QUALI PROSPETTIVE (AL MOMENTO PESSIME)?, di GLG 11 luglio ‘13

gianfranco

1. Nel 2008 iniziò la “crisi peggiore dal ‘29”. Nessun esperto, economista o altro, l’aveva predetta, pur se poi qualcuno ricordò spezzoni di frasi di qualche isolato per poter dire che c’era stato un “guru”. E del resto se ne trovano sempre. Se si raccolgono cento scemenze dette a caso sul tempo che farà dopo una settimana o un mese, qualcuno avrà “indovinato” e verrà eletto il guru delle previsioni meteorologiche. Se poi, nel mese successivo verranno raccolte altre cento scemenze, risulterà eletto un nuovo guru e così via in una fiera delle idiozie umane più preziose.

Appena innnescatasi la crisi, ci fu chi volle considerarla di durata e gravità non superiori ad altre, chi invece, come già detto, la paragonò al suddetto ’29, ecc. ecc. Non ho sottomano tutti gli articoli da me scritti su questo blog (che ha preso avvio, con altro nome, nel gennaio 2006), ma credo di non aver tardato molto a paragonarla a quella di lunga depressione di fine ‘800. Una crisi che non conobbe sprofondamenti (economici) drammatici, avvenuta nel pieno della “seconda rivoluzione industriale” (cioè in un’epoca di grandi innovazioni), tutto sommato una fase storica in cui, soprattutto nell’area del capitalismo avanzato dell’epoca, non vi furono nemmeno eventi bellici di grande rilievo (che sarebbero poi scoppiati nel corso del XX secolo). Il cosiddetto trend della crisi fu relativamente piatto, ma con ondulazioni all’in giù come all’in su; quindi con un alternarsi di cadute per null’affatto verticali (né generali) e di modeste crescite del tipo di quelle che oggi vengono teneramente definite “ripresine”.

Ricordo questo perché adesso – al fine di infiorettare un governo talmente grigio che quello di Monti sembra essere stato vivamente colorato – si sta menando l’organetto su una di queste “ripresine”. Gli Usa hanno dovuto rivedere le loro stime al ribasso tanto che Bernanke sembra aver rinunciato per il momento all’idea di sospendere dal 2014 il quantitative easing. Della Germania si dice che comincia ad essere in affanno (e si gode nel dirlo perché il nostro paese sarebbe in crisi per colpa dei “crucchi” sempre un po’ nazisti). Anche il nord Europa e l’Inghilterra non brillano in modo eccessivo. Invece, ci sarebbe la riscossa dei “latini”, o comunque dei mediterranei, contro gli “anglosassoni”; perfino la Grecia, da cui non arrivano più notizie ma quando arrivano sono sempre drammatiche, sarebbe in ripresa (pardon, ripresina).

Poi ci sono i dati. Il Pil italiano del ’13 sarà in discesa più accentuata di quanto previsto fino a due mesi fa circa; però quello del ’14 (campa cavallo!) invece che del previsto +0,5% si accrescerà del +0,7%, un successone incredibile. La disoccupazione non tornerà a livelli accettabili per un periodo futuro di durata imprecisata. Quest’anno si va dal 58% di italiani che non faranno le ferie (dato indicato due mesi fa) ad un terzo (che mi pare sia il 33%) segnalato in questi giorni. La ripresina sarà comunque guidata nel nostro paese dalle piccole e medie imprese e dall’export. Tuttavia, io da qualche parte leggo: “Secondo i dati dell’Istat, nel solo dicembre le esportazioni italiane hanno segnato un calo dello 0,5% rispetto a novembre e del 3,7% rispetto a dicembre 2011. Sono invece cresciute dell’1,3% mensile le importazioni (-6,4% nel raffronto annuo)” (Economia & Finanza in Repubblica). Leggo anche che sono in diminuzione gli acquisti da parte dei nostri tradizionali “clienti” quali Francia e Germania, ma aumentano quelli dei paesi emergenti: soprattutto Russia, Cina, India. E tuttavia, leggo anche (sempre nell’inserto di Repubblica) che “nel 2012 i Paesi più dinamici per l’export sono stati Giappone (+19,1%), Stati Uniti (+16,8%) e Svizzera (+10,8%). In marcata flessione risultano invece le vendite verso India (-10,3%), Cina (-9,9%) e Spagna (-8,1%).”

Altri dati non li cito perché sinceramente vengono dati a capocchia a seconda dove si leggono; ma non credo sia rilevante inseguire tutte la capriole di questi organi di (dis)informazione. Decisivo è invece che il presdelaconfind, e i soliti economisti ed esperti (del c….), abbiano riscontrato una nuova fiducia nei consumatori. Solo fiducia però, perché l’altro ieri si leggeva sui giornali di un vero crollo dei consumi (mi sembra dell’8% o peggio). Ma questo è il dato appurato solo fino ad oggi; la “sfera di cristallo”, in cui leggono Squinzi e i vari “squinzietti”, mostra code di compratori che non riescono ad entrare nei supermercati e nei negozi. Se questi sono i vertici degli industriali e i loro economisti, ci si rende conto del perché siamo sempre nel paese di Pulcinella.

Un ineffabile economista (liberista ovviamente), poi, ci avverte su Libero che la ripresa italiana avverrà per merito di 949 prodotti. Mi permetto di consigliare soprattutto il 950°, il suo cervello, dalla cui vendita all’estero dovremmo ricavare una cifra stratosferica. Infine, non parliamo dei patiti del turismo. L’Italia deve sfruttare coste e montagne, ma soprattutto le solite opere d’arte “insuperabili”, che stanno richiamando un boom di visitatori russi, cinesi e indiani (i soliti ricconi sfondati dei paesi emergenti, che evidentemente affluiranno a “centinaia di migliaia di milioni di miliardi”; come diceva un personaggio di ‘Quelli della notte’ per chi ancora se lo ricorda).

2. Sospendiamo il tormento delle notizie confuse date senza alcun senso, tanto per scrivere qualcosa e creare nel pubblico l’impressione che più si preferisce. Comunque, dobbiamo escludere ogni e qualsiasi ripresina? Quando, scoppiata la crisi del 2008, cominciai a riferirmi alla stagnazione di fine ‘800, non mi basai su dati e statistiche, grafici e tabelline, ecc. Nemmeno mi sono ammantato di un’esperienza da “grande tecnico” che in effetti non possiedo. Il mio ragionamento, e le mie previsioni (termine un po’ impegnativo invero), partivano appunto dal ricordo della situazione esistente a fine XIX secolo. Non vi era all’epoca nessun ’29 alle porte; o, per essere più precisi in termini di periodo preso in considerazione, diciamo meglio nessun 1907. Nemmeno si verificò però un qualsiasi periodo di intenso sviluppo (di crescita, in realtà, perché lo sviluppo in un certo senso c’era). Sulla base di una “intuizione”, che mi suggeriva la somiglianza di questa crisi attuale con quella di allora, esclusi quindi – e continuo ad escludere almeno per i prossimi anni – sia uno “scatafascio” come quello degli anni ’30 del XX secolo, sia un nuovo forte rilancio economico generale, mondiale.

Questa presunta intuizione si fonda in realtà su una considerazione decisiva, che va contro tutto il “grande sapere” di economisti e statistici, tecnici ed esperti; fra l’altro, nettamente più scadenti e inconsistenti di quelli esistenti a cavallo tra otto e novecento. La considerazione in oggetto afferma che l’economia è nettamente subordinata alla politica. E anche qui, ancora una volta (perché ho già all’attivo centinaia di pagine in tal senso) devo precisare che cosa intendo dire. Nessuna predilezione per il dibattito “feroce” tra liberisti e statalisti, tra chi adora le “leggi del libero mercato” (la smithiana “manina invisibile”) e la “possente azione” degli apparati del potere politico (lo Stato) che impongono alla realtà di andare dove vogliono i …. fessi che sono al comando in tali apparati e credono che tutto sia a portata dei loro cervelli da gallina (con grandi scuse alle galline per questo improprio modo di dire, che le paragona ai “potenti della terra”).

La politica è l’insieme delle pratiche conflittuali – fondate quindi su sequenze di mosse facenti parte di date strategie di lotta – che vengono attuate da agenti immersi in una “realtà” fluida, sempre in sobbollimento e cangiante, al fine di prevalere gli uni sugli altri. Tali pratiche, e le mosse degli agenti, coinvolgono diverse sfere dell’attività sociale, che per comodità dividiamo in economiche, politiche, ideologico-culturali. Parlare di prevalenza della politica nell’agire sociale non ha quindi proprio nulla a che vedere con l’idea che sia lo Stato a dominare gli assetti della società; o che invece tale dominio debba spettare all’azione di quei “soggetti collettivi” che si definiscono imprese, in reciproca (e benefica) competizione produttiva o invece in attività di “avvelenamento” del tessuto sociale perseguendo soltanto i propri interessi tramite manovra dell’equivalente generale delle merci, il denaro (nella sua forma monetaria).

Le nostre società moderne possiedono un carattere generale (di tutte le società esistite) ed uno del tutto loro specifico. Il primo è che la gran massa degli individui non ha effettivo potere decisionale in merito alle pratiche della lotta per la supremazia; non ne possiede gli strumenti, né quelli materiali né quelli riguardanti i saperi necessari a compiere le mosse più adeguate per conseguire il successo. Il secondo è che questa stessa gran massa di individui non vive se non di merci, che vanno prodotte e consumate (per mantenersi e per produrre ulteriormente). E trattandosi di merci, deve ovviamente sussistere il mezzo specifico per l’atto del loro procacciamento.

Mettendo subito sull’avviso che l’elemento costante, pervasivo dell’intera realtà sociale, è lo squilibrio, va rilevato che vi è alternanza di fasi (nella storia): in alcune sembra sussistere un certo equilibrio tra le varie fasce sociali (in aree territoriali e culturali diverse); in altre lo squilibrio si afferma in tutto il suo fulgore di fattore principe del divenire sociale. La diversità delle fasi dipende dal differente articolarsi del potere decisionale di quelle minoranze di agenti, che proprio grazie al potere in questione si combattono – per gruppi, mai ogni individuo contro ogni altro! – e vincono o perdono.

