CENTOCINQUANT’ANNI BASTANO. ADESSO ACQUISTABILE IN FORMATO CARTACEO

LA GRA

 

Centocinquant’anni bastano. Uscire da Marx con Marx. L’ultimo saggio di Gianfranco La Grassa (€ 14,99, Narcissus ed.) è una lettura scientifica del pensiero di Marx, dei suoi lasciti teorici ancora validi ma anche dei suoi errori previsionali i quali, dopo più di un secolo e mezzo, non possono essere riproposti per cieco fideismo e stolto conservatorismo, in nome di una fantasia sovversiva che nasconde beceri interessi di preservazione accademica o politica.

La Grassa non nega e non rinnega la sua formazione marxista, anzi quest’ultima è il porto di partenza, l’ancoraggio da conoscere ed esplorare in ogni angolo ed anfratto, per poter salpare verso altri lidi concettuali, muniti degli strumenti adeguati ad interpretare la realtà delle nostre storicamente specifiche formazioni capitalistiche, nonché la natura dei rapporti e delle strutture sociali che le informano.

Ma il libro di La Grassa è anche una nuova proposta teorica, un riorientamento categoriale per posizionarsi nel mondo tumultuoso della nostra epoca, per individuare gli aspetti principali del capitalismo odierno e delle sue dinamiche intrinseche, per comprendere i nessi comuni ed elaborare una proposta trasformativa delle relazioni collettive, la quale inizia sempre ed inevitabilmente dallo sceveramento, per via astrattiva, di siffatte questioni. Senza intelligenza del problema non può esserci alcun progetto, neppure transitorio.

Per Marx il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale. Non tutti lo hanno capito, nemmeno quanti si sono professati suoi convinti seguaci. Poiché, appunto, il capitale non è oggetto ma processo di “ri-produzione” di legami collettivi non egualitari, o egualitari solo in sembianza, è chiaro che esso non nasce strettamente nel luogo dove si combinano i fattori produttivi ma in un ambiente più ampio, qual è quello societario complessivo.

La grande scoperta di Marx, sta, pertanto, nell’aver smascherato i rapporti di subordinazione del sistema capitalistico, oltre la coltre superficiale del mercato, il regno della libertà e dell’anarchia, dove effettivamente individui svincolati da qualsiasi sottomissione diretta e, perciò, padroni di scegliere cosa offrire e cosa domandare, si ritrovano uno di fronte all’altro con le loro precipue proprietà e titoli monetari e giuridici.

Sul mercato ognuno si reca senza coazione ma sospinto dai rapporti sociali di cui è creatura. Qui ritroviamo, per effetto di processi storici già verificatisi (come l’accumulazione originaria, fenomeno primigenio e violentissimo), i detentori dei mezzi di produzione e i meri portatori di forza lavoro; i secondi, se vogliono sopravvivere, devono vendere la loro particolare merce ai primi che hanno gli strumenti per utilizzarla proficuamente. Nessuno li costringe con la forza a “vendersi” ma allorché si decidono in tal senso (e la scelta è preordinata, tanto da diventare questione di sopravvivenza o di perimento) scontano automaticamente le conseguenze di rapporti di forza oggettivi che li vedranno svantaggiati. Inseriti come maestranze nell’organizzazione produttiva erogheranno energie superiori al prezzo ricevuto. Questa è l’estrazione del pluslavoro, nella forma del plusvalore, che mette i gruppi proprietari dei mezzi di produzione in cima alla piramide sociale.

Così nelle parole di La Grassa: “La specificità del capitalismo è quindi appunto la costituzione storica di un rapporto ben preciso, costituzione che implica la liberazione da ogni servitù con contemporanea netta separazione tra possesso dei mezzi produttivi e possesso di semplice capacità di lavorare. Se il lavoratore è separato dai mezzi di estrinsecazione di tale capacità insita nella sua corporeità (mente, muscoli, mani, ecc.), e tuttavia è lasciato libero di scegliere che cosa meglio gli aggrada (morire di fame o “guadagnarsi da vivere”), non può svilupparsi altro che la libera – non subito, ma la grandezza di Marx è di aver individuato lo sfruttamento prescindendo dagli “attriti” ancora esistenti – contrattazione tra capitale e forza lavoro. Insomma, si è dovuta formare la massa del lavoro salariato: questo il movimento (storico) di instaurazione del rapporto sociale che è il capitale, secondo la definizione di Marx”.

Tutto ciò dovrebbe, almeno si spera, sgombrare il campo dalle ubbie di chi ritiene che il “dominio” nasca nel processo lavorativo tout court. Non è così, al di fuori di quelle precondizioni sociali da noi descritte – e per questo abbiamo parlato di scelta preordinata che scaturisce da una “genetica relazionale” riproducente costantemente sé stessa, anche evolvendosi e metamorfosandosi, fase dopo fase – ci vorrebbe effettivamente la spada in pugno per incatenare gli uomini alle macchine. Ma, se così fosse, saremmo in tutt’altro tipo di sistema sociale, schiavistico o feudale, non in quello da noi preso in considerazione.

Seguendo questi tragitti, Marx pensa la divaricazione tra sfruttati e sfruttatori come quella fondamentale di tutte le vicende umane. La storia è storia delle classi in lotta, ma col capitalismo, con la formazione di due fronti ben definiti, capitalisti proprietari dei mezzi di produzione e salariati possessori della sola forza lavoro, questo confronto giunge al suo ultimo stadio, poiché si realizzano, nel seno stesso del sistema, le condizioni oggettive di un rivolgimento rivoluzionario da rinvenirsi nel processo di socializzazione delle forze produttive, “sia dal lato dei mezzi di produzione, della tecnologia, ecc., sia da quello dell’organizzazione del processo in cui la forza lavoro viene erogata”.

Marx vede e descrive anche la presenza di “condizioni soggettive” della trasformazione derivanti dalla separazione della funzione proprietaria da quella direttiva del capitalista (unite nella fase concorrenziale), intreccio e coordinamento di quest’ultima con le funzioni lavorative operaie in senso stretto (esecutive, manuali, ecc.). L’esito finale del processo si sarebbe sostanziato nella formazione del lavoratore collettivo cooperativo, vera base sociale – pensata in costante allargamento – della trasformazione rivoluzionaria”.

Giusto? Giusto ma sbagliato, ovvero corretto sotto il profilo logico-deduttivo della sua teoria ma errato nei fatti e negli sviluppi evenemenziali successivi. Il General Intellect non si è concretato, i manager erano e sono sì dei salariati ma di specie diversa e, comunque, non separati dalla proprietà e dai suoi piani, inoltre, per funzioni, corrispettivo e mission non sono assimilabili ai semplici lavoratori del braccio; anche i vertici societari, contrariamente al “vaticinio” non si sono ridotti ad un nugolo di staccatori di cedole disinteressati degli sviluppi materiali dell’impresa, dalla quale ricavano i profitti per attuare strategie aziendali e conflittuali ai livelli superiori (politici, per esempio).

La Grassa lo afferma esplicitamente e si distacca da tutti quei pensatori che ancora attendono l’avvento dell’ultima ora fatale del capitalismo per raggiungimento invalicabile dei suoi limiti interni. Ergo, se dalla dinamica di centralizzazione dei capitali non conseguono centralizzazione e coordinamento delle varie unità produttive, con formazione di un soggetto unitario collettivo-cooperativo che può fare a meno dei capitalisti, per di più convertitisi in parassiti finanziari, viene meno quel parto “ormai maturo nelle viscere del capitalismo” che avrebbe dovuto condurre prima al socialismo (a ciascuno secondo il suo lavoro) e poi al comunismo (ad ognuno secondo i suoi bisogni).

La Grassa opera, prendendo atto di questa “predizione” smentita, una rottura epistemologica e apre un altro continente storico-esplicativo, di cui diremo subito; piuttosto che mettersi a seguire la processione dei fedeli, il famigerato gregge dell’ortodossia, il quale pur di non ammettere il fallimento del proprio apparato categoriale permette che la scienza si tramuti in culto, egli salpa dalla costa e prende il mare aperto con le sue insidie e le sue possibilità.

Marx ha creduto che, tendenzialmente, con l’accentuarsi dello sviluppo capitalistico sarebbero stati due blocchi irrimediabilmente avversi a fronteggiarsi, capitalisti “rentierizzati” e General Intellect plasmato nella produzione, quest’ultimo considerato il soggetto intermodale del trapasso ad una nuova formazione sociale. Rebus sic stantibus.

Ma era davvero questo il conflitto dirimente? La Grassa non lo crede (e noi con lui) e mette davanti a tutto il conflitto strategico tra agenti dominanti, derubricando come secondaria la disputa capitale-lavoro. Certo, ci sono epoche storiche in cui gli schieramenti sono maggiormente polarizzati sulla base di questa dicotomia, ma essenzialmente predomina l’altro genere di antagonismo. Meglio ancora, quello che viene principalmente in evidenza è proprio il flusso conflittuale che scorre sotto la crosta sociale e che determina gli incessanti terremoti e deformazioni da cui essa è colpita, sbilanciamenti costanti non visibili ad una osservazione superficiale e diretta, coperti da uno spesso velo ideologico: “Le epoche (e fasi) storiche riguardano complessi raggruppamenti sociali (società, formazioni sociali), di cui isolare i gruppi che appaiono essere i decisori d’ultima istanza nel comportamento attivo di maggiore rilevanza, in quanto portatori del movimento dei raggruppamenti in questione, in genere di carattere evolutivo cioè trasformativo delle loro “strutture” relazionali interne (teoricamente fissate mediante i già ricordati “tagli della realtà” secondo particolari “fasci d’osservazione”). Diciamo che i gruppi decisori sono, in generale, i soggetti (agenti, ma appunto in quanto portatori). L’oggettoingenerale è costituito dai raggruppamenti sociali complessivi (e “strutturati” come detto), cioè dalle formazioni sociali in generale (non questa o quella in particolare). Sugli strumenti o mezzi, il discorso è più complesso, meno sicuro e stabile. Direi che il mezzo generale per l’azione del(dei) soggetto(i) sull’oggetto (formazione sociale) è la lotta per la supremazia. Tuttavia, questa indicazione può prestarsi a molti equivoci. Credo si debba evitare di farne una questione “genetica”, malgrado i possibili riferimenti a tale lotta in tutto il mondo animale (e anche vegetale, cioè in tutto il vivente). Ritengo si debba attribuire oggettività generale (in genere) all’estrema variabilità delle forme di questa lotta strategica. Una variabilità da non considerare quindi come successione storico-specifica di forme diverse di una generica e generale “lotta per la supremazia”, perché è invece proprio detta variabilità ad essere l’aspettogenerale della lotta condotta dagli individui della nostra specie”.

