LA PROTESTA E’ REAZIONE

orwell-1984Non sono il solo ad essere critico nei confronti dei cosiddetti indignados e non si tratta esclusivamente dei soliti pregiudizi provenienti da destra i quali, ovviamente, descrivono per tradizione filosofica e opposizione di “corporazione”, come fumo negli occhi le sciocche parole d’ordine della sedizione in bocca ai figli di papà. Fabrizio Rondolino, ex consigliere di D’Alema, ha parlato giustamente di indignados nel ’68 e di padroni oggi.

Perché così sono andate le cose 40 anni fa e tal quali finirebbero odiernamente. Come ho già scritto altrove, se le teste non pensano le battaglie retrocedono a casini di piazza e se gli occhi non vedono il raddoppiamento ideologico che li porta fuori strada le mani colpiscono a casaccio. Forze sprecate da cervelli bacati e braccia sottratte alla vera politica del cambiamento. Così è avvenuto anche a Roma dove il moto di popolo è diventato un tiro all’ obiettivo grosso dei palazzi bancari e delle auto di lusso che sono in verità gli unici bersagli visibili a chi manca di diottrie e dottrine adeguate. Quando è la vivida immaginazione a plasmare le circostanze, si moltiplicano i miraggi e le apparizioni ma si sfuoca la realtà. Così, anziché concentrarsi sui risvolti multipolari della fase geopolitica ci si perde dietro le presenze “spectrali” della finanza e i riti magici dei circoli del capitale. Insomma, gli indignados si rivelano rivoluzionari da sanpietrini con i sassi nella testa pronti ad essere lastricati sulla via della sommossa o per ascendere, ma soltanto i più scaltri tra loro, nelle stanze dei bottoni. Basti pensare ai nomi citati dallo stesso Rondolino, ieri leader della protesta ed ora vermi striscianti nel gotha dei poteri marci della patria: da Paolo Mieli a Gad Lerner. Se una generazione non impara dalla Storia non merita nessun posto nella stessa. Quest’ultima diventa magistra vitae se ascoltata, horror vacui e fossa comune se inesaudita. A tale bailamme generazionale va aggiunto un altro dato poco rassicurante, ovvero che ci sono all’opera in Italia centrali di provocazione e cellule più o meno dormienti di istigazione alla rivolta, tutte di matrice atlantica, che hanno interesse a far precipitare il malcontento per mangiarsi quel poco di autonomia che resta al Paese. Non mi sto inventando nulla, queste notizie mi sono state sussurrate all’orecchio e mi hanno gelato il sangue nelle vene. Indignato avvisato mezzo salvato. Interessante anche quel che scrive il gen. Piero La Porta su Italia Oggi del 15 ottobre e che dovrebbe contribuire a far sgranare gli occhi di fronte alle astuzie del dominio. Uno dei gruppi più attivi degli anni ’70, Lotta continua, stampava le sue notizie rivoluzionarie con inchiostro e carta dell’intelligence statunitense, in una stamperia di David Thorne, attuale ambasciatore americano nel nostro Paese. Il gruppuscolo settario movimentava informazioni riservate e mobilitava le masse con l’ausilio della Cia celandosi dietro i falsi ideali dei soviet supremi della classe. Adriano Sofri, capo di LC, allora soprannominato il piccolo Lenin, oggi fa il megafono della democrazia inveendo sugli stati canaglia avversari degli Usa e perorando i diritti civili che tanto piacciono all’Occidente. Alla bassa statura fisica e politica di Sofri corrisponde una grande arroganza e una ancor più larga sicofanza che rivela il dovuto sulla sua carriera di sicario al soldo dei media ufficiali. Infine, la tremenda giornata romana ha messo in evidenza uno strano immobilismo degli agenti, meno attivi del normale rispetto a disordini di livello elevato. Costoro hanno svelato di aver ricevuto l’ordine di difendersi ma di non attaccare per evitare il morto. Forse ci si aspettava che il martire cadesse tra le file dei celerini per dichiarare l’emergenza totale. Ad avvantaggiarsene non sarebbe stato il Governo Berlusconi ma i suoi detrattori in combutta con i cerchi sovrastrutturali stranieri che ci vogliono, questi sì, morti e sepolti per colpo sinistro e gancio destro. Il mondo si è capovolto ma le orde rivoltose non se ne accorgono perché lobotomizzate dal grande fratello della contestazione. La protesta è reazione, la libertà della globalizzazione è oppressione, i diritti umani rovescio di bombe. Questo è l’antisocing post-owelliano che potrebbe evitarci il colpo di mano.

