GLI DEI CIALTRONI

monti-time276171Monti è sempre più popolare sulla stampa italiana e su quella mondiale che s’inventano impennate negli indici di gradimento della pubblica opinione, nonostante le scudisciate sferrate da costui alle terga dei connazionali. A meno di non essere del tutto pervertiti c’è da giurare che solo in pochi apprezzano le pratiche “slave” e sadomaso del professore borchiato sotto il cappotto d’ordinanza cattedratica. Gentaglia da salotto insomma che non frequentando bar e bettole da volgo si arroga comunque il diritto di mettere in bocca alla plebe parole di giubilo per il Salvator cortese della Patria. Ma l’uomo della provvidenza parziale, il semidio dello spread, l’eroe dei mercati internazionali si guarda bene dal provocare l’ira degli dèi del Grande Capitale e della Finanza Internazionale contro i quali ogni tanto inveisce ma non agisce mentre è sempre pronto a scatenare fulmini e saette sui comuni mortali, sottoposti ad ogni tipo di persecuzione e vessazione. Nettare per gli dèi, lacrime e sangue per noi. Qualcuno si è preso la briga di fare due conti su questo primo periodo del governo soprannaturale composto da tecnici avviati alla carriera divina per una scorciatoia “trilaterale”. Così è emerso dal torbido clima di questa abominevole sobrietà che la spinta celeste dei suddetti figliastri di Pluvio, Olimpo ladro!, è assolutamente unidirezionale e preme soltanto sui settori sociali più svantaggiati. Che pertanto sacramentano e ne hanno ben donde, altro che sacrifici in onore delle divinità professorali! Per esempio, un articolo di Domenico Moro –con un taglio un po’ troppo ancestrale con ancora al centro il conflitto capitale/lavoro- sul sito Marx XXI (Marx che, ricordiamolo, nella sua epoca veniva spesso raffigurato dalla pubblicistica come un Prometeo al quale l’aquila imperiale andava a mangiare il fegato, punizione guadagnata per aver consegnato il fuoco teorico della rivoluzione al proletariato) riporta una serie di gravi iniquità nemmeno citate dai giornali:

“Monti, malgrado le promesse, ha lasciato intatta l’aliquota più alta dell’Irpef, cioè le imposte sui più ricchi, ed ha aumentato le imposte sui consumi, quelle che gravano principalmente sui redditi più bassi. L’Iva era già stata aumentata da Berlusconi di un punto, dal 20% al 21%. Ora, l’Iva (le aliquote del 10% e del 21%) verrà aumentata, nella seconda metà del 2012, di due punti percentuali e, nel 2014, di un ulteriore 0,5%. Inoltre, sono state aumentate le accise sui carburanti, quella della benzina a 704,20 euro per mille litri, quella del gasolio a 593,20 euro. Tali aumenti hanno provocato un aumento dei costi del trasporto e, a cascata, di molte merci. Possiamo immaginare quanto saranno pesanti gli effetti sull’inflazione, quando gli aumenti dell’Iva si sommeranno a quelli delle accise. Non è del tutto corretto dire che Monti non ha toccato l’Irpef. Ha toccato l’Irpef regionale (addizionale Irpef). Però, nell’Irpef regionale Monti ha aumentato l’aliquota di base, che grava sui più poveri. Questa è stata ritoccata dello 0,33%, portandola dallo 0,9% all’1,23%. Dal momento, però, che molte regioni avevano già introdotto delle maggiorazioni alla vecchia aliquota base, gli aumenti effettivi sono maggiori. Nel Lazio si passa dall’1,40% all’1,73%, lo stesso in Piemonte, Sicilia e Lombardia. In Campania e Calabria si raggiunge il record con il 2,03%. Inoltre, l’addizionale regionale è progressiva solo in cinque regioni. Da notare, che il provvedimento di aumento dell’Irpef è retroattivo, cioè riguarda il 2011”.

Si sarà comportato con tutte le furie del cielo dottorale anche con le grandi imprese? Nemmeno per il loden, ed infatti: le imposte sono state diminuite alle imprese di capitale. L’Ires è l’imposta pagata sul reddito delle società (imprese di capitale, enti pubblici e privati, trust), che fu ridotta dal governo Prodi dal 33% al 27,5% nel 2007. Monti ha introdotto una nuova deduzione dall’Ires. Le imprese potranno dedurre dall’Ires l’imposta sulle attività produttive pagata sul costo del lavoro (Irap). Una impresa con 200 dipendenti risparmierà fino a 75.171 euro su una Irap totale di 237.900 euro.”

E non è finita qui perché tra l’IMU (la tassa sugli immobili che costringerà chi non potrà versare l’ennesimo ed odioso balzello a vendersi la casa, come sostiene Nicola Porro su Il Giornale) e la riforma del mercato del lavoro orientata a decurtare le vecchie garanzie per sostituirle con la mera propaganda del mercato globale, è sicuro che gli ultimi della Penisola, a forza di sprofondare, finiranno dritti dritti nell’Ade. Le nubi intorno a Monti si fanno sempre più fitte, proprio come quelle intorno al Monte Olimpo, dove però un tempo campeggiavano degli dèi dai tratti umani e non dei cialtroni con la faccia da marionette della Trilaterale.

