IL NOSTRO PROGRAMMA


Il saggio scritto da La Grassa ed intitolato “Per una linea di condotta” condensa esplicitamente quelle che sono le posizioni teorico-politiche del blog in questa fase storica. A grandi linee possiamo definirlo il “Nostro Programma”.
Affermiamo subito che mentre non siamo più disposti a perdere tempo dietro i vecchi dogmi della teoria comunista e veteromarxista – ancora impastoiata nella centralità della conflittualità capitale/lavoro (con tale contrapposizione che viene interpretata come quella decisiva per una possibile trasformazione sociale), essendo a noi chiaro che detta dinamica è, invece, intrinseca alla stessa riproduzione capitalistica – il nostro discorso si focalizza specialmente sugli aspetti della potenza e della geopolitica all’ingresso di una nuova epoca multipolare.
La crisi economica in corso, quale “verità superficiale” dello scompaginamento del campo di forze in cui è strutturata la formazione capitalistica globale, rende sempre più evidenti le defaillances del Paese predominante, quello dove è nata la formazione dei funzionari privati del capitale che ha sostituito il capitalismo borghese di matrice inglese. Gli Usa, a partire della seconda guerra mondiale, hanno così influenzato tutta un’area, esercitando la propria egemonia (militare, politica, economica, culturale) in maniera quasi esclusiva. Tuttavia, gli americani si trovano ora a fronteggiare altre aree (euroasiatica in primis) ed altri Paesi intenzionati a mettere in discussione la sua preminenza.
La comprensione delle molteplici direttrici strategiche in ambito geopolitico, quelle che stanno accendendo e determinando conflitti sempre più acuti tra agenti dominanti di diverse formazioni sociali, diviene di vitale importanza laddove si punta a comprendere e, possibilmente, a governare i processi di cambiamento che ne conseguiranno.
Sotto questo aspetto, la sedimentazione di masse critiche sociali capaci di indirizzare la propria azione, in primo luogo, alla preservazione degli interessi strategici della formazione nazionale nella quale si trovano ad operare diviene un obiettivo fondamentale per i dominati. E’ nel saldamento di siffatto contesto storico che quest’ultimi avranno l’opportunità di ricavarsi spazi e margini di manovra. Al di fuori di tali presupposti c’è solo la subordinazione più abietta al paese che guida incontrastatamente, da più di 50 anni, l’area occidentale.
In questi termini va perciò inteso il nostro appoggio alle imprese strategiche italiane e ai gruppi dirigenti (in questa fase ancora non compattati e troppo esigui) che si faranno portatori di detti interessi indipendentisti. Il nostro “nazionalismo” non ha pertanto nulla a che vedere con ciò che storicamente questo termine può richiamare alla mente.
Su queste posizioni, già abbastanza definite, discuteremo con gli amici che ci seguiranno a Pescara.

LA CRISI DEL MARXISMO E DEI MARXISTI

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Quando nelle scienze sociali si giunge a parlare di crisi è perché, dinanzi ad esse, si aprono problemi di natura teorica che non possono essere affrontati con le categorie concettuali a disposizione o con strumenti e paradigmi consolidati.
Le prime e i secondi, difatti, a seguito di grandi mutamenti epocali, possono risultare insufficienti o inadeguati alla nuova situazione, tanto da far traballare l’intero apparato teoretico sul quale la stessa teoria si era, fino a quel momento, fondata.
In casi come questi, come dice Althusser, si può parlare sia “di una contraddizione tra il problema nuovo e i mezzi teorici esistenti, sia (e) di uno smembramento dell’edificio teorico nella sua totalità”.
Se pensiamo alla lunga crisi del marxismo e a quella delle sue categorie principali (vedi il conflitto Capitale versus Lavoro o la formazione di quella soggettività integrata manager-giornalieri all’interno del processo produttivo, definita da Marx con l’espressione inglese di General Intellect, mai venuta ad evidenza) ci rendiamo subito conto di trovarci pienamente entro questa seconda descrizione, impietosa (ma il nostro compito non è certo quello di raccontar(ci) storie), eppur aderente alla realtà dei tempi.
Prima ammettiamo che tale sistema teorico generale (quello marxiano e quello marxista, derivante dal primo) è divenuto disfunzionale e non più adatto a comprendere il mondo che ci circonda, e più speditamente potremo rimetterci al lavoro (scientifico) per ri-costruire, su basi del tutto rinnovate, un edificio teorico meno ineffettuale di quello attuale.
Althusser ha passato in rassegna (e sottoposto a critica) gli atteggiamenti degli scienziati di fronte ad una “crisi” che può colpire l’ oggetto teorico della loro disciplina e le reazioni “psico-ideologiche” con le quali questi rispondono alla “tensione” teorica che stravolge la validità delle loro stesse teorie in seguito a cambiamenti profondi.
Egli si rivolge precipuamente agli scienziati che si occupano di scienze fisiche ma non si corre alcun rischio se proviamo ad applicare tali analisi anche all’ambito delle scienze sociali ed in primo luogo al marxismo. In questa disamina è in ballo il ruolo della filosofia, alla quale Althusser assegna un compito tutt’altro che secondario.
Ma sentiamo direttamente dalla parole di Althusser: ‘…in che modo gli scienziati vivono queste crisi? Quali sono le reazioni? In quale modo esse si esprimono coscientemente, attraverso quali parole, attraverso quali discorsi? Come si comportano gli scienziati davanti a queste “crisi che fanno a pezzi la scienza”? Si possono notare tre tipi di reazioni. Prima reazione. E’ quella degli scienziati che mantengono la mente lucida e affrontano i problemi della scienza senza uscire dalla scienza. Si dibattono come possono tra le difficoltà scientifiche e tentano di risolverle. Al momento del bisogno, accettano di non vederci chiaro, e accettano di avanzare nell’oscurità. Essi non perdono coraggio. La “crisi”, a loro parere, non è una “crisi della scienza”, che mette in discussione la scienza: è tutt’al più un episodio e una prova.
Seconda reazione. Specularmente ad essi, all’altra estremità, si vede un’altra razza di scienziati perdere la testa. La “crisi” li coglie così da vicino, così disarmati, oppure, anche senza saperlo, così prevenuti e così improvvisamente turbati nelle loro convinzioni, che tutto cede sotto di loro e , nella loro confusione, giungono a mettere in discussione non solo tale concetto o tale altra teoria scientifica per rettificarli o rifondarli ma mettono in discussione la validità della loro stessa pratica: il “valore della scienza”! Anziché aggrapparsi saldamente al campo della scienza, per affrontarvi i suoi problemi inediti e sorprendenti, e persino sconcertanti, passano “sull’altro versante”, escono dal dominio
della scienza, e lo considerano dall’esterno: è allora dall’esterno che pronunciano il giudizio di “crisi”, e la parola sulle loro labbra non ha più lo stesso significato che aveva in precedenza. Prima, “crisi” voleva praticamente dire: difficoltà di crescita, segni, fossero anche “critici”, di una rifondazione scientifica in fieri. Ora, “crisi” vuol dire: smembramento della scienza a partire dai propri principi di scienza, fragilità della disciplina, meglio ancora, precarietà radicale di ogni conoscenza scientifica possibile come impresa umana, come l’essere umano limitata, finita ed errante. Allora, questi scienziati si mettono a fare filosofia…il loro modo di “vivere” la crisi, è di divenire i “filosofi”, per sfruttarla. Poiché non fanno una filosofia qualsiasi. Soprattutto se credono di inventarla, non fanno altro che riprendere, come possono, le briciole e il ritornello del vecchio motivo filosofico spiritualista, che da sempre aspetta al varco le difficoltà de “la” scienza per sfruttare le sue sconfitte, per perseguitarla e chiuderla nei propri “ confini” come altrettante prove della vanità umana, che dal fondo del suo nulla, rende allo Spirito l’omaggio delle proprie sconfitte come espiazione… E’ necessario sapere che in filosofia esiste tutta una tradizione che vive solo dello sfruttamento ideologico delle sofferenze umane, dei malati e dei cadaveri, della pace, dei cataclismi e delle guerre e si precipita su tutte le crisi, anche quando esse sconvolgono le scienze…
Terza reazione. …resta una terza razza di scienziati. Anch’essi si mettono a fare filosofia. Anch’essi “vivono” la “crisi” non come la contraddizione di un processo di rifondazione e di crescita della teoria e della pratica scientifica, ma come una “questione” filosofica. Anch’essi escono dal campo della scienza e, dall’esterno pongono alla scienza “questioni” filosofiche circa le condizioni di validità della sua pratica e dei suoi risultati: sui suoi fondamenti e sui suoi titoli. Ma non si recano, come gli altri, a deporre l’omaggio del loro insuccesso sui gradini del Tempio. Non incriminano tanto la scienza e le sue pratiche, quanto le idee filosofiche “ingenue” all’interno delle quali scoprono di essere vissuti fino a quel momento. Riconoscono in definitiva che la crisi li ha fatti uscire dal loro “dogmatismo”: o meglio riconoscono, dopo aver accusato il colpo, una volta risvegliati alla filosofia, di aver sempre ospitato all’interno, come scienziati, un filosofo che sonnecchia. Ma si rivoltano contro la filosofia di quel filosofo, dichiarandola “dogmatica”, “meccanicistica”, “ingenua” e, per dirla tutta, “materialista”, in breve la condannano come una cattiva filosofia della scienza e, conseguentemente, iniziano a dare alla scienza la filosofia che le manca: la buona filosofia della scienza. A loro parere, la crisi è nella scienza l’effetto della cattiva filosofia degli scienziati, che, fino ad essi, ha regnato sulla scienza… anche questi scienziati escono dal campo della scienza. Per noi, è così. Ma per loro, no. Secondo il loro parere rimangono nella scienza, che non rinnegano. Meglio, invocano l’esperienza della propria pratica scientifica, la propria esperienza della “esperienza” scientifica, invocano le proprie conoscenze scientifiche, ed è all’interno della scienza che pretendono di parlare della scienza, che si mettono a fabbricare con argomenti scientifici, presi a prestito dalle scienze… questa buona filosofia della scienza di cui la scienza avrebbe bisogno’.
Contro quest’ultima variante di scienziati che reagiscono alla crisi fabbricando una filosofia non dogmatica, dall’interno del campo scientifico stesso (o come almeno essi credono di fare), si oppose con tutte le forze Lenin, il quale, in Materialismo ed empiriocriticismo, mise alle corde i vari Mach, Avenarius, Bogdanov ecc. ecc., mostrando, con le armi del materialismo e di una “giusta” filosofia, quanto questi stessero seguendo passivamente (al di là delle effettive intenzioni), un “vento” ideologico favorevole e una “corrente” filosofica dominante (nel senso di alimentata dalle classi dominanti) che voleva rimettere in causa le
tendenze materialistiche per disconoscerne i presupposti e depotenziare la capacità di lettura dei fenomeni sociali.
Se caliamo questa disamina all’oggi vediamo che, nell’attuale fase di disfacimento dell’impianto teorico marxista (la crisi è ormai alle spalle ed ha praticamente fatto macerie delle vecchie certezze), queste tendenze filosofiche ambigue e falsamente innovative nella scienza, del secondo e del terzo tipo, hanno impropriamente occupato la scena del conflitto teorico, non per liberare dei passaggi ma per neutralizzare la ripresa di una critica scientifica vera e propria.
Ciò non significa di sicuro che ogni filosofia è in sé negativa. Difatti è ancora Althusser a sostenere che la filosofia dovrebbe soprattutto: “tracciare linee di demarcazione adatte a liberare il cammino a una posizione giusta dei problemi della “crisi” sbloccando certe situazioni d’impasse teorico”. E’ quello che, in effetti, fa Lenin quando si scontra con le tendenze idealistiche dominanti del suo tempo e con i cedimenti di chi, pur ispirandosi al marxismo, subisce l’incantamento dell’ideologia dominante che si presenta sotto mentite spoglie (ed agendo sempre alle spalle dei teorici che si credono immuni da detto condizionamento).
Diciamo, che dal punto di vista di Althusser e di Lenin, non ci spiacerebbe affatto avere nuovamente a che fare con una filosofia (e con dei filosofi) che si ponesse come compito principale quello di “liberare la strada” alla scienza, legando, se possibile, la lotta filosofica a quella politica. Questo dovrebbe sgombrare il campo da certe allusioni che vengono fatte nei nostri confronti e nei confronti della stessa teoria lagrassiana. Noi non siamo preconcettualmente contro la filosofia, ma siamo contro quel modo di fare filosofia che concede troppo all’ideologia dominante e che “sorvola” passivamente il terreno delle contraddizioni e dei conflitti teorici e sociali perché sempre troppo presa dalle grandi Verità sull’ESSERE e sull’UOMO. Certo con quest’ultime è molto più difficile sbagliare o “sporcarsi” le mani.

LA "CLASSE" E' ACQUA

lunedì, 16 giugno 2008
[ …] Ma c’è più da tornare ad un’altra pazienza. Alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto di oltrepassare[…]
F. Fortini, Pazienza,1958
Vorrei tornare brevemente sugli ultimi scritti di La Grassa apparsi sul blog (il riferimento cade, soprattutto, su “Gli operai non sono una classe”) che hanno scatenato le solite accuse di “parricidio” da parte dei molti ministri del culto marxologico, i quali continuano a confondere le categorie teorico-scientifiche di cui Marx si è servito per indagare il “modo di funzionare” del capitalismo con la posteriore istituzionalizzazione del suo pensiero (da parte dei suoi interpreti successivi, ai quali va il merito di aver contribuito alla diffusione del pensiero marxista ma anche il demerito per aver accelerato la trasformazione del nucleo scientifico di detta teoria in una dottrina sclerotizzata). Si tratta di una valutazione spietata ma realistica, ben analizzata dal filosofo torinese Costanzo Preve. Quest’ultimo individua, con precisione, la ragione di tale torsione ideologica, avvenuta dopo la morte di Marx, nella committenza politica e sociale della classe operaia tedesca “organizzata in un partito ed in sindacati professionali”, la quale ha premuto nella direzione di un supporto concettuale che legittimasse le sue lotte immediate e le nuove funzioni svolte dalle organizzazioni del proletariato in quella fase storica.[1]
A qualcuno sarà sembrato un reato inammissibile quello di contestare la validità di una parola fortemente evocativa come “Classe”, nonostante sia ormai palese la sua inutilità (almeno nell’accezione classica) ai fini dell’orientamento nella realtà dei tempi che viviamo. C’è che si scandalizza, appunto, e c’è chi, invece, già a metà degli anni ’80, profetizzava: “Non mi pare improbabile che le parole “rivoluzione”, “proletariato”, “lotta di classe” e altre spariscano dal nostro vocabolario” [2].
E la parola comunismo? Marx nel Capitale, la sua opera più importante, la utilizza solo una o due volte al massimo, proprio perché non è sua preoccupazione quella di offrire improbabili ricette per le osterie del futuro, quanto di cimentarsi nell’indagine della dinamica capitalistica, verso il disvelamento della quale a poco servivano le prescrizioni utopiche e moralistiche sull’avvenire. Se poi ci si volge al cosiddetto soggetto intermodale che avrebbe garantito il passaggio da una formazione economica all’altra, non vi erano dubbi per costui: esso doveva nascere dalle viscere del processo produttivo capitalistico nell’alleanza “dei produttori effettivi… dal dirigente fino all’ultimo giornaliero”[3].
Qui il discorso si riversa nell’ambito dell’irriducibile dualismo tra forze produttive, in continua tensione ed espansione, e rapporti di produzione – protetti da un involto giuridico (la proprietà dei mezzi di produzione) sanzionati politicamente
(l’ordine statale a difesa di tale proprietà) e riconosciuti socialmente (le idee dominanti di un’epoca sono quelle delle classi dominanti) – che si sarebbero frantumati sotto il peso della massima socializzazione della produzione.
In sostanza, Marx non parla di classe operaia ma di General Intellect quale prodotto inevitabile di un capitalismo che è attraversato da una contraddizione insanabile tra modo della produzione (tendente ad una socializzazione sempre più accentuata) e modo dello scambio (con appropriazione privata, da parte dei pochi, del prodotto complessivo). Nel momento di più grande divaricazione tra queste dinamiche, con le classi dominanti ridotte ad un pugno di elementi parassitari dediti alla speculazione borsistica (attraverso una sempre più odiosa appropriazione privata del plusprodotto sociale) le classi subalterne, ormai padrone dei processi produttivi, non avrebbero avuto difficoltà ad abbattere le prime (addirittura per via democratica). Marx era così convinto della irreversibilità della situazione che in una lettera ad Engels (se non ricordo male degli anni ’70 dell’800) paventa la possibilità di una precipitazione improvvisa dei moti sociali che non gli avrebbe consentito di portare a termine il Capitale. Mera boutade del Nostro o reale convincimento che una rivoluzione fosse ormai imminente? Non credo proprio si trattasse di una battuta di spitito, Marx era convinto della giustezza del suo modello scientifico e della sua analisi delle contraddizioni capitalistiche che annunciavano un parto ormai maturo nelle viscere stesse della vecchia società.
In realtà, il pensiero fisso di Marx non era rivolto esclusivamente alla definizione di una teoria generale del capitalismo quanto alla sua dimensione storica determinata, quella della fase in cui l’Inghilterra (de te fabula narratur) si imponeva come formazione sociale capitalistica, indicando la via alle altre potenze europee, Germania e Francia in primis. Già questo dovrebbe far riflettere i puristi dell’ortodossia marxista. Il Maestro era sì preoccupato di indagare la legalità generale sistemica ma nell’alveo una di forma storica pienamente svelata.
Stando a queste premesse marxiane, tutte convergenti sulla presunta formazione del lavoratore collettivo cooperante, allorché il processo di unione tra tecnici e lavoratori manuali nella produzione non viene a concretarsi, gli intellettuali comunisti capiscono che occorre adoperarsi per un riorientamento dell’analisi (in realtà un mero ripiegamento) su un altro soggetto di “transizione”, la classe operaia tout court. Ma quanto quest’ultima fosse inadatta alla rivoluzione lo capisce benissimo Lenin che si inventa un gioco dialettico (il “per sé” e l’ “in sé” della classe) per accreditarsi di fronte all’ortodossia sopperendo, al contempo, alle ovvie rigidità di quest’ultima con la teoria del partito d’avanguardia che guida le masse contro le orde armate del Capitale. L’assunto dal quale Lenin parte è inequivocabile ed intriso di profondo realismo: la classe operaia lasciata a sé stessa è solo capace di esercitare un’azione tradunionistica nient’affatto sovversiva, pertanto deve essere il partito ad indicarle la giusta strada.
Ma a Lenin dobbiamo, soprattutto, l’intelligenza di aver posto al centro della strategia rivoluzionaria il discorso sulle alleanze tra classi subordinate e loro singole porzioni, differenziate, al proprio interno, per cultura, ideologia e reddito ecc. ecc.
L’analisi leniniana è tutta incentrata sulla necessità di queste alleanze (nel caso russo si trattava della famosa alleanza operai-contadini, la cosiddetta smycka) da
intendersi come una “costruzione” politica di difficilissima “fattura” a causa della differenze profonde esistenti tra città e campagna (alle quali corrispondevano una “materialità” ideologica ed una visione del mondo altrettanto antipodiche).
Oggi il nostro compito dovrebbe essere finalizzato proprio a ridefinire la stratificazione sociale che non è più inquadrabile nelle vecchie categorie ottocentesche e novecentesche, al fine di penetrare e ricomporre teoricamente il flusso di rapporti sul quale si muovono questi “insiemi” differenziati che ci ostiniamo a chiamare “classi”. E ciò vale tanto in basso che in alto, poiché così come non c’è la classe operaia non c’è la classe possidente. Al più, con molta indeterminatezza e per solo tracciare a grandi linee il problema, possiamo parlare di classi dominanti e di classi subalterne, con la consapevolezza che non ci siamo mossi di molto dal punto di impasse iniziale.
Quest’azione teorica è fondamentale per esaminare la spugnosità e le solidificazioni (quelle esistenti e quelle da favorire) tra detti gruppi sociali al fine di collegare tra loro quelle forze che si percepiscono ancora come antitetiche a causa dell’azione dell’ideologia dominante che “divide per imperare”. Non è certamente una operazione facile, come non lo fu la tentata e fallita costruzione dell’alleanza operai-contadini nella Russia post-rivoluzionaria. (leggere le memorabili pagine scritte da Bettelheim nel suo “Le lotte di classe in URSS su questo tema).
Chi ritiene che queste questioni siano poste sotto forma di un attacco allo schema imperituro della scienza rivoluzionaria marxista ha totalmente ragione ed è il nostro compito in questa fase, poichè dove vi sono paradigmi dati come immutabili non v’è più scienza ma religione, e dove i predicati della realtà prendono il posto di quest’ultima non vi è più movimento della storia ma grande narrazione ideologica.
[ 1] Costanzo Preve, Storia Critica del Marxismo Ed. La Città del Sole [2] Louis Althusser, Sulla Filosofia, Ed. Unicopli
[ 3] Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Cap.27 “La funzione del credito nella produzione capitalistica”.
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SENZA L’ACQUA DELLA SCIENZA L’ALBERO DELLA VITA INARIDISCE

