CI STANNO ROVINANDO!!

CI STANNO ROVINANDO, ECCO IL PROSSIMO FURTO DEL GOVERNO DIRETTAMENTE IN BUSTA PAGA. POPOLO D’ITALIA O DAI FUOCO A TUTTO OPPURE LORO INCENERIRANNO TE!!
E QUESTO MENTRE BANCHE E GRANDI IMPRESE CONTINUANO AD ESSERE INTOCCABILI. SE BERLUSCONI ERA UN FURFANTE QUESTI QUI SONO DEI DELINQUENTI PROFESSIONISTI, ANZI TECNICI. COME SCRIVEVAMO OGGI E’ MEGLIO CHE VENGA GIU’ IL DILUVIO UNIVERSALE.

LACRIME E SANGUE

“Serio non è chi non ride: come mostra Pierrot, si può essere tristi e pagliacci”. Dice bene questa volta Marcello Veneziani col quale siamo pienamente d’accordo. Dopo aver sentito le fregnacce del Ministro Fornero nell’intervista a Report di ieri sera, le parole del giornalista mio “conterroneo” mi sono rimbalzate nel cervello come un refrain. Un rap tecnico da rapina che sfonda i neuroni e le tasche degli italiani. Frigna la Frignero che non vuole finire al cimitero ma ci manda velocemente tutti gli altri.  Stia tranquilla che ad ogni modo la proverbialità del camposanto gioca a suo favore, poichè si sa che l’erba cattiva non muore mai e lei non è, nell’aspetto e nel carattere, propriamente un giglio. Il suo pianto aristocratico però non la sgraverà dai gravi torti commessi, la povera gente ha smesso da tempi letterari di credere ai lucciconi dei ricchi e dei potenti che si commuovono per alleggerire la propria coscienza mentre alleggeriscono il portafoglio del popolo. Strano comunque che le percosse le riceviamo noi mentre sia lei a versare gocce di afflizione. Loro le lacrime e noi il sangue. Dunque l’anomalia sta nel manico, come si suol dire, poiché la presunta e presuntuosa necessità che ha fatto della Fornero e dei suoi compagni di governo dei salvatori della patria è soltanto una menzogna che loro stessi, con l’aiuto di mercanti esteri armati di spread e di armi tossiche di borsa, hanno costruito per autolegittimarsi.  Il Ministro, senza verifiche e sprezzante del buon senso, giustifica così i suoi colpi ai salariati che sarebbero stati sferrati per evitare ferite più profonde. Dice che si rischiava, senza la sua “de-forma”, di non poter pagare le pensioni e persino gli stipendi agli statali. Non c’è la controprova e non ci sono le prove di tanto pericolo eppure hanno fatto diventare questo raggiro la corda che tiene insieme tutto e tutto stringe alla gola. Tuttavia, c’è da dubitare di quello che invece sembra un misero sotterfugio utile a capovolgere la realtà, a manipolarla secondo esigenze dei gruppi dominanti, ma non a renderla intelligibile, perché se Napolitano, comandante in Colle e Superpremier in pectore, non avesse dato il colpo di grazia al Cavaliere Scostumato, tutto questo non sarebbe accaduto e nemmeno si sarebbe giunti a questo punto. La signora afferma che lei e i suoi colleghi di esecutivo sono stati chiamati (da chi? Dai partiti esautorati? Dal parlamento svuotato di sovranità? Oppure da forze che non deve nominare ma alle quali deve rispondere?) a distribuire fiele e non miele e quello stanno facendo con senso del dovere ed irreprensibilità. E qui casca l’asino cattedratico! Anche sulla distribuzione del dolore che fa commuovere “la” Fornero (o preferisce “il” Fornero…come quello crematorio ) infatti ci sarebbe molto da obiettare. Ne parlavamo qualche giorno fa,  è sufficiente che la banca rovesci la panca che il governo più non campa.  E’ successo allorché l’Abi ha protestato contro il provvedimento che azzerava le commissioni sui prestiti. Il gabinetto dei banchieri sensibile alla contestazione ha subito fatto rientrare la norma, mentre continua a fregarsene ampiamente delle manifestazioni dei lavoratori e dei pensionati che stanno precipitando sotto la soglia di povertà. Fino a quando gli italiani accetteranno questa disparità di trattamento? Qui occorre davvero una catastrofe che azzeri la situazione, un cataclisma di proporzioni totali che faccia tabula rasa del verminaio istituzionale e politico, perché, nella Storia di uno Stato, arriva il momento che anche le rovine e le macerie sono meglio di una ridicola messinscena su un traballante palcoscenico di salvezza nazionale dove si esibiscono pagliacci piangenti e buffoni gaudenti alle nostre spalle. Meglio il diluvio universale di questa pioggia acida che ci sta corrodendo lentamente.

