IDEOLOGIA, STATO, GEOPOLITICA

Il diffondersi di un degrado generalizzato a livello della sfera politica italiana, determinato, sopra ogni cosa, dallo sfaldamento delle basi materiali ed economiche della formazione sociale espressione del nostro sistema capitalistico (sempre più anello debole tra i paesi dell’UE) trascina con sé un imbarbarimento ed una omologazione culturale che sfocia in massicci tentativi revisionistici. Tale riscrittura di fatti, eventi e di vite che hanno percorso a testa alta le vie della Storia risponde all’esigenza primaria di dare una giustificazione ideologica allo “stato di cose presente” e di proteggere l’azione dei gruppi dominanti parassitari (a livello economico-finanziario e politico) attraverso l’opera degli agenti strategici che “abitano” la sfera ideologico-culturale. Gli agenti dominanti della sfera economica sono ormai completamente incapaci di imboccare la strada dello sviluppo e della “distruzione creatrice”, necessaria al conseguimento di standard superiori di innovazione tecnologica per l’implementazione dei nuovi settori, in quanto concentrati a preservare i propri privilegi all’ombra del predominio statunitense.
La suddetta plutocrazia di poteri finanziario-industriali, abbarbicata ai propri appannaggi castali, segna la resistenza delle produzioni più vetuste del sistema-paese – quelle lasciate indietro dalla “terza” e “quarta” rivoluzione tecnologica – alla maggiore concorrenzialità dei comparti innovativi delle nanotecnologie, della robotica, della ricerca nel settore energetico (dove invece eccellono gli americani) con pochi attori di primo piano, come l’Eni o la Finmeccanica, ancora capaci di penetrare i mercati internazionali pur contando su appoggi politici limitati. Possiamo dire che si tratta dell’esito nefasto di un’assuefazione dei nostri gruppi subdominanti decotti alla supremazia incontrastata della potenza centrale predominante (gli USA) la quale continua a sospingere l’industria dello “stivale” nelle sezioni di nicchia di mercati ormai saturi (dove vige una concorrenza spietata con i paesi di recente industrializzazione che si servono di produzioni a bassa composizione organica di capitale, con impiego preponderante del fattore lavoro a costi irrisori) “distraendo”, altresì, gli impieghi della finanza nostrana verso la mera speculazione di borsa.
La rinuncia all’elaborazione di una strategia economica (e politica) autonoma da parte dell’Italia sta determinando: 1) l’obsolescenza del nostro apparato (privato) industriale, il quale deve necessariamente appoggiarsi allo Stato per evitare il fallimento, 2) il deterioramento delle infrastrutture pubbliche (trasporti, reti telefoniche ecc.ecc.)svendute da una classe politica complice del sacco delle risorse nazionali a presunti “capitani coraggiosi” e all’onnivoro sistema bancario 3) una eccessiva “diversione” speculativa del sistema finanziario medesimo incapace di sostenere il “rischio” imprenditoriale, fondamentale per incunearsi nei settori merceologici con le maggiori potenzialità di crescita.
Diciamo pure che tutta l’Europa, con piccole differenze tra le varie nazioni, è
sottoposta alla “cura dimagrante” di Washington che stringe in un abbraccio mortale
il vecchio continente al fine di scaricare su di esso le sue politiche di aggressività egemonica, riducendolo ad un cuscinetto protettivo nei confronti dell’area euroasiatica in ribollimento. In una fase in cui il monocentrismo americano è messo in discussione dal risveglio militare ed economico di formazioni sociali di tipo capitalistico (anche se solo parzialmente assimilabili alla occidentale formazione dei funzionari privati del capitale: Russia in testa, ma anche Cina e India) l’Italia e l’Europa si accontentano delle forme d’accattonaggio filo-imperiale, rinunciando a qualsiasi progetto di autonomia.
In questo contesto di deperimento generalizzato delle strutture della società italiana, ridotta a provincia d’appendice dell’impero americano, il controllo della sfera culturale viene affidato a “precettori” ben retribuiti ed ad uno stuolo d’intellettuali tanto più “decorati” quanto più si prostrano in manifestazioni di smaccato codinismo. Questi innumerevoli maitre-a-penser della banalizzazione concettuale, ad uso e consumo delle classi dominanti e delle plebi sciocche e identitarie – primieramente formatisi alla scuola del movimentismo studentesco degli anni ’60 – diffondono le teoresi più bizzarre, intrise di psicologismo e sociologismo da quattro soldi, per distogliere l’attenzione dalle contraddizioni sociali, geopolitiche, economiche più impellenti. Tuttavia, il loro compito precipuo, oltre all’indagine sullo spaesamento individuale e collettivo di fronte all’incedere della post-modernità (in realtà un’ennesima modernizzazione capitalistica a livello ideologico, proprio come la globalizzazione, da intendersi quale rimodulazione del mondo capitalistico verso una piena omologazione alla formazione sociale americana) è quello, da un lato, di generare “dissimulazioni ideali” e falsi dilemmi per coprire la natura dello scontro in atto tra gli agenti strategici, mentre, dall’altro, essi puntano a disinnescare e dirimere l’irriducibile carica oppositiva degli interessi contrapposti emergenti nella società divisa in classi.