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Marx era uno scienziato, nel senso pieno del termine. La scienza era per lui la strada da intraprendere per portare finalmente alla luce, sottraendola alle tenebre della mistificazione ideologica e della “favolistica” sociale, la logica intima del capitale, fondata sulla perpetuazione dello sfruttamento (la sottrazione del pluslavoro dai salariati nella forma del plusvalore) e sull’allargamento (riproduzione) del suo rapporto sociale “a dominanza”.
Per queste ragioni egli rifuggiva le spiegazioni consolatorie – queste scorciatoie battute dai filosofi, dai sociologi, dagli storici ecc. ecc. (quanti ce ne sono anche nel nostro tempo?) sempre pronti a coprire con i loro pannicelli caldi e con gli unguenti lenitivi le ferite mai suturate dei dominati – diversamente dai tanti sognatori socialisti a lui coevi, i quali con tanta volontà e poco cervello, disperdevano energie in sempre fallimentari esercizi d’ingegneria sociale.
Per questo il pensatore tedesco non concesse mai nulla agli adulatori degli sfruttati (veri avvelenatori dei pozzi della scienza) e a tutti quelli che pretendevano di sostituire i pii desideri alle fonti scientifiche del pensiero critico, per meglio indebolire la lotta degli sfruttati con raggiri ideologici di ogni genere. Al contrario, Marx guardava con profondo rispetto alla “brutalità” scientifica di un Ricardo, a sua volta economista irriguardoso dei richiami di classe, che per amore dell’indagine e della descrizione puramente ed onestamente scientifica, non si curava degli effetti delle sue teorie sui rapporti di forza capitalistici, tentando di aggiustare i risultati delle sue ricerche per compiacere qualcuno.
La volontà marxiana di spiegare criticamente il modo di funzionamento della società capitalistica, di aprire alla scienza un nuovo continente, quello della storia, non poteva prescindere dalla costruzione di una Teoria generale, scientificamente coerente, che permettesse di risalire alla verità e al nucleo duro del modo di produzione capitalistico, dipanandone le sue intime leggi di sviluppo. Non l’apparenza fenomenica, ma l’essenza delle cose, celata dietro la prima, era il suo obiettivo basilare. Marx dirà esplicitamente che le forme sotto le quali si presenta il mondo capitalistico sono sì distorte ma socialmente valide e quindi reali. Il mondo “presuntamente” oggettivo perde però il suo misticismo (l’apparenza fenomenica) non appena si riescono a penetrare i rapporti sociali che ne stanno alla base, diradando la nebbia e l’incantesimo che avvolge la loro forma storicamente determinata.
Chi si è servito di Marx (e continua a servirsene) per dare sfogo ai propri sentimentalismi moralistici meriterebbe di essere messo in croce due volte: una volta perché impedisce al pensiero di uno scienziato di “consumarsi” nella scienza, cioè di essere superato (qui sta l’incommensurabile contributo che ogni teoria scientifica dà al flusso continuo delle conoscenze) per andare al di là dei suoi limiti; ed un’altra volta perché attraverso la pietrificazione della teoria, in questo caso di quella marxiana (quante statue di cera sulla piazza rossa!), si ostacola il recupero e la comprensione di ciò che resta ancora valido ed utilizzabile di tali importanti scoperte
scientifiche. La Grassa esplicita bene questo passaggio quando sostiene che“le varie teorie non vengono, in genere, semplicemente buttate nel cestino dei rifiuti, ma certo si individuano in esse, con il senno di poi, lievi o gravi errori o dimenticanze o fraintendimenti o eccessive semplificazioni, ecc. E occorrono quindi mutamenti radicali”. Ed infatti, non si vuole interamente consegnare la teoria marxiana allo sfasciacarrozze della Storia né si pensa di recuperare appena alcune parti del suo pensiero, per servirsene in qualche balzano bricolage teoretico del tipo di quelli che vanno tanto di moda nel nostro nefasto tempo.
Già Althusser aveva detto, di fronte ad una delle tante crisi del marxismo, che quest’ultimo sarebbe tornato a rivivere solo se avesse saputo mantenere la sua ispirazione scientifica facendo strame “dei pensieri più ‘stantii’ sullo sfondo di un inverosimile eclettismo e povertà teorica”. Ma, a questo punto, basterà cedere la parola a Marx per comprendere quanto egli sia stato impietoso contro quelli che pensavano di colmare col giudizio morale le loro lacune scientifiche: la “fiacca teorica” porta al successo degli abulici e degli imbelli perché serve meglio i dominanti ed è sempre foriera di scorciatoie celesti o ideologiche, con le quali consolare o portare alla rassegnazione le possibili forze sovversive della società.
Riporto, allora, i passi tratti dalle Teorie sul Plusvalore:
<< Giustamente, per il suo tempo, Ricardo considera il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati.
La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo
gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. (sottolineature di G.P.)
Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi.
Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in general e verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata>>.
Fin qui, dunque, la prima citazione di Marx che lascia intendere con quale mancanza
di riguardo il lavoro scientifico deve battere il campo della sua ricerca, il suo oggetto
di studio, senza cedere di un millimetro ai palpiti del cuore, nemmeno quando si
hanno dei moventi nobili. Semplicemente, non è questo il compito della scienza la quale è tenuta ad individuare e scoprire le leggi sottese allo sviluppo dei fenomeni, senza cura alcuna dei sogni e delle buone intenzioni umane. Semmai, ad un altro livello, sta alla politica e alla “sana ideologia”, smuovere le coscienze, rifacendosi alla capacità umana di appassionarsi, di esprimere rabbia, dolore, solidarietà, forza, per incardinare queste energie vitali verso l’obiettivo della trasformazione sociale.
Il secondo brano che vi propongo, ancora tratto dalle Teorie sul Plusvalore, è una divertente descrizione di come nelle società umane siano spesso gli stravizi degli uomini a favorire la maggiore dinamicità e le più ampie possibilità di progresso delle stesse. Si tratta, ovviamente, di un paradosso che mostra come certi risultati dipendono “anche” (ma solo fino ad un certo punto) dagli impulsi dei singoli, dalle azioni che essi compiono (siano esse buone o cattive, morali o immorali, egoistiche o altruistiche) e da come essi le percepiscono. Tuttavia, ed è indubitabile, sono i rapporti sociali fondamentali (dominanti, nel senso di principali) che stabiliscono le coordinate all’interno delle quali gli individui possono muoversi, e sono questi gli unici in grado di imprimere la spinta direzionale decisiva a tutte le forze, individuali e collettive, della società.
Mandeville, con la sua favole delle api, è il primo a cogliere questi aspetti ripresi anche da Marx. Per il filosofo olandese il Moro avrà parole di elogio, in quanto nel suo spirito borghese si conservava una grande audacia intellettuale, cento spanne al di sopra dell’apologia filistea con la quale gli ideologi della società capitalistica raccontavano le loro “storie” sull’armonia prestabilita dell’universo.
<<Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore compendi, eccetera. Un delinquente produce delitti. Se si considera più da vicino la connessione che esiste fra questa ultima branca di produzione e l’insieme della società, si abbandoneranno molti pregiudizi. Il criminale non solo produce crimini, ma anche il diritto penale e quindi anche il professore che tiene cattedra di diritto penale, e l’inevitabile manuale in cui questo stesso professore getta sul mercato generale i suoi contributi come “merce”. Ciò provoca un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale che, come ci assicura un testimonio competente, il professor Roscher, la composizione del manuale procura al suo autore. Il criminale produce inoltre tutta l’organizzazione poliziesca e la giustizia penale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, eccetera, e tutte quelle differenti professioni che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano le differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuove maniere di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e nella produzione dei suoi strumenti ha dato impiego a una massa di onesti lavoratori. Il delinquente produce un’impressione, sia morale che tragica, secondo i casi, e rende così un “servizio” al movimento dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto penale, codici penali e legislatori penali, ma produce anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie, come dimostrano
non solo “La colpa” di Múllner o “I masnadieri” di Schiller, ma anche l’“Edipo” e il “Riccardo Terzo”. Il criminale rompe la monotonia e la calma tranquillità della vita borghese. Egli la preserva così dalla stagnazione e provoca quella inquieta tensione, quella mobilità senza la quale lo stimolo della concorrenza verrebbe smussato. Egli dà così uno sprone alle forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della eccessiva popolazione al mercato del lavoro, diminuendo così la concorrenza fra gli operai e impedendo, in una certa misura, la caduta del salario al di sotto del “minimum”, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il criminale appare così come uno di quei fattori naturali di equilibrio, che stabiliscono un giusto livello e aprono tutta una prospettiva di “utili” occupazioni. Si potrebbe dimostrare fin nei dettagli l’influenza del delitto sullo sviluppo della forza produttiva. Le serrature sarebbero giunte alla perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? E così la fabbricazione delle banconote, se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe forse trovato impiego nelle comuni sfere commerciali senza le frodi nel commercio? La chimica pratica non deve altrettanto alla falsificazione delle merci e agli sforzi per scoprirla, quanto all’onesto fervore produttivo? Il delitto con i suoi mezzi, sempre nuovi di attacco alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando così un’azione produttiva del tutto simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine.
E, abbandonando la sfera del delitto privato, senza delitti nazionali sarebbe forse sorto il mercato mondiale, o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non è nello stesso tempo l’albero della conoscenza? Mandeville, nella sua Fable of the bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione[…]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e [ … ] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”.
Sennonché Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e onesto degli apologeti filistei della società borghese>>.
E che dire, allora, degli apologeti del comunismo i quali smentiti dalla scienza e dalla storia fondano i loro inganni sui buoni sentimenti, sulle cieche pratiche comunitarie da esodo biblico (ci spiegassero almeno perché in queste isole felici dovrebbero attecchire i semi del nuovo mondo), sulla presunta moralità degli esseri umani che guiderà la nuova società. Questo modo di ragionare appartiene a due tipi umani disprezzati da Marx: i preti laici alla Malthus e i predicatori religiosi che promettono il paradiso per meglio nascondere l’inferno che è in terra. Gianfranco La Grassa nel suo ultimo scritto coglie con acume la differenza che c’è tra uno scienziato ed un apologeta:
<<Il modo del superamento distingue lo scienziato dall’imbonitore, dal puro ideologo che non mira ad alcuna “verità”, ma che grida sempre alla più alta Verità, quella suprema e, per ciò stesso, del tutto indimostrabile o verificabile, passassero millant’ anni.
E’ dunque indispensabile, quando si lavora su “vecchi paradigmi”, compiere un’opera di loro continuo sgrossamento, ma soprattutto di lente e progressive torsioni, e poi radicali ristrutturazioni, degli stessi onde provare ad adattarli a quelli che appaiono essere i “fatti”, i processi in corso di svolgimento secondo date direzionalità. Anche su questi fatti e processi è necessario essere prudenti, mai sposarli come ormai definitivi e certi; fatti e processi hanno senza dubbio un loro nocciolo duro, ma dipendono comunque in buona parte dalla loro interpretazione. Se le categorie usate in quest’ultima sono incerte e imperfette, non possiamo non tener conto che ci muoviamo in un circolo vizioso, che è del resto ineliminabile se si vuol pensare e non ripetere sciocchezze à la page.>>
La nostra epoca è ancora affollata da questi loschi figuri canterini e cicaleggianti che con i proclami più strambi annunciano, un giorno dopo l’altro, soluzioni per uscire dal capitalismo. Quest’ultime durano generalmente l’espace d’un matin (salvo essere costantemente riproposte in nuove fogge) e trovano eco finché servono bene i poteri dominanti, nell’azione di mascheramento del loro dominio. L’ obiettivo è sempre lo stesso, quello di irretire la nascita di un pensiero realmente anticapitalistico che si basa sulla scienza e non sull’utopia.

GLI AMERICANI NON CEDERANNO DI UN PASSO


Intervista a Nico Perrone, professore della facoltà di Scienze Politiche di Bari, saggista e giornalista, esperto di questioni internazionali (a cura di Gianni Petrosillo)
G.P. Ultimamente c’è stato un ritorno di “fiamma” dei media nazionali che hanno ricordato le grandi iniziative di Enrico Mattei, quando costui sedeva alla presidenza dell’ENI. A lui sono stati dedicati degli speciali e persino una fiction, trasmessa dalla televisione di Stato, che non ha lesinato sui particolari agiografici della sua vita. E’ evidente che la figura di Mattei sta tornando “di moda” in virtù degli attriti sullo scacchiere eurasiatico generati dagli importanti accordi che il colosso energetico italiano va concludendo con paesi non graditi a Washington. Non è da escludersi che i vertici dell’Eni (appoggiati da quei settori politici dell’establishment più propensi a rafforzare le imprese di punta del nostro tessuto industriale) stiano ricercando la simpatia dell’opinione pubblica per parare gli attacchi di chi, invece, non vede di buon occhio il “protagonismo” dell’azienda italiana. Cosa ne pensa?
N.P. La mia risposta è che il protagonismo dell’Italia, nella politica estera e nella politica energetica, non è stato mai gradito. Il risultato è che quel protagonismo non esiste più. Nella politica estera siamo rientrati nella stretta osservanza atlantica, salvo qualche capriccio passeggero. Nella politica energetica abbiamo tolto il disturbo in modo più radicale: cedendo – per iniziativa del governo di Romano Prodi – la maggioranza azionaria dell’ENI. Se il management dell’Eni non ha ancora preso atto di queste cose, bisognerà solo attendere e vedremo che si allineerà: perché ci sono i mezzi per ottenerlo.
G.P. L’ex presidente dell’Eni si serviva della sua creatura industriale per sviluppare una politica estera che facesse entrare l’Italia (e dalla porta principale) nel circuito delle nazioni che contano. Qualcuno ha anche riferito che Mattei avrebbe detto esplicitamente di voler portare l’Italia fuori dalla Nato per metterla alla testa dei paesi non allineati. E’ verosimile tutto ciò?
N.P. Delle iniziative politiche di Mattei ce ne sono state. Mattei influiva sul
partito di governo, la Democrazia Cristiana e riusciva perciò a spostare lo
stesso governo sulle sue posizioni. Questo fino alla vigilia della sua morte. Poi
avrebbe dovuto incontrarsi col presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy e forse le cose sarebbero cambiate. Resta il “se”, perché il rogo del suo aeroplano avvenne prima e quindi non si possono ipotizzare sviluppi che non poterono esserci.
G.P. I vertici di Gazprom e della stessa Eni hanno dichiarato che i progetti South Stream e North Stream, con i quali l’Europa si attaccherà ai rubinetti russi, sono l’unica alternativa valida per dare ai paesi dell’UE gli approvvigionamenti di cui abbisognano. Nel frattempo però ad Ankara i 5 paesi di transito (Ungheria, Turchia, Austria, Bulgaria e Romania) del Nabucco – il progetto alternativo dietro il quale ci sono gli americani – hanno firmato i primi accordi con i quali sono ufficialmente partiti i lavori per la costruzione di 3300 km di condutture che bypasseranno Ucraina e Russia. A questo punto, appare evidente che la vera partita strategica si giocherà su altri tavoli, quella della politica. Quali scenari si prefigura? Come reagirà la Russia?
N.P. Nel punto 3 del questionario ci sono alcuni elementi che portano all’oggi. Il punto resta quello dell’egemonia americana, pressoché assoluta, rispetto ad altre alternative. Berlusconi, in questo business, ha avvicinato l’Italia alla Russia. Questo non è gradito alla strategia internazionale degli Stati Uniti e neppure ad alcuni interessi economici americani. Dunque è prevedibile che Berlusconi, per non compromettere il gioco politico-diplomatico maggiore che tradizionalmente lega l’Italia agli Stati Uniti, dovrà fare un passo indietro.
G.P. Obama è volato a Mosca per incontrare il presidente Medvedev con il quale ha siglato un accordo preliminare finalizzato alla riduzione degli arsenali nucleari dei loro rispettivi Paesi. Il presidente americano si è detto pronto a dialogare alla pari con i partner russi dimostrando, almeno nelle parole, di voler invertire la politica aggressiva del suo predecessore. Si tratta di finzione o di vere aperture? E come si conciliano queste aperture con le innumerevoli esercitazioni militari che la Nato continua a condurre nelle zone dell’estero prossimo russo (nel maggio scorso in Georgia) e con l’ultima provocazione nella Lapponia svedese, dove per 10 giorni sono stati impegnati 2000 soldati, una portaerei e 50 caccia, per esercitazioni belliche nei circostanti e disputati territori artici?
N.P. La domanda contiene già la risposta. Il punto è infatti chi deve essere protagonista del dialogo con Mosca. Obama ha ribadito che protagonista diretto dev’essere Washington. Quindi gli altri – il discorso vale per l’Italia, e non solo – debbono mettersi da parte. Berlusconi deve averlo capito, e prevedibilmente sarà più allineato, mantenendo le sue iniziative con la Russia al solo campo di affari che non disturbi la strategia politica americana. Quanto a quelle esercitazioni, direi che dev’essersi trattato di semplici punture di spillo, come ce ne sono tante volte fra le potenze.