DEMOCRAZIA E BANDITISMO

 

Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria
era stato accusato di essere un demagogo sognatore,
oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga.
Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere
la sua terra per un parco, ma io lo impedii.
Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale
dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un’ondata di criminalità sulle pagine del Ledger!
Quanti rapinatori, giocatori d’azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio!
La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro.
Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta.
E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!
(E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)

In Russia trionfa Putin di larga misura e sulle pagine dei principali quotidiani mondiali scoppiano disordini, proteste e si moltiplicano le denunce di brogli. Sulle pagine dei giornali, non nella realtà. Le piazze sarebbero colme di oppositori ma il colmo è che si possa raccontare spudoratamente una siffatta frottola e definirsi poi organi di informazione e di civiltà senza infangare il nome di dette cose e dei principi che ne stanno alla base. Il regime starebbe agendo con estrema violenza per reprimere il dissenso, procedendo ad arresti indiscriminati per far tacere gli oppositori i quali si oppongono alla maggioranza del popolo che ha scelto il suo leader ed ora vorrebbe, secondo regole democratiche, che fosse lui a governare. Ma per i media internazionali gli usurpatori sono i vincitori non quelli che non accettano la sconfitta. Gli Usa indignati chiedono una inchiesta, l’Europa segue con la coda tra le gambe il suo padrone, ma tutto questo avviene appunto sulla nostra stampa mentre l’oggettività se ne fotte, a meno di non ricevere una spinta per deviare dal suo corso storico con i bombardamenti intelligenti della Nato, di quello che sostengono pennivendoli prezzolati e leaders atlantici brizzolati. Chi contesta la legittimità del voto? Naturalmente chi ha preso sganassoni in faccia dal responso popolare e non troverà posti a sedere, poiché, “ritocchi” o non degli esiti elettorali, lo scarto di consensi tra il neopresidente ed i suoi rivali è così abissale da non lasciar adito a sospetti. Ma la comunità mondiale è oscena nel suo perseverare nella sovversione della verità (essendo essa stessa a dettare le regole del gioco per tutti i giocatori ed anche per chi non intende associarsi alla partita) e non gradisce che qualcuno voglia farsi il proprio tavolo verde respingendo i suoi bluff e raggiri. Se il Cremlino non acconsente a ricevere la mano truccata dal banco globale, è fuori dalla grazia di dio e della modernità. L’imbroglio però è talmente evidente che solo uno sprovveduto si metterebbe a sedere con tali bari e con i loro compari. La situazione è così  torbida che tra i combattenti contro l’assolutismo putiniano, insieme ad oligarchi notoriamente onesti e filantropi, criceti (internauti) sovvenzionati per le loro opere pie dalle ong americane, scacchisti ben accolti a Washington e scoppiati in azione un po’ dappertutto si è iscritto anche il comunista con le scarpe di pitone da 3000 dollari Gennady Zyuganov, il quale ha parlato di “voto illegittimo, disonesto, assolutamente scorretto e privo di valore”. Prive di valore sono le sue dichiarazioni e le sue idee, un tempo gloriose, oggi divenute un tappetino di ubbie sparse sotto i piedi dei prepotenti del pianeta. Per la svolta Lenin si rivolta nel mausoleo.

Viandante! Sai chi sono i più abili cospiratori e i più eccellenti despoti? Sono coloro che dicono questo è giusto e questo è sbagliato, e che salgono al trono di ciò che chiamano giusto, e poi il giusto incatenano con una legge. (E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)

