LA POTENZA DEL DISORDINE GLOBALIZZATO

Ci siamo alleati con Al Qaeda.  L’establishment atlantico, da Washington a Roma, ha cambiato idea sui figli sanguinari dell’islam integralista e sulla loro indole irrimediabilmente feroce e prepotente.  Costoro non costituiscono più un problema per la sicurezza internazionale e per la pace universale. Se fossi un malizioso e malfidente dovrei giungere alla conclusione che, probabilmente, questa centrale dell’odio  non è una più minaccia per il mondo civilizzato poiché non lo è mai stata nemmeno in passato. Al Qaeda è come il tragelafo, tutti ne parlano parla ma nessuno lo ha mai visto. Nessuna agenzia dell’orrore, nessuna lega del terrore, nessuna succursale del maligno impiantata sulla terra per incenerirla. Verrebbe da dire tanto clamore per un po’ di folklore arabo-musulmano. Si trattava soltanto della proiezione di ansie e di paure da inizio millennio che avevano trovato terreno fertile nella testa di politici paranoici e apocalittici, nonché troppo furbi per rinunciare ad un nemico a portata di mano, grazie al quale giustificare crescenti arsenali militari e rinnovate ingerenze geopolitiche dopo la dissoluzione dell’URSS. Con i tragici eventi dell’11 settembre 2001 era iniziata una belligeranza ad oltranza contro l’islamismo massimalista che voleva conculcare le nostre libertà, distruggere i nostri diritti, seppellire le nostre identità, imporre la legge coranica e ridurci in schiavitù teocratica. Un Califfato secolare per la fine occidentale. Il mondo rischiava di diventare un posto orrendo ed invivibile dove avrebbero regnato oscurantismo, immobilismo e tagliagole, l’opposto del nostro eden democratico fatto di diritto, libero arbitrio e Oriana Fallaci.   Saremmo tornati al ferro e al sangue di un’epoca arcaica che avrebbe sepolto per sempre centinaia d’anni di civiltà e di conquiste sociali. Per questo Usa ed Europa avevano dichiarato guerra aperta  al Terrore e minacciato di perseguire e perseguitare chiunque non si fosse schierato con l’asse del bene. Iraq, Afghanistan, Iran, ecc. ecc. erano tutti potenziali pericoli per il benessere delle nostre società. I dittatori non avrebbero avuto scampo, le cellule islamiche sarebbero state abbattute,  i nuclei eversivi di Allah definitivamente annientati. Una crociata post-moderna per entrare, senza influenze autoritarie e vincoli liberticidi, nella terra promessa del Nuovo Secolo Globale. Dimenticate tutto, la predica è finita, si torna in pace. Al Qaeda è stata accetta nel club dei giusti e dei progressisti, con essa si può dialogare e si può governare.   Il Papa nero ha tolto la scomunica agli infedeli, l’anatema si è dissolto perché il diavolo si è strappato le corna e la coda ed è diventato più mansueto di un agnello sacrificale. Adesso siamo tutti fratelli degli stessi bordelli internazionali. C’è solo qualche pazzo che non l’ha capito, qualche rais arretrato che va eliminato. La Libia è l’ultimo laboratorio di questa ritrovata familiarità tra capitalisti e sceicchi, tra emeriti infami ed emiri depravati, tra squadristi liberali e qaedisti equilibrati. Tripoli è caduta nelle mani degli insorti, come denuncia il Think Tank americano Carnegie Endowment (ma anche accreditate fonti arabe) perché i governi democratici gliela hanno consegnata con la destra per poterla condividere con la sinistra. E già che c’erano, tali potenze, hanno fatto anche i conti tra loro per ristabilire i reali rapporti di forza e ridimensionare i servi deboli come l’Italia che avevano rialzato la cresta. La strategia di Obama è questa, un vento di primavera, un sussulto di emancipazione, un refolo di novità adatto a coprire ingestibili asperità multipolari che rischiano di far retrocedere gli Usa sulla scacchiera mondiale. L’essenziale, dove non si può recuperare, è non far avanzare gli altri. Non c’è più il popolo eletto ma l’elezione imposta a tutti i popoli a suon di cannonate. E se un quartiere si rivolta al presunto despota che non vuole votare tutta una nazione viene cancellata. In ogni caso nulla a che vedere con il clima da giudizio universale di Bush e del suo entourage teocon.  Le forze del nuovo testamento stanno prevalendo sulle vecchie con un altro vangelo geopolitico, più dolce e sentimentale nella narrazione ma molto più terribile nella sua azione. Se all’inizio era il verbo militare adesso è la confusione generale alimentata da bombardamenti a tappeto. Il caos è l’ultimo vero alleato della Potenza del disordine globalizzato. Il nemico non indossa più una casacca ed cartellino ma si annida ovunque e ovunque può essere stanato. In sostanza, siamo tutti indiziati di reato planetario contro il dominio americano.

