RENZO E I CAPPONI

Renzo Bossi resterà per sempre una trota e per di più già infarinata e fritta a puntino. Era uno splendido delfino esclusivamente agli occhi della parentela, del resto si sa  che ogni mostro marino è bello soltanto a mamma sua. Ma che dire di tutti gli altri, iscritti, simpatizzanti ed antipatizzanti, intellettuali marinati medi e mediocri, popolo bue e popolino agnellino, conformisti giustizialisti dei fondali oscuri  che adesso si pizzicano sulla testa e si accapigliano per la moralità e la trasparenza  perduta di un altro partito nato proprio per mutare i vecchi costumi di frodo della I Repubblica ed abboccato malamente allo stesso amo? Costoro sono delle misere gallinelle senza cervello, molto peggio di Bossi junior e del suo velenoso autista, un vero pesce scorpione inviato da chissà quale abisso. I capponi  contro Renzo non vedono al di là del loro beccuccio mentre si fanno incantare dalle sirene di una stampa verminosa e servile che strimpella motivetti sul recupero di credibilità della democrazia italiana, irretita da persone di dubbia specchiatezza etica. Tutto ciò mentre i veri squali di governo fanno a brandelli il Paese e lo vendono al mercato ittico globale.  Il militante con la testa sott’acqua, velleitario spazzino dei mari, è convinto di poter fare pulizia per tornare ad un’origine cristallina del sistema che non è mai esistita. Ed, infatti, non è questo il problema dell’Italia, non il finanziamento dei partiti, non i fondi neri o le spericolatezze contabili quanto i motivi autoreferenziali per cui si compiono tali azioni defraudando la nazione del suo posto sullo scacchiere mondiale. La politica non sarà mai  uno specchio d’acqua calmo e limpido, essa piuttosto è palude infestata di miasmi o pantano nocivo che può sfociare nell’oceano, dove gli orizzonti non sono così ristretti, unicamente quando ad immaginare direzioni  inesplorate e lunghe traversate verso terre fertili ci sono navigatori coraggiosi di larghe vedute e pochi compromessi. I Bossi, capostipite e discendenti, sono stati colpiti dalle bombe in acqua ed ora devono pure assecondare gli umori dello stagno che bruciano nella gola. Ma sia chiaro che questo colpo alla Lega è ammutinamento prima che arrembaggio. I pirati erano nascosti tra la ciurmaglia in canottiera ed hanno atteso il momento opportuno per buttare fuori dalla nave alcuni storici ufficiali. Questo istante propizio è venuto a galla quando il Carroccio si è messo all’opposizione dell’Esecutivo dei pescecani senza prendere le dovute precauzioni, scoprendosi su molti fianchi. Qualcuno che alla Lega voleva assegnare una rotta diversa, nella quale rientrano certamente anche ragioni personali di bassa lega, con qualche conoscenza negli apparati dello Stato (per esempio un ex Ministro degli Interni o della Giustizia, oppure entrambi), ha chiesto a chi di dovere di far emergere antiche mucillagini e relitti  giacenti da tempi dimenticati sul fondale per far incagliare il Senatùr. Ci è riuscito con l’ausilio dei tanto disprezzati, ovviamente a chiacchiere, filibustieri romani ed ora attende di prendere in mano il timone. Dove andranno i nuovi scaltri capitoni, pardon capitani? Probabilmente svolteranno verso sinistra dove abbondano i piranha che si stanno mangiando le istituzioni. Era questo l’attimo giusto per abbattere Bossi di Seppia, oramai debole e boccheggiante, perché Monti e Napolitano non resisteranno ancora a lungo sul ponte di comando dovendo comunque assicurarsi che dopo il loro diluvio continui il nubifragio. L’Italia deve restare a picco, così hanno deciso i nostri padroni internazionali.

L’ALTO TRADIMENTO DELLO STATO

Monti afferma che se l’Italia non è pronta alle sue riforme lui potrebbe lasciare. E così ripetono i suoi ministri i quali alla prima critica minacciano di ritornare ai loro precedenti incarichi. Ma se i professori tornano in classe, gli italiani possono tentare di riprendersi le aule parlamentari dando una bella lezioncina a questi zelanti educatori delle masse con la puzza di zolfo finanziario sotto il naso. Se non è un passo avanti è almeno un bel contrappasso.

Nel frattempo però, invece di fare le valigie, costoro continuano a svaligiare i connazionali che per disperazione si danno fuoco mentre dovrebbero incendiare il Paese. Ci vuole davvero una bella faccia tosta per chiamare riforme i rastrellamenti fiscali della guardia di finanza e i pogrom economici dell’esecutivo contro autonomi e subordinati, pensionati e professionisti, precari e disoccupati. Nel “Fornero” crematorio bruciano i lavoratori e si spengono le speranze dei giovani. Il Premier maestrino ed i suoi assistenti maldestri disdegnano anche le lungaggini del Parlamento ed i compromessi con i suoi rappresentanti, assecondati e incoraggiati in ciò dal peggior Presidente della Repubblica che l’Italia abbiamo mai avuto. Napolitano, abusando della sua autorità, striglia i parlamentari che vorrebbero emendare gli atti del Governo, cosa evidentemente non più ammissibile sotto l’imperio della sua presidenza compradora e della junta civil, direttamente discendente dalla prima.