Sognare è la sorte dei deboli: attenti ai cialtroni

Ogni epoca è vissuta da uomini che si lamentano della decadenza e della corruzione del proprio tempo. A volte si tratta di una mera attitudine caratteriale (certa gente deplorerebbe gli sbalzi della vita in qualsiasi caso), ma più spesso si tratta di una percezione psicologica inevitabile allorché il soggetto si smarrisce al cospetto di eventi che non stanno mai fermi e trasfigurano il mondo davanti ai suoi occhi. La caduta delle precedenti convinzioni e la perdita di stabilità nei diversi ambiti sociali (politici, economici culturali), soprattutto nelle fasi di immensi cambiamenti, ingenerano nell’individuo  la paura di quello che si manifesterà innanzi, il timore di non riuscire a comprendere la direzione in cui evolveranno gli avvenimenti, la propria collocazione rispetto alle novità ed il proprio ruolo nella Storia. Tuttavia, c’è da distinguere tra una “degenerazione” relativa che è sempre possibile correggere in quanto è solo spaesamento soggettivo di fronte ad una oggettività in mutamento, da una degenerazione assoluta che è peggioramento complessivo della situazione senza movimento mentale da parte di chi, per inedia e mancanza di strumenti di discernimento, subisce le metamorfosi sociali senza nemmeno tentare di comprendere e direzionare i processi in atto nelle diverse sfere dell’esistenza associata. L’oscuramento intellettuale di chi dovrebbe fornire risposte meno estemporanee e banali sulla crisi in gestazione (perchè siamo ancora agli inizi), dicendosi dalla parte degli esclusi dai percorsi decisionali, è la prova lampante che il sistema dei capitalismi sta già incedendo indisturbato a riconfigurarsi secondo le sue logiche e dinamiche(sempre conflittuali) intrinseche che condurranno ad una ridefinizione dei rapporti di forza tra le formazioni nazionali all’interno della formazione capitalistica globale. I poveri in saccoccia si troveranno ancora in mezzo a questi fenomeni restandone stritolati, mentre i poveri di zucca, ma bravi a parole, si ricicleranno facendo carriera e servendo altri padroni. Oggi mi pare che siamo in questa condizione e troppi dati lo confermano. Appena ieri leggendo Schopenhauer e il suo “Il mondo come volontà e rappresentazione” coglievo tali aspetti, laddove nell’introduzione alla seconda edizione del 1844, egli registrava l’involuzione morale dei suoi contemporanei e la perdita di spirito dei suoi anni. Ma erano appunto in procinto di scoppiare grandi accadimenti a sostegno del fatto che quella società era in ebollizione, in essa brulicavano corpi collettivi in cerca di vie alternative e innovative per costruire un altro futuro. Non c’era ristagno ideologico e alterazione etica perché non si aveva lo sguardo rivolto ad un passato fuori dal periodo storico come avviene per i nostri tempi in cui si conciona a vanvera di edificazione dell’avvenire con materiali di vecchie e sepolte generazioni. Inoltre, lui aveva come interlocutori quelli che spesso definiva, un po’ ingiustamente, vacui (Fichte e Schelling) e ciarlatani (Hegel) ma che erano pur sempre eccelsi pensatori e non improvvisatori di narrazioni per masse di studenti sciocchi e incolti, pronte ad essere mandate al macello o a trasformarsi in squadracce. Giganti  che fanno rimpicciolire a formichine gli pseudo-intellettualini di oggi i quali arringano le moltitudini al fine di vendere i loro squallidi e inutili libri o occupare posticini nell’accademia. Non voglio annoiarvi con la filosofia di cui per altro non sono esperto, ma dopo aver letto il discorso di Slavoj Zizek tenuto ai manifestanti del movimento “Occupy Wall street” a New York, apparso su Liberazione, e l’intervista all’ex pot-op Franco Berardi Bifo, pubblicata sulla Stampa, mi sono caduti i coglioni per terra. Mentre Bifo ha dichiarato che non siamo mai stati così vicini al comunismo come in questo momento (facile sperare e sparare siffatte cazzate quando si hanno nel cervello i chip resettati) Zizek offriva, sotto il tempio della finanza Usa, a giovani affamati di stupidaggini, le sue croste teoriche sulla nonviolenza e la fine del capitalismo.  Costoro sono sempre i primi a blaterare di rivolgimenti inevitabili che conducono all’eden degli sfruttati, ma lo fanno per meglio obnubilare le traiettorie evenemenziali ed impedire che qualcosa cambi davvero. In momenti incasinati come questi, gli imbonitori e i depistatori spuntano come funghi perchè sono gli anticorpi che il sistema libera nell’organismo sociale per attaccare  le idee non conformi che possono mettere a rischio la sua tenuta. Questa frotta di stregoni è pericolosa e va isolata senza tentennamenti. Tali truffatori vi parleranno sempre di un mondo migliore e di sogni rivoluzionari perché il loro mestiere è proprio quello di far affaticare il pensiero critico dietro alla processione utopie irrealizzabili, per dare il colpo di grazia a chi si lascierà disorientare e stremare dalle chimere irraggiungibili. Ricordatevi delle parole di Pasolini (oh generazione sfortunata… tu obbedisti disobbedendo), di Brecht (al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico) e di quelle di Lenin (sognare è la sorte dei deboli).