LE AMAZZONI PERDUTE

amazzoni350E’ partita la campagna di solidarietà mondiale a favore delle amazzoni violentate dal Leone ingrifato della Sirte. Le poverine venivano costrette ad avere rapporti sessuali col dittatore, i suoi figli, alti ufficiali dell’esercito ed anche con cavalli berberi superdotati che invece di essere cavalcati, come accade in ogni altra parte del mondo, montavano le muscolose virago prendendole a scudisciate. Il rais guardone pare si eccitasse molto ad osservare le sue guardie del corpo intorcinarsi con uomini e animali.

Certamente, ne perdeva in sicurezza e difesa personale ma ne guadagnava in libido e rigonfiamento scrotale. L’erezione prima della protezione. Non sarà uno slogan da libro verde ma può sicuramente diventare un’idea per un set a luci rosse. Un film da girare rigorosamente nel deserto tra dune e oasi di piacere. Pazienza, un amplesso diretto o di riflesso vale il rischio di una revolverata nel petto. Notare che la notizia è stata data dall’accreditatissimo Times of Malta e rilanciata dal molto più attendibile Corriere Internazionale delle Chiacchiere e dal Quotidiano mondiale delle Panzane. Immediatamente, il Tribunale penale (e quale sennò) dell’Aja si è messo sulle tracce degli spermatozoi del Rais per convincerli a testimoniare contro il pericoloso spermicida. L’atto di accusa è stato appunto così formulato: Gheddafi è responsabile di crimini contro l’umanità potenziale. Uno spermio traditore, passato nel frattempo coi semi ribelli, ha fatto sapere di essere disposto a sputare la verità per incastrare il Rais. Un altro, già pronto a deporre è stato assassinato dalle guardie anticoncezionali di Gheddafi. I medici non lasciano speranze, lo spermiogramma è piatto, il teste di cazz è perduto. Nel frattempo le amazzoni vessate sono state affidate alle cure della psicologa infantile di Bengasi Seham Sergewa (questa notizia è vera, come un po’ tutto il resto), d’altronde era la cosa più sensata da fare. Solo una psicologa infantile poteva raccogliere tali puerili accuse, e unicamente l’Aja, collocato nei paesi bassi (questa è troppo facile) poteva prenderle sul serio. Questi giudici senza palle hanno il cialis nel cervello. Roba da far cadere le braccia e le mutande!

LA GUERRA DEI FARABUTTI

gheddafi4Un fucile in ogni casa, un cannone in ogni famiglia. Inizia con questi presupposti la nuova era democratica sull’ex quarta sponda del mare nostrum, consegnata dalla Nato a bande di delinquenti che si fanno chiamare insorti. Un programma di assistenzialismo criminale, un’agenda d’interventi terminali, dalla bara alla tomba, che accompagnerà il popolo libico, con l’imprimatur dei buoni e dei giusti, fino alla pacificazione eterna. Sono aperte le iscrizioni ai pogrom contro gli esponenti e i simpatizzanti del precedente regime. Non fiori ma opere di sterminio. Il civile è incivile se non è bengasino e non merita la considerazione del francese, dell’inglese, dell’americano e dell’italiano. Sembra una di quelle barzellette col gran finale pro domo nostra, soltanto che questa volta sono gli allogeni che ci sogghignano alle spalle. “L’Italia avrà ancora posizioni di preminenza con la Libia post Gheddafi”. La freddura è di Frattini, il ridicolo è tutto italiano. Se le cose stessero come sostiene il Ministro degli esteri il summit sulla ricostruzione non si svolgerebbe a Parigi ma a Roma. Il Galletto beccaio sposato alla Civetta piemontese ci ha sottratto il paniere da sotto il naso mentre Frattini si faceva arrostire come un pollastro dalle promesse dei suoi amici statunitensi. La frittata l’hanno cucinata i cugini d’oltralpe per i voraci clienti d’oltreatlantico (con le uova sottratte al pollaio italiano), lasciandoci con i gusci in mano e la paglia attaccata alla coda. Anche se ora alla nostra diplomazia brucia il sedere per il troppo covare conto terzi, senza ottenere alcun beneficio, è troppo tardi per riparare. Siamo alla solita figura dei pennuti scannati che saltano nella batteria dei vincitori. Nel frattempo, nel vasto ammazzatoio nordafricano, gestito da macellai riconosciuti internazionalmente, si continua a macinare impunemente carne umana. Ma sulle teste dei ribelli non cadono né bombe né condanne della Comunità Occidentale, piuttosto giungono richieste di ospitate nelle peggiori cancellerie europee. Il cachet a puntata è salato ed anche il nostro Governo ha staccato un assegno di 350 mln di euro per vedere da vicino la faccia del belluino della Cirenaica che ci tiene per gli affari e per i coglioni.

