CON GAZA, MA NON SEMPRE

gaza

Detesto ciò che dici e ti farò tacere. Ne prenda nota il matematico “impertinente”, poiché la biografa di Voltaire che egli cita non è mai scesa sulla terra, mentre il maestro finiva due volte nella polvere della Bastiglia. A parole si difende qualsiasi diritto in quei salotti perbenisti ma alla prova dei fatti il coraggio manca e la censura è premeditata, come gli eccidi d’Israele. Costui non era un eroe quando sparava sul “basso d’uomo” e non lo è ora che il fuoco amico lo prende di mira sotto la cultura. Nella trincea di Repubblica la libertà d’espressione ha un’altezza pari a quella di certi odiati statisti, per cui non appena si alza il tiro si viene impallinati. Tuttavia, questa volta, Oddifreddi ha pienamente ragione ma la logica non si sposa con questa democrazia che stabilisce per diritto americano chi sta dentro e chi fuori dalla civiltà, ovvero chi è compare e chi scompare dall’orbe, grazie anche a questi orbi di stampa in ginocchio da Sam. Nemmeno ad un uomo di “conti” come lui hanno fatto sconti perché la somma di troppi pregiudizi è sempre un numero da circo a mezza stampa e tutta serbanza, in quanto in via Cristoforo Colombo non si vuole perdere l’America e le sue caramelle. Se il matematico non aveva capito l’assioma è meglio che cambi mestiere.

Dire, come ha fatto Oddifreddi, che i conti non tornano tra palestinesi e israeliani e che nemmeno si pareggiano tra quest’ultimi ed i nazisti, è un’aritmetica che solo gli asini dietro all’Occidente possono contestare ma i suoi ex colleghi giornalisti “a la paga” non la pensano come lui e se la pensano così comunque non la dicono, preferendo trastullarsi con i logaritmi gialli affinché la realtà si convinca ad aderire alla loro diffusa ideologia. La Gerusalemme liberata ad un tasso di morti elevatissimo per i palestinesi è il poema che nessuno vuole leggere da questa democratica parte del mondo perché la storia è stata già riscritta dai vincitori e quindi non ha bisogno di ulteriori approfondimenti.

Personalmente ho un’opinione diversa della situazione, perché dopo i fatti di Libia la mia simpatia per Gaza e le sue sventure si è voltata in leggero fastidio. Chi cerca ora di commuovere il mondo con i propri cadaveri, ieri sproloquiava contro il dittatore della Sirte, augurandosi la fine sua e dei suoi figli, diretti e putativi. La morte sua e li mortacci vostra, appunto, che non valgono né più né meno di quelli libici, trucidati dagli stessi sicari che all’epoca sostenevate mettendovi sotto miserabili bandiere verdi di dollari. Allora do ragione allo scrittore Massimiliano Parente, e poiché i due governi continuano a spararsi tra loro non mi dispiacerebbe che qualcuno li sparasse su Marte cosicché da patiti delle dispute marziali diverrebbero semplicemente marziani disarmanti.

Ancor di più mi stanno sui galloni i patiti del partito preso che sono sempre con i palestinesi perché odiano gli ebrei per riflessi ideologici, o, perché, risulta ancora molto di sinistra noglobal esserlo, in quanto con la bandiera di Gaza insieme a quella del Che Guevara migliora la scenografia contestataria e l’idiozia planetaria. Proletari di tutto il mondo ridicolizzatevi pure.

Condivido quanto scritto da La Grassa in un commento: “Oggi, senza cadere in ingenue e manichee esaltazioni dei palestinesi, di Hamas, ecc. (lasciamo perdere il Quisling Abu Mazen, uno dei peggiori figuri di quella zona), diciamo apertamente che gli ebrei (non trinceriamoci sempre dietro il termine israeliani, ogni tanto diciamo pane al pane) sono i nuovi razzisti, massacratori e disprezzatori dei diritti e dell’umanità di chi non ha la loro religione e la loro cultura. Non ha senso istituire paragoni con i nazisti. Sono comunque dei persecutori, dei negatori della dignità altrui. Vedono solo loro stessi, tutti gli altri sono “inferiori”. Un simile atteggiamento è moralmente indegno e da esecrare senza tante esitazioni. Noi siamo per la perfetta eguaglianza di ogni essere umano. Basta inganni, non accettiamo più i prepotenti di un qualsiasi tipo! Vi trincerate dietro un martirio (che noi continuiamo coerentemente a condannare) per martirizzare altri, che hanno gli stessi diritti vostri e cui voi usurpate la terra. Non vi rispettiamo, perché voi non rispettate nessuno che non abbia le stesse vostre idee, la vostra ideologia, la vostra sprezzante visione del “mondo degli altri”. E uccidete a decine e centinaia gli “impuri”. Applicate pur sempre la stessa legge del taglione: 100 nemici (a volte 1000) per ognuno di voi. E volete rispetto? Ma nemmeno per sogno! Conquistatevelo, eliminando i vostri dirigenti assassini, il vostro Mossad addetto alla criminalità pura!! Allora fiorirà nuovamente la simpatia fra noi e ci schiereremo senza un minimo di remore al vostro fianco contro chiunque voglia eliminarvi o disperdervi. Saremo di nuovo come allora, come quando fremevamo di odio verso chiunque ci raccontasse menzogne sul vostro essere, che sappiamo eguale al nostro in tutto e per tutto. Saremo allora con voi, sempre!”