Il Quirinale, stracciando la Costituzione, ha prima progettato e poi realizzato l’avvento di tale satrapia della saccenza per farsi cullare dalle brezze atlantiche e dai venticelli europEi, i quali unendosi hanno generato una vera bufera su Roma. Con tutte queste arie i tecnici hanno finito col montarsi la testa ed anche se ora urlano al vento resta il fatto che sono tenuti in piedi da istituzioni delegittimate e prive di credibilità, per cui essi stessi, sdottoreggiando quanto vogliono, non ne avranno mai alcuna. Adesso molti leader politici si pentono della scelta e demoliscono pubblicamente i cattedratici rei di non saper nemmeno apparecchiare, dall’alto di tanta scienza, i loro provvedimenti, spesso giunti nelle diverse commissioni parlamentari zeppi di errori. Parola dell’ex ministro Romani. Ad ogni modo dal patto tra istituzioni screditate ed evacuate di sovranità non poteva non fuoriuscire questa cagata pazzesca che ora ricopre di escrementi gli stessi patrocinatori del Gabinetto. Che Monti resti o vada, per il tempo ritenuto necessario dai poteri internazionali, chi ne ha autorizzato l’arrivo senza aver opposto nemmeno uno scatto d’orgoglio pagherà le conseguenze dei mal di pancia popolari. I partiti che hanno giocato di sponda con il Quirinale pensando di potersi così riorganizzare e recuperare reputazione, affidando ad un burattino della Trilaterale la risoluzione del contenzioso economico con l’Europa e politico con gli Usa, sono colpevoli di codardia e di alto tradimento, della volontà elettorale e delle istituzioni repubblicane trasmutate con un colpo di colle in monarchiche. E’ arrivato il momento di tirare lo sciacquone su questa fase poco igienica per il Paese.

Ps. parto per l’Est per qualche giorno, in missione segreta d’amore. Un saluto a voi tutti.

CONTRO LA COSTITUENTE DELLA CULTURA

Quando la cultura finisce su un manifesto vuol dire che è già morta. A fortiori, essa non potrà essere resuscitata dalle firme sul libro dei defunti di intellettuali medium la cui unica opera sono gli autografi sugli appelli contro qualsiasi cosa che non sia vagamente di sinistra, postmodernista, riformista, antisessista, antitransessualista, decrescista, ambientalista ecc. ecc. oppure favorevole all’ovvio condito col niente. I necrologi commuovono per tre giorni poi tutto torna alle solite ceneri di prima, ma a questa Italietta in preda agli spasmi culturali bastano le invocazioni in sole24ore ad Apollo, dio delle arti, delle scienze e delle banche, recitate dagli accoglienti boudoir della peggiore sottocultura dominante, per mettersi la coscienza a posto, o ancor peggio per garantirsi una funzione sociale retribuita dallo Stato vita natural durante. Sì, perché che sia il Sole24ore, giornale della Confindustria, santa protettrice dei ceti parassitari industrialmente decotti e finanziariamente squilibrati (quindi tutto il contrario di un organismo rigenerante finalizzato alla promozione della distruzione creatrice dell’apparato industriale italiano o alla sollevazione meritocratica non a capocchia),  artefice insieme ai sindacati dell’attuale sfacelo nazionale, scaturente da assistenzialismo indefinito e immobilismo sociale infinito, a parlare di “una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura” è davvero un colpo mortale a quel che resta della nostra intelligenza. E non saranno certo i rimandi alla Costituzione, altro papiro dei tempi dei faraoni, disatteso in tutti i suoi principi da epoche immemorabili, calpestato dai traditori della borghesia azionista oggi trasmutati in meri funzionari dello spread e del mercato, ambasciatori non ufficiali della comunità internazionale e dell’amministrazione americana,  a scagionarli dal reato di presa per i fondelli ed abuso della credulità pubblica. Se la nostra decadenza in tutti i settori delle umane discipline si è fatta inarrestabile, la responsabilità è proprio di questi vergognosi banditori di cultura un tanto al chilo i quali hanno ridotto il nostro Paese ad un impero delle banalità governato da una dittatura dell’idiozia. Non a caso si dice che il sonno della ragione di un popolo intero genera  mostri tecnici. Costoro vorrebbero anche avviare un processo costituente per normare e normalizzare le loro fregnacce, elaborando una carta fondamentale della cultura che nelle loro mani si trasformerebbe immediatamente in carta igienica. Dubito che sarà questo ceto semicolto e irriflessivo – residuo del ’68 e della belle époque statalista, successivamente convertitosi al liberismo dal volto umano,dopo il 1989, istupidito e “inscalfarito” da vent’anni di antiberlusconismo militante, nonché accompagnato nelle sue escursioni cammellate sui palcoscenici mediatici dai magnati del vecchio vapore confindustriale – a poter mai avviare una rivoluzione copernicana in qualsiasi ambito. Difatti, il ballo di questi poteri marci e dei loro circoli ideologici asserviti segue il ritmo della solita musica conformista che al massimo riesce a rappresentare, in una quadriglia mal eseguita, coppie contrapposte di luoghi comuni, spacciati per movenze geniali, con lo stereotipo dirimpettaio del cliché, e il preconcetto sotto braccio al pregiudizio. Ha perfettamente ragione lo scrittore Massimiliano Parente il quale sostiene che “… ci piacciono gli appelli perché ci fanno sentire colti, mobilitati, impegnati, siamo un Paese di falsi invalidi e falsi artisti, di fondazioni pubbliche che non fondano niente, di giovani autori neppure così giovani ma fra i trenta e i quarant’anni che si riuniscono chiamandosi TQ perché non hanno un capolavoro ma vogliono un posto di lavoro. Siamo un Paese di sindacalisti dell’arte che non c’è: impara l’arte e mettila da parte oppure cerca di farne una carrierina….Siamo artisticamente un Paese di salottini, di circoli, di conventicole, di premi letterari e case della cultura, siamo un Paese di massonerie frignanti, di presunti zombie amanti della cultura che al massimo dell’orgasmo sdilinquiscono per Benigni che legge la Divina Commedia e l’Inno di Mameli e quindi val bene una messa o quantomeno la messa in quel posto del canone Rai.” Ecco quanto. E non mi si venga a dire che sono il solito criticone che demolisce senza edificare, disapprova senza comprendere, spianta senza seminare. La mia proposta invece è l’unica davvero rivoluzionaria in questa accozzaglia di volgarità sedimentate, suggerisco infatti di fare tabula rasa dei semintellettuali, difensori dei settori improduttivi, attaccati alla mammella dei sovvenzionamenti pubblici, che firmano gli appelli per la costituente della cultura. E suggerisco anche di liberarci degli estensori di questi inviti pseudoculturali alleati dei predoni dei circoli banco-industriali i quali hanno ridotto il nostro Stato ad una catapecchia priva di dignità e di sovranità. Vedrete che fatti sloggiare quest’ultimi  sviluppo e cultura riprenderanno a camminare insieme, senza costituenti o cure ricostituenti che sembrano salassi, restituendo  alla nostra generazione la speranza perduta e il futuro negato.

