LUI RENZI E NOI POVERI CAPPONI

548356_458784514160556_1109402091_n

Quando ho sentito Matteo Renzi gracchiare e ringraziare il cielo, durante la trasmissione Ballarò, per averci dato Monti, perché quest’ultimo ci avrebbe restituito la perduta credibilità internazionale, mi è venuta subito in mente la favola di Fedro, le Rane, al punto in cui però il serpente ha già cominciato a divorare gli abitanti del pantano italiano per conto degli Dei oltreoceanici della finanza mondiale. Renzi, il mister Bean che viene dopo Monster B., è una specie di sadico che si diverte a vedere i suoi connazionali accettati (nel senso di fatti a pezzi) dalla Comunità internazionale, al prezzo di una povertà incipiente e della negazione di qualsiasi speranza nel futuro o di un futuro di speranze. Ed ormai cominciano a costarci care anche queste se non agiamo per concretizzarle. Non credo che agli italiani interessi molto questa fiducia estera se poi coincide con il loro suicidio economico o la cessione di ulteriore sovranità e, di certo, non cambieranno idea perché a sostenere tali amenità è un giovane che porta in giro, come esclusivo vessillo di rinnovamento politico, la sua bella faccia senza rughe la quale, tuttavia, non pare nemmeno il ritratto dell’intelligenza. Non siamo lombrosiani ma non occorre appartenere a questa scuola di pensiero per distinguere tra un genio ed un lombrico. Ovviamente, non è l’età a poter certificare il cambiamento, non l’anagrafe a stabilire la forza delle novità. Sono invece le idee, il coraggio e la capacità di leggere i fenomeni storici che possono rompere il quadro antico di un desolante panorama istituzionale, esauritosi nell’indegnità generale di una classe dirigente corrotta e succube dei dominanti atlantici. Col nuovismo si fanno forse le rottamazioni o le campagne elettorali ma non si rilancia lo sviluppo di una nazione, né si definiscono le strategie geopolitiche di riemersione, in un’epoca in cui principalmente la geopolitica influenza l’indirizzo degli Stati. Sotto questo aspetto dalla bocca di Renzi non è uscito nulla di diverso rispetto alla solita litania proeuropeista e filo-americana, da qui il suo montismo cieco e bieco. C’è chi sostiene che il sindaco di Firenze sia un Berlusconi di sinistra con qualità superiori al Cavaliere perché moralmente più sobrio, specularmente liberista ma meno libertino, ugualmente divertente ma non sconcio e per questo piacente anche agli avversari di partito. Insomma, una copia meglio venuta dell’originale ma pur sempre una copia. Renzi è una specie di Don Matteo passato dalla Ruota della fortuna, un po’ facile predicatore e un po’ concorrente televisivo, ovvero un Berlusconi senza eccessi e senza difetti, quindi un qualunquista con scatti di conformismo. Dal predellino del porco alla predella del parco. Se questa è la strada che porta alla rottamazione quasi quasi è meglio stare sulla vecchia via perché su quella nuova già sappiamo quello che non si prende e non si trova. In ogni caso essere il doppio, benché migliorato, di uno che ha già fallito al massimo porterà ad un duplice disastro con tanti complimenti da parte dei circuiti planetari che lo stanno sostenendo e che ci stanno azzannando. Non rideranno di noi in Europa e nel mondo ma si faranno lo stesso beffe dell’Italietta servetta. La sua riunione con i banchieri è stata l’antipasto di quel che accadrà, o, forse, perfino l’ultima cena del Belpaese che proprio non vuole modificare la sua rotta prima del diluvio universale, il cristorante da Renzi dove la Penisola finisce in croce, come e peggio di prima. Lui Renzi e noi i poveri capponi che cadono nella pentola. Se questo è il nuovo che avanza resteranno per terra solo rottami. Ecco perché lo chiamano il rottamatore, non tanto del suo partito ma dell’intera nazione.

Berluskenstein e i suoi creatori

BERLUSCONI FERITO DA LANCIO OGGETTO E NON DA UN PUGNO

 Ti ho chiesto io, creatore, dal fango

di farmi uomo? Ti ho chiesto io

di trarmi dal buio?

J. Milton, Il Paradiso perduto, X, vv. 743-45 in Frankenstein, o il moderno Prometeo

Nella competizione dei dipartiti ammazzati nelle urne, in primo luogo da chi nelle urne non ci entrerà più nemmeno morto perché disilluso e, poi, dall’unico non partito destinato perciò a non arrivare a niente, c’è tutta la decadenza del sistema politico italiano giunto ad esalare il suo respiro finale. L’ invasione degli ultrà-ortotteri del movimento dei grillini pare sia l’ultima piaga di questa II Repubblica piegata in due dall’apocalisse istituzionale ed economica e, pertanto, condannata ad essere rasa al suolo per volontà di un vendicativo Dio oltreoceanico.  

In ogni caso, un Paese di rami secchi non può che trasformarsi in un habitat particolarmente adatto a diversi tipi insetti. Per ora è successo alla Sicilia che parla all’Italia intera dicendole “de te fabula narratur” ma non manchera’ tanto per dare gli estremi disonori a tutta la nazione.  La cosa non ci dispiace affatto, meglio seppellire subito questo cadavere putrefatto, attraversato da trame e da tarme, tornando a nuova vita che assistere inermi al banchetto dei vermi.

Un po’, insomma, come in quel famoso discorso sul libero scambio di Marx, pronunciato il 9 gennaio 1848 all’Associazione democratica di Bruxelles, il quale non divenne improvvisamente capitalista perdendo la testa e la faccia ma piuttosto si auguro’, per il bene del proletariato, la repentina esplosione di tutte quelle contraddizioni che avrebbero fatto precipitare la situazione.  Quindi facciamo anche noi lo stesso ragionamento al massacro affinché ogni antinomia deflagri, che i crik crok divoratori dello Stato e i cri cri venuti dal basso per finire nella rete si mangino pure tra loro fino all’ultimo brandello di carne. Non resterà più niente di tutto il vecchio mondo e, forse, finalmente si potrà riedificare questo Paese disastrato.

Lo scenario politico, tuttavia, era già stato destrutturato qualche giorno avanti a queste (e)lezioni siciliane, dopo la condanna di Berlusconi da parte dei giudici di rito ambrosiano, i quali gli hanno comminato, oltre ogni aspettativa ragionevole, 4 anni di reclusione per frode fiscale, nonostante la pena richiesta dal Pm fosse meno pesante.

In questo modo è saltato quell’accordo sottobanco tra il Presidente della Repubblica e lo stesso Cavaliere che aveva “patteggiato” con Napolitano il ritorno dietro le quinte, chiedendo in cambio il termine delle persecuzioni giudiziarie nei confronti suoi, dei suoi familiari e delle sue aziende.

La magistratura però non segue più un indirizzo unitario come durante Tangentopoli e non riconosce quale unico interlocutore quella sinistra risparmiata dalla mannaia giustizialistica agli inizi degli anni ’90, all’indomani della sua rapida conversione all’atlantismo spinto che ha spento ogni passato.

Tanto più che il Colle si era precedentemente imbarcato in un braccio di ferro col terzo potere per coprire alcuni politici amici i quali avevano autorizzato incontri ravvicinati di ogni tipo con gli uomini delle cosche, all’epoca della famigerata trattativa Stato-Mafia. Quest’ultima pero’ non fu affatto un negoziato come si sostiene improvvidamente ma una cessione di sovranità e di patrimonio pubblico a forze esterne alla Penisola che si servirono della mafia per alzare il tiro e ridurre il prezzo.

Tuttavia, Berlusconi è arrivato tardi all’appuntamento con la storia che nel frattempo, come spesso capita allorché i grandi eventi passano impropriamente sulla testa di piccoli individui, si è voltata nella solita storiella interna tra arraffatori di briciole pubbliche, avidi di miserie personali e di avanzi istituzionali. Come ha recentemente scritto il Gen. Piero Laporta, il vero banco di prova per B. era stato la guerra in Libia, l’occasione propizia per il leader del Pdl di alzarsi al livello dello statista abbandonando i tacchi dello stilista. Scrive Laporta: “Il momento cruciale per Berlusconi è stato il golpe contro Gheddafi. In quel momento doveva dimostrare la capacità di fronteggiare la crisi giocandosi tutto. Egli avrebbe dovuto porre il veto per l’intervento contro la Libia, sfasciando la Nato, caso mai inviando l’aeronautica a bombardare le truppe speciali francesi e inglesi, penetrate in Libia, piuttosto che concedere le nostre basi per far bombardare l’alleato Gheddafi, abbracciato e baciato in pubblico pochi mesi prima, durante la visita kermesse del libico a Roma. Il solo fatto che Berlusconi presumesse di mettere al sicuro Gheddafi dalla tempesta in arrivo con un carosello di carabinieri in suo onore, la dice lunga sull’incapacità sua e del suo entourage di imbecilli di valutare presente, passato e futuro d’una situazione internazionale dura e sfociante verso una guerra mondiale”. Il suo futuro ora è senza futuro per mancanza di coraggio, assenza di visione strategica ed abbondanza di amor proprio, peraltro, molto male tutelato. Adesso che non gode più di alcun credito presso il suo elettorato, abbandonato egoisticamente sotto un loden per pararsi il culo, si ritrova col culo scoperto, ovvero fuori dal bastione governativo da dove avrebbe potuto organizzare il suo estremo piano di resistenza e di sopravvivenza.

B. è dunque politicamente morto e con lui tutto il sistema partitocratico italiano perché come nel romanzo di Mary Shelley la sorte del mostro precederà quella dei suoi creatori che lo hanno evocato per continuare ad esistere. Quando i grilli friniscono i tempi finiscono.

Chi mi ha creato è morto. Quando non ci sarò più, perfino il ricordo di noi due svanirà”. Frankenstein, o il moderno Prometeo.

TRONTI E TONTI

TRO

Non siamo Tronti, ma nemmeno tonti. Se l’intellettuale, cioè colui che si definisce tale, crede di trattarci da cicisbei, per punizione gli daremo dell’intellettuale al quadrato, affinché gli sia chiaro che è lui a non capire un tubo, benché si arrischi a farci la lezioncina meritandosi una bella lezione.

Tronti va trotterellando da una categoria rivoluzionaria all’altra, da un soggetto intermodale della trasformazione sociale all’altro, così a cazzo di cane, sin da quando era convinto che le lotte operaie fossero il fattore decisivo per le innovazioni di processo. Manco per niente, perché è la competizione tra proprietari/dispositori dei mezzi di produzione ciò che spinge costantemente la divisione tecnica del lavoro, con conseguente moltiplicazione di ruoli e funzioni nel processo produttivo. Per Tronti all’inizio erano gli Operai contro il Capitale (Operai e Capitale, 1966. Una curiosità, il libro è stato inserito nel Dizionario delle opere della Letteratura Italiana Einaudi, a testimonianza del fatto che lo scritto in questione era più un romanzo più che un saggio) ora invece è il turno dei benzinai emiliani. Dalle bettole a Bettola. In un bel libro degli anni ’60, Scienza e realismo, Ludovico Geymonat spiega come la scienza sia nata dalla critica del mito e della magia. Una teoria scientifica che non prende atto dei suoi errori categoriali e previsionali è destinata a rientrare nell’universo dei dogmi e della mitologia. Ergo, Tronti è uno stregone o peggio ancora un prete che ci fa la predica da un pulpito spianato. E come tutti i prevosti che hanno una doppia morale costui non può che cadere in contraddizione. Sentite qua: “Politica non è camminare su e giù per un palco con un microfono in mano: Non è attraversare a nuoto lo stretto di Messina. Non è uscire vincente da un faccia a faccia per virtù demagogiche. Da che parte stai, e perché e come. E se non vieni da lontano, non andrai molto lontano. Questo ci hanno insegnato i nostri padri. E certo, anche «la golpe e il lione», ma non verso i tuoi, contro i tuoi avversari. Prima di iscriversi direttamente alla Presidenza del Consiglio, ce n’è strada da fare.” Ma poco prima aveva sentenziato: “Bersani davanti alla pompa di benzina ha offeso la sensibilità̀ degli opinionisti del Corriere. Ma come: ancora dalla parte dei benzinai, invece che da quella dei petrolieri? Ma allora siete sempre voi, sempre quelli, proprio inguaribili, dalla parte di chi lavora con le mani. Per fortuna, è arrivato chi vi rottama. Non so se si è capito, ma questa è l’aria che si respira… Ci vuole un atto simbolico che spezzi la spirale perversa. Bersani al primo turno. Non va concessa al rottamatore la tribuna del ballottaggio.” Ah è così, il microfono in mano no ma la pompa sì? La nuotata in mare no e ed il bagno di finta umiltà nel carburante si? Non c’è da fare tante differenze tra i due fenomeni, in entrambi i casi si ha a che fare con un distributore…di puttanate.

Esimio Professor Tronti, per risanare la sinistra non servono le primarie, ci vuole piuttosto un primario, ma di quelli bravi. Con siffatte premesse quel “balzo di tigre nel futuro” da lei auspicato prova soltanto che il paziente ha gravi problemi di sdoppiamento della personalità. Le gabbie di matti sono piene di gente che pensa di essere Napoleone. A questa aggiungeremo ora anche le persone che si credono un gattone, come certificato dall’intellettuale di cartone.