Allora, lo squilibrio del flusso della realtà, dal quale nasce la lotta imperitura degli attori sociali per l’affermazione, è l’elemento più generale mentre l’equilibrio è “solo l’apparenza sensibile che nasce da una miriade di squilibri che sembrano compensarsi”. Con la teoria, chi cerca di rendersi protagonista della scena collettiva, prova a stabilizzare artificialmente tale corrente inarrestabile perché non si può tenere lo sguardo fisso sul sole senza munirsi di filtri, non si imparerebbe nulla su di esso e si resterebbe accecati. Altro modo per “frenare” il flusso è quello dell’istituzionalizzazione, con la condensazione dei conflitti in apparati di stabilizzazione degli stessi, retti da regole di condotta per gli agenti funzionari che vi lavorano, e da gerarchie prestabilite all’interno di questi organismi. Poiché, come dicevano, il flusso del reale è inarrestabile, le sopraddette costruzioni umane durano dei cicli storici ma poi vengono superate dagli eventi e perciò devono adattarsi al mutevole ambiente, rinconfigurarsi palingeneticamente o, anche, soccombere. In ogni caso, diventano residui di un panorama in destrutturazione che non può resistere all’infinito sotto la pressione di nuove forze e visioni dell’esistenza associata. I drappelli che controllano quest’ordine diventato precario mettono in marcia delle contromisure per resistere all’ondata riformatrice o rivoluzionaria, dipende dal contesto e dall’elasticità (o rigidità) dell’architettura del potere costituito, attraverso “apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della “realtà” precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale della “realtà” da parte del flusso di spinte squilibranti (lo ricordo: presupposto quale base della conoscenza); la teoria cerca così, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri teorizzati via ipotesi, non riconosciute però come tali bensì affermate in qualità di certezze definitive”.

In ogni caso, in ambito sociale, e tenendo conto dello scorrimento incessante del flusso squilibrante del reale di cui abbiamo detto, l’equilibrio (apparente e transeunte) rinviene dall’emersione vittoriosa di un nucleo di decisori su altri nuclei in conseguenza di una precedente fase di convulsioni sociali, periodo che La Grassa indica come policentrico, “quale fu ad esempio l’epoca detta dell’imperialismo (in quanto conflitto tra quegli agenti definiti potenze)”. Con l’affermazione di un raggruppamento di decisori nella lotta per la supremazia viene stabilito un “bilanciamento”, in quanto le spinte opposte si integrano e, momentaneamente, si consolidano, tenendo sempre di vista però che il carico dei pesi viene orientato dai conglomerati (si pensi alle nazioni o aree di nazioni sullo scacchiere planetario) che esercitano una potenza maggiore sui loro correlativi.

Adottando l’impianto teorico di La Grassa e ponendo al centro della nostra visuale scientifica, ideologica, politica ed anche economica, il conflitto strategico e il fascio di pressioni squilibranti che lo forgia sottotraccia, possiamo ribaltare alcuni ordini di problemi (l’economicismo, per citarne uno) che i sacerdoti del sistema buttano volutamente in metafisica (la mano invisibile o l’ordine monetario irreversibile) unicamente per sottrarli ad una pericolosa critica, non perimetrabile a priori, in materia di mercato, produzione, società ecc. ecc.(i loro totem indiscutibili):

Pur accettando, per semplicità, di suddividere (teoricamente) la formazione sociale nelle tre “sfere” dell’economia, della politica (in quanto apparati vari dell’attività “pubblica”) e dell’ideologico-culturale, è necessario rifarsi in ognuna d’esse allo svolgersi dello scontro per la supremazia – cui, come già rilevato, segue anche l’attività di cooperazione, alleanza, ecc. tra individui e gruppi di individui per meglio sostenerlo – che segue i principi delle strategie, delle mosse inerenti alla politica nel suo senso più proprio, non semplicemente intesa quale sfera formata dal complesso di apparati in cui il conflitto si condensa, precipita. Le strategie in quanto politicaanche quelle seguite dai “capitalisti”, cioè dai gruppi imprenditoriali in concorrenza fra loro – sono prevalentemente ispirate a principi altri rispetto a quello del minimo mezzo, pur utilizzando pure quest’ultimo in via sussidiaria.

La conflittualità (in base a strategie della lotta) deve sostituire il mercato quale “superficie” di quel “reale” che possiede un altro aspetto (“più profondo”), celato alla vista. La produzione – quella considerata in generale, con cui abbiamo iniziato questo scritto – è da considerarsi produzione disocietà, nel senso di articolazione (nella teoria) delle tre sfere sociali di cui sopra. Il soggetto di tale produzione si presenta quale agente nell’esplicazione delle strategie della lotta, che rappresentano i mezzi o strumenti applicati all’oggetto, pensato come insieme ancora informe di individui riuniti in un determinato “spazio”. Tale insieme è la materia prima, trasformata dai mezzi (strategie) di lotta utilizzati dagli agenti (soggetti) in un più articolato e “strutturato” conglomerato che è una formazione sociale, cioè in breve la società.”

Esistono, in un certo senso, due livelli di realtà, sostiene La Grassa, il livello più profondo dello squilibrio del reale “dovuto ad un flusso continuo di impulsi contraddittori che producono continue alterazioni dei rapporti di forza tra individui e gruppi con nascita di reciproci conflitti” e quello più superficiale dove primeggia il senso della compensazione e della quiete sociale relativa. Sovrano è però lo squilibrio del quale bisogna avere coscienza anche se non possiamo averne conoscenza, pena l’impazzimento o l’ingresso nella riflessione mistico-spirituale. Per questa ragione le pratiche sociali sono tutte improntate dal conflitto, sordo o più esplicito, ed è in quest’ultimo che i soggetti sono agenti (ed agiti da) di ruoli di conservazione o trasformazione che non escludono “volatili” alleanze o più durature “fedeltà”. Le teorie servono proprio a “costruire campi di stabilità” per confliggere nel mondo attraverso strategie variabili, in cui da meri agiti dalle funzioni sociali si diventa attori e creatori delle stesse. Come si può capire è la stessa razionalità dominante (quella del minimo mezzo per raggiungere determinati obiettivi, allegramente, armoniosamente e tutti insieme appassionatamente) che qui viene rimessa in discussione a vantaggio di una razionalità più ampia (e realistica) detta appunto strategica.

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€ 14,99

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Autori: Gianfranco La Grassa

Editore: Narcissus Self Publishing

ISBN: 9788867554447

Data Pubblicazione: 14/02/2013

Linguaggio: Italiano

“Un marxista deve partire da Marx; attestarsi su una determinata rotta con la convinzione di voler arrivare comunque a qualcosa di nuovo, che non può più aspettare dopo un secolo e mezzo di continuo calpestare il solito suolo, di ancoraggio nella solita rada. Restare attestati alla fonda dopo tanto tempo implica che non si è marinai se non a chiacchiere. Partire però senza nemmeno sapere dove si stava stazionando durante i preparativi del viaggio, significa votarsi a vagare in alto mare senza cognizione di quale rotta effettiva si sta seguendo. Si può consultare la bussola quanto si vuole; se gli occhi sono appannati, se i giramenti di testa sono incessanti, se le mani tremano e l’aggeggio continua a cadere di mano, l’aggirarsi come quando si esce ubriachi da un tugurio è garantito.”

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INCREDIBILITA’ INTERNAZIONALE

SudItaliabordello

Tra i compiti, al di sopra delle sue possibilità, affidati a Mario Monti (ed al suo governo di specialisti sulla carta) vi era il cosiddetto recupero di credibilità internazionale.

L’ingenuità di questo obiettivo –  in verità, una palese presa per i fondelli –  era insita nel fatto che un individuo, considerato nella sua singolarità, senza il sostegno di una classe dirigente preparata alle sfide storiche ed in possesso di un adeguato bagaglio di esperienze politiche, senza l’azione ed il supporto di servizi d’intelligence e degli altri apparati statali, indispensabili a raccogliere le informazioni di scenario che i decisori apicali traducono, in seguito, in scelte operative, senza la disponibilità di un esercito addestrato ad ogni evenienza e dotato di equipaggiamenti all’avanguardia, non è in grado di riconquistare alcunché.

La credibilità internazionale nasce dalla sovranità nazionale, ovvero dalla capacità di una collettività e dei suoi agenti strategici di difendere i propri spazi vitali e di proiettarsi, con istanze politiche rapportate ai propositi, abilità di penetrazione economica e peculiarità culturali, sui vari teatri epocali.

Tradotto in soldoni, è credibile chi dimostra l’efficacia e l’efficienza dei mezzi e delle istituzioni pubbliche che tracciano i suoi orizzonti esistenziali, intrinseci ed estrinseci, e non si limita ad accettare passivamente soluzioni calate dall’alto e da fuori, per di più attraverso la delega volontaria di ogni processo deliberativo all’alleato di turno o ad organismi di sedicente compartecipazione orizzontale che celano ben altra verticale del potere.

In realtà, l’ex professore dell’Università di Trento divenuto rettore, cioè dirigente amministrativo della più quotata Bocconi di Milano, aveva ricevuto l’endorsement delle cancellerie mondiali per le sue concezioni sovranazionali idealistiche (ovvero conformistiche) che avrebbero riportato l’Italia all’interno di dinamiche condivise, o, detto meglio, prestabilite dai più energici partner occidentali, dopo alcuni atti “d’insubordinazione” russa e nordafricana del Gabinetto Berlusconi.

Dietro le differenti politiche estere dei Paesi, anche se riassunte con espressioni attraenti ed una simbologia tranquillizzante – si pensi alla “politica del sorriso” inaugurata dal Premio Nobel per la pace Obama, il quale, irridendo la pacificazione e la nostra credulità, si è infilato in tutti gli scenari caldi del pianeta con i suoi marines, i suoi droni e le sue basi militari – si nascondono i rudi rapporti di forza, i disegni e i piani egemonici delle (super)potenze, i modelli di rappresentazione della democrazia e delle libertà civili da esportare, con la (pre)potenza, in ogni angolo del pianeta, in nome di una superiorità morale, ancora tutta da dimostrare.

La figura di Monti, così ingigantita da lontano e da vicino, non ha partorito nemmeno il topolino delle ripresa economica che, anzi, dopo i salassi fiscali e le iniziative limitative della spesa sociale e degli investimenti pubblici, si è ancor di più allontanata.

Con il fallimento su tutta la linea, costui però ha assolto ai suoi doveri. Non sorprendetevi, giacché di questo si tratta. Mi si consenta una citazione cinematografica, poco colta, da un vecchio film di Sergio Martino, interpretato da Lino Banfi, che ha il pregio di chiarire il paradosso.

L’attore pugliese è nella finzione Oronzo Canà, tecnico visionario, di infima categoria, che viene chiamato ad allenare, per la prima volta nella sua carriera, una squadra neopromossa in seria A, la Longobarda. Il Presidente lo opziona perché ha deciso di rimandare la squadra in serie cadetta, non aspirando a sostenere gli ingenti ingaggi di un campionato superiore, anche se pubblicamente dichiara di riconoscere nel trainer qualità non comuni e virtù da salvatore della squadra.

Ora, gettate uno sguardo sugli sponsor di Mario Monti e tirate le dovute somme. Chi ha auspicato l’arrivo del cattedratico in sella all’Esecutivo fa parte di quei gruppi della speculazione organizzata che avevano lanciato l’OPA sulla Penisola, sin dall’inizio della crisi. Il Presidente del Consiglio doveva garantire che il business predatorio continuasse a filare, anche a rischio di far retrocedere l’Italia nella serie B del capitalismo continentale.

