UN PODESTA’ AUTOCTONO

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Lo spread, questo virus che potrebbe curarsi con l’aspirina di una svalutazione valutaria (laddove controllassimo ancora l’emissione di moneta) o stimolando le normali difese politiche autoimmunitarie dell’organismo nazionale, indebolisce l’Italia come un carcinoma metastatizzato soltanto perché dei finti specialisti economici e dei veri ciarlatani politici, stanno praticando al paziente salassi fatali affinché il banale raffreddore (dovuto alle correnti recessive del clima mondiale) abbia la meglio sul suo fisico debilitato. Trattasi di morte assistita dall’estero, quindi di eutanasia per procura con la democrazia contumace, allo scopo di garantirsi la propria sopravvivenza di classe dirigente necrofaga e gattopardesca, per la quale anche qualche anno in più al potere equivale all’eternità.

Adesso, sempre appellandosi alla crisi finanziaria internazionale, che richiederebbe il massimo delle sinergie tra tutti i ceti parassitari italiani (in primis tra gli ordini corporativi banco-industriali e sindacali), vorrebbero costituire un governo di larghe intese “sovrannazionali”, guidato da fuori e mandato a sbattere dentro, da questo Monti o da un suo duplicato, al fine di moltiplicare esponenzialmente i nostri guai e dichiarare la sopravvenuta morte del malato.

A tale punto siamo giunti! Circondati dall’autoreferenzialità degli uomini di Stato e di partito, nonché dall’impazzimento dei corpi istituzionali, oramai in perenne cortocircuito, il Paese si sta sciogliendo come neve al sole, mentre i suoi pezzi migliori finiscono all’incanto,  dove ricche potenze dello scacchiere planetario si contendono le sue imprese di punta e gli altri assets strategici per spiccioli di euro svalutati.

Soltanto un “miracolo” potrebbe salvarci, oppure una equipe di chirurghi politici, praticante una deontologia sovranista non compromettibile, la quale, davanti agli arti incancreniti della democrazia parlamentare, non abbia paura di praticare la necessaria amputazione. Se commissariamento ministeriale deve essere che lo sia fino in fondo; il Podestà di cui abbiamo bisogno non deve venire dai circoli finanziari della Goldman Sachs, non può nuovamente essere un replicante della Trilateral, non un confidente della agenzie di rating e nemmeno un manichino di lingua inglese stentata appartenente ai clubs transnazionali dove predomina l’americano stentoreo.

Deve trattarsi, invece, di uomo forte che parli il nostro idioma e affermi la nostra identità, politica, economica e sociale, un capo sostenuto da drappelli di decisori con una visione storica lungimirante e da apparati, pubblici e privati, nei quali sopravvive ancora un barlume di senso dello Stato.

Gli altri, gli innominabili (perché protetti dalle prerogative della magna magna Carta), i moralisti autoproclamatisi paladini della buoncostume e del Gabinetto lavato dai cascami berlusconiani, scandalizzati dalle bandane e dalle bande di mignotte a Montecitorio, sono arrivati ad invocare i carabinieri in aula¸ i fucili avverso le gonnelle, per far sgomberare il nano e le sue ballerine.

Contro la farsa d’(h)ar(d)core hanno reclamato le baionette, ora con che faccia si turberanno se sollecitiamo l’esercito contro il terrorismo dei persecutori fiscali, la milizia contro egli svenditori di patrimonio industriale, i colonnelli contro gli incaprettatori delle regole di bilancio inserite nella Costituzione per compiacere i mercati, i soldati contro gli scialacquatori di risorse pubbliche, le brigate della morte contro gli zombies succhiatori di carovita? Si sono messi tutti insieme “appassitamente”, da destra a sinistra, facilitando il compito di chiunque deciderà di sgomberare sapientemente lo sporco di questa Repubblica, perché costui o costoro potranno colpire a casaccio cogliendo sempre bene.

Non chiamateci settari, né esaltati altrimenti dovremmo chiedervi perché noi saremmo bocche di fogne e voi bocche di Asor Rosa quando, impaludati all’opposizione e paludati nei salotti, adombravate colpi di mano palesemente reazionari e suicidi, per imprigionare e violentare la nazione conto terzi per i vostri sesterzi, come gli italiani hanno potuto ben constatare.

Avete disdetto speranze disfacendo l’Italia, tocca ad altri ricostruirla poiché questo alto compito non sarà mai connaturato al vostro basso istinto di affossatori della patria.

SU ALCUNI ASPETTI DELLA SITUAZIONE POLITICA ATTUALE (SCRITTO DA GIANFRANCO LA GRASSA ED USCITO IN “IDEOLOGIE” NEL 1970)

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Dopo i recenti articoli sul Pci e sugli smottamenti revisionisti di quest’ultimo che ne facevano un animale partitico pienamente inserito nel campo occidentale – con all’interno correnti persino flio-americane (benché non del tutto scoperte) – nonostante la retorica antisistemica adottata dallo stesso, vi proponiamo uno scritto uscito negli anni ’70, in “Ideologie”, di Gianfranco La Grassa nel quale vengono analizzate le due linee di tendenza predominanti, quella amendoliana-nattiana e quella longhiana-berlingueriana (alle quali corrispondevano differenti collocamenti internazionali, sociali ed economici), in senso al gruppo dirigente comunista. Ovviamente, si tratta di un lavoro “d’altri tempi” che, tuttavia, conserva una sua utilità storica e politica, sia per comprendere quella che fu la natura del più grande partito comunista d’Europa, sia per rileggere, alla luce di determinate scelte strategiche ed alleanze tattiche, l’epilogo di quell’esperienza di cui oggi ci resta soprattutto una serqua di rinnegamenti e di mistificazioni. clicca sul file: sul pci

CHE DIOR CE LA MANDI BUONA!