Questo è quello che è accaduto per la dicotomia destra-sinistra – perennemente riproposta con un’enfasi mitico-mistica – dacché è stata completamente sussunta sotto precise coordinate sistemiche. In sostanza, si deve dire che tutte le forze politiche di un tempo, anche quelle che vantano una tradizione di lotta sociale, hanno accettato di spartirsi i compiti di ri/configurazione sistemica nell’ambito di uno spazio sociale capitalisticamente unificato. Da questo punto di vista il tema del confronto a due Pd-Polo delle Libertà, prossimo architrave della politica italiana, seguirà il copione di uno speculare gioco delle parti, definito dai più “arditi” politologi di regime (quelli alla Panebianco, tanto per intenderci) di cosiddetta democrazia matura; in verità, solo l’ultimo stadio supefetativo, temporalmente parlando, raggiunto dall’ “involucro” democratico che protegge la dittatura della classi dominanti in un’epoca di “monocentrismo disequilibrato”.
In questa rete restano incagliati i partiti che si portano addosso, ormai per sola comodità identificativa, denominazioni antisistemiche (poco più che un’ascendenza socialdemocratica o peggio ancora assistenzial-statalistica,) ma che già hanno fatto il salto di “qualità” accreditandosi quali forze ordinatrici degli attuali assetti capitalistici, accettandone correità e (cor)responsabilità (istituzionali e di governo).
Il quadro descritto verrà presto a completarsi laddove è ormai evidente che la diatriba tra destra e sinistra risulta sì sorretta da idee regolative che corrono lungo binari paralleli – leggi la mano invisibile del mercato per la destra e l’intervento statale nell’economia per la sinistra (vedere gli ultimi saggi di Gianfranco La Grassa pubblicati sul sito www.ripensaremarx.it, in particolare Contro le quattro ideologie e Una prima mossa) – ma entrambe sono funzionali alla riproduzione delle “piazzaforti” ideologiche del capitalismo, con trasformazione della partita politica per il governo in una questione di pura amministrazione dell’esistente.
Gli schieramenti politici sono così attestati a compiti diversi – figurativamente, si pensi al sangue nella circolazione corporea quando si divide tra arterie e vene con funzioni distinte aventi però lo scopo di garantire la sopravvivenza del medesimo organismo —– ma la loro azione è perennemente orientata a governare le contraddizioni sociali secondo un’ottica interna alla riproduzione capitalistica generale.
Occorre dire, per il momento, che la sinistra (almeno in Italia) con le sue molte anime ha il più ampio margine d’azione avendo portato a coagulazione un nefasto blocco di potere diretto da interessi plurimi: quelli finanziari (Unicredit-Intesa-Capitalia), quelli confindustriali (Fiat-Merloni-Benetton ecc.), quelli dell’apparatnik sindacale (CISLCGIL-UIL) fino ad arrivare alle alte burocrazie statali delle quali Prodi è “degno” rappresentante. La destra, oltre a fare da pungolo su questioni che tradizionalmente non sono nel patrimonio culturale della sinistra – per quanto anche quest’ultima abbia presto imparato a cavalcare le ondate populistiche securitarie e proibizionistiche – è ferma al palo sia perchè non è stata in grado di cementare tali alleanze trasversali, con relativi blocchi sociali al seguito, sia perchè il suo leader è estraneo, non per propria volontà, ai circoli del salotto buono (il piccolo establishment riunito nel patto di sindacato del gruppo editoriale RCS). Dato il profilo sociologico della destra, cioè il legame elettoralistico con i ceti intermedi (piccole e medie imprese e settori più elevati del lavoro autonomo), questa non avrebbe potuto garantire, con le stesse performance della sinistra, il “taccheggiamento” di questi gruppi sociali, secondo la ben nota politica economica confezionata dai dominanti della GFeID (Grande Finanza e Industria Decotta).
Considerato lo scenario di senescenza e di disfacimento dell’ordinamento politico italiano, la spinta gravitazionale generata dalle forze in campo sottopone il sistema a forti squilibri (la recalcitranza non ancora pienamente ricomposta delle ali estreme degli schieramenti politici, l’anomalia Berlusconi, la divisione tra le forze centriste) da risistemare con la massima rapidità pena il fallimento del progetto degli attuali gruppi dominanti. Per ora quello che è sotto gli occhi di tutti è il connubio tra elites economico-finanziarie, burocratico statali, sindacali-confindustriali, poteri costituiti (magistratura, polizia, ecc) e grandi organi d’informazione agenti a sostegno della compagine di centro-sinistra. Gli attuali assetti di potere sono figli “legittimi” di una “rivoluzione” eterodiretta (i cui fili erano tirati da “potenti mani” d’oltreoceano) che ha consentito lo sbaragliamento della vecchia classe dirigente Dc-Psi (dopo il golpe giudiziario di Tangentopoli), ormai troppo compromessa con il precedente ordine mondiale derivante dalla guerra fredda. Si tratta di quella macchina di potere messa
in piedi dagli ex-PCI, arenatasi nel ’94 a causa della discesa nell’agone politico di Silvio Berlusconi.
