SOLO CHI E’ LIBERO E’ VIVO

Le dichiarazioni di Berlusconi riportate dal Corsera, subito smentite dall’interessato ma altrettanto prontamente riconfermate dalla redazione del quotidiano di via Solferino, lasciano attoniti per l’ingenuità e per la vigliaccheria di cui sono zeppe. Il Premier, secondo voci del suo entourage, avrebbe detto di sentirsi minacciato da Gheddafi il quale vorrebbe farlo fuori. Il nostro Presidente del Consiglio non poteva attendersi un odio minore da un ex-alleato, accolto in Italia come un esotico compagno di merende e immediatamente scaricato alle prime avances della Comunità Internazionale. I due sembravano vitelloni in gita per il Mediterraneo a caccia di affari e di puledre, principi azzurri avanti con l’età ma  ancora a cavallo della Storia, condottieri vicini alla pensione accompagnati da amazzoni delle dune ed avvenenti signorine buonasera, giusto per non farsi mancare nulla, dal deserto alle Alpi. Lo “sceicco” ed il cavaliere condividevano tende e prebende, contratti e photo opportunities, parole sdolcinate e intese cordiali, manifestazioni d’amore ed indirizzi di politica estera. Gli italiani tolleravano i loro eccessi in quanto, pur occupando quest’ultimi il davanti della scena, erano solo collaterali agli investimenti reciproci e alla reciproca prosperità economica che andava a vantaggio dei due popoli. Poi d’emblée, dalle strette di mano e dalle pacche sulle spalle si è passati agli sganassoni a tradimento e alla negazione di qualsiasi simpatia. Così non si fa, in amicizia come in amore, ed anche quando ci si separa bisognerebbe mantenere un po’ di dignità e di rispetto. Pertanto, c’è poco da sorprendersi se ora l’amante ingannato mediti la tremenda vendetta. “Sono in pericolo di vita, e purtroppo non solo io ma anche i miei figli”, ha affermato B. dimenticando che Gheddafi ha già perso figli e nipoti per il suo voltafaccia, ed ancora, “A Tripoli c’erano manifesti giganti che mi ritraevano con Gheddafi mentre ci stringevamo la mano. Lui ha preso il nostro intervento militare come un tradimento”. Non è che lui l’ha presa così e che proprio il Premier si è comportato come un gran bastardo, come un infido sciupalleati che ha scaricato il libico focoso per farsi ingroppare da uno scipito inglese e da uno svampito francese. Doveva pensarci bene, sia perché questo abbandono sta danneggiando tutta la nazione, sia perché la nostra reputazione sprofonda definitivamente nel mare nostrum dal quale difficilmente la vedremo mai più risalire. Purtuttavia, la parte più grave delle parole di B. è quella in cui egli afferma che “a suo tempo avevo messo in guardia i nostri partner internazionali e anche in patria avevo spiegato che l’operazione non sarebbe stata facile e che ci avrebbe potuto danneggiare. Poi, davanti alle pressioni degli Stati Uniti, alla presa di posizione di Napolitano e al voto del nostro Parlamento, che potevo fare? Non sono io a decidere. Ma vai a spiegarlo a chi è abituato a comandare come Gheddafi. Le regole della democrazia non le capisce”. Il rais forse non capirà la democrazia ma B. non capisce assolutamente niente, è sempre stato un politico dai bassi istinti che per contrappasso ora prende percosse sullo scroto dai suoi ministri, dalla Nato e dai volenterosi, tutti vogliosi di afferrarlo alle spalle. Se non è lui a decidere, se non è lui ad indicare l’agenda al suo governo, se non è lui che si fa sentire sulla platea mondiale per tutelare gli interessi nostrani chi dovrebbe farlo allora? Com’è possibile che sia il Presidente della Repubblica, al quale la Costituzione non affida il compito di sceverare la direzione della politica estera, a decidere di entrare in una guerra che ci danneggia? Dato che B. si è sempre considerato un fervente liberale vorremmo ricordargli le parole di Benedetto Croce il quale sosteneva: “solo chi è libero è veramente vivo”. Lui, sotto questo aspetto, è già morto e sepolto, e non c’è nemmeno da attendere i sicari di Gheddafi, costoro sono gente seria e pietosa che non ha alcuna intenzione di accanirsi e di infierire su una carcassa politica.

