LA MODA DELLA SINISTRA

bertinotti-03Lo chiamavano Bombardotti ma era solo Berti-notti romane e salotti chic. L’ex leader di RC, Rifondazione Costumista, gran liquidatore di un partito, un po’ bazar un po’ boutique, che raccoglieva vecchi scampoli di comunisti sdruciti e nuovi modelli per drug queen ammattite si è messo ad imbastire l’abito funebre di una sinistra morta da un pezzo. Lo ha fatto da Cortina D’Ampezzo, e da dove sennò. Il sub-comandante Faustus, come un novello partigiano dei nostri tempi, è arrivato però sulla montagna politicamente corretta delle dolomiti venete con l’autista, l’uniforme di cashmere e pericolosissime armi di distruzione di classe, ovvero cravatta griffata e porta occhialetti trendy. Sembrava il Comandante Diavolo scappato dalla prigionia di via Condotti. Dal palco di Cortina InContra, per l’evenienza appuntamento più montano che mondano, Bertinotti si è espresso come l’ufficiale Charles Bouchard, comandante in capo dell’operazione Unified Protector in Libia. “Occorre bombardare il quartier generale della sinistra per farla risorgere”. Possibilmente più libera e più democratica. Proprio come la Libia che non vedremo mai perché finita in mano a quegli scalzacani di Bengasi malati Sarkopenia, i quali per mettere un passo hanno bisogno che gli Usa, la Nato e i Volenterosi gli tirino i fili come si fa con i burattini. Bertinotti è un vero genio di sartoria sociale, uno che è capace d’indossare un abito di Valentino con la stessa umiltà dell’operaio Faussone di Torino detto Tino. Insomma un BertinotTino. Ma ultimamente Sua Comunistità si sente messo da parte come un vestito liso. Eppure lui resta il grande ispiratore del comunismo “sulla parola”, cioè di quell’ideale che ha riposto il Capitale di Marx per affidarsi al dizionario dei sinonimi e dei contrari. Senza di lui Nichi Vendola non sarebbe mai esistito. Bertinotti poi è ancora più piacevole da ascoltare del suo stimato ma ingrato allievo perché al posto del default nel cervello e della esse sifula in bocca dispone di una meravigliosa erre rotante che sa di rosa e di posa. Ed allora per non farsi superare dal logorroico discepolo ieri Fausto si è prodotto in uno strabiliante numero linguistico. Per carità, nulla di serio, ma tanto carino per le orecchie ed il palato del colto e del sopraffino : “è necessaria una destrutturazione dei corpi inerti e la resurrezione di una nuova sinistra europea”. Una destrutturazione di corpi inerti? Ma non sarebbe meglio un’ inerzia di corpi destrutturati dalla testa ai piedi come il suo? Valli a capire questi medium del proletariato, potrebbero godersi la pensione coi soldi della sovversione ma non riescono a liberarsi di quell’irrefrenabile desiderio di comparire di fronte alle masse. Non per difendere la classe ma per dimostrare la loro superiore classe. Forse la sinistra, con questi presupposti da educande, non risorgerà mai ma le buone maniere trionferanno di sicuro. Più galateo e meno rivoluzione. Viva il bon ton e Louis Vuitton.

LA VERA CASTA DEI MAIALI

I ribelli hanno esposto un cartello con su scritto God bless you all, thanks for all e relative foto dei fantastic 4 (Sarkozy, Cameron, Obama e Rice). http://theobamadiary.com/tag/all/

Ecco una frase tipicamente araba tratta dal corano dei TRADITORI . Sul medesimo cartello campeggiano la bandiera inglese, francese, americana e libico-monarchica. Di quello che sta succedendo un giorno qualcuno dovrà rendere conto, prima che ai libici agli stessi italiani. Questa è la vera faccia della casta nostrana corrotta e venduta allo straniero, altro che le puttanate su sprechi e ruberie che restano soltanto l’effetto più infimo di una più grande viltà storica e politica. Quanto ancora vogliamo sopportare il loro squittire democratico e istituzionalmente responsabile che ci fa sprofondare nella sentina nauseabonda di questa epoca in ebollizione? Si comportano come pavoni ma sono topi di fogna ed anche se fanno la ruota mettiamoli tutti alla gogna.