LE MINCHIE DI MARE

Pelose non sono solo le cozze ma anche la doppia morale dei nostri amministratori pubblici, viscidi come molluschi e sfuggenti alle loro responsabilità come anguille. Le loro parole di irreprensibile specchiatezza etica cozzano con la realtà delle cozze e con quella del “mitile” non ignoto, almeno alla magistratura del capoluogo pugliese, la quale, se non ha preso un granchio e non ci pare proprio il caso, ha beccato Emiliano, sindaco di Bari del Pd e presidente onorario del circolo Ostriche gratis, con le mani nelle reti. E’ vero che il pesce puzza sempre dalla testa ma anche il corpo e la coda non scherzano, soprattutto quando parliamo di sirenetti di sinistra e squamati affini. Infatti, non è stato solo il primo cittadino ad approfittare dei regali marini della Dec spa. Altri piranha e pescecani seguivano la direzione della corrente favorevole e tra chi divorava appalti e chi si metteva a disposizione, per il pesce buono e per il pascere bene, si costituiva un bel comitato di minchie di mare che si estendeva anche nelle acque torbide delle regioni viciniore. Sì, perché gli affari di questi “capasantissima” sono arrivati anche in Basilicata, dove hanno intorcinato le strade chiamando tali opere all’acqua di mare  nodi complessi di viabilità (che si chiamano così perché sono complessi da praticare come una barriera corallina) . Cozze e datteri d’esportazione a golosoni di collina e di montagna per i quali con l’astice al posto del baccalà il gusto ci guadagna. Occorrerà fare chiarezza ma la confessione del Sindaco scivolato sullo spigolone, per ingenuità e genuinità, svela che al sud l’andazzo delle cose non è cambiato, sono mutati soltanto i pescatori di frodo. Certo, in una terra come la Puglia dominata dai poteri Dalemiani ai quali il capitone Vendola è andato di traverso il fatto che Emiliano si facesse una propria “lisca” nazionale sarà apparso davvero troppo, motivo per cui qualcuno potrebbe aver imbeccato la magistratura per bollirlo a puntino. Comunque, se prima erano i pesci crociati a fare man bassa di tutto (anche se non si spingevano mai su fondali così bassi), adesso che ci sono gli ex pesci rossi il fritto misto ha ugualmente lo stesso sapore rancido di una volta. La gente viene sempre presa a pesci in faccia da detti rappresentanti un po’ pesci pagliaccio un po’ pesci palla che sono delle lenze e sanno come far abboccare l’elettore. E’ vero che la politica è come il mare, s’affoga chi non sa nuotare, ma costoro hanno troppo istinto di sopravvivenza, non sanno proprio costeggiare l’onestà e la trasparenza e per restare a galla sono disposti ad avventurarsi in qualsiasi abisso nero. Non sono una piovra ma i loro tentacoli ci portano ugualmente a fondo e ci impediscono di nuotare verso un futuro migliore. Avessero almeno il pudore di non esagerare. Così finisce tutto a base di pesce, con la grande differenza che loro si prendono le crudità prelibate e noi la crudezza indigestibile di un domani tradito.