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I soliti partiti logori e consunti provano a rifarsi il look dopo la moda del  grigiore tecnico, prodotto dalle Case multinazionali di tendenza Trilaterale, nella stagione dei mercati dominanti e dei debiti pubblici debordanti, soprattutto nei paesi dove spopolano classi dirigenti di pagliaccetti e di Pantaloni coi soldi dei contribuenti.

Tuttavia, per come se la vedono nera gli italiani, ormai lugubremente alluttati (cit.Sciacia), non se ne troverà nemmeno uno disposto ad accordare un filo di fiducia a questi contraffattori d’avvenire che fanno le spolette per Goldman e Sachs. Il popolo, alle condizioni attuali, risulterà pure ipnotizzato dall’ultima voga del gessato cinereo ma non ha ancora il cervello ingessato, almeno lo auspichiamo, quindi piuttosto che mettere nuovamente una crocetta sui vari Pdl, Pd ed accessori vari, farà una croce sopra l’intera Seconda Repubblica chiudendo la cerniera di una fase storica da dimenticare.

Questo lorsignori lo sanno tant’è che provano a fondare o a rifondare atelier elettorali da lanciare, con grandi campagne pubblicitarie, sul mercato della politica, sperando  di confondere la gente con i lustrini e le paillettes della simbologia elettorale. Ma non saranno i rinnovati contrassegni sgargianti o il recupero di precedenti griffe politiche a garantire  la sfilata degli stessi cretini sulla prossima passerella parlamentare. Per quanto possano agghindarsi con i loro loghi raffinati, coi marchi accattivanti o le etichette seducenti resteranno immancabilmente dei buffoni che sotto gli abiti distinti lasceranno distintamente trapelare l’epidermide dei clowns.

Costoro si producono costantemente in tentativi periodici di riforme mai portate a termine che sfociano inevitabilmente in fogge d’antan, risultato di una democrazia trapassata e demodè. Vorrebbero ricominciare, infatti, tanto per non cambiare, dalla modifica del sistema di voto, discutendo seriamente se buttarsi ancora sul maggiorato che ha portato in aula avvenenti donnette al servizio della ristretta collettività di partito, oppure su quello a zampata di elefante grazie al quale i vertici delle organizzazioni hanno imposto i loro preferiti in liste bloccate, oppure su quello a galoppino corto buono esclusivamente a pigiare i bottoni in aula senza battere ciglio; meglio ancora sarebbe quello a pelle di pitone che stritola e non perdona le ali estreme, ma l’ideale resta sempre l’infallibile sistema color salamandra, di stile americano, modello colpo di mano. L’importante, in ogni caso, è far fuori la manica di intransigenti che ricamando parole e frasi fatte esagitate rischia di far saltare il disegno imbastito dai poteri stretti italiani allacciati alle taglie larghe mondiali. All’inizio eravamo i soli a denunciare queste cattive riproduzioni di servilismo ma adesso arrivano anche le potenti firme dei giornaloni di grido, le quali dopo aver dormito a lungo non possono più voltarsi dall’altra parte e ciò non per carità di patria ma poiché essendo la patria ridotta a chiedere la carità risulta difficile far finta di nulla. L’unica holding di carta stampata rimasta a difendere l’insuccesso del momento è quella di Repubblica, la quale pur di non far tornare i tempi del caimano basso con la bandana in testa riveste Monti del saio del profeta con l’aureola del santo incompreso che, nonostante qualche scucitura, può ancora tirarci fuori dai guai. Ma la vita alta, nel senso del suo costo, e l’incravattamento forzato dei cittadini, con tasse a fantasia, sta convincendo i connazionali che il Professore è soltanto l’ennesimo manichino messo in vetrina dai circoli internazionali per spillarci benessere e quattrini, nonché per svendere imprese pubbliche a prezzi di saldo. E’ giunta l’ora di chiudere questa fase di liquidazione dello Stato con una proposta forte di ripristino della sovranità nazionale, indirizzata a riannodare le scelte strategiche dell’Italia a quelle dell’epoca multipolare, espellendo dalla sfilata istituzionale i capi sintetici che ci hanno rovinato l’esistenza trasformandoci in un Paese di straccioni. Politica ed economia fanno pendant, anzi è sempre la prima che detta la linea alla seconda instradandola sulle piazze e sui settori più profittevoli. E’ questa l’unica alternativa possibile al continuo tiramento della cinghia che ci sta togliendo il respiro. E che Dior ce la mandi buona!

 

LA TELEFONATA

mancino

 

M: Pronto? Presidente sono Mancino.

N: Pure io. Chi parla?

M: Ma Presidente, io sono Mancino di nome!

N: e ché io no? Mancino solo nominalmente, e da una vita poi!

M: Presidente, ho un grosso problema.

N: Dimmi compare, cioè volevo dire compagno!

M: I magistrati di Palermo mi vogliono incastrare.

N: Come si permettono? E’ un tiro mancino!

M: Presidente sia serio. Qui rischiamo tutti.

N: Voi forse!  Io sono inviolabile e infallibile e chi mi tocca iddio lo fulmini.

M: Quello è il Papa, Presidente!

N: E chi sono io? Il Papa rosso, come Kautsky, buonanima dei rinnegati.

M: Presidente, Martelli!

N: Magari, qui non si batte più chiodo. Mica sono come Berlusconi io, non posso permettermi certe cadute di stile, lui è basso ed io sua altezza, se casco da quassù mi rompo!

M: Ma che ha capito? Martelli, Claudio Martelli. I giudici vogliono un contradditorio tra me e lui sulla trattativa Stato-Mafia degli anni ’90.

N. Eccoli lì gli incorreggibili, credono ancora di essere all’epoca di Tangentopoli, quando lasciavamo fare perché eravamo sicuri che avrebbero colpito solo dall’altra parte. Adesso utilizzano pure Martelli, falce e Martelli, questi giudici sono tutti dei comunisti! Aveva ragione B. che per sbattere fuori non si faceva sbattere dentro. Finché si faceva le governanti vabbé, del resto pure noi nella famiglia politica abbiamo avuto qualcuno che, si narra, allungasse un po’ le mani nonostante le sue battaglie morali. Poi però si è messo in testa di fare il governante  ed allora…sta ancora sbattendosi tra un tribunale e l’altro il nanetto.