2. Il discorso sull’ideologia e sui meccanismi di distorsione degli attuali rapporti capitalistici diviene perciò stesso di fondamentale importanza per non restare ingabbiati nel solito frasario vetero-marxista o, peggio ancora, nelle tendenze modaiole accese dagli slogan dei gruppi intellettualoidi dell’ultrasinistra, quelli che nella globalizzazione (seppur dichiarata dal basso) vi vedono i germogli di un comunismo maturo nelle viscere della “vecchia” società. Ancora una volta si tratta di sottoporre a critica quei sistemi teorici che, non avendo penetrato il nucleo logico della riproduzione sistemica, si oppongono a questa semplicemente frenando la sua dinamica propulsiva (i decrescentisti) o cortocircuitandone i meccanismi circolativi e le leggi di valorizzazione (le moltitudini consumistiche). Tra queste due ideologie marginali si colloca un’ulteriore visione del mondo, dal taglio antiumanistico ma altrettanto velleitario, che analizza i fenomeni sociali evidenziandone le sole contraddizioni economiche. Quest’ultima dichiara la necessità di premere sui dispositivi ridistributivi, attraverso proposte alquanto infantili come quella del salario minimo di cittadinanza o del basic income, per costringere il capitale ad “assistere”i gruppi sociali più vessati dalla sua “progressione”. Per criticare l’inconcludenza di questi gruppi bastano le parole scritte da Marx a Sorge in una lettera del 5 novembre del 1880: “Guesde ritenne necessario imporre alcune inezie ai lavoratori francesi, come il salario minimo imposto per legge, ecc. (Gli ho detto: se il proletariato francese è ancora così infantile da aver bisogno di tali lusinghe, non vale neppure la pena di formulare qualsiasi programma). Ai pii desideri dei “reucci” dell’accademia, venditori di formule matematiche con le quali si annuncia a più riprese di aver risolto il dilemma della trasformazione dei valori nei prezzi di produzione, non bisogna cedere nemmeno un’oncia di credito.
Naturalmente queste ideologie di nicchia dell’ultrasinistra, alle quali corrispondono proposte non dissimili provenienti dai gruppi dell’ultradestra (ad es. il mutuo sociale) costituiscono la parte meno incombente del problema mistificatorio odierno, in quanto i fortilizi dell’attuale elaborazione “ideale”, quelli che puntellano il dibattito politico ed editoriale ufficiale, sono il liberismo della mano invisibile, perorato dai conservatori, e lo statal-keynesismo propugnato dalla sinistra istituzionale.
I neoliberisti dichiarano, a piè sospinto, che bisogna lasciare alle capacità autoregolative del mercato l’iniziativa di stabilire qual è il punto di equilibrio più virtuoso per lo sviluppo economico di un paese. Questa legge economica “naturale” stride, tuttavia, con dichiarazioni assai poco liberali (come l’imposizione di dazi protettivi a sostegno delle merci nazionali) che ricorrono di fronte alla concorrenza sleale dei paesi di recente industrializzazione (Cina ad esempio), i quali non sembrano preoccupati di salvaguardare i diritti sindacali dei lavoratori (il buon capitalista nostrano è sdegnato da un presente nel quale rivede il suo passato e il suo futuro?). Si finge cioè di non comprendere che dietro l’apertura dei mercati secondo le regole della globalizzazione, si nasconde la longa manus dell’imperialismo americano che predica agli altri ciò che non applica a sé stesso. Il discorso è, mutatis
mutandis, molto vicino al “necessario” raddoppiamento ideologico che aveva condotto Ricardo a patrocinare con la teoria dei costi comparati, la supremazia tecnologica e industriale dell’Inghilterra nel XIX secolo. A questa visione teoretica il più prosaico List replicò con la necessità di proteggere la nascente industria tedesca a meno di non voler trasformare l’intera Europa in una smisurata campagna al seguito delle metropoli industriali inglesi.