TAV-ERNICOLI ALLA RISCOSSA

I Tavernicoli dell’antitav non si danno pace e non sentono ragioni, abituati a menar le mani e ad emettere suoni primordiali piuttosto che ad usare la testa. Il buco nella montagna non si deve fare perché non è bucolico e perché così ha stabilito il partito preso di una retroguardia sociale rumorosa, minoritaria, irrazionale ed ebbra d’ideologia la quale, tra barrique e barricate, ostacola lo sviluppo del Paese. Sviluppo che è sintesi delle molteplici attività umane le quali determinano inevitabili contraddizioni ma anche indubitabili avanzamenti, laddove precedenti risultati economici dati per acquisiti si rivelano, con la mutazione della situazione sociale, troppo limitati. Piaccia o meno si deve stare, mettendoci intelligenza, al passo dell’epoca pena lo sprofondamento nel declino senza nemmeno aver tentato un minimo di adattamento e di slancio creativo.  Troppe volte siamo rimasti indietro pagando innumerevoli conseguenze a causa di ansie e paure collettive, spesso generate ad arte. Ma in Italia, a sentire i conservatori attaccati alle loro ristrette convinzioni da barboni virtuali si dovrebbe proprio rinunciare a “modernizzare”, investire, sveltire la realizzazione delle grandi opere poiché la nostra vocazione ancestrale, suggerita dal nostro patrimonio naturale e dalla tradizione turistica, deve essere necessariamente di lentezza o persino di immobilità generale: slow food, slow foot, slow life e, purtroppo, low profile industriale e tecnologico. Una nazione appiedata e letteralmente ferma al palo, nicchia europea e mondiale di mercati di nicchia sempre meno appetibili dove, tra albergatori, ristoratori e camerieri, prosperano e bivaccano coltivatori diretti di propaganda campestre e di vecchie maniere agresti, rigorosamente contemplate dal salotto di casa, possibilmente di fronte ad uno schermo al plasma. Più che patria del biologico, stiamo divenendo uno spazio geopolitico e geoeconomico biodegradabile ed in costante degrado. Questi sono i punti fermi, o piuttosto i punti rigidi (come le clave preistoriche agitate dai suddetti cavernicoli avverso presunti poliziotti trogloditi e rozzi capitalisti affamati di profitto), sui quali non si può trattare. Ammettiamo per un attimo che la Tav non sia così urgente, ammettiamo pure che i dati e i vantaggi prospettati da chi ha interesse a concretizzarla siano stati gonfiati, ammettiamo che i malintenzionati stiano già immaginando lauti guadagni rinvenienti da facili speculazioni e appalti pilotati, ammettiamo tutto questo perché è già successo e continuerà ad accadere (ma è l’eccesso che genera il necessario, care anime belle). Accettiamo parimenti che la ragione stia un po’ di qua ed un po’ di là, come in ogni umana vicenda, ma nondimeno è lecito porsi una domanda, ovvero perché mai in Italia non sia possibile fare alcun progetto o intervento senza che si riversino sulle tangenziali o lungo i binari orde di invasati anti-tutto e pro-niente, icariani ciarlatani che predicano la frugalità della comunità ma poi si lamentano della disoccupazione e dell’incipiente impoverimento dei suoi membri. No al nucleare, no ai rigassificatori, no alle estrazioni, no a qualsiasi attività soprattutto se in my back yard, proprio mentre la nazione, anche a causa di questo rifiuto ossessivo di ogni novità, iniziativa, o impresa giudicata troppo invasiva per l’ambiente o per l’equilibrio del territorio diviene il giardino di casa dei peggiori sfruttatori mondiali. Diciamo no a quest’ultimi ma diamo una possibilità a noi stessi. Ho persino letto un articolo di fantageopolitica nel quale la Tav viene descritta come strumento della Nato finalizzato ad allargare l’egemonia di quest’ultima nello spazio post sovietico. Siamo al delirio complottistico e dietrologico che cavalcando la protesta tenta di rinverdire il proprio gruppuscolo cespugliale e di prendersi gioco del buon senso, gomito a gomito col bieco moralismo social-straccione dei vari Di Pietro e Vendola, veri padri strumentalizzatori del disagio collettivo a sfondo caricaturale, cantori di narrazioni sociali gratuite ad uso pubblicitario, signorotti di partiti e di campagne politiche nelle quali si miete malcontento per ricavarne voti, consenso e rimborsi elettorali. Ha ragione Luca Telese che su Il Fatto Quotidiano ha definito i Notav Vietcong di un’altra epoca storica che urlano gli stessi slogan di quarant’anni fa, in assenza di contesto adeguato e senza aver imparato alcuna lezione dal passato. Costoro sono grotteschi, come dice il giornalista, ma nel senso più stretto del termine, ovvero vengono dalle grotte e dalle cripte immaginarie dove vorrebbero trascinare tutta la collettività con i loro smorti ideali. Tav-ernicoli alla riscossa, trionferà la fossa oppure, in caso di sconfitta, l’avvenire sarà del foro. In un buco o nell’altro questa misera diatriba da bucaioli dovrà pur finire.

