E Dio creò l’uomo, la donna e le Pussy Riot

PussyRiot

 

Quando ci va di mezzo la Russia si può sempre sapere con largo anticipo contro chi abbaieranno i botoli mediatici e i cerberi istituzionali che stanno distruggendo presente, passato e futuro di questa Europa, giardino degli Usa e selva oscura dell’ intelletto collettivo, a prescindere da dove stia realmente la ragione e la verità.

Deve essere per forza così per partito preso e per antipatia conseguente, poiché dopo la caduta della cortina di ferro e la dissoluzione dell’Unione Sovietica è stata eretta una cortina fumogena ancor più spessa per isolare uno Stato non ancora rassegnatosi a cedere la sua sovranità nazionale e la sua dignità patriottica all’egemonia, politica, culturale, militare, occidentale.
Con la vicenda delle Pussy Riot si è davvero toccato il fondo. Si sono mobilitati cantanti, politici, asmatici, enfisemici, cardiopatici, ipertiroidei, logorroici ecc. ecc. a favore del dissacrante gruppo punk di fighettine infuocate dall’odio per il Cremlino e per la Chiesa ortodossa. Persino i muti hanno recuperato la parola ed i sordi hanno attizzato le orecchie, proprio mentre mezzo mondo diventava improvvisamente cieco di fronte ad uno spettacolo vergognoso in un luogo di culto, per non lasciarsi scappare un’occasione di critica al potere russo reo di spegnere la creatività sociale e di incarcerare la libertà individuale.Anche il Vice-presidente del parlamento europeo, nostro connazionale e mio conterraneo, senza timore di far scadere questa farsa in tragedia, non per l’apparato di comando russo ma per la nostra sensatezza,  ha parlato di oltraggio alla democrazia contro il quale l’Ue deve mobilitarsi con tutta la sua moral suasion, in quanto saremmo di fronte a rigurgiti stalinisti di una oligarchia che mette a repentaglio i diritti umani e i principi di civiltà. Andate pure avanti in questa vostra battaglia perché non c’è niente di più divertente che vedere associato il vostro nome, e quello delle istituzioni da voi rappresentate, a quello delle fighe ribelli. Il Parlamento europeo al fianco delle fregne! Strasburgo per le topa!  L’Europa contro la forca unita dalla sorca! E chi ce l’ha più grosso più le spara e più si compromette…

Strasburgo si mobiliterà in tutte le sedi possibili ed immaginabili per ripristinare le giuste proporzioni, non si sa se del pene o della pena (del resto, si sono già esercitati in passato con i piselli), si esclude però il ricorso al Paradiso dove il Padreterno ha fatto sapere di non aver preso bene gli insulti delle punkettare che gli hanno dato del merdoso, proprio a Lui che ha dovuto impastare fango e merda per creare l’uomo, la donna e le Pussy riot.Inoltre, all’indomani di questa sentenza spropositata, si invoca, soprattutto in Italia, un ripensamento della nostra politica estera ed un ridimensionamento dei rapporti con Mosca che non meriterebbe di dialogare con un paese civile, libero e sessualmente permissivo come il nostro dove il motto nazionale è sempre stato chiù pilu per tutti. Insomma, secondo costoro le autorità russe avrebbero dovuto seppellire questo episodio sotto una risata contravvenendo alle leggi dello Stato e quelle del decoro generale. Se in Italia qualcuno fosse entrato in una cattedrale urlando che il Papa è una puttana, che Dio produce merda e che il capo dello Stato è un pervertito, contorcendosi come un tarantolato, oltre allo scandalo sarebbero scattate ammende e manette (non sono un avvocato ma mi pare che così sia):Art.7 della L. n.85 del 24 febbraio 2006: Chiunque pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.  Si applica la multa da euro 2.000 a euro 6.000 a chi offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di un ministro del culto.
Art.8 stessa legge: Chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico, offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto, ovvero commette il fatto in occasione di funzioni religiose, compiute in luogo privato da un ministro del culto, è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000.  Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta cose che formino oggetto di culto o siano consacrate al culto o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto è punito con la reclusione fino a due anni.
art. 278 Codice Penale Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni (2) (3).(2) Le offese possono riguardare la persona del Presidente della Repubblica sia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, sia nella sua individualità privata, anche in relazione a fatti anteriori all’attribuzione della carica.
(3) Per la consumazione del reato in esame non è richiesto che l’offesa diretta al Presidente della Repubblica avvenga col mezzo della stampa, essendo sufficiente la semplice comunicazione dell’offesa ad un terzo con qualsiasi mezzo.Allora, come la mettiamo? Dovremmo smetterla di fare i pecoroni alla pecorina, cioè dovremmo finirla di calarci le braghe di fronte al mondo solo per ingerirci negli affari di un Paese sovrano al fine di compiacere i nostri lenoni d’oltreatlantico, peraltro indispettendo un partner indispensabile per il nostro futuro energetico e commerciale, oltre che geopolitico.
Comunque, fossi stato un giudice russo avrei scelto una condanna alternativa per le Pussy Riot, alle quali la galera regalerà le stimmate immeritate del martirio. Io avrei costretto le ribelli del…la vulva a due anni di monastero e claustralità come forma di contrappasso per cotanto collasso intellettuale. Una pena dalla vita in giù per una rieducazione dalla bocca in su.