Per questo, a cagione di Monti, sono cresciute le difficoltà, in ogni sfera sociale, con la finale estinzione della nostra credibilità internazionale, non sui giornali stranieri ma dentro agli eventi della fase.

Adesso, i medesimi media che agli esordi avevano incensato l’accademico con scarse citazioni scientifiche, lo criticano apertamente (secondo il Financial Time“non è l’uomo giusto per guidare il Paese”) e gli rimproverano la discesa nell’arena elettorale. Questi non vedono di buon occhio il suo impegno diretto perché, agendo scopertamente nella tribuna pubblica, l’ex Premier certifica la sua primigenia ambizione politica e rivela le manovre di palazzo che lo avevano portato in auge, in qualità di finto tecnico e vero sodale dei potentati globali.

Peraltro, questo personaggio si è dimostrato di scarso coraggio, ottenendo, dal PresdelRep, di essere nominato senatore a vita, prima di procedere con i suoi decreti a colpi di fiducia parlamentare e contraccolpi sul ménage delle famiglie, garantendosi l’immunità nell’esercizio delle sue funzioni. Evidentemente, si temevano reazioni popolari che avrebbero potuto far affiorare “verità nascoste” per le quali Monti rischiava di brutto. Chi gli ha coperto le spalle dovrà assumersi le sue responsabilità sul banco della Storia che è giudice più inflessibile della magistratura , anche se ancor più lento di questa nell’emettere le sue sentenze. Che comunque arrivano spietate e senza appelli.

Tracciato questo quadro, possiamo anche svelare la motivazioni effettive che produssero la caduta di Berlusconi, certamente non dipendenti dai cucù, dalle pacche sulle spalle, dalle barzellette sconce e, nemmeno, dalle ammucchiate serali. Checché ne affermi la propaganda di regime.

B. fu preso di mira per gli accordi con il Cremlino in materia energetica e per il protagonismo, non autorizzato dal patto atlantico, su mercati interdetti, come quelli iraniano, siriano, algerino e libico.

Per questi palcoscenici i nostri “amici” avevano idee diverse dalle nostre e ce le imposero senza preoccuparsi delle conseguenze.

In particolare, gli stretti rapporti tra Roma e Tripoli (la nostra quarta sponda), snodo geopolitico decisivo tra mondo africano ed arabo, scatenarono le gelosie di Francia, Inghilterra e degli stessi Usa (l’ordine è inverso). Fu la guerra, e fu fatta contro i nostri interessi.

In questo tragico frangente, Berlusconi dimostrò di non aver mai posseduto le caratteristiche dello statista e dopo le iniziali incertezze autorizzò, persino, i bombardamenti contro il socio Gheddafi, con il quale, poco prima, aveva siglato un accordo di risarcimento per i crimini coloniali fascisti. Quest’ultimo andava a vantaggio del popolo libico ma anche delle nostre aziende che sarebbero stata privilegiate negli appalti per la costruzione di infrastrutture.  Ancora una volta, il badoglismo fu l’epitome dell’italica piccolezza, con i caccia tricolori che sorvolarono i cieli di un paese alleato ridotto all’istante in uno Stato canaglia per ordine di terzi.

Con quell’atto scellerato il Cavaliere mise fine al suo premierato e alla sua parola che ormai non valeva più nulla. Così disonorato era inevitabile che tutto gli crollasse addosso. Come è puntualmente avvenuto, con i voltafaccia nel suo partito dei “capibastone” e dei ministri, in cerca di fama e ricollocazione.

Stiamo ancora pagando il prezzo di questi complotti e tradimenti incrociati, di cui sono responsabili tutti i partiti dell’arco costituzionale, certamente con colpe diverse ma trasversali. Con gli sciacalli della finanza alle porte (dietro i quali agiscono bestie ancora più feroci) ci vogliono i leoni per difendere il territorio, eppure, anziché i ruggiti s’ode soltanto uno stormir di foglie (di fico). Troppo poco per spaventare l’avanzata famelica della speculazione. Rischiamo davvero di finir sbranati con tutte le agende.

I PARTITI DELLO STRANIERO

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Le maggiori difficoltà italiane, nell’attuale crisi sistemica globale, derivano da relazioni di forza internazionali, assolutamente sfavorevoli, che pesano negativamente e pesantemente sugli apparati sociali, finanziari, economici e produttivi del Paese. L’Italia deve fare i conti con deficit strutturali atavici ma l’aggravamento della sua posizione, sul proscenio mondiale, discende dal clima e dalle evoluzioni geopolitiche,  avverso alle quali non sono state attivate reazioni e risposte adatte.

La caduta degli indici borsistici e l’allargarsi della forbice tra i differenziali di rendimento dei titoli di Stato (lo spread), è la faccia esterna di problematiche molto più complicate che nessuno prende correttamente in considerazione. Le crisi economiche sono terremoti di superficie scatenati dallo spostamento e smottamento del terreno in profondità, e questo subbuglio sotterraneo, questo scontro e sfregamento di placche, è il prodotto di scelte strategiche e ricollocamenti politici dovuti all’insorgere di nuove istanze sistemiche, in una  fase storica di transizione. C’è chi si rende protagonista di tale movimento e c’è chi lo subisce. Noi siamo tra chi patisce ogni conseguenza.

Sicuramente, in una società di tipo capitalistico, dove la gran parte di ciò che è prodotto è merce e si deve scambiare mediante denaro, la crisi inizia manifestandosi nella sfera finanziaria, quella che prende il davanti della scena. Tuttavia, da questo non deriva che la causa principale della débâcle sia di origine economica. Se saltano gli equilibri finanziari e monetari non è per ragioni intrinseche all’economia ma per fattori di conflittualità geopolitica.

Le nostre criticità non scaturiscono da contingenze sfortunate ed aleatorie, non almeno in maniera preponderante, ma sono il risultato di decenni di scelte errate e valutazioni inadeguate in merito alle mutazioni in atto sullo scacchiere planetario, già all’indomani degli esiti finali della Guerra Fredda.

A sbagliare sono state classi dirigenti  orbe di visione storica, al cospetto di avvenimenti unici ed irripetibili; élite parassitarie che si sono garantite la permanenza in sella allo Stato svendendo il patrimonio pubblico a concorrenti esteri, per un tozzo di pane, evitando accuratamente di dialogare con le urgenze dell’èra, presenti e future. Gruppi direttivi neofiti, le seconde file dell’arco parlamentare che fu, hanno innalzato la bandiera costituzionale per meglio affossarla, hanno ballato sulle ceneri dei più qualificati predecessori, rinnegando di esserne stati allievi, per autolegittimarsi in assenza della medesima spinta ideale, dopo i nefasti delle mani pulite e delle zucche vuote con la coscienza più sporca.

La retorica delle privatizzazioni indispensabili, tanto in voga al principio dei ’90,  posteriormente alle annate di sperperi assistenziali ed elargizioni clientelari delle risorse statali, non le scagionerà mai dalle loro responsabilità, che sono gravissime, poiché una cosa è vendere asset marginali, razionalizzare le spese, segare rami d’attività improduttivi, e non strategici, per perseguire più elevati obiettivi, avendo presente un quadro di opportunità, di sviluppo, di innovazione e di crescita, ovvero ambendo ad un maggior benessere comunitario, un’altra è liquidare l’argenteria di famiglia per dimostrare la propria sottomissione ai vecchi e nuovi padroni del vapore, a loro volta sostenuti da fameliche cricche sopranazionali.

Se si vanno a guardare le liquidazioni dell’impresa pubblica dei lustri scorsi, non vi si troverà un solo vero affare ad un prezzo onesto, ma soltanto tante menzogne riguardo a fantomatici capitani coraggiosi salvatori della propria panza, imprescindibili esigenze di dismissione per rimpinguare le casse vuote, salvo raschiare successivamente  anche il fondo del barile e gestioni a perdere come mai visto. Oggidì, siamo diventati davvero cittadini dissoluti di Sodoma, come ci ricordano in alto loco continentale, ma non dimentichiamo di provenire da ben altra e temuta Sparta. Scaricare, invece, il peso dei guai odierni su chi è venuto prima, con la surrettizia frase sventolata in ogni occasione: “è colpa del precedente governo e dei suoi uomini”, andando a ritroso fino alla notte dei tempi, è tipico degli imbelli e dei corrotti.

Detto più chiaro, mentre il mondo cambiava rapidamente, scosso da eventi drammatici (caduta del Muro di Berlino, dissoluzione dell’URSS, unipolarismo Usa e svelto ritorno del multicentrismo, conseguente all’emergenza e riemergenza di altri attori geopolitici sulla scena mondiale), i percorsi (collettivi e personali) e le idee (generali e soggettive), di chi avrebbe dovuto guidarci fuori dal guado, con soluzioni moderne ed originali, generate da valori e scopi progressivi, si pietrificavano.

L’inazione e la confusione vennero a lungo celate da apologhi integrativi, multilateralisti, cooperativi, solidaristici ecc. ecc. che prendevano il posto delle ideologie manichee appena consumatesi.

In sostanza, dunque, la presunta fine dell’età delle grandi narrazioni giunse cavalcando un romanzo ancora più immaginario ed impraticabile. Presto, ci saremmo risvegliati e scontrati con altre durezze storiche dello stesso materiale, se non più solide, di quelle appena superate.

L’UE in ampliamento scriteriato al fine di inglobare comunità provenienti dall’ex sistema socialista per sottrarle all’influenza russa, l’allargamento della Nato ai medesimi paesi, gli altri organismi mondiali di gestione falsamente unanime dell’economia e delle relazioni diplomatiche, la globalizzazione, i diritti umani e ambientali,  tante belle parole accompagnate da altrettanta propaganda ed effetti collaterali, sempre esclusi a priori e puntualmente verificatisi, che produssero non quell’eden finalmente pacificato e parificato nelle libertà sociali, di cui blateravano gli intellettuali di regime (la storia non è finita, la loro credibilità sì), ma tutto il suo contrario. Fu ed è l’averno, con l’esportazione impossibile della democrazia,  le guerre al terrore che addizionano paura anziché sopirla (Afghanistan, Iraq), l’accumularsi del settarismo su basi etnico-confessionali, le divisioni culturali neganti i punti di contatto anche laddove esistenti. Elementi che segnalano una strategia di unilateralismo “imperiale”, irrealizzabile nella incipiente fase multipolare. Per questo salgono i tributi di sangue in ogni luogo d’instabilità, trascinando nel caos anche quei territori che una certa saldezza l’avevano conquistata a fatica.  Penso, soprattutto, al Mediterraneo e ad alcuni Paesi dell’Africa araba.

Senza confutare e opporsi alla conformazione concreta della situazione che contraddiceva i primigeni proclami universalistici, e che discordava con i nostri interessi nazionali, siamo rimasti agganciati al carro occidentale ma in posizione sempre più subordinata e dipendente, accettando il ruolo di figurante senza battute, imposto da alleati prepotenti, impropriamente definiti amici dai nostri governanti senza coraggio.

Poiché subiamo questi rapporti di forza senza incidere sulla loro formazione e diramazione, la ripresa, inclusa quella economica, che è  un aspetto delle problematiche complessive qui abbozzate, sicuramente non quello determinante, non è fattibile e mai lo sarà, fintantoché persisterà questa situazione di passività generale – meglio sarebbe dire di effettiva sudditanza dei nostri vertici statali a diktat esterni – aggravata dalla presenza di “partiti dello straniero” interni, trasversali ai cosiddetti schieramenti liberali e riformisti.