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9141

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=15HA1R

CHIACCHIERE ITALIANE E DISTINTIVO AMERICANO

marchionne03gUn tempo i rivoluzionari erano barbuti e trasandati e non sbarbatelli casual con la lingua lunga e la vista corta. Inoltre, i rinnovatori del mondo, visionari dentro o fuori il capitalismo (perché i modernizzatori stanno anche nel sistema), rischiavano in proprio rimettendoci salute, affetti e patrimoni. Oggi l’idealista si fa bello con i quattrini altrui, che se non finiscono nella cattiva causa finiscono direttamente nelle sue tasche, e con le spalle coperte dai prepotenti. Siamo al punto che un commercialista canadese può farci la morale sui difetti degli apparati nazionali che mettono in ceppi la libera iniziativa ed impediscono di fare affari al solo fine di nascondere altre e più basse preoccupazioni. Quest’ultime nulla hanno a che fare con lo sviluppo e la crescita dell’impresa e dell’ambiente circostante, ma tanto hanno a che vedere con gli affaracci suoi e con quelli dei suoi padroni nordamericani. Per la stampa, per la politica e per gli analisti di mezzo mondo, Sergio Marchionne è l’uomo che ha impresso una svolta alle relazioni industriali di questo paese, rompendo gli schemi padronali e sindacali e portando la Fiat al centro della globalizzazione. Peccato che dopo le critiche roventi non vengano mai le fatidiche sette camicie sudate, ed alle buone intenzioni sbandierate non seguano mai i risultati promessi. Marchionne starà pur lasciando l’Italia agli italiani ridotti a straccioni ma di mollare il bottino statale proprio non ne vuole sapere. Nonostante egli affermi che il Lingotto sia ormai fuori dai circuiti assistiti dal pubblico continua a succhiare sangue ai contribuenti, anche per impianti che saranno dismessi. Dalle parti di Torino si parla molto di ripartenze e di riprese per recuperare il terreno perduto sui mercati ed effettivamente qualche movimento si è intravisto. Ma niente che si metta in moto ed assomigli lontanamente a qualcosa che si sposti su quattro ruote. Scissioni aziendali, operazioni sui conti, improbabili coalizioni, giochini finanziari, liti con le parti sociali ma ancora zero prodotti e scarsa attenzione al core business che resterebbe, fino a cambiamento dichiarato dello scopo aziendale, la produzione di macchine. Così mentre le piazze e le agenzie di rating continuano a bocciare Torino, Marchionne prosegue nella sua sterzata verso l’America ma con i soldi dei connazionali. L’unica certezza sono le sue stock options che vanno a pieni giri, sospinte dall’illusione dell’alleanza con Chrysler. Restano invece fermi in box immaginari i nuovi modelli annunciati e mai realizzati. Ma i versamenti dello Stato, dell’Europa e delle amministrazioni locali dove Fiat si è insediata arrivano puntualmente alla velocità delle fuoriserie, come riportato in un articolo de Il Fatto Quotidiano a firma di Giorgio Meletti (http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/marpionne-mani-bucate-lad-della-fiat-disse-non-abbiamo-mai-chiesto-aiuti-e-con-30471.htm). L’Italia, come dice Marchionne, sarà pure una nazione col motore ingrippato ma alla Fiat conoscono solo le partenze in quarta a parole e le retromarce industriali e commerciali nei fatti concreti. Lui non è l’uomo della trasformazione ma piuttosto un mutante che parla italiano dietro un distintivo americano.

CON LA MELMA ALLA GOLA

 