LA SINISTRA ALLA PROROGA

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Franco Giordano della Presidenza di SEL, purtroppo mio corregionale, anche se  preferisco ricordare di essere conterraneo di Carmelo Bene e di Gaetano Salvemini, ha fatto l’affermazione del secolo: per uscire dall’attuale disastro finanziario “ci vuole una grande sinistra”. Chiaro, per una cagata pazzesca è necessario un contenitore capiente dove farvi entrare qualsiasi scarto epocale. Questa nuova sinistra dovrà estendersi dal salotto del Pd ai doppi servizi di Sel per l’ecologia e le velleità, possibilmente tirando lo sciacquone sul futuro e sulla libertà dell’Italia. Apparentamento a due o tre leader vani e vanesi nella casa sinistra degli orrori politici e degli errori secolari per il malessere generale. Sembra un film di Dario Argento ed invece dovrebbe essere un patto di ferro tra progressisti per niente. Sono più di vent’anni che costoro gettano le fondamenta di un acquartieramento  comune dei riformisti chic e dei radicali di radica e quando ci riescono, seppur per brevi periodi di cattivo vicinato, dimostrano di non essere all’altezza della situazione. Se l’Italia è andata in rovina in gran parte lo si deve a loro, costruttori di menzogne ed edificatori di falsità senza precedenti, capaci di qualsiasi voltafaccia ideologico da celare con due passate di moralismo.  E quale sarebbe l’impalcatura programmatica innovativa sulla quale Giordano pensa di salire per ristrutturare la doppia faccia-ta della sinistra, quella liberaldemocratica e quella socialdemocratica? 1. Superamento delle subalternità al liberismo. 2 Aspirazione all’eguaglianza (cosa ben diversa dall’equità). 3 Battaglia per la democrazia e la libertà.