MERITOCRAZIA E DEMERITOCRAZIA

Oggi si parla tanto di meritocrazia e di apertura ai più validi di ruoli e di incarichi elevati nella burocrazia, nelle istituzioni, nelle università, nei partiti politici, negli enti, nelle imprese pubbliche e private ecc. ecc..Si sente dire che, nel nostro Paese, le eccellenze non emergono ed anzi sono respinte o costrette ad espatriare a causa di meccanismi di ascesa sociale che rispondono non a criteri di promozione dei talenti o dei più competenti ma a logiche parentali, amicali, di appartenenza identitaria, di cordata politica, di cerchia accademica e via raccomandando. Tutto questo starebbe anche accelerando la nostra decadenza ed incrementando le criticità del sistema ormai al collasso. Peccato che chi fa la morale sulla demoralizzazione del merito occupi il pulpito dal quale pontifica grazie a simili investiture non proprio corrette né trasparenti o persino assimilabili a comportamenti illegali. Le vicende che abbiamo narrato sui tecnici al governo, che si sono profusi in epiteti di ogni genere contro alcune categorie di sfigati e di mammoni che però loro allevavano in casa (si è sempre abilissimi nel riconoscere gli sfigati e i mammoni degli altri), sono più che esplicative. Tuttavia, non c’è nulla di più facile che dimenticare l’origine dei propri appannaggi e quella delle regalie incassate, poiché una volta promossi e innalzati ad un certo livello della carriera agisce immancabilmente negli individui un fattore psicologico di rimozione che funziona pressappoco così: “in fondo, anche se con una spinta, meritavo di ricoprire quel posto, ergo non ho tolto niente a nessuno”. Dopo qualche tempo tale autogiustificazione che serve, almeno inizialmente, a placare un senso di colpa o a lenire un peccato originario (quando riconosciuto dalla coscienza specifica di ognuno che non è uguale per tutti ed è completamente assente tra gli stupidi), si trasforma in assoluta certezza del proprio talento il quale viene difeso con tracotanza e supponenza anche laddove i risultati (non) ottenuti o gli errori commessi dovrebbero contraddire quella convinzione. Inoltre, una volta assurti ai vertici organizzativi in siffatta maniera si diventa ricattabili o, in ogni caso, si deve rendere conto a qualcuno che a sua volta pretenderà un favore da non potersi rifiutare pena una repentina retrocessione. Così si alimenta la spirale della demeritocrazia (e del favoritismo) la quale ovviamente non può manifestarsi nella mondanità con il suo vero volto e dunque, per meglio mimetizzarsi ed estendersi, deve prendere le fattezze del suo opposto presentabile, ovvero la meritocrazia. Del resto, avete mai sentito una dittatura dire di sé che è dispotica? In concomitanza con questi aspetti soggettivi cresce l’ideologia della meritocrazia che perciò è figlia di un colossale imbroglio esercitato ai danni degli esclusi dal circolo del potere dominante. Difatti, quanto meno si radicalizza nella realtà il fattore meritocratico tanto più esso viene esaltato ed evangelizzato nelle tipiche forme della propaganda. Il potere ne fa largo uso per dirottare le contestazioni da fatti concreti e meccanismi operativi ad astrazioni irrisolvibili e miraggi collettivi. Ma anche se il valore e la qualità degli uomini chiamati ad assumere posizioni di responsabilità fossero effettivi e riscontrati con metodi adamantini non è assolutamente detto che il principio meritocratico sarebbe in grado di produrre una società più efficiente ed efficace. Secondo la legge di Peter, in una collettività o organizzazione meritocratica ciascuno viene promosso fino al suo livello d’incompetenza. Ovvero: “se uno sa fare bene una certa cosa lo si sposta a farne un’altra. Il processo continua fino a quando ognuno arriva al livello di ciò che non sa fare e lì rimane”. (Livraghi, il potere della stupidità). In base a questa regola, i luoghi apicali delle strutture sociali, politiche, economiche ed anche culturali, in breve tempo si trovano invasi dagli incompetenti che ostacolano i competenti nel loro lavoro ed impediscono alle organizzazioni di funzionare vantaggiosamente. Come si può intuire, per funzionalizzare il contesto in cui ci si trova a lavorare, nonché i vari apparati in cui precipitano le condotte umane, non basta introdurre il merito per risolvere ogni problema ma occorre che il canone meritocratico sia ben definito ed accordato a determinati obiettivi da raggiungere, cosicchè ciascuno sia collocato dove può rendere quello che vale in base al traguardo definito. Inoltre, c’è da dire che la profilazione degli obiettivi da conseguire non cade dal cielo ma è frutto delle scelte strategiche dei drappelli che controllano l’organizzazione e che sono giunti ad una egemonia decisionale sbaragliando la concorrenza interna ed esterna, oppure condividendo ambiti e settori non direttamente egemonizzabili con altri raggruppamenti, attraverso forme di alleanza o di provvisoria non belligeranza. Allora, il discrimine tra ciò che è bene e ciò che è male, sarà dato dai risultati ottenuti, più o meno positivi, e dagli esiti conflittuali (bisogna ricordare, a discapito delle narrazioni favolistiche sull’incessante tendenza all’armonia dei corpi organizzativi, che i conflitti sono ineliminabili in qualsiasi sfera d’azione antropica, costituiscono la norma della vita associata, mentre l’equilibrio è l’eccezione che si manifesta quando qualcuno ha preso temporaneamente il sopravvento sui competitori, sebbene detta posizione di supremazia sarà appunto sempre precaria e transeunte fino alla prossima battaglia), i quali possono essere paralizzanti, improduttivi, produttivi di vantaggi solo per pochi oppure, ed è questa la circostanza auspicabile, proficui per molti e per tutta la nazione. Se dobbiamo prendere come esempio l’Italia presente e quello che succede ai suoi più alti vertici deliberativi, politici ed economici, il nostro giudizio non può che essere totalmente negativo, considerato che siamo in mano ad una classe dirigente che non dirige più un bel nulla, essendo succube dei poteri forti internazionali e totalmente inadatta ad affrontare i nodi interni di questa complessa fase storica. Eppure costei non fa altro che aumentarsi prebende e privilegi perché, per l’appunto, percepisce sé stessa alla stregua di una schiera di ottimati in una valle di lacrime e di ignoranza che si è guadagnata sul campo la propria idilliaca permanenza nello Stato. Affermato tutto questo, seppure nell’approssimazione e brevità di un articolo online senza pretesa di esaustività, dobbiamo rinvenire che la diatriba merito-demerito, ora tanto di moda, è pretestuosa, costituendo, a livello astrattivo, una finta dicotomia concettuale del tipo antitetico-speculare alla Lukàcs e, a livello pratico, uno strumento di mistificazione per distogliere la gente dalle vere furberie, ruberie e defezioni del potere. Spero di aver stimolato in voi qualche riflessione e, perché no, qualche motivo di dibattito che non mancherà soprattutto a causa di molte mie inesattezze ed imprecisioni.

Ps. resterò lontano dal blog per qualche giorno a causa di gravi motivi familiari, tuttavia gli altri redattori saranno in grado di mandare avanti il lavoro da soli.  Un saluto.

