IN CAUDA VENENUM

Enrico_Mattei

 

Dire male di Enrico Mattei, in quest’epoca di managers minuscoli, osannati unicamente per i loro maglioncini fuori ordinanza, e di scimmiette politiche circensi, le cui iniziative acrobatiche si concludono inevitabilmente sul carro più sicuro (meglio se straniero), è davvero impresa ardua. Ed allora non resta che distorcere la successione degli avvenimenti, smontando e ricomponendo le sequenze dei fatti affinché gli accadimenti si dipanino, appannandosi, in maniera differente dalle circostanze realmente verificatesi e dalle certezze faticosamente conseguite. Poiché non esiste mai una sola verità, checché ne possano pensare fior di filosofi, gli stregoni del revisionismo hanno gioco facile nel capovolgere precedenti acquisizioni e credibili opinioni, manipolando il passato ad uso del presente. Il clima di servilismo e di rimestamento nel torbido ne fortifica la truce opera di rinnegamento e di sovvertimento. Così pur decantando le lodi di un personaggio coraggioso e fuori dal comune, come lo storico Presidente dell’ENI, il quale tanto fece per il nostro Paese, inimicandosi l’establishment nazionale ed internazionale, si può insinuare, con stile molto british ed altrettanto sospetto identitarismo liberal, che, probabilmente, sulla sua triste fine incisero cause, combinazioni d’interessi e saldature geopolitiche meno evidenti di quelle emerse in una storiografia autorevole ed ormai cinquantennale.

Detto altrimenti, per compiacere i padroni incontrastati di oggi, che lo erano anche ieri ma in coabitazione con un’altra potenza nucleare come l’URSS, si afferma, dopo aver ripercorso più o meno fedelmente i passi sulla luna di un dirigente pioneristico con i piedi saldamente per terra, che la morte del fondatore del Cane a sei zampe avvenne in un momento di distensione dei rapporti tra costui e l’Amministrazione Statunitense. Ergo, i colpevoli dell’attentato di Bescapè andrebbero ricercati altrove. Magari nel campo opposto a quello Occidentale. Ecco come si getta fumo denso negli occhi della pubblica opinione e spessa cenere sulla Storia.

Ieri Paolo Mieli  (http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1KGZGU) – ex sedizioso lottacontinuista, passato come tanti altri suoi compagni dall’esercito della salvezza operaia alle milizie dei salotti buoni –  in un articolo apparso sul Corriere intitolato “Mattei e gli americani. La pace dopo la bufera”, dopo aver elencato i meriti e l’odissea industriale di Mattei dall’Agip in dismissione all’Eni in evoluzione, in un quadro epocale incomparabile e tortuoso, conclude la sua ricostruzione quasi aderente alla realtà con una bassa insinuazione che ne stravolge completamente il primigenio discorso verosimile: “Il 17 marzo del 1962 si parlò di Mattei addirittura in una riunione del dipartimento di Stato americano (la documentazione in merito è stata recentemente declassificata), dove venne presa in esame «la possibilità di incoraggiare una o più tra le maggiori società petrolifere occidentali ad addivenire ad un accordo» con l’Eni e, a intendere che non si trattava di chiacchiere, furono fatti i nomi della Standard Oil Company del New Jersey e della Socony-Mobil Oil Company come quelle che «potrebbero essere interessate a prendere in considerazione tale accordo». Che fosse opportuno stemperare le tensioni tra le «sette sorelle» e l’Eni, ricorda Castronovo, «era convinto per primo il rappresentante della filiale della Esso e presidente dell’Unione petrolifera italiana Vincenzo Cazzaniga». Le due massime autorità della Fiat, Vittorio Valletta e Gianni Agnelli, ebbero una riunione, il 15 maggio, con il presidente Kennedy, riunione nel corso della quale chiesero di «avere riguardo per la persona di Mattei». Valletta ripropose il tema in un successivo incontro all’Italian Desk del dipartimento di Stato e in un colloquio con il responsabile della Cia John McCone. Per rendere più fluidi i rapporti tra Eni e Usa – nonostante un fruttuoso incontro tra Mattei e il vice Primo ministro sovietico Aleksej Kosygin – fu attivato l’ambasciatore americano a Roma Frederick G. Reinhardt e, ancora più in alto, si occuparono della questione il segretario di Stato Dean Rusk e i sottosegretari George C. McGhee e George Ball. Quest’ultimo avrebbe incontrato Mattei il 22 maggio del 1962. La distensione con gli Stati Uniti era avviata. Ed è in quel contesto di distensione con gli Stati Uniti che Mattei morì nell’«incidente» aereo di Bascapè”(sottolineature mie).

In cauda venenum, dicevano i latini. Mi sbaglierò ma questa operazione storico-giornalistica di Mieli, giornalista-storico per autoinvestitura, dietro il pretesto di recensire un nuovo testo sul leader dell’ENI, contenente i suoi discorsi, “che si propone di tornare alla figura piena di Enrico Mattei, liberi dall’ossessione di Bascapè” abbia colto al volo l’opportunità per mescolare le carte ed ingarbugliare conclusioni, che se pur parziali, apparivano aderenti ai concreti eventi.  Poiché Paolo Mieli cita in questa lenzuolata anche il Professore Nico Perrone dell’Università di Bari, docente di Storia dell’America ed ex collaboratore di Mattei, autore di numerosi volumi sull’ex partigiano bianco, nonché relatore della mia tesi di Laurea, ci ripromettiamo di interrogarlo sulla questione, come già fatto in precedenti occasioni (http://www.ripensaremarx.it/TUTTI%20GLI%20ARTICOLI/intervista%20perrone.pdf, http://www.ripensaremarx.it/TUTTI%20GLI%20ARTICOLI/perrone.pdf).

Piuttosto, avremmo qualcosa da adombrare sulle frequentazioni di Mieli, distintosi nel 1992, alla guida della Corazzata di via “Zolferino”, per l’inquisizione giustizialista che si abbatté sulla Prima Repubblica. In quella persecuzione i quotidiani ebbero un ruolo così rilevante, di coordinazione e selezione delle notizie da pubblicare o da scartare, che qualcuno arrivò ad affermare che la direzione delle indagini, l’emissione degli avvisi di garanzia e i successivi arresti venivano decisi dalle redazioni della carta stampata.

Mani Pulite, lo abbiamo detto tante volte, fu una manovra politica dettata da oltreatlantico in seguito al crollo dell’Unione sovietica, passaggio cruciale che decretò la dissoluzione dei vecchi equilibri politici sui quali aveva prosperato l’élite democristiana e poi anche quella socialista, divenute con la caduta del Muro inservibili ed ingombranti allo svolgimento del nuovo corso epocale. Ha chiarito il prof. La Grassa che “la regia fu complessa ma certamente era soprattutto in mano ad ambienti statunitensi”, come Mieli dovrebbe ben sapere essendo notoriamente un simpatizzante di Washington, oltre che membro, insieme a tante altre personcine per bene, del comitato scientifico della Fondazione Italia-USA. Alla stessa stregua, benché con tutta probabilità l’attentato a Mattei fu materialmente eseguito dalla mafia (“gli Usa hanno avuto spesso ottimi contatti con la mafia siciliana, sia per lo sbarco alleato del 1943, sia per tutta l’oscura trama che vide l’autonomismo siciliano in azione soprattutto con il “bandito Giuliano”, sia per l’installazione della base americana a Comiso, forse anche per l’eliminazione di Mattei… ; cit. La Grassa), i mandanti devono essere ricercati in ambienti atlantici (il che non vuol dire ristrettamente statunitensi) ed il fatto che ci furono delle distensioni e degli abboccamenti con Mattei, prima del violento epilogo, servì solo a fargli abbassare la guardia. Agli occhi dei nemici le sue colpe furono innumerevoli, non soltanto di ordine economico per i minori guadagni patiti dalle Sette Sorelle, lontane cugine della mano invisibile del mercato e figlie dirette del pugno pesante dell’imperialismo capitalistico. Poiché si è sempre detto che determinati affari, soprattutto nel settore energetico, possono servire a veicolare la politica estera e favorire la formazione di blocchi antagonisti all’unico disegno ammissibile (seppur costretti tra due feree sfere d’influenza, com’ era durante la Guerra Fredda), i quali dal business prendono la scia per iniziative geopolitiche indipendenti, è da presumersi che proprio questo non fu perdonato a Mattei, il quale pagò con la vita siffatto irrimediabile affronto.