IL MONDO E IL SUO CAOS

MERCOLEDÌ, 25 GIUGNO 2008

La potenza centrale americana non si sente più sicura nell’esercizio incontrastato della sua egemonia, in quanto incrocia sempre maggiori difficoltà nel tenere sotto controllo le zone d’influenza già acquisite o nel mettere sotto il proprio giogo nuove aree, al fine di incrementare il suo “spazio vitale”.
Si può sostenere, pertanto, che la crescente instabilità dei rapporti internazionali è diretta conseguenza di questa messa in discussione del predominio statunitense da parte di alcune potenze, emergenti o riemergenti, come la Cina, l’India o la Russia, le quali, non soltanto si liberano del fardello statunitense ma, a propria volta, tentano di allargare le proprie sfere di autorità su altrettante regioni strategiche, indispensabili alla difesa della propria indipendenza sul teatro mondiale. Come sosteneva Machiavelli, gli Stati forti, destinati a durare, sono quelli che non pensano esclusivamente alla propria conservazione ma, al contrario, si guadagnano l’indipendenza sapendosi difendere dai nemici, in quanto la preservazione della sovranità passa dalla capacità di mettere in atto una pronta reazione ai tentativi altrui di deprimerla (oggi, ovviamente, non si tratta della mera occupazione, manu militari, di un territorio come per il passato): “…di tutti gli stati infelici, è infelicissimo quello d’uno principe o d’una republica che è ridotto in termine che non può ricevere la pace o sostenere la guerra: a che si riducono quegli che sono dalle condizioni della pace troppo offesi; e dall’altro canto, volendo fare guerra, conviene loro o gittarsi in preda di chi gli aiuti o rimanere preda del nimico ”.
Se questa instabilità si esprime, in questa fase, soprattutto, in termini di maggiore concorrenza sui mercati o di una forsennata ricerca e sfruttamento delle risorse energetiche è perché la competizione economica, nell’ambito delle formazioni capitalistiche, fornisce la linfa per il conflitto strategico “spaziale”, in previsione di un vero e proprio scontro geopolitico, il quale non sempre assume la forma della guerra guerreggiata.
Il caos che ne segue, prima di emergere sotto forma di attriti tra attori geopolitici, attraversa in profondità ogni sfera sociale delle formazioni capitalistiche implicate in questa lotta per la dominanza: da quella ideologico-culturale (per esempio le guerre di civiltà con le quali si genera l’emotività indispensabile a coinvolgere il popolo, a prescindere dalla sue stratificazioni di classe), a quella politica (che può portare alla marcescenza dei gruppi dominanti delle formazioni capitalistiche che rinunciano a ricavarsi i propri spazi di autonomia ,poichè legati passivamente ai dominanti dell’uno o dell’altro campo e che, in quanto tali, sono anche inabili a governare le crisi all’interno della propria formazione di riferimento), a quella economica appunto, (con le piccole crisi finanziarie, in rapida successione, che annunciano la grande crisi da crollo del sistema ma che in realtà conducono, più spesso, ad un “riordino” dei rapporti di forza tra agenti dominanti) fino a quella militare tout court (con conflitti che si mantengono, almeno per ora, sul piano regionale, benché vedano il coinvolgimento di più attori mondiali come in Iraq, Afghanistan, Libano e forse, in futuro, in Iran ecc. ecc.).
Questi ribollimenti geopolitici, nella loro crescente causticità, indicano che il magma sotto la terra comincia a premere sempre più seriamente, preannunciando eruzioni in più zone o aree del globo, tanto da poter causare un cambiamento nella morfologia del potere globale, rispetto a come lo conosciamo oggi.
Più volte, con le nostre analisi (ma soprattutto con quelle di La Grassa) abbiamo detto che con l’entrata in una fase policentrica, nel giro di dieci o vent’anni, la storia si sarebbe rimessa in marcia. Non che quest’ultima si fosse mai fermata, ma dalla “de-realizzazione” del socialismo sovietico in poi, gli attuali predominanti statunitensi (e il loro codazzo di subdominanti europei) hanno instillato nei popoli l’idea che, con la completa affermazione del modello liberista, si sarebbe raggiunta la pace perpetua, magari con un governo mondiale unificato e relativa perdita di autorità da parte delle varie entità statali nazionali.
Detta visione, che ha avuto la pretesa di sostituirsi alle grandi narrazioni socialiste o comuniste, riesce ormai a tenere sempre meno saldo l’involucro ideologico in cui è avvolta. La pace perpetua (meglio sarebbe parlare di pax americana) si afferma a suon di bombe o di minacce, più o meno velate, nei confronti di tutti i paesi recalcitranti. Gli americani si stanno preparando alla reazione geopolitica di queste nazioni attraverso una strategia complessiva che abbraccia tutti i campi e i settori della vita sociale, come si evince dal documento che pubblico oggi, il Joint Vision 2020.
In questo documento, di origine militare, vengono, a mio parere, affermati tre punti fondamentali che rispecchiano quanto il paese predominante abbia pienamente compreso l’approssimarsi di una fase policentrica. A tal scopo, le teste d’uovo statunitensi, si confrontano con uno spettro di azioni e di criticità che fanno riferimento al nuovo scenario:
Gli Stati Uniti dovranno agire per la conservazione dei loro interessi globali approfondendo i legami economici con il mondo (estensione del liberismo “a dominanza” – nulla a che fare con la tanto decantata mano invisibile – come forma mascherata di controllo delle economie dei vari paesi)
la consapevolezza, ormai maturata negli ambienti strategici USA, che gli avversari avranno accesso alle basi industriali del commercio globale (con le quali attiveranno le loro sfide contro la potenza centrale) potendo disporre della stessa tecnologia occidentale. Non a caso, nel documento viene detto esplicitamente che la supremazia tecnologica americana (anche in campo militare) andrà assottigliandosi.
La conferma, da parte degli eventi, che i nemici degli Usa, tra dieci anni, saranno capaci di adattarsi alla stessa capacità di progresso.
Questi elementi strutturano il contesto strategico nel quale gli statunitensi si apprestano ad agire ed, in più, confermano le nostre previsioni circa l’avvicinarsi di una fase policentrica che rimetterà in discussione gli assetti geopolitici globali.
Inutile ribadire che l’Europa e l’Italia sono percepite dagli Usa come avamposti già conquistati, ai quali far pagare il prezzo maggiore dei conflitti mondiali (da non intendersi dal solo lato militare) che si scateneranno.
Buona lettura.