I RIFIUTI NON SANGUINANO

gheddafi-2 http://www.facebook.com/video/video.php?v=1734194575200&oid=161489193883207&comments

I ribelli sono entrati a Tripoli mentre dovrebbero essere tutti davanti ad una corte penale o, meglio ancora, di fronte ad un plotone d’esecuzione a pagare con il sangue il loro tradimento, anche se dubito che i rifiuti, benché puzzino come i cadaveri, possano mai sanguinare. Questa non è una guerra civile perché i cosiddetti insorti sono quattro selvaggi e morti di fame, manovrati dalla Nato e dai Volenterosi che ne hanno appoggiato l’offensiva con raid aerei, truppe di terra (sono convinto che ci sono anche queste, anche se la risoluzione dell’Onu non le ha mai autorizzate) e la copertura compiacente dei mezzi d’informazione e degli organismi internazionali. L’Italia, il Paese che prima dell’inizio delle ostilità era il più grande investitore sul suolo libico, ha passato armi al CNT senza interpellare i suoi cittadini ed ha bombardato un territorio sul quale faceva ottimi affari per assecondare le mire egemoniche di americani, francesi ed inglesi. Il governo Berlusconi, con l’appoggio dell’opposizione, sta in sostanza colpendo i propri interessi nazionali dimostrando di preferire la sudditanza all’abbondanza, il grembiulino della sguattera allo scudo dell’armigero, il cappello del servitore all’elmo del guerriero, l’ombrello dell’occidente alla spada della sovranità. La Libia era parte del nostro spazio vitale economico e politico nell’area mediterranea, la porta grazie alla quale avremmo potuto avere accesso alla prosperità di Bengodi e non alla disgrazia e alla ignominia di Bengasi. Noi la stiamo consegnando, in ossequio ad astrazioni democraticistiche e dichiarazioni di principi pseudomorali, ai nostri diretti concorrenti geopolitici che ci ricambiano con una pacca sulle spalle ed un bel calcio nel sedere. Abbiamo staccato cambiali di promesse nei confronti di un popolo che credeva nella nostra solidità etica e non abbiamo coperto il conto dei nostri giuramenti. La nostra parola non vale più nulla, così come la nostra affidabilità mondiale. Siamo debitori non paganti di relazioni d’amicizia e non sappiamo nemmeno tutelare i nostri averi. Meritiamo l’interdizione storica. E’ giusto che per noi venga nominato un tutore legale. Il tribunale del predominio si è già riunito. I candidati sono tre, lo Zio Applepie, il cugino Camembert ed il nonno Pudding. Speriamo che tutta la nostra classe dirigente si strozzi con le briciole che costoro le metteranno in bocca. In ogni caso a digerire male saranno solo gli italiani. Buona pennichella popolo!

MA ANDATE AL DEMANIO!

montezFinalmente è stato trovato il bacillo che ha devastato lo Stato. Lo sostiene un’esperta e preparata equipe di dottori e luminari sociali che va dai pennivendoli dei quotidiani ai politicanti parlamentari, dagli economistucoli da scrivania agli intellettualacci da signoria, dai tuttologi panciafichisti ai gastroenterologi malpancisti i quali vorrebbero curare i dolori di panza di tutta una popolazione con una terapia d’asportazione ed estirpazione. Il male si chiama demanio ed è un fattore patogeno ereditario. Va inciso come un tratto di intestino necrotizzato, come un pezzo di viscere imputridito, sono centimetri o forse metri di frattaglie da eliminare per salvaguardare il resto dell’organismo nazionale.

