La merda di Latouche

serge_Latouche

 

Il “pollo” ha fatto di nuovo l’uovo. Ovviamente, poiché in natura questo è impossibile, guardando meglio l’oggetto, cioè il prodotto esitato dal pennuto addottorato,  quell’uovo non è un uovo ma una deiezione di sembianza ovulare e di pura sostanza fecale. Chiameremo questa uscita fuorviante l’ultima evacuazione propagandistica abbondante del “wate”,  ovvero Serge Latouche che per i suoi dolori di pancia intellettuali convoca Marx ad avvalorare i suoi contorcimenti enterici.  Insomma, l’intellettuale l’ha fatta di nuovo grossa e fuori dal suo consueto vasino.

Lo spazio dello stabbio ideologico, che è altra cosa dal campo della scienza, si riempie di tutti i feticci disponibili sul mercato delle idee di risulta, che non sono concetti ma contenitori stracolmi di pregiudizi, per poi espellere rapide soluzioni, sotto specie di proposte rivoluzionarie regressive, come la decrescita, le quali attirano tutti gli esseri sragionanti affetti da dissenteria ribellistica.

Chi si nutre di queste elaborazioni estemporanee si alimenta sostanzialmente di merda, può ornarla come vuole, edulcorarne il sapore con vari condimenti filosofici ed ecologisti, ma il piatto principale non cambia.

La decrescita, che prospetta una frugalità sociale complessiva come antidoto all’esasperazione consumistica, è già in sé una forma di parsimonia, ma di pensieri e categorie. Latouche combatte la società dell’accumulazione capitalistica con chiacchiere pauperistiche e illusioni ossimoriche (l’abbondanza frugale) , cioè non la combatte affatto perché non la colpisce al cuore delle sue contraddizioni, che non attengono alla sua illimitatezza produttiva ma alla sua violenza politica.

Credo che Latouche, grazie alle conferenze ben retribuite, dove parla e straparla, se la passerà senz’altro meglio di noi. Lo vedo alzarsi piuttosto tardi (le star possono), prendere un caffè equo e solidale, ingurgitare un biscottino biologico, ripulirsi le labbra con un tovagliolino di carta riciclata e, poi, lo immagino ad imprimere i suoi sforzi mattutini, anziché sulla carta igienica come la gente normale, su pagine che saranno stampate dalla Jaca Book con titoli improponibili come il seguente: “Incontri di un obiettore di crescita”. Per questo leggerli è come buttare il tempo nel water.

In uno dei suoi ultimi interventi, l’economista francese, ha rispolverato l’ormai famigerata lettera a Vera Zasulič di Marx, del 1881, cavallo di battaglia di tutti gli utopisti rincitrulliti che cercano le luci della ribalta e il riconoscimento della comunità universitaria, quella pagante i giri dei conferenzieri predicanti la frugalità agli altri, purché non riguardi il loro portafogli.  Secondo Latouche, in quella missiva, Marx gli dava ragione dimostrando di essere un decrescista ante litteram. Costui, infatti, “evocava la possibilità di un passaggio diretto dalla comunità contadina tradizionale russa, il mir, al socialismo, saltando la tappa capitalista.” Come ha scritto Gianfranco La Grassa sulla questione, Marx, al tempo di quella epistola, era ormai un uomo disilluso, che si era reso conto “dell’allontanarsi, per lui sorprendente, della prospettiva comunista. Si concede così l’autentica sciocchezza, malgrado il suo genio, di prendere sul serio la comunità contadina feudale russa, come se si potesse saltare lo sviluppo capitalistico con quell’enorme socializzazione della produzione da esso indotta, che gli aveva fatto credere al comunismo quale processo già in gestazione nelle viscere del modo di produzione capitalistico.”. Latouche (e non solo lui), si è avventato, come uno avvoltoio che non butta via niente, su questa piccola debolezza marxiana, quella appunto commessa da una persona stanca e disincantata che, tuttavia, poteva anche permettersi un minimo cedimento psicologico dopo decenni passati a studiare e a raccogliere “una quantità enorme di dati sullo sviluppo capitalistico, il tutto sfociato nella sua massima opera”, Das Kapital.

Siccome, Latouche oltre che rapace è anche iena, dopo essere salito su questo errore marginale del barbuto di Treviri, ne approfitta per riesumare, da autentico necroforo del marxismo che si richiama al suo fondatore solo per seppellirne definitivamente la memoria, “la straordinaria varietà di vie e di voci del primo socialismo (frettolosamente liquidato con l’etichetta di socialismo romantico o utopistico)”. Certamente, perché se costui non recupera, in qualche maniera, queste forme primordiali di socialismo reazionario come potrebbe mai legittimare l’ultima manifestazione dello stesso, quella da lui brevettata, denominata appunto decrescita?

Poi arriva anche la ciliegina sulla torta, con Latouche  che assicura che “si potrebbe presentare paradossalmente la decrescita come un progetto radicalmente marxista”. Ma davvero? Eppure, a me la sua decrescita sembra una riedizione malriuscita del vecchio socialismo feudale, di cui Marx parla nel Manifesto, ignobile “mescolanza di lamentazioni e pasquinate, di echi del passato e vagiti dell’avvenire”, lotta letteraria per una più rapida decadenza politica ed economica, che al posto dell’ascetismo cristiano mette il misticismo comunitario irrealistico e cencioso.

Infine, il prete Latouche ci indica la strada della resipiscenza: “Per uscire da una crisi che è inestricabilmente ecologica e sociale, bisogna uscire dalla logica dell’accumulazione infinita del capitale e dalla subordinazione di tutte le decisioni essenziali alla logica del profitto. È per questo che la sinistra, se non vuole rinnegare se stessa, dovrà abbracciare senza riserve le tesi della decrescita”.  La sinistra, già rinnegata, non rinneghi se stessa ma abbracci pure la palla al piede della decrescita così la vedremo finalmente inabissarsi insieme a tutte le sue allucinazioni post-moderne, dall’ambientalismo, al differenzialismo di genere, alle altre psicosi politically correct dei nostri tempi.

 

I TRADITORI E I TRADITI

cartina_italia

 

Ieri in Parlamento è andata in scena una tragicommedia di tradimenti e intrighi quale nemmeno Shakespeare poteva elaborare. Anche perchè costui non concepiva finali così banali e sciocchi. Gli uomini del PDL si sono pugnalati tra loro rinfacciandosi il ripudio del capo, fino al coup de théâtre del leader medesimo che ha fatto harakiri suicidando tutto il partito.

Questa mattanza di tonni (che resterà nell’albo dei misteri buffi per i secoli a venire), precede (lo vedrete presto) la risalita della corrente moderata dei salmoni centristi del Pd, i quali, tutti insieme “appasitamente”, tenteranno di dar vita ad una riedizione della Democrazia Cristiana.