L’ideologia opposta a quella liberista della quale si fa, invece, promotrice la c.d. sinistra è, un’altrettanto pessima traslazione delle ricette keynesiane, seppur aggiornate, nell’attuale periodo monocentrico a dominanza statunitense. Se possibile, qui l’abbaglio è anche più grande. In primo luogo è cambiato il contesto internazionale nel quale l’azione dello Stato, per ragioni di contesa tra il modello capitalistico e quello socialistico, dispiegava le sue funzioni cosiddette sociali. Nel mondo bi-polarizzato della guerra fredda esisteva un concorrente diretto che si dichiarava portatore di un sistema alternativo al modo di produzione capitalistico. Oggi che il socialismo dell’URSS si è “de-realizzato” il capitalismo occidentale ha potuto liberare tutta la sua capacità di penetrazione, incorporando una zona del mondo che sfuggiva al suo dominio. Persino la Cina comunista ha lentamente abbandonato i dettami della pianificazione, per quanto lo Stato non abbia mai abdicato alla direzione economica delle imprese strategiche, in favore di un sistema di mercato (definito ossimoricamente ancora socialistico) che ha dato vita ad una formazione sociale molto particolare, da indagare per il futuro con maggiore accuratezza. In questo nuovo contesto, l’azione svolta dallo Stato è profondamente mutata ed è da sciocchi credere di poter ripristinare forme di assistenzialismo (con le quali seguire i cittadini dalla “culla alla tomba”) e automatismi redistributivi verso il basso. Tanto meno è perorabile la riattivazione pedissequa di politiche a sostegno della domanda, come era avvenuto per la fase storica precedente, poiché, oggi, è la spinta dell’offerta (di nuovi prodotti, per l’apertura di nuovi mercati) che determina la ricchezza e il potere delle nazioni.
Infine, i sinistri dimenticano o camuffano volutamente il ruolo specifico dello Stato nell’ambito della società capitalistica. Questo viene descritto quale strumento neutrale (non dipendente da rapporti di classe a dominanza) volto ad armonizzare corpi e attività sociali. Secondo tale impostazione, in contraddizione con la concezione marxiana dello Stato, lo stesso avrebbe un ruolo di redistribuzione della ricchezza prodotta, funzionale ad un calmieramento dell’anarchia dei mercati esito della competizione intercapitalistica. Ma cosa accade quando alcune forze sociali mettono in discussione l’accumulazione, la ri-produzione, la distribuzione sociale dei prodotti del lavoro oppure contestano l’ordine internazionale del quale lo Stato è parte integrante? Succede che lo Stato libera la sua capacità coercitiva, e invia la polizia, i carabinieri, gli eserciti, i cosiddetti “corpi” speciali di uomini in armi per ristabilire l’ordine, si tratti degli operai che scioperano per aumenti salariali o delle resistenze popolari di paesi non allineati che rifiutano la sottomissione alle regole democratiche occidentali.
Per questo bisogna sgombrare il campo dalle incrostazioni ideologiche che edulcorano il ruolo dello Stato nell’ambito dell’attuale formazione sociale capitalistica.
Certo, non è più possibile sostenere che lo Stato rappresenti il “comitato d’affari” della borghesia, secondo un’errata concezione che tendeva ad omogeneizzare ciò che omogeneo non era e mai lo sarà. Lo Stato si divide in apparati differenziati, in quanto precipitato di una lotta “di potere tra poteri” la cui granulosità è conseguenza precipua dello scontro tra agenti strategici in tale sfera; tanto meno si può credere perciò alla favola di ente super partes aduso al contemperamento virtuoso e alla ricomposizione degli interessi tra le classi sociali.
Lo Stato può essere definito l’armatura e la spada delle classi dominanti. Il grande capitale necessita, per affermare il proprio completo predominio, di un’articolazione differenziata di apparati coercitivi pronti ad attivarsi quando l’ideologia non basta a ricomporre il malcontento generale. Il capitale, in quanto rapporto sociale che riproduce costantemente subordinazione e sottomissione, si serve all’evenienza, dei “distaccamenti (o corpi) speciali di uomini in armi” che hanno il compito basilare di sorvegliare sulla costante riproduzione di detti rapporti di forza.
La funzione coercitiva dello Stato non è immediatamente indirizzata alla violenza ricompositiva delle contraddizioni, essa deve generare innanzitutto appartenenza e condivisione (la gramsciana “egemonia corazzata di coercizione”), ma tale azione è tanto più efficace quanto più forti ed equipaggiati sono gli eserciti, la polizia, e i corpi armati pronti ad intervenire dove il conflitto si fa cruento ed è a repentaglio l’ordine costituito.
Se si pensa, ad esempio, al socialismo di Stato in URSS, il mantenimento e il rafforzamento degli apparati coercitivi statali aveva risposto a due esigenze principali. Innanzitutto, in una prima fase, esisteva la necessità di valersi delle forze armate contro le borghesie internazionali e contro la reazione delle classi dominanti sconfitte dalla rivoluzione. Successivamente, quando questa urgenza è venuta meno, la conservazione dell’organismo statale ha risposto ad ben altre contraddizioni di classe. A causa delle divisione della società sovietica in gruppi e strati sociali, il mantenimento degli apparati coercitivi, giustificati dal partito sulla base del solo pericolo esterno, dava sponda, in realtà, a precise esigenze di controllo sociale interno. Anzi, i rapporti sociali inegualitari producevano un surplus ideologico tipico dell’azione degli elementi borghesi che avevano infiltrato Stato e partito. Innanzitutto, dopo la morte di Lenin (il quale aveva più volte messo in guardia il partito bolscevico anche solo dal parlare di Stato operaio per non accentuare il conflitto di classe con i contadini) le contraddizioni nelle campagne tra serednjaki, bednjaki e lavoratori industriali si allargheranno notevolmente mandando in fumo quell’alleanza sulla quale Lenin aveva invece puntato per dare il colpo di grazia ai vecchi rapporti di produzione. Ciò condusse i contadini sotto l’influenza dei Kulaki determinando un approfondimento dei contrasti con gli operai delle città. Inoltre, l’ostinazione del partito a non prendere coscienza di un antagonismo di classe concreto, derubricato per decreto politico a mera contraddizione non antagonistica, finì per aggravare la situazione.
