QUANDO GLI AMBIENTALISTI ROVINANO LA VITA AI CONTADINI (scritto per tiscali)

 

pollinoE’ stato arrestato il padre del giornalista e scrittore lucano Andrea Di Consoli (editorialista de Il Riformista, Il Messaggero), reo di aver aggredito e ferito con un coltello un funzionario del Parco del Pollino diventato, suo malgrado, capro espiatorio di una situazione insostenibile attinente alla devastazione dei campi provocata da branchi di cinghiali. Questa volta mi metto dalla parte dell’intellettuale perché considero la sua posizione più ragionevole di quella degli ambientalisti integralisti, di questi tagliagole del progresso, di tali inquisitori dello sviluppo, che pur godendo di tutte le comodità della modernità cianciano di vita frugale e di rispetto dell’ambiente, stando comodamente seduti nei loro salotti dorati da dove guardano, in Pay-Per-View, documentari sulla decimazione delle foche monache versando lacrime di coccodrillo. La natura merita deferenza essendo per noi, allo stesso tempo, madre e matrigna, ma non ci si può abbandonare alla sua forza cieca, non si può lasciarla fare senza imbrigliare e addomesticare la sua potenza perché altrimenti essa diventa una trappola fatale per l’uomo. Pertanto, comprendo la rabbia di chi lavora duramente e si ritrova con un pugno di mosche in mano a causa di qualche mutante, metà panda metà dinosauro, il quale ha deciso che gli animali valgono più dell’uomo, non appartenendo egli né ad una razza né all’altra. Non si tratta di opporre a questa filantropia ecologica d’accatto un neo-prometeismo umano e una visione assolutamente positivistica della vita e della scienza cadendo nell’eccesso opposto. No, qui si tratta qui di denunciare il falso moralismo di questi imbonitori faunistici che si commuovono per le bestie non avendo nessuna pietà per i contadini, di sollevare il disprezzo e lo sdegno per questi riformatori floreali da giardino che si sacrificano per la natura al solo fine di far fiorire i loro grandi affari sovvenzionati dallo Stato. Guardate chi sono gli ecologisti più insigni: lo speculatore Soros, il magnate dell’informatica Bill Gates, l’ex vice-presidente americano Al Gore. Per decenni verdi, animalisti, naturisti di ogni risma hanno generato inutili allarmismi e catastrofismi al fine di dirottare risorse pubbliche sulle loro campagne “ecologically correct”, arricchendosi alle spalle del prossimo. E sono decenni che, di disastro incombente in disastro incipiente, ci raccontano balle sesquipedali, dalla deforestazione imminente allo scioglimento dei ghiacciai incalzante, dal global warming asfissiante al buco dell’ozono bruciante. Già nel 1972, il Club di Roma (la famigerata Trilateral di David Rockefeller) proclamava la vicina fine del mondo per raggiunti limiti dello sviluppo e successiva crisi ecologica, salvo spostare sempre in avanti nel tempo questa distruzione perché gli eventi s’incaricavano di smentire i loro vaticini apocalittici. I nostri ambientalisti, almeno quelli più incalliti e stolti, sono tutti figli di questo parto massonico-plutocratico.

Oggi siamo arrivati all’assurdità che una scrofa vale più di un uomo, che non si possono toccare i boschi anche se c’è bisogno di campi da coltivare (a meno che le produzioni non siano “bio(il)logiche”) perché gli “Adami” con la foglia di fico sugli occhi e i biglietti verdi sul conto hanno deciso che il pianeta deve assomigliare ad un paradiso terrestre dove loro gongolano e tutti gli altri muoiono. Perciò condivido pienamente quello che Di Consoli ha detto in passato sull’argomento e che qui riporto, come un piccolo manifesto di buon senso, a memoria e a profitto di chi non ha ancora mandato il cervello all’ammasso:

“E’ arrivato il momento di dirlo: il Parco del Pollino sta distruggendo una storia millenaria di agricoltura, di pastorizia, la storia di un profondo rapporto tra uomo e ambiente. E io me ne frego che qualcuno armato di leggi e commi voglia vedere tutti questi inutili cinghiali terrorizzare la gente, costringerla alla povertà, causare incidenti stradali. Me ne frego, perché alle bestie preferisco gli uomini: uomini che hanno coltivato queste terre per millenni, e che ora stanno abbandonando i boschi, i fondi, le case, perché “l’Ente Parco preferisce il cinghiale all’uomo”.
E me ne frego, delle lontre, delle aquile, dei lupi, dei cinghiali, se poi gli uomini sono costretti ad andare via, ad abbandonare le terre, a trasformare terre coltivate da millenni in macchie selvatiche inospitali. Me ne frego, caro Paride, della tutela ambientale, se poi gli uomini devono emigrare, oppure ridursi in povertà, o essere processati se hanno sparato per disperazione a uno stupido cinghiale che non serve a niente e a nessuno, e che esce nottetempo per distruggere ogni cosa, per la gioia degli ottusi animalisti che tutto amano fuorché gli uomini” (A. Di Consoli, da Il Quotidiano del 08/09/2011)