C’è da scommetterci che i programmi di Letta ed Alfano stiano andando in questo senso, perché entrambi rimpiangono i tempi della loro formazione, quando il compromesso e la mediazione erano le qualità più richieste per stare al governo e creare convergenze più o meno parallele.

Ma, appunto, erano altri tempi e questi non torneranno mai più. La DC fu spazzata via da una magistratura arrembante, eterodiretta da una intelligenza oltre oceanica la quale, all’indomani della fine della Guerra Fredda, credette di dare avvio ad un new century di supremazia americana che prevedeva l’estensione dello spazio vitale di pertinenza ben oltre i precedenti confini, con la sottomissione dei più deboli tra i vecchi alleati occidentali e l’assimilazione dei nuovi arrivati orientali.

Ritentare questo percorso a ritroso, dopo più di quattro lustri, senza tener conto del mutato contesto internazionale, porterà allo stritolamento del nostro Stato nelle spire dell’estrema conflittualità tra potenze mondiali che accelererà nei prossimi anni. In sostanza, l’anacronismo dei moderati ci condurrà, in nome di ubbie ideologiche liberali, mercatistiche, europeistiche ed atlantiste, ad abbassare le difese della Repubblica che così diventerà facile preda e, al contempo, territorio di disfida, dei competitors politico-militari della incombente fase policentrica. Per tali ragioni, cancellerie straniere e ambienti finanziari fanno il tifo per il duo Letta-Alfano che consegnerà loro il Belpaese su un piatto d’argento.

Nell’epoca bipolare la Dc aveva saputo e potuto approfittare della situazione muovendosi abbastanza agilmente nelle zone d’ombra della geopolitica dei blocchi contrapposti, dove le grandi potenze (Usa e Urss) lasciavano margini agli alleati minori perché ritenevano quelle incursioni (per lo più commerciali ed industriali) non pericolose per gli equilibri generali. Inoltre, Gli Stati Uniti, in cambio della fiducia imperitura al quadrante occidentale, da essi dominato,  garantivano la sostenibilità della spesa pubblica e dei sistemi di welfare dei membri subordinati. Non si voleva rischiare che qualcuno scivolasse nel campo avverso sovietico e, pertanto, gli si assicuravano livelli di benessere che sull’altro fronte erano irraggiungibili. Era questo, almeno in apparenza,  il deterrente più convincente, anche se dietro di esso si stagliava, ancor più  efficacemente, la forza di fuoco dell’apparato militare yankees, con le sue testate nucleari e le basi disseminate in tutto l’Ovest.

Dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica (che non cadde perché Reagan, ex attore di film western di serie B, riuscì a spingere Mosca verso una folle corsa agli armamenti, come spara qualche analista più pistola che pistolero), gli Stati Uniti voltarono pagina, ridisegnando la loro strategia complessiva che da “settoriale” divenne globale.  Il secolo americano però, quello della fine della storia e dell’esaurimento degli “attriti” interstatali, si rivelò quasi subito una chimera. Nel giro di dieci anni gli Usa scoprirono che gli eventi non si erano affatto arrestati. La presunta secolare pax statunitense si stava già scontrando con l’ emersione e riemersione di altri attori geopolitici, i quali, riorganizzatisi,  iniziavano a sfidare, a livello regionale, ma con aspirazioni più vaste, il primato della superpotenza americana.

Oggi il pianeta è in ebollizione per lo spostamento di queste placche (aree o stati) che si stanno ricollocando, con le loro istanze e specificità (militari, politiche, economiche, ideologiche, ecc.), sulla scacchiera globale. Dinanzi a noi, dunque, si spiegano, finalmente orizzonti imprevedibili, di sicuro tormento ma anche di grandi opportunità. E noi che facciamo? Torniamo sugli scudi (crociati) e rifacciamo la Democrazia Cristiana, il partito fantasma di un’altra era, invocato dall’altro mondo impossibile a governare una nazione spettrale. Eccovi spiegata la famosa espressione: “moriremo tutti democristiani”. Se questo è il nostro destino, più che altro, era meglio perire da piccoli.

Prima di chiudere questo pezzo vorrei fare un’ultima osservazione sul tradimento. Come afferma il mio maestro, Gianfranco La Grassa, il tradimento è il risultato di un processo oggettivo, per cui occorrono determinate condizioni affinché questo si concreti, secondo una data direzione, “in base allo scontro tra più individui o fazioni, nel cui ambito sono precipitate specifiche configurazioni dei reciproci rapporti di forza”. Spesso, dunque, i singoli individui (i portatori soggettivi del voltafaccia) non si rendono nemmeno conto della funzione storica  e sociale di ingannamento da cui “sono agiti”, ed, anzi, pensano le proprie decisioni come inevitabili e, persino, “responsabili” (tutto ciò vi richiama alla mente qualcosa?).

Ma se il traditore può restare incertum (anche dopo lunghe fasi e studi storiografici), i soggetti e i gruppi sui quali ricade l’oltraggio ne pagano immediatamente ogni conseguenza. Chiedetelo agli italiani, quelli che stanno saldando lo scotto di tutta questa vergogna camaleontica, quelli che da decenni vengono iugulati dal malgoverno e dallo spossessamento dei loro averi, pubblici e privati.

La Decadenza della Menzogna

italia_a_pezzi

I politici non si ergono mai oltre il livello della falsa  dichiarazione, ed effettivamente si accordano a dimostrare, a discutere, ad argomentare… Se un uomo è sufficientemente privo di immaginazione per produrre una evidenza a supporto di una menzogna, tanto vale che dica la verità subito (O. Wilde)

 

Anche la menzogna è decaduta in questo Paese, insieme a tutto il resto. Dall’economia alla società, ogni cosa si è sfatta e decomposta, sotto l’effetto di frottole di corto respiro e di fandonie con le gambe corte, che da quanto più in alto provengono, tanto più scadono. Fole senza stile che segnalano l’insulsaggine dei nostri governanti.

La democrazia italiana non si fonda, come dovrebbe, sulla normale insincerità per superiori fini politici, i quali restano noti unicamente a pochi serbatoi di pensiero e ambiti di elaborazione strategica all’interno degli apparati statali, ma sulla disonestà “eticheggiante” e sul perbenismo doppiogiochista che richiama l’ipocrita trasparenza civile per celare la propria inconsistenza servile.

La bugia ad uso politico, quando è elemento mimetizzante della strategia complessiva di gruppi dirigenti nazionali, consci dei tempi nei quali sono costretti ad operare, è necessaria a tenere riservati piani e finalità, che per essere realizzati devono restare coperti, almeno per l’essenziale. Non stiamo parlando, dunque, delle finte promesse a scopo elettorale dei partiti per guadagnarsi un posto in Parlamento, ma della dissimulazione comportamentale che una élite mette in atto per raggiungere i suoi scopi, in un contesto di conflittualità e concorrenza globale molto accese, in cui le alleanze sono sempre transitorie ed abbondano i colpi bassi di amici e nemici.

