L’ABBICCÌ DELL’INDIPENDENZA NAZIONALE

Il vecchio mondo politico italiano è marcito dalla testa ai piedi, per questo ogni proposta di riforma del sistema, dei partiti, delle istituzioni, degli assetti economici ed industriali si riduce ad un comizio ideologico che provoca sbadigli, ad un concerto di fandonie che genera indignazione,  ad uno spettacolo di frottole sul quale piovono inevitabili i fischi e le uova del pubblico, in attesa del lancio vero e proprio delle pietre e delle molotov. Almeno ce lo auguriamo, al contrario dei giornalisti perbenisti e degli onorevoli disonorati, strenui difensori del loro libertinaggio costituzionale, che sono accorsi al capezzale dei ministri contestati per contestare l’inciviltà dei tafferugli e la perdita di contegno delle masse. Ma le zuffe con interpreti sobri ed arrabbiati non sono segno di barbarie e di maleducazione, sono invece indice di perdita della pazienza da parte di persone che non sostengono più la situazione, sono la naturale reazione della gente agli assalti al proprio tenore di vita messo a rischio dalle in-decisioni e dalle scelte sballate di una classe dirigente che non guida nulla ma si fa orientare dall’esterno. Anzi, vorremmo ricordare ai frati scalzi della stampa scandalizzata che la stessa democrazia (e le sue grandi espressioni storiche) si è affermata a forza di delitti, guerre civili e colli mozzati , quindi per favore, cari cantori un tanto al pezzo del politicamente corretto, non venite a farci la morale sull’esecrabilità e sull’insolenza del gesto villano contro chi ci toglie il pane e tenta di sfamarci con l’aria fritta della spending review, la quale, peraltro, è una ulteriore dieta somministrata a soggetti già affetti da anoressia cronica. Semmai, la spesa pubblica andrebbe razionalizzata con spostamento di risorse dalle colonie di parassiti che infestano lo Stato alle comunità felici, come quelle delle imprese pubbliche strategiche, in via d’estinzione e di liquidazione. Quindi, i puritani e gli educatissimi difensori del regime professorale ringrazino pure dio se, al momento, siamo ancora alla fase dell’ortaggio e del gamete perché di questo passo non ci vorrà molto per giungere a quella della clava e della pistola (oggi impropriamente rivolta dai disperati contro se stessi). Certo, finché c’erano solo i black bloc ad inscenare casini metropolitani da rivoluzionari d’azzardo, costoro avevano gioco facile a stigmatizzare la plebaglia scudata e armata di bastone, ma ora è meglio che tacciano perché la collera non esce dalle bocche e dalle mani affusolate dei no global ma da quelle di folle globalmente stufe di essere vessate ed angariate da esecutivi incapaci. Con tutto ciò Monti, in barba alle lamentele generali, prosegue nell’instaurazione della dittatura fiscale, sponsorizzato nella sua opera distruttiva dai furfanti finanziari mondiali, così come i suoi Ministri, dalla Fornero a Passera, vanno avanti a dar prova di eccedente tracotanza e di scarsa competenza, confermando quanto era nelle previsioni di questo colpo di stato appoggiato dal PresdelRep Napolitano: sono stati cooptati dalla cupola internazionale, braccio secolare dell’egemonia Usa, per costringere il Paese ad accettare una piena e completa sudditanza. Questi signori della muffa, annunciati al popolo come la migliore penicillina disponibile sulla piazza dopo la malattia dello spread, non potevano che essere sostenuti in parlamento dai leader della fuffa e della truffa, screditati fino alla cima dei capelli, eppure non ancora parchi di ciance e di banalità. La loro parola d’ordine è proseguire sulla scia del disordine costituito per mettere una lapide sulle nostre speranze di ripresa e di protagonismo geopolitico. Anche se ora annunciano il restyling delle loro organizzazioni, chi dicendo di voler rinunciare al contributo pubblico, chi riproponendosi come usato sicuro sulla strada dissestata della crisi mondiale,  fingono di non comprendere che da loro non potrà partire alcun rinnovamento poiché sono lo scarto soggettivo di un oggettivo decadimento dal quale si esce soltanto con un rinverdimento degli apparati dello Stato e con una nuova idea di sovranità nazionale. Questo è l’unico abbiccì di cui ha bisogno l’Italia libera ed indipendente che non vuole finire nel WC della storia.

SALUTO ROMANO A GAMBA TESA

Veniamo a noi, anzi A NOI!!! Dal braccio teso alla gamba tesa contro la toponomastica alleata alle plutocrazie stradali cittadine e al bolscevismo totalitario. Così l’ex fascista Gianni Alemanno, podestà di Roma, se la prende con via Lenin, nel quartiere Portuense. La dedica va cancellata perché “stride con la toponomastica condivisa” che evidentemente ancora non gli frullava nella testa a gennaio allorché il Sindaco disse di sì “all’idea condivisa” (soprattutto da lui) di intitolare una via a Giorgio Almirante. Sia chiaro che non ho nulla in contrario verso il riconoscimento di una viuzza, vicoletto o stradina che sia allo storico segretario del MSI,  il quale è almeno cento manganelli al di sopra dei politici attuali, ma c’è qualcuno che ancora non perde il vizio di coltivare il settarismo ideologico, il becero revisionismo storico e l’interpretazione prezzolata degli eventi per compiacere il politicamente corretto dominante. Di fatti, Gianni, genero del vecchio nostalgico  Pinotto Rauti, vorrebbe trasformare la strada ora di Lenin in largo dei Martiri del Comunismo. Il Gran Consiglio della toponomastica del Campidoglio sta valutando, fortemente valutando, l’ipotesi del golpe da marciapiede. Tireranno dritto perché solo chi osa vince, Eja, Eja, Alalà! Ma il Primo cittadino della Capitale non dovrebbe nemmeno pronunciare il nome del leader russo, uomo coerente e coraggioso, che di certo avrebbe saputo cosa fare con un traditore come lui. Alemanno è passato dal gettare le molotov ai piedi dell’ambasciata sovietica a gettarsi direttamente lui ai piedi del peggiore conformismo democretino che lo accoglie caldamente nei salotti, in televisione, alle feste della gente che piace alla gente che piace. Se Mussolini fosse ancora vivo gli infilerebbe il moschetto su per il sedere e lo disprezzerebbe in quanto panciafichista e baciafondaio. Purtroppo c’è poco da prendersela, i postfascisti, come i postcomunisti, sono una razza di miseri voltagabbana che dopo aver venduto i propri ideali per quattro spiccioli di potere si arrampica alla nostalgia per non sentirsi del tutto sradicata da una terra che “i figli della pula” internazionale hanno contribuito a rendere serva ed irriconoscibile. Mentre gli ex comunisti rinnegano persino di aver mai aderito alla dittatura proletaria gli ex fascisti trasformano la loro estinta dittatura in una caricatura di gadgets da portare appesi al collo, ma sempre ben nascosti sotto la camicia bianca inamidata. Vedere la croce celtica che Alemanno copre con la cravatta d’ordinanza. Alemanno, soprattutto, aveva anche fama di duro e puro, un vero leone metropolitano col manganello in mano, ma adesso il picchiatore di un tempo è andato in pensione riducendosi ad un politicante picchiatello e pecorella che al posto del cuore si è messo un “badoglio”.  Tonoponomastici carogne tornate nelle fogne! E ricordi il Sindaco quello che diceva il Duce: “Meglio morire in piedi, che vivere una vita in ginocchio”. Ma l’inginocchiamento sarebbe già una postura più dignitosa per questi lombrichi abituati a strisciare.