Lo chiedono a gran voce i liberisti, gli statalisti, gli specialisti del “colon infame” e i professionisti del “retto sparlare” che se non ci rifilano qualcosa su per il canale non si possono mai accontentare. Per questo propongono di vendere e di liquidare dicendosi disposti anche a subire un po’ di patrimoniale. Ma quel che vogliono fare è comprare per pochi spiccioli e seguitare a spadroneggiare. Uno di questi insigni curatori della patria coi guanti bianchi ed il dito ardito pronto ad esplorare si è detto disposto a farsi tassare il capitale ma in cambio vuole meno penetrazione dello Stato nelle sue cavità proprietarie. Insomma, ci sono buchi e buchi, alcuni si devono otturare altri invece si possono allargare per poter meglio sottrarre, estrarre e ripulire. Lo Stato, a suo modo di “auscultare”, dovrebbe soltanto occuparsi di sanità, scuola e giustizia. Deve cioè perdere la testa e i pensieri, rinunciare alle braccia e alle gambe, dismettere gli organi duri e farsi tessuto molle, ridursi ad un corpo esanime che si fa divorare il fegato come Prometeo dagli imprenditori-roditori interni e dai poteri forti esterni. Dice espressamente il chirurgo della patrimoniale, il lupo col nome dell’agnello e la smania dell’incaprettamento, il Cordero che cerca d’imbucarsi e prelevare nel supermarket pubblico-statale che “negli ultimi 15 anni abbiamo toccato tutti i record. Ma i servizi non sono affatto migliorati. Sono cresciuti i monopoli, è nato quello che ho chiamato neostatalismo municipale. Dov’è la concorrenza nei servizi locali? C’è forse nei trasporti…?” Che gran para-culo-suo questo Montezemolo, si traveste da ferroviere per eccitare le sue ricchezze ma poi si deprime se qualcuno gli sbarra il tunnel del piacere. Bel modo di concepire il bene generale. Privatizzare per sodomizzare, questo è il suo unico slogan. Se lo Stato ha le mani bucate, se esso appare ricurvo e sfinito ed anche un po’ appecoronito è proprio perchè lorsignori lo hanno sempre preso alle spalle per fare i loro porci comodi. Oggi che i suoi apparati si sono consumati e sembrano inservibili, costoro si lamentano delle scarse prestazioni e vorrebbero mandarlo a chiedere l’elemosina. Che vergogna questi capitalisti pervertiti e assistiti, mandiamoli tutti al demanio per il benessere comunitario!

FIATO ALLA FIAT

 

marchionne03gLo chiamavano mago ma era soltanto un altro illusionista che faceva sparire gli oggetti dietro il fumo dei tubi di scappamento di brutte auto. Tuttavia, la realtà, questo bolide che corre più della fantasia e della fantascienza, si è presto incaricata di lasciare sul posto l’incantatore ronzino che straparla a briglie sciolte. Era lui che tentava di estrarre dai cilindri di una utilitaria qualche prolifico coniglio industriale e finanziario al fine di risollevare un’impresa decotta sopravvissuta per anni grazie ai salassi di Stato. Effettivamente, Marchionne se l’è meritato il suo soprannome magico avendo qualcosa in comune col più famoso maghetto della saga cinematografica Harry Potter. Innanzitutto, quegli occhialetti che gli danno un’aria apparente da primo della classe, un po’ rintontito dai complimenti e dalle sue stesse potenzialità disattese. Poi c’è anche l’abilità di parlare il serpentese che gli facilita la comunicazione col cobra della casa bianca, Barack Obama, suo diavolo tentatore e consigliatore nella scalata a Chrysler. La Fiat doveva rinascere proprio grazie al tocco portentoso di tale carrozziere italo-canadese con il propulsore a Washington ed il serbatoio in Svizzera, il quale si era messo “in testata” di rifare l’aerodinamica delle relazioni industriali nel nostro paese seguendo il disegno dei suoi interessi imprenditoriali. Ma la messa a punto di questo finto cambiamento ha prodotto un grande frastuono senza alcuna ripartenza. Non è difatti con la vernice che si riparano gli urti. Il via in America e la bandiera a scacchi in Italia per conquistare il gradino più alto del podio, questi gli auspici ottimistici di stampa e addetti ai lavori prima che Fiat finisse ancora in coda al gruppo dei concorrenti. Purtroppo sono stati proprio i consumatori d’oltreatlantico a far schiantare Marpionne contro una barriera di delusione e di mancati guadagni.  Delle 50 mila 500 che costui aveva promesso di far scorrazzare nel 2011 sulle high way statunitensi se ne sono viste gironzolare appena 8.500. Con questi risultati da autodemolizione non si guadagna la testa della competizione mondiale ma piuttosto si finisce in un canyon di perdite e di brutte figure. Detto ciò, l’ad del Lingotto dovrebbe ora cominciare a chiudere la serratura della sua bocca larga quanto un cofano, far ventilare il cervello ormai surriscaldato e su di giri nonché abbassare lo spoiler della sua presunzione. Il suo bagaglio di doti manageriali si è rivelato, valutando il peso delle cose tangibili prima ancora degli annunci e delle promesse, un bagagliaio di chiacchiere e di tracotanza che solo la servile stampa nostrana poteva celebrare come un rombo da fuoriserie. La Fiat perde olio su tutti i mercati, ha gli ammortizzatori scarichi in Brasile dove è stata superata dalla Volkswagen, sbanda pericolosamente negli Usa, come appena detto, e singhiozza paurosamente anche in India dove rischia di sfasciarsi l’accordo con Tata. Può darsi che le autovetture di Marchionne siano fatte della stessa sostanza dei sogni, almeno stando alle recenti pubblicità, ma anche gli incubi, da quanto possiamo constatare, fanno parte della “materialità” onirica. Il miracolo del teatino si è rivelato un penoso derapamento al quale noi di questo sito non abbiamo mai creduto. E non perché tifassimo per Sindacati, Confindustria e altre parti sociali. E’ andata in scena una farsa alla quale hanno partecipato anche gli italiani i quali ancora si affidano ai piloti della patria venuti da lontano. I nostri connazionali pensavano fosse amore ed invece era un calesse, cioè una fregatura su quattro ruote trainata da un cavallo di Troia ospitante dentro di sé i pugnalatori che ci stanno mettendo con le spalle al muro. Tutto ciò mentre non abbiamo quasi più la forza di scendere e di spingere questo povero Paese. Questo non è amor proprio. È proprio catalessi.