M: Presidente adesso però ci sono io nelle grinfie dei giudici, la situazione è grave, se finisco di fronte all’ex Ministro socialista mi ritrovo tra l’incudine e il Martelli, e se mi faccio male io in tanti sentiranno dolore. Capito?

N: Si si, stai tranquillo. Tu sai che io con queste quisquiglie non c’entro, tenevo i fili di ben altri discorsi internazionali. Vediamo, adesso escogitiamo qualcosa per seppellire la verità che non è mai rivoluzionaria ma piuttosto pericolosa, contrariamente a quel che diceva il povero Gramsci, uno di quei comunisti illusi e coerenti di una diversa epoca storica.

M: Presidente, sono molto preoccupato, la prego faccia qualcosa di sinistro.

N: ah, fammi pensare un momento! Non insabbiamento, non sotterramento, forse ostacolamento? Impedimento? Intralciamento?… no, no, non va bene…ma ecco ci sono, ho trovato!  Invento un bel Coordinamento togato!

M: Grazie Presidente, lo Stato le è riconoscente!

N: dovere Mancino… dovere mancino.

PUTIN UNCHAINED

Django Unchained

Se al famigerato Bounty killer di dittatori immaginari Barack Obama hanno incautamente assegnato il Nobel per la pace, a Vladimir Putin si potrebbe ben consegnare la stelletta dello sceriffo impavido capace di assicurare, con metodi rudi ma efficaci, una vera tregua mondiale. In questi giorni è stato lanciato anche in Italia il trailer dell’ultimo film di Quentin Tarantino, Django unchained, remake di un vecchio spaghetti-western di Sergio Corbucci. Quest’ultimo aveva come protagonista un giovane Franco Nero mentre quello del regista americano ha come principale personaggio un nero affrancato che si vendica degli schiavisti bianchi. La pellicola è fuori corso storico dato che oggi è un coloured a calpestare i diritti dei popoli deboli mentre è dalla steppa che nasce la resistenza alla prepotenza di un’ Amministrazione tracotante che s’ingerisce negli affari altrui. Da quando l’ex 007 è tornato al Cremlino i pistoleri assetati di sangue dell’imperialismo atlantico, i gangster delle bande mercenarie internazionali, reclutati nei peggiori saloon di Al Qaeda, ed i banditi dal grilletto facile, assidui frequentatori delle bettole del colonialismo intercontinentale, sono costretti ad agitare le armi senza poterle usare. Bandoleri e banderuole al vento che fanno tanto rumore ma non riescono a far fuoco sui loro obiettivi primari.

Tutti questi criminali vorrebbero scaricare una pioggia di piombo sulla Siria, dopo aver ridotto la Libia ad un Paese fantasma, ma non possono esercitarsi nel mestiere delle armi per il veto russo; gradirebbero continuare a fare scorribande e a creare scompiglio nelle aree da essi considerate strategiche per l’allargamento della propria egemonia ma ci vanno coi piedi di piombo, bramano per annichilire il mondo con uno scudo spaziale, facendosi scudo con menzogne stellari, ma sono costretti a restare con i piedi per terra.

Vladimir Putin non è un Presidente che si tira indietro in un duello politico o militare, non è un vile che si adegua passivamente ai diktat degli organismi sovranazionali, non mette taglie sui capi delle nazioni recalcitranti all’unico ordine occidentale ammissibile sulla faccia della terra, non Balla coi lupi come il suo predecessore,  che per raggiungere una maggiore distensione nei rapporti tra Est ed Ovest, ha finito col farsi irritire dalla Nato per qualche dollaro in più erogato dal Fmi o della Banca mondiale. Qualcuno sostiene che si sia trattato di un gioco delle parti ma chi accetterebbe mai la parte dell’Ombra rossa o del Pollo senza genio, accompagnato da troppi cattivi compari yankees, solo per un Pugno di business del WTO? Medvedev, in realtà, ha sbagliato i suoi conti, essendo egli il terminale di schiere di cowboys meno disponibili a scontrarsi, Faccia a faccia, con i fuorilegge americani, rispetto al Branco selvaggio che sostiene Putin. La sua tattica è stata perdente ed ora le redini della diligenza sono tornate nelle mani dei pionieri che sanno come difendere le loro frontiere.

Putin ha di nuovo messo il suo Stato sulle tracce dei filoni d’oro della politica di potenza, sui grandi sentieri dell’indipendenza nazionale, come ai bei tempi del Wild East sovietico, per tali ragioni tentano di screditarlo descrivendolo come un gangster a capo di una banda di delinquenti che però ha il solo torto di non aderire alla legge dei signori delle guerre umanitarie. Per i  briganti dei circoli liberali del pianeta sono tirannie tutte quelle forme di governo che non si adeguano alla dettatura di un copione globale elaborato e stampato a Washington e distribuito nelle principali cancellerie mondiali. Articoli di bassa cancelleria appunto, come lo sono ormai la libertà di carta, i diritti civili di cartone e la democrazia plastificata imposta a suon di bombe dagli Spietati soldati annessionisti del sistema anglobalizzato. A questi sciacalli democratici dai Sette (e più) Capestri, i quali vorrebbero impiccare chiunque non si allinei al loro mercato politico e finanziario, non resta che spargere fango sulla classe dirigente russa che non vuol mettere Giù la testa. Da ultimo, dopo anni di provocazioni e di disordini generati ad arte da ONG e movimenti d’opposizione, sponsorizzati e finanziati dai forestieri, la Duma sta approvando una legge che marchierà a fuoco chiunque incassi fondi dall’estero per condurre pretestuose battaglie civilistiche ed umanitarie sul territorio russo. I doppiogiochisti, legati a doppio filo agli americani, svaligiatori di autonomia e rapinatori d’avvenire, saranno bollati come agenti stranieri e non riceveranno alcuna assistenza dalle istituzioni nazionali.  Il mito del west andrebbe rivisto anche in l’Europa, poiché non costituisce più il sogno della libera frontiera da conquistare ma l’incubo dell’invasione straniera da allontanare, sia essa politica, finanziaria o militare.