SIAMO UOMINI NON TRAPASSATI

Il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale.  Sociale dunque e non solo di produzione. Esso si riproduce nelle sue forme specifiche a tutti i livelli collettivi determinando la supremazia di una determinata formazione portatrice di precisi ed esclusivi rapporti, i quali le garantiscono  la massima funzionalità ed affermazione su altre configurazioni umane che infine si marginalizzano, scompaiono o vengono assimilate. Questo significa che quando i vari attori si ritrovano nel processo produttivo, all’interno di una fabbrica o, meglio di una impresa, il rapporto che informerà le loro azioni/interazioni – attraverso la combinazione dei fattori produttivi, macchine, materie, forza lavoro, secondo una data razionalità strumentale (minimo sforzo, massimo profitto) e gerarchie che non dipendono dal mero comando del capitalista (divisione tecnica del lavoro) ma dall’oggettività intrinseca degli stessi processi – è già bello che formato. E da questo rapporto non si esce per sabotaggio o complotto proletario come pensavano molti rivoluzionari della chiacchiera negli anni ’60-’70, i quali pretendevano di allargare il controllo operaio dalle ciminiere ai camini, dalla fabbrica alla società per mera estensione ideologica. Dalla ciminiere sono riusciti a portare buona parte degli individui suggestionabili della “classe” direttamente al cimitero, mentre loro hanno continuato a bere calici di teorie edulcorate e editorialmente redditizie comodamente seduti nei loro celebrati salotti. Né, pertanto, si combatte il capitalismo cimentandosi contro le sue manifestazioni fenomeniche o le sue apparizioni finanziarie. Quest’ultime sono certamente reali ma di una realtà rovesciata o proiettata in maniera distorta, come Marx ha spiegato abilmente, tant’è che, ad esempio, si può ben sostenere che sul mercato agiscono soggetti parificati giuridicamente i quali vendono e comprano quel che serve loro (merce, prodotti e forza lavoro), in perfetta uguaglianza di fronte alla legge. L’imprenditore che acquista forza lavoro la pagherà al suo valore così come il lavoratore che aliena le proprie prestazioni riceverà l’appropriato, tuttavia all’interno della produzione agirà automaticamente quel rapporto, storicamente concretatosi, che permetterà al capitalista di estorcere pluslavoro nella forma di plusvalore senza dover obbligare nessuno a sgobbare con la spada in pugno.  Questo lo dice direttamente Marx: “[sul mercato] vengono scambiati equivalenti, cioè la merce vien pagata al suo valore [al suo valore!!!]. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore d’uso della merce come tale, cioè dal suo consumo”. Ovvero, è soltanto nel processo produttivo di consumo della forza lavoro che opera la disuguaglianza reale a causa della quale il lavoratore è condizionato ad erogare forza-lavoro oltre il prezzo ricevuto sul mercato, a vantaggio del capitalista che si appropria gratuitamente di un pluslavoro. Possiamo chiamare questa grande scoperta di Marx, l’uguaglianza formale sul mercato che cela la disuguaglianza di fatto nella produzione, I disvelamento scientifico dei rapporti “a dominanza” del capitale. Esso ha tolto la pelle al capitalismo sul suo lato produttivo e riproduttivo nella sfera economico-sociale, permettendo di osservare meglio il suo concreto funzionamento al di là delle fantasmagorie della merce e del mercato. Ma tutto ciò non è stato sufficiente a spiegare la dinamica del capitale a livello sociale generale. Per questo La Grassa, proseguendo secondo lo stesso rigore scientifico marxiano, ha proposto il II disvelamento che invece ‘impone di mettere senza più esitazioni al centro dell’analisi il principio della “razionalità” strategica, applicata al conflitto in quella che è la politica tout court, ovunque venga svolta: nella sfera politica vera e propria, in quella economica, in quella ideologico-culturale. Tale politica si condensa nei vari “macrocorpi” (Stato e apparati politici, imprese, ecc.) che diventano gli “attori” della battaglia nel campo del suo svolgimento, i portatori soggettivi di dinamiche conflittuali oggettive; non colte in sé ma sempre interpretate con ipotesi che nascono dalle teorie formulate all’uopo (e sempre riviste e ri-formulate di epoca in epoca). Il conflitto (strategico), “essenza” della politica, pur essendosi esteso – durante il passaggio al capitalismo, cioè alla sua prima formazione sociale, quella borghese – alla sfera economica, non fa di quest’ultima quella ormai predominante e da cui tutte le altre dipenderebbero (deterministicamente o con “azione di ritorno”, che è un semplice “meccanicismo incrociato”, una mera interazione)’. Si tratta di una vera rivoluzione teorica che ci consente di uscire dall’impasse in cui eravamo finiti dopo la non concretazione delle previsioni marxiane circa la formazione del lavoratore collettivo cooperativo associato, il quale avrebbe estromesso dalla produzione rentier e parassiti della finanza ormai disinteressati dei processi produttivi ed arroccati nella sovrastruttura statale a difesa dei propri appannaggi simil-feudali. Sappiamo che le cose sono andate diversamente e non si poteva più restare ancorati alla vecchia concezione, in attesa dell’ apparizione celeste di un soggetto rivoluzionario che mai sarebbe sorto dalle contraddizioni del capitale. Detto ciò, ora ci troviamo ancora a scontrarci con molti fantasmi che ci portano fuori strada e ci distolgono da questo obiettivo principale, l’analisi del conflitto strategico e le sue precipitazioni sociali, per incantarci con favole umanistiche sulla comunità gaudenti o i racconti orrorifici sullo sterco del demonio