LA QUESTIONE IMMORALE

Bersani si scrolla di dosso i “Penati” dell’inferno con una operazione semantica che sa di girone degli ipocriti e dei falsari. Il Pd e i suoi membri continuano a sentirsi diversi dal resto dei “dannati” parlamentari (ladri, furfanti, fornicatori, bugiardi, lestofanti), soprattutto di destra, anche se non più per patrimonio genetico ma per mutazione “antropolitica”. Non sforzatevi di capire, la distinzione è così sottile che praticamente non esiste, pura “de-forma mentis” di chiacchieroni con predisposizione alla ciarla. Peraltro, essendo loro che stabiliscono il confine tra giusto e sbagliato, buono e cattivo, bello e brutto, onesto e disonesto, secondo un’assiologia progressista che si applica soltanto agli appartenenti alla setta democratica, sarà sempre impossibile  trovare uno di sinistra che sia mai stato colpevole di qualche nequizia. Quindi, sono migliori e basta, a prescindere dai fatti, dalle scelte e dai risultati ottenuti che come tutti sanno restano inessenziali per giudicare l’operato di una forza politica. Ciò che conta è lo stile, l’eleganza, il fascino, la raffinatezza, l’aplomb, il savoir faire e il savoir dire. Il segreto del successo e della carriera parlamentare e istituzionale sta qui. Se sei della premiata ditta Bersani&co. ed allunghi le mani su un istituto di credito non stai facendo una scalata in borsa ma stai portando i diseredati nel caveau di una banca per attuare il famoso detto brechtiano (cos’è lo svaligiare una banca rispetto a fondarne una?), salvo il fatto che quest’ultima poi non la chiudi ma la tieni aperta cambiando le “insegne sociali” e definendola etica, se prendi sovvenzioni per il tuo partito attraverso strani giri di denaro non stai violando la legge sul finanziamento ai partiti ma stai praticando il principio machiavelliano del fine che giustifica i mezzi, anzi i mezzucci; se qualche tuo protetto fabbrica e vende prodotti finanziari altamente rischiosi ad ignari risparmiatori e tu ne copri la fuga con una promozione ad altro incarico affine, non stai soccorrendo un malandrino ma stai concretizzando i sacri principi della meritocrazia (questo per i banchieri, quando invece si tratta di ex-assessori alla salute basta richiamarli alla sinistra del parlamento per salvargli l’anima); se poi butti uno dei tuoi in mare perché è assolutamente indifendibile, smentendo persino la sua conoscenza, non stai negando l’evidenza ma stai dando all’evidenza la giusta collocazione nello spazio veritativo, il tuo ovviamente, dove ciò che appare è o non è a seconda delle convenienze. Ma questo è nulla in confronto a quanto commesso agli inizi degli anni ’90 allorché per occupare il governo costoro hanno dovuto rinnegare avi, padri, madri, figli e persino loro stessi. All’improvviso nessuno era mai stato comunista, nessuno aveva praticato la lotta di classe, nessuno era nato, cresciuto e pasciuto a Botteghe Oscure, nessuno si era mai iscritto al PCI e se qualcuno lo aveva fatto era stato per distrazione, tradizione o errore di gioventù. Marxisti per moda, progressisti e liberali per opportunità, umanitari e solidali per vanità ed autocompiacimento, guerrafondai per condiscendenza, servi per vocazione. Sia chiara una cosa, quello osservato oggi intorno a noi è il mondo da loro costruito, si sono prestati all’abbattimento del vecchio sistema per assurgere ai posti di comando lasciando per strada la loro dignità e quella del paese. Ci hanno venduti per quattro scranni di velluto ed ora vengono a darci lezioni di vita. Le uniche lezioni che possono darci sono quelle dalla vita in giù, dove sono stati abili commercianti delle loro chiappe e di quelle altrui.

LA CASTA CI COSTA E CI STROZZA

italiaLa casta ci costa, è vero. Ma quel che spendiamo sarebbe tollerabile se essa svolgesse i propri compiti, ottenendo risultati per il bene di tutti. Le autoblu, i voli di Stato, i biglietti dello stadio, le tessere del cinema e le altre esclusive prerogative di lorsignori del Parlamento diventano insopportabili allorché allo stravizio istituzionale si accompagna l’indolenza politica, il menefreghismo di Stato, la presa per i fondelli collettiva ed il tradimento nazionale. Qui siamo messi male, gli italiani annaspano tra le onde della crisi, perdono la voglia di reagire e di rimboccarsi le maniche, vengono schiaffeggiati dalla finanza internazionale, presi a calci nel sedere dagli alleati mondiali, derisi dalle organizzazioni sovranazionali, calpestati dagli organismi comunitari, scippati dei loro affari all’estero mentre i politicanti nostrani non muovono un dito, e se lo muovono è solo per mettercelo negli occhi, onde impedire questo strazio. Tutto ciò rende odiosi i loro immeritati privilegi, perché non sono i benefici in sé a creare malcontento ma il fatto che si abusi della pazienza di un popolo senza contraccambiare con un minimo di impegno e di pragmatismo. Noi pretendiamo che essi sudino sette camicie per tutelare gli interessi della nazione prima di smutandarsi nel bagno turco, reclamiamo che mettano le mani nel fango delle situazioni prima di accomodarsi dalla manicure, che si spezzino le ossa per i nostri bisogni strategici e geopolitici prima di passare dalle massaggiatrici. Per una volta sono d’accordo con l’editoriale di Ferrara, apparso domenica su Il Giornale, non si tratta di moralizzare la politica ma di politicizzare la morale che deve se non combaciare almeno adattarsi agli scopi e alle esigenze della fase. Può o meno piacere, sarà cinico, ma lo richiede la vita (intesa come svolgimento dell’esistenza nell’ambito di una formazione umana organizzata) in questo mondo, il quale funziona secondo dure leggi storiche e sociali, e non secondo i pii desideri dei cattivi preti e profeti affollanti le aule romane. Del resto, proprio quest’ultimi sono i peggiori spergiuri della morale pubblica e privata, salmodianti poco credibili e sempre pronti ad accusare gli altri per nascondere le proprie debolezze, nefandezze e connivenze con i nemici dello Stivale. Dice Ferrara sul punto: “Bisogna realizzare opere pubbliche navigando tra gli appalti, gestire in modo efficiente e competitivo aziende pubbliche assumendosi la responsabilità di nomine e scelte strategiche e pratiche…organizzare forza e consenso nelle istituzioni per stabilire e raggiungere traguardi difficili ma irrinunciabili dando forma a quell’ordine delle cose, a quell’energia della politica, a quella capacità di promuovere idee, persone, competenze, gruppi che si chiama governo di una società complessa. Non basta tenere alta la guardia della legalità e dell’etica, come invocano teppisti e tribuni del circo mediatico-giudiziario. Quelli a sinistra, come a destra, che hanno le mani pulite, non hanno le mani. Sono buoni a nulla che sanno solo inveire contro la “casta”…seguono il trend più becero dell’antipolitica qualunquista, e invece di rimproverare ai partiti di non saper fare più il loro mestiere, di non sapere dare una rotta all’Italia, li dannano se e quando il loro mestiere lo facciano. Per evitare riforme che spazzino via lo spreco dell’acqua pubblica, i guru della decrescita inventano la filosofia dei beni comuni e referendareggiano a vanvera ma con discreto successo demagogico. Per evitare di pagare il doppio dei nostri concorrenti l’energia, che è la ragione non ultima del mancato sviluppo della nostra economia e dunque dell’incapacità di dare un futuro all’esercito dei precari e di risolvere la questione del debito pubblico, non hanno soluzione alcuna: ma vorrebbero l’Eni e l’Enel e Finmeccanica in galera per principio, sono antinuclearisti fondamentalisti alla Greepeace, pensano che il petrolio sia una cosa sporca mentre premono l’acceleratore del Suv sulla strada del week end, o peggio, fanno passerella in bicicletta alla ricerca di un uovo fresco a kilometro zero.” Come dargli torto. E’ facile individuare gli artefici e i sottoscrittori di questo manifesto antipolitico e anti-italiano delineato da Ferrara. Sappiamo chi sono, sappiamo da dove provengono e sappiamo anche che vorrebbero farci affondare. Liberarsi di loro è un dovere, persino civico, per far rinascere la speranza nel Bel Paese. Senza di loro potremo rifondare tutto, dalla morale alla politica, tornando finalmente ad essere quella gente, forte e creativa, che merita un proprio spazio autonomo nella geografia europea e planetaria.