Nelle fasi in cui lo squilibrio tende a fornire poteri decisionali – se non equivalenti, sempre più assimilabili fra loro quanto a forza – a più gruppi di agenti, si verificano per l’appunto le crisi, che nel loro aspetto più appariscente si manifestano come carenze di carattere strategico-conflittuale, da cui derivano situazioni di incertezza per quanto concerne il risultato finale della lotta per la supremazia. Nelle società attuali, tuttavia, tutti gli strumenti – materiali e dei saperi utili a tale lotta – assumono la forma della “cosa” soggetta a compravendita (cioè della merce e del mezzo che la può acquistare, la moneta). E le crisi diventano allora la grande fantasmagoria delle crisi economiche, con il loro aspetto monetario in bella evidenza. Ci sono agenti che hanno coscienza di che cosa sta accadendo e altri che vedono solo l’aspetto di “superficie”. I secondi agiscono da veri ideologi dei primi, e questi ultimi assecondano le ideologie degli inconsapevoli; perché è molto comodo – nel mentre si apprestano le vere “armi” atte a combattere il confronto decisivo, da cui emergerà infine il gruppo vincitore in grado di ridare relativo e temporaneo equilibrio al tutto – mascherare il conflitto dietro le turbolenze economiche, dei mercati, ecc.

E sia gli ideologi sia i consapevoli (che per una fase storica sono obbligati ad approntare le “armi” nascondendosi dietro la facciata dell’economia) continuano a battagliare sui due soliti versanti. Bisogna intervenire con il potere dello Stato per mettere ordine nei mercati, per punire i colpevoli di maneggi (in specie finanziari) che provocano la sofferenza della gran massa degli individui (non decisori)? Oppure si deve lasciare libertà ai mercati con le loro regole, anzi “leggi”, che se vengono intralciate nel loro funzionamento conducono all’aggravarsi delle crisi? E sia chiaro che non si tratta di alternativa puramente fasulla. E’ ovvio che, dandosi l’organizzazione e la “struttura” (mercantile) dei rapporti della formazione sociale moderna, si verificano sia malversazioni di singoli agenti manovratori di dati strumenti (ad es. il denaro), che vanno dunque colpiti, sia il fallimento (magari dopo un momentaneo successo, che è come l’abbassamento della febbre di un individuo colpito da polmonite doppia e trattato con aspirina) delle “grandi manovre” dello Stato.

Nulla è completamente falso, salvo il restare a predicare solo la facciata ideologica senza andare al conflitto di base, alla politica, in quanto conflitto di strategie, che investe ogni sfera della società: politica (nel senso dello Stato), economica (nel senso del mercato e dell’impresa), ideologica. Questa è la falsità dei cialtroni che imperversano oggi su tutti i fronti: sia della difesa dell’ordine presente, sia della critica radicale a quest’ultimo con prediche bolse e furfantesche circa la possibilità di immaginare una diversa cooperazione tra gli uomini (di “buona volontà”), circa le masse popolari (i tipici non decisori; proprio perché prive degli strumenti, materiali e di sapere, necessari a dare un senso, una direzione, alle decisioni) che “prendono in mano i loro destini”; e aiutano invece la presa del potere dei peggiori decisori, dei più truci e criminali.

3. Torniamo adesso a questo nostro povero “paesello”, in cui non abbiamo nemmeno ideologi, ma perfetti mentecatti, perfino in posti al vertice della politica e dell’economia (dell’informazione e dei media meglio nemmeno dire una parola). Le ultime vicende sembrano confermare ormai la piena complicità di chi avrebbe dovuto fare opposizione ad un governo che porta l’Italia allo sfacelo, con lo scopo di spaventare la popolazione, di annientarne ogni capacità di resistenza, favorendo così quella piena subordinazione da “protettorato” statunitense, che è fine perseguito da lunga pezza. Si iniziò di fatto con “mani pulite” – su ordine Usa e appoggio dei nostri “cotonieri” confindustriali, e con scelta di rinnegati di tutte le risme per gestire il processo – ma non si riuscì in effetti a completare l’opera. Quando, per l’errore dei nostri “cotonieri”, fu spinto in politica Berlusconi e costui dovette in qualche modo appoggiarsi a residui del “passato” (fra cui elementi dell’industria “pubblica” sottoposti all’assalto), ci fu un periodo di politica più soft da parte dei predominanti d’oltreoceano, convinti che il crollo dell’Urss avesse aperto un lungo periodo di sostanziale monocentrismo.

Tale convinzione fu abbastanza rapidamente delusa e, da allora, direi che soprattutto la parte meridionale d’Europa è divenuta decisiva per il controllo di una zona del mondo strategicamente rilevante soprattutto nell’azione di contenimento della Russia. L’Italia è via via divenuta appunto nulla più che un protettorato statunitense; e gli uomini di fiducia del paese preminente si trovano in quella che è stata fatta passare per “sinistra”, mentre Berlusconi si assumeva il ruolo della “destra” e fingeva d’essere il “liberale” per antonomasia. Abbiamo nel blog seguito passo passo i tradimenti (mascherati da “vivi malumori”) di questo meschino personaggio; e anche adesso restiamo convinti che, pur in presenza di una condanna annunciata, e accelerata perfino oltre la primitiva volontà dei “contraenti” (da noi ben chiariti), egli continui nel suo gioco, sempre più affannoso e comunque vantaggioso per l’establishment italiano del protettorato. La condanna, se ci sarà, servirà soprattutto a fornirgli la scusa per vibrate proteste unite al ritiro a vita privata, dove sarà pian piano lasciato in pace e ricordato solo di tanto in tanto dai più nostalgici forzaitalioti. Nel frattempo, quello che era un elettorato numeroso – e per un certo periodo anche convinto di doversi opporre ai distruttori del paese, che la falsità e l’ignoranza di una destra rozza e incolta è riuscita a far passare troppo spesso per ancora comunisti (ormai finiti da quel po’!) – è rimasto sempre più deluso e rischia di divenire del tutto passivo, non più ricettivo di fronte ad eventuali entrate in scena di personaggi non più così conigli e, soprattutto, così complici come lo è Berlusconi di coloro che lo disprezzano e vorrebbero in galera.

4. Le vicende dei prossimi mesi sono decisamente incerte. Certo è invece il gioco relativo alla crisi. Si continua fra l’altro a rivelare come le varie società di rating siano malandrine e inaffidabili; e poi non la si smette di prenderle sul serio e di entrare in affanno non appena emettono i loro giudizi scelti su base eminentemente politica, al servizio dei predominanti. Si protesta contro la Germania, contro la UE, contro il Fmi, ma ci si adegua pedissequamente alle loro manovre. Credo non si debbano più seguire, se non per criticarle, le varie polemiche che hanno come centro di discussione il problema dell’euro (restarci o uscirne), della “comunità europea” (anche qui con servile obbedienza o con empiti di rivolta e minacce di fuoriuscita o con smanie di riforma dei regolamenti e/o dei parametri), ecc. Si deve soprattutto smetterla di ripetere questo continuo ritornello dell’aggravarsi della crisi, seguito poi dalla scoperta di barlumi di luce in fondo al tunnel, dove ci attenderebbe la “ripresina”.

La crisi economica, con i suoi aspetti finanziari, dovuti anche (ma non solo) allìattività di settori importanti dei predominanti, ci seguirà a lungo. Le chiacchiere sulla ripresa sono costantemente smentite dalla pubblicazione di dati che indicano il contrario; soprattutto per l’Italia, ma non solo per essa (ripeto che anche le previsioni sul miglioramento dell’economia statunitense hanno il fiato corto). Tuttavia, potrebbe anche capitare una qualche ripresina, pur se difficilmente generalizzata. E allora, questo darà nuovo fiato alle trombe di coloro che nascondono il problema centrale: la crisi reale è politica, è crisi di regolazione – con squilibri in accentuazione – legata alla spinta al multipolarismo. Anche qui, molti si affanneranno a mostrare come gli Usa hanno ancora il bandolo della matassa in mano. Non sanno però più srotolarlo molto bene, sono in difficoltà strategiche che sembrano segnalare conflitti interni ed incertezze sul prosieguo dell’azione in varie parti del mondo; in particolare proprio in quest’area mediterranea, da troppi considerata come un’area di “minore interesse” per gli Stati Uniti, che punterebbero sulla zona del Pacifico.

Balle! L’interesse yankee è qui massimo; ed è per questo che la zona meridionale europea, con il nostro paese in primo piano, è particolarmente interessata dalla crisi. Esiste forte incertezza negli sbocchi politici, proprio nel senso dei rapporti tra i vari paesi di quest’area (europea, africana e mediorientale) e delle relazioni tra i vari gruppi di subdominanti nei paesi in questione. Le difficoltà nella sfera politica – interstatale e tra gruppi di potere nei vari Stati – sono il riflesso della politica, in quanto sequenza di mosse strategiche impiegate nella lotta sia nella sfera politica che in quella economica e in quella ideologica. Malgrado l’apparente preminenza degli Stati Uniti, in realtà detta politica si è fatta più affannosa, più turbolenta, aperta a molti necessari cambiamenti di posizionamento tra i vari gruppi (e Stati) in conflitto.

In Italia, lo sfacelo sociale e politico, più ancora che economico, provocato da vent’anni di antiberlusconismo (presentato come “sinistra”) e berlusconismo (presentato come “destra”) ha condotto appunto al disincanto di gran parte della popolazione, accompagnato tuttavia da una singolare incapacità di cogliere quanto è accaduto e sta accadendo, quanto ci è stato e ci è tuttora propinato dai predominanti con al seguito i nostri meschini subdominanti. Si cerca di mantenere ancora “in forze” l’orrido ceto intellettuale (prodotto del disastroso sessantotto) e quello “medio semicolto”, la cui piattezza cerebrale viene continuamente alimentata da ondate di demenza sollevate dai suddetti intellettuali e subdominanti “paganti”.

Non possiamo aspettarci nulla da una popolazione così sviata, frastornata, diseducata, ecc. da simili settori politici e sociali scadenti e truffaldini; per di più privi di ogni e qualsiasi dignità di minima autonomia. Il servilismo sta toccando vertici forse mai raggiunti nel nostro paese, probabilmente nemmeno all’epoca in cui non esisteva l’Italia e questo territorio era attraversato da bande ed eserciti stranieri. Occorrerà un lungo lavoro per costruire una qualche élite capace di elaborare una nuova politica di grande efficacia. Contro questa prospettiva si ergeranno a lungo i settori di tipologia più strettamente economica, e in particolare finanziaria, oggi specialmente influenzati dai subdominanti “cotonieri” ormai pienamente succubi della predominanza statunitense. E non ci si deve attendere, per un periodo di tempo temo abbastanza lungo, alcun aiuto da “masse” di cittadini ormai sfilacciate, agitate da “istinti primordiali” e del tutto ignare dei giochi in corso.

