i reciproci sortilegi tra Giulio e Silvio si avvicina il momento dell’apocalisse. Si doveva discutere di fisco e di semplificazione per agevolare le medie e piccole imprese ed invece ci si è ritrovati sotterrati da una operazione indirizzata a crocifiggere i pensionati e a lapidare i possessori di titoli. Insomma, ci vogliono tutti morti e non importa se loro stessi non arriveranno in tempo per il funerale perchè trapassati davanti a noi.  Berlusconi è già in ginocchio, a Tremonti è ora caduta sulla testa un’urna pesante con la richiesta di purgazione per un suo consigliere mistico. La scajolata del Ministro è venuta fuori come un’ invocazione ad orologeria, al pari dei demoni delle agenzie di rating contro l’Italia da lui presumibilmente risvegliati. Come finirà? Male, malissimo se non arrivano i ghostbusters o almeno qualcuno che li mandi al diavolo in fretta.

I VAMPIRI DELLA REPUBBLICA

tremontiBisogna imparare sempre a diffidare di chi ricoprendo ruoli e svolgendo funzioni ai più alti livelli amministrativi, politici, finanziari e culturali parla dei massimi sistemi e li critica in maniera moralistica e astratta. I cosiddetti perimetri relazionali e conflittuali dove questi personaggi si muovono elucubrando direzioni, producendo decisioni, elaborando soluzioni, in quanto soggetti agiti dal potere, in quanto funzionari ligi alle regole, sono il massimo sistema che loro stessi contribuiscono a far operare. Anzi è solo una piccola parte del tutto perché al di sopra, di fianco, in basso, in intersecazione, sovrapposizione, sovraordinazione, sottordinazione, si trovano tanti altri cerchi sovrastrutturali, sottostrutturali, interstrutturali che costituiscono la trama fitta dei poteri e del potere. Esso è uno e plurimo, non ha un profilo perché ha centomila teste, un milioni di volti, un miliardo di gambe e di braccia tenuti insieme da un corpo liquido e fluente. Per questo quando sento parlare di una presunta spectre finanziaria di poche persone che governerebbe il mondo comprendo quanto siamo sciocchi ed impreparati ad interpretare la realtà che ci circonda. Forse la figurazione che più si avvicina al concetto che vogliamo esprimere è quella di flusso studiata dall’economista G. La Grassa, secondo il quale il capitalismo, forma e sostanza dei rapporti materiali che modellano la nostra società, è flusso conflittuale che si dirama in maniera microreticolare precipitando in macroapparati “economici come le imprese o politici e ideologici come Stato, partiti, sindacati, lobbies, associazioni, scuola, media, ecc.” all’interno delle diverse formazioni particolari; sia di queste ultime, trattate nella loro interezza di aree, paesi, ecc. nell’ambito di quella globale o mondiale”. Insomma quel che noi vediamo condensarsi è già risultato di un processo chimico-sociale del quale riusciamo appena ad intuire l’esistenza per via di ipotesi ed approssimazione teorica. Benissimo, capisco che siete storditi ma questo breve ingresso nell’argomento era necessario per togliere la maschera ai buontemponi in abiti della domenica o in stracci popolari che, dai vertici delle istituzioni, hanno osato turlupinarci sostenendo: “”il dogma del mercatismo è suicida” oppure che “Il nostro problema non è creare, come in un progetto di una ingegneria sociale e di mutazione genetica, valori nuovi e post-moderni. Il nostro problema, in una età di crisi universale, è quello di conservare valori che per noi sono eterni. Rispetto al consumismo, noi preferiamo il romanticismo. Non i valori dei banchieri centrali, ma i valori dei nostri padri spirituali”, o ancora “La difesa dell’identità è la difesa delle nostre diversità tradizionali, storiche e basiche: famiglie e “piccole patrie”, vecchi usi e consumi, vecchi valori. Al fondo c’è qualcosa di molto più intenso che una parodia bigotta della tradizione. E’ un misto di paura e di orgoglio, una riserva di memoria, un retroterra arcaico e umorale che negare, comprimere o sopprimere, non solo è difficile. E’ dannoso. Saremo infatti più forti, nel futuro, solo se saremo più ancorati al nostro passato”. Con queste belle parole che rappresentano una narrazione romantica quanto intorpidente della vita ad uso e consumo dei buoni di cuore e dei puri di animo (in molti siamo fatti così purtroppo) il Caro (aspirante) Leader Giulio ci ha preso in giro poichè, da come poi si vede nei prosaici fatti, le finanziarie non le scrive in prosa popolare, né in linguaggio spirituale ma in codice criptato tecnico-economico che depositandosi lentamente mostra i suoi trucchi da ragioniere del sistema che odia i titoli di stato, il ceto medio e i pensionati. Perché nemmeno un colpo ai rentiers, agli sciacalli del grande capitale e alle vestali del mercatismo? Non erano costoro i vampiri che ostacolavano l’avvento di un mondo comunitario e solidale con un piede sulla dura roccia della tradizione e l’altro sul suolo erboso dell’avvenire? Potenza della retorica che quando affluisce come un fiume in piena travolge la ragione e seppellisce l’intelligenza a fini di subdola sofisticazione. Tremonti ci lascia il passato romanzato perché ha deciso toglierci il futuro tanto anelato, quest’ultimo tumulato nei tagli orizzontali alla spesa. Lorsignori fanno cassa dopo averla svuotata. Ed il passato con tutto ciò davvero non c’entra nulla dato che la razzia dei conti pubblici è realmente cominciata nei primi anni ’90. Prima di tangentopoli la situazione non era così catastrofica col debito al 98,5 del Pil. Adesso è al 120% dopo diciott’anni di governi di centro-destra e centro-sinistra post-Mani Pulite. Le responsabilità sono dunque evidenti. Cacciati i ladri di ieri, sono arrivati i ladroni di oggi. Il nostro passato è ancora troppo oscuro per essere introiettato (verrà mai la verità sul quel colpo di mano che distrusse dc e psi?) ed il futuro è già stato ipotecato da una classe dirigente venduta ed imbrogliona. Abbiamo bisogno realmente di un nuovo inizio, senza chiacchiere sentimentali. Ma soprattutto senza di loro.