LA GIUNGLA DELL’ECONOMICA DOMINANTE

Riportiamo un paragrafo tratto dal nuovo saggio di Gianfranco La Grassa, L’ALTRA STRADA, in uscita tra qualche mese. Il passaggio in questione è breve ma significativo in quanto mette in evidenza i meccanismi ideologici attraverso i quali agisce l’economica dominante al fine di giustificare la forma di riproduzione sociale esistente, assimilandola persino ad un fatto naturale. Dai tempi delle robinsonate però molta acqua è passata sotto i ponti, tant’è che oggi esitiamo a parlare ancora di capitalismo negli stessi termini in cui ne diceva Marx, riferendosi precipuamente alla formazione sociale scaturita in Inghilterra, nel ‘800. Eppure le teoresi sistemiche continuano a giocare con i rimandi alla natura umana che spiegherebbero il successo di determinati esiti sociali, seppellendo sotto cumuli di proiezioni distorte la stessa forma dei rapporti collettivi in questione che è appunto il prodotto di una evoluzione storica determinata. Ma adesso il mito di Robinson non è più sufficiente ad imbrogliare le carte in tavola. Gli idoli dalle fattezze antropiche di un’epoca capitalistica quasi pagana sono usciti dal loro corpo e si sono trasformati in segni astratti, in algoritmi scorrevoli sugli schermi degli operatori di borsa a conferma di quelle leggi, immancabilmente innate, del mercato e del mercatismo le quali impongono agli Stati deboli e sottomessi politiche di lacrime e sangue. Il dio Spread non ha più bisogno di metafore e di Venerdì per spiegarsi, basta la sua invocazione quotidiana internazionale per far accettare a tutti quanti le sue regole sacre e le sue pratiche magiche. Ma dietro queste apparizioni fantasmagoriche si realizza ancora un rapporto sociale, storicamente concretatosi e modificatosi di fase in fase, che chiede di essere sceverato e studiato per essere eventualmente prima compreso e poi rovesciato. Chi si scaglia contro gli ologrammi finanziari, convinto di poter modificare la situazione, è destinato a diventare egli stesso un fantasma o un medium di sedute spiritiche antisistemiche inutili ed ineffettuali, o ancor peggio una preda inerme di sciamani tribali che predicano povertà in cambio di doni preziosi per se stessi. Il cuore del problema sta altrove, nella politica che è sequenza di mosse strategiche del conflitto tra attori nelle diverse sfere sociali, pratica dominante nell’ambito della società dalla quale consegue la strutturazione della realtà nei diversi gradi, tanto oggettivi che soggettivi. Già comprendere questo punto, rinunciando alle suggestioni finanziaristiche, pro o contro, di quest’epoca ci porterebbe su un’altra strada, meno battuta ma non cieca come quella attualmente percorsa da molti.