Uguale ragionamento vale però per i palestinesi, finché difenderanno il loro diritto ad avere una patria ed ottenere il rispetto dei loro diritti politici ed umani, saremo idealmente con loro. Ma quando sputeranno sulla terra e le vite altrui, augurandosi la morte di altri uomini e governi, allora mostreremo il medesimo disprezzo che nutriamo nei confronti dei sicari israeliani. Poiché è già successo, la nostra diffidenza è giustificata

IL VUOTO A DESTRA, IL VUOTO A SINISTRA. LE PALLE PIENE DAPPERTUTTO.

SudItaliabordello

La differenza tra destra e sinistra sta nel posto dove si accumula il vuoto. La prima ha il vuoto in testa, da sempre, la seconda lo ha fatto tutto intorno, da qualche decennio. La sintesi tra i baracconi sta nei vuoti a perdere della Bocconi a cui i partiti si sono affidati per accelerare la loro scomparsa nel nulla. Destra e sinistra sono ormai fuori gioco e se non fosse per ignobili e ripugnanti manovre di Palazzo, complice un Presidente della Repubblica, spalleggiato da centrali estere d’influenza e d’ingerenza negli affari italiani,  sarebbero già state risucchiate nel buco nero di questa cloaca storica che sta cancellando l’Italia dalla cartina geopolitica.

Ma il grande tonfo può solo essere rimandato non evitato. Di certo, non saranno le alchimie elettoralistiche al vaglio del Colle, che intende continuare a garantire la prosecuzione dei governi manichei, retti da manichini della finanza e distaccati dalle Università a Palazzo Chigi senza consenso popolare, ad impedire il tracollo generale, tanto dei conti pubblici che della dignità nazionale.

Con il pretesto delle finanze disastrate è stato messo in piedi un esecutivo di ragionieri e di banchieri che avrebbe dovuto tirare la cinghia per limitare le spese pazze dello Stato ed, invece, un cappio è stato stretto al collo dei connazionali, i quali prima avevano il fiatone ma tiravano a campare mentre adesso non hanno più nemmeno l’aria per respirare. E tirano le cuoia.

Dai dati diffusi dai vari uffici statistici si evince che questo Governo di intelligentoni ha fallito proprio sui compiti assegnatigli, ormai un anno fa, da una classe politica arrendevole e screditata. In un lasso di tempo così breve nemmeno i politici più scarsi che la Repubblica abbia mai avuto avrebbero potuto combinare così tanti guai. Del resto, costoro hanno invocato i professori non per le nostre gioie ma per quelle degli speculatori che sono appunto gli attuali dolori della Penisola, nel tentativo di appaltare all’esterno manchevolezze e inefficienze di cui, tuttavia, sono comunque stati ritenuti i principali responsabili. Il trucco non è riuscito e si ritrovano con un Grigio che, sospinto da un Abbronzato, reclama le chiavi delle istituzioni. Ovviamente, diverso era il loro l’intento poiché il popolo avrebbe dovuto credere che il bene della patria passasse dal male minore di un commissariamento di cattedratici con studi all’estero, studi privati in Italia e appoggio di consorterie massoniche mascherate da centri di studio mondiali. Abbiamo, infine, scoperto che il male, come diceva la Arendt, non ha gradazione e si presenta come minore esclusivamente se si è disposti  a bersi a tutto da certe maggioranze trasversali al pari di minorati.  Gli scolaretti tecnici per essere realmente diligenti dovevano andare volutamente fuori traccia sin dall’inizio del loro mandato, occupandosi prettamente di politica e di smantellamento sociale, come da suggerimento dei circuiti internazionali: la politica della liquidazione dello Stato, della svendita dei tesori pubblici, della dismissione della sovranità nazionale per i progetti egemonici di una Potenza Centrale non più disponibile a lasciare fare, in una fase in cui si accinge a ridefinire gli scenari globali per coglierne gli esclusivi vantaggi e limitare gli eventuali danni.

Come nel 1992 il disegno comincia però a sbavarsi. All’epoca, sul terremoto della I Repubblica dovevano marciare vittoriosi gli zombies coi baffi, a cavallo di gioiose macchine da guerra, ma giunse, inaspettato, a sbarrare il “basso” un nano da Monta che ruppe le uova nel paniere a chi si vedeva già conquistatore di Roma. Nessuno aveva fatto i conti con l’elettorato democristiano e socialista che mai sarebbe finito a sinistra. Presentemente, l’ingloriosa macchina da tecnica comincia a vedere le Stelle, causa l’omonimo movimento il quale, sebbene guidato da un comico, fa sicuramente meno ridere dei buffoni di “coorte”, che lo criticano e non lo prendono abbastanza sul serio, meditando di potersene sbarazzare con un codicillo legislativo. Ma Grillo, oltre che un fastidio è un sintomo di quello che gli italiani pensano di tutta la ridicola scena politica e della tristissima situazione economica nostrana. Questo Asterix con le cinque palle del suo programma rischia davvero di rappresentare l’unico nucleo di resistenza al quale i nostri concittadini tenteranno di aggrapparsi come seconda scelta al non v(u)oto, giusto per ritornare all’ipotesi di partenza.