 

*********

Alla sinistra serve un balzo di tigre
di Mario Tronti

NON BASTA CHE VINCA BERSANI. È NECESSARIO CHE BERSANI VINCA AL PRIMO TURNO. Questo è l’impegno che, nel campo del centro-sinistra, dovrebbero prendere le persone dotate di buon senso politico. Ed è la conseguenza da trarre, visto il tono, e il senso, che ha preso il dibattito delle primarie nelle ultime settimane. Si è disvelato un progetto, si è presentata l’alternativa, vera: la rottamazione è l’azzeramento finale di una storia. Attenzione, non la storia della sinistra, ma la storia delle componenti popolari che hanno fatto civile, e moderno, e avanzato, il Paese.
Si vuole portare a termine il lavoro sporco che il ventennio berlusconiano, con i suoi fallimenti, non è riuscito a compiere. Nell’esperimento Pd, non con tutta la chiarezza che sarebbe stata necessaria, quelle componenti, quelle culture, quegli insediamenti sociali, non sono semplicemente sopravvissuti, sono cresciuti, fino a proporsi come possibile, probabile, soluzione di governo, dentro la crisi, e oltre la crisi.
Questo ha gettato nel panico l’establishment, bisogna dire meno quello direttamente economico, di solito più sobrio e attento, piuttosto quello politico-mediatico, più superficiale e volgarotto, specchio però sempre di interessi ben definiti. Per questi, di bocca buona, tutto va bene, se serve allo scopo: ben venga la corruzione di alcuni per dire male di tutti, ben vengano i privilegi di casta per demonizzare la professione politica, ben vengano le pulsioni populiste per indebolire le istituzioni, e soprattutto ben vengano i rottamatori se servono per liberarsi dei competitori. Missione quasi compiuta, esultano in questi giorni.
Si è sbagliato a non reagire in tempo, a lasciar passare questo gioco al massacro, senza alzare la voce, per avvertire che, alimentando quest’aria cupa di vendetta contro quella storia, si recava un danno incalcolabile allo sviluppo della coscienza civile del Paese, si mettevano in crisi, non le stanze del Palazzo, ma la democrazia dei partirti. Badate, quella storia viene aggredita non per le battaglie che ha perso, ma per quelle che ha vinto, conquistando per i lavoratori salari decenti, sicurezze sociali, diritti intoccabili. È questo che si vuole rottamare, in continuità tra governi di centro-destra e governi di centro-tecnica.
Bersani davanti alla pompa di benzina ha offeso la sensibilità degli opinionisti del Corriere. Ma come: ancora dalla parte dei benzinai, invece che da quella dei petrolieri? Ma allora siete sempre voi, sempre quelli, proprio inguaribili, dalla parte di chi lavora con le mani. Per fortuna, è arrivato chi vi rottama. Non so se si è capito, ma questa è l’aria che si respira. La parola brutta rottamazione non è sufficiente sostituirla con la parola bella rinnovamento. Questi non vogliono rinnovare un bel niente. Trent’anni di liberismo selvaggio, in cui si sono presi tutte le soddisfazioni possibili contro il mondo del lavoro e si è permesso il loro laissez faire non gli bastano. Ancora, ancora, dicono come i bambini quando gli fai lo scherzetto. Non contenti di comandare su tutto, vogliono comandare in casa nostra: togliete quello, mettete quest’altro. È questo che sta accadendo. Un partito ha il dovere, collegiale, di difendere il suo gruppo dirigente, sotto attacco, altrimenti si espone a tutte le scorribamde possibili. Il ricambio lo decidono i militanti, i quadri, gli iscritti, non i giornali o le televisioni, non si decide sui blog e con i twitter.
Non siamo di fronte al vecchio nuovismo. Stavolta è diverso. I novatori anni Novanta stavano legittimamente all’interno del nostro campo. Quelli di oggi parlano da fuori. Concediamo la buona fede. Forse per scarsa accortezza politica, forse per eccessiva autostima, o forse per quella spregiudicata intraprendenza che hanno imparato dai codici delle leggi di mercato, non si accorgono di star recitando una parte loro assegnata. Danno la loro voce al coro di questa tragedia moderna contemporanea, che ripete ogni giorno: fine della politica, fine della storia, fine dei grandi soggetti collettivi, che con la politica volevano cambiare il corso della storia. Non è la proposta di un rinnovamento, è la miseria di una reazione rancorosa, ripeto, vendicativa. Va resa chiara la posta in gioco al nostro popolo, organizzando una controffensiva.
Attraversando la piazza della Cgil di S. Giovanni, sabato scorso, mi dicevo: certo, per vincere si deve allargare il campo ai vicini, agli amici, agli alleati, non si è così ingenui da pensare di farcela da soli, ma se non si parte da qui, da queste persone, da queste storie, da queste vite, non si è niente, niente. Si vada a chiedere consiglio a queste vittime viventi del lavoro, invece che ai maghi rampanti della finanza.
Si imparerebbe che cos’è politica. Politica non è camminare su e giù per un palco con un microfono in mano: Non è attraversare a nuoto lo stretto di Messina. Non è uscire vincente da un faccia a faccia per virtù demagogiche. Da che parte stai, e perché e come. E se non vieni da lontano, non andrai molto lontano. Questo ci hanno insegnato i nostri padri. E certo, anche «la golpe e il lione», ma non verso i tuoi, contro i tuoi avversari. Prima di iscriversi direttamente alla Presidenza del Consiglio, ce n’è strada da fare.
Allora. Ci vuole un atto simbolico che spezzi la spirale perversa. Bersani al primo turno. Non va concessa al rottamatore la tribuna del ballottaggio. Anche se battuto, marcherebbe, per il dopo, una presenza che il suo messaggio non merita. Occorre concentrare tutto il consenso disponibile, da subito. Poi, c’è un percorso ulteriore da impiantare. Ma questo passaggio assumerebbe il significato di un atto fondativo. È importante il governo, ma altrettanto importante, e per lo stesso governo, è che emerga e cresca una grande forza di popolo, che prenda in mano le sorti di questo devastato Paese, con dignità e responsabilità, per portarlo nell’Europa di domani, non più quella dei mercati, ma quella del lavoro. Capita, è capitato, che una forza che si vuole distruggere, si rinnova veramente e fa il balzo di tigre nel futuro.

I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA CIMITERIALE

Monti-napolitano-governo

La vecchiaia dovrebbe essere l’età della saggezza ma anche della irriverenza, quella in cui si può dire tutto su chiunque perché non si ha più timore di nulla e di nessuno (in stile Cossiga, magari premunendosi, laddove possibile, con un patrimonio di segreti e di retroscena da utilizzare all’abbisogna), perché in fondo si è vissuto abbastanza per comprendere che l’esistenza è troppo breve per non essere presa di petto, con la giusta dose d’insolenza e decisionismo, poiché i giorni sono contati (come nel film di Elio Petri), i compromessi con la morte durano solo una partita a scacchi (come ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman), le etichette diventano inesorabilmente epitaffi, gli infingimenti sfioriscono nella bara dove non si bara e non ci sono più apparenze da salvare ma apparizioni da raggiungere nell’altro regno (per chi ci crede).

Pensiamo che, venendo meno o attutendosi l’istinto di sopravvivenza, sociale oltre che fisica, si dovrebbe mostrare il proprio disprezzo per la lentezza altrui, per i temporeggiamenti inaccettabili di chi ha ancora molto da vivere ma spreca il suo tempo oppure lo deprezza sul mercato oscillante delle esitazioni o delle scelte vili.

Si dice che siano i giovani a dover aver fretta, in realtà dovrebbero averla gli anziani la foia di lasciare una traccia positiva e propositiva prima di dipartire per sempre, soprattutto quando ricoprono posti di comando. Peraltro, essendo la riconoscenza degli uomini piuttosto corta, il gran gesto sul limitar della fossa esalta il passato e scolpisce meglio nel ricordo fatti e comportamenti da tramandare a futura memoria.

Almeno, io così vorrei vivere l’ultimo scorcio della mia presenza su questa terra prima di andare sottoterra, accompagnando i giovani nelle grandi scelte, assumendomi la maggior parte delle responsabilità senza pretendere eccessivi meriti e facendo da scudo alle nuove generazioni agli imprevisti delle circostanze in cui si agisce e ci si agita essendo agiti. Se si ricoprono alti ruoli politici questo diventa un dovere etico oltre che un piacere personale, perché finalmente si ha la possibilità di rischiare tutto senza rischiare un granché, giacché il calendario non perdona e non fa differenze di rango.

Insomma, non sarei né Giorgio Napolitano (87), né Mario Monti (65), vegliardi al vertice di una gerontocrazia in putrefazione, al pari del corpo sfatto di questa II Repubblica, nata morta ed affollata di cadaveri che si credono immortali ad un passo dalla tomba, antenati di sé stessi venuti al mondo decrepiti scalpitando per il potere e per il loro podere partitocratico.

Eppure, questi uomini attaccati alla vita dal suo lato più bieco e vergognoso vengono considerati dai circuiti mediatici ufficiali i salvatori della Patria, i padri nobili di un Paese in smobilitazione da almeno un ventennio. Napolitano e Monti giocano a fare ognuno il bastone delle vecchiaia dell’altro perché nessuno ha ancora la forza di bastonarli a dovere e nel, frattempo, stangano gli italiani con riforme inutili e soprattasse ingiuste che traslano la ricchezza da chi non ha nulla a chi ha sempre di più.

Il primo è stato tutto fuorché un temerario, sempre dalla parte della ragione, ha ancora il torto di svendere la nazione per la propria ambizione, a quasi novant’anni. Più che un esempio uno scempio. Fascista in gioventù, comunista nella maturità, democratico nella senescenza, è il re della commedia politica all’italiana, uno insomma che per stare a galla ha affondato qualsiasi coerenza in un mare di svolte e giravolte a proprio esclusivo beneficio. Mario Monti è un suo prodotto, confezionato nei salotti internazionali, collaudato ed approvato a Washington e spedito a Roma per mettere gli italiani nel sacco. I due, come il gatto e la volpe, ci stanno derubando dei nostri denari promettendoci che ci sarà una futura crescita nel lungo periodo, quando cioè saremo tutti morti di fame.

Il re ed il professore, la strana coppia di questa fase di decomposizione, molto meno divertente di quella Matthau-Lemmon, non si accontenta di tutti i danni che ha già causato ed annuncia l’ulteriore cessione di sovranità perché governare gli italiani è ancora un fatto inutile, quindi meglio che se ne occupino in più alto loculo.

Questo succede a mettersi nelle mani dei becchini che di sicuro avranno le loro solenni esequie di Stato ma soltanto dopo aver fatto il funerale allo Stato.

Ps. Avrete appreso dai giornali che la Rosneft, con l’appoggio del governo russo e di quello britannico, si è comprata la Tnk-Bp, divenendo la più grande compagnia petrolifera mondiale privata, superando persino la statunitense Exxon. Quando l’Italia faceva affari col Cremlino e le imprese russe il mondo ci accusava di metterci dalla parte dei divoratori di diritti civili e di distruggere il progetto europeo di indipendenza energetica che passava dalla differenziazione delle fonti e dei fornitori. Ora che sono gli inglesi ad essersi venduti la pelle all’Orso nessuno ha nulla in contrario. L’Europa fa la voce grossa esclusivamente quando si tratta di dare un calcio allo Stivale mentre abbassa le orecchie di fronte alla perfida Albione che sta con un piede in Europa e con la stella altrove, sulla bandiera di un’altra Unione. Giorgio Napolitano quando chiede di accelerare la devoluzione dei poteri nazionali all’Europa non ci chiede un sacrificio per il bene del continente ma un suicidio per il male della nazione. Monti ovviamente è il suo concorde vicino di salma. Diventeranno i primi Presidenti di una Repubblica cimiteriale.

ROTTA(MATO) VERSO GALLIPOLI

dalema

Massimo D’Alema, alias lider Massimo, alias Spezzaferro, alias Conte Max, alias Baffino, alias Bombardino, è il capo più sopravvalutato della sinistra italiana, sin dai tempi in cui la sinistra italiana era già americana, cioè, più o meno, da quando lui è entrato in politica, insieme a Walter Nando Veltriconi, un altro figlio d’arte (settore giornalistico), che è nato americano in un ospedale romano. Ma con loro il cambio d’identità e discendenza, da mamma Roma allo Zio Sam, sarà definitivo. Di padre comunista e deputato, D’Alema ha ricevuto in eredità la carriera parlamentare e, forse, anche per un attaccamento sentimentale al lascito genitoriale ha preso molto male la rottamazione di Renzi, la porti un bacione ai Finanzieri dei biechi poteri.  Massimo non ha mai concluso nulla di buono nell’esistenza e i suoi unici successi sono stati più che altro personali, intrighi tra compagni, complotti di cordata, accoltellamenti tra consanguinei per la guida del partito e per qualche posticino nelle istituzioni. Di danni combinati da costui, invece, non se ne contano più, sia per la vita politica del Paese che per il portafoglio dei cittadini. Il suo nome doveva entrare nella storia per la vicenda della bicamerale, tentativo di riforma costituzionale, ma, come tutte le sue cose, anche questa finì male e ce lo ricordiamo soltanto per un plurilocale a 600 euro al mese in pieno centro nella Capitale. Costretto a sloggiare controvoglia si rifarà dal trasloco qualche anno dopo divenendo inquilino di Palazzo Chigi, grazie ad una manovra di palazzo orchestrata da Francesco Cossiga e dagli statunitensi che avevano deciso di sfrattare Milosevic da Belgrado. Il prezzo di tutta la faccenda fu salato ma a pagare, more solito, non fu lui ma 3500 serbi uccisi dai raid della Nato. Con il consueto colpo di genio Max, dopo aver rotto la testa agli uomini della regione balcanica provò a portare loro i cerotti con la famigerata missione arcobaleno. L’iniziativa fu l’ennesimo disastro ed un altro esempio di come non si fanno le cose o, meglio, di come si fanno le cose in Italia tra sprechi, ruberie e truffe varie. D’Alema venne pure ascoltato quale testimone dall’allora giudice di Bari Michele Emiliano che voleva vederci più chiaro. Fu oscuramento totale. Come si dice in questi casi se non puoi batterli fatteli amici ed Emiliano da pubblico ministero si ritrovò in mano un ministero da sindaco del capoluogo pugliese, sospinto proprio da D’Alema. Nel frattempo arrivò anche la ciliegina sulla torta che tolse ogni dubbio sull’avventura oscena di D’Alema premier. L’OCSE, in un dettagliato rapporto, smentì la menzogna integrale in base alla quale Baffino aveva autorizzato i bombardamenti e l’uso delle basi italiane per bersagliare la Serbia, ovvero lì non era in corso alcuna pulizia etnica che potesse giustificare qualsivoglia intervento umanitario. L’operazione però era già riuscita e l’impaziente comunista aveva avuto i suoi giorni di gloria, per la patria (americana) e per la panza (sua).

In Puglia, dove si dice che D’Alema abbia il suo feudo sicuro la situazione non è tutta felce e mirtilli, si trova ormai assediato dagli eserciti del Signore degli anelli al pollice, e poi non è assolutamente vero che laggiù (o quaggiù visto che scrivo da qui) tutti lo amano ancora. I miei corregionali non riescono a dimenticare la brutta vicenda della Banca 121. Ad della banca salentina era Vincenzo de Bustis, protetto di D’Alema, infatti non era difficile trovare il banchiere ai comizi e alle iniziative nella zona tenuti dall’esponente democratico, per questo costui era soprannominato il maximo banchiere, cioè il banchiere di Massimo. Ebbene, il delfino dalemiano mandò sul lastrico centinaia di famiglie le quali videro evaporare i loro soldi dopo aver acquistato prodotti finanziari spazzatura dai nomi molto simili ai titoli di Stato affinché l’inganno fosse perfezionato. A salvare il salvabile ci pensò il tempio della finanza rossa, il Monte dei Paschi di Siena, che garantì anche un salvacondotto, si dice su pressione dello stesso D’Alema, a De Bustis il quale da presunto ladro si ritrovò prima DG di MPS e poi amministratore delegato di Deutsche Bank. Dell’incombenza si occupò la procura di Trani, quella che oggi manda strali contro le agenzie di rating, ma non se ne cavò un ragno dal buco. Probabilmente, all’epoca la lotta dura contro la fregatura finanziaria non era in voga e vogare contro la corrente dalemiana non era conveniente per la carriera.

Infine, arriviamo ai nostri giorni e alla motivazione che ci ha spinto a scrivere questo pezzo poco agiografico di Massimo D’Alema. Ora che il trapiantato gallipolino rischia di finire i suoi giorni al mare, rotta(mato) verso il pensionamento, viene fuori che lui questo PD proprio non lo voleva fare. Ecco il video del 1999 (https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=CZ_88LC169o) dove il nostro scherza su quell’accozzaglia di elementi eterogenei con i quali si sarebbe confezionato un P(rodotto) D(emocratico) apparentemente perfetto ma politicamente ridicolo. Lo confesso, ciò mi ha reso più simpatico D’Alema e sapete perché? Massimo proprio non riesce a fare a meno di provocare cazzate anche quando ne prevede gli esiti infausti. L’uomo è fatto così, non lo possiamo scagionare né perdonare ma, forse, non tutto quel che ha causato lo ha fatto di proposito.