Servire il pollo

asantoroMichele Santoro gode delle stesse prerogative del Capo dello Stato, criticarlo nell’esercizio delle sue faziose funzioni costituisce reato e si rischia di finire alla sbarra. Per questo B. è di nuovo entrato nei fascicoli dei magistrati che gli contestano l’ abuso d’ufficio, a causa di qualche telefonata tesa a frenare la messa in onda settimanale della furia cieca michelesca. Qualcuno, scorrettamente, definisce quest’ultima libertà di espressione mentre trattasi, più verosimilmente, di impressionamento di pubblica opinione. Non di indipendente comunicazione dovrebbe pertanto parlarsi ma di comunicazione indipendente dalla verità, con l’aggravante dell’uso improprio del mezzo pubblico per narcisismo giornalistico e finalità ideologiche private. Santoro – ex militante di Servire il popolo, frazione giovanile oltranzistico-religiosa dell’Unione dei comunisti marxisti-leninisti – smessi i panni del cinese ha vestito quelli dell’inquisitore spagnolo. Si dice che della storica setta maoista lui fosse il più intransigente e che seguisse il programma del futuro governo rivoluzionario come un vangelo. All’art.24 tale legge divino-proletaria diceva che “tutto il materiale pornografico, i testi calunniosi e falsi, la propaganda amorale e corruttrice della borghesia, saranno eliminati e la loro produzione proibita”. Dobbiamo riconoscere a costui la coerenza di aver mantenuto, anche in età adulta, l’aderenza al pudico precetto, tanto che oggi la sua foga contro pornografi di regime e puttane di partito non si è affatto attenuata, anzi, si direbbe che essa è pure cresciuta, come di frequente accade agli uomini allorquando sopraggiunge il calo del desiderio e l’andropausa, tanto intellettuale che fisica. Ma quanto al giudizio sulla borghesia questo si è fatto sicuramente meno severo e dell’odiata classe padronale, nel frattempo trasnaturatasi in ceto parassitario di funzionari del capitale, finanzieri arraffoni, industriali decotti e pensatori salottieri a cervello disarmato, egli è divenuto insigne vessillifero e gran fiancheggiatore. Eppure, sempre la medesima Tavola sacra degli operai maoisti prevedeva all’art.26 che “Tutti gli intellettuali e gli artisti, i tecnici e gli scienziati, che stanno sinceramente dalla parte del popolo, saranno aiutati a rieducarsi vivendo in mezzo al popolo e ascoltando la critica popolare alle loro opere.” L’operazione forse era troppo complessa per avverarsi cosicché Michele ha pensato bene di rieducare il popolo ai comandamenti dei poteri forti, ora mascherati da difensori mancini dei diseredati. Dalle reti del servizio pubblico televisivo il novello Torquemada ha lanciato per anni le sue sentenze inappellabili contro B. accusato in pubblico processo televivo di essere uno stupratore della democrazia, un pervertitore delle istituzioni e un corruttore di giovani pulzelle. Santoro, il moralizzatore, in ogni puntata del suo programma monotematico intitolato annozero (si chiama così perché tanto vale) non ha mai smesso di narrare le nefandezze del Cavaliere, visto come l’unico responsabile dello sprofondamento dell’Italia nel mare melmoso di questa truce fase politica. Sant’Oro però, a ben vedere, è solo un’apparizione ologrammatica che vive nell’irrealtà del piccolo schermo e che crede fermamente di poter incidere, con qualche servizio lanciato dallo studio, sul mondo reale. E’ convinto di poter sovvertire elettromagneticamente l’ordine costituito, conquistando finalmente il sole sintetico dell’avvenire per il popolo, cioè per sè e per lui. I suoi canti partigiani isterici in assenza di ritorni e ritornelli fascisti,  i suoi amici pennivendoli che si intrufolano nelle procure e nelle mutande dei giudici con l’obiettivo di sputtanare le persone, i suoi assistenti vignettisti “invaurosimili” che deridono un potere inesistente per coprire l’oligarchia vivente, rappresentano il peggio che il populismo di sinistra abbia mai concepito. Sarà per questo che i sinceri democratici e progressisti lo adorano, lo riveriscono, lo sponsorizzano, lo servono come un dio. Il dio A-pollo  di Servire il pollo, al militante capra e al telespettatore bue.