LE PEZZE AMERICANE

italiaPiovono rane e grane sull’Italia, lo dicono tutti ma quasi nessuno sa che pesci pigliare e quale dio scongiurare. Il pareggio di bilancio è diventato il feticcio per allontanare scaramanticamente l’apocalisse prossima ventura che ha obbligatoriamente, agli occhi di uomini incolti ed impreparati, origini oscure ed indecifrabili. Tuttavia, non è lavorando di rattoppo sulle finanze pubbliche che si ricucirà il paese il quale viene lacerato dai suoi sempiterni difetti ma anche da una classe politica superstiziosa che si fa tirare per la giacca dagli organismi internazionali e comunitari, nonché dalle potenze mondiali. Così come non è stirando le pieghe di una coperta ormai divenuta troppo corta che si potrà rimboccare lo Stivale senza lasciare fuori da qualsiasi copertura la punta meridionale. Su questo sono d’accordo anche molti liberisti intelligenti che coniugano il loro retroterra culturale con le esigenze della fase, poichè tagliare diviene esclusivamente una inutile mutilazione se non si ricomincia a crescere da qualche altra parte. Purtroppo nel Belpaese si opera ormai di maniera copiando modelli altrui e facendosi imporre la moda da astuti disegnatori che fanno i loro interessi invece di rilanciare pratiche e stili di condotta utili a tirarci fuori dalla passerella dei paesi succubi e subalterni ai gusti atlantici. Qualcuno che non ha mai apprezzato gli atelier e le boutique urla adesso in canottiera che stiamo per essere denudati ma non fa quasi niente per evitare la spoliazione. Bossi per esempio. Il troglodita della pianura padana si scaglia veementemente contro i nanetti in gondoletta ma ai giganti che gli danno sganassoni reagisce con il solletico. Recentemente ne ha dette di tutti i colori come nemmeno alla Benetton, salvo non impegnarsi affatto a rifoderare di dignità il governo di cui è Ministro e questa patria con troppe toppe sul sedere. Costui diventa in viso di un rosso-Valentino quando parla alla sua marmaglia in abiti federalisti ma impallidisce di fronte a chi ci costringe alle guerre e alla svendita del guardaroba di famiglia. Troppi piedi in una calzatura mentre al di là dei confini, nei laboratori strategici stranieri, tramano per farci le scarpe e ridurci in mutande. Il Senatur li chiama massoni, li vede coperti di tuniche e gingilli esoterici ma più che una setta segreta sono una consorteria di governi che ci colpisce alle spalle senza troppi rituali e convenevoli. Per il leader leghista il piano è “far perdere di valore le nostre banche, in modo che se le possano comprare facilmente Francia e Germania”. Forse, ma siamo solo all’incravattamento iniziale prima del vero e proprio strangolamento geopolitico. “Se un Paese non ha più banche, è un Paese finito. Non può più decidere su che cosa puntare e su che cosa lasciare. Decidono da fuori quello che un Paese può fare e quello che non può fare” ha proseguito il descamisado lumbard. Tutto giusto ma occorre aggiungere che se una nazione non ha autonomia politica ed autorità statale semplicemente non esiste. Bossi se la prende anche con gli agnelli travestiti da “Draghi” che puntano “a far saltare il governo facendo saltare l’economia” ma non mi pare che fin qui lui abbia fatto il San Giorgio coraggioso pronto a trafiggere la pericolosa e vorace bestiaccia per tutelare, se non l’Italia, almeno la Padania. Il padre-padrone del Carroccio ha ragione da vendere quando sostiene che ci sono quinte colonne interne che lavorano per il nemico, da Bankitalia, al Pd fino a quel tessitore di trame washingtoniane del nostro Presidente della Repubblica che parla napoletano vestendo americano. Ma di questa parata di costumisti politici senza stoffa e senza personalità si diventa complici se non le si tolgono le forbici di mano. Occorre una vera svolta che non sia una mera vetrina elettorale altrimenti qui finiamo tutti sulle bancarelle delle pezze americane. Abbiamo bisogno di autentici sarti della politica e delle relazioni internazionali per rimetterci in ghingeri, altro che questi confezionatori di abiti grigi perennemente attaccati allo Stato pantalone e alla coperta falsamente rassicurante dei poteri forti globali.