Dunque, si può mentire senza ingannare, per proteggere o allargare gli interessi nazionali, oppure si può alterare la realtà per frodare, cioè per sfruttare a proprio limitato vantaggio le sventure di un popolo intero. La scelta dei nostri screditati rappresentanti parlamentari è ricaduta, ovviamente, sulla seconda opzione. Per questo diciamo che anche le menzogne sono degnerate  in questa vile provincia colonizzata, qual è diventata la nostra povera Repubblica.

I tanti pinocchi del sistema, che ricomprende mass media, istituzioni, organizzazioni intra e para statali, hanno fatto fronte comune per raggirare i connazionali, i quali sono sempre più umiliati e tartassati da una classe politica che ha barattato il Paese per la propria sopravvivenza corporativa.

Chi è stato il garante indiscusso di questo pantano che sta portando all’esproprio del popolo italiano? Chi ha messo in sella, negli ultimi due governi, aggirando le elezioni e rinnegando la sovranità popolare, personaggi addestrati nei centri finanziari internazionali dove si parla soltanto l’inglese con accento americano? Chi ci ha costretti a sottostare, senza protestare, ai diktat di Bruxelles, di Berlino e del FMI?

Non è un rebus, ma un Re autoproclamatosi tale. Stiamo parlando del “peggiorista atlantista”, l’ex piccìsta convertitosi al capitalismo e al liberalismo, dopo un viaggio a Washington nel 1978. Costui è il responsabile dell’attuale cancrena italiana e ci sarebbero alcuni buoni motivi (dall’alto tradimento dello Stato all’attentato alla Costituzione) per chiederne l’impeachment all’istante.

Ma il Parlamento è diventato il suo bivacco di manipoli, un ricettacolo di manigoldi, di rinnegati e di crapuloni a spese della collettività che temono le urne come la peste perché non vogliono perdere i loro privilegi. Il recente ed ennesimo voltafaccia, quello dei vertici del Pdl che hanno girato le spalle al loro capo storico, non lascia ulteriori speranze di scampo al Belpaese.

Gli allarmismi sullo stato dei conti pubblici ed il caos istituzionale che ne è seguito servivano proprio a mettere Roma con le spalle al muro. L’obiettivo, ormai scoperto, era quello di costringerci a liquidare i tesori di Stato, soprattutto gli asset pubblici dei settori avanzati, ancora in nostro possesso, che facevano gola ai competitors stranieri. Anche l’ultimo baluardo dell’industria strategica nazionale cadrà a breve. Nemmeno più un diodo ci potrà salvare.

 

Di che pasta è fatto Barilla? (si fa per ridere un po’)

DITALINI

Povero Barilla, cotto a puntino dai maccheroni del moralismo, per essere andato contro il politicamente corretto all’amatriciana.

Come si è permesso il Re “Vermicello”? Paga lo scotto, non per la pasta scotta, ma per l’affronto agli Gnocchetti senza Farfalline, ai quali l’uscita dell’imprenditore è rimasta sui Garganelli.

Costui ha dichiarato di non volere famiglie gay nelle pubblicità del suo prodotto. Saranno Paccheri suoi? Ed, invece, no! Gli Strozzapreti non vogliono sentire ragioni e adesso lo tirano per le Orecchiette e lo chiamano fascista: dove c’è “Balilla” c’è casa. Certo, però senza Orecchioni tra i piedi.

Ma Barilla non è un pappamolle e di fronte alle critiche non si è fatto Agnolino. Lui è uno che ci tiene alla tradizione, il suo motto è “Paternostri, Fusilli patri e Tofe tricolori”. Molti nemici, meno posti a tavola.

Insomma, un uomo senza Cazzetti per la testa che non ama le Pappardelle e le Mezze Maniche, specie se mezze puttanesche. I Riccioli alla Checca non entreranno nei suoi spot. Né ora né mai. Per Barilla il primo è solo alla Norma. Le linguine malevoli si mettano i Cuori in pace e ripongano i Cannoli in altri calderoni.

DESTINAZIONE “EAT-ALIA”

cartina_italia

…Destinazione Italia è un living document…”. Non direi, è, piuttosto, il certificato di morte dell’Italia. Un necrologio che annuncia la fine di questo povero paese svillaneggiato da una classe politica senza contegno e ritegno. Destinazione Italia è l’eutanasia di questa sventurata patria che nemmeno dinanzi alla fossa riesce ad essere se stessa, che rinnega la sua cultura e le sue tradizioni, imprimendo il suo epitaffio in inglese.

Chi, tra gli esperti ingaggiati dal governo, ha scritto che Destinazione Italia “tratta dell’articolazione di una politica coerente, che è più di una serie di interventi normativi specifici, di “policy making” che va oltre ed è più ampio del “law making”, meriterebbe di chiudere la sua carriera per soffocamento a causa di un anglicismo andatogli di traverso.

I laureati nostrani della globalizzazione se ne fregano degli italiani e sproloquiano in lingua straniera,  per dissimulare indescrivibili menzogne dietro esotici paraventi linguistici che sono la massima espressione di un becero servilismo esterofilo da smobilitazione del cervello.

Costoro sono interessati unicamente agli investitori esteri, agli anglo sciacalli invitati al banchetto dei tesori pubblici dai quali riceveranno solo gli avanzi per garantirsi una misera sopravvivenza corporativa tra le macerie generali. Destinazione Italia è il loro menu turistico a prezzo stracciato, eat-alia da spolpare e digerire, l’Italia “Usa e incetta” che piace a questi ignobili camerieri travestiti da gruppo dirigente. Dovrebbero vergognarsi ed, invece, vanno fieri del loro tradimento.

Destinazione Italia permetterà “di lasciarsi alle spalle i pregiudizi e le semplificazioni con cui il tema dell’attrazione degli investimenti è spesso trattato e di non farsi contagiare da due sindromi contrapposte. Da un lato la “sindrome dell’outlet”, per cui attrarre investimenti significherebbe “svendere allo straniero per fare cassa”. È vero il contrario. In un mondo globalizzato, “attrazione di investimenti” significa crescita ed è l’opposto di delocalizzazione: per non far fuggire all’estero il Made in Italy, si deve far entrare il mondo in Italia. L’altra sindrome da combattere è quella di “Fort Apache”, che spinge a dire “siamo in declino, alziamo muri per chiuderci e difendere così quello che ci resta”. In realtà le condizioni e le misure necessarie per trattenere in Italia gli investimenti, anche italiani, sono le stesse che servono per attrarne di nuovi dall’estero”.