che vuol comprare le nostre anime. Per non cedere a questi richiami rassicuranti ma distruttivi a causa dei quali si sbatte immancabilmente su scogli utopistici dobbiamo necessariamente fissare alcune coordinate teoriche. Quest’ultime ci sono date dalle elaborazioni lagrassiane e le riprendo tal quali dalle sue recenti “Puntualizzazioni teoriche” così come le avevo presentate sul blog in precedenza. Innanzitutto occorre fissare gli elementi generali dell’analisi  che  possono essere così articolati: “Le epoche (e fasi) storiche riguardano complessi raggruppamenti sociali (società, formazioni sociali), di cui isolare i gruppi che appaiono essere i decisori d’ultima istanza nel comportamento attivo di maggiore rilevanza, in quanto portatori del movimento in questione, in genere di carattere evolutivo cioè trasformativo delle loro strutture relazioni interne(…). Diciamo che i gruppi decisori sono, in generale, i soggetti (…) L’oggetto in generale è costituito dai raggruppamenti sociali complessivi (…) cioè delle formazioni sociali in generale, (…), il mezzo in generale per l’azione dei soggetti sull’oggetto è la lotta per la supremazia, lotta che assume forme estremamente variabili, ed il cui carattere di mutevolezza costituisce appunto l’aspetto generale “della lotta condotta dagli individui della nostra specie”. Così, è proprio lo squilibrio, in quanto astrazione di questa mutevolezza inarrestabile delle forme di conflitto, che costituisce l’elemento più generale delle società umane. L’equilibrio, quello che viene percepito dai sensi come l’ottimo cui la società tende quasi spontaneamente, è solo l’apparenza che prende il davanti della scenografia, proprio come il mercato, guidato dalla mano invisibile e dalle sue fantasmagoriche regole consolidatrici (“La vita è dunque lotta, conflitto per prevalere. Questo l’aspetto più superficiale, il corrispondente della concorrenza mercantile nell’ambito della produzione condotta secondo le modalità tipiche vigenti nella formazione sociale detta capitalistica”). Questa ipotesi è necessaria per orientarsi nello squilibrio incessante del reale, al fine di stabilizzare il campo in cui l’azione dei soggetti deve svolgersi ed articolarsi. La Grassa individua due mezzi di stabilizzazione del reale: la teoria e l’istituzionalizzazione, con la creazione di apparati retti da regole di comportamento dei corpi sociali in attività, sempre secondo una scala gerarchica. Tuttavia, tanto la prima che i secondi “tendono, per forza d’inerzia, alla conservazione dell’esistente; quindi si trasformano presto in strumenti di quest’ultima. Esse vengono addirittura rafforzate con successive ‘aggiunte’. Gli Istituti e apparati esistenti vengono specialmente difesi da apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della ‘realtà’ precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale della realtà da parte del flusso di spinte squilibranti; essa cerca così, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri”.  Questo proposta scientifica disegna un quadro della realtà, con un “doppio livello”, assolutamente inedito, del quale dobbiamo prendere coscienza (flusso squilibrante) al fine della conoscenza del nostro mondo (sistema sociale), tentando d’incidere, partendo proprio dalla pratica teorica, sui suoi pilastri. Se lo squilibrio costituisce lo sfondo o il fondo della vita associata, la costruzione di una nuova scienza sociale deve principiare dal conflitto generato da quello squilibrio, “dalle teorie come costruzione di campi di stabilità per combatterlo, dalle strategie quale mezzo principale di tale combattimento”.  Dunque, non si ha conoscenza del flusso del reale ma soltanto, e per gradi di riflessione via via più intensi, dei campi stabilizzati ma conflittuali in cui i soggetti portatori delle strategie si trovano a confrontarsi/scontrarsi. Soltanto con strumenti teorici adatti si può costruire, e per via d’approssimazione, tale realtà stabilizzata “che serva da campo delle nostre pratiche”.  Allora, partendo da questi presupposti per noi dirimenti non possiamo che essere distanti anni luce da quel parterre filosofico e ideologico che propugna salti logici e grandi narrazioni per creare intorno a sé facile consenso e ancor più facili guadagni. Icaro adesso vola ma presto stramazzerà al suolo colpendo i suoi illusi icariani. Non sposeremo mai  le campagne pubblicitarie ingannevoli di chi, per accrescere la propria platea e ricevere applausi, continua a sostenere che  siamo in presenza di un dominio delle oligarchie finanziarie transnazionali sulla sovranità statale, popolare e nazionale (Costanzo Preve) o che occorre tornare all’etica della comunità pauperistica e decrescista per  respingere  il dominio della tecnica  e lo sviluppismo deantropomorfizzante. Non abbiamo nulla a che spartire con chi pensa di poter sovvertire il mondo con nuove teorie sedicentemente avverse al finanziarismo che vedono nella sovranità monetaria la panacea per tutti i mali sociali (Barnard) o con narrazioni ancora più bislacche che individuano nel signoraggio il buco nero della fase storica. Con costoro non abbiamo niente da condividere, i nostri percorsi sono diversi perché a noi piace stare con i piedi per terra, camminare con passi brevi ma sicuri, mentre loro preferiscono i voli pindarici ed i salti a piè pari da un concetto all’altro, da una chimera alla successiva. A loro lasciamo la letteratura, la fantasia e i grandi sogni, noi ci teniamo tutta la durezza del mondo reale e le difficoltà del suo discernimento.  Ognuno scelga, secondo coscienza, da che parte stare ma non ci costringa a dialogare con gli spettri. Siamo uomini  non trapassati.