Anche le eventuali nuove élites dovranno puntare su questi “istinti”, su questa inconsapevolezza. Sarà per loro necessario giostrare sul malcontento crescente che la crisi – ulteriormente favorita dai giochi forsennati dei pre e soprattutto dei subdominanti (in lotta reciproca per il “miglior servaggio”) – procurerà probabilmente ad un buon 80% della nostra popolazione. Lo ripeto: ci potranno essere alcuni brevi ritardi per momentanee inversioni di tendenza – spesso magari non proprio reali bensì alimentate nell’immaginario da infami intellettuali, giornalisti e gentaglia del genere – ma la “grande stagnazione” di fondo, con molti mutamenti nelle reciproche posizioni degli Stati (e dei gruppi sociali al loro interno), inciderà sulle “strutture” di molti paesi, rendendole poco coese e dunque suscettibili di essere percorse da venti di rivolta di cui dovrebbero saper approfittare élites ben preparate all’uopo.

Dedicarsi alla “costruzione” delle élites, e dei collegamenti tra quelle di paesi in qualche modo similari, dovrebbe essere la principale preoccupazione di chi ha ancora a cuore le sorti di un continente (Europa) e di un paese (Italia) a rischio di disfacimento complessivo. Vediamo un po’ di discutere di certe prospettive. Mi sembra urgente.

Quando Lione era la prima piazza finanziaria d’Europa grazie agli italiani

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(estratto da un articolo del quotidiano francese Les Echo a firma di Tristan Gaston-Breton).

[In tempi in cui i francesi fanno shopping in Italia ricordiamo il ruolo svolto dalla finanza italiana in quel paese (e non solo), molti secoli fa. Ovviamente, non ci preoccupano gli acquisiti delle grandi firme della moda nostrane da parte dei cugini d’oltralpe quanto, piuttosto, i loro voraci appetiti nella nostra impresa strategica (vedi Finmeccanica) e l’ingerenza nei nostri affari energetici all’estero (vedi Libia), spesso perseguiti con prepotenza ed arroganza. Purtroppo, l’Italia è in decadenza, quindi se perde pezzi la responsabilità è solo sua. Rivanghiamo il passato senza nostalgia o sentimentalismi poichè siamo consci che quei “fasti” sono definitivamente tramontati. Tuttavia, è utile rammentare, come viene detto anche nell’articolo che oggi proponiamo, che una volta siamo stati all’avanguardia in molti settori, anche se politicamente eravamo deboli e divisi. Dovremmo recuperare la forza in noi stessi, liberarci da chi ci ha rovinato e ricostruire un paese sovrano e forte per affrontare la nuova epoca che sarà piena d’insidie ma anche ricca di opportunità.  Traduzione dal francese di G. Petrosillo].

 

Tra i mercanti europei presenti a Lione c’è una comunità che gioca un ruolo essenziale: gli italiani. Dopo molti secoli, dopo i primi contatti con l’oriente – Costantinopoli ma anche la lontana Asia – gli italiani beneficiavano di  un savoir-faire commerciale e finanziario senza equivalenti.

Avvezzi ai mercati stranieri – come lo sono oggi, l’Italia è, infatti, insieme alla Germania, il Paese che esporta di più nell’UE – avevano banche un po’ dappertutto, essi arrivarono a Lione agli inizi del 1460, attirati dai privilegi delle fiere, dalla prossimità con l’Italia, dall’immensità del reame francese – il più grande ed il più ricco d’Europa in quel momento – dall’importanza del commercio lionese…allontanati dai numerosi conflitti politici, che ad intervalli regolari, scuotevano le città della penisola. Lungi dal lasciare le loro querelle alle proprie spalle, questi mercanti in esilio le avevano portate con sé. Così nel 1572, vedremo un rispettabile mercante librario lucchese, un certo Alessandro Marsili, fare tagliare la testa ad uno dei suoi compatrioti e conservarla qualche giorno, nella speranza ricevere la somma promessa dalla signoria di Lucca per l’uccisione dei banditi.

Se sono industriali della seta, stampatori o librai – settori nei quali l’Italia beneficia  di un vantaggio tecnologico riconosciuto – gli italiani di Lione sono però prima di tutto banchieri o, piuttosto, mercanti banchieri. Grossisti, non avevano botteghe aperte, ma acquistavano le merci, le più promettenti, in grandi quantità che rivendevano ai dettaglianti: commissionari, acquistavano, durante i loro viaggi, merci che rivendevano ad altri mercanti ricavandone grandi benefici; banchieri, anticipavano il denaro ai fabbricanti e si facevano a volte rimborsare con merci che poi rivendevano, incassando importanti plusvalenze dagli affari. I più importanti tra loro prestavano anche denaro al re di Francia.   Le interminabili guerre italiane (1494-1559) saranno così, in gran parte, finanziate con l’oro e le cambiali dei mercanti-banchieri italiani di  Lione. Dal che si giustificava  il mantenimento dei privilegi fieristici. Capponi, Salviati, Bandini, Bonvisi, Gadagni, Banquini, Gondi, per non parlare , soprattutto, dei Medici…i grandi mercanti-banchieri provenivano, in primo luogo, da Firenze ma anche da Genova e da Lucca.  Verso il 1520 si contano a Lione una quarantina di grandi case bancarie italiane . I loro mezzi sono immensi e coprono tutti i paesi d’Europa dove dispongono di succursali. Gli affari che abbracciano lo sono altrettanto. La maison Gondi pratica, così, il deposito a vista ed il credito commerciale ma anche il trasferimento di fondi con cambiali tra Anversa, Parigi, Roma e Venezia. Ugualmente pratica il recupero crediti, per esempio di Vescovi e Cardinali. E, certamente, il finanziamento delle campagne militari, l’operazione più fruttuosa con tassi d’interesse  che potevano arrivare al 20%. Alla morte di Francesco I, nel 1547, l’ammontare dei debiti contratti dallo Stato dalle sole banche italiane raggiungerà la somma strabiliante di 6,8 milioni di lire, un ammontare quasi pari alle entrate del Tesoro (7,1 milioni di lire). Oltre  al prestito ai grandi – sono i Gadagni che pagheranno la gran parte  del riscatto di Francesco I, dopo il disastro di Pavia – e il credito commerciale su grande scala, i mercanti-banchieri italiani sono molto attivi nel settore del gioco d’azzardo e delle scommesse. E a loro che Lione deve la sua prima lotteria. Le saette del clero non poterono nulla….

La finanza abbaia dove la politica non morde

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Quando un Paese è politicamente debole la finanza internazionale prende il sopravvento imponendo la sua visione con prescrizioni dolorosissime. In Italia essa può persino spadroneggiare, entrando nei dettagli dell’agenda istituzionale, in virtù della sponda offerta dai corrispondenti poteri dominanti e settori speculativi autoctoni, i quali essendo in profonda decadenza, come tutto il resto della repubblica, sopravvivono favorendo tali influenze esterne che surrogano il capitale di credibilità di cui non dispongono in proprio.

In questa situazione di costante interferenza decisionale, percepita come naturale dai partiti e dai loro rappresentanti privi di spina dorsale, l’ascendente straniero ed il giudizio dei mercati è l’unica investitura che conta, anche più del mandato elettorale che, invece, diventa mero accidente del processo democratico dal quale si deve passare per salvare almeno le apparenze.

Questo atteggiamento servile, prolungato nel tempo e nelle fasi della vita nazionale, ha aperto la strada ad un assoggettamento politico via via più profondo, divenuto consustanziale all’ideologia e ai programmi di tutti gli attori che concorrono a gestire il Paese, ad ogni livello sociale.

Nessuno vede più il pericolo della suddetta passività essendo questa la sostanza stessa della loro ragione esistenziale.  Infatti, appaiono tutti entusiasti di occupare la stanza dei bottoni  pagando la pigione a potentati esotici che, spronandoci o bacchettandoci, vengono a riscuotere il “conquibus” accompagnati da zelanti emissari (vedi la Troika). E se non basta a terrorizzarci c’è sempre la severità irreprensibile di  altri ambienti ancor più spettrali chiamati mercati.

Cosicché ci ritroviamo, solo per citare un esempio esemplificativo ed esplicativo, il FMI (Fronte monetario internazionale?) che raccomanda all’Esecutivo italiano di mantenere l’IMU per ragioni “di equità e di efficienza”. Sentire i “fondisti” parlare di equità ed efficienza dopo quello che hanno combinato in tutto il mondo, ovunque ci fossero problemi di ristruttuazione economica da loro mutati in autentiche tragedie civili, è veramente spassoso.  Insomma, è la solita ingerenza indebita nella sovranità nazionale segretamente invocata dai medesimi pavidi che ci (s)governano a Roma. Proprio come vi dicevo in principio.

Caso mai non avessimo capito bene di che si tratta hanno rafforzato la dose anche l’Unione europea e l’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s.  Mentre la prima si preoccupa di tenerci nella seria A dell’Unione, ma unicamente se raccoglieremo le sue raccomandazioni, la seconda ci retrocede in BBB, vicino alla spazzatura dove giocano i bidoni.

Ci tirano per lo Stivale per lasciarci scalzi. Per dare un calcio agli sciacalli della finanza e ai loro padrini di stanza nelle cancellerie mondiali occorre ripristinare il primato della politica attraverso la formazione gruppi dirigenti in grado di ricostituire un minimo di sovranità nazionale. Quelli attuali rappresentano l’esatto contrario dell’opzione “indipendentista”. La finanza abbaia esclusivamente lì dove la politica non morde e fugge con la coda tra le gambe per timore di affrontare le sfide dell’epoca storica. Chiunque non lavora a questo progetto finalizzato a ristabilire l’autonomia del popolo italiano o è inadatto alla politica oppure è un traditore.

GEOPOLITICA DEI GASDOTTI, LA FINE MISEREVOLE DEL NABUCCO

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Oggi parliamo di come l’Europa butti politicamente se stessa dalla finestra ed i denari dei contribuenti nel water per sottostare al volere di Stati terzi, impropriamente chiamati alleati, in realtà sovrani delle nostre decisioni strategiche.

Uno dei principali nodi della fase storica presente è quello energetico e passa dalla geografia dei pozzi e dal  groviglio di dotti che attraversano le traiettorie della politica mondiale, determinando intese o diatribe tra i Paesi e le varie aree territoriali. Il tema energetico non attiene unicamente all’industria ma è un’arma geopolitica per penetrare in mercati avanzati, incidere sui rapporti di forza internazionali, creare delle zone d’influenza, veicolare la politica estera.