Pensavamo fosse un accasamento utopico ed invece è proprio un altro castello in aria. Per il primo punto Giordano dovrebbe rivolgersi altrove, Bersani, Veltroni, D’Alema ecc. ecc. non ridiscenderanno mai più negli alloggi popolari, se non nelle stagioni elettorali, dopo esser saliti sulle terrazze vista mare in compagnia di banchieri, finanziari e anglofilibustieri. Per il secondo punto, dovrebbe mettersi in pace col proprio cervello invece di dire cose senza senso, che l’unica aspirazione della gente è quella di farli fuori al più presto (cosa ben diversa dall’eliminarli fisicamente, purtroppo). Secondo Giordano aspirare è meglio che mangiare, così gli italiani che annaspano sotto i colpi iniqui di questo governo e dei precedenti dovrebbero continuare a nutrirsi di chimere defecando illusioni, anziché pretendere subito pane e companatico, ormai sempre più scarsi. Un degno allievo del paroliere del tavoliere suo leader frottoliere. Infine, terzo punto, la battaglia per la democrazia e la libertà.  Giordano pur essendo stato comunista non ha mai sentito parlare di Lenin per il quale la democrazia era il miglior involucro della dittatura capitalistica e la libertà una parola vuota: “Libertà – sì, ma per chi? Per fare cosa?”. Non è che ci si potesse aspettare di più da uno che non sapeva (o non sa ancora?) nemmeno chi fosse Antonio Pesenti, ma almeno le basi della propria cultura bisognerebbe conoscerle per evitare di fare la figura dei cretini, degli incoerenti o, peggio ancora, dei traditori. Eppure, Giordano si sente portatore del cambiamento e della “ricostruzione del fascino e degli ideali di una grande sinistra”. Un sinistra  fashion è proprio quel che ci vuole per questi tempi di cadute di stile e di ideali scollacciati. Lotta di gran classe e valori politici di moda sono la soluzione per far risorgere il Paese. Daremo un calcio alla sobrietà e alle ristrettezze,  respingeremo gli attacchi dello spread e delle borse, ripristineremo i conti pubblici e le aspirazioni di uguaglianza (cosa ben diversa dall’equità), allontaneremo lo spettro del default e delle pezze sul sedere. Come? L’unico modo per scacciare la crisi italiana è far tornare al governo  la sinistra dolce e gabbana. Modelli politici d’occasione e capi di partito originali distribuiti dalla Sel di Puglia.

LA POLITICA ENERGETICA MONDIALE

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L’INSISTENZA degli Stati Uniti per una Europa più indipendente negli approvvigionamenti energetici (in primis rispetto a quelli provenienti dalla Russia), che nella neolingua Occidentale si chiama differenziazione delle fonti e dei fornitori, risponde, innanzitutto, ad un’occorrenza pragmatica, geoeconomica e geopolitica, di Washington.

Gli Usa stanno rimappando le loro priorità strategiche sullo scacchiere internazionale, mettendo in cima ai propri disegni quelle zone e quelle regioni ricche di depositi di materie prime su cui esercitare un sovrappiù di egemonia, sbarrando così il passo alle potenze emergenti/riemergenti rincorrenti i medesimi obiettivi. Gli idrocarburi sono pertanto  la benzina che entra nel motore della politica di potenza e della geopolitica della dominanza della moderna macchina epocale.

Non si tratta soltanto di impadronirsi di siti, affari lucrosi e mercati in espansione ma anche, sobillando il caos e aprendo sacche d’instabilità territoriale, di impedire che siano gli altri ad insinuarsi in determinate aree approfittando della situazione. Insomma, se non si possono gestire direttamente le cose si deve fare in modo che nessuno arrivi a sostituirti.

Si fa presto, pertanto, a parlare di  abbattimento delle frontiere per la maggiore prosperità dell’umanità, si decanta da sempre ma non si fa, difatti, alcuna razionalizzazione degli investimenti per la riduzione degli sprechi e delle esternalità al fine della protezione dell’ecosistema planetario, ed altro che costi comparati e rischi calcolati! Si azzerano i vantaggi generali per limitare i danni di uno o di due Stati perseguenti progetti economico-sociali aggressivi e contrastanti. Anche il mondo può diventare piccolo come un pollaio se troppi galli alzano la cresta.

La globalizzazione funziona fino a che avvantaggia unilateralmente gli scambi, i commerci, le negoziazioni, gli orientamenti istituzionali favorevoli e le intese militari proficue per il Paese che se l’è inventata, cioè gli Usa. In caso contrario si denunciano le manovre scorrette altrui,  dai cinesi che fanno dumping e tengono artificialmente basso il tasso di cambio della loro moneta per proteggere l’export,  già oliato dai bassi costi del lavoro (e dalla inesistente sindacalizzazione della manodopera) che rendono ultracompetitive le loro merci, fino ai russi che si servono di ricatti energetici per ingabbiare l’Europa e il suo estero prossimo o delle manovre militari sediziose per rifornire di armamenti i rogue states esclusi dall’ordine atlantico. Invece, sostenere e sovvenzionare le monarchie islamiche dei petrodollari, così attive nel comporre, addestrare e munizionare bande di mercenari islamici,  rappresenterebbe il nec plus ultra della democrazia. O questa è una frode che puzza di bruciato oppure la democrazia puzza di zolfo e di polvere da sparo come e più di qualsiasi dittatura. Buona la seconda, oserei dire.