Le sindromi dell’outlet e di “Fort Apache” non sono niente rispetto a quella da shopping compulsivo dei loro referenti mondiali e all’altra, da Alice nel paese delle meraviglie, di cui soffrono i membri di questo Gabinetto che chiamiamo così per olezzo e disprezzo.

Le ricette proposte nel suddetto programma, elaborato dall’Esecutivo Letta, sono quanto di peggio potesse essere cucinato per far saltare il Paese dalla padella della crisi economica alla brace del default politico. Si avanza la rinuncia alla gestione diretta degli assetti strategici nazionali, nei comparti all’avanguardia, con il pretesto di valorizzare e modernizzare tali settori, grazie all’intervento del capitale privato. Abbiamo avuto già in passato un saggio di quel che non sanno fare i capitani coraggiosi del capitalismo privato nostrano e i loro padrini d’oltre confine. Peraltro, come possa un mero cambiamento giuridico nella forma proprietaria far fare un balzo in avanti ad imprese pubbliche che sono da decenni, nell’attuale configurazione, un fiore all’occhiello nazionale (vedi Eni o Finmeccanica) non è dato saperlo.

In cambio, sappiamo che “un ruolo rilevante in tutto il processo sarà assunto dal Comitato Permanente di Consulenza Globale e di Garanzia (c.d. Comitato Privatizzazioni)”. Chissà che la prima riunione di quest’organo dal nome altisonante ma dai bassi istinti non si tenga di nuovo sul panfilo Britannia, lo Yacht reale che nel ’92 ospitò banchieri, finanzieri, grand commis d’etat, italiani e forestieri, i quali decisero a tavolino lo smembramento delle conglomerate pubbliche e la liquidazione dei gioielli industriali della Penisola. Bastò una crociera di pochi potenti per crocifiggere un popolo intero. Marx diceva che la storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Evidentemente, costui non conosceva l’Italia dove esiste soltanto il presente di una tragicommedia infinita.

LA VERITA’ SULL’EURO

direttive_europee

Euro si o euro no? Anche in Italia, dopo anni di passività e di fede cieca nelle virtù taumaturgiche della moneta unica, si è aperto il dibattito sull’euro. Ma la diatriba ha preso presto una brutta piega, tanto che sarebbe meglio chiuderla seduta stante, per non sprecare altro tempo prezioso inseguendo fantasmi verdi come bigliettoni.

Da un lato, il partito degli euro-faziosi sostiene che se l’Italia non avesse abbondonato la liretta per la valuta comune adesso avremmo un sistema allo sfascio, con i conti perennemente in rosso, senza competitività, in preda alla recessione e corroso dall’inflazione. In sostanza, è proprio quello che sta accadendo attualmente con l’euro imperante, anche se fingono di non vedere.

I “negazionisti”, invece, ritengono che laddove abbandonassimo la banconota forte e riadottassimo la divisa debole saremmo in grado di agire efficacemente sulla politica economica, stampando moneta quando occorre e svalutando quando serve, per non scaricare sull’economia reale gli imprevisti di quella di carta, ottenendo margini più ampi di correzione che adesso ci sono preclusi dai parametri di Maastricht. Così dichiarano ma non c’è la controprova. Soprattutto, manca una classe dirigente coraggiosa capace di prendere decisioni ardite. Lasciare l’euro per affidare i destini di una possibile transizione ad altro scenario agli stessi che ci sgovernano adesso non è garanzia di alcun mutamento. Ugualmente, nessun riscontro ci è dato circa gli scenari apocalittici disegnati dagli euro-convinti, i quali cercano di dissuadere la pubblica opinione dallo sposare simili idee antieuropeiste, paventando fame e miseria.

Probabilmente, hanno ragione entrambi, o, meglio, hanno tutti torto alla stessa maniera, perché il fulcro del problema, da loro nemmeno sfiorato, se ne sta ben coperto, sotto una coltre di fumo ideologico, in tutt’altro luogo analitico, ad un livello differente della realtà sociale che pertiene alla sfera politica e non a quella economica (se non liminarmente). Di fatti, alla base di qualsiasi decisione finanziaria c’è, o almeno dovrebbe esserci, una valutazione precisa da parte di tutta la classe dirigente, circa i pro e i contro che operazioni di questo tipo potrebbero generare, tenendo conto delle traiettorie geopolitiche mondiali e regionali e dei rapporti di forza internazionali. Senza una visione più complessiva dei fenomeni sociali e storici si finisce nella rete della “legisimilità” indiscutibile dei mercati la quale, dietro la  sua apparente neutralità, cela articolati piani politici, elaborati e studiati dagli Stati più attrezzati alle sfide dei tempi.

La verità è che quando il nostro Paese è entrato nell’euro ha scelto di non scegliere e di farsi trascinare dagli eventi che in quel momento erano favorevoli alla “corrente unionista”, supportata da una utopia falsamente globalista che sarebbe stata successivamente smentita dai fatti. Anzi, i fautori nostrani dell’ingresso dell’Italia nell’euro, i vari Amato, Ciampi, Prodi, erano superburocrati collegati ai centri finanziari sovranazionali (ma con base fissa oltreoceano) i quali, pur di legare lo Stivale alle consorterie che spingevano le loro carriere, accettarono un cambio estremamente svantaggioso per la nostra nazione. Quindi, l’errore fu fatto a monte e, forse, se si fosse contrattato adeguatamente il prezzo della nostra adesione alla moneta comune, non avremmo mai subito uno scossone così devastante per il sistema-paese. Dico forse perché anche questa ipotetica capacità concertativa non sarebbe stata bastevole senza una adeguata progettualità politica portata avanti da una élite direttiva gelosa della sua sovranità politica e del funzionamento non eterodiretto dell’intera macchina statale. E’ accaduto il contrario di quel che era saggio fare ed abbiamo ceduto potere a Bruxelles senza contropartite proporzionate.

Gli euro-partigiani, quantunque il fallimento delle loro idee sia palese, continuano a premere sull’acceleratore europeo senza alcun ravvedimento. Ancora ieri, in una trasmissione televisiva su LA7, Piazza Pulita, trattando della questione, veniva ripetuta la solita tiritera sull’euro che ci avrebbe salvati da danni ancor maggiori. Presente in studio un mio concittadino che si chiama come me, imprenditore nel settore dei velivoli ultraleggeri, il quale s’improvvisava storico ed economista, commettendo un grave e comune strafalcione. Costui asseriva che fuori dall’euro avremmo patito la medesima sorte della Repubblica di Weimar, costretti a trasportare il denaro con il carrello della spesa per comprare beni di prima necessità.  Al mio omonimo vorrei rammentare che semmai è vero il contrario, cioè che la Germania weimariana si ritrovò in quelle condizioni catastrofiche proprio a causa di vincoli vessatori esterni, tra esorbitanti riparazioni di guerra, imposizione di tagli alla spesa pubblica per la sostenibilità del bilancio e la solvibilità dei debiti contratti, nonché per le  scorrerie della finanza internazionale che speculava e si ingrassava a spese dei tedeschi. Vi ricorda qualcosa? La decadenza si arrestò con la nomina di Hitler a Cancelliere. Hitler compì il miracolo, impensabile solo qualche mese prima, contravvenendo a quasi tutti gli obblighi imposti a Berlino dalle Potenze vincitrici della I guerra mondiale e ripristinando la struttura politica-militare del Reich (rimando, per una miglior comprensione di queste circostanze, ad un ottimo articolo di Sylos Labini). Il rilancio dell’economia nazista seguì questi atti d’imperio politico e non viceversa.