IL DESTINO DEL TRALICCIO

I tralicci sono reazionari, lo sappiamo sin dai primi anni ’70 allorché uno di essi, fratello maggiore di un fascio di ferro, si prese la vita del compagno Osvaldo (Giangiacomo Feltrinelli). I tralicci si spezzano ma non si piegano alle ragioni delle proteste e, come totem sacri, si vendicano degli empi che scalandoli tentano di toccare il cielo della rivolta con un dito. Trascorso tanto tempo c’era da sperare però che la lezione fosse stata definitivamente appresa. Purtroppo, soprattutto per chi adesso lotta tra la vita e la morte, dobbiamo riscontrare che l’arrampicata sul pilone fa parte del patrimonio genetico del ribelle il quale, sospinto dall’ideale e dal sogno ancestrale della sollevazione popolare, troppo in alto sale e precipitevolissimevolmente cade facendosi male. Ci dispiace molto per quello che è accaduto ad uno dei leader dei No Tav, Luca Abbà, ma anche questo gesto, divenuto involontariamente estremo, non redime da una battaglia sbagliata caricatasi ideologicamente più del dovuto. Lo sventurato No Tav è stato folgorato innanzitutto dalla sua smania di impedire la costruzione dell’alta velocità che a sentire tutti i movimentisti elettrizzati dalla contestazione permanente deturperebbe il territorio e non porterebbe alcun vantaggio al Paese, tanto meno agli abitanti della zona. Non voglio entrare nel merito della faccenda, anche se non esiste grande progetto infrastrutturale ad impatto ambientale “zero”, non c’è nessun investimento che non comporti speculazioni ed esternalità negative ma mi sembra che in Italia stia passando, prima ancora della linea Tav, una linea arretratista e passatista ostacolante qualsiasi intervento di modernizzazione. Non a caso, sul sito degli antialtavelocisti, viene così spiegato il loro rifiuto nei confronti di tale opera: “Il progresso non deve essere confuso con la crescita infinita. Il territorio italiano è piccolo e sovrappopolato, le risorse naturali (acqua, suolo agricolo, foreste, minerali) sono limitate, l’inquinamento e i rifiuti aumentano invece senza limite, il petrolio è in esaurimento. Progresso vuol dire comprendere che esistono limiti fisici alla nostra smania di costruire e di trasformare la faccia del pianeta. Progresso vuol dire ottimizzare, rendere più efficiente e durevole ciò che già esiste, tagliare il superfluo e investire in crescita intellettuale e culturale più che materiale, utilizzare più il cervello dei muscoli. Il TAV rappresenta l’esatto contrario di questa impostazione, è un progetto vecchio e ormai anacronistico, che prevede una crescita infinita nel volume del trasporto merci (che poi saranno i rifiuti di domani), privilegia come valore solo la velocità e la quantità, ignora la qualità, ovvero se e perché bisogna trasportare qualcosa”. Ovvero tanti pregiudizi che sono stati via via smentiti dagli esperti e dalla scienza, dalla teoria errata di Hubbert (quella del picco delle risorse fossili come il petrolio, il quale probabilmente è addirittura di origine non biologica) all’utopia della decrescita, ultima trovata di intellettuali gaudenti che si accordano alla natura e alla campagna dai loro raffinati salotti. Ad ogni modo, ci auguriamo che Luca possa riprendersi presto perché non è giusto morire a 37 anni per una imprudenza. Tutti ne abbiamo commesse, almeno una volta nella vita, anche se, fortunatamente per noi, con conseguenze meno nefaste.

LA REPUBBLICA DELLE CARRUBE

montiNon siamo ancora stati ufficialmente  inseriti tra i cosiddetti Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), cioè tra quei paesi classificati dalle agenzie di rating a forte rischio default, benché siano ormai molti i tentativi per farci finire nel trogolo della fase storica. Non siamo maiali, anche se tali vorrebbero farci apparire, ma abbiamo un ottimo rapporto con i porcellini di terracotta dove accumuliamo i risparmi senza vivere al di sopra delle nostre possibilità, contrariamente a come si comporta il resto dell’Europa. Quindi gli italiani sono virtuosi, non spendono, non spandono e non sguazzano nell’abbondanza come porci, non utilizzano la carta di credito come un pozzo di San Patrizio, sono previdenti ed accorti nel far quadrare i conti, investono senza rischiare oltre i loro averi, diffidano delle banche e delle facili speculazioni, rassegnandosi certo ad approfittarne di meno ma vivendo con minori preoccupazioni. I veri morigerati sono da sempre i cittadini che tirano la cinghia anche quando potrebbero permettersi qualcosa in più e non i tecnici figli dell’apparato e delle scrofe di Stato, pagati col denaro dei contribuenti per doppi e tripli stipendi. Meno oculatezza e parsimonia dunque, impiegano i Governi e la burocrazia del Belpaese che, in tutti questi anni, hanno scialacquato e sperperato soldi servendosi direttamente dalle nostre tasche, incrementando le tasse ed inventandosi di tutto pur di accompagnarci sotto ai ponti. Se c’è un debito questo non è stato accumulato dai cittadini ma dalle loro classi dirigenti (dirigenti un bel niente!) che hanno utilizzato la cassa generale per perpetuarsi nei ruoli e nelle funzioni della nomenklatura, vivere come parassiti alle spalle della gente, generare buchi di bilancio dei quali adesso accusano tutto il popolo il quale avrebbe preteso troppa assistenza e previdenza da parte della mano pubblica. Ma se la mano pubblica è mano lesta, la responsabilità sta nella testa e nel braccio dello Stato usurpato da troppi profittatori e svenditori di patrimoni comuni che vorrebbero, grugnando sugli sciupi altrui, far alzare i tacchi allo Stivale per dare miglior pastone a vecchi e nuovi sabotatori pubblici e privati, organismi internazionali affamati o amministrazioni straniere intente a scaricare la crisi economica sui più timorosi. La II Repubblica delle carrube non poteva che favorire la riproduzione di un esercito di strogolanti disposto a farsi buttare il fango in faccia da tutti. Ora, con la Tecnocrazia al potere, nel clima di pretestuosa sobrietà, la rapina ha assunto perfino i connotati della necessità epocale ed ogni riforma degli assetti statali o sociali, celebrata sugli altari dello spread e dei mercati, diventa un’elegante, ma non meno estorsiva, frugata nella borsa nazionale alla ricerca degli ultimi spiccioli di prosperità. Finiremo molto male se non avremo il coraggio di prendere per la coda i cialtroni che si fanno chiamare professori, dietro i quali si nascondono i partiti senza più arte né parte e i portatori banco-industriali dei santi politici oltre-oceanici. L’ultima notizia che dovrebbe far balzare dalla sedia gli italiani e convincerli a far sbalzare dalla cadrega gli Ottimati, è quella sugli stipendi in Europa. Abbiamo le retribuzioni lorde più basse del continente, guadagniamo meno di ciprioti e greci e stiamo meglio del solo Portogallo primo accreditato, nell’acronimo Pigs, della metamorfosi a verro. Nonostante questo il gabinetto Monti ha deciso di intervenire sulla struttura del mercato del lavoro partendo da un punto sbagliato. Da che porco è porco, non si può chiamare riforma la mera cancellazione di garanzie che peraltro riguardano una fetta in restringimento dei settori lavorativi dipendenti. Noi non siamo strenui difensori, al pari di sindacati erranti e dei sindacalisti vagabondi, dell’art.18 ma sappiamo distinguere benissimo tra un colpo basso ed una reale spinta propulsiva. Un paziente debole e malaticcio non si guarisce con i salassi ma con le cure ricostituenti. Potrebbero, prima di fare ulteriori proposte e di sostenere di averle ricevute direttamente dalle mani degli dei della globalizzazione, cominciare col portare gli stipendi allo stesso livello dei partner europei. In tal caso crederemo alla loro buona fede e smetteremo di scambiare i loro versi per grufuolamenti di addomesticamento mercatista e loro unghiate improvvise per tagli di macelleria sociale.