Ad un altro grande statista che volle tentare la medesima salita filo-araba toccò la stessa brusca discesa ed una sorte ancor più estenuante e dolorosa, in una Italia divenuta terra di scorazzamenti per servizi segreti, deviati o meno, partiti armati, infiltrati o meno, e fazioni della fermezza, sincere o meno. Ma questa è soltanto un’altra storia senza lieto fine tra quelle che compongono i tanti misteri italiani.

 

Ps. Questa postilla è per i miei conterranei Lucani. Enrico Mattei, essendo un fine stratega, sia sul piano politico che su quello industriale, si circondava dei migliori cervelli a lui contemporanei. Tra questi ci fu il poeta-ingegnere potentino Leonardo Sinisgalli il quale curò la pubblicità dell’Eni e contribuì anche alla stilizzazione del suo riconoscibile logo, il Cane a sei zampe. Sinisgalli è un eroe letterario in Basilicata e sono convinto che la sua immagine non verrà scalfita dall’essersi “venduto” ad una compagnia petrolifera. Forse è il caso di non gettare la croce su Rocco Papaleo che essendo un attore fa il suo mestiere senza pretese poetiche o social-resistenziali.

IL TRADIMENTO DI ONATILOPAN E LA FINE DI AILATI

SudItaliabordello

Anno sconosciuto, luogo risaputo, in una valle di lacrime e servilismo. Il Governo di Ailati guidato dalla coalizione eterogenea di ortnec-artsed, nonostante le difficoltà sul piano interno e la rissosità tra i partiti della sua maggioranza, era riuscito ad abbozzare i contorni di una politica estera autonoma, stringendo accordi e raggiungendo intese con Paesi che faticosamente stavano cercando una ricollocazione sulla scacchiera mondiale, all’indomani di una gravissima disfatta militare e politica, nel lungo conflitto con l’area predominante e guerrafondaia del quadrante Tsevo, dove si era sviluppata la Civiltà degli Ilatnedicco.Quest’ultima aveva sopravanzato, dopo cinquant’anni di belligeranza a varia intensità, gli Iciteivos del blocco Tse.

I contatti e le consonanze di Ailati con queste popolazioni, ritornate nei primigeni confini della Aissur, benché permanesse un certo loro ascendente sulle collettività vicine inglobate alla fine della seconda guerra mondiale, e con i loro  coraggiosi decisori, misero immediatamente in guardia i reggenti degli Asu, popolo dominatore della comunità degli Ilatnedicco, per i quali non erano ammissibili, in un’epoca storica come quella in evoluzione, sganciamenti dalla propria sfera d’influenza. Agli Ailatiani non sarebbe stato permesso di mettere a rischio la sicurezza globale e lo spazio vitale degli Asu per percorrere le vie della propria indipendenza. A fortiori, perché si trattava di un’appendice territoriale periferica la cui funzione non era più paragonabile a quella fondamentale del recente passato ma che, all’occorrenza, ridiventava portaerei naturale o bastione avanzato sulla linea del fronte, tra mondo elarebil e barbarie antielarebil, laddove veniva rafforzandosi un polo di potenza inassimilabile al credo della democrazia assoluta e formale di cui era portatrice la zona Tsevo.

Fu così, dinanzi a questa sfida, che venne messa in moto la macchina della destabilizzazione parlamentare, il congegno del fango mediatico e il dispositivo della persecuzione giudiziaria verso i leaders e le organizzazioni dell’Amministrazione pro tempore di Ailati che avevano tentato un avvicinamento al campo ossur di Tse, seguendo le vie del gas e degli affari, inviso ai predominanti di Tsevo.

L’obiettivo perseguito dagli Asu, era di fermare questo affronto – geopoliticamente pericoloso se fossero avvenute ulteriori saldature con i governi recalcitranti al dominio degli Ilatnedicco, nella zolla Dus e in quella Elatneiroidem – con l’offuscamento della stella del premier Oivlis Inocsulreb che aveva ottenuto i consensi della maggior parte degli Ailatiani, screditandone l’immagine pubblica e privata, diffondendo notizie tendenziose sul suo conto e corrompendo i suoi soldati, ai quali venivano promessi ruoli apicali e importanti funzioni nei gangli di comando della nazione. Questo Condottiero, abbastanza impressionabile e non all’altezza del compito di cui la storia lo aveva investito, più apparenza che forza, più proiezione mediatica che sostanza politica, cadde facilmente nel tranello e si fece trascinare nel pantano delle provocazioni, a partire dalla dichiarazione di guerra e dalla concessioni di basi militari per il successivo bombardamento di uno Stato amico, posizionato sulla sponda Dus del mar Murtson, dove regnava il Colonnello Ifaddehg. Con quest’ultimo e con il Presidente di Aissur, Rimidalv Nitup, era stato inaugurato un triangolo di interessi politici ed economici che non piacevano alle milizie degli Ilatnedicco, le quali decisero d’intervenire contro la Trilaterale delle Capitali Ascom-Amor-Ilopitr attaccando l’anello debole della catena dove risiedeva Ifaddehg. L’egemonia territoriale degli Asu era infrangibile ed assicurata da un patto militare denominato Otan che garantiva al campo Tsevo, e in particolare agli Asu, il dominio incontrastato sul pianeta. L’Otan rase al suolo il regno di Aibil, uccise Ifaddehg e i suoi figli e ripose nella pattumiera dei fatti le speranze di risalita geopolitica ed economica di Ailati che da quel momento subisce le conseguenze di un riallineamento non emendabile ed autolesionistico al settore Tsevo.

La compagine governativa di ortnec-artsed di Ailati dunque non resisté all’urto, defezioni interiori, gravi errori di valutazione, inadeguatezze intrinseche, scarsa preparazione dei suoi esponenti e l’opera disgregante della più alta carica istituzionale, collocata sul colle Elaniriuq, occupata da un esponente dell’opposizione di ortnec-artsinis dell’altro ramo del parlamento, chiusero definitivamente la timida stagione di ricomponimento della sovranità nazionale di Ailati.

Il piano degli Asu si realizzò alla perfezione perché costoro riuscirono a posizionare i loro sicari ai livelli più elevati dello Stato e delle istituzioni, a partire proprio dal Presidente Quisling Onatilopan il quale, dopo un famoso viaggio avvenuto in tempi non sospetti a Notgnihsaw, capitale degli Asu, volontariamente immemore della sua formazione ideologica presso gli  Iciteivos, tramò contro il suo stesso popolo per costringerlo sotto il tallone di ferro di Tsevo e degli Asu. Onatilopan, chiamato dalla Costituzione repubblicana a garantire l’unità nazionale e la libertà degli Ailatiani, ha svenduto ai forestieri entrambe le cose, ha permesso che la volontà popolare finisse preda dei banchieri e degli eserciti stranieri facendo sprofondare l’Alosinep di Ailati nella sentina degli avvenimenti. Con la sua complicità gli Asu hanno defenestrato il precedente Governo, a causa dei suoi complotti politici gli organismi parassitari della finanza internazionale hanno preso in mano le redini della nazione mettendo un loro protetto in sella al Gabinetto, in seguito ai suoi intrighi stanno sorgendo conflitti istituzionali tra organi dello Stato; da ultimo quello con la magistratura che soltanto fino a qualche mese fa sarebbe stato impensabile, essendo stata la stessa protetta proprio dal ortnec-artsinis (e dagli Asu) anche quando abusava dei suoi poteri ed esclusivamente perché si accaniva con gli avversari partitici della Prima e della Seconda Repubblica .

Se Ailati è diventata una provincia-bordello la responsabilità è di questo Giuda di dubbia discendenza e dei suoi scherani che si sono venduti la Patria per trenta denari.