La politica energetica è forse uno degli strumenti più importanti per veicolare, rafforzare, estendere la proiezione geopolitica degli Stati, quella che permette di concentrare più velocemente mezzi, risorse e capitali per il conflitto strategico tra gruppi dominanti finalizzato alla predominanza, nonché per far progredire, allargare, stabilizzare,  sinergie e rapporti adatti al medesimo scopo.

Sulle vie infuocate dal gas e dal greggio si giocherà una partita decisiva per la configurazione degli equilibri mondiali e chi riuscirà a presenziare  gli snodi e gli sbocchi vitali di pozzi, pipelines e filoni di prospezioni, in terra ferma ed in mare, si assicurerà un ineguagliabile vantaggio nella edificazione del nuovo ordine mondiale.

Gli strateghi americani, consapevoli di dover ripensare forma ed estensione della propria supremazia, che dovrà avere una profilazione differente rispetto a quella immediatamente successiva alla fine della Guerra Gredda – oramai insostenibile per il vizio imperituro della storia di chiudere cicli e aprire nuove sequenze evenemenziali  – sono al lavoro per piegare le circostanze verso i loro intendimenti, sollecitando a propria rendita le contraddizioni interne degli apparati economici e politici nazionali di amici e nemici, le loro debolezze e divisioni, utilizzando una linea di condotta a geometria variabile che punta a generare dissidi e provocazioni nelle zone recalcitranti, oppure, ad alimentare assimilazioni culturali e sociali viepiù collimanti con dati intenti primeggiativi tra le collettività ricettive; come dire, la Potenza Centrale vuol far sentire in mille sistemi la sua presenza, dimagrata ma ingombrante, negli scenari fulcrali di questo secolo che sarà irreversibilmente multipolare e che diventerà, prima o poi, del tutto policentrico.

In ogni caso, dal modo in cui la geografia politica planetaria si modificherà con l’emersione inevitabile di detti poli di potenza, dalla maniera in cui gli Usa concederanno prerogative e signorie ai partner subordinati, condividendo la governance o autoritariamente imponendola, da come affronteranno, alla stregua di una bestia ferita, la perdita di influenza bella e buona nei confronti dei competitors non alleabili e allineabili, da tutto ciò, dicevamo, dipenderà il grado di sicurezza del globo, i futuri sconvolgimenti, i conflitti e le guerre che attraverseranno quasi certamente longitudini e latitudini terrestri.

Non c’è da stare tranquilli, nonostante il florilegio di baggianate dei nostri sensali della cooperazione necessaria e della solidarietà obbligatoria, mascheramento di una codardia dirigenziale plenaria, che per non apparire del tutto inadatti ai tempi blaterano sul loro impegno per superare, in un quadro di certezze inesistenti e liberali, la débâcle sistemica.

Ribadiamo, comunque, che il settore energetico rappresenterà il termometro di quello che ci attende nei periodi a venire, qui si porranno le basi per uno slancio determinante del dominio mondiale che l’America, seppur in relativo declino di supremazia dopo l’abbuffata di superiorità assoluta degli anni ‘90, ha intenzione di ipotecare, anche semplicemente impedendo ad altri di avanzare sulla scala della sovranità nazionale, regionale o globale.