VOGLIAMO I POLIZIOTTI

Sono cresciuto con i poliziotteschi degli anni ’70, pellicole come La Polizia ringrazia di Steno, La polizia vuole giustizia di Martino, La polizia incrimina, la legge assolve di Castellari, e tanti altri piccoli capolavori come quelli del mio conterraneo, il regista dauno Fernando Di Leo, che descrivevano un’Italia molto diversa da quella presente, dove delinquenza e forze dell’ordine si affrontavano all’ultimo sangue, tenendo però fede ad un codice d’onore che generava rispetto reciproco tra uomini coraggiosi divisi da una barricata, tuttavia quasi sempre provenienti dagli stessi strati sociali. Gli sbirri a difendere la comunità e i criminali a farsi strada in un mondo corrotto dove il nemico principale restava comunque il Potere, quello che toglieva mezzi agli agenti nella lotta al crimine e braccava i banditi unicamente quando quest’ultimi intralciavano i suoi superiori interessi. Forse non era questa la realtà ma quei film lasciavano passare ancora dei messaggi molti forti che corrispondevano alla vitalità di una nazione che, dopo il boom degli anni 60 e le ristrettezze della recessione dei ‘70, non era ancora finita nelle mani di banchieri parassiti e di parlamentari decorati di titoli nobiliari con l’unico scopo di mandarla allo sprofondo per preservare i propri privilegi.  Prebende e appannaggi sempre più odiosi, tanto che il sindacato di polizia Coisp, ha diramato, qualche settimana fa, un comunicato dove si minaccia, riporto alla lettera di “… venire sotto Palazzo Madama e Montecitorio, magari il giorno di ferragosto, e spararvici all’interno i nuovi lacrimogeni in dotazione così si coglierebbero due piccioni con una fava, ovvero si otterrebbe lo sgombero immediato di certi ristoranti da politici mediocri e si testerebbero su quest’ultimi gli effetti dei nuovi artifici lacrimogeni in dotazione alle forze di Polizia, la cui lesività nonostante le numerose interpellanze parlamentari, è sempre stata tenuta nascosta da Lor Signori”. Ma perché non passate dalle parole ai fatti? La gente non si opporrà, il popolo non difenderà i palazzi della vergogna istituzionale, non verrà a manganellarvi come spesso avete fatto voi ipnotizzati dalla frustrazione e rimbambiti dall’esaltazione, perché in quelle regge di corruzione ci sono degli usurpatori che si abbeverano del sangue dei cittadini. Ma il problema non sono i pranzi e le cene a ufo della casta, non le autoblu per prelevare le puttane o i voli di Stato per recarsi alla partita. Il fatto grave è che questi lestofanti ci vendono la casa, ci tolgono i vestiti e ci mandano ad elemosinare per compiacere i loro padroni stranieri. Per le loro esclusive pretese ci svendono le migliori imprese, all’Europa che ci vuole poveri, all’America che ci vuole succubi. Ed allora entrate pure a Montecitorio e a Palazzo Madama, sarete seguiti dalla folla che non si fermerà nei loro ristoranti da piatti prelibati e da prezzi stracciati, ma salirà nella stanza di bottoni per ripulirla dai ladri, dai truffatori e dagli imbroglioni che si fanno chiamare deputati e senatori ma sono soltanto dei disonorevoli coglioni. Ci auguriamo che insieme a voi che guadagnate a stento 1500 euro al mese ci siano pure i carabinieri i quali non se la passano meglio, ed anche l’esercito che non naviga nell’oro. Questa volta invece delle monetine piova pure piombo, si sparino le cannonate, si aprono le galere senza fare troppi prigionieri. Aspettiamo impazientemente l’uscita di questo nuovo lungometraggio, si chiamerà “la casta frana se la polizia spara” oppure  “La politica offende, l’Italia si difende”, o ancora “la polizia al servizio del cittadino, la casta finisce al confino” e, perché no, “Vogliamo i poliziotti”. Regia del Popolo Italiano. Principali attori: il Commissario Golpe, l’Ispettore Putsch,  l’Agente scelto Sollevazione. Distribuzione: Italian Bros.

http://www.coisp.it/ultimissime11/I%20Poliziotti%20esigono%20di%20poter%20usufruire%20dei%20buoni%20pasto%20da%207%20euro%20al%20ristorante%20presso%20il%20Senato%20della%20Repubblica%20o%20presso%20Palazzo%20Montecitorio.pdf