 

Ps. Ogni riferimento a situazioni e persone è puramente inventato.

UNA NUOVA RUBRICA: IL MARPIONNE ED IL MINCHIONE

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Lo abbiamo detto e ridetto e poi scritto, riscritto, trascritto, segnalato, ricalcato, sottolineato, svelato, sventagliato, rivelato quando tutti tessevano le lodi del mitico manager cosmopolita, il quale essendo un uomo di mondo le sparava da un punto all’altro del globo, più o meno da Torino a Detroit sola andata e con grande risonanza mediatica. Marchionne è un vero mago, questo è assodato, come fa sparire le cose lui nemmeno Merlino e  abracadabra magicabula bidibidobidiboo Fabbrica-Italia non c’è più, sim salabim bimbumbam guarda il Lingotto la fine che fa!  Il prestigiatore col cilindro rotto, come la reputazione delle sue auto, Fiat (fix it again Tony), ha rivelato il trucco anche perché al giochetto non ci credeva più nemmeno il più fesso dello Stivale. Ecco la fatidica frase: «Le cose sono profondamente cambiate da quando nell’aprile 2010 venne annunciato il piano «Fabbrica Italia»…è impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa ed é necessario che il piano prodotti e i relativi investimenti siano oggetto di costante revisione per adeguarli all’andamento dei mercati». No, e che proprio è impossibile fare riferimento ad un piano che non è mai nato anche se è stato sempre annunciato. Ma ora, ladies and gentleman, signore e signori, lavoratrici e lavoratori, lavatrici e frullatori, apriamo una nuova rubrica, quella del leccaculo padronale amico del furbacchione imprenditoriale, scappato con la cassa lasciando a noi il suo sepolcro industriale imbiancato. Si chiamerà il Marpionne ed il Minchione, raccogliamo tutte le dichiarazioni dei politici, degli analisti, dei giornalisti sul grande trascinatore globale che divora aiuti negli Usa, accumula fondi in Svizzera e depone merda in Italia, per dimostrare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quanto è servile il circuito politico-mediatico di una nazione soggiogata dal mito del destriero finanziario, mezzo straniero e tutto menzognero (il premio di peggior lacchè è però già stato assegnato a quel finto proletario buono a nulla di Bertinotti che definì il Ceo di Fiat un borghese buono). In rete c’era già una buona parte del lavoro fatto. Giorgio Meletti per Il Fatto:

Ottobre 2005. Corriere della Sera: “Ha fatto le due del mattino. Per una volta, però, non c’entrano numeri e budget plan e trattative. È che ad Asti c’era Paolo Conte in concerto. E lui, Sergio Marchionne, ha preso la macchina e c’è andato. ‘Perché mi piace moltissimo’. Un gesto che, come le cravatte che porta di rado, rivela molto dell’amministratore delegato Fiat. Modi diretti, immediati. Zero bizantinismi. Dicono stia anche qui la ragione del suo successo”.

Luglio 2006. Fausto Bertinotti, presidente della Camera: “Dobbiamo puntare ai borghesi buoni. Marchionne parla della risposta ai problemi dell’impresa, non scaricando sui lavoratori e sul sindacato, ma assumendola su di sé”.

Agosto 2006. Pietro Modiano, banchiere: “Ha restituito al nostro sistema industriale un gruppo in grado di essere competitivo rappresentando un elemento di forza nel contesto internazionale”.

Settembre 2006. Piero Fassino, segretario Ds: “Pronto ad allearmi con Marchionne. Lui sì che è un vero socialdemocratico”.

Luglio 2007. Silvio Berlusconi, capo dell’opposizione: “L’ho comprata la nuova 500, quella con le bande laterali. Mi ricorda la mia prima auto, quand’ero ragazzo”.

Maggio 2009. Massimo D’Alema, deputato Pd: “Ho sempre pensato che il destino della Fiat era quello di una forte internazionalizzazione in una fase caratterizzata dalla concentrazione della produzione di automobili. Marchionne lo sta facendo nel modo migliore”.

Ottobre 2010. Vittorio Feltri, giornalista: “Lui è arrivato a Torino quando le cose andavano male e le ha raddrizzate applicando metodi da grande manager”.

Dicembre 2010. Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera: “Appartiene a un gruppo di italiani che hanno avuto il merito di non lasciarsi imprigionare in quel complicato intreccio di compromessi, patti di reciproca convenienza, luoghi comuni, che formano il retaggio di un’Italia bizantina, arcadica, conformista e contro-riformista. Per restare nell’ambito del secondo dopoguerra penso, per fare soltanto qualche esempio, a Ugo La Malfa, Guido Carli, Cesare Merzagora, Mario Monti”.

Gennaio 2011. Walter Veltroni, deputato Pd: “Marchionne ha posto con chiarezza, durezza e per tempo il problema. Ci vuole un contratto di lavoro costruito più a ridosso dell’organizzazione aziendale”.

Sergio Chiamparino, sindaco di Torino: “Marchionne rimane l’uomo che ha preso quella macchina ingrippata che era diventata la Fiat e l’ha salvata”.

Marzo 2011. Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl: “Sarà brusco, sarà crudo, ma Marchionne è stato una fortuna per gli azionisti e i lavoratori della Fiat. Grazie a Dio c’è un abruzzese come Marchionne”.

Giugno 2011. Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro: “A Marchionne si oppongono il sindacato conservatore, settori ideologizzati della magistratura e ambienti delle borghesie bancarie. Una alleanza minoritaria che in Italia più volte ha rallentato il progresso”.

UN REDDITOMETRO NEL SEDERE

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La scenografica guerra del Governo Monti all’evasione fiscale non è soltanto un momento di evasione per una larga parte della popolazione (quella che gode nel vedere l’erba verde del vicino sradicata e alla quale prudono le mani esclusivamente quando non si tratta del proprio grugno); non è unicamente un diversivo per distogliere le masse dai loro problemi immani, dai prezzi alle stelle ai salari da stalla, in una valle di lacrime e di gabelle dove il mal comune diventa tutto “gladio” per infilzarsi a vicenda; non è semplicemente un film d’azione con sbirri, lampeggianti, irruzioni in famigerati ristoranti eleganti dove s’incontrano pericolosi bevitori di champagne e mangiatori insaziabili di ostriche e caviale, i quali, appena scorgono i finanzieri mettono mano alla fonduta oppure tentano la fuga con l’elicottero intestato all’amante. Lo so che il meno abbiente è gaudente quando il ricco fetente viene percosso, ma attenti che ci stanno lanciando solo un osso. Questa spettacolarizzazione che stimola l’invidia sociale se non è quello che si vede d‘amblè cos’è propriamente? È, innanzitutto, lo strumento col quale far accettare ulteriori restringimenti delle proprie libertà al popolino beota, come quello dell’eliminazione del contante che avvantaggia le banche, dentro una logica persecutoria del prossimo che le gente accetta di buon grado allorché procura il male al vicino col ferrarino di seconda mano, presunto evasore un po’ scialacquatore, ma che di lì a poche ore si riversa sulla stessa che aveva cantato grande vittoria e tremenda vendetta per la sua paghetta. Anche i benestanti possono soffrire, ma prima che tutti i ricchi frignino, i poveretti morti di fame avranno già riempito il mare di pianti e di sangue.  Dette iniziative di falsa equità nella sventura, ovviamente, non hanno nessun effetto concreto sulla cosiddetta grande evasione, sui big del mercato e sui grandi nomi della finanza nostrana che continueranno a trovare sempre mezzi e sistemi adeguati per sottrarsi al fisco senza pagare “dazio”, in virtù della stessa natura del sistema capitalistico globale e del fatto che a governare ci mandano i propri lupi addomesticati nell’accademia o nelle consorterie internazionali. E di questo autoritarismo da massoneria atlantica ne parlano anche personaggi istituzionalmente più titolati di noi (http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1K6RFF). Del resto, che si tratti di puro teatro, ma finalizzato al maggiore conculcamento dello spettatore inebriato, lo dimostra, in primo luogo, la presenza tra le file del Gabinetto dei Professori di un Ministro, Corrado Passera, ex Ad di BancaIntesa, indagato per reati di attinente portata e, in secondo luogo, lo testimonia il mai mutato approccio servizievole di Monti verso i circoli forti del Paese, ai quali costui ha sempre teso l’orecchio ed offerto il sedere in nome di un prolungamento del potere. Che potrebbe, appunto, perdurare come hanno rilevato i giornali dopo l’endorsement di Cernobbio.