Da questo punto di vista, aveva ragione Engels quando affermava che lo Stato si rafforza laddove la società si trova divisa da antagonismi di cui non riesce a liberarsi: “il potere pubblico si rafforza a misura che si aggravano gli antagonismi di classe nell’interno dello Stato (…) ”. Questo significa, ovviamente, che il partito bolscevico, soprattutto dopo la scomparsa del suo leader più rappresentativo, affronterà nella maniera sbagliata le evidenti contraddizioni della sua struttura sociale.
I dirigenti bolscevichi avevano già manifestato la loro larga incomprensione delle antinomie appena descritte sin da quando Lenin era in vita, tanto che qualcuno tra essi, come Pobrazensky, era giunto all’assurdità di proporre uno scioglimento del partito i cui compiti di direzione delle masse erano ormai del tutto assimilati dall’apparato statale.
In verità, in Stato e Rivoluzione Lenin aveva già riservato il trattamento adeguato a quei marxisti che sotto copertura dell’opportunismo borghese, come lo fu Kaustky, lasciarono la porta aperta a concezioni deformanti della visione marxiana dello Stato. Per esempio, Kautsky aveva sostenuto: “(…)In via di eccezione, vi sono però periodi in cui le classi in lotta raggiungono un equilibrio di forze tale che il potere statale acquista momentaneamente una certa indipendenza di fronte a queste classi e appare come una specie di arbitro tra esse”.
A questa affermazione kautskyana che travisava il pensiero marxiano Lenin oppone la parola definitiva di Engels sull’ argomento: “( …) Il primo atto con il quale lo Stato agirà come il vero rappresentante di tutta la società – la presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società – sarà il suo ultimo atto indipendente come Stato. L’intervento del potere statale nei rapporti sociali a poco a poco diventerà superfluo, e si assopirà di per sé. Invece del governo sugli uomini si avrà l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi di produzione. Lo Stato non si abolisce, lo Stato si estingue (…). ”
Solo se mettiamo bene a fuoco tali concezioni possiamo cogliere quali infauste sirene si celino dietro l’attuale funambolismo della sinistra straparlante di interessi sociali garantiti dall’intervento pubblico.
3. Dedico l’ultima parte di questo breve articolo alla riconfigurazione geopolitica del globo poiché il nostro discorso precedente può essere pienamente compreso se vengono affrontate alcune questioni essenziali sulla conformazione assunta dallo “scacchiere internazionale” dopo la conclusione della Guerra Fredda.
Innanzitutto vorrei chiarire quello che io penso sia la geopolitica. Intendo quest’ultima come l’insieme dei flussi politici, economici, militari attraversanti gli spazi e le aree geografiche. Gli stessi flussi compenetrandosi e intrecciandosi incidono sugli assetti delle diverse formazioni sociali, intese come singoli paesi (interi) o come aree omogenee di più paesi. Tali fasci di flussi non possono essere interpretati asetticamente in quanto sono l’esito di una precisa spinta direzionale che porta impressa la propensione egemonista dei vari attori in gioco.
Detto ciò non si può assolutamente condividere l’opinione di Carlo Jean in
Geopolitica del Caos, Franco Angeli 2007, secondo la quale l’intersecazione dei vari
elementi (politici, economici, militari) darebbe luogo a processi di
deterritorializzazione e di dematerializzazione, con definitivo superamento della c.d. geopolitica degli spazi. Innanzitutto, esistono ancora molti territori contesi tra diversi paesi, in aree particolarmente strategiche e in aperto guerreggiamento: in medioriente, con le dispute territoriali tra israeliani, siriani, palestinesi e libanesi; tra India e Pakistan, per province strategiche o ricche di risorse energetiche (Kashmir), o ancora, in aree regionali e subregionali dove si assiste ai tentativi di autonomizzazione dei piccoli Stati, dapprima finiti nell’orbita dei blocchi contrapposti ed oggi invischiati nel turbine policentrico delle nazioni che puntano ad espandersi (Cina-Tibet, Russia-Cecenia, ecc. ecc) senza rinunciare a “diritti” precedentemente acquisiti. Oltre a queste rivendicazioni dirette esistono inoltre fette territoriali sottratte alla potestà giuridico-amministrativa degli ordinamenti statali di appartenenza. Stiamo ovviamente parlando delle zone detenute dal governo americano o da organismi transnazionali ad egemonia USA, dove sono istallate basi militari (in Italia ce ne sono 113 tra basi Nato e basi Usa), che messe insieme fanno un’altra nazione (vedere la cartina che segue, fonte www.diploweb.com)
Picture Senza trascurare situazioni ataviche di popolazioni, come quella kurda o palestinese, che sono ancora alla ricerca di una sovranità statale riconosciuta.