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di G. La Grassa

L’unico elemento di economicismo in Marx consiste nel fatto che egli considera fondamentali e prioritari rispetto agli altri, nel definire in quale “epoca storica della formazione sociale” ci troviamo, i rapporti stabilitisi tra i vari soggetti umani nell’ambito della produzione, intesa come trasformazione degli oggetti per soddisfare i loro bisogni e come riproduzione dei rapporti sociali entro cui avviene la produzione e la distribuzione degli oggetti (trasformati) ai fini della vita associata. L’economica dominante parte sempre dal famoso Robinson, individuo che ha una serie di bisogni e divide il suo tempo tra procacciamento degli oggetti da consumare per soddisfarli (in quanto individuo isolato) e “fabbricazione” (a partire da dati materiali) di strumenti per potenziare la sua attività di produzione e trasformazione degli oggetti a lui utili.

L’economica si scorda di dire che l’eroe di Defoe è un individuo proveniente dalla società già capitalistica, sbattuto su un’isola dotato sia di una serie di oggetti per soddisfare i suoi bisogni più urgenti sia di strumenti atti a “istituire” un’attività (una certa forma di attività) di trasformazione e di fabbricazione di altri strumenti: e porta con sé, soprattutto, i savoir faire e la mentalità acquisiti nella formazione sociale di provenienza. L’economica finge che si possa individuare la scala “umana” dei bisogni, e quindi la distribuzione del tempo e degli sforzi per procurarsi i “beni” utili a soddisfarli, in assenza di stimoli mercantili, che sono gli stimoli sociali primari nella formazione del capitale. Errato in radice. Tutto il calcolo razionale – la razionalità del minimo mezzo o sforzo (per il massimo risultato), ecc. – da cui Robinson è guidato è quello tipico del “produttore” (imprenditore) capitalistico che agisce nella competizione mercantile.

La scienza, che fu detta “borghese”, sarebbe stata più conseguente se avesse preso le mosse da Tarzan. Burroughs (Edgar Rice) illustra in modo assai brillante quali differenziazioni effettivamente biologiche (di DNA diremmo oggi) esistano tra il neonato umano, subito orbato dei suoi genitori e salvato da “mamma scimmia” (che aveva appena perso suo figlio), e la tribù di primati in cui viene allevato. I suoi progressi di differenziazione dalla scimmia sono lentissimi, l’idea del minimo sforzo non occupa affatto i suoi pensieri né orienta la sua azione. Afferra invece fin da bambino la necessità di sopperire alla nettamente minore massa muscolare, che lo rende inadatto ad un certo tipo di lotta in natura, sviluppando l’astuzia e imparando ad usare con la massima abilità il coltello che, fortunosamente, trova nella capanna dove suo padre (che egli non sa lo fosse) era stato accoppato. Solo quando nell’isola arriva una nave che porta i membri di una ben precisa formazione sociale umana (sempre quella capitalistica), inizia il suo vero apprendistato che si conclude però malinconicamente rinunciando all’amore di Jane, attratta sensualmente dalla sua animalesca carica vitale (dell’odore però non si fa cenno….), ma sempre preda di una forma di resistenza di fronte a quest’uomo un po’ “strano”, per cui alla fine preferisce l’individuo “civile”, abituato alla vita delle città borghesi, all’educazione (con tutti i suoi limiti e tabù) e alle manifestazioni di sentimenti più soft, ecc.

Sarebbe stato veramente interessante vedere come se la sarebbero cavata Walras o Marshall o Böhm-Bawerk, ecc. alle prese con Tarzan, in cui non vi è il “primato della domanda”. I suoi “calcoli” sono basati sull’uso spiccio del coltello, sulle estenuanti attese per gli agguati, sui plurikilometrici e quatti pedinamenti controvento per non far sentire il suo odore di animale, sulla sua lunghissima e prudente attesa del declino (per vecchiaia) della tigre, che da giovane lo aveva quasi ucciso. E quando essa è divenuta meno agile e un po’ torpida, riesce infine a sopprimerla (anche con un po’ di fortuna); allora esplode il suo orgoglio nella certezza d’essere divenuto la “prima potenza” della foresta. Dov’è il “primato del consumatore” del micragnoso e gretto Robinson? In Tarzan, effettivamente, la forza e l’astuzia, l’inganno e l’ambizione, espressi nella forma più pura dell’animale, precedono ogni possibile forma mercantile. Non è lo scambio che determina la preminenza. Lo si potrebbe mostrare pure con altri passi del libro, quando sbarcano dalla nave i marinai “cattivi”, ma questo basti.