L’effetto soffocamento di siffatte manovre di iugulamento sulle medie imprese e le piccole botteghe, costrette a sopravvivere sotto una serra di leggi, regolamenti, modelli, dichiarazioni, licenze, versamenti ecc. ecc., unito ai timori di essere sottoposte agli screening delle varie agenzie d’ispezione e di controllo, agenti come squadre d’assalto, è stato irreversibilmente riscontrato dai dati Eurostat, da noi già riportati (http://www.conflittiestrategie.it/con-certi-gabinetti-non-resta-che-tirare-subito-la-catenella-dellacqua).

Terrorizzare e sbarrare qualsiasi via d’aggiramento percorribile dai meno equipaggiati, cioè PMI e autonomi, punendone anche  la presunta cattiva intenzione, i quali di più degli altri grossi pescicani hanno bisogno di escamotage per resistere alla voracità del moloch  fiscale. Questo è lo scopo, nemmeno recondito, degli idioti laureati, promossi a politicanti dai partiti screditati, affinché i veri rapinatori della grande finanza e dell’industria collegata possano continuare ad agire indisturbati. Tanto ha realizzato Monty, scritto all’anglosassone non perché sia imparentato col cagnolino trapassato della Regina Elisabetta, ma perché è lui il cane da guardia della Trilaterale, come scritto da Pomicino. Monti e il suo collegio governativo hanno creato una macchina del fumo sociale per perpetrare primitivi rancori e arcaici risentimenti i quali, seppur superati nella realtà economica ed in quella sociologica, funzionano ancora in quella ideologica, al fine di dividere categorie produttive che se dovessero incontrarsi su una piattaforma politica comune , formando un blocco sociale, la cui cementazione dipende comunque dalla formazione di un’avanguardia nuova e coraggiosa, provocherebbero un bel ‘48.  Questo, i padroni delle ferriere e i vecchi arnesi delle banche lo temono come la peste. Non c’è altra soluzione al pantano italiano che quella di ricostruire la dignità nazionale perduta, attraverso il recupero di sovranità e di autonomia decisionale, come ha sostenuto ieri, in una intervista, l’ex ministro socialista Rino Formica, secondo il quale “per arginare lo strapotere dei mercati finanziari” la strada è una ed obbligata. Ma non per i nostri dottori di governo i quali, dopo aver praticato molteplici salassi al corpo sociale, misurano la temperatura del malato  con un bel redditometro infilato nel sedere. E’ il loro modo per capire fino a dove possono spingersi con le alchimie mortali evitando le ritorsioni.

NOI SIAMO IL PARTITO DEL LAVORO

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“Noi saremo sempre il partito del lavoro. Siamo e saremo sempre con il lavoro che c’è in tutte le forme: con l`operaio e con l`insegnante; con il piccolo imprenditore e con il giovane professionista precario”. (Stefano Fassina, Responsabile economico del PD, http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1K4UJ8)

Prima di sentire in faccia tutto il calore della classe operaia, che può riscaldare ma anche bruciare, come accaduto ieri di fronte al Ministero dello Sviluppo, con i lavoratori dell’Alcoa, c’è però la laurea alla Bocconi, Università certamente di classe ma non tanto operaia, poi la gavetta nella Banca Interamericana di Sviluppo, lì dove è passato un altro noto operaista esaltato di nome Mario Draghi. Percorrendo ancora la carriera c’è l’adesione all’Internazionale, non quella comunista ma quella del Fondo Monetario, infine, proseguendo nella professione, di funzione in funzione, c’è l’impegno dalla parte del socialismo ma di mercato accanto a rappresentanti del Quarto Stato, o meglio del Doppio Stato, quali Ciampi, Prodi, D’Alema, politici navigati sicuramente vicini agli svantaggiati, i primi due con la passione popolare del Panfilo (Britannia) e l’ultimo con quella volgare della barca a vela.
Tutti comandanti temerari al fianco di capitani coraggiosi ai quali sono stati consegnati innumerevoli tesori di Stato a prezzo stracciato, sempre in nome del proletariato. Non metto in dubbio che Fassina senta dentro bruciare la fiamma del salariato, ma nel fare certe dichiarazioni dovrebbe domandarsi se quel fuoco avvampato nello stomaco non derivi dal fatto che in precedenza abbia mangiato troppo salato. L’autosuggestione fa lo stesso effetto del peperone tanto che i sintomi del reflusso gastroesofageo sono gli stessi del riflusso ideologico. Roba che può passare in fretta, basta un cachet tipo maalox nel primo caso o un cachet ministeriale nel secondo. Tuttavia, se in piazza vola la ramazza vuol dire che questo Partito del lavoro quando il lavoro è dipartito forse non ha mosso un dito. Lo so che il dito era impegnato a comporre il numero del banchiere (abbiamo una banca?) ma adesso che volete, mi “faccino” il piacere!

PETROLIO, BASILICATA, MATTI E MATTEI

Enrico_Mattei

1. Diceva Marx, la Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, tanto che dai “buoi lucani” con i quali Pirro, alleato appunto ai lucani e ad altre popolazioni italiche, sconfisse Roma, dovendo conseguire, una vittoria di Pirro (chiamandosi così per sua sventura), si è arrivati al parco buoi attuale.
E poco importa che i lucani siano giunti in Italia, più o meno, nel V secolo a.c., poiché pare che, nonostante una storia millenaria, la loro identità, come qualcuno ha scritto improvvidamente sul QuotidianodellaBasilicata, potrebbe venire “definitivamente cancellata” dalla creazione di una macroregione all’interno di un “postmoderno Regno delle due Sicilie”. Se, davvero, l’identità lucana dipende da confini amministrativi artificiali, creati apposta in una fase storica particolare col proposito di contentare il Partito Comunista Italiano, escluso dalla gestione del Governo a causa di una Conventio ad excludendum di matrice statunitense, vuol dire che questa lucanità non è poi un granché. Fortunatamente, non è così perché l’identità di un popolo scorre nel sangue e mette radici nella terra, emotivamente, culturalmente, ideologicamente, a prescindere da quello che può stabilire una legge dello Stato centrale.
Tutt’al più, a scomparire sarebbe il fantomatico Partito-Regione al quale verrebbero a mancare la cassaforte pubblica ed il terreno da sotto ai piedi. I lucani ci guadagnerebbero? Non lo so, ma considerate le disapprovazioni pressoché quotidiane ad esso rivolte dal QdB, la gente, in qualche modo, ne verrebbe a beneficiare. Eppure, si inorridisce all’idea dell’accorpamento e si ribatte che “l’identità lucana sarebbe definitivamente cancellata”. Delle due l’una, o sono sballate queste critiche o si è sballato chi le proferisce. Qualcosa o qualcuno sta comunque fumando, decidete voi se trattasi di oggetto o di soggetto. Tuttavia, ad essere definitivamente smarrito non sarebbe lo spirito o l’ethos comune, ma una certa struttura di potere e di gestione del territorio che verrebbe sostituita da un’altra (migliore o peggiore, non si può prevedere). Ad ogni modo, tutto questo l’opposizione su carta straccia di sua maestà non lo sa (oppure finge di non saperlo) ed ecco dove va a finire la sua lucanità. Potessimo decidere noi riproporremmo la suddivisione augustea: XI regioni con un bel risparmio di costi, nel nome di un’epoca gloriosa. Un ritorno alla romanizzazione dei Cesari contro l’immoralità romanesca della “Casta” più cialtrona che ladrona.