E, qui, ci troviamo finalmente dinanzi alla disputa realmente impellente, allo spartiacque epocale. Non riusciamo a venire fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati perché siamo governati da antiitaliani che prendono ordini dalle capitali estere per amministrare Roma, derubricando i destini dei connazionali.

Questi autentici nemici della “patria” considerano la propria perpetuazione verticale, con spartizione degli incarichi e delle funzioni pubbliche, più importante della stessa esistenza della nazione. Ciò lo riscontriamo quotidianamente nel dibattito politico, assorbito da temi e problemi inessenziali, che non mettono mai in questione le decisioni calate dall’alto, dagli organismi europei ed atlantici, i quali ci trattano da paria e da carne da macello.

Ed è così che l’UE diventa, per i nostri politici arroccati dietro presunte logiche monetarie e unitarie irreversibili (parola di Draghi, Monti ed altri), il penultimo rifugio delle canaglie, essendo l’ultimo ancora il rassemblement di organismi militari e finanziari di ispirazione statunitense, dalla Nato al FMI ecc. ecc., consorziate con le varie massonerie sovracontinentali (Bilderberg, Trilateral ecc. Ecc.)

Chi nega l’ evidenza non conosce la Storia dell’Italia, recente e passata, da quella pre-unitaria, a quella post-unitaria fino all’edificio repubblicano, impastato con la calce di influenze forestiere non benevoli, né disinteressate (non trattiamo in questa occasione, ovviamente, di periodi più antichi, quando gli eserciti stranieri marciavano direttamente sul nostro suolo e si spartivano terre e bottini manu militari).

Come tutti dovrebbero sapere, i  rapporti internazionali influenzano le agende delle formazioni partitiche in ogni spazio nazionale. Questo, soprattutto, in stagioni di caos geopolitico, quale quella in atto, dove si sta verificando la perdita di egemonia, relativa e non ancora assoluta, del polo dominante (gli Usa), a vantaggio di altre aree in recupero di potenza (Cina, Russia, e subordinatamente Brasile, India, ecc. ecc.). Detta situazione di multipolarismo fa saltare molti equilibri poiché viene a mancare quel centro regolatore che per una lunga fase, almeno nell’area occidentale, aveva garantito, in cambio di un appoggio incondizionato contro il comunismo, benessere economico e pace sociale.

Ma, stando diversamente le cose, nell’attuale congiuntura mondiale (la quale potrebbe durare a lungo, con buona pace di chi pensa di uscire dalla crisi già nel 2013), un eccesso di passività nella riedificazione dei rapporti internazionali (che sono, in primo luogo, rapporti di forza), comporta, per le soggettività nazionali lasciatesi perifericizzare, una sottrazione permanente di sovranità.

Da questa serie di fatti si può giungere ad alcune conclusioni che non ci fanno per nulla piacere.

In Italia imperversano i cosiddetti “partiti dello straniero”, organismi che delegano ai centri di comando europei e atlantici il futuro dei propri concittadini, rinunciando alla capacità di decidere autonomamente del proprio destino.

I partiti dello straniero, oramai quasi tutti, li riconoscerete immediatamente dalle loro agende programmatiche in cui abbondano i riferimenti all’incontestabile partenariato euro-atlantico e i proclami di adesione incondizionata ai dettami dell’UE. I partiti dello straniero ripetono come una nenia, quando devono dissimulare la loro impotenza, “ce lo chiede l’Europa, l’Onu, la Nato” e così via, quasi ci trovassimo al cospetto di infallibili dèi. In tal maniera, muore la politica nazionale, sostituita dalla delega internazionale, senza che il popolo si sia mai espresso su siffatta cessione di autodeterminazione. Ancora, i partiti dello straniero li riconoscerete da come si peritano di presentarsi al pubblico, quali forze della responsabilità e della sobrietà. Quest’ultima è la manovra di copertura più adoperata da simile “borghesia compradora” per reprimere  le  energie  vitali  della società  e  per meglio adempiere  alla sudditanza economica e politica verso  nazioni  o  gruppi  di  nazioni  egemoniche.

Da chi sceglierete di farvi rovinare, data l’assoluta omogeneità di “sviste” istituzionali, dopo le prossime elezioni? Chi vincerà? Perderà l’Italia, questo è il vero risultato scontato.

AL DIAVOLO I PAROLAI

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I ricchi vadano al Diavolo, cioè all’inferno. Si tratta di un pensiero pre-moderno, per non dire superstizioso, pronunciato dal leader di un partito religioso che confonde la politica con la scomunica.

All’inizio era la “verbosità” dell’annunciazione comunista, poi fu la “praticità” delle decisione opportunista. Ma i benestanti non vanno più all’inferno da qualche secolo, ovvero, da quando la Chiesa ricorse allo stratagemma delle “pene purgatorie”, in una data fase del medioevo continentale, per dare una chance di salvezza agli usurai e ai banchieri cristiani.

Prima di ciò, per un millennio all’incirca, l’aldilà si divise in due compartimenti stagni, il cielo per i buoni e gli inferi per i cattivi, tertium non datur. Il soldo era sterco del Demonio ma, poiché gli strozzini finanziavano le imprese papali e sostenevano economicamente la santa ecclesia, occorreva un po’ di riconoscenza nei loro riguardi. Un periodo di espiazione, con sofferenze transitorie, sarebbe stato sufficiente a riabilitarli agli occhi di Dio, spalancando anche per loro, almeno in un secondo momento, le porte del Paradiso.

Se avesse letto Le Goff, Nichi Vendola, poeta, letterato e governatore regionale, lo avrebbe saputo, oppure avrebbe potuto farselo raccontare dai preti, suoi buoni amici, essendo stato lui a spalancare, in Puglia, i prosaici portoni della sanità privata a Don Luigi Verzè, cui affidò una struttura ospedaliera sovvenzionata con i talleri dei contribuenti pugliesi.

Il presbitero, affezionato al Cav, lo ringraziò pubblicamente definendolo un santo, al pari di Berlusconi. Chissà se Vendola gradì il ditirambo, ma tant’è, il giudizio divino e dei suoi vicari è indiscutibile.

In realtà, l’uscita improvvida sui ricconi di Vendola risponde a tutt’altre esigenze identitarie e rientra in quel “gesuitismo laico” del capo pragmatico che pontifica in accordo con l’alta dottrina e gestisce secondo la bassa logica della bottega.

Se non nascondesse sotto un profluvio di formule magico-demagogiche, sfavillanti ma pressoché incomprensibili, le sue azioni in controtendenza con l’ideologia pauperista di cui si fa latore, il trucco sarebbe stato smascherato all’istante e i fedeli-militanti gli avrebbero già voltato le spalle.

Perché, in fondo, Nichi si porta a spasso la coerenza come un orecchino, è soltanto apparenza che luccica e non illumina. Estetica più che etica. Il terlizzese non ce l’ha davvero con i potenti, ed i prepotenti lo sanno, tanto che lo invitano alle loro conferenze, vedi i Rockefeller con la loro fondazione e i Ford con la loro associazione. In un viaggio promozionale americano, di qualche anno fa, Vendola dichiarò apertamente ai giornalisti: “A New York ho incontrato i rappresentanti della Fondazione Rockefeller e della Fondazione Ford con i quali ho approfondito la discussione su temi come la deforestazione, la desertificazione, la difesa dell’acqua come bene comune…sempre a New York ho incontrato gli attori fondamentali del sistema Italia, presso la sede del Consolato, con cui abbiamo discusso di progetti specifici, come quello legato agli itinerari ebraici in Puglia che possiamo rivolgere alla comunità ebraica di New York.”

Va bene, potrebbe non esserci nulla di male in siffatte pubbliche relazioni, tuttavia, ne risentono l’empatia con la classe lavoratrice e la simpatia col sindacalismo logorroico, caratteristiche sulle quali Vendola ha costruito buona parte della sua offerta politica. In seconda battuta, non è mai educato sputare nel piatto dove si mangia, non è bello accomodarsi tra i danarosi e disconoscerli alla prima occasione, crocifiggendoli impunemente a chiacchiere.

Se tra il suo dire ed il suo fare c’è di mezzo l’Oceano Atlantico dobbiamo dedurne che il suo afflato operaio è mera “nostalgie   de   la   boue”  (o romanticizzazione degli animi primitivi, per dirla alla Tom Wolfe), con la quale si vuol mostrare prossimità con chi vive nel fango, badando bene di mantenere gli abiti inamidati e lindi.

Così, accade l’unico miracolo di tutta questa triste storia priva di saggezza biblica: la discrepanza s’incarna in un falso profeta che ha nel pourparler il suo inossidabile programma.

Ciò lo capì subitaneamente, a sua spese, l’ex direttore dell’Acquedotto Pugliese, Riccardo Petrella, il quale prendendo sul serio i sermoni anticapitalistici  del Presidente, si mise in testa di buttare fuori dall’APQ  la finanza internazionale. In tutta risposta, Vendola buttò fuori lui accompagnandolo sull’uscio con queste frasi: “il superamento della Spa e l’abbattimento delle tariffe … Sono il frutto di un radicalismo astratto, privo di coordinate politiche, di valutazioni sommarie e semplificate su un ente che, al contrario, è straordinariamente complesso…”.

In sostanza, l’acqua è un bene pubblico esclusivamente in campagna elettorale mentre, poi, bisogna fare i conti con i meccanismi del mercato ed i soggetti privati che spostano voti e capitali.

Adesso, sappiamo, per averlo studiato sui testi di La Grassa, che la forma giuridica della proprietà non costituisce uno spartiacque, ci sono iniziative private che funzionano meglio di quelle statali e viceversa. Semmai, ciò che vale sono l’efficienza, l’efficacia e le tariffazioni dei servizi fondamentali da offrire alla cittadinanza, oltreché il sostegno ai settori considerati strategici per l’autonomia della nazione, da difendere contro gli attacchi esterni. Quel che non può essere tollerato, invece, sono i controsensi e le rigidità di chi costruisce il proprio profilo elettorale su precise battaglie di civiltà (come vengono pomposamente chiamate dai cialtroni) ma alla prova dei fatti spedisce in discarica le declamate convinzioni. Mettiamo, dunque, da parte gli anatemi e confrontiamoci seriamente sui problemi, locali e nazionali. Per essere presi sul serio bisogna dimostrare di essere seri. Forse è chiedere troppo ai parolai dei nostri tempi?

DA HITLER A DE BENEDETTI PER ARRIVARE ALLA DECRESCITA. RUFFOLO-SYLOS LABINI: DUE LENZE E NIENTE COERENZE.