Altrimenti non potremmo spiegarci le polemiche contro quei governi scoordinatisi dall’azione di Bruxelles (agenzia indiscussa d’attuazione della subordinazione continentale), alcuni dei quali hanno pagato con la “vita” la loro audacia economica esplorativa non autorizzata dalla Casa Bianca. Quando qualcuno tra questi, come quello italiano, si è lanciato in accordi di collaborazione e contratti bilaterali con la Gazprom, per la posa dei tubi ed il trasporto del gas nel vecchio continente senza passare dall’imprimatur atlantico, sono scoppiati gli scandali sessuali e quelli legati allo sperpero del denaro pubblico. Più sui giornali che nella realtà ovviamente. I tedeschi che vantano una classe dirigente più seria e convinta del proprio servizio alla collettività nazionale hanno tenuto botta (il dotto NorthStream è stato completato), gli italiani, invece, a causa di una élite slittata troppo ad ovest e marcita nella sua spina dorsale identitaria, hanno preso botte da tutte le parti (il SouthStream, partito come un progetto italiano-russo è diventato un affare dei nostri concorrenti francesi, tedeschi e chissà chi altri).

In questa direzione occorre pertanto interpretare le pressioni sull’Ue e sui suoi membri aderenti – nonché il sostegno dato da Obama alle rivoluzioni nordafricane e ora anche mediorientali con il coinvolgimento della Siria (domani forse toccherà all’ Iran, al Libano ecc. ecc.), – da parte dell’Amministrazione Americana che vede come fumo negli occhi qualsiasi avanzamento economico, politico, di collaborazione militare e statale del suo orto occidentale verso Russia e Cina. Bendisporsi ad est significa indisporre gli yankees e pagare a caro prezzo la presunzione di aver agito senza preventive consultazioni. Così funzionano le relazioni tra padroni e servi.

Il dramma europeo sta nel fatto che la sua creme istituzionale, scremata di visione politica, o non ha compreso il programma che sta andando in onda, in mondovisione, sugli schermi di questa epoca storica oppure si è adattata volontariamente, il che è anche peggio,  al ruolo di spettatrice inerme dei processi in atto. Oggi l’Europa ha per gli Usa una rilevanza accessoria, indiretta, per niente primigenia, per cui non è più pensabile un’alleanza organica, persino cementata da organismi militari quali la Nato, come avvenuto in passato. Quando gli Usa ci guardano non vedono in noi una comunità fiera di esistere e di affermare le proprie prerogative, un alleato alla pari con il quale dialogare e concordare piani e strategie , ma vedono un cuscinetto di protezione dei loro interessi che anche sfaldandosi consentirà  loro di guadagnare tempo, di concentrare le forze ed utilizzarle dove meglio serviranno. Siamo diventati in sostanza il loro parafulmine, il materasso dove atterrare più dolcemente, il corpetto corazzato di mollezza che attutirà i colpi sferrati contro di loro dagli eventi e dagli antagonisti mondiali. Ci beccheremo i proiettili di tutti morendo non da cavalieri ma da camerieri. Chiunque continua a parlare di perfetta coincidenza e piena uniformazione delle mete europee a quelle americane ha deciso di farci fare la fine del tacchino nel giorno ringraziamento. Saremo a tavola con lo zio Sam, ma solo perché ci avrà spennati per mangiarci.

MISERIA DEI CATASTROFISTI E DEI DECRESCISTI

Decrescita-felice

C’è una vulgata tra i cosiddetti filosofi ed economisti antisistemici, con la quale civettano anche molti pensatori inseriti nei gangli istituzionali, nazionali e internazionali (vedi Tremonti ed altri),

secondo la quale la responsabilità di questa crisi deriverebbe dalla mancanza di etica della finanza che fa della speculazione esasperata l’unica ragione della sua esistenza, determinando il marcimento dei fondamenti dell’economia reale, quella che produce beni tangibili e ricchezza concreta.

Altri si spingono ancora più in là riprendendo vecchie e lacere teoresi secondo le quali saremmo giunti all’ultimo stadio del capitalismo, quello finanziaristico,  che preannuncerebbe l’implosione, per una insormontabile contraddizione interna, di questa formazione storico-sociale. Ma di attesa nella speranza della débâcle finanziaria finale, intrinseca alle dinamiche del capitalismo, si crepa. Sono trascorsi secoli e nonostante i vaticini apocalittici dei filosofastri e dei pensatori improvvisati, ertisi a santoni col predicozzo facile, continuiamo a morire salariati (molti, e con grandi differenze di reddito) o capitalisti (pochi), ognuno poi andrà ad incasellarsi dove la sua iattura o fortuna sociale richiede.