Come andrà a finire? Inutile fare previsioni in assenza di reali alternative a questo sbaragliamento completo, perché, come già detto, non c’è un male minore da sostenere che non sia in ogni caso un male da patire. Se i grillini annientano la concorrenza ci toglieranno dalle palle una serqua di politicanti corrotti e servili protagonista indiscussa di questo tragico epilogo. Ma resteremo pur sempre con le cinque palle in mano del loro manifesto che è un pasticcio di luoghi comuni ecologisti, statalisti, liberisti, conditi con ubbie ultramoderniste legate alle tecnologie comunicative e strampalaggini feudali associate ad armonie comunitarie mai esistite. In ogni caso, tali avventurieri non hanno il personale politico per cambiare la situazione e di puntare i fucili alla tempia degli specialisti, per farli lavorare al loro servizio, non ne parlano appunto perché sono rivoluzionari della chiacchiera e la chiacchiera, come la classe operaia, non fa lo Stato. Se a cavarsela nelle urne saranno i soliti partiti non ci sarà più santo al quale votarsi, moriremo di lenta agonia politica e lunga asfissia economica. A meno che, ma questa nostra speranza è purtroppo una lucciola poco luminosa nella notte fonda di questa Repubblica nera, non si facciano finalmente avanti uomini duri con l’obiettivo,  ancora possibile ma sempre più difficile, di spezzare le catene che tengono stretta l’Italia alla finanza mondiale e alla strategia occidentale. Da quest’ultimo campo non si può uscire d’amblé ma occorre iniziare starci senza la testa piegata e la schiena ricurva. Troppo per i nostri (dis)onorevoli barboncini da compagnia atlantica.

CI-CAGO

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Alpha-ano (della banda del buco)
Fini (di complotto straniero)
Casini (a gestione famigliare)
Schifani tutti
I banditi settentrionali dei Maroni (il colpo sotto la cintola, dal Po’ in giù)
Il baro di Bari (il famoso trucco della cozza sud-ata)
il Putsch della bettola (con birra in mano)
La congiura dei Matti (pazzi seguaci di Matteo)
Grilletto facile (e sangue docile)
Monti di pegni (quel che si dà è perduto)
Il Napolitano (confidente dello Stato americano)
ITALIA = CI-CAGO

QUESTA E’ L’AMERICA

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Bisogna essere italiani per diventare fino in fondo così stupidamente e ciecamente americani, per credere ad occhi chiusi e a bocca aperta al sogno genuflesso ed irriflessivo di una democrazia che non si guarda mai allo specchio se non per dirsi quanto è compiuta, anche quando sbaglia (soprattutto quando sbaglia, calcolando male la distanza tra l’obiettivo e l’effetto collaterale). Ma l’America sa ammettere i propri errori davanti al mondo perché a nessuno verrà in mente di farle pagare le conseguenze dei suoi reati. L’America è il regno delle favole sulla libertà, l’opportunità, il progresso sempre a portata di portafoglio più che di mano, del cambiamento che viene con una folata di vento, della finta trasformazione arrivata direttamente dai tempi della segregazione con una tonalità più scura di colore della pelle. Diceva Gaber, non c’è popolo più creativo degli americani “loro creano così, come cagare”. E noi che siamo più cretini che creativi ci facciamo abbindolare dal loro coinvolgimento emotivo.

In America tutto è possibile, perché è attrezzata per l’impossibile e per l’incalcolabile da mettere sempre sul conto degli alleati e dei nemici, o dei nemici che divengono alleati à la carte e degli alleati spesso trattati come carta da parati.

Premiarne uno ingannandone cento. Qui sta tutta l’epitome dell’american dream, un’illusione per la maggior parte della popolazione ed uno stratosferico deposito in banca per un’ élite ristretta di persone. Ma tale allucinazione, questo va ammesso, funziona socialmente, tanto da aver condotto quella nazione alla guida del timone mondiale, usando fuori soavi e condivisibili parole ed ardendo dentro di potenza come un tizzone.

Questa è l’America tra apparenza ed introspezione, tra realtà e finzione ma per noi vecchi europei appesantititi da troppa tradizione e poca convinzione nei nostri mezzi storici e politici la verità vale meno della sua proiezione. Per questo ripetiamo ad alta voce, tamburellando con le lingue sotto il palato, “viva l’America e il suo vivido fato” al quale corrisponde, miseri noi, la nostra sventura di servi che, per farci più deboli ma belli sotto il suo sole imperiale, condiamo con discorsi di collaborazione e di acritica condivisione, malcelando una piena sottomissione e così essa sempre macellando noi.

Gli Usa sono potenti e, per questo, prepotenti, incutono timore, si fanno rispettare calpestando la morale ed issando il drappo del moralismo globalizzato che diventa un irrinunciabile vessillo col quale giustificare ogni specie di terrorismo. E giù bombe a grappolo ed aiuti umanitari agli sconfitti i quali si piegano al volere del Paese che accoglie tutti a ceffoni prima di elargire abbracci, affinché ognuno comprenda che anche la brutalità, l’odio e l’intolleranza sono cemento dell’esistenza associata, anzi, per così dire, se il sostrato collettivo si fonda sulla crudeltà, l’arrivismo esasperato e la cattiveria assoluta l’esperimento riesce meglio e dura più a lungo. Non dirlo in pubblico ma praticarlo in tutto. Le carezze e le dolcezze occorre guadagnarsele con le durezze e le sconcezze. Se sei buono ti tirano le bombe, se sei cattivo ti tirano le bombe ma se sei cattivissmo sei dei loro ed allora ti finanziano e ti mettono alla testa di qualche governo nel Medio-Oriente o in Africa. Se sei un tecnico ti spediscono a Roma.

Gli americani sposano sempre i sani principi ma soltanto se a proferirli sono dei sicuri banditi. Il successo, quando arriva, s’incaricherà poi di ripulirti la coscienza rilasciandoti la certificazione di benefattore con la filantropia per passione, se la fama non arriva questo sarà il segno inequivocabile che Dio non ti ha selezionato e che pertanto meriti di essere bastonato.