L’UNDICI SETTEMBRE IN MONDOVISIONE

Che indecenza. Guardando le commemorazioni dell’undici settembre negli Usa ed in tutto il mondo, ti rendi conto di quel che può produrre il condensato di ideologia e controllo sui mass media globali. Le vittime dell’attentato alle Twin Towers alimentano, ancora dopo dieci anni, la medesima commozione a reti unificate di autoctoni e di popolazioni vassalle ed accodate. Tutto ciò perché quell’evento, riprodotto all’infinito sugli schermi televisivi dell’intero pianeta, è diventato il ricordo in pixel di una coscienza collettiva satellitare, smontata e rimontata in uno studio ovale, a sostegno del vittimismo occidentale. Il taglio delle scene di antefatto dalla pellicola geopolitica intercontinentale assicura la deresponsabilizzazione epocale ed il lieto fine hollywoodiano, imbottito di eroismo dei sopravvissuti e d’innocenza dei deceduti. I buoni hanno subito delle perdite ma alle fine vinceranno la battaglia contro le forze del male perché con loro c’è dio e lo scudo stellare. In tal maniera si costruisce quella memoria telecomandata, ripulita delle cattive condotte imperiali che generano legittime e tragiche reazioni internazionali, ad uso e consumo delle pubbliche opinioni delle potenze principali. Parliamo, ovviamente, di un episodio non puramente virtuale ma reale e drammatico costato la vita di molti incolpevoli, diventato però un set di propaganda cinematografica finalizzato a giustificare la decennale aggressione americana contro i popoli che resistono al dominio atlantico. Poiché le cose stanno in questi termini, poiché la mistificazione è assurta al rango di verità assoluta, poiché non è possibile nemmeno tentare di fornire una versione evenemenziale meno parziale, senza essere tacciati di antiamericanismo e antioccidentalismo, ci si vede costretti a scendere al loro livello derubricando la Storia a necrologio e la diatriba politica ad obitorio. Ma occorre andare all’inferno per fare i conti col demonio. Ed così che scopriamo che i camposanti altrui sono pieni di inermi sacrificati per il perpetuamento dell’american way of life, dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Africa al Medio-Oriente. E’ vero che l’attacco al cuore dell’America è stato un avvenimento dalla carica simbolica senza precedenti ma ciò non cancella il comportamento secolare degli States i quali, per affermare la propria visione egemonica, hanno distrutto e massacrato in ogni angolo del pianeta. Anche i simboli hanno il loro codice di decrittamento ed è meglio che accettiamo il fatto che i nostri funerali possano non provocare lo stesso dolore a Tripoli, a Kabul o a Bagdad dove abbiamo seminato vento per raccogliere tempesta. I morti della guerra al terrore sono migliaia, le cifre ballano, ma si parla di una carneficina che si aggira tra i 300.000 e i 700.000 caduti. Il rapporto è di uno a 100, tenendosi bassi. Qualcosa vorrà pur dire, oppure i nostri defunti pesano di più perché noi siamo l’umanità bella, libera e democratica mentre gli altri appartengono alla subumanità brutta sporca e cattiva? Malauguratamente per Bush e Obama, la Storia non tiene in considerazione le opinioni e le convinzioni dei Presidenti e delle loro amministrazioni, non privilegia le lacrime che scorrono sulla pelle bianca di madri vestite all’ultima moda anzichè in chador, né i lamenti dei padri alla guida di spider e fuoriserie invece che di cammelli e cavalli berberi . La Storia scorre sul sangue ed il sangue è di un solo colore. I nostri dipartiti (che sono molti meno perchè chi attacca subisce meno) pesano quanto i loro, nonostante i fiori, nonostante le celebrazioni in mondovisione. E tanto vale per l’israeliano ed il pakistano, l’induista ed il musulmano, il general manager americano ed il coltivatore di oppio afghano.

IL POLLO DI GRAMSCI (scritto per Tiscali)

Nelle chiacchiere dei politici c’è sempre un “Paese reale” che si contrappone a qualcosa di meno fattivo, irrealistico, virtuale e persino fantasmagorico, “casualmente” coincidente con le convinzioni altrui. Vale a dire, è reale quel che loro pensano e percepiscono mentre quanto enunciato da bocche diverse da quelle “onorevoli” diventa favola, grande narrazione, finzione.  Ma tale affermazione è essa stessa mitologica, laddove la politica è in sé, o almeno dovrebbe essere, discorso pubblico, di concorde discordia, sulla società presente e futura, finalizzato a risolvere problemi, programmare obiettivi, migliorare la vita dei cittadini. Insomma, non ci sarebbe bisogno di alcuna specificazione se essi facessero il loro mestiere e non si perdessero in fanfaluche senza costrutto. Del resto, a voler essere precisi, questa fantomatica Italia irreale è proprio un prodotto dei loro ragionamenti da realisti immaginari che si dividono in progressisti antiquati ed in conservatori postmoderni. Chiarito il punto, quando sentiremo nuovamente pronunciare il citato sintagma, sapremo di essere di fronte, nel migliore dei casi, ad un inutile truismo da affabulatori domenicali, mentre, nel peggiore, al cospetto di una sottile sofisticazione da venditori di fumo politico in una giornata di nebbia epocale. Con ciò però ci è finalmente comprensibile perché quest’ultimi predicatori usano spesso l’aggettivo “reale” dopo il sostantivo “Paese”: esso serve a confondere i pensieri piuttosto che ad esplicitare le argomentazioni. E questo spiega anche come mai i nostri rappresentanti regionali abusino di siffatto logaritmo giallo: vogliono coprire le cose che non hanno da dire e quelle che non sanno fare. C’è poi qualcuno, ancor più furbino e baffino, che si smarca da questo regno dell’ovvietà dilagante preferendogli quello della banalità esondante. Costui, apparentemente più savio dei suoi compagni di partito, tira  fuori dal cilindro una di quelle astuzie semantiche delle quali nessuno sentiva il bisogno. Per lui, Icarus con le ali a vela, il Paese dovrebbe essere semplicemente normale per vivere felice. Ma, santo cielo, è proprio la sua presenza all’interno della classe dirigente italiana che smentisce e rende irraggiungibile l’auspicata speranza. Dunque, lo stato di fatto dovrebbe essere limpido e assodato da Trento a Canicattì, ed invece, i nostri conterranei del Pd lucano, che ti fanno? Uniscono impunemente errori e loro portatori in uno stesso corpo associativo sperando così di rifondare un’organizzazione bagnarola che è già affondata nel mare della microscopica storia. Prima si affidano alle lamentele del Presidente della Giunta, il quale critica la manovra sconclusionata ed iniqua del Governo (e nessuno nega niente), chiedendo “una dieta drastica ma sostenibile per tutti che tenga insieme conti, coesione e stato sociale”. E fin qui tutto bene su quel che va male. Poi però, proprio per segnalare che nemmeno egli crede a quel che dice, tira fuori la solita frase da bancarella istituzionale: “Ciò che chiediamo è una manovra che salvi il Paese reale”. Era partito in maniera accettabile ma con la chiosa si è guadagnato un colpo d’accetta. A noi gente comune, comunemente vessata, basterebbe vedere la nazione e la regione fuori dalla crisi, ma non nutriamo grosse speranze perché sappiamo di essere governati da alici nel barattolo delle meraviglie che ostentano una conoscenza del mondo oltre lo specchio di cui non sono in possesso. Da Policoro dove si è tenuta l’ultima festa del Pd, l’altra anima della compagine democratica, per non essere da meno e sbagliare  di più, ha ospitato in carne, ossa e moustaches il normalizzatore secolare, di cui sopra, per “rilanciare una leadership diffusa e plurale…[ed] un aggiornamento del profilo progettuale del partito”. Ecco un’altra di quelle normalità sinonimo di mediocrità che piacciono tanto al loro sopravvalutato leader romano-gallipolino, il quale è normalmente presente ovunque il conformismo la fa da padrone. Forse, in quella stanca platea di fine stagione e di saldi politici, la cosa meno ridondante è venuta dall’ugola spigolosa del Presidente del Consiglio regionale il quale, poco avvezzo alle perifrasi e alle edulcorazioni, ha detto che ci sono intellettuali locali con le mestruazioni che confondono la società con i loro contorcimenti cerebrali. Per una volta ha ragione, anche se più che di mestruazione sarebbe stato meglio parlare di masturbazione, essendo la prima una sequenza di modifiche fisiologiche che danno l’idea di un ricambio organico e la seconda solo un’eccitazione del tutto autoreferenziale che si conclude con un penoso afflosciamento. Gli intellettuali sono fatti così, si “smanettano” nel chiuso di una stanza e credono che il loro aggeggino sia l’alabarda di Don Quijote de la Mancha. Epitome e morale di tutta la vicenda: nonostante imperversino sulla scena lucana politici realistici e pensatori sognatori si va analogamente allo sprofondo. Ergo, facciamo volentieri a meno di sogni e di realismo (e dei loro propugnatori) se il risultato è questo incubo sociale infinito. Tra morire di realismo e morire di sonno preferiamo ancora il pollo di Gramsci!

