Un nuovo paradigma teorico

Confessioni
La virtù che preferisci – la semplicità
La virtù che preferisci in un uomo – la forza
La tua qualità principale – la determinatezza
La tua idea della felicità – lottare
La tua idea dell’infelicità – la sottomissione
Il difetto che scusi più facilmente – la credulità
Il difetto che detesti di più – il servilismo
La tua massima preferita – nihil umani a me alienum puto
Il tuo motto preferito – de omibus dubitandum
Karl Marx, 1865
1 . Nella prefazione alla prima edizione tedesca del Capitale, Marx avverte esplicitamente il lettore che la sua indagine sul modo di produzione capitalistico, nonché sui rapporti di produzione e di scambio che a questo direttamente corrispondono, deve necessariamente passare attraverso l’analisi della struttura sociale inglese, perché in quest’ultima si trovano già sviluppati quei rapporti economici che indicano la via alle altre nazioni: “In sé e per sé, non si tratta del grado di maggiore o minore sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese più industrialmente sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire”.
Perché Marx fa questa precisazione? Ce lo dice lui stesso in un passo ulteriore: “Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantirsi lo svolgersi del processo allo stato puro”. Da queste affermazioni possiamo ricavare immediatamente due principi fondamentali per la comprensione dello sforzo teorico marxiano; in primo luogo egli adotta, per i suoi studi sulla società capitalistica, un approccio del tutto simile a quello delle scienze naturali, nella consapevolezza però che tra quest’ultime e le scienze sociali vi è sì un orientamento comune ma anche una fondamentale differenza derivante dagli strumenti a disposizione. “…all’analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i reagenti chimici: gli uni e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza di astrazione”. È ovvio che, così come diversi sono i campi indagati e gli oggetti di cui ciascuna scienza tenta di appropriarsi (come dice Althusser, non c’è scienza senza il suo oggetto), nello stesso modo, diversificati saranno gli strumenti di misurazione o quelli di validazione con i quali gli scienziati proveranno o vedranno disattese, le proprie congetture. Del resto, i fenomeni e le forze sociali si manifestano, prima facie, per i loro effetti, ed è su questi che ci si deve cimentare per appurare le proprie tesi. Questo è il metodo con il quale procedono
le scienze fisiche. Ciò dovrebbe bastare a zittire tutti quegli interpreti di Marx che hanno tentato, o tentano ancora, di far passare il suo approccio alla materia sociale come qualcosa di distante ed avulso dalla sistematicità scientifica (magari per attribuirgli vaneggiamenti utopistici o, peggio ancora, umanistico-moralistici che egli combatté sempre con indignazione). Ma il fatto nuovo non sta certo qui. Possiamo inferire allora il secondo principio che, a nostro modo di vedere è indiscutibilmente quello più importante per comprendere il modus operandi di Marx.
Questo insistere del pensatore tedesco sugli aspetti storici del capitalismo, sulle sue forme pienamente sviluppate in un contesto sociale determinato, quello inglese appunto, ci rivelano quanto la sua ricerca, benché destinata a dipanare le leggi di funzionamento del modo di produzione capitalistico generalmente intese – quelle che come lui stesso sostiene agiscono con bronzea necessità – non possa però prescindere dall’individuazione del “luogo fisico” dove le concrete manifestazioni e ripetizioni fenomeniche segnalano la presenza di tali leggi. Tutto ciò non è senza implicazioni per il suo impianto concettuale. Nel caso specifico, è l’Inghilterra della rivoluzione industriale, appena conclusa, a costituire quel posto privilegiato dove cause ed effetti si rendono maggiormente intelligibili, tanto che all’indomani del suo trasferimento a Londra (dove poi visse per quasi trent’anni), a partire dal 1850, Marx dovette ricominciare a studiare tutto dal principio, a rivedere il materiale a disposizione e le precedenti acquisizioni, perché era cambiato il suo angolo di osservazione, trovandosi nel cuore stesso della società borghese.
Siffatte precisazioni sono decisive per proseguire sugli stessi binari tracciati da Marx, al fine di volgerci, a nostra volta, sul tempo presente e con intendimenti assai simili ai suoi. Marx non è semplicemente il teorico di una formazione sociale generale, basata sulla diffusione del sistema delle merci, affermantesi attraverso i due pilastri capitalistici dell’industria moderna (dov’è scritto no admittance except on business) e del mercato in continua espansione (nulla a che vedere con la globalizzazione, mera variante ideologica postmoderna di una tendenza da sempre intrinseca al capitalismo), egli è stato piuttosto l’interprete di una formazione storicamente esistente, nata in Europa e in condizioni del tutto particolari, direi quasi irripetibili. Il fulcro della sua teoria sarà il concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale forma storica compiuta che attraversa, con la sua luce, l’insieme societario ottocentesco e che dà spinta e propulsione alle forze produttive, in quanto incardinate in rapporti sociali fortemente dinamici.
Il capitalismo che Marx ha sotto gli occhi porta però impressa l’impronta della società borghese, ed anche le sue generali leggi di funzionamento, sono, in qualche maniera, riferibili quasi esclusivamente a quella determinata formazione sociale pur se metodologicamente egli distingue sempre tra “tendenze generali e necessarie del capitale dalle forme nelle quali esse si presentano”. Questo sostanzialmente per ribadire che Marx è stato il teorico di un contesto   sociale determinato,   di un’epoca che coltivava i propri schemi, le proprie curvature ideologiche, le ubbie concettuali variamente articolante in altrettante correnti di pensiero (dalle quali lo stesso Marx non restò del tutto immune) e che i limiti della sua teoria non potevano non essere quelli del suo stesso tempo, cioè di uno scenario circoscritto “carico di senso” e sovraccarico di mistificazioni, com’ è per tutti i tempi umani.
Contro questi nascondimenti, comuni a molte discipline scientifiche, economia in primis, Marx orienta la sua riflessione demitizzante
“…la riflessione sulle forme di vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale”. Egli fu comunque in grado di distinguersi dai molti pensatori a lui coevi, di tracciare una nuova visione dei fenomeni sociali e dei destini della società nella quale era immerso, districandosi tra sedimenti ideologici accatastati, riuscendo a sollevare, meglio di chiunque altro, quella pietra tombale con la quale l’economia classica – la disciplina che costituiva per lui la chiave di volta per indagare la società capitalistica – aveva coperto i rapporti sociali capitalistici rendendoli illeggibili al pensiero e alle classi subordinate, in quanto essa stessa schiava, nei suoi rappresentanti più in vista, del suo mondo destoricizzato (“gli economisti, Ricardo compreso, sono antistorici in tutta la loro concezione”). Dunque, l’analisi marxiana indaga l’evoluzione della formazione sociale borghese (così come essa era andata affermandosi sulla spinta dei nuovi rapporti di forza, risultato dell’affermazione del modo di produzione capitalistico), partendo da alcune indispensabili generalizzazioni. Ovviamente questo non lo dico io ma lo asserisce lo stesso Marx in Lavoro salariato e Capitale: “I rapporti sociali entro i quali gli individui producono, i rapporti sociali di produzione, si modificano, dunque, si trasformano con la trasformazione e con lo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, delle forze produttive. I rapporti di produzione costituiscono nel loro assieme ciò che riceve il nome di rapporti sociali, di società, e precisamente una società a un grado di sviluppo storico determinato, una società con un carattere particolare che la distingue. La società antica, la società feudale, la società borghese sono simili complessi di rapporti di produzione, e ognuno di questi complessi caratterizza, nello stesso tempo, un particolare stadio di sviluppo nella storia dell’umanità”. Marx mette qui in risalto proprio quel principio scientifico che noi abbiamo indicato all’inizio come basilare. Quando si studia un’epoca storia e le sue forme di organizzazione sociale non ci si può limitare ad estrarre le determinazioni comuni e generali a più epoche storiche (e dunque valide per l’eternità e per qualsiasi modo di produzione umano) per esaurire la comprensione di un modo di produzione specifico, ma, al contrario, bisogna cogliere, attraverso l’elaborazione di una teoria di fase, la sua specificità storica “rivelata”.
Generalizzazioni di tal fatta, vengono impiegate per esigenze di semplificazione teorica, per “isolare mediante comparazione” (La Grassa) ciò che di comune vi è nella storia, mettendo “…effettivamente in rilievo l’elemento comune”, al fine di risparmiarsi delle ripetizioni. Nell’introduzione del 1857 questo concetto è espresso con maggiore limpidezza: “La produzione in generale è sì un’astrazione, ma un’astrazione sensata, nella misura in cui mette effettivamente in evidenza ciò che è comune, lo fissa e ci risparmia ripetizioni. Poiché questo che di generale o comune, isolato mediante raffronto, è esso stesso variamente articolato e si snoda in diverse determinazioni, ne consegue che alcune appartengono a tutte le epoche, altre son comuni solo ad alcune, altre ancora appartengono sia all’epoca più moderna che alla più antica. Non c’è produzione che possa esser pensata senza di esse; ma se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni che le accomunano a quelle meno sviluppate, proprio ciò che definisce il loro sviluppo – dunque, la differenza (Unterschied) da quel generale o comune, da quelle determinazioni, che valgono per la produzione in generale – deve essere distinta, in modo che, per l’unità – che deriva dal fatto che il soggetto [della produzione], cioè l’umanità, e l’oggetto [della stessa], cioè la natura, restano gli stessi – non venga dimenticata l’essenziale diversità (Verschiedenheit). In tale dimenticanza, ad es., consiste l’intera saggezza dei moderni economisti, che vogliono dimostrare l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti… Per riassumere. Vi sono determinazioni comuni a tutti i livelli della produzione, che il pensiero
fissa come determinazioni generali; ma le così dette condizioni generali di ogni produzione non son altro che momenti astratti, con il cui ausilio non si comprende concettualmente (begreifen) nessun livello della produzione, storicamente effettivo”.
Tutt’altra cosa è però fermarsi all’astrazione generale per farne la verità della Teoria fuori da precise coordinate spazio-temporali, trascurando quelle determinazioni che costituiscono la differenza essenziale di ogni epoca, ciò che appunto Marx indica come il “concreto della produzione”. Insomma, anche Marx, contrariamente a quanto sostenuto dai suoi esegeti biblici, non intendeva (né pretendeva, come si evince dalle sue stesse parole) elaborare esclusivamente paradigmi teorici universali, ma si poneva, piuttosto, l’obiettivo prioritario di individuare le caratteristiche meno contingenti del modo di produzione capitalistico, restando nell’alveo dei rapporti sociali della “concreta” formazione sociale del suo tempo. Per questo il Moro aveva ridicolizzato la “saggezza degli economisti moderni”, i quali, nel comune e nel generale, pretendevano di “disciogliere” la forma storica specifica del capitalismo per fissarla al di fuori di qualsiasi scansione sociale e temporale.
Secondo l’interpretazione finale marxiana, il sistema capitalistico era destinato a crollare, in virtù di contraddizioni insanabili che, tuttavia, divenivano irricomponibili solo allorquando si sarebbe formato, nel suo stesso seno, un soggetto collettivo non più incardinabile in rapporti di produzione che avevano come sfondo la proprietà privata. Marx credette, prendendo come punto di riferimento il capitalismo di matrice inglese del suo tempo, che la funzione predominante, nell’ambito di tale sistema, fosse quella proprietaria. Insieme a questa funzione l’imprenditore svolgeva (almeno fino ad un dato momento della sua storia), anche il compito di organizzare la produzione, contribuendo “direttamente” alla creazione di quello che poi estorceva, agli operai salariati (pluslavoro nella forma di plusvalore). Qui si colloca la prima confusione, perché viene supposto che, con lo sviluppo del modo di produzione in argomento, la funzione proprietaria sarebbe divenuta predominante, fino a trasformarsi in pura attività finanziaria (attraverso i processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali), con l’organizzazione della produzione che sarebbe passata in capo agli specialisti salariati di più alto livello tecnico. La produzione capitalistica volgeva inevitabilmente verso un massimo di socializzazione delle forze produttive liberando la bestia proletaria che per molto tempo aveva tenuto incatenata al principio della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma questo soggetto rivoluzionario non era identificabile con la classe operaia tout court, come qualche furbastro rivoluzionario, solo a parole, ha voluto far intendere, quanto da una soggettività integrata che si compattava, quasi naturalmente, all’interno del processo produttivo, in conseguenza della spinta sistemica ad uno sviluppo incessante delle forze produttive.
La Classe che doveva spezzare le catene dello sfruttamento si sarebbe formata spontaneamente nel processo produttivo, in seguito ad una “coscienzializzazione” politica da parte dei veri produttori della ricchezza sociale: gli esecutori giornalieri e i manager dirigenti, alleati contro le forze parassitarie del capitale rentieristico.
La ricomposizione tra funzioni esecutive e funzioni intellettive avrebbe messo fine ad un modo di produzione che aveva fatto le sue fortune proprio sulla divisione del lavoro e sullo sfruttamento delle classi subalterne, con quelle proprietarie che, infine, si sarebbero ridotte a corpi sociali meramente improduttivi, non più adusi ai meccanismi dell’economia reale ed asserragliati, come una casta signorile, intorno al loro strumento di terrore e di controllo sociale, lo Stato (quello Stato il cui apparato principale è l’esercito o i vari corpi speciali di uomini in armi).
L’idea di Marx, era appunto quella per cui la dinamica capitalistica, in tempi nient’affatto lunghi avrebbe favorito una polarizzazione sociale ed una sempre più accentuata concentrazione della proprietà capitalistica in poche mani. I proprietari, ridottisi di numero, ma sempre più esigui nel governo della ricchezza, avrebbero concluso accordi di cartello per evitare di pestarsi ulteriormente i piedi tra loro e godersi, in tutta tranquillità, la posizione raggiunta a danno della maggior parte della popolazione. Tale situazione avrebbe però accelerato la loro condanna a morte, in q u a n t o sarebbe stato impossibile mantenere il potere senza un adeguato mascheramento sociale dello sfruttamento, la cui maggiore odiosità si sarebbe fatta valere proprio a causa del loro trasformarsi in una classe similfeudale, al cospetto di masse diseredate sempre più pletoriche. Gli espropriatori sarebbero allora stati espropriati a vantaggio dei produttori direttamente coinvolti nella produzione.
2 . Possiamo, a questo punto, calarci nella complessiva ipotesi teorica dalla quale il
pensatore tedesco parte per indagare le leggi di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Tale concezione marxiana si trova mirabilmente riassunta nella Prefazione a Per la critica del’economia politica, opera del 1859.
In un recente saggio pubblicato sul nostro sito, Gianfranco La Grassa ha commentato questo passaggio che riporto interamente, poiché tutta l’anatomia del capitalismo, così come concepita dal pensatore tedesco, si trova condensata in pochi paragrafi che illustrano, succintamente, il nocciolo previsionale della sua elucubrazione: “…nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono
agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, cosi non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana”. Questo brano di Marx ha alimentato, come comprovato da La Grassa, un determinismo dilagante, soprattutto nei suoi epigoni ed interpreti successivi, i quali hanno tirato, dalle citate proposizioni, molto più di quello che lo stesso autore avesse voluto dire, guardandosi bene dal collocarne il senso nell’intera opera marxiana.
Eppure Engels, che in parte poté assistere alla riduzione dogmatica del pensiero di Marx in marxismo scolastico, non esitò ad affermare, in una lettera a Joseph Bloch del 1890, che “…secondo la concezione materialistica della storia, la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazio-
ne in modo che il momento economico risulti l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda”. Ed ancora, prosegue Engels, rivolgendo un’autocritica a se stesso e a Marx: “Del fatto che da parte dei più giovani si attribuisca al lato economico più rilevanza di quanto convenga, siamo in parte responsabili anche io e Marx. Di fronte agli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano nell’azione reciproca”. Da qui, conclude Engels, ne è venuta fuori della “roba incredibile”.
Ed è davvero incredibile, se non tragica, la piega presa dal marxismo sclerotizzato del nostro tempo che, deviando dall’animus scientifico del fondatore, è approdato ad una vera e propria liquefazione teorica (decrescita, antimodernismo, comunismo u-morale ecc. ecc.), che si è accodata ad un’altrettanto lunga fase di irrigidimento dottrinale e di distorsione concettuale (quella degli ismi: economicismo, storicismo, umanismo ecc. ecc.), con la quale si è letteralmente neutralizzato il fulcro scientifico marxiano. Del resto è lo stesso Engels, in tempi tutt’altro che sospetti, ad aver per primo intuito questo pericoloso andazzo.
Secondo tali interpretazioni deterministiche, l’ineluttabile destino della Classe si trovava già scritto, a caratteri cubitali, sulle porte d’ingresso delle moderne fabbriche: “qui si crea il vero  prodotto del capitalismo, i soggetti sociali che lo seppelliranno”. La storia prima di “suicidarsi” e di avvitarsi definitivamente su se stessa avrebbe lavorato per gli sfruttati, approfondendo le insanabili contraddizioni del capitalismo, a tutto vantaggio della classe operaia. Questa visione “escatologica”, seppur presente in nuce in Marx (altrove ho scritto che Marx è in parte responsabile di aver lasciato degli “spazi vuoti” nella sua concezione che si sono prestati ad un indebito riempimento teleologico), non era tuttavia depositata su un fondo interpretativo così irrazionale e banalizzato.
In primo luogo,
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Picture Solo nella comunità diventa dunque
possibile la libertà personale.
(Marx e Engels, 1845-46, 55)
Comunismo e Comunità
Picture Marx non pensava
affatto che sarebbe
stata la classe operaia
strictu sensu (quella
che Lenin definisce
appena tradunionisti-
ca) a dare la spallata
decisiva al capitali-
smo. La congettura
originaria da cui egli
fa derivare le sue con-
clusioni la troviamo
esplicitata nel terzo
libro del Capitale lad-
dove viene descritta la
formazione di un’alleanza, all’interno del pro-
cesso produttivo, tra dirigenti e giornalieri,
contrapposta alla classe parassitaria dei pro-
prietari puri: “Trasformazione del capitalista
realmente operante in semplice dirigente, ammi-
nistratore di capitale altrui, e dei proprietari di
capitale in puri e semplici proprietari, puri e
semplici capitalisti monetari. Anche quando i
dividendi che essi ricevono comprendono l’inte-
resse ed il guadagno d’imprenditore, ossia il
profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è
o dovrebbe essere semplice salario di un certo
tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul merca-
to del lavoro è regolato come quello di qualsiasi
altro lavoro), questo profitto totale è intascato
unicamente a titolo d’interesse, ossia un sempli-
ce indennizzo della proprietà del capitale, pro-
prietà che ora è, nel reale processo di riproduzio-
ne, così separata dalla funzione del capitale
come, nella persona del dirigente, questa funzio-
ne è separata dalla proprietà del capitale. In
queste condizioni il profitto (e non più soltanto
quella parte del profitto, l’interesse, che trae la
sua giustificazione dal profitto di chi prende a
prestito) si presenta come semplice appropria-
zione di plusvalore altrui, risultante dalla tra-
sformazione dei mezzi di produzione in capitale,
ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produt-
tori effettivi, dal loro contrapporsi come proprie-
tà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella
produzione, dal dirigente fino all’ultimo giorna-
liero”. Lo sbocco di tale situazione è allora “…
un momento necessario di transizione per la ri-
trasformazione del capitale in proprietà dei pro-
duttori, non più però come proprietà privata di
singoli produttori, ma come proprietà di essi in
quanto associati, come proprietà sociale imme-
diata. E inoltre è momento di transizione per la
trasformazione di tutte le funzioni che nel pro-
cesso di riproduzione sono ancora connesse con
la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei
produttori associati, in funzioni sociali”. E se
non dovesse essere abbastanza chiaro ecco
come si chiude tale disamina: “Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni. È produzione privata senza il controllo della proprietà privata”.
Marx è convinto che, nel giro di poco tempo, all’interno stesso del modo di produzione capitalistico, con l’accentramento crescente dei capitali nelle mani di pochi individui a causa del divenire preponderante della speculazione, la razzia capitalistica, perpetrata a danni della classe lavoratrice, si sarebbe ritorta anche sul grosso dei piccoli e medi capitalisti, i quali, per ironia della storia, sarebbero diventati a loro volta vittime del tritacarne capitalistico che avevano contribuito a mettere in moto: “Tale espropriazione costituisce il punto di partenza del modo di produzione capitalistico, e allo stesso tempo il suo scopo, che è, in quella analisi, quello di espropriare i singoli individui dei mezzi di produzione, che con lo sviluppo della produzione sociale cessano di essere mezzi della produzione privata e prodotti della produzione privata, e che possono essere ancora soltanto mezzi di produzione nelle mani dei produttori associati, quindi loro proprietà sociale, così come sono loro prodotto sociale. Ma nel sistema capitalistico questa espropriazione riveste l’aspetto opposto, si presenta come appropriazione della proprietà sociale da parte di pochi individui, e il credito attribuisce a questi pochi sempre più il carattere di puri e semplici cavalieri di ventura. Poiché la proprietà esiste qui sotto forma di azioni, il suo movimento ed il suo trasferimento non sono che il puro e semplice risultato del giuoco di borsa dove i piccoli pesci sono divorati dagli squali e le pecore dai lupi di borsa. Nel sistema azionario è già presente il contrasto con la vecchia forma nella quale i mezzi di produzione sociale appaiono come proprietà individuale; ma la trasformazione in azioni rimane ancora chiusa entro le barriere capitalistiche; in luogo di annullare il contrasto fra il carattere sociale ed il carattere privato della ricchezza, essa non fa che darle una nuova forma… Le
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Comunismo e Comunità
imprese azionarie capitalistiche sono da considerarsi… come forme di passaggio dal modo di produzione capitalistico a quello associato”. Infine, la crescita spropositata del sistema creditizio e della speculazione borsistica se, da un lato, permettono lo sviluppo incessante della produzione capitalistica “cioè l’arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più colossale sistema di giuoco e d’imbroglio, limitando sempre più il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale” dall’altro non sono che l’“estrema unzione” che annuncia l’al di là del Capitale, il nuovo sistema di produzione basato sulla cooperazione dei liberi produttori associati.
È doveroso chiedersi dove sia la classe operaia in tutta questa discettazione. Dovrebbero spiegarcelo soprattutto quegli intellettuali pseudorivoluzionari che sull’incendio semantico spropositato e sull’illusione sostitutiva dell’impostazione scientifica hanno costruito le loro fortune editoriali, spargendo veleno su un’intera generazione.
Resta, in ultima analisi, il fatto che quella soggettività rivoluzionaria, così come intesa da Marx molto meno angustamente rispetto ai nostri neolassalliani settantasettini della specie autonoma, non si sia mai concretata a livello societario, tanto che oggi, continuare a perorare la trasformazione sociale in siffatti termini, vuol dire rinunciare realmente a combattere il capitalismo.
Ciò implica che dobbiamo buttare tutto il pensiero di Marx nel dimenticatoio delle vecchie concezioni inservibili? Certamente no, ma non è reiterando la parte meno verosimile della sua teoria, quella disattesa dall’incedere della storia, che si può ricostruire qualcosa di serio. Per altro, questo “inficiamento” previsionale non toglie nulla alle più grandi scoperte scientifiche di tale studio che dobbiamo invece rinsaldare e rivalutare.
In primo luogo, a Marx va il merito di aver riportato sulla terra le cause prime del movimento storico sottraendole agli appannaggi di Giove e di tutti gli altri dei. La concezione idealistica secondo la quale le trasformazioni storiche dipendevano da mutamenti nelle idee degli uomini viene passata per le “armi della critica” da Marx che vi oppone la materialità della vita, il modo in cui le società umane si assicurano la propria
riproduzione, le lotte sociali e politiche che attraversano i contesti sociali modificandone pensieri e rapporti “…gli uomini, i quali producono le relazioni sociali corrispondentemente alla loro produttività materiale, producono anche le idee, le categorie, cioè le espressioni astratte ideali di queste stesse relazioni sociali. Le categorie dunque sono altrettanto poco eterne quanto le relazioni che esse esprimono. Esse sono prodotti storici e transitori”.
In secondo luogo, a Marx va dato atto di aver spogliato il capitalismo (disarmando i suoi cantori) della sua aura autofondante tesa a negare la forma, tutta sociale, del suo dispositivo riproduttivo: “gli economisti hanno uno strano modo di procedere. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi sono naturali. In questo assomigliano ai teologi, che anch’essi pongono due specie di religione. Tutte le religioni che non sono la loro, sono invenzioni degli uomini, mentre la propria religione emana da Dio. Così di storia ce n’è stata, ma non ce n’è più”. Fin qui il discorso di e su Marx, adesso possiamo finalmente volgerci verso ciò che riguarda direttamente la nostra prospettiva temporale oltre che politica.
3 . Dando per acquisito di esserci dispersi nella “selva oscura” dove non s’intravede
alcuna soggettività rivoluzionaria – almeno
dopo aver fatto esperienza, nostro malgrado,
che nelle viscere del capitalismo i semi rivolu-
zionari non fecondano alcun ovulo pronto ad
accoglierli; ed avendo,
altresì, compreso che, per
il futuro, saremo costretti
ad operare come dei veri e
propri architetti della
costruzione politica al ser-
vizio delle possibili allean-
ze di classe (non essendo
queste prescritte da alcu-
na tendenza insita nella
storia) – è opportuno
avviare un non più pro-
crastinabile ripensamento
(o forse il termine più
adatto è rivolgimento?)
teorico. Con questo dob-
biamo porci un altro
obiettivo complementare: quello di dare effet-
tualità ad una nuova pratica politica, volta a
collocare nello spazio sociale, con più efficacia
e meno illusoriamente che in passato, l’azione
dei dominati. Se quel che afferma Althusser è
verosimile, come credo, bisogna disporre gli
elementi teorici in funzione del problema politi-
PicturePicture 100
Comunismo e Comunità
Picture co centrale che per noi, guarda caso, fa tutt’uno con una diversa e più corretta interpretazione dell’attuale formazione sociale capitalistica. L’obiettivo è di quelli ambiziosi ma ugualmente ineludibile se si vuole restituire all’indagine critica, sul modo di funzionamento delle odierne società, un più performativo habitus scientifico, alla stessa stregua di quanto fatto da Marx con le sue ipotesi teoriche, in un’altra fase storica.
Abbiamo già detto che il nostro orientamento deve essere per una serrata battaglia teorica e politica, ripartendo dai punti deboli del pensiero marxiano e da ciò che in quel dispositivo ha segnato il passo, al fine di aprirci nuove possibilità d’incidenza all’interno campo sociale dove abbiamo intenzione di intervenire. Per fare questo necessitiamo, in primo luogo, di una presa di coscienza del ruolo che i dominanti hanno giocato e giocano nell’odierna società capitalistica.
Se si resta nell’ottica di una lettura economicistica dei processi sociali, ancora schiacciata sul conflitto tra Capitale e Lavoro, ci troveremo a riproporre soluzioni falsamente rivoluzionarie che hanno già prestato il fianco a troppe sconfitte.
Questa impostazione ha mostrato la sua inconsistenza nel dipanare i processi dinamici del capitale, per cui dobbiamo inevitabilmente riformulare la nostra ipotesi scientifica, partendo proprio da quelle funzioni che Marx mise erroneamente in secondo piano. Per esempio, i capitalisti non solo non si sono disinteressati della produzione concreta ma, al contrario, continuano ad occuparsene per ottenere i mezzi economici indispensabili con i quali dare appropriatezza alle strategie del conflitto per la supremazia. Se si dà preminenza all’aspetto puramente proprietario del capitalismo, la sfera economica diviene effettivamente quella determinante in ultima istanza al fine scevera-
re le dinamiche del capitale. La concorrenza tra capitalisti che mirano ad aumentare i propri profitti per espungere dal mercato i concorrenti ci tiene costantemente sulla superficie del problema (una superficie sempre più simile ad un miraggio) impedendoci di comprendere, al fondo, la natura del flusso conflittuale che anima tale sistema. Non a caso, le leggi della competizione economica vengono ipertroficamente estese ad ogni ambito sociale, al fine di coprire, con questo velo ideologico, le azioni strategiche che sono alla base dell’allargamento e della riproduzione dei principali rapporti sociali capitalistici. Ma è l’agente strategico, quello che agisce a livello della sfera politica, il vero funzionario del capitale, “colui che allarga i suoi orizzonti all’insieme della formazione sociale”. Detto agente non è direttamente implicato nella produzione materiale e tanto meno in quel mondo di superficie (il mercato) dove avviene lo scambio tra equivalenti, per quanto la sua azione debba restare costantemente celata sotto una coltre di “scambi economici egualitari”. Del resto, l’agente strategico non può fare a meno di quest’ultimi dato che le strategie, per essere funzionali, necessitano dell’uso di uomini e mezzi, i quali nel sistema capitalistico (fondato appunto sul mercato e sull’impresa) assumono la forma di merci e del loro equivalente generale, il denaro.
Il capitalismo non si riduce al conflitto nella sfera produttiva tra salariati e oppressori, tra Capitale e Lavoro, secondo la versione en economiste di certo marxismo d’antan, quello che attende, impenitente, l’avvento della “Grande Ostetrica” (la Rivoluzione Socialista) quale levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere della stessa società. Per noi, il capitalismo, in quanto rapporto sociale, è decisamente un flusso energetico che attraversa il campo sociale, creando una “gravità” (in senso fisico), la quale a sua volta attira gli esiti conflittuali in corpi socialmente organizzati. A seguito della corrente conflittuale si formano una serie di apparati e istituzioni che sono il precipitato della tensione tra forze contrapposte. L’approccio scientifico marxiano, il quale coglie precisamente che nel modo di produzione capitalistico (oggi parliamo più largamente di formazione sociale) esiste un rapporto rovesciato tra apparenza ed essenza delle cose, ci aiuta ancora a fare i conti con questa superficie fenomenica. L’apparenza immediata “ci suggerisce che sono questi corpi a precedere le azioni strategiche conflittuali; mentre invece essi sono solo mezzo, strumento, del
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Comunismo e Comunità
conflitto per la supremazia combattuto tra gruppi dominanti, che si formano e si disfano ricomponendosi in altri schieramenti, si alleano e poi si combattono, in fasi differenti (e di lunghezza variabile) della formazione capitalistica” (La Grassa). Ci troviamo, in ogni caso, sulla parte esterna del capitale poiché questo flusso si trova ben celato sotto determinate concrezioni fenomeniche, reali e ingannevoli al contempo, ma comunque su un piano molto più esplicativo rispetto a quello del mercato e della merce. Se il pensiero dominante “avanza coprendosi”, celando la sua azione dietro la razionalità economica, la teoria scientifica ha, invece, il dovere di non farsi incantare dalle sirene dell’immediatezza fenomenica (si pensi a quel marxismo sclerotizzato che pensava, e pensa tuttora, di poter trasformare il piombo in oro con la risoluzione matematica di certe corrispondenze tra valori e prezzi di produzione) e di individuare il luogo specifico dove le sue leggi possono essere isolate in maniera meno spuria. Questo è il punto di partenza per la definizione di un nuovo paradigma teorico. Ovviamente tale spostamento non è senza implicazioni per la teoria generale di riferimento che vede “tendersi” e sfilacciarsi le connessioni concettuali attraverso le quali aveva sin lì funzionato. Possiamo senz’altro affermare che, in questa fase, ci troviamo nella condizione per cui molti concetti teorici appartenenti al sistema generale precedente, messi sotto pressione dalla riarticolazione proposta, con conseguente ridefinizione della loro scala logica (per esempio la sfera politica prima di quella economica) smettono di funzionare del tutto o vengono derubricati (per esempio il conflitto Capitale Lavoro rispetto al Conflitto Strategico Interdominanti). Ma questo spostamento produce, allo stesso tempo, nuove implicazioni teoretiche perché è la stessa scala concettuale ad essere attraversata da una nuova luce interpretativa. A cascata ne discendono concetti nuovi, in un certo senso “pratici”,
ma sempre in seno alla Teoria, alla maniera di Althusser, che ci indicano una direzione (“non bisogna andare da questa parte, ma da quest’altra parte… bisogna avanzare in questa direzione se si vuole trovare qualcosa di valido ecc. Ma resta ancora da fare tutto il lavoro”) e che richiamano ad un compito di definizione, affinché concetto e contenuto giungano ad una maggiore corrispondenza. Quest’azione di riempimento concettuale riserva grandi sorprese perché è possibile che i risultati attesi siano diversi od opposti a quelli effettivamente riscontrati. In questo consiste il lavoro teorico, concepito come un lavoro scientifico, finalizzato alla scoperta delle cause che stanno alla base di determinate concatenazioni fenomeniche.
Per concludere, diciamo che lo spostamento dal mondo delle merci (il mercato) a quello del conflitto strategico (nella sfera politica, in quella ideologico-culturale e in quella economica) sblocca molte situazioni di impasse teorico nelle quali il marxismo si è andato ad infilare, in seguito ad un’impostazione che ha assegnato la preminenza alla sfera economica (percepita come determinante in ultima istanza) e al conflitto, all’interno del processo produttivo, tra dominanti e dominati rispetto ad altri elementi tutt’altro che subordinati.
Ne sono derivate previsioni errate o imprecise, che ci costringono ad un ripensamento radicale della maniera in cui abbiamo sin qui concepito il sistema di ri-produzione sociale capitalistico. Pur non potendo oggi contare su una teoria generale di tale società, dobbiamo comunque calarci nella fase ed apprestare, quanto meno, una teoria della congiuntura storica, atta a fornire punti cardinali più stabili per orientare un’azione meno approssimativa di quella presente.
Con ciò non si può pretendere che una teoria generale, totalmente esaustiva e pienamente coerente possa piovere, bella e pronta, dal cielo (questo è quello che pensano gli idealisti che ormai hanno asilo persino nel tempio marxista). Essa è piuttosto il risultato di una riarticolazione razionale delle teorie, per così dire, “regionali” (si pensi al lavoro di La Grassa sulla formazione capitalistica mondiale o globale, discendente dalla segmentazione spaziale tra formazioni particolari) – le quali costituiscono i suoi organi interni – che dovranno essere coordinate attraverso la retroazione della stessa teoria generale, con rettifiche e aggiustamenti, al fine di rispondere a più problemi nello stesso tempo, in maniera ordinata e il più possibile priva di contraddizioni. Ma per arrivare a tanto la strada è ancora lunga… *
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PRIVATO E PUBBLICO: IDEOLOGIA E FORMA DEL CONFLITTO TRA DOMINANTI