L’Italia, grazie all’Eni, era riuscita a cavalcare la tigre degli approvvigionamenti e delle prospezioni, estendendo i propri affari in ogni parte del pianeta, anche nelle zone più difficili ed instabili, con accordi paritari o win-win (come si dice in linguaggio tecnico) che altre compagnie, troppo abituate ad imporre la potenza dello Stato di provenienza, si rifiutavano di offrire.

Tra questi progetti importanti c’era, ma tutto sommato c’è ancora sebbene ridimensionato per l’Eni, il South Stream, gasdotto fortemente voluto da russi che ci convocarono all’impresa in ragione di legami privilegiati che attualmente però sono logorati. Il South Stream è un’autostrada del gas che aggira alcune nazioni, come l’Ucraina, che avevano creato interruzioni dei servizi negli anni precedenti, in virtù di alcune dispute politiche ed economiche con Mosca. Inizialmente, il partenariato era a due, Eni e Gazprom, poi le pressioni europee e quelle statunitensi hanno costretto il Cane a sei zampe ad annacquare la propria quota, scendendo al 20% per fare spazio alla tedesca Wintershall ed alla francese EdF, con un 15 % ciascuna. Nel frattempo, l’UE ha fatto di tutto per depotenziare la portata di tale programma poichè, a detta dei burocrati reggicoda di Bruxelles, la dipendenza dalla Russia sarebbe stata eccessiva. In verità, erano soprattutto gli americani a non apprezzare la crescente contiguità tra le imprese di stato russe e le altre aziende europee, in primis italiane. L’obiettivo americano, dopo la presidenza Bush, fu quello di recidere di netto i colloqui russo-italiani sulla politica estera in generale e su quella energetica in particolare, visti come fumo negli occhi negli ambienti atlantici.

Cosicché, Washington e Bruxelles s’inventarono di sana pianta, in barba alla disponibilità di risorse e alla fattibilità del progetto, un altro gasdotto chiamato Nabucco, alternativo al South Stream e molto più vicino alle aspirazioni degli yankees, orientati a limitare l’influenza del Cremlino in Europa. Il Nabucco, doveva attraversare la Turchia riempiendosi di materia prima dal mar Caspio, sia dalla riva occidentale azerbaigiana che da quella orientale turkmena. Pazienza se lo stesso si rivelava impossibile sin dall’inizio, era un modo come un altro per prendere tempo e ricondurre a più miti consigli noialtri.

E’ notizia di questi giorni che il Nabucco è definitivamente fallito, migliaia di km di irrealizzabilità e di fervida immaginazione euroamericana, sono bastati se non a sbarrare almeno a rallentare e ridimensionare le nostre velleità sul South Stream che certo erano più concrete ma molto meno accettabili Oltreoceano. Adesso che contiamo di meno, ora che ad avvantaggiarsene saranno russi, francesi e tedeschi i tubi potranno essere sistemati con meno rischi per i nostri falsi alleati.

Ma torniamo al Nabucco e vediamo come ce lo presentava l’Ue pur di persuaderci a tornare sui nostri passi e rinunciare al  South Stream.  L’intento apparentemente innocente ma totalmente  falso era di differenziare le fonti di approvvigionamento per non creare situazioni  di dipendenza da un solo fornitore che, nel nostro caso, era il terribile orso russo il quale avrebbe potuto ricattarci per ottenere maggiore spazio nelle questioni interne. La commissione europea, per il Nabucco Gas Pipeline International GmbH, arrivò a stanziare 200 000 000 di euro e a strappare impegni dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e dalla Banca europea per gli investimenti al fine di ottenere ulteriori fondi. Nel 2007 la Commissione europea nominò quattro Coordinatori per progetti nel settore dell’energia, con la missione di monitorare ed agevolare la realizzazione di quelli prioritari. Tra questi era compreso il Nabucco e tra gli esperti c’era il nostro professore bocconiano Mario Monti, uno che dovunque è andato ha reso prioritaria l’inefficienza e l’inutilità.

Nella relazione generale sull’attività dell’Unione Europea del 2009 così veniva enfatizzato il Nabucco: “A luglio quattro Stati membri dell’UE (Bulgaria, Ungheria, Austria e Romania) e la Turchia hanno firmato ad Ankara l’accordo intergovernativo Nabucco, che definisce un quadro per l’esportazione di gas dai ricchi giacimenti del Mar Caspio e del Medio Oriente in Turchia e nell’UE, attraverso un oleodotto che attraversa la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria fino al centro di smistamento austriaco di Baumgarten. Grazie a Nabucco, i paesi europei che per ora dipendono interamente da un fornitore esterno vedranno aumentare drasticamente la sicurezza degli approvvigionamenti. Imprese situate in Azerbaigian e in Iraq hanno già manifestato interesse ad utilizzare l’oleodotto. Il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha dichiarato in proposito: «Il progetto Nabucco è di cruciale importanza per la sicurezza energetica dell’Europa e per la sua politica di diversificazione degli approvvigionamenti di gas e delle vie di trasporto. La firma dell’accordo dimostrerà che siamo determinati a trasformare questo oleodotto in realtà il più presto possibile».

La realtà, al contrario di quello che sosteneva Barroso, un altro che se ne intende di defaillances,  è quella venuta alla luce nelle nelle ultime settimane. Il Nabucco è miseramente finito in disgrazia come molte delle iniziative di questa Ue senza anima e senza idee.

Il colpo al cuore, tuttavia, non è venuto dal South stream, ma dal Tap (Trans Adriatic Pipeline). Il consorzio Shah Deniz del quale fanno parte la BP britannica, la Total francese, la Statoil norvegese e la Socar azerbaigiana ha scelto un altro tracciato di soli 500 km, attraverso la Turchia e la Grecia, per il trasporto del gas azerbaigiano,  molto più corto dei 1330 km del Nabucco Ovest. I vertici di Gazprom hanno accolto la notizia con un sorriso sarcastico, del resto avevano previsto tutto,  ma non si dispiacciono affatto di vedere frantumati i piani americani e la sempiterna stupidità nostrana che insegue acriticamente le provocazioni dei primi. I più arrabbiati con l’Ue sono i rumeni e bulgari che si erano spesi (o stesi, forse il verbo è più cogente) per il Nabucco sempre per i soliti timori verso Mosca ed il passato di paesi satelliti della Russia che potrebbe ritornare. Tutta questa vicenda ci insegna, come ha scritto Le Figaro nel numero di ieri, che i gasdotti restano armi geopolitiche i mano ai governi e ai produttori. L’Italia imparerà mai la lezione e quello che costa abbassare sempre la testa per compiacere tutti e tutto fuorché i suoi interessi strategici?

Viaggio geopolitico: l’Azerbaijan e l’Americadi George Friedman

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[Traduzione di Francesco D’Eugenio da: Geopolitical Journey: Azerbaijan and America | Stratfor]*

C’è un posto in cui tre grandi potenze — Russia, Turchia e Persia — si incontrano: il Caucaso. Oggi esse convergono in un paese chiamato Azerbaijan. Questo fatto fa dell’Azerbaijan un campo di battaglia per queste tre grandi potenze, che hanno combattuto l’una con l’altra lungo confini mutevoli per secoli. Fino al 1991 l’Azerbaijan faceva parte dell’Unione Sovietica, come il resto del Caucaso meridionale. Ma quando il confine russo si è spostato a nord, Armenia, Georgia e Azerbaijan furono restituiti alla storia. Delle tre, l’Azerbaijan ha il primato geopolitico di confinare con tutte e tre le grandi potenze regionali.

E’ anche diventato uno dei maggiori produttori di energia. Alla fine del diciannovesimo secolo, metà del petrolio del mondo veniva prodotto in Azerbaijan, i cui giacimenti petroliferi attorno alla capitale Baku furono messi in produzione dai fratelli Nobel, famosi per la dinamite e gli omonimi premi. E’ stato qui che hanno costruito le loro fortune. Ho avuto il piacere di una cena nella loro magione alcuni anni fa, ospite di ufficiali governativi. Qualunque cosa abbiano pensato gli altri in quella elegante dimora, io pensavo a Hitler e alla sua smania di raggiungere Baku e i suoi pozzi, e il fatto che il disastro di Stalingrado era parte del suo tentativo di conquistare l’Azerbaijan e i suoi giacimenti petroliferi. Un tempo l’Azerbaijan era il trofeo degli imperi. Oggi è indipendente e si trova in una posizione pericolosa.

Gli Stati Uniti: una potenza globale adolescente

Sono stato in Azerbaijan diverse volte a partire dal 2008, quando pubblicai il libro I prossimi 100 anni (The Next 100 Years, NdT), dove spiegavo che l’Azerbaijan sarà un punto critico geopolitico per il sistema globale futuro. Ciò ha portato a un invito a visitare l’Azerbaijan e vedere il luogo dove le mie teorie erano centrate. Poiché continuo a ritenere l’Azerbaijan un punto critico sia nella lotta che si sta materializzando attorno al Caucaso che per gli Stati Uniti, continuo a visitarlo e a godere cene interminabili e giri di brindisi che mettono a dura prova il mio fegato. Ma non dimentico mai una cosa: Hitler rischiò tutto per raggiungere Baku e il suo petrolio. Fallì, e la storia di oggi comincia da quel fatto.

Il motivo del mio ultimo viaggio era una conferenza sulle relazioni USA-Azerbaijan. Il numero di coloro che negli Stati Uniti si interessano dell’Azerbaijan è molto piccolo, e la maggior parte si trovava lì, assieme a membri del Congresso, funzionari di stato e un gran numero di Azeri. Rispetto al mio primo incontro con l’Azerbaijan, il numero di persone interessate è considerevolmente aumentato.

Le conferenze su argomenti come questo sono globali. Puoi trovarti a Washington, Singapore o Baku e sembra tutto uguale. Chi fa il mio lavoro incontra le stesse persone diverse volte l’anno. A volte sono loro che hanno qualcosa di nuovo da dire, altre sono io che ho qualcosa di nuovo da dire. Ma di solito non capita. Le persone davvero interessanti sono quelle che non incontri normalmente: luminari, ufficiali governativi, uomini d’affari e altre personalità locali. Nel corso del tempo si crea un gruppo di amici nei paesi che si visitano. E’ da questi che si impara di più. E in Azerbaijan puoi ascoltare le loro aspirazioni a diventare amici degli Stati Uniti e le loro perplessità di fronte all’indifferenza americana.