2. Non ho idea delle letture del Presidente De Filippo e non la farei nemmeno tanto lunga con dicotomie che non spiegano nulla in questo momento storico e che servono, al massimo, ad intorbidare maggiormente le acque.
Il dilemma di un Presidente eroe o traditore, posto in tali termini superficiali, è facilmente rovesciabile in faccia a quei commentatori o analisti che pretendono di aver chiarito tutto perché hanno cancellato ogni segno di ragionevolezza: per esempio, è più traditore degli interessi generali chi frena la produzione petrolifera condannando una collettività alla povertà e all’inedia o chi si erge a strenuo difensore dell’ambiente, bloccando prospezioni e produzione, in assenza di un vero pericolo ecologico, al solo scopo di parlare alla pancia degli elettori, piuttosto che alla loro testa, per tornaconto personale? La domanda è retorica mentre le conseguenze di una scelta sbagliata, aggravate dal momento di crisi sistemica nazionale, non lo sono affatto e potrebbero persino diventare tragiche.
Concordo con quanto ultimamente detto dallo scrittore Marcello Veneziani il quale, dando un calcio ai moralisti di ogni risma e appartenenza, ha scritto: “Non cerchiamo politici missionari che si sacrificano per la collettività e considerano la politica come servizio. Non esistono e se si dichiarano così, vuol dire che sono ipocriti. Ci basterebbero politici che fanno coincidere il loro interesse personale con l’interesse generale, che fanno politica per ambizione personale ma per la stessa ragione tengono a lasciar traccia positiva di sé, vogliono che resti il loro buon nome, più che arricchirsi. Pretendiamo troppo se cerchiamo grand’uomini, ci basterebbero politici che sanno riconoscere i migliori: è troppo esigere che si circondino non di servi, peggiori di loro, ma di capaci, migliori di loro; e che li sfruttino perfino, a vantaggio proprio e della comunità? Ecco il curriculum realista del buon politico”. Con questo passaggio mandiamo a gambe all’aria qualsiasi dialettica eroe-traditore, almeno quella utilizzata impropriamente in questo frangente, perché bastano uomini normali, normalmente figli di puttana, con un minimo d’intelligenza e di furbizia, per ridare qualche speranza al nostro pauvre pays, in procinto di trasformarsi in un pays pauvre. Di più, possiamo anche dichiarare che il tradimento o l’eroismo, nella Storia umana, non sono fenomeni psicologici ma dipendono da circostanze evenemenziali che sfuggono alla comprensione piena degli stessi soggetti agenti i quali purtuttavia restano protagonisti delle loro azioni: “Il tradimento è il risultato di un processo da ritenersi in qualche modo oggettivo. Ovviamente, l’oggettività non è tale per tutti; solitamente, ciò che per “uno” è tradimento per un “altro” non lo è. Perfino dopo intere epoche, in sede di valutazione storica, spesso si hanno opinioni differenti sui tradimenti di grande portata…Che cosa significa allora l’oggettività del processo denominato tradimento? Semplicemente che non dipende da una particolare disposizione d’animo di un individuo o di un gruppo di individui. E’ senza dubbio necessario che occorrano determinate condizioni, che il processo abbia assunto una data direzione in base allo scontro tra più individui o fazioni, nel cui ambito sono precipitate specifiche configurazioni dei reciproci rapporti di forza. Il tradimento può anche non realizzarsi perché si è verificato un errore di valutazione di queste configurazioni e di misurazione dei rapporti di forza in oggetto. Tuttavia, devono poter essere individuati in modo realistico, in base ad un non immaginario calcolo, i possibili sbocchi del processo detto di tradimento. Tuttavia, proprio il fatto che io sia costretto a parlare di individuazione delle configurazioni, di calcolo realistico delle probabilità, fa capire che non esiste realizzazione di alcun processo se non vi sono i portatori soggettivi dello stesso, i quali devono anche possedere quindi peculiari caratteristiche: quelle che li fa appunto definire traditori. Lamentarsi di questa definizione, o vedervi una semplice indignazione moralistica, significa veramente essere fuori del mondo reale, credere che dati ‘fatti’ accadano per virtù propria. Capisco che ciò è preferito dai traditori, o da coloro che li scusano, perché ci si sente così del tutto non responsabili di autentici delitti.” (cit. G. La Grassa)
Messa l’interpretazione in questi termini è facile capire che per noi il vero tradimento è quello di chi fa passare per eroismo un mutamento d’idee improvviso come quello di cui stiamo discutendo.
Sono convinto che qui nessuno farà la fine di Mattei, anche se verranno collezionate innumerevoli figure barbine. Il grande manager dell’Eni non fu ammazzato perché contrario ai pozzi (il marchigiano avrebbe riso in faccia a chi ora compone catene umane a salvaguardia del mondo perduto e dell’incontaminatezza agreste) ma poiché cercò, con la sua Eni, di fare le scarpe alle Sette Sorelle, impendendo che queste si appropriassero delle risorse energetiche nostrane, scalzandole per giunta negli affari in giro per il mondo. Chi lo volle morto non poteva permettere che un uomo, e gli apparati nazionali agenti dietro di lui, andassero impunemente oltre le logiche di Yalta facendo investimenti in URSS e regalando a Stati come l’Iran intese win-win che nessuna compagnia d’oltreatlantico, con la sua mentalità colonizzatrice, avrebbe mai concesso. Mattei era un cattivo esempio di indipendenza nazionale e di autonomia decisionale, in campo politico, industriale e commerciale, da stroncare subitamente. Mattei non era un buonista e nemmeno un moralista, pagava tangenti, corrompeva uomini, si serviva di fondi neri, non si curava dei problemi di testa dei declinisti ma faceva tutto ciò per salvaguardare i superiori interessi dell’Italia e del suo benessere con una buona dose di vanità personale. Uno come Mattei, nell’Italia odierna, tutta frottole e perbenismo, servilismo e ipocrisia, sarebbe finito sotto processo e magari anche al gabbio. Ed, invece, ci servirebbero adesso centinaia di Mattei in carne, ossa ed organi di potenza collegati per ridare un futuro al Belpaese. Attualmente però, nonostante le invocazioni e le evocazioni, in giro si vedono troppi matti e pochi Mattei. Questa è tutta la differenza.

Con certi gabinetti non resta che tirare subito la catenella dell’acqua.

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Italiani, popolo di poeti, santi, navigatori e cretini? Evidentemente, così la pensa Mario Monti, Premier cattedratico senza poesia, santità e rotta storica il quale, dopo essere salito a Palazzo Chigi grazie ad un coro di “ce lo chiede l’Europa dello spread e dell’amico Fritz”, rimprovera ai partiti di ricorrere acriticamente all’asserzione deresponsabilizzante e infingente di cui sopra: “la cosa peggiore che un politico possa fare è dire che si devono fare sacrifici perché sono richiesti dall’Europa” . Peccato che se non fosse stato per le critiche piovute sul nostro Paese da parte di alcuni ambienti europei e mondiali, Monti, definito leader di garanzia e di credibilità sul teatro estero,  più che lo statista, starebbe ancora a fare la bella statuina nei vari cda o board di qualche organismo finanziario o accademico internazionale, dove si coltivano relazioni per fottere meglio il prossimo. L’immutabile faccia di bronzo di costui attesta però delle sue vite precedenti. Si, perché il Professore ci è stato imposto dal Presidente della Repubblica proprio con la motivazione o, meglio, con l’apologo che avendo gli italiani vissuto troppo a lungo al di sopra delle loro possibilità occorreva, con immani sacrifici, sistemare i conti per rientrare al più presto, onde evitare il default, nei parametri economici e sociali delle altre aree sviluppate. I tempi delle pacche, dei cucù, delle battute volgari e dei festini erotici dovevano considerarsi finalmente conclusi. Senza l’intervento di un governo forte e attendibile, che ispirasse la fiducia delle borse e dei mercati, l’Italia non avrebbe mai voltato pagina per cui era indispensabile individuare un fantomatico uomo della Provvidenza, il quale avrebbe avuto anche la previdenza di farsi nominare senatore a vita per non incorrere in qualche guaio e godere dell’immunità parlamentare. Mario Monti sapeva benissimo di doversi prestare ad un gioco molto rischioso perché i provvedimenti richiestigli avrebbero generato scollamento sociale e caos istituzionale. Poiché il pericolo non è certo il suo mestiere, nonostante si atteggi a grande personalità di Stato, ha preteso ed ottenuto il privilegio senatoriale col quale mettersi al riparo dall’eventualità di una sollevazione popolare o di vendette di altri drappelli di poteri. I commentatori che avevano spiegato la scelta di Napolitano di nominare il bocconiano senatore a vita, prima di conferirgli la presidenza del consiglio, come atto di legittimazione politica, per rendere il professore libero nella sua iniziativa ministeriale e svincolato dagli intrighi della partitocrazia, non regge alla prova dei fatti. I partiti erano già in disgrazia e piegati ai diktat di emissari continentali ed extra-continentali, per cui l’unica spiegazione ricevibile è un’altra. Il Colle adottò quella decisione per far intendere al mondo politico che l’intoccabilità di Monti era diretta emanazione della volontà del Quirinale, cosicché qualsiasi colpo basso sferrato all’ex commissario europeo sarebbe stato considerato un siluro lanciato contro la più alta Carica dello Stato, la sola capace di garantire, in una fase così delicata, la tenuta istituzionale della nazione, con le conseguenze tragiche del caso. Giorgio Napolitano ha attuato un ricatto perfetto per tirare, servendosi di un burattino amico della Trilaterale, i fili del primo governo presidenziale della “II Repubblica e mezzo” che è in realtà una mezza repubblichina in mano a due quisling anglodipendenti. Se non è attentato alla Costituzione questo…