Vi proponiamo sul nostro sito un saggio di Gianfranco La Grassa che partendo dalla demistificazione di una falsa contraddizione antitetico-polare, qual è quella della coppia pubblico/privato, dipana lo scorrimento temporale (inteso come ricostruzione teorica delle “sequenze” temporali attraverso le quali si è modificata l’intima struttura del capitalismo) della formazione sociale generale (quella capitalistica appunto) e la struttura spaziale della formazione sociale globale, quest’ultima ulteriormente articolantesi nelle sue specifiche singolarità, per lo più coincidenti con quelli che GLG definisce i sistemi-paesi.
Partiamo dal primo aspetto e dalla coppia ideologica pubblico/privato. I marxisti di ogni specie continuano a sostenere che la statizzazione delle maggiori imprese pubbliche coincide con la socializzazione dei mezzi di produzione o, comunque, con una prima fase attraverso la quale si pongono le premesse di tale socializzazione. Da qui se ne deduce che esistono sempre nuove vie al socialismo (quella del XXI secolo, del XXII, del XXIII e via dileguando) per cui evviva il populista Chavez che s’incammina verso il sol dell’avvenire e ci indica la via del “mondo nuovo”. Ovviamente, noi non possiamo che essere a favore di Chavez quando respinge le multinazionali statunitensi dal suolo venezuelano per gestire in proprio la gran parte delle risorse energetiche lì presenti. Chavez fa benissimo, rende il proprio paese più autonomo e si oppone, del tutto giustamente, allo strapotere del paese attualmente dominante. Bene, a questo punto la domanda non può che essere la seguente: che c’entrano il populismo e la resistenza nazionalistica chaveziana col socialismo? Certo col socialismo non c’entrano assolutamente nulla per quanto si tratta di una lotta da appoggiare in virtù della sua funzione antiegemonica e quindi antistatunitense.
Con ciò abbiamo evidenziato un primo punto ma vorremmo di nuovo ritornare al fraintendimento categoriale dal quale eravamo partiti. Da più parti (quelle sinistre in primis) si è sostenuto ideologicamente che esisteva (ed esiste) un trait d’union indissolubile tra la maggiore proprietà pubblica (in senso puramente quantitativo) e la costruzione del socialismo. Questi propalatori di ideologie hanno avuto terreno facile sul quale seminare le loro idee balzane in quanto hanno potuto giocare su un “equivoco” atavico, quello che ha sempre individuato nello Stato il portatore universale degli interessi della collettività (uno Stato, inteso quale categoria “monocromatica”, all’interno della quale non si sono visti, e non si sono voluti vedere, i diversi apparati che lo componevano). Qualsiasi azione da questo intrapresa (e tesa al controllo o alla regolamentazione di settori economici e sociali) portava necessariamente ad un maggiore contemperamento degli interessi del popolo (la Kollettività) contro gli animal spirits imprenditoriali del liberismo più sfrenato. I sostenitori della Stato “avanguardia della rivoluzione” hanno continuato a confidare nelle magnifiche sorti e progressive della proprietà pubblica nella costruzione del socialismo (questo è Lassalle e non Marx), hanno diviso costantemente il grano dal loglio curandosi di buttare via il primo (l’analisi sui grumi di potere che si condensano nei diversi apparati) tenendo il secondo (la proprietà statale intesa come socializzazione delle forze produttive) per darlo in pasto ai propri militanti, i quali avrebbero inghiottito qualsiasi cosa pur di continuare a sognare ad occhi aperti. Il tutto fu fatto per mascherare un aspetto decisivo e cioè che la proprietà
statale celava il dominio di determinati gruppi di potere, esprimentesi in diversi apparati in quanto precipitato della lotta tra segmenti di dominanti. Ciò valeva tanto per il cosiddetto Stato Socialista dell’URSS (con le dovute differenze legate alla specificità della pianificazione economica sovietica) che per i paesi a capitalismo avanzato. Nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti della storia e il fallimento del sistema sovietico avrebbe dovuto aprire gli occhi sulla struttura di potere similsocialista del secolo scorso: all’ombra della proprietà statale si riproduceva una casta di burocrati tanto di Stato che di Partito (e comunque incapace di riprodurre una reale conflittualità nella sfera economica per via della sua natura burocratica ed eminentemente politico-ideologica, cosa che alla lunga ha determinato il ristagno di quella formazione sociale, in quanto monca della dinamicità conflittuale (nel mercato) tipica del capitalismo) che si scontrava per la gestione del potere alla faccia del socialismo e dei popoli dell’est.
Cominciamo così a sgombrare il campo dalle erbacce. Il problema del pubblico e del privato non è né un problema “transizionale” né una questione di forma giuridica (orientata al soddisfacimento degli interessi generali laddove pubblica, finalizzata all’arricchimento dei pochi laddove privata).
Gianfranco La Grassa propone qui una diversa interpretazione della coppia pubblico-privato sostenendo che tali diverse forme della proprietà possono essere sceverate solo inserendole nei flussi conflittuali dello scontro strategico tra dominanti, sia sul piano delle trasformazioni interne ad una formazione sociale particolare, sia nell’ambito della formazione globale (e dello scontro tra singole formazioni). L’azione statuale (politica) può, a volte, rivelarsi più performativa di quella strettamente economica (finanziaria e produttiva) data una particolare congiuntura, con esiti che, tuttavia, non sono mai scontati. Per esempio in Italia, dopo anni di privatizzazione e liberalizzazioni, il ceto politico di sinistra sta dando un colpo poderoso nel mezzo della “botte” (metafora che GLG sceglie per descrivere la stratificazione e gerarchizzazione sociale) ed una “pacca” al cerchio più alto, con finte liberalizzazioni contro parrucchieri e tassisti pur di non colpire i veri monopolisti della GF e ID. Il colpo più pesante viene inferto ai corpi sociali intermedi (che poi non sono semplicemente quelli che stanno in mezzo) attraverso tentativi di intervento e regolamentazione pubblica che fanno gridare gli schiocchi rifondaroli alla grandezza del governo statalizzatore (il quale, nella loro testa bacata, costituisce un passo in più verso la futura costruzione del socialismo). Il problema è che il Governo Prodi ha agito tramite strutture dalla forma proprietaria pubblica (vedi la CDP) ma ampiamente controllate dalle maggiori fondazioni bancarie le quali, com’è notorio, sono espressione della Grande Finanza capitalistica.
Oppure, gli agenti dominanti della sfera politica possono gestire un’impresa pubblica con criteri di competitività privatistici per fini di dominanza strategica (e questo non è affatto il caso italiano in questa specifica congiuntura) o ancora (come per esempio accadeva, mutatis mutandis, nella stagnante Unione Sovietica) per scopi di pura sopravvivenza “castale” attraverso il compattamento di blocchi sociali al fine di distribuire le scarne risorse a disposizione per consolidare la propria posizione di preminenza (vedi l’alleanza tra burocrazia al potere ed organizzazioni dei lavoratori nell’URSS in piena dissoluzione). Per non parlare dei diktat emanati da altre istituzioni pubbliche, come la Banca D’Italia, controllate dalle maggiori banche private italiane e al cui vertice siede un uomo di fiducia di una delle più potenti marchant bank del paese dominante. Come si può dedurre, ci sono una serie di fattori congiunturali che segnano
“il posto” della coppia ideologica pubblico/privato in ciascuna fase o congiuntura, fuori da tale aleatorietà resta soltanto la dinamica conflittuale interdominanti astrattamente intesa, in quanto spinta propulsiva che sottende all’elaborazione strategica (razionalità) dei “decisori” che si scontrano con altri agenti strategici della stessa specie per il predominio, sia nell’ambito della singola formazione sociale che nella formazione globale medesima. Nel saggio qui presentato, GLG traccerà una casistica delle diverse strategie degli agenti dominanti attraverso le variazioni dei rapporti all’interno della coppia pubblico/privato legandole, al contempo, allo scorrimento temporale e alla struttura spaziale delle stessa formazione sociale capitalistica. Non anticipiamo nulla ma ricordiamo che il marxismo della tradizione si è crogiolato con la sola sfera temporale, quasi che lo sviluppo capitalistico contemplasse esclusivamente un “binario” unidirezionale lungo il quale ogni formazione nazionale si sarebbe prima o poi incamminata, per fermarsi nelle stesse stazioni (stadi) dove tutte le altre avevano già sostato.
Dopo queste teorie sono andate affermandosi le tesi terzomondiste le quali dividevano il mondo in aree di sviluppo(ristrette) ed in aree di sottosviluppo(più ampie) con trasposizione dello schema dell’estorsione del pluslavoro (più assoluto che relativo) dal processo produttivo e di fabbrica a interi “campi” geografici (aree o nazioni) sottoposti alla rapina delle fonti energetiche e al lavoro coatto-schiavistico per conto dell’occidente sviluppato. E’ vero che tali convinzioni hanno anche dato un necessario “sprint” alle lotte di liberazione nazionale (e ricordo in proposito le tesi di Fanon il quale sostenne che, letteralmente, il mondo capitalistico occidentale si manteneva sulle risorse e sul lavoro del Terzo Mondo, sic!) tuttavia la misera fine di queste rivoluzioni e l’incipiente sviluppo capitalistico di molte di queste aree, tradizionalmente arretrate, ha ampiamente dimostrato l’inesattezza di tali teorie.
In termini logici, dimensione temporale e dimensione spaziale stanno ovviamente insieme, sono sullo stesso livello ipotetico-teorico, ma a livello più analitico la prima permette di cogliere la novità, i salti e le rotture che ci consegna la formazione capitalistica in generale, così come è (in via ipotetico-deduttiva) strutturata oggi, la seconda, invece, ci permette di studiare le formazioni sociali particolari e la loro articolazione globale. Adesso vorremmo lasciarvi alla lettura del testo di GLG che nella sua organicità spiega meglio gli spunti di riflessione qui messi in risalto. Un ultima cosa, Leonardo Mazzei nel suo scritto sulla Terza Forza aveva fatto notare alcune carenze ed alcuni dubbi. Nella fattispecie, una questione mi è sembrata subito rilevante. E’ possibile disegnare uno schema del passaggio da una fase monocentrica ad una policentrica? Credo che GLG nello scritto chiarisca meglio questo punto, anche se, com’è ovvio, solo trovandosi nel passaggio da una fase all’altra sarà possibile abbozzare una legisimilità del fenomeno in questione