GIU’ LE MANI DA FINMECCANICA

finmeccanicaSul Corriere della Sera di ieri (20.07.11), quotidiano antinazionale dei poteri forti, in mano alla GF&ID (Grande Finanza e Industria Decotta) è apparso un trafiletto, a firma di Michele Nones (clicca qui), prodigo di suggerimenti su come dovremmo gestire i nostri gruppi industriali all’avanguardia. Vedi Finmeccanica o Eni. L’autore dell’articolo, come si può notare dal suo curriculum pubblicato online è “Dal 1995 direttore dell’Area Sicurezza e Difesa. Dal 2000 consulente del Ministero della Difesa – Segretariato Generale della Difesa/Direzione Nazionale degli Armamenti per gli accordi internazionali riguardanti il mercato della difesa. Dal 1992 consulente della Presidenza del Consiglio presso l’UCPMA – Ufficio di Coordinamento della Produzione di Materiali di Armamento. Dal 1991 collaboratore de Il Sole 24 Ore per l’industria della difesa”. Costui è anche membro dell’IAI (Istituto Affari Internazionali), organizzazione eterodiretta dallo statunitense Council on Foreign Relations. Come apprendo da alcuni siti lo IAI vanta nel suo organico “ex ufficiali della sicurezza nazionale, banchieri, avvocati, professori, ex membri della CIA, esponenti di vari servizi segreti americani e di alti personaggi dei media” e si occupa di geopolitica, rapporti internazionali, Nato, WTO ecc. ecc. Inoltre, pare che il suddetto ricercatore sia già stato segnalato dai nostri servizi di sicurezza come uomo vicino all’intelligence francese. Bene, dopo questa breve ma esplicativa presentazione, passiamo ad analizzare quanto da egli espresso in questo pezzo di rara mistificazione ideologica. Secondo Nones, poiché siamo in epoca di globalizzazione dovremmo smettere di preoccuparci della proprietà delle imprese strategiche per rendere più profittevoli e razionali i nostri investimenti tecnologici e industriali. Nel fare ciò, ammette furbescamente lo studioso, è giusto assumere dei correttivi per tutelare le proprie strette prerogative statali, ma senza mai chiudersi preventivamente ai capitali e agli investitori stranieri in quanto solo coinvolgendo il mercato, indipendentemente dalla nazionalità dei proprietari, è possibile mantenere un certo livello di capacità produttiva. A supporto di questa sua tesi Nones riporta l’esempio di Finmeccanica che acquistando società inglesi e americane si è aperta nuovi spazi e ulteriori opportunità di business, in concordanza coi governi dei Paesi nei quali si è affacciata. Da tanto lo studioso deduce che anche noi dovremmo essere meno rigidi e spalancare le porte, nei settori strategici e della sicurezza, ai compratori stranieri. A suo parere occorre internazionalizzare agendo sugli assetti proprietari, trasformando, per esempio, il nostro gioiello dell’aerospaziale in una public company. Ma guarda un po’ che ideona! Non è che il signor Nones fa tutto questo bel ragionamento perché gli piacerebbe molto indebolire qualche nostra impresa di punta per agevolarne il passaggio in mani diverse da quelle italiane? Finmeccanica ed Eni hanno fatto benissimo finora, sono cresciute su scala globale ed hanno imposto la propria supremazia tecnologica in tutto il mondo. Perché allora dovrebbero cambiare? Solo per accettare “la sfida della globalizzazione” e dimostrare reciprocità nei confronti di competitors e governi esteri? Me ne frego, avrebbe detto l’italianissimo Totò. Cca’ niuscin è fess‘ ed anche se non siamo esperti e titolati come voialtri spin doctors, conosciamo perfettamente la differenza tra un affare ed una fregatura infiocchettata di chiacchiere. Questo ci farà apparire troppo italiani e provinciali agli occhi del mondo? Pazienza, ci accolleremo il fardello del luogo comune ma almeno eviteremo di farci derubare. In questa fase di profonda crisi economica avremo pure esigenza di fare cassa come afferma Nones, ma non è dando via le chiavi dei nostri forzieri a gente poco raccomandabile che risolveremo i problemi.