 

Salviamo i delfini, abbattiamo i frattini

Salviamo i delfini ma abbattiamo i frattini. Risparmiamo la vita al globicefalo nippo-coreano ma fiociniamo il tricefalo franco-anglo-americano. E con lui tutti quei barracuda delle cancellerie che fanno razzie di popoli e nazioni chiamando i loro pasti democratizzazioni. Ed allora apriamo pure la caccia ai nostri pescicani di gabinetto e alle trote salmonate da letto, mettiamoli tutti in cottura per interrompere questa tortura. Preserviamo i parafiletici marini ma staniamo i banchi di dicasteriali assassini. Basta con questo scatolame ministeriale sottaceto o sotto sale tenuto per le squame dalla superpotenza mondiale.   Checché ne dica quel pesce d’aprile che guida la nazione, questo non è un paese da deiezione, questo è un Paese cotto e mangiato perché non ha più una direzione ed una ricetta per la situazione. Se ci facciamo condurre in alto mare da carapaci incapaci che nuotano all’indietro e con la testa piegata è inevitabile che si finisce dalla padella alla gratella. I nostri antenati erano mammiferi politici ben saldi sulla terra mentre ora siamo nelle mani di cetrioli di mare senza spina dorsale. Siamo figli di MM, Ministronzi di governi in balneazione e Mignotte-sirene di aule legislative in ricreazione. Pertanto, apriamo pure il nostro cuore ai simpatici abitanti del fondale ma chiudiamo la bocca ai pesci sega del bipolarismo parlamentare. E’ meglio un premier cetaceo che un ittiosauro del cretaceo con gli occhi del mollusco arrapato. Stando all’interpretazione astrologica attuale vivremmo nell’era dell’acquario oroscopale, quella  della solidarietà, della democrazia, della fratellanza, dell’ambiente, dell’umanitarismo e dell’apertura mentale. Eppure ti guardi in giro e vedi soltanto chiusura branchiale e sottomissione ancestrale.  Sarà per questo che ai nostri ippocampi di governo non arriva più l’ossigeno all’ippocampo del cervello. Altrimenti non si spiega come mai Frattini si sia lanciato nell’accorato appello per salvare i delfini dopo aver fatto macellare i tripolini. Ad un giornalista che lo ha schiumato ben bene, il nostro menestrello degli esteri al cartoccio, ha pure replicato indignato che non si maltrattano gli odontoceti per alimentare la cosmesi. Si è detto sorpreso da tanta insensibilità sottomarina e da tanta crudeltà belluina. Lui è un pesce palla diplomatico molto sensibile al reato di ittiocidio generalizzato.  Con queste affermazioni da animalista globale (nel senso che lui racchiude in sé tutti i tratti dell’animale) è finito direttamente nell’olio bollente del ridicolo e del patetico-pinnale. Mentre infuria una guerra criminale sulla quarta sponda nazionale lui lancia tali appelli da sardina alla romana o da crostaceo in salsa americana. Non avevo mai visto un ministro così colorito, iridescente, mutualistico come un pesce pagliaccio.  Ma pure questo ci tocca sentire da questi alti rappresentanti dello Stato finito in un barile che si vendono al mercato come mitili ignoti di un paese perduto nelle profondità della storia.