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Sull’ultimo saggio, pubblicato da Einaudi (non una casa editrice qualsiasi), di Ruffolo e Sylos Labini, ha già scritto il nostro Mauro Tozzato, quindi non torneremo su quegli argomenti e sui commenti che ne sono scaturiti. Pare però che il rampollo di più nobile e grande padre non abbia preso bene le critiche. Ci può stare, siamo nel campo caratteriale dove ognuno reagisce come gli pare, soprattutto se non gli piace come appare. Poiché non siamo educande, almeno noi eviteremo di insolentirci, lasciando cadere offese (se mai ci sono state e per questo eventualmente ci scusiamo) e indignazioni professorali (che puntualmente sono arrivate), tuttavia, resta il nocciolo della questione da affrontare. La scienza non ammette debolezze, richiede rigore analitico, capacità di osservazione, comprensione dei fenomeni, dimostrazioni puntuali ecc. ecc., soprattutto nelle svolte e nelle rotture che intendono modificare paradigmi e concezioni invecchiate, in quanto come diceva Weber “…ognuno di noi sa che, nella scienza, ciò che egli ha fatto sarà invecchiato dopo dieci, venti, cinquant’anni. Questo è il destino, anzi, questo è il senso del lavoro della scienza […]A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza.[…]Essere superati scientificamente – è bene ripeterlo – è non soltanto il destino di noi tutti, ma anche il nostro scopo”.  Fin qui il metodo delle scienze, anche di quelle sociali e politiche, che, ad ogni modo, non autorizza nessuno, richiamantesi ad esso, a saltare di palo in frasca, a fare della contraddizione estemporanea (sul lungo periodo, invece, alcune incongruenze sono inevitabili) un’attitudine per compiacere ristrette comunità di potenti, con in mano il mercato dell’editoria, oppure, oligarchie baronali concedenti, se si sta ai patti, un pezzo di bancarella universitaria.

Andiamo, allora, immediatamente al succo della diatriba per chiarificare le diverse prese di posizione.

In un articolo, molto attendibile e  coraggioso, del 7 febbraio 2012 Sylos Labini scrive: Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20% della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con delle riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma, tra il 1933 e il 1936, si realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, anche più significativo del tanto celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. E non furono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell’edilizia, dell’automobile e della metallurgia. L’edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione (+209%), seguita dall’industria dell’automobile (+117%) e dalla metallurgia (+83%)”.  E, poi, precisa che: “L’intento del mio articolo è quello di mettere in evidenza la politica economica e monetaria seguita dalla Germania di Hitler per risollevare un Paese allo stremo. Una politica che, con i dovuti accorgimenti, potrebbe essere riproposta nell’Europa di oggi dove la disoccupazione ha raggiunto livelli inaccettabili”.

Sono ragionamenti pienamente condivisibili e in accordo con quello che sosteniamo da anni, quando affermiamo che stimolando i settori di punta (che all’epoca di Hitler erano appunto quelli citati da Sylos Labini, compresa però l’industria degli armamenti), grazie all’iniziativa di gruppi dirigenti che rompono gli schematismi economici, nonché quelli di subordinazione politica e finanziaria, con i quali le grandi potenze occidentali avevano incatenato la Germania, è possibile tornare ad essere protagonisti sotto il profilo geopolitico ed industriale.

Alcuni mesi dopo, forse in virtù di qualche pubblicazione sulla stampa nazionale, Sylos Labini porta il contrario di quello che aveva argomentato nei precedenti passaggi. Ecco delle estrapolazioni da un pezzo tratto da Micromega (9.11.12) : “… esistono dei forti dubbi che la crescita possa rappresentare l’unica soluzione dei nostri problemi in quanto un’espansione quantitativa senza limiti così come l’abbiamo conosciuta dalla rivoluzione industriale non appare sostenibile. Ricordiamo che prima dell’attuale crisi l’economia mondiale si sviluppava a un tasso medio che, se estrapolato fino al 2050, l’avrebbe moltiplicata per 15 volte; se prolungato fino alla fine del secolo, di 40 volte. E sappiamo che la crescita comporta un incremento della popolazione, che oggi è pari a circa 6,5 miliardi di persone e nel 2050 dovrebbe toccare i 9 miliardi. Riproponiamo dunque la domanda: è concepibile un’economia capace di una crescita continua? Per noi la risposta è senza alcun dubbio negativa perché la crescita sta determinando un’imponente distruzione di risorse naturali. Ne deriva che il rilancio della crescita può rappresentare una fase, non uno stato permanente dell’economia, e che agli economisti toccherebbe il compito di rispondere alla domanda: esistono altre forme di economia che possano fare a meno della crescita senza farci ricadere nella povertà? È possibile “una prosperità senza crescita” come si afferma nel titolo di un recente libro di Tim Jackson?”.

Da Hitler alle palle di Pallante, tramite Malthus (ce misérable), il passo è greve. Ve lo immaginate il futuro Führer che blatera di decrescita felice ai connazionali affamati? I tedeschi lo avrebbero preso a sassate e lui sarebbe rimasto per sempre un reduce. Restando bassi, senza uscire dal perimetro economicistico, si potrebbe rispondere con le parole dello stesso Marx, secondo il quale il capitale può crescere nel tempo senza necessariamente incontrare una barriera nella domanda effettiva, perché quest’ultima alla fine è una domanda che sgorga dal proprio seno; quanto poi alle risorse in esaurimento, ci si arrischia in questa previsione da due secoli. Ad elargirla gratuitamente sono, soprattutto, quelli che hanno abusato di tali materie prime e che ora vorrebbero impedire agli altri di servirsene alla stessa maniera. Si tratta sempre, oggi come ieri,  di forme di neoromanticismo economico alle quali non crederebbe più nemmeno uno studente delle scuole superiori. In primo luogo, c’è la capacità del sistema di scoprire altri mercati, innovare la tecnologia, creare nuovi prodotti, migliorare i processi ecc. ecc., sfamando, dunque, la crescente popolazione;  c’è, insomma, tutta quella dinamicità di cui il capitalismo ha già dato prova in questi secoli smentendo i limiti (i quali pure esisteranno ma che noi –  i nostri figli e i figli dei nostri figli – probabilmente non vedremo in maniera generalizzata) di cui parla Sylos Labini. In secondo luogo, chissà poi, può sempre giungere inaspettata una bella epidemia a decimare la popolazione, simile a quelle già verificatesi in passato, che farà giustizia di tutto il genere umano, in primis di quello troppo generico e superficiale.

Ma non è finita, perché sono le risorse ad essere esauribili, mica le risorse di Labini, il quale ne ha di previsioni catastrofiche da annunciare, quasi inesauribilmente: “Da tempo economisti e scienziati si sono impegnati nel compito di immaginare quali dovrebbero essere le linee portanti di un nuovo modello di sviluppo dell’economia in senso ecologico e, soprattutto, di un nuovo modello ideologico. Crediamo che sia giunto il momento di passare dall’economia della competizione a una nuova economia della cooperazione: la competizione sempre più spinta ha prodotto un’età della crescita che è oramai degenerata in un’età della distruzione. Nuove forme di cooperazione potrebbero, invece, condurci verso un’età di rinnovato benessere”. E di grazia, come la imponiamo questa nuova economia della cooperazione? Ovviamente, con un conflitto contro i dominanti dell’attuale statu quo, in ogni sfera sociale. Dopodiché, da vincitori (se mai vinceremo, ma così utopisticamente possiamo soltanto prenderle, noi le botte e Sylos Labini le pubblicazioni), ed essendo divenuti la nuova forza costituita, coopereremo quanto basta per mantenere il potere, prendendo le giuste precauzioni (magari servendoci di adeguati apparati coercitivi) al fine di non farci scalzare da altri antagonisti esterni ed interni, pronti a sostituirci al primo segnale di debolezza e di scollamento. E buonanotte alla cooperazione. In principio, come alla fine, è sempre il conflitto strategico per la dominanza, la cooperazione è solo una delle sue tante forme apparenti e convenienti.

Per concludere, un accenno allo stile compiacente del duo Ruffolo-Sylos Labini che mira a subentrare, per fama, influenza, ed accondiscendenza, alla coppia Giavazzi-Alesina. Tuttavia, se in ossequio alla teoresi di cui sopra, essi coopereranno anziché confliggere coi poteri forti, vedranno spalancarsi le porte di un’età di rinnovato benessere, coincidente con la loro età pensionabile, cioè alla pensione dorata ci arriveranno quanto più si distanzieranno dalla scienza. Et voilà, non aggiungo altri commenti, ma faccio presente che non ci si fa belli con le astrazioni (la critica accesa alla fase finanziaria del capitalismo, comunque discutibilissima) e, poi, all’atto pratico, quando il concetto diventa carne ci si distrae troppo facilmente, come in questo frangente: “De Benedetti…imprenditore illuminato… dopo aver respirato la cultura industriale trasmessa dal padre, ingegnere meccanico, ha lavorato nel settore automobile con la Fiat, per poi diventare protagonista nei comparti ad alta tecnologia come l’informatica con Olivetti e le telecomunicazioni con Omnitel, la società da lui fondata…” (L’Espresso del 25.10.2012). Mettere costui, come ho già fatto presente a Sylos Labini privatamente, accanto alla categoria schumpeteriana dell’imprenditore innovatore è già un ardimento, indicarlo quale imprenditore illuminato, antagonista del capitalismo finanziarizzato, è un affronto all’intelligenza. Oltre a ciò, De Benedetti è stato tra gli artefici dello smantellamento dell’impresa pubblica dopo tangentopoli, ottenendo favoritismi e sconti su gioielli pubblici che ha presto trasformato in macerie economiche, da mero speculatore quale è. A me questo florilegio di labinate appaiono silos di ruffianate (o ruffolonate); potrei anche sbagliarmi ma non credo.

 

Da Antologia di Spoon River

Voi credete che le odi e i sermoni,

e lo squillo delle campane

e il sangue dei vecchi e dei giovani

martirizzati per la verità che vedevano

con occhi resi lucenti dalla fede in Dio,

abbiano compiuto le grandi riforme del mondo?

Credete che l’inno di Guerra della Repubblica

si sarebbe udito se lo schiavo

avesse servito al dominio del dollaro,

a dispetto della mondatrice Whiney,

e il vapore e i laminatoi e il ferro

e i telegrafi e il libero lavoro bianco?

Credete che Daisy Fraser sarebbe stata scacciata e sfrattata

se la fabbrica di scatolame non avesse avuto bisogno

della sua casetta e del suo podere?

O credete che la stanza da gioco

di Johnnie Taylor e il bar di Burchard

sarebbero stati chiusi se il denaro perduto

e speso per la birra non fosse andato a finire,

chiudendoli, a Thomas Rhodes,

a un maggiore smercio di scarpe e coperte,

e mantelli per bimbi e culle di quercia?

Ecco, una verità morale è un dente vuoto

che va otturato con l’oro.

 

UN NUOVO PRINCIPE PER UN NUOVO PRINCIPIO NAZIONALE

Cesareborgia

Pochi giorni di campagna elettorale sono bastati per intuire che i partiti e i candidati, vecchi e nuovisti (nuovi è parola impropria), non hanno la minima percezione della situazione reale in cui ci troviamo e giocano ai piccoli chimici per invertire la tendenza dei sondaggi, o sventolare i propri tendaggi di scena (un tempo, tali insegne si sarebbero chiamate bandiere ma, dopo la presunta fine delle ideologie, sono scomparsi i grandi confronti e non sono rimasti nemmeno i corti orizzonti, al di là del vergognoso spettacolo delle opposte tifoserie da stadio), per recuperare/incrementare consensi.