CI STANNO ROVINANDO!!

CI STANNO ROVINANDO, ECCO IL PROSSIMO FURTO DEL GOVERNO DIRETTAMENTE IN BUSTA PAGA. POPOLO D’ITALIA O DAI FUOCO A TUTTO OPPURE LORO INCENERIRANNO TE!!
E QUESTO MENTRE BANCHE E GRANDI IMPRESE CONTINUANO AD ESSERE INTOCCABILI. SE BERLUSCONI ERA UN FURFANTE QUESTI QUI SONO DEI DELINQUENTI PROFESSIONISTI, ANZI TECNICI. COME SCRIVEVAMO OGGI E’ MEGLIO CHE VENGA GIU’ IL DILUVIO UNIVERSALE.

LACRIME E SANGUE

“Serio non è chi non ride: come mostra Pierrot, si può essere tristi e pagliacci”. Dice bene questa volta Marcello Veneziani col quale siamo pienamente d’accordo. Dopo aver sentito le fregnacce del Ministro Fornero nell’intervista a Report di ieri sera, le parole del giornalista mio “conterroneo” mi sono rimbalzate nel cervello come un refrain. Un rap tecnico da rapina che sfonda i neuroni e le tasche degli italiani. Frigna la Frignero che non vuole finire al cimitero ma ci manda velocemente tutti gli altri.  Stia tranquilla che ad ogni modo la proverbialità del camposanto gioca a suo favore, poichè si sa che l’erba cattiva non muore mai e lei non è, nell’aspetto e nel carattere, propriamente un giglio. Il suo pianto aristocratico però non la sgraverà dai gravi torti commessi, la povera gente ha smesso da tempi letterari di credere ai lucciconi dei ricchi e dei potenti che si commuovono per alleggerire la propria coscienza mentre alleggeriscono il portafoglio del popolo. Strano comunque che le percosse le riceviamo noi mentre sia lei a versare gocce di afflizione. Loro le lacrime e noi il sangue. Dunque l’anomalia sta nel manico, come si suol dire, poiché la presunta e presuntuosa necessità che ha fatto della Fornero e dei suoi compagni di governo dei salvatori della patria è soltanto una menzogna che loro stessi, con l’aiuto di mercanti esteri armati di spread e di armi tossiche di borsa, hanno costruito per autolegittimarsi.  Il Ministro, senza verifiche e sprezzante del buon senso, giustifica così i suoi colpi ai salariati che sarebbero stati sferrati per evitare ferite più profonde. Dice che si rischiava, senza la sua “de-forma”, di non poter pagare le pensioni e persino gli stipendi agli statali. Non c’è la controprova e non ci sono le prove di tanto pericolo eppure hanno fatto diventare questo raggiro la corda che tiene insieme tutto e tutto stringe alla gola. Tuttavia, c’è da dubitare di quello che invece sembra un misero sotterfugio utile a capovolgere la realtà, a manipolarla secondo esigenze dei gruppi dominanti, ma non a renderla intelligibile, perché se Napolitano, comandante in Colle e Superpremier in pectore, non avesse dato il colpo di grazia al Cavaliere Scostumato, tutto questo non sarebbe accaduto e nemmeno si sarebbe giunti a questo punto. La signora afferma che lei e i suoi colleghi di esecutivo sono stati chiamati (da chi? Dai partiti esautorati? Dal parlamento svuotato di sovranità? Oppure da forze che non deve nominare ma alle quali deve rispondere?) a distribuire fiele e non miele e quello stanno facendo con senso del dovere ed irreprensibilità. E qui casca l’asino cattedratico! Anche sulla distribuzione del dolore che fa commuovere “la” Fornero (o preferisce “il” Fornero…come quello crematorio ) infatti ci sarebbe molto da obiettare. Ne parlavamo qualche giorno fa,  è sufficiente che la banca rovesci la panca che il governo più non campa.  E’ successo allorché l’Abi ha protestato contro il provvedimento che azzerava le commissioni sui prestiti. Il gabinetto dei banchieri sensibile alla contestazione ha subito fatto rientrare la norma, mentre continua a fregarsene ampiamente delle manifestazioni dei lavoratori e dei pensionati che stanno precipitando sotto la soglia di povertà. Fino a quando gli italiani accetteranno questa disparità di trattamento? Qui occorre davvero una catastrofe che azzeri la situazione, un cataclisma di proporzioni totali che faccia tabula rasa del verminaio istituzionale e politico, perché, nella Storia di uno Stato, arriva il momento che anche le rovine e le macerie sono meglio di una ridicola messinscena su un traballante palcoscenico di salvezza nazionale dove si esibiscono pagliacci piangenti e buffoni gaudenti alle nostre spalle. Meglio il diluvio universale di questa pioggia acida che ci sta corrodendo lentamente.