LA POTENZA DEL DISORDINE GLOBALIZZATO

Ci siamo alleati con Al Qaeda.  L’establishment atlantico, da Washington a Roma, ha cambiato idea sui figli sanguinari dell’islam integralista e sulla loro indole irrimediabilmente feroce e prepotente.  Costoro non costituiscono più un problema per la sicurezza internazionale e per la pace universale. Se fossi un malizioso e malfidente dovrei giungere alla conclusione che, probabilmente, questa centrale dell’odio  non è una più minaccia per il mondo civilizzato poiché non lo è mai stata nemmeno in passato. Al Qaeda è come il tragelafo, tutti ne parlano parla ma nessuno lo ha mai visto. Nessuna agenzia dell’orrore, nessuna lega del terrore, nessuna succursale del maligno impiantata sulla terra per incenerirla. Verrebbe da dire tanto clamore per un po’ di folklore arabo-musulmano. Si trattava soltanto della proiezione di ansie e di paure da inizio millennio che avevano trovato terreno fertile nella testa di politici paranoici e apocalittici, nonché troppo furbi per rinunciare ad un nemico a portata di mano, grazie al quale giustificare crescenti arsenali militari e rinnovate ingerenze geopolitiche dopo la dissoluzione dell’URSS. Con i tragici eventi dell’11 settembre 2001 era iniziata una belligeranza ad oltranza contro l’islamismo massimalista che voleva conculcare le nostre libertà, distruggere i nostri diritti, seppellire le nostre identità, imporre la legge coranica e ridurci in schiavitù teocratica. Un Califfato secolare per la fine occidentale. Il mondo rischiava di diventare un posto orrendo ed invivibile dove avrebbero regnato oscurantismo, immobilismo e tagliagole, l’opposto del nostro eden democratico fatto di diritto, libero arbitrio e Oriana Fallaci.   Saremmo tornati al ferro e al sangue di un’epoca arcaica che avrebbe sepolto per sempre centinaia d’anni di civiltà e di conquiste sociali. Per questo Usa ed Europa avevano dichiarato guerra aperta  al Terrore e minacciato di perseguire e perseguitare chiunque non si fosse schierato con l’asse del bene. Iraq, Afghanistan, Iran, ecc. ecc. erano tutti potenziali pericoli per il benessere delle nostre società. I dittatori non avrebbero avuto scampo, le cellule islamiche sarebbero state abbattute,  i nuclei eversivi di Allah definitivamente annientati. Una crociata post-moderna per entrare, senza influenze autoritarie e vincoli liberticidi, nella terra promessa del Nuovo Secolo Globale. Dimenticate tutto, la predica è finita, si torna in pace. Al Qaeda è stata accetta nel club dei giusti e dei progressisti, con essa si può dialogare e si può governare.   Il Papa nero ha tolto la scomunica agli infedeli, l’anatema si è dissolto perché il diavolo si è strappato le corna e la coda ed è diventato più mansueto di un agnello sacrificale. Adesso siamo tutti fratelli degli stessi bordelli internazionali. C’è solo qualche pazzo che non l’ha capito, qualche rais arretrato che va eliminato. La Libia è l’ultimo laboratorio di questa ritrovata familiarità tra capitalisti e sceicchi, tra emeriti infami ed emiri depravati, tra squadristi liberali e qaedisti equilibrati. Tripoli è caduta nelle mani degli insorti, come denuncia il Think Tank americano Carnegie Endowment (ma anche accreditate fonti arabe) perché i governi democratici gliela hanno consegnata con la destra per poterla condividere con la sinistra. E già che c’erano, tali potenze, hanno fatto anche i conti tra loro per ristabilire i reali rapporti di forza e ridimensionare i servi deboli come l’Italia che avevano rialzato la cresta. La strategia di Obama è questa, un vento di primavera, un sussulto di emancipazione, un refolo di novità adatto a coprire ingestibili asperità multipolari che rischiano di far retrocedere gli Usa sulla scacchiera mondiale. L’essenziale, dove non si può recuperare, è non far avanzare gli altri. Non c’è più il popolo eletto ma l’elezione imposta a tutti i popoli a suon di cannonate. E se un quartiere si rivolta al presunto despota che non vuole votare tutta una nazione viene cancellata. In ogni caso nulla a che vedere con il clima da giudizio universale di Bush e del suo entourage teocon.  Le forze del nuovo testamento stanno prevalendo sulle vecchie con un altro vangelo geopolitico, più dolce e sentimentale nella narrazione ma molto più terribile nella sua azione. Se all’inizio era il verbo militare adesso è la confusione generale alimentata da bombardamenti a tappeto. Il caos è l’ultimo vero alleato della Potenza del disordine globalizzato. Il nemico non indossa più una casacca ed cartellino ma si annida ovunque e ovunque può essere stanato. In sostanza, siamo tutti indiziati di reato planetario contro il dominio americano.