IL PEGGIO DEVE VENIRE

Monti non vuole semplicemente un paese “prevedibile”, come dice lui, sicuro per i capitali che investono e privo di brutte sorprese per le multinazionali che lo scelgono. No, Monti desidera, più che altro, uno Stato pre-vendibile in stock nelle industrie strategiche, nel patrimonio pubblico, nelle infrastrutture focali, nonché completamente assuefatto a logiche extrasovrane, economiche e politiche, discendenti direttamente dall’establishment degli affari dietro cui si mimetizza la principale potenza mondiale, la quale reclama le teste dei recalcitranti per innalzare quelle dei serventi. Ciò che abbiamo capito in questi quasi vent’anni di sedicente II Repubblica è che non c’è governo resistente ai diktat delle cricche finanziarie mondiali, mandate in avanscoperta dagli Usa,  per mettere definitivamente in ceppi noi e i nostri partner europei, ai quali purtroppo non manca la vena dei sicari conto terzi. I vincoli di bilancio costituzionalmente garantiti, i timori scatenati dai giudizi delle agenzie di rating, il ballo dello spread e tutti gli altri ammennicoli finanziari sono i sintomi di una insana e cagionevole costituzione politica che non trova il suo antidoto e viene stolidamente affrontata con un debilitante salasso economico. Chiunque si opponga al superiore volere mondiale incontra guai, fango e inevitabili cadute che marcano la resa senza condizioni e senza dignità di uomini ed organizzazioni. Così si stanno logorando gli anelli deboli della catena europea il cui sfaldamento da Atene a Roma, da Madrid a Lisbona, determina l’inequivocabile destino di subordinazione a cui saremo dannati per un bel pezzo. Nel collazionamento di capitolazioni e defezioni,  labili riluttanze e repentini riallineamenti, da parte di leadership nazionali paralizzate dalla paura e dall’inconsistenza ideale e programmatica, si spegne la speranza dei popoli autoctoni di inseguire il proprio futuro, allontanando i crescenti gioghi esterni. In Italia però siamo messi senz’altro peggio di tutti gli altri poiché ogni colpo sferrato da lontano ha generato scollamento sociale, destabilizzazione istituzionale, cedimento strutturale degli assetti statali  e tradimento  collettivo di partiti e movimenti. Tra quest’ultimi, i primi sono stati cooptati e ridotti a più miti consigli sotto minaccia di nuove operazioni giudiziarie, come accaduto con Mani Pulite, mentre i secondi sono stati addirittura generati e nutriti (credo che il movimento di Grillo sia tra questi), apposta per fomentare il caos, sulla scorta delle esperienze epidemiche colorate  dilagate nei paesi dell’ex URSS. Sotto questo aspetto rappresentiamo pertanto un laboratorio perfetto per i padroni  atlantici che hanno intenzione di conficcare ancora più a fondo il loro coltello imperiale nel ventre molle dell’Europa.  Per qualche tempo ci eravamo illusi di poter percorrere altre strade, di essere in grado di incamminarci, anche se male armati, verso vie meno agevoli ma indipendenti, incrociando Mosca e Tripoli, Ankara e Algeri. I risultati arrivavano così come le occhiatacce degli statunitensi, trasformatesi, dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, in reazioni a cascata per riportarci all’ordine, nel disordine attuale. Abbiamo perso una partita iniziata bene ma con poca convinzione ed ora paghiamo lo scotto dell’affronto. Berlusconi si era messo di traverso ai truci piani occidentali che ci avevano predetto e preparato questo greve fato già nel post-tangentopoli. Dopo i fatti di Berlino, il progetto destabilizzante si doveva concretizzare con l’avvento della sinistra al governo. Ma il Cavaliere riuscì a frapporre il popolo disorientato ed i suoi interessi orientatissimi ai complottisti interni ed esterni e alla rovina completa della nazione. Per una fortuita coincidenza storica, per una casualità imprevedibile degli eventi, il giullare godereccio compì l’impresa, sostenuto dai centri di potere statali non ancora corrotti e comprati dallo straniero,  allontanando per qualche anno la disfatta. E’ finita come sappiamo ed ora il cerchio comincia a chiudersi. Monti sta eseguendo gli ordini con zelo e precisione ma anche questo potrebbe non bastare per garantirgli la prosecuzione delle attività. Infatti, i direttori dei lavori d’affossamento (amministrazione Usa e burocrazia UE) annotano la possibilità di accelerare ulteriormente le procedure di liquidazione dell’Italia, tanto che il nostro premier, dopo aver goduto di un appoggio incondizionato, comincia a sentire qualche morso sul sedere da parte dei suoi superiori, che non sono i partiti ma i portatori di prerogative americane. Valutato il contesto purulento si può fare molto più male e lui non si è ancora dato abbastanza da fare. Vedrete che al peggio, se qualcuno non si sveglia, non ci sarà fine. Italia avvisata, meno affondata.