TANGENTI A TEMPA ROSSA

Gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori ed….autolesionisti. Ci sarebbe poco da scherzare considerato che ultimamente la magistratura italiana sembra non avere di meglio da fare che mettere in ceppi le nostre aziende dei settori di punta. Per esempio Eni e Finmeccanica, due players mondiali nel campo dell’energia e dell’aerospaziale, leaders indiscussi di mercati a grande concentrazione tecnologica ed elevata profittabilità, che adesso si ritrovano invischiati in brutte faccende di tangenti e di corruzione. Parliamo di società controllate dal Tesoro che seguono le aspirazioni e le visioni politiche ed economiche della leadership nazionale sullo scacchiere geopolitico.

Insomma, dietro di esse c’è lo Stato che si sta facendo processare mettendo a repentaglio la sua credibilità decisionale e la sua attendibilità deliberativa. I vertici di tali multinazionali tricolori si sono comportati così egregiamente negli ultimi anni che il loro giro d’affari si è allargato a dismisura, fino a scontrarsi con quello di aziende concorrenti di altri Paesi cosiddetti alleati, i quali dimostrano di non gradire l’eccessivo protagonismo italiano. Lo si è visto recentemente in Libia dove è stata apparecchiata una guerra, basata su dubbie e contrastanti versioni mediatiche (dalle inesistenti fosse comuni ai bombardamenti sui civili) da parte dei servizi segreti francesi ed inglesi, i quali hanno risposto ad istanze dei rispettivi governi preoccupati per la flessione della loro influenza nel Mediterraneo.

Le ultime indagini sull’Eni sono arrivate anche in Basilicata, definita, non a torto, il serbatoio petrolifero d’Italia. L’importanza strategica dei siti e dei pozzi lucani è cresciuta da quando si è infiammato tutto il Nord Africa, col pericolo che dopo la Libia toccasse anche all’Algeria, altro nostro generoso fornitore. Diciamo subito che nell’inchiesta principiata da ipotesi di corruzione internazionale in Iraq, Kuwait e Kazakhstan ed estesasi anche al centro oli Tempa Rossa di Corleto Perticara – laddove managers del gruppo di San Donato si sarebbero fatti ungere per l’affidamento di appalti a gruppi nostrani dell’ingegneristica e delle costruzioni – l’Eni sarebbe parte lesa. Eppure il Cane a sei zampe è finito nel tritacarne della stampa come una “sorellastra” qualsiasi, proprio mentre le sue sorelle privilegiate di Stati nostri competitors continuano a godere della massima tutela dei loro Esecutivi.