LA DEMOCRAC.I.A.

Bavaglio

Ha ragione Giuliano Ferrara che ridicolizza i sognatori ad occhi aperti e mente chiusa della democrazia, ultimo stadio dell’imbecillismo epocale e del cretinismo sociale, voce muta in bocca a chi non sa cos’altro dire, invocazione al cielo di sinistri moralisti senza etica, con i valori nella fondina e i principi in canna, che spingono nell’inferno del servilismo la nazione, cimitero di spiriti politici con l’encefalogramma piatto ed il programma-necrologio pronto, sepolcro parlamentare di zombies che si cannibalizzano per la spartizione di un Paese finito nella tomba. Questo, innanzitutto, nel particolare nostrano. A livello generale, invece, la democrazia è un florilegio di belle e consolanti parole d’occasione, proprio come si usa nei funerali che però i democratici fanno soprattutto agli altri, a quelli non democratici.

I nostri massimalisti della pulizia pubblica,  spazzini nella I Repubblica e delinquenti nella Seconda, riformatori regressivi e anime pie che fanno pio pio ai cacciatori internazionali di imprese statali, volevano le mani pulite, avendo la coscienza sporca, ma si sono ritrovati con le gambe segate a camminare a testa in giù. Con il sedere al posto del volto ci hanno fatto le prediche sul bon ton e sui vizi privati dei personaggi pubblici, mentre cercavano di convincerci che i vizi pubblici di uomini e donne deprivati d’identità e d’ideali, perennemente attaccati alla mammella dello Stato, di cui hanno prosciugato tutto il liquido vitale, erano un peccato più veniale. Di loro non si doveva dubitare, erano dalla nostra parte, indefessamente contro Berlusconi e a favore di tutti i pover’uomini. E’ proprio vero, il mondo è pieno di facce di culo che parlano di prrrrrrrrrrrrrrrroletariato, ed ora lo abbiamo pienamente riscontrato!

E’ già durata troppo a lungo questa situazione d’incancrenimento sociale, politico ed economico ed ormai siamo al punto in cui delle due l’una: o si precipita nel baratro oppure ci si sbarazza di questi cadaveri che ci trascineranno tutti nella bara.

I consumatori incalliti di democrazia sono riusciti a sperperare tutto il patrimonio pubblico, a vendersi l’argenteria di Stato e a mettere le mani pure sul risparmio privato, poi la comunità internazionale e quella europea hanno imposto una terapia shock per spezzare le ultime resistenze della Penisola all’overdose di svendite, invocando l’intervento degli assistenti asociali della tecnocrazia, uomini che non fanno uso di stupefacenti essendo loro stessi stupefacenti, per sobrietà, serietà e diligenza liquidatoria.  La Tecnocrazia è l’altra faccia della democrazia, quella che sostituisce il voto col vuoto, ovvero se da quest’ultima elimini la pantomima elettorale quel che viene fuori è un manichino della Triletarale e di tutti gli altri poteri forti mondiali.

Quindi è giusto quel che dice Ferrara: “La democrazia di massa è spettacolo, avanspettacolo, non riflessione; è agitazione di simboli e vitalismi come la favolosa (efficace) nuotata del sessantacinquenne venuto a stupire e a manipolare la Sicilia, l’amico di Casaleggio, il Pataca, il Grillo, piuttosto che elaborazione di idee, progettazione architettonica del futuro politico, convito energizzante dell’eros civile, mito poietico, macché, tutte balle…”, e siamo pienamente d’accordo a buttarla pure nel cesso questa sceneggiata chiamata democrazia ma se costui pensa di sostituire l’inganno della democrazia con l’incatenamento della democrac.i.a. può star sicuro che lui non sarà tra quelli che tireranno finalmente la catena per far scivolare via l’abbondante merda di questa fase storica. La democrazia puzza ma la democrac.i.a. olezza e appesta.

PUTREFAZIONE FINANZIARIA O SPAPPOLAMENTO DEI CERVELLI?

karl-marx-hip

Sentiamo spesso dire da venditori di bibbie sociali un tanto al chilo, grandi conferenzieri del piffero, che le divinazioni di Marx sulla fine del capitalismo, giunto ad uno stadio di irreversibile putrefazione finanziaria, si starebbero avverando.

Il povero Carlo viene tirato per la barbetta dai suoi seguaci e dai suoi nemici camuffati da amici, per basse ragioni di bottega o di nascondimento della realtà che, però, fanno alzare il loro reddito individuale e corporativo, a danno di quei dominati sempre accarezzati ma mai veramente rappresentati e tutelati.

I primi non hanno mai capito quello che Marx ha detto ed i secondi, invece, hanno capito benissimo che non c’è miglior seppellitore di una scienza, che fu realmente innovativa e destabilizzante, di chi tramuta, come un re Mida alla rovescia, un prezioso materiale teorico in un ammasso di merda teologica e dogmatica.

Innanzitutto, non essendo Marx, al contrario di questi imbonitori, un santone ma uno scienziato sociale, non faceva profezie e non dava ricette per le osterie del futuro. Egli, partendo dallo studio delle intrinseche dinamiche capitalistiche, aveva ipotizzato che tale modo di produzione (e di riproduzione sociale, perché il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale), con la crescente centralizzazione dei capitali (risultato dell’applicazione del principio della razionalità strumentale al processo economico-produttivo) avrebbe finito coll’espungere i proprietari degli strumenti o mezzi di lavoro dalla fabbrica, dove il lavoratore cooperativo-collettivo (alleanza di braccio e mente, il cosiddetto General Intellect) sarebbe divenuto il soggetto indipendente della produzione che non avrebbe avuto bisogno di ricevere ordini dall’alto per pianificare ed eseguire le proprie operazioni.

I capitalisti, insomma, ormai avulsi dalla fabbrica si sarebbero trasformati in rentier disinteressati delle beghe produttive e si sarebbero dedicati esclusivamente alle speculazioni finanziarie, attraverso il prelevamento del plusvalore con la forza dei loro diritti azionari e l’utilizzo, o minaccia di utilizzo, della violenza dello Stato, ancora pienamente nelle loro mani.

Tuttavia, la mutazione che qui s’intravede a livello di mansioni esecutive e direttive nel processo produttivo (che per Marx è la base materiale della società) è fondamentale per rovesciare la vecchia formazione sociale, poiché le forze produttive, giunte a questo stadio del loro sviluppo, sono pienamente consapevoli del proprio ruolo, si sono ricomposte nella testa e nella mano, dopo essere state spossessate dei saperi e delle abilità prima riunite, essendo il rapporto a dominanza del sistema capitalistico non più coperto sotto una coltre di infingimenti automatici, ideologici, sociali ed economici ma esercitato col suo vero volto brutale.

Ciò avrebbe reso ancor più odioso il peso di rapporti di produzione e di proprietà limitanti le loro potenzialità, fino alla chiara percezione di essere sottoposti ad una vera e propria rapina da parte di classi dominanti parassitarie e asserragliate nei bastioni istituzionali da dove cercavano ancora di gestire gli apparati coercitivi dello Stato, indispensabili per soggiogare le masse cooperanti e quasi sciolte dai vincoli di un modo di produzione in rottura.

Dirà precisamente il pensatore tedesco che quando ad un  determinato  stadio  dello  sviluppo storico-sociale i  mezzi  di  produzione  e  di  scambio, cioè i rapporti entro cui la società produce e scambia, non rappresentano più lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive e ostacolano la produzione, il modo di produzione corrispondente non può che essere spezzato.

L’economista veneto Gianfranco La Grassa spiega sicuramente meglio di me questo passaggio che troverete in un ebook di prossima edizione (e chiedo venia all’autore se mi permetto di anticipare qualcosa che è di rara chiarezza): “…La prima conseguenza di queste trasformazioni era (sempre per Marx) l’impedimento posto da una proprietà siffatta al pieno sviluppo delle potenzialità contenute nella riunione di direzione ed esecuzione (potenze mentali e manuali) nel lavoratore collettivo. La dinamica capitalistica aveva mostrato – a causa della “concorrenza” per battere gli avversari, quindi non certo per consapevolezza dei capitalisti/proprietari – la forza della razionalità del minimax (e del coordinamento e cooperazione tra più operazioni lavorative) proprio nel suo campo specifico d’applicazione: l’unità produttiva (la fabbrica). Diveniva però anche evidente quanto sarebbe stata ancora più produttiva se si fosse estesa al coordinamento e cooperazione di un numero sempre maggiore di unità produttive. La dinamica del capitale, per sua intrinseca “natura”, indicava la via che dalla centralizzazione dei capitali – ormai divenuta centralizzazione finanziaria dopo la separazione della proprietà del capitalista dalla sua funzione direttiva nella produzione – avrebbe condotto all’effettiva centralizzazione riferita al coordinamento delle varie unità produttive. Da qui nasceva l’idea che fosse possibile la pianificazione generale centralizzata della produzione; non per semplice imposizione d’imperio, seguendo invece l’andamento dello sviluppo delle forze produttive, socializzate inconsapevolmente dalla stessa dinamica dei rapporti capitalistici. Tuttavia, a tale sbocco “naturale” (naturalmente sociale) faceva da ostacolo e limite la proprietà ormai dedita a manovre finanziarie. In definitiva, questa possibilità (e potenzialità) si sarebbe scontrata con la resistenza dei proprietari, ormai azionisti e dediti alle operazioni di Borsa, ecc., ai quali conveniva perciò non spingere la centralizzazione oltre certi limiti che, annullando progressivamente l’intermediazione mercantile, avrebbe fatto venir meno anche la necessità del denaro”….” Quest’ultimo – nella formazione capitalistica caratterizzata dal generale scambio di merci; e già sappiamo nell’ambito di quale rapporto sociale (che è il capitale) si generalizza lo scambio mercantile – allarga necessariamente le sue funzioni: da semplice intermediario alla misura del valore e alla sua accumulazione, facendo confondere il suo possessore, convinto che esso possa accrescersi a partire da se stesso, salvo poi patire il tracollo delle crisi. Se fosse finita la funzione del denaro (ridotto al ben noto buono certificante il lavoro prestato come Marx pensava sarebbe accaduto nella fase socialista), sarebbe stato messo in scacco il diritto di proprietà sulle unità produttive, il controllo tramite pacchetti azionari di queste ultime, la nomina dei consigli di amministrazione indispensabili a mantenere in piedi la distribuzione in dividendi azionari del profitto (plusvalore/pluslavoro estratto al lavoratore collettivo di fabbrica); distribuzione che spesso non viene effettuata (a decisione però dei consigli nominati dai proprietari d’azioni), ma che non deve essere eliminata quale diritto ad effettuarla, altrimenti non esistono più titoli dotati di valore, quindi immediatamente scambiabili in denaro, base indispensabile per la partecipazione a tutte le manovre di Borsa, ecc. ecc.

La semplice centralizzazione dei capitali, quindi, sarebbe entrata in conflitto con quella delle unità produttive, promossa dai vari gruppi del lavoratore collettivo cooperativo. La prima avrebbe dovuto (e voluto) conservare lo scambio di merci e la funzione del denaro per compiere tutte le varie operazioni di Borsa e finanziarie; si sarebbe quindi opposta tenacemente alla centralizzazione produttiva oltre dati limiti. Ma è quest’ultima che, allargando progressivamente l’ambito del coordinamento cooperativo e dunque l’applicazione sempre più consapevole della razionalità del minimax, sarebbe in grado di consentire quell’incremento esponenziale delle forze produttive in grado di realizzare l’obiettivo del comunismo: “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Ecco il perché della predizione marxiana e marxista (e anche leninista) secondo cui il rapporto di capitale avrebbe infine bloccato lo sviluppo delle forze produttive, facilitando la presa di coscienza dei lavoratori in merito alla rivoluzione. Arrivati alla fase della centralizzazione capitalistica, cioè della separazione di proprietà e direzione con le varie conseguenze che già conosciamo – fra cui la creazione della proprietà azionaria e l’estrazione del plusvalore mediante le nuove forme di controllo sull’unità produttiva (la fabbrica, sede del lavoratore collettivo), che poi conducono alle manovre sui pacchetti azionari, ai giochi finanziari, ecc. – sarebbe stata bloccata l’ulteriore socializzazione delle forze produttive. Quest’ultima, quindi, avrebbe oggettivamente richiesto la rimozione di tale ostacolo al coordinamento delle unità produttive e al conseguente superamento del mercato, comportante necessariamente il denaro con tutti gli effetti cui dà origine”.

Sviscerate così le cose si intende alla perfezione quanto siano dei perfetti idioti o dei perfetti furfanti tutti quelli che, nel tentativo di supportare i loro vaneggiamenti sulla presunta attuale fase di putrefazione finanziaria del sistema, tirano in ballo Marx per il quale, piuttosto, il processo di decadenza finanziaria del capitalismo sarebbe coinciso con la formazione del lavoratore collettivo cooperativo associato, dall’ingegnere all’ultimo giornaliero, nel processo produttivo. Poiché di questo soggetto, prossimo alla presa del potere, non c’è traccia e mai ci sarà, se di declino sistemico si tratta in questa fase, ma ne dubito fortemente, quello che loro affermano con saccente sicumera non ha proprio nulla a che vedere con quanto aveva previsto il Moro nel suo apparato teorico. A noi proprio non va giù che cacciatori di voti provenienti dalle schiere dei dominanti, carpitori di buona fede generale per posticini in parlamento o nelle istituzioni, presenzialisti dei talk show televisivi e sognatori ad occhi aperti di trasformazioni irrealizzabili abusino di Marx e della nostra pazienza. Consideriamo, inoltre, degli assoluti obnubilatori, non dico della verità, ma almeno delle possibilità di cogliere meglio gli aspetti fondamentali dell’epoca presente, quegli accalorati traghettatori dei cervelli altrui nel mare di teorie economicistiche che sono storicamente e socialmente mute, per quanto impegnate a destrutturare le vulgate finanziarie ufficiali. Tuttavia, non saranno né le intemerate contro le banche dei grilli sparlanti e coadiuvanti col caos, né le alternative miracolistico-monetarie di “San Barnardino” da Report, e tanto meno i tardivi tremori di Tremonti per il mercatismo predone a salvarci dalla disfatta. O questo Paese sarà in grado di esprimere una nuova élite dirigente con una visione politica e geopolitica indipendente, sapendosi adeguatamente ricollocare sulla scacchiera planetaria in movimento, o finiremo nel baratro con tutti i nostri finti martiri e oracoli dell’ultima ora.

HOMINES DURI

banche-italiane-sotto-esame-258

“Fummo in concordia che il detto messer Piero non fosse più chompagno di questa chompagnia né avesse parte in chompagnia da dì 31 d’ottobre anno 1340 inanzi e chosì ne demo una scritta a chonsoli dell’Arte di Chalimala”. Basterebbe modificare soggetti, oggetto e data della missiva per ritrovarci catapultati ai tempi nostri con banchieri e politici che truffano ed imbrogliano ad insaputa dei loro istituti e partiti, i quali sono pronti a prendere le distanze dai propri appartenenti ed iscritti non appena quest’ultimi sono colti con le mani nella marmellata.