SEPPELLIRE I CADAVERI

Mario Monti avrebbe dovuto resuscitare l’Italia ma è riuscito soltanto ad incrementare il numero dei suicidi. Ventiquattro imprenditori non hanno retto ai rastrellamenti della guardia di finanza, ai blitz dell’agenzia delle entrate, agli assalti di Equitalia e alla introduzione di nuovi balzelli che hanno dato il colpo di grazia a settori già alla canna del gas per via della crisi internazionale. Lo stesso vale per altri vessati dal fisco, dai lavoratori autonomi, ai subordinati, dai professionisti ai pensionati che se non si ammazzano prima sono condannati ad una vita di stenti. C’è poi chi tenta il gesto estremo perché un’occupazione non la vede, nonostante i vari tavoli sindacali, nemmeno sedendosi ad un tavolo a tre gambe. Il Rigor Montis non livella, come nella famosa poesia di Totò, ma colpisce selettivamente salvando banche, finanza e grandi imprese, ovvero i gruppi fatui che stanno infossando il Paese. Questa gente non è seria perché non appartiene alla morte ma alla bella vita dei salotti e dei talk show, eppure pretende di dare lezioni di sobrietà agli altri, con una intonazione da requiem sulle spese pubbliche che non riguardano loro. Nel frattempo, i partiti sepolti da una coltre di discredito esigono di continuare ad incassare l’obolo dei rimborsi elettorali poiché senza la colletta di Stato temono di schiattare e nel rantolare delirante sovrappongono impropriamente il loro decesso a quello della politica. Ma quest’ultima, anima della vita associata, forza spirituale dei popoli, ha abbandonato il corpo putrefatto della partitocrazia da più di vent’anni e non c’è pericolo che spiri insieme agli aspiratori a ciclo continuo di denaro dei contribuenti, facenti investimenti in corredi faraonici di diamanti, case, titoli esotici e cazzi propri. Tuttavia, il problema non è tanto l’accumulo di risorse e i fondi neri che se utilizzati per le buone battaglie avrebbero un senso, come è sempre accaduto nella storia repubblicana. I moralisti si mettano l’anima in pace perché occorre infilare le mani e i piedi nella mota per mettere in moto il progresso.

Il dato allarmante dunque, molto al di là delle campagne di de profundis etico dei collaborazionisti della carta stampata e dei comici impolitici, sempre pronti a cavalcare i bassi umori popolari e gli infimi istinti primordiali, è che essi pretendono la greppia collettiva per continuare ad ingrassare i propri apparati elefantiaci, delegando ai supertecnici e agli organismi mondiali le scelte economiche e politiche del governo. Se stanno lì esclusivamente per pianificare le feste dell’unità facendo la festa all’unità statale è meglio che si tolgano di torno. E presto. Ora che la gente ha compreso di poter fare a meno di Bersani, Alfano, Bossi, Fini, Casini, Vendola ecc. ecc., adesso che il consenso verso i partiti è sceso molto al di sotto di una fisiologica soglia di disinteresse stagionale, costoro vorrebbero riprendersi la scena per mettere in atto un’altra pantomima elettorale che non risolverà le sofferenze del Paese ma le aggraverà per inabilità manifesta a governare. Si può imbiancare il sepolcro quanto si vuole ma se dai tumuli vanno e vengono zombies senza calore non ci vuole tanto a capire che sempre dinanzi ad un cimitero di ideali ci troviamo. Nemmeno basterà additare l’apocalisse dello spread o la dannazione delle borse, apparizioni relativamente recenti, per far sembrare il funerale in corso una momentanea cerimonia all’insegna della sobrietà. Il sistema politico italiano si è ucciso tanto tempo fa, quando la funerea e funesta macchina delle tenebre, presentatasi alla gente come una gioiosa macchina da guerra, alleata alle schiere giustazialistiche e alle legioni confindustriali, vendette la patria alle truppe straniere per garantirsi la propria misera sopravvivenza cadaverica. Gli italiani hanno elaborato il lutto da tempo e non si faranno commuovere dalle lacrime dei coccodrilli che prima si sono divorati il Paese ed ora vorrebbero amministrarne le restanti macerie. Bisogna inumare le salme e gli scheletri dei tempi trapassati per non finire imbalsamati, questa è l’unica alternativa che ci resta.

Ps. Anche qualche giornale inserito nel circuito dei media ufficiali comincia a credere che, essendo tutti gli uomini e i partiti di questa fase storica ampiamenti compromessi con lo sfacelo generale, non è detto si tratterà degli stessi protagonisti del prossimo futuro dell’Italia. Scrive oggi Belpietro nel suo editoriale: chi dice che i partiti saranno questi? Cosa ci fa credere che la prossima volta dovremo sempre scegliere i soliti gatti? Perchè non potrebbe esserci un nuovo Cavaliere a guidare i sogni italiani?

Sono d’accordo, ma basta con i Cavalieri felloni e libidinosi poichè adesso è il turno dei Grandi Chirurghi spietati.

AGENTI STRATEGICI E MIOPIA DEGLI ECONOMISTI

Mi permetto di riprendere questo commento di Gianfranco La Grassa che egli stesso ha inserito sulla sua pagina facebook, allegando in calce  il pezzo del libro-intervista all’ex Ad della Fiat Cesare Romiti, estrapolato e commentato dal Corriere della Sera, di cui parla l’economista veneto. Chi conosce la teoria lagrassiana degli agenti strategici non sarà affatto sorpreso dall’affermazione di Romiti secondo cui il capo del Lingotto non si interessava, se non in minima parte, di beghe industriali quanto piuttosto di strategie “politiche”, sia nazionali che internazionali, tanto per garantire la proiezione finanziaria della sua azienda che per entrare di diritto nel gotha degli uomini più potenti d’Italia e del mondo, al fine di influenzare governi e apparati dello Stato. Ai puristi delle leggi del libero mercato, delle logiche strettamente mercantili dominate dalle regole sempiterne ed immutabili della domanda e dell’offerta, dell’efficienza e dell’efficacia ecc. ecc. questa dichiarazione suonerà strana e persino blasfema. I professoroni che ci danno lezioni di economica dalle università, dai giornali ed ora anche dall’Esecutivo, insegnando astrusamente e con concetti forbiti quello che nella realtà si verifica solo ad un livello superficiale, avranno materia per capire, ma ne dubitiamo fortemente, quanto le loro misure di ripristino dei conti pubblici e di recupero di concorrenzialità, riformando il mercato del lavoro e intervenendo sulla spesa pubblica, siano inutili senza una rimonta nella sovranità  nazionale, in questa fase di accentuato multipolarismo. Se manca una classe dirigente con capacità politiche strategiche lo Stato prima deperisce e poi perisce, come purtroppo sta accadendo in Italia.