Questo è un tema ricorrente nei miei viaggi. Sono tutti scontenti degli Stati Uniti per qualcosa che hanno fatto o non fatto. In ambo i casi, si sentono scaricati dagli Stati Uniti, ed io ne ho in qualche modo colpa. In generale io rendo la pariglia nelle discussioni. Ma nel caso dell’Azerbaijan, sono sulla difensiva. Si sentono trascurati dagli Stati Uniti, e lo sono. Non si tratta di sentimenti. Le nazioni non hanno amici e a prescindere dalle mie amicizie in Azerbaijan — amicizie che reputo sincere ed importanti — gli Stati Uniti devono perseguire i loro interessi. Il problema nel formulare una risposta è che io ritengo che collaborare con l’Azerbaijan favorisca gli interessi americani e che tirarsi indietro comporti rischi inutili. Non amo criticare il mio paese mentre mi trovo in un altro paese, perciò cerco sempre di deviare la discussione su qualcos’altro. Funziona molto di rado.

Il mio interesse personale per l’Azerbaijan richiede spiegazioni più approfondite. Ne I prossimi 100 anni ho predetto una quantità di eventi, a cominciare dal grave indebolimento dell’Unione Europea e la crescita per converso della potenza della Russia. La Russia aveva i suoi problemi, ma tra la dipendenza europea dall’energia russa e il fatto che questa avesse il denaro per comprare società in Europa, il declino dell’Europa ha portato a una Russia più forte. I paesi che sentiranno questo accresciuto potere sono quelli ai confini dell’ex Unione Sovietica — una linea che va dalla Polonia alla Turchia, e dalla Turchia all’Azerbaijan, l’ancora orientale dell’Europa nel Mar Caspio.

Ho scritto che gli Stati Uniti, ritirandosi dalle loro guerre nel mondo islamico, sarebbero diventati sempre più prudenti e indecisi. Gli Stati Uniti avrebbero continuato a essere la potenza dominante nel mondo, la migliore economicamente e quella con l’esercito più forte, ma sarebbero rimasti una potenza adolescente priva di lungimiranza ed equilibrio nelle sue azioni. Ho spiegato che gli Stati Uniti non erano diventati la potenza dominante nel mondo fino al 1991, col collasso dell’Unione Sovietica. Fino ad allora gli Stati Uniti avevano diviso il potere ed avevano gareggiato con l’Unione Sovietica in una Guerra Fredda che divenne sovente calda e in cui non era ben chiaro che gli Stati Uniti avrebbero vinto. Tra la Corea, il Vietnam ed altre operazioni meno note, nella Guerra Fredda sono morti quasi 100.000 americani — quasi tanti quanti quelli morti nella Prima Guerra Mondiale — un fatto questo che molte persone ignorano. E quando guardiamo indietro alla Corea ed al Vietnam, è difficile immaginare quel periodo come l’epoca americana.

Gli Stati Uniti vinsero la Guerra Fredda perché i Sovietici si sconfissero da soli. Ma una vittoria è una vittoria e gli Stati Uniti rimasero i soli in campo, entusiasti di trovarsi al vertice parlavano di Nuovo Ordine Mondiale, ma in verità non avevano idea di cosa fare. Per prima cosa pensarono che la guerra fosse stata abolita e che l’unica cosa importante fosse fare soldi. Poi immaginarono che avrebbero passato l’intero secolo a occuparsi dei terroristi islamici. Ora sembra che abbiano deciso che si asterranno da qualsiasi intervento nel mondo – sebbene come ciò sia possibile per un paese che detiene quasi il 25 percento del prodotto interno lordo mondiale e che controlla gli oceani, francamente va oltre le mie capacità di comprensione.

Gli specialisti in politica estera degli USA si dividono in due fazioni. Una è quella dei realisti, che ritengono che gli Stati Uniti debbano perseguire i loro interessi nazionali. Questo punto di vista sembra ragionevole, almeno finché non si domanda loro di definire quali siano gli interessi nazionali americani. L’altro gruppo è quello degli idealisti, che vogliono usare la potenza dell’America per fare il bene, che si tratti di costruire la democrazia o di fermare abusi dei diritti umani. Chiedergli come intendono fare ciò è una buona idea. Di solito la risposta è che bisogna intervenire ma solo per uccidere i malvagi. I quali, come è noto, se ne vanno in giro con dei cartelli identificativi.

Il punto è che gli Stati Uniti sono la superpotenza mondiale ma sbandano da un conflitto all’altro e da un’idea all’altra. Occorre del tempo per capire come usare il proprio potere. I Britannici dovettero perdere l’America prima di farsene un’idea. Gli Stati Uniti sono fortunati. Sono ricchi ed isolati, ed anche se i terroristi possono uccidere qualcuno di noi, non saremo mai occupati come la Francia o la Polonia. Abbiamo tempo per crescere. Questo fatto rende il resto del mondo molto nervoso. A volte gli Stati Uniti compiono azioni inspiegabili. A volte non fanno quel che andrebbe fatto. Quando gli Stati Uniti commettono un errore, sono per lo più altri paesi a soffrirne le conseguenze e ad essere messi in pericolo. Perciò una parte del mondo vorrebbe che gli Stati Uniti sparissero. Non succederà. Altre parti del mondo vorrebbero che gli Stati Uniti si assumessero la responsabilità per la loro sicurezza. Non succederà neanche questo.

L’importanza critica dell’Azerbaijan

Questo ci riporta al tema dell’Azerbaijan. E’ un paese che confina con Russia e Iran. In Russia confina con il Dagestan; in Iran confina la regione azera. La maggior parte degli Azeri vive in Iran, dove costituiscono la minoranza etnica principale nel paese (l’Ayatollah Ali Khamenei è azero). L’Azerbaijan è un paese prevalentemente laico. Si sente minacciato dal terrorismo sciita iraniano e dal terrorismo islamico sunnita nel nord. Negli anni ‘90 l’Azerbaijan ha combattuto una guerra contro l’Armenia — appoggiata dai Russi — in cui ha perso una regione chiamata Nagorno-Karabakh. Oggi truppe russe sono stanziate in Armenia. In Georgia, un governo che sembra avere stretti rapporti con la Russia ha rimpiazzato quello precedente, pro-USA. L’Azerbaijan si trova in una situazione difficile, e la sua posizione tra Russia e Iran la rende critica. In questa regione uno stato musulmano laico ostile sia alla Russia che all’Iran non è poi così comune.

L’Azerbaijan ha anche un’altra virtù strategica dal punto di vista americano: l’energia. La strategia russa è stata quella di mantenere e aumentare la dipendenza energetica europea dalla Russia, secondo la teoria che ciò avrebbe aumentato l’influenza russa e ridotto i rischi per la sicurezza nazionale russa. La seconda fase di questa strategia è stata quella di limitare le alternative per l’Europa, compresa la Turchia. Le complesse tensioni sugli oleodotti e sui gasdotti si possono ridurre al fatto che i Russi non vogliono che gli Europei abbiano a disposizione alcuna fonte di energia di dimensioni significative e fuori dal controllo russo.

E’ negli interessi dell’America cercare di limitare l’influenza russa attorno alla sua periferia, per poter stabilizzare gli stati pro-occidentali in un momento in cui l’Europa è debole e disorganizzata. Ed è negli interessi degli Stati Uniti anche limitare la proiezione del potere iraniano e mantenere una piattaforma per influenzare la popolazione azera dell’Iran. Ma ci sono limiti alla potenza ed agli interessi americani. Essi non possono usare la guerra come prima risposta. Gli Stati Uniti possono appoggiare solo quegli stati che si assumono in prima persona la responsabilità della propria sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti non possono essere la sorgente primaria di tale sicurezza.

Ed è questo che rende interessanti le relazioni degli USA con l’Azerbaijan. L’Azerbaijan si colloca strategicamente tra due potenze antagoniste degli Stati Uniti: Russia e Iran. L’Azerbaijan è servito da principale punto di appoggio per i rifornimenti per l’Afghanistan. L’Azerbaijan vuole comprare armi dagli Stati Uniti. Il più delle volte gli Stati Uniti hanno tergiversato su tale richiesta. Gli Azeri si sono allora rivolti agli Israeliani, con cui hanno stretti rapporti.

L’Azerbaijan ha tutte le caratteristiche di un alleato a pieno titolo per gli Americani. Ha una posizione strategica e garantisce sia la possibilità di influenzare gli eventi in Iran che di quella di limitare il potere russo in Europa fornendole un’alternativa energetica, compresa la possibilità di un oleodotto sotto il Mar Caspio diretto verso l’Asia centrale. Data la sua posizione esso ha bisogno di acquistare armi, che è pronto a pagare. Eppure gli Stati Uniti limitano il suo accesso agli armamenti.

Ci sono due ragioni dietro ciò. La prima è la politica etnica degli Stati Uniti. La forte comunità armeno-americana è ostile agli Azeri per via della disputa sulla regione del Nagorno-Karabakh. La lobby azera negli Stati Uniti non è riuscita ad ottenere l’influenza della sua controparte armena. Perciò ci sono pressioni sul Congresso per bloccare l’invio di armamenti, ed anche la nomina degli ambasciatori risulta difficile. La seconda ragione è più importante. I difensori dei diritti umani, compresi quelli nel Dipartimento di Stato, hanno dichiarato che il Governo Azero è violento e corrotto. Perciò si sono opposti alla vendita di armi all’Azerbaijan.

Dalla mia posizione non ho assistito a scene di repressione o corruzione. Questo è un paese che è stato una repubblica sovietica e che ha attraversato un’ondata di privatizzazioni caotiche sfociata in ingiustizie diffuse come negli altri paesi ex-sovietici. E’ anche un paese dove la famiglia e il clan rivestono un’importanza cruciale, perciò qui vige quello che gli occidentali chiamerebbero clientelismo. Una volta un uomo d’affari cinese mi disse di ritenere gli Americani meschini e spregiudicati perché disposti ad assumere un estraneo invece che un familiare meno qualificato. Egli riteneva che stimare il merito più del legame di sangue fosse l’apice dell’immoralità. Io non avrei certo preferito costruire la mia società su tali basi, ma i suoi commenti mi ricordarono che le nostre convinzioni sul modo in cui una società dovrebbe funzionare non sono condivise né ammirate universalmente. Pertanto sono molto più cauto nel giudicare la condotta morale degli altri. Ciò non perché io ritenga la parentela più importante del merito ma perché so che ci sono persone ragionevoli che reputano immorale la mia visione.