PER UNA NUOVA TEORIA DEL CAPITALISMO

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Dal capitalismo al comunismo: il determinismo storico-economico della teoria marxiana
Nella sua analisi della società capitalistica, Marx si servì di una scienza relativamente recente qual era per l’appunto l’economia politica (“l’economia politica è l’anatomia della società civile”) al fine spiegare i mutamenti epocali che il modo di produzione (capitalistico) aveva imposto al mondo precedente, sovvertendone così forme economiche e sovrastrutture ideologiche. Marx era interessato a comprendere il funzionamento logico della dinamica capitalistica e la conseguente strutturazione dei rapporti sociali che da questa derivava.
Il pensatore di Treviri aveva avuto il privilegio di trovarsi in una fase storica di “compimento” (in Inghilterra la rivoluzione industriale era pressoché terminata), con i vecchi rapporti sociali feudali ormai pienamente dissoltisi sotto la schiacciante superiorità “razionalizzatrice” del capitalismo. Questa superiorità, che è soprattutto un passaggio epocale tra “forme di produzione”, si era espressa dapprima con la sussunzione formale (manifattura) e poi con quella reale (macchinofattura, industria) del lavoro artigiano (professionalizzato) sotto il comando capitalistico.
Ma come era avvenuto questo avvicendamento tra forme di produzione? E sotto la spinta di quali forze sociali? La deduzione marxiana delle forme economiche e sociali capitalistiche parte da un’ipotesi teorica che ha lo scopo di fissare, in un punto dello scorrimento temporale, il “cominciamento” (e le potenzialità) della nuova società: secondo Marx in un qualche luogo il capitalista era divenuto “possessore di denaro mediante una qualche accumulazione originaria non dipendente da lavoro altrui non retribuito potendo entrare nel mercato come acquirente di forza lavoro”. Marx deve pertanto momentaneamente astrarre del fatto compiuto (il modo di produzione capitalistico già dominante) per fissarne il suo fondamento storico (un’accumulazione di denaro non ancora capitalistica, nel senso di non direttamente dipendente dall’estorsione di pluslavoro e, dunque di plusvalore, nel processo di produzione): “L’accumulazione del Capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa a sua volta presuppone la presenza di masse di capitale e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra quindi aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo ad uscire soltanto supponendo un’accumulazione originaria precedente l’accumulazione capitalistica”. Appena “il fondamento storico della produzione specificatamente capitalistica” viene definito non ha più importanza indagare come questa stessa forma sia nata.
Dapprima, dunque, il capitalismo si era innestato “clandestinamente” sulle strutture della vecchia società, vivendo negli interstizi delle forme sociali feudali. Ad esempio, è indubitabile che un mercato di un “certo tipo” esistesse già durante il periodo feudale, ma si trattava di un “luogo” secondario dove veniva portato il sovrappiù della produzione contadina, e dove questi prodotti venivano scambiati con i prodotti artigiani, frutto di un lavoro altrettanto individuale (non parcellizzato e, nella continuità delle sue fasi, ancora in capo ad un unico soggetto, il mastro artigiano), eseguito con mezzi di lavoro che erano nella diretta disponibilità di tali produttori. Insomma, la produzione non era affatto indirizzata al mercato, ma “occasionalmente” nel mercato si smaltiva questo sovrappiù di beni. Sarà proprio in questa società di produttori individuali che inizierà ad emergere il nuovo modo di produzione – con diversa divisione del lavoro organizzata sulla base di un piano – dal quale esiteranno prodotti più a buon mercato rispetto a quelli rinvenienti dalla produzione feudale. La produzione feudale individuale non poteva che soccombere di fronte alla potenza sociale del capitale e alla razionalità organizzativa da questo introdotta.
Tuttavia, questo “passaggio” fu tutt’altro che indolore, non bastava certo la superiorità “tecnica” della produzione e la maggiore competitività delle manifatture per distruggere la società feudale. Abbiamo già detto che il mercato era un’istituzione accessoria della vecchia società (come lo era il lavoro salariato). L’accresciuto potere della borghesia, nella forma del possesso di ingenti somme di denaro, diveniva mezzo di contrattazione per ottenere dai Signori l’adozione di provvedimenti politici sempre più favorevoli alla proprietà privata. La nascente economia capitalistica andrà
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affermandosi certo secondo la sua “superiorità produttiva”, ma grazie ad un indirizzo politico terroristico: “La popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda veniva spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato”. (Marx, Il Capitale). I contadini furono scacciati dalle terre sulle quali avevano lavorato per secoli, ingenti masse di uomini vennero violentemente staccati con la forza dai loro mezzi di sostentamento e sospinti a vendere l’unica cosa che ancora possedevano, la forza-lavoro. La classe dei Signori, quella emersa dalle innumerevoli guerre feudali, non disdegnava affatto il denaro e preferiva utilizzare le proprie terre come campi da pascolo per rifornire manifatture laniere o per impiantare essa stessa degli stabilimenti. Nelle città, invece, la lotta si sviluppava tra corporazioni e capitale mercantile “l’unica forma libera di capitale” all’epoca operante. La corporazione era disposta a scindersi in sottospecie, laddove aumentava la divisione sociale del lavoro, ma non era assolutamente disponibile ad agglomerare più mestieri in uno stesso luogo fisico (come accadrà con le prime manifatture capitalistiche) né tanto meno era disposta a vendere il lavoro come merce. Per tale ragione erano stati addirittura imposti limiti al numero totale di garzoni che un maestro poteva tenere presso di sé.
Come si può ben comprendere, se i rapporti di forza (tra capitale mercantile e sistema feudale-corporativo) non si fossero sbilanciati “in qualche momento ed in qualche punto” il sistema feudale non sarebbe mai crollato (o, per lo meno, non per le cause per le quali si dissolverà in seguito). Del resto, una volta poste le premesse per il suo sviluppo la produzione capitalistica spezzerà ogni resistenza, come dice lo stesso Marx: “Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale ad un polo e che dall’altro lato si presentino uomini che non hanno altro da vendere se non la propria forza lavoro. […] Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione”.
Il punto di rottura e di non ritorno era, comunque, sopraggiunto con la separazione forzata del lavoratore dai suoi mezzi di produzione (e con un atto generale di espropriazione della società), era “la chioccia che perdeva il suo guscio”.
La novità sostanziantesi nel passaggio epocale dal lavoro artigiano all’opificio manifatturiero e, successivamente, alla macchinofattura, appariva ammantata da una fitta rete di scambi mercantili. In questi scambi veniva ingoiata tutta la struttura sociale tanto che persino la forza-lavoro era costretta a fare i conti con la nuova situazione dovendo recarsi “spontaneamente” al mercato per impiegarsi. Questo movimento “spontaneo” della forza produttiva non si era determinato naturalmente, le prime manifatture erano andate letteralmente all’inseguimento degli operai nei loro spostamenti emigratori e immigratori. Da questo punto di vista la manifattura si rivela “inconcludente” nel senso che non riesce a risolvere le contraddizioni della sua base tecnica rispetto alle potenzialità produttive ch’essa stessa stava determinando. E’ vero che si trattava di un’ “opera d’arte economica” in confronto a quella artigiana-urbana e rurale-domestica, ma non era ancora in grado di ricomporre l’insubordinazione operaia ad un principio automatico-impersonale. Nella manifattura l’attività artigiana è ancora “principio regolatore” della produzione sociale (basti pensare che per lavori di particolare abilità le law of apprenticeship impongono, in Inghilterra, un apprendistato di sette anni). Sarà solo con l’introduzione del macchinario e con l’arrivo della grande industria che il principio regolatore muterà sostanza e sarà direttamente scaturente dal modo di produzione capitalistico. Il lavoro che diventa merce e l’introduzione sistematica del macchinario sono, dunque, per Marx la “fessura” attraverso la quale agisce e si generalizza la produzione specificatamente capitalistica, da allora in poi tutta la società diverrà una grande accumulazione di merci.
La differenza tra i precedenti modi di produzione e quello capitalistico è insita nel fatto che i beni soggiacenti alla compravendita mercantile sono già immediatamente prodotti per il mercato. Viene meno quella “occasionalità” tipica del feudalesimo per cui è solo il sovraprodotto che finisce sul mercato. Ovvero, la divisione sociale capitalistica del lavoro “rende il lavoro tanto unilaterale
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quanto ha reso molteplici i suoi bisogni e proprio per questo il suo prodotto gli serve come valore di scambio” (Marx). Si comprende, dunque, che la forma-merce è specifica del modo di produzione capitalistico, questa deriva direttamente dalla forma del rapporto sociale da questo innescato e dalla supremazia del valore di scambio su quello d’uso. Infine il modo di produzione capitalistico diviene predominante permeando di sè tutta la struttura sociale sottostante, ed anche laddove permangono sacche di resistenza (zone dove vigono modi di produzione di epoche precedenti) queste vengono vieppiù marginalizzate fino ad essere assorbite o spazzate completamente via.
Come abbiamo già detto, i primi capitalisti avevano trovato in forma esistente il lavoro salariato e il mercato come “eccezioni” del sistema precedente, ma sotto l’impulso della razionalizzazione produttiva derivante dalla concentrazione della manodopera nelle manifatture (in seguito all’espropriazione dei mezzi di produzione) l’eccezione e l’accessorietà diverranno la regola della nuova forma produttiva. Il precipitato storico di questo lungo processo di decomposizione delle strutture feudali, al quale corrisponde l’affermazione del modo di produzione capitalistico, porterà altresì alla formazione di un diverso tipo di mercato, “di un diaframma direttamente frapponentesi tra gli individui produttori” (La Grassa). Proprio perché quest’ultimi sono separati nel processo di produzione, si rende necessario uno spazio di socializzazione dei lavori privati. Sul mercato si incontrano, non direttamente tali individui, ma le merci depositarie di tali lavori privati, cosicché si compie la “formula magica” della merce: il termine intermedio del rapporto si libera dei soggetti che operano tale mediazione per apparire esso stesso soggetto dell’azione, il regno della cosalità si sostituisce a quello delle persone.
Sarà dall’analisi di questa prima contraddizione tra organizzazione razionale della produzione e anarchia dei mercati che il marxismo deriverà l’inevitabile caduta del modo di produzione capitalistico. Più i capitalisti perfezionavano l’organizzazione della produzione, in quanto produzione sociale, più aumentava l’anarchia della competizione intercapitalistica, intesa come appropriazione privata dei prodotti del lavoro(socializzato). Più i mercati si espandevano più si determinava uno iato con il mondo della produzione, il carattere sociale di quest’ultima si scontrava con l’anarchia dei primi; alla fine, nel manifestarsi di crisi sempre più incipienti, sarebbero esplose tutte le contraddizioni del capitalismo: la produzione non poteva andare di pari passo con l’accumulazione delle merci sul mercato. Come dirà anche Engels: “la collisione economica raggiunge il suo punto culminante: il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio”. Dunque, dalla mancata valorizzazione del capitale, con le crisi economiche che ne seguono, si verifica una ristrutturazione interna del modo di produzione stesso. I capitalisti sono costretti a prendere atto del carattere sociale delle forze produttive e ad agire attraverso una superiore coordinazione, restando pur sempre sul piano dei rapporti capitalistici. La risposta del capitale a tale impasse è la società per azioni, il luogo dove si realizza una prima forma di socializzazione dei grandi mezzi di produzione. Tuttavia, nemmeno questa soluzione è sufficiente a frenare le contraddizioni, tanto che i capitalisti sono costretti a riunirsi in grandi trusts per arginare lo scarto producentesi tra produzione e scambio. Ma quando la crisi si affaccia anche su quest’ulteriore forma di “contenimento”, i trusts sono costretti a spingersi verso una forma ancor più concentrata di socializzazione: l’industria stessa deve divenire un’unica grande società per azioni, si forma un monopolio unico nazionale che controlla direttamente la vita sociale degli individui mettendo allo scoperto il carattere dello sfruttamento, fino a renderlo intollerabile agli occhi del proletariato. All’apice di questo processo, lo Stato sarà costretto a prendere in mano la situazione, dapprima con il controllo dei più importanti settori strategici delle comunicazioni (strade, ferrovie, telegrafi) e poi, in rappresentanza della classe borghese, di tutta la produzione sociale. A questo punto però sarà la stessa borghesia a divenire pleonastica poiché tutto il lavoro produttivo sarà passato nelle mani di impiegati salariati; i capitalisti, posti fuori dalle “beghe” della produzione, si limiteranno a tagliar cedole, intascar rendite e giocare in borsa per rapinare i propri simili. Qui il determinismo dell’analisi marxian-engelsiana si fa parossistico, il rapporto capitalistico, crisi dopo crisi, si sgretola sotto le sue stesse contraddizioni fino a snaturare la base sulla quale si era da sempre fondato.
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Il capitalismo portando le sue contraddizioni all’estremo genererà non semplicemente il suo crollo, ma il terreno su cui s’innesteranno superiori rapporti sociali, quelli della futura società comunista. Questo passaggio avviene in forma naturale, per stadi successivi quanto inevitabili: è l’“autodistruttività endogena” del Capitale che porta con sé, in fieri, la base della nuova società dei produttori liberamente associati. Dicevamo, tutto avviene sotto l’apparenza di un processo “naturale”, la risoluzione delle contraddizioni ricercata dai capitalisti spinge i mezzi di produzione, sempre più concentrati, nelle mani dello Stato favorendo la presa del potere da parte del proletariato; a quest’ultimo non resta che assaltare lo Stato medesimo per impadronirsi delle condizioni della produzione. Il proletariato che conquista lo Stato sopprime sé stesso come classe, ma la sua soppressione è contemporaneamente quella di tutte le classi sociali e con la dissoluzione del mondo borghese viene meno “l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale”. Questo processo oggettivo che sgorga dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico pone le basi della futura società comunista, il compito specifico del proletariato è quello di prendere coscienza della sua missione storica, delle condizioni e della natura della propria azione, perché “le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse” (Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza).
Purtroppo sappiamo bene che le cose sono andate diversamente e nel prossimo paragrafo cercheremo di descrivere più dettagliatamente la natura di questi errori teorici.
I principali errori della teoria marxiana e la deriva del marxismo della tradizione
Ci rendiamo conto di aver sintetizzato in maniera eccessiva la teoria marxiana delle contraddizioni capitalistiche, addirittura partendo dall’accumulazione originaria, ma lo spazio concesso in un articolo come questo non permette di spingersi oltre. Vorremmo però, a questo punto, concentraci su quelli che ci appaiono essere gli errori fondamentali dell’ipotesi scientifica marxiana. In primo luogo, il determinismo con il quale Marx definisce la formazione economico-sociale (quella capitalistica) quale “ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale”. Da questa affermazione doveva derivarne, con il formarsi del proletariato moderno nel seno della società capitalistica e con l’azione emancipatoria da questo espressa, la fine della società divisa in classi: “con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana” (Marx, Il Capitale). Nell’ambito di questo processo oggettivo, avente i crismi della “naturalità”, prende forma il soggetto affossatore del capitalismo (il lavoratore collettivo cooperativo associato), e si pongono, al contempo, le premesse per la nascita di una superiore forma di organizzazione sociale, non più basata sullo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Come però avremmo dovuto imparare dalla storia di questi ultimi due secoli e più, il capitalismo è spesso uscito rafforzato/trasformato dalle sue crisi (che agli occhi di molti marxisti dovevano apparire sempre come ultime e definitive) mentre all’interno della produzione non si è verificata quella convergenza tra tecnici-ingegneri e giornalieri (anzi si è assistito ad una frammentazione vieppiù crescente del processo lavorativo con stratificazione incipiente in termini di ruoli, funzioni, differenziali di sapere e di reddito) che Marx aveva sintetizzato con l’espressione inglese di General Intellect. La contraddizione principale, dalla quale Marx derivava la necessaria fine del capitalismo, restava quella tra potenza sociale della produzione e meccanismi di appropriazione privata del plusprodotto (tramite l’appropriazione del pluslavoro dei dominati, nella forma del plusvalore). La formazione del lavoratore collettivo, e non la classe operaia di fabbrica come qualcuno ebbe a pensare, avrebbe dato la spallata decisiva alla formazione sociale capitalistica finalmente svelata nella sua natura sfruttatrice (gli espropriatori, ridotti ad un grappolo di parassiti rentiers, potevano essere così espropriati).
Nonostante questi errori di previsione si deve, però, riconoscere a Marx la grandezza del disvelamento dello sfruttamento capitalistico secondo precise direttive scientifiche, come sostiene La Grassa nel suo A partire da Marx, non seguendo Marx: “L’aver chiarito come, sotto l’apparenza, dello scambio di equivalenti (base ideologica della sostenuta uguaglianza di tutti i cittadini) si celi
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lo sfruttamento in quanto estorsione di un pluslavoro (in forma di plusvalore) di cui si appropriano i dominanti specifici di questa “storicamente determinata” forma di società, è merito decisivo ed imperituro della scienza marxiana. Aver previsto i forti movimenti di centralizzazione (monopolistica dei capitali), e la crescente finanziarizzazione degli stessi è un altro suo indiscusso punto di forza”. Certo è che Marx, nonostante la genialità della sua analisi, resta in tutto un uomo del suo tempo e dovendo lavorare con il materiale che aveva a disposizione, per quanto opportunamente rielaborato grazie all’inforcamento di lenti teoriche efficacissime, non avrebbe mai potuto cogliere in toto gli sviluppi ai quali la dinamica capitalistica avrebbe dato la stura. Probabilmente, il finalismo marxiano è derivato dall’aver voluto conchiudere la dinamica sociale capitalistica nella teoria del valore-lavoro, fornendo una soluzione economicistica ad una contraddizione ben più vasta che non poteva essere ridotta al mero sceveramento dei metodi della estorsione del pluslvalore (con le aporie logiche che ne sono seguite). Ma se queste inesattezze sono scusabili, date le caratteristiche del capitalismo ai tempi di Marx, diviene più difficile autorizzare la reiterazione degli stessi errori da parte di tutto il marxismo successivo. La canonizzazione del pensiero di Marx in una vera e propria dottrina iniziò già alla sua morte, prima con Engels e poi con Karl Kautsky1. Il “Papa Rosso” fu responsabile della riduzione del marxismo ad economicismo ma soprattutto, ed è questo l’aspetto più grave, favorì una brusca virata rispetto alla teoria di Marx circa il soggetto della “trasformazione sociale”. Se Marx aveva parlato di lavoratore collettivo cooperativo associato contro le forze parassitarie del capitale finanziario e cedolare, Kautsky riposizionerà il soggetto entro uno spazio ben più angusto. Dato che non si vedeva il formarsi di alcun lavoratore collettivo si ripiegò sulla classe operaia di fabbrica. La committenza politica e sociale della classe operaia tedesca “organizzata in un partito ed in sindacati professionali” (Preve) veniva soddisfatta, mentre l’ipotesi scientifica di Marx prendeva una strada del tutto inaspettata, il solo battito d’ali del fraintendimento iniziale (la classe operaia al posto del lavoratore collettivo) genererà un vero e proprio tifone teorico.