Come riporta Carlo Panella sul quotidiano Libero, in un articolo esplicativo già nel titolo, “Ma adesso dobbiamo bombardare i ribelli”, è da luglio che Human Rights Watch denuncia crimini contro l’umanità, inclusi episodi di razzismo verso presunti mercenari neri (che se fossero stati tali avrebbero tradito da un bel pezzo), commessi dal CNT di Bengasi eppur nessun governo liberale ha finora impugnato la spada dei diritti umani per moderare i rivoltosi. Se questa è la situazione, sostiene Panella, in ossequio alla risoluzione ONU 1973, la Nato dovrebbe se non bombardare almeno mitragliare Jalil e soci. Ma ciò, prosegue il giornalista, non accadrà, per cui ci si risparmi almeno “la retorica e l’entusiasmo per la vittoria di buoni che buoni non sono assolutamente. Che almeno la si smetta di affermare che la Nato combatte per scopi umanitari e si ammetta che Francia, Inghilterra e Italia [ed Usa] combattono per il petrolio libico (e che già si litigano per accaparrarsene quote a scapito dell’alleato)”. Già, e allora perchè in tutto questo macello nordafricano non abbiamo sentito nemmeno una gallina pacifista starnazzare per la mattanza in atto? Dove sono finite le anime belle della pace proprio adesso che si consumava una delle guerre più stupide e sporche della storia europea (Ferrara dixit)? Dove sono trasvolate le colombelle della solidarietà e della fratellanza mondiale mentre gli aerei della Coalizione portavano dal cielo morte e distruzione contro uno Stato legittimo e sovrano? Non sono partite, non sono emigrate, le hanno avvistate tristi e sconsolate, nell’ultimo volo spettrale. Sono andate a suicidarsi sul colle del Quirinale dove ad attenderle c’era un pappagallo reale.

 

Ps. Giuliano Ferrara, che ha scritto un articolo di fuoco contro la guerra in Libia, non è diventato improvvisamente un caritatevole difensore degli Stati canaglia attenzionati dall’Occidente. Il Giornalista critica questo conflitto perchè frutto di una strategia geopolitica contrastante con quella degli ambienti, ugualmente statunitensi, di cui egli risulta referente in Italia. Con i Repubblicani alla Casa Bianca non avremmo avuto questa invasività nelle questioni europee, o quanto meno essa sarebbe stata di natura differente. Sono i democratici, da Clinton a Obama, che vogliono fare dell’Europa un protettorato a sovranità nulla per limitare e l’indipendenza europea e l’incipiente risalita geostrategica della Russia. A Bush sarebbe bastato lo scudo antimissile ed uno stretto controllo sull’estero prossimo di Mosca. Obama e i centri politici che lo supportano ritengono invece che la loro sicurezza nazionale coincida addirittura con la sottomissione del Vecchio Continente ai piani e ai programmi di Washington. Questa seconda opzione è devastante per l’Italia che sta perdendo, come si vede dalle vicende nordafricane, qualsiasi margine d’azione anche nel suo storico spazio vitale mediterraneo. Essendo noi il ventre molle continentale saremo i primi ad essere colpiti affinchè il programma di predominio geopolitico obamiano ottenga i risultati sperati.

MA QUANTO PARLANO INTELLETTUALI E GIORNALISTI?

Questo pezzo è stato scritto per la cronaca lucana di Tiscali, ma credo che vada bene anche in questa sede perchè tali tarli si riproducono costantemente anche su scala cultural-nazionale.