I DESTINI STORICI DI UNA TEORIA

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1. “La sconfitta dell’insurrezione parigina del giugno 1848 – la prima grande battaglia tra proletariato e borghesia – spinse da capo in secondo piano, per un certo tempo, le aspirazioni sociali e politiche della classe operaia europea. Da allora in poi la lotta per la supremazia fu di nuovo, come lo era stato prima della rivoluzione di febbraio, soltanto tra gruppi diversi della classe possidente; la classe operaia fu costretta a battagliare per la propria libertà di manovra, e a ricoprire la posizione di ala estrema dei radicali del ceto medio ”(F. Engels, Prefazione all’edizione Inglese del Manifesto del Partito Comunista, Londra 1888. Sottolineature di G.P.).
Quante implicazioni in questo paragrafo engelsiano e quanti elementi da dover sceverare e setacciare per i temi che ci interessa far emergere in questo breve scritto. Innanzitutto, l’opera di cui questo passaggio è la prefazione: il Manifesto del Partito Comunista del 1848. Un testo che nasceva come un programma politico, in una fase di “metabolizzazione” sociale in cui l’esigenza di dare una direzione alle lotte era conseguenza dell’approfondirsi di contraddizioni fortissime tra le classi e dell’avanzata impetuosa di effettivi movimenti sociali.
Questa era stata proprio l’ipotesi di Marx, confermata dai sommovimenti che di lì a breve sarebbero esplosi e rifluiti, per poi nuovamente deflagrare, sotto la spinta delle masse e delle loro prime organizzazioni. La società capitalistica si muoveva velocemente sul magma di questi conflitti suffragando la tesi marxiana circa una presunta tendenza di fondo alla polarizzazione sociale, con una parte del “campo” occupata dalla borghesia industriale e l’altra dal proletariato di fabbrica.
Le alterne fortune del Manifesto sono legate proprio all’andamento ondivago delle lotte operaie, ravvivate dalle multiformi correnti sociali, culturali, ideologiche, prevalenti in questa fase di “caos originario”, dalla quale emergeranno prepotentemente i nuovi rapporti sociali capitalistici.
Engels ci dice che quando Marx scrive questo programma è costretto a mediare e a tener conto delle varie anime, più o meno utopistiche, più o meno opportunistiche, che si confrontano nell’Internazionale; si deve, in questo particolare momento storico, tenere dentro tutti quanti: dalle Trade Unions inglesi, ai prudhoniani, ai Lassalliani, in quanto queste correnti esercitano una forte egemonia sulle classi subalterne.
Ci avrebbe pensato lo scorrere degli eventi e la reazione violenta della borghesia, sfidata sul terreno della presa del potere, a liberare l’ideologia proletaria dalle incrostazioni “romantiche” (owenisti, fourieristi, saint-simonisti ecc ecc.) e dai “svariati ciarlatani sociali che, con ogni sorta di rabberciamenti, dichiaravano di riparare, senza alcun pericolo per il capitale e per il profitto, ogni genere di ingiustizia sociale”.
Secondo Marx, tali “fronzoli prerivoluzionari” trovano terreno fertile a causa di
rapporti sociali determinati solo generalmente che favoriscono l’incantamento
utopistico delle masse. Dopo le prime sconfitte, conseguenza di un’acutizzazione
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della controrivoluzione, i contrasti tra le classi si fanno caustici in virtù di un esercizio di violenza reiterato da parte della grande borghesia finanziaria e industriale che vuole sottomettere l’intera società al meccanismo riproduttivo capitalistico. Engels pone, nel passaggio iniziale che abbiamo citato, l’accento su una caratteristica preminente della moderna società capitalistica: la lotta per la supremazia sociale è generalmente un affare delle classi dominanti mentre i dominati sono costretti a “battagliare” per ricavarsi degli spazi di manovra, per aprirsi delle finestre di opportunità al fine di emanciparsi da una situazione di assoluto “schiacciamento” tra classi possidenti.
Vi si può intravvedere in questa affermazione una delle categorie fondamentali del pensiero lagrassiano che in questa fase storica, mutatis mutandis, mette in rilievo la centralità dello scontro strategico interdominanti, a fronte di un processo di decantazione sociale che accenna solo a mostrare i suoi possibili sviluppi.
Finché non si arriva al nocciolo delle antinomie essenziali all’interno della formazione sociale capitalistica, il fiume indistinto delle ideologie resistenziali raccoglie molti affluenti e mescola i “liquidi”: la maggior parte dei settori sociali che combattono la borghesia lo fanno non per fini di trasformazione ma per riportare indietro l’orologio della storia, per assicurarsi la propria esistenza come ceti medi, “i piccoli industriali, il piccolo commerciante, l’artigiano e il contadino”, della prima metà dell’ottocento, sono la parte più reazionaria di questa società – come lo è anche la vecchia aristocrazia in disfacimento, che fa proprie parole d’ordine “socialisteggianti” per coagulare attorno a sé un più vasto blocco antiborghese – poiché portatori di un sentimentalismo mistico che avvelena la teoria rivoluzionaria.
L’auspicata regressione economica, sulla quale questi gruppi fondano la propria azione, si accompagna alla fuga ideologica in avanti, che peraltro è una costante specifica di tutte le fasi d’inquietudine sociale. In Rousseau, per esempio, agisce lo stesso meccanismo, come messo in risalto da Althusser: “Rousseau invoca come soluzione pratica al suo problema (la soppressione delle classi sociali) una regressione economica verso uno dei fenomeni della dissoluzione del modo di produzione feudale: il piccolo produttore indipendente, l’artigiano urbano o rurale… Ma a che santo votarsi per ottenere questa impossibile riforma economica regressiva? Non resta che la predicazione morale, cioè l’azione ideologica”. Sicché lo sbocco necessitato di una teoria ineffettuale che stabilisce i propri legami con l’ “oggetto sociale” indagato attraverso il puro desiderio, è l’avvitamento ideologico, la predicazione morale ed “il trasferimento dell’impossibile soluzione teorica nell’altro della teoria, la letteratura”.
Marx passerà in rassegna, nel Manifesto del 1848, tutte queste ideologie che, partendo dai frammenti sociali di un mondo perduto e destoricizzato, si costruivano un involto “perlato” intorno ai granelli dei corpi sociali in dissoluzione, come forma di resistenza all’ondata capitalistica. Tali debolezze erano state già utilizzate dalla borghesia durante la rivoluzione francese nel momento in cui essa aveva chiamato all’arruolamento i piccoli borghesi ed i proletari, sotto il vessillo del suo
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universalismo di classe (quello del motto “egalitè, fraternitè, libertè ”), salvo scaricarli subito dopo la presa del potere.
Da un lato la borghesia era la classe che organizzava ed ispirava i nuovi rapporti sociali fondati sull’indipendenza personale formale (a livello della sfera circolatoria e del mercato) e sulla nuova schiavitù salariale (nella produzione), dall’altro i corpi sociali medioevali si disfacevano e venivano inglobati nella struttura sociale capitalistica, nei suoi “dispositivi” di divisione del lavoro all’interno dell’officina.
E più le basi materiali delle vecchia società si dissolvevano, più si accresceva il “codazzo” di variegate ed eteroclite rappresentazioni ideologiche: al versante delle sorpassate “anticaglie” feudali si contrapponeva quello dei nuovi miti borghesi. I legami feudali, non costituendo più la “malta” dei rapporti sociali dominanti, potevano al massimo sopravvivere quale elemento consolatorio di fronte a mutamenti percepiti come devastanti; la mitologia borghese si forgiava, invece, su uno stato di supremazia effettiva, al quale corrispondeva un involucro ideologico tendente ad inglobare, nel reticolo sociale complessivo, anche gli strati medio bassi della collettività.
Sul terreno della tenzone tra classe feudale e classe capitalistica, per il controllo dell’impalcatura societaria, venivano distese una serie di trappole ideologiche che Marx passerà al vaglio nello stesso Manifesto.
La vecchia classe dominante tentava di resistere aggrappata ai suoi privilegi ma si sfilacciava e perdeva i pezzi (gli aristocratici “malgrado i loro stereotipi, si adattano a cogliere le mele d’oro, e a scambiare fedeltà, amore, onore col commercio della lana di pecora, della barbabietola e della grappa”). Ciò che restava di essa si rivolgeva alla parte più immatura del proletariato facendo “…finta di perdere di vista i propri interessi per formulare il proprio atto di accusa contro la borghesia nell’interesse esclusivo dei lavoratori” (Marx). Queste sono le caratteristiche di quello che Marx definisce il “socialismo feudale”, la resistenza e l’azione reazionaria della classe nobile, in via di esautorazione, che sventola la “bisaccia” del mendicante per parlare “al cuore” dei contadini.
Ovviamente, non è solo l’aristocrazia feudale ad essere stata rovesciata dalla borghesia. Esistono spezzoni di piccola borghesia medioevale e contadina continuamente risospinti nelle file proletarie, per quanto la loro predisposizione sia quella di affiancarsi (vanamente) alla grande borghesia industriale, in quanto dell’ontogenesi di questa i primi erano stati precorritori.
Da queste fila vengono gli intellettuali piccoli borghesi alla Sismondi che hanno denunciato tutte le storture della nuova formazione sociale, ma da un punto di vista prettamente piccolo-borghese, perorando una ricostruzione dei vecchi rapporti sociali senza voler rinunciare ai nuovi mezzi di produzione (proprio come aveva fatto Rousseau nel periodo pre-rivoluzione francese).
Un’altra corrente letteraria del socialismo di quest’epoca è quella del “vero socialismo”. Questa derivava da una generalizzazione astratta e filosofica, in versione tedesca, della letteratura comunista francese.
In “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel” Marx aveva già passato in
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rassegna le profonde differenze “pratiche” esistenti tra la società francese e quella tedesca: “i tedeschi nella politica hanno pensato ciò che gli altri popoli hanno fatto. La Germania fu la loro coscienza teorica. L’astrattezza e la presunzione del suo pensiero andarono sempre di pari passo con la unilateralità e inferiorità della loro realtà”. E difatti, anche in questo caso, la “mancanza di certezza sensibile” dei letterati tedeschi trasformò le categorie politico-economiche francesi in qualcosa di filosofico: “…dietro la critica francese dei rapporti patrimoniali essi scrissero ‘alienazione dell’essere umano’, dietro la critica francese dello Stato borghese scrissero ‘abolizione del dominio dell’universale astratto’ e così via ”.1
Ma le grandi verità assolute di cui si impregnavano i veri socialisti non andavano oltre “la veste tessuta di ragnatela speculativa, ornata di fiori retorici da anime belle, imbevuta di rugiada sentimentale ebbra d’amore, questa veste d’esaltazione nella qual i socialisti tedeschi avvolgevano un paio di scheletriche “verità eterne” non fece che moltiplicare lo spaccio della loro merce presso il grande pubblico”; alla resa dei conti il vero socialismo (ideologia della piccola borghesia) si rivelò una costola dell’assolutismo tedesco che lo utilizzò contro la grande borghesia in marcia e per frenare l’avanzata del proletariato urbano.
Per quanto concerne, invece, il cosiddetto Socialismo Conservatore, Marx sarà ancora più pungente, mettendo a nudo la cattiva coscienza del borghese che voleva esorcizzare la natura della classe alla quale apparteneva costruendosi un’ “anima bella”: filantropia, opere di bene, sostegno ai diseredati.
Qui si incontrano una pletora di “protettori degli animali, promotori di associazioni di temperanza, riformatori di ogni risma sociale”. Infine, Marx rivolge la sua critica alle correnti utopistiche comuniste, quelle delle comunità “icariane” alla Cabet o dei falansteri alla Fourier che sognano la realizzazione delle loro utopie attraverso l’“esodo”, rifiutando qualsiasi azione trasformativa e rivoluzionaria. Anche questi benefattori confondono la realtà sociale con la loro immaginazione, si rappresentano fantasiosamente la società del futuro secondo i loro desideri e quanto più i loro esperimenti d’ingegneria sociale falliscono, tanto più essi si ritrovano schierati con i reazionari: gli owenisti in Inghilterra agivano contro i cartisti e i fourieristi in Francia si contrapponevano ai riformisti.
E’ difficile non approssimare la descrizione delle ideologie ottocentesche, fatta da Marx, alle tante teoresi odierne che riproducono, seppur in una situazione storica profondamente mutata, gli stessi difetti e le stesse debolezze. Ambientalisti, antisviluppisti, decrescentisti, organicisti comunitari ecc. ecc., sono le frange con le quali la teoria scientifica e rivoluzionaria del nostro secolo deve fare i conti.
Per questo Lenin diceva che “sognare è la sorte dei deboli”, una debolezza che è
1 Tale opera di Marx è stata scritta nell’autunno del 1843 e pubblicata nell’unico numero degli “Annali franco-tedeschi” nel febbraio del 1844. Nonostante si tratti di un saggio che fa parte dei cosiddetti scritti giovanili, nei quali l’influenza filosofica hegeliana è ancora molto forte, Marx è già sferzante nei confronti di certe astrazioni idealistiche che tendono a mistificare i rapporti sociali ed economici dietro formule aleatorie come: “alienazione dell’essere umano”. Mi sembra che qui l’affermazione sia inequivocabile.
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facilmente preda delle classi dominanti le quali la utilizzano per dividere i dominati e controllarli con più agio.
Contro tutte queste correnti il marxismo ha dovuto lottare alacremente per avere la sua egemonia sul proletariato: “nei primi cinquant’anni della sua esistenza (a partire dal decennio 1840-1850) il marxismo combattè contro le teorie che gli erano radicalmente ostili. Nella prima metà del decennio 1840 – 1850 Marx ed Engels aggiustarono i conti con i giovani hegeliani radicali che in filosofia erano degli idealisti. Verso la fine di questo decennio la lotta si porta nel campo delle dottrine economiche, contro il proudhonismo. Negli anni 1850-1860 questa lotta viene coronata dalla critica dei partiti e delle dottrine che si erano manifestate durante il tempestoso 1848” (Lenin, Marxismo e Revisionismo).
2. Non è dunque un fraintendimento di poco conto quello secondo il quale la teoria marxiana si sarebbe affermata con estrema facilità (in virtù della sua pretesa scientificità) sulle numerose utopie socialiste che abbiamo testé descritto. Essa ha combattuto non soltanto per ricavarsi lo spazio della propria affermazione ed occuparlo come si occupa un bastione nemico, ma ha dovuto anche fare i conti con tutte quelle teorie che le erano profondamente avverse. Come non dare ragione ad Althusser che parlando di quel campo di battaglia che è il pensiero dirà: “… una filosofia (ed una qualsiasi teoria, si potrebbe affermare) non viene al mondo come Minerva nella società degli dei e degli uomini. Essa esiste solo per la posizione che occupa, e occupa questa posizione solo conquistandola nello spazio pieno di un mondo già occupato. Essa esiste dunque solo nella sua differenza conflittuale, e questa differenza può conquistarla e imporla solo attraverso il detour di un incessante lavoro sulle altre posizioni esistenti. Questo detour è la forma del conflitto che costituisce ciascuna filosofia come parte in causa nella battaglia e su quel Kampflatz (Kant) che è la filosofia. Se infatti la filosofia dei filosofi è questa perpetua guerra (…), nessuna filosofia esiste, in questo rapporto di forza teorico, se non prendendo le distanze dai suoi avversari, e investendo la parte delle posizioni che essi hanno dovuto occupare per assicurare il proprio potere sull’avversario che, dunque, portano in sé.”
Partiamo, dunque, da Lenin per sintetizzare i punti salienti di questa lotta. Ne “I destini storici della teoria di Carlo Marx” costui individua i momenti di presa della dottrina marxiana sul contesto sociale dell’epoca. Secondo Lenin, la scansione storica all’interno della quale si deve inserire lo spiegamento del pensiero marxista si realizza in tre periodi che corrispondono ad altrettanti stadi di avanzamento e di affermazione dello stesso:
dalla rivoluzione del 1848 alla Comuni di Parigi (187 1)
dalla comune di Parigi alla rivoluzione russa del 1905
dalla rivoluzione russa in poi
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Prima che decantassero i moti rivoluzionari del 1848 il marxismo non predomina assolutamente sul campo teorico che ispira la lotta tra le classi e, anzi, costituisce una corrente minoritaria tra quelle che si candidano a guidare l’azione delle masse e delle sue avanguardie rivoluzionarie.
C’è, in questa fase, un’assoluta prevalenza delle tendenze moralistiche ed umanistiche che sono lo specchio di quelle forme spontanee e “primordiali” di reazione alla palingenesi capitalistica, messe in opera da quei gruppi societari (spogliati dai processi di accumulazione) incapaci di comprendere i nuovi rapporti materiali che sono al fondo della riproduzione sistemica.
La base dei raggruppamenti sociali è ancora piuttosto caotica ed in questo “brodo di coltura” trovano alimento tutte le teorie “concorrenti” del socialismo scientifico. Su tale nebulosa sociale indistinta, si stagliano le ideologie romantiche ed utopiche che avvolgono nell’aura di un passato mitico il mondo feudale in dissoluzione.
Lenin segnala argutamente quali contraddizioni si nascondono dietro la “spossatezza psicologica” di tali teorie:
l’incomprensione della base materialistica del movimento storico
l’incapacità di discernere la funzione e l’importanza di ciascuna delle classi della società capitalistica
la dissimulazione della natura borghese delle riforme democratiche con frasi pseudosocialiste sul ‘popolo’, la ‘giustizia’, il ‘diritto’ ecc. ecc.
Cosa darà il colpo di grazia a queste concezioni? Troviamo la risposta nello stesso testo di Lenin: saranno i moti del 1848 a spazzare via “tutte queste forme rumorose, variopinte, chiassose del socialismo premarxista ”.
Effettivamente, i moti del 1848 costituiranno un bivio di assoluta divaricazione tra il ‘sentiero’ lastricato di buone intenzioni dell’utopia rispetto alla “strada” dura e tortuosa della scienza.
Questo avverrà perché con il sedimentarsi dei processi sociali, ciò che prima appariva indeterminato assumerà, in seguito, contorni sempre più definiti, rispondendo a quella tendenza alla polarizzazione sociale già preventivata da Marx.
In uno dei suoi ultimi lavori (Tutto torna, ma diverso,) Gianfranco La Grassa riprende l’intuizione leniniana mettendo l’accento sui processi di decantazione sociale che chiariscono meglio lo stretto rapporto esistente tra sviluppo dei movimenti sociali ed azione/retroazione teorica in una situazione di grandi cambiamenti epocali.
La scientificità del pensiero marxiano altro non è, sotto tale aspetto, che la percezione da parte di Marx stesso, di una verificazione del suo impianto teorico nel senso “di aver individuato la dinamica interna della nuova formazione sociale (capitalistica) e le intrinseche tendenze al suo superamento comunistico [La Grassa].
La maturazione degli eventi che portarono all’esplosione dei moti del 1848,
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l’allargamento dei conflitti all’interno del campo capitalistico e la “deformazione” dello spazio-tempo sociale, in via di occupazione, da parte dei due grandi blocchi (borghesia e proletariato), sarà il segno, per il pensatore tedesco, di essersi incamminato sulla giusta via teorica.
Lenin descrive questo processo in maniera inequivocabile cogliendo il fulcro di tale passaggio storico. Il bagno di sangue contro gli operai parigini aveva, infatti, fatto cadere la schermatura ideologica liberale che ancora proteggeva l’universalismo interclassista borghese, mettendo i ceti che componevano la società di fronte ad una scelta inequivocabile, quella tra democrazia operaia e regime borghese.
I due poli attrattori che si formano all’interno della formazione sociale capitalistica, portano a maggiore definizione gli stessi rapporti tra le classi nella nuova situazione. Dirà ancora Lenin: “Il liberalismo vile striscia di fronte alla reazione. I contadini si accontentano dell’abolizione delle vestigia feudali e si schierano a fianco dell’ordine…”.
Nel momento in cui il potere costituito percepisce il pericolo rappresentato da una classe che si contrappone radicalmente alle basi stesse della sua riproduzione sistemica, reagisce con tutta la violenza che esso è in grado di esercitare; vengono messi in moto gli apparati repressivi e decadono alcune formule ideologiche poste a protezione della democrazia borghese, l’ordinamento capitalistico entra in fibrillazione e deve metter mano alla sua forza coercitiva per reprimere le velleità sovversive del proletariato.
Lenin vede lontano quando coglie il senso profondo di tutte quelle ideologie consolatorie che tentano di armonizzare la società: “Tutte le dottrine che parlano di un socialismo non classista, di una politica non classista, dimostrano di essere frottole vane ”(Lenin), del resto come si poteva “glorificare la pace sociale” di fronte all’uso della forza più cieco?
Con la comune parigina del 1871 il quadro diviene ancora più limpido, tanto che Marx potrà indicare in quell’esperienza la forma finalmente svelata della dittatura del proletariato, un esempio di eroismo delle classi sfruttate ed un monito che aleggerà per sempre sulla testa delle classi dominanti e sul futuro inquietante che le attenderà.
Il secondo periodo, dal 1872 al 1904, è invece, secondo Lenin, quello della completa affermazione del marxismo che avviene in una fase relativamente pacifica e senza rivoluzioni. Si formano i partiti socialisti i quali si organizzano sfruttando le forme del parlamentarismo borghese ed erigendo istituzioni proprie come i sindacati, le cooperative ecc. ecc.
L’affermazione del marxismo costringe i suoi nemici a ‘travestirsi’ da marxisti per depotenziare le lotte e le legittime aspirazioni del proletariato. In questo momento storico la lotta ideologica si fa più serrata e la corruzione dei vertici proletari è l’arma più efficace nelle mani delle classi dominanti.
Se nella prima fase il marxismo aveva dovuto sgomitare e farsi largo tra una pletora
di utopie insidiose e fantasiose ora, invece, il suo nemico principale si chiama
opportunismo. L’opportunismo è una forma di “iperrealismo” che “interpreta il
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periodo della preparazione delle forze per le grandi battaglie come una rinuncia a queste battaglie”. L’opportunismo è una barriera psicologica che i gruppi dirigenti del proletariato impongono agli sfruttati affinché questi accettino la gradualità delle conquiste e non si spingano oltre il punto in cui le rivendicazioni mettono in discussioni la gerarchia sociale (il movimento è tutto, il fine non è più nulla).