Dopo questa distorsione ne seguirono tante altre a catena; benché si parlasse di trasformazione sociale e di soggetto portatore di una nuova coscienza rivoluzionaria, la dottrina kautskyana estremizzò il determinismo marxiano portando all’accettazione (in virtù di una fantomatica predestinazione finale che avrebbe, in ogni caso, dato il potere al proletariato) di obbrobri indicibili come la guerra imperialista (I guerra mondiale), con i proletari mandati a scannarsi per sostenere le mire espansionistiche delle proprie borghesie nazionali.
In realtà, il problema non stava affatto in questi termini e il primo che riuscì a capirlo, nonostante non giunse mai a sconfessare la teoria kautskyana della formazione del grande trust mondiale e del superimperialismo, fu Lenin. Nel contesto della prima guerra mondiale, con il massacro organizzato dalle grandi borghesie imperialiste a danno della classe operaia europea, Lenin affrontò il problema della non rivoluzionarietà della classe subordinata. Quest’ultima lasciata a sé stessa era in grado di produrre una mera coscienza tradunionistica di compensazione dei livelli retributivi, ma non era affatto in grado di proporsi quale classe intermodale di passaggio da una formazione sociale all’altra. Così doveva essere compito del partito, dell’avanguardia rivoluzionaria, cementare alleanze più vaste al fine dell’abbattimento e del rivoluzionamento dei rapporti di produzione capitalistici. Con questa mossa veniva limitato l’economicismo deterministico del marxismo
1 Per una definizione esaustiva della sistematizzione del marxismo in “ismo” si consiglia la lettura del saggio di Costanzo Preve, Storia Critica del Marxismo Ed. La Città del Sole, Napoli 2007. In questo saggio Preve suddivide la storia del marxismo in tre grandi epoche, la prima chiamata del proto-marxismo principiante con la fondazione del partito socialdemocratico tedesco (1875) e la morte di Engels (1895). In questa epoca il marxismo, sulla scorta dell’ascesa della classe operaia tedesca, diverrà una vera e propria dottrina economicistica che Preve definisce “una variante utilitaristica di sinistra”. Le seconda epoca, l’età della costruzione o medio-marxista, invece, coincide nella periodizzazione previana, con gli anni che vanno dal 1914 (scoppio della prima guerra mondiale) al 1956 (morte di Stalin). Infine la cosiddetta epoca della dissoluzione (1956-1991) o tardo-marxista il cui epilogo coincide con la dissoluzione dell’URSS.
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tradizionale, il quale aveva visto nella contraddizione Capitale/Lavoro il punto di rottura degli schemi della ri/produzione capitalistica. Nell’ambito di tale contraddizione si produceva esclusivamente una lotta redistributiva, finalizzata a migliorare le condizioni di vita della classe operaia (che non metteva affatto in discussione le basi capitalistiche della società), peraltro solo laddove i rapporti di forza lo consentivano; al contrario, si poteva assistere ad un peggioramento generalizzato di quelle condizioni (con incremento dei ritmi lavorativi ed estorsione di maggiore pluslavoro) qualora la reazione capitalistica fosse stata più forte della compattezza tradunionistica. In secondo luogo Lenin, pur condividendo la tendenza descritta da Kautsky sul Trust unico mondiale ritenne che, in verità, questo non sarebbe riuscito a formarsi a causa dell’inasprimento delle condizioni sociali e del conflitto interimperialistico che avrebbero portato alla rivoluzione proletaria ben prima della sua stessa formazione.
Una diversa prospettiva teorica
Se è vero, come abbiamo sin qui esposto, che non esiste alcuna tendenza intrinseca del capitalismo ad implodere sotto il peso di endogene contraddizioni crescenti, e se nessun soggetto collettivo cooperativo si forma nelle sue viscere, occorre un necessario ri-orientamento dell’analisi critica al fine di studiare al meglio, inforcando nuove lenti teoriche, il movimento del capitale e le strutture sulle quali questo si fonda. Abbiamo detto che per Marx la contraddizione Capitale/Lavoro avrebbe condotto ad una polarizzazione sociale fortissima con la formazione del General Intellect da una parte, e quella di un pugno di rentiers proprietari, dall’altra. Le forze sociali ormai pienamente coscienti del proprio ruolo avrebbero fatto a meno di una proprietà sempre più distante dai problemi della produzione, gli espropriatori sarebbero stati espropriati nel nome di una superiore organizzazione sociale a base collettiva. Nel momento in cui questo non avviene perché il capitalismo è sempre in grado di andare oltre le sue crisi (contraddizioni), che sono il motore delle sue trasformazioni, viene meno anche lo schema deterministico (economico e storico) con il quale i marxisti avevano perorato l’avvento inevitabile della futura società comunista.
Da qui in avanti seguiremo l’ipotesi teorica lagrassiana per sintetizzare i mutamenti (delle vere e proprie rotture che agiscono sugli stessi fondamenti sistemici) avvenuti nell’ambito della formazione sociale capitalistica, per tentare di sbrogliare “al pensiero” il funzionamento della sua dinamica di sviluppo. La Grassa opera un vero e proprio “riorientamento gestaltico” spostando l’indagine sul capitalismo dal conflitto Capitale/Lavoro al Conflitto Strategico Interdominanti (CSI).
Innanzitutto, si tratta di rimettere in discussione “la concezione secondo cui è la proprietà dei mezzi di produzione, o il potere di disporre, dei mezzi di produzione [ … ] il nucleo attorno a cui costruire il concetto di formazione sociale capitalistica” (La Grassa, Il Capitalismo oggi). Il riferimento alla proprietà può essere determinato giuridicamente, in quanto titolo di disposizione sui mezzi (di produzione) ricadente su alcuni individui o gruppi di individui, così come garantito dalla legge e sanzionato dallo Stato (proprietà privata), oppure, nel caso della proprietà pubblica, come potere della collettività sui mezzi da questo detenuti. In realtà, la disposizione di tali mezzi passa per il controllo degli apparati statali (e la collocazione ai vertici di tali apparati) da parte di agenti dominanti che si muovono appunto in tale sfera. Ciò significa che, dietro la coltre ideologica del contemperamento degli interessi collettivi (la quale fa apparire lo Stato come un tutto organico), si scatena una lotta per il controllo dei mezzi e delle risorse che ha davvero poco a che fare con il bene della collettività. Ma per ora tralasciamo quest’ultimo punto che sarà affrontato più dettagliatamente quando parleremo della sfera politica nell’ambito del conflitto strategico.
Dunque, quello che davvero è importante, sia quando ci si riferisce alla proprietà privata che a quella pubblica, non è il possesso diretto di questi mezzi ma la capacità di metterli in attività, di combinarli efficacemente per uno scopo e di agire strategicamente per mantenerne il controllo (o accrescerlo) della sfera sociale nella quale ci si trova ad operare. Nelle imprese agiscono gruppi di comando che, benché non direttamente proprietari dei mezzi di produzione (si pensi al top
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management negli Usa), stabiliscono le strategie più adatte (produttive, mercantili, finanziarie ecc.) a condurre la “guerra” contro altri agenti strategici similari. Questi gruppi non si interessano di problemi tecnico-produttivi ma orientano l’azione dell’impresa verso l’ambiente esterno, dove si sviluppa il conflitto tra agenti strategici per il controllo delle risorse e per la conquista di sempre maggiori quote di mercato (e aree d’influenza). Questa lotta può assumere un carattere cruento, altre volte può essere più blanda, o ancora, può essere indirizzata alla creazione di alleanze (mai definitive); più spesso l’obiettivo degli agenti strategici capitalistici è quello di primeggiare e di eliminare gli avversari dal proprio campo d’azione. Certo, anche il settore tecnico-produttivo (quello dove operano gli “specialisti” della produzione, i tecnici, gli ingegneri ecc) dell’impresa è importante, nel senso che questo, attraverso l’uso delle tecnologie più efficienti, la razionalizzazione dei processi di lavoro, il perfezionamento di alcuni prodotti o la creazione di nuovi output, fornisce al gruppo di comando dell’impresa le risorse atte a portare avanti le proprie strategie conflittuali. Ciò mette in evidenza il fatto che nell’impresa operano due diversi tipi di razionalità. I marxisti, ma anche gli economisti “sistemici”, hanno sempre pensato che ruolo precipuo dell’impresa (nella sua riduzione a fabbrica) fosse quello di garantire la migliore combinazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) al fine di produrre, con le risorse a disposizione, il massimo possibile. Questa razionalità del minimax agisce, senza ombra di dubbio, dal lato tecnico produttivo, essendo la stella polare che orienta l’azione dello “strato” che si occupa degli esiti della produzione e nella quale sono implicati (in maniera subordinata) anche i lavoratori (più e meno qualificati). Già questo mette in evidenza che il gruppo dei tecnici e degli ingegneri, deputati agli indirizzi produttivi, è direttamente collegato al comando del management strategico, dal quale riceve precisi input che devono essere convertiti lunga tutta la catena dell’impresa (in termini di riorganizzazioni processuali con impiego di tecnologie sempre più avanzate, ma anche al fine della realizzazione di nuovi output) per aumentare la produttività del lavoro. I lavoratori subordinati, meri esecutori degli ordini provenienti dal settore tecnico-ingegneristico, non hanno alcuna possibilità di intervenire su questi processi poiché sono inseriti in attività lavorative fortemente parcellizzate o direttamente guidate dalla combinazione “macchinica”. La conoscenza globale del processo produttivo (i c.d. saperi produttivi), dal lato tecnico, è prerogativa degli specialisti della produzione, almeno per quel che concerne intere sezioni o dipartimenti nei quali l’impresa è scorporata, peraltro, questo sapere non è uniforme e si ripartisce, a sua volta, tra i vari specialisti che dirigono tecnicamente i diversi settori aziendali. Anzi, contrariamente a quanto affermava il marxismo economicistico, il sapere all’interno della produzione non tende ad omogeneizzarsi e a diffondersi capillarmente lungo la catena dei profili lavorativi, “lo specialismo” tende, invece, a moltiplicarsi con una progressione geometrica.
La razionalità strategica, al contrario, è prerogativa esclusiva del gruppo di comando che guida le imprese (non importa se direttamente proprietario o meno dei mezzi di produzione), il quale gestisce il coordinamento tra le varie parti (dipartimenti) ed orienta le risorse esitate dal lavoro sottostante nella lotta per la preminenza nell’ambiente “esterno”. Questo ambiente esterno non coincide semplicemente col mercato ma è qualcosa di molto più complesso che comprende anche la politica e le influenze ideologiche. Il mercato stesso non è il luogo che comincia dove finisce l’impresa o, più scarnamente, quello dove le imprese si scontrano per vendere i loro prodotti (senz’altro anche questo). Il mercato è direttamente nell’impresa così come l’impresa è immersa nel mercato: “nelle relazioni tra le sue varie parti (sezioni, dipartimenti, divisioni) che sono di tipo sia più propriamente gerarchico sia caratterizzate da determinate forme di decentramento e flessibilizzazione dell’organizzazione intera; per cui quest’ultima si basa su ordini imperativi, sul coordinamento imposto dall’alto verso il basso, ma anche su rapporti interimprenditoriali [ … ]”. Come si può ben capire, La Grassa sposta completamente il fulcro dell’analisi dalla fabbrica – intesa come organismo unitario che si limita a trasformare dati input in dati output secondo la combinazione dei fattori produttivi e i metodi del plusvalore (in primis “relativo”) – all’impresa, che è invece “un aggregato, internamente coordinato dal gruppo di comando, di entità produttive, disposte generalmente su linee collaterali, ma che nel loro complesso configurano una piramide
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gerarchica di funzioni e ruoli sociali.” (La Grassa, Microcosmo del dominio). Se ne deduce, secondo la disamina lagrassiana che, in difformità a quanto sosteneva Engels, non si raggiunge affatto il punto in cui il modo della produzione (sempre più sociale) si ribella contro il modo dello scambio (sempre più anarchico). Inoltre, non si vede da nessuna parte quell’alleanza all’interno del processo di produzione tra ingegneri e giornalieri che avrebbe dovuto dar vita al soggetto della trasformazione sociale, il lavoratore collettivo cooperativo associato pienamente consapevole del proprio ruolo. Né, tanto meno, viene a crearsi, in alto, quella “classe cedolare” proprietaria completamente distratta dai giochi di borsa.
Il gruppo di comando strategico agisce anche dal lato produttivo, questo deve “saper costruire l’ambiente di coordinazione sinergica in grado di favorire l’innovazione, oltre a dover procurare i mezzi finanziari per la stessa e per la sua effettiva immissione nel processo produttivo” (La Grassa, Microcosmo del Dominio).
Quanto appena sostenuto pone in evidenza un’altra questione, la direzione politico-strategica delle imprese deve aver un collegamento con il settore finanziario (e con gli agenti strategici della finanza). La direzione strategica-imprenditoriale deve poter disporre di una massa di fondi liquidi da utilizzare per i propri “spostamenti” nella direzione dei nuovi mercati o per consolidare il proprio potere attraverso gli apparati massmediatici o, ancora, per stringere particolari relazioni con gli agenti strategici operanti nella sfera statale.
Vorrei qui riportare un esempio pratico che può aiutare a comprendere quanto appena sostenuto. Prendiamo in considerazione una delle più grandi imprese italiane qual è la Fiat. Tutti sanno bene a quali difficoltà questa azienda sia andata in contro negli ultimi anni. La Fiat aveva sempre avuto un rapporto privilegiato con lo Stato tanto che ne aveva indirizzato gli investimenti dal lato infrastrutturale: per vendere più macchine l’impresa della famiglia Agnelli necessitava di una migliore accessibilità logistica (strade, ponti, apertura di nuove vie di comunicazione, maggiore viabilità). Quando la Fiat si trovava invischiata in congiunture economiche sfavorevoli lo Stato interveniva prontamente con interventi di sostegno economico al fine di arginare (questo è quello che si sosteneva) la minaccia di licenziamenti massicci che costituivano, per il ceto politico al potere, una pericolosa fonte di disordini sociali. Oggi questi aiuti sono del tutto ingiustificati, sia perché la Fiat opera in un settore della precedente rivoluzione industriale che non necessita del protezionismo statale per rafforzarsi (diverso è il caso dei nuovi settori dove può essere utile proteggere una nascente impresa nazionale rispetto a concorrenti stranieri più aggressivi e tecnologicamente avanzati), sia perché il suo gruppo di comando agisce drenando le risorse pubbliche per sopperire ad un’ incapacità strategica di “movimento” che la rende poco competitiva sul mercato (all’interno del sistema-paese questa continua però a godere di una rendita di “posizione” politica). Nell’ultima crisi alla quale la Fiat è andata incontro, (quella che sembrava definitiva tanto che era stata prospettata la vendita agli americani della GM) il gruppo dirigente dell’azienda torinese non pensò mai di fare cassa liberandosi delle partecipazioni nel gruppo editoriale RCS (il quale, a sua volta, controlla il più diffuso quotidiano italiano). In questo “salotto” siedono i principali gruppi capitalistici nostrani (sia industriali che finanziari); si tratta di un vero comitato d’affari degli agenti strategici italiani dove vengono prese gran parte delle decisioni di politica economica del nostro paese, attraverso “diktat” ai quali sono sensibilissimi anche gli agenti politici operanti nella sfera statale (vedi la dichiarazione del direttore del CdS Mieli in favore di Prodi durante l’ultima campagna elettorale). Dicevamo, per quanto la Fiat stesse per dismettere il suo pacchetto di controllo del settore auto, a causa di una crisi realizzativa apparentemente senza via d’uscita, continuò a mantenere saldamente nelle sue mani la partecipazione nella RCS. Da qui lanciò i suoi messaggi a tutto il mondo politico e ridestò l’attenzione dell’opinione pubblica su un bene nazionale (chissà perché nella difficoltà divengono tutti ultrapatriottici) che non poteva essere svenduto agli stranieri. Ne seguì, anche grazie ad un vero colpo di fortuna (con la GM costretta a pagare una penale elevatissima all’impresa di Montezemolo), un ulteriore iniezione di aiuti statali (ai quali si sono ultimamente aggiunte altre misure come il cuneo fiscale, la mobilità lunga e la rottamazione). Questo per sottolineare come il gruppo di comando strategico di un’impresa deve
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essere in grado di agire su più fronti, da quelli finanziari a quelli politici, fino alla compenetrazione nella sfera ideologico-mediatica dove si crea il consenso e si plasma la pubblica opinione. Possiamo fare ancora un altro esempio a sostegno della nostra tesi. Chi non ricorda la recente disputa tra il gruppo Benetton e il Ministro delle infrastrutture Di Pietro per il tentativo (ad oggi non realizzatosi) di vendere agli spagnoli di Abertis la gestione della rete autostradale italiana? In questo caso la difesa dell’italianità (mai come in questo frangente l’ultimo rifugio delle canaglie) è stata invocata dal Governo. In realtà la colpa principale dei Benetton è stata quella di essersi sottratti all’asseverazione del ceto politico, agendo in un momento di vacatio governativa (il governo Prodi non si era ancora insediato quando i Benetton prendevano i primi contatti con gli spagnoli di Abertis) ed in contrasto con i gruppi economico-finanziari che sostengono il governo di centrosinistra. I Benetton hanno tentato di mediare entrando con un 5% nel gruppo RCS (il comitato d’affari della Grande Finanza e Industria Decotta italiana) ma la tenzone sembra ancora lontana dal giungere ad una composizione “pacifica”. Stessa situazione verificatasi con un’altra grande azienda di tlc, la Telecom, dove il tentativo di alcuni gruppi finanziari (SanIntesa in testa) di fare un “buon affare” ha portato allo scoperto la relazione esistente tra ceto politico di centro-sinistra, Grande Finanza Italiana e Grandissima Finanza americana (il piano Prodi-Rovati-Costamagna-TononiGoldman Sachs). La vicenda è ancora in pieno sviluppo e gli esiti appaiono quanto mai incerti (sorvoliamo, poi, sulla vicenda dei cosiddetti “furbetti del quartierino” per quanto abbiamo già scritto in altre sedi, vedere il blog www.ripensaremarx.splinder.com, soprattutto gli articoli di G. La Grassa).