IL MANTRA DELL’ECONOMISTA LIBERISTA E DI QUELLO STATALISTA

Martedì 09 Agosto 2011 09:41 Scritto da Giovanni Petrosillo

crisi-mondoSiamo entrati nell’oscurità della crisi, l’aria si è fatta aspra, la luce fievole, si cammina a tentoni nelle nebbie della storia con la costante sensazione di precipitare. Però l’epoca è opaca perché noi abbiamo la vista appannata. Nel disorientamento generale si ode un vociare spettrale, un motivo funereo che dice: tagliare, tagliare, tagliare. E’ la canzone dell’economista liberista, uno strano animale metà uomo e metà calcolo tombale. Un refrain cimiteriale per mettere una pietra sepolcrale sopra quello che va male. Se proprio si deve affogare meglio accelerare ed evitare di soffrire, del resto saranno soprattutto i più sfortunati a perire quindi non c’è altro da dire, meglio agire, affettare, tranciare, spezzettare, recidere, troncare, inumare. La speranza è l’ultima a morire, senza un braccio ed una gamba si può provare a sopravvivere. Fatevi sotto, pensionati, malati, diseredati, ed anche tartassati. La società richiede un sacrifico di lacrime e sangue e qualcuno lo deve pur accettare, dobbiamo rischiare per non schiattare. Avete già dato? Avete ceduto un orecchio, un naso, un occhio della testa? E che ci volete fare è sempre il turno di chi non può protestare e deve seguitare a rateizzare anima, corpo e sedere per tirare a campare. Vi chiederete: eppure se lo scopo è recuperare, risalire, rimontare come posso accettare i consigli di chi vuol solo mutilare, asportare, deturpare? Ma non capite, poveri depressi a pezzi, avanzi di esseri umani, l’economista è uno che sminuzza, trita, sgretola, smozzica, spunta per riattivare la crescita del corpo sociale che purtroppo non coincide con quello vostro personale. Ma tant’è. Questi signori che non ci hanno capito nulla della débâcle finanziaria fino a ieri mattina adesso tornano a pontificare coi loro consigli e le loro frattaglie economicistiche tanto per non cambiare. Per loro è naturale, un po’ come cagare. Tutti li stanno a sentire, è di nuovo il loro momento, è l’ora del dimagrimento. Questi macellai col coltello affilato si disputano la scena con affini statalisti, oggi più’ in sordina, che invece di segare, falciare, recidere vorrebbero ingrassare, impinguare, rabboccare lo Stato e tutti i suoi apparati dove stanno i loro amici costipati. Anche costoro hanno le loro ragioni sbagliate che oggi non vanno per la maggiore, per un fatto di moda e di alternanza tra gruppi di cialtroni autorizzati da qualche superpotenza mondiale, ma domani, vedrete, torneranno a contare. Gli Hannibal Lecter del mercato ed i Gargantua della spesa pubblica sono abituati a scambiarsi i ruoli, dipende dalle stagioni sociali e dai raccolti industriali. Tuttavia, l’obiettivo è comune, rincoglionire la gente e svuotare le sue tasche per il progresso ideale generale e il loro stretto benessere particolare. Ma lorsignori con l’indice di borsa sempre puntato come una pistola sul popolo affamato, (siano essi liberisti o statalisti, hayekiani o keynesiani, avari o spendaccioni, intransigenti o lassisti), sono d’accordo su un piccolo punto. Lo dice l’offertista e il domandista, il mercatista e l’assistenzialista, il restringista ed il disavanzista. Dobbiamo liberarci dell’argenteria e dei gioielli di famiglia per resistere alla fanghiglia, lo ha anche suggerito qualche gran cervello della politica nostrana con l’intelletto in ferie da qualche settimana. Vendere, liquidare, alienare, dismettere tutto, dalle Poste, all’Eni, da Enel a Finmeccanica, dalle aziende municipalizzate, alle partecipazioni azionarie in mano pubblica. La soluzione è geniale, perchè così la montagna di fango potrà passare senza fare danni, non ci sarà più nulla da travolgere se ci saremo liberati di tutto, persino di noi stessi. Dell’Italia resteranno rovine ma aumenteremo il flusso turistico e la produzione di souvenir, in ossequio ai costi comparati e agli idioti patentati.