Dopo dieci mesi dal Pronunciamiento americano-napolitano, la junta civil guidata da Monti, quella chiamata a salvare l’Italia dalla disfatta epocale ecco cosa ha prodotto: “il Pil è peggiorato sette volte, mentre sono aumentati debito (+4%), inflazione (+1,5%), disoccupati (+ 2,7%). È calata invece la produzione industriale (-3,7%). E cresciuto il divario dai Paesi Ue Il Pil italiano marcia sette volte peggio di un anno fa rispetto alla media dell’area dell’euro. Il rapporto fra debito e Pil è peggiorato di quasi quattro punti percentuali ed è peggiorato di due punti (…) (…) anche rispetto alla media degli altri 16 Paesi che vivono di euro. L’inflazione è cresciuta di un punto e mezzo percentuale ed è più che triplicata la distanza dagli altri paesi. La disoccupazione è cresciuta di 2,7 punti percentuali portando l’unico indicatore che rendeva l’Italia virtuosa rispetto alla media Ue alo stesso livello degli altri. La produzione industriale è caduta in nove mesi di 3,7 punti e si è allargata di due punti anche qui la distanza rispetto alla media dell’eurozona. I numeri di Eurostat sono impietosi….Il Pil italiano un anno fa era 0,3 punti sotto la media europea, ora è distante 2,1 punti (la distanza dagli altri è quindi aumentata sette volte). Il debito pubblico è al 123,3% del Pil e un anno prima era sotto il 120%. L’inflazione è al 3,6% e un anno prima era al 2,1%. La disoccupazione secondo i dati Eurostat era a giugno al 10,8% contro l’8,1% dell’anno prima. Ieri l’Istat ha fornito il dato di luglio: 10,7% con quella giovanile al 35,3%. Sono i numeri di un terremoto, di un completo fallimento politico ed economico.” (Franco Bechis, QUELLO CHE NESSUNO VI DICE DI MONTI, Libero, 1.09.12)

Se costui doveva essere l’esempio della rinnovata sobrietà italiana, figlia di una migliore razionalizzazione delle spese e di investimenti maggiormente orientati alla crescita e allo sviluppo, ha mancato l’obiettivo ed il fallimento è stato su tutta la linea, poiché i parametri con i quali si misura il benessere e la performatività di un sistema-paese sono precipitati, per la Penisola, ai livelli delle economie in profonda recessione.  Ma non soltanto di questo si tratta, l’aspetto più grave è che il Belpaese, il quale doveva tornare ad essere preso seriamente sullo scacchiere planetario, sta subendo una retrocessione geopolitica impressionante, con perdita di avamposti strategici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, arretramenti commerciali nelle zone emergenti, obsolescenza delle intese e degli accordi bilaterali ad Est e perdita di influenza negli organismi internazionali. Con certi Gabinetti non resta che tirare subito la catenella dell’acqua.

INTRIGHI E COMPLOTTI NELL’ITALIA DEL DEPERIMENTO

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Fanno un po’ tenerezza ed un po’ rabbia, a seconda della buona fede o della cattiva fama, quei commentatori che, di fronte ad un intrigo ormai emerso nei suoi contorni più netti, negano il complotto utilizzando le loro credenze democratiche e la loro fiducia nelle istituzioni come riti apotropaici per scacciare dalla loro mente la vera natura del potere.

Poi, per soprammercato, costoro, vittime del loro candore spirituale o complici dell’inganno temporale, stigmatizzano, con le labbra storte o irridenti, quei matti con manie persecutorie che scorgono ombre dappertutto. Allora, l’umanità è pazza da molto prima della congiura dei Pazzi, essendo la sua storia tutto un susseguirsi di trame e di brame, dall’antica Grecia alla grande Roma, dall’Italia rinascimentale, velenosa e prospera, fino ai giorni nostri, canaglieschi e decadenti. La pace, la tranquillità, la calma sociale, vieppiù scosse dalla crisi, ed il chiacchiericcio odierno sui sempiterni valori della civiltà globale e della modernità morale sono soltanto una facciata della luna, mentre sull’altra, non visti, s’aggirano instancabili Riccardo III ed il padre di Amleto:Shakespeare, Riccardo III :

“Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell’oceano. Ora le nostre fonti sono cinte di ghirlande di vittoria, le nostre armi malconce appese come trofei, le nostre aspre sortite mutati in lieti incontri, le nostre marce tremende in misure deliziose di danza. La guerra dal volto grifagno ha spianato la fronte corrugata, e ora, invece di montare destrieri corazzati per atterrire le anime di nemici impauriti ,saltella agilmente nella camera di una signora al suono seducente di un liuto. ma io che non fui fatto per tali svaghi , ne fatto per corteggiare uno specchio amoroso; io che sono di stampo rozzo e manco della maestà d’amore con la quale pavoneggiarmi davanti a una frivola ninfa ancheggiante, io sono privo di ogni bella proporzione, frodato nei lineamenti dalla natura ingannatrice, deforme, incompiuto, spedito prima del tempo in questo mondo che respira, finito a metà, e questa così storpia e brutta che i cani mi abbaiano quando zoppicò accanto a loro, ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace, non ho altro piacere con cui passare il tempo se non quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare la mia deformità. Perciò non potendo fare l’amante per occupare questi giorni belli ed eloquenti, sono deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi piaceri dei nostri tempi. Ho teso trappole, ho scritto prologhi infidi con profezie da ubriachi, libelli e sogni per spingere mio fratello clarence e il rea odiarsi l’uno contro l’altro mortalmente; e se re Edoardo è giusto e onesto quanto io sono astuto falso e traditore, oggi Clarence dovrebbe essere imprigionato grazie a una profezia che dice che g. sarà l’assassino degli eredi di Edoardo. Tuffatevi pensieri intorno alla mia anima, ecco Clarence”.

Shakespeare, Amleto

“…ti trovo pronto, se le mie parole non ti turbassero, saresti certo più insensibile dell’erba grassa che imputridisce pigramente sulle rive dell’Ete. Adesso stammi a sentire, Amleto. è stato detto che un serpente mi ha morso mentre dormivo in giardino. Così l’intera Danimarca viene recentemente ingannata, riguardo alla mia morte, attraverso voci messe in giro a bella posta. Ma sappilo, nobile giovane: il serpente che morse tuo padre, togliendoli la vita, ora ne porta la corona sul capo”.