LE MINCHIE DI MARE

Pelose non sono solo le cozze ma anche la doppia morale dei nostri amministratori pubblici, viscidi come molluschi e sfuggenti alle loro responsabilità come anguille. Le loro parole di irreprensibile specchiatezza etica cozzano con la realtà delle cozze e con quella del “mitile” non ignoto, almeno alla magistratura del capoluogo pugliese, la quale, se non ha preso un granchio e non ci pare proprio il caso, ha beccato Emiliano, sindaco di Bari del Pd e presidente onorario del circolo Ostriche gratis, con le mani nelle reti. E’ vero che il pesce puzza sempre dalla testa ma anche il corpo e la coda non scherzano, soprattutto quando parliamo di sirenetti di sinistra e squamati affini. Infatti, non è stato solo il primo cittadino ad approfittare dei regali marini della Dec spa. Altri piranha e pescecani seguivano la direzione della corrente favorevole e tra chi divorava appalti e chi si metteva a disposizione, per il pesce buono e per il pascere bene, si costituiva un bel comitato di minchie di mare che si estendeva anche nelle acque torbide delle regioni viciniore. Sì, perché gli affari di questi “capasantissima” sono arrivati anche in Basilicata, dove hanno intorcinato le strade chiamando tali opere all’acqua di mare  nodi complessi di viabilità (che si chiamano così perché sono complessi da praticare come una barriera corallina) . Cozze e datteri d’esportazione a golosoni di collina e di montagna per i quali con l’astice al posto del baccalà il gusto ci guadagna. Occorrerà fare chiarezza ma la confessione del Sindaco scivolato sullo spigolone, per ingenuità e genuinità, svela che al sud l’andazzo delle cose non è cambiato, sono mutati soltanto i pescatori di frodo. Certo, in una terra come la Puglia dominata dai poteri Dalemiani ai quali il capitone Vendola è andato di traverso il fatto che Emiliano si facesse una propria “lisca” nazionale sarà apparso davvero troppo, motivo per cui qualcuno potrebbe aver imbeccato la magistratura per bollirlo a puntino. Comunque, se prima erano i pesci crociati a fare man bassa di tutto (anche se non si spingevano mai su fondali così bassi), adesso che ci sono gli ex pesci rossi il fritto misto ha ugualmente lo stesso sapore rancido di una volta. La gente viene sempre presa a pesci in faccia da detti rappresentanti un po’ pesci pagliaccio un po’ pesci palla che sono delle lenze e sanno come far abboccare l’elettore. E’ vero che la politica è come il mare, s’affoga chi non sa nuotare, ma costoro hanno troppo istinto di sopravvivenza, non sanno proprio costeggiare l’onestà e la trasparenza e per restare a galla sono disposti ad avventurarsi in qualsiasi abisso nero. Non sono una piovra ma i loro tentacoli ci portano ugualmente a fondo e ci impediscono di nuotare verso un futuro migliore. Avessero almeno il pudore di non esagerare. Così finisce tutto a base di pesce, con la grande differenza che loro si prendono le crudità prelibate e noi la crudezza indigestibile di un domani tradito.