In ogni caso, un paese non può passare dall’essere una repubblica sovietica ad avere un’economia senza corruzione in poco più di 20 anni. E in questo arco di tempo non può nemmeno diventare una democrazia liberale perfettamente funzionante, specialmente quando è circondata su tre lati da potenze ostili — Iran, Russia e Armenia. Guardando ai trascorsi delle altre repubbliche ex-sovietiche, l’Azerbaijan non è un paese come gli altri. E’ difficile immaginare con quale altro paese dell’ex Unione Sovietica gli Stati Uniti possano allearsi se l’Azerbaijan fosse off-limits.

Un altro problema è quello che io chiamo la “sindrome da Primavera Araba.” I difensori dei diritti umani danno per scontato che la folla che si oppone a un regime repressivo creerà un governo meno repressivo. Ricordo come nel 1979, quando i manifestanti protestavano contro lo Shah d’Iran, il fatto scontato che egli guidasse un regime repressivo si combinò con le fantasie sulla natura dei manifestanti — essi vennero visti come liberali democratici alla occidentale. Non lo erano affatto, e non si può sostenere da un punto di vista del diritto-umanista che il successo dei manifestanti abbia migliorato i diritti umani in Iran.

Lo stesso si può dire dell’Azerbaijan. Qualunque critica si possa muovere al regime, è difficile pensare che le alternative sarebbero più liberali o offrirebbero maggiore trasparenza. Un’alternativa sponsorizzata dall’Iran sarebbe come l’Iran attuale. Un’alternativa sponsorizzata dalla Russia ricorderebbe la Russia. L’idea che gli Stati Uniti non dovrebbero perseguire i propri interessi strategici, laddove il regime attuale è moralmente superiore alle alternative sostenute da Russia e Iran, è semplicemente perversa. Fa parte dell’immaturità di una potenza globale che è ancora alla ricerca di un orientamento.

L’Azerbaijan non deve interessare agli Stati Uniti per le sue caratteristiche etiche. Esso è importante perché costituisce un cuneo tra Russia e Iran. Qualunque regime rimpiazzi quello attuale sarebbe verosimilmente peggiore in senso morale e potrebbe essere ostile agli Stati Uniti. La perdita del petrolio azero a vantaggio della Russia o dell’Iran aumenterebbe la pressione sulla Turchia ed eliminerebbe le alternative energetiche alla periferia della Russia. Gli Stati Uniti devono adottare una strategia di appoggio precoce e a basso rischio dei propri partner strategici invece che rispondere a crisi impreviste con risposte militari improvvise e spasmodiche. Un Azerbaijan indipendente sarebbe una spina nel fianco della Russia e dell’Iran e una fonte di energia per la Turchia. E l’Azerbaijan pagherebbe denaro sonante per le armi che userebbero soldati azeri e non americani.

Oggi negli Stati Uniti è difficile avere attenzione quando si tratta di problemi apparentemente arcani. Gli Stati Uniti non rispondono se non quando l’arcano si trasforma in urgente. Ho spiegato questo a Baku, e gli Azeri non possono far altro che pazientare. Ma gestire un potere enorme richiede anche tatto nel gestire problemi apparentemente arcani. Per quanto io apprezzi la compagnia e la cucina azere, ciò che è in esame in Azerbaijan è la capacità degli Stati Uniti di creare un quadro stabile per la propria politica estera — un quadro che non sia meramente realista o moralista.

Sia Hitler che Stalin capivano che controllare Baku significava controllare l’Eurasia. La realtà nel mondo energetico è cambiata, ma non al punto che Baku non sia più d’importanza critica. Quando vado a Baku e studio la storia, tutto ciò diventa ovvio. Ma la maggior parte degli Americani non va a Baku né studia la storia. Non ci vuole molto per garantire la sicurezza di un bene prezioso, ma al momento sembra molto difficile spingere gli Stati Uniti a intraprendere qualcosa.

*“Le ripubblicazioni tratte e tradotte dal sito www.stratfor.com, come del resto da altri siti, hanno l’intenzione di fornire materiali che noi giudichiamo interessanti e che pensiamo lo possano essere anche per i nostri lettori. Conflitti&Strategie non supporta necessariamente le idee espresse in tali articoli e può anche essere in disaccordo con essi.”

MA QUALE GOLPE D’EGITTO! IN ITALIA STA ACCADENDO QUALCOSA DI PEGGIO

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Ma quale Golpe d’Egitto! Certo, ci troviamo di fronte ad eventi epocali, in un’area caldissima e strategica per i futuri assetti internazionali come il Mediterraneo orientale. Tuttavia, occorrerebbe pensare con maggiore preoccupazione ai colpetti di stato  di casa nostra.

Quest’ultimi dovrebbero suscitare più ampia indignazione – in quanto attuati in un sistema di sedicente democrazia dove il popolo con i suoi rappresentati eletti sarebbe, almeno sulla carta, ancora sovrano – dei carrarmati  dispiegati di fronte alle Piramidi. Del resto, lì sono abituati alle messinscene allestite dai soliti registi statunitensi che fanno e disfano a loro piacimento. Morsi e rimorsi storici camuffati da rivoluzioni colorite più che colorate, a seconda delle esigenze del Presidente di turno (se non è bianco è nero, così come se non è zuppa è pan bagnato comunque nel sangue altrui) e delle urgenze geopolitiche mondiali.

Ma c’è un’altra piramide, questa volta di potere, dinanzi alla quale si può soltanto rabbrividire.  Non si trova lungo le Rive del Nilo ma sulle sponde del Tevere, nella ex città eterna dove eterni sono ormai unicamente i Capi di stato.  Come Il neo faraone della Repubblica, autoproclamatosi tale dopo aver ufficialmente esautorato il Parlamento che, a suo dire, non avrebbe nessuna competenza in questioni centrali per la vita istituzionale, come l’acquisto dei velivoli da combattimento F35, fortemente voluti dalla Nato e dai suoi alleati.

L’Italia ripudia se stessa, altro che la guerra! Non che ci interessi molto, non essendo noi né pacifisti, né innamorati della carta più logora e calpestata che si sia mai vista in un Paese cosiddetto “civile”, ma teniamo a precisarlo a quanti, in questi anni d’infervoramento legalistico e giustizialistico, si sono stretti intorno a presunti  padri della patria, i quali sventolavano le insegne della Costituzione per affossarla meglio. Bene, adesso che Ramsete il Grande vi ha confermato che il Parlamento non conta niente, ed evidentemente anche chi lo elegge, perché lui è lui e voi non siete lui, come la prenderete? Non so come la prenderete ma posso immaginare dove ancora lo prenderemo tutti.

Su questa storia degli F35 sono state già proferite abbondanti menzogne. I nostri governanti ci ripetono come una nenia per addomermentarci che abbiamo a che fare con mezzi di difesa integrata, utili a proteggerci dai nostri nemici. Però dietro a quella sigla striminzita si nascondono le parole Joint Strike Fighter.  Provate a tradurle e poi chiedete la traduzione in manicomio di chiunque prosegua a dichiarare che: “servono per fare la pace”. Vero Ministro (in)competente?

Ad ogni modo, l’aspetto peggiore di tutta questa storia è che comprando tali aerei dall’americana Lockheed Martin saremo dipendenti da una tecnologia che non controlliamo e che mal si integra con quella di altri membri europei come la Germania, la quale ricorre agli Eurofighter Typhoon. Disunione Europea. Inoltre, il tempo necessario per entrare in possesso di tutti gli aerei ordinati potrebbe essere ancora lungo, tanto lungo che non è escluso il serio rischio di ritrovarsi per le mani un giocattolo tecnologicamente superato e al di fuori delle contingenze militari per le quali era stato richiesto.

Ma beveteci su, non tocca a noi mettere il naso in queste storie e nemmeno al Parlamento. Penseranno al nostro bene i Tutankhamon del Quirinale senza sovranità nazionale e le dinastie politiche dei lacchè globali senza qualità umane.

 

LA CRISI E GLI “EGONOMISTI”

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Sapete come finirà l’Italia? Come il babbio. Colpita alla testa, al cuore o alle spalle? Come il babbio ho detto, ovvero dappertutto! Grazie Mario (Monti, Draghi ecc.). Non ci resta che piangere mentre il mondo se la ride. Abbiamo dato fondo a tutte le nostre energie, eppure non è bastato perché non c’è nulla di peggio che  schiaffeggiare il vento per cadere a terra stremati. Adesso siamo anche costretti a venderci gli organi per non sopravvivere comunque.

Incominciarono la carneficina i trafficanti della concorrenza e del mercato imponendoci l’espianto di alcune parti vitali in quanto monopolisti di troppi apparati strategici. Proseguirono i vampiri della speculazione che ci succhiarono molto sangue. Completarono l’inumazione i dischi rotti del parlamento che sapevano unicamente ripetere: ce lo chiede l’Europa o la globalizzazione. Detto fatto, anche se si trattava di di buttarsi dalla finestra. Eravamo integri con un bel colorito ma di questi tempi essere tutti d’un pezzo è una pratica scorretta verso chi non digerisce la competizione e pretende di rubarci i gioielli con tutti gli arti.

I cialtroni d’Italia e dell’UE insistono, con scuse sempre diverse mirano ai nostri tessuti industriali e al ventre molle della politica nazionale ulcerato da lotte intestine e dissenteria istituzionale. Temono le purghe statunitensi ed offrono in sacrifico allo yankee il loro fegato spappolato.

Occorre privarsi di un braccio operativo in Finmeccanica, di un “core” business in Eni (favorire il deflusso del gas nelle bocche altrui), bisogna staccare la spina all’Enel, liberarsi delle appendici ma anche dello stesso apparato produttivo statale per fare cassa da morto.

Sarà sufficiente? Macché, finora gli italiani avevano potuto godere di una compattezza di servizi utili, certo in via di costante restringimento ma non di totale annientamento. E’ finita la pacchia. Anche qui si deve incidere col bisturi. Ad operare ci saranno economisti con l’encefalogramma piatto, specializzati in ambizioni ed amputazioni. Risparmiare su tutto per non risparmiarci l’esistenza. L’unica cosa che non decresce mai è l’ego di questi dottori che oggi ribattezziamo “Egonomisti”.