Nel prossimo ed ultimo paragrafo cercheremo di sceverare più dettagliatamente come si esplicita l’azione strategica interdominanti nelle varie sfere sociali che per comodità espositiva divideremo in economica, politica e ideologico-culturale (senza alcuna pretesa di rispecchiamento della realtà).
Le sfere sociali del conflitto strategico
Vorrei ricordare che la società capitalistica è un “insieme”, e la ripartizione (la finzione teorico-esplicativa) in sfere sociali, che qui verrà utilizzata, serve solo a facilitare l’analisi. Per questo motivo non amiamo le definizioni totalizzanti da “cattivo infinito” (per dirla con le parole di Costanzo Preve) del tipo “capitalismo assoluto” o “Impero senza centro”. Quest’ultime sono “non definizioni” che fanno solo confusione ed impediscono il dipanamento della dinamica oggetto di studio (quella capitalistica), la cui analisi deve invece procedere per tappe (logiche) successive.
Qui accetto pertanto la scomposizione fatta da Gianfranco la Grassa tra sfera economica (produttiva e finanziaria), politica (con le sue propaggini militari) e ideologico-culturale; di queste tre sfere tenterò di dare un’epitome esaustiva per quanto limitata dallo spazio a disposizione.
La sfera economica. Con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico la sfera economica è divenuta predominante, il conflitto interdominanti, dapprima eminentemente politico (per esempio, nei modi di produzione schiavistico e feudale), si trasferisce nell’economia e qui produce dei risultati del tutto imprevedibili. La sfera economica è sottoposta ad un profondo sconvolgimento ed ad una estrema frammentazione, con il formarsi di unità industriali separate (le imprese) in forte concorrenza tra loro. La divisione del lavoro accentua la moltiplicazione dei settori e delle branche produttive, il conflitto diviene il mezzo attraverso cui si effettua la sintesi sull’anarchia del mondo delle merci. Le imprese che agiscono nelle sfera economica tentano di conquistare sempre maggiori spazi di mercato eliminando i propri concorrenti. Per adempiere a questo compito le direzioni strategiche che guidano questi “corpi” economici devono sviluppare un’attività innovativa che moltiplica i settori merceologici e lo spazio (i mercati) dove si “gioca” la partita del conflitto. L’ingrandimento degli spazi di confronto/scontro tra le imprese (con la moltiplicazione dei mercati e, conseguentemente, delle produzioni) agisce sulla dimensione di queste ed al contempo favorisce l’entrata sul mercato di piccole e medie imprese le quali, seppur con più limitati margini di manovra ed in complementarietà con le prime, imprimono una ulteriore accelerazione alla dinamica capitalistica. Con l’ingrandimento di queste imprese (e la formazione degli oligopoli) si accentua il
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conflitto interimprenditoriale che tendenzialmente (ricorsivamente) conduce ad una fase più “monopoloide” senza produrre, tuttavia, quella burocratizzazione definitiva della grande impresa preconizzata tanto dal marxismo classico che da pensatori non marxisti (vedi Schumpeter). Ma il conflitto è il “motore immobile” della dinamica capitalistica ed ogni situazione di parziale dominanza (con un assestamento dei rapporti di forza) da parte di un impresa o di un gruppo di imprese è destinata a non durare a lungo; altri soggetti economici riusciranno a penetrare i mercati con innovazioni di processo e di prodotto che renderanno precario l’equilibrio della fase monopoloide (anche con spostamento delle risorse su nuovi mercati che rendono vetusti e meno profittevoli quelli precedenti). La società capitalistica attraversata dal conflitto va incontro a due conseguenze principali: in primo luogo, il formarsi di sempre nuovi mercati e il moltiplicarsi dei settori merceologici che divengono terreno di scontro tra imprese (a loro volta attraversate da processi di separazione sia all’interno che all’esterno, con il moltiplicarsi delle produzioni e l’esitazione di nuovi output che danno luogo ad ulteriori frammentazioni) dove la tendenza alla formazione dei monopoli è solo ricorsiva e mai definitiva. In secondo luogo, i differenziali di reddito e di saperi produttivi determinantesi nel processo produttivo si “scaricano” sulla stessa società. Quest’ultima, ben lungi dal polarizzarsi in due classi sociali (sfruttati e decisori) assume una forma tendenzialmente “a botte” con una base più larga – che può restringersi o espandersi a seconda delle congiunture economiche – e la parte superiore (gli agenti decisori) molto più stretta, nonostante possano cambiare le “facce” dei singoli capitalisti o gruppi di potere. La parte mediana (che non è semplicemente quella che sta nel mezzo ed è a sua volta fortemente differenziata al suo interno) è composta dai settori piccoli-imprenditoriali di tipo industriale, commerciale, delle attività di servizi, delle professioni ecc., che non sono affatto destinati ad essere ingoiati dal proletariato, come pensava il marxismo d’antan (né tanto meno si può dar adito alla fandonia per cui questi “ceti medi” vivrebbero della massa del plusvalore, della sua crescita esponenziale, sottratta ai cosiddetti lavoratori “produttivi”).
Marx ebbe a dire nel capitolo primo del Capitale, sua massima opera, che la società capitalistica si presenta “come un’immane raccolta di merci” perché tutti i lavori privati eseguiti nella produzione devono essere socializzati in punto “esterno”. Ancora Marx: “Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavoro privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro”, “[ … ] Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori nello scambio, i loro prodotti eterogenei. [ … ] Ogni valore porta scritto in fronte quel che è”. Si comprende, allora, che la produzione capitalistica è necessariamente segnata dalla forma di merce e di valore. Siccome ogni merce porta impressa un’etichetta (il prezzo), ossia la forma di denaro delle merci stesse (“il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nelle merci”, Marx Il Capitale), chi detiene il denaro ha il controllo della società. Tuttavia, non si deve pensare che il denaro sia un “fine”, nelle mani dei capitalisti esso è “solo” viatico per l’espansione e il consolidamento della propria egemonia. Nella società capitalistica la ricchezza accumulata in forma di merce e di denaro (e di mezzi finanziari in generale) consente agli agenti strategici (gli Strateghi del Capitale) di approntare le strategie conflittuali volte alla supremazia. Non c’è, comunque, coincidenza immediata tra volume di denaro impiegato e successo della strategia (certo chi ne possiede di più ha sempre più colpi in canna). Peraltro, non essendo il rapporto tra crescita della ricchezza reale (la produzione) e di quella monetaria (gestione finanziaria della liquidità) direttamente proporzionale, tra queste si crea uno iato che dà vita a due settori distinti i quali agiscono secondo finalità concomitanti ma con direzioni di “marcia” che s’intersecano solo in alcuni punti. Chi non ha mai sentito dire, per esempio, che in seguito alla dismissione di interi reparti o di settori produttivi (in outsourcing o come pura dismissione), il valore in borsa delle imprese è continuato comunque a salire? La finanza diviene, dunque, un settore a sé stante con attività imprenditoriali specifiche volte alla valorizzazione del denaro per mezzo del denaro (da D a D’). Attività imprenditoriali e attività finanziarie sono strettamente connesse, laddove l’impresa vuole crescere e fare investimenti deve rivolgersi alle
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banche, almeno per la parte che non può finanziare con i propri profitti. Anche gli agenti strategici finanziari sono parte del conflitto, si muovono al fine della supremazia sia contro altri agenti dello stesso settore sia tentando di controllare e indirizzare le imprese che operano nella produzione (economia reale). Per questo, in determinate congiunture, possono verificarsi grandi frizioni tra i due settori, fino al sopraggiungere di situazioni nelle quali la finanza fa il bello e il cattivo tempo, allontanandosi dalle esigenze più impellenti della cosiddetta economia reale. Basta guardare a quello che sta accadendo oggi in Italia, la Grande Finanza, legata a propria volta alla finanza del paese centrale (Usa) tenta uno scacco matto ai danni del paese alleandosi con una parte dell’Industria Decotta (quest’ultima in posizione subordinata alla prima) per il drenaggio delle risorse statali. GF e ID impediscono al Sistema-Italia di percorrere strade più virtuose, sia in termini di politica industriale che finanziaria; il tutto sotto lo stretto controllo del paese attualmente predominante il quale favorisce l’azione dissipatrice dei nostri gruppi di potere al solo fine di consolidare il proprio ordine egemonico.
La sfera politica. Parlare della sfera politica vuol dire innanzitutto affrontare il problema dello Stato. La descrizioni più usuali dello Stato tengono conto o della sua suddivisione in apparati e funzioni (repressiva, amministrativa ecc.) oppure della sua unitarietà tesa al contemperamento degli interessi generali della collettività. Nell’analisi marxista tradizionale lo Stato era il “comitato d’affari” della classe dominante, il luogo dove i “falsi fratelli” mediavano i propri interessi e ne operavano una superiore sintesi (ideologica) con quelli di tutte le altre classi sociali.
In realtà, se i conflitti principali avvengono tra agenti strategici (mentre quelli tra Capitale/Lavoro sono a questi subordinati) la stessa funzione statale deve essere guardata da altra prospettiva.
Il conflitto strategico genera tensione e tende alla frammentazione della società per cui si rende necessario un minimo governo dell’incertezza. Il tentativo di circoscrizione del conflitto da adito ad alleanze (per quanto provvisorie), alla calmierazione delle aspettative, all’allentamento dello scontro: tali “correzioni” momentanee si dissolvono repentinamente non appena i rapporti di forza tornano a squilibrarsi in qualche punto. La rottura degli equilibri (tanto decantati dall’economia marginalista) è ciò che evita al sistema di stagnare.
Anche nella sfera statale si riproduce, ai diversi livelli, la stessa dinamica che opera nella sfera economica. L’amministrazione statale consta di vari processi lavorativi (organizzati gerarchicamente) orientati al raggiungimento di dati obiettivi con le risorse disponibili (razionalità strumentale). Sopra di questi agiscono gli agenti politici veri e propri, la loro azione è orientata da tutt’altro tipo di razionalità, quella strategica. Per capire come si sviluppa l’azione dei decisori politici dobbiamo eseguire un confronto con gli agenti strategici operanti nella sfera economica. Gli agenti strategici della sfera economica sono direttamente connessi ai processi produttivi, quelli che esitano merci e, pertanto, denaro. Il denaro accumulato è utilizzato nella lotta per la conquista di sempre maggiori aree d’influenza. In questo senso, l’attività economica raggiunge il suo grado d’ipertrofia fino a sconfinare nel campo della “politica” (per sua natura la strategia economica è, in un certo senso, politica) poiché le imprese non aggrediscono il mercato con il solo ausilio della performatività strumentale. Qui avviene un’intersecazione tra sfere sociali e si stabiliscono le necessarie interconnessioni tra agenti strategici di diversa “collocazione” nello spazio capitalistico complessivo. Gli agenti politici sono portatori di proprie strategie, queste possono convergere con quelle degli agenti economici o esserne in profondo contrasto. Gli obiettivi di fondo degli agenti strategici politici possono essere così sintetizzati: “A) favorire lo sviluppo (riproduzione allargata) del sistema imprenditoriale che insiste sul territorio (in genere in un dato paese) da ognuna di tali frazioni controllato, sviluppo da cui deriva, come già si sa, il fluire di quell’alimento (monetario) necessario a qualsiasi strategia di potenza. B) attenuare i conflitti tra i vari gruppi sociali contrapposti, sia dominanti che dominati, mantenere la pace sociale se possibile, o invece reprimere l’acutizzazione dei conflitti, con diverse modalità più o meno morbide o drastiche, quando ciò sia necessario o improrogabile. C) estendere le sfere d’influenza dei sistemi imprenditoriali dei territori sotto il controllo di ognuna di esse [ … ] (G. La Grassa, Il Capitalismo oggi). Il perseguimento di questi obiettivi può mutare a seconda delle fasi economiche, siano queste di tipo monocentrico o
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policentrico. Se il paese nel quale agiscono gli agenti politici è sotto il giogo di una potenza predominante (monocentrismo) rientrando perciò nella sfera d’influenza di quest’ultima, gli agenti politici hanno difficoltà a realizzare il terzo obiettivo. Nelle fasi policentriche, invece, possono approntare strategie di maggiore conflittualità verso l’esterno (altre aree geografiche o nazioni) agendo in maniera più concorde con i dominanti della sfera economica, ugualmente interessati alla conquista di aree d’influenza extranazionale (che divengono zone d’investimento privilegiate). Senza dilungarci (e rinviando per ogni studio approfondito agli ultimi testi di Gianfranco La Grassa) gli agenti della sfera politica e quelli della sfera economica contribuiscono “alla produzione di ciò (merci e denaro) che poi utilizzano per la produzione del loro potere da impiegare nella sfera economica (competizione per le quote di mercato) e in quella politica (conflitto, a volte pure bellico, per le sfere d’influenza) (G. la Grassa, Il Capitalismo oggi).
La sfera ideologico-culturale. In questa sfera operano gli agenti strategici della produzione ideologica, quelli che mirano ad organizzare il consenso (intellettuale, culturale) e a mistificare la reale natura dei rapporti “a dominanza” del sistema capitalistico. Anche per questa sfera ribadiamo quello che abbiamo già detto per la sfera politica. Senza la produzione di merci e l’accumularsi di denaro, non sarebbe possibile esperire alcuna azione atta a “precipitare” quelle potenzialità egemoniche che “aggrumandosi” danno vita a sistemi ideologici coerenti (nel senso di abbastanza funzionali rispetto alle mete preventivate). Tra agenti ideologico-culturali e quelli finanziari esistono sottili collegamenti, affatto organici, dovuti alla diversità degli obiettivi vicendevolmente perseguiti. Spesso esiste una forte incomprensione tra questi, scaturente dalla diversa razionalità strategica operante all’interno di ciascuna sfera, ma la composizione delle divergenze è dovuta alla comune “potenza generatrice” che le attraversa: la ri/produzione (allargata) del sistema di rapporti sociali capitalistici.
Pure qui, come per i rapporti tra sfera politica e sfera finanziaria, specifiche congiunture possono cementare o allontanare l’intesa tra agenti strategici. Di fondo, gli attriti nascono a causa della reciproca diffidenza, con gli agenti ideologici che spesso accusano di rozzezza culturale quelli economici e con quest’ultimi che tacciano di parassitismo i primi. In tali situazioni si verificano indebolimenti generalizzati della classe dominante che, qualora dovessero coinvolgere anche gli agenti politici, possono determinare gravi crisi di fiducia negli assetti istituzionali, in quelli economici ecc. Se a tale deperimento dei rapporti si associa anche la crisi realizzativa del capitale, si può più facilmente verificare una palingenesi dei rapporti di forza, con ascesi di altri agenti dominanti che approfittano della debolezza di quelli “costituiti”.
Anche nella sfera ideologica possiamo distinguere tra un “sostrato produttivo” (i facitori di idee) e gli agenti ideologici veri e propri (si tratta comunque di una divisione impropria dati i confini incerti, più che nelle altre sfere, tra produttori di idee e “manipolatori” delle stesse), quelli che approntano le strategie al fine di primeggiare su altri agenti dello steso tipo, o che sfruttano la propria posizione di dominanza per organizzare il consenso sociale in funzione della riproducibilità sistemica su basi sempre più ampie. Di fatti, scopo ultimo degli agenti ideologici è quello di fare da “sponda” alle frazioni dominanti (siano esse “costituite” o aspiranti alla dominanza) ma pur sempre nell’alveo della riproducibilità capitalistica tout court. Il potere stesso deve essere concepito come “un reticolo di rapporti e posizioni di forza” dove la “filigrana” del conflitto (tra agenti dominanti) è la fonte del suo continuo rinnovamento o, più raramente, della sua trasformazione. Citando ancora La Grassa: “Quando ci si diffonde intorno all’egemonia di una classe dominante, in linea generale si sta discutendo del vettore di composizione delle forze (ideologiche in campo). Più precisamente si dovrebbe fare riferimento: 1) o alla supremazia di fase di una frazione della classe dominante, in genere strutturata secondo i tre tipi di agenti in cui, teoricamente, può essere suddivisa: strategico-imprenditoriali, strategico-politici, strategico-ideologici; 2) oppure al formarsi, in una data epoca dello sviluppo della formazione sociale, di una cultura normale (in analogia con la Kuhniana scienza normale) quello sfondo generale[…] senza contrasti acuti (antagonistici), anche dalle classi dominate o non dominanti”.
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Brevi considerazioni finali
Vorrei concludere questo articolo, scusandomi per la frammentarietà con la quale sono stati trattati molto argomenti, con alcune brevi considerazioni. In questa fase appare davvero inopportuno, sulla scorta delle carenze teoriche, continuare ad inseguire il soggetto della trasformazione sociale senza aver ben presenti le modificazioni che sono intervenute nella formazione sociale capitalistica. Abbiamo bisogno di ben altre lenti teoriche e di fare altre ipotesi per superare gli errori/orrori del passato. Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di segare il ramo sul quale siamo seduti (le acquisizioni ancora valide della teoria marxiana sul modo di produzione capitalistico) ma se l’albero della teoria dovesse completamente disseccarsi ci troveremmo comunque con il sedere per terra. Lo studio della formazione sociale capitalistica non può ridursi al mero conflitto Capitale/Lavoro o ai calcoli “alchemici” dei metodi del plusvalore (relativo) con i quali ci si è arrovellati per troppo tempo senza venire mai a capo di nulla. La società capitalistica è un insieme più complesso che richiede un’analisi “a doppia entrata”: in orizzontale (la segmentazione della formazione sociale complessiva) e in verticale (stratificazione sociale e frammentazione delle varie forze di lavoro nei processi produttivi). La caratteristica precipua di questa formazione è la conflittualità interdominanti che attraversa i suoi processi e ne dinamicizza gli esiti. Nel suo ventre non sono poste le premesse per il levamento di alcun parto ormai maturo, e il soggetto intermodale del passaggio da una formazione sociale (quella capitalistica) all’altra (quella comunistica?) non si forma automaticamente, in virtù del mero accrescersi delle contraddizioni insite tra modo dello scambio e modo della produzione. Allora il soggetto non può che essere una “costruzione” politica, bisognerà lavorare al compattamento di un blocco sociale più vasto che non sia il mero proletariato di fabbrica, tenendo ben presente che il capitalismo frammenta, destruttura e ricompone complissificando l’intera società attraverso il conflitto. E’ questa la direzione (ipotesi teorica) nella quale dobbiamo lavorare se vogliamo ridare un senso alla lotta anticapitalistica. Il passato non si rinnega ma non può nemmeno divenire una zavorra che lega con catene sempre più pesanti.
24.04.2007
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INTERVISTA AL PROF. NICO PERRONE