NON SCENDIAMO DAI MONTI E DAI TREMONTI

montiParola d’ordine: uscire dall’euro. Non possiamo farci mettere ancora con le spalle al muro da una moneta che sta diventando un plotone d’esecuzione schierato contro l’economia nazionale. Non ci faremo giustiziare (o almeno, dipendesse da noi, non lo vorremmo) da una valuta che ci sta svalutando l’avvenire. Gli euri, da quando sono stati coniati e sono entrati in circolazione, ci hanno eroso il fegato ed il potere d’acquisto, facendoci piegare in due dalla sofferenza e dimezzandoci il companatico. I tecnocrati dell’eurotax e dell’acquis comunitario ci avevano promesso l’eldorado europeista ma dal setacciare, con molto sacrificio, la sabbia alla ricerca dell’oro ci siamo ritrovati a rovistare nei cassonetti per raccogliere gli avanzi lasciatici dalla speculazione. La moneta unica è nata per avvelenarci, è un’arma letale nelle mani di una burocrazia grigia e subalterna (legata a doppio filo alla finanza internazionale e ai gendarmi del dominio politico globale), che passa il tempo ad inchinarsi ai mercati e alla Borsa, estenuando i suoi cittadini. Ma se gli italiani sono ridotti a spolpare gli ossi, il Governo, decidendo di avviare questa manovra lacrime, sangue e spazzatura fiscale, ha dimostrato di essere un cagnolino che si accuccia non appena i pitbull della finanza e della politica internazionale si mettono ad abbaiare. Anziché ringhiare e mostrare i denti ci siamo prodotti in guaiti e leccatine nei confronti di chi stava per assalirci. Questa volta ha ragione Mario Monti: a che serve un governo che prende ordini da un sovraesecutivo tecnico con sedi a Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York? Forse sarebbe stato meglio affidarsi direttamente a lui ed ai suoi compari, di cui conosciamo il canile di provenienza? Ecco qui un bel branco di codini scodinzolanti che pur nascondendosi meno dietro i cespugli di una finta ideologia di destra o di sinistra, vuole comunque appiccicare all’Italia il prezzo per la prossima svendita di stagione. La versione frazionata di Tremonti, appunto detto semplicemente Monti, è un europeista privo di fronzoli identitari che può dichiarare ed accettare, senza infingimenti, la necessità di “certi vincoli esterni soprattutto per un Paese che quando si governa da sé, è poco incline a guardare all’interesse dei giovani e delle future generazioni”. Siano stramaledetti i primi e le seconde in bocca a questi manigoldi che parlano di “patriottismo economico” e di “prestigio nazionale” solo per determinare, in perfetta autonomia, se è meglio stare piegati in avanti oppure distesi a faccia in giù allorché i padroni del pianeta decideranno abusare di noi. Piuttosto, sarebbe ora di dire basta alla superstizione dei mercati, alle loro formule magiche e ai riti di quegli stregoni invasati chiamati economisti i quali invocano gli spettri della crisi per costringerci a mollare tutto quello che abbiamo. Su questa terra le leggi non piovono dal cielo, c’è chi fa le regole e chi le subisce. Non ci sono entità astratte che con ingarbugliatissime sottigliezze economicistiche ordinano il mondo ma rapporti di forza che lo strutturano secondo le ragioni dei più potenti. Dobbiamo rompere questo assurdo incantesimo metallifero e cartaceo chiamato euro e poi liberarci di questa comunità di esaltati che ci sta spingendo al suicidio collettivo. Nessuno dice che sarà facile ma non resteremo soli, le placche riprendono a muoversi sul magma del multicentrismo ed è il momento di approdare su coste sconosciute. Se non seguiremo il nostro istinto di autoconservazione, se non riprenderemo il mare, come abbiamo sempre fatto, alla ricerca di nuovi continenti, del contatto con altri popoli e altre sponde geopolitiche saremo travolti dalla lava di questa epoca storica. Non scendiamo dai Monti o dai TreMonti. Che piaccia o meno all’estero noi continueremo ad essere un popolo di coraggiosi navigatori.