Non si gioca col fuoco delle prerogative nazionali sugli scenari esteri perché poi è difficile recuperare. In questo senso il Gabinetto di Roma ha già dimostrato di non essere in grado di assumersi le proprie responsabilità. Quando si “sconfina” in siffatti commerci in cui si intrecciano interessi economici e disegni politici ci vuole coraggio e scaltrezza. Dato il difficile clima mondiale occorre pertanto fare quadrato intorno ai nostri gioielli industriali che senza l’assistenza degli apparati dello Stato non possono sostenere il confronto su mercati ad elevata “politicizzazione”, come appunto quelli energetici o degli armamenti. Gli altri lo sanno e lo fanno, noi invece ci mettiamo alla sbarra da soli. Riporterò un piccolo caso per chiarirci le idee. Poco prima che scoppiasse la rivolta di Bengasi, come scoperto dal giornalista Franco Bechis del quotidiano Libero, una delegazione commerciale d’oltralpe accompagnata da uomini della sicurezza si recò in Cirenaica. Che ci facevano i businessman francesi insieme a militari dei corpi speciali? Siglavano contratti e stringevano intese. Costoro per essere più convincenti si facevano coadiuvare da persone in divisa. In un mondo normale ciò rappresenterebbe un’anomalia e un atto di concorrenza sleale, ma a quanto pare i giudici d’oltremanica non si fanno impressionare come i loro omologhi “italici”. Questo fanno i nostri partners europei mentre noi ci flagelliamo nelle aule di tribunale. E’ giusto che i togati compiano il loro dovere ma quando si tratta di questioni così delicate bisogna evitare improvvide fughe di notizie. E, soprattutto, bisogna essere rapidi nel raggiungimento della verità per non compromettere l’immagine della nazione. Ci auguriamo che sia questo lo spirito col quale i magistrati inquirenti hanno approcciato lo spinoso problema, nel rispetto della legalità ma anche degli interessi della Repubblica.

GRILLO SPARLANTE

grillo-vacci-tuUn Paese con i grilli intesta non va da nessuna parte. Se addirittura ne basta uno solo, con la testa grande e globosa più dei suoi stessi simili, per piegare un’intera nazione, allora vuol dire che stiamo messi proprio male. In una favola a lieto fine il Grillo parlante deve necessariamente finire spiaccicato vicino ad un muro ma siccome noi viviamo una brutta novella lo abbiamo persino trasformato in un oracolo vivente. Questo esserino verde che frinisce di rabbia ed è poco avvezzo all’educazione, tanto che sfancula chiunque si azzardi a contestarlo, non è molto coerente eppure è riuscito a gabbare migliaia di persone volenterose.  Quest’ultime non hanno ben compreso che una volontà cieca e mal riposta danneggia più dell’inerzia o del malaffare che giustamente si tenta di debellare. E così il distruttore della modernità, dopo aver criticato processori e processati, si è scelto un canale moderno per amplificare il suo messaggio beat, riversandolo in bit e byte avvelenati, per meglio  ingannare questa Italia addormentata da Trento a Canicattì.