“Va…sempre ricordato: il capitale è un rapporto sociale e non una cosa. Il capitale non è semplice produzione: né reale né puramente monetaria (e quindi finanziaria). Il capitale è una forma dei rapporti sociali tra gli individui che configura nel contempo anche una particolare relazione tra gli elementi generali della produzione (gli elementi della “produzione in generale”). Il capitale, insomma, è una “storicamente determinata” formazione sociale, con un suo peculiare modo di produzione, che non significa modalità tecnico-organizzative del processo trasformativo degli oggetti in forma usabile per soddisfare i bisogni. Il modo di produrre è sociale; si produce solo riproducendo contestualmente i rapporti sociali nel cui ambito si produce”. G. la Grassa

SOTTO IL GOVERNO LA BANCA CAMPA

 

E’ bastato che i vertici dell’Abi si dimettessero in massa per ottenere l’arretramento del Governo dei pusillanimi tecnici dai propositi di garantire la gratuità dei conti correnti a favore dei pensionati che percepiscono una pensione fino a 1.500 euro al mese. Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo ha riferito alla Camera che il provvedimento “rischia di essere un danno per le banche”. Non sia mai, sarebbe un reato di mancato approfittamento sui più deboli, non ammissibile in un Paese dove la finanza fa il bello ed il cattivo tempo a causa della fiacchezza, ed ormai anche assenza, della politica. Sarebbe come autorizzare un furto in casa del ladro, una rapina puntando alla tempia dei cassieri, anziché una pistola, un bastone della vecchiaia, una estorsione sotto minaccia di borsettata in faccia da parte di vecchiette più disperate che arzille. Ma nonno Mario che apparentemente solidarizza con la sua generazione è intervenuto tempestivamente a smentire il suo sottoposto, assicurando che la norma non sarà modificata. Ci domandiamo, tuttavia, come sia possibile che il Premier non sapesse, avendo tenuto per sé l’interim del ministero dove Polillo lavora, quello che il sottosegretario sarebbe andato a riferire in Parlamento. Questi professori o sono dei pasticcioni oppure credono di poterci trattare tutti come degli sprovveduti scolaretti. L’esecutivo prima simula il gioco duro nella partita con i banchieri per dimostrare al paese che ogni settore è marcato a uomo, poi però anziché finalizzare l’azione tira volontariamente la palla in tribuna per non alterare il risultato. 0 a 0 e divisione della posta in palio che purtroppo è il nostro futuro, divenuto oggetto di spartizione tra delinquenti che truccano le partite. Tanta melina dunque, con finte e dribbling istituzionali, senza colpire mai negli stinchi i fuoriclasse dell’industria e dell’universo bancario, nonostante qualche tentativo di contropiede poco credibile e fatto per non destare sospetti nel pubblico. Consigliamo, dopo questa vicenda vergognosa di rimbalzi e di palleggiamenti tra gruppi di potere, ai player degli altri ceti sociali , dai tartassati, agli autonomi, alle partite Iva, ai lavoratori subordinati, dai precari ai disoccupati, di dimettersi unanimemente da popolo per ottenere dal Presidente del consiglio e dai suoi compagni di squadra qualcosa di meno doloroso dei calci a tradimento, presi gratuitamente e sempre nella stessa zona, cioè sul sedere. Comunque, può darsi che la norma effettivamente non venga toccata ma il Governo riuscirà ugualmente a suggerire all’Abi qualche altra contromossa per recuperare il “maltolto”. Del resto, che cosa vi aspettate da un gabinetto di ex amministratori delegati di istituti di credito ed ex consulenti di società finanziarie internazionali, che si mettano a derubare i propri simili?