Santa torinese chiesa automobilistica Fiat

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Santa torinese chiesa automobilistica Fiat, icona sbiadita dello scorso millennio che ha scoperto l’America con secoli di ritardo, infatuandosene perdutamente, ha annunciato di essere sovradimensionata rispetto al mercato europeo, pertanto sarà costretta a dismettere qualche Basilica di culto bullonico, forse chissà proprio in Basilicata.

Dire che lo avevamo detto è antipatico, ma effettivamente lo avevamo detto. Nonostante Melfi sia lo stabilimento più moderno ed efficiente del gruppo piemontese, ormai ai piedi di cristo oltreché a quelli di Obama, rischia di perdere la sfida con Mirafiori che rappresenta la Storia stessa della fabbrica fondata da Giovanni Agnelli nel 1899.

Gli illusi della mano invisibile autoregolatrice degli scambi e della concorrenza che non guarda in faccia a nessuno, ubbidendo soltanto alla legge economica del minimax (minimo sforzo, massimo risultato), vengono nuovamente smentiti.

Ragioni strategiche ed opportunità politiche, rispetto alla mera convenienza economica, determinano una decisione industriale per i 2/3  tanto che la sede del Nord sarà probabilmente preferita all’impianto lucano. E poco conta che in tutti questi anni la Fiat abbia usufruito di una cascata di sovvenzionamenti pubblici a fondo perduto, cioè denaro della collettività, per i suoi investimenti privati, soprattutto nel Sud Italia. Per questo abbiamo in odio la retorica paternalistica dei vertici aziendali e dei funzionari del capitale che quando s’attaccano alla mammella dello Stato ciucciano sempre per il bene del popolo al quale offrono opportunità di lavoro e prosperità, ma non appena la vacca istituzionale smette di erogare gratis si ricordano di essere innanzitutto capitalisti che devono anteporre le prerogative di una popolazione molto più ristretta, quella degli azionisti, all’armonia sociale.

Adesso che non conviene più offrire occupazione agli straccioni meridionali, visto che è lo stesso Stato ad abbandonarli al loro destino, si smobilita ogni cosa e si trasferiscono i macchinari altrove. Giusto? Giusto un corno perché Marchionne, come manager che pensa ai profitti ha tutto il diritto di scegliere dove produrre, cosa produrre e come farlo ma i cittadini, primi azionisti morali di questa neomultinazionale senza patria (anche questa è bella, perché non si era mai sentita prima), hanno il diritto di sapere con immediatezza le intenzioni del Gruppo, in maniera da affidare gli spazi ad altri imprenditori volenterosi o di cercare soluzioni per la riconversione della produzione. Innanzitutto, se davvero Marchionne può davvero fare a meno della mano pubblica italiana è unicamente perché ha ricevuto l’intero braccio statunitense.

Non esiste società multinazionale che possa affrontare solitariamente le insidie delle piazze estere; il rischio di vedere compromessi i propri crediti ed investimenti, soprattutto in aree instabili del globo, sarebbe altissimo e se non intervenisse lo Stato d’origine a proteggere i suoi interessi commerciali che passano dalle sue imprese pubbliche e private nessuno si avventurerebbe lungo le vie del mercato globale. L’Amministrazione Americana tutto ciò lo sa bene e quando qualche Ceo o consiglio d’amministrazione ubriacato dai suoi stessi convincimenti ideologici globalisti lo dimentica, mette immediatamente da parte le buone maniere, ricordando ai suoi strateghi industriali come stanno realmente le cose. Ecco cosa scriveva uno dei principali commentatori di affari internazionali del New York Times, Thomas Friedman, nonché consigliere legato ad ambienti politici Usa, qualche tempo fa:

La mano invisibile del mercato globale non opera mai senza il pugno invisibile. E il pugno invisibile che mantiene sicuro il mondo per il fiorire delle tecnologie della Silicon Valley si chiama Esercito degli Stati Uniti, Marina degli Stati Uniti, Aviazione degli Stati Uniti, corpo dei Marines degli Stati Uniti (con l’aiuto, incidentalmente, delle istituzioni globali come le Nazioni Unite e il fondo monetario internazionale… per questo quando sento un manager che dice ‘non siamo una compagnia statunitense, siamo IBM-USA, o IBM-Canada, o IBM-Australia, o IBM-Cina’, gli dico ‘ah si? bene, allora la prossima volta che avete un problema in Cina chiamate Li Peng perché vi aiuti. E la prossima volta che il Congresso liquida una base militare in Asia – e voi dite che non vi riguarda, perché non vi interessa quello che fa Washington – chiamate la marina di Microsoft perché assicuri le rotte marittime dell’Asia. E la prossima volta che un congressista repubblicano principiante chiede di chiudere più ambasciate statunitensi, chiami America-On-Line quando perde il passaporto’ “.

Chiaro sig. Marchionne, che ci tratti tutti da minchioni provinciali? In secondo luogo, i muri della Sata sono stati eretti col denaro dei contribuenti ed è corretto che, nell’eventualità di dismissione o trasloco da parte del Lingotto, questi ritornino ai legittimi “muratori” pubblici i quali dovranno ingegnarsi per evitare un altro disastro sociale, ricadente in una grave fase di crisi sistemica globale. Se applicassimo questo principio di ripristino del capitale pubblico a tutte le 4 sedi della Fiat, al fantomatico management multinazionalista di Marchionne resterebbe in mano solo qualche chiave inglese e forse un pugno di fili elettrici.