Accadde agli albori di Tangentopoli, con Mario Chiesa che Craxi, per tenere fuori il PSI dal singolo episodio rivelante evidenti colpe collettive, additò al pubblico ludibrio stigmatizzando il suo compagno quale “isolato mariuolo”, prima che la “giustizia” cacciatrice di capri espiatori colpisse lui, la maggior parte dei socialisti, dei democristiani e di tutta la classe dirigente italiana di quel periodo, comunisti esclusi non perché fossero più morali ma perché più abilmente moralisti, trasformisti e  rinnegati degli altri.

Sta avvenendo adesso con i vari Lusi, Penati, Fiorito ecc. ecc., furfanti patentati che però sono riusciti a mimetizzarsi perfettamente tra tutti gli altri delinquenti di cordata non ancora scoperti e difficilmente identificabili, forse perché più grossi e più bravi di loro, facenti parte del medesimo giro. La regola è questa: finché nessuno se ne accorge o lo rivela per i soliti giochetti di potere tra potenti, benché non sia pensabile che nelle alte sfere non si abbia conoscenza di determinati meccanismi di finanziamento e sperperamento del denaro pubblico necessario all’affermazione elettoralistica, singola o di corrente, il sodalizio tra lestofanti tiene indissolubilmente, ma se il maneggione si fa mettere nel sacco si addossano a lui tutte le perversioni del mondo per salvare il resto della cricca. Abbatterne uno per salvarsi in mille, perchè uno è un ladro, quattro sono una banda, ma un centinaio sono già una classe dirigente.

Vizio antico, dunque, quello di prendere le distanze da chi viene scoperto nei propri loschi traffici che però rientrano negli ingranaggi di un sistema più vasto alimentato da molti individui, spesso al vertice dell’apparato. Così Carlo M. Cipolla racconta l’episodio che travolse Piero dei Bardi, dell’omonimo potente banco, nella Firenze della prima metà del ‘300: “Nel 1310 fu creata la Compagnia di «Lapo e Doffo de’ Bardi». Ne fecero parte 24 soci, di cui 13 erano membri della famiglia de’ Bardi. Tra costoro figuravano Gualterotto di Jacopo con quattro parti fino al 1322 e tre parti da quella data in poi e suo figlio Piero che entrò nella compagnia nel 1320 con due parti. Era il periodo d’oro per i Bardi e nulla lasciava sospettare i futuri disastri. Forse per consolidare i guadagni fatti in quegli anni, si decise nel 1331 di sciogliere la vecchia compagnia e ricostituirne una nuova con la ragione di «Societas Bardorum de Florentia quae appellatur societas Domini Rodulfi de Bardis et sociorum». La nuova compagnia era composta da 11 soci, di cui 6 erano membri della famiglia de’ Bardi. Tra costoro si ritrova Piero di Gualterotto con 41 parti. Suo fratello Aghinolfo non era socio ma teneva contanti in deposito presso la compagnia. La quale compagnia non fu fortunata. Incocciò nei mali tempi degli anni Trenta e Quaranta di cui si è detto prima e le cose per i Bardi cominciarono ad andare di male in peggio. Messi sempre più alle strette i Bardi reagirono nella maniera che era tipica della loro schiatta, e cioè ricorrendo alla violenza. Diversi membri della consorteria, guidati da Piero di Gualterotto, prepararono una rivoluzione intesa a rovesciare il governo-regime di cui erano pur una parte influente. Scopo del golpe era l’instaurazione di una fazione al governo che nelle speranze dei golpisti avrebbe aiutato i Bardi a uscire dal ginepraio in cui si erano cacciati. Scrisse al proposito G.A.Brucker: «se i Bardi e i loro alleati si fossero impadroniti del governo, avrebbero certamente fatto uso della loro posizione per tutelare i loro interessi sul fronte interno e si sarebbero garantiti efficace protezione dalle richieste dei creditori stranieri sul fronte estero».Il golpe però fallì. La congiura fu scoperta nel novembre del 1340 ed immediatamente soffocata. Ben sedici Bardi tra i più influenti della consorteria che avevano preso parte alla congiura furono esiliati. Tra costoro troviamo Piero di Gualterotto che era stato l’anima della congiura e suo fratello Aghinolfo. Piero era uno dei soci più influenti della Compagnia e il suo ruolo nella tentata rivoluzione mise la Compagnia stessa in serio imbarazzo, tanto da indurre i direttori a scrivere una lettera patetica al governo in cui si sosteneva che Piero era stato eliminato dalla compagnia prima che desse inizio alla sua torbida impresa: «Fummo in concordia che il detto messer Piero non fosse più chompagno di questa chompagnia né avesse partein chompagnia da dì 31 d’ottobre anno 1340 inanzi e chosì ne demo una scritta achonsoli dell’Arte di Chalimala».  (Tre storie Extra Vaganti, Carlo M. Cipolla, Il Mulino, 1994)

Inutile andare a confrontare questa “patetica” lettera con le dichiarazioni molto più patetiche dei vari Alfano, Rutelli, Bersani, Di Pietro ecc. ecc. i quali per troppo tempo, rivelando con la loro distrazione quantomeno l’inadeguatezza ad essere leader di alcunché, non hanno visto e saputo niente di quel che combinavano i loro dirigenti, parlamentari e consiglieri territoriali. Il fatto è che se il farabutto rende bene senza dare nell’occhio è una pedina fondamentale per i propri piani, se, invece, si fa individuare diventa pericoloso per il resto dei masnadieri.

Nel settore finanziario, che sin dalla sua nascita era un ricettacolo di briganti e di banditi, i quali si arricchivano alle spalle dei potenti e dei pezzenti (oggi soprattutto di quest’ultimi), le cose non sono migliorate affatto ma questa gente è ben coperta dalla complessità dei meccanismi della finanza che oscillano tra legalità ed illegalità e che rendono ostica la comprensione dei processi ingegneristico-finanziari, spesso vere e proprie truffe autorizzate, anche al magistrato più onesto e volenteroso. Tuttavia, non c’è banchiere o finanziere o amministrare delegato del settore che non abbia ricevuto le attenzioni dei giudici per business oscuri, evasione fiscale e prodotti di carta straccia venduti come oro a clienti ignari e gabbati. Per non sbagliare e continuare ad affondare nella melma, in Italia abbiamo pensato bene di far entrare questi mascalzoni direttamente nelle istituzioni pubbliche, su su fino al Governo del paese. Anzi, se non sei un po’ faccendiere o banchiere nemmeno hai diritto alle cariche parlamentari. Sarà per questo che una specie d’industriale per diritto dinastico, pronto al grande balzo in politica, ieri ha deciso di entrare nel cda di una delle banche più importanti della Penisola. Ed anche Montezemolo scende in banco e si candida alla guida di questa povera nazione allo sbando.

In appendice, tratto dal libro di Cipolla già citato, la storia dei Bardi di Firenze. Buona Lettura

*********

 