Ribadire, pertanto, anche al cospetto delle innumerevoli smentite portate dai fatti e dalla storia, siffatte bizzarre teoresi che si fondano sull’incoscienza, o, peggio, sulla menzogna, ovverosia che l’Italia ha bisogno di vincoli esterni per rimettersi in marcia, vuol dire consegnarsi mani e piedi a chi ci vuole ancor più sfiancati e dipendenti, al fine di derubarci anche di quel poco che ci resta di buono.

Le terapie d’urto hanno un senso quando sono brevi e mirate, se si protraggono a lungo possono sortire l’effetto opposto. Come per il nostro Paese che ormai stordito non ha quasi più la capacità di rialzarsi. Gli euro-settari si mettano l’anima in pace e non persistano in questo assurdo malinteso che ci condurrà alla completa rovina. Forse, al Belpaese serviva effettivamente un elettrochoc per recuperare lucidità ma gli elettrodi sono stati applicati sul posto sbagliato da persone senza nessuna competenza. Questi andavano messi sulla testa e non sui coglioni, perciò il trattamento da curativo è diventato semplicemente una tortura menomante.

C’è però da dire che le banalità si sprecano anche sull’altro versante, quello degli euro-contrari. Sempre su La7, nel programma del pur bravo Gianluigi Paragone, una specie di filosofo, uno dei nouveaux “filosofessophes” di questa fase senza speranza, ha dichiarato che il nuovo nazismo è l’egemonia della moneta e che i teologi della globalizzazione sono i nazisti del nostro tempo. Bella stupidaggine e le motivazioni che dovrebbero allontanare da noi simili sciocchezze  sono le medesime del discorso fatto sopra, ben chiarite anche nell’articolo di Sylos Labini. Il nazismo non c’entra proprio niente con quello che sta accadendo oggi, anzi questo fu proprio una reazione verso umiliazioni geopolitiche intollerabili, condotte con strumenti differenziati, compresi quelli finanziari. Un presunto intellettuale che usa le parole così a cazzo di cane per ottenere un’eco mediatica non è un pensatore ma, appunto, un cazzone.

Sono convinto che la rilevanza data dal circuito mainstream alla controversia pro e contro l’euro è qualificabile come un tentativo di saturare surrettiziamente la scena pubblica con dispute di secondo e terzo grado, apposta per togliere spazio al tema dirimente, quello della sovranità politica vietata all’Italia da una sordida sottomissione alle grandi capitali atlantiche ed europee, dalla quale discendono a cascata tutti i nostri casini. Sicuramente, non saranno i filosofi che frequentano l’accademia, né gli economisti che se la intendono col Financial Times (leggi qui), a tirarci fuori dai guai, perché il guaio è che il loro naso è il punto più lontano dove riescono a guardare.

I difetti dell’euro – che sono un effetto di ciò che ci sta capitando ma non la causa primigenia delle nostre sventure – sono i difetti della nostra mancanza di sovranità. Senza recupero d’indipendenza e di autonomia nazionale, attraverso nuove alleanze geopolitiche che ci sottraggano all’influenza atlantica  e ci spalanchino il subrecinto europeo, non avremo nessuna via di scampo. Se le cose stanno in questi termini, come credo, dobbiamo prendercela con noi stessi e con chi ci sgoverna, non con la Germania che fa il suo sporco lavoro e non fa le nostre stesse sporche figure  in campo mondiale, dove riusciamo sempre a rinnegare i nostri interessi ed a tradire i patti con i partner. Nessuna critica alla nazione tedesca sarà mai accettabile se chi lamenta le chiusure e le rigidità teutoniche non avrà prima detto, chiaro e tondo, qual è l’Amministrazione (per antonomasia) che ci sta tenendo, da lustri, sotto il suo tallone di ferro politico e militare (servendosi anche dei nostri vicini e degli organi burocratici dell’UE da essa controllati) e chi sono i suoi complici interni. Nessuna disapprovazione della speculazione finanziaria avrà per noi valore scientifico e veritativo se questa verrà fondata su presupposti moralistici e umanitaristici (vedi le campagne contro i banchieri deviati, per il  recupero dell’onestà negli affari), o astratti  e metafisici (vedi le crociate contro il globalismo disantropomorfizzante, il capitalismo assoluto ed altre baggianate del tipo), anzichè sulla denuncia dei reali manovratori, governi organizzati in apparati e uomini  in carne ed ossa, che si muovono alle sue spalle. Speriamo con ciò, finalmente, di esserci capiti. Le querelles che ho descritto sono tutte interne allo stato di cose presente, non c’è nulla di meglio al mondo di una finta opposizione per puntellare un sistema. Pro-euristi e anti-euristi sono due facce della stessa medaglia.

 

 

DISPREZZO IL POLITICAMENTE CORRETTO E ME NE VANTO!

italia_a_pezzi

A tutto c’è un limite, soprattutto quando il limite coincide con l’estensione stessa della cosa, come nel caso dell’esile, sottile, assottigliato cervelletto del politicamente corretto.