Questa accettazione dell’esistente non tiene conto del fatto che la pacificazione sociale non è semplicemente il frutto di un “equilibrio concordato” (sebbene in seguito alla manifestazione di ripetute prove di forza) raggiunto “a tavolino” e una volta per tutte, esso è, piuttosto, temporaneo e dipende dalla situazione dei rapporti di forza tanto all’interno della classe dominante che, in seconda battuta, tra questa e le classi subalterne.
La dinamica capitalistica procede senza tener conto dei pii desideri di armonizzazione perseguiti da singoli uomini e gruppi. Non appena ricomincia lo scontro tra grandi trust a livello internazionale, non appena le borghesie imperialiste si affacciano sugli interessi egemonici a livello mondiale, le conquiste sociali del proletariato vengono rimesse in discussione: “il carovita ed il gioco dei trust provocano un inasprimento inaudito della lotta economica, che scuote financo gli operai inglesi, i più corrotti dal liberalismo borghese. Una crisi politica matura sotto i nostri occhi nella stessa Germania, nella ‘cittadella’ della borghesia e dei grandi proprietari fondiari. Gli armamenti folli e la politica dell’imperialismo danno all’Europa moderna una ‘pace sociale’ che assomiglia piuttosto ad un barile di dinamite.”
Ovviamente, Lenin legge questo fenomeno come una ulteriore decantazione sociale, di portata generale, che confermerà, una volta di più, la previsione marxiana. La borghesia si decompone (o almeno avrebbe dovuto farlo) a causa delle contraddizioni sistemiche che essa non può governare, mentre viene maturando la sempre più grande consapevolezza del proletariato (la c.d. coscienza di classe).
Sappiamo che le cose sono andate affatto diversamente e che il movimento comunista è stato scosso da una brutta sorpresa: il proletariato mondiale trascinato nella carneficina della Grande Guerra, si schiera al fianco delle proprie borghesie nazionali. Solo in una condizione storica del tutto eccezionale riuscì ad avere il sopravvento sulle classi dominanti, nel paese dove più deboli erano i ceti borghesi e dove si faticava a spezzare la precedente organizzazione feudale, la Russia del 1917. Da qui in poi si apre il terzo periodo, quello della costruzione del socialismo, che vedrà alla testa del movimento operaio la formazione sociale sovietica quale nazione guida del proletariato mondiale.
2. A questo punto ci è utile ritornare sul testo di Gianfranco La Grassa che precisa ed attualizza quanto detto da Lenin in questo scritto del 1913. Chiariamo, innanzitutto, ciò che ci interessa ricavare da questi due testi che mettiamo a confronto.
Tanto Lenin che l’economista veneto pongono in evidenza il concetto di decantazione sociale, secondo una “catena evenemenziale” che contribuisce a rischiarare il fondo dove si concretano detti fenomeni. Lenin dirà proprio che con l’esplosione dei moti
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del ’48 le classi sociali faranno finalmente i conti con il loro mondo, in quanto i blocchi sociali giungeranno a compattarsi secondo linee più definite. Da un lato c’è, come detto in precedenza, la borghesia industriale accresciuta nelle sue file dai vecchi aristocratici che non disdegnano di mettersi in affari, dall’altro lato ci sono i proletari e i contadini poveri, spossessati dei loro mezzi di produzione e gettati di fronte al Capitale come meri erogatori di forza lavoro. Nel mezzo tanti corpi intermedi e ceti cuscinetto che cominciano ad essere attirati nel campo di forza esercitato dai poli. Queste classi sono il risultato di “tumultuosi processi sociali, di condensazione in raggruppamenti contrapposti, verificatisi nell’ambito del precedente Terzo Stato, un miscuglio per lungo tempo caotico e i cui componenti di base erano tutt’altro che ben delineati ”[La Grassa].
La Rivoluzione del 1789 aveva opposto il Terzo Stato alle classi dominanti aristocratiche e nonostante l’esito dei processi rivoluzionari del ‘89 sia andato molto distante dalle primigenie aspirazioni che avevano mosso i vari ceti, resta fuori di dubbio che i cambiamenti prodottisi siano stati ugualmente radicali e definitivi.
L’eterogeneità dei ceti, che a vario titolo si collocavano nel cosiddetto Terzo Stato, viene ricomposta dalla classe in esso egemone e dai rapporti sociali di cui essa è portatrice. La borghesia urbana e produttiva era riuscita infatti a convogliare le legittime aspirazioni d’indipendenza dei ceti intermedi e di quelli che si collocavano alla base della piramide sociale (proletariato urbano) intorno a precise parole d’ordine di trasformazione, mentre la maggior parte dei contadini restava ancora vicina al mondo feudale e al clero.
Tuttavia, prima dello scoppio della rivoluzione francese il campo conflittuale non si tagliava affatto con l’accetta, la borghesia produttiva più ricca cercava di accedere ad alcuni privilegi feudali e pretendeva, altresì, di essere protetta nelle proprie attività. Da qui nascevano convergenze con una parte della classe aristocratica e nobiliare. La stessa nobiltà era differenziata al suo interno poiché ad una parte parassitaria che viveva di privilegi di lignaggio si contrapponeva la nobiltà, soprattutto togata, che si era lanciata nelle attività capitalistiche.
In sostanza, a livello societario, si era già prodotto un “dispiegamento volumetrico” delle classi che aveva eroso lo spazio sociale dell’alta aristocrazia e dell’alto clero. Sono poste così le basi materiali per una radicale metamorfosi dell’intelaiatura precedente.
Ma quello che ci interessa mettere in risalto è il fatto che quando certe aspirazioni ideali, coltivate nelle prime fasi rivoluzionarie, sono disattese dai fatti, i pensatori più radicali, quelli che hanno creduto in tutt’altri sviluppi della fase storica, danno vita “ad una serie indescrivibile di utopie sociali” che in gran parte giocano un ruolo ‘romantico’ e regressivo.
Del resto, è inevitabile che nei periodi di transizione, allorché i processi sociali seguono vie di “solidificazione”, la stessa teoria deve sottoporsi ad aggiustamenti progressivi per meglio definire il suo oggetto d’indagine.
Sono, insomma, le lezioni della storia ad indicare come può evolvere tanto la tattica
che la complessiva strategia rivoluzionaria e come certe previsioni devono essere
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corrette mano a mano che gli effettivi movimenti sociali fanno il loro corso.
Anche La Grassa, come Lenin, segnala quali sono gli avvenimenti topici che permettono alla teoria marxista di prendere il sopravvento sulla pletora di visioni teoriche rivali, da lì in poi stigmatizzate quali utopistiche per via della loro ineffettualità e distanza dalla “concretezza fattuale”.
Se successivamente al 1789, il fallimento delle aspirazioni di trasformazione radicale della società aveva favorito il germogliare delle utopie, dopo il 1848, l’opposizione frontale tra borghesia e proletariato chiarisce definitivamente cosa stava “bollendo” nel Terzo Stato.
Il secondo punto temporale di rottura è, per La Grassa, la Comune parigina del 1871 evento fondamentale che condurrà Marx prima e Lenin poi ad afferrare quali conseguenze ed opportunità potevano aprirsi in seguito ad una rivoluzione proletaria. La lezione appresa da tale esperienza dimostrò come non fosse possibile anticipare le manifestazioni concrete delle rivoluzioni e gli sbocchi alle quali esse dovevano condurre. Fino a che non si entra “in medias res” è possibile fare solo qualche previsione di principio, cercando di individuare le tendenze di fondo del complessivo movimento sociale, senza alcuna pretesa di sceverare le dinamiche strutturali della società con squadra e compasso.
Infine, questi stessi insegnamenti toccheranno la Rivoluzione Russa del ’17 (la prima grande rivoluzione comunista della storia) che tuttavia, se negli intenti potrà dirsi ispirata alla trasformazione socialista, nei fatti andrà molto distante dalla costruzione del mondo nuovo auspicato. Anche in questo caso, è stata la Storia che ha corretto il tiro, laddove lo Stato operaio-contadino, base della formazione sociale sovietica secondo Lenin, aveva tutt’altra natura e rispondeva ad altre alleanze di classe.
Il blocco sociale sovietico (nell’ambito del quale contadini ed operai avevano un ruolo più o meno marginale) ha dato vita ad una grande potenza geopolitica seppur agendo nell’ambito di coordinate ideologiche che s’indirizzavano alla costruzione del socialismo.
3. Questa ricostruzione storica non ci servirebbe ad un granché se non la sottoponessimo ad una necessaria attualizzazione. Ci interessa capire, nella fase attuale, la posizione occupata delle “classi” (dominanti e non dominanti) che agiscono nell’alveo della formazione capitalistica odierna.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le coordinate storiche della precedente epoca sono state letteralmente sconvolte e le conseguenze di tali mutamenti devono essere ancora indagate approfonditamente, tanto sul piano sociale che su quello ideale.
A partire da questo evento, il campo capitalistico trionfante ha potuto riallocarsi su una parte del mondo che fino a quel momento gli era sfuggita. Dopo anni di dominio incontrastato statunitense, quelle nazioni che avevano perseguito la strada della costruzione del socialismo hanno potuto riorganizzarsi, liberandosi dai fardelli ideologici del passato che hanno contribuito negativamente a farne stagnare le forze più dinamiche.
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La storia si è dunque rimessa in marcia, proprio come era accaduto dopo la restaurazione del 1815, durata per tutto il quindicennio successivo. La Grassa, sostiene che la situazione attuale, non a caso, può ben essere paragonata a quella europea del 1830. Come allora, anche oggi, stanno moltiplicandosi una serie di correnti romantiche che prendono il posto della vecchia ideologia comunista in dissoluzione. A propria volta, gli strascichi di quest’ultima continuano a rivivere in una forma totemica ed ossificata, riproducendo schemi sociali vetusti che nemmeno lambiscono la gestazione del nuovo tempo storico. La sopravvivenza o la nascita di queste vecchie/nuove ideologie è legata alla stessa struttura dei rapporti sociali, la cui metamorfosi ha risolutivamente segnato l’inutilizzabilità delle precedenti categorie di lettura rendendo difficile, al contempo, la loro sostituzione con altre più cogenti.
Per esempio, occorre ridefinire, in linea di massima, la stratificazione sociale attuale (la sua forma concreta nel pensiero) al fine di penetrare e ricomporre teoricamente le dinamiche sulle quali si muovono gli insiemi sociali di questa fase, differenziati al loro interno per reddito, cultura ed aspirazioni.
Si tratta di un’ azione fondamentale per vagliare la porosità delle stratificazioni sociali e tentare di collegare tra loro quelle forze che sono percepite come antitetiche a causa della loro collocazione precedente. Non è certamente una operazione facile ma si può affermare, ad esempio, che la costruzione dell’alleanza operai-contadini nella Russia di Lenin fosse cosa semplice e immediata? Essa fu realizzata anche per via ideologica, tanto che i contadini ripetevano: “Bolscevichi sì, comunisti mai!”
E che dire della piccola borghesia urbana, di quell’esercito di artigiani e negozianti, che nelle giornate del 1848 fu utilizzato dalla grande borghesia capitalistica contro il proletariato, a tutela di una proprietà capitalistica che ad esso, ciò nonostante, non sarebbe stata garantita: “la loro proprietà nominale era stata lasciata in pace fino a che si era trattato di spingerli sul campo di battaglia in nome della proprietà. Ora che si era regolato il grande affare col proletariato si poteva tornare a regolare anche il piccolo affare col droghiere”. (Marx, Le lotte di classe in Francia). Come si può ben capire, le classi dominanti fanno “sintesi” sociale proprio sugli stessi elementi che dovrebbero favorire un’alleanza duratura tra classi subalterne.
Senza la necessaria maturità teorica che indichi alle classi sottoposte i punti in cui è possibile trovare delle convergenze con altri raggruppamenti sociali (non dominanti), in funzione della creazione di alleanze strategiche contro la vera classe dominante, l’apparato ideologico di queste ultime agisce più facilmente sui punti deboli del fronte nemico, li allarga e li fa giocare uno contro l’altro: è la strategia del Divide et Impera.
Quando Lenin, all’inizio della Nep, insisté sul consolidamento dell’alleanza operai-contadini aveva ben presente il livello dei rapporti sociali e l’andamento delle lotte di classe nella Russia post-rivoluzionaria. Da tale punto di vista, la Nep non è solo una politica economica, quanto piuttosto il tentativo esplicito di trovare dei punti di consolidamento dell’alleanza tra queste due classi senza le quali sarebbe stato impossibile costruire il socialismo. Contro i sostenitori di uno Stato totalmente operaio Lenin si era più volte scagliato ricordano la lezione di Marx, il quale, a propria volta, si era opposto alle tesi di Lassalle. Quest’ultimo aveva infatti sostenuto
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che di fronte alla classe operaia le altre classi sociali formavano un’unica “massa reazionaria”. In maniera opposta a questa semplificazione, Lenin approfondirà la necessità di stringere alleanze di classe sostenendo, perfino, che la stessa dittatura del proletariato altro non era se non la forma storica per eccellenza di tali alleanze.
Ma Lenin continua: “Chi ha letto il capitale di Marx e non l’ha capito, non ha capito nulla di Marx…La dittatura del proletariato è una particolare forma dell’alleanza di classe fra il proletariato, avanguardia dei lavoratori, e i numerosi strati di lavoratori non proprietari (piccola borghesia, piccoli proprietari, contadini, intellettuali, ecc.).
Se dunque egli ha qui ragione (come io credo), qualsiasi forza sociale che vuol pensare sé stessa come radicalmente alternativa, non può esimersi dall’approfondire i rapporti sociali e tutta la costruzione ideologica, intesa come rappresentazione del mondo, che da questi elementi deriva.
Si cerca di capire come i vari corpi della società vadano a collocarsi lungo la piramide sociale (utilizziamo tale figura geometrica solo per comodità espositiva e per rimandare ad un ordinamento in ogni caso gerarchizzato della formazione sociale capitalistica), non solo per effettivi livelli economici ma per autorappresentazione “ideologica” del mondo. Questo è il terreno fertile dove mettere “i semi dell’alleanza”.
Oggi dovremmo aver finalmente assimilato che il concetto di ceto medio è un coacervo di differenziali di sapere e di reddito che vanno divaricandosi tanto in basso che in alto. Si può ben dire, pertanto, che tale concetto ormai non corrisponde più al suo contenuto acquisito: il ceto medio si è sdoppiato e ulteriormente stratificato.
La parte più bassa di questo si è declassata o, se vogliamo utilizzare un’espressione un po’ consunta, si è finanche neo proletarizzata, mentre la parte più alta ha raggiunto livelli di benessere talmente elevati che i loro consumi superflui (Tv al plasma, vasche idromassaggio, auto sempre più potenti) sono l’emblema della loro stessa concezione del mondo. E tutto questo accade all’interno di un gruppo sociale che viene ancora definito con un’unica “dizione”.
Se queste sono le odierne divisioni sociali e i profili sociologici di “classe” che farcene di tutto l’armamentario vetero-comunista che legge la realtà in base a schemi di tipo ottocentesco?
In ragione del mantenimento di questo grande equivoco (sul quale l’ideologia dominante gioca le sue carte) vengono riprodotte alcune contrapposizioni del passato (destra-sinistra, comunismo-fascismo, sviluppo-antisviluppo ecc. ecc) le quali hanno il compito di sostenere altrettanti “apparati concettuali” (l’espressione è voluta perché anche una teoria può, per così dire, burocratizzarsi attraverso i suoi paradigmi pietrificati, mutando il suo statuto teorico dallo stato di scienza a quello di dogma) che sono il primo intralcio alla comprensione dei nuovi processi sociali.
4. Cerchiamo di riprendere i fili di quanto fin qui sostenuto proponendo qualche piccola novità. Nessuna Teoria si afferma semplicemente per la sua superiorità e coerenza logica. Essa deve farsi largo tra mille altre visioni del mondo, più o meno strutturate e con paradigmi che si solidificano nel tempo. Attualmente si deve
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condurre, per dirla con Althusser, una fortissima lotta di classe nella teoria, per dissodare il terreno dalle vecchie concezioni e prepararlo alla nuova semina. E’ un po’ lo stesso discorso che fa Kunh, anche se in un ambito prettamente scientifico, quando parla di “scienza normale” in quanto stabilmente fondata sui risultati raggiunti dalla scienza ufficiale, sulla base dei quali la comunità scientifica costruisce la sua prassi. Questa scienza “costituita” viene però messa in discussione dalla cosiddetta scienza “straordinaria”, caratterizzata da intuizioni di varia natura che stravolgono i precedenti schemi, tanto da innescare una lotta tra vecchi e nuovi paradigmi e tra i loro sostenitori
E’ indubbio che se una teoria non si arricchisce dei mutamenti che si verificano nella pratica sociale non può che restare monca. Non si tratta certo di inseguire un impossibile rispecchiamento della realtà, ma occorre tradurre nel pensiero gli stimoli che da questa provengono per interpretarli al meglio. E’ ciò che fece Marx prima del 1848 e che continuò a fare negli anni successivi scrutando, con lenti teoriche ben calibrate, il movimento della società capitalistica che passava sotto il suo naso.
L’attuale fase storica, ancora in piena transizione, non ci dà la possibilità di abbozzare teorie generali proprio per i motivi su esplicitati, ma si presta ad intuizioni che, in via d’ipotesi, possono agevolare la presa delle sue tendenze basilari.
E’ il caso, per il momento, di individuare una serie di punti fermi sui quali erigere, sempre in via previsionale, una griglia concettuale a maglie larghe. Uno degli elementi teorici di novità, sui quali il nostro gruppo (riunito intorno alle teorie di La Grassa) insiste ormai da tempo, è quello della “perenne lotta tra classi possidenti” (per ritornare al linguaggio engelsiano) che attraversa la formazione sociale capitalistica costituendone la spinta dinamica più sostanziale.
La teoria degli agenti strategici non mette in secondo piano la lotta tra dominanti e dominati ma le dà il peso che essa effettivamente ha nelle formazioni capitalistiche occidentali. Ciò attesta quanto difficile sia il compito che vorremmo sobbarcarci, anche perché la nostra cassetta degli attrezzi(teorici) è ormai inadeguata a spiegare il grosso dei cambiamenti avvenuti in questi anni; tuttavia, affrontare una sfida difficile è sempre meglio che continuare a se raconter des histoires, coltivando vane illusioni di rifondazione, rinascita, ecc. ecc., con la consapevolezza che niente tornerà a rivivere ergendosi dalle proprie ceneri.
Ormai dovrebbe essere lapalissiano che la storia non gioca, naturaliter, a nostro favore, i soggetti della trasformazione sociale sono da “inventare” e da “coalizzare” attraverso la costruzione di una teoria scientifica che contenga in sé una positiva “ideologia materiale”, atta a favorire dette alleanze tra classi subalterne. Né la classe operaia né il lavoratore collettivo cooperativo si sono rivelati adeguati al compito. Nel primo caso si è preferito Lassalle a Marx, confidando in una classe sociale che al massimo riusciva ad esprimere tendenze tradunionistiche senza mettere in discussione le basi capitalistiche del sistema sociale; nel secondo, la previsione marxiana, benché meno angusta della prima, si è rivelata comunque errata in quanto le forze mentali della produzione non si sono associate a quelle esecutive (il vero soggetto intermodale del passaggio dal capitalismo al comunismo per Marx) fino alla
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completa esautorazione della proprietà ormai ridotta al parassitismo finanziario. Continuiamo a tenerci ben strette alcune acquisizioni marxiane che hanno disvelato la natura del capitalismo, il suo fondarsi sull’estorsione del plusvalore tramite il pluslavoro non pagato e la formidabile demistificazione dell’uguaglianza formale nella sfera circolatoria (che è tale solo perché sono stabilite condizioni di assoluta ineguaglianza nella sfera produttiva, dove tutto appartiene al capitalista, compresa l’energia lavorativa, e non il lavoratore inteso come uomo, dei produttori).
Ma può bastare questo a scandagliare il capitalismo di oggi? Non lo crediamo, innanzitutto perché la formazione capitalistica si è profondamente trasformata fino a rendersi irriconoscibile ai vecchi schemi teorici. Oggi ce ne occorrono di nuovi che tengano conto dei mutamenti incorsi, al fine di:
ridefinire gli aspetti principali e secondari del capitalismo a partire dalle sfere sociali (politica, economica, ideologico-culturale) attraversate dai flussi conflittuali che muovono gli agenti della trasformazione dentro e fuori(?) il capitale
rileggere sulla base di questo riorientamento generale forme, funzioni e strutture della formazione dei funzionari (privati) del capitale (nonché: trasformazioni produttive, ruolo delle imprese, estensione dei mercati, forme sociali, politiche, culturali, convergenze/divergenze ideologiche di gruppi e individui ecc. ecc.)
sceverare l’articolazione delle diverse formazioni capitalistiche tanto in orizzontale (segmentazione delle classi dominanti in ambito geopolitico) che in verticale (stratificazione dei gruppi sociali all’interno di ciascuna formazione).
Se vogliamo tracciare le tendenze caratterizzanti dell’odierna struttura capitalistica dobbiamo concentrarci sulla ricorsività delle fasi mono e policentriche, poiché esse sono il precipitato evidente della lotta tra agenti strategici nella formazione globale e di quella tra gruppi dominanti nell’ambito delle formazioni particolari.
Questo è un punto di partenza valido per iniziare a ridiscutere seriamente di Teoria e per uscire dallo spazio angusto del cosiddetto “modo di produzione”, il quale non prende nella debita considerazione tali aspetti, mentre si concentra esclusivamente sul conflitto nella sfera economica (quello tra Capitale e Lavoro).
Ripescare le vetuste ideologie del passato porterà forse un po’ di passeggera consolazione ma quanto bruschi saranno ancora i risvegli dal sonno della ragione? Ricordiamo ancora le parole di Lenin: sognare è la sorte dei deboli.
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METAMORFOSI DI BONTEMPELLI: E' UN TONI NEGRI DEPRESSO