PAESE CLOSET

parlamentari-11Un pregio va riconosciuto a Mario Monti, quello di aver reso evidente che in Italia si può fare benissimo a meno del Parlamento e dei partiti i quali, essendo senza idee e senza forza, simulacri di una democrazia troppo simile ad una eterocrazia (potere delle puttane di stato) approvano qualsiasi cosa passi sotto il loro naso, purché vi sia un tornaconto. Il loro. Questo stato di inverecondia viene chiamato senso di responsabilità nazionale. Responsabilità è, dunque, la parolina magica dell’era tecnica per mezzo della quale raggiro, imbroglio, passività istituzionale e svendita di apparati e gioielli pubblici, con il consenso di Colli e di Monti, diventano merce da scambiare nel suk della politica ridotta a commercio di cadreghe e di ruoli. Questi qui pensano davvero che con l’attuale Premier abbiano finalmente in mano la pietra filosofale grazie alla quale potrà riconvertirsi in patrimonio individuale e identitario lo sterco accumulato negli anni, ma si accorgeranno molto presto, andando a finire nello scarico degli indici di credibilità popolare, che sul mercato elettorale non contano le loro soggettive deiezioni, e nemmeno le escrezioni sondaggistiche, ma esclusivamente la reale qualità del prodotto. Puoi acconciare come vuoi il concio su un piatto d’argento ma sempre tale resta. Nelle teste di costoro Monti, con la puzza universitaria sotto il naso, ha il compito di stringere la cinghia a noi e tirare la catena per loro, al fine di evitare i cumuli visibili e placare l’ondata anticasta, dopodiché torneranno le orde partitico-patriottiche del letame ad ammassarne ancora per un’ ulteriore generazione di “eletti” stercorari. Però, luccicante o meno che appaia tale schifezza, grazie alle pennellate indoranti dell’accademia assurta ai ranghi di Governo,  difficilmente troverà, dopo tanti anni di mancato spurgo, compratori entusiasti della farcitura. La gente è sottovento e non tollera più la maleducazione di chi utilizza il Gabinetto come un cesso.  I sondaggi sembrano avvalorare questa ipotesi. Il Pdl pare abbia già perso per strada 1,2 milioni di voti mentre il Pd, seppur in scalata, litiga su tutto ma pretende di rioccupare il Gabinetto. Insomma ,una cagata pazzesca, come direbbe Fantozzi. Risultato: le cloache istituzionali resteranno intasate e l’olezzo li precederà ovunque si recheranno a sostenere la loro infima causa, rivelando che sono gli stessi puzzoni di ieri, almeno da un ventennio a questa parte. Ferrara ha definito i partiti biada per cavalli morti ma è stato fin troppo buono, sono strutture in decomposizione infestate dai vermi. Non ci sono ormai altre vie di ripulitura per lo Stato, se non quella della disinfestazione generale. Vanno accompagnati in discarica, con tanto di pubblica smerdatura. Il Paese, ridotto ad una latrina, per loro è ormai definitivamente closet.