Siamo in presenza di una crisi ricorsiva, come tante ce ne sono state nel tempo remoto e recente, di una formazione globale che ci ostiniamo a chiamare capitalistica ma che è già  tutt’altra cosa rispetto a quella inglese del “de te fabula narratur” di marxiana memoria.  Ogni crisi, da quando questo modo di produzione si è storicamente affermato e sviluppato, inizia sul versante finanziario. Inutile e sciocco, allora, scatenarsi contro banchieri avidi e corsari di borsa, come altrettanto ineffettuale è lasciarsi andare ai discorsi etici e lamentosi o alle profezie da tregenda, sempre smentite dagli eventi successivi. Come scrive l’economista veneto Gianfranco La Grassa, “La finanza è indispensabile – soprattutto in epoche di grandi cambiamenti e trasformazioni – poiché nel capitalismo la gran parte di ciò che è prodotto è merce e si deve scambiare mediante denaro. Senza quest’ultimo non solo non ci sono scambi, ma nemmeno investimenti e innovazioni, e neppure avanzata ricerca scientifico-tecnica; soprattutto non c’è la potenza, termine entro cui ricomprendo tutta l’attività politica, nel senso più lato possibile, senza la quale non ci si sviluppa né ci si difende dalla crisi e dall’arretramento di posizioni di fronte ai competitori.

Quando però c’è necessità di un dato mezzo, chi lo possiede ne approfitterà, in specie quando i bisogni d’esso aumentano (appunto nelle epoche di trasformazione); e approfittarne significa credere ad un certo punto di poter fare denaro tramite denaro, inventare trucchi, imbrogli, creare le famose “bolle speculative”, ecc. La “distorsione” del sistema è intrinseca al funzionamento specifico d’esso. Il settore che manovra denaro tende ad autonomizzarsi rispetto al resto, ha le sue imprese, ecc; quindi chi dirige queste ultime agisce come se tutto il mondo fosse solo quello della finanza.”

Ma tutto il mondo, appunto, non è solo quello della finanza che anzi la Politica scuote e ridimensiona quando esso si scoordina dagli interessi strategici e conflittuali degli Stati (almeno se quest’ultimi si dimostrano indipendenti e guidati da agenti strategici autonomi e lungimiranti… il contrario di quel che avviene da noi insomma). Attualmente, infatti, ci sono potenze economiche e militari che si servono degli strumenti finanziari per portare al collasso le formazioni sociali (paesi) meno attrezzate e più deboli, celando il pugno di ferro della minaccia politica o militare dentro il guanto di velluto delle leggi di mercato. Pertanto, affermiamo con sicurezza e senza tema di smentita che nessuna Fine della Storia è all’orizzonte; in verità c’è chi la sa raccontare bene la grande narrazione catastrofistica per gabbare e comandare sugli altri e c’è, al contrario, chi si fa irretire per paura di agire e di criticare o addirittura per tirarci a campare.

In questo caos sociale e mentale, che peraltro annuncia grandi mutamenti geopolitici, le erbacce utopiche spuntano senza sosta per coprire il campo conflittuale dove si trovano ad agire soggetti e gruppi sociali.