Grillo, in realtà, è riuscito a trasformarsi in un ologramma onnipresente ed ubiquo prima ancora di beccarsi una martellata sulle antenne e di divenire puro spirito. Ogni tanto appare in qualche manifestazione per fare casino, vomitare parolacce ed incitare alla violenza, salvo sparire al momento opportuno inghiottito da ombre lunghe e forze oscure che lo proteggono e lo finanziano. Pare che il comico più che una maschera sia una marionetta che si muove a comando e su ordine degli dèi della finanza mascherati da persone per bene. I fili del burattino sono tirati da uomini e gruppi callidi più che coscienziosi. Dietro di lui, che fa gestire ogni sua attività dal guru dell’informatica e dei social network Gianroberto Casaleggio, ci sarebbe in primo luogo la Camera di commercio americana in Italia, ovvero come riportato in un articolo su Dagospia “una lobby indirizzata a favorire i rapporti commerciali delle corporation americane in Italia», nel cui consiglio di amministrazione compaiono nomi ….di rilievo: il vice di Microsoft Italia, Umberto Paolucci, Gian Battista Merlo, presidente e amministratore delegato Exxon Mobil Mediterranea, Gianmaria Donà dalle Rose, amministratore delegato della Twentieth century Fox home entertainment Italia, Massimiliano Magrini, country manager di Google Italia, Luciano Martucci, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia, Gina Nieri, consigliere di amministrazione Mediaset, Maria Pierdicchi, direttore generale Standard & Poor’s, Massimo Ponzellini, presidente di Impregilo, Cristina Ravelli, country legal director The Walt Disney co. Italia, Dario Rinero, presidente e numero uno di Coca-Cola Hbc Italia, Cesare Romiti, presidente onorario Rcs.” Ed ancora sul medesimo pezzo possiamo leggere: Micromega nel 2010 segnalava [che] oggi nell’American chamber of commerce in Italy troviamo altre figure di spicco come Gianluca Comin, dirigente Enel e Giuseppe Cattaneo dell’Aspen Institute Italia, il prestigioso pensatoio, creatura di Gianni Letta, presieduto da Giulio Tremonti. E l’Aspen Institute pesa, ovunque agisca. Luogo di incontro fra intellettuali, economisti, politici, scienziati e imprese. Nell’Aspen transita l’élite italiana, che faccia riferimento al centrodestra o al centrosinistra”. C’è un bel calderone di interessi bancari, finanziari e politici alle spalle di Grillo eppure costui ha la bella faccia tosta di frinire contro i fossili degli schieramenti politici nostrani. Ma più di ogni altra cosa Grillo sparlante si mette di traverso a qualsiasi iniziativa di modernizzazione del paese, si tratti di Tav, di nucleare, gas o di inceneritori. E’ lui il vero dinosauro che porta nella pancia una funesta trappola come il Cavallo di Troia. Questo testone della preistoria vuole ricacciarci indietro nel tempo per soddisfare i suoi pessimi sponsor e rendere l’Italia un orto botanico dove gli insetti si sollazzano e gli italiani regrediscono. Il nostro è il Belpaese e non Quelpaese tanto citato che i vermi vorrebbero colonizzare.

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speroni--140x180Il leghista Speroni si è lanciato a 316 km/h su un’autostrada tedesca a bordo di un cavallo d’acciaio del valore di un’intera mandria. Niente d’illegale perché in Germania non ci sono limiti di velocità, così come non ci sono contagiri, in ogni parte del mondo, capaci di registrare i limiti della stupidità umana. Finora la nostra generazione di sconvolti si era ispirata a miti di altro calibro, attori e cantanti del passato come James Dean e Jim Morrison. Adesso purtroppo non ci resta, con Vasco Rossi che va in pensione e smette di bere e di fumare, che qualche leghista svitato il quale per la sua bravata entra di diritto nel guinness dei primati, nel senso del registro delle scimmie antropomorfe. Speroni, nomen omen, è europarlamentare ed ex Ministro della Repubblica, avrà pure un nome da Far West, ma essendo nato a Busto Arsizio e non a Silver Creek farebbe bene a scendere di sella e a stare con i piedi per terra. Ci si aspetterebbe da siffatti cowboys della politica ben altre corse e rodei ma essi sono adusi solo alle fanfaronate e ai caricamenti a testa bassa di video su youtube per egemonizzare la rete. Francesco il bovaro fattosi pilota è l’immagine fedele di questa Lega imbolsita ed imborghesita che andando a Roma ha perso credibilità e “maroni”. Dalle parti di Pontida i riti celtici si riproducono stancamente come le bischerate di “amici miei atto III” e si fabbricano “castelli” in aria per non fare i conti con una realtà che li ha piegati ai tanto detestati disvalori di Roma ladrona. I leghisti hanno perso quell’istinto “eversivo” che aveva fatto dei militanti del partito di Bossi una spina nel fianco della vecchia partitocrazia nazionale, grigia e corrotta. Costoro si sono adagiati sulle poltrone della capitale e benché si sforzino di apparire puri ed inviolati come  quando indossavano canottiera e calzoni tirolesi sono entrati a piedi uniti con le tod’s nella casta degli incravattati e inamidati. Eppure in Italia, mai come oggi, ci sarebbe necessità di uomini e di gruppi in grado di rompere gli schemi e di infrangere lo specchio in cui si riflettono destra e sinistra, diverse nella forma culturale ma speculari nella sostanza vile e servile. Lo Stato italiano è così in pappe che parafrasando le parole di Gaetano Salvemini pronunciate in una diversa epoca storica, se qualcuno arriverà finalmente “a spazzare via queste vecchie mummie e canaglie, avrà fatto opera utile al paese”, dopodiché “verranno avanti uomini nuovi che potranno [forse] liberarci delle superstizioni antiche”. Erano tempi più pericolosi ma anche più seri dei nostri che non possiamo mica affidarci a camicie verdi e vichinghi cornuti per ripulire le istituzioni. Fortunatamente o sfortunatamente per noi non arriverà perciò nessuna dittatura a sconvolgerci la vita, nè una testa pelata nè una squadraccia in camicia nera, ma nemmeno farà capolino la speranza di un cambiamento radicale. Nondimeno ne avremmo tanto bisogno in questa Italia dove tutto rallenta, si ferma o va in retromarcia, fuoriserie dei politici escluse