In secondo luogo, il controllo geopolitico di un’area può avvenire anche tramite manovre destabilizzanti senza la pretesa di annessioni dirette (oggi improponibili), attraverso occupazioni militari, imposizioni politiche (la forma di governo, la scelta dei rappresentanti politici, ecc. ecc.) ed economiche. E’ emblematico, in questo senso, quello che sta accadendo in Iraq dove gli americani hanno dislocato nuove basi militari per poter controllare tutta l’area mediorientale (Siria, Libano, Iran ecc.ecc.) appropriandosi, attraverso l’opera delle sue imprese estrattive, delle risorse energetiche di quel paese grazie alla connivenza di un governo fantoccio. Sotto questo punta di vista, alla stessa logica risponde l’occupazione dell’Afghanistan, snodo strategico dal quale tenere sotto controllo il Pakistan (una vera e propria polveriera dove si giocano i destini geostrategici del mondo) a propria volta bastione avanzato dal quale assediare i giganti demografici e militari che in questo momento mettono a dura prova la supremazia unipolare statunitense (Russia, Cina e India).
La geopolitica appare molto simile, dunque, ad una partita a scacchi dove la posta in palio è il controllo degli assetti politici, economici, energetici e militari di intere aree geografiche. Come ogni buon giocatore sa, l’avversario non va necessariamente preso frontalmente ma deve essere indotto a scoprirsi per essere sottoposto a scacco. Le manovre di irritazione del nemico divengono allora fondamentali, costui deve essere continuamente provocato su di un lato per essere infilato sull’altro. In questo dipanarsi di molteplici tattiche legate ad un disegno strategico più o meno definito (poiché nel raggiungimento graduale degli obiettivi intermedi viene a modificarsi anche la strategia complessiva senza che per questo essa debba snaturarsi) è insito l’uso degli strumenti di soft power e di hard power.
Nei confronti della Russia di Putin, oggi primo avversario geopolitico degli Usa, gli americani hanno alternato l’ hard power (intervento militare in Serbia in quanto zona di fratellanza russa) con il soft power (la sponsorizzazione delle “rivoluzioni colorate” nelle ex-repubbliche sovietiche centro-orientali), tentando di avviare una manovra di accerchiamento del gigante russo, e concentrandosi, altresì, sulla possibilità di destabilizzare i paesi tradizionalmente posti sotto l’egemonia di Mosca. Certo gli americani non sono ancora preparati ad affrontare de visu una potenza nucleare come la Russia (a colpire per primi azzerando la possibile risposta nucleare di questa) ma complottano per circoscrivere le sue zone d’influenza e per isolarla da possibili alleati.
Il progetto di scudo spaziale americano va precisamente in questa direzione, si tratta per gli Usa di affermare la propria influenza alle porte della Russia, al fine di depotenziarne i movimenti geopolitici. In ragione di ciò anche la creazione di un clima ideologico favorevole permette alla nazione predominante di agire con più libertà. E’ questa la direttrice della forte propaganda Usa che serve a far metabolizzare, a governi e cittadini, provocazioni in piena regola, come la pretesa di attivare lo scudo spaziale a fronte di un’inesistente pericolo nucleare iraniano.
Dopo il colpo di mano dell’ubriacone El’cin l’ex Unione Sovietica era stata trasformata in un territorio di conquista e di spartizione per oligarchi e mafiosi allevati nella burocrazia comunista; a tal uopo la copertura statunitense è stata fondamentale per sovvertire un intero sistema politico-economico e decretarne lo
smembramento territoriale e militare. La penetrazione statunitense ed occidentale in Russia ha segnato la fine dell’economia statizzata e l’introduzione della rapina capitalistica (sotto forma di ricette iperliberistiche elaborate da organismi come la Banca Mondiale e il FMI) che ha distrutto il tessuto sociale di quel paese facendolo piombare in un nuovo medioevo. Questi piani si sono però bruscamente interrotti grazie alle politiche putiniane che hanno arginato la corruzione interna costringendo i poteri oligarchici a lasciare il paese. Tuttavia, Putin ha legato oltremisura la rinascita russa al potere economico dell’ “oro blu” con il quale può fare pressione sui bisogni energetici dell’Europa e su quelli ex-repubbliche sovietiche passate sotto l’ala protettiva della Nato. Questa strategia non è ovviamente sufficiente per sperare di arginare la bellicosità americana, la Russia dovrà puntare ad un migliore coordinamento della sua azione antiegemonica con altri paesi (Cina? India?). Purtroppo non contiamo molto su un possibile mutamento di rotta dell’Europa per quanto sia oggi divenuta fortemente auspicabile una partnership (militare, economica, politica) multilaterale con le potenze emergenti che si stanno smarcando da Washington.