PRIMUM AGERE, DEINDE PHILOSOPHARI

nichi-vendola-nudo1Nichi, Nichi, Nichi…non è un Governatore del Tavoliere ma una formula magica della post-modernità, un rito scaramantico degli oppressi che piace agli oppressori, un incantesimo mondano che rende felice l’essere umano senza cambiargli la brutta mano. Nichi questa volta però è scivolato su una buccia di banana, anzi no, su un rosso ortaggio che lo rende ostaggio di questa squallida realtà inadatta ad interpretare la sua fantasia, la sua immaginazione, l’iridescenza e l’alta narrativa del suo pensiero. Maledetta realtà che non è fatta della stessa materia dei sogni, luoghi onirici a te familiari dai quali sbuchi piangendo per farti corrompere dalla burocrazia. Quanto la sai lunga Nichi? Solo tu potevi dichiarare: “sono reo di porto abusivo di sogno e devo dire che tendenzialmente mi dichiaro colpevole”. Ma è tempo di raccolto nella Capitanata, dove si dorme poco e non si sogna affatto. Orde d’immigrati arrivano dall’Africa nera e dai paesi dell’est per svolgere un duro lavoro pagato malissimo che nessun italiano vuole più fare. Sventurati bruciati dal sole e dalla ruvida terra che bagnano i campi col sudore della fronte e la schiuma della fatica per poche decine di euro al giorno. Sono questi gli Altri che Nichi mitizza e raffigura nei suoi illuminati discorsi da esegeta della solidarietà, della pace, dell’integrazione razziale e dell’unione umanitaria. Le diversità sono proprio una ricchezza caro Vendola, lo sanno bene i caporali ed i latifondisti pugliesi che sulla pelle di costoro fanno i milioni. Come vedi, purtroppo sono tutti d’accordo con te. Diceva Nichi in una delle sue estasi antropologiche che “Il potere, oggi come ieri, è figlio di un’antropologia per bianchi…e si sente in diritto di criminalizzare la diversità…” Ma quando mai? Il potere ha le sue idee sulla diversità (sociale, politica, sessuale). Questo potere ha inventato il politicamente corretto per sussumere te e la tua ideologia della differenza omologata. Certo, a volte, c’è meno poesia e più prosa in esso, ma nessun disinteresse all’alterità che è una merce a prezzo variabile come tutte le altre. Di valore inestimabile quando si vende nelle vetrine dei luoghi comuni, più economica quando viene impiegata nelle colture di pomodori e di patate. Allora Nichi, fai qualcosa di veramente nuovo per te e per gli altri, accorda mente e corpo e agisci con coerenza senza barricarti dietro quella facile metafisica sociale che trova finanziatori presso la Fondazione Rockefeller. Permetti ai tuoi concetti di confrontarsi con la vita vera, prova a pensare per un attimo all’odore delle cose, al loro sapore dolce, acre o nauseabondo, tocca con mano la consistenza del mondo e lascia che sia questa a raccontare qualcosa a te. A detti sfortunati lavoratori stagionali quest’anno mancano acqua e servizi igienici e si rischia l’emergenza sanitaria. Si, lo so, lo so, tu sei un filosofo della politica mica un idraulico o un montatore di bagni chimici. Ma che credi? Non ritieni che assetare i bisognosi e costringerli a trattenere i loro bisogni strida con l’afflato umanista della tua coscienza immacolata? Gli immigrati non sono un’astrazione del cervello, uno slogan esotico o una teoria dei colori, essi  sono più neri di rabbia che di pelle. Hanno problemi concreti. Concentrati su questi lasciando perdere tutto il resto. Primum agere, deinde philosophari, soprattutto perchè non siamo ancora in campagna elettorale.