LE DOGLIE DI TRAVAGLIO

 Travaglio ha le doglie e proprio non riesce a metabolizzare la sentenza della Cassazione che ha rimandato il fascicolo del processo a Dell’Utri alla Corte d’appello di Palermo, addirittura per mancanza del capo d’imputazione. Detto altrimenti, l’impianto processuale contro l’ex senatore del PDL si è retto per anni su teoremi accusatori ad uso politico e su pregiudizi persecutori difficilmente assimilabili alla ricerca della giustizia. A ciò si sono aggiunte le parole – più terrorizzanti che terrificanti per Travaglio, il quale avendo costruito il suo successo sulle carte bollate e i ditini puntati contro presunti politici collusi con Cosa Nostra, soprattutto se viciniori di B, rischia infatti di ritrovarsi senza idee per continuare a spargere inchiostro come veleno a mezzo stampa e lettura video- del Procuratore Generale che ha squalificato il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso poiché indefinito ed insostenibile. Deve essere stata una mazzata tremenda per il cronachista delle procure che a questo punto può anche appendere la penna al chiodo per mancanza di materia prima, mentre il suo precedente lavoro, denso d’insinuazioni e di maldicenze, può essere ben consegnato, senza patimenti, alla memoria dei roditori. Poiché Travaglio basava i suoi pezzi su tali teoresi, d’ora in poi, la prima riga scritta sarà per lui anche l’ultima e non avrà più argomenti per dare corpo alle sue insulsaggini, salvo il borbottare scomposto con cui sta adesso tentando d’infarcire discorsi già esauriti allungandoli con invettive moralistiche e scapestrate.  Sono terminate le marchette di Marco alla casta togata ed ora forse si può sperare di far emergere un’altra verità, troppo a lungo sepolta sotto l’antiberlusconismo ad oltranza alimentato da questi pennivendoli disponibili a svolgere il compito di portalettere dei giudici. Per esempio, si potrà fare chiarezza sull’alleggerimento del carcere duro (41 bis) avvenuto sotto i governi Amato e Ciampi. Potremo sperare di capire, senza che alcuno possa immaginare ancora di nascondersi dietro l’ombra del cavaliere nero, chi e cosa spinse il Ministro Giovanni Conso, a rivedere il trattamento carcerario di pericolosi mafiosi in un momento in cui semmai occorreva inasprire tali provvedimenti per la svolta stragista messa in atto dalle cosche. In quegli anni in cui il sistema istituzionale italiano subiva un attacco violento, da nemici esterni ed interni, fino alla caduta delle vecchie classi dirigenti, una trattativa con il crimine organizzato effettivamente ci fu ma con altri protagonisti, spacciatisi successivamente per irreprensibili difensori della Costituzione ed incorruttibili padri della patria, i quali hanno continuato impunemente a fare carriera sulle ceneri del Paese. Ma, sicuramente, Berlusconi non aveva parte in questi intrallazzi perché non ancora entrato nell’agone politico e perché, al contrario, persino disorientato ed indebolito dalla perdita suo nume tutelare, Bettino Craxi. La nostra interpretazione dei fatti l’abbiamo data tante volte ed il tempo che passa anziché smentire rafforza le primigenie convinzioni ed intuizioni. Gli eventi dei primi anni ’90 s’iscrivono tutti in una sorta di rivoluzione colorata all’italiana che vide agire sinergicamente, per finalità distruttive dei nostri apparati statali, istituzioni marcite ed eterodirette dall’estero, partiti politici ideologicamente riformati e surrettiziamente passati sotto l’ombrello atlantico, ambienti industriali decotti e circoli finanziari parassitari (riconducibili alla Confindustria agnelliana), settori culturali della borghesia azionista alla testa dei mezzi d’informazione inglobati nelle torbide macchinazioni, servizi d’intelligence antinazionali concordi con il colpo di mano. Tutti questi indigesti ingredienti, mescolati nel brodo internazionale di una nscente fase storica post-guerra fredda, portarono alla caduta della I Repubblica. Se vogliamo comprendere seriamente chi ebbe più responsabilità degli altri in quelle confuse vicende dobbiamo guardare ai sopravvissuti, ai risparmiati dalla mannaia giustizialista, ai potenti che tali restarono e che anzi incrementarono le loro aspettative di carriera, agli individui politici che attraversarono indenni la buriana rifacendosi gli abiti e mantenendo le cattive abitudini tangentizie e malversative. Berlusconi con questo non c’entra perché non c’era e perché, al massimo, è stato un prodotto involontario di quel caos, un imprevisto degli avvenimenti che ruppe le uova nel paniere agli architetti dell’oscurità, uno scherzo del destino che mise i bastoni tra le ruote ai manovratori nascosti e ritardò all’Italia una sorte peggiore. Ora che B. si è fatto da parte, sconfitto e deriso, quel futuro ritardato di vent’anni si ripresenta con maggiore impeto seppur in forme diverse. Quel che sta per accadere hic et nunc è ciò che all’epoca si interruppe e non si realizzò per un’astuzia della Storia. Ma anche quest’ultima ha esaurito le sue sorprese ed il precipizio, fortunosamente evitato allora, si ripresenta  intorno a noi come una voragine. Per questo ci hanno portati sui Monti, vogliono assicurarsi di un nostro sfracellamento al suolo definitivo.