Dicevamo che la politica di potenza americana si staglia su più livelli, ed è polivalente a seconda dei contesti nei quali si dispiega. Nell’ambito del soft power americano possiamo far rientrare sia la penetrazione culturale atta a fornire modelli d’imitazione con i quali instillare l’american way of life in ambienti sociali a tradizione arcaica (si pensi agli studenti iraniani grandi consumatori di stili occidentali), sia la pressione esercitata sulle classi dirigenti di paesi economicamente dipendenti, le quali sono costrette a cedere ai ricatti del governo Usa e a quelli degli organismi monetari da questi controllati, sia, ancora, la minaccia di sanzioni dirette allorché non vi è una conformazione di tali Stati agli obiettivi perseguiti dalle teste d’uovo statunitensi a livello globale.
Un discorso a parte meritano invece i paesi organici al modello occidentale ricalcante quella che La Grassa definisce la società dei funzionari(privati) del capitale nata negli Usa ed estesasi all’Europa, come modello guida, subito dopo il disfacimento dell’egemonia inglese. Anche nei confronti di tali paesi gli Usa utilizzano una forma di soft power in senso lato. In questo caso però la supremazia americana si esprime sotto forma di regole alla concorrenza e al mercato (ovviamente volte a non intaccare gli interessi delle imprese americane) con pressioni esercitate sui contesti economici autoctoni per indirizzarli verso produzioni aggregate a quelle USA. Le imprese statunitensi debbono in ogni caso fungere da snodo centrale per l’ “indotto” deterritorializzato dei paesi alleati. Si tratta, logicamente, di un fatto tendenziale che non deve essere assolutizzato, ma basta guardare al comportamento delle imprese italiane per trarne le dovute conseguenze. Questa egemonia esercitata dal paese centrale sulla finanza e sull’industria europea appare vieppiù lampante durante i periodi di crisi, con gli organismi internazionali di governo dell’economia che scaricano sulle popolazioni del vecchio continente il deficit commerciale e i gli eccessivi consumi degli Usa (si parla di 700-800 mld all’anno di crediti concessi agli Usa da parte del mondo intero, Geopolitica del Caos op.cit.). Indicativo è quello che accade in questi giorni con la crisi dei mutui subprime e dei prodotti derivati. Mentre
la Federal Riserve fa calare i tassi d’interesse per dare maggiore liquidità alle proprie banche, la BCE ammortizza la crisi altrui optando per la stretta sull’euro. Così la speculazione da parte americana può continuare mentre l’economia europea è costretta stringere costantemente la cinghia, mettendo una pezza a danni per i quali non è del tutto responsabile. Rebus sic stantibus, l’Europa, data la forte dipendenza dagli USA, è costantemente in tensione poiché una debacle dei circuiti economico-finanziari d’oltreatlantico può causare un terremoto di proporzioni ben più vaste sulle sue strutture commerciali, creditizie, imprenditoriali, ecc. ecc.
Infine, essendo il ruolo dell’Europa legato a doppio filo a quello degli Usa ogni qual volta questa s’imbarca in operazioni militari contro presunti rogue states, noi europei siamo costretti ad andare al seguito con i nostri eserciti, mettendo a loro disposizione postazioni logistiche e basi militari dislocate sul nostro territorio. Come spiegare, ad esempio, ad un paese bombardato con aerei che partono da una base americana in Italia che il nostro paese non c’entra con tale o talaltra guerra? Indubbiamente, a tutto questo c’è una via d’uscita sebbene i tempi di percorrenza della stessa possano apparire lunghi e di difficile concretizzazione. L’Europa dovrebbe finalmente puntare ad una maggiore autonomia politica ed economica coordinandosi con le potenze che hanno già lanciato segnali d’insofferenza verso lo strapotere USA. Non si tratta certo di scatenare il caos geopolitico (come dice Jean) ma di prepararsi all’entrata in un inevitabile fase di policentrismo. Sarebbe un male se dal tumulto geopolitico il mondo venisse fuori più equilibrato e meno succube dai voleri di una sola potenza? Riprendendo il discorso sull’hard power dobbiamo dire che sicuramente la data dell’ 11 settembre 2001 costituisce uno spartiacque indiscutibile per i destini del mondo intero. Sono tra quelli che non crede assolutamente al complotto interno tuttavia è indubitabile che a partire da questo evento gli americani abbiano potuto dare una brusca accelerazione alla loro strategia per un New American Century. La guerra al terrore islamico, avviata con pretesti di ogni genere, prelude al tentativo degli Usa di imporre la propria pax in ogni angolo del globo. Senza l’ 11 settembre il processo sarebbe stato molto più lungo e tortuoso, anche perchè l’opera di convincimento dell’opinione pubblica interna ed internazionale avrebbe incontrato maggiori difficoltà, prontamente superate con la messa sul piatto della storia di 5mila vittime, quelle delle Twin Towers. Ma l’uso della forza militare, per la risoluzione delle controversie internazionali, è solo una delle tante opzioni, e nemmeno la migliore, previste dalla strategia egemonica americana. Non bisogna infatti dimenticare che le guerre costano e, soprattutto, possono generare movimenti di contestazione laddove le menzogne imperiali non reggono al flusso contro-informativo (così, prima, durante e dopo ogni conflitto, viene attivato un surplus ideologico pro-egemonista da parte dei mezzi d’informazione sempre più asserviti) che ormai avvolge il pianeta.