MERCANTI DI STATO

monti-time276171Mario Monti cita Joseph Schumpeter e striglia, o almeno simula un tale atto di reprimenda, i suoi amici di “salotto” i quali hanno impedito che operasse liberamente, anche sul mercato italiano, il virtuoso principio della distruzione creatrice – concetto cardine, insieme a quello dell’imprenditore innovatore, della teoria economica del pensatore austriaco – precipitandosi a salvare, arroccati dietro il paravento dell’italianità da preservare, imprese decotte e destinate al fallimento. Diciamo che questa affermazione ci può stare, laddove effettivamente ci si è afflitti per società di basso profilo strategico, vedi Alitalia, che hanno drenato risorse pubbliche senza dare buoni risultati, ed anzi distraendo lo Stato in faccende nelle quali si sperperano solo tempo, denaro e forze. Ma se da questo punto di vista il Premier raccoglie qualche consenso, d’altro canto occorre fargli notare che sotto il suo “protettorato” (chiamarlo governo non si può per decenza, sia perché ogni sua azione viene ricalcata su ricette che piovono da fuori: UE, BCE, FMI; sia perché egli stesso non offre soluzioni originali disponendo degli stessi margini di movimento di un delegato sindacale della finanza internazionale) stiamo perdendo asset fondamentali, questi sì di una certa importanza e non svendibili senza rimetterci in libertà e sovranità nazionale, consentendo agli stranieri di conquistare best companies nei settori vitali dell’energia (Edison) o persino di farci minacciare nella proprietà di gruppi legati al comparto della Difesa (Oto Melara o Wass che stuzzicano gli appetiti francesi di Thales). Per non parlare dei favori che l’esecutivo ha concesso alle truppe bancarie cooptando nella sua compagine ex dirigenti e consulenti di vari istituti (primo su tutti Intesa San Paolo) e adottando provvedimenti troppo benevoli verso quest’ultimi. Siamo, pertanto, in presenza di un altro bluff istituzionale che mira a celare il vero ruolo di Monti in questa fase e non aiutano a modificare i giudizi assolutamente negativi quelle iniziative finalizzate a togliere ai poteri forti nazionali la possibilità “di sedere simultaneamente nei cda di banche ed assicurazioni” . Questa prescrizione, riferita alle persone più che alle logiche e ai contesti, è facilmente aggirabile poiché l’idra dominante dispone di molte teste di turco e di contrappesi consolidati che prescindono dai voleri dei singoli individui. I nostri sospetti, invece, crescono esponenzialmente quando sentiamo parlare della rivisitazione della golden share che costituisce l’unico modo per evitare lo shopping a man bassa sui gioielli industriali di famiglia da parte di soggetti esteri. Da un lato Monti ritiene che si deve dare rapidamente una risposta all’Europa la quale ci accusa di sbarrare il campo alla concorrenza con strumenti sleali (ma Francia e Germania si comportano anche peggio), dall’altro il Presidente si fa portavoce di una reciprocità richiestaci unilateralmente mostrandosi disponibile al primo passo verso una maggiore integrazione intercomunitaria dei mercati. Passo che però potrebbe rivelarsi anche l’ultimo prima della discesa nel baratro. Di fatti è allo studio dei tecnici uno strumento che consenta l’altolà alle scalate ostili sulle nostre aziende ma solo se rinvenienti da Stati extraeuropei. Si tratta di una misura inutile tenuto conto che i tentativi di scorribande sul nostro territorio provengono principalmente dai finti amici dell’Ue. Situazione, quindi, che risulta ancor più fuorviante laddove esponenti del gabinetto hanno lasciato trapelare che le loro inquietudini nascono dall’eventualità che potenze economiche e politiche con grandi liquidità come la Cina possano subdolamente insinuarsi, grazie ai loro capitali, nelle compagnie nostrane producenti output sensibili per carpirne i segreti militari. Ma mentre si sostiene ciò ci si rende assolutamente subalterni agli apparati tecnologici e ai sistemi militari statunitensi (vedi il discutibile acquisto degli F35 che ci mette completamente nelle mani di Washington http://www.geopolitica-rivista.org/16382/con-lf-35-litalia-si-mette-nella-mani-di-washington-a-colloquio-con-g-gaiani/). Se attendevate una nuova prova del servilismo dei tecnici, politicamente del tutto idioti anche se con un quoziente intellettivo e professionale elevato, l’avete ricevuta. Infine, come si introduceva all’inizio, Monti non ci convince affatto nemmeno sul versante economico perché si limita ad accettare e tradurre in pratica quel che viene imposto dagli organismi economici internazionali influenzati dagli Usa e secondariamente da altri paesi, ma ovviamente non dal nostro. Il Premier sostiene che non c’è via d’uscita oltre quella da lui proposta  perché l’impalcatura finanziaria mondiale si regge su leggi naturali che possono essere governate ma non modificate o disattese. Così camminiamo guardando il cielo delle regole e finendo nel pozzo della storia mentre gli altri si ricamano la legalità economica su misura dei propri interessi geopolitici.

MI FA MALE IL MONDO di Giorgio Gaber

Mi fa male che l’Italia, cioè voi, cioè io, siamo riusciti ad avere, non si sa bene come, due milioni di miliardi di debito [ora quasi due mld di euro].
Si sa, un vestitino oggi, un orologino domani… basta distrarsi un attimo e si va sotto di due milioni di miliardi!
Questo lo sappiamo tutti. Ce lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita per questo debito che abbiamo.
Ma con chi ce l’abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi?
Questo non si sa. Questo non ce lo vogliono dire. No, perché se li dobbiamo a qualcuno che non conta… va be’, gli abbiamo tirato un pacco ed è finita lì. Ma se li dobbiamo a qualcuno che conta… due milioni di miliardi! Prepariamoci a pagare in natura. (1995)