La fase politica è talmente grave che ci vorrebbe una nuova formazione politica (della quale non c’è evidenza, altro che Grillo e il suo movimento “irretito” nella rete) con le idee chiare sull’avvenire dell’Italia e sulle sorti geopolitiche del Paese, al fine di rifondare lo Stato e ridare speranza ai cittadini. E’ questo il compito storico che abbiamo di fronte, generazione di un altro Stato e dei suoi compiti, tattici e strategici, nonché riconfigurazione del corpo collettivo nazionale intorno a queste priorità epocali. I nostri sono tempi eccezionali che richiedono soluzioni straordinarie e chiunque si limiti ad amministrare l’esistente, o a cimentarsi nel piccolo cabotaggio politicistico, è complice di un sabotaggio pubblico devastante.

Anziché tutto ciò, dunque, qui si continua traccheggiare, a discutere se sia opportuno o meno imbarcare il Centro nella Sinistra, la Lega nel Centro-destra e le ali estreme dappertutto, purché in posizione di complemento, per impedire all’altro schieramento di spuntarla, in quanto se vince Bersani sarà schiavo del soviettismo (?) di Vendola, se vince Berlusconi prevarrà il razzismo leghista e storaciano, mentre, se l’ago della bilancia dovesse essere la lista “cinica” di Monti perderebbero tutti, prelati e finanzieri esclusi. Nel frattempo, restiamo incatenati all’idiozia ragionieristica di questi inetti che da vent’anni dimostrano di essere dei marziani a Roma. Costoro fanno calcoli sul vuoto che non contemplano programmi di cambiamento e piani di rigenerazione dello spirito sociale, ormai polverizzato da lustri di abusi, sotto specie di soprusi partitocratici interni e razzie speculative esterne. Insomma, la democrazia ridotta a votificio per scegliere incompetenti, la cui unica aspirazione è quella di fare le mezze maniche dell’Ue, i passacarte degli organismi internazionali, tanto politici che economici, e gli interessi della propria miserabile bottega.

Al punto in cui siamo giunti, piuttosto, dovremmo chiudere con questi principianti e ricompattarci intorno ad un “Principe figlio di un principio collettivo” che si dimostri in grado di spazzare via i parassiti da ogni sfera sociale e di ricostituire gli apparati statali, predisponendoli ai duri confronti internazionali, alle sfide globali e alle istanze autoctone che decreteranno la posizione, di subordinazione o di indipendenza (o almeno di autonomia), sullo scacchiere mondiale di ogni singolo Paese o area di Paesi, per i prossimi anni. Una sfida enorme sulla quale ci giochiamo la libertà duratura o la sottomissione permanente.

So che molti storceranno il naso nel sentir parlare di Principe e grideranno al fascismo, ma non di questo si tratta, sebbene si renderanno obbligatori atti di “potenza” e di “prepotenza” per scrollarsi di dosso i saprofiti che hanno prosciugato il sangue del popolo. La violenza sarà nelle stesse decisioni trasformative (e non in azioni d’imperio autoreferenziali, come nei dispostimi) che andranno prese per raschiare il marciume e la muffa incrostatisi, da tanti decenni, sulla vita sociale italiana.

Penso, solo per fare un esempio, all’interruzione di quell’emorragia di fondi pubblici, dirottati per lunghe annate, verso le Imprese Decotte di precedenti ondate tecnologiche (definitivamente esauritesi) e la Grande Finanza parassitaria, acciocché venisse garantita la sopravvivenza di gruppi banco-industriali in stretto collegamento con i vertici politici, che non portavano sviluppo all’Italia e sottraevano risorse per i settori più innovativi e strategici.

I veri sperperi di denaro dei contribuenti sono questi, prim’ancora delle ruberie della cosiddetta “casta” e dei trasferimenti statali ai servizi generali che costituiscono il cuore del Welfare State. Sicuramente, anche in quest’ultimo campo sono stati compiuti degli eccessi ed occorrerà razionalizzare e modernizzare ma non si può arrivare al paradosso di tagliare lo Stato Sociale, lasciando inalterate le citate regalie private, danneggiando così due volte i cittadini, prima con il foraggiamento, coi soldi di tutti, di aziende che, nonostante i sussidi non riusciranno a restare sul mercato, e poi restringendo il campo della gratuità e dell’efficienza delle prestazioni istituzionali nella sanità, nell’istruzione, nell’occupazione ecc. ecc. a svantaggio della comunità.  Quindi, finché non vi saranno Agende o dichiarazioni programmatiche che conterranno queste richieste inaggirabili, ogni discorso sarà, e delle due l’una, o una presa in giro o un friggimento di aria da parte di uomini che si danno delle arie non avendo altro nel cervello.

Tornando alla disquisizione sul Principe e chiarendone meglio il significato citeremo Antonio Gramsci, affinché si possa comprendere la portata dell’affermazione: “Il moderno principe… non può essere una persona reale, un individuo concreto, può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione.”

Il grande politico sardo, dunque, non concede nulla al fanatismo carismatico e leaderistico che rappresenta, al più, una reazione emotiva, di labile durata, ai drammi della fase storica, la quale, et pour cause, sfocia nella restaurazione o nella mera riorganizzazione formale degli apparati statali (soprattutto di quelli corazzati di coercizione) non risolutiva dei problemi reali. Gramsci crede, invece, in qualcosa di più consistente ed adeguato ai tempi che si esprime in maniera vasta ed organica, al fine di assicurare la rifondazione della macchina statale, poiché l’obiettivo è, appunto, quello di costruire diverse strutture nazionali e sociali adatte ad affrontare le competizioni contemporanee. Nulla a che vedere, pertanto, con le derive autoritarie che, semmai, appartengono all’attualità tecnocratica, dei tecnici ma anche dei politici. Occorre, in sostanza, rifare l’Italia con un atto creativo e originale, espressione di una volontà collettiva generata ex novo da un nuovo blocco sociale incaricatosi, per spinta d’idee, di proposte e di massa d’urto sociale, di risollevare i destini dello Stivale, percorrendo strade mai battute e facendo sue iniziative accantonate da gruppi dirigenti passivi e corrotti.

Questa volontà collettiva esiste oggi, almeno in nuce? A nostro parere sì e si intravede, seppur flebile e marginalizzata, in quei comparti che hanno resistito alla svendita del patrimonio pubblico e delle imprese strategiche, in quei segmenti della popolazione produttiva che, senza attaccarsi alla mammella pubblica, mandano avanti l’economia e lavorano, a testa bassa, nonostante le difficoltà, ai quali manca, tuttavia, la cultura politica per sentirsi protagonisti di un mutamento da perseguire. Certo, studiando meglio la struttura economica italiana, facendo l’analisi storica del passato e del presente politico, sceverando più perspicuamente la composizione del ceto medio, ora ridotto ad una categoria ripostiglio indistinta, sarà possibile trovare e, persino, inventare quelle colleganze indispensabili a far germogliare il soggetto politico di cui abbisogniamo per l’insorgenza e la risorgenza nazionale.

“Producendo” teoricamente e scovando nella prassi politica i punti di contatto, gli anelli di congiunzione tra sezioni del lavoro autonomo e dipendente, tra piccoli e medi imprenditori e tra drappelli al timone delle imprese di punta sensibili all’argomento, questa volontà nazionale forse prenderà tangibilità e sostanza.

Quelli che ci governano adesso e che si ripropongono alla guida del Belpaese sono un ostacolo alla palingenesi richiesta e non comprendono la portata delle minacce planetarie nella presente epoca multipolare. Anzi, qualcuno lavora apertamente per renderci succubi di trame “aliene” e di obblighi stranieri, che sono tali perché loro sono fiacchi ed arrendevoli. Soltanto un moderno Principe, nel senso qui accennato, ci potrà salvare.

 

L’ELEZZIONE NOVA: SCELTA CINICA CON MONTI

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Lista per Monti, lisca per gli italiani. Educazione civica e scarti ittici. Il pesce in barile ed il popolo preso all’amo.

Scelta la civica, sciolto il popolo. Dal grande teatro di Brecht al teatrino del break democratico. Stanno facendo il deserto economico e lo chiamano pace sociale.

La polemica del secolo. Monti-Brunetta: dimensioni fisiche. MONTI-BRUNETTA: dimensioni egotiche. Il duo ipertrofico, Cocco (della finanza) & Renato. Tutto da ridere, cime di rapa tempestose.

Monti: tagliare le ali estreme. E distribuire grembiulini. Compasso e fioretto (di Bagnasco), montiano perfetto! Cinici in vista.

Monti, tanto rigore per una scelta civica (cioè nulla). Il Monti ha partorito Fini (il topolino delle fogne). Copyright di B.

Monti punta al bis. Dopo tre mesi resuscitò e sedette al centro.

Giovani turchi. A sinistra si fuma che è una bellezza.

SELeziona tutto Vendola. Primarie per primati.

Grillo e Casaleggio associati. Associazione per sdilinquire la coscienza nazionale. Il popolo ridotto a mouse rintanato nella realtà virtuale. I pifferai del tragico.

I marò tornano in India. Ma non si potevano spedire due felini e convincerli della reincarnazione dei soldati? I leoni di San Marco e la diplomazia del Karma. Occasione sprecata.

Berlusconi, di anni 77, Monti, di anni 70, Bersani, di anni 62. Il paese dei bacucchi. Largo ai nonni se i giovani sono così cretini.

Gioacchino Belli, votare per credere…al prossimo padrone!

L’elezzione nova

Disce che un anno o ddua prima der Monno

morze ne la scittà de Trappolajja

pe un ciamorro pijjato a una bbattajja

er Re de sorci Rosichèo Siconno.

Seppellito che ffu dda la sorcajja

sott’a un zasso de cascio

tonno tonno,

settanta sorche vecchie se serronno

pe ffanne un antro,

in un casson de pajja.

Tre mmesi ereno ggià da tutto questo,

e li sorcetti attorno a cquer cassone

s’affollaveno a ddí: «Ffamo

un po’ ppresto»,

quant’ecchete da un búscio

essce un zorcone

che strilla: «Abbemus Divoríno Sesto».

E li sorci deggiú: «Vviva er padrone!».

18 dicembre 1834

L’antieuropeismo necessario, l’antiamericanismo indispensabile

direttive_europee

Essere antieuropeisti e, pertanto, decisamente recalcitranti alla concretizzazione di questa Unione, basata su trattati ed accordi sconvenienti per i popoli che ne fanno parte, da quelli economici a quelli politici (con commissioni che si occupano della grandezza dei piselli e teste di pisello che non arrivano a capo di nulla), non significa essere contro l’Europa. Quest’ultima esiste, non solo in quanto innegabile espressione geografica, piuttosto perché ha un passato millenario fatto di prossimità, di battaglie, di alleanze, di pacificazioni, di tradimenti, di rivalità, di porosità e di sbarramenti reciproci, estrinsecatesi in un campo culturale omogeneo ma non meno conflittuale, frutto di un destino secolare d’interdipendenze e dipendenze tra nazioni e popolazioni che si sono abbracciate e massacrate; dunque, essa c’è negli eventi, nelle cose e negli uomini a prescindere dai suoi recenti apparati artificiali troppo deboli, corrotti, insignificanti e distanti dalla realtà per poter contribuire a dispiegare una vera sovranità continentale.