GIUSTIZIA AD OROLOGERIA

CVD: Come volevasi dimostrare. All’indomani dei rapporti di Amnesty International e Human Right Watch che hanno sconfessato le accuse di stupro di massa contro i militari libici rivelando inoltre che la fonte dalla quale provenivano le notizie (false) era il CNT di Bengasi, arriva il mandato di cattura contro Gheddafi da parte della Corte internazionale dell’ONU. Qui lavora un segugio di procuratore che per unilateralità e faziosità ci fa rimpiangere persino i magistrati italiani, il che è tutto dire. Costui dichiarò alla stampa mondiale, subito dopo aver acquisito le prove (qualche scatola di viagra intonsa tirata fuori da carrarmati semidistrutti) portate dai ribelli, che il leader nordafricano era un pervertito alla guida di un esercito di pederasti, pedofili e maniaci sessuali. E le indicazioni ottenute erano, a suo dire, così sicure ed attendibili che non occorreva altro. Così Sicure ed attendibili come le successive indagini della CPI e di Luis Moreno Ocampo che ricordano l’arbitraggio del quasi omonimo Byron Moreno durante i mondiali in Giappone e Corea nel 2002. Se questi sono gli organismi internazionali coi quali vogliamo portare la giustizia nel mondo sono da preferire i tribunali di qualche mezzadria africana o dell’est asiatico, almeno sappiamo cosa ci aspetta ben prima dell’inizio del processo. La lega mondiale degli impostori occidentali vuol dare a tutti lezioni di democrazia ma è talmente impreparata e indisciplinata che andrebbe messa dietro la lavagna con un cappello da asino sulla testa ed una mazza tra le natiche a mo’ di coda. Peraltro, Gheddafi viene accusato di crimini contro i civili dal 15 al 28 febbraio, periodo che coincide con l’inizio delle proteste in Cirenaica, appoggiate e preparate dall’intelligence francese e inglese. Ma a queste manifestazioni violente seguirono mere operazioni di polizia volte a riportare l’ordine e che pertanto non possono essere accostate ad azioni di guerra et similia. Quanto accaduto in detta fase, dai bombardamenti sulla popolazione alle fosse comuni – eventi fabbricati televisivamente, rilanciati da Al-Jazeera ed amplificati dal circuito informativo europeo e statunitense – per giustificare l’intervento su Tripoli, è stato smentito da inviati indipendenti e poi dagli stessi media ufficiali, i quali per non perdere la faccia hanno dovuto “differenziare” la loro spazzatura disinformativa, messa in dubbio dai racconti di testimoni e dal consenso mai incrinatosi (nemmeno sotto le bombe) del rais in Tripolitania. Il leone della Sirte non si è scomposto di fronte alla decisone dell’AJa e si è comportato all’occidentale, cioè come americani ed israeliani che non riconoscono autorità alcuna a questo covo di briganti con la legge in bocca e la verità sotto il culo. Come scritto anche da Gian Micalessin su il Giornale si tratta di una farsa dietro la quale si nasconde la Nato che non sa come venir fuori da un conflitto preparato male e condotto ancor peggio: “Peccato che nessuno dei crimini individuati dal suo atto d’accusa (della CPI) sia stato ancora provato o confermato. Se le date contano sarà utile ricordare che tra il 15 e il 28 febbraio non era arrivata a termine neppure quella riconquista di Zawya, considerata l’atto più spietato e sanguinoso della repressione. La cittadina ribelle, situata 50 chilometri ad ovest Tripoli, si sollevò intorno al 25 febbraio e non venne riconquistata prima del 10 marzo. Di certo nei giorni tra il 15 e il 28 febbraio non sono avvenuti, come dimostrano i recentissimi rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch, gli stupri di massa attribuiti dal procuratore Moreno alle forze governative”. Se questa è la dinamica degli eventi il processo dovrebbe essere fatto non a Gheddafi ma ai suoi persecutori, quelli che lo assediano con le armi e quelli che lo accusano con un mantello sulle spalle. Quest’ultimi principi delle tenebre del diritto e non del foro.