L’America è buona ma soprattutto spietata ed è per questo che ha condizionato e piegato l’Europa,   prima col Piano Marshall e poi con la Nato che è come la mafia, nessuno può uscirne se non vuole morire. E’ anche per tale motivazione che ci tiene incollati tutti al televisore durante l’elezione, nell’attesa di una nuova lezione di civiltà superiore che giunge immancabilmente, a prescindere dai programmi, dai contenuti o dai diversi mascalzoni che si contendono il seggio Presidenziale. Il sistema americano non è perfetto in sé ma lo è in noi, perciò non ne vediamo mai gli inganni e gli errori. L’America fa sempre il suo dovere, o almeno così ci sembra, perché invece di guardarla negli occhi, scrutarla nell’anima, sezionarla nelle espressioni del volto noi ci mettiamo di sedere per non vedere. L’America l’amiamo perché ci tiene all’amo. Non a tutti, ma a tutti quei farabutti di giornalisti, politicanti, mediatori dei media italiani che hanno il sogno americano in mano e la dignità nell’ano. Lo confesso, anche a me l’America piace, perchè mi piacciono i film western e le spy stories, quelli cioè dove si affrontano i delinquenti fino all’ultimo sangue.

LA STOFFA DEGLI UOMINI DI PEZZA

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A che serve svolgere le elezioni se centri di potere, più o meno riconoscibili, hanno già discusso ed approvato il loro ordine del giorno sul nostro Paese che dovrà restare, anche per i prossimi 4 anni, ancorato a Monti o a qualche altro manutengolo delle cerchie mondiali, attraverso l’appoggio incondizionato di un’ampia maggioranza ricomprendente le due forze prevalenti (ma ormai non troppo) in parlamento, PD e PDL , nonchè i soliti cespuglietti partitici ad personam?

La domanda è lunga come la sudditanza che si va profilando per il nostro Stato ormai ingabbiato nei meccanismi stritolanti della speculazione finanziaria la quale ha deciso di fare dell’Italia carne di porco, approfittando del discredito e della debolezza di tutto l’arco politico disponibile a liquidare la nazione per la propria misera conservazione.

Non siamo esclusivamente noi ad avanzare questa torbida ipotesi ma lo fanno pure alcuni quotati giornalisti come il direttore di Libero Maurizio Belpietro e l’editorialista dello stesso quotidiano Franco Bechis. Dietro alla complessa macchinazione, opera di molte mani avide e arraffatrici, ci sarebbero, tra gli altri, la City e Citigroup, la perfida Albione e la perfidissima America, l’incrocio dei profittatori pecuniari e dei dominatori planetari che vogliono vedere l’Italia definitivamente in croce.
Scrive Belpietro “…Si sta mettendo in scena un rito di finta democrazia, nonostante sia a tutti noto che a guidare il Paese non saranno Bersani o Renzi…Alfano o Santanchè…e neppure il comico genovese…indipendentemente dal responso delle urne a Palazzo Chigi non andrà il prescelto dagli elettori, ma resterà chi c’è adesso, ovvero Mario Monti. In subordine il professore potrebbe traslocare al Quirinale lasciando un suo vassallo alla guida dell’esecutivo; tuttavia anche in questo caso a stabilirlo non saranno i cittadini, ma i grandi gruppi bancari, gli analisti finanziari, gli speculatori, i trader, quella insomma che viene chiamata la business community”.
Le teste di turco di questo devastante disegno sono connazionali portati in auge da quei settori sovranazionali di comando che auspicavano, almeno dal 1992, di sferrare il colpo di grazia alla Penisola; il triangolo della rovina dell’Italia ha un Colle al vertice e due Mari ai lati, brutte figure pubbliche il cui servilismo a progressione geometrica ci farà finire tra i bassi lochi privi di autodeterminazione, nel pieno di pesantissimi e rischiosissimi riassestamenti geopolitici.
Il primo garantirà che anche il prossimo Premier sia una marionetta tecnica, il secondo, un vero jolly con le fattezze da dolly, dovrà farsi trovare pronto per la Presidenza della Repubblica o per la proroga di gabinetto, il terzo, invece, convincerà Roma, con i suoi modi vellutati da drago di pezza, a farsi acquistare dal Fondo di Stabilizzazione, cosicché smetteremo di essere padroni in casa nostra, non avendo più neanche il diritto di prendere decisioni economiche e politiche. Costoro hanno proprio stoffa perché sono fatti di questa materia.
Ecco come vede la situazione Bechis: “Prima condizione: via il Porcellum perché non deve essere possibile che gli attuali partiti italiani così frammentati possano contare su un premio di maggioranza così alto. Seconda condizione: voto anticipato a febbraio, così il nuovo governo verrà nominato da Giorgio Napolitano. Terza condizione: l’Italia dovrà chiedere aiuto finanziario all’Eurogruppo, in modo che la Trojka possa porre condizioni che determinino il prossimo programma del governo italiano.”  Mario Monti inoltre, come ricorda Magdi Allam (articolo in basso), è l’uomo di Goldman Sachs, del Bilderberg (che si riunisce a Roma nei prossimi giorni) e della Trilaterale, è, cioè, il rappresentante di tutto fuorchè delle istanze italiane. Per salvarci dobbiamo innanzitutto salvarci da lui e dagli interessi che lo sospingono, altro che secondo mandato.
Lo scenario che si prospetta è tetro perché l’Italia sprofonderà in una crisi sociale devastante e non avrà nemmeno la forza di riprendersi poiché deprivata degli strumenti di sovranità politica indispensabili ad opporsi agli attacchi della finanza e adatti a limitare i danni di una fase storica in ebollizione che non ci vede protagonisti di niente e in nessun posto. Nemmeno tra le mura domestiche.