italiaNovanta frustate in Iran per un film (balle!). Tonnellate di bombe occidentali su Libia, Afghanistan e Iraq. Così funziona la doppia morale democratica che si scuote per i colpi di frusta degli ayatollah (balle!) e castiga severamente i colpi di coda delle nazioni sovrane. La stampa nostrana illumina di riprovazione l’oscurantismo di Teheran e s’impietosisce per i suoi provocatori disubbidienti che fanno gli eroi coi sovvenzionamenti della Casa Bianca. Almeno quando storie ed episodi di persecuzioni e maltrattamenti non sono inventati di sana pianta. Può darsi che la condanna esemplare sia avvenuta ma per altri motivi, tuttavia, è più facile che l’unico lungometraggio veramente proiettato sugli schermi mondiali sia stato quello confezionato, per noi nati tonti e rintontiti dalla passività globalizzata, sui set hollywoodiani dove si fabbricano, con gli effetti speciali e i doppiaggi in tutte le lingue, guerre e manifestazioni di massa contro le dittature degli altri. Sia chiaro che non vivrei in Iran nemmeno se mi nominassero scià, pascià o maragià e mi godo la mia vita tranquilla qua. Ma apprezzo chi fustiga la bruttezza in prima serata. Probabilmente, dalle parti di Ahmadinejad si usa punire interpreti e direttori di inguardabili pellicole che corrodono il cervello e il fegato, mentre qui da noi piovono fondi pubblici per narrazioni cinematografiche assurde che meriterebbero di finire direttamente nella spazzatura. Sono stufo del regista che si contorce per il suo foruncoloso “io” mentre crede di girare un capolavoro assoluto e dell’attore impegnato a farsi le seghe mentali sui suoi amorini frugali. A questo si riduce ormai la filmografia italiana. La filiera delle menzogne e delle sofisticazioni via cavo e proiettore è troppo vasta per essere controllata, per questo dobbiamo armarci di pregiudizi e di cattive intenzioni al fine di non cadere nella loro trappola tele-comandata e cine-mistica. Sia che si tratti di propaganda diretta o di distrazioni vespertine che intorpidiscono l’anima e la testa. Tra tutte le altre, la cultura italiana è quella ridotta peggio. Ed i giornali sono, tra i mezzi di comunicazione di massa, quelli che fanno più schifo. Da una Repubblica che tira fuori una vecchia intervista di Scalfari a Enrico Belinguer sulla questione morale (http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=15C1FK), dove il segretario PCI denunciava la degenerazione dei partiti, escluso il suo che ovviamente faceva più pena degli altri, ad un Giornale che straparla della paura di Togliatti per il pensiero di Benedetto Croce (http://www.ilgiornale.it/cultura/troppa_liberta_allindividuo_e_pci_oscuro_don_benedetto/10-10-2011/articolo-id=550877-page=0-comments=1). Come se non fosse sufficiente a farci sprofondare nella vergogna il fango dei nostri tempi, andiamo pure a scavare nella melma che ci ricopriva in passato. Potesse vedere Berlinguer i danni che ha causato all’Italia con le sue fandonie moralistiche, rinnegamento di ideali che avrebbero mantenuto una dignità retrospettiva se fossero restati ancorati a quella stagione trascorsa. Viceversa, ci ritroviamo tutta la paccottiglia moralistica tra i piedi, divenuta ancor più perniciosa perché finita in bocca, di tradimento in tradimento, a gentaglia senza un briciolo di intelligenza e di idee che ha fatto “dell’occupazione dello Stato e delle sue istituzioni” una ragione di vita e di svendita. Se Berlinguer è ancora amato e ricordato dai suoi figliocci cialtroni, è perché era e resterà il re dei voltagabbana. A quelli del Giornale che invece riesumano pensieri crociani senza ripulirli dalla polvere della Storia ed interpretandoli a cazzo di cane consiglio di tornare a studiarlo davvero Croce. Si servono del filosofo napoletano per giustificare il laissez-faire più spietato laddove egli sentenziava, senza appello, che la fusione tra idea liberale e liberalismo economico “deve essere negata e in pratica sottomessa allo svolgimento e alle varianti situazioni dei problemi morali o di civiltà, e giova qui non rendere partecipe la libertà di tutti i vanti dell’accresciuta produzione economica…né solidale di tutte le malafatte di cui questa è stata da più parti accusata”. Croce ha faticato tutta la vita per porre la libertà, il suo concetto ed il suo contenuto, in alto, talmente in alto perchè non subisse corruzioni da parte di alcuna ideologia, statalista o liberista che fosse. Certo, un Lenin non avrebbe saputo che farsene di questa libertà spirituale ma è immondo vedere come i suoi sedicenti epigoni la stanno calpestando e consumando per convenienza partitica, mercimonio ideologico e servilismo geopolitico. Questo Paese è ridotto male economicamente, politicamente, socialmente. Ma quando il marcio arriva fino al midollo, cioè alla cultura di un popolo, vilipesa e rinnegata da prostitute di partito e vigliacchi di regime, vuol dire che lo sfascio è davvero compiuto. Buonanotte Italia.

BASTA CON LE PAL(L)E SULLE ENERGIE RINNOVABILI (scritto per tiscali)

defilippo

 

Il Governatore De Filippo fa la voce grossa con Roma e con le compagnie petrolifere, raccogliendo un sentimento di malcontento che pervade, et pour cause, tutta la comunità lucana. Questo è positivo ma non deve accoppiarsi col sempiterno straccionismo antimodernista e antindustrialista dei circuiti nazi-ambientalisti e fascio-ecologisti dell’era primordiale, quelli che tentano inesorabilmente di ributtare la nostra terra indietro di millenni. Ed, infatti, i taleban della vita frugale a caviale e champagne e del ritorno alle caverne con le paraboliche si sono fatti avanti ricominciando a sparare pa(l)le eoliche e pannelli ad “insolazione” solare che ottundono la ragione ma non producono l’energia necessaria alle attività umane. Che in Basilicata si debba rivedere tutto, dalle royalties all’entità dei risarcimenti al territorio, con particolare attenzione a quelle alle aree che accolgono gli impianti petroliferi restandone deturpate, nessuno lo mette in dubbio. Dobbiamo smettere di farci colonizzare da chicchessia in cambio di briciole e contentini formato “carta carburante”. Vogliamo lavoro, sviluppo e tutto quello che ci spetta. Tuttavia dobbiamo, altresì, impedire che l’armata naturista delle tenebre ci faccia perdere il vantaggio di essere una terra ricca di risorse che, a causa di battaglie di retroguardia, rischierebbero di rimanere inutilizzate. I pregiudizi energetici aggravano i nostri attuali problemi e ci sospingono nel baratro dei sovvenzionamenti pubblici i quali perpetuano ciò che è profittevole per pochi – cioè per quelle associazioni e combriccole che campano della natura verde dei bigliettoni – ma diseconomico per tutti. Perché a questo servono il sole ed il vento, pomposamente chiamati in causa nell’elogio delle energie pulite e rinnovabili, oltre che ad attirare ogni specie di lestofante e di organizzazione criminale che pullula dietro i soldi facili elargiti dal pubblico. Se i “palisti” a vento e i “pannellisti” a corto raggio ammettessero almeno che siamo di fronte ad energie ausiliarie potremmo ragionarci su e capire quali sono le prospettive future e gli ambiti di ricerca sui quali puntare. Ma loro no! Hanno imparato la pappardella ripetuta dai loro santoni verdi e dai leaders politici arancioni del sole ridente alle nostre spalle (colore della ingannocrazia politically correct, con sfumature di destra e di sinistra) e vorrebbero imporcela insieme a tutto il resto, cioè all’impoverimento finanziario e all’arretratezza culturale. Senza le regalie statali ed il rincaro delle bollette che ricade sui contribuenti, eolico e solare avrebbero già fatto flop. Come ha scritto il prof Franco Battaglia, esperto del settore messo ai margini della comunità scientifica dalle mafie ecologiste ed accademiche, il vento soffia quando vuole ed il sole brilla quando piace a lui, non di certo quando noi lo pretendiamo. Ciò significa che la possibilità di imbrigliare l’energia che ci serve (nel momento esatto in cui ci serve) è limitata da condizioni specifiche che, stando all’attuale sviluppo tecnologico, non possono essere ancora modificate e sfruttate per i bisogni dell’apparato produttivo. Domani chissà, ma oggi la situazione è questa e valutata la conformazione del nostro sistema di produzione sociale e di sviluppo industriale non ci sono altre strade. A meno che non diamo retta ai sogni degli icariani mondiali che ci indicano la via di un altro mondo possibile solo per ingrassare la loro borsa valori e spedirci depauperati all’altro mondo sventuratissimo e possibilissimo. Ed allora, considerato che almeno per i prossimi decenni, petrolio e gas, resteranno indispensabili agli Stati e al mantenimento della loro potenza geopolitica (tanto che continuano a scoppiare guerre e diatribe lungo le vie dell’oro nero e di quello blu), facciamo valere le nostre ragioni e chiediamo di più agli organi istituzionali centrali. Siamo la Basilicata e non un paese nordafricano che se recalcitra, purtroppo per esso, viene bombardato come accaduto in Libia e potrebbe ancora avvenire in Algeria. L’Italia ha fame di risorse e la Basilicata è il suo granaio energetico. Saremo certamente disponibili ma a condizioni reciprocamente favorevoli. A meno che, per un pugno di voti e per codardia elettoralistica, non si voglia assecondare chi ci manderà in rovina.