Forse a qualcuno sarà capitato di imbattersi nell’ultimo “ritrovato” teorico di Massimo Bontempelli intitolato “Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità”. Come si evince dal titolo ci sta dentro un po’ di tutto, frammenti di analisi marxiana, spicchi di filosofia tra Kant e Hegel, qualche piccola nozione economica e, dulcis in fundo, “fettine” di psicologia post-apocalittica rinvianti irrimediabilmente allo spaesamento dell’individuo nell’era della tecnica e del capitalismo assoluto. Eviterò di addentrarmi troppo nelle questioni specificatamente filosofiche con le quali Bontempelli inizia il suo cammino verso le categorie marxiane di sussunzione formale e di sussunzione reale del lavoro al capitale, lasciando volentieri questo compito a Mauro Tozzato che s’intende di filosofia molto più di me. Mi limiterò qui soltanto a tracciare il percorso della coppia categoriale in discussione, così come viene sceverata da Bontempelli nel suo saggio.
In sostanza, Marx avrebbe ricavato il concetto di sussunzione dalla logica kantiana (riconduzione di un termine al rapporto insieme di inclusione e subordinazione che gli è proprio rispetto ad un termine più esteso), operandone un riadattamento nell’ambito di categorie sociali come il lavoro e il capitale. Fin qui poco da dire, soprattutto per chi come me deve limitarsi a confrontare queste analisi con le scarne reminiscenze (peraltro ricavate dai testi scolastico-filosofici di Bontempelli) su Kant ed Hegel. Il filosofo di Stoccarda viene chiamato in causa perchè la sussunzione contempla due aspetti, uno appunto formale e l’altro reale. Bontempelli sostiene che la sussunzione formale in Marx si richiama esplicitamente alla logica hegeliana e al concetto di forma in Hegel.
Hegel definisce la forma come “relazione fondamentale le cui determinazioni stanno di contro al contenuto” il quale, così posto, “è determinato già in lui stesso come fondamento della sua unità particolare con sé, e sta di contro alla forma quale relazione intera di fondamento e fondato”.
Fortunatamente Bontempelli fornisce la traduzione della complessa “terminologis hegeliana” e di questo devo ringraziarlo perché altrimenti avrei interrotto la lettura già a questo punto: “Il senso di questa [affermazione] si ritrova nel Capitolo VI inedito. Il lavoro artigiano, o il lavoro contadino indipendente, sono contenuto della storia, e sono un contenuto determinato già in lui stesso, nel senso che il suo concreto svolgimento nasce dalla sua natura, e non da alcunché di esterno”.
Ci siamo adesso? Mica tanto? Comunque continuiamo a seguire il suo ragionamento. “Il lavoro artigiano, cioè, è determinato dai suoi strumenti, dalla sua materia prima e dalla sua tecnica specifica, ovvero in lui stesso, indipendentemente dal fatto se sia sfruttato oppure no da un potere esterno, e da chi e da quale finalità sia eventualmente sfruttato.” Insomma, esso “fonda competenze, relazioni e stili di vita”. Ecco così svelato il senso dell’espressione “fondamento nella sua particolare unità con sé”. Adesso resta da chiarire la seconda parte dell’affermazione, quella che parla de “la relazione intera di fondamento e di fondato”.
Prendiamo l’esempio del lavoro contadino. “Il lavoro contadino indipendente come lavoro è fondamento, fondamento della vita del contadino, nella sua particolarità avulso dal più generale contesto storico di relazioni sociali, ma se viene inserito in tale contesto relazionale, ad esempio in rapporto di dipendenza feudale da una signoria rurale, si rivela fondato dalle regole e dagli scopi di tale rapporto, pur rimanendo
fondamento a livello della sua particolarità specifica”. Si capisce, pertanto, che il complesso dei rapporti sociali feudali è, invece, quella relazione più generale che inglobando il lavoro contadino particolare lo “derubrica” a fondato, essendo la relazione più generale quella fondamentale. Con un ultimo sforzo le cose si fanno ancora più chiare: il lavoro del contadino indipendente è, se storicamente e socialmente “decontestualizzato”, fondamento mentre se esso viene ricontestualizzato nell’ambito dei rapporti feudali dominanti, si riduce a fondato da quegli specifici rapporti di produzione. Quindi, dice Bontempelli, mentre per Hegel la forma è assunzione “da parte di una relazione generale, di un contenuto più particolare determinato in sé stesso” per Marx invece, fuori dalla logica e trasposta nell’ambito dei rapporti di produzione, la forma è “forma di appropriazione, da parte di un rapporto sociale globale ed in funzione della sua autoriproduzione, del prodotto di un lavoro predeterminato ad esso nel suo modo di essere”. Marx fa riferimento qui a quella prima fase in cui il capitale raduna presso di sè uomini e mestieri, nelle manifatture, senza intervenire sulla natura del lavoro, in quanto i saperi produttivi sono ancora ben saldi negli uomini che da poco hanno abbandonato le proprie botteghe per andare a lavorare, costretti dalle nuove condizioni, sotto uno stesso tetto e per conto di un capitalista. Questo implica che “il processo lavorativo è sottoposto al capitale e il capitalista vi entra in qualità di dirigente, considerandolo insieme e immediatamente come processo di sfruttamento del lavoro altrui” (Marx, Capitolo VI inedito). Però “a questi cambiamenti [ … ] non si è finora accompagnata una trasformazione sostanziale nel modo d’essere vero e proprio del processo lavorativo, del processo di produzione reale”. In pratica, il comando capitalistico può agire con maggiore o minore violenza sugli uomini, costringendoli ad un lavoro prolungato, per ottenerne maggiore profitto (plusvalore assoluto), ma non oltre un certo limite di durata della giornata lavorativa, la quale non può essere allungata all’infinito.
Da questo consegue, come giustamente ribadisce Bontempelli, che “solo una modificazione del processo lavorativo può evidentemente consentire la produzione nello stesso tempo di una maggiore quantità di merce, e quindi una minore quantità di lavoro incorporata in un’unità di merce, per cui il pluslavoro relativo è necessariamente associato ad una sussunzione non più formale ma reale”.
E così giungiamo finalmente a poter definire la sussunzione reale in Marx. I rapporti specificatamente capitalistici sono precisamente il risultato dell’incremento delle forze produttive sociali del lavoro “mediante la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica, l’impiego delle macchine, e, in genere, la trasformazione del processo di produzione in cosciente impiego delle scienze naturali, della meccanica, della chimica ecc. e della tecnologia per dati scopi”, poiché tale “incremento, dicevamo, della forza produttiva del lavoro socializzato in confronto al lavoro più o meno isolato e disperso dell’individuo singolo, e con esso l’applicazione delle scienza – questo prodotto generale dello sviluppo sociale – al processo di produzione immediato, si rappresentano ora [e solo ora] come forza produttiva del capitale anziché come forza produttiva del lavoro, o solo come forza produttiva del lavoro in quanto identico al capitale; in ogni caso, non come forza produttiva del lavoratore isolato e neppure dei lavoratori cooperanti nel processo di produzione” (Marx, op.cit.). Finalmente siamo arrivati a comprendere il concetto di sussunzione in Marx nella sua duplice forma, presi per mano da Bontempelli il quale, visto che c’era, ci ha condotti a fare un giro prima nella logica kantiana e poi in quella hegeliana. Ci abbiamo impiegato un po’ più di
tempo ma, tutto sommato, il “panorama filosofico” era piacevole e l’ “aria intellettuale” della giusta temperatura.
Forse però usciamo un po’ più ebbri del dovuto da questo de-tour, tanto che il nostro autore pensa proprio adesso di poterci di rifilare il suo “pacco filosofico”. Ed ecco la novità dell’ipotesi bontempelliana: “l’operazione concettuale che da tempo propongo per la sua possibile fecondità interpretativa è quella di riformulare, per trasporla come categoria illuminante in un più vasto ambito, la nozione marxiana di sussunzione, alla stessa maniera in cui Marx ha riformulato la nozione kantiana di sussunzione per riferirla al rapporto tra capitale e lavoro. Si tratta cioè di pensare la distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale non più soltanto del lavoro al capitale, ma dei contenuti della stessa vita umana al capitale”. E no Bontempelli! Questa non è affatto nuova perchè l’ho già sentita, non mi è piaciuta all’epoca e non mi piace nemmeno oggi. In Impero di Toni Negri e Michael Hardt (ma anche in precedenti opere di quell’uomo che sentiva il calore della classe operaia solo quando si calava il passamontagna) si parla precisamente di ciò, del fatto che saremmo passati da una sussunzione formale del mondo al capitale, caratteristica del vecchio capitalismo industriale, ad una sussunzione reale del mondo al Capitale, contrassegno dell’Impero senza centro che assomiglia molto al capitalismo assoluto di Bontempelli (a tal proposito basta andare a rileggersi la recensione di M. Turchetto al libro “Impero” che potete trovare a questo link: http://lists.autistici.org/message/20020320.005224.5f71dff2.en.html).
Certo, Negri è più affascinato che perplesso di fronte alla nuova situazione perché, a suo modo di vedere, l’epoca dello sfruttamento intensivo del mondo coincide con l’era postindustriale più pulita ecologicamente e meno “ingombrante” industrialmente. Ma, a parte le differenze, resta la sostanza della premessa iniziale che, come si può ben vedere, può sfociare in punti di vista letteralmente agli antipodi. Bontempelli è più onesto di Negri ma un bel po’ più depresso.
Di qui in avanti l’incedere dialettico di Bontempelli diviene una litania pretesca su quanto dovremmo pentirci di mangiare polli allevati in batteria, usare troppo la tecnologia e viaggiare in macchina. Tutte cose che corrompono la nostra soggettività. Non ci credete? Ecco qualche passaggio.
Dal paragrafo intitolato “Dominio sul vivente”: “Occorre sapere che chi oggi mangia spesso carne, chi consuma regolarmente prodotti vegetali fuori dalla loro produzione naturale, chi accetta la frutta standardizzata e non maturata da supermercato, non solo si nutre male e perde il senso dei sapori ma dà, per così dire, il suo democratico voto quotidiano a favore dello sfruttamento capitalistico (molto più democratico e molto più determinante del voto nella cabina elettorale), proprio come chi usa frequentemente l’automobile e si affretta a comprare gli ultimi ritrovati della tecnologia immessi sul mercato”. Non fate orecchi da mercante voi che vi “abboffate” con pollo allevato in batteria perché costa meno del filetto, il filosofo ce l’ha proprio con voi. E da domani niente più macchina, a meno che non vi serva come predella per improvvisare comizi sulla decrescita. Infine, attenti alla tecnologia la quale, si sa, è uno strumento che corrompe il vostro spirito rivoluzionario.
Ma andiamo avanti nello sproloquio.
Dal paragrafo intitolato “il senso comune sviluppista e la sua critica”: “Chi, perciò, sta
dalla parte dello sviluppo, sta di fatto dalla parte del sistema vigente, qualunque
illusione coltivi riguardo alla sua collocazione, e si condanna all’inintelligenza della
trama di connessioni effettive tra i molteplici aspetti del mondo attuale [ … ] Non si possono contrastare le derive belliche dell’imperialismo attuale se non in una prospettiva di decrescita. Chi è a favore dello sviluppo è, anche se crede il contrario, a favore delle guerre imperialistiche che dello sviluppo sono un corollario.” Gli americani sentitamente ringraziano perché, effettivamente, loro non avranno più bisogno di fare le guerre se gli altri si tagliano le palle da soli.
Dal paragrafo intitolato “La sussunzione della persona umana”: “Succede però spesso che un militante antimperialista si muova frequentemente e naturalmente in automobile, senza rendersi conto che bruciare benzina nel motore significa votare per il sistema in maniera ben più sostanziale che con una scheda elettorale, e che un luogo imprescindibile di attacco al sistema stesso sarebbe quello della circolazione autoveicolare privata”. Povero militante antimperialista, invece di farsi bastonare dalla polizia per poi poterne contare orgogliosamente i lividi, avrebbe potuto, molto più semplicemente, spaccare qualche auto in sosta. Ma l’oppositore è un ingenuo perché non capisce che “ha in molti casi una personalità adattata a vivere senza troppo soffrirne in mezzo alle conseguenze negative del traffico autoveicolare privato [ … ] e ad accettare quella particolare privatizzazione e desocializzazione della strada che la circolazione autoveicolare crea.” Finito? Macché: “[…]Si può dire che la freddezza riguardo alla decrescita, l’incapacità di sentirne l’urgenza, e la tendenza a fraintenderne il senso, sono tipici segni rivelatori della personalità sussulta sotto il capitale: una tale personalità, infatti, ha interiorizzato lo sviluppo come modello di comportamento individuale, per cui manca della sensibilità per cogliere il valore di aspetti statici del paesaggio naturale e sociale, e per soffrire della loro dissoluzione, cosicché i processi innovativi del capitalismo non lo spaventano [ … ] ”. Ammetto di essere un deviato, di avere una personalità completamente sussunta, ma purtroppo non me ne rendo conto perché il capitale ha completamento ridisegnato la mia mappa cerebrale, agevolato in ciò dalle mie “tendenze interne anch’esse prodotte dal capitale”.
Dal paragrafo intitolato “Le forme della personalità nella sussunzione reale” (in questo paragrafo vengono sciorinati tre diversi livelli di psicopatologia: il disprezzo di sé, la personalità concretista, la personalità narcisista): tutto ha inizio dal fatto che “[ … ] oltre un certo sviluppo il capitale non può realizzare il plusvalore che produce se non con un ritmo particolarmente veloce degli acquisti di massa delle merci” e che “questa velocità cambia l’immagine sociale della merce. Essa diventa un oggetto da consumare in maniera rapida e definitiva” favorendo l’insorgere ne “l’individuo che non rispetta gli oggetti, perché li consuma velocemente, e che non rispetta il suo ambiente, perché lo sporca con oggetti trasformati in rifiuti […]il disprezzo di sé[…], l’individuo non trova più nei suoi beni materiali i segni esteriori della durata dello spirito umano nel tempo”. Per sfuggire a questo disprezzo di sé l’individuo si rifugia nell’appartenenza (personalità concretista) alle più diverse organizzazioni, trovando in ciò un “pavimento” che gli impedisce di sprofondare nella sua nullità. Qualora nemmeno questo escamotage dovesse bastare, perché, magari, uno è tanto acculturato da sottrarvicisi, ecco che arriva: l’ “autorappresentazione grandiosa della propria personalità” (personalità narcisista). Volete un esempio di personalità narcisista? I signori sono serviti: “Napoleone, che, angosciato dal disprezzo di sé quando frequentava la scuola militare, dove gli altri allievi ufficiali lo emarginavano e lo schermivano perché non nobile e non francese, lo ha poi impercompensato nell’immagine gloriosa e carismatica di se stesso”. Ma oggi
che il capitalismo è divenuto assoluto può produrre da sé (ed in serie) questo tipo particolare di personalità narcisistica la quale, come ci insegna Bontempelli, esisteva anche in un periodo precedente (come attesta l’esempio di Napoleone) ma era molto meno diffusa. Difatti “la costituzione del soggetto come terminale della circolazione delle merci contiene dunque gli elementi basilari del narcisismo: una storia familiare che abbia iniziato e poi accentuato il disprezzo di sé, ed un’educazione intellettuale che abbia trasferito l’autorappresentazione ipercompensatoria dal rapporto con la merce a quello con le persone, ed abbia consentito d’investirvi abilità effettive e talenti mentali”. Insomma, il grosso di noi è già fottuto, l’unico che si salva è, naturalmente, il filosofo Bontempelli il quale ha “capacità interpretative in questo campo” decisamente fuori dal comune.
La sussunzione è compiuta, andate pure in pace.
ANCORA SU BONTEMPELLI di M. Tozzato
Provo qui ad avanzare alcune considerazioni a margine del commento che nel nostro blog G. Petrosillo ha proposto ieri , 11.02.2008, sul saggio di Massimo Bontempelli intitolato Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità. Tengo a precisare, prima di tutto, che ritengo (e non sono certo il solo) Massimo Bontempelli , sia come storico che come filosofo, un intellettuale di notevole levatura. Per quanto mi riguarda, ad esempio, continuo tutt’ora ad utilizzare i suoi libri di storia, che non si possono certo confinare nell’ambito della semplice manualistica, e per quello che concerne la filosofia, oltre alla sua “storia” mi pare doveroso citare, perlomeno, il libro Filosofia e Realtà (Editrice C.R.T. – Pistoia 2000), sicuramente uno dei migliori testi di esegesi hegeliana degli ultimi vent’anni, per non parlare della sua notevole “vita di Gesù” elaborata nel libro scritto assieme a Preve Gesù. Uomo nella storia, Dio nel pensiero (Editrice C.R.T. – Pistoia 1997). Tutto ciò, però, non ci esime dal mettere in luce, come bene ha fatto Petrosillo, le nostre divergenze in termini di concezione generale del mondo e di teoria della società. L’approccio di Bontempelli che è tale da permettergli di muoversi con grande competenza all’interno del pensiero filosofico, in particolare di quello hegeliano, non risulta altrettanto efficace in rapporto a Marx nei confronti del quale esiste, a mio parere, una sostanziale incapacità di intenderne lo specifico approccio alla scienza della società. Dal fatto che Marx non sia propriamente un filosofo e che quindi i suoi “maestri filosofici” siano stati Kant e soprattutto Fichte ed Hegel, come ripete giustamente da tempo Preve, non si può passare direttamente ad attribuirgli l’adesione integrale ad una di queste filosofie, nemmeno a quella hegeliana. Che in Marx la lettura di Hegel, come ha fatto rilevare in un recente saggio Roberto Fineschi, risulti a volte sorprendentemente semplificata e banalizzata rappresenta soltanto il sintomo del fatto che ad un certo punto il pensatore di Treviri ha intrapreso un altro sentiero, un percorso che lo ha portato alla critica della formazione sociale capitalistica attraverso l’ esposizione della sua struttura fondamentale denominata modo di produzione. La Grassa, al contrario di Bontempelli, dopo essersi mosso per decenni all’interno del pensiero marxiano e leniniano è riuscito a compiere un passaggio che nessun altro che io conosca è riuscito a fare: continuare a maturare dall’interno la propria elaborazione – senza abbandonare del tutto la teoria marxista né rassegnarsi ad accettare di rimanere nell’ambito del marxismo storico otto-novecentesco [teoria del comunismo critico (1841-1874) + marxismo storico (1875-
1991)] – riuscendo ad assumere contemporaneamente una prospettiva da osservatore esterno che alla fine ha prodotto quella rottura che gli ha permesso di iniziare ad elaborare un paradigma nuovo che – per “civettare” anche noi un poco con Hegel – ne rappresenti sia il superamento che la conservazione (Aufhebung). Passando ora a considerare la corretta ricostruzione filologica di Bontempelli sul rapporto tra forma e contenuto in Hegel, citata anche da Petrosillo, mi sentirei di aggiungere che se nel reale hegeliano si manifesta la struttura fondamentale del mondo empirico dei fenomeni – che comprende ciò che è accidentale e che in questo modo diventa effettualità la cui essenza è il trapassare – ciò significa che esso ne rappresenta anche il lato formale per cui la forma reale risulta identica e differente rispetto al contenuto empirico ed allo stesso tempo, in quanto idealità, è tale da permetterci l’appropriazione conoscitiva del mondo. Ma il rapporto tra formale e reale è diverso in Marx rispetto ad Hegel, nella misura in cui, a partire dall’Ideologia Tedesca, il primo ha in qualche maniera cercato, non in termini propriamente filosofici ma piuttosto di metodologia, di costituire una fondazione empiristica della dialettica. Nel suo notevole saggio dal titolo La dialettica in Marx Mario Dal Pra ha infatti scritto:<< La vera alternativa che si può prospettare , rispetto alla continuità della dialettica marxiana con la dialettica hegeliana, è quella di un’accettazione da parte di Marx di una fondazione empiristica della dialettica. Molto acutamente Lefebvre ha avanzato l’ipotesi che il periodo nel quale Marx, a suo giudizio, prescinde interamente dal metodo dialettico, è quello in cui egli aderisce all’empirismo ed ha di conseguenza prospettato l’approdo tardivo di Marx al metodo dialettico [all’epoca della sua rilettura della Scienza della Logica e della stesura dei Grundisse. N.d.r. ] come un superamento dell’empirismo. Ritengo anch’io che non si diano che due soluzioni possibili circa la fondazione del metodo dialettico: o una fondazione di tipo concettuale, del genere di quella formulata da Hegel, o una fondazione di carattere empirico. Una volta che si ritenga inesistente il problema della conoscenza ed inesistente il divario tra soggetto ed oggetto, la validità del metodo dialettico poggia sul suo valore ideale ed ontologico ad un tempo, in quanto esso si qualifica come struttura concettuale in cui propriamente si esprime la struttura stessa della realtà.>> Ma Marx, anche nella sua tarda ripresa di alcuni aspetti della dialettica hegeliana, mantiene un approccio metodologico e gnoseologico che non abbandona mai il terreno dei “fatti” e dell’analisi dell’effettualità empirica da cui trarre per via di astrazione la struttura reale come oggetto di conoscenza. Risulta del tutto estranea al pensiero marxiano perciò la questione, proposta continuamente dal marxismo dottrinario, del rapporto tra dialettica idealista e dialettica materialista; questa opposizione del tutto “metafisica” e ben poco “dialettica” non ha niente a che spartire con la metodologia marxiana empirista ed interessata ad una dialettica dell’interazione e dello sviluppo delle contraddizioni nel tempo e nello spazio ( anche il giovane Hegel del resto scriveva : <<ogni contraddizione produce una modificazione>>). E’ proprio l’approccio sostanzialmente hegeliano che porta poi Bontempelli a proporre di allargare la nozione di sussunzione reale non più soltanto al rapporto <<del lavoro al capitale>> ma alla sottomissione al “capitale” <<dei contenuti della stessa vita umana>>. Viene proposta così la categoria di capitalismo assoluto come termine interpretativo cruciale per la comprensione dell’attuale fase di sviluppo della formazione sociale capitalistica. Con questa espressione si vorrebbe evidenziare che la cultura (quella materiale come quella relativa ai costumi, ai saperi, ai modi di vita) – che caratterizza le parti del pianeta egemonizzate più direttamente dai
gruppi e dai sistemi statuali dominanti nel capitalismo contemporaneo – rappresenterebbe la “potenza decisiva” all’interno del sistema sociale capitalistico attuale. Questa cultura determinerebbe un habitus mentale e comportamentale distruttivo ecologicamente e degenerativo per i rapporti sociali e comunitari e per la sopravvivenza dell’ humanitas della nostra specie. Esiste effettivamente una analogia con le idee negriane: l’”Impero” di Negri come il capitalismo assoluto di Bontempelli vogliono essere delle “potenze senza centro” diffuse e onnipervasive dove al di là di un immaginario antagonismo “assolutamente radicale” di moltitudini indefinite di oppressi o di elitè depositarie della vera conoscenza del “trascendentale esser uomo dell’uomo” non si vede proprio ciò che è veramente decisivo: la struttura dei rapporti sociali tra gruppi e entità geopolitiche in conflitto per la supremazia e le relazioni tra questi e gli strati sociali dominati ( e non decisori). Le considerazioni di psicologia sociale e le analisi delle forme della personalità sviluppate nell’ultima parte del saggio bontempelliano sembrano dimenticare una cosa, magari banale: in quanto a forme di personalità distruttive la nostra epoca non è peggiore delle precedenti. La barbara crudeltà, la violenza , le guerre di sterminio degli antichi dispotismi le ho conosciute anche tramite i libri di Bontempelli: lo sterminio dei Catari, il genocidio dei pellerossa, il massacro delle popolazioni delle antiche civiltà precolombiane del nuovo mondo, le spaventose guerre di religione, il “patriarcalismo” come potere di vita e di morte del capo famiglia sulla donna e sui figli per finire con i smembramenti dei corpi , i roghi delle streghe e i metodi “poco urbani” usati con i nemici ( e forse anche gli amici) da Vlad Dracul, il famoso Impalatore. E aggiungiamo ancora un ultima domanda: al tempo di Hitler, del nazismo e delle osannanti masse tedesche eravamo già entrati nell’epoca del “capitalismo assoluto” ? A me sembra che il tipo di vita e lo sviluppo economico e tecnologico della nostra epoca possano essere causa dei grandi problemi ecologici e ambientali che tutti conosciamo, anche se nel nostro blog ne diamo una valutazione che rifiuta il catastroficismo e che mette in risalto che è la struttura sistemica del capitalismo a risultare decisiva.
Questo vuol dire che non solo il territorio, le risorse, le fonti energetiche, la vita animale e vegetale sono particolarmente in pericolo ma anche che, evidentemente, la nostra salute, la quale dal punto di vista del nostro “fisico” in passato soffriva in altre maniere e probabilmente di più, si trova a essere, oramai sempre più, preda di disturbi nervosi e psicologici indotti dal nostro ambiente naturale e sociale. In questo senso e da questo punto di vista siamo probabilmente in presenza di nuove patologie individuali e sociali. Per finire possiamo aggiungere che ci ripromettiamo di cercare di trattare, in futuro, la tematica della decrescita in maniera sufficientemente articolata; lo potremo fare, però, solo quando avremo la possibilità di confrontarci con una sua esposizione sufficientemente razionale e realistica. Per il momento non ci resta che rimandare il lettore all’articolo di qualche mese fa di Luigi Cavallaro – di cui abbiamo fatto un riassunto sul nostro blog – che recensiva il noto libro di Latouche, con l’aggiunta di un breve passo tratto dall’intervista di G. Repaci a E. Brancaccio. L’economista sannita afferma:<<Personalmente ho espresso la mia valutazione su un certo ambientalismo di sinistra, sulla decrescita e su Latouche in un articolo di qualche estate fa [ … ]. In esso sostenevo in fondo delle cose elementari. E cioè che se qualcuno parla di decrescita – vale a dire di crescita negativa del prodotto sociale – come concreto obiettivo di politica economica, allora o è un bolscevico che mira nuovamente alla pianificazione
centralizzata in un sistema chiuso o semi-chiuso […] oppure è uno che semplicemente farnetica. La ragione è evidente: l’abbattimento della produzione sociale, quale atto politico deliberato, richiede necessariamente uno sforzo pianificato, indipendentemente dal giudizio positivo o negativo che possiamo poi esprimere su di esso>>.