SUDDITANZA AD OLTRANZA

Ancora una volta i mercati. Ancora una volta la speculazione. Avremmo dovuto imparare la lezione dei primi anni ’90, allorché la lira e l’Italia furono azzannate dal moloch finanziario che staccò brandelli di carne dal corpo debilitato del nostro Paese. La struttura ossea, sociale e politica, dello Stato restò a lungo scoperta e prima che qualche tessuto si ricomponesse sulle profonde ferite vedemmo che anche quella era malmessa, uno scheletro nazionale in osteoporosi a causa della carenza di calcio politico.  Adesso, i cani da caccia della finanza internazionale si sono messi di nuovo sulle nostre tracce e noi, anziché agitare i bastoni, ci siamo rintanati in un angolo a fare gli scongiuri e a leccarci i graffi. La finanza batte dove la politica duole. Questo sarebbe il momento di dare segnali forti a coloro i quali tentano di fagocitarci lanciando un’Opa sui nostri gioielli nazionali eppure noi, ancora una volta deboli e confusi proprio come nell’ultimo decennio del secolo scorso, ai latrati dalle agenzie di rating e degli hedge fund (prestanome di altri soggetti innominabili ma riconosciuti quali architetti di un nefasto disegno politico ai nostri danni), rispondiamo con i guaiti delle associazioni dei consumatori e con qualche fascicolo d’indagine aperto qui e là dalle procure dello Stivale. Dovremmo richiamare gli eserciti, abbandonare i fronti di guerra dove andiamo a sostenere ragioni che non ci appartengono ed interessi che non ci riguardano, minacciare l’uscita dall’euro (e perché no? L’Inghilterra non ha mai adottato la moneta unica eppure viene presa in maggiore considerazione di noialtri negli assetti istituzionali dell’UE) ed, invece, piagnucoliamo al pari di prepubescenti e ci infliggiamo il cilicio come martiri della fede mercatista, attuando tagli alla spesa pubblica (bisognerebbe razionalizzare più che amputare) ed innalzamento delle tasse. Difesa fiacca ed inutile la nostra, laddove è ormai chiaro che l’armata dei predatori finanziari viene corazzata da qualche governo straniero disposto a farci a pezzetti una volta per tutte, a prescindere dallo stato dei nostri conti pubblici che non è quel disastro del quale vorrebbero convincerci. Disastrata è la classe dirigente (absit iniuria verbis, tanto sulla classe e sullo stile che sulla sua capacità di direzione) di destra e di sinistra che se non è venduta è incapace, e se è inadeguata si lascerà comunque comprare per non perire. L’Italia è il ventre molle del continente ed attaccando la sua economia, imbrigliando la sua politica, limitando le sue ambizioni sarà un gioco da ragazzi mettere la museruola a tutta l’Europa. I vicini di casa, lupi mannari poco raccomandabili e sciacalli pronti ad avventarsi sui nostri tesori , stanno appoggiando questo piano perché intendono partecipare al sacco ed alla rapina contro il Belpaese. I politici nostrani prestano il fianco agli aguzzini e si attrezzano per rendere la discesa degli invasori su Roma molto più agevole sperando così di avere salva la vita ed il portafoglio. E gli italiani? In catene a patire la crisi e le intemperie geopolitiche. Come ha scritto Ludovico Festa su Tempi la situazione si è rovesciata in pochi mesi e “dalle piccole speranze alla Niccolò Machiavelli di dare una qualche stabilità allo stato allargandone la base ai ceti medi e popolari (da sempre ai margini di assetti oligarchici prevalenti anche nella Repubblica) al tendenziale prevalere delle spinte disgregative descritte da Francesco Guicciardini vent’anni dopo il Principe. Come nel 500 è mancata la coerenza degli apparati fondamentali che ostacola lo Stato unitario…se non si allargano le basi dello Stato il destino sarà segnato da interessi stranieri che già adesso orientano quando non dominano le nostre esauste nomenklature primorepubblicane nonché certi settori di ‘borghesia compradora’. Se non si bloccano le tendenze alla disgregazione, ci resterà solo da interrogarci su chi sarà il nuovo Carlo V, il nuovo padrone.”  Non so dargli torto, ma vorrei essere un po’ più esplicito. Il Carlo dei nostri giorni è bello ed abbronzato anche se non è discendente di Filippo. E’ a capo di un impero teocratico ma non sacro, tuttavia consacrato, questo sì,  alla profanazione della sovranità dei popoli che sognano libertà e indipendenza.

 

Ps. Vi do un piccolo aiuto: Indovina indovinello,  lui è nero e molto bello, è gentile ed ottimista, democratico e pacifista, piace molto alla sinistra. Oltreoceano se ne sta ma le mani ce le ha là e pure qua!

MENU’ ALL’OCCIDENTALE

In Italia i servi sono una trascurabile maggioranza. Trascurabile per quel che dice ma molto dannosa per quel che fa. Per questo è molto apprezzata dai nostri alleati stranieri. Il partito trasversale dei camerieri non ha alcun talento internazionale, non assume mai decisioni autonome, non ha una propria agenda politica ma si allarga istituzionalmente quanto più si dimostra incapace di scegliere e di decidere con la propria testa. Marginale in campo estero dove prende piatti in faccia da tutti è incompetente in politica interna dove trova sempre l’intesa bipartizan quando si tratta di pelare gli italiani. Il capolavoro degli ultimi tempi è stata però la “portata” libica. Quest’ultima era per noi una prelibatezza, un assaggio esclusivo delle specialità del mediterraneo. Oggi è diventata un rancio da soldataglia indigesto e disgustoso. La porta del Resort Mezzaluna ci è  stata sbattuta sul naso dai francesi, dagli inglesi, dagli americani e dalla  Nato. Siamo entrati, imboccati come i bambini, in una coalizione di ingordi volenterosi che prometteva un buffet di democrazia e di diritti civili ad un popolo per nulla affamato, se non altro rispetto agli standard del suo continente. Adesso i libici non sono certo più liberi e democratici di prima ma in compenso subiscono un embargo che ne deprime l’economia e lo sviluppo, oltre a tonnellate di bombe sul cranio che ne riducono in polpette a migliaia. Loro poveri ma liberi, almeno a parole. E noi gabbati e a digiuno, nella sostanza. Bel menù all’occidentale. Si toglie il pane alla gente svuotandole la pancia per riempirle il cervello di intingoli sciapiti e illusori. Ed ancor peggio, si butta dalla finestra una minestra italian style per servire French fries che piacciono molto ad Obama e a Sarkozy ma non al bongustaio italiano. Il panafricanismo in salsa gheddafiana aveva per noi il sapore degli affari e la sapidità delle intese politiche, invece questa sbobba ribelle sa di cibo andato a male. Una fregatura pagata salata. Da Tripoli ci fanno sapere che non siamo più clienti desiderati ed accompagnano malamente l’Eni all’uscita. Da adesso in poi i frequentatori migliori e ben trattati saranno yenkees, mandarini e oligarchi dell’est, i quali dimostrano di gradire il nero di seppia che si estrae dal sottosuolo dello Stato africano. E mentre nella Capitale libica si iniziano a degustare gli involtini primavera bagnati da vodka e Kvas, a Bengasi si desina col roast beef cucinato all’inglese, mandato giù con vini e spumanti francesi. La pizza e la pasta ormai la danno solo ai topi e ai conigli, simpatici ma inaffidabili  animaletti ai quali ci paragonano. Il conto alla fine lo pagheremo comunque noi che eravamo i padroni della cucina e adesso siamo i capponi finiti in pentola. Ma Frattini, il nostro capo dicastero degli esteri, con quella sua solita stizza da primo chef della classe dice che a lui la cosa non interessa. E’ superiore a qualsiasi formica cinese che finisce nella marmellata. A quelle altezze vertiginose gli girerà sicuramente la testa tanto da dichiarare che da lì si va via perché lo abbiamo voluto e non perché Gheddafi ce lo ha imposto. Povero Ministro degli Affari suoi, credeva di essere un Maître à penser ed invece è un misero Maître di sala. Però bisogna riconoscerglielo, nessuno sa ingoiare con tale coerenza i rospi vivi. Pur di non ammettere gli errori sarebbe capace di farsi arrostire dai quei cannibali del CNT e di ringraziarli pure per gli avanzi lasciati al nostro Paese.