Ps. Questa volta il gruppo Bilderberg si riunisce a Roma (http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-per-decidere-leuro-commissariamento-di-italia-spagna-e-grecia-i-grembiulini-del-gruppo-46589.htm), sarà solo un caso o siamo diventati il loro cacatoio preferito? Al posteriore la dura sentenza.

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1N42RI
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1N45JP

http://www.difesa.it/Sala_Stampa/rassegna_stampa_online/Pagine/PdfNavigator.aspx?d=12-11-2012&pdfIndex=57

 

A chi diamo la più grande impresa strategica del sistema italiano? Ad un americano!

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A chi diamo la più grande impresa strategica del sistema italiano? Ad un americano! Impossibile ma probabile. Non un gabinetto tecnico ma tecnicamente un gabinetto. Di merde. Riportiamo la notizia cosi’ come la dà il Sole24ore. Se dovesse rivelarsi vera sarebbe la prova inquivocabile del compito di liquidazione dello Stato affidato a Monti, che Napolitano vorrebbe anche prorogare per altri quattro anni. Non si sa mai, c’è sempre qualcos’altro da svendere finchè non si arriva alle mutande. Dopo questa razzia parlare di dignità nazionale sarà una pazzia. Svergognati!

Gianni Dragoni per il Sole 24 Ore

giuseppe orsigiuseppe orsi

«L’ambasciatore americano a Roma David Thorne potrebbe essere un ottimo presidente di Finmeccanica». La frase è stata pronunciata nei colloqui tra esponenti del governo e del milieu politico-economico al ricevimento dell’ambasciata americana a Roma, nella notte delle elezioni del presidente degli Stati Uniti.

L’altra sera all’hotel Excelsior per l'”election night” c’era anche Giuseppe Orsi, il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, già traballante perché indagato per corruzione internazionale (respinge però le accuse con decisione), le cui quotazioni sono crollate dopo la pubblicazione delle ultime intercettazioni della conversazione con Ettore Gotti Tedeschi.

DAVID THORNEDAVID THORNE

Secondo le trascrizioni, Orsi dice tra l’altro che il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, è «coglione» perché ha criticato la gestione della crisi Ansaldo e definisce «assolutamente pazzo» il direttore generale di Finmeccanica Alessandro Pansa, con il quale si è scontrato per le deleghe.

«Non mi dimetto», ha ripetuto Orsi l’altra sera. Oggi alle 15 presenterà i conti del terzo trimestre al cda, insieme al consigliere e d.g. Pansa. Tra i componenti del cda c’è chi ritiene necessario un chiarimento per il bene del gruppo, sia sulle vicende di presunte tangenti per 51 milioni di euro per la vendita di elicotteri in India sia sui giudizi espressi da Orsi, dalle presunte «consulenze inutili» di Finmeccanica (poi smentite) all’ex moglie del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, il quale a Ballarò ha parlato di «avventate illazioni» fino allo scontro con Pansa. Nelle conversazioni intercettate Orsi chiede «perché Grilli supporta così Pansa?», dice «dobbiamo trovare un posto di lavoro a Pansa…», aggiunge di avere «una idea di sbattere via Pansa».

SEDE FINMECCANICASEDE FINMECCANICA

Chissà se i consiglieri, tra i quali gli «indipendenti» Paolo Cantarella, Silvia Merlo e Ivan Lo Bello, chiederanno chiarimenti nella seduta. Non è prevista oggi la nomina di un nuovo consigliere in sostituzione di Franco Bonferroni che si è dimesso. Il governo non ha ancora individuato un candidato forte da nominare almeno presidente o per sostituire in toto Orsi. Il premier, Mario Monti, nelle prossime ore dovrebbe affrontare il caso Orsi, forse non lo farà prima del cda.

CARDINALE ANGELO BAGNASCOCARDINALE ANGELO BAGNASCO

In questo quadro si inserisce il riferimento a una presidenza per l’ambasciatore Thorne, nei conciliaboli all’Excelsior se ne è parlato a proposito della consuetudine di Washington di far ruotare gli ambasciatori. Tra i candidati alla presidenza riaffiora Gianni Castellaneta, ex ambasciatore negli Usa, ora presidente Sace.

Secondo fonti vicine alla società (in Borsa -2,85% a 3,748 euro) i conti al 30 settembre sono buoni. Trapelano però preoccupazioni per il peggioramento della situazione finanziaria e il rallentamento degli ordini. La turbolenza che avvolge Orsi non fa bene ai risultati, nel gruppo molti aspettano un ricambio. Nei primi sei mesi i ricavi sono diminuiti del 5% a 8.027 milioni, l’indebitamento finanziario netto consolidato a giugno era salito a 4.656 milioni, 467 milioni in più di 12 mesi prima. È fortemente in dubbio l’obiettivo annunciato da Orsi di cedere attività per incassare un miliardo entro il 2012.

Alessandro PansaAlessandro Pansa

Nella partita nomine è attivo il lobbista Luigi Bisignani e non è in disparte Ignazio Moncada, il presidente della Fata che Gotti Tedeschi con Orsi ha definito «un grandissimo burattinaio».

Il portavoce dell’Aeronautica militare indiana, comandante di stormo Gerald Galway, ha dichiarato a Defenseworld.net che l’aeronautica «andrà avanti con il programma» di acquisizione dei 12 elicotteri AgustaWestland Aw101, la commessa da 556 milioni di euro su cui è aperta l’indagine in Italia per tangenti.