Tutto ciò che è irrazionale è reale, tutto ciò che è reale è da accantonare. Questo è il motto del politicamente corretto il cui obiettivo è di modificare lo stato di cose assente per negare il presente. Questa ideologia ha una matrice per lo più di sinistra ma con scappellamento a destra ed affonda le sue radici nella generale idiozia di cui abbonda la nostra post-modernità globale, quella che ama il prossimo suo quando è fesso e lo bombarda se non accetta il suo prepotente amore.
Non avendo i mezzi teorici per interpretare scientificamente il mondo, né quelli pratici per tentare di modificarlo seriamente, i politicamente corretti hanno deciso semplicemente d’ignorarlo, chiamando gli oggetti e le situazioni con un altro nome.
Sei cieco? No, sei ipovedente. Sei sordo? Macché, sei non udente. Sei muto? Ci mancherebbe, sei un predicatore di silenzio. Ma se non vedi, non senti e non parli allora sei il tema preferito di Roberto Saviano, diversamente scrittore, che ti dedica un libro d’inchiesta con inchieste fatte da altri che non vengono nemmeno citati.Sei handicappato? Giammai, sei diversamente abile. Hai un tumore e stai per crepare? Su con la vita, hai solo una neoplasia intraduttale a causa della quale morirai comunque, però senza dare troppo peso all’evento. Sei un padre? Sei una madre? Basta con questi termini arcaici, via le ragnatele linguistiche. Non siamo più nel secolo scorso, sei genitore 1 o genitore 2 e quando abbracci tuo figlio vivi quanto meno un incontro ravvicinato del 3 tipo.
Fine dell’istinto materno e dell’affetto paterno, avanti con la virtualità ibrida dei sentimenti che deresponsabilizza tutti. Esultano le associazioni gay, ovvero gli alternativamente sessuali, tali nel senso che in un certo tipo di coppie si fa un po’ per uno che fa male a ciascuno. Sia chiaro non ho nulla da obiettare sulle unioni tra persone dello stesso sesso, nemmeno su eventuali adozioni da parte di queste, perché se c’è armonia c’è anche speranza di una esistenza abbastanza serena, indipendentemente dagli organi riproduttivi.
Nondimeno, mi è difficile comprendere perché costoro debbano sempre sbattermi in faccia i loro genitali, in chiassose marce carnevalesche dell’orgoglio che non hanno, in quanto se lo avessero non metterebbero in piazza i loro eccessi salivosi, riducendo la complessità umana al mero stantuffo di un libero pene che finisce in un altrettanto libero culo. E che palle! Detto fastidio, senza fare discriminazioni, me lo procurano anche quei maschiacci ormai invecchiati, ex playboy supereterosessuali, i quali non fanno altro che innalzare il loro turgido passato per negare il loro mollissimo e rimpiciolitissimo avvenire.
Infine, risultano davvero insopportabili tutte quelle leggi del politicamente corretto che vorrebbero eguagliare gli individui ma generano disparità anche maggiori tra generi, categorie e soggetti. Tra queste rientrano le norme sulle quote rosa, sul femminicidio e quelle sull’omofobia. Io, invece, rivendico il diritto di essere omofobo perché do un’accezione più ampia della definizione, nel senso che odio il genere umano in tutta la sua composizione. La mia frase preferita è quella di Lenin il quale, dopo aver ascoltato una sonata di Beethoven, confidò a Gor’kij: “Non posso ascoltare la musica. Agisce sui tuoi nervi, ti vien voglia di dire delle sciocchezze e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, seppero creare tanta bellezza. E oggi non puoi carezzare nessuno: ti divorerebbero la mano. Bisogna picchiare sulle teste senza pietà, sebbene il nostro ideale sia di non usare la violenza contro nessuno. Il nostro mestiere è diabolicamente difficile”.

Appunto, vorremmo essere più comprensivi e tolleranti ma con certa gente è impossibile abbozzare, ne inventa sempre una nuova per farti perdere la pazienza. Inoltre, se contesti il loro trasporto umanitario ti accusano di essere arretrato e minacciano di farti arrestare. Preferisco ugualmente restare indietro, per coerenza e lungimiranza. Al cospetto di questo finto progressismo della chiacchiera, di questa dittatura della sciocchezza, le retrovie restano l’unica collocazione di avanguardia.

FINE DELLE TRASMISSIONI

silvio-berlusconi

Fine della trasmissioni. Con un video tutto era incominciato e con un video tutto si è concluso. Il ruggito del Caimano, il grido di battaglia che vent’anni fa permise di frenare la diaspora socialista e democristiana, il cui elettorato rischiava di essere risucchiato dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto,  o, persino, di non trovare rappresentanza per mancanza di punti di riferimento, è diventato un piagnisteo ed un sibilo. Per questo, ormai, intorno a B. ci sono unicamente delle serpi in seno, benché camuffate da falchi o da colombe.

Berlusconi mugola a reti unificate per i torti subiti, denuncia l’accanimento giudiziario che lo ha penalizzato nella vita parlamentare ed in quella imprenditoriale, sbraita contro la magistratura politicizzata che gli avrebbe impedito di governare e di lavorare serenamente, ma non chiarisce le motivazioni di questa persecuzione. Lo disprezzano perché troppo ricco, troppo godereccio, troppo immorale? Non diciamo amenità, questa è soltanto l’apparenza delle cose.

Dire che i giudici lo odiano perché di sinistra, mentre lui sarebbe il baluardo delle libertà individuali e della libera intrapresa odiata dai burocrati di ogni risma, non significa niente. Affermare che i togati lo volevano morto, sin dall’inizio, perché lui è anticomunista, in assenza comunisti e di comunismo, è una palese assurdità.

Le procure che lo inseguivano e che sono riuscite a prenderlo stavano facendo un lavoro sporco conto terzi. Dovevano completare l’opera iniziata con Mani pulite ma frenata dalla sua discesa in campo, nel lontano ‘94. Questo è il vulnus che non gli è mai stato perdonato. Perciò è stato braccato senza sosta. Tutta la II Repubblica è stata una infinita caccia all’uomo che adesso giunge ad un misero epilogo, con il Paese ridotto in macerie.

I tribunali che per quarant’anni non avevano avuto nulla da obiettare sui mezzi poco ortodossi di finanziamento dei partiti e di gestione del denaro pubblico,  si risvegliarono improvvisamente dopo la caduta Muro. Qualcuno che non indossava certo la toga ma distribuiva barbe finte chiamò i giudici all’appello, con l’assicurazione che ad operazione riuscita sarebbero divenuti i protagonisti  della nuova situazione.

Il mutamento del clima internazionale, in seguito al crollo del mondo bipolare, con l’estendersi dell’influenza e dei confini della compagine uscita vittoriosa dalla guerra fredda – la quale era ora intenzionata a dilatare le sue ambizioni temporali (il secolo americano) e territoriali (uno spazio vitale percepito come coincidente con l’intero orbe terraqueo) – rese obsolete ed, anche, intralcianti, le classi dirigenti dei paesi satelliti dell’alleanza atlantica che, nelle pieghe della lunga disputa Usa-Urss, si erano ricavate margini di sovranità (condizionata) e configurazioni economiche atte a garantire un ampio benessere sociale per vasti settori della popolazione.

Finché si era trattato di erigere fronti utili a circondare l’impero sovietico, gli statunitensi erano stati generosi con i loro partner. In cambio di prosperità generalizzata e sviluppo economico-industriale (con alcune limitazioni attinenti agli ambiti strategici, soprattutto nell’industria bellica ed in altre più avanzate, che dovevano restare di loro stretta competenza) chiedevano esclusivamente fidelizzazione politica e convergenza militare. Il gioco era dispendioso ma valeva la candela.