Possiamo affermare che i perni principali attorno ai quali ruota l’attuale strategia americana sono la guerra ideologica e militare al terrorismo (con operazioni volte a colpire chirurgicamente i gruppi che sfuggono al controllo dei loro paesi o che ottengono dai loro governi una tacita copertura), l’attacco preventivo (nei confronti di paesi e governi irriducibili ai diktat americani in quanto ricadenti in altre sfere
d’influenza o a metà strada tra più sfere) e il multilateralismo à la carte (cioè la collaborazione per “contingenza” e solo con la certezza che la guida USA non sarà messa in discussione da alcun partner).
Come giustamente sostiene Carlo Jean “Tale programma è già espresso chiaramente nella National Security Strategy del 2002. Esso non riguarda solo la guerra al terrore, che rappresenta solo un obiettivo di breve termine [… ] Gli Usa impiegheranno tutti gli strumenti a loro disponibili – forza militare inclusa nei casi limite – per diffondere la libertà e la democrazia (come forme di copertura della propria prepotenza, ndr) [… ] Ciò costituisce una minaccia non solo per gli “Stati canaglia”, ma per tutti gli Stati “conservatori”, da quelli arabi a quelli dell’Eurasia”.
Date le circostanze descritte si comprendono le preoccupazioni crescenti della Russia e del suo governo. Quest’ultimo si trova a fronteggiare gli americani sia sul fronte interno (contro uno stuolo di organizzazioni sedicenti no profit, Ong varie ecc. ecc. che tentano di sottrarre credibilità alle sue istituzioni tacciandole di antidemocraticità) che su quello del confronto a distanza, soprattutto in termini di nuova corsa agli armamenti. Queste ragioni hanno spinto Putin a rivedere gli accordi bilaterali di non proliferazione, dando un seguito agli atti dell’Amministrazione americana la quale già nel dicembre 2001 si era slegata dal Trattato sui missili (Treaty on the Limitation of Anti-Ballistic Missiles, Abm), in vigore dal 1972, che obbligava russi e americani a rinunciare alla costruzione di sistemi di difesa contro i missili balistici.
A causa di queste provocazioni reiterate, alle quali si è aggiunta la sfida dello scudo spaziale, la Duma, ha infine approvato all’unanimità la sospensione del trattato sulla limitazione delle armi convenzionali in Europa (Cfe).
Per concludere vorrei dire solo due parole sull’altro gigante asiatico, il mastodonte cinese, rimandando ad altri lavori una trattazione più precisa. La Cina ha scelto di non scontrarsi apertamente con gli Usa, probabilmente perché ha ancora molti ritardi da sanare. La strategia cinese si mantiene, per il momento, su basi più economiche (anche se si stanno intensificando gli accordi militari con Russia e India) e non manca di sorprendere per la sua penetrazione in zone del mondo come l’Africa, dove gli occidentali fanno fatica a addentrarsi per motivi storici (colonialismo) o perché frenati dai regimi dittatoriali autoctoni.
La Cina sembra non essere troppo preoccupata per la democrazia e per il rispetto dei diritti umani e non chiede patenti di moralità prima di concludere i suoi accordi commerciali. Qualcuno potrà pure rabbrividire di fronte a ciò ma le strade della “potenza” non sono lastricate di buoni sentimenti. L’impero di mezzo, sotto il profilo geostrategico, resta ancora una potenza regionale, benché la sua economia si sia pienamente mondializzata, ma le sue aspirazioni globali si vanno evidenziando anno dopo anno (vedere sul sito www.ripensaremarx.it l’articolo “La politica africana della Cina). Quanto ci vorrà ancora? Bella domanda, trattandosi di cinesi sarà meglio sedersi e aspettare lungo la riva del fiume…
Pubblicato dalla rivista “Comunismo e Comunità” Gennaio 2008 N. 0
www.comunitarismo.it

 

VERSO UN NUOVO CAPITALISMO

Come vi avevamo preannunciato è uscito, per la Casa editrice Unicopli, il nuovo saggio di E. De Marchi e Gianfranco La Grassa, dal titolo “Verso un nuovo capitalismo”.
Vi proponiamo in anteprima sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) il paragrafo introduttivo e quello conclusivo del saggio di La Grassa (incluso l’indice del solo suo saggio), come cornice di alcune delle tematiche che l’economista veneto affronta nella stesura complessiva dello stesso. Vorremmo attirare l’attenzione dei lettori su alcune categorie (e novità teoriche) messe in luce dall’autore, già argomento di molti degli interventi che proponiamo sul blog (e sul sito), sia di quelli più teorici che di quelli legati all’attualità, laddove l’elaborazione teorica lagrassiana (a