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Da Wikipedia: Nico Perrone (Bari, 27 aprile 1935) è saggista, giornalista, storico e docente universitario italiano. È autore di una ventina di libri e di una cinquantina di saggi più brevi, apparsi in Italia, Danimarca e Stati Uniti d’America. Ha pubblicato inoltre un migliaio di articoli ed editoriali su quotidiani e settimanali italiani e svizzeri.
Del Prof. Nico Perrone (professore di Storia dell’America e Storia Contemporanea all’Università di Bari) posso dire di avere un ottimo ricordo personale essendo stato il relatore, nel 2002, del mio lavoro di laurea sulla Storia e l’ideologia del Black Panther Party. Approfitto dell’occasione per ringraziarlo pubblicamente dei consigli che ha saputo darmi, in un periodo giovanile nel quale prevale spesso l’infervoramento dottrinario rispetto al più perspicuo ragionamento scientifico.
Benvenuto Prof. Perrone. Ho chiesto agli altri membri del nostro gruppo (riunito intorno ai lavori teorici del prof. Gianfranco La Grassa) di poterle fare qualche domanda, in un momento storico così difficile per l’economia mondiale e la situazione politica del nostro Paese. Lei, oltre ad esse esperto di affari internazionali e di politica italiana, è tra i massimi conoscitori delle vicende di una delle più importanti imprese di punta della nazione, l’ENI, oltreché del suo storico presidente Enrico Mattei. Detto ciò mi sembrava fruttuoso discutere con Lei di alcune questioni.
1. Come valuta, in questo momento storico di ridefinizione dei rapporti di forza a livello internazionale – con l’entrata del mondo in una fase pienamente multipolare che segna la fine del monocentrismo americano e il riaffacciarsi sullo scacchiere internazionale di vecchie e nuove potenze – la strategia di alleanze tra imprese del settore energetico che vede la nostra Eni e la russa Gazprom in piena comunità d’intenti? Tale alleanza sembra non piacere molto agli americani che puntano, invece, ad isolare la Russia e ad aggirare i suoi rifornimenti di gas attraverso progetti alternativi come il Nabucco, sul quale anche la BEI (Banca Europea Investimenti) si dice pronta a mettere il suo imprimatur, finanziando il 25% del costo totale del progetto. La strada più lungimirante per il nostro Paese, anche in previsione della costruzione di una politica estera meno supina a Washington, sarebbe invece quella intrapresa con il progetto South Stream che vede, ancora una volta, protagoniste l’Eni e la Gazprom (e i rispettivi governi). E’ possibile che si creeranno attriti molto forti con gli Usa simili a quelli che segnarono il destino di Mattei? Certamente Scaroni non è Mattei, diversa la capacità manageriale, diversa la visione complessiva del mondo, in un contesto internazionale nemmeno lontanamente paragonabile a quello della Guerra fredda, tuttavia, crede che l’attuale Ad di Eni si stia muovendo bene nei suoi rapporti con la politica interna e con i partner economici stranieri?
N.P. – I rapporti di forza sono cambiati per due ragioni. Il terrorismo, ha fortemente
ridimensionato il peso strategico delle armi nucleari. Perché gli attentati possono seminare
danni mirati e micidiali e se sono bene organizzati non ci sono armi che servano. Mentre la crisi finanziaria sta dimostrando la grande vulnerabilità di grandi potenze. Dell’ENI, dopo che lo stato italiano ne ha ceduto il controllo riducendo le proprie partecipazioni dal 100 per cento a un esiguo ? per cento, preferirei non parlare: non è più un fattore di forza del nostro paese, ma una multinazionale nella quale lo stato italiano conserva una significativa partecipazione di minoranza. Francia e Germania invece, sono state fermissime – con governi di qualsiasi colore politico – a mantenere il controllo dello stato nelle aziende strategiche.
In Italia esiste un partito filo-americano, trasversale alla destra e alla sinistra, che tenta di scorporare l’ENI sottraendole la distribuzione per assegnarla alle municipalizzate (più o meno tutte facenti capo al Pd). Tutto ciò avrebbe il “nobile” obiettivo, si dice, di preservare la concorrenza e abbassare i prezzi al consumo, ma mi pare che le cose non stiano effettivamente così. Su questo tema si è fatto sentire anche il presidente di Gazprom il quale in una lettera a Il Giornale, di qualche mese fa, ha dichiarato di non capire le ragioni per cui, in una fase così delicata, i politici italiani si cimentino a depotenziare una delle aziende più forti del proprio tessuto imprenditoriale. Ciò è ancor più grave laddove i russi hanno detto esplicitamente di preferire un interlocutore unico ben strutturato, considerata la strategicità del settore, per accelerare le intese di partnership e rendere, al contempo, più fluido il processo decisionale.
N.P. – Sì, quel partito esiste. Ha presenza maggiore nel centro-sinistra. D’altronde furono proprio i governi di Prodi, Amato e Ciampi (le responsabilità maggiori le ebbe Prodi) a volere il rapido smantellamento delle partecipazioni statali, senza lasciare allo stato il controllo delle aziende strategiche.
Dal punto di vista delle alleanze strategiche in campo energetico ugualmente importante è quella stretta dall’Eni con la Sonatrach algerina che è andata approfondendosi in quest’ultimo periodo; tanto più che Berlusconi ha recentemente dichiarato, dopo la vittoria elettorale in Sardegna, di voler far arrivare un gasdotto di quest’ultima sull’isola. C’è una similarità tra queste intese e quelle del passato?
N.P. – In queste alleanze, l’attuale ENI sembra rifarsi in qualche misura alla linea delle alleanze che fu di Mattei
Mattei riuscì a rompere il monopolio delle sette sorelle grazie agli accordi vantaggiosi che proponeva ai paesi depositari di risorse. Le molteplici aperture nei confronti dei governi medio-orientali, in questo sostenuto dalle correnti non-atlantiste della DC, permisero all’Eni di crearsi un mercato estero molto fiorente. Come Lei ha ben scritto, Enrico Mattei si fece promotore di accordi equilibrati, vedi quello con l’Iran, per convincere tali paesi che i contratti con le imprese italiane erano i più proficui per tutti. In Iran, per esempio, l’accordo siglato nel ‘57, prevedeva che il 50% dei proventi delle attività estrattive sarebbero andati direttamente allo Stato iraniano, mentre un altro 25% sarebbe finito nelle casse della NIOC, impresa dello stesso paese. Insomma, il 75% dei guadagni al paese detentore delle risorse energetiche e solo il 25% a chi ci metteva tecnologie e capacità imprenditoriali. Non è forse questo un esempio di come dovrebbe funzionare la collaborazione virtuosa tra paesi sviluppati e second comers? Ci rendiamo conto che Mattei non faceva questo per puro spirito solidaristico, tuttavia esiste un altro caso in cui un first comers si sia comportato alla stessa maniera? La storia non ha ancora fatto luce piena sulla fine di Mattei. Non vogliamo sapere come sono andati realmente i fatti perché un’idea ce l’abbiamo di già. Prescindendo dunque dalla cronistoria, quali sono le sue valutazioni storiche e politiche in merito alla strategia perseguita da Mattei in piena fase bipolare?
N.P. – Mattei fece politica estera con quegli accordi. Non dimentichiamo che nelle posizioni formalmente cruciali dello stato, c’erano il presidente del consiglio Fanfani e il presidente della Repubblica. La rottura delle condizioni del mercato realizzata da Mattei, tatticamente servì, anzi era indispensabile, ma dal punto di visto finanziario non poteva reggere a lungo, anche perché i giacimenti trovati non furono particolarmente vantaggiosi per l’Italia
5. Mattei non gradiva gli stereotipi sugli italiani e mal digeriva l’accostamento che spesso si faceva all’estero del nostro popolo, mangiatore di spaghetti e suonatore di mandolino. Il ruolo internazionale dell’Italia è andato, dalla morte di Mattei in poi, accostandosi ad un sempre più basso profilo. Esiste secondo Lei la possibilità di invertire questa nefasta rotta e come?
N.P. – Credo che sugli spaghetti, Mattei sbagliasse: sono oggi una voce importante delle esportazioni. A parte il vantaggio culturale di avere diffuso nel mondo questa abitudine italiana. Il momento per la politica estera italiana, da qualche anno è infelice. Eravamo nella NATO ma facevamo sentire la nostra voce con tanti utili dissensi. In anni più recenti invece abbiamo rinunciato a fare una politica estera autonoma, e con D’Alema ci siamo accodati agli USA in posizione acritica, fino al punto di partecipare – contro la nostra costituzione – a qualche guerra.
Infine, Professor Perrone, non una domanda ma l’ammissione di un errore di valutazione da parte mia. Su Toni Negri aveva ragione Lei…