Uomini duri

Il Banco o Compagnia de’ Bardi era all’inizio del Trecento una delle compagni e mercantil-finanziarie più potenti e ricche d’Europa se non addirittura la più potente e la più ricca. Tra la fine del Duecento e i primi del Trecento il Banco contava tra i 100e i 120 impiegati e tra i suoi clienti si annoveravano i più brillanti e ricchi personaggi del tempo, inclusi Principi, Re e Cardinali. Giovanni Villani il cronista-mercante che di queste cose si intendeva, era convinto che i Bardi ed i Peruzzi (un’altra compagnia fiorentina di straordinaria potenza) fossero «le due colonne della Cristianità»: e a nessuno passò mai per la testa di contraddirlo. La fama dei Bardi, già notevole mentre la Compagnia era ancora in vita, crebbe ulteriormente nei libri di storia per via del suo fallimento nel 1346 dovuto soprattutto al mancato rimborso del debito della corona inglese, ma di questa addizionale fama è probabile che i Bardi avrebbero fatto volentieri a meno. Comunque sia, ancor oggi i Bardi sono considerati una delle glorie nazionali. La Compagnia de’ Bardi apparteneva a una generazione di imprese ben definita. Nell’Alto Medio Evo (cioè a dire grosso modo tra il VII ed il X secolo) quando in Europa predominava l’economia curtense, compagnie e banchi non esistevano. La società e l’economia europee erano troppo primitive: il commercio era condotto da mercatores che da soli oppure in carovana si aggiravano da una fiera all’altra e da un castello all’altro offrendo in vendita merci varie ed esotiche (quali stoffe orientali, oggetti di avorio, gioielli), merci indispensabili (come il sale), merci strane (come reliquie di santi, per lo più false), indulgendo nel frattempo in attività poco raccomandabili: certamente praticavano il mercato nero in periodi di carestia e stando ad uno scrittore dell’epoca taluni mercanti catturavano fanciulli che poi castravano per venderli sui mercati musulmani di Spagna. Se la cosa fosse vera, è impossibile dire; comunque, che tali voci circolassero è prova di quel che la gente pensava che i mercanti fossero capaci di fare. In un mondo dove prevaleva l’immobilismo, dove tutti, o quasi, erano legati ad un pezzo di terra e ciascuno aveva il suo signore, il mercante era l’individuo deviante, errante e vagabondo per antonomasia, senza patria e senza dimora. I mercatores dell’alto Medio Evo erano dunque dei déracinés riguardati ovunque e da chiunque con estremo sospetto, un po’ come gli zingari oggigiorno, e gli uomini di Chiesa li condannavano senza riserve per via del loro attaccamento al denaro e ad una vita condotta tutta correndo dietro al guadagno materiale. Un documento fiammingo del secolo XI li chiama homines duri e non senza ragione. Solo homines duri potevano e ardivano infischiarsi della condanna della Chiesa ed affrontare di continuo i rischi e i mortali pericoli che erano perennemente in agguato sulle strade o meglio sui sentieri e sulle piste che rappresentavano la rudimentale rete viaria dell’Europa del tempo e che si trovavano a passare per vaste zone disabitate o traverso fitte  boscaglie dove convivevano animali pericolosi e non meno pericolosi banditi. Il commercio si confondeva allora con il banditismo e la navigazione con la pirateria. Operare in uno di questi settori significava imbattersi di continuo in brutti ceffi dal coltello facile, vivere di continuo nel pericolo di imboscate ed uccidere sovente pernon essere uccisi. Chi se la sentiva di condurre un tipo di vita così pericoloso era senza dubbio un uomo “duro”. Non soltanto i tipi “miti” e quelli “molli”, ma anche le persone normali non erano fatte per questo tipo di vita. E così si tirò avanti a fatica per qualche secolo. Con il secolo XI però le cose cominciarono a mutare. A questo cambiamento fu dato il nome di Rivoluzione Commerciale. È una mania degli storici quella di affibbiare il termine di “rivoluzione” a tutti i mutamenti di lungo periodo di una certa importanza e non si fa eccezione per il complesso di mutamenti che occorsero tra il X ed il XIII secolo. Uno dei più importanti cambiamenti verificatisi in questo periodo fu la progressiva scomparsa nel commercio di terra (quindi l’osservazione non vale per il commercio di mare) del mercante itinerante che viaggiava con la sua merce caricata sulle sue spalle o sugli asini e i muli della carovana. Questi esseri vagabondi furono sempre più frequentemente sostituiti da mercanti più simili a quelli che noi conosciamo, che facevano viaggiare le loro merci invece che viaggiare con esse, che avevano una sede permanente, che tenevano sulle maggiori piazze d’Europa fattori loro dipendenti e/o rappresentanti, che sapevano leggere e scrivere, che avevano sviluppato una contabilità mercantile e avevano preso l’iniziativa di aprire scuole laiche in antitesi alle scuole religiose. In genere costoro erano individui ben più civili dei loro predecessori dei secoli VII-XI, ma erano pur sempre homines duri. Fino ad epoca molto recente non ci fu posto nel commercio e nella navigazione per personaggi dal carattere mite. La cosiddetta “rivoluzione commerciale” fu comunque in buona parte dell’Europa occidentale anche una profonda rivoluzione sociale. Nuovi ceti emersero mentre altri decaddero. Soprattutto nelle città dell’Italia centrosettentrionale, nelle città dei Paesi Bassi, in quelle dell’Hansa germanica ed in quelle della Catalogna il fenomeno più vistoso ed importante fu l’ascesa del ceto mercantile. I mercanti che nel mondo agrario-feudale erano rimasti confinati ai più bassi gradini della scala sociale attuarono una scalata sociale senza precedenti piazzandosi ai vertici della società: in termini volgari ma efficaci si può dire che divennero i padroni delle città che fiorirono e prosperarono nelle zone citate. Nelle altre aree dell’Europa occidentale il fenomeno si verificò in forme molto più attenuate e fuori d’Europa non si verificò affatto. Il fenomeno ebbe importanza e conseguenze incalcolabili nel settore economico come in quello politico.I mercanti che nelle zone in questione divennero praticamente i padroni del vapore furono soprattutto i grandi mercanti, cioè quei mercanti che esercitavano il commercio su scala internazionale e che univano all’attività mercantile anche quella manifatturiera e finanziaria (cambiavalute e banca).In Italia la nuova forma organizzativa di questi operatori economici fu nel commercio di terra la cosiddetta “compagnia”. Alla base della compagnia stava solida e severa la famiglia, di tipo eminentemente patriarcale. Il “vecchio” giudicava  decideva, sentenziava e comandava e gli altri ubbidivano, senza eccezioni e senza diritto di “mugugno”. La famiglia provvedeva la compagnia di uomini e di capitale. Anche questa era una novità perché i mercanti dei secoli VII-XI come si è già detto, erano dei déracinés e quindi mancavano del sostegno e della corresponsabilità della famiglia: molti di loro non sapevano manco se avevano una famiglia. Quando col nuovo millennio comparvero le prime compagnie commerciali,depositi e capitale venivano apportati esclusivamente dai membri delle rispettive famiglie. In prosieguo di tempo (e, aggiungerei, abbastanza presto) le cose però cambiarono e le compagnie cominciarono ad accettare depositi e più tardi quote di capitale da membri estranei alla consorteria. Nel 1298, al tempo del suo fallimento, su 23 soci della compagnia senese dei Buonsignori, soltanto quattro erano figli del fondatore della Compagnia e uno era un nipote. Nel 1310 sui 24 soci che componevano la Compagnia dei Bardi del tempo solo 10 provenivano dalla linea principale dei Bardi. Numerosi Bardi figuravano tra i depositanti ma bisogna riconoscere che la grande maggioranza dei membri della famiglia non prendeva parte attiva nel management della compagnia. La compagnia de’ Bardi come la maggior parte delle altre compagnie commerciali e finanziarie del tempo era un affare familiare solo in senso molto lato. Nel corso del tempo i Bardi formarono non una ma varie compagnie e ciò per una ben precisa ragione: limitare nel tempo la durata della responsabilità dei soci. Occorre ricordare a questo proposito che a quei tempi le compagnie a responsabilità limitata non erano ancora nate. Ogni socio era responsabile con tutto il suo patrimonio per le perdite della compagnia nella sua totalità. L’unico modo di limitare la scomoda responsabilità illimitata e di consolidare i profitti di una compagnia era quello di chiuderne i conti e ricreare una nuova compagnia al posto della vecchia. I secoli X, XI, XII e XIII furono caratterizzati in Europa da una vivace espansione demografica. Tutto quel che possiamo dire al riguardo è semplicemente che nacquero più persone di quante ne morirono: non è molto, ma anche questo pochissimo, lo si immagina più che lo si provi. Sembra anche che la differenza positiva tra nati e morti fosse più un fatto delle campagne che delle città, ma una forte corrente di migrazione dalla campagna alle città fece sì che la popolazione urbana aumentasse più di quella rurale. Quando si verifica una espansione demografica crescono gli uomini ma in genere crescono anche le famiglie. Nel periodo in questione crebbero anche i Bardi, sia come individui che come famiglie. Attorno al 1340 vivevano nella città e contado di Firenze più di 120 adulti maschi Bardi, tutti legati tra di loro da vincoli di parentela. Era una consorteria, lo si è già detto, potente per numero e per ricchezza – forse la più potente e la più ricca – ed era in larghissima parte concentrata Oltr’Arno, dove ancor oggi si trova via de’ Bardi. Nel 1427 su 60 famiglie dei Bardi che vivevano in Firenze  ben 45 risiedevano nel quartiere d’Oltr’Arno. Il fatto che i Bardi scegliessero di vivere vicini gli uni agli altri, in case contigue, sovente intercomunicanti, in una ben definita zona della città conferma l’elevato grado di coesione del gruppo. In più di un caso si vide che la contiguità delle dimore fu un fattore positivo che rafforzò notevolmente la consorteria quando questa si trovò a dover menar le mani. E ai Bardi i momenti e le occasioni di menar le mani non mancavano mai. Pare che i Bardi originassero da Ruballa e che una volta inurbatisi cumulassero presto vistose ricchezze praticando l’attività del cambio. Come capita di frequente nelle società umane il successo economico stimola ingenue pretese di origine nobiliare: così ai primi del Trecento i Bardi erano considerati tra i «legnaggi de’nobili» ma la verità era che i Bardi erano «guelfi di piccolo cominciamento”. Lo strumento che i Fati usarono per determinare il corso della storia dei Bardi fu l’Inghilterra. I Bardi comparvero in Inghilterra nel terz’ultimo decennio del secolo XIII. Ve li aveva attratti una delle materie prime più pregiate del tempo: la lana. Il mercato offriva allora lana spagnola, lana italiana, lana nordafricana. Ma la lana inglese era considerata di gran lunga la migliore e la ragione di questo fatto stava nel clima umido e piovoso delle isole britanniche. La migliore lana inglese, cioè la crema della crema, la si acquistava presso i rubicondi e ben pasciuti frati inglesi che, essendo riusciti nel corso dei secoli ad accaparrarsi i migliori pascoli, potevano disporre anche delle migliori lane dell’isola. C’era allora, come c’è sempre stata, un’aspra concorrenza tra i mercanti dei vari paesi per appropriarsi di queste buone lane: ma anche quando la partita sembrava vinta nei magnifici chiostri dei ricchi monasteri, il giuoco non era finito perché per esportare le lane inglesi occorreva il permesso speciale del monarca. Di qui le diverse e attente manovre dei mercanti per entrare a corte e stabilire buoni e preferenziali rapporti con la corona inglese e i cortigiani chela circondavano. I Re inglesi, così come i loro cortigiani, erano inveterati spendaccioni e tale circostanza favoriva i mercanti italiani se questi si dimostravano pronti ad aprire le loro borse. Quando Edoardo I morì nel 1307 i debiti della corona inglese ammontavano intutto a circa 60.000 lire sterline. La maggior parte di questa somma, secondo le sane abitudini locali, non venne mai restituita. Tra i creditori insoddisfatti vi era la potente compagnia fiorentina dei Frescobaldi. Costoro erano stati generosi nel fornire prestiti al monarca inglese e questi d’altra parte s’era dimostrato riconoscente concedendo diversi proficui privilegi ai fiorentini: così aveva ceduto loro l’amministrazione in esclusiva delle miniere di argento di Devon, la percezione dei redditi reali in Irlanda, la raccolta dei diritti di dogana nei porti inglesi e simili altre bagatelle. Nell’insieme però i benefici che i Frescobaldi traevano non erano tali da compensare il costo deip restiti che il monarca inglese era riuscito a spremere dai fiorentini. La situazione  della compagnia toscana di conseguenza si fece sempre più precaria. I Frescobaldi producevano e vendevano (e ancor oggi producono e vendono) buon vino del Chiantie questo prodotto deve aver dato loro la lucidità necessaria a capire che le sofferenze del loro banco erano eccessive e comportavano rischi troppo pesanti. Ebbero quindil’abilità di iniziare per tempo una politica di rientro e nel 1310 i loro crediti presso lacorte inglese erano ridotti alla ragionevole somma di circa 20.000 sterline.Il successo dei Frescobaldi nel ridurre le loro perdite alimentò l’invidia deicortigiani inglesi che già non tenevano in simpatia la compagnia fiorentina(soprattutto da quando questa aveva chiuso il cordone della borsa) e tanto fecero etanto si agitarono che il Re finì col dover esiliare i suoi amici italiani.Vien sovente ripetuto da persone che si credono o vogliono parere dotte e sagge,che la storia è maestra di vita e che l’uomo apprende molto dall’esperienza! Io sonouno storico di professione ma più di quarant’anni di ricerche e di indagini storiche mihanno convinto che questa ingenua convinzione fa acqua da tutte le parti e chel’uomo non impara un accidente di nulla né dalla sua esperienza personale né daquella, collettiva o individuale, dei suoi simili e continua pertanto a ripetere conmonotonica pervicacia gli stessi errori e gli stessi misfatti, con conseguenze deleterieper il progresso umano.Il poeta Giovanni Frescobaldi lasciò in un verso un consiglio tanto chiaro quantosaggio: «Alla larga dei cortigiani». Ma quando c’è di mezzo il denaro gli uomini siguardano bene dal dare ascolto ai savi consigli della gente prudente. I Bardi perprimi, seguiti poi dai Peruzzi, si intrufolarono abilmente nella corte inglese eallentarono imprudentemente i cordoni della borsa. Dall’autunno del 1312 in avantiBardi e Peruzzi prestarono somme sempre più ragguardevoli a Edoardo IIIfinanziandogli le spese e le imprese più insensate: fra queste una spedizione militarein Francia. Nessun monarca inglese aveva preso a prestito somme tanto rilevantiquante ne prese re Edoardo III tra il 1335 ed il 1340. Nel 1338-39 i Bardi e i Peruzzierano creditori per oltre 125.000 lire sterline: una somma enorme. E purtroppo perloro la guerra in Francia finì in un disastro per gli inglesi e il loro regale debitoredovette dichiarare bancarotta.Gli anni Venti erano stati di eccezionale prosperità per i Bardi. Si è già accennatoche a quel tempo il numero degli impiegati della Compagnia raggiunse il numero di100-120 circa. Spesso un elevato numero di impiegati significa inefficienza di naturaburocratica. Ma non era questo il caso dei Bardi. L’azienda contava allora circa 25filiali, con agenti stabili, uffici e magazzini sparsi in tutta Europa: ad Ancona, Aquila,Avignone, Barcellona, Bari, Barletta, Castello di Castro, Bruges, Cipro,Costantinopoli, Genova, Gerusalemme, Majorca, Marsiglia, Napoli, Nizza, Orvieto,Palermo, Parigi, Pisa, Rodi, Siviglia, Tunisi e Venezia. Gli utili dell’aziendaarrivarono a toccare il livello annuo del 30 per cento circa ed ancora nel 1330l’azienda corrispose ai soci un sostanzioso 10-13 per cento. Ma, come avrebbesentenziato Bertoldo, dopo il sole viene immancabilmente la pioggia. Per uncomplesso di circostanze che sarebbe qui troppo lungo spiegare (ma che ho spiegato  dettagliatamente in altra sede 3) con gli inizi degli anni Trenta scoppiò una violentacrisi destinata a farsi di giorno in giorno sempre più acuta sino a raggiungereun’intensità mai conosciuta prima di allora. L’economia fiorentina ne fu letteralmentetravolta. Le compagnie fallirono, una dopo l’altra, e crollarono come castelli di carte.Saltarono gli Acciaiuoli, i Bonaccorsi, i Cocchi, gli Antellesi, i Corsini, i da Uzzano, iPerendoli. Tutto il Gotha della finanza fiorentina finiva così davanti ai giudicifallimentari. Dopo aver ostinatamente cercato di far fronte all’impossibile situazioneanche i due giganti crollarono: i Peruzzi nel 1343 ed i Bardi nel 1346. Il crollo dellebanche travolse anche coloro che vi tenevano depositi. Né questo fu tutto. Labancarotta delle compagnie provocò anche lo sconquasso nei settori secondario eterziario perché le compagnie, oltre all’attività mercantile, esercitavano l’attivitàbancaria e manifatturiera. I loro fallimenti provocarono una drastica e devastantecontrazione del credito. Così ogni settore dell’economia ne fu toccato: «lamercatanzia e ogni arte n’abassò e venne in pessimo stato ed anche le piccolecompagnie e singulari artefici fallirono in questi tempi». È il Villani che scrive ed allasua testimonianza fa riscontro quella di Lionardo Aretino: «questo disordine tantoinopinato e tanto grave havendo disfatto la sostanza di molti si tirò dietro anchora ladestructione di minori traffichi… e appresso il credito era ridotto in sì pochi nelmercato che ogni cosa metteva in confusione». Concludeva amaramente il Villani:«fu alla nostra città maggiore ruina e sconfitta che nulla mai avesse il nostroComune».Analizzando alcuni anni or sono i drammatici avvenimenti della prima metà delTrecento azzardai un cauto (ed insisto: cauto) paragone fra quanto accadde in Europanegli anni ’40 del secolo XIV e gli anni 70 del secolo XX ed affermai allora che nelturbine che stravolse l’Europa nella prima metà del Trecento, l’Italia o, meglio, leRepubbliche dell’Italia centrale e settentrionale si presentarono come paesi sviluppatimentre l’Inghilterra giuocò il ruolo del paese sottosviluppato.Gli Inglesi sono gente curiosa. Se uno studioso si azzarda a emettere giudizinegativi sull’Inghilterra e i suoi abitanti, si danno due casi: se è inglese non vi sono ingenere reazioni ostili: anzi un giudizio negativo viene in tal caso assunto come provadella obiettività e del fair play britannici. Se però chi enuncia le critiche è unostraniero allora le cose cambiano. Poco tempo fa R.H. Britnell se la prese con me inun numero dell’autorevole “Transactions of the Royal Historical Society” per aver ioosato accennare alle condizioni economiche dell’Inghilterra ai primi del Trecentocome alle condizioni di un paese sottosviluppato in relazione alle condizioni ben piùevolute prevalenti a quel tempo nell’Italia settentrionale. Dopo una serie di assennateaffermazioni sulle condizioni e sulla organizzazione dell’agricoltura del tempo, Mr.Britnell esce con affermazioni quali: «il prevalere dei centri e della vita urbana inItalia non implica che la produttività vi fosse più elevata [che in Inghilterra] … ladifferenza [tra Italia e Inghilterra] risultò dal fatto che conoscenze e attitudini socialidel tutto simili operarono in ambienti diversi… Il predominio commerciale italiano  non significò affatto l’esistenza in Italia di un superiore livello di benessereeconomico e neppure di una leadership in quella direzione… L’unico effetto che