IL RATTO DEL RATING

Chi esercita il “mestiere” della politica dovrebbe possedere qualità non comuni come lucidità, larghe vedute, nervi saldi e sangue freddo. Facili esaltazioni ed altrettanto rapide demoralizzazioni rappresentano défaillances inammissibili in uomini di partito ed amministratori della cosa pubblica che prendono l’impegno di guidare una collettività. Farò l’esempio della Basilicata, dove io vivo, per evidenziare alcuni fenomeni di degradazione ma le cose non vanno affatto diversamente nel resto d’Italia.  Nella Penisola, da vent’anni in qua, le necessarie virtù politiche sono avvilite da una classe dirigente di ogni colore avvezza alle sbornie egolatriche e alle sublimazioni propagandistiche che la rendono – e ciò soprattutto nelle fasi di criticità – impreparata al compito per cui è stata selezionata. Il concetto può apparire difficile ma non lo è se tradotto in metafora faunesca: non puoi atteggiarti a rapace se sei un piumato di piccola taglia, poiché appena tenti di prendere l’aria il trucco viene smascherato. I cieli lucani sono pieni di aquile che volano come quaglie, o di galliformi che s’improvvisano falchi, e la cosa è quotidianamente riscontrabile tanto dall’infimo livello  delle polemiche dilaganti tra un pollaio politico e l’altro che dal modo in cui vengono affrontati (e non risolti) i problemi del territorio. Emblematico è quanto verificatosi dopo che l’agenzia newyorkese Moody’s ha minacciato di abbassare il rating della Regione che adesso si trova sotto osservazione (come d’altronde tutto il Belpaese) per i suoi conti. La cosa è seria ma non grave, eppure maggioranza e minoranza si sono prodotte in grida di dolore e gloglottii di disperazione, lanciandosi reciproche accuse di sabotaggio e di inadeguatezza. Non è saggio autocelebrarsi quando questi soggetti economici si profondono in giudizi positivi al di sopra della realtà, né ci si può abbattere quando gli stessi istituti pungolano o minacciano declassamenti ingiustificati o proditori. Ma ancor meno assennato è farsi la guerra in casa per valutazioni che hanno natura provocatoria e non corrispondono allo stato di salute di una istituzione, rientrando piuttosto in disegni politici o speculativi rispetto ai quali occorre comunque alzare l’attenzione. Lo diciamo sia a chi faceva il ballo del qua qua 6 mesi or sono allorché Moody’s si complimentava con i vertici regionali per il buon lavoro svolto, che agli iettatori patentati i quali si auguravano, all’opposto, l’arrivo dei temporali. Ora che le nubi minacciano tempesta, le parti si sono invertite ma lo spettacolo politico di papere starnazzanti e di uccellacci gufanti è ugualmente poco edificante. PD e PDL lucani dovrebbero sapere che tali Agenzie, alle quali si continua a dare tutto questo “credito” nonostante le disavventure del passato, hanno già ampiamente dimostrato la loro inattendibilità. Dai casi Enron, Parmalat o Lehmann Brother abbiamo imparato che di esse non ci si può fidare perché sono ipersensibili agli umori dei clienti pubblici e privati dai quali vengono pagate. Ovvero, non esiste equidistanza certa tra interessi propri e quelli della controparte, ed è per questo che le Agenzie allungando la loro lente d’osservazione sulle diverse situazioni si fanno sfuggire qualcosa, soprattutto se il versatore è generoso. Come dicevamo, mesi addietro Moody’s aveva rilasciato tutt’altro parere sul bilancio regionale e la Basilicata era stata presentata come un esempio di morigeratezza nelle spese ed oculatezza negli investimenti. Cosa sarà mai cambiato in così poco tempo? E’ mutato il clima politico nazionale ed internazionale ed oggi alcuni membri dell’Europa del sud si trovano nell’occhio del ciclone per una serie di circostanze solo limitatamente dipendenti dalle loro imperizia nelle gestione dei conti pubblici. In Europa spira un vento di speculazione che artatamente alimenta lo spauracchio dei default sovrani per compiere razzie finanziarie. Vedi la Grecia o il Portogallo. Alzare artificiosamente le voci di instabilità economica agevola la riuscita dei colpi bassi da parte di pescecani della finanza che si fanno guidare da “subacquee” sentinelle politiche. Sarà un caso che queste agenzie hanno tutte licenza statunitense? Sarà un caso che si concentrino principalmente sull’Europa nonostante il bubbone abbia avuto origine negli States? Non vogliamo essere troppo dietrologici ma almeno cerchiamo di pesare adeguatamente questo conflitto d’interessi prima di lapidarci tra noi. Le sassaiole fra conterranei facilitano unicamente il compito a chi ha deciso di sfasciarci la testa. Questo non vuol dire che possiamo permetterci di “fare gli americani” ma nemmeno di essere gabbati da loro.