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Il denaro (e lo capì anche uno scrittore, Zola, nel romanzo con quel titolo), è uno strumento; come lo è la bomba atomica o le portaerei o l’aviazione; come lo fu la cavalleria pesante con cavalieri armati di corazza, lancia, ecc., come lo fu la fanteria leggera inglese considerata artefice della vittoria inglese ad Azincourt nel 1415. Ma fu Enrico V, con le sue strategie, la disposizione delle forze in campo (di gran lunga inferiori di numero rispetto a quelle francesi), i movimenti fatti fare alle sue truppe – approfittando anche della pioggia e del fango che rendeva assai poco mobili i cavalieri francesi – a determinare la vittoria, che fu clamorosa.

Spero venga postato un pezzo dello scritto recente di Romiti, in cui questi chiarisce che Agnelli non si interessava per nulla della sua azienda, lasciata (giustamente) alla cura dei manager, che la dirigevano (anch’essi giustamente, dati i loro specifici compiti) secondo il principio del “minimo mezzo”, cardine dell’economia neoclassica (e della condotta detta “razionale” di quel modello di homo oeconomicus che fu Robinson Crusoe). Agnelli si dedicò – secondo me non con grandissime capacità (tutt’altro!) – alle strategie, soprattutto in campo internazionale, dove cercava alleanze, spesso subordinandosi pure a centri strategici “stranieri” (Usa di fatto). Questo, Romiti non lo dice. Nemmeno dice che Agnelli privilegiò la strategia di “gruppo” rispetto a quella dell’industria prettamente automobilistica; in ciò determinando la vittoria “manageriale” proprio di Romiti rispetto all’”industriale” Ghidella. Nel gruppo, non a caso, si dette particolare attenzione e cura alla Ifi-Ifil (la parte finanziaria), ponendo le basi per il successivo grave arretramento dell’azienda sul piano industriale. E malgrado la credenza contraria, alimentata da giornalisti (ed economisti) servi, la stessa cosa si sta ripetendo con Marchionne; e mi sembra che, anche in tal caso, si stia arrivando alla resa dei conti. L’operazione Chrysler, finanziata di fatto dagli Usa, ha convinto gli ingenui che la Fiat s’è impadronita dell’azienda americana, mentre è la strategia americana che ha “catturato” per i suoi fini la Fiat, fornendole i mezzi necessari all’acquisto (ma senza che ciò appaia mai pubblicamente e ufficialmente). Il privilegiare l’aspetto finanziario rispetto all’industriale è comunque una scelta strategica, non dipende dall’intrinseca “bontà di comando” del denaro. Tuttavia, sempre si manifesta la miopia dell’operazione prevalentemente finanziaria e incapace di affrontare il tema dell’industria, cuore dell’economia “reale”. Dopo il crack borsistico del ’29, le prime misure furono di fatto finanziarie. La crisi divenne terribile e nel ’31-’32 si fece la fame, la disoccupazione raggiunse oltre un terzo della forza lavoro, il reddito reale crollò. Il New Deal (che comunque attenuò ma non risolse la crisi, superata solo con la guerra mondiale) non fu semplice operazione finanziaria. Si stampò moneta al fine di metterla in circolazione tramite la spesa pubblica (in deficit di bilancio). Ma questa manovra partiva dal presupposto della presenza di imprese industriali chiuse e di mano d’opera disoccupata, fenomeni giudicati effetto della carenza di domanda.

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Sergio Bocconi per il “Corriere della Sera

Cesare Romiti Umberto e Gianni Agnelli

I libri-intervista spesso raccontano le vite degli altri, più che del protagonista. E anche in questo caso Cesare Romiti, rispondendo alle domande di Paolo Madron, narra, svela, cuce, ammicca, irride, critica e talvolta elogia, costruisce un ritratto individuale e collettivo della élite che con lui ha rappresentato e rappresenta la finanza e l’industria del nostro Paese. Personaggi e interpreti della Storia segreta del capitalismo italiano (Longanesi, pagine 288, 14,90, prefazione di Ferruccio de Bortoli) sono 210, fra imprenditori, banchieri, politici, giornalisti e anche qualche star dello spettacolo.

Ma le figure chiave sono Enrico Cuccia e Giovanni Agnelli. Non poteva essere altrimenti, così come ritrovare ai primi posti del cast Carlo De Benedetti, al quale lo stesso Romiti ha chiesto un testo introduttivo al libro, cogliendolo di sorpresa: poi però fra i «due nemici necessari», definizione dell’ex top manager della Fiat, l’accordo alla fine non si trova e lo scritto (pubblicato qui sotto) viene rifiutato. Del resto, come conclude l’Ingegnere, «la storia la si racconta, non la si cambia».

Ventiquattro anni dopo il suo primo libro-intervista ( Questi anni alla Fiat, con Giampaolo Pansa), Romiti riserva questa volta tanto spazio alle storie degli altri, viste da così vicino che il binocolo della memoria e della interpretazione riesce a riservare non pochi inediti.

Lui sa di avere l’esperienza e l’età per concedersi talune «rivelazioni», tanto è vero che nel suo testo conclusivo, nel quale invita «coloro che oggi hanno 20, 30, 40 anni» a «fare una rivoluzione pacifica» e a «creare una nuova classe dirigente», dice di essersi ispirato per l’intervista a Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo: «Sono le memorie fantastiche di ottantenne immaginario. Io invece, veramente ottuagenario, posso scrivere un libro frutto di alcune mie reali memorie».

Così rispondendo a Madron, fondatore e direttore del quotidiano online «Lettera43», Romiti coglie diverse occasioni per affidargli episodi che prima non ha «mai raccontato». Uno dei quali riguarda Silvio Berlusconi, in politica secondo lui sottovalutato da Agnelli («era convinto che avrebbe avuto una vita effimera, che non sarebbe durato molto»), ma imprenditore il cui fiuto lo porta a fare un’offerta a Romiti mentre è ancora in Fiat: «Voleva che andassi a dirigere il suo gruppo».

Romiti rifiuta. Ha «in mente di fare altro» e poi aggiunge: «Non credo che con un padrone accentratore come Berlusconi avrei avuto grandi margini di manovra». Agnelli invece «voleva occuparsi solo delle strategie».

Verso Giovanni Agnelli Romiti descrive una «fedeltà assoluta». Che si manifesta in particolare anche ai tempi di Tangentopoli: «Io volevo innanzitutto difendere l’azienda e naturalmente l’Avvocato». Rivela quindi che sono stati i magistrati del pool di Mani Pulite a «suggerirgli» di scrivere la lettera-articolo sul «Corriere della Sera» nella quale il 24 aprile 1993 si rivolge agli industriali invitandoli a collaborare con i giudici. Lealtà che ritorna fra l’altro nella occasione della nomina di John Elkann a «erede» dell’Avvocato in Fiat.