IDEOLOGIA, STATO, GEOPOLITICA

Il diffondersi di un degrado generalizzato a livello della sfera politica italiana, determinato, sopra ogni cosa, dallo sfaldamento delle basi materiali ed economiche della formazione sociale espressione del nostro sistema capitalistico (sempre più anello debole tra i paesi dell’UE) trascina con sé un imbarbarimento ed una omologazione culturale che sfocia in massicci tentativi revisionistici. Tale riscrittura di fatti, eventi e di vite che hanno percorso a testa alta le vie della Storia risponde all’esigenza primaria di dare una giustificazione ideologica allo “stato di cose presente” e di proteggere l’azione dei gruppi dominanti parassitari (a livello economico-finanziario e politico) attraverso l’opera degli agenti strategici che “abitano” la sfera ideologico-culturale. Gli agenti dominanti della sfera economica sono ormai completamente incapaci di imboccare la strada dello sviluppo e della “distruzione creatrice”, necessaria al conseguimento di standard superiori di innovazione tecnologica per l’implementazione dei nuovi settori, in quanto concentrati a preservare i propri privilegi all’ombra del predominio statunitense.
La suddetta plutocrazia di poteri finanziario-industriali, abbarbicata ai propri appannaggi castali, segna la resistenza delle produzioni più vetuste del sistema-paese – quelle lasciate indietro dalla “terza” e “quarta” rivoluzione tecnologica – alla maggiore concorrenzialità dei comparti innovativi delle nanotecnologie, della robotica, della ricerca nel settore energetico (dove invece eccellono gli americani) con pochi attori di primo piano, come l’Eni o la Finmeccanica, ancora capaci di penetrare i mercati internazionali pur contando su appoggi politici limitati. Possiamo dire che si tratta dell’esito nefasto di un’assuefazione dei nostri gruppi subdominanti decotti alla supremazia incontrastata della potenza centrale predominante (gli USA) la quale continua a sospingere l’industria dello “stivale” nelle sezioni di nicchia di mercati ormai saturi (dove vige una concorrenza spietata con i paesi di recente industrializzazione che si servono di produzioni a bassa composizione organica di capitale, con impiego preponderante del fattore lavoro a costi irrisori) “distraendo”, altresì, gli impieghi della finanza nostrana verso la mera speculazione di borsa.
La rinuncia all’elaborazione di una strategia economica (e politica) autonoma da parte dell’Italia sta determinando: 1) l’obsolescenza del nostro apparato (privato) industriale, il quale deve necessariamente appoggiarsi allo Stato per evitare il fallimento, 2) il deterioramento delle infrastrutture pubbliche (trasporti, reti telefoniche ecc.ecc.)svendute da una classe politica complice del sacco delle risorse nazionali a presunti “capitani coraggiosi” e all’onnivoro sistema bancario 3) una eccessiva “diversione” speculativa del sistema finanziario medesimo incapace di sostenere il “rischio” imprenditoriale, fondamentale per incunearsi nei settori merceologici con le maggiori potenzialità di crescita.
Diciamo pure che tutta l’Europa, con piccole differenze tra le varie nazioni, è
sottoposta alla “cura dimagrante” di Washington che stringe in un abbraccio mortale
il vecchio continente al fine di scaricare su di esso le sue politiche di aggressività egemonica, riducendolo ad un cuscinetto protettivo nei confronti dell’area euroasiatica in ribollimento. In una fase in cui il monocentrismo americano è messo in discussione dal risveglio militare ed economico di formazioni sociali di tipo capitalistico (anche se solo parzialmente assimilabili alla occidentale formazione dei funzionari privati del capitale: Russia in testa, ma anche Cina e India) l’Italia e l’Europa si accontentano delle forme d’accattonaggio filo-imperiale, rinunciando a qualsiasi progetto di autonomia.
In questo contesto di deperimento generalizzato delle strutture della società italiana, ridotta a provincia d’appendice dell’impero americano, il controllo della sfera culturale viene affidato a “precettori” ben retribuiti ed ad uno stuolo d’intellettuali tanto più “decorati” quanto più si prostrano in manifestazioni di smaccato codinismo. Questi innumerevoli maitre-a-penser della banalizzazione concettuale, ad uso e consumo delle classi dominanti e delle plebi sciocche e identitarie – primieramente formatisi alla scuola del movimentismo studentesco degli anni ’60 – diffondono le teoresi più bizzarre, intrise di psicologismo e sociologismo da quattro soldi, per distogliere l’attenzione dalle contraddizioni sociali, geopolitiche, economiche più impellenti. Tuttavia, il loro compito precipuo, oltre all’indagine sullo spaesamento individuale e collettivo di fronte all’incedere della post-modernità (in realtà un’ennesima modernizzazione capitalistica a livello ideologico, proprio come la globalizzazione, da intendersi quale rimodulazione del mondo capitalistico verso una piena omologazione alla formazione sociale americana) è quello, da un lato, di generare “dissimulazioni ideali” e falsi dilemmi per coprire la natura dello scontro in atto tra gli agenti strategici, mentre, dall’altro, essi puntano a disinnescare e dirimere l’irriducibile carica oppositiva degli interessi contrapposti emergenti nella società divisa in classi.
Questo è quello che è accaduto per la dicotomia destra-sinistra – perennemente riproposta con un’enfasi mitico-mistica – dacché è stata completamente sussunta sotto precise coordinate sistemiche. In sostanza, si deve dire che tutte le forze politiche di un tempo, anche quelle che vantano una tradizione di lotta sociale, hanno accettato di spartirsi i compiti di ri/configurazione sistemica nell’ambito di uno spazio sociale capitalisticamente unificato. Da questo punto di vista il tema del confronto a due Pd-Polo delle Libertà, prossimo architrave della politica italiana, seguirà il copione di uno speculare gioco delle parti, definito dai più “arditi” politologi di regime (quelli alla Panebianco, tanto per intenderci) di cosiddetta democrazia matura; in verità, solo l’ultimo stadio supefetativo, temporalmente parlando, raggiunto dall’ “involucro” democratico che protegge la dittatura della classi dominanti in un’epoca di “monocentrismo disequilibrato”.
In questa rete restano incagliati i partiti che si portano addosso, ormai per sola comodità identificativa, denominazioni antisistemiche (poco più che un’ascendenza socialdemocratica o peggio ancora assistenzial-statalistica,) ma che già hanno fatto il salto di “qualità” accreditandosi quali forze ordinatrici degli attuali assetti capitalistici, accettandone correità e (cor)responsabilità (istituzionali e di governo).
Il quadro descritto verrà presto a completarsi laddove è ormai evidente che la diatriba tra destra e sinistra risulta sì sorretta da idee regolative che corrono lungo binari paralleli – leggi la mano invisibile del mercato per la destra e l’intervento statale nell’economia per la sinistra (vedere gli ultimi saggi di Gianfranco La Grassa pubblicati sul sito www.ripensaremarx.it, in particolare Contro le quattro ideologie e Una prima mossa) – ma entrambe sono funzionali alla riproduzione delle “piazzaforti” ideologiche del capitalismo, con trasformazione della partita politica per il governo in una questione di pura amministrazione dell’esistente.
Gli schieramenti politici sono così attestati a compiti diversi – figurativamente, si pensi al sangue nella circolazione corporea quando si divide tra arterie e vene con funzioni distinte aventi però lo scopo di garantire la sopravvivenza del medesimo organismo —– ma la loro azione è perennemente orientata a governare le contraddizioni sociali secondo un’ottica interna alla riproduzione capitalistica generale.
Occorre dire, per il momento, che la sinistra (almeno in Italia) con le sue molte anime ha il più ampio margine d’azione avendo portato a coagulazione un nefasto blocco di potere diretto da interessi plurimi: quelli finanziari (Unicredit-Intesa-Capitalia), quelli confindustriali (Fiat-Merloni-Benetton ecc.), quelli dell’apparatnik sindacale (CISLCGIL-UIL) fino ad arrivare alle alte burocrazie statali delle quali Prodi è “degno” rappresentante. La destra, oltre a fare da pungolo su questioni che tradizionalmente non sono nel patrimonio culturale della sinistra – per quanto anche quest’ultima abbia presto imparato a cavalcare le ondate populistiche securitarie e proibizionistiche – è ferma al palo sia perchè non è stata in grado di cementare tali alleanze trasversali, con relativi blocchi sociali al seguito, sia perchè il suo leader è estraneo, non per propria volontà, ai circoli del salotto buono (il piccolo establishment riunito nel patto di sindacato del gruppo editoriale RCS). Dato il profilo sociologico della destra, cioè il legame elettoralistico con i ceti intermedi (piccole e medie imprese e settori più elevati del lavoro autonomo), questa non avrebbe potuto garantire, con le stesse performance della sinistra, il “taccheggiamento” di questi gruppi sociali, secondo la ben nota politica economica confezionata dai dominanti della GFeID (Grande Finanza e Industria Decotta).
Considerato lo scenario di senescenza e di disfacimento dell’ordinamento politico italiano, la spinta gravitazionale generata dalle forze in campo sottopone il sistema a forti squilibri (la recalcitranza non ancora pienamente ricomposta delle ali estreme degli schieramenti politici, l’anomalia Berlusconi, la divisione tra le forze centriste) da risistemare con la massima rapidità pena il fallimento del progetto degli attuali gruppi dominanti. Per ora quello che è sotto gli occhi di tutti è il connubio tra elites economico-finanziarie, burocratico statali, sindacali-confindustriali, poteri costituiti (magistratura, polizia, ecc) e grandi organi d’informazione agenti a sostegno della compagine di centro-sinistra. Gli attuali assetti di potere sono figli “legittimi” di una “rivoluzione” eterodiretta (i cui fili erano tirati da “potenti mani” d’oltreoceano) che ha consentito lo sbaragliamento della vecchia classe dirigente Dc-Psi (dopo il golpe giudiziario di Tangentopoli), ormai troppo compromessa con il precedente ordine mondiale derivante dalla guerra fredda. Si tratta di quella macchina di potere messa
in piedi dagli ex-PCI, arenatasi nel ’94 a causa della discesa nell’agone politico di Silvio Berlusconi.
2. Il discorso sull’ideologia e sui meccanismi di distorsione degli attuali rapporti capitalistici diviene perciò stesso di fondamentale importanza per non restare ingabbiati nel solito frasario vetero-marxista o, peggio ancora, nelle tendenze modaiole accese dagli slogan dei gruppi intellettualoidi dell’ultrasinistra, quelli che nella globalizzazione (seppur dichiarata dal basso) vi vedono i germogli di un comunismo maturo nelle viscere della “vecchia” società. Ancora una volta si tratta di sottoporre a critica quei sistemi teorici che, non avendo penetrato il nucleo logico della riproduzione sistemica, si oppongono a questa semplicemente frenando la sua dinamica propulsiva (i decrescentisti) o cortocircuitandone i meccanismi circolativi e le leggi di valorizzazione (le moltitudini consumistiche). Tra queste due ideologie marginali si colloca un’ulteriore visione del mondo, dal taglio antiumanistico ma altrettanto velleitario, che analizza i fenomeni sociali evidenziandone le sole contraddizioni economiche. Quest’ultima dichiara la necessità di premere sui dispositivi ridistributivi, attraverso proposte alquanto infantili come quella del salario minimo di cittadinanza o del basic income, per costringere il capitale ad “assistere”i gruppi sociali più vessati dalla sua “progressione”. Per criticare l’inconcludenza di questi gruppi bastano le parole scritte da Marx a Sorge in una lettera del 5 novembre del 1880: “Guesde ritenne necessario imporre alcune inezie ai lavoratori francesi, come il salario minimo imposto per legge, ecc. (Gli ho detto: se il proletariato francese è ancora così infantile da aver bisogno di tali lusinghe, non vale neppure la pena di formulare qualsiasi programma). Ai pii desideri dei “reucci” dell’accademia, venditori di formule matematiche con le quali si annuncia a più riprese di aver risolto il dilemma della trasformazione dei valori nei prezzi di produzione, non bisogna cedere nemmeno un’oncia di credito.
Naturalmente queste ideologie di nicchia dell’ultrasinistra, alle quali corrispondono proposte non dissimili provenienti dai gruppi dell’ultradestra (ad es. il mutuo sociale) costituiscono la parte meno incombente del problema mistificatorio odierno, in quanto i fortilizi dell’attuale elaborazione “ideale”, quelli che puntellano il dibattito politico ed editoriale ufficiale, sono il liberismo della mano invisibile, perorato dai conservatori, e lo statal-keynesismo propugnato dalla sinistra istituzionale.
I neoliberisti dichiarano, a piè sospinto, che bisogna lasciare alle capacità autoregolative del mercato l’iniziativa di stabilire qual è il punto di equilibrio più virtuoso per lo sviluppo economico di un paese. Questa legge economica “naturale” stride, tuttavia, con dichiarazioni assai poco liberali (come l’imposizione di dazi protettivi a sostegno delle merci nazionali) che ricorrono di fronte alla concorrenza sleale dei paesi di recente industrializzazione (Cina ad esempio), i quali non sembrano preoccupati di salvaguardare i diritti sindacali dei lavoratori (il buon capitalista nostrano è sdegnato da un presente nel quale rivede il suo passato e il suo futuro?). Si finge cioè di non comprendere che dietro l’apertura dei mercati secondo le regole della globalizzazione, si nasconde la longa manus dell’imperialismo americano che predica agli altri ciò che non applica a sé stesso. Il discorso è, mutatis
mutandis, molto vicino al “necessario” raddoppiamento ideologico che aveva condotto Ricardo a patrocinare con la teoria dei costi comparati, la supremazia tecnologica e industriale dell’Inghilterra nel XIX secolo. A questa visione teoretica il più prosaico List replicò con la necessità di proteggere la nascente industria tedesca a meno di non voler trasformare l’intera Europa in una smisurata campagna al seguito delle metropoli industriali inglesi.
L’ideologia opposta a quella liberista della quale si fa, invece, promotrice la c.d. sinistra è, un’altrettanto pessima traslazione delle ricette keynesiane, seppur aggiornate, nell’attuale periodo monocentrico a dominanza statunitense. Se possibile, qui l’abbaglio è anche più grande. In primo luogo è cambiato il contesto internazionale nel quale l’azione dello Stato, per ragioni di contesa tra il modello capitalistico e quello socialistico, dispiegava le sue funzioni cosiddette sociali. Nel mondo bi-polarizzato della guerra fredda esisteva un concorrente diretto che si dichiarava portatore di un sistema alternativo al modo di produzione capitalistico. Oggi che il socialismo dell’URSS si è “de-realizzato” il capitalismo occidentale ha potuto liberare tutta la sua capacità di penetrazione, incorporando una zona del mondo che sfuggiva al suo dominio. Persino la Cina comunista ha lentamente abbandonato i dettami della pianificazione, per quanto lo Stato non abbia mai abdicato alla direzione economica delle imprese strategiche, in favore di un sistema di mercato (definito ossimoricamente ancora socialistico) che ha dato vita ad una formazione sociale molto particolare, da indagare per il futuro con maggiore accuratezza. In questo nuovo contesto, l’azione svolta dallo Stato è profondamente mutata ed è da sciocchi credere di poter ripristinare forme di assistenzialismo (con le quali seguire i cittadini dalla “culla alla tomba”) e automatismi redistributivi verso il basso. Tanto meno è perorabile la riattivazione pedissequa di politiche a sostegno della domanda, come era avvenuto per la fase storica precedente, poiché, oggi, è la spinta dell’offerta (di nuovi prodotti, per l’apertura di nuovi mercati) che determina la ricchezza e il potere delle nazioni.
Infine, i sinistri dimenticano o camuffano volutamente il ruolo specifico dello Stato nell’ambito della società capitalistica. Questo viene descritto quale strumento neutrale (non dipendente da rapporti di classe a dominanza) volto ad armonizzare corpi e attività sociali. Secondo tale impostazione, in contraddizione con la concezione marxiana dello Stato, lo stesso avrebbe un ruolo di redistribuzione della ricchezza prodotta, funzionale ad un calmieramento dell’anarchia dei mercati esito della competizione intercapitalistica. Ma cosa accade quando alcune forze sociali mettono in discussione l’accumulazione, la ri-produzione, la distribuzione sociale dei prodotti del lavoro oppure contestano l’ordine internazionale del quale lo Stato è parte integrante? Succede che lo Stato libera la sua capacità coercitiva, e invia la polizia, i carabinieri, gli eserciti, i cosiddetti “corpi” speciali di uomini in armi per ristabilire l’ordine, si tratti degli operai che scioperano per aumenti salariali o delle resistenze popolari di paesi non allineati che rifiutano la sottomissione alle regole democratiche occidentali.
Per questo bisogna sgombrare il campo dalle incrostazioni ideologiche che edulcorano il ruolo dello Stato nell’ambito dell’attuale formazione sociale capitalistica.
Certo, non è più possibile sostenere che lo Stato rappresenti il “comitato d’affari” della borghesia, secondo un’errata concezione che tendeva ad omogeneizzare ciò che omogeneo non era e mai lo sarà. Lo Stato si divide in apparati differenziati, in quanto precipitato di una lotta “di potere tra poteri” la cui granulosità è conseguenza precipua dello scontro tra agenti strategici in tale sfera; tanto meno si può credere perciò alla favola di ente super partes aduso al contemperamento virtuoso e alla ricomposizione degli interessi tra le classi sociali.
Lo Stato può essere definito l’armatura e la spada delle classi dominanti. Il grande capitale necessita, per affermare il proprio completo predominio, di un’articolazione differenziata di apparati coercitivi pronti ad attivarsi quando l’ideologia non basta a ricomporre il malcontento generale. Il capitale, in quanto rapporto sociale che riproduce costantemente subordinazione e sottomissione, si serve all’evenienza, dei “distaccamenti (o corpi) speciali di uomini in armi” che hanno il compito basilare di sorvegliare sulla costante riproduzione di detti rapporti di forza.
La funzione coercitiva dello Stato non è immediatamente indirizzata alla violenza ricompositiva delle contraddizioni, essa deve generare innanzitutto appartenenza e condivisione (la gramsciana “egemonia corazzata di coercizione”), ma tale azione è tanto più efficace quanto più forti ed equipaggiati sono gli eserciti, la polizia, e i corpi armati pronti ad intervenire dove il conflitto si fa cruento ed è a repentaglio l’ordine costituito.
Se si pensa, ad esempio, al socialismo di Stato in URSS, il mantenimento e il rafforzamento degli apparati coercitivi statali aveva risposto a due esigenze principali. Innanzitutto, in una prima fase, esisteva la necessità di valersi delle forze armate contro le borghesie internazionali e contro la reazione delle classi dominanti sconfitte dalla rivoluzione. Successivamente, quando questa urgenza è venuta meno, la conservazione dell’organismo statale ha risposto ad ben altre contraddizioni di classe. A causa delle divisione della società sovietica in gruppi e strati sociali, il mantenimento degli apparati coercitivi, giustificati dal partito sulla base del solo pericolo esterno, dava sponda, in realtà, a precise esigenze di controllo sociale interno. Anzi, i rapporti sociali inegualitari producevano un surplus ideologico tipico dell’azione degli elementi borghesi che avevano infiltrato Stato e partito. Innanzitutto, dopo la morte di Lenin (il quale aveva più volte messo in guardia il partito bolscevico anche solo dal parlare di Stato operaio per non accentuare il conflitto di classe con i contadini) le contraddizioni nelle campagne tra serednjaki, bednjaki e lavoratori industriali si allargheranno notevolmente mandando in fumo quell’alleanza sulla quale Lenin aveva invece puntato per dare il colpo di grazia ai vecchi rapporti di produzione. Ciò condusse i contadini sotto l’influenza dei Kulaki determinando un approfondimento dei contrasti con gli operai delle città. Inoltre, l’ostinazione del partito a non prendere coscienza di un antagonismo di classe concreto, derubricato per decreto politico a mera contraddizione non antagonistica, finì per aggravare la situazione.
Da questo punto di vista, aveva ragione Engels quando affermava che lo Stato si rafforza laddove la società si trova divisa da antagonismi di cui non riesce a liberarsi: “il potere pubblico si rafforza a misura che si aggravano gli antagonismi di classe nell’interno dello Stato (…) ”. Questo significa, ovviamente, che il partito bolscevico, soprattutto dopo la scomparsa del suo leader più rappresentativo, affronterà nella maniera sbagliata le evidenti contraddizioni della sua struttura sociale.
I dirigenti bolscevichi avevano già manifestato la loro larga incomprensione delle antinomie appena descritte sin da quando Lenin era in vita, tanto che qualcuno tra essi, come Pobrazensky, era giunto all’assurdità di proporre uno scioglimento del partito i cui compiti di direzione delle masse erano ormai del tutto assimilati dall’apparato statale.
In verità, in Stato e Rivoluzione Lenin aveva già riservato il trattamento adeguato a quei marxisti che sotto copertura dell’opportunismo borghese, come lo fu Kaustky, lasciarono la porta aperta a concezioni deformanti della visione marxiana dello Stato. Per esempio, Kautsky aveva sostenuto: “(…)In via di eccezione, vi sono però periodi in cui le classi in lotta raggiungono un equilibrio di forze tale che il potere statale acquista momentaneamente una certa indipendenza di fronte a queste classi e appare come una specie di arbitro tra esse”.
A questa affermazione kautskyana che travisava il pensiero marxiano Lenin oppone la parola definitiva di Engels sull’ argomento: “( …) Il primo atto con il quale lo Stato agirà come il vero rappresentante di tutta la società – la presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società – sarà il suo ultimo atto indipendente come Stato. L’intervento del potere statale nei rapporti sociali a poco a poco diventerà superfluo, e si assopirà di per sé. Invece del governo sugli uomini si avrà l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi di produzione. Lo Stato non si abolisce, lo Stato si estingue (…). ”
Solo se mettiamo bene a fuoco tali concezioni possiamo cogliere quali infauste sirene si celino dietro l’attuale funambolismo della sinistra straparlante di interessi sociali garantiti dall’intervento pubblico.
3. Dedico l’ultima parte di questo breve articolo alla riconfigurazione geopolitica del globo poiché il nostro discorso precedente può essere pienamente compreso se vengono affrontate alcune questioni essenziali sulla conformazione assunta dallo “scacchiere internazionale” dopo la conclusione della Guerra Fredda.
Innanzitutto vorrei chiarire quello che io penso sia la geopolitica. Intendo quest’ultima come l’insieme dei flussi politici, economici, militari attraversanti gli spazi e le aree geografiche. Gli stessi flussi compenetrandosi e intrecciandosi incidono sugli assetti delle diverse formazioni sociali, intese come singoli paesi (interi) o come aree omogenee di più paesi. Tali fasci di flussi non possono essere interpretati asetticamente in quanto sono l’esito di una precisa spinta direzionale che porta impressa la propensione egemonista dei vari attori in gioco.
Detto ciò non si può assolutamente condividere l’opinione di Carlo Jean in
Geopolitica del Caos, Franco Angeli 2007, secondo la quale l’intersecazione dei vari
elementi (politici, economici, militari) darebbe luogo a processi di
deterritorializzazione e di dematerializzazione, con definitivo superamento della c.d. geopolitica degli spazi. Innanzitutto, esistono ancora molti territori contesi tra diversi paesi, in aree particolarmente strategiche e in aperto guerreggiamento: in medioriente, con le dispute territoriali tra israeliani, siriani, palestinesi e libanesi; tra India e Pakistan, per province strategiche o ricche di risorse energetiche (Kashmir), o ancora, in aree regionali e subregionali dove si assiste ai tentativi di autonomizzazione dei piccoli Stati, dapprima finiti nell’orbita dei blocchi contrapposti ed oggi invischiati nel turbine policentrico delle nazioni che puntano ad espandersi (Cina-Tibet, Russia-Cecenia, ecc. ecc) senza rinunciare a “diritti” precedentemente acquisiti. Oltre a queste rivendicazioni dirette esistono inoltre fette territoriali sottratte alla potestà giuridico-amministrativa degli ordinamenti statali di appartenenza. Stiamo ovviamente parlando delle zone detenute dal governo americano o da organismi transnazionali ad egemonia USA, dove sono istallate basi militari (in Italia ce ne sono 113 tra basi Nato e basi Usa), che messe insieme fanno un’altra nazione (vedere la cartina che segue, fonte www.diploweb.com)
Picture Senza trascurare situazioni ataviche di popolazioni, come quella kurda o palestinese, che sono ancora alla ricerca di una sovranità statale riconosciuta.
In secondo luogo, il controllo geopolitico di un’area può avvenire anche tramite manovre destabilizzanti senza la pretesa di annessioni dirette (oggi improponibili), attraverso occupazioni militari, imposizioni politiche (la forma di governo, la scelta dei rappresentanti politici, ecc. ecc.) ed economiche. E’ emblematico, in questo senso, quello che sta accadendo in Iraq dove gli americani hanno dislocato nuove basi militari per poter controllare tutta l’area mediorientale (Siria, Libano, Iran ecc.ecc.) appropriandosi, attraverso l’opera delle sue imprese estrattive, delle risorse energetiche di quel paese grazie alla connivenza di un governo fantoccio. Sotto questo punta di vista, alla stessa logica risponde l’occupazione dell’Afghanistan, snodo strategico dal quale tenere sotto controllo il Pakistan (una vera e propria polveriera dove si giocano i destini geostrategici del mondo) a propria volta bastione avanzato dal quale assediare i giganti demografici e militari che in questo momento mettono a dura prova la supremazia unipolare statunitense (Russia, Cina e India).
La geopolitica appare molto simile, dunque, ad una partita a scacchi dove la posta in palio è il controllo degli assetti politici, economici, energetici e militari di intere aree geografiche. Come ogni buon giocatore sa, l’avversario non va necessariamente preso frontalmente ma deve essere indotto a scoprirsi per essere sottoposto a scacco. Le manovre di irritazione del nemico divengono allora fondamentali, costui deve essere continuamente provocato su di un lato per essere infilato sull’altro. In questo dipanarsi di molteplici tattiche legate ad un disegno strategico più o meno definito (poiché nel raggiungimento graduale degli obiettivi intermedi viene a modificarsi anche la strategia complessiva senza che per questo essa debba snaturarsi) è insito l’uso degli strumenti di soft power e di hard power.
Nei confronti della Russia di Putin, oggi primo avversario geopolitico degli Usa, gli americani hanno alternato l’ hard power (intervento militare in Serbia in quanto zona di fratellanza russa) con il soft power (la sponsorizzazione delle “rivoluzioni colorate” nelle ex-repubbliche sovietiche centro-orientali), tentando di avviare una manovra di accerchiamento del gigante russo, e concentrandosi, altresì, sulla possibilità di destabilizzare i paesi tradizionalmente posti sotto l’egemonia di Mosca. Certo gli americani non sono ancora preparati ad affrontare de visu una potenza nucleare come la Russia (a colpire per primi azzerando la possibile risposta nucleare di questa) ma complottano per circoscrivere le sue zone d’influenza e per isolarla da possibili alleati.
Il progetto di scudo spaziale americano va precisamente in questa direzione, si tratta per gli Usa di affermare la propria influenza alle porte della Russia, al fine di depotenziarne i movimenti geopolitici. In ragione di ciò anche la creazione di un clima ideologico favorevole permette alla nazione predominante di agire con più libertà. E’ questa la direttrice della forte propaganda Usa che serve a far metabolizzare, a governi e cittadini, provocazioni in piena regola, come la pretesa di attivare lo scudo spaziale a fronte di un’inesistente pericolo nucleare iraniano.
Dopo il colpo di mano dell’ubriacone El’cin l’ex Unione Sovietica era stata trasformata in un territorio di conquista e di spartizione per oligarchi e mafiosi allevati nella burocrazia comunista; a tal uopo la copertura statunitense è stata fondamentale per sovvertire un intero sistema politico-economico e decretarne lo
smembramento territoriale e militare. La penetrazione statunitense ed occidentale in Russia ha segnato la fine dell’economia statizzata e l’introduzione della rapina capitalistica (sotto forma di ricette iperliberistiche elaborate da organismi come la Banca Mondiale e il FMI) che ha distrutto il tessuto sociale di quel paese facendolo piombare in un nuovo medioevo. Questi piani si sono però bruscamente interrotti grazie alle politiche putiniane che hanno arginato la corruzione interna costringendo i poteri oligarchici a lasciare il paese. Tuttavia, Putin ha legato oltremisura la rinascita russa al potere economico dell’ “oro blu” con il quale può fare pressione sui bisogni energetici dell’Europa e su quelli ex-repubbliche sovietiche passate sotto l’ala protettiva della Nato. Questa strategia non è ovviamente sufficiente per sperare di arginare la bellicosità americana, la Russia dovrà puntare ad un migliore coordinamento della sua azione antiegemonica con altri paesi (Cina? India?). Purtroppo non contiamo molto su un possibile mutamento di rotta dell’Europa per quanto sia oggi divenuta fortemente auspicabile una partnership (militare, economica, politica) multilaterale con le potenze emergenti che si stanno smarcando da Washington.
Dicevamo che la politica di potenza americana si staglia su più livelli, ed è polivalente a seconda dei contesti nei quali si dispiega. Nell’ambito del soft power americano possiamo far rientrare sia la penetrazione culturale atta a fornire modelli d’imitazione con i quali instillare l’american way of life in ambienti sociali a tradizione arcaica (si pensi agli studenti iraniani grandi consumatori di stili occidentali), sia la pressione esercitata sulle classi dirigenti di paesi economicamente dipendenti, le quali sono costrette a cedere ai ricatti del governo Usa e a quelli degli organismi monetari da questi controllati, sia, ancora, la minaccia di sanzioni dirette allorché non vi è una conformazione di tali Stati agli obiettivi perseguiti dalle teste d’uovo statunitensi a livello globale.
Un discorso a parte meritano invece i paesi organici al modello occidentale ricalcante quella che La Grassa definisce la società dei funzionari(privati) del capitale nata negli Usa ed estesasi all’Europa, come modello guida, subito dopo il disfacimento dell’egemonia inglese. Anche nei confronti di tali paesi gli Usa utilizzano una forma di soft power in senso lato. In questo caso però la supremazia americana si esprime sotto forma di regole alla concorrenza e al mercato (ovviamente volte a non intaccare gli interessi delle imprese americane) con pressioni esercitate sui contesti economici autoctoni per indirizzarli verso produzioni aggregate a quelle USA. Le imprese statunitensi debbono in ogni caso fungere da snodo centrale per l’ “indotto” deterritorializzato dei paesi alleati. Si tratta, logicamente, di un fatto tendenziale che non deve essere assolutizzato, ma basta guardare al comportamento delle imprese italiane per trarne le dovute conseguenze. Questa egemonia esercitata dal paese centrale sulla finanza e sull’industria europea appare vieppiù lampante durante i periodi di crisi, con gli organismi internazionali di governo dell’economia che scaricano sulle popolazioni del vecchio continente il deficit commerciale e i gli eccessivi consumi degli Usa (si parla di 700-800 mld all’anno di crediti concessi agli Usa da parte del mondo intero, Geopolitica del Caos op.cit.). Indicativo è quello che accade in questi giorni con la crisi dei mutui subprime e dei prodotti derivati. Mentre
la Federal Riserve fa calare i tassi d’interesse per dare maggiore liquidità alle proprie banche, la BCE ammortizza la crisi altrui optando per la stretta sull’euro. Così la speculazione da parte americana può continuare mentre l’economia europea è costretta stringere costantemente la cinghia, mettendo una pezza a danni per i quali non è del tutto responsabile. Rebus sic stantibus, l’Europa, data la forte dipendenza dagli USA, è costantemente in tensione poiché una debacle dei circuiti economico-finanziari d’oltreatlantico può causare un terremoto di proporzioni ben più vaste sulle sue strutture commerciali, creditizie, imprenditoriali, ecc. ecc.
Infine, essendo il ruolo dell’Europa legato a doppio filo a quello degli Usa ogni qual volta questa s’imbarca in operazioni militari contro presunti rogue states, noi europei siamo costretti ad andare al seguito con i nostri eserciti, mettendo a loro disposizione postazioni logistiche e basi militari dislocate sul nostro territorio. Come spiegare, ad esempio, ad un paese bombardato con aerei che partono da una base americana in Italia che il nostro paese non c’entra con tale o talaltra guerra? Indubbiamente, a tutto questo c’è una via d’uscita sebbene i tempi di percorrenza della stessa possano apparire lunghi e di difficile concretizzazione. L’Europa dovrebbe finalmente puntare ad una maggiore autonomia politica ed economica coordinandosi con le potenze che hanno già lanciato segnali d’insofferenza verso lo strapotere USA. Non si tratta certo di scatenare il caos geopolitico (come dice Jean) ma di prepararsi all’entrata in un inevitabile fase di policentrismo. Sarebbe un male se dal tumulto geopolitico il mondo venisse fuori più equilibrato e meno succube dai voleri di una sola potenza? Riprendendo il discorso sull’hard power dobbiamo dire che sicuramente la data dell’ 11 settembre 2001 costituisce uno spartiacque indiscutibile per i destini del mondo intero. Sono tra quelli che non crede assolutamente al complotto interno tuttavia è indubitabile che a partire da questo evento gli americani abbiano potuto dare una brusca accelerazione alla loro strategia per un New American Century. La guerra al terrore islamico, avviata con pretesti di ogni genere, prelude al tentativo degli Usa di imporre la propria pax in ogni angolo del globo. Senza l’ 11 settembre il processo sarebbe stato molto più lungo e tortuoso, anche perchè l’opera di convincimento dell’opinione pubblica interna ed internazionale avrebbe incontrato maggiori difficoltà, prontamente superate con la messa sul piatto della storia di 5mila vittime, quelle delle Twin Towers. Ma l’uso della forza militare, per la risoluzione delle controversie internazionali, è solo una delle tante opzioni, e nemmeno la migliore, previste dalla strategia egemonica americana. Non bisogna infatti dimenticare che le guerre costano e, soprattutto, possono generare movimenti di contestazione laddove le menzogne imperiali non reggono al flusso contro-informativo (così, prima, durante e dopo ogni conflitto, viene attivato un surplus ideologico pro-egemonista da parte dei mezzi d’informazione sempre più asserviti) che ormai avvolge il pianeta.
Possiamo affermare che i perni principali attorno ai quali ruota l’attuale strategia americana sono la guerra ideologica e militare al terrorismo (con operazioni volte a colpire chirurgicamente i gruppi che sfuggono al controllo dei loro paesi o che ottengono dai loro governi una tacita copertura), l’attacco preventivo (nei confronti di paesi e governi irriducibili ai diktat americani in quanto ricadenti in altre sfere
d’influenza o a metà strada tra più sfere) e il multilateralismo à la carte (cioè la collaborazione per “contingenza” e solo con la certezza che la guida USA non sarà messa in discussione da alcun partner).
Come giustamente sostiene Carlo Jean “Tale programma è già espresso chiaramente nella National Security Strategy del 2002. Esso non riguarda solo la guerra al terrore, che rappresenta solo un obiettivo di breve termine [… ] Gli Usa impiegheranno tutti gli strumenti a loro disponibili – forza militare inclusa nei casi limite – per diffondere la libertà e la democrazia (come forme di copertura della propria prepotenza, ndr) [… ] Ciò costituisce una minaccia non solo per gli “Stati canaglia”, ma per tutti gli Stati “conservatori”, da quelli arabi a quelli dell’Eurasia”.
Date le circostanze descritte si comprendono le preoccupazioni crescenti della Russia e del suo governo. Quest’ultimo si trova a fronteggiare gli americani sia sul fronte interno (contro uno stuolo di organizzazioni sedicenti no profit, Ong varie ecc. ecc. che tentano di sottrarre credibilità alle sue istituzioni tacciandole di antidemocraticità) che su quello del confronto a distanza, soprattutto in termini di nuova corsa agli armamenti. Queste ragioni hanno spinto Putin a rivedere gli accordi bilaterali di non proliferazione, dando un seguito agli atti dell’Amministrazione americana la quale già nel dicembre 2001 si era slegata dal Trattato sui missili (Treaty on the Limitation of Anti-Ballistic Missiles, Abm), in vigore dal 1972, che obbligava russi e americani a rinunciare alla costruzione di sistemi di difesa contro i missili balistici.
A causa di queste provocazioni reiterate, alle quali si è aggiunta la sfida dello scudo spaziale, la Duma, ha infine approvato all’unanimità la sospensione del trattato sulla limitazione delle armi convenzionali in Europa (Cfe).
Per concludere vorrei dire solo due parole sull’altro gigante asiatico, il mastodonte cinese, rimandando ad altri lavori una trattazione più precisa. La Cina ha scelto di non scontrarsi apertamente con gli Usa, probabilmente perché ha ancora molti ritardi da sanare. La strategia cinese si mantiene, per il momento, su basi più economiche (anche se si stanno intensificando gli accordi militari con Russia e India) e non manca di sorprendere per la sua penetrazione in zone del mondo come l’Africa, dove gli occidentali fanno fatica a addentrarsi per motivi storici (colonialismo) o perché frenati dai regimi dittatoriali autoctoni.
La Cina sembra non essere troppo preoccupata per la democrazia e per il rispetto dei diritti umani e non chiede patenti di moralità prima di concludere i suoi accordi commerciali. Qualcuno potrà pure rabbrividire di fronte a ciò ma le strade della “potenza” non sono lastricate di buoni sentimenti. L’impero di mezzo, sotto il profilo geostrategico, resta ancora una potenza regionale, benché la sua economia si sia pienamente mondializzata, ma le sue aspirazioni globali si vanno evidenziando anno dopo anno (vedere sul sito www.ripensaremarx.it l’articolo “La politica africana della Cina). Quanto ci vorrà ancora? Bella domanda, trattandosi di cinesi sarà meglio sedersi e aspettare lungo la riva del fiume…
Pubblicato dalla rivista “Comunismo e Comunità” Gennaio 2008 N. 0
www.comunitarismo.it