COCKTAIL DI SERVILISMO

siriaIn questi ultimi mesi, dopo le rivolte che hanno infiammato il Maghreb, la dorsale mediterranea fino alla Libia e il Vicino-oriente con il coinvolgimento della Siria, abbiamo imparato quanto possono essere oscurantiste le masse che occupano piazze e strade. Per la verità, eravamo già stati indotti, tanto da trapassate reazioni vandeane che da contemporanee torture cinesi su giovani pechinesi, a dubitare degli intrugli popolari sceccherati con la diet coke e la pepsi cola. Poi è venuta l’era dei soft drink arcobaleno, di quelli al sapor di fiore, e, da ultimo, di quelli ai generi alimentari frullati con la libertà e la democrazia che costituiscono l’ultimo aggiornamento dei beveroni “imperiali” nel nuovo menù multicentrico mondiale. Ultimamente, il Bloody Mary è scorso “a frottole” (ma non a cascate) per le vie cittadine arabe e africane, tuttavia i media mainstream hanno amplificato la portata del liquido versato che ha coinvolto ristretti settori di popolazione (manovrati da barman locali di catene straniere e prestanomi alcolizzati sul libro paga di gangsters occidentali), per giustificare campagne di disintossicazione umanitarie e militari che altrimenti sarebbero stati inaccettabili, per il diritto internazionale e per il principio di non ingerenza nelle liquefazioni altrui. Con ciò non si vuole affatto affermare che non esistano contraddizioni in tali alambicchi territoriali, anzi è proprio agendo sulle preferenze religiose, tribali o castali oppure sulle differenze di censo e di classe, che si provocano quelle risse tra connazionali utili a far barcollare regimi poco inclini alla remissività filo-atlantica. Ma da qui a sostenere che una ebbrezza civilizzatrice stia attraversando le vene di dette aree ce ne vuole. Lo si è visto in Egitto ed in Tunisia, lo si vedrà presto anche in Libia dove al momento le operazioni belliche vanno in aceto, mentre si tratta “sottobancone” con quello che appena qualche mese fa veniva considerato un accanito etilista di potere. Le sinistre europee, a causa della sbornia rinveniente dalle loro abitudini alcolemiche social-utopistiche e progressistico-elitario-etiliche, sono state le prime a vedere doppio, a credere alla favola della caduta delle dittature africane e arabe, all’immersione dei vecchi sultanati, alla ebollizione delle satrapie famigliari le quali, per aver soffocato il loro tessuto sociale, sarebbero ora vittime di un’asfissia epocale che non fa passare l’aroma nuovo della globalizzazione. Soltanto gruppi dirigenti e uomini senza conoscenza della storia e dei rapporti di forza che muovono le singole formazioni sociali, nell’ambito di una fase di distillazione multipolaristica e pre-policentrica, potevano avvinazzarsi di cotanta ingenuità, ammesso (ma poco concesso) che d’ingenuità si debba parlare. In realtà, la sinistra col suo armamentario idealistico  consunto ed invecchiato male, è diventata la botte ideologica del gendarme planetario, per usare un linguaggio post-sessantottino caro a lorsignori narcotizzati. I danni provocati dai sinceri progressisti, troppo ciarlieri e servili per essere credibili, non si limitano ovviamente alla politica estera ma devastano i Paesi dall’interno, nelle scelte governative, nelle opzioni industriali ed economiche, nell’intreccio dei poteri che arraffano e speculano, ricalcando circostanze da campi di cotone, con punte parossistiche di svendita ed autosfruttamento come in Italia. Questo perché qui da noi il tradimento degli ideali di quel partito sopravvissuto, sotto mentite spoglie, alla fine del dualismo geopolitico Usa-Urss è stato il risultato, non di un’analisi approssimativa del percorso fatto nella precedente fase storica, ma di un passaggio volontario con stoviglie e divise negli spacci dei vincitori statunitensi. Da costoro dunque non abbiamo da aspettarci nulla se non altro vilipendio e vituperio contro la propria terra, sacrificata sull’altare di bicchierate oligarchiche e di brindisi suggellatori di intese con spugne oceaniche. Come ci libera di questi alticci camerieri senza orizzonti e visione del mondo? Come si potranno fermare i contrabbandieri di futuro che ci vogliono incatenati ad una condizione di dipendenza per poter continuare a fare i loro meschini affarucci con la potenza dominante? In America ci volle una guerra civile per mettere a tacere i cotonieri del sud in combutta con sua maestà la regina, ma l’impresa fu necessaria per costruire un grande Potenza. Per noialtri chissà. Per ora armiamoci di idee, prospettive  e proposte che dovranno incendiare come un torcibudella i loro stomaci delicati. Facciamogli salire al cervello il nostro cocktail-bomba per metterli di fronte al bicchiere vuoto delle loro menzogne. Col kvas che crederemo ancora alle loro fandonie annaquate da promesse irrealizzabili. Lo ribadiamo pane al pane e vino al vino.

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