Tra tutte le bizzarrie che ci propalano gli intellettuali che scansano il ragionamento scientifico come la peste, essendo più agevole inventarsi le favole da vendere al volgo e al colto, quella attualmente più diffusa è la decrescita la quale partendo dal postulato per cui avremmo raggiunto i limiti dello sviluppo, si tratterebbe ormai di tornare indietro ai tempi in cui non era l’offerta a sospingere la domanda verso bisogni creati ad arte e alle fasi in cui produzione umana e natura non erano in contrasto ma una si accordava armonicamente all’altra. A parte il romanticismo di determinate affermazioni che dimostrano come tali discettazioni non appartengano a questa terra, essendo fuori dal tempo e dallo spazio reale, costoro, in sostanza, vorrebbero modificare il modo dello scambio e della produzione con la bacchetta magica, rigenerando all’interno della formazione capitalistica piccole oasi economiche e sociali che sfuggano alle leggi del capitale. O meglio, vogliono godere del grado di progresso a cui l’umanità è giunta grazie al capitalismo (la chiamano abbondanza frugale) ma senza gli eccessi, le contraddizioni, i conflitti che detto modo di produzione e riproduzione ha storicamente generato. I decrescisti non comprendono, perché proprio non ci arrivano essendo decresciuti nel cervello, che laddove si pretende una giusta proporzionalità della produzione e del consumo, per salvare l’umanità o il pianeta, si dovrà anche accettare, volenti o nolenti, le pregresse condizioni della produzione industriale e artigiana nonché i rapporti sociali che la informavano. Altro che democrazia di internet o agricoltura a km0, costoro si preparino a sottoporsi agli ordini di qualche feudatario o a coltivare la terra facendo trascinare l’aratro dal bue. Credete forse che queste utopie appartengano alla nostra contemporaneità? Pensate che i decrescisti siano moderni, cioè gente che ha avuto un’idea nuova per la salute del pianeta e dei suoi abitanti? Sono ciarlatani nati anziani, sono escrescenze di ogni periodo di crisi, di disordine e di trapasso storico. Sono l’inganno che i dominanti foraggiano per intorbidire le acque sociali.

Sono così moderni che già nell’ottocento, travestiti da proudhoniani o da sismondiani, Marx li prendeva in giro e li irrideva come anche noi non possiamo esimerci dal fare nel XXI secolo:

 

“Questa giusta proporzione tra l’offerta e la domanda, che ricomincia ad essere l’oggetto di tanti pii desideri, da molto tempo ha cessato di esistere. E’ ormai divenuta una cosa antiquata. E’ stata possibile solo nei tempi in cui i mezzi di produzione erano limitati, in cui lo scambio si muoveva entro limiti estremamente ristretti; con la nascita della grande industria, questa giusta proporzione doveva cessare, e la produzione è stata fatalmente costretta a passare, in successione continua, attraverso vicissitudini di prosperità, di depressione, di crisi, di ristagno, di nuova prosperità, e via di seguito. Coloro che, come Sismondi, vogliono ritornare alla giusta proporzionalità della produzione, pur conservando le basi attuali della società, sono dei reazionari, poiché, per essere conseguenti, devono anche voler ripristinare tutte le altre condizioni dell’industria dei tempi passati.

Cos’era che manteneva la produzione nelle giuste proporzioni, o quasi? La domanda che si imponeva all’offerta, precedendola. La produzione seguiva passo passo il consumo. La grande industria, costretta dagli stessi strumenti di cui dispone a produrre su scala sempre più vasta, non può più attendere la domanda. La produzione precede il consumo l’offerta fa violenza alla domanda.

Nella società attuale, con l’industria basata sugli scambi individuali, l’anarchia della produzione, che è fonte di tanta miseria, è contemporaneamente la causa di ogni progresso.

Così, di due cose, l’una:

O volete le giuste proporzioni dai secoli passati, con i mezzi di produzione della nostra epoca, e allora siete al contempo reazionari e utopisti.

O volete il progresso senza l’anarchia; e allora, per conservare le forze produttive, dovete abbandonare gli scambi individuali.

Gli scambi individuali infatti non sono conciliabili se non con la piccola industria dei secoli passati, e con il suo corollario di “giusta proporzione”, ovvero anche con la grande industria, ma in questo caso con tutto il suo seguito di miseria e di anarchia”. (Karl Marx, Miseria della Filosofia)

 

UN PODESTA’ AUTOCTONO

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Lo spread, questo virus che potrebbe curarsi con l’aspirina di una svalutazione valutaria (laddove controllassimo ancora l’emissione di moneta) o stimolando le normali difese politiche autoimmunitarie dell’organismo nazionale, indebolisce l’Italia come un carcinoma metastatizzato soltanto perché dei finti specialisti economici e dei veri ciarlatani politici, stanno praticando al paziente salassi fatali affinché il banale raffreddore (dovuto alle correnti recessive del clima mondiale) abbia la meglio sul suo fisico debilitato. Trattasi di morte assistita dall’estero, quindi di eutanasia per procura con la democrazia contumace, allo scopo di garantirsi la propria sopravvivenza di classe dirigente necrofaga e gattopardesca, per la quale anche qualche anno in più al potere equivale all’eternità.