L’aeronautica prevede di ricevere il primo Aw101 entro 2-3 mesi. Nell’inchiesta aperta dalla Procura di Napoli tre dei 15 indagati sono indiani: Praveen Bakhsi, amministratore delegato della Aeromatrix Solution, Tyagi Sanjeev Kumar detto July, uomo d’affari ed ex pilota dell’Air force indiana, Gautam Khaitan, avvocato.

QUANDO LA STORIA RICOMINCERA’ DA CAPO

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Ieri, in un editoriale su Il Tempo, Davide Giacalone ha scritto che quella italiana sembra “la classe dirigente di un Paese irrilevante, invece è la classe irrilevante di un Paese importante”. Più che parvenza è acclarata sudditanza, scaturente da circa un ventennio di inadeguatezze politiche e svendite economiche, che quella presunta importanza hanno voltato in impotenza manifesta.

Una élite ribaldesca et subrepticia, selezionata tra i peggiori rimasugli di un’epoca conclusasi indegnamente, a colpi di giustizialismo eterodiretto dall’estero, scampata agli scandali unicamente perché marginalizzata nelle seconde e terze file della partitocrazia di allora, una inqualificabile armada di traditori e di rinnegati riciclatasi all’ombra delle bandiere europea ed americana dopo aver seppellito il tricolore e i colori delle rispettive insegne ideologiche, una accolita di burattini portata in auge  da uno stuolo di lacchè della (dis)informazione, con tutti i mezzi e ad ogni costo, i quali preferiscono girarsi dall’altra parte dell’oceano, beandosi d’inesistenti amicizie coi padroni mondiali, piuttosto che guardarsi in faccia, possibilmente spuntandosi negli occhi e disprezzandosi per la propria piccolezza di fronte alle grandi modificazioni in corso sullo scacchiere geografico.

Questo rappresentano lor signori che si fanno chiamare onorevoli, senatori, consiglieri, direttori condirettori ed inviati a quel Paese.

L’ amore di costoro per gli Usa, non corrisposto o tuttalpiù contraccambiato a parole e photo opportunities, è pari soltanto alla tracotanza statunitense nei nostri confronti che diventa persino indifferenza allorché si tratta di perseguire interessi strategici nei quali non entriamo più nemmeno di striscio.

Gli Stati Uniti sono per noi un esempio? Benissimo, seguiamolo fino in fondo questo modello, imitandolo nelle buone e nelle cattive maniere, per il benessere del popolo italiano e per il futuro della nostra nazione: rifiutando la dettatura dell’agenda politica di organismi internazionali dittatoriali, alla loro stregua; intervenendo a gamba tesa nei meccanismi di mercato inondando, quando occorre, l’economia di aiuti finanziari dello Stato o scatenando la bufera sui competitors industriali che arrivano a pestarci i piedi e inventando casi di corruzione mondiale per spuntarla negli affari, al pari loro (e pazienza se la mano invisibile diventa visibile manomorta che molesta i circuiti liberisti e gli automatismi liberali); inseguendo e preservando le nostre prerogative nazionali in campo internazionale, anche senza allargare a dismisura il nostro spazio vitale seminando morte e distruzione come fanno loro; proteggendo a spada tratta gli investimenti continentali ed extracontinentali analogamente a loro; garantendo accordi preventivi con le altre parti in causa anche quando queste si pongono fuori dal consesso occidentale, similmente a loro (del resto, lo stratega statunitense non è mai stato “choosy” con sé medesimo, soprattutto se questo serve a spingere le imprese di punta della madrepatria o a penetrare nel territorio di un altro corpo sociale); portando la nostra visione del mondo nelle aree in cui tradizionalmente è stata esercitata una qualche influenza, magari cercando effettive condivisioni coi popoli ospitanti, senza spargere bombe e tombe, quindi contrariamente a loro; abbassando la testa solo per schivare i colpi e non in segno di resa e di umiliazione come pretendono loro.

Così si comportano gli statunitensi quando sentono messa in discussione la loro supremazia globale e non si lasciano irretire dallo stupido vocabolario inclusivo, collaborativo e civile che essi stessi hanno confezionato per allargare il loro appeal culturale, politico e  militare.

Lo zio Sam fa le regole e quando queste gli si ritorcono contro, prima le trasgredisce, poi le critica e,  infine, dimostrandone il superamento da parte degli eventi, le riformula secondo i suoi precisi obiettivi. E tutti gli altri governi babbei, in primis quelli senza più sovranità statale (Italia, de te fabula narratur), che gli vanno dietro applaudendo alla sua incredibile capacità di riformarsi e di trasformare le altrui abitudini, perché gli americani sono giovani, flessibili e sempre pronti al cambiamento mentre la vecchia e stanca Europa manca di lucidità e di brillantezza. Da quando poi a Roma ci sono i professori a darci lezioni di sottomissione nemmeno si discute più di questi temi che sono stati derubricati ad esami complementari da sostenere a fine corso storico, quando ci saremo già ritirati dalle nostre facoltà mentali.

In questo clima di smobilitazione e di collasso pubblico devastante dobbiamo anche assistere al teatrino della fossilizzata nomenclatura di partito (rifattasi in extremis il makeup grazie a quattro rottamatori scavezzacolli, in ogni caso invertebrati che ci tengono al Colle) la quale si dice inorridita dall’avanzata dei grilllini e dell’antipolitica che si traduce in diserzione elettorale. Quindi il problema dell’Italia, cittadine e cittadini, sarebbe un capocomico e la sua claque di urlatori paganti? I grilli mettono paura solo alle erbacce e comunque non hanno alcuna intenzione di ricorrere ai pesticidi per bonificare il campo poiché finirebbero per distruggere il loro stesso habitat. Si sa che l’ortottero da combattimento si riproduce esclusivamente in mezzo alla gramigna. Questa gentucola scesa dalle montagne e andata dietro a Monti per nascondersi dalla vergogna vorrebbe darci a bere che questo è il rischio più grosso per la Penisola dopo che l’hanno consegnata al tribunale fallimentare della finanza internazionale?