Umberto Agnelli, racconta, voleva per la designazione suo figlio Andrea e nel corso del consiglio dell’Accomandita, la «cassaforte» della famiglia, dice: «Gianni, tu ci hai convocato oggi per decidere la designazione di John. Voglio venga messo agli atti che è esclusivamente una tua decisione». Romiti ribatte: «Io dissi che era una convinzione di tutti i presenti. Umberto replicò: “No, caro Romiti, è una decisione dell’Avvocato”». Una sola cosa di Giovanni Agnelli, confessa Romiti, «un po’» lo aveva infastidito: l’attrazione che su di lui aveva esercitato De Benedetti per il suo carisma.

Ed è Cuccia, con il suo carisma «che resta il migliore esempio della differenza fra autorevolezza e autoritarismo», ad attrarre Romiti dal loro primo incontro, «intorno al 1968». Ne descrive «la superiorità intellettuale e morale», ma lo definisce anche «machiavellico» e con una «proverbiale abilità nell’usare le persone senza guardare in faccia a nessuno». Tanto è vero per esempio che a Salvatore Ligresti non l’unisce amicizia ma «solo opportunismo. Che venne fuori ai tempi della privatizzazione di Mediobanca: l’operazione passò solo grazie ai buoni uffici di Ligresti, che aveva ottimi rapporti con Bettino Craxi».

«Tutto per il bene della sua banca che considerava perno e strumento della ricostruzione del capitalismo italiano: voglio ricordare che Cuccia è morto povero». Romiti difende il banchiere anche sull’episodio che gli è costato più critiche, il mancato avviso a Giorgio Ambrosoli che Michele Sindona lo voleva uccidere.

Romiti ripete che il banchiere «disse al suo avvocato di avvertire i magistrati». Ma su queste vicende tragiche un’altra è la rivelazione. Il manager racconta che Cuccia gli ha descritto un suo incontro con Giulio Andreotti: «Parlarono del più e del meno, poi a bruciapelo Andreotti gli chiese: “Ma lei crede veramente che io sia corresponsabile dell’uccisione di Ambrosoli?” Diciamo che dopo la risposta di Cuccia il colloquio terminò».

Però non il fondatore di Mediobanca è stato, per Romiti, il miglior banchiere italiano, bensì Raffaele Mattioli, presidente di Comit. E a Madron che gli cita Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, risponde così: «Bazoli è un avvocato che ha il grandissimo merito di aver salvato il Banco Ambrosiano. Ma non ha mai gestito la banca operativamente. E Geronzi nemmeno». Qui torna la «lente» di Cuccia, che «fu molto amareggiato quando vide che il marchio storico» della Comit «era scomparso dalla scena finanziaria». E che, sulla proposta di fondere Comit e Banca di Roma, poi non andata in porto «mi disse che non sapeva cosa ci fosse veramente dentro la Banca di Roma, e che temeva le conseguenze di quel matrimonio».

Quello che si deve fare. Subito (scritto per tiscali)

Secondo l’europarlamentare lucano Gianni Pittella gli ostacoli principali sulla via dell’effettiva affermazione dei sani principi liberali e democratici di cui la II Repubblica si annunciava portatrice sarebbero stati Bossi e Berlusconi. Per il politico di Lauria, i due “capipopolo” avrebbero rappresentato il tentativo di proseguire su percorsi reazionari, ed in una continuità persino peggiorativa rispetto a quella primorepubblicana, la strada delle ruberie e malversazioni, interrotta dalle indagini e dagli arresti eccellenti del pool di Milano. Si tratta palesemente di una inversione storica inaccettabile che dimostra quanta poca conoscenza vi sia di quel periodo culminato nel terremoto giudiziario dei primi anni ’90. In realtà, la discesa in campo di Berlusconi fu un imprevisto della storia che interruppe la riuscita di un disegno di totale destabilizzazione politica (comprendente il rovesciamento di un’intera classe dirigente, ambigua ma non inetta come l’attuale), questo sì effettivamente eversivo e terroristico, principiato con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. Tale macchinazione fu elaborata dalle centrali politico-strategiche statunitensi attraverso i loro arti finanziari internazionali, in combutta, almeno in Italia, con la Confindustria agnelliana e buona parte della borghesia azionista. Il Cavaliere, prima di costituire Forza Italia, tentò di appoggiare indirettamente la nascita di un nuovo soggetto politico che impedisse agli ex comunisti del Pci, nel frattempo trasmutati in socialdemocratici, di prendere il potere, raccogliendo il disperso e deluso elettorato democristiano e socialista. In tal senso, B. si allineò al patto Maroni-Segni che andava in questa direzione e che fu poi fatto saltare dal veto del Senatùr. A quel punto B., che si sentiva minacciato nelle sue attività imprenditoriali dagli uomini di Occhetto (e dalla sua gioiosa macchina da guerra), i quali avevano promesso di espropriarlo di tutti i suoi averi qualora avessero vinto, si vide costretto a metterci la faccia (anche di bronzo, se volete) e ad entrare personalmente nell’agone parlamentare. L’armata degli zombies coi baffi occhettiana, incredibilmente scampata all’assalto dei tribunali grazie al provvidenziale cambio di casacca dei suoi membri, rinnegatori di un passato comunque glorioso, e all’accordo raggiunto con i richiamati ambienti americani – i quali dopo la dissoluzione dell’URSS volevano sbarazzarsi dei superati compromessi con la DC, nonché dei suoi rappresentanti troppo compressi sulle geometrie geopolitiche della guerra fredda, giunta al suo epilogo – non aveva però considerato, per tracotanza ed incapacità di lettura dei fenomeni evenemenziali, che gli elettori “demo-socialisti”, allevati a pane ed anticomunismo, mai si sarebbero schierati con i piccìisti, benché metamorfosati in democratici e libertari.