Con il crollo del socialismo reale l’atteggiamento americano si modificò profondamente, così come le loro pretese che divennero ricattatorie e minacciose. L’amicizia non bastava più, non ne avevano bisogno perché erano diventati i padroni del mondo. Avrebbero gestito i loro affari concedendo meno, molto meno, rispetto al passato ed obbligando gli alleati più deboli (vedil’Italia), che non avevano saputo ricontrattare la loro posizione nel rinnovato contesto geopolitico, a cedere tutto quello di cui necessitavano. Con le buone o con le cattive. Nel Belpaese venne organizzato, da sapienti manine oltreoceaniche, con l’appoggio di quella parte politca che per decenni era stata gravata da una conventio ad excludendum, un Golpe di Palazzo al quale, appunto, si prestarono alcuni settori della magistratura.

Il truce piano era quasi andato in porto quando, all’improvviso, dalle viscere di uno schermo televisivo di Milano emerse un piccolo tycoon che riuscì in un miracolo dell’ultimo minuto, rompendo le uova nel paniere dei “congiurati”. In poco tempo, costui mise su un partito dal nome improbabile, verosimilmente incoraggiato dai frammenti dei gruppi decisori pubblici scampati dalla mannaia giustizialistica, i quali intendevano vendere cara la pelle.

B. si accollò una responsabilità epocale, forse non essendo nemmeno consapevole di quel che faceva, mandando, provvisoriamente, a carte quarantotto i progetti antitaliani che avevano, come spiegavamo, mandanti lontani ed esecutori vicini.

Salito al potere, forte di un inaspettato appoggio popolare, avrebbe potuto cambiare le sorti della nazione e restituirla ad un destino migliore. Dopo qualche passo nella direzione giusta (gli accordi con la rinascente Russia e con altre potenze emergenti), ha fatto dieci, cento, mille passi indietro. I suoi interessi personali hanno prevalso sugli interessi generali ed ha perso ignobilmente la partita. Con i tentennamenti e la ricerca di impossibili compromessi, con chi mai avrebbe transato se non ottenendo il suo scalpo,  ha scritto di suo pugno la sentenza a morte che lo ha estromesso dalla vita politica. Si è fatto fregare da chi gli prometteva di lasciarlo in pace, qualora si fosse deciso a riallinearsi, a cambiare registro politico e frequentazioni internazionali. Ma più si piegava e più veniva schiaffeggiato, per quel suo imperdonabile peccato degli esordi. E’ stato un pappamolle ed è stato giustamente schiacciato. Del piccolo aspirante statista non restano che i tacchi delle scarpe. Adesso viene a piangere in video le sue miserie personali. Ha tradito gli italiani e per questo non merita nessuna compassione. Questo messaggio è la sua resa definitiva ed è il suo estremo tentativo di patteggiamento. Forse gli verrà lasciata una presenza laterale sul palcoscenico parlamentare, con un partito di testimonianza del 8-10%. Questa sarà la Forza Italia, prossima (s)ventura, un mero ramo d’azienda di Mediaset, adibita alle relazioni istituzionali,  per curare gli affari economici della famiglia presso i ministeri. Insomma, i figli manterranno l’eredità (ma non è detto, chissà che non venga fuori un altro caso CIR) e le relazioni coi Palazzi  costruite dal padre e gli italiani se la vedranno con l’eredità politica devastante del suo lungo ed inutile passaggio.Si è chiusa un’era e si è spalancato un abisso.

Il giustizialismo è la prosecuzione della decadenza politica con altri mozzi.

cartina_italia

La legalità, o almeno quella che si presenta tale in questo Paese allo sbando, ci sta uccidendo. Da Tangentopoli in poi, i fondamenti giudiziari innalzati a dogma, a jihad togata, a crociata biblica, stanno facendo strame dello spirito nazionale e dei suoi valori politici e sociali.

La narrazione italiana, oramai, non si fa più con le lungimiranti visioni,  con le azioni e le innovazioni che vanno oltre la norma (in tutti i sensi), in un periodo eccezionale richiedente decisioni straordinarie, ma con le carte bollate dei tribunali. La politica muore tra i battibecchi di chi ce l’ha più corta e candida (la fedina penale), proprio mentre, a ben vedere, il più pulito la sa fin troppo lunga e “c’ha la rogna”.

La cavillosità dei testi, l’inviolabilità delle carte e le interpretazioni autentiche delle leggi traslate, come unico argomento retroattivo e retrivo, nei luoghi naturali della dialettica parlamentare ed istituzionale, sono l’orizzonte misero di questo Stato smarrito tra gli avvenimenti – divenuto preda di miserabili moralisti con la puzza sotto il naso e la vigliaccheria nel cuore – che si sta rodendo il fegato per non dover più curarsi di avere coraggio dinnanzi alle sfide dei tempi.

La pedanteria giuridica applicata coattivamente ad ambiti umani dove generalmente abitano l’ingegno e la creatività, a sfere dell’agire collettivo dove l’intuizione, il genio, il talento s’incontrano con la teoria e la prassi politica, orientate a favorire nuovi percorsi e originali approdi, sta facendo letteralmente appassire l’Italia. Per questo il Belpaese resta al palo ma girando rovinosamente su se stesso.  Da quando è partita, senza mai arrestarsi, la campagna delle Mani pulite, nei primi anni ’90, abbiamo perso le gambe e non riusciamo più a stare in piedi sul terreno difficile di questa fase storica. Un po’ ci scuotono da fuori ed un po’ ci tagliamo da noi il ramo sul quale stiamo seduti, completamente posseduti da un’ideologia irrealistica e autolesionistica.

La Legalità oltranzista ed ipertrofica, innalzata a vessillo di partito, ha scatenato gli istinti bestiali dei burosauri giustizialisti (non solo della magistratura) che si buttano sulle scartoffie per ridurre il mondo ad un faldone, ad un casellario giudiziario dove chi entra è perduto. Peraltro, questi signorotti asserragliati nei Palazzi, i cui fili vengono mossi a distanza da interessi “extraterritoriali”,  colpiscono secondo scienza e non coscienza (che non è incoscienza ma preciso obiettivo devastatorio del benessere pubblico per infimi egoismi corporativi),  in combutta con i burattini di una parte dell’arco costituzionale che serve e si serve alla medesima banca dei favoritismi ubicata all’estero.

Ma come diceva Balzac “La legalità  costituzionale e amministrativa non genera nulla; è un mostro infecondo per i popoli, per i re, e per gli interessi privati; ma i popoli arrivano a capire solo i principi scritti con il sangue; ora i guasti della legalità  saranno sempre pacifici; la legalità  appiattisce una nazione”.

Cosicché, il finanziamento pubblico dei partiti, più o meno occulto, che nella I Repubblica aveva liberato la classe dirigente dal giogo dalla lobbies private, interne ed esterne (Cossiga dixit), oggi viene criminalizzato da una élite banditesca che dallo Stato non vuole essere segretamente sovvenzionata perché, surrettiziamente, ha già ipotecato i tesori statali, con l’ausilio di dette centrali private fuori controllo o controllate al di là dei nostri confini.