DAL TIBET ALLA LUCANIA

 

La Giunta ed il Consiglio regionale lucani sono al fianco del popolo tibetano. La variopinta bandiera del Tibet è stata esposta sul palazzo della Regione. Prima era stata la volta dello striscione per Sakineh libera, l’uxoricida iraniana santificata per fare un dispetto agli ayatollah e dimostrarsi più moderni dei fondamentalisti. Cosa che sarà apparsa davvero a portata di mano di certi progressisti regrediti a stilisti dell’indignazione estetica, purchè veramente à la page. Il senso civico è per loro un abito double face che si rivolta seguendo le tendenze mondiali ma non si adatta mai a tutte le situazioni globali. Sposare cause esotiche di genti sconosciute e lontane, per moda e con modalità condizionate dal qualunquismo e dal politicamente corretto, è il massimo che sa sfoggiare la nostra classe dirigente  la quale punta sempre sui just cavalli vincenti. Qui va tutto a ritrecine, ma lorsignori amano cucirsi addosso Budda piuttosto che Maometto e non si sa perché, a meno che l’immagine del profeta non venga temporaneamente riprodotta sulle magliette di una gioventù rincitrullita per stimolare una qualche primavera araba. I poveri cinesi che non frequentano l’ora di religione e scopiazzano le grandi firme del made in Italy non avevano alcuna speranza di ottenere sostegno dai nostri rappresentanti.  Vai a spiegare loro che, in questo momento storico, chiunque non risulti sarto a bottega degli Usa, dai cinesi ai russi, dagli iraniani ai nordcoreani, diventa sistematicamente un taccheggiatore di libertà da stigmatizzare, anche se chiuso a cerniera è esclusivamente  il comportamento occidentale che non ammette scuciture sul proprio terreno egemonico. Ed, infatti, a nessuno dei nostri illustri capi (politici non di vestiario) viene in mente di srotolare uno scampolo a favore dei palestinesi, lacerati e denudati dagli israeliani. Quest’ultimi imbastiscono guerre dalla parte giusta, divenendo immuni agli strappi internazionali. Poiché dubito che molti dei nostri rappresentanti siano in grado di indicare con uno spillo su una cartina geografica gli scenari centrali e periferici dove oggi si aprono gli squarci delle principali sfide geopolitiche del XXI secolo, li invito ad una maggiore sobrietà – dovrebbero intendersene visto che ne hanno fatto un principio lode(n)vole di governo – senza sprechi di paillettes ideologiche e di pregiudizi da cotonieri del sud, occupandosi principalmente di un popolo vicino ma ugualmente tanto bisognoso di non finire con le pezze al culo: quello lucano.