DUE PEZZI SEMISERI (07 Luglio 2011)

brunetta

SCEMI DI GOVERNO.

E’ sicuramente stata la conferenza stampa degli scemi, dei cretini e degli illuminati dall’imbecillità. Ieri, durante la presentazione della manovra economica, mentre Brunetta illustrava le misure sul pubblico impiego, Tremonti ripeteva più volte ai suoi vicini di posto, “è un cretino”, “è uno scemo”. Sacconi ratificava le parole di Tremonti e Bonaiuti, dall’altra parte del tavolo, assecondava invece quelle di Brunetta. Tra fessi ci si intende al massimo a due o a tre alla volta, dopodiché è impossibile allargare lo schieramento per raggiunti limiti di idiozia. Il vero stupido è per sua natura leader e non accetta di finire nella massa dove le sue doti si fanno comuni. Occupate le cariche di Presidente, Vicepresidente e Tesoriere del Partito della cretinata, si esauriscono gli organi di vertice e nessuno di loro è disposto a fare il militonto. In quest’ultima categoria ci finiscono solo gli scimuniti di serie b (dove b sta per beota) che credono alle stoltezze dei loro capi. I cretini dunque, sono tanti, milioni di milioni, ma anche tenendo conto della legge delle probabilità non si capisce come facciano a finire tutti nei governi e nei parlamenti. Sarà la regola ferrea dell’oligarchia dei deficienti che, contrariamente a quanto pensava Michels, non è l’evoluzione di una organizzazione da una struttura democratica ad una sempre più ristretta ma direttamente il materiale ferroso che i politici hanno nel cervello e che si corrode con la scalata allo Stato . Solitamente gli stupidi si riconoscono dai complimenti che si fanno tra loro nei convegni, nelle conferenze e in tutte le altre occasioni ufficiali. Capita raramente di assistere ad una scena, anche se rubata dalle telecamere, come quella di ieri. Quando passano tali comete il cielo si accende a giorno, per chi lo dice, per chi lo subisce e per chi assiste. E’ un po’ come per la scritta: “Scemo chi legge” sui muri delle nostre città. Effettivamente, chi ha letto può sentirsi tale ma chi ha scritto di sicuro non vincerà mai un nobel per la fisica o un premio letterario. Tremonti e Brunetta sono nella stupidità gemelli diversi ma la boria, che è poi una delle tante declinazioni della stoltezza, li rende siamesi. Infatti, alla fine si sono riconosciuti, baciati e abbracciati. La cretinaggine crea attriti, divide, frammenta eppure riesce a tenere insieme gli esecutivi. Chissà se avremo un dì una risposta a questo dilemma storico, politico e antropologico. C’è materia di studio per gli scemenziati.