B., dunque, entra in scena esclusivamente per difendere i suoi interessi imprenditoriali e vi resta perché il clima aggressivo e persecutorio contro di lui non accenna a placarsi. Per quasi vent’anni siamo stati bombardati dalle idiozie sul conflitto di interessi del Cav, il fascismo mediatico, la corruzione di giudici e corpi dello Stato, le figuracce all’estero, persino dal fatto indimostrabile perché assolutamente campato in aria che vi fosse un accordo tra il capo del biscione e i boss della piovra quando ancora B. nemmeno era passato alla politica (mentre dovrebbero saperne qualcosa i vari Ciampi, Amato, Conso e Scalfaro) ecc. ecc., soltanto perché non si è mai perdonato a quest’uomo, che non è certo più furfante dei Tycoons e dei banchieri schierati a sinistra, di aver messo i bastoni tra le ruote ai golpisti post-comunisti e  cattocomunisti. Tutte queste balzanerie sul totalitarismo del nano di Arcore che poi, non come un dittatore feroce ma come un codardo qualsiasi, ha lasciato il governo sotto minaccia dello spread e persuasione dei consigli che non si possono rifiutare del Presidente Napolitano (altro ex “carrista” sovietico divenuto padre liberale della patria), non reggono più al confronto con gli sviluppi degli eventi odierni. Se davvero il Pd vuole diventare il perno di una diversa fase politica, non più moralistica ma orientata al ripristino di sovranità della nazione, al rilancio delle imprese strategiche pubbliche e private, al recupero di competitività sui mercati interni ed esteri, alla edificazione di una diplomazia internazionale originale, non più schiacciata sull’Occidente ma aperta alle potenze emergenti e riemergenti, deve innanzitutto farsi un esame di coscienza, guardando a quelle sue componenti organiche che trasmigrarono dal comunismo ideologico e dal cattolicesimo assistenzialistico al nullismo pseudodemocratico. Furono quest’ultime a rendersi artefici, rovinando noialtri, di quel colpo di mano e di palazzo col quale vennero terremotate le élite democristiane e socialiste, lasciando spazio alle attuali cricche autoreferenziali ed ingorde di prebende, senza alcuna visione istituzionale e prive di senso dello Stato.

Personalmente non credo molto a questa possibilità di rinnovamento del Pd perché se il punto di partenza di tutta l’analisi è, ancora e soprattutto, il fantomatico progetto eversivo di B. e dei suoi scagnozzi, i compagni di Pittella sono allora molto lontani dall’obiettivo. E nemmeno li avvicina a questo nobile scopo  l’accompagnarsi ambizioso ma vizioso ai settori più arretrati e conservatori della Grande Finanza parassitaria e dell’Industria decotta di precedenti ondate tecnologiche, assistita col denaro dei contribuenti. Non si chiede ai partitodemocratici di fare cose di sinistra che ormai sono squalificate, checché ne pensi Nanni Moretti. Sono altri i presupposti tramite i quali si presenterà una forza sinceramente rivoluzionaria e moderna, abile a tutelare gli interessi di tutta la nazione, attualmente derubricati e sacrificati sull’altare di un’alleanza a perdere con l’emisfero occidentale a completa predominanza di Usa, Germania e Francia (nell’ordine indicato). L’Italia deve urgentemente voltare pagina per ritornare al posto che le compete, in Europa e nel mondo. Solo chi sarà in grado di imprimere questo bouleversement radicale diventerà il centro del nuovo sistema politico italiano. Perdemmo il nostro status di potenza regionale a Berlino nel 1989, chissà di non poterlo riprendere a Mosca nel corso di questi decenni. Berlusconi, forse inconsapevolmente, ci aveva provato con l’amico Putin e gli accordi tra Eni e Gazprom. Costui però non aveva la tempra dello statista ed era inevitabile che si facesse intimorire fino a sloggiare con infamia. Forse uomini più intelligenti e più consapevoli potranno ricominciare il discorso. Sono loro i leaders che l’Italia attende da un pezzo.

IL VANGELO TRADITO DI VENDOLA

All’inizio era il verbo. Poi arrivò il soggetto, anzi il soggettone, con una caterva di aggettivi a disposizione e un canestro di frasi astruse a profusione,  destinate ad imprimersi nei millenni immaginari di civiltà romantiche inesistenti. Come al solito in molti si fecero impressionare dal politico delle iperboli corsare che annunciava il cambiamento economico e la rivoluzione politica con perifrasi paraboliche e profezie di là da venire, sostenute da un linguaggio biblico-sociale che fidelizzava chi ancora attendeva, dopo la Gomorra della I Repubblica, in un’ Italia blasfema e senza più religione, la venuta di un nuovo messia di partito. I compagni allora si cristianizzarono scomunistizzandosi per seguire il vate che camminava sulle acque dell’Adriatico predicando pace, amore, socialismo fantasioso ed americanismo mascherato da soviettismo. Venne abbandonata una vecchia dottrina ossificata per abbracciare un miscuglio inverosimile di dogmi pauperistici, estrapolati un po’ dal Sacro Testamento, un po’ dal Capitale, un po’ dalle favole dei fratelli Grimm. Ma l’estasi improvvisa si scontra sempre con la dura realtà degli eventi e allorché si passa dalla teologia ai fatti, dalla metafisica alla fisica, cioè al governo delle umane miserie, vengono repentinamente scoperti trucchi, incantamenti e raggiri senza niente di santo. Il Salvatore della Patria si rivela così l’ennesimo ciarlatano giunto non per redimerci ma per fotterci, in nome suo più che di Dio, proprio come tutti gli altri che lo avevano preceduto. Vero San Nichi Vendola? E non sono bastati falce, martello, rosario e alberello, sinistrismo, cattocomunismo ed ecocretinismo per ritardare il crepuscolo del poeta che si credeva unto dal Signore, come il suo acerrimo nemico di Sodoma oramai decaduto. Se annunci miracoli e prodigi, moltiplicazione dei pani e dei pesci, ricchezza distribuita a ciascuno secondo i suoi sogni ma poi concretizzi soltanto la consueta proliferazione degli incarichi agli amici e il perpetuamento del loro coacervo di interessi, la buona azione non la fai alle pecorelle del gregge ma solo a te stesso. Hai voglia a buttarla sul filosofico e su sentenze senza senso come queste: “Personalmente penso che la categoria del comunismo abbia oggi un potenziale largamente inesplorato. A condizione, appunto, di essere agìto non come una risposta precotta, ma come una ricerca comune e una domanda radicale sulla espropriazione di senso anche della vita, in questa fase storica.“! Gesù finì in croce per salvare l’umanità non in Giunta e nemmeno in Parlamento per alleviare i dolori delle masse. Ora Nichi si sente perseguitato, ha raggiunto anche lui lo stato di martire della giustizia terrena che non gli dispiaceva affatto quando martirizzava il visionario di Arcore. Porgerà l’altra guancia oppure si scaglierà anche lui contro i magistrati farisei che intendono infangare il suo nome per impedirgli di trasformare la società del suo tempo? Eppure ci viene un dubbio atroce. Possibile che per portare il paradiso in terra del tavoliere Vendola sia sceso nel fango del pilotaggio di nomine nel settore sanitario? Dio col fango ci impastò l’uomo, caro Nichi, e non un Primario di Chirurgia. La cosa non sorprende noi uomini di mondo che diffidiamo di tutti, soprattutto dei moralizzatori dei palazzi un tanto al rigo.  E qui cade l’ennesima diversità morale e resta esclusivamente quella sessuale, della quale lui si fa vanto mentre a noi non frega assolutamente nulla.