In trent’anni, con l’elargizione di sussidi per 7,6 miliardi di euro (una parte di questi erogata durante l’era Marchionne), lo Stato italiano avrebbe potuto comprare la Fiat tre volte mettendosi in tasca qualche spicciolo come resto. Ad ogni modo, ora non avremmo a che fare con nessunissimo Cavaliere canadese del lavoro altrui (grazie ancora al nonno della patria Giorgio Napolitano che distribuisce onorificenze come caramelle), il quale viene pure a farci la morale economica e finanziaria. Non siamo esagitati “Fiomisti”, anzi i borbottatori sindacali ci stanno ampiamente sulle ruote di scorta, ma nemmeno ci lasciamo accecare dalle fumisterie di un Dirigente cosmopolita chiacchierone che quanto a parole di scappamento e rodomontate di sbiellamento supera di gran lunga l’ingrippamento dei vari leaders della Fiom. Perché, ad esempio, non si parla più del piano di rilancio della produzione Fabbrica-Italia? E dove sono i nuovi modelli promessi dall’Ad italo-canadese? Non ci sono perché questi progetti erano nuvole di fumo atte a coprire le manovre di Fiat intenta a trasferirsi definitivamente a Detroit, mantenendo in Italia gli Uffici “Promesse Smarrite” e quelli “Lamentale verso le Maestranze” che non si piegano abbastanza ai ritmi, ai bassi salari e ai regimi polizieschi normalmente in uso negli impianti del Gruppo. La letteratura è così vasta sul tema che quasi non fa più notizia, nonostante continuino a piovere pronunciamenti della magistratura sfavorevoli alla Società sui metodi vessatori e discriminatori in uso nei suoi complessi.

Dovrebbe ormai essere intelligibile, al colto e all’inclita, che la Fiat non ha assorbito Chrysler ma viceversa. Se la prima resta in Italia, quantunque minacci a giorni alterni di voler lasciare lo Stivale, è per ragioni strategiche e geopolitiche. Non andrà da nessuna parte perché gli statunitensi la vogliono tenere qui da noi, essendo detta azienda non un semplice centro di produzione industriale ma, principalmente, un intreccio di rapporti finanziari e politici sbilanciati verso Washington che se ne serve per costringerci a restare in settori di precedenti ondate tecnologiche (quindi non competitivi), oppure per creare scompiglio nelle relazioni industriali nostrane, producendo caos e scollamento sociale all’occorrenza. Ne tengano conto i sindacati e i decisori istituzionali quando si piegano ai ricatti di Marchionne; così facendo costoro alimentano il cavallo di Troia che ci tiene sotto scacco. Nessun compromesso soddisferà Marchionne il quale tenterà di spostare, con la minaccia dei posti di lavoro che si perdono, il limite del tollerabile fino all’inverosimile. Delle due l’una: o si sarà complici stupidi di questo piano antitaliano oppure traditori consapevoli.

Se di preci o di vittime neglette il Dio n’incolpa

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Il senatore a vita, cioè fino alla morte, Mario Monti porterà a termine il suo mandato da Presidente del Consiglio come gli dèi hanno comandato, il governo da lui guidato morirà di morte soprannaturale (essendo nato su un Colle con poteri extrademocratici) nel 2013. Il Capo della Repubblica impose. L’Italia giungerà, invece, alla fine dello stesso anno essendo stata mandata in rovina. I professori posero, i poteri finanziari in loro riposero. Amen-ochè non si prolunghi il servizio funebre alla nazione oltre quel periodo, morte innatural durante, come qualche leader mummificato “dipartito” che non riflette negli specchi, figurarsi nella testa, comincia a paventare, per paura di scomparire dalla faccia politica del Belpaese, bende e prebende incluse.

Una prece, “se di preci o di vittime neglette Il Dio n’incolpa. Vincenzo Monti, nella traduzione dell’Iliade, è stato profetico prim’ancora che il suo omonimo impenitente ci conducesse in quest’odissea tragica di sobrietà da Paese montificato e mortificato.

Questi sepolcri imbiancati verranno a raccontarci che l’operazione è riuscita perfettamente ma il paziente è deceduto subitamente. La sepoltura è a carico dei cittadini, le esequie si terranno a Bruxelles. Non fiori ma opere di rating. Onoranze Funebri F.lli D’Italia, figli e figliastri.

Non sentiranno nessuna resipiscenza per quello che stanno facendo e si lasceranno fotografare accanto al cadavere dello Stivale per avere il loro manifesto, la loro copertina del Time o di chissà quale altro giornalaccio di grido internazionale, poiché una figurina formato tomba su una rivista di tiratura eccezionale val bene una grande figura di merda di fronte alla storia mondiale.  Conti a posto con l’aldilà internazionale ed ecatombe collettiva nell’aldiquà nazionale. E’ questo il testamento che la nostra classe dirigente catatonica e catacombale lascia al capezzale della patria. Cos’altro c’era da aspettarsi da un beccamorto del Bilderberg, chiamato ad eseguire un’operazione chirurgica su un malato che prima del suo soccorso aveva la polmonite e dopo la sua cura è diventato inguaribile? La festa dei becchini si chiama funerale e sarebbe stato contro gli stessi interessi dei necrofori laureati, masterizzati in autopsie, salvare il popolo agonizzante, al quale si danno tante piccole sofferenze prima del colpo finale. Questo sta facendo il Governo Montimer, l’esecutivo eutanasico della Bella Turrita attorniata dagli sciacalli planetari che si era addormentata nel bel mezzo di una crisi epocale e non si risveglierà mai più dal collasso causato dal salasso. Anziché resuscitare l’Italia ai suoi compiti storici e politici i ministri del culto Trilaterale ne stanno accompagnando il trapasso con l’estrema unzione gabellare e la mania di tagliuzzare il cadavere in modo lineare. Monti mani di forbice se la prende quasi con tutti, eccetto che con le banche e con le panche parlamentari dove siedono deputati e senatori zombies i quali lo tengono in vita non avendo alcuna vitalità politica da opporgli. Ogni volta che questi necrofili cinerei parlano lapidari dei problemi del Paese lo fanno con la forza evocativa dell’epitaffio, con la vivacità del sarcofago e il dinamismo dell’ossario e se qualcuno prova a sottrarsi al rito “montifero” gli vengono immediatamente agitati dinanzi i fantasmi dello spread e gli spettri del mercato. Ai politici infantili questa maniera di terrorizzare fa molto effetto, anche più del babau per i bambini. L’uomo grigio ha già sostituito l’uomo nero nell’immaginario collettivo dello spaventacchio generale.