Adesso, sempre appellandosi alla crisi finanziaria internazionale, che richiederebbe il massimo delle sinergie tra tutti i ceti parassitari italiani (in primis tra gli ordini corporativi banco-industriali e sindacali), vorrebbero costituire un governo di larghe intese “sovrannazionali”, guidato da fuori e mandato a sbattere dentro, da questo Monti o da un suo duplicato, al fine di moltiplicare esponenzialmente i nostri guai e dichiarare la sopravvenuta morte del malato.

A tale punto siamo giunti! Circondati dall’autoreferenzialità degli uomini di Stato e di partito, nonché dall’impazzimento dei corpi istituzionali, oramai in perenne cortocircuito, il Paese si sta sciogliendo come neve al sole, mentre i suoi pezzi migliori finiscono all’incanto,  dove ricche potenze dello scacchiere planetario si contendono le sue imprese di punta e gli altri assets strategici per spiccioli di euro svalutati.

Soltanto un “miracolo” potrebbe salvarci, oppure una equipe di chirurghi politici, praticante una deontologia sovranista non compromettibile, la quale, davanti agli arti incancreniti della democrazia parlamentare, non abbia paura di praticare la necessaria amputazione. Se commissariamento ministeriale deve essere che lo sia fino in fondo; il Podestà di cui abbiamo bisogno non deve venire dai circoli finanziari della Goldman Sachs, non può nuovamente essere un replicante della Trilateral, non un confidente della agenzie di rating e nemmeno un manichino di lingua inglese stentata appartenente ai clubs transnazionali dove predomina l’americano stentoreo.

Deve trattarsi, invece, di uomo forte che parli il nostro idioma e affermi la nostra identità, politica, economica e sociale, un capo sostenuto da drappelli di decisori con una visione storica lungimirante e da apparati, pubblici e privati, nei quali sopravvive ancora un barlume di senso dello Stato.

Gli altri, gli innominabili (perché protetti dalle prerogative della magna magna Carta), i moralisti autoproclamatisi paladini della buoncostume e del Gabinetto lavato dai cascami berlusconiani, scandalizzati dalle bandane e dalle bande di mignotte a Montecitorio, sono arrivati ad invocare i carabinieri in aula¸ i fucili avverso le gonnelle, per far sgomberare il nano e le sue ballerine.

Contro la farsa d’(h)ar(d)core hanno reclamato le baionette, ora con che faccia si turberanno se sollecitiamo l’esercito contro il terrorismo dei persecutori fiscali, la milizia contro egli svenditori di patrimonio industriale, i colonnelli contro gli incaprettatori delle regole di bilancio inserite nella Costituzione per compiacere i mercati, i soldati contro gli scialacquatori di risorse pubbliche, le brigate della morte contro gli zombies succhiatori di carovita? Si sono messi tutti insieme “appassitamente”, da destra a sinistra, facilitando il compito di chiunque deciderà di sgomberare sapientemente lo sporco di questa Repubblica, perché costui o costoro potranno colpire a casaccio cogliendo sempre bene.

Non chiamateci settari, né esaltati altrimenti dovremmo chiedervi perché noi saremmo bocche di fogne e voi bocche di Asor Rosa quando, impaludati all’opposizione e paludati nei salotti, adombravate colpi di mano palesemente reazionari e suicidi, per imprigionare e violentare la nazione conto terzi per i vostri sesterzi, come gli italiani hanno potuto ben constatare.

Avete disdetto speranze disfacendo l’Italia, tocca ad altri ricostruirla poiché questo alto compito non sarà mai connaturato al vostro basso istinto di affossatori della patria.

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