SIAMO UOMINI NON TRAPASSATI

Il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale.  Sociale dunque e non solo di produzione. Esso si riproduce nelle sue forme specifiche a tutti i livelli collettivi determinando la supremazia di una determinata formazione portatrice di precisi ed esclusivi rapporti, i quali le garantiscono  la massima funzionalità ed affermazione su altre configurazioni umane che infine si marginalizzano, scompaiono o vengono assimilate. Questo significa che quando i vari attori si ritrovano nel processo produttivo, all’interno di una fabbrica o, meglio di una impresa, il rapporto che informerà le loro azioni/interazioni – attraverso la combinazione dei fattori produttivi, macchine, materie, forza lavoro, secondo una data razionalità strumentale (minimo sforzo, massimo profitto) e gerarchie che non dipendono dal mero comando del capitalista (divisione tecnica del lavoro) ma dall’oggettività intrinseca degli stessi processi – è già bello che formato. E da questo rapporto non si esce per sabotaggio o complotto proletario come pensavano molti rivoluzionari della chiacchiera negli anni ’60-’70, i quali pretendevano di allargare il controllo operaio dalle ciminiere ai camini, dalla fabbrica alla società per mera estensione ideologica. Dalla ciminiere sono riusciti a portare buona parte degli individui suggestionabili della “classe” direttamente al cimitero, mentre loro hanno continuato a bere calici di teorie edulcorate e editorialmente redditizie comodamente seduti nei loro celebrati salotti. Né, pertanto, si combatte il capitalismo cimentandosi contro le sue manifestazioni fenomeniche o le sue apparizioni finanziarie. Quest’ultime sono certamente reali ma di una realtà rovesciata o proiettata in maniera distorta, come Marx ha spiegato abilmente, tant’è che, ad esempio, si può ben sostenere che sul mercato agiscono soggetti parificati giuridicamente i quali vendono e comprano quel che serve loro (merce, prodotti e forza lavoro), in perfetta uguaglianza di fronte alla legge. L’imprenditore che acquista forza lavoro la pagherà al suo valore così come il lavoratore che aliena le proprie prestazioni riceverà l’appropriato, tuttavia all’interno della produzione agirà automaticamente quel rapporto, storicamente concretatosi, che permetterà al capitalista di estorcere pluslavoro nella forma di plusvalore senza dover obbligare nessuno a sgobbare con la spada in pugno.  Questo lo dice direttamente Marx: “[sul mercato] vengono scambiati equivalenti, cioè la merce vien pagata al suo valore [al suo valore!!!]. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore d’uso della merce come tale, cioè dal suo consumo”. Ovvero, è soltanto nel processo produttivo di consumo della forza lavoro che opera la disuguaglianza reale a causa della quale il lavoratore è condizionato ad erogare forza-lavoro oltre il prezzo ricevuto sul mercato, a vantaggio del capitalista che si appropria gratuitamente di un pluslavoro. Possiamo chiamare questa grande scoperta di Marx, l’uguaglianza formale sul mercato che cela la disuguaglianza di fatto nella produzione, I disvelamento scientifico dei rapporti “a dominanza” del capitale. Esso ha tolto la pelle al capitalismo sul suo lato produttivo e riproduttivo nella sfera economico-sociale, permettendo di osservare meglio il suo concreto funzionamento al di là delle fantasmagorie della merce e del mercato. Ma tutto ciò non è stato sufficiente a spiegare la dinamica del capitale a livello sociale generale. Per questo La Grassa, proseguendo secondo lo stesso rigore scientifico marxiano, ha proposto il II disvelamento che invece ‘impone di mettere senza più esitazioni al centro dell’analisi il principio della “razionalità” strategica, applicata al conflitto in quella che è la politica tout court, ovunque venga svolta: nella sfera politica vera e propria, in quella economica, in quella ideologico-culturale. Tale politica si condensa nei vari “macrocorpi” (Stato e apparati politici, imprese, ecc.) che diventano gli “attori” della battaglia nel campo del suo svolgimento, i portatori soggettivi di dinamiche conflittuali oggettive; non colte in sé ma sempre interpretate con ipotesi che nascono dalle teorie formulate all’uopo (e sempre riviste e ri-formulate di epoca in epoca). Il conflitto (strategico), “essenza” della politica, pur essendosi esteso – durante il passaggio al capitalismo, cioè alla sua prima formazione sociale, quella borghese – alla sfera economica, non fa di quest’ultima quella ormai predominante e da cui tutte le altre dipenderebbero (deterministicamente o con “azione di ritorno”, che è un semplice “meccanicismo incrociato”, una mera interazione)’. Si tratta di una vera rivoluzione teorica che ci consente di uscire dall’impasse in cui eravamo finiti dopo la non concretazione delle previsioni marxiane circa la formazione del lavoratore collettivo cooperativo associato, il quale avrebbe estromesso dalla produzione rentier e parassiti della finanza ormai disinteressati dei processi produttivi ed arroccati nella sovrastruttura statale a difesa dei propri appannaggi simil-feudali. Sappiamo che le cose sono andate diversamente e non si poteva più restare ancorati alla vecchia concezione, in attesa dell’ apparizione celeste di un soggetto rivoluzionario che mai sarebbe sorto dalle contraddizioni del capitale. Detto ciò, ora ci troviamo ancora a scontrarci con molti fantasmi che ci portano fuori strada e ci distolgono da questo obiettivo principale, l’analisi del conflitto strategico e le sue precipitazioni sociali, per incantarci con favole umanistiche sulla comunità gaudenti o i racconti orrorifici sullo sterco del demonio che vuol comprare le nostre anime. Per non cedere a questi richiami rassicuranti ma distruttivi a causa dei quali si sbatte immancabilmente su scogli utopistici dobbiamo necessariamente fissare alcune coordinate teoriche. Quest’ultime ci sono date dalle elaborazioni lagrassiane e le riprendo tal quali dalle sue recenti “Puntualizzazioni teoriche” così come le avevo presentate sul blog in precedenza. Innanzitutto