Ci ha provato il Presidente della Confinindustria Squinzi, sostituendosi ai sindacati narcotizzati e necrotizzati, a dire che così non va bene, che è una macelleria sociale e una boiata colossale ma si è ritrovato giustiziato dagli anatemi del Premier, il quale non accetta di essere messo in discussione mentre spoglia le spoglie dello Stato. Agli italiani che non ci stanno a prendersi la morte a rate ed il veleno a piccole dosi si dice: o questa minestra o tutti giù dalla finestra, non quelle pensionistiche che sono ormai serrate come i loculi al cimitero.  Persino le elezioni, per i cattedratici che danno lezioni, diventano uno spauracchio da esorcizzare. Secondo costoro la demonocrazia è meglio di sua zia la democrazia, la quale pur essendo soltanto l’involucro di una montatura a partecipazione pubblica (Ditta Tura, produzione di manichini governamentali e ornamenti per messinscena parlamentari, chiamare durante il sonno della ragione), rischia con i suoi pesi, contrappesi e contrappassi elettorali di rallentare il processo di decomposizione organica dello Stato invocato dalle Prepotenze mondiali. Questi signori si erano fatti avanti affermando di voler prendere sulle spalle l’Italia e di riportarla nel posto che meritava. A nostre spese abbiamo capito a cosa si riferivano, la loro intenzione non era quella di risollevarci dal destino cinico e baro ma di sollevare la bara per portarci direttamente al camposanto.

Colli presidenziali e polli popolari (ovvero della classe digerente e degli italiani digeriti)

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Non appena Monti ha sentito l’annuncio del Cern sullo scoprimento della particella di Dio, al quale hanno contribuito ricercatori italiani, ha chiesto all’Agenzia delle entrate di verificare gli estremi catastali per l’eventuale tassazione, al fine di recuperare da lì la massa di quattrini di cui l’Italia ha bisogno per pareggiare i conti. Scherzi a parte, se l’identificazione del bosone di Higgs rivoluzionerà la scienza ed il mondo, perché pare che, da questo momento in poi, si schiuderanno per l’umanità sconfinati orizzonti conoscitivi ed applicativi, l’insistere ed il persistere di Monti e della sua squadra di proti e di musoni al governo del Paese sta generando, invece, un pericoloso buco nero che inghiottirà l’Italia, comprimendone il destino storico.

Questo Esecutivo di mentalità ristretta che riceve spinte dall’alto e dall’esterno, senza alcuna legittimazione dal basso, ha modificato l’orbita geopolitica dello Stivale ricalcandola pedissequamente su quella della Comunità internazionale, a nocumento di esclusivi rapporti d’attrazione, politici ed economici, con regioni che sono schizzate fuori dal nostro campo gravitazionale.

Mentre si raschia il fondo del barile rischiando di toccare il fondo della miseria, mentre si aumentano, ormai a scadenze prefissate, possibilmente tra un evento sportivo e l’altro, gabelle e bollette, mentre si tagliano prestazioni alla persona e alla comunità che fanno precipitare la qualità della vita e dei servizi ai cittadini per raccogliere briciole, si perdono affari realmente lucrativi, voltandosi distrattamente dall’altra parte e fischiettando motivetti canzonatori. E ciò per assecondare una linea atlantista che ci è del tutto sfavorevole in termini geostrategici e geoeconomici.

In particolare, due eventi segnalano la sudditanza di questo Gabinetto alla volontà dei nostri tracotanti partners mondiali che perseguono i loro piani egemonici senza curarsi dei danni causati al “fu” Belpaese, oramai senza più pretese. Ad esempio, le sanzioni all’Iran potrebbero costarci molto più di quei 4 mld di euro che verranno racimolati con la famigerata spending review. L’Eni vanta quasi 2 mld di crediti verso Teheran che quest’ultima, per ritorsione, potrebbe congelare. Inoltre, l’impossibilità di importare greggio a buon mercato dagli ayatollah ci costringerà ad acquistarlo probabilmente dagli sceicchi, amici degli americani, che se lo faranno pagare molto più caro proprio perché godono della tutela di Washington. Questa operazione sucida inciderà anche sui livelli occupazionali nostrani poiché, come scrive il giornalista de Il Giornale Gian Micalessin, salteranno dei posti di lavoro in quelle raffinerie collocate sul nostro territorio che sono “strutturate per la lavorazione del particolare tipo di petrolio bituminoso estratto dai pozzi persiani”. 400 dipendenti dell’Api di Falconara Marittima saranno mandati in cassa integrazione per la chiusura degli impianti e rischieranno molto anche le maestranze di Erg, Saras e Ies di Mantova, tutte compagnie che importano petrolio da quell’area.