Per questo, possiamo dire che l’Europa sussisteva più consapevolmente, con maggiore spinta e coerenza (di ciascuno Stato) , prima che fosse perfezionata la sua scialba architettura istituzionale attuale la quale, appunto, rappresenta la negazione del “sogno” urgente dell’ edificazione di un insieme geopolitico eterogeneo eppure indipendente, orientato ad una politica di potenza sinergica tra partner “cugini” (di affratellamento parlano solo gli idioti che non hanno il senso della Storia), come risultato di un grande gioco di prospettive ed orizzonti di entità statali contigue, non sovrapponibili ma, tuttavia, concordi nel perseguire comuni (per quanto possibile) obiettivi internazionali e mondiali. Forse, la Grande Europa invocata da De Gaulle, oppure, anche qualcosa di meglio.

Qualche tempo fa in un articolo su l’Espresso, Lucio Caracciolo, ha scritto, con altre parole, che questa Europa non è se stessa perché il suo progetto, il piano che la informa e la modella, è estraneo alle sue genti e alla sua storia autentica.

Dice Caracciolo: “La sfera semantica della parola ‘Europa’ s’è allargata fino a perdere ogni contorno. Si offre dunque come strumento di politiche le più varie, spesso opposte, quasi mai coerenti, sempre vaghe…Non un progetto, il suo contrario: lo schiacciamento dell’orizzonte che corrode l’obiettivo della politica, cioè costruire una comunità. E la noia di ripetere all’infinito lo stesso frasario apotropaico”.

Siamo, dunque, ben lontani da un perimetro politico d’intenti concreti, persino fuori dai confini evenemenziali della realtà, per questo  fragilmente agganciati a formule magiche ed illusioni evidenti che metamorfosano il programma politico della fondazione unitaria in un dogma religioso col quale scomunicare gli scettici e gli eretici, denigratori di ciò che ormai è per molti diventato, inequivocabilmente, un vero incubo di sudditanza. Qual è il vulnus originario che impedisce all’Europa di darsi una vita propria e un percorso autonomo nelle direzioni strategiche di questa fase? Perché al posto di questi elementi abbiamo messo solidaristiche menzogne brussellesi e riti procedurali di vestali europeiste che non portano a nulla se non ad un maggiore asservimento delle collettività europee alle logiche mercantilistiche globali (mai neutrali) e a quelle militari di organismi orientati da Washington (come la Nato)?

In questo passaggio Caracciolo è, finalmente, dissacrante come pochi. Del resto, non se ne può fare a meno considerato che si tratta di stracciare un mito dell’origine europeista che fa mitologicamente pietà come tutto il resto dell’UE: Schuman, De Gasperi, Monnet, Spinelli, Spaak, Adenauer…Macchè, questi sarebbero stati padri impotenti senza lo zio Sam: “A Roma nel 1957”, prosegue Caracciolo, “si battezza una comunità che è la faccia economico-europea di una strategia americana avviata con il piano Marshall (1947) e strutturata militarmente nella Nato, braccio armato del patto Atlantico (1949)”. Il nostro mito dell’origine, quello discendente dai “numi spirituali” sopracitati, nasconde in verità qualcosa che ha ben poco di narrativo e troppo d’impositivo. In quel preciso istante abbiamo smesso di essere europei per diventare Occidentali, in contrapposizione all’altro mondo sovietico, il blocco Est che occorreva battere ed isolare, come deciso dai nuovi padroni egemonici dell’Ovest. Per tali ragioni “lo spazio CEE è scavato in quello della Nato, tanto che nel tempo i due insiemi finiranno quasi per condividere gli stessi confini. La ratio comunitaria è la crescita economica ed il benessere comune di ciò che residua delle potenze continentali, incardinandole nel campo delle democrazie alleate, protette e largamente eterodirette dagli Stati Uniti”. Fin qui Caracciolo ha ogni ragione ma si sbaglia quando afferma che con la caduta dell’URSS e la conclusione della Guerra Fredda gli statunitensi si disinteressano dell’Europa. Non è così, anzi proprio perché “meno importante” nella disfida geopolitica del XXI secolo l’Europa diventa maggiormente sacrificabile, essendo costretta anche pagare il prezzo più alto della crisi economica e delle manovre americane in tutta l’area eurasiatica. Da bastione di difesa contro il comunismo a zona cuscinetto dove scaricare le frizioni di specifiche e variegate azioni internazionali, il cui costo salirà mano a mano che aumenterà la potenza delle aree sfidanti l’egemonia yankee, Russia in primis. L’UE è stata così configurata proprio per svolgere al meglio questo ruolo passivo e arrendevole, per la preservazione d’interessi sovranazionali non suoi e persino in contrasto con la sua stessa sopravvivenza. Siamo, insomma, nati per soffrire e per perire in nome di un Occidente che ci ha sottomessi. Unicamente quando l’Europa si deciderà a rompere le sbarre occidentali che la tengono prigioniera si prefigurerà un nuovo destino, senza catene, di cui potrà sentirsi artefice.

IO SONO L’AGENDA

io-sono-leggenda
Mario Monti: io sono l’Agenda. Da un romanzo di Goldmans Sachs, il mondo conquistato dai vampiri della finanza.

Beppe Grillo: non scende in campo e non sale. Egli salta, salta. (Parafrasando Orson Welles ne La ricotta di Pasolini)

Pietro Grasso cola in politica. Ingroia questa!

Antonio Ingroia: Grasso scelto dal Cav. Eppure lo ha candidato il Pd. Vada come vada entrerà in “Dieta”. Anoressia d’idee e di uomini.

Ingroia Grasso, serva Italia! (dalle camicie nere alle toghe che stanno strette)

Pier Casini: La politica è stata sempre il suo posto da quando è diventata un bordello. Tutti i corpi tendono al loro luogo naturale (Aristotele). Comunque, nomen omen.

Scontro tra Casini e Passera. Cazzi loro.

Lo strappo di Passera. (i)mene personali.

Monti, attore della prossima legislatura, sarà un nuovo La Malfa. Insomma, un Malfattore.

Franco Frattini: Dopo la campagna di Libia, la compagnia delle Lobbies. Spera di diventare Segretario Generale della Nato. E’ nato per fare il segretario di qualcuno. Servo Franco e Franco tiratore.

Enrico Bondi: a lui toccherà correggere le liste del centro evitando di candidare impresentabili. “Bond(i)age” elettorale. Tante palle al centro, come altrove.

Pier Bersani: Monti dica con chi sta! Domanda retorica? Con la Trilateràl. sachsmel

Berlusconi: il governo cadde per una congiura. La congiura dei pozzi. Gli americani hanno tirato la Catilina sui nostra affari ad est.

MDM: la forma immediata della circolazione delle merci oppure lo stadio solito di Monti? Monti Di M…

Gli Usa, l’Ue e le altre consorterie mondiali hanno comprato i nostri politicanti per trenta denari. Pensavano di aver fatto l’affare ma ora che hanno capito che la Penisola si dà via per molto meno si sentono truffati. Il prossimo premier garantirà la restituzione imponendo sacrifici alla nazione. Ce lo chiedono i mercati e l’unione. Sovraposizioni tra slogan elettorali e pretesti rateali.
Trilussa:
…Signori deputati!
Credo che su per giù sarete tutti
mezzi somari e mezzi farabbutti
come quell’antri che ce so’ già stati,
ma ormai ce séte e basta la parola,
la volontà der popolo è una sola!
Conosco bene le vijaccherie
ch’avete fatto per avé ‘sto posto,
e tutte quel’idee che v’hanno imposto
le banche, le parrocchie e l’osterie…
Ma ormai ce séte, ho detto, e bene o male
rispecchiate er pensiero nazzionale.
Dunque forza a la machina! Er Governo
è pronto a fa’ qualunque umijazzione
purché je date la soddisfazzione
de fallo restà su tutto l’inverno;
poi verrà chi vorrà: tanto er Paese
se ne strafotte e vive su le spese…

FINTA ONESTA’ E VERO SACCHEGGIO PUBBLICO

MONTI

Monti sale, predicato ascensionale. Sale in politica per convincere il popolo, di cui non aveva mai sentito parlare fino ad ora, circa la diversità che c’è tra lui e gli altri leader i quali, prima della sua apparizione in Parlamento, scendevano in campo ed anche più sotto. Complici il nano, le sue ballerine ed un esercito di lacchè a sua piena disposizione e con predisposizione naturale al servaggio. Con lui invece la dialettica padrone-servo viene rovesciata ed il cortigiano delle consorterie mondiali si presenta quasi in prima persona (la cosa non è ancora chiara), ovviamente conto terzi. Per la verità anche qui manca la trasparenza, perché Monti più che la faccia ci mette l’Agenda, che al contrario dell’etica ha molte pagine, basta girarne qualcuna e ci si ritrova di fronte ad un foglio pulito sul quale riscrivere agiograficamente le proprie lodi. Chi si loden s’imbroda. Marcata questa facile differenza, la strada, almeno secondo il bocconiano, dovrebbe farsi subito in discesa poiché lo stile, l’eleganza, la misura, la credibilità sulle passerelle internazionali sono il suo biglietto da visita. Non sarà una discesa in campo ma la sua assomiglia fin troppo ad una sfilata mondana che con la politica elevata non c’entra nulla. Dietro la sceneggiata della sobrietà c’è la disfatta dell’Italia, un copione che si ripete da vent’anni.

Quindi più che una concezione alta della disputa istituzionale Monti ha una visione aristocratica della cosa pubblica, quella di un barone rampante dai titoli accademici acquisiti senza grandi meriti dottorali (difatti, è rettore prima che professore) grazie a legami internazionali, dalla Trilaterale al Bilderberg, da Goldman Sachs a Bruegel. Barone o marchese, in ogni caso, lui è lui e noi non siamo niente, per chi non l’avesse ancora capito.

Monti sale sul suo cognome d’altura, sospinto dai citati poteri forti, esterni ed anche interni, (dalla Fiat alle banche, il peggio, insomma, dell’alleanza ferale tra Industria Decotta e Grande Finanza che ha distrutto il Paese), per guardarci dall’alto in basso e sputarci addosso. Parafrasando Robert Frost, per Mario Monti la politica è un’ambizione verticale per metterci tutti in orizzontale. Peraltro, ci vuole davvero la sua cera imperscrutabile, con gli occhi di vetro e la bocca che sembra la fessura di un bancomat, per chiamare rinnovamento una lista che porta il suo nome ed è infarcita di vecchi arnesi della prima e della seconda Repubblica, politicanti di mestiere e delinquenti di fatto.

Almeno sulla carta si trova già in pareggio con gli altri sfidanti, perché nonostante la salita, è circondato da saliva, poche idee, tanta confusione e quel tocco di snobismo cattedratico che lo rende il più antipatico di tutti.

La fantomatica Agenda Monti, scritta, pare, da Pietro Ichino con l’inchino e una bella giravolta che ha fatto arrabbiare i suoi compagni di partito, è una serqua di luoghi comuni senza coraggio dove si mescolano vecchie concezioni parassitarie e ubbie iperliberiste che scontentano tanto i burosauri abituati a vivere attaccati alla mammella pubblica che i tromboni del libero scambio, gli unici ancora disposti a credere ai fantasmi della mano invisibile.