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Quando un intellettuale ed un giornalista, che vorrebbero accendere i riflettori su problemi economici, sociali, culturali, politici ecc. ecc. di una terra come la Lucania, affermano, dalle pagine del quotidiano più letto della regione, che il PIL non misura la qualità della vita mi viene immediatamente l’orticaria. Forse il Prodotto interno lordo non stimerà il benessere generale che dipende anche da altri fattori, economicamente non quantificabili, ma ci fornirà pur sempre un’indicazione delle sue possibilità di realizzazione. Che oggi in Basilicata sono letteralmente al lumicino. Se il PIL, ovvero quella grandezza macroeconomica aggregata che esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese, non rivela granché della vita delle persone è perché costoro non sanno nulla, né di vita e né di persone. Una testa può essere vuota di nozioni e piena di balzanerie anche quando la pancia è satura, come dimostrano i loro strambi ragionamenti da peripatetici perplessi, ma un ventre rimbombante trasmetterà sempre alla capoccia un’unica idea fissa: procurarsi da mangiare. Non ho mai visto nessun affamato produrre concetti che non fossero direttamente collegati ad un piatto di pappa e solo affrancandosi da tali istantanei bisogni della carne l’incivile ed inurbano assurge al rango di ingegnere, artista, filosofo e purtroppo anche giornalista. Questo pensiero però sfugge all’intellighenzia nostrana con lo stomaco rigonfio come una zucca e il cranio svuotato di ogni semenza. Questo spiega anche il perché di alcune successive asserzioni rinvenienti da quel senso di sazietà intellettualoide che sospinge i citati saccenti ad affermare, con intransigente ma vacua aria veritativa, auliche castronerie da obitorio: “la morte è il centro di un sistema valoriale che crea il sentimento della fraternità”. Non significa nulla, chiunque lo abbia sostenuto e men che meno quando si sta disquisendo di tematiche sociali. Foscolo, che letterato lo era veramente, si limitò a dire: “se gli uomini si conducessero al fianco la morte, non servirebbero si vilmente”, come fanno ad esempio tutti quei professori e professorini i quali, lamentandosi del mondo rotolante, riescono a rimbalzare da una platea all’altra e da una ricca pietanza alla successiva. Ma tant’è, ad ognuno la morte, l’affratellamento e la cortigianeria che si merita. Enunciava Marx che la fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti. Vallo a spiegare a lorsignori che hanno tutto, stoviglie comprese, ma rimpiangono i tempi in cui l’uomo strappava a morsi la ciccia sanguinante dal corpo delle sue prede. Insomma, essi dichiarano di accontentarsi di poco ma poi li vediamo sempre ben pasciuti a pontificare sulla bellezza e la semplicità di una esistenza agreste dal “buen retiro” dorato. Ciò non vuol certo dire che ogni cosa va bene a Potenza e a Matera. La classe dirigente è autoreferenziale e sorda, secerne vizi senza virtù, distrugge sogni e materializza incubi ma non è attaccandola con i piagnistei dottorali e i perbenismi mentali che si cambieranno le sorti del popolo. Possiamo anche tollerare un po’ di dissolutezza e di debolezza morale se questi disvalori non comprimono crescita e sviluppo, anzi vorremmo che i politici potessero arraffare ancor di più dando però in cambio alla gente dieci, cento, mille volte tanto. Neppure un uomo si lamenterebbe, neanche un cittadino s’indignerebbe per le ruberie della casta. Se la comunità non è serena è per il depauperamento produttivo, lo smantellamento delle industrie, l’inefficienza dei servizi, l’inconsistenza politica coincidente con la caduta a picco del patrimonio economico. Ed allora i rappresentati del governo devono impegnarsi sulla materia, portando in Basilicata quel che serve per farla prosperare a lungo. Ci vuole modernizzazione e industrializzazione. Qualcuno continuerà a borbottare, vedi i suddetti intellettuali campestri, gli ambientalisti pedestri, i decrescisti depressi e tutta quella genia di passatisti di ogni secolo deploranti il progresso che corrompe le anime e deturpa il territorio. Ma se la Basilicata non vuole essere esclusivamente una colonia turistica di passaggio o ancor peggio una terra brulla e confusa, ferma nel tempo, deve puntare su questi settori che prima degli altri generano vigore e floridezza. Per tanta felicità si deve però essere disposti a pagare il prezzo di qualche esternalità negativa che è sempre meglio di morirsi d’inedia e di indigenza. Per concludere, vorrei lasciarvi ad una riflessione davvero disincantata che già qualche secolo addietro aveva colto il nocciolo della questione. Si tratta della morale della Favola delle Api di Bernard Mandeville, il quale prima di noi tutti aveva tirato una giusta lezione dal comportamento umano calato all’interno di determinate circostanze collettive:

“Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti più eccellenti .È così che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori”. (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV)