Se questa deve essere l’Amministrazione della sobrietà che razionalizza i conti e pone fine alle spese pazze perché impazzisce del tutto privandosi di business sicuri e di risparmi derivanti dal minor costo dei suoi acquisiti di materie prime? Questo non è uno sperpero commesso proprio dai quei tecnici che ci fanno la morale antisciupista? E che dire di quello che viene scialacquato nelle inutili e persino deleterie missioni all’estero, in guerre già perdute dove perdiamo soldati per cause che non ci riguardano? Se una famiglia è messa male e lo stipendio non basta per arrivare alla fine del mese il capofamiglia che fa? Si compra forse l’auto nuova? Non crediamo. Ed allora, spieghi il nostro Presidente del Consiglio perché va a fare shopping negli Usa, comprando droni per 4 mld di dollari e armamenti vari, nel bel mezzo di una carestia sociale.  Tecnocrati e politici che appoggiano i loro provvedimenti ci stanno prendendo per i fondelli, indicandoci la mano alla fondina dell’Ue e dei mercati per terrorizzarci. Se questa è l’epoca del contenimento e della sobrietà perché si vede in giro tanta gente della “classe digerente” ubriaca ed incontinente?  Mistero dei Colli e dei Monti per noi poveri polli.

IL LAVORO NON E’ UN DIRITTO, E’ UNO STRESS

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Lavorare logora. Il lavoro non è un diritto ma uno stress, spesso mal retribuito e deprimente. Certo, dipende dall’attività svolta ma, come scriveva anche Carlo Marx, essere lavoratori produttivi è sempre una iattura. Anche Schopenhauer la pensava così e con lui tanti altri filosofi e intellettuali che facevano di tutto per sottrarvisi. Sicuramente, se la passano molto meglio i proprietari delle cedole o dei mezzi di produzione, gli amministratori delegati che ne dispongono attraverso manager, direttori, ingegneri, tecnici di alto livello ecc. ecc. fino ad arrivare all’operaio, strettamente esecutivo ed ignaro del processo complessivo, che generalmente se la prenda in quel posto da tutta la catena di comando. In verticale e, qualche volta, pure in orizzontale per l’inveterata abitudine delle direzioni aziendali di dividere le maestranze per ovvie ragioni di controllo sulla manodopera.

Così funzionano le relazioni produttive e riproduttive nel sistema capitalistico e non serve a niente affermare che il lavoro è un diritto, che nobilita l’uomo, che completa la personalità individuale, che rende felici ecc. ecc. perché anche senza questi edulcoramenti giuridici, filosofici o sociologici la realtà non muterebbe di un bullone; semmai il diritto e la giurisprudenza hanno proprio la funzione di coprire ideologicamente questi rapporti a dominanza che nessuna Costituzione formale avrà mai il potere di modificare. Difatti, pure i bambini sanno che la legge arriva sui fatti, sugli interessi e sulle consuetudini sociali come la nottola di Minerva a regolare rapporti di forza effettivamente operanti.

I lavoratori del braccio o anche quelli della mente non dispongono delle condizioni del loro lavoro mentre i capitalisti sì, qui sta il senso di un sistema che, tuttavia, non si esaurisce in tali rapporti nella sfera economica e chi conosce le teorie di Gianfranco La Grassa sa benissimo di cosa stiamo parlando. Quindi, del lavoro possiamo dire che è sì un diritto ma del capitalista, il quale quando lo compra, essendo quest’ultimo un fattore della produzione (anche se molto particolare) da combianarsi con gli altri, ha tutto il diritto di spremerlo per estrarne il pluslavoro nella forma di pulsvalore (ecco la sua particolarità), essendo lui il capitalista di un modo di produzione capitalistico (se fosse un diverso modo di produzione le cose andrebbero diversamente). Inoltre, occorre non dimenticare mai la differenza tra il lavoro come fonte del valore dei prodotti-merce e la forza lavoro  insita nella fisicità umana, venduta appunto come merce da chi è sprovvisto di ogni altra proprietà, in particolare di quella dei mezzi produttivi.

Poiché c’è ancora chi fa lo gnorri ritornando a Ricardo che non vedeva differenza tra lavoro e forza lavoro, noi ritorneremo a Marx, il quale grazie a siffatta distinzione riuscì a dimostrare l’origine del profitto capitalistico nel plusvalore, ottenuto “sfruttando” i lavoratori salariati pur se sul mercato, dove s’incontrano domanda e offerta di lavoro, si verifica uno scambio di equivalenti in media tra il salariato che offre la sua capacità lavorativa e il capitalista che l’acquista. Come scrive La Grassa, ad ogni modo, “non è affatto questa l’importanza di Marx nella storia del pensiero, duplicata, non a caso, dall’enorme influenza esercitata per oltre un secolo dalla sua teoria su un processo di rivolgimento sociale e politico. Il fulcro di questa teoria non è l’aver posto nel lavoro la fonte e la misura del valore dei prodotti, bensì il concetto di modo di produzione, in quanto appunto struttura dei rapporti che innerva la produzione sociale, struttura che ha conosciuto diverse forme storiche”.

Poi arriva Massimo Fini, filosofastro giornalaio de Il Fatto, che con una frasetta, “per Marx il lavoro è l’essenza del valore” (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43612), tenta di far coincidere marxismo e capitalismo che sarebbero due facce della stessa medaglia. Fini meriterebbe una medaglia in faccia per questa sua maniera barbara di mistificare i concetti, laddove Marx, con quella espressione, non vuole costruire “il mito del lavoro” o farne un valore in senso etico –  Fini, la cui malafede è evidente in questa proposizione “In epoca preindustriale il lavoro non è un valore”, dimostra così di voler con-fondere piano scientifico [il valore] e  pregiudizio moralistico [un valore] per fare i suoi porci comodi di intellettuale ingaggiato come finto oppositore della chiacchiera e della crapula da quello stesso circuito dominante che dice di combattere – come egli sostiene subdolamente, ma chiarire quale è la funzione del lavoro e della forza lavoro in una società specificamente capitalistica.