Gli apostoli del mercato Giavazzi-Alesina (mezzo cervello in due?) sono già intervenuti per dire che il Programma di Monti non taglia abbastanza le spese mentre prosegue sulla linea errata della conservazione dell’industria strategica, da svendere al peggior offerente. Dall’altro lato ci sono, invece, quei soggetti corporativi, a partire dai sindacati, i quali leggono tradizionalmente lo Stato come un monoblocco indirizzato a contemperare gli interessi generali della collettività. Secondo quest’ultimi il Piano “quinquennale” di Monti è una mannaia sui diritti dei dipendenti pubblici, sui pensionati, sui pochi salariati ancora garantiti dalla tessera “confederale” ma, soprattutto, sulle loro prerogative nomenclaturali. Tutti gli altri, dai precari, agli autonomi, alle PMI possono andare a farsi rappresentare nell’altro mondo perché non pagano le quote sindacali e perché non credono agli spettri della concorrenza, trovandosi spesso di fronte alla realtà di un conflitto imprenditoriale e occupazionale senza esclusioni di colpi che dipende dalle conoscenze politiche per ottenere assunzioni o appalti e dalla capacità di saper ungere le persone giuste per sopravvivere nel mondo del piccolo business italico.

Quello che però non abbiamo ancora imparato, noi italiani pronti a riconsegnare il governo della nazione nelle mani di questi pericolosissimi ciarlatani, è che quando qualcuno dice di avere la coscienza limpida in realtà non ha mai avuto una coscienza. Per questo tra tutti gli sfidanti della prossima competizione elettorale, Mario Monti è il più nefasto e poiché anche i suoi antagonisti affermano di voler porsi in continuità con le politiche del precedente governo tecnico coltivano il seme della rovina nei loro fini. Purtroppo, in assenza di colpi di scena, ormai alquanto improbabili, il nostro futuro sarà caratterizzato da catastrofe assicurata. Moriremo di finta onestà e di vero saccheggio nazionale.

Vi lasciamo con alcuni brani di importanti pensatori molto calzanti per la nostra tragica situazione, già proposti qualche tempo fa. Cordoglio e Buon anno a tutti.

 

Benedetto Croce: “L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, [Professori] e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, ha per breve tempo fatto salire al potere in quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”.

Bernard Mandeville: “Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti più eccellenti .È così che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori”.

Vilfredo Pareto: “….Gli storici lodano il tempo passato; ma quando si tratta di testimoniare sul tempo in cui vivono la scena cambia e sono piuttosto portati ad oscurarne spesso le tinte. In ogni caso, se crediamo alle testimonianze dei contemporanei, è impossibile ammettere che siano i buoni costumi dei popoli, e ancora meno dei loro capitani, che abbiano assicurato le vittorie. Ecco, per esempio, la ritirata dei diecimila; ciò che li salva, è la loro perfetta disciplina, la loro obbedienza agli strateghi; quanto ai loro costumi, lasciano molto a desiderare. Vedete ciò che accade quando gli strateghi decidono d’allontanare tutte le bocche inutili; i soldati sono costretti ad obbedire, «eccetto alcuni che sottraggono o un giovinetto o una bella donna ai quali sono attaccati». Quanto a Senofonte, i suoi costumi possono essere stati i più casti, ma il suo linguaggio non è tale nel Convito; e se si fosse astenuto da questo genere di letteratura, il mondo non vi avrebbe perduto nulla. Val meglio non parlare dei costumi di Filippo il Macedone e delle persone che l’attorniavano. Allorché la battaglia di Cheronea abbatté la potenza ateniese e asservì la Grecia, non si può veramente dire che fu la castità che riportò la vittoria. Filippo, oltre le concubine senza numero, prendeva donne dovunque ne trovava. Né le cause della sua morte possono onestamente raccontarsi. Passiamo rapidamente sui costumi dei valenti capitani, come Demetrio Poliorcete (il conquistatore di città), perché il meno che si possa dire è che furono infami. Alcibiade era pure lontano, molto lontano, dall’avere buoni costumi; tuttavia, se egli avesse comandato in Sicilia, al posto di quell’onesto ed imbecille Nicia, forse Atene avrebbe evitato un disastro irreparabile. I bacchettoni ateniesi che intentarono un’azione penale ad Alcibiade, sotto pretesto della mutilazione delle Erme, furono probabilmente la causa della rovina della loro patria. Più tardi ad Egospotami, se i generali greci avessero seguito il consiglio di Alcibiade, avrebbero salvato la flotta ateniese e la loro città. I generali avevano forse costumi migliori di Alcibiade — ciò non era veramente difficile — ma, quanto all’arte della guerra, gli erano molto inferiori e si fecero battere vergognosamente. Se passiamo ai romani, ci è difficile scorgere virtuisti nei cittadini che, ai giuochi Floreali, facevano comparire sulla scena cortigiane interamente nude. Un giorno che Catone di Utica — il virtuoso Catone — assisteva ai giuochi Floreali, il popolo non osava, in sua presenza, domandare che le mime si spogliassero dei loro vestiti. Un amico avendo fatto osservare ciò a Catone, questi lasciò il teatro onde permettere al popolo di godere lo spettacolo abituale. Se Catone fosse stato un virtuista, sarebbe rimasto al teatro per impedire quello scandalo; ma Catone era solamente un uomo di costumi austeri adstricti continentia mores. I complici di Catilina avevano cattivissimi costumi; si sarebbe soddisfatti poter dire che erano vili; disgraziatamente la verità è il contrario. Sallustio ci narra come caddero nella battaglia di Fiesole. «Ma fu quando la battaglia finì che si poté veramente vedere quale audacia, quale forza d’animo vi fosse nell’esercito di Catilina. Perché ciascuno, dopo la sua morte, copriva con il corpo il luogo che aveva occupato durante la pugna. Un piccolo numero solamente, che era stato disperso dalla coorte pretoriana, era caduto un poco diversamente, ma tutti erano stati feriti davanti.» Non è sicuro che tutti i virtuisti avrebbero fatto altrettanto…Napoleone I non era casto; i suoi marescialli, i suoi generali e i suoi soldati, ancora meno. Essi riportarono tuttavia molte vittorie e, in quanto alla disfatta che ebbero in Russia, sarebbe difficile di vedervi un trionfo dei buoni costumi sui cattivi. Maurizio di Sassonia, che salvò la Francia dalla invasione straniera, era un grande capitano, ma aveva costumi molto cattivi. Sarebbe stato meglio per la Francia che egli fosse stato virtuista e che si fosse fatto battere a Fontenoy? Nelson, il vincitore di Trafalgar, era lontano dall’esser molto casto. I suoi amori con Lady Hamiltonsono conosciuti. Invece del Nelson, sarebbe stato meglio per l’Inghilterra, avere un ammiraglio virtuista, ma che avesse perduto le battaglie navali d’Aboukir e di Trafalgar?”

Karl Marx: “Un  filosofo  produce  idee,  un  poeta  poesie,  un  pastore  prediche,  un  professore compendi, eccetera. Un delinquente produce delitti. Se si considera piu’da vicino la connessione  che  esiste  fra  questa  ultima  branca  di  produzione  e  l’insieme  della societa’, si abbandoneranno  molti pregiudizi. Il criminale non solo produce crimini, ma  anche il  diritto penale  e  quindi  anche  il  professore  che tiene  cattedra di  diritto penale,  e  l’inevitabile  manuale  in  cui  questo  stesso  professore  getta  sul  mercato generale  i  suoi  contributi  come  “merce”.  Cio’  provoca  un  aumento  della  ricchezza nazionale,  senza  contare  il  piacere  personale  che,  come  ci  assicura  un  testimonio competente, il professor Roscher, la composizione del manuale procura al suo autore. Il criminale produce inoltre tutta l’organizzazione poliziesca e la giustizia penale, gli sbirri,  i  giudici,  i  boia,  i  giurati,  eccetera,  e  tutte  quelle  differenti  professioni  che formano  altrettante  categorie  della  divisione  sociale  del  lavoro,  sviluppano  le differenti  facolta’  dello  spirito  umano,  creano  nuovi  bisogni  e  nuove  maniere  di soddisfarli.  La  sola  tortura  ha  dato  occasione  alle  piu’ ingegnose  invenzioni meccaniche, e nella produzione dei suoi strumenti ha dato impiego a una massa di onesti  lavoratori. Il delinquente produce un’impressione, sia morale che tragica, secondo i casi, e rende cosi’ un “servizio” al movimento dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto penale, codici penali e legislatori penali, ma produce  anche  arte,  bella  letteratura,  romanzi  e  perfino  tragedie,  come  dimostrano non solo “La colpa” di Mullner o “I masnadieri” di Schiller, ma anche l’ “Edipo” e il “Riccardo Terzo”. Il criminale rompe la monotonia e la calma tranquillita’ della vita borghese. Egli la preserva cosi’ dalla stagnazione e provoca quella inquieta tensione, quella mobilita’ senza la quale lo stimolo della concorrenza verrebbe smussato. Egli da’  cosi’  uno  sprone  alle  forze  produttive.  Mentre  il  delitto  sottrae  una  parte  della eccessiva popolazione al mercato del lavoro, diminuendo cosi’la concorrenza fra gli operai  e  impedendo,  in  una  certa  misura,  la  caduta  del  salario  al  di  sotto  del “minimum”, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il criminale appare cosi’ come uno di quei fattori naturali di equilibrio, che stabiliscono un  giusto  livello  e  aprono  tutta  una  prospettiva  di  “utili”  occupazioni.  Si  potrebbe dimostrare fin nei dettagli l’influenza del delitto sullo sviluppo della forza produttiva. Le serrature sarebbero giunte alla perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? E Cosi’ la fabbricazione delle banconote, se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe  forse  trovato  impiego  nelle  comuni  sfere  commerciali  senza  le  frodi  nel commercio? La chimica pratica non deve altrettanto alla falsificazione delle merci e agli  sforzi  per  scoprirla,  quanto  all’onesto  fervore  produttivo?  Il  delitto  con  i  suoi mezzi, sempre nuovi di attacco alla proprieta’, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando cosi’ un’azione produttiva del tutto simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine. E,  abbandonando  la  sfera  del  delitto  privato,  senza  delitti  nazionali  sarebbe  forse sorto il mercato mondiale, o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non e’nello stesso tempo l’albero della conoscenza? Mandeville, nella sua Fable  of  the  bees  (1705),  aveva  gia’  mostrato  la  produttivita’  di  tutte  le  possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Cio’ che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, e’ il grande  principio  che  fa  di  noi  degli  esseri  sociali,  e’  la  solida  base,    la  vita  e  il sostegno di tutti mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione[…]; e’ in esso che dobbiamo  cercare  la  vera  origine  di  tutte  le  arti  e  di  tutte  le  scienze;  e  […]  nel momento  in  cui  il  male  venisse  a  mancare,  la  societa’  sarebbe  necessariamente devastata se non interamente dissolta”. Sennonche’  Mandeville  era,  naturalmente,  infinitamente  piu’ audace  e  onesto  degli apologeti filistei della societa’ borghese.”

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