ITALIA CADAVERICA

berlusQuesto governo è morto e sepolto. Gli unici che lo ignorano sono proprio i cadaveri che lo animano… si fa per dire naturalmente. Quella tra Tremonti e Berlusconi non è soltanto una seduta spiritica per la futura leadership ma una battaglia condotta nelle tenebre tra armate mercenarie che prendono ordini dall’altro mondo. Si sta decidendo il futuro del Paese non sulla base dei suoi bisogni ma su quelli delle forze oscure occidentali che ci vogliono tumulare. Dopo l’apparizione ad Obama, per salvare se stesso e le imprese di famiglia, B. ha provato a rianimare l’iniziativa governativa imponendo al Ministro del Tesoro di aprire il sarcofago con i tesori di Stato. E’ stato un vano tentativo per riesumare il programma del PDL prima di un ritorno nell’ombra che una magistratura letteralmente ossessionata dai fantasmi non vuole concedergli. Ma nonostante il cambio di dimensione e di agenda l’Italia si ritrova ugualmente addosso gli occhi malefici delle agenzie di rating e dello stesso Eurogruppo che minacciano di condannarci alla dannazione finanziaria eterna. Coincidenze? Nemmeno per incubo. Tremonti è presidente dell’Aspen Istitute Italia, la cui sede centrale è a Washington ed è finanziata da organizzazioni poco spirituali come la Ford Foundation, Rockefeller Foundation e Carnegie Corporation. Ancora, egli è stato ospite del Bilderberg, oscura associazione di ottimati della politica e dell’economia mondiale che, nell’arcano, elabora strategie e iniziative per il benessere dell’umanità, passando prima da foschi interessi particolari dei potenti della terra. Giulio è anche un medium dei salotti sopranazionali e delle istituzioni mondiali di governo dell’economia, dal FMI al WTO. E’ bastato che B. accennasse dell’esigenza di materializzare politiche governative di riforma fiscale che si è scatenato un putiferio sulla testa dello Stato e dei suoi cittadini. Adesso con il varo della manovra economica e i reciproci sortilegi tra Giulio e Silvio si avvicina il momento dell’apocalisse. Si doveva discutere di fisco e di semplificazione per agevolare le medie e piccole imprese ed invece ci si è ritrovati sotterrati da una operazione indirizzata a crocifiggere i pensionati e a lapidare i possessori di titoli. Insomma, ci vogliono tutti morti e non importa se loro stessi non arriveranno in tempo per il funerale perchè trapassati davanti a noi.  Berlusconi è già in ginocchio, a Tremonti è ora caduta sulla testa un’urna pesante con la richiesta di purgazione per un suo consigliere mistico. La scajolata del Ministro è venuta fuori come un’ invocazione ad orologeria, al pari dei demoni delle agenzie di rating contro l’Italia da lui presumibilmente risvegliati. Come finirà? Male, malissimo se non arrivano i ghostbusters o almeno qualcuno che li mandi al diavolo in fretta.

I VAMPIRI DELLA REPUBBLICA

tremontiBisogna imparare sempre a diffidare di chi ricoprendo ruoli e svolgendo funzioni ai più alti livelli amministrativi, politici, finanziari e culturali parla dei massimi sistemi e li critica in maniera moralistica e astratta. I cosiddetti perimetri relazionali e conflittuali dove questi personaggi si muovono elucubrando direzioni, producendo decisioni, elaborando soluzioni, in quanto soggetti agiti dal potere, in quanto funzionari ligi alle regole, sono il massimo sistema che loro stessi contribuiscono a far operare. Anzi è solo una piccola parte del tutto perché al di sopra, di fianco, in basso, in intersecazione, sovrapposizione, sovraordinazione, sottordinazione, si trovano tanti altri cerchi sovrastrutturali, sottostrutturali, interstrutturali che costituiscono la trama fitta dei poteri e del potere. Esso è uno e plurimo, non ha un profilo perché ha centomila teste, un milioni di volti, un miliardo di gambe e di braccia tenuti insieme da un corpo liquido e fluente. Per questo quando sento parlare di una presunta spectre finanziaria di poche persone che governerebbe il mondo comprendo quanto siamo sciocchi ed impreparati ad interpretare la realtà che ci circonda. Forse la figurazione che più si avvicina al concetto che vogliamo esprimere è quella di flusso studiata dall’economista G. La Grassa, secondo il quale il capitalismo, forma e sostanza dei rapporti materiali che modellano la nostra società, è flusso conflittuale che si dirama in maniera microreticolare precipitando in macroapparati “economici come le imprese o politici e ideologici come Stato, partiti, sindacati, lobbies, associazioni, scuola, media, ecc.” all’interno delle diverse formazioni particolari; sia di queste ultime, trattate nella loro interezza di aree, paesi, ecc. nell’ambito di quella globale o mondiale”. Insomma quel che noi vediamo condensarsi è già risultato di un processo chimico-sociale del quale riusciamo appena ad intuire l’esistenza per via di ipotesi ed approssimazione teorica. Benissimo, capisco che siete storditi ma questo breve ingresso nell’argomento era necessario per togliere la maschera ai buontemponi in abiti della domenica o in stracci popolari che, dai vertici delle istituzioni, hanno osato turlupinarci sostenendo: “”il dogma del mercatismo è suicida” oppure che “Il nostro problema non è creare, come in un progetto di una ingegneria sociale e di mutazione genetica, valori nuovi e post-moderni. Il nostro problema, in una età di crisi universale, è quello di conservare valori che per noi sono eterni. Rispetto al consumismo, noi preferiamo il romanticismo. Non i valori dei banchieri centrali, ma i valori dei nostri padri spirituali”, o ancora “La difesa dell’identità è la difesa delle nostre diversità tradizionali, storiche e basiche: famiglie e “piccole patrie”, vecchi usi e consumi, vecchi valori. Al fondo c’è qualcosa di molto più intenso che una parodia bigotta della tradizione. E’ un misto di paura e di orgoglio, una riserva di memoria, un retroterra arcaico e umorale che negare, comprimere o sopprimere, non solo è difficile. E’ dannoso. Saremo infatti più forti, nel futuro, solo se saremo più ancorati al nostro passato”. Con queste belle parole che rappresentano una narrazione romantica quanto intorpidente della vita ad uso e consumo dei buoni di cuore e dei puri di animo (in molti siamo fatti così purtroppo) il Caro (aspirante) Leader Giulio ci ha preso in giro poichè, da come poi si vede nei prosaici fatti, le finanziarie non le scrive in prosa popolare, né in linguaggio spirituale ma in codice criptato tecnico-economico che depositandosi lentamente mostra i suoi trucchi da ragioniere del sistema che odia i titoli di stato, il ceto medio e i pensionati. Perché nemmeno un colpo ai rentiers, agli sciacalli del grande capitale e alle vestali del mercatismo? Non erano costoro i vampiri che ostacolavano l’avvento di un mondo comunitario e solidale con un piede sulla dura roccia della tradizione e l’altro sul suolo erboso dell’avvenire? Potenza della retorica che quando affluisce come un fiume in piena travolge la ragione e seppellisce l’intelligenza a fini di subdola sofisticazione. Tremonti ci lascia il passato romanzato perché ha deciso toglierci il futuro tanto anelato, quest’ultimo tumulato nei tagli orizzontali alla spesa. Lorsignori fanno cassa dopo averla svuotata. Ed il passato con tutto ciò davvero non c’entra nulla dato che la razzia dei conti pubblici è realmente cominciata nei primi anni ’90. Prima di tangentopoli la situazione non era così catastrofica col debito al 98,5 del Pil. Adesso è al 120% dopo diciott’anni di governi di centro-destra e centro-sinistra post-Mani Pulite. Le responsabilità sono dunque evidenti. Cacciati i ladri di ieri, sono arrivati i ladroni di oggi. Il nostro passato è ancora troppo oscuro per essere introiettato (verrà mai la verità sul quel colpo di mano che distrusse dc e psi?) ed il futuro è già stato ipotecato da una classe dirigente venduta ed imbrogliona. Abbiamo bisogno realmente di un nuovo inizio, senza chiacchiere sentimentali. Ma soprattutto senza di loro.