MAR CASPIO: Cinque paesi per una ripartizione difficile di Kimia Sanati

(fonte IPS, traduzione di G.P.)
TEHERAN, feb (IPS) – i cinque paesi bagnati dal Mar Caspio non realizzano come dividerselo. Molto iraniani credono che il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad preveda concessioni alla Russia in cambio dell’appoggio alle sue politiche nucleari. Con una dichiarazione firmata da 370 figure politiche e sociali di spicco è stato criticato lo spirito “avventuristico” della politica estera di Ahmadinejad, cosa che include la divisione del Mar Caspio, ragione di conflitto dalla dissoluzione, nel 1991, dell’Unione sovietica. Le distanze si aggravano a causa dalle ricchezze enormi in petrolio e in gas sottostanti al letto del mare. I paesi con litorale sul Caspio “hanno scelto il momento più adeguato per presentare annunci illegittimi.” L’Iran è ora sotto pressione politica e delle sanzioni per il suo programma nucleare e per la sua politica estera “, hanno ammesso. “Ai firmatari di questa lettera preoccupano le azioni e decisioni, occultate agli occhi della nazione, che sono prese in seguito alla debolezza della sovranità nazionale”, indica la dichiarazione. L’Iran perse il diritto di avere una flotta nel Caspio dopo essere stato sconfitto in guerra nel 1828 dalla Russia zarista. L’armistizio mise termine alla sovranità iraniana sulle città della costa occidentale. I diritti iraniani furono ripristinati un secolo dopo, con il trattato d’amicizia firmato nel 1921 con l’Unione Sovietica. Un accordo sul commercio ed il trasporto nel Mar Caspio è stato anche firmato tra i due paesi nel 1940, cosa che ha dato ai due paesi la sovranità comune sul mare ed uguali diritti di pesca e di navigazione. Il trattato del 1940 ha stabilito in 10 miglia nautiche il territorio di pesca esclusivo dei due paesi, ma non ha stabilito i limiti delle acque territoriali né ha distinto tra le flotte di trasporto e militari. L’utilizzazione delle risorse del letto marino non è stata esaminata, né nel trattato del 1921 né in quello del 1940. Politici e storici iraniani accampano il fatto che il mare è stato già diviso in parti uguali tra Iran e la oggi dissolta Unione sovietica. Credono anche che i due paesi abbiano diritti uguali su tutte le risorse del mare. Coloro che difendono questo punto di vista credono che la quota dell’Unione sovietica dovrebbe ripartita tra gli Stati che sono ad essa succeduti dopo la dissoluzione del 1991.
Trentuno partiti politici che difendono questa prospettiva hanno imposto al governo di astenersi dal firmare accordi bilaterali con qualsiasi Stato costiero, come Azerbaidjan e Turkmenistan. La polemica si è approfondita in gennaio, quando il cancelliere iraniano Manouchehr Mottaki ha annunciato che l’Iran non mai ha posseduto il 50 per cento del mare e che l’Unione sovietica non gli ha mai permesso di attraversare la linea di Hosseingholi-Astara. Questa delimitazione assegna all’Iran il 11.3 per cento della superficie del Mar Caspio. La cancelleria sottolineò dal giorno seguente che l’Iran non avrebbe consentito di disporre di meno del 20 per cento del Caspio. Il cancelliere Mottaki è stato in seguito convocato dal Comitato nazionale di sicurezza del Parlamento. Non ha ottenuto di convincere i membri del parlamento, molti legislatori della minoranza riformista hanno proposto di sottoporlo ad un giudizio politico. La procedura non è ancora arrivata, tuttavia, all’ordine del giorno parlamentare. “I trattati assegnano all’Iran e l’Unione sovietica la sovranità congiunta del Mar Caspio.” Ciò dà luogo alla presunzione erronea che il mare dovrebbe essere diviso a metà, da un lato all’Iran e dall’altro alle vecchie repubbliche sovietiche, in tutti gli aspetti, in particolare per le risorse petrolifere e gazifere “, ha detto a IPS un analista di Teheran. “L’Iran ha lasciato fuori da questi trattati, di proposito, il modo di sfruttamento delle risorse del letto marino.” Per questo, Teheran non era sufficientemente forte per difendere i suoi interessi con il suo potente vicino settentrionale”, ha aggiunto l’informatore, che ha chiesto di non rivelare la sua identità.” Il problema della divisione del Mar Caspio è nato con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, con la nascita di quattro nuovi stati sulle coste della più grande massa d’acqua
mediterranea del mondo. Dopo la formazione dei nuovi stati, tanto l’Iran che la Russia hanno sostenuto che i trattati firmati tra Iran e Unione sovietica sul Mar Caspio dovevano essere rispettati, e che, quindi, i cinque stati dovevano usufruire della sovranità sul mare. Tuttavia, il Kazachstan, il Turkmenistan ed Azerbaidjan hanno richiesto un nuovo regime. Lo stato legale del mare è praticamente entrato nel limbo da tale richiesta. “Gli accordi precedenti tra Iran l’Unione Sovietica appartengono ora alla storia”, ha detto il presidente del Kazachstan, Nursultan Nazarbayev, il 16 ottobre a Teheran dinanzi ai capi dei cinque stati costieri, tra loro c’era anche il presidente russo Vladimir Putin. In questo vertice non c’è stato accordo sulla divisione del mare, ma si è emessa una dichiarazione la quale ha stabilito che il regime giuridico del Caspio sarà approvato col consenso degli stati costieri e, dunque, da un trattato definitivo di delimitazione del letto del mare. I capi di Stato hanno anche deciso che il mare dovrebbe soltanto essere utilizzato con fini pacifici, ed hanno invitato a prevenire la soluzione dei conflitti manu militari. Questi paesi non permetteranno che nessun altro utilizzi il proprio suolo in un attacco contro gli altri, ha sancito la dichiarazione.
Il Mar Caspio contiene la terza riserva più grande di petrolio e di gas del mondo, secondo il calcoli degli esperti. La maggioranza dei pozzi petroliferi si trova nel settore marittimo corrispondente all’ Azerbaidjan, ma ulteriori riserve di grezzo e gas ancora non sfruttati sono distribuiti in tutti i settori del Caspio. L’Azerbaidjan ed il Kazachstan sfruttano oggi le risorse petrolifere del Caspio, da cui si estrae tra l’1 .6 e il 2.0 per cento della produzione mondiale. L’Iran ha affidato molti studi ad imprese del settore internazionale come Shell e London and Scottish Marine Oil Company, ma ancora non ha cominciato lo sfruttamento reale di un nessuno dei giacimenti petroliferi e gaziferi, alcuni di questi disputati con l’Azerbaidjan. D’altra parte, il Caspio ha un importante potenziale di trasporto marittimo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea, preoccupati dalla sicurezza energetica, fanno pressioni perché le condutture ed i gasdotti che attraversano il Caspio, trasportano energia dal Turkmenistan e dal Kazachstan verso occidente. Di conseguenza, il tracciato passa per il territorio russo.
Dopo crollo dell’Unione Sovietica, alcune repubbliche che la integravano si sono divise il Mar Caspio. La Russia ed il Kazachstan hanno deciso di dividere la parte settentrionale del mare lungo la linea mediana, il 6 giugno 1998. Nel gennaio 2001, la Russia ed Azerbaidjan hanno fatto una divisione simile del letto del mare. Di conseguenza, il settore diviso rappresenta il 54 per cento del letto del mare e delle acque di superficie. L’Iran ed il Turkmenistan, che hanno coste più strette, propongono una divisione del Caspio in parti uguali (20 per cento per ognuno dei cinque stati), mentre gli altri tre paesi incoraggiano una divisione proporzionale alla lunghezza della costa di ciascuno.
” I russi hanno un accesso duale sul Mar Caspio.” Benché difendano i diritti di equità degli stati litoranei di utilizzare le acque di superficie, esigono la divisione del letto marino perché l’utilizzo comune della superficie permetterà naturalmente alla flotta militare russa di circolare liberamente sul Caspio “, ha detto a IPS l’analista consultato a Teheran.”
“La preoccupazione di molti partiti politici in Iran sulle concessioni alla Russia hanno consistenza, perché il presidente Ahmadinejad si è mostrato disposto a sacrificare fette di sovranità per raggiungere l’obiettivo di integrare il paese nel club nucleare”, ha aggiunto. (FIN/2008)

IL NOSTRO PROGRAMMA


Il saggio scritto da La Grassa ed intitolato “Per una linea di condotta” condensa esplicitamente quelle che sono le posizioni teorico-politiche del blog in questa fase storica. A grandi linee possiamo definirlo il “Nostro Programma”.
Affermiamo subito che mentre non siamo più disposti a perdere tempo dietro i vecchi dogmi della teoria comunista e veteromarxista – ancora impastoiata nella centralità della conflittualità capitale/lavoro (con tale contrapposizione che viene interpretata come quella decisiva per una possibile trasformazione sociale), essendo a noi chiaro che detta dinamica è, invece, intrinseca alla stessa riproduzione capitalistica – il nostro discorso si focalizza specialmente sugli aspetti della potenza e della geopolitica all’ingresso di una nuova epoca multipolare.
La crisi economica in corso, quale “verità superficiale” dello scompaginamento del campo di forze in cui è strutturata la formazione capitalistica globale, rende sempre più evidenti le defaillances del Paese predominante, quello dove è nata la formazione dei funzionari privati del capitale che ha sostituito il capitalismo borghese di matrice inglese. Gli Usa, a partire della seconda guerra mondiale, hanno così influenzato tutta un’area, esercitando la propria egemonia (militare, politica, economica, culturale) in maniera quasi esclusiva. Tuttavia, gli americani si trovano ora a fronteggiare altre aree (euroasiatica in primis) ed altri Paesi intenzionati a mettere in discussione la sua preminenza.
La comprensione delle molteplici direttrici strategiche in ambito geopolitico, quelle che stanno accendendo e determinando conflitti sempre più acuti tra agenti dominanti di diverse formazioni sociali, diviene di vitale importanza laddove si punta a comprendere e, possibilmente, a governare i processi di cambiamento che ne conseguiranno.
Sotto questo aspetto, la sedimentazione di masse critiche sociali capaci di indirizzare la propria azione, in primo luogo, alla preservazione degli interessi strategici della formazione nazionale nella quale si trovano ad operare diviene un obiettivo fondamentale per i dominati. E’ nel saldamento di siffatto contesto storico che quest’ultimi avranno l’opportunità di ricavarsi spazi e margini di manovra. Al di fuori di tali presupposti c’è solo la subordinazione più abietta al paese che guida incontrastatamente, da più di 50 anni, l’area occidentale.
In questi termini va perciò inteso il nostro appoggio alle imprese strategiche italiane e ai gruppi dirigenti (in questa fase ancora non compattati e troppo esigui) che si faranno portatori di detti interessi indipendentisti. Il nostro “nazionalismo” non ha pertanto nulla a che vedere con ciò che storicamente questo termine può richiamare alla mente.
Su queste posizioni, già abbastanza definite, discuteremo con gli amici che ci seguiranno a Pescara.

LA CRISI DEL MARXISMO E DEI MARXISTI

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Quando nelle scienze sociali si giunge a parlare di crisi è perché, dinanzi ad esse, si aprono problemi di natura teorica che non possono essere affrontati con le categorie concettuali a disposizione o con strumenti e paradigmi consolidati.
Le prime e i secondi, difatti, a seguito di grandi mutamenti epocali, possono risultare insufficienti o inadeguati alla nuova situazione, tanto da far traballare l’intero apparato teoretico sul quale la stessa teoria si era, fino a quel momento, fondata.
In casi come questi, come dice Althusser, si può parlare sia “di una contraddizione tra il problema nuovo e i mezzi teorici esistenti, sia (e) di uno smembramento dell’edificio teorico nella sua totalità”.
Se pensiamo alla lunga crisi del marxismo e a quella delle sue categorie principali (vedi il conflitto Capitale versus Lavoro o la formazione di quella soggettività integrata manager-giornalieri all’interno del processo produttivo, definita da Marx con l’espressione inglese di General Intellect, mai venuta ad evidenza) ci rendiamo subito conto di trovarci pienamente entro questa seconda descrizione, impietosa (ma il nostro compito non è certo quello di raccontar(ci) storie), eppur aderente alla realtà dei tempi.
Prima ammettiamo che tale sistema teorico generale (quello marxiano e quello marxista, derivante dal primo) è divenuto disfunzionale e non più adatto a comprendere il mondo che ci circonda, e più speditamente potremo rimetterci al lavoro (scientifico) per ri-costruire, su basi del tutto rinnovate, un edificio teorico meno ineffettuale di quello attuale.
Althusser ha passato in rassegna (e sottoposto a critica) gli atteggiamenti degli scienziati di fronte ad una “crisi” che può colpire l’ oggetto teorico della loro disciplina e le reazioni “psico-ideologiche” con le quali questi rispondono alla “tensione” teorica che stravolge la validità delle loro stesse teorie in seguito a cambiamenti profondi.
Egli si rivolge precipuamente agli scienziati che si occupano di scienze fisiche ma non si corre alcun rischio se proviamo ad applicare tali analisi anche all’ambito delle scienze sociali ed in primo luogo al marxismo. In questa disamina è in ballo il ruolo della filosofia, alla quale Althusser assegna un compito tutt’altro che secondario.
Ma sentiamo direttamente dalla parole di Althusser: ‘…in che modo gli scienziati vivono queste crisi? Quali sono le reazioni? In quale modo esse si esprimono coscientemente, attraverso quali parole, attraverso quali discorsi? Come si comportano gli scienziati davanti a queste “crisi che fanno a pezzi la scienza”? Si possono notare tre tipi di reazioni. Prima reazione. E’ quella degli scienziati che mantengono la mente lucida e affrontano i problemi della scienza senza uscire dalla scienza. Si dibattono come possono tra le difficoltà scientifiche e tentano di risolverle. Al momento del bisogno, accettano di non vederci chiaro, e accettano di avanzare nell’oscurità. Essi non perdono coraggio. La “crisi”, a loro parere, non è una “crisi della scienza”, che mette in discussione la scienza: è tutt’al più un episodio e una prova.
Seconda reazione. Specularmente ad essi, all’altra estremità, si vede un’altra razza di scienziati perdere la testa. La “crisi” li coglie così da vicino, così disarmati, oppure, anche senza saperlo, così prevenuti e così improvvisamente turbati nelle loro convinzioni, che tutto cede sotto di loro e , nella loro confusione, giungono a mettere in discussione non solo tale concetto o tale altra teoria scientifica per rettificarli o rifondarli ma mettono in discussione la validità della loro stessa pratica: il “valore della scienza”! Anziché aggrapparsi saldamente al campo della scienza, per affrontarvi i suoi problemi inediti e sorprendenti, e persino sconcertanti, passano “sull’altro versante”, escono dal dominio
della scienza, e lo considerano dall’esterno: è allora dall’esterno che pronunciano il giudizio di “crisi”, e la parola sulle loro labbra non ha più lo stesso significato che aveva in precedenza. Prima, “crisi” voleva praticamente dire: difficoltà di crescita, segni, fossero anche “critici”, di una rifondazione scientifica in fieri. Ora, “crisi” vuol dire: smembramento della scienza a partire dai propri principi di scienza, fragilità della disciplina, meglio ancora, precarietà radicale di ogni conoscenza scientifica possibile come impresa umana, come l’essere umano limitata, finita ed errante. Allora, questi scienziati si mettono a fare filosofia…il loro modo di “vivere” la crisi, è di divenire i “filosofi”, per sfruttarla. Poiché non fanno una filosofia qualsiasi. Soprattutto se credono di inventarla, non fanno altro che riprendere, come possono, le briciole e il ritornello del vecchio motivo filosofico spiritualista, che da sempre aspetta al varco le difficoltà de “la” scienza per sfruttare le sue sconfitte, per perseguitarla e chiuderla nei propri “ confini” come altrettante prove della vanità umana, che dal fondo del suo nulla, rende allo Spirito l’omaggio delle proprie sconfitte come espiazione… E’ necessario sapere che in filosofia esiste tutta una tradizione che vive solo dello sfruttamento ideologico delle sofferenze umane, dei malati e dei cadaveri, della pace, dei cataclismi e delle guerre e si precipita su tutte le crisi, anche quando esse sconvolgono le scienze…
Terza reazione. …resta una terza razza di scienziati. Anch’essi si mettono a fare filosofia. Anch’essi “vivono” la “crisi” non come la contraddizione di un processo di rifondazione e di crescita della teoria e della pratica scientifica, ma come una “questione” filosofica. Anch’essi escono dal campo della scienza e, dall’esterno pongono alla scienza “questioni” filosofiche circa le condizioni di validità della sua pratica e dei suoi risultati: sui suoi fondamenti e sui suoi titoli. Ma non si recano, come gli altri, a deporre l’omaggio del loro insuccesso sui gradini del Tempio. Non incriminano tanto la scienza e le sue pratiche, quanto le idee filosofiche “ingenue” all’interno delle quali scoprono di essere vissuti fino a quel momento. Riconoscono in definitiva che la crisi li ha fatti uscire dal loro “dogmatismo”: o meglio riconoscono, dopo aver accusato il colpo, una volta risvegliati alla filosofia, di aver sempre ospitato all’interno, come scienziati, un filosofo che sonnecchia. Ma si rivoltano contro la filosofia di quel filosofo, dichiarandola “dogmatica”, “meccanicistica”, “ingenua” e, per dirla tutta, “materialista”, in breve la condannano come una cattiva filosofia della scienza e, conseguentemente, iniziano a dare alla scienza la filosofia che le manca: la buona filosofia della scienza. A loro parere, la crisi è nella scienza l’effetto della cattiva filosofia degli scienziati, che, fino ad essi, ha regnato sulla scienza… anche questi scienziati escono dal campo della scienza. Per noi, è così. Ma per loro, no. Secondo il loro parere rimangono nella scienza, che non rinnegano. Meglio, invocano l’esperienza della propria pratica scientifica, la propria esperienza della “esperienza” scientifica, invocano le proprie conoscenze scientifiche, ed è all’interno della scienza che pretendono di parlare della scienza, che si mettono a fabbricare con argomenti scientifici, presi a prestito dalle scienze… questa buona filosofia della scienza di cui la scienza avrebbe bisogno’.
Contro quest’ultima variante di scienziati che reagiscono alla crisi fabbricando una filosofia non dogmatica, dall’interno del campo scientifico stesso (o come almeno essi credono di fare), si oppose con tutte le forze Lenin, il quale, in Materialismo ed empiriocriticismo, mise alle corde i vari Mach, Avenarius, Bogdanov ecc. ecc., mostrando, con le armi del materialismo e di una “giusta” filosofia, quanto questi stessero seguendo passivamente (al di là delle effettive intenzioni), un “vento” ideologico favorevole e una “corrente” filosofica dominante (nel senso di alimentata dalle classi dominanti) che voleva rimettere in causa le
tendenze materialistiche per disconoscerne i presupposti e depotenziare la capacità di lettura dei fenomeni sociali.
Se caliamo questa disamina all’oggi vediamo che, nell’attuale fase di disfacimento dell’impianto teorico marxista (la crisi è ormai alle spalle ed ha praticamente fatto macerie delle vecchie certezze), queste tendenze filosofiche ambigue e falsamente innovative nella scienza, del secondo e del terzo tipo, hanno impropriamente occupato la scena del conflitto teorico, non per liberare dei passaggi ma per neutralizzare la ripresa di una critica scientifica vera e propria.
Ciò non significa di sicuro che ogni filosofia è in sé negativa. Difatti è ancora Althusser a sostenere che la filosofia dovrebbe soprattutto: “tracciare linee di demarcazione adatte a liberare il cammino a una posizione giusta dei problemi della “crisi” sbloccando certe situazioni d’impasse teorico”. E’ quello che, in effetti, fa Lenin quando si scontra con le tendenze idealistiche dominanti del suo tempo e con i cedimenti di chi, pur ispirandosi al marxismo, subisce l’incantamento dell’ideologia dominante che si presenta sotto mentite spoglie (ed agendo sempre alle spalle dei teorici che si credono immuni da detto condizionamento).
Diciamo, che dal punto di vista di Althusser e di Lenin, non ci spiacerebbe affatto avere nuovamente a che fare con una filosofia (e con dei filosofi) che si ponesse come compito principale quello di “liberare la strada” alla scienza, legando, se possibile, la lotta filosofica a quella politica. Questo dovrebbe sgombrare il campo da certe allusioni che vengono fatte nei nostri confronti e nei confronti della stessa teoria lagrassiana. Noi non siamo preconcettualmente contro la filosofia, ma siamo contro quel modo di fare filosofia che concede troppo all’ideologia dominante e che “sorvola” passivamente il terreno delle contraddizioni e dei conflitti teorici e sociali perché sempre troppo presa dalle grandi Verità sull’ESSERE e sull’UOMO. Certo con quest’ultime è molto più difficile sbagliare o “sporcarsi” le mani.