L’ITALIA CHE AFFONDA

L’Italia, povera ancella di giorni meno servili, perde peso mondiale, appeal geopolitico, capacità industriale e finanziaria perché, da qualche decennio, non ha più un Governo degno di essere nominato. Prodi o Berlusconi, Berlusconi o Prodi, compresi i caroselli tecnici per distrarre la pubblica opinione dalla miserabile ed artificiosa riottosità dei partiti, il risultato è sempre lo stesso: decadenza politica, depauperamento economico, privazione d’identità, scollamento territoriale ed indebolimento progressivo di uno Stato che ha smarrito indipendenza e forza propulsiva dei suoi apparati, giunti ad un grado estremo di senescenza. La disfunzionalità della cosa pubblica, a tutti i livelli, è la conseguenza della evanescenza della politica e del decadimento sociale, non delle ruberie e delle malversazioni di cui parlano ossessivamente i giornali. Lasciando stare qualche breve sussulto delle giornate d’oro di B., allorché sull’asse Roma-Mosca si sviluppavano intese ed accordi sui gasdotti e nasceva un comune modo di intendere le relazioni internazionali ad Est e nel Mediterraneo, con il coinvolgimento di altre capitali non allineate alla Nato, da quando è sorta l’UE ed è stato introdotto l’euro il nostro futuro delegato all’estero si è sbriciolato. Pressati dalle velleità monocentriche statunitensi, ormai insostenibili storicamente eppure ancora persuadenti militarmente, e irretiti dalle irrealistiche visioni egocentriche di Germania e Francia, noi italiani ci abbiamo rimesso tutto: affari, investimenti e libertà di movimento. Non siamo più i partner privilegiati di Washinton, sebbene la nostra posizione strategica continentale ci lascerebbe ancora margini di contrattazione autonoma (ma, del resto, perché coinvolgerci in un processo deliberativo che agisce sui nostri assetti dispositivi con automatismi istantanei?) e siamo trattati dai membri fondatori dell’Unione come un Paese di secondo piano, nonostante circuizioni e discorsi accattivanti su integrazione e condivisione delle decisioni. I nostri problemi hanno soprattutto natura esterna, in una fase in cui la politica estera è la politica tout court. L’unica maniera per fissare gli equilibri interni è, pertanto, quella di ridare alle nostre istituzioni una proiezione globale e regionale, fondando nuove alleanze per inaugurare opportunità di profitto e di crescita, battendo strade non ancora percorse alla ricerca di una migliore collocazione sul palcoscenico mondiale, capitalizzando penetrazione geopolitica per contrastare tendenze disgregative e svendite di sovranità. Purtroppo però anziché concentrarci sulle cause di tale alterazione epocale trasferiamo competenze e prerogative, di cui dovremmo essere gelosi, ai nostri nemici e concorrenti, affidiamo il nostro destino in outsourcing alle borse che ci restituiscono temporali e cataclismi e ci inquietiamo per le valutazioni delle agenzie di rating, dietro le quali opera il pugno di ferro della potenza statunitense. Ci deprimiamo o ci consoliamo per i giudizi parziali degli organismi sovranazionali, ci imbuchiamo ai loro banchetti, li allisciamo per essere invitati ai loro meeting dove restiamo in disparte e solitari  nell’indifferenza generale, dimostrando così di non aver alcuna personalità e convinzione nei propri mezzi. Smarriamo status e obiettivi sulla scacchiera planetaria e scivoliamo verso un penoso stato d’impotenza. Se la cornice degli interventi “salvaitalia” resta quella di un’ acritica adesione alle prescrizioni del mercato, sulla quale i professori sono gli unici autorizzati a dare voti, chiedendo voti d’austerità alla popolazione per pareggiare i conti di bilancio spareggiando  quelli con la Storia, allora il quadro avrà sempre tinte fosche. Politicamente muti, storicamente inabili ed economicamente depressi siamo costretti a vegetare in un periodo in cui gli eventi ribollono e tutti accorrono al capezzale dei tempi conclusi per reinterpretarne l’eredità alla luce dei propri bisogni correnti. Spauriti ed immobili, noialtri invece diventiamo anticaglia, passiamo di moda all’istante ma pretendiamo ugualmente di dire la nostra perché una volta era così. Gli indiani, tanto per dirne una, lo sanno benissimo e ci ridicolizzano quanto più alziamo la voce dopo i fatti di qualche settimana fa che hanno coinvolto nostri militari imbarcati a protezione di un mercantile ed accusati di aver sparato a pescatori inermi. A prescindere dall’accaduto in sè, ancora poco chiaro e difficilmente accoglibile nella versione ufficiale del “turbante”, l’evoluzione della vicenda, compreso il teatrino dei rimbrotti tardivi della nostra diplomazia, ci dimostra quanto valiamo.  D’altro canto perché l’India, definita da Marx nell’ottocento un’Italia di dimensioni asiatiche e diventata nel frattempo una grande potenza emergente, dovrebbe cedere ad uno Stato di dimensioni ridotte in immersione geopolitica permanente? Aspettano che siano i nostri padroni a mediare per noi e a portarci ancora più in basso nella classifica dei Paesi importanti. Si può avere l’orgoglio ferito per due marò (ingiustamente arrestati) ed essere al contempo immuni alle continue umiliazioni di secoli di storia patria?

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