Purtroppo nella terra di Machiavelli, divenuta il retrobottega degli Usa, non sono rimasti né leoni e né volpi a tentare la fortuna, a difendere il suolo patrio dall’invasore, ma unicamente iene affamate dei tesori di Stato, asini politici che mordono la carota, temendo di essere percossi dal bastone del padrone continentale, e tanti struzzi mediatici che nascondono la testa per non fare i conti con la storia.

Da anni andiamo ripetendo che Tangentopoli fu un colpo di mano, un golpe di Palazzo, avviato dalla magistratura con la complicità di una parte della classe dirigente italiana e con l’asseverazione di pezzi dello Stato (e dell’erroneamente soprannominato anti-Stato, mafia o massoneria che sia), tutti guidati, nella concretizzazione di questo truce disegno, da una manina straniera. L’umanità in fondo, da quelle ere ad ora, non è cambiata tanto e continua a brigare per primeggiare, per dominare, per comandare, per gestire il potere. Quello che è mutato, semmai, è il contorno ideologico molto più ipocrita che in passato quando certe ubbie dirttocivilistiche e umanitarie non avevano ancora attecchito e la brutalità del dominio si manifestava senza preoccuparsi troppo del suo volto tremendo e mortale.

Adesso, l’ignobile destabilizzazione, verificatasi negli anni ’90, viene inesorabilmente a galla, nelle parole di quanti, scampati ai suicidi o agli infarti fulminanti, furono abbattuti o colpiti dalla mannaia giustizialista e nei continui tentativi di depistaggio, mai placatisi, messi in atto da quegli apparati e corpi politici che idearono ed eseguirono la cospirazione, a causa della quale l’Italia è divenuta un bordello in preda agli altrui istinti geopolitici.

Per questo l’élite politica dello Stivale è sotto ricatto, costretta ad eseguire gli ordini provenienti da oltre confine, essendo stata creata e portata in alto da chi, ieri come oggi, la tiene per i coglioni, conoscendone i segreti e i tradimenti perpetrati ai danni del popolo italiano.

Ma i giorni in cui veleggiavano indisturbati i moralisti e i manettari di ogni risma, soprattutto di sinistra, e le interpretazioni non conformiste e politically uncorrect venivano subito silenziate e bollate come deliranti, potrebbero essere giunti al termine. La Storia, come il diavolo, fa le pentole con coperchi a tenuta variabile. Ad un certo punto qualche chiusura salta e la verità, non tutta per carità (spesso unicamente quella che serve a chi la sta nuovamente manipolando per altri obiettivi), schiuma fuori dal recipiente per lavare il fango da qualche nome, trascinandolo su altri nominativi apparsi impropriamente lindi in epoca precedente. Quest’ultimi si autonominavano Padri della patria essendo al più figliocci di Washington o proprio figli di panzana.

Allorché ragionavamo solitariamente su queste tesi, non accettate dai nostri contemporanei, zeloti e zelanti, tutti casa liberale, chiusa ideologica identitaria e galera (per i nemici di partito), venivamo accusati di delirio. Delle due l’una, o il delirio è la più alta forma d’intelletto oppure questa è l’accusa lanciata verso chi solitamente pensa non conformisticamente, cioè contro quelli che per scrutare il potere in fondo al suo sguardo dai mille occhi e dai tanti volti, senza esserne pietrificati, si dotano di lenti teoriche adeguate. Adesso che i retroscena emersi nei racconti di molti protagonisti di quella fase (ambasciatori americani, ex ministri e parlamentari, sovvenzionatori di partito, capitani d’industria ecc. ecc.) confermano per filo e per segno le nostre ipotesi le quali, seppur carenti per mancanza d’informazioni dirette, avevano comunque colto nel segno, come la mettiamo? I padrini delle istituzioni e della Costituzione continueranno a mentire finché potranno, ovvero fino a quando non saranno spazzati via dagli eventi che verranno. Sembra che i vecchi padroni li stiano già scaricando, per questo s’infittiscono i particolari di quelle vicende trascorse e seppellite frettolosamente sotto una coltre di approssimazioni e falsità. E’ in atto una guerra tra prepotenti che vogliono falcidiare la nazione in un clima interno pestilenziale. C’è da scommetterci che voleranno ancora tanti stracci.

 

 

01/09/2012 – MANI PULITE I RAPPORTI ITALIA-USA

“La Seconda Repubblica
figlia di diplomatici e Fbi”

Gianni De Michelis, 71 anni, è stato segretario nazionale del nuovo Psi dal 2001 al 2007, iin compagnia di Bettino Craxi durante l’assemblea nazionale del partito a Roma nel 1991

De Michelis: «La Cia sapeva
dei soldi al Psi ma poi ci mollò»

MATTIA FELTRI

roma

Gianni De Michelis, lei nel 2003 scrisse un libro (La lunga ombra di Yalta, 2003) in cui delinea la sua teoria sui metodi del pool Mani pulite e sul ruolo non secondario degli Usa.
«E infatti per me non è stato sorprendente leggere le interviste a Reginald Bartholomew e Peter Semler: mi è sempre stato chiarissimo che l’inchiesta si è basata in gran parte sulla carcerazione preventiva come mezzo per ottenere confessioni, e ho sempre attribuito all’operazione Mani pulite una valenza essenzialmente politica».

Cioè?
«Non tutti i partiti hanno avuto lo stesso trattamento. La storia più famosa è quella di Primo Greganti alla cui vicenda il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio diede una lettura particolarmente favorevole».

Perdoni ma non è così. Nonostante abbia subito una lunga carcerazione, Greganti ha sostenuto di aver intascato i soldi per sé. I giudici non gli hanno creduto, come dicono le sentenze, ma non hanno potuto dimostrare il coinvolgimento del Pci.
«Pensa che se Greganti fosse stato socialista sarebbe finita così?».

Questo è soltanto un sospetto.
«E il miliardo di Raul Gardini? Antonio Di Pietro ha raccontato di aver seguito i soldi fin sul portone di Botteghe Oscure, ma di non aver mai scoperto chi lo intascò. Ma come? Ma stiamo scherzando?».

Che il Pci c’entrasse in Mani pulite come gli altri è appurato.
«Benissimo, allora quello che voglio dire è che Bartholomew, e naturalmente mi spiace sia morto, quando si lamenta di certi sistemi degli inquirenti si lava la coscienza: lui e il suo paese avevano preso atto che la vecchia classe politica non c’era o non serviva più, e cominciò a dialogare con altri. Il gruppo dell’ex Pci doveva servire per vent’anni».

Un po’ poco per sostenere che gli Stati Uniti indirizzarono…
«La vostra intervista a Semler è illuminante. Il console dice che Di Pietro lo avvertì nel ’91 che presto il Psi e la Dc sarebbero stati spazzati via».

Per Di Pietro, Semler si è confuso.
«Ma siamo seri. Semler è un console, mica si confonde. I casi sono due: o dice la verità o mente. E io penso dica la verità».

Quindi?
«La Cia coprì l’apertura del Conto Protezione per il finanziamento illecito al Psi. Sapeva tutto. Il giorno dopo il disfacimento dell’impero comunista, la Cia ha preso e se n’è andata lasciandoci con il cerino in mano. Se ne andò perché l’Italia non aveva più un ruolo geopolitico e non c’era più da garantire l’equilibrio di Yalta. Da noi prevalse l’Fbi, interessata ad evitare che la mafia prendesse troppa forza».

Così paradossalmente voi e la Dc, che avevate garantito Yalta, venite lasciati nelle mani della magistratura.
«E nel ’92 Luciano Violante, del Pds, diventa presidente della Commissione antimafia. In quel ruolo ha un rapporto stretto con Louis Freeh, dell’Fbi. Niente di oscuro, s’intenda. Non parlo di complotti. Ma tutto si lega: l’ex Pci – con l’ambasciatore, con l’Fbi – diventa interlocutore dell’America. E al Pci non si applica il “non poteva non sapere”. Curioso no?».

C’è qualcosa che non torna. Sta dicendo che l’Fbi si occupa di mafia con lo Stato italiano e col Pds. Ma sono gli anni della trattativa, se trattativa ci fu. Furono gli americani a volerla?
«Non sono in grado di dirlo. Dovreste chiederlo a Di Pietro».