LE AMAZZONI PERDUTE

amazzoni350E’ partita la campagna di solidarietà mondiale a favore delle amazzoni violentate dal Leone ingrifato della Sirte. Le poverine venivano costrette ad avere rapporti sessuali col dittatore, i suoi figli, alti ufficiali dell’esercito ed anche con cavalli berberi superdotati che invece di essere cavalcati, come accade in ogni altra parte del mondo, montavano le muscolose virago prendendole a scudisciate. Il rais guardone pare si eccitasse molto ad osservare le sue guardie del corpo intorcinarsi con uomini e animali.

Certamente, ne perdeva in sicurezza e difesa personale ma ne guadagnava in libido e rigonfiamento scrotale. L’erezione prima della protezione. Non sarà uno slogan da libro verde ma può sicuramente diventare un’idea per un set a luci rosse. Un film da girare rigorosamente nel deserto tra dune e oasi di piacere. Pazienza, un amplesso diretto o di riflesso vale il rischio di una revolverata nel petto. Notare che la notizia è stata data dall’accreditatissimo Times of Malta e rilanciata dal molto più attendibile Corriere Internazionale delle Chiacchiere e dal Quotidiano mondiale delle Panzane. Immediatamente, il Tribunale penale (e quale sennò) dell’Aja si è messo sulle tracce degli spermatozoi del Rais per convincerli a testimoniare contro il pericoloso spermicida. L’atto di accusa è stato appunto così formulato: Gheddafi è responsabile di crimini contro l’umanità potenziale. Uno spermio traditore, passato nel frattempo coi semi ribelli, ha fatto sapere di essere disposto a sputare la verità per incastrare il Rais. Un altro, già pronto a deporre è stato assassinato dalle guardie anticoncezionali di Gheddafi. I medici non lasciano speranze, lo spermiogramma è piatto, il teste di cazz è perduto. Nel frattempo le amazzoni vessate sono state affidate alle cure della psicologa infantile di Bengasi Seham Sergewa (questa notizia è vera, come un po’ tutto il resto), d’altronde era la cosa più sensata da fare. Solo una psicologa infantile poteva raccogliere tali puerili accuse, e unicamente l’Aja, collocato nei paesi bassi (questa è troppo facile) poteva prenderle sul serio. Questi giudici senza palle hanno il cialis nel cervello. Roba da far cadere le braccia e le mutande!

LA GUERRA DEI FARABUTTI

gheddafi4Un fucile in ogni casa, un cannone in ogni famiglia. Inizia con questi presupposti la nuova era democratica sull’ex quarta sponda del mare nostrum, consegnata dalla Nato a bande di delinquenti che si fanno chiamare insorti. Un programma di assistenzialismo criminale, un’agenda d’interventi terminali, dalla bara alla tomba, che accompagnerà il popolo libico, con l’imprimatur dei buoni e dei giusti, fino alla pacificazione eterna. Sono aperte le iscrizioni ai pogrom contro gli esponenti e i simpatizzanti del precedente regime. Non fiori ma opere di sterminio. Il civile è incivile se non è bengasino e non merita la considerazione del francese, dell’inglese, dell’americano e dell’italiano. Sembra una di quelle barzellette col gran finale pro domo nostra, soltanto che questa volta sono gli allogeni che ci sogghignano alle spalle. “L’Italia avrà ancora posizioni di preminenza con la Libia post Gheddafi”. La freddura è di Frattini, il ridicolo è tutto italiano. Se le cose stessero come sostiene il Ministro degli esteri il summit sulla ricostruzione non si svolgerebbe a Parigi ma a Roma. Il Galletto beccaio sposato alla Civetta piemontese ci ha sottratto il paniere da sotto il naso mentre Frattini si faceva arrostire come un pollastro dalle promesse dei suoi amici statunitensi. La frittata l’hanno cucinata i cugini d’oltralpe per i voraci clienti d’oltreatlantico (con le uova sottratte al pollaio italiano), lasciandoci con i gusci in mano e la paglia attaccata alla coda. Anche se ora alla nostra diplomazia brucia il sedere per il troppo covare conto terzi, senza ottenere alcun beneficio, è troppo tardi per riparare. Siamo alla solita figura dei pennuti scannati che saltano nella batteria dei vincitori. Nel frattempo, nel vasto ammazzatoio nordafricano, gestito da macellai riconosciuti internazionalmente, si continua a macinare impunemente carne umana. Ma sulle teste dei ribelli non cadono né bombe né condanne della Comunità Occidentale, piuttosto giungono richieste di ospitate nelle peggiori cancellerie europee. Il cachet a puntata è salato ed anche il nostro Governo ha staccato un assegno di 350 mln di euro per vedere da vicino la faccia del belluino della Cirenaica che ci tiene per gli affari e per i coglioni.