LA MODA DELLA SINISTRA

bertinotti-03Lo chiamavano Bombardotti ma era solo Berti-notti romane e salotti chic. L’ex leader di RC, Rifondazione Costumista, gran liquidatore di un partito, un po’ bazar un po’ boutique, che raccoglieva vecchi scampoli di comunisti sdruciti e nuovi modelli per drug queen ammattite si è messo ad imbastire l’abito funebre di una sinistra morta da un pezzo. Lo ha fatto da Cortina D’Ampezzo, e da dove sennò. Il sub-comandante Faustus, come un novello partigiano dei nostri tempi, è arrivato però sulla montagna politicamente corretta delle dolomiti venete con l’autista, l’uniforme di cashmere e pericolosissime armi di distruzione di classe, ovvero cravatta griffata e porta occhialetti trendy. Sembrava il Comandante Diavolo scappato dalla prigionia di via Condotti. Dal palco di Cortina InContra, per l’evenienza appuntamento più montano che mondano, Bertinotti si è espresso come l’ufficiale Charles Bouchard, comandante in capo dell’operazione Unified Protector in Libia. “Occorre bombardare il quartier generale della sinistra per farla risorgere”. Possibilmente più libera e più democratica. Proprio come la Libia che non vedremo mai perché finita in mano a quegli scalzacani di Bengasi malati Sarkopenia, i quali per mettere un passo hanno bisogno che gli Usa, la Nato e i Volenterosi gli tirino i fili come si fa con i burattini. Bertinotti è un vero genio di sartoria sociale, uno che è capace d’indossare un abito di Valentino con la stessa umiltà dell’operaio Faussone di Torino detto Tino. Insomma un BertinotTino. Ma ultimamente Sua Comunistità si sente messo da parte come un vestito liso. Eppure lui resta il grande ispiratore del comunismo “sulla parola”, cioè di quell’ideale che ha riposto il Capitale di Marx per affidarsi al dizionario dei sinonimi e dei contrari. Senza di lui Nichi Vendola non sarebbe mai esistito. Bertinotti poi è ancora più piacevole da ascoltare del suo stimato ma ingrato allievo perché al posto del default nel cervello e della esse sifula in bocca dispone di una meravigliosa erre rotante che sa di rosa e di posa. Ed allora per non farsi superare dal logorroico discepolo ieri Fausto si è prodotto in uno strabiliante numero linguistico. Per carità, nulla di serio, ma tanto carino per le orecchie ed il palato del colto e del sopraffino : “è necessaria una destrutturazione dei corpi inerti e la resurrezione di una nuova sinistra europea”. Una destrutturazione di corpi inerti? Ma non sarebbe meglio un’ inerzia di corpi destrutturati dalla testa ai piedi come il suo? Valli a capire questi medium del proletariato, potrebbero godersi la pensione coi soldi della sovversione ma non riescono a liberarsi di quell’irrefrenabile desiderio di comparire di fronte alle masse. Non per difendere la classe ma per dimostrare la loro superiore classe. Forse la sinistra, con questi presupposti da educande, non risorgerà mai ma le buone maniere trionferanno di sicuro. Più galateo e meno rivoluzione. Viva il bon ton e Louis Vuitton.

LA VERA CASTA DEI MAIALI

I ribelli hanno esposto un cartello con su scritto God bless you all, thanks for all e relative foto dei fantastic 4 (Sarkozy, Cameron, Obama e Rice). http://theobamadiary.com/tag/all/

Ecco una frase tipicamente araba tratta dal corano dei TRADITORI . Sul medesimo cartello campeggiano la bandiera inglese, francese, americana e libico-monarchica. Di quello che sta succedendo un giorno qualcuno dovrà rendere conto, prima che ai libici agli stessi italiani. Questa è la vera faccia della casta nostrana corrotta e venduta allo straniero, altro che le puttanate su sprechi e ruberie che restano soltanto l’effetto più infimo di una più grande viltà storica e politica. Quanto ancora vogliamo sopportare il loro squittire democratico e istituzionalmente responsabile che ci fa sprofondare nella sentina nauseabonda di questa epoca in ebollizione? Si comportano come pavoni ma sono topi di fogna ed anche se fanno la ruota mettiamoli tutti alla gogna.