I MACCHERONI DI REGIME

 

cucina-maccheroniPer avere a che fare con certi maccheroni di regime bisogna essere di grano duro. Trattandosi però di un confronto tra impastatori di trame, vince chi è più vermicello o chi è più maltagliato. Guardandoli con le mani nella pastasciutta riusciamo a capire come fanno a sedere alla stessa tavola imbandita il troccolo Frattini e la mezzaluna del governo provvisorio libico Ali Zeidan, la tro(n)fietta La Russa e il fidelino Jalil, presidente scotto del CNT. Il 27 settembre scorso, lo gnocchetto Frattini, ha aperto alla Farnesina un convegno intitolato “il mosaico libico e la tessera italiana”, invitando 50 esperti (?) e le nuove autorità libiche per inaugurare il ristorante dei futuri rapporti economici e culturali tra i due stati. Lo scialatiello Zeidan ha sfottuto la nostra bavetta degli Esteri affermando che continueranno a comprare pasta dall’Italia e quindi noi a produrla ed esportarla per loro. A questo ha aggiunto che l’Italia non ha mai migliorato i piatti libici, né in termini culturali, né politici. Solo tripoline crude alle quali lorsignori voraci oggi preferiscono paté de foie gras ed hamburger all’americana. Fine dell’amatriciana, passiamo al secondo (posto). Ridotta la nostra nazione ad un pastificio di tonnarelli, mentre già tutti gli altri paesi ci considerano chi un’industria di ortaggi secchi, chi un caseifico di provoloni, il bigol(o) politico di casa nostra si è alzato con la coda tra le gambe, senza abbaiare alla trenetta presa sul collo, per recarsi ad una più importante presentazione di un ricettario sulle azioni di contrasto allo sfruttamento degli animali. Frattini era coinvolto direttamente in questa vicenda avendo da tempo perso la posizione eretta ed essendo un ghiottone di figure e pasta barbine. Qualche settimana più tardi si sono invece incontrate la fregnaccia La Russa e la linguina Jalil  dalla cui bocca sono usciti ingredienti indigeribili circa il passato colonialista nostrano sulla quarta sponda. Ha riferito Jalil che “Durante il colonialismo italiano ci fu un’era di grandi costruzioni e sviluppo, mentre gli ultimi 40 anni con Gheddafi sono stati l’esatto opposto […] Penso che durante il colonialismo italiano ci fosse una legge giusta, c’era sviluppo agricolo. Invece con Gheddafi tutti i valori e i principi sono stati demoliti e rovesciati, le risorse libiche non sono mai state usate per i libici”. Giusto il contrario di quello che aveva affermato il suo aiuto cuoco alla nostra pappardella diplomatica, detto altrimenti il bombardone romano ripieno di boria. E meno male che lo chef Berlusconi qualcosa di buono lo aveva condito con il nostro dirimpettaio ammettendo responsabilità storiche all’olio di ricino e torchietti violenti fino alla morte verso gli autoctoni soggiogati. Ma noi italiani siamo bravissimi a passare dalla padella alla brace e da una pietanza all’altra credendo anche di essere i più furbi. Adesso ci tocca l’amaro (in bocca) e siamo pure soddisfatti della scodella di lenticchie che i nostri amici occidentali ci hanno fatto ingurgitare a forza. Nessuno però critica il cattivo servizio dei nostri governanti, chiamati così perchè sono la versione al maschile delle governanti. Buona pennichella post-prandiale, al popolo sfarinato ed elicoidale.