TANGENTI A TEMPA ROSSA

Gli italiani sono un popolo di santi, poeti, navigatori ed….autolesionisti. Ci sarebbe poco da scherzare considerato che ultimamente la magistratura italiana sembra non avere di meglio da fare che mettere in ceppi le nostre aziende dei settori di punta. Per esempio Eni e Finmeccanica, due players mondiali nel campo dell’energia e dell’aerospaziale, leaders indiscussi di mercati a grande concentrazione tecnologica ed elevata profittabilità, che adesso si ritrovano invischiati in brutte faccende di tangenti e di corruzione. Parliamo di società controllate dal Tesoro che seguono le aspirazioni e le visioni politiche ed economiche della leadership nazionale sullo scacchiere geopolitico.

Insomma, dietro di esse c’è lo Stato che si sta facendo processare mettendo a repentaglio la sua credibilità decisionale e la sua attendibilità deliberativa. I vertici di tali multinazionali tricolori si sono comportati così egregiamente negli ultimi anni che il loro giro d’affari si è allargato a dismisura, fino a scontrarsi con quello di aziende concorrenti di altri Paesi cosiddetti alleati, i quali dimostrano di non gradire l’eccessivo protagonismo italiano. Lo si è visto recentemente in Libia dove è stata apparecchiata una guerra, basata su dubbie e contrastanti versioni mediatiche (dalle inesistenti fosse comuni ai bombardamenti sui civili) da parte dei servizi segreti francesi ed inglesi, i quali hanno risposto ad istanze dei rispettivi governi preoccupati per la flessione della loro influenza nel Mediterraneo.

Le ultime indagini sull’Eni sono arrivate anche in Basilicata, definita, non a torto, il serbatoio petrolifero d’Italia. L’importanza strategica dei siti e dei pozzi lucani è cresciuta da quando si è infiammato tutto il Nord Africa, col pericolo che dopo la Libia toccasse anche all’Algeria, altro nostro generoso fornitore. Diciamo subito che nell’inchiesta principiata da ipotesi di corruzione internazionale in Iraq, Kuwait e Kazakhstan ed estesasi anche al centro oli Tempa Rossa di Corleto Perticara – laddove managers del gruppo di San Donato si sarebbero fatti ungere per l’affidamento di appalti a gruppi nostrani dell’ingegneristica e delle costruzioni – l’Eni sarebbe parte lesa. Eppure il Cane a sei zampe è finito nel tritacarne della stampa come una “sorellastra” qualsiasi, proprio mentre le sue sorelle privilegiate di Stati nostri competitors continuano a godere della massima tutela dei loro Esecutivi.

Non si gioca col fuoco delle prerogative nazionali sugli scenari esteri perché poi è difficile recuperare. In questo senso il Gabinetto di Roma ha già dimostrato di non essere in grado di assumersi le proprie responsabilità. Quando si “sconfina” in siffatti commerci in cui si intrecciano interessi economici e disegni politici ci vuole coraggio e scaltrezza. Dato il difficile clima mondiale occorre pertanto fare quadrato intorno ai nostri gioielli industriali che senza l’assistenza degli apparati dello Stato non possono sostenere il confronto su mercati ad elevata “politicizzazione”, come appunto quelli energetici o degli armamenti. Gli altri lo sanno e lo fanno, noi invece ci mettiamo alla sbarra da soli. Riporterò un piccolo caso per chiarirci le idee. Poco prima che scoppiasse la rivolta di Bengasi, come scoperto dal giornalista Franco Bechis del quotidiano Libero, una delegazione commerciale d’oltralpe accompagnata da uomini della sicurezza si recò in Cirenaica. Che ci facevano i businessman francesi insieme a militari dei corpi speciali? Siglavano contratti e stringevano intese. Costoro per essere più convincenti si facevano coadiuvare da persone in divisa. In un mondo normale ciò rappresenterebbe un’anomalia e un atto di concorrenza sleale, ma a quanto pare i giudici d’oltremanica non si fanno impressionare come i loro omologhi “italici”. Questo fanno i nostri partners europei mentre noi ci flagelliamo nelle aule di tribunale. E’ giusto che i togati compiano il loro dovere ma quando si tratta di questioni così delicate bisogna evitare improvvide fughe di notizie. E, soprattutto, bisogna essere rapidi nel raggiungimento della verità per non compromettere l’immagine della nazione. Ci auguriamo che sia questo lo spirito col quale i magistrati inquirenti hanno approcciato lo spinoso problema, nel rispetto della legalità ma anche degli interessi della Repubblica.

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