I RIFIUTI NON SANGUINANO

gheddafi-2 http://www.facebook.com/video/video.php?v=1734194575200&oid=161489193883207&comments

I ribelli sono entrati a Tripoli mentre dovrebbero essere tutti davanti ad una corte penale o, meglio ancora, di fronte ad un plotone d’esecuzione a pagare con il sangue il loro tradimento, anche se dubito che i rifiuti, benché puzzino come i cadaveri, possano mai sanguinare. Questa non è una guerra civile perché i cosiddetti insorti sono quattro selvaggi e morti di fame, manovrati dalla Nato e dai Volenterosi che ne hanno appoggiato l’offensiva con raid aerei, truppe di terra (sono convinto che ci sono anche queste, anche se la risoluzione dell’Onu non le ha mai autorizzate) e la copertura compiacente dei mezzi d’informazione e degli organismi internazionali. L’Italia, il Paese che prima dell’inizio delle ostilità era il più grande investitore sul suolo libico, ha passato armi al CNT senza interpellare i suoi cittadini ed ha bombardato un territorio sul quale faceva ottimi affari per assecondare le mire egemoniche di americani, francesi ed inglesi. Il governo Berlusconi, con l’appoggio dell’opposizione, sta in sostanza colpendo i propri interessi nazionali dimostrando di preferire la sudditanza all’abbondanza, il grembiulino della sguattera allo scudo dell’armigero, il cappello del servitore all’elmo del guerriero, l’ombrello dell’occidente alla spada della sovranità. La Libia era parte del nostro spazio vitale economico e politico nell’area mediterranea, la porta grazie alla quale avremmo potuto avere accesso alla prosperità di Bengodi e non alla disgrazia e alla ignominia di Bengasi. Noi la stiamo consegnando, in ossequio ad astrazioni democraticistiche e dichiarazioni di principi pseudomorali, ai nostri diretti concorrenti geopolitici che ci ricambiano con una pacca sulle spalle ed un bel calcio nel sedere. Abbiamo staccato cambiali di promesse nei confronti di un popolo che credeva nella nostra solidità etica e non abbiamo coperto il conto dei nostri giuramenti. La nostra parola non vale più nulla, così come la nostra affidabilità mondiale. Siamo debitori non paganti di relazioni d’amicizia e non sappiamo nemmeno tutelare i nostri averi. Meritiamo l’interdizione storica. E’ giusto che per noi venga nominato un tutore legale. Il tribunale del predominio si è già riunito. I candidati sono tre, lo Zio Applepie, il cugino Camembert ed il nonno Pudding. Speriamo che tutta la nostra classe dirigente si strozzi con le briciole che costoro le metteranno in bocca. In ogni caso a digerire male saranno solo gli italiani. Buona pennichella popolo!

MA ANDATE AL DEMANIO!

montezFinalmente è stato trovato il bacillo che ha devastato lo Stato. Lo sostiene un’esperta e preparata equipe di dottori e luminari sociali che va dai pennivendoli dei quotidiani ai politicanti parlamentari, dagli economistucoli da scrivania agli intellettualacci da signoria, dai tuttologi panciafichisti ai gastroenterologi malpancisti i quali vorrebbero curare i dolori di panza di tutta una popolazione con una terapia d’asportazione ed estirpazione. Il male si chiama demanio ed è un fattore patogeno ereditario. Va inciso come un tratto di intestino necrotizzato, come un pezzo di viscere imputridito, sono centimetri o forse metri di frattaglie da eliminare per salvaguardare il resto dell’organismo nazionale.

Lo chiedono a gran voce i liberisti, gli statalisti, gli specialisti del “colon infame” e i professionisti del “retto sparlare” che se non ci rifilano qualcosa su per il canale non si possono mai accontentare. Per questo propongono di vendere e di liquidare dicendosi disposti anche a subire un po’ di patrimoniale. Ma quel che vogliono fare è comprare per pochi spiccioli e seguitare a spadroneggiare. Uno di questi insigni curatori della patria coi guanti bianchi ed il dito ardito pronto ad esplorare si è detto disposto a farsi tassare il capitale ma in cambio vuole meno penetrazione dello Stato nelle sue cavità proprietarie. Insomma, ci sono buchi e buchi, alcuni si devono otturare altri invece si possono allargare per poter meglio sottrarre, estrarre e ripulire. Lo Stato, a suo modo di “auscultare”, dovrebbe soltanto occuparsi di sanità, scuola e giustizia. Deve cioè perdere la testa e i pensieri, rinunciare alle braccia e alle gambe, dismettere gli organi duri e farsi tessuto molle, ridursi ad un corpo esanime che si fa divorare il fegato come Prometeo dagli imprenditori-roditori interni e dai poteri forti esterni. Dice espressamente il chirurgo della patrimoniale, il lupo col nome dell’agnello e la smania dell’incaprettamento, il Cordero che cerca d’imbucarsi e prelevare nel supermarket pubblico-statale che “negli ultimi 15 anni abbiamo toccato tutti i record. Ma i servizi non sono affatto migliorati. Sono cresciuti i monopoli, è nato quello che ho chiamato neostatalismo municipale. Dov’è la concorrenza nei servizi locali? C’è forse nei trasporti…?” Che gran para-culo-suo questo Montezemolo, si traveste da ferroviere per eccitare le sue ricchezze ma poi si deprime se qualcuno gli sbarra il tunnel del piacere. Bel modo di concepire il bene generale. Privatizzare per sodomizzare, questo è il suo unico slogan. Se lo Stato ha le mani bucate, se esso appare ricurvo e sfinito ed anche un po’ appecoronito è proprio perchè lorsignori lo hanno sempre preso alle spalle per fare i loro porci comodi. Oggi che i suoi apparati si sono consumati e sembrano inservibili, costoro si lamentano delle scarse prestazioni e vorrebbero mandarlo a chiedere l’elemosina. Che vergogna questi capitalisti pervertiti e assistiti, mandiamoli tutti al demanio per il benessere comunitario!