PACCO, DOPPIOPACCO E CONTROPACCOTTO

Non siamo profeti di sventura ma conosciamo alla perfezione questa nostra era dell’acciaio inox e della gomma piuma per non identificare all’istante i materassai e i telepredicatori di pentole a pressione che la abitano, a partire dalla parole che dicono e dalla faccia che fanno quando si cimentano col marketing elettorale. Su De Magistris eravamo stati chiari, costui si sarebbe trovato subito in difficoltà e così abbiamo scritto, su questo stesso sito il 31 maggio, all’indomani della sua elezione a sindaco del capoluogo campano: “De Magistris non è legato al precedente regime bassoliniano che ha messo in ginocchio il comune con i suoi interessi di bottega e di guapperia. Vero, ma ai poteri leciti ed illeciti non dispiacerà avere come Primo cittadino un pasticcione che si troverà presto nei guai. Il magistrato ha fatto troppe promesse in campagna elettorale impossibili da mantenere ed inoltre si è liberato in un solo colpo della rete sistemica sulla quale si è retto il governo della città senza avere un’alternativa pronta. Verrà a mancargli presto il polso della situazione se non media con tali gangli, per cui delle due l'una. O ritorna ai compromessi di un tempo con la coda tra le gambe oppure sarà risommerso dal pattume respinto in campagna elettorale” (La breccia di Piasapia). La seconda che abbiamo previsto. Eccolo qui il magistrato dei bidoni giudiziari ricoperto di monnezza fino alla gola, togato-sindaco-netturbino tre volte nella polvere, tre volte sugli altari di una pessima cronaca. Luigi Napoleone voleva conquistare Napoli ma ora si trova ricoverato nella clinica dei pazzi perché sente le voci e soffre di manie di persecuzione. I poteri forti e le forze oscure lo cercano per fargli abbassare la cresta ed impedirgli di assumersi “responsabilità che altri in vent’anni non si erano mai assunti”. Accidenti, l’uomo della provvidenza finirà stoccato come le ecoballe che proferisce a discariche unificate dall’Arenella al Vomero. Qui c’è tutta la “differenziata” tra lui e chi non ha ancora mandato il cervello al macero. Ed, infatti, dopo aver vinto la campagna elettorale promettendo una svolta sulla raccolta differenziata che avrebbe risolto per sempre il problema dei rifiuti, la giunta di De Magistris sollecita i siti di trasferenza (cioè le discariche di altre province) dove poter portare la propria spazzatura almeno finché le criticità non saranno risolte. Ma se ora non interviene il governo la situazione rischia persino di precipitare generando un pericolo ambientale ed un allarme sanitario senza precedenti. Per il bene dei napoletani ci auguriamo che questi problemi rientrino presto insieme al loro Primo cittadino che sembra scappato da un manicomio. I partenopei pensavano fosse amore ed invece è un calesse di pattume. Proprio loro che hanno fama di astuti e smaliziati, si sono beccati prima il pacco da Bassolino e dalla Iervolino e poi il doppiopacco da De Magistris. Urge contropaccotto per ristabilire un minimo di parità, altrimenti prima una risata e poi la sporcizia li seppellirà.