I sapientoni della triste scienza hanno da sempre la ricetta giusta: salasso al malato affinché l’operazione riesca ma il paziente muoia. Ciò che conta è la tecnica non il risultato, come insegnano nelle migliori università del mondo finanziario.

Eppure, per irrobustirsi occorrono vitamine non pillole amare che tolgono l’appetito. Sostenere l’incremento del pil per scacciare la penuria e rinfoltire la peluria pubblica. Se la carne aumenta non pesa mettersi a dieta ma se si è anoressici saltare i pasti vuol dire finire nella fossa. Tuttavia, l’uscita dal tunnel ci sarà unicamente quando la si smetterà con la contabilità da quattro soldi e si imparerà a fare i conti con la Politica. Questo perché la natura della crisi è sistemica ed è determinata dal riacutizzarsi delle dispute tra potenze mondiali sulla soglia di un inevitabile multipolarismo epocale. Il vecchio centro regolatore statunitense non può più garantire equilibri stabili, altri attori si sono attrezzati per riprendersi i loro spazi intervenendo sui vari fronti. Nuove minacce e passate conoscenze impediscono agli Usa di normalizzare il mondo a proprio piacimento.

In questo clima storico, soltanto un cervello politico perfettamente funzionante, consapevole delle sfide geopolitiche in atto, potrà salvarci dal crac. Chi non connette i neuroni al massimo può vegetare. O sgovernare e potare. Come in Italia.

LE TALPE AMERICANE E GLI STRUZZI EUROPEI

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Tacete, l’alleato vi ascolta! Le rivelazioni della talpa Snowden riportano di una intensa attività di spionaggio della Nsa, l’Agenzia di Sicurezza statunitense, nei confronti del Vecchio Continente e degli organismi politici, economici e diplomatici dell’UE, pare anche con la collaborazione delle principali cancellerie nazionali europee.

Tuttavia, dopo la divulgazione delle informazioni top secret i vertici nostrani sembrano cadere dal pero e fanno la voce grossa con la Casa Bianca, minacciando l’interruzione delle relazioni e, soprattutto, paventando uno stop indeterminato al trattato di libero-scambio tra le due sponde dell’Atlantico che sembrava ormai cosa fatta. Obama dice che chiarirà tutto. E’ una minaccia più che un gesto di distensione, per questo ci aspettiamo un lesto riallineamento del fronte degli indignati per finta.

Bleffano sperando di beffarci. In primo luogo, i responsabili della sicurezza di Bruxelles avevano riscontrato, già nei mesi addietro, interferenze nei telefoni e nei computer dei Palazzi europei e si erano immediatamente mobilitati per individuarne l’origine. In quella occasione si era constatato che i disturbi venivano generati dall’attività di una struttura collocata nell’area schermata del quartier generale della Nato, nei pressi della municipalità di Evere, dove ha sede anche la NSA.

Come ci si comportò dopo essere risaliti ai probabili colpevoli delle intercettazioni clandestine? Le autorità europee protestarono con la NSA, incontrarono i suoi capi per discutere lo “spiacevole equivoco” e fugare i sospetti, oppure chiusero gli occhi, magari dopo essersi interfacciati con gli apparati statali e i rappresentanti dei servizi dei singoli membri dell’UE? Siamo in presenza di una storia di talpe o di struzzi?

A quanto par,e nessuno mosse un dito e questo immobilismo complice fa crescere ulteriormente i dubbi di quanti, noi compresi, ritengono se non attendibile quanto meno degna di rilevanza anche l’altra notizia, uscita per qualche ora sul Guardian e poi ritirata per verifiche ed accertamenti, circa il coinvolgimento di sette Paesi, Italia inclusa, nella raccolta e trasferimento di dati personali (a scopi politici ed economici) di concittadini dell’Unione alle barbe finte statunitensi.

Sia chiaro, non ci sorprendiamo per l’accaduto perché Bruxelles, troppi indizi ce lo confermano, è una succursale di Washington. Ad ogni modo, diventa sempre più odiosa la pantomima di quanti, da quelle parti, si agitano, strepitano, scalciano e battono i pugni sul tavolo per l’assenza di coordinamento tra membri che prendono iniziative autoreferenziali spezzando l’unanime spirito continentale – magari stringendo accordi, tanto per citare uno dei casi maldigeriti da eurolandia, con la Russia, specie negli affari energetici, cioè in quelli a più alto gradiente strategico in questo inizio di III millennio – mai poi tradiscono la fiducia degli europei inviando dati sensibili ad uno Stato straniero.

L’Italia è stata spesso tirata per lo stivale dall’Ue e dagli Usa, sottoposta ad indicibili provocazioni e pressioni a causa dei suoi legami col Cremlino, ricavandone unicamente, dopo la chiusura dei canali diplomatici e dei business più lucrosi, isolamento e irrilevanza internazionale.

Eppure, sulle influenze concretamente operanti, sulla soggezione effettiva, sul servilismo in auge, sulla subordinazione hic et nunc, sulla stretta della manina d’oltreoceano che ci impedisce i movimenti nel bel mezzo di una crisi epocale non viene accesa nessuna vertenza e avanzata alcuna protesta dalle nostre classi dirigenti. Delle due l’una: o è complicità o è stupidità. Dal quel che dicono gli 007 pentiti (alle cui nobili intenzioni non crediamo nemmeno per un istante) si tratta di connivenza. Qualche squittio delle istituzioni europee, pertanto, non basterà a convincerci del contrario. Questa volta ci vogliono gesti eclatanti e liberatori che, probabilmente, non verranno.

C’è una sottomissione reale dell’UE agli States che deriva da uno squilibrio nei rapporti di forza sui quali si evita d’incidere per mancanza di prospettiva e di coraggio. Ci si preoccupa, invece, molto più del dovuto e senza riscontro oggettivo, di quella eventuale che nascerebbe qualora si lasciassero nelle mani Mosca le chiavi degli approvvigionamenti e dei dotti. I problemi andrebbero affrontati con un ordine di priorità, partendo dalla effettività delle situazioni e non dai paradossi costruiti ad arte per nascondere scomode verità o giustificare palesi menzogne.

IL DESTINO DI FINMECCANICA: una sora lisa ci seppellirà?

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Finmeccanica è una delle nostre imprese di punta. Rappresenta l’eccellenza italiana nel mondo, non perché ce ne siamo convinti noi che solitamente ci esaltiamo per qualsiasi ferro vecchio della rust valley contrassegnato col made in Italy, ma perché sono gli altri a riconoscercelo, anelando a farci le scarpe. Anzi i missili.

Rivendichiamo l’italianità dell’anticaglia (auto, salotto, ecc. ecc.) e ci giriamo dall’altra parte quando la difesa della sovranità industriale è realmente un valore, strategico prima che economico, da preservare a tutti i costi.

Da qualche anno, Finmeccanica è sotto attacco incrociato di concorrenti e governi esteri che, purtroppo, trovano spesso una sponda interna, nella magistratura o nella politica. Non si capisce se sia più la stupidità o la connivenza delle nostre classi dirigenti a danneggiarci, comunque, nel secondo caso si chiamerebbe tradimento ai danni della nazione.  Ne prendano nota le alte coorti che un giorno, speriamo vicino, saranno chiamate a vendicare Roma da questa vergogna.

Gli ultimi due Presidenti di Finmeccanica, Guarguaglini ed Orsi, sono stati costretti a lasciare a causa d’indagini incaute ed arresti spesso ingiustificati (il primo è già stato prosciolto dalle accuse costategli il posto e siamo pronti a scommettere che anche per il secondo verrà tutto ridimensionato al più presto). Le toghe mettono il naso nei business che discendono da relazioni speciali tra “cordate istituzionali” e distruggono la nostra credibilità perchè non sono in grado di chiudere rapidamente i procedimenti e perchè le loro certezze iniziali si rivelano grandi abbagli. Ma nel frattempo tutto è stato compromesso. Trattandosi di best companies a trazione pubblica pare che lo Stato si diverta ad autocondannarsi per lasciare campo libero alla concorrenza straniera.

In tali settori estremamente delicati il mercato è allestito direttamente dagli apparati pubblici che tracciano le mappe e i confini degli affari affinché la logica anarchica dell’economia non nuoccia alla concezione complessiva, militare e diplomatica, di un Paese. Non siete convinti?  Esiste, tanto per fare un esempio, uno Special Security Agreement tra il Dipartimento della Difesa Usa e la Drs (che come si legge sul suo sito è fornitore leader di prodotti integrati, servizi e supporto alle forze militari, alle agenzie di intelligence e ai maggiori contractors in tutto il mondo), acquisita proprio da Finmeccanica nel 2008 per 5,2 mld di dollari. In sostanza, l’azienda di Piazza Monte Grappa non ha accesso alle “classified information” di una sua controllata perché così ha stabilito la Casa Bianca. Non c’è modo di cambiare la natura di queste acquisitions  quando si opera in comparti dove i soldi vengono dopo gli interessi nazionali.

Pure un bambino lo comprenderebbe ma evidentemente non lo comprende chi si mette sulle tracce di fondi neri o mazzette pagate all’estero convinto di poter ristabilire la giustizia e la moralità in patria mentre i competitors si fregano le mani alle nostre spalle.

Si intende, pertanto, che più è debole e cialtrona l’élite dominante di un paese e più si va incontro alla perdita di posizioni vantaggiose, soprattutto nei confronti internazionali.  In questo momento storico, nelle condizioni politiche accennate, rischiamo davvero di perdere tutto peggiorando la nostra situazione economica e affossando quella geopolitica.

I partiti, screditati sulla scena parlamentare ed elettorale, provano ad imporre i loro uomini laddove c’è da spartirsi il bottino. Poiché mancano di visione strategica e politica, sperano di fare cassa smembrando e vendendo i tesori di famiglia.

Finmeccanica è stata attenzionata per le sue potenzialità e si ricorre a qualsiasi espediente pur di non mollare l’osso, anche se c’è il pericolo concreto di mandare in fumo un gioiello tecnologico che tutti ci invidiano.

Infatti, intorno al gigante aerospaziale, si stanno concentrano oscure manovre che mirano a dismettere attività ritenute non “core” per attuare le quali occorre, innanzitutto, accedere ai vertici aziendali per piazzare persone fidate o fare scouting con quelli precedenti.

In un recente articolo apparso su Il Giornale, il vicedirettore Nicola Porro, ha scoperto una di queste strane iniziative. Il centro studi Nens, vicino alla sinistra, ha elaborato uno studio su Finmeccanica dal titolo “Finmeccanica tra sviluppo e crollo” firmato da una presunta esperta francese dell’Università di Sciences Po di Parigi, Lisa Jeanne.