gliItaliani ebbero sulla politica economica inglese fu tramite la pressione cheesercitarono per farsi pagare i loro servigi».Qualche anno fa apparve in Inghilterra una storia economica inglese dovuta a unostorico di lunga esperienza e ottimo conoscitore della storia del suo paese, il prof.D.C. Coleman. Scrive a un certo punto l’autore: «[Ancora verso il 1480] sia dal puntodi vista tecnologico che dal punto di vista economico l’Inghilterra era in posizione diarretratezza… L’Inghilterra era alla periferia dell’Europa non solo dal punto di vistageografico ma anche dai punti di vista economico e culturale. Le economie dominantisi trovavano nel bacino del Mediterraneo soprattutto nella Penisola Italiana, nellaGermania meridionale, nei centri commerciali e manufatturieri delle Fiandre, nellecittà della Lega Hanseatica. Di fatto gli Hanseatici e altri stranieri tra cuiprincipalmente gli italiani controllavano circa il 40 per cento del commercio inglesed’oltre mare. La marina mercantile inglese dava chiari segni di dinamismo ma eraancora di scarso significato. Londra, l’unica città inglese di una certa importanzacommerciale non reggeva il confronto con le grandi città dell’Europa continentale…E non c’era nulla in Inghilterra che rassomigliasse a un centro di potere e ricchezzaquale la famiglia de’ Medici che aveva in Firenze la base della sua straordinariaorganizzazione finanziaria». È impossibile che Mr. Britnell non conosca il libro e ilsuo contenuto. Tuttavia lo studioso inglese si guardò bene dal citare (e tanto meno dalcriticare) l’opera e se la prese con me anche se il mio giudizio è molto più blando diquello del prof. Coleman. Ma lasciamo da parte le fisime degli studiosi e veniamo aifatti. A ragione o a torto, io rimango convinto che l’Inghilterra dei primi del Trecento,ad onta di innegabili recenti progressi, era ancora un Paese sottosviluppato – equando dico “sottosviluppato” intendo sottosviluppato ovviamente non rispetto aiparadigmi di sviluppo del secolo XX bensì rispetto ai paradigmi di sviluppo deltempo.Quanto è stato esposto troppo sinteticamente nelle pagine che precedono nonfornisce certamente un quadro completo della complessa situazione venutasi a crearea Firenze ai primi del Trecento, ma penso possa adeguatamente fornire lo scenario incui compirono le loro scriteriate imprese quattro Bardi del ramo principale dellaconsorteria: Piero di Gualterotto, suo fratello Aghinolfo, suo figlio Sozzo eRubecchio di Lapaccio. I loro nomi erano già tutto un programma. Nel 1310 fu creata la Compagnia di «Lapo e Doffo de’ Bardi». Ne fecero parte 24soci, di cui 13 erano membri della famiglia de’ Bardi. Tra costoro figuravanoGualterotto di Jacopo con quattro parti fino al 1322 e tre parti da quella data in poi esuo figlio Piero che entrò nella compagnia nel 1320 con due parti. Era il periodo d’oro per i Bardi e nulla lasciava sospettare i futuri disastri. Forse per consolidare iguadagni fatti in quegli anni, si decise nel 1331 di sciogliere la vecchia compagnia ericostituirne una nuova con la ragione di «Societas Bardorum de Florentia quaeappellatur societas Domini Rodulfi de Bardis et sociorum». La nuova compagnia eracomposta da 11 soci, di cui 6 erano membri della famiglia de’ Bardi. Tra costoro si ritrova Piero di Gualterotto con 41 parti. Suo fratello Aghinolfo non era socio mateneva contanti in deposito presso la compagnia.La quale compagnia non fu fortunata. Incocciò nei mali tempi degli anni Trenta eQuaranta di cui si è detto prima e le cose per i Bardi cominciarono ad andare di malein peggio. Messi sempre più alle strette i Bardi reagirono nella maniera che era tipicadella loro schiatta, e cioè ricorrendo alla violenza. Diversi membri della consorteria,guidati da Piero di Gualterotto, prepararono una rivoluzione intesa a rovesciare ilgoverno-regime di cui erano pur una parte influente. Scopo del golpe eral’instaurazione di una fazione al governo che nelle speranze dei golpisti avrebbeaiutato i Bardi a uscire dal ginepraio in cui si erano cacciati. Scrisse al proposito G.A.Brucker: «se i Bardi e i loro alleati si fossero impadroniti del governo, avrebberocertamente fatto uso della loro posizione per tutelare i loro interessi sul fronte internoe si sarebbero garantiti efficace protezione dalle richieste dei creditori stranieri sulfronte estero».Il golpe però fallì. La congiura fu scoperta nel novembre del 1340 edimmediatamente soffocata. Ben sedici Bardi tra i più influenti della consorteria cheavevano preso parte alla congiura furono esiliati. Tra costoro troviamo Piero diGualterotto che era stato l’anima della congiura e suo fratello Aghinolfo. Piero erauno dei soci più influenti della Compagnia e il suo ruolo nella tentata rivoluzionemise la Compagnia stessa in serio imbarazzo, tanto da indurre i direttori a scrivereuna lettera patetica al governo in cui si sosteneva che Piero era stato eliminato dallacompagnia prima che desse inizio alla sua torbida impresa: «Fummo in concordia che il detto messer Piero non fosse più chompagno di questa chompagnia né avesse partein chompagnia da dì 31 d’ottobre anno 1340 inanzi e chosì ne demo una scritta achonsoli dell’Arte di Chalimala».I Bardi erano adusati a farla da padroni in Firenze, ma la loro posizione si deterioròsensibilmente dopo la batosta del 1340. Si è già detto che la loro situazioneeconomica era andata via via peggiorando dal 1330. La lezione presa nel 1340 e laconseguente condanna all’esilio dei più influenti capi della consorteria furono ilclassico gocciolone che fece traboccare la misura. La serie nera poi non si fermò lì.Poco dopo la condanna all’esilio, ed esattamente il 22 settembre 1343 il popoloattaccò le case dei magnati. Nel drammatico evento ventidue case andaronoabbruciate e le perdite dei Bardi assommarono alla cospicua somma di circa 60.000fiorini d’oro tra valuta e mobilio.In quell’infausto periodo Aghinolfo ritirò via via tutti i suoi depositi presso laCompagnia. In termini economici Aghinolfo in quegli anni fece uso del suo risparmioper finanziare il suo consumo corrente. Ma i Bardi non erano propensi a prendere lecose in questi termini pacati. Per via della crisi che attanagliava l’economiafiorentina, non si trovavano più contanti sul mercato. Nessuno più spendeva: ladomanda di moneta era elevatissima. Scriveva il Villani: «per li detti fallimenti dellecompagnie mancarono i denari contanti che appena se ne trovavano». I Bardirimanevano una delle consorterie più ricche di Firenze, ma dovevano essere a corto diliquido e in ogni caso mal sopportavano le difficoltà finanziarie e le perditeeconomiche che li affliggevano. Prepotenti come erano, non riuscivano a digerire quanto stava accadendo loro, e decisero di uscirne a tutti i costi. Cominciò così lastraordinaria avventura di Sozzo, Aghinolfo e Rubecchio.Sozzo e Aghinolfo erano rispettivamente figlio e fratello di Piero che, come si èvisto prima, guidò la congiura del 1340 per rovesciare il governo. Nel 1332 Pieroaveva fatto un bel colpo per la consorteria acquistando dagli Alberti per la somma di10.000 fiorini d’oro il castello di Vernio con il suo territorio. Vernio è situato in unazona che sta sopra a Prato, alle sorgenti del Bisenzio. È un territorio sterile emontagnoso; quando fu acquistato da Piero aveva un’estensione di circa 18 miglia e ilcastello contava una popolazione di circa 3 o 4 mila abitanti. Dette così le cose,quell’acquisto non pare granché, ma l’importanza di Vernio stava tutta nella suaposizione geografica. Chi controllava Vernio controllava praticamente il cammino traFirenze e Bologna, e lo sport preferito dagli abitanti del castello era quello diassaltare e derubare l’intenso traffico di merci e di persone che transitavano traFirenze e Bologna. Gli Alberti abitualmente lasciavano correre: di conseguenzaVernio, quando Pietro lo acquistò, era un ricettacolo di delinquenti.Sei anni dopo l’acquisto, Piero fece compilare degli statuti che avrebbero dovutorimettere un po’ d’ordine nell’orribile vespaio e un erudito che studiò secoli dopo talistatuti non poté fare a meno di commentare che erano «ricchi di savie e ben acconcesanzioni». Tutto sembrava indicare che Piero volesse cambiar pagina e mettere laparola fine a tutta una serie incredibile di ruberie, ladrocini e omicidi. Ma Piero nonera affatto quel savio e onesto amministratore quale appare dai suoi statuti. Alcontrario: era un bandito della peggior specie. Per i Bardi le leggi erano strumentiefficaci per controllare “gli altri”. Loro, i Bardi, si sentivano non vincolati dalle leggi,bensì al di sopra delle stesse. Con i nuovi statuti di Vernio, Piero metteva in atto unpiano diabolico: punendo coloro che briganteggiavano, lui “legalmente” limitava la“concorrenza”, costituendo a suo favore il monopolio del brigantaggio nella zona. Piùdiabolici di così era difficile essere. E che Piero fosse il diavolo in persona ne eraconvinto, convintissimo il povero abate del monastero di Montepiano chenell’autunno del 1339 scriveva disperato all’Abate di Vallombrosa da cui ilmonastero di Montepiano dipendeva: «Atteso che oggi Piero di Gualterotto che vi [inVernio] dominava, l’avea [il monastero di Montepiano] talmente annientato e ridottoa segno che i monaci non vi avevano quasi più nulla, aveva scacciato quasi tutti ireligiosi e quelli che vi erano rimasti erano tenuti come schiavi e tormentati in moltemaniere».Stanco e mal ridotto dalle continue angherie, vessazioni e violenze praticate daPiero, il povero frate chiedeva al potente abate di Vallombrosa nientedimeno che lalicenza di abbandonare il monastero e di ritirarsi con tutta la famiglia nelle case delmonastero poste in Porta Fuja. Era una richiesta grave ed insolita, ma, accertata lagravità della situazione il generale di Vallombrosa non poté far altro che autorizzare imonaci ad abbandonare l’abbazia.Il caso era grave ma non era unico e veniva a ribadire nei fiorentini la convinzionedella pericolosità di lasciare nelle mani di prepotenti e violenti signorotti i castelliposti in zone strategiche ai confini del territorio della repubblica.L’inaspettato acquisto di Vernio da parte dei Bardi e l’insopportabile comportamento di costoro convinse la Repubblica che era tempo di muoversi. Nel1337 secondo il Villani «fecesi legge che nullo cittadino comperasse castello alcunoalle frontiere del distretto di Firenze. E ciò si fece perché quelli della casa de’ Bardiper la loro grande potentia e ricchezza, aveano in quelli tempi comperato il castello diVernio e quello di Mangona…». Passata questa legge fu logico che Firenze chiedesseai Bardi la cessione dei due castelli. Mangona fu facilmente occupata. Ma per Verniole cose si presentarono più difficili. In Vernio, tra l’altro, s’era rifugiato Piero dopo lacondanna all’esilio del 1340, e costui non aveva nessuna intenzione di accedere allerichieste della Repubblica. Vernio era un sito troppo ghiotto perché i Bardi locedessero. La Repubblica però non era meno testarda. Un esercito fiorentinorafforzato da 200 soldati pistoiesi strinse d’assedio Vernio e costrinse Piero a venderela sua preziosa rocca alla repubblica di Firenze al prezzo di 4.960 fiorini. Per Pieroera lo smacco totale; perdeva la sua fortezza e ci perdeva sul prezzo di vendita cheera meno della metà del prezzo d’acquisto. Furibondo si recò a Pisa dove si alleò coni nemici di Firenze. Non meno furibondi i Fiorentini emanarono allora il decretodell’agosto 1341 con cui condannavano alla forca con taglia di 1.000 fiorini tredicidei principali fuorusciti: in testa alla lista dei condannati figura Piero. Inoltre laRepubblica autorizzava la distruzione dei beni dei fuoriusciti in città e contado ecome se tutto ciò non bastasse si comminavano pene severissime per chiunquecoltivasse le loro terre. Due anni dopo questo pesantissimo decreto, come si è giàdetto, nel settembre del 1343, ventidue case dei Bardi venivano bruciate in Firenze edanni arrecati alle loro proprietà per un valore di circa 60.000 fiorini. Decisamente lecose per i Bardi si mettevano male.Piero ripiegò su Vernio (che era stato costretto a vendere, ma che non aveva ancoramollato) e il 30 settembre scrisse a Firenze chiedendo di poter vivere sicuro con i suoifigli. Il vecchio leone si sentiva stanco. La Repubblica generosamente consentì allarichiesta. Ma siccome i lupi perdono il pelo ma non il vizio, Piero si affrettò acatturare alcuni cittadini fiorentini di passaggio per Vernio e a trattenerli comeostaggi.Sozzo aveva ereditato dal padre i geni della furfanteria. Era arrogante e protervocome pochi e i suoi omicidi, vendette, carcerazioni, violenze e ruberie non si contano.Fu ripetutamente condannato a pene pecuniarie per le continue violenze checommetteva ma non ci fu verso di ridurlo alla ragione, né con le buone né con lecattive. Nel 1340 partecipò con suo padre Piero e suo zio Aghinolfo alla rivolta deiBardi per impadronirsi del governo della repubblica, ma fallita la rivolta tutti e trefurono esiliati.Aghinolfo non era meglio di Piero o di Sozzo. Fallita la rivolta del 1340 si rifugiòa Pisa dove continuò a tramare contro Firenze arrivando a firmare un trattato dialleanza tra lui e i suoi consorti da una parte e Pisa dall’altra, tutto in chiaveantifiorentina. Firenze reagì con una nuova condanna contro i ribelli, ma nel 1342 ilDuca di Atene, Gualtieri di Brienne, salito al potere proprio in quell’anno, annullòogni condanna pendente contro i Bardi e, bontà sua, restituì loro il castello di Vernio.Era una pratica frequente anche se giuridicamente poco encomiabile questa di  Gualtieri di ricorrere, per una ragione o per l’altra, alle dispensation escondemnationum. In virtù di questo colpo di grazia Aghinolfo poté ritornare a Firenzedove lo si ritrova nello stesso anno 1342. Ma appena rimesso piede in Firenzericominciò a complottare per rovesciare il governo. Infuriati e spazientiti, i Fiorentinilo cacciarono nuovamente dalla città nel 1343.Inseguito dal bando, Aghinolfo si rifugiò a Vernio, nel cui territorio si mise acondurre la vita grama e delinquenziale del masnadiero. Suo abituale luogo diricovero divenne una torraccia che da lui prese il nome. Sposò Selvaggia di TolosinoTolosini e pare giusto che la moglie di questo personaggio portasse un tal nome. Sepoi fosse tipo veramente selvaggio non vi è modo di provare. Si può solo ipotizzareche una donna che accettava di vivere con Aghinolfo nella torraccia che era al centrodi tutte le sue malefatte difficilmente poteva avere i tratti dolci e cortesi dellagentildonna e difficilmente sarebbe stata ammessa qualche secolo dopo alla cortedella regina Vittoria.Rubecchio era forse il più giovane della banda. Suo padre Lapaccio in gioventùaveva optato per la carriera delle armi. Nel 1313 era in presidio a Montecatini quandosi temette che Uguccione della Faggiola potesse attaccare il castello. Nel 1315partecipò alla battaglia che ebbe luogo nella stessa località. Dieci anni dopo si trovò acombattere i Lucchesi nella piana dell’Altopascio: questa volta però gli andò male ecadde vivo nelle mani dei nemici. Restò per anni a languire nelle carceri lucchesi, chenon erano dotate delle comodità dell’Hilton, e il pover’uomo tante ne dovette vederee soffrire che quando gli riuscì di essere riscattato per la pietà dei parenti nonfrappose i minimi indugi: piantò di fare il soldato e, colto da improvvisa e bencalcolata vocazione, si precipitò a rinchiudersi in un vicino convento. Nella vitaconventuale ebbe maggior fortuna e nel 1328 fu eletto Priore di S. Stefano inPerticaia.Soldataccio prima e poi per diversi anni prigioniero di guerra, Lapaccio di Pieronon può aver messo da parte risparmi di qualche entità per cui il figlio dovevatrovarsi in strettezze finanziarie molto più di suo zio Aghinolfo e suo cugino Sozzo.Nel 1345, nel pieno della gravissima crisi e in difficoltà economiche, Sozzo,Aghinolfo e Rubecchio strinsero sempre più i legami che li univano e diedero inizio auna serie di incontri in cui discutevano dello stato in cui erano venuti a trovarsi e chela loro prepotenza e la loro alterigia non potevano sopportare. Bardi fino al midolloerano pronti a tutto pur di uscire da una situazione che ritenevano umiliante edinsostenibile.Si è già detto che in quel malnato quindicennio 1333-48 il mercato soffrìpesantemente per la eccessiva scarsità di circolante, soprattutto di quello minuto. Si ègià citata la testimonianza del Villani secondo il quale «i denari contanti appena se netrovano». Si è anche attribuita la grave carestia monetae alla crisi in atto, perchénessuno osava spendere, la domanda di moneta aveva raggiunto livelli eccezionali etutti tesoreggiavano il liquido a loro disposizione. Ma per completezza occorreaggiungere altri elementi che caratterizzarono e aggravarono la situazione. Nel corsodegli anni Trenta e Quaranta la zecca fiorentina aveva emesso quantità ridotte di  moneta argentea. Inoltre, per ragioni che rimangono fondamentalmente ancoraoscure, si verificò in quegli anni una sostanziale rivalutazione dell’argento sull’oro.Calcoli sufficientemente attendibili fanno ritenere che tra il 1345 e il 1347 l’argentosi rivalutò rispetto all’oro per oltre un sei per cento causando la fuoruscitadall’Europa di masse di moneta argentea che presero la via dell’Asia.La moneta argentea in quei giorni si distingueva in moneta grossa e moneta piccola(la prima essenzialmente d’argento puro e la seconda sostanzialmente di rame). Lamoneta che fuoruscì dall’Europa fu soprattutto la moneta grossa, ma localmente la carestia monetae fu avvertita soprattutto per la moneta piccola e in Firenzespecificamente per la moneta piccola detta “quattrini” (1 quattrino = 4 denari) che erala moneta tipica e più largamente usata nel commercio al minuto. Tutte queste coseerano poco capite ma molto discusse ogni giorno e in ogni quartiere e non stupisceche i tre Bardi nella ricerca di una soluzione ai loro problemi ne fossero condizionati.Dopo avere discusso non so quanto animatamente e quanto a lungo il loroproblema i nostri eroi giunsero ad una decisione per noi a dir poco sorprendente:decisero cioè di mettersi a fabbricare moneta falsa. Da banchieri a falsari: unacarriera decisamente straordinaria.A parte l’aspetto delinquenziale della via scelta, c’è da dire che quel che i trecompari si accingevano a fare comportava almeno in teoria grossi rischi, del tuttosproporzionati ai guadagni che ne potevano trarre. La legislazione del tempo(fiorentina e non fiorentina) era durissima con i falsari. Se accalappiato, un falsarionon aveva scampo: veniva inviato al rogo e bruciato vivo. Ci sono esperti i qualisostengono che la morte sul rogo non è poi tanto terribile perché la vittima vienesoffocata dal fumo prima di avvertire il dolore del fuoco che gli brucia le carni. Adonta però delle rassicurazioni di questi esperti, credo che ci siano pochi esseri almondo, salvo i monaci buddisti, che affrontino gioiosamente il rogo se gli capita ditrovarsi in tale poco invidiabile posizione. Ai primi del Trecento, poi, gli esperti dellapreventiva soffocazione da fumo non erano ancora nati. Come si è accennato pocosopra, i rischi connessi con l’attività di falsario erano quindi del tutto sproporzionatiai profitti che si potevano trarre dall’attività stessa. Se i tre Bardi presero lastraordinaria decisione di fabbricare moneta falsa, qualche altra variabile deve essereentrata nei loro calcoli: ma su questo punto ritorneremo in seguito.I nostri eroi scelsero come luogo dove effettuare le loro coniazioni la cima di unamontagnola in località chiamata Castiglione di proprietà degli eredi di messerBastardo de Manzano 4.