FORZA GNOCCA, ABBASSO I MINCHIONI

 

bungaForza gnocca, abbasso i minchioni. Rialziamo le lampo dei calzoni e chiudiamoci dentro per sempre tutti i cazzoni istituzionali. I falli sono fallaci, le gnocche sono veraci. Il membro è della casta, la patonza della massa. Buttiamo giù dal transatlantico il coglione di regime ed edifichiamo il sistema della figa ad ampio regime. Sbarriamo la strada a Casini e riapriamo i casini. Meglio la virago del ladro, meglio la velina demente del parlamentare impotente.

Perché peggio di così non può andare, alziamo la bandiera rossa del ciclo mestruale. Sarà stata pure una battuta triviale, ma meglio sbattere che così governare e gestire, meglio battere che lasciarsi andare e perire. Come diceva l’illustre cantautore, in questo reame, sta finendo tutto a grandi puttane. Ed allora viva il gabinetto delle mignotte e fuori dal parlamento le altre bigotte. Portiamo la vacca al potere e togliamoci di torno i maiali di mestiere. Per smantellare la baracca affidiamoci alla baldracca, per ripristinare l’onore azzeriamo il pudore. Prendiamo le lucciole e posiamo le lanterne, abbandoniamo i porci al loro destino ed edifichiamo l’esecutivo del coito continuo. Lotta dura per la verdura, niente più cetrioli e zucchine di questa dittatura virile ma solo fiche e patatine per il nuovo sistema femminile. La peripatetica diuturna è sempre meglio dell’uomo politico notturno con la faccia scrotale e il braccio inturgidito nella cassa statale. Con le passeggiatrici di strada andremo lontano mentre con i loro clienti politici da marciapiede ci abbiamo rimesso il sedere. La vulva è un orizzonte sempre fulgente, il pene un astro spesso cadente. Votiamo per il partito delle mondane che ci offre una tana e mandiamo in pensione i vecchi parlamentari attaccati alla sottana. E se pensate che io sia solo impertinente e volgare sono in buona compagnia e tanto non me ne cale, da Dante a Marziale. Ché il primo già bestemmiava citando l’oggetto trocaico (Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, /gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”) ed il secondo gli andava appresso invocando il fratello maschile più prosaico (Hai trenta ragazzi e altrettante ragazze sotto mira. Ma che farai tu con un cazzo solo che non tira?). L’ultima del poeta latino la dedico a Berlusconi che deve ringraziare la flebo se non ha ancora fatto la fine di Febo.

LA MANIA DELLE RIUNIONI (SCRITTO PER TISCALI)

Quando non ci si vuole assumere la responsabilità dei propri incarichi, pure lautamente pagati a spese di una collettività che versa la pigione senza poter mai scrutare le manovre all’interno del Palazzo, si procede costituendo comitati d’inchiesta, commissioni di vigilanza, consigli di verifica, collegi di valutazione e quant’altro possibile al fine di procrastinare i provvedimenti e continuare a burlarsi del prossimo. Se qualcuno chiede risposte puntali e rapide ai suoi problemi ottiene dalla politica e dalla pubblica amministrazione soltanto la fissazione dell’ordine del giorno e la data della prossima riunione, nella quale si rimanderà, ovviamente, ad un futuro incontro che invece di dare responsi indicherà ancora il luogo e l’ora di un altro tavolo di discussione. Nel frattempo si moltiplicheranno corpi ed organi di controllo che all’infinito otterranno la maniera di perpetuarsi abbandonando lo scopo per cui erano stati istituiti.

Diceva Napoleone che le malefatte collettive non impegnano nessuno, quindi basta indire un’assemblea che via via diventa permanente (benché possa mutare di denominazione), tra managers e politici per rimuovere gli obblighi individuali e affossare la verità generale. Questa situazione mi ricorda anche una poesia di Majakovskij intitolata “La mania delle riunioni”. In epoca di pieno disprezzo per le dittature (esaurite) e di supremazia del pensiero unico liberale, capita di scoprire che i propugnatori delle fede democratica si rifacciano all’ideologia opposta per obnubilare la vista al popolo. Prendiamo il caso della Fenice di Melfi di proprietà del gruppo EDF. Si è scoperto che il termovalorizzatore in questione inquina l’area in cui è situato, per versamenti nelle falde acquifere di sostanze come nichel, Mercurio, fluoruri, nitriti, tricloroetano, tricloroetilene, ecc. ecc. Chi doveva monitorare la situazione presentava alla Regione dati incompleti e chi doveva chiedere ragione di quei numeri faglianti si girava dall’altra parte. Questo viene attualmente scritto sui quotidiani. Adesso le colpe si rimpallano da un ente all’altro e da una persona all’altra, cosicché la comunità oltre al danno degli scarichi che rovinano l’ambiente deve anche patire l’oltraggio dello scaricabarile che rovina il fegato. Non è credibile che le varie incombenze tra apparati e funzionari non fossero state già fissate in precedenza per cui, prima d’annunciare qualsiasi ulteriore vertice, vorremmo vedere i rei di distrazione o gli indiziati di noncuranza fuori dalle venture sedute di chiarimento e di decisione. Anzi, ci piacerebbe che fossero questi stessi uomini delle istituzioni, già chiamati in causa per via del ruolo che ricoprono, a fare un passo indietro per non influenzare l’iter di accertamento e la tanto auspicata risoluzione. A poco serve il tardivo rimboccarsi le maniche nel tentativo di rifarsi una coscienza post festum. Dovevano pensarci in tempo perché già rimunerati per farlo. Ma al duro lavoro si sono preferite le polemiche sui giornali e questo è il pessimo risultato sotto gli occhi di tutti.