FIAT

Il tanto decantato miracolo Fiat più che un prodigio sembra un gioco di prestidigitazione. Marchionne è arrivato come il mago Silvan ai vertici del Lingotto promettendo una ripresa che sembrava impossibile. Se i presupposti sono quelli dei restyling di cassapanche con le ruote come la Freemont, il recupero sui competitors tale rimarrà: impossibile. La Fiat più che una “barchetta” resta una bagnarola che vuol fare la “regata” su una “duna”. Non è una grande “Idea”. La casa di Torino è da salvare come i “panda” anche se ormai ne resta soltanto “uno”. “Punto.” Nel frattempo la concorrenza non fa il gioco delle tre carte, non tira conigli dai “cilindri” e non si fa ipnotizzare dagli annunci del “Pigmaglione” blu venuto dal Canada. Sin qui l’Ad di Fiat ha fatto più chiacchiere che autovetture ed invece di concentrarsi sullo storico core business ha passato tutto il tempo a riscrivere le relazioni industriali di questo Paese, a litigare coi sindacati e con la Confindustria (questo non mi dispiace affatto anche se si tratta di un "palio" tra brocchi) a spacchettare, separare, dividere le attività industriali e ad intrattenere il mercato con vecchi trucchi finanziari. Finora, abbiamo assistito a tanti annunci iperbolici ma i Piani industriali non sono “lievitati”, non sono stati rivelati i dettagli del salvataggio e sul palcoscenico nazionale ed internazionale è stato sparato tanto di quel fumo che c’è visibilità pari a zero. In questa nebbia che disorienta e porta fuori "strada" Marchionne ha trovato il favore della stampa e dei mezzi d’informazione che viaggiano sempre con gli anabbaglianti o con i fari spenti quando si tratta di seguire i potenti. La Fiat aveva molta liquidità in cassa ma l’ha utilizzata per crescere in Chrysler, ora non si sa proprio dove andrà a prendere i soldi per gli investimenti e per la ricerca, necessari a rimettersi in careggiata. I suoi competitors hanno invece ingranato la quarta e sono ripartiti a razzo lasciando Torino letteralmente sul posto. Questa falsa partenza è stata esaltata dai giornali italiani che non sanno distinguere tra il rombo di un motore ed il nitrito di un ronzino. Oppure è proprio il loro mestiere quello di moltiplicare gli specchietti retrovisori per le allodole. La Fiat va in direzione opposta alle altre compagnie ed i pennivendoli di regime ci raccontano allegramente che sono gli altri ad andare contromano. Marchionne si sta indebitando come un pokerista incallito per arrivare a comprare la totalità del marchio americano e come tutti i drogati del tavolo verde continua a fare promesse che non potrà mantenere, per esempio quelle su Fabbrica Italia. Ecco cosa scrive Massimo Mucchetti sul Corriere: “La Fiat sta aumentando il debito finanziario consolidato. Al 31 marzo 2011, la Fiat Spa dichiarava 16,3 miliardi di euro di debiti e 13 di liquidità. A questi vanno sommati i debiti della casa americana, l'equivalente di 9,3 miliardi di euro, e la liquidità, 6,8 miliardi. Con gli ultimi acquisti di azioni Chrysler, il debito consolidato in euro sale da 25,6 a 27 miliardi; qualora fosse esercitata l'opzione sulle azioni del fondo Veba, il debito volerebbe a 30 miliardi di euro. E la posizione finanziaria netta, negativa, passerebbe da 5,4 a 9,6 miliardi. Troppo, se la si confronta con quella delle tedesche che esercitano l'attività industriale con i propri soldi e con margini ben superiori. I governi americano e canadese, per capirci, sono stati rimborsati facendo altri debiti con le banche americane, salvate dalla Casa Bianca. I nuovi tassi sono inferiori ai precedenti, decisi in situazione fallimentare, ma restano superiori all'8%.” Senza l’assistenza h24 della stradale americana, che si precipita a soccorrere e a trainare Marchionne sulle vie impervie dei mercati, la Fiat si sarebbe già fermata lungo il ciglio della storia o sarebbe stata spinta dalla concorrenza e dalle banche in una scrpata. E non è detto che prima o poi non accada. Oggi il Lingotto ha un significato politico per Obama, è il suo immobilizer nel meccanismo di accensione del nostro sistema-paese che non deve assolutamente mettersi in moto e correre nella direzione dei settori innovativi e ipertecnologici dove saremmo in gara con loro. Quando questa funzione si esaurirà ci speroneranno e troveranno altri sistemi per garantirci l’ingrippamento. La fregatura che ci stanno dando è “multipla” e noi li applaudiamo pure a “ritmo”. Un “bravo” e una “brava” a tutti quelli che, nonostante l’alta “marea”, continuano ad andare fuori “thema”. Senza “scudo” e senza “stilo”.

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