A Di Pietro?
«Sì, a Di Pietro. Dovreste chiedergli la natura dei suoi viaggi in America. Dovreste chiedergli di che cosa si parlò, che cosa avevano in testa gli americani in quegli anni, perché fu invitato dal Dipartimento di Stato».

Perché era l’uomo più importante d’Italia.
«No, era l’uomo politico più importante d’Italia. Altrimenti lo avrebbe invitato il Dipartimento della Giustizia, non il Dipartimento di Stato. Di Pietro aveva rapporti particolari e privilegiati con Washington, e sa molte cose su cui tace. E mi domando per quale ragione oggi torni fuori la trattativa: perché – è la mia sensazione – il disegno americano di impostare la Seconda repubblica è sostanzialmente fallito, e perché la magistratura è oggi frazionata su varie posizioni. È un altro equilibrio che si rompe».

Una teoria complicata ma chiara. Se è così, Bartholomew e Samler giocano la stessa partita: uno fa il poliziotto buono e uno il poliziotto cattivo.
«Esatto. A parte che Bartholomew racconta un fatto fondamentale: chiamò un grande giurista come Antonin Scalia e riunì sette alti magistrati italiani per parlare degli abusi del pool di Milano. A parte questo, Semler anticipava l’entrata dell’Fbi e Bartholomew compensava l’uscita della Cia. E’ lui, e lo racconta, che sceglie i nuovi interlocutori».

Aveva tutto questo peso, Bartholomew?
«Ma Bartholomew non era mica uno qualsiasi. Era un ambasciatore di rango. Era uno tosto, ascoltatissimo alla Casa Bianca. A un certo punto – non ricordo che incarico avesse all’epoca – si era persuaso nonostante le nostre rassicurazioni che Carlo De Benedetti se la facesse con l’Unione Sovietica. Nell’89 io e Francesco Cossiga andammo in vista dal presidente George Bush senior e anche lui ci parlò di De Benedetti. Voleva che prendessimo contromisure e non fu facile convincerlo che non era il caso».

Per dire quanto contasse Bartholomew?
«E per dire che la cortesia non ci fu restituita».

 

La Stampa

31/08/2012 – L’ANTICIPAZIONE

“Usa, che errore puntare tutto
su Berlusconi, Fini e D’Alema”

Rino Formica, 85 anni (a sinistra) ministro delle Finanze in due governi Spadolini, colonna del Psi, è stato un fedelissimo di Bettino Craxi. In foto, i due a Roma nel ’69

OPINIONI Alla storia non servono ultrà MICHELE BRAMBILLA

Il socialista Rino Formica all’attacco dopo le rivelazioni dei diplomatici americani: “C’era un piano per sedare Mani pulite
e salvaguardare gli interessi
statunitensi”

FABIO MARTINI

roma

«Dunque, qualche cosa l’avevamo capita…». Sorride ma non troppo Rino Formica, classe 1927, socialista, più volte ministro negli anni di Craxi, spirito anticonformista, da sempre assertore della tesi che, quella della Prima Repubblica, fu una eutanasia «assistita», portata a termine anche grazie all’aiuto interessato degli Stati Uniti. Le interviste a «La Stampa» dell’ex ambasciatore Reginald Bartholomew e dell’ex console a Milano Peter Semler sulle interferenze americane nella vita politica e giudiziaria italiana hanno rafforzato le sue convinzioni e infatti sostiene Formica: «Siamo nel 1992 e sulla scongelata frontiera Est-Ovest si moltiplicavano i punti di fuoco, l’impero russo si stava decomponendo, il dopo-Tito era un’incognita e le mafie dell’Est rischiavano di saldarsi a quella siciliana. L’Italia traballa, mette a rischio equilibri strategici e a quel punto Clinton decide di mandare da noi, non il solito Paperone che ha finanziato la campagna elettorale del Presidente, ma un grande ambasciatore di carriera, uno che ha già trattato con colonnelli e terroristi, capace di salvaguardare gli interessi strategici americani. Bartholomew capisce che l’Italia è sull’orlo della guerra civile, che democristiani e socialisti sono inutilizzabili e punta su Berlusconi, D’Alema e Fini, leader dal passato «ingombrante». Venti anni dopo possiamo dire che, dalla visuale degli interessi Usa, l’intuizione dell’ambasciatore fu geniale, ma aver puntato su tre leader «zoppi» non ha certo consentito all’Italia di recuperare la sovranità perduta allora. Di quella scelta abbiamo pagato le conseguenze».

Nella Milano del 1991 un pm e un console come fecero a prendersi tutto quel potere?
«Milano era ed è il cuore pulsante del Paese, la città più europea e quell’anno ci sono tre cani da tartufo che sentono l’odore “giusto” prima degli altri: il console americano, il cardinale e un ex poliziotto. Il pm Di Pietro si vede passare per le mani cose straordinarie e capisce che può far cadere l’intero sistema. Il console vive ai margini dell’Impero americano, ma si rende conto che a Roma il suo ambasciatore, preso dai salotti romani, non capisce che l’Italia sta per implodere e dà una mano a Di Pietro: assieme organizzano il viaggio al Dipartimento di Stato».

Ma alla fine del 1992 cambia l’amministrazione Usa: perché la Casa Bianca, secondo lei, decide di “sedare” Mani pulite?
«Anzitutto perché non siamo in Libano e il cambiamento deve avvenire per via legalitaria. In Italia c’è una complicazione in più: la mafia italiana, che gli americani conoscono e sanno utilizzare meglio di noi, rischia di saldarsi alle mafie dell’Est. In quei mesi, con un sistema politico sequestrato dalla magistratura, aumentano i rischi per gli interessi americani e dunque il nuovo ambasciatore, non più avvezzo come il precedente alle terrazze, avoca a sé il controllo: dal cortile milanese, si torna a Roma, si torna a ragionare in termini di interessi strategici».

Perché punta su Berlusconi, Fini e D’Alema?
«Quando un impero non può scegliersi un alleato forte, preferisce alleati impediti e in qualche modo ricattabili: ecco perché vengono scelti gli eredi di due sistemi politici totalitari e un imprenditore “compromesso” col precedente sistema. A D’Alema gli americani affiancano il più grande dei persuasori occulti, Francesco Cossiga».

Sarà stato pure un investimento, ma i tre erano adulti e vaccinati, non pensa?
«E il bombardamento su Belgrado, voluto da Clinton e promosso dal governo D’Alema? E la kippah ebraica sulla testa di Fini?».

Perché, a dispetto degli Usa, Mani Pulite non si spegne subito?
«Per vischiosità l’indagine continua ma non ha più una funzione dirigente, di riordino del sistema: Borrelli attende la “grande chiamata” ma non diventa presidente della Repubblica; Colombo, il guardiano del tempio, non diventa Guardasigilli; D’Ambrosio, la persona più perbene, cerca di tutelare il tutelabile. E quanto a Di Pietro, per anni ha fatto credere di avere carte su tutti, ma il suo potere si è via via affievolito, man mano che sono andati in prescrizione i reati di cui minacciava di rivelare l’esistenza».

Ci sono aspetti della presenza americana che un ex ambasciatore non può rivelare?
«Certo. Assieme alla sovranità politica limitata, in quegli anni si riduce drasticamente la presenza pubblica nell’economia, si privatizza, partiti e sindacati perdono potere. E ancora: tra il 1992 e il 1993 l’Fbi ritiene che la Cia, dopo il crollo del Muro, non abbia più punti di riferimento e in questo quadro si punta a ridurre non solo la sovranità politica ma anche l’autonomia giudiziaria, come Maurizio Molinari ha già scritto in un suo libro. Il capo dell’Fbi arriva a Roma, incontra i ministri dell’Interno e della Giustizia e senza che ne sappia nulla neppure il sottoscritto, al tempo ero ministro, viene deciso che la polizia americana si “affianca” a quella italiana nelle indagini sulla morte di Falcone. In questi giorni si parla di trattativa con la mafia. Ma partecipò anche l’Fbi?».

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