Purtroppo è tutto un gioco delle parti e non c’è da credere a questi innovatori dell’ultima ora i quali più di farci ridere nel pianto non potranno. Le vere rivoluzioni non giungono mai a cavallo dei sogni ma si annunciano, con le loro idee inedite e destabilizzanti il fradicio ordine costituito, a sangue e sfracelli. Altro che acqua pubblica, trasporti, sviluppo, connettività, e ambiente che stanno a puntino in qualsiasi programmino di ciarlatano, più o meno educato. Quando sarà il momento, se mai verrà, chi vorrà realmente sovvertire questo panorama marcito si presenterà alla popolazione con un manifesto racchiuso in un unico punto: una pallottola nel capo a chi ha ingannato, liquidato, umiliato il fu Belpaese. E forse la storia anche per noi ricomincerà da capo.

LUI RENZI E NOI POVERI CAPPONI

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Quando ho sentito Matteo Renzi gracchiare e ringraziare il cielo, durante la trasmissione Ballarò, per averci dato Monti, perché quest’ultimo ci avrebbe restituito la perduta credibilità internazionale, mi è venuta subito in mente la favola di Fedro, le Rane, al punto in cui però il serpente ha già cominciato a divorare gli abitanti del pantano italiano per conto degli Dei oltreoceanici della finanza mondiale. Renzi, il mister Bean che viene dopo Monster B., è una specie di sadico che si diverte a vedere i suoi connazionali accettati (nel senso di fatti a pezzi) dalla Comunità internazionale, al prezzo di una povertà incipiente e della negazione di qualsiasi speranza nel futuro o di un futuro di speranze. Ed ormai cominciano a costarci care anche queste se non agiamo per concretizzarle. Non credo che agli italiani interessi molto questa fiducia estera se poi coincide con il loro suicidio economico o la cessione di ulteriore sovranità e, di certo, non cambieranno idea perché a sostenere tali amenità è un giovane che porta in giro, come esclusivo vessillo di rinnovamento politico, la sua bella faccia senza rughe la quale, tuttavia, non pare nemmeno il ritratto dell’intelligenza. Non siamo lombrosiani ma non occorre appartenere a questa scuola di pensiero per distinguere tra un genio ed un lombrico. Ovviamente, non è l’età a poter certificare il cambiamento, non l’anagrafe a stabilire la forza delle novità. Sono invece le idee, il coraggio e la capacità di leggere i fenomeni storici che possono rompere il quadro antico di un desolante panorama istituzionale, esauritosi nell’indegnità generale di una classe dirigente corrotta e succube dei dominanti atlantici. Col nuovismo si fanno forse le rottamazioni o le campagne elettorali ma non si rilancia lo sviluppo di una nazione, né si definiscono le strategie geopolitiche di riemersione, in un’epoca in cui principalmente la geopolitica influenza l’indirizzo degli Stati. Sotto questo aspetto dalla bocca di Renzi non è uscito nulla di diverso rispetto alla solita litania proeuropeista e filo-americana, da qui il suo montismo cieco e bieco. C’è chi sostiene che il sindaco di Firenze sia un Berlusconi di sinistra con qualità superiori al Cavaliere perché moralmente più sobrio, specularmente liberista ma meno libertino, ugualmente divertente ma non sconcio e per questo piacente anche agli avversari di partito. Insomma, una copia meglio venuta dell’originale ma pur sempre una copia. Renzi è una specie di Don Matteo passato dalla Ruota della fortuna, un po’ facile predicatore e un po’ concorrente televisivo, ovvero un Berlusconi senza eccessi e senza difetti, quindi un qualunquista con scatti di conformismo. Dal predellino del porco alla predella del parco. Se questa è la strada che porta alla rottamazione quasi quasi è meglio stare sulla vecchia via perché su quella nuova già sappiamo quello che non si prende e non si trova. In ogni caso essere il doppio, benché migliorato, di uno che ha già fallito al massimo porterà ad un duplice disastro con tanti complimenti da parte dei circuiti planetari che lo stanno sostenendo e che ci stanno azzannando. Non rideranno di noi in Europa e nel mondo ma si faranno lo stesso beffe dell’Italietta servetta. La sua riunione con i banchieri è stata l’antipasto di quel che accadrà, o, forse, perfino l’ultima cena del Belpaese che proprio non vuole modificare la sua rotta prima del diluvio universale, il cristorante da Renzi dove la Penisola finisce in croce, come e peggio di prima. Lui Renzi e noi i poveri capponi che cadono nella pentola. Se questo è il nuovo che avanza resteranno per terra solo rottami. Ecco perché lo chiamano il rottamatore, non tanto del suo partito ma dell’intera nazione.

Berluskenstein e i suoi creatori

BERLUSCONI FERITO DA LANCIO OGGETTO E NON DA UN PUGNO

 Ti ho chiesto io, creatore, dal fango

di farmi uomo? Ti ho chiesto io

di trarmi dal buio?