 

VERSO UN NUOVO CAPITALISMO

Come vi avevamo preannunciato è uscito, per la Casa editrice Unicopli, il nuovo saggio di E. De Marchi e Gianfranco La Grassa, dal titolo “Verso un nuovo capitalismo”.
Vi proponiamo in anteprima sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) il paragrafo introduttivo e quello conclusivo del saggio di La Grassa (incluso l’indice del solo suo saggio), come cornice di alcune delle tematiche che l’economista veneto affronta nella stesura complessiva dello stesso. Vorremmo attirare l’attenzione dei lettori su alcune categorie (e novità teoriche) messe in luce dall’autore, già argomento di molti degli interventi che proponiamo sul blog (e sul sito), sia di quelli più teorici che di quelli legati all’attualità, laddove l’elaborazione teorica lagrassiana (a monte) costituisce la griglia interpretativa dei fenomeni politici, economici e sociali descritti.
Innanzitutto, la necessaria rivisitazione della teoria dell’imperialismo, con specifico riferimento a quella leniniana, che ha inteso lo sviluppo del capitalismo in maniera stadiale sino a credere ad una centralizzazione definitiva dei capitali (sulla base della teoria Kautskiana del superimperialismo) con conseguente formazione di una classe dominante di rentiers “in alto” e di una base sempre più proletarizzata “in basso”, la quale avrebbe affossato il capitalismo in virtù del suo “volume”. Da tale presupposto, Lenin fa però derivare una differente pratica teorica, difatti, mentre per Kautsky da questa inevitabile polarizzazione sarebbe derivata una pacifica rivoluzione dei “numeri” (con evoluzione parlamentare pacifica del capitalismo in socialismo) l’ “uomo della lena” si fa portatore di ben altre istanze poiché consapevole che solo con la formazione di un blocco sociale esteso, dotato di forza egemonica, sarebbe stato possibile spazzare via le classi capitalistiche al potere. Inoltre, nonostante sposi anche lui la teoria stadiale del capitalismo (e dell’inevitabilità dell’avvento del socialismo), agisce sulla teoria con una grande astuzia “pratica”. Lenin, infatti, ritenne che prima di arrivare alla formazione dell’unico trust mondiale di cui parla Kautsky, le contraddizioni sarebbero esplose così forti da indurre le classi sfruttate ad agire con anticipo negli anelli più deboli della catena imperialistica, come accadrà, del resto, nella Russia del ‘17 (“né un giorno prima né un giorno dopo).
In realtà, Lenin era consapevole della non rivoluzionarietà della classe operaia (che lasciata a sé stessa è in grado solo di sviluppare una coscienza tradunionistica), quest’ultima senza un’avanguardia politica, e senza il collegamento con altri strati sociali in “bilico” tra i decisori e i dominati, non è in grado di produrre alcuna trasformazione sociale in senso anticapitalistico.
Proprio a partire da questo schema “eterodosso”, rispetto al marxismo economicistico ufficiale, dobbiamo ricominciare a ragionare seriamente sul ruolo dei dominati nell’attuale fase. Se la classe operaia non è la classe intermodale in sé, e se non vi è alcun limite interno al modo di produzione capitalistico che assicuri “parti maturi” dai quali levare il soggetto rivoluzionario affossatore del sistema, è chiaro, allora, che deve tornare in auge il discorso sulla “costruzione politica” del soggetto rivoluzionario. Il capitalismo ha come sua peculiare caratteristica (la sua dinamica propulsiva) la frammentazione e la divisione, vieppiù crescente, tra segmenti e strati sociali, che vengono compattati in blocchi trasversali nei quali sono invischiati anche i dominati (attraverso l’ideologia). Qui dobbiamo inesorabilmente lasciar cadere la ciarla sulla progressiva e inarrestabile polarizzazione che avverrebbe ai due lati estremi della
formazione sociale, (iperproletariato maggioritario/rentiers parassitari minoritari) come caratteristica precipua del capitalismo, per dotare l’analisi dei nuovi strumenti atti a leggere le trasformazioni verificatesi all’interno della formazione mondiale capitalistica. Pertanto, e a ragione, La Grassa recupera da Lenin la categoria di formazione sociale (non intesa come mera articolazione di modi di produzione differenziati) e la ripensa come struttura sociale in tutta la sua complessità. Tale complessità, come dicevamo, è legata alla sua “spazialità” (il mondo) e alla sua “profondità” (i blocchi sociali regionali) con al vertice gli agenti strategici e alla base (una base tutt’altro che piatta) la massa dei non decisori. Ci imbattiamo così in una prima virtuosa uscita dal modello economicistico perché la lotta tra agenti dominanti non è solo quella del conflitto nella sfera economico-produttiva (anche questo, senz’altro) ma soprattutto quella nella sfera politica ed in quella ideologica. In quest’ultime sfere si dipanano le strategie volte alla supremazia, attraverso il compattamento dei blocchi sociali che compongono la formazione sociale nazionale, lungo linee di sviluppo (sempre di natura capitalistica) attestanti il maggiore o minore “urto” propulsivo di questi sistemi regionali (paesi). In questa puntualità logica si apre una lotta tra agenti strategici “interni” volta alla predominanza su altri agenti dello stesso tipo (e che può portare a piccole rivoluzioni all’interno del capitale) e dalla quale può emergere una maggiore dinamicità del sistema (se quelli, per così dire, vincenti sono orientati su progetti strategici di lungo respiro volti anche a conquistare uno spazio di egemonia mondiale) oppure di minore o scarsa dinamicità, se non addirittura putrefazione (dove gli agenti strategici interni si arroccano dietro formazioni sociali predominanti, com’è il caso dell’Italia e del suo servilismo nei confronti dei funzionari capitalistici USA). Dicevamo, dunque, che questa lotta tocca la formazione sociale mondiale nel suo complesso perché si espande dalle regioni al resto del mondo (o ad una area di questo). Si comprende che, se questa visione teorica ha un minimo di verità, molti dei discorsi meramente “verticalistici” (nel senso di prendere in considerazione la mera gerarchizzazione strutturale della piramide sociale) fatti dai dominati (legati soprattutto alla speculazione sul modo di produzione che, al più, può produrre una lotta rivendicativa non intaccante i gangli vitali del sistema complessivo) non potranno mai condurci fuori dal capitalismo. Ritornano perciò fondamentali le famose alleanze di Lenin, tese a creare un blocco sociale dei dominati (il quale evidentemente non sarà schiacciato sulla sola classe operaia, di fabbrica o disseminata che sia) in quanto “congerie”, per usare l’espressione di La Grassa nel saggio, di segmenti e strati sociali con funzione di interposizione nei confronti dei blocchi sociali dominanti. Occorre affrontare già da ora questi temi, soprattutto per non essere impreparati allorché lo scontro tra formazioni regionali (paesi e alleanze tra paesi) diverrà più caustico con passaggio da una fase monocentrica (dove una formazione regionale fattasi mondiale, in questo caso gli Usa, è riuscita ad imporre la propria supremazia economica, politica, culturale, alle altre) alle fasi policentriche, le quali sono, invece, il riflesso di una riorganizzazione (strategica, sia politica che economica) di queste formazioni, temporaneamente soccombenti, ma che puntano a scalzare la prima. In queste fasi si aprono possibili spazi di manovra per una forza anticapitalistica che però abbia maturato la specificità del suo ruolo nell’ambito lotta interdominanti.
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