«Oh, poter fare ancora una riunione per togliere di mezzo tutte quante le riunioni!» . 1922 (W. Maiakovski, da “marcia di sinistra”)

CACCIATI E SPENNATI

 

la russaItaliani: pane, amore, fantasia. Popolo di santi, navigatori ed amatori, spaghetti e mandolino, pistole e preservativi, pizza e mozzarella ‘ncoppa, cantanti, cantautori e canzonatori, dop, doc e IGT, tarantella e taranta, pizzica e bballe ‘o roccorol, o’ sole mio ed il mare impetuoso al tramonto. Certo, noi italiani siamo anche (ma, ça va sans dire, non solo) i nostri luoghi comuni che esportiamo all’estero, insieme al resto, per venderci meglio e fare i mariuoli con gli altri e tra di noi. Nessuno lo nega, ma ora l’aria è cambiata e stiamo seriamente peggiorando. Non c’entra niente il bunga bunga ed il fichi fichi. Eravamo gli inimitabili esecutori del pacco, doppiopacco e contropaccotto ma poi sono arrivati La Russa e Frattini ed ormai facciamo solo la figura dei farlocchi e dei meschini. Metti due zucconi a guidare importanti dicasteri e le barzellette si capovolgono in realtà. Che non fa ridere. Gabbati e burlati dal francese, dall’inglese e dall’americano. E‘ questo il contrappasso che ci tocca dopo decenni di freddure sciovinistiche, a sfondo internazionale, favorevoli al connazionale. Iniziamo da La Russa. Uno con quel cognome doveva buttarsi nel business dei materassi o nella filiera delle gnocche dell’est da inviare al Premier ed, invece, ce lo ritroviamo a reggere il Ministero della difesa. Siccome La Russa se non spara bombe in Libia spara cazzate in Brasile si è messo in testa di fare la voce grossa con le autorità carioca per il caso Battisti. I vertici di Brasilia dopo aver sentito il suo nome hanno sbadigliato a lungo, ma non sono riusciti a chiudere occhio per i lamenti che provenivano da Roma. Battisti se lo terranno e dato che insistiamo con questa litania che disturba i loro sogni faranno saltare il banco di commesse strategiche per le nostre imprese di punta. Si parla di un giro d’affari intorno ai 10 miliardi di euro che coinvolge Fincantieri, Eni e Finmeccanica. Guarguaglini e Scaroni sono preoccupati, dopo i deserti della Sirte temono di vedersi sbarrate anche le spiagge di Rio. I soldi, tuttavia, li perderà il sistema-paese e non La Russa che anziché finire in Siberia, come meriterebbe, potrebbe ricevere una vacanza premio a Copacabana dai nostri concorrenti esteri. Passiamo a Frattini. Questo rapace della diplomazia nostrana col becco di pollo e la coda di pavone aveva rassicurato la pubblica opinione nazionale sui risultati della guerra e sulla messa in sicurezza degli interessi italiani grazie agli accordi presi col CNT. Ma i versi accalorati del nostro allocco ministeriale stonavano con quelli dell’aquila imperiale che aveva evitato di inquadrarci tra i predatori in volo di Tripoli, nonché amici piumati dei capponi di Bengasi. A ciò si aggiungeva la trasvolata anzitempo, a beccamenti ancora in corso, di Cameron e Sarkozy, per accreditarsi quali unici fringuelli liberatori della Libia. Oggi, ben al di là dei cinguetii di Frattini che affibbiava ai critici italiani l’appellativo di gufi antipatriottici si scoprono finalmente le carte e per noi sono una sfilza di due di picche. Le PMI stanno trasmigrando dal Paese nordafricano perché scalzate dalle omologhe anglo-francesi. Lo denuncia il Presidente della camera di Commercio Italafrica Centrale secondo il quale  Tripoli e Roma non cantano affatto sullo stesso ramo, e questo a tutto danno delle nostre aziende che sono costrette a lasciare le gabbie dorate per far posto ai barbagianni di Parigi, di Londra e financo di Ankara. Insomma, noi non eravamo uccelli del malaugurio quando insinuavamo che saremmo stati coperti da escrementi di piccione e lui non era un falco con la vista lunga quando affermava che c’era mangime per tutti. Anzi, ha venduto l’uccello sulla frasca senza nemmeno averlo avvistato ed ora si ritrova in pentola come una quaglia. Così, a causa di un tordo che si crede un politico, siamo stati tutti spennati e siamo rimasti senza il becco di un quattrino. Complimenti a lui e all’uccello che lo ha messo al mondo istituzionale.