Avendo deciso dove compiere il misfatto, i tre compari mandarono in avanscopertaRubecchio che prese contatto con gli eredi di Bastardo de Manzano ed appurò checostoro non avevano difficoltà ad affittare ai Bardi la montagnola con i suoi miseri  edifici, tanto più che non c’era nulla nella proposta dei Bardi che potesse destaresospetti. Rubecchio spiegò ai proprietari del terreno che lui e i suoi soci intendevanotenere alcune mucche al pascolo e la cosa pareva abbastanza logica e innocente. Presigli accordi, Rubecchio ritornò con Gualterotto e Aghinolfo e gli accordi furonoratificati. La prima fase del piano era andata liscia: ma bisogna ammettere che eraanche la più facile.Resta poco chiaro perché i Bardi avessero scelto la cima di un monte per la loroimpresa. Normalmente i falsari preferivano le cantine di un maniero dove solidimuraglioni contenevano i rumori delle martellate e delle altre operazionimetallurgiche, e i fumi delle operazioni di amalgama e fusione restavano fuori dallavista della gente. La cima di una montagnola non pare fosse la località più adatta pernascondere la natura delle operazioni che i Bardi intendevano svolgere.Un altro passo da compiere era la scelta dei pezzi da falsificare. Dopo avercipensato bene, decisero di fabbricare copie delle seguenti monete5:carlini anconetani lucchesini sextini quattrini.La lista delle monete di cui si pianificava la falsificazione prova che il piano dei tremariuoli non mancava di una sua razionalità. Scelsero per lo più monete straniere cheperò godevano di buon credito sul mercato internazionale e quindi erano ben accette  su ogni piazza. D’altra parte scegliendo di coniare monete straniere e non fiorentineprobabilmente i tre mariuoli speravano che se fossero stati accalappiati avrebberopotuto più facilmente sollevare cavilli difendendosi dall’accusa di falso monetario. Isextini lucchesi furono scelti per la stessa ragione ma altresì perché essendo moneteconiate per la prima volta in quegli anni era difficile per il pubblico distinguere unfalso dall’autentico. Resta il problema dei quattrini: questi erano tradizionale monetafiorentina e quindi per loro non valeva nessuna delle ragioni citate per le altremonete. Ma i tre falsari erano ben a conoscenza della scarsità di questo contante sulmercato fiorentino. Quando nel 1371 le autorità monetarie permisero nuovamente laconiazione di questa moneta che per più di un decennio non era stata battuta, siconstatò quale fosse la “fame” dei quattrini: in soli tre anni tra il 1372 ed il 1375 piùdi 40 milioni di pezzi furono richiesti dai privati alla zecca. I tre Bardi sapevano cheper quanti pezzi avessero prodotto non avrebbero avuto difficoltà ad esitarli. C’eraquindi un enorme potenziale mercato da sfruttare che alimentò nei tre mariuoli roseevisioni di grossi guadagni, tali da indurli a rischiare i pericoli connessi con lafalsificazione di moneta fiorentina.Sozzo, Aghinolfo e Rubecchio conoscevano evidentemente il mercato monetarioma non si erano mai cimentati nella fabbricazione di monete. Dovettero quindi andarea caccia di operai disposti a lavorare per loro.Presero inizialmente contatto con un certo Jacobo Stricchia da Siena che dovevaessere conosciuto da uno di loro.Il processo produttivo della moneta metallica si componeva di tre operazionifondamentali e distinte: 1) la preparazione dei conii; 2) la preparazione dei tondellidetti anche fedoni; 3) la battitura dei tondelli mediante i conii che li trasformavano inmoneta conferendogli un valore nominale. Per queste operazioni occorrevano diversioperai quali i sentenziatori, i remissori, i carbonari, i rimettitori, i fonditori, il fabbro,l’intagliatore, gli addirizzatori, il monetiere, l’affinatore, il saggiatore. Il numero dioperai occorrenti non era fisso: poteva variare a seconda del tipo di zecca. Ma c’eraun minimo sotto il quale non si poteva scendere.Lo Stricchia ovviamente non possedeva tutte le capacità e qualità necessarie per laconiazione della moneta: aveva bisogno di aiuto e forse fu lui stesso che indicò aiBardi due altri gaglioffi – Lucio da San Gemignano e Guccio da Siena – i qualiaccettarono di far parte dell’impresa. Sozzo, Aghinolfo, Rubecchio, Stricchia, Lucio eGuccio si radunarono così per un primo incontro e una prima discussione operativa incasa dei Bardi a Firenze. Dalla riunione emerse inequivocabilmente che il gruppo nonpossedeva le qualità tecniche sufficienti per condurre a termine l’impresa. Qualcunodei presenti fece allora il nome di Jacobo Dini, anche lui di Siena, che pare avessetutte le qualità di cui la banda abbisognava, ma doveva essere un tipo moltosospettoso e molto attaccato al denaro per cui con lui occorreva andar molto cauti. Labanda però non aveva scelta. E si decise di convocare il Dini a Firenze, in casa deiBardi, per una seconda riunione generale. La cosa però non era facile da combinare.Il Dini, sospettoso com’era, temeva una trappola per cui i Bardi si decisero adinviargli tramite lo Stricchia una lettera personale accompagnata da sette fiorini d’orocome compenso per il suo disturbo a muoversi da Siena. I Bardi dovevano essere  buoni psicologi perché la loro mossa ottenne il risultato voluto. La loro letterapersonale e i sette fiorini riuscirono a smuovere il Dini che venne a Firenze epartecipò alla seconda riunione. Il Dini intascò i sette fiorini, approvò la lista dellemonete da falsificare, e ottenne la promessa di ricevere la settima parte di tutte lemonete da lui prodotte («septimam partem omnium monetarum quae cuderentur etfabricerentur in loco predicto per ipsum Jacobum»). Infine diede ai presenti notizie einformazioni tecniche sull’operazione e promise la sua presenza alle operazioni dimanifattura dei falsi. I tre Bardi erano alle stelle e diedero ordine a Guccio di recarsiimmediatamente a Siena allo scopo di «procurare, habere, facere vel emere» tutti iconii necessari per la fabbricazione delle monete.I nostri eroi formavano una specie di armata Brancaleone e come l’armataBrancaleone del famoso film non riuscirono a combinare assolutamente nulla. I loropiani fallirono miseramente prima ancora di essere attuati. Jacobo, Stricchia, Guccioe Lucio riuscirono a coniare a titolo di prova alcuni quattrini che, non si sa per qualeragione, rimasero appiccicati alle mani di Rubecchio. La banda non fece in tempo aconiare qualche altro pezzo da mettere in circolazione che le autorità intervennerotempestivamente ed in un battibaleno misero fuori gioco gli incauti malfattori. Checosa era successo?Difficile fornire una risposta precisa perché i documenti superstiti non sono ricchidi particolari e quelli del processo che contenevano i particolari sono andati distrutti osmarriti e comunque io non sono riuscito a rintracciarli.La gente deve aver notato che, mentre poche mucche venivano portate dai Bardisul monte, c’era tutto un misterioso andirivieni di attrezzi che con le mucche e la loroattività avevano poco o nulla da spartire. Quando si coniarono i quattrini e i sextini diprova, la fusione del rame provocò una fumata strana che pure non rientrava nellaattività normale delle mucche e che pare sia stata notata dalla gente del circondario.Ma come cercherò di mostrare in seguito la ipotesi più probabile è che ci sia stata unaspiata da parte di Lucio e di Guccio. Sta di fatto che la situazione improvvisamenteprecipitò.Nella prima metà di ottobre 1345 ser Giovanni di Guidone da Magnale, notaio eufficiale della lega di Cascia, inviò diverse guardie a Siena e a San Gimignano percitare e interrogare taluni che si diceva avessero partecipato con Stricchia e Dini allafabbricazione di moneta falsa. Sulla base delle informazioni raccolte, ser Giovanni diGuidone riuscì a catturare Stricchia di Jacobo e Jacobo Dini da Siena che «avevanopreparato la coniazione di moneta falsa nel castello di Castiglione appartenente aifigli di Bastardo de Manzano nel contado di Firenze ed ivi avevano in effetticominciato a coniare falsi quattrini e falsi sestini». La cattura dello Stricchia e delDini avvenne nella pieve di Cascia, nel contado di Firenze. Avuti in mano loStricchia e il Dini, ser Giovanni li fece trasferire sotto scorta a Firenze dove i duemalcapitati furono portati alla presenza di ser Beraldo da Narni podestà di quellacittà. Il podestà non perdette tempo: istruì immediatamente il processo ed il 15ottobre emanò la sentenza che condannava Stricchia e Dini alla morte sul rogo. I duepoveri diavoli furono immediatamente bruciati vivi: «combusti fuere».Per la sua pronta ed efficace azione ser Giovanni di Guidone da Magnale ricevette, come premio, nientedimeno che 95 fiorini d’oro e 15 soldi. I “nunzi”, cioè le guardieche avevano arrestato e scortato a Firenze i due falsari, ricevettero un premio di 3fiorini e 10 soldi. Il tutto – cattura dei colpevoli, loro condanna, loro abbruciamento,premio alle forze di polizia – fu portato a termine con una rapidità sorprendente. Maci fu dell’altro. Lo stesso 15 ottobre 1345 il podestà istruì il processo contro Sozzo,Aghinolfo e Rubecchio. Per un eccesso di diligenza il podestà aggiunse alla listaanche Rino, un servitore di Rubecchio. Accusò tutti di cospirazione a coniare monetafalsa e ritenendo di aver ottenuto le prove della loro colpevolezza, condannò tutti gliimputati alla morte sul rogo. La sentenza fu emessa in contumacia perché i Bardiriuscirono a sfuggire alla cattura. I Bardi potevano contare su tutta una ragnatela diconnivenze, di rifugi, di case intercomunicanti: catturarli era un grosso problema.Non è neppure da escludere che, dato il rango sociale e la potenza economica epolitica dei condannati, le forze di polizia agissero con voluta inefficienza. Tuttoquesto non stupisce. Stupisce invece trovare che nel 1348, appena tre anni dopo ilfattaccio delle monete, Sozzo fosse in missione nel Mugello per conto dellarepubblica: tutti i misfatti da lui compiuti sembravano improvvisamente edinspiegabilmente dimenticati. Nel 1350, poi, dietro lo sborso di una misera somma, laposizione di Sozzo fu completamente regolarizzata con la cassazione e revocazione ditutte le condanne pendenti contro di lui. Così Sozzo ritornò a essere un liberocittadino.Si è portati a ritenere che un uomo con un po’ di sale in zucca, dopo tutto quelloche era accaduto, se ne stesse cheto e tranquillo cercando di farsi dimenticare.Macché. Nello stesso anno in cui la Repubblica generosamente gli perdonava tutte lemalefatte e revocava tutte le condanne pendenti a suo carico, Sozzo si lanciava in unanuova incredibile impresa: tagliò letteralmente la strada tra Firenze e Bologna e aprìun valico alternativo nel territorio dei conti di Cerbaia. Lo scopo di questa inaspettataopera di ingegneria civile non era il progresso dei traffici e il miglioramento dellecomunicazioni; era quello di obbligare i transitanti a passare per luoghi dove fossepiù facile per Sozzo attaccarli e derubarli. Fu fortunato perché la Repubblica non fuin grado di reagire come avrebbe voluto. I Visconti di Milano premevano sempre piùminacciosamente su Firenze e la Repubblica fiorentina ebbe assoluto bisogno delfortilizio di Vernio, per articolare intorno ad esso la resistenza contro i Visconti. IBardi acconsentirono a schierarsi a fianco di Firenze, che in compenso li autorizzò arafforzare le vetuste fortificazioni in Vernio e a costruirne delle altre. E così continuòsino alla fine dei suoi giorni la strana vita di Sozzo il quale più misfatti faceva e piùonorificenze riceveva. Nel 1362 fu inviato dalla Repubblica in missione inValdinievole; nel 1371 gli fu affidato il comando della guarnigione della rocca diMonte Colorato nella valle di Santerno; nel 1372 sedette tra i capitani di Parte guelfae si fece notare per la sua ferocia nelle ammonizioni che impartiva.Delle vicende di suo zio Aghinolfo al tempo della falsificazione della moneta si ègià accennato in precedenza. Anche lui continuò a compiere malefatte vita sua naturaldurante, che tuttavia paradossalmente non gli procurarono se non onori eonorificenze. Nel 1360 fu inviato ambasciatore in Valdarno e podestà aCastelfiorentino; nel 1363 fu castellano a San Gimignano, nel 1366 castellano aBarga dove divenne podestà e finalmente morì nel 1370. La straordinaria vicenda dei Bardi e dei loro accoliti non mancò di suscitarenotevole impressione in Firenze. L’anno 1345 fu un anno molto difficile per lapolitica monetaria di Firenze per via dell’aumento inusitato del valore dell’argentorispetto all’oro: aumento che mise in crisi il sistema bimetallico allora prevalentenella città toscana. A questi avvenimenti si aggiunse la strana operazione dei Bardiche non mancò di suscitare notevole impressione nella città toscana. I Villani peresempio nella loro cronaca riportarono: «In questi dì, certi malefattori cittadini,alquanti di casa Bardi… fecino venire da Siena certi maestri falsatori di moneta enell’alpe di Castro avevano ordinato e cominciato a falsare la detta moneta nuova e iquattrini. De’ quali maestri furono presi due e furono arsi e confessarono per lorospontanea volontà che i detti tre de’ Bardi la faceano loro fare e [i Bardi] furono citatie non comparirono e furono condannati tutti e tre al fuoco come falsari».Era naturale che ci fosse una certa commozione nella città per il delitto commessodai membri di una delle più autorevoli famiglie fiorentine. Ma è singolare che neicronisti e scrittori del tempo non compaia alcuna reazione al fatto, per noi inaudito,che due degli operai implicati nella vicenda finissero sul rogo mentre i Bardi cheerano i veri responsabili della malnata vicenda, se pur condannati, non solo nonricevettero la pena comminata ma furono poi presto riammessi nella “nomenklatura”con importanti compiti e incarichi nell’amministrazione cittadina. Ad ogni modo,indipendentemente dalle reazioni della gente, la penosa storia di quel che accadde aFirenze nell’ottobre del 1345 conferma per l’ennesima volta la sacrosanta teoriasecondo la quale, in estrema sintesi, sono sempre e soltanto i cenci e gli stracci quelliche vanno all’aria.C’è un altro punto su cui dobbiamo tornare. I due disgraziati che furono bruciativivi furono lo Stricchia e Jacobo Dini. Gli altri due operai che parteciparonoall’impresa, Lucio da San Gemignano e Guccio da Siena, non compaiono tra icondannati. Io non sono riuscito a trovare documenti relativi al loro destino, ma tuttolascia presumere che i due siano riusciti a svignarsela. Si ricorderà che lo Stricchiaaveva pescato i due e che con loro si era tenuta in casa Bardi una prima riunione. Inun secondo tempo, assoldato anche Jacobo Dini, si era tenuta una seconda riunionesempre in casa Bardi, cui avevano partecipato ancora detti Lucio e Guccio. Guccio siera incaricato di procurare alla banda i conii per la falsificazione delle monete. Daqualsiasi punto si guardi alla complicata vicenda si trova che Lucio e Guccio eranocolpevoli non meno degli altri. Perché dunque furono risparmiati? La mia ipotesi èche i due o perché avessero litigato con i soci o per il terrore che può averli assalitidurante l’impresa, abbiano tradito i compagni e svelato il piano alle autorità e checome premio per la delazione siano stati risparmiati al rogo.Studiando il problema dei falsari nella regione veneta, R.C. Mueller rilevògiustamente che «gli effetti della contraffazione di piccoli quantitativi di moneteanche pregiate, erano quasi nulli; gran parte dei falsari rischiava la propria incolumitàfisica per cercare profitti tutto sommato magri». Lo stesso può dirsi della infeliceimpresa dei Bardi. Il profitto di un falsario consisteva di due elementi: 1) la minor  quantità di argento inserita nella moneta falsa rispetto alla quantità d’argentocontenuta nelle monete legali; 2) il diritto di signoraggio che veniva automaticamenteraccolto dai falsari in luogo di venir percepito dalla Repubblica.Circa il punto 1) c’è da osservare che tutte le monete argentee medievali, data lagenerale scarsità di metallo prezioso, contenevano limitate quantità di argento. Igrossi che Sozzo e compagni contenevano sì e no dai 2 ai 4 grammi di argento puro alpezzo. I quattrini fiorentini contenevano la miseria di grammi 0,2 di argento fino.Circa il punto 2) c’è da dire che nelle bene amministrate repubbliche italiane, i dirittidi signoraggio erano molto ridotti, molto più bassi cioè che nelle repubblichestraniere. Di norma tra spese di signoraggio e costi di produzione nel caso dellemonete grosse non si prelevava in Italia più di un 2-5 per cento mentre per le monetepiccole non si prelevava più di un 5-20 per cento del valore nominale della moneta.Se i falsari volevano ricavare profitti sostanziosi dalle loro imprese dovevano coniarequantità molto grandi di pezzi falsi. Sozzo & C. non avevano l’attrezzatura perprodurre tali masse di monete. I possibili profitti che la banda avrebbe potuto farepaiono pertanto del tutto sproporzionati ai rischi che i membri della banda correvano.C’è da osservare però che la sproporzione rilevabile nell’impresa era attenuata dallaprecauzione di coniare in prevalenza monete non fiorentine; ma soprattutto per iBardi c’era evidentemente la convinzione, dimostratasi fondata, che difficilmentesarebbero stati accalappiati e che se anche lo fossero ben difficilmente un’eventualecondanna sarebbe stata portata a compimento: di fronte alla legge i cittadini nonerano tutti uguali ed i Bardi appartenevano al gruppo privilegiato che della leggepoteva infischiarsi. E, di fatto, se ne infischiavano.