LA "CLASSE" E' ACQUA

lunedì, 16 giugno 2008
[ …] Ma c’è più da tornare ad un’altra pazienza. Alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto di oltrepassare[…]
F. Fortini, Pazienza,1958
Vorrei tornare brevemente sugli ultimi scritti di La Grassa apparsi sul blog (il riferimento cade, soprattutto, su “Gli operai non sono una classe”) che hanno scatenato le solite accuse di “parricidio” da parte dei molti ministri del culto marxologico, i quali continuano a confondere le categorie teorico-scientifiche di cui Marx si è servito per indagare il “modo di funzionare” del capitalismo con la posteriore istituzionalizzazione del suo pensiero (da parte dei suoi interpreti successivi, ai quali va il merito di aver contribuito alla diffusione del pensiero marxista ma anche il demerito per aver accelerato la trasformazione del nucleo scientifico di detta teoria in una dottrina sclerotizzata). Si tratta di una valutazione spietata ma realistica, ben analizzata dal filosofo torinese Costanzo Preve. Quest’ultimo individua, con precisione, la ragione di tale torsione ideologica, avvenuta dopo la morte di Marx, nella committenza politica e sociale della classe operaia tedesca “organizzata in un partito ed in sindacati professionali”, la quale ha premuto nella direzione di un supporto concettuale che legittimasse le sue lotte immediate e le nuove funzioni svolte dalle organizzazioni del proletariato in quella fase storica.[1]
A qualcuno sarà sembrato un reato inammissibile quello di contestare la validità di una parola fortemente evocativa come “Classe”, nonostante sia ormai palese la sua inutilità (almeno nell’accezione classica) ai fini dell’orientamento nella realtà dei tempi che viviamo. C’è che si scandalizza, appunto, e c’è chi, invece, già a metà degli anni ’80, profetizzava: “Non mi pare improbabile che le parole “rivoluzione”, “proletariato”, “lotta di classe” e altre spariscano dal nostro vocabolario” [2].
E la parola comunismo? Marx nel Capitale, la sua opera più importante, la utilizza solo una o due volte al massimo, proprio perché non è sua preoccupazione quella di offrire improbabili ricette per le osterie del futuro, quanto di cimentarsi nell’indagine della dinamica capitalistica, verso il disvelamento della quale a poco servivano le prescrizioni utopiche e moralistiche sull’avvenire. Se poi ci si volge al cosiddetto soggetto intermodale che avrebbe garantito il passaggio da una formazione economica all’altra, non vi erano dubbi per costui: esso doveva nascere dalle viscere del processo produttivo capitalistico nell’alleanza “dei produttori effettivi… dal dirigente fino all’ultimo giornaliero”[3].
Qui il discorso si riversa nell’ambito dell’irriducibile dualismo tra forze produttive, in continua tensione ed espansione, e rapporti di produzione – protetti da un involto giuridico (la proprietà dei mezzi di produzione) sanzionati politicamente
(l’ordine statale a difesa di tale proprietà) e riconosciuti socialmente (le idee dominanti di un’epoca sono quelle delle classi dominanti) – che si sarebbero frantumati sotto il peso della massima socializzazione della produzione.
In sostanza, Marx non parla di classe operaia ma di General Intellect quale prodotto inevitabile di un capitalismo che è attraversato da una contraddizione insanabile tra modo della produzione (tendente ad una socializzazione sempre più accentuata) e modo dello scambio (con appropriazione privata, da parte dei pochi, del prodotto complessivo). Nel momento di più grande divaricazione tra queste dinamiche, con le classi dominanti ridotte ad un pugno di elementi parassitari dediti alla speculazione borsistica (attraverso una sempre più odiosa appropriazione privata del plusprodotto sociale) le classi subalterne, ormai padrone dei processi produttivi, non avrebbero avuto difficoltà ad abbattere le prime (addirittura per via democratica). Marx era così convinto della irreversibilità della situazione che in una lettera ad Engels (se non ricordo male degli anni ’70 dell’800) paventa la possibilità di una precipitazione improvvisa dei moti sociali che non gli avrebbe consentito di portare a termine il Capitale. Mera boutade del Nostro o reale convincimento che una rivoluzione fosse ormai imminente? Non credo proprio si trattasse di una battuta di spitito, Marx era convinto della giustezza del suo modello scientifico e della sua analisi delle contraddizioni capitalistiche che annunciavano un parto ormai maturo nelle viscere stesse della vecchia società.
In realtà, il pensiero fisso di Marx non era rivolto esclusivamente alla definizione di una teoria generale del capitalismo quanto alla sua dimensione storica determinata, quella della fase in cui l’Inghilterra (de te fabula narratur) si imponeva come formazione sociale capitalistica, indicando la via alle altre potenze europee, Germania e Francia in primis. Già questo dovrebbe far riflettere i puristi dell’ortodossia marxista. Il Maestro era sì preoccupato di indagare la legalità generale sistemica ma nell’alveo una di forma storica pienamente svelata.
Stando a queste premesse marxiane, tutte convergenti sulla presunta formazione del lavoratore collettivo cooperante, allorché il processo di unione tra tecnici e lavoratori manuali nella produzione non viene a concretarsi, gli intellettuali comunisti capiscono che occorre adoperarsi per un riorientamento dell’analisi (in realtà un mero ripiegamento) su un altro soggetto di “transizione”, la classe operaia tout court. Ma quanto quest’ultima fosse inadatta alla rivoluzione lo capisce benissimo Lenin che si inventa un gioco dialettico (il “per sé” e l’ “in sé” della classe) per accreditarsi di fronte all’ortodossia sopperendo, al contempo, alle ovvie rigidità di quest’ultima con la teoria del partito d’avanguardia che guida le masse contro le orde armate del Capitale. L’assunto dal quale Lenin parte è inequivocabile ed intriso di profondo realismo: la classe operaia lasciata a sé stessa è solo capace di esercitare un’azione tradunionistica nient’affatto sovversiva, pertanto deve essere il partito ad indicarle la giusta strada.
Ma a Lenin dobbiamo, soprattutto, l’intelligenza di aver posto al centro della strategia rivoluzionaria il discorso sulle alleanze tra classi subordinate e loro singole porzioni, differenziate, al proprio interno, per cultura, ideologia e reddito ecc. ecc.
L’analisi leniniana è tutta incentrata sulla necessità di queste alleanze (nel caso russo si trattava della famosa alleanza operai-contadini, la cosiddetta smycka) da
intendersi come una “costruzione” politica di difficilissima “fattura” a causa della differenze profonde esistenti tra città e campagna (alle quali corrispondevano una “materialità” ideologica ed una visione del mondo altrettanto antipodiche).
Oggi il nostro compito dovrebbe essere finalizzato proprio a ridefinire la stratificazione sociale che non è più inquadrabile nelle vecchie categorie ottocentesche e novecentesche, al fine di penetrare e ricomporre teoricamente il flusso di rapporti sul quale si muovono questi “insiemi” differenziati che ci ostiniamo a chiamare “classi”. E ciò vale tanto in basso che in alto, poiché così come non c’è la classe operaia non c’è la classe possidente. Al più, con molta indeterminatezza e per solo tracciare a grandi linee il problema, possiamo parlare di classi dominanti e di classi subalterne, con la consapevolezza che non ci siamo mossi di molto dal punto di impasse iniziale.
Quest’azione teorica è fondamentale per esaminare la spugnosità e le solidificazioni (quelle esistenti e quelle da favorire) tra detti gruppi sociali al fine di collegare tra loro quelle forze che si percepiscono ancora come antitetiche a causa dell’azione dell’ideologia dominante che “divide per imperare”. Non è certamente una operazione facile, come non lo fu la tentata e fallita costruzione dell’alleanza operai-contadini nella Russia post-rivoluzionaria. (leggere le memorabili pagine scritte da Bettelheim nel suo “Le lotte di classe in URSS su questo tema).
Chi ritiene che queste questioni siano poste sotto forma di un attacco allo schema imperituro della scienza rivoluzionaria marxista ha totalmente ragione ed è il nostro compito in questa fase, poichè dove vi sono paradigmi dati come immutabili non v’è più scienza ma religione, e dove i predicati della realtà prendono il posto di quest’ultima non vi è più movimento della storia ma grande narrazione ideologica.
[ 1] Costanzo Preve, Storia Critica del Marxismo Ed. La Città del Sole [2] Louis Althusser, Sulla Filosofia, Ed. Unicopli
[ 3] Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Cap.27 “La funzione del credito nella produzione capitalistica”.
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SENZA L’ACQUA DELLA SCIENZA L’ALBERO DELLA VITA INARIDISCE

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Marx era uno scienziato, nel senso pieno del termine. La scienza era per lui la strada da intraprendere per portare finalmente alla luce, sottraendola alle tenebre della mistificazione ideologica e della “favolistica” sociale, la logica intima del capitale, fondata sulla perpetuazione dello sfruttamento (la sottrazione del pluslavoro dai salariati nella forma del plusvalore) e sull’allargamento (riproduzione) del suo rapporto sociale “a dominanza”.
Per queste ragioni egli rifuggiva le spiegazioni consolatorie – queste scorciatoie battute dai filosofi, dai sociologi, dagli storici ecc. ecc. (quanti ce ne sono anche nel nostro tempo?) sempre pronti a coprire con i loro pannicelli caldi e con gli unguenti lenitivi le ferite mai suturate dei dominati – diversamente dai tanti sognatori socialisti a lui coevi, i quali con tanta volontà e poco cervello, disperdevano energie in sempre fallimentari esercizi d’ingegneria sociale.
Per questo il pensatore tedesco non concesse mai nulla agli adulatori degli sfruttati (veri avvelenatori dei pozzi della scienza) e a tutti quelli che pretendevano di sostituire i pii desideri alle fonti scientifiche del pensiero critico, per meglio indebolire la lotta degli sfruttati con raggiri ideologici di ogni genere. Al contrario, Marx guardava con profondo rispetto alla “brutalità” scientifica di un Ricardo, a sua volta economista irriguardoso dei richiami di classe, che per amore dell’indagine e della descrizione puramente ed onestamente scientifica, non si curava degli effetti delle sue teorie sui rapporti di forza capitalistici, tentando di aggiustare i risultati delle sue ricerche per compiacere qualcuno.
La volontà marxiana di spiegare criticamente il modo di funzionamento della società capitalistica, di aprire alla scienza un nuovo continente, quello della storia, non poteva prescindere dalla costruzione di una Teoria generale, scientificamente coerente, che permettesse di risalire alla verità e al nucleo duro del modo di produzione capitalistico, dipanandone le sue intime leggi di sviluppo. Non l’apparenza fenomenica, ma l’essenza delle cose, celata dietro la prima, era il suo obiettivo basilare. Marx dirà esplicitamente che le forme sotto le quali si presenta il mondo capitalistico sono sì distorte ma socialmente valide e quindi reali. Il mondo “presuntamente” oggettivo perde però il suo misticismo (l’apparenza fenomenica) non appena si riescono a penetrare i rapporti sociali che ne stanno alla base, diradando la nebbia e l’incantesimo che avvolge la loro forma storicamente determinata.
Chi si è servito di Marx (e continua a servirsene) per dare sfogo ai propri sentimentalismi moralistici meriterebbe di essere messo in croce due volte: una volta perché impedisce al pensiero di uno scienziato di “consumarsi” nella scienza, cioè di essere superato (qui sta l’incommensurabile contributo che ogni teoria scientifica dà al flusso continuo delle conoscenze) per andare al di là dei suoi limiti; ed un’altra volta perché attraverso la pietrificazione della teoria, in questo caso di quella marxiana (quante statue di cera sulla piazza rossa!), si ostacola il recupero e la comprensione di ciò che resta ancora valido ed utilizzabile di tali importanti scoperte
scientifiche. La Grassa esplicita bene questo passaggio quando sostiene che“le varie teorie non vengono, in genere, semplicemente buttate nel cestino dei rifiuti, ma certo si individuano in esse, con il senno di poi, lievi o gravi errori o dimenticanze o fraintendimenti o eccessive semplificazioni, ecc. E occorrono quindi mutamenti radicali”. Ed infatti, non si vuole interamente consegnare la teoria marxiana allo sfasciacarrozze della Storia né si pensa di recuperare appena alcune parti del suo pensiero, per servirsene in qualche balzano bricolage teoretico del tipo di quelli che vanno tanto di moda nel nostro nefasto tempo.
Già Althusser aveva detto, di fronte ad una delle tante crisi del marxismo, che quest’ultimo sarebbe tornato a rivivere solo se avesse saputo mantenere la sua ispirazione scientifica facendo strame “dei pensieri più ‘stantii’ sullo sfondo di un inverosimile eclettismo e povertà teorica”. Ma, a questo punto, basterà cedere la parola a Marx per comprendere quanto egli sia stato impietoso contro quelli che pensavano di colmare col giudizio morale le loro lacune scientifiche: la “fiacca teorica” porta al successo degli abulici e degli imbelli perché serve meglio i dominanti ed è sempre foriera di scorciatoie celesti o ideologiche, con le quali consolare o portare alla rassegnazione le possibili forze sovversive della società.
Riporto, allora, i passi tratti dalle Teorie sul Plusvalore:
<< Giustamente, per il suo tempo, Ricardo considera il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati.
La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo
gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. (sottolineature di G.P.)
Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi.
Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in general e verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata>>.
Fin qui, dunque, la prima citazione di Marx che lascia intendere con quale mancanza
di riguardo il lavoro scientifico deve battere il campo della sua ricerca, il suo oggetto
di studio, senza cedere di un millimetro ai palpiti del cuore, nemmeno quando si
hanno dei moventi nobili. Semplicemente, non è questo il compito della scienza la quale è tenuta ad individuare e scoprire le leggi sottese allo sviluppo dei fenomeni, senza cura alcuna dei sogni e delle buone intenzioni umane. Semmai, ad un altro livello, sta alla politica e alla “sana ideologia”, smuovere le coscienze, rifacendosi alla capacità umana di appassionarsi, di esprimere rabbia, dolore, solidarietà, forza, per incardinare queste energie vitali verso l’obiettivo della trasformazione sociale.
Il secondo brano che vi propongo, ancora tratto dalle Teorie sul Plusvalore, è una divertente descrizione di come nelle società umane siano spesso gli stravizi degli uomini a favorire la maggiore dinamicità e le più ampie possibilità di progresso delle stesse. Si tratta, ovviamente, di un paradosso che mostra come certi risultati dipendono “anche” (ma solo fino ad un certo punto) dagli impulsi dei singoli, dalle azioni che essi compiono (siano esse buone o cattive, morali o immorali, egoistiche o altruistiche) e da come essi le percepiscono. Tuttavia, ed è indubitabile, sono i rapporti sociali fondamentali (dominanti, nel senso di principali) che stabiliscono le coordinate all’interno delle quali gli individui possono muoversi, e sono questi gli unici in grado di imprimere la spinta direzionale decisiva a tutte le forze, individuali e collettive, della società.
Mandeville, con la sua favole delle api, è il primo a cogliere questi aspetti ripresi anche da Marx. Per il filosofo olandese il Moro avrà parole di elogio, in quanto nel suo spirito borghese si conservava una grande audacia intellettuale, cento spanne al di sopra dell’apologia filistea con la quale gli ideologi della società capitalistica raccontavano le loro “storie” sull’armonia prestabilita dell’universo.
<<Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore compendi, eccetera. Un delinquente produce delitti. Se si considera più da vicino la connessione che esiste fra questa ultima branca di produzione e l’insieme della società, si abbandoneranno molti pregiudizi. Il criminale non solo produce crimini, ma anche il diritto penale e quindi anche il professore che tiene cattedra di diritto penale, e l’inevitabile manuale in cui questo stesso professore getta sul mercato generale i suoi contributi come “merce”. Ciò provoca un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale che, come ci assicura un testimonio competente, il professor Roscher, la composizione del manuale procura al suo autore. Il criminale produce inoltre tutta l’organizzazione poliziesca e la giustizia penale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, eccetera, e tutte quelle differenti professioni che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano le differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuove maniere di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e nella produzione dei suoi strumenti ha dato impiego a una massa di onesti lavoratori. Il delinquente produce un’impressione, sia morale che tragica, secondo i casi, e rende così un “servizio” al movimento dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto penale, codici penali e legislatori penali, ma produce anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie, come dimostrano
non solo “La colpa” di Múllner o “I masnadieri” di Schiller, ma anche l’“Edipo” e il “Riccardo Terzo”. Il criminale rompe la monotonia e la calma tranquillità della vita borghese. Egli la preserva così dalla stagnazione e provoca quella inquieta tensione, quella mobilità senza la quale lo stimolo della concorrenza verrebbe smussato. Egli dà così uno sprone alle forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della eccessiva popolazione al mercato del lavoro, diminuendo così la concorrenza fra gli operai e impedendo, in una certa misura, la caduta del salario al di sotto del “minimum”, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il criminale appare così come uno di quei fattori naturali di equilibrio, che stabiliscono un giusto livello e aprono tutta una prospettiva di “utili” occupazioni. Si potrebbe dimostrare fin nei dettagli l’influenza del delitto sullo sviluppo della forza produttiva. Le serrature sarebbero giunte alla perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? E così la fabbricazione delle banconote, se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe forse trovato impiego nelle comuni sfere commerciali senza le frodi nel commercio? La chimica pratica non deve altrettanto alla falsificazione delle merci e agli sforzi per scoprirla, quanto all’onesto fervore produttivo? Il delitto con i suoi mezzi, sempre nuovi di attacco alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando così un’azione produttiva del tutto simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine.
E, abbandonando la sfera del delitto privato, senza delitti nazionali sarebbe forse sorto il mercato mondiale, o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non è nello stesso tempo l’albero della conoscenza? Mandeville, nella sua Fable of the bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione[…]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e [ … ] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”.
Sennonché Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e onesto degli apologeti filistei della società borghese>>.
E che dire, allora, degli apologeti del comunismo i quali smentiti dalla scienza e dalla storia fondano i loro inganni sui buoni sentimenti, sulle cieche pratiche comunitarie da esodo biblico (ci spiegassero almeno perché in queste isole felici dovrebbero attecchire i semi del nuovo mondo), sulla presunta moralità degli esseri umani che guiderà la nuova società. Questo modo di ragionare appartiene a due tipi umani disprezzati da Marx: i preti laici alla Malthus e i predicatori religiosi che promettono il paradiso per meglio nascondere l’inferno che è in terra. Gianfranco La Grassa nel suo ultimo scritto coglie con acume la differenza che c’è tra uno scienziato ed un apologeta:
<<Il modo del superamento distingue lo scienziato dall’imbonitore, dal puro ideologo che non mira ad alcuna “verità”, ma che grida sempre alla più alta Verità, quella suprema e, per ciò stesso, del tutto indimostrabile o verificabile, passassero millant’ anni.
E’ dunque indispensabile, quando si lavora su “vecchi paradigmi”, compiere un’opera di loro continuo sgrossamento, ma soprattutto di lente e progressive torsioni, e poi radicali ristrutturazioni, degli stessi onde provare ad adattarli a quelli che appaiono essere i “fatti”, i processi in corso di svolgimento secondo date direzionalità. Anche su questi fatti e processi è necessario essere prudenti, mai sposarli come ormai definitivi e certi; fatti e processi hanno senza dubbio un loro nocciolo duro, ma dipendono comunque in buona parte dalla loro interpretazione. Se le categorie usate in quest’ultima sono incerte e imperfette, non possiamo non tener conto che ci muoviamo in un circolo vizioso, che è del resto ineliminabile se si vuol pensare e non ripetere sciocchezze à la page.>>
La nostra epoca è ancora affollata da questi loschi figuri canterini e cicaleggianti che con i proclami più strambi annunciano, un giorno dopo l’altro, soluzioni per uscire dal capitalismo. Quest’ultime durano generalmente l’espace d’un matin (salvo essere costantemente riproposte in nuove fogge) e trovano eco finché servono bene i poteri dominanti, nell’azione di mascheramento del loro dominio. L’ obiettivo è sempre lo stesso, quello di irretire la nascita di un pensiero realmente anticapitalistico che si basa sulla scienza e non sull’utopia.

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