Costui, pertanto, intende buttare a mare un pensiero interamente scientifico, seppur oggi in larga parte superato, per far largo al suo racconto interamente demenziale che non verrà mai oltrepassato perché le scemenze sono sempre uguali nei secoli dei secoli e, al più, si affiancano nel tempo le une alle altre per formare un’unica catena di ridicole narrazioni pauperistiche e pezzenti buone per tutte le annate decadenti.  Tornando al nostro ragionamento sul lavoro come diritto del capitalista allo “sfruttamento” dobbiamo ribadire che questo non implica affatto che l’operaio debba subire in silenzio le condizioni imposte dallo Stato, dalla Fabbrica, dalla Banca ecc. ecc. sulla sua erogazione di energia fisica e mentale, infatti, possiamo dire che suo è il diritto di contrattare e di ottenere condizioni di esecuzione delle mansioni adeguate al grado di sviluppo economico e sociale dell’epoca e della civiltà in cui vive, sia sotto il profilo salariale sia sotto il profilo ambientale, ed in ogni ambito occupazionale.

Il suo, dunque, è un diritto alla negoziazione, alla resistenza, alla lotta sindacale o allo sciopero per una retribuzione più elevata e per condizioni di esecuzione della propria prestazione maggiormente favorevoli alla sua tenuta fisica e psicologica. Ma dire che il lavoro è un diritto tout court non significa assolutamente nulla, è uno slogan, è menzogna, è pura ideologia consolatoria smentita dalle cricostanze e dagli eventi. Su ciò avrebbe ragione la Ministra del Welfare Elsa Fornero, la quale, tuttavia, ha fatto questa sparata non con intenti demistificatori ma vessatori, volendo accampare il diritto di procedere ancor più speditamente con le sue norme contro i ceti deboli che lei, ed il governo del quale fa parte, stanno letteralmente martoriando in nome dell’Ue, dei mercati, della Grande Finanza, dell’Industria Decotta.

Massimo Fini, che è un necrofago intellettuale, si è lanciato come uno sciacallo sulla carcassa costituzionale del lavoro come diritto, già sbrandellata dalla Fornero, per riprendere i suoi sragionamenti passatisti contro la modernità ed il progresso: “In epoca preindustriale il lavoro non è un valore. Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta. Il resto è vita. Non che artigiani e contadini non amassero il proprio mestiere …certamente lo amavano di più di un ragazzo dei call-center, di un impiegato, di un operaio che, a differenza del contadino e dell’artigiano, fanno un lavoro spersonalizzato e parcellizzato, ma non erano disposti a sacrificargli più di quanto è necessario al fabbisogno essenziale. Perché il vero valore, per quel mondo, era il Tempo. Il Tempo presente, da vivere ‘qui e ora’ e non con l’ansia della ‘partita doppia’ del mercante che disegna ipotetiche strategie sul futuro. Questa disposizione psicologica verso il lavoro era determinata dal fatto che in epoca preindustriale, come ho già avuto modo di scrivere, non esisteva la disoccupazione. Per la semplice ragione che ognuno, artigiano o contadino che fosse, viveva sul suo e del suo. E non doveva andare a pietire un’occupazione qualsiasi da quella bestia moderna chiamata imprenditore”.

Vorrei vedere queste statistiche preindustraili sull’occupazione di cui Fini dispone e che gli fanno dire che all’epoca non ci fosse disoccupazione. Tralasciamo anche le dichiarazioni spiritistiche di questo filosofo, un po’ psicologo un po’ “metempsicotico”, il quale sa per certo che i contadini amavano il loro lavoro più di un ragazzo dei call center, ma come può costui asserire che in quei tempi remoti non ci fosse nulla da pietire essendo la vita stessa dei dominati di proprietà dei Signori? Come può parlare della nostra schiavitù salariale derubricando a pinzellacchera la schiavitù delle catene vere e proprie dei servi della gleba? Si metta l’anima in pace il sig. Fini. Il capitalismo costituisce un progresso rispetto al sistema feudale, così come quello feudale costituiva un avanzamento rispetto al sistema schiavistico.

Indietro non si torna e non si tornerà, non almeno per dare seguito alle sue facili romanticherie di intellettuale con teoresi demodè ma à la page e alla paga (copyright di La Grassa). Di spiritosi come lui sono piene le fasi storiche, ogni tempo ha avuto i suoi cenciosi mendicanti di successo che predicavano le fughe nel passato per darsi le arie e le aure da grandi profeti e mettere qualcosa di “valore” nella bisaccia, brutta fuori e piena d’oro dentro.  Tanto per gradire e a sostegno di quanto già riportato, estrapolo da un Saggio di La Grassa della fine degli anni ’60, “Sul capitale monopolistico e sulle cosiddette ‘riforme di struttura’” una parte attinente al tema: “…l’ottica è sempre la stessa; è l’ottica di coloro che parlano di progresso sociale con lo sguardo rivolto a forme sociali storicamente superate. Il populismo russo intendeva lottare contro il capitalismo, che si andava sviluppando in Russia recuperando certe forme economico-sociali tipiche della società feudale. Nella risposta di Lenin erano contenute due essenziali affermazioni: a) innanzitutto, il modo di produzione capitalistico era ormai dominante e andava ‘plasmando’ tutte le altre forme economico-sociali ereditate dalla società precedente; il tentativo di opporsi a queste trasformazioni era del tutto donchisciottesco e non poteva sortire effetto alcuno, salvo quello di procurare qualche intralcio allo sviluppo capitalistico; b) in secondo luogo il capitalismo rappresentava un progresso rispetto ai modi di produzione precedenti e il suo rapporto era quindi positivo in relazione alle forme economico-sociali superate. La rivoluzione doveva procedere oltre il capitalismo, ma non tentare di ripristinare (cosa del resto oggettivamente impossibile) alcune forme della struttura sociale in via di superamento”.

Insomma, siamo alle solite, c’è sempre qualche populista che finge di russare dinanzi alla realtà mentre aspetta che siano  gli altri ad addormentarsi per davvero. Calato il buio sull’intelletto collettivo questi rapinatori d’avvenire si mettono in coda agli sportelli del sistema per incassare il proprio dividendo. Il mondo sprofonda nel sonno della ragione e costoro s’illuminano d’argenteria.

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