occorre fissare gli elementi generali dell’analisi  che  possono essere così articolati: “Le epoche (e fasi) storiche riguardano complessi raggruppamenti sociali (società, formazioni sociali), di cui isolare i gruppi che appaiono essere i decisori d’ultima istanza nel comportamento attivo di maggiore rilevanza, in quanto portatori del movimento in questione, in genere di carattere evolutivo cioè trasformativo delle loro strutture relazioni interne(…). Diciamo che i gruppi decisori sono, in generale, i soggetti (…) L’oggetto in generale è costituito dai raggruppamenti sociali complessivi (…) cioè delle formazioni sociali in generale, (…), il mezzo in generale per l’azione dei soggetti sull’oggetto è la lotta per la supremazia, lotta che assume forme estremamente variabili, ed il cui carattere di mutevolezza costituisce appunto l’aspetto generale “della lotta condotta dagli individui della nostra specie”. Così, è proprio lo squilibrio, in quanto astrazione di questa mutevolezza inarrestabile delle forme di conflitto, che costituisce l’elemento più generale delle società umane. L’equilibrio, quello che viene percepito dai sensi come l’ottimo cui la società tende quasi spontaneamente, è solo l’apparenza che prende il davanti della scenografia, proprio come il mercato, guidato dalla mano invisibile e dalle sue fantasmagoriche regole consolidatrici (“La vita è dunque lotta, conflitto per prevalere. Questo l’aspetto più superficiale, il corrispondente della concorrenza mercantile nell’ambito della produzione condotta secondo le modalità tipiche vigenti nella formazione sociale detta capitalistica”). Questa ipotesi è necessaria per orientarsi nello squilibrio incessante del reale, al fine di stabilizzare il campo in cui l’azione dei soggetti deve svolgersi ed articolarsi. La Grassa individua due mezzi di stabilizzazione del reale: la teoria e l’istituzionalizzazione, con la creazione di apparati retti da regole di comportamento dei corpi sociali in attività, sempre secondo una scala gerarchica. Tuttavia, tanto la prima che i secondi “tendono, per forza d’inerzia, alla conservazione dell’esistente; quindi si trasformano presto in strumenti di quest’ultima. Esse vengono addirittura rafforzate con successive ‘aggiunte’. Gli Istituti e apparati esistenti vengono specialmente difesi da apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della ‘realtà’ precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale della realtà da parte del flusso di spinte squilibranti; essa cerca così, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri”.  Questo proposta scientifica disegna un quadro della realtà, con un “doppio livello”, assolutamente inedito, del quale dobbiamo prendere coscienza (flusso squilibrante) al fine della conoscenza del nostro mondo (sistema sociale), tentando d’incidere, partendo proprio dalla pratica teorica, sui suoi pilastri. Se lo squilibrio costituisce lo sfondo o il fondo della vita associata, la costruzione di una nuova scienza sociale deve principiare dal conflitto generato da quello squilibrio, “dalle teorie come costruzione di campi di stabilità per combatterlo, dalle strategie quale mezzo principale di tale combattimento”.  Dunque, non si ha conoscenza del flusso del reale ma soltanto, e per gradi di riflessione via via più intensi, dei campi stabilizzati ma conflittuali in cui i soggetti portatori delle strategie si trovano a confrontarsi/scontrarsi. Soltanto con strumenti teorici adatti si può costruire, e per via d’approssimazione, tale realtà stabilizzata “che serva da campo delle nostre pratiche”.  Allora, partendo da questi presupposti per noi dirimenti non possiamo che essere distanti anni luce da quel parterre filosofico e ideologico che propugna salti logici e grandi narrazioni per creare intorno a sé facile consenso e ancor più facili guadagni. Icaro adesso vola ma presto stramazzerà al suolo colpendo i suoi illusi icariani. Non sposeremo mai  le campagne pubblicitarie ingannevoli di chi, per accrescere la propria platea e ricevere applausi, continua a sostenere che  siamo in presenza di un dominio delle oligarchie finanziarie transnazionali sulla sovranità statale, popolare e nazionale (Costanzo Preve) o che occorre tornare all’etica della comunità pauperistica e decrescista per  respingere  il dominio della tecnica  e lo sviluppismo deantropomorfizzante. Non abbiamo nulla a che spartire con chi pensa di poter sovvertire il mondo con nuove teorie sedicentemente avverse al finanziarismo che vedono nella sovranità monetaria la panacea per tutti i mali sociali (Barnard) o con narrazioni ancora più bislacche che individuano nel signoraggio il buco nero della fase storica. Con costoro non abbiamo niente da condividere, i nostri percorsi sono diversi perché a noi piace stare con i piedi per terra, camminare con passi brevi ma sicuri, mentre loro preferiscono i voli pindarici ed i salti a piè pari da un concetto all’altro, da una chimera alla successiva. A loro lasciamo la letteratura, la fantasia e i grandi sogni, noi ci teniamo tutta la durezza del mondo reale e le difficoltà del suo discernimento.  Ognuno scelga, secondo coscienza, da che parte stare ma non ci costringa a dialogare con gli spettri. Siamo uomini  non trapassati.

“Va…sempre ricordato: il capitale è un rapporto sociale e non una cosa. Il capitale non è semplice produzione: né reale né puramente monetaria (e quindi finanziaria). Il capitale è una forma dei rapporti sociali tra gli individui che configura nel contempo anche una particolare relazione tra gli elementi generali della produzione (gli elementi della “produzione in generale”). Il capitale, insomma, è una “storicamente determinata” formazione sociale, con un suo peculiare modo di produzione, che non significa modalità tecnico-organizzative del processo trasformativo degli oggetti in forma usabile per soddisfare i bisogni. Il modo di produrre è sociale; si produce solo riproducendo contestualmente i rapporti sociali nel cui ambito si produce”. G. la Grassa

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