FIATO ALLA FIAT

 

marchionne03gLo chiamavano mago ma era soltanto un altro illusionista che faceva sparire gli oggetti dietro il fumo dei tubi di scappamento di brutte auto. Tuttavia, la realtà, questo bolide che corre più della fantasia e della fantascienza, si è presto incaricata di lasciare sul posto l’incantatore ronzino che straparla a briglie sciolte. Era lui che tentava di estrarre dai cilindri di una utilitaria qualche prolifico coniglio industriale e finanziario al fine di risollevare un’impresa decotta sopravvissuta per anni grazie ai salassi di Stato. Effettivamente, Marchionne se l’è meritato il suo soprannome magico avendo qualcosa in comune col più famoso maghetto della saga cinematografica Harry Potter. Innanzitutto, quegli occhialetti che gli danno un’aria apparente da primo della classe, un po’ rintontito dai complimenti e dalle sue stesse potenzialità disattese. Poi c’è anche l’abilità di parlare il serpentese che gli facilita la comunicazione col cobra della casa bianca, Barack Obama, suo diavolo tentatore e consigliatore nella scalata a Chrysler. La Fiat doveva rinascere proprio grazie al tocco portentoso di tale carrozziere italo-canadese con il propulsore a Washington ed il serbatoio in Svizzera, il quale si era messo “in testata” di rifare l’aerodinamica delle relazioni industriali nel nostro paese seguendo il disegno dei suoi interessi imprenditoriali. Ma la messa a punto di questo finto cambiamento ha prodotto un grande frastuono senza alcuna ripartenza. Non è difatti con la vernice che si riparano gli urti. Il via in America e la bandiera a scacchi in Italia per conquistare il gradino più alto del podio, questi gli auspici ottimistici di stampa e addetti ai lavori prima che Fiat finisse ancora in coda al gruppo dei concorrenti. Purtroppo sono stati proprio i consumatori d’oltreatlantico a far schiantare Marpionne contro una barriera di delusione e di mancati guadagni.  Delle 50 mila 500 che costui aveva promesso di far scorrazzare nel 2011 sulle high way statunitensi se ne sono viste gironzolare appena 8.500. Con questi risultati da autodemolizione non si guadagna la testa della competizione mondiale ma piuttosto si finisce in un canyon di perdite e di brutte figure. Detto ciò, l’ad del Lingotto dovrebbe ora cominciare a chiudere la serratura della sua bocca larga quanto un cofano, far ventilare il cervello ormai surriscaldato e su di giri nonché abbassare lo spoiler della sua presunzione. Il suo bagaglio di doti manageriali si è rivelato, valutando il peso delle cose tangibili prima ancora degli annunci e delle promesse, un bagagliaio di chiacchiere e di tracotanza che solo la servile stampa nostrana poteva celebrare come un rombo da fuoriserie. La Fiat perde olio su tutti i mercati, ha gli ammortizzatori scarichi in Brasile dove è stata superata dalla Volkswagen, sbanda pericolosamente negli Usa, come appena detto, e singhiozza paurosamente anche in India dove rischia di sfasciarsi l’accordo con Tata. Può darsi che le autovetture di Marchionne siano fatte della stessa sostanza dei sogni, almeno stando alle recenti pubblicità, ma anche gli incubi, da quanto possiamo constatare, fanno parte della “materialità” onirica. Il miracolo del teatino si è rivelato un penoso derapamento al quale noi di questo sito non abbiamo mai creduto. E non perché tifassimo per Sindacati, Confindustria e altre parti sociali. E’ andata in scena una farsa alla quale hanno partecipato anche gli italiani i quali ancora si affidano ai piloti della patria venuti da lontano. I nostri connazionali pensavano fosse amore ed invece era un calesse, cioè una fregatura su quattro ruote trainata da un cavallo di Troia ospitante dentro di sé i pugnalatori che ci stanno mettendo con le spalle al muro. Tutto ciò mentre non abbiamo quasi più la forza di scendere e di spingere questo povero Paese. Questo non è amor proprio. È proprio catalessi.