RENZO E I CAPPONI

Renzo Bossi resterà per sempre una trota e per di più già infarinata e fritta a puntino. Era uno splendido delfino esclusivamente agli occhi della parentela, del resto si sa  che ogni mostro marino è bello soltanto a mamma sua. Ma che dire di tutti gli altri, iscritti, simpatizzanti ed antipatizzanti, intellettuali marinati medi e mediocri, popolo bue e popolino agnellino, conformisti giustizialisti dei fondali oscuri  che adesso si pizzicano sulla testa e si accapigliano per la moralità e la trasparenza  perduta di un altro partito nato proprio per mutare i vecchi costumi di frodo della I Repubblica ed abboccato malamente allo stesso amo? Costoro sono delle misere gallinelle senza cervello, molto peggio di Bossi junior e del suo velenoso autista, un vero pesce scorpione inviato da chissà quale abisso. I capponi  contro Renzo non vedono al di là del loro beccuccio mentre si fanno incantare dalle sirene di una stampa verminosa e servile che strimpella motivetti sul recupero di credibilità della democrazia italiana, irretita da persone di dubbia specchiatezza etica. Tutto ciò mentre i veri squali di governo fanno a brandelli il Paese e lo vendono al mercato ittico globale.  Il militante con la testa sott’acqua, velleitario spazzino dei mari, è convinto di poter fare pulizia per tornare ad un’origine cristallina del sistema che non è mai esistita. Ed, infatti, non è questo il problema dell’Italia, non il finanziamento dei partiti, non i fondi neri o le spericolatezze contabili quanto i motivi autoreferenziali per cui si compiono tali azioni defraudando la nazione del suo posto sullo scacchiere mondiale. La politica non sarà mai  uno specchio d’acqua calmo e limpido, essa piuttosto è palude infestata di miasmi o pantano nocivo che può sfociare nell’oceano, dove gli orizzonti non sono così ristretti, unicamente quando ad immaginare direzioni  inesplorate e lunghe traversate verso terre fertili ci sono navigatori coraggiosi di larghe vedute e pochi compromessi. I Bossi, capostipite e discendenti, sono stati colpiti dalle bombe in acqua ed ora devono pure assecondare gli umori dello stagno che bruciano nella gola. Ma sia chiaro che questo colpo alla Lega è ammutinamento prima che arrembaggio. I pirati erano nascosti tra la ciurmaglia in canottiera ed hanno atteso il momento opportuno per buttare fuori dalla nave alcuni storici ufficiali. Questo istante propizio è venuto a galla quando il Carroccio si è messo all’opposizione dell’Esecutivo dei pescecani senza prendere le dovute precauzioni, scoprendosi su molti fianchi. Qualcuno che alla Lega voleva assegnare una rotta diversa, nella quale rientrano certamente anche ragioni personali di bassa lega, con qualche conoscenza negli apparati dello Stato (per esempio un ex Ministro degli Interni o della Giustizia, oppure entrambi), ha chiesto a chi di dovere di far emergere antiche mucillagini e relitti  giacenti da tempi dimenticati sul fondale per far incagliare il Senatùr. Ci è riuscito con l’ausilio dei tanto disprezzati, ovviamente a chiacchiere, filibustieri romani ed ora attende di prendere in mano il timone. Dove andranno i nuovi scaltri capitoni, pardon capitani? Probabilmente svolteranno verso sinistra dove abbondano i piranha che si stanno mangiando le istituzioni. Era questo l’attimo giusto per abbattere Bossi di Seppia, oramai debole e boccheggiante, perché Monti e Napolitano non resisteranno ancora a lungo sul ponte di comando dovendo comunque assicurarsi che dopo il loro diluvio continui il nubifragio. L’Italia deve restare a picco, così hanno deciso i nostri padroni internazionali.

L’ALTO TRADIMENTO DELLO STATO

Monti afferma che se l’Italia non è pronta alle sue riforme lui potrebbe lasciare. E così ripetono i suoi ministri i quali alla prima critica minacciano di ritornare ai loro precedenti incarichi. Ma se i professori tornano in classe, gli italiani possono tentare di riprendersi le aule parlamentari dando una bella lezioncina a questi zelanti educatori delle masse con la puzza di zolfo finanziario sotto il naso. Se non è un passo avanti è almeno un bel contrappasso.

Nel frattempo però, invece di fare le valigie, costoro continuano a svaligiare i connazionali che per disperazione si danno fuoco mentre dovrebbero incendiare il Paese. Ci vuole davvero una bella faccia tosta per chiamare riforme i rastrellamenti fiscali della guardia di finanza e i pogrom economici dell’esecutivo contro autonomi e subordinati, pensionati e professionisti, precari e disoccupati. Nel “Fornero” crematorio bruciano i lavoratori e si spengono le speranze dei giovani. Il Premier maestrino ed i suoi assistenti maldestri disdegnano anche le lungaggini del Parlamento ed i compromessi con i suoi rappresentanti, assecondati e incoraggiati in ciò dal peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbiamo mai avuto. Napolitano, abusando della sua autorità, striglia i parlamentari che vorrebbero emendare gli atti del Governo, cosa evidentemente non più ammissibile sotto l’imperio della sua presidenza compradora e della junta civil, direttamente discendente dalla prima.