LA POLITICA PRIMA DELLA FINANZA

1309124577

Se potessimo adottare uno slogan per l’interpretazione degli avvenimenti mondiali in questo periodo di crisi generalizzata, segnalando al contempo la strada da imboccare per uscire da questo impasse epocale, ribadiremmo un vecchio concetto che sosteniamo da quando siamo nati come sito: la (geo)politica prima della finanza. In una fase in cui tutte le attenzioni critiche sono “dirottate” (il termine non è casuale) sui guasti della sfera finanziaria, sui difetti del mercato, sulla tirannia del denaro e dei suoi duplicati immateriali, sull’immoralità di banchieri et similia, ristabilire l’ordine delle cose ed una corretta valutazione degli avvenimenti diventa un obiettivo ed una priorità per chiunque non voglia restare alla superficie delle presenti e ricorsive problematiche sociali.

Che in un sistema capitalistico la crisi si affacci innanzitutto in quell’ambito sistemico che prende il davanti della scena è stata spiegato egregiamente da Gianfranco La Grassa in migliaia di pagine. Non ci ripeteremo ma chi ne ha voglia può andarsi a leggere i suoi saggi dell’ultimo decennio (qui ne trovate qualcuno http://www.ripensaremarx.it/) In sostanza, afferma La Grassa, i mutamenti geopolitici in atto (multipolarismo come preludio all’ingresso in una nuova fase policentrica) cambiano le regole del gioco a livello globale interrompendo e modificando il funzionamento di quei meccanismi economici, apparentemente automatici (la mano invisibile del mercato, le regole degli scambi, la competitività internazionale) ma, in realtà, influenzati da una potente mano politica, ideologica  ed anche militare, che regolano i rapporti, codificati in leggi tutt’altro che sempiterne, tra formazioni sociali capitalistiche.

Poiché non esiste più un centro regolatore, o almeno questo sta perdendo quella preponderante forza gravitazionale del passato, controbilanciata dalla nascita di altri poli attrattivi (si pensi allo strapotere americano nel campo occidentale, e non solo, all’indomani della caduta dell’URSS che fece decretare agli ideologi capitalistici troppo zelanti e zeloti “la fine della storia” e l’ingresso nell’era della globalizzazione astatale e solidale a cui oggi, invece, corrisponde l’emersione o la riemersione di competitors internazionali con intenzioni egemoniche che consegnano quelle ipotesi al cimitero delle ubbie propagandistiche) i precedenti assetti sistemici si sgretolano mentre si ridefiniscono i rapporti di forza sullo schacchiere planetario. Come ho scritto altrove: “Ci troviamo sicuramente all’imbocco di una nuova fase storica di cui la crisi economica costituisce l’elemento “superficiale” di conferma. L’attuale formazione sociale occidentale, nata dalle ceneri del capitalismo borghese di matrice inglese (e che noi abbiamo definito formazione dei funzionari privati del capitale a matrice statunitense), sta perdendo terreno a causa dell’entrata del mondo in una fase multipolare (con l’affacciarsi e il riaffacciarsi di formazioni particolari sulla scena globale e conseguente messa in discussione del predominio della potenza attualmente dominante) che annuncia un più profondo policentrismo, non ancora prevedibile nei tempi di effettiva concretazione. La Grassa sostiene che la crisi economica è di fatto il risultato di uno scontro tra falde tettoniche sottostanti che segnalano il configurarsi di una diversa configurazione geopolitica mondiale. In epoche come queste fioriscono ideologie a “geometria variabile” (vedi il liberismo e il keynesismo) che in una situazione di perdita di egemonia da parte dei gruppi dominanti (tanto all’interno che all’esterno di ciascuna formazione sociale capitalistica) cercano di sostenere la credibilità sistemica con un approccio antitetico-polare che però è mutuo appoggio per uno stesso fine mistificatorio. Lo scopo è quello di creare una cintura protettiva che impedisca di discernere i conflitti in atto tra agenti dominanti i quali, in un periodo di acuta lotta per la riproduzione e il controllo della sfere sociali, non devono essere svelati nella loro intima natura. Il conflitto in essere, pertanto, appare originato nella sfera economica, quella più superficiale, dove i rapporti di dominanza sono più facilmente obnubilabili e dove la battaglia interdominanti per la supremazia assume i caratteri della ipertrofia e della debacle finanziaria. Ma si tratta di una pura traslazione che nasconde sommovimenti profondi di natura politica non rimediabili con interventi e correttivi economici”.

Così, invece, direttamente nelle parole del pensatore veneto: “La crisi non è semplicemente il disordine dei settori finanziari con crollo dei valori dei titoli, perdita di ingenti capitali (e di “risparmi” per i piccoli investitori), fallimenti bancari, ecc; crisi seguita poi da quella reale con caduta della produzione, crescita della disoccupazione, chiusura e fallimento di imprese e via dicendo. Questo è l’aspetto più appariscente, che mette in (giusta e comprensibile) ansia i cittadini, scatena gli economisti e gli “esperti” finanziari in sempre più cervellotiche previsioni e ricette curative, innesca un’alternanza di reazioni di pessimismo e di programmatico ottimismo, induce le autorità ad interventi sempre di breve momento e con scarsi risultati durevoli. La crisi, anche se riguardata dal semplice (assai limitativo e sviante) punto di vista economico, è crescita delle sproporzioni tra settori che, superati certi livelli, lacerano il tessuto complessivo e creano  completa  disarmonia  e  dunque  inceppamento  di  quel  meccanismo  interattivo  tipico  di un’attività lavorativa, i cui prodotti sono merci. Tale forma mercantile aggiunge alla sproporzione quale carattere di una crisi – anche l’anarchia all’interno di ogni settore di attività e nei rapporti tra settori. Malgrado i (vani ed effimeri) tentativi di regolazione, la competizione mercantile non può non essere anarchica salvo che – del tutto parzialmente e per una data fase – nei momenti di decisa prevalenza di certi comparti dell’insieme: in genere si tratta, nelle epoche dette monocentriche, di una determinata formazione particolare rispetto alle altre del suo campo (area) di competenza.  La produzione di merci implica la duplicazione monetaria, con creazione di un settore specifico, detto finanziario, ove l’attività è specialmente frenetica e si sviluppa con ritmi assai veloci, dato che i tempi della sua realizzazione sono in pratica inesistenti in rapporto a quelli necessari nei settori della produzione in senso stretto. La sproporzione prende quindi spesso l’aspetto di una crescita abnorme del settore finanziario rispetto agli altri; ed è per questo che da qui prende generalmente avvio la crisi nei suoi aspetti più appariscenti e anche largamente dannosi per l’intero circuito dello scambio  mercantile,  che  viene  a  bloccarsi.  Quando  ciò  accade,  ecco  levarsi  gli  alti  lai  contro l’immoralità dei tempi, il decadere dei sani costumi dei capitalisti di un tempo, la smania di troppo guadagnare e troppo velocemente; e senza sporcarsi le mani in un’attività produttiva reale. Ecco spuntare inoltre le litanie sull’etica negli affari, che deve tornare a orientare l’azione dei banchieri; ecco alzarsi le reprimende contro l’eccessivo desiderio di lusso e il consumismo sfrenato, il che fa, schizofrenicamente, a pugni con l’invito all’aumento dei consumi come antidoto alla caduta dell’attività produttiva dovuta all’ingorgo delle merci invendute…Una semplice crisi finanziaria, pur accompagnata da gravi (ma momentanei) disturbi ai circuiti dell’attività produttiva reale, è in fondo una sorta di estesa “brufolosi” dell’organismo economico. Se dura, e se prende aspetti sconvolgenti, è allora espressione di mutamenti del sistema mondiale ben  più  consistenti  e  non  riguardanti  la  sola  economia”. G. La Grassa, Cooperazione e Competizione, su ripensaremarx.it http://www.ripensaremarx.it/TUTTI%20GLI%20ARTICOLI/cooperazione%20o%20competizione%5B1%5D.pdf).

Questo è appunto lo stato in cui ci troviamo, il momento storico particolare in cui la crisi finanziaria annuncia mutamenti strutturali della formazione capitalistica mondiale che sono più sostanziali rispetto alla  mera regolazione dei processi bancari o ad una legislazione in grado di mettere la museruola ai capitali transnazionali, poichè non riguardano la sola economia.

Detto ciò non avremo difficoltà a smascherare quegli imbonitori che confondendo le cause con gli effetti sperano di portarci altrove, lontano dalla galassia politica in cui si fronteggiano gli agenti strategici della lotta per la predominanza, sull’ameno pianeta della finanza dove quel che appare non è o se è si manifesta sotto mentite spoglie.

Prendiamone due a caso. Guido Rossi e Giulio Tremonti. Entrambi stanno conducendo una battaglia a cuscinate etiche contro la finanza ignorando che dietro questa ci stanno i carrarmati pragmatici della politica di potenza degli Stati. Entrambi stanno adottando un linguaggio similrivoluzionario, a tratti persino anticapitalistico, per rimarcare la loro distanza dal mercatismo oltranzista che ha determinato la crisi sistemica globale, calpestando, vite, valori, relazioni umane.

Guido Rossi: “La soluzione alla crisi si sostanzia, dunque, in una riforma che preveda un programma di controllo e di direzione delle forze, non solo politiche, ma anche economiche, nell’interesse della giustizia, della stabilità sociale, e dei diritti fondamentali dei cittadini, che invece sono stati trascurati e continuano ad esserlo, invocando lo stato di eccezione e di paura, che propone nella politica economica assai spesso solo strumenti di austerità, favorevoli agli ingiusti poteri e allo sfrenato arricchimento dei pochi che governano attraverso le degenerazioni del capitalismo finanziario.”

Giulio Tremonti: “La degenerazione del capitalismo si è manifestata per quattro patologie: la nuova tecnica della finanza per cui si è diffusa l’arte di vivere sul debito, la deregulation, gli hedge fund e gli equity fund e lo spostamento sul solo conto economico, senza tenere presente il conto patrimoniale.”

Va da sé che per tutti e due, essendo il problema principale la degenerazione morale soggettiva e collettiva, di banchieri, capitali e imprese finanziarie, per saltare il fosso della débâcle bisognerà imporre un codice morale agli aguzzini della pecunia onde ricondurre il capitalismo nell’alveo dei suoi scopi originari, cioè la produzione di ricchezza sotto forma di beni tangibili. Ma il capitalismo non ha bisogno dei consigli e delle prescrizioni di Rossi, Tremonti o di chiunque altro per riformarsi, per passare di ciclo in ciclo, di stadio in stadio, di ricorsività in ricorsività. Poiché questo avverrà “naturaliter” quando dalla lotta tra agenti stretegici a livello globale si compatterà un polo egemone che attualmente non c’è o c’è per uno spazio geografico più limitato rispetto a precedenti periodi storici in cui era riscontrabile una maggiore stabilità degli assetti sistemici mondiali (che non significa equilibrio definitivo o immobilità assoluta).

Diciamo allora che Rossi e Tremonti, mica Pinco e Pallino, sono due signori ben inseriti in apparati istituzionali di Stato, di banche e di organismi sovranazionali che rappresentano, dal punto di vista teorico, l’opposizione ideologica interna al Capitale (alla quale viene assegnato lo specifico compito di obnubilare la realtà dei fenomeni impedendone la più cogente comprensione) e dal punto di vista politico individui aggregatori di creduloni (per la dispersione delle forze sociali potenzialmente pericolose).

Alla fine la sintesi la farà ancora il Capitale e la Potenza geopolitica che riuscirà meglio a condizionare gli inevitabili processi storici trasformativi. A noi poveri sciocchi resterà in mano l’etica e la predica ma nessuna capacità d’incidenza sugli eventi.

1 152 153 154 155 156 184