J. Milton, Il Paradiso perduto, X, vv. 743-45 in Frankenstein, o il moderno Prometeo

Nella competizione dei dipartiti ammazzati nelle urne, in primo luogo da chi nelle urne non ci entrerà più nemmeno morto perché disilluso e, poi, dall’unico non partito destinato perciò a non arrivare a niente, c’è tutta la decadenza del sistema politico italiano giunto ad esalare il suo respiro finale. L’ invasione degli ultrà-ortotteri del movimento dei grillini pare sia l’ultima piaga di questa II Repubblica piegata in due dall’apocalisse istituzionale ed economica e, pertanto, condannata ad essere rasa al suolo per volontà di un vendicativo Dio oltreoceanico.  

In ogni caso, un Paese di rami secchi non può che trasformarsi in un habitat particolarmente adatto a diversi tipi insetti. Per ora è successo alla Sicilia che parla all’Italia intera dicendole “de te fabula narratur” ma non manchera’ tanto per dare gli estremi disonori a tutta la nazione.  La cosa non ci dispiace affatto, meglio seppellire subito questo cadavere putrefatto, attraversato da trame e da tarme, tornando a nuova vita che assistere inermi al banchetto dei vermi.

Un po’, insomma, come in quel famoso discorso sul libero scambio di Marx, pronunciato il 9 gennaio 1848 all’Associazione democratica di Bruxelles, il quale non divenne improvvisamente capitalista perdendo la testa e la faccia ma piuttosto si auguro’, per il bene del proletariato, la repentina esplosione di tutte quelle contraddizioni che avrebbero fatto precipitare la situazione.  Quindi facciamo anche noi lo stesso ragionamento al massacro affinché ogni antinomia deflagri, che i crik crok divoratori dello Stato e i cri cri venuti dal basso per finire nella rete si mangino pure tra loro fino all’ultimo brandello di carne. Non resterà più niente di tutto il vecchio mondo e, forse, finalmente si potrà riedificare questo Paese disastrato.

Lo scenario politico, tuttavia, era già stato destrutturato qualche giorno avanti a queste (e)lezioni siciliane, dopo la condanna di Berlusconi da parte dei giudici di rito ambrosiano, i quali gli hanno comminato, oltre ogni aspettativa ragionevole, 4 anni di reclusione per frode fiscale, nonostante la pena richiesta dal Pm fosse meno pesante.

In questo modo è saltato quell’accordo sottobanco tra il Presidente della Repubblica e lo stesso Cavaliere che aveva “patteggiato” con Napolitano il ritorno dietro le quinte, chiedendo in cambio il termine delle persecuzioni giudiziarie nei confronti suoi, dei suoi familiari e delle sue aziende.

La magistratura però non segue più un indirizzo unitario come durante Tangentopoli e non riconosce quale unico interlocutore quella sinistra risparmiata dalla mannaia giustizialistica agli inizi degli anni ’90, all’indomani della sua rapida conversione all’atlantismo spinto che ha spento ogni passato.

Tanto più che il Colle si era precedentemente imbarcato in un braccio di ferro col terzo potere per coprire alcuni politici amici i quali avevano autorizzato incontri ravvicinati di ogni tipo con gli uomini delle cosche, all’epoca della famigerata trattativa Stato-Mafia. Quest’ultima pero’ non fu affatto un negoziato come si sostiene improvvidamente ma una cessione di sovranità e di patrimonio pubblico a forze esterne alla Penisola che si servirono della mafia per alzare il tiro e ridurre il prezzo.

Tuttavia, Berlusconi è arrivato tardi all’appuntamento con la storia che nel frattempo, come spesso capita allorché i grandi eventi passano impropriamente sulla testa di piccoli individui, si è voltata nella solita storiella interna tra arraffatori di briciole pubbliche, avidi di miserie personali e di avanzi istituzionali. Come ha recentemente scritto il Gen. Piero Laporta, il vero banco di prova per B. era stato la guerra in Libia, l’occasione propizia per il leader del Pdl di alzarsi al livello dello statista abbandonando i tacchi dello stilista. Scrive Laporta: “Il momento cruciale per Berlusconi è stato il golpe contro Gheddafi. In quel momento doveva dimostrare la capacità di fronteggiare la crisi giocandosi tutto. Egli avrebbe dovuto porre il veto per l’intervento contro la Libia, sfasciando la Nato, caso mai inviando l’aeronautica a bombardare le truppe speciali francesi e inglesi, penetrate in Libia, piuttosto che concedere le nostre basi per far bombardare l’alleato Gheddafi, abbracciato e baciato in pubblico pochi mesi prima, durante la visita kermesse del libico a Roma. Il solo fatto che Berlusconi presumesse di mettere al sicuro Gheddafi dalla tempesta in arrivo con un carosello di carabinieri in suo onore, la dice lunga sull’incapacità sua e del suo entourage di imbecilli di valutare presente, passato e futuro d’una situazione internazionale dura e sfociante verso una guerra mondiale”. Il suo futuro ora è senza futuro per mancanza di coraggio, assenza di visione strategica ed abbondanza di amor proprio, peraltro, molto male tutelato. Adesso che non gode più di alcun credito presso il suo elettorato, abbandonato egoisticamente sotto un loden per pararsi il culo, si ritrova col culo scoperto, ovvero fuori dal bastione governativo da dove avrebbe potuto organizzare il suo estremo piano di resistenza e di sopravvivenza.

B. è dunque politicamente morto e con lui tutto il sistema partitocratico italiano perché come nel romanzo di Mary Shelley la sorte del mostro precederà quella dei suoi creatori che lo hanno evocato per continuare ad esistere. Quando i grilli friniscono i tempi finiscono.

Chi mi ha creato è morto. Quando non ci sarò più, perfino il ricordo di noi due svanirà”. Frankenstein, o il moderno Prometeo.
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