Il Quirinale, stracciando la Costituzione, ha prima progettato e poi realizzato l’avvento di tale satrapia della saccenza per farsi cullare dalle brezze atlantiche e dai venticelli europEi, i quali unendosi hanno generato una vera bufera su Roma. Con tutte queste arie i tecnici hanno finito col montarsi la testa ed anche se ora urlano al vento resta il fatto che sono tenuti in piedi da istituzioni delegittimate e prive di credibilità, per cui essi stessi, sdottoreggiando quanto vogliono, non ne avranno mai alcuna. Adesso molti leader politici si pentono della scelta e demoliscono pubblicamente i cattedratici rei di non saper nemmeno apparecchiare, dall’alto di tanta scienza, i loro provvedimenti, spesso giunti nelle diverse commissioni parlamentari zeppi di errori. Parola dell’ex ministro Romani. Ad ogni modo dal patto tra istituzioni screditate ed evacuate di sovranità non poteva non fuoriuscire questa cagata pazzesca che ora ricopre di escrementi gli stessi patrocinatori del Gabinetto. Che Monti resti o vada, per il tempo ritenuto necessario dai poteri internazionali, chi ne ha autorizzato l’arrivo senza aver opposto nemmeno uno scatto d’orgoglio pagherà le conseguenze dei mal di pancia popolari. I partiti che hanno giocato di sponda con il Quirinale pensando di potersi così riorganizzare e recuperare reputazione, affidando ad un burattino della Trilaterale la risoluzione del contenzioso economico con l’Europa e politico con gli Usa, sono colpevoli di codardia e di alto tradimento, della volontà elettorale e delle istituzioni repubblicane trasmutate con un colpo di colle in monarchiche. E’ arrivato il momento di tirare lo sciacquone su questa fase poco igienica per il Paese.

Ps. parto per l’Est per qualche giorno, in missione segreta d’amore. Un saluto a voi tutti.

CONTRO LA COSTITUENTE DELLA CULTURA

Quando la cultura finisce su un manifesto vuol dire che è già morta. A fortiori, essa non potrà essere resuscitata dalle firme sul libro dei defunti di intellettuali medium la cui unica opera sono gli autografi sugli appelli contro qualsiasi cosa che non sia vagamente di sinistra, postmodernista, riformista, antisessista, antitransessualista, decrescista, ambientalista ecc. ecc. oppure favorevole all’ovvio condito col niente. I necrologi commuovono per tre giorni poi tutto torna alle solite ceneri di prima, ma a questa Italietta in preda agli spasmi culturali bastano le invocazioni in sole24ore ad Apollo, dio delle arti, delle scienze e delle banche, recitate dagli accoglienti boudoir della peggiore sottocultura dominante, per mettersi la coscienza a posto, o ancor peggio per garantirsi una funzione sociale retribuita dallo Stato vita natural durante. Sì, perché che sia il Sole24ore, giornale della Confindustria, santa protettrice dei ceti parassitari industrialmente decotti e finanziariamente squilibrati (quindi tutto il contrario di un organismo rigenerante finalizzato alla promozione della distruzione creatrice dell’apparato industriale italiano o alla sollevazione meritocratica non a capocchia),  artefice insieme ai sindacati dell’attuale sfacelo nazionale, scaturente da assistenzialismo indefinito e immobilismo sociale infinito, a parlare di “una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura” è davvero un colpo mortale a quel che resta della nostra intelligenza. E non saranno certo i rimandi alla Costituzione, altro papiro dei tempi dei faraoni, disatteso in tutti i suoi principi da epoche immemorabili, calpestato dai traditori della borghesia azionista oggi trasmutati in meri funzionari dello spread e del mercato, ambasciatori non ufficiali della comunità internazionale e dell’amministrazione americana,  a scagionarli dal reato di presa per i fondelli ed abuso della credulità pubblica. Se la nostra decadenza in tutti i settori delle umane discipline si è fatta inarrestabile, la responsabilità è proprio di questi vergognosi banditori di cultura un tanto al chilo i quali hanno ridotto il nostro Paese ad un impero delle banalità governato da una dittatura dell’idiozia. Non a caso si dice che il sonno della ragione di un popolo intero genera  mostri tecnici. Costoro vorrebbero anche avviare un processo costituente per normare e normalizzare le loro fregnacce, elaborando una carta fondamentale della cultura che nelle loro mani si trasformerebbe immediatamente in carta igienica. Dubito che sarà questo ceto semicolto e irriflessivo – residuo del ’68 e della belle époque statalista, successivamente convertitosi al liberismo dal volto umano,dopo il 1989, istupidito e “inscalfarito” da vent’anni di antiberlusconismo militante, nonché accompagnato nelle sue escursioni cammellate sui palcoscenici mediatici dai magnati del vecchio vapore confindustriale – a poter mai avviare una rivoluzione copernicana in qualsiasi ambito. Difatti, il ballo di questi poteri marci e dei loro circoli ideologici asserviti segue il ritmo della solita musica conformista che al massimo riesce a rappresentare, in una quadriglia mal eseguita, coppie contrapposte di luoghi comuni, spacciati per movenze geniali, con lo stereotipo dirimpettaio del cliché, e il preconcetto sotto braccio al pregiudizio. Ha perfettamente ragione lo scrittore Massimiliano Parente il quale sostiene che “… ci piacciono gli appelli perché ci fanno sentire colti, mobilitati, impegnati, siamo un Paese di falsi invalidi e falsi artisti, di fondazioni pubbliche che non fondano niente, di giovani autori neppure così giovani ma fra i trenta e i quarant’anni che si riuniscono chiamandosi TQ perché non hanno un capolavoro ma vogliono un posto di lavoro. Siamo un Paese di sindacalisti dell’arte che non c’è: impara l’arte e mettila da parte oppure cerca di farne una carrierina….Siamo artisticamente un Paese di salottini, di circoli, di conventicole, di premi letterari e case della cultura, siamo un Paese di massonerie frignanti, di presunti zombie amanti della cultura che al massimo dell’orgasmo sdilinquiscono per Benigni che legge la Divina Commedia e l’Inno di Mameli e quindi val bene una messa o quantomeno la messa in quel posto del canone Rai.” Ecco quanto. E non mi si venga a dire che sono il solito criticone che demolisce senza edificare, disapprova senza comprendere, spianta senza seminare. La mia proposta invece è l’unica davvero rivoluzionaria in questa accozzaglia di volgarità sedimentate, suggerisco infatti di fare tabula rasa dei semintellettuali, difensori dei settori improduttivi, attaccati alla mammella dei sovvenzionamenti pubblici, che firmano gli appelli per la costituente della cultura. E suggerisco anche di liberarci degli estensori di questi inviti pseudoculturali alleati dei predoni dei circoli banco-industriali i quali hanno ridotto il nostro Stato ad una catapecchia priva di dignità e di sovranità. Vedrete che fatti sloggiare quest’ultimi  sviluppo e cultura riprenderanno a camminare insieme, senza costituenti o cure ricostituenti che sembrano salassi, restituendo  alla nostra generazione la speranza perduta e il futuro negato.

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