La lotta politica e quella imprenditoriale, a certi livelli, non si fa senza fondi neri, sotterfugi mutevoli e astuzie adeguate. Sul limitare della legge o contro di essa, poiché è il diritto che deve piegarsi all’interesse nazionale e non viceversa. Chi si fa trovare impreparato a queste occorrenze semplicemente perisce. Il destino della pecora è sempre nelle grinfie del lupo. Chi rifiuta simili sostegni  economici e strategici “per amor di patria”  lo fa perché a siffatti livelli non vuole e non deve arrivarci per non urtare i manovratori internazionali che lo tengono per il collo, allungandogli poche briciole.

In preda al panico legalitario l’Italia si sta sbriciolando. Oggi sappiamo che l’annunciato avvento del regno della legalità, perorato da infimi personaggi che nei grandi partiti di massa della precedente stagione politica rappresentavano le ultime file, era soltanto un altro nome sotto cui nascondere l’inarrestabile soggezione a cui doveva essere sottoposta l’Italia, da svendere agli stranieri al tramonto del mondo bipolare.  Il giustizialismo è stato la prosecuzione della nostra decadenza politica con altri e più vili mozzi.

DESTINAZIONE ITALIA: ULTIMA FERMATA PRIMA DELL’INFERNO.

eni

Come chiamare il più grande programma di dismissione del patrimonio pubblico e dell’impresa di Stato dalla fine della II guerra mondiale? “Destinazione Italia”, ovvio. I gioielli pubblici, gli ultimi fiori all’occhiello dell’industria nazionale vengono svenduti agli stranieri e lor signori del Governo chiamano l’operazione  “Destinazione Italia”.

Potenza del linguaggio, o meglio del suo rovesciamento semantico. Immaginate due genitori che decidessero di sperperare tutta l’eredità dei figli, per godersi allegramente la vita facendo bagordi a ritta e a manca, e definissero il loro scialacquio “Obiettivo Famiglia”. Come no? Forse quella degli altri, mentre, quella dissennata qui presa in considerazione cadrebbe in rovina nel volgere di poco tempo.

Non si comprende con quale autorità un esecutivo appiccicaticcio, tenuto insieme con la colla, anzi con il Colle, sempre più protagonista della scena politica, molto al di là delle sue competenze costituzionali, possa permettersi, in quella sua composizione alchemica priva di vaglio elettorale, di arrogarsi il diritto di compiere azioni talmente devastanti per la sovranità e l’economia italiana.

Sia ben chiaro, non ne facciamo una questione di principio, non nutriamo, pregiudizialmente, alcuna preferenza per il pubblico rispetto al privato, perché non è la forma giuridica della proprietà che fa la differenza tra una buona e una cattiva gestione industriale e l’eventuale preservazione delle prerogative nazionali. Il punto sono gli obiettivi che una classe dirigente si pone e la collimanza di questi con l’interesse generale.

La maggior parte dei nostri gruppi imprenditoriali, privati e pubblici,  non è all’altezza della difficile situazione storica. Essa rinuncia all’innovazione, non investe nei settori ultramoderni ma si nasconde nei comparti di nicchia per non disturbare i grandi manovratori esteri, non rischia in proprio e colma questo deficit d’iniziativa e di prospettive facendo man bassa delle risorse collettive. Le aziende private battono cassa allo Stato ad ogni minima difficoltà e quelle in mano statale vengono utilizzate dai partiti come strumenti per fidelizzare spezzoni di elettorato o favorire ristrette clientele di privilegiati. Questa allenza criminale tra Grande Finanza e Industria Decotta, con ampie ramificazioni nei corpi politici parlamentari, è il vero dramma italiano.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni importanti, dei casi esemplari, oramai isolati, in cui certe cattive abitudini, impossibili da eliminare del tutto in un sistema di tipo capitalistico (ma probabilmente in qualsiasi costruzione sociale umana), sono state controbilanciate da dinamicità adeguate che hanno portato alcune aziende di casa nostra a primeggiare in mercati mondiali tecnologicamente avanzatissimi. Praticamente, ci siamo dimostrati imbattibili in segmenti  ad elevata profittabilità e questo dà fastidio a molti. Pensiamo a best companies come Eni, Finmeccanica ed Enel che si sono fatte strada sbaragliando la concorrenza di competitors agguerriti e iperprotetti, più o meno correttamente, dalle proprie Amministrazioni politiche centrali. In queste aziende, ben dirette ed  organizzate  c’è ciccia da spolpare, ci sono gli ultimi muscoli efficienti di un Paese scarnificato che fatica a stare in piedi. Sciacalli e avvoltoi non vogliono farsi sfuggire la ghiotta occasione di colpire prede così succulente ma indifese. Anzichè attivare le fortificazioni politiche indispensabili ad impedire il prossimo saccheggio, abbiamo ceduto alle sirene del libero scambio e del pareggio di bilancio che col loro canto attirano soltanto gli allocchi ubriacati dall’ideologia o i sicofanti coscienti dei loro cattivi propositi.

Ed è su queste eccellenze dell’energia e dell’aerospazio che si stanno concentrando i vampiri nostrani (in combutta con poteri internazionali) nel tentativo di perpetrare la loro esistenza parassitaria a danno del benessere della “patria”.

Il Primo Ministro Letta ha dichiarato di avere in mente un grande pacchetto di dismissioni e incentivazioni per l’attrazione degli investimenti esteri a valere sul 2014. Probabilmente, lui non ci arriverà a quella data ma i suoi castighi si faranno sentire per le generazioni a venire. Nelle sedi della Trilaterale, del Bilderberg e dell’Aspen, dove il Premier è ospite fisso, già si stappa lo champagne alla faccia nostra.

Al fine di rendere la campagna promozionale ancor più allettante per i futuri clienti (cioè gli approfittatori e gli speculatori di mezzo mondo), verrà pianificato “un roadshow per spiegare il programma nei maggiori centri finanziari in Europa, Stati Uniti e Far East”.  Cioè, con la bocca impastata di saliva e d’inglese, la lingua degli affari altrui, costoro andranno in pellegrinaggio per il pianeta ad esporre la convenienza dello shopping nel Belpaese. Ma gli stranieri lo sanno di già tanto che hanno agevolato l’ascesa ai nostri vertici istituzionali dei loro piazzisti migliori, quelli allevati a pane e roadshow,  per assicurarsi una sponda romana ai loro futuri business in Italia. Per noi lo show sarebbe quello di vederli finire on the road cacciati a calci nel sedere da un’orda di connazionali arrabbiati.

1 141 142 143 144 145 186