I METODI TERRORISTICI DELLA FIAT A MELFI

marchionne03gMarchionne lo aveva giurato, raggiungeremo anche in Italia livelli statunitensi. Si era dimenticato di aggiungere non di efficienza e produttività, ma di gangsterismo stile anni ’30 in funzione antioperaia ed antisindacale. Quello che sta accadendo alla Fiat Sata di Melfi è l’esempio preclaro di come questi amministratori privati, più prenditori che imprenditori, più animali camaleontici che animal spirits, stiano adottando l’arma del terrore e della minaccia per ridurre in catene i ceti subalterni e violentare la dignità  delle tute blu alla catena di montaggio. Costoro adorano il vitello d’oro di un capitalismo da putrefazione finanziaria e da potenza decaduta, seppur coperto con la bandiera della patria, ultimo rifugio delle canaglie; rifiutano il compromesso per puro sfascismo e non per ragioni di miglioramento della performatività dei processi, dei prodotti e degli investimenti (i quali infatti si concretano esclusivamente in vacue promesse da capitani poco coraggiosi ed ammutinati contro lo Stato); vengono adulati dalla stampa perché considerati visionari riprofilatori delle relazioni industriali in un Paese arretrato e fermo al conflitto ideologico capitale/lavoro, ovvero alla dicotomia irriducibile  padroni/proletari vechia di due secoli; si coprono dell’aura degli innovatori e dell’aureola dei martiri sabotati nel rinnovamento dai nullafacenti e fannulloni abituati a scansare fatiche e responsabilità; ma poi, così buoni e futuristi, filantropi e perbenisti, giungono ad affidare a veri schlammer (picchiatori) il mantenimento dell’ordine nelle loro aziende per azzerare i diritti dei lavoratori. Chi scrive non ama la Fiom e nessun altro Sindacato confederale burocratizzato e autorefenziale, preoccupato esclusivamente di perpetuare i propri apparati organizzativi piuttosto che difendere i livelli occupazionali e retributivi, responsabile del ristagnamento economico della nazione al pari delle rappresentanze confindustriali esprimenti il peggio delle caste parassitarie della Grande finanza e dell’Industria Decotta di precedenti ondate tecnologiche, ma ciò non toglie che la violenza fisica e morale contro le maestranze non è degna di uno Stato civile e non ha nulla a che vedere con l’esigenza di far ripartire il motore industriale dello Stivale. Quanto di più lontano, insomma, da quella rivoluzione culturale tanto sbandierata dai tecnici politicizzati, dai circoli mediatici accecati e dalle cricche manageriali anglobalizzate che imputano la caduta a picco del benessere del Paese a corporative rigidità medioevali del mercato del lavoro e all’invasività della mano pubblica nelle faccende private. Mano pubblica che invade soltanto quando non elargisce a fondo perduto e questo Marchionne, leader della fabbrica più assistita d’Italia, dovrebbe ricordarselo. Qui, anzichè alla riforma degli assetti industriali siamo semplicemente alla controriforma dei bassi istinti delinquenziali del proprietario delle ferriere, ormai sulla via del fallimento, che per recuperare le spese deve utilizzare capetti e kapò al fine di spremere a dovere i suoi salariati, prima di buttarli definitivamente nella pattumiera di una manifattura ormai fuori corso storico. Noi lo avevamo detto, quello di Marchionne in Italia è tutto un bluff, il Paese per la Fiat non è più appetibile e non rappresenta una piazza profittevole dove vale la pena rischiare. L’unica ragione per cui insistono con noialtri rinviene dall’esigenza di compiere appieno quella funzione di inabissamento politico e sociale delegata loro dalla Potenza centrale (e da tutto l’occidente civilizzato subdolamente ed infidamente dichiarantesi nostro alleato) che ci vuole irreversibilmente sottomessi a logiche di dipendenza economiche, tecnologiche, militari e, dunque, imperiali. Cioè loro l’impero gaudente e noi la provincia assoggettata e demente.  Ci controllano dall’interno affinché non ci venga in mente di spostare capitali, competenze, uomini e risorse verso i settori ad alto valore aggiunto che non s’immergono, per scomparire definitivamente alla vista epocale, in mercati saturi dove si fanno la guerra i poveri di creatività e di mezzi, che non sfondano porte aperte di stanze concorrenziali sovraffollate dove si raccolgono le briciole. Ci tengono in ceppi affinché non ci nasca in testa l’idea di avventurarci nelle opportunità che creano prodotti e implementano processi volti allo schiudimento di inesplorati o quasi vergini luoghi di guadagno e di futura competizione, col vantaggio che chi prima arriva meglio si sistema, godendo per qualche tempo di una posizione dominante. No, ci vogliano sarti, parrucchieri, operatori turistici, “salottai”, viticoltori, albergatori, pasticceri e, soprattutto, pasticcioni in constante gareggiamento per la sopravvivenza con i paesi del terzo mondo. Marchionne è di questa pasta vile e tali episodi esecrabili al di fuori della legalità accaduti nei suoi stabilimenti rivelano perfettamente i suoi truci piani. Dobbiamo reagire duramente contro chiunque tenti di fare della nostra terra un suolo di scorrerie e razzie per conto di predoni internazionali. E tanto vale sia per la Basilicata che per l’Italia intera. Oggi, con queste premesse, non possiamo che essere schierati dalla parte degli operai di Melfi e avverso i banditi che li minacciano a nome della ditta e della dittatura antinazionale. CLICCATE SUI LINK E DIFFONDETE QUESTA VERGOGNA!

 

http://www.ilquotidianoweb.it/it/basilicata/potenza_fabbrica_modello_Sata_esclusiva_registrazioni_2012.html

 

http://www.ilquotidianoweb.it/it/basilicata/potenza_video_minacce_sata_ti_Taglio_testa_2012.html

 

http://www.ilquotidianoweb.it/it/basilicata/potenza_video_audio_minacce_operai_fiat_sata_melfi_2012.html

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