Come riporta Carlo Panella sul quotidiano Libero, in un articolo esplicativo già nel titolo, “Ma adesso dobbiamo bombardare i ribelli”, è da luglio che Human Rights Watch denuncia crimini contro l’umanità, inclusi episodi di razzismo verso presunti mercenari neri (che se fossero stati tali avrebbero tradito da un bel pezzo), commessi dal CNT di Bengasi eppur nessun governo liberale ha finora impugnato la spada dei diritti umani per moderare i rivoltosi. Se questa è la situazione, sostiene Panella, in ossequio alla risoluzione ONU 1973, la Nato dovrebbe se non bombardare almeno mitragliare Jalil e soci. Ma ciò, prosegue il giornalista, non accadrà, per cui ci si risparmi almeno “la retorica e l’entusiasmo per la vittoria di buoni che buoni non sono assolutamente. Che almeno la si smetta di affermare che la Nato combatte per scopi umanitari e si ammetta che Francia, Inghilterra e Italia [ed Usa] combattono per il petrolio libico (e che già si litigano per accaparrarsene quote a scapito dell’alleato)”. Già, e allora perchè in tutto questo macello nordafricano non abbiamo sentito nemmeno una gallina pacifista starnazzare per la mattanza in atto? Dove sono finite le anime belle della pace proprio adesso che si consumava una delle guerre più stupide e sporche della storia europea (Ferrara dixit)? Dove sono trasvolate le colombelle della solidarietà e della fratellanza mondiale mentre gli aerei della Coalizione portavano dal cielo morte e distruzione contro uno Stato legittimo e sovrano? Non sono partite, non sono emigrate, le hanno avvistate tristi e sconsolate, nell’ultimo volo spettrale. Sono andate a suicidarsi sul colle del Quirinale dove ad attenderle c’era un pappagallo reale.

 

Ps. Giuliano Ferrara, che ha scritto un articolo di fuoco contro la guerra in Libia, non è diventato improvvisamente un caritatevole difensore degli Stati canaglia attenzionati dall’Occidente. Il Giornalista critica questo conflitto perchè frutto di una strategia geopolitica contrastante con quella degli ambienti, ugualmente statunitensi, di cui egli risulta referente in Italia. Con i Repubblicani alla Casa Bianca non avremmo avuto questa invasività nelle questioni europee, o quanto meno essa sarebbe stata di natura differente. Sono i democratici, da Clinton a Obama, che vogliono fare dell’Europa un protettorato a sovranità nulla per limitare e l’indipendenza europea e l’incipiente risalita geostrategica della Russia. A Bush sarebbe bastato lo scudo antimissile ed uno stretto controllo sull’estero prossimo di Mosca. Obama e i centri politici che lo supportano ritengono invece che la loro sicurezza nazionale coincida addirittura con la sottomissione del Vecchio Continente ai piani e ai programmi di Washington. Questa seconda opzione è devastante per l’Italia che sta perdendo, come si vede dalle vicende nordafricane, qualsiasi margine d’azione anche nel suo storico spazio vitale mediterraneo. Essendo noi il ventre molle continentale saremo i primi ad essere colpiti affinchè il programma di predominio geopolitico obamiano ottenga i risultati sperati.

MA QUANTO PARLANO INTELLETTUALI E GIORNALISTI?

Questo pezzo è stato scritto per la cronaca lucana di Tiscali, ma credo che vada bene anche in questa sede perchè tali tarli si riproducono costantemente anche su scala cultural-nazionale.

quotidiano_basilicata

Quando un intellettuale ed un giornalista, che vorrebbero accendere i riflettori su problemi economici, sociali, culturali, politici ecc. ecc. di una terra come la Lucania, affermano, dalle pagine del quotidiano più letto della regione, che il PIL non misura la qualità della vita mi viene immediatamente l’orticaria. Forse il Prodotto interno lordo non stimerà il benessere generale che dipende anche da altri fattori, economicamente non quantificabili, ma ci fornirà pur sempre un’indicazione delle sue possibilità di realizzazione. Che oggi in Basilicata sono letteralmente al lumicino. Se il PIL, ovvero quella grandezza macroeconomica aggregata che esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese, non rivela granché della vita delle persone è perché costoro non sanno nulla, né di vita e né di persone. Una testa può essere vuota di nozioni e piena di balzanerie anche quando la pancia è satura, come dimostrano i loro strambi ragionamenti da peripatetici perplessi, ma un ventre rimbombante trasmetterà sempre alla capoccia un’unica idea fissa: procurarsi da mangiare. Non ho mai visto nessun affamato produrre concetti che non fossero direttamente collegati ad un piatto di pappa e solo affrancandosi da tali istantanei bisogni della carne l’incivile ed inurbano assurge al rango di ingegnere, artista, filosofo e purtroppo anche giornalista. Questo pensiero però sfugge all’intellighenzia nostrana con lo stomaco rigonfio come una zucca e il cranio svuotato di ogni semenza. Questo spiega anche il perché di alcune successive asserzioni rinvenienti da quel senso di sazietà intellettualoide che sospinge i citati saccenti ad affermare, con intransigente ma vacua aria veritativa, auliche castronerie da obitorio: “la morte è il centro di un sistema valoriale che crea il sentimento della fraternità”. Non significa nulla, chiunque lo abbia sostenuto e men che meno quando si sta disquisendo di tematiche sociali. Foscolo, che letterato lo era veramente, si limitò a dire: “se gli uomini si conducessero al fianco la morte, non servirebbero si vilmente”, come fanno ad esempio tutti quei professori e professorini i quali, lamentandosi del mondo rotolante, riescono a rimbalzare da una platea all’altra e da una ricca pietanza alla successiva. Ma tant’è, ad ognuno la morte, l’affratellamento e la cortigianeria che si merita. Enunciava Marx che la fame è fame, ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti. Vallo a spiegare a lorsignori che hanno tutto, stoviglie comprese, ma rimpiangono i tempi in cui l’uomo strappava a morsi la ciccia sanguinante dal corpo delle sue prede. Insomma, essi dichiarano di accontentarsi di poco ma poi li vediamo sempre ben pasciuti a pontificare sulla bellezza e la semplicità di una esistenza agreste dal “buen retiro” dorato. Ciò non vuol certo dire che ogni cosa va bene a Potenza e a Matera. La classe dirigente è autoreferenziale e sorda, secerne vizi senza virtù, distrugge sogni e materializza incubi ma non è attaccandola con i piagnistei dottorali e i perbenismi mentali che si cambieranno le sorti del popolo. Possiamo anche tollerare un po’ di dissolutezza e di debolezza morale se questi disvalori non comprimono crescita e sviluppo, anzi vorremmo che i politici potessero arraffare ancor di più dando però in cambio alla gente dieci, cento, mille volte tanto. Neppure un uomo si lamenterebbe, neanche un cittadino s’indignerebbe per le ruberie della casta. Se la comunità non è serena è per il depauperamento produttivo, lo smantellamento delle industrie, l’inefficienza dei servizi, l’inconsistenza politica coincidente con la caduta a picco del patrimonio economico. Ed allora i rappresentati del governo devono impegnarsi sulla materia, portando in Basilicata quel che serve per farla prosperare a lungo. Ci vuole modernizzazione e industrializzazione. Qualcuno continuerà a borbottare, vedi i suddetti intellettuali campestri, gli ambientalisti pedestri, i decrescisti depressi e tutta quella genia di passatisti di ogni secolo deploranti il progresso che corrompe le anime e deturpa il territorio. Ma se la Basilicata non vuole essere esclusivamente una colonia turistica di passaggio o ancor peggio una terra brulla e confusa, ferma nel tempo, deve puntare su questi settori che prima degli altri generano vigore e floridezza. Per tanta felicità si deve però essere disposti a pagare il prezzo di qualche esternalità negativa che è sempre meglio di morirsi d’inedia e di indigenza. Per concludere, vorrei lasciarvi ad una riflessione davvero disincantata che già qualche secolo addietro aveva colto il nocciolo della questione. Si tratta della morale della Favola delle Api di Bernard Mandeville, il quale prima di noi tutti aveva tirato una giusta lezione dal comportamento umano calato all’interno di determinate circostanze collettive:

“Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti più eccellenti .È così che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori”. (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV)

LA MODA DELLA SINISTRA

bertinotti-03Lo chiamavano Bombardotti ma era solo Berti-notti romane e salotti chic. L’ex leader di RC, Rifondazione Costumista, gran liquidatore di un partito, un po’ bazar un po’ boutique, che raccoglieva vecchi scampoli di comunisti sdruciti e nuovi modelli per drug queen ammattite si è messo ad imbastire l’abito funebre di una sinistra morta da un pezzo. Lo ha fatto da Cortina D’Ampezzo, e da dove sennò. Il sub-comandante Faustus, come un novello partigiano dei nostri tempi, è arrivato però sulla montagna politicamente corretta delle dolomiti venete con l’autista, l’uniforme di cashmere e pericolosissime armi di distruzione di classe, ovvero cravatta griffata e porta occhialetti trendy. Sembrava il Comandante Diavolo scappato dalla prigionia di via Condotti. Dal palco di Cortina InContra, per l’evenienza appuntamento più montano che mondano, Bertinotti si è espresso come l’ufficiale Charles Bouchard, comandante in capo dell’operazione Unified Protector in Libia. “Occorre bombardare il quartier generale della sinistra per farla risorgere”. Possibilmente più libera e più democratica. Proprio come la Libia che non vedremo mai perché finita in mano a quegli scalzacani di Bengasi malati Sarkopenia, i quali per mettere un passo hanno bisogno che gli Usa, la Nato e i Volenterosi gli tirino i fili come si fa con i burattini. Bertinotti è un vero genio di sartoria sociale, uno che è capace d’indossare un abito di Valentino con la stessa umiltà dell’operaio Faussone di Torino detto Tino. Insomma un BertinotTino. Ma ultimamente Sua Comunistità si sente messo da parte come un vestito liso. Eppure lui resta il grande ispiratore del comunismo “sulla parola”, cioè di quell’ideale che ha riposto il Capitale di Marx per affidarsi al dizionario dei sinonimi e dei contrari. Senza di lui Nichi Vendola non sarebbe mai esistito. Bertinotti poi è ancora più piacevole da ascoltare del suo stimato ma ingrato allievo perché al posto del default nel cervello e della esse sifula in bocca dispone di una meravigliosa erre rotante che sa di rosa e di posa. Ed allora per non farsi superare dal logorroico discepolo ieri Fausto si è prodotto in uno strabiliante numero linguistico. Per carità, nulla di serio, ma tanto carino per le orecchie ed il palato del colto e del sopraffino : “è necessaria una destrutturazione dei corpi inerti e la resurrezione di una nuova sinistra europea”. Una destrutturazione di corpi inerti? Ma non sarebbe meglio un’ inerzia di corpi destrutturati dalla testa ai piedi come il suo? Valli a capire questi medium del proletariato, potrebbero godersi la pensione coi soldi della sovversione ma non riescono a liberarsi di quell’irrefrenabile desiderio di comparire di fronte alle masse. Non per difendere la classe ma per dimostrare la loro superiore classe. Forse la sinistra, con questi presupposti da educande, non risorgerà mai ma le buone maniere trionferanno di sicuro. Più galateo e meno rivoluzione. Viva il bon ton e Louis Vuitton.

1 154 155 156 157 158 165