LE PEZZE AMERICANE

italiaPiovono rane e grane sull’Italia, lo dicono tutti ma quasi nessuno sa che pesci pigliare e quale dio scongiurare. Il pareggio di bilancio è diventato il feticcio per allontanare scaramanticamente l’apocalisse prossima ventura che ha obbligatoriamente, agli occhi di uomini incolti ed impreparati, origini oscure ed indecifrabili. Tuttavia, non è lavorando di rattoppo sulle finanze pubbliche che si ricucirà il paese il quale viene lacerato dai suoi sempiterni difetti ma anche da una classe politica superstiziosa che si fa tirare per la giacca dagli organismi internazionali e comunitari, nonché dalle potenze mondiali. Così come non è stirando le pieghe di una coperta ormai divenuta troppo corta che si potrà rimboccare lo Stivale senza lasciare fuori da qualsiasi copertura la punta meridionale. Su questo sono d’accordo anche molti liberisti intelligenti che coniugano il loro retroterra culturale con le esigenze della fase, poichè tagliare diviene esclusivamente una inutile mutilazione se non si ricomincia a crescere da qualche altra parte. Purtroppo nel Belpaese si opera ormai di maniera copiando modelli altrui e facendosi imporre la moda da astuti disegnatori che fanno i loro interessi invece di rilanciare pratiche e stili di condotta utili a tirarci fuori dalla passerella dei paesi succubi e subalterni ai gusti atlantici. Qualcuno che non ha mai apprezzato gli atelier e le boutique urla adesso in canottiera che stiamo per essere denudati ma non fa quasi niente per evitare la spoliazione. Bossi per esempio. Il troglodita della pianura padana si scaglia veementemente contro i nanetti in gondoletta ma ai giganti che gli danno sganassoni reagisce con il solletico. Recentemente ne ha dette di tutti i colori come nemmeno alla Benetton, salvo non impegnarsi affatto a rifoderare di dignità il governo di cui è Ministro e questa patria con troppe toppe sul sedere. Costui diventa in viso di un rosso-Valentino quando parla alla sua marmaglia in abiti federalisti ma impallidisce di fronte a chi ci costringe alle guerre e alla svendita del guardaroba di famiglia. Troppi piedi in una calzatura mentre al di là dei confini, nei laboratori strategici stranieri, tramano per farci le scarpe e ridurci in mutande. Il Senatur li chiama massoni, li vede coperti di tuniche e gingilli esoterici ma più che una setta segreta sono una consorteria di governi che ci colpisce alle spalle senza troppi rituali e convenevoli. Per il leader leghista il piano è “far perdere di valore le nostre banche, in modo che se le possano comprare facilmente Francia e Germania”. Forse, ma siamo solo all’incravattamento iniziale prima del vero e proprio strangolamento geopolitico. “Se un Paese non ha più banche, è un Paese finito. Non può più decidere su che cosa puntare e su che cosa lasciare. Decidono da fuori quello che un Paese può fare e quello che non può fare” ha proseguito il descamisado lumbard. Tutto giusto ma occorre aggiungere che se una nazione non ha autonomia politica ed autorità statale semplicemente non esiste. Bossi se la prende anche con gli agnelli travestiti da “Draghi” che puntano “a far saltare il governo facendo saltare l’economia” ma non mi pare che fin qui lui abbia fatto il San Giorgio coraggioso pronto a trafiggere la pericolosa e vorace bestiaccia per tutelare, se non l’Italia, almeno la Padania. Il padre-padrone del Carroccio ha ragione da vendere quando sostiene che ci sono quinte colonne interne che lavorano per il nemico, da Bankitalia, al Pd fino a quel tessitore di trame washingtoniane del nostro Presidente della Repubblica che parla napoletano vestendo americano. Ma di questa parata di costumisti politici senza stoffa e senza personalità si diventa complici se non le si tolgono le forbici di mano. Occorre una vera svolta che non sia una mera vetrina elettorale altrimenti qui finiamo tutti sulle bancarelle delle pezze americane. Abbiamo bisogno di autentici sarti della politica e delle relazioni internazionali per rimetterci in ghingeri, altro che questi confezionatori di abiti grigi perennemente attaccati allo Stato pantalone e alla coperta falsamente rassicurante dei poteri forti globali.

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