IL CUORE NERO DELL’AMERICA

Si è sempre detto: incazzato nero, nero come l’oscurità, essere d’umore nero, avere l’anima nera. Tuttavia, un tempo i niggers andavano fieri della loro ira decalcata sul colore della pelle che non nascondevano dietro gli orpelli liberali ma preferivano tener ben visibile sulla canna del fucile, contro una società razzista che li costringeva ai margini e li considerava lo stuoino dell’umanità (G. Jackson).  E tanto, nonostante eventi e promesse che avrebbero dovuto garantire loro la parità con l’uomo bianco:  dalla guerra civile, al proclama di Lincoln, dagli acri di terra che non videro ai muli che non ebbero, per approdare alle esplosioni di rabbia e alle rivolte nei ghetti, tentativi di ridistribuire in proprio le merci che il sistema non regalava,  immancabilmente finite in un bagno di sangue. L’unica cosa che non tolleravano era quella di essere accostati alla scalogna e ai gatti neri perché loro erano Pantere che al posto degli artigli avevano pallettoni. Poi è arrivato Obama il creolo ed il colored è diventato una sfumatura progressista che disegna sogni e concretizza incubi.  Nemmeno il paonazzo alcolista con le allucinazioni, il mandriano del Texas a marchiatura Wasp, rozzo, fanatico e antisecolarista, è giunto a tanta crudeltà. E stiamo parlando di un esaltato autoproclamandosi messaggero di Dio e non di un semplice ambasciatore democratico che porta diritti civili e pene come l’attuale inquilino della Casa Bianca. Perché è arrivato il momento mettere tutto nero su bianco. Barack Obama è il volto rassicurante eppur tremendo di quest’America violenta e sanguinaria che impone la sua pax caotica nel mondo con lo scopo di schiacciare chiunque ostacoli la sua forza o non si sottometta alla sua volontà di potenza.  Non si salva nessuno da questa inappellabile sentenza, nemmeno gli stessi cittadini statunitensi. Basta un drone ed il clone di Al Qaeda, o il presunto tale, viene annichilito seduta stante.  E’ successo recentemente all’imam Al Awlaki, nato in New Mexico da padre Yemenita, ma, a tutti gli effetti, figlio della Statua della libertà e dei valori dell’opulenza. Uomo preparato e con un forte seguito tra i musulmani d’oltreatlantico, veniva intervistato dalle maggiori testate giornalistiche nazionali e invitato al Pentagono “per promuovere il dialogo interreligioso”, nonché al Congresso per celebrare la preghiera per i parlamentari fedeli ad Allah. La sua vita cambia dopo l´11 settembre quando egli inizia a perorare la teoria del complotto interno. Non commette nessun reato ma afferma un’opinione diversa in un paese dove islam è diventato sinonimo di eversione. Da quel momento le forze speciali gli rendono impossibile l’esistenza tanto che è costretto ad espatriare. Viene arrestato nello Yemen, dove insegna all’Università, con l’accusa di aver tentato di rapire un militare yankee. In prigione le sue posizioni si radicalizzano. Non entro negli aspetti psicologici delle persone perché li ritengo sempre un rebus ma mi pare ovvio che se bracchi qualcuno, fino a farlo sentire in pericolo, è facile che costui salti il fosso e porti al parossismo le sue posizioni.   Per questo mi pongo e vi pongo una domanda. L’antiterrorismo stelle e strisce nasce per combattere gli avversari della comunità americana oppure è una centrale di provocazione che prima crea i suoi nemici e poi dà loro la caccia per affermare ed estendere i suoi interessi? Secondo me rientriamo nella seconda casistica e non lo dico per antiamericanismo preconcetto e ideologico. Dico questo perché tali episodi e il relativo modus operandi criminale stridono con le belle parole di una società che fa della legge, della Costituzione, della protezione dei diritti umani il proprio baricentro, tanto da pretendere di esportare tutto il pacchetto umanitaristico nel resto del pianeta. La vita di Al Awlaki era protetta proprio da quella Legge Suprema e da quella proceduralità giudiziaria che è sempre sulla lingua dei Presidenti d’oltreoceano e dei loro lacchè occidentali. Il Citizen Al Awlaki, in quanto connazionale di Obama, doveva essere portato davanti ai giudici come ha rivendicato inutilmente il repubblicano Ron Paul, ma gli avvocati di Washington ci hanno messo cinque minuti a trovare la copertura legale per l’ennesimo misfatto perpetrato in nome della civiltà. Sarà pur vero che sia stato Bush ad incominciare questa caccia spietata al sovversivo  ma è Obama, premio Nobel per la pace, che la sta portando alle sue estreme ed incontrollabili conseguenze. Come ha scritto Guido Olimpo sul Corsera: “La catena burocratica creata sotto Bush è continuata anche con Obama. Anzi, la presidenza, in piena sintonia con l’intelligence, ha scelto i droni come l’arma principale nella lotta ad Al Qaeda. Veri mietitori del cielo che hanno incenerito militanti arabi, ceceni, uzbeki, pachistani, somali scovati nei loro inaccessibili rifugi”. Le persecuzioni e le guerre americane hanno oggi i tratti somatici di un nero che parla al cuore della gente e trama alle sue spalle in modo subdolo e banditesco. I suoi discepoli sono anime belle e filantropi progressisti che un tempo divellevano le piazze, si vestivano di fiori e fumavano spinelli ma che oggi fanno i moralizzatori e mandano in fumo le speranze dei popoli recalcitranti alla prepotenza. Lo zio Tom e lo zio Sam si sono messi insieme per fotterci tutti e ci stanno riuscendo. Soprattutto qui da noi che abbiamo Veltroni anziché i droni.

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