Quest’ultima ritiene che  per salvare l’azienda italiana dal fallimento è necessario  “un rovesciamento copernicano di una strategia manageriale erronea, erratica, inconcludente». Secondo Porro l’esimia ricercatrice di Sciences Po “distrugge l’attuale gruppo dirigente di Finmeccanica…miele per le orecchie di chi sta pensando, in occasione della prossima assemblea del 4 luglio, al ribaltone nel gruppo”. Per la verità anche noi avremmo molto da ridere sulla gestione di Alessandro Pansa, figlio del più noto giornalista Giampaolo, che ha accumulato le cariche di direttore generale e amministratore delegato dopo l’arresto di Orsi. Costui vorrebbe cedere l’Ansaldo Energia e altre attività ritenute non “ consistenti e logiche dal punto di vista della complementarietà degli asset e della visione che gli investimenti hanno”. Alle dichiarazioni dell’Ad ha replicato il Ministro dello sviluppo economico Flavio Zanonato, che dovrebbe essere più vicino a Nens, secondo il quale invece “non esiste solo la possibilità di dismissioni, ma anche la possibilità di trovare partner per sviluppare prodotti e mercati”. Insomma, molto meglio Zanonato di Pansa il “Liquidatore”, discendente del “Revisionatore”.

Ma torniamo a Lisa Jeanne, il genietto francese che si preoccupa tanto delle faccende italiane. Nicola Porro ha provato ad intervistarla ma nessuno la conosce. Non esiste per la rete (se si esclude il rapporto pubblicato da Nens sul suo sito) e nemmeno per Sciences Po.

Qui siamo intervenuti noi ed abbiamo dato una mano a Porro. Abbiamo scoperto che i files del rapporto erano stato creati da un certo Dario Salerni e non dalla presunta professoressa d’Oltralpe che sarebbe, a questo punto, soltanto un nom de plume associato però ad una Università reale (se Lisa non esistesse Sciences Po avrebbe tutto il diritto di chiederne ragione a chi ha usato impropriamente il suo prestigio). Abbiamo passato l’informazione al vicedirettore sapendo che lui avrebbe avuto più strumenti di noi per individuare il vero autore dello scritto. Bingo! Il giornalista ci ha ringraziati perché avevamo visto giusto!

La Jeanne sembrerebbe un fantasma: non esiste sulla rete e non è conosciuta all’università parigina. Oggi facciamo un passo in più (grazie ad un attento lettore di questa zuppa che ringraziamo). Abbiamo finalmente trovato un prezioso indizio sull’identità della misteriosa studiosa. È sufficiente scaricare il poderoso studio fatto dalla medesima e pubblicato da Nens. Una volta ottenuti i file (per i tecnici, trattasi di Pdf) si può agevolmente andare a vedere il cosiddetto creatore del documento elettronico. Mentre nella prima puntata compare come autrice il nostro fantasma Lisa Jeanne, nelle puntate numero due e tre inaspettatamente compare come autore un tale Dario Salerni. La ricerca sull’identità di Salerni è più fruttuosa di quella della Jeanne. Scopriamo intanto che esiste. E poi che è un signore con un fior di curriculum in consulenze industriali e aziendali. Rintracciamo alcune sue datate collaborazioni indovinate con chi? Finmeccanica. Lo vediamo associato ad un tal Stefano Zara, responsabile economico del Pd. Il quale Zara, proprio pochi giorni fa, ha vergato un articolo contenente proprio alcune delle tesi della Jeanne. Il cerchio si chiude. La Jeanne non sembra esistere. Due dei tre file della suddetta sono attribuibili elettronicamente ad un certo Salerni. Che non solo ha contatti con Finmecca, ma anche con ambienti Pd che scrivono cose simili alla Jeanne. Azzardiamo la Jeanne potrebbe essere Salerni”.

In questo clima mefitico c’è da essere preoccupati sul destino di Finmeccanica, troppi appetiti si stanno scatenando sulla partecipata dal Tesoro. Una voracità nostrana che si somma a quella di squali mondiali.  Ma le ultime bocche hanno dimensioni più larghe di quelle autoctone. Il pesce grosso spinge il pesce piccolo ad ingrassare e si prepara alla grande abbuffata?

 

L’INGANNO DELL’EUROAMERICA, SOTTO IL VESTITO DELL’IDEOLOGIA TUTTO

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Nella distrazione generale, soprattutto della pubblica opinione, prosegue il lavorio internazionale, di Usa ed Europa, per la creazione di un’area di libero scambio tra le due unioni che non sarà né libera né paritaria. Si era detto che con la globalizzazione i confini fra gli Stati si sarebbero dissolti, poiché laddove circolano le merci depongono le armi gli eserciti, la civiltà dell’integrazione economica e sociale si estende determinando la nascita di un superiore modello culturale di partecipazione e di solidarietà mondiale, finalizzato alla prosperità generale. Ma, allora, come mai si rende necessario creare dei cortili di esclusività ristretta per rendere la libertà sempre più libera?

E’ un bel paradosso, in quanto un accordo di tale specie include alcuni ed esclude altri, oppure, per essere più chiari, può servire sia per imprigionare una parte di quelli che vi aderiscono, in primis le nazioni più deboli convinte di ricevere tutele subendo, invece, gravi condizionamenti, che per circondare ed isolare i nemici più forti. Dunque, per attivare forme subdole di protezionismo, che nascondono precisi piani politici, non c’è nulla di meglio che creare un’area circoscritta di privilegio e chiamarla free-trade talks, un dominio apparentemente aperto ma surrettiziamente coercitivo dove vige la legge del più prepotente.

Gli Stati Uniti, non a caso, stanno promuovendo dette intese in quelle zone del pianeta dove operano superpotenze che mettono a repentaglio la loro egemonia. In Europa si temono i russi e nel Pacifico i cinesi. Ed voilà che nascono spazi di commercio e di canali diplomatici facilitati per frenare l’avanzata degli Stati emergenti e riemergenti, i quali non si piegano a determinate prescrizioni geopolitiche unipolari.

Noi italiani, che siamo doppiamente autolesionisti, siamo entusiasti dell’iniziativa. Siamo da sempre un popolo di camerieri e servire è la nostra massima aspirazione. Non c’è bastata l’Ue che ha destabilizzato affari e sovranità nazionale, vogliamo proprio toccare il fondo per stare tranquilli e facciamo i salti di gioia per questa nuova opportunità nella quale daremo, sicuramente, il peggio di noi stessi.

Perché dico questo? Ho le prove del masochismo nostrano. Sentite un po’ cosa dice il sottosegretario allo sviluppo economico,  Carlo Calenda, ribattezzato per l’occasione segretario al sottosviluppo. Costui, dopo il tentativo francese di porre dei limiti all’audiovisivo per non perdere la partita con l’industria cinematografica Usa, teme ritorsioni da parte di Washington che potrebbe escludere dall’accordo alcuni ambiti chiave, danneggiando l’Italia. E quali sarebbero questi ambiti fondamentali? “…il tessile, l’oreficeria, la pelletteria…” dopodiché il viceministro è convinto dell’utilità di introdurre dazi sui prodotti cinesi, e chiede pure all’UE di sposare una linea condivisa e coerente su queste tematiche. Quindi il problema sarebbero i gialli che ci fanno neri in comparti industriali di precedenti ondate tecnologiche e non tutti quei tramatori alle nostre spalle, compresi i sedicenti partner più stretti, che vorrebbero smantellare i nostri asset strategici, a compartecipazione pubblica, nei settori di punta, dall’aerospaziale all’energetico.

I più grandi economisti euroamericani sono convinti che, grazie alla creazione dell’area di libero-scambio transatlantica, si aumenteranno i volumi di commercio internazionale di circa 100 mld annui. Può essere, ma occorre vedere come si distribuiranno i vantaggi tra i compartecipanti. Inoltre, trattandosi degli stessi dottori laureati che, appena qualche anno fa, non avevano previsto nessuna crisi sistemica, blaterando di piccole recessioni ricorsive, non c’è da stare troppo a sentirli. Gli economisti sono fatti così, dopo avevano previsto tutto prima.Più che la scienza triste l’economia è diventata la religione delle balle dove vince e fa carriera chi le spara più grosse.

Diciamo, pertanto, come stanno davvero le questioni. Questo patto, al quale gli statunitensi non credevano, difatti J. W. Bush lo aveva fatto naufragare poiché distante dalla sua visione strategica, è stato ripescato da Obama che teme l’estendersi dell’ascendente russo su determinati membri europei in difficoltà (ma non solo, si pensi agli affari del gas tra Berlino e Mosca e a quelli, purtroppo quasi naufragati, con l’Italia), e che vuole, al contempo, penetrare ancor più pesantemente nel vecchio continente per farne un punto d’osservazione e di controllo di teatri vicini, dove regna l’instabilità e l’incertezza.

Che la reale preoccupazione della Casa Bianca sia il Cremlino lo segnala anche il giornalista di Libero Carlo Pelanda il quale così ripercorre gli avvenimenti: “Nell’autunno del 2006 la Russia costrinse la Germania a definire confini certi della Ue affinché la loro estensione ad est non destabilizzasse la Federazione russa e sia Ucraina sia Bielorussia (nonché Georgia) ne restassero fuori per essere riassorbiti nel futuro dalla Russia stessa. Tale pressione fu fatta ricattando la Germania sul piano delle forniture di gas. Per inciso, Romania e Bulgaria furono incluse a razzo nella Ue, ma come segnale di fine dell’espansione europea. Una sorta di nuova Yalta. Questa storia è poco nota e penso mai sia apparsa sui giornali per nascondere una sconfitta storica della Ue a conduzione tedesca. Berlino cercò la sponda americana per segnalare ai russi che poteva contro-dissuadere ed alla fine Mosca e Berlino si accordarono. La mossa fu strumentale e lasciò freddi gli americani. Ora, appunto, è diverso: l’America è apertissima all’idea e la ha proposta…Perseguire l’Euroamerica significa creare l’organo di governo mondiale, basato sul criterio occidentale e non asiatico, del futuro. Ed anche dare un senso all’Europa fin qui fatta”.

Visto? Non c’è nulla di meglio dell’ideologia del libero-scambio per innalzare cortine di ferro e predisporsi, senza farsi notare, alla guerra. Il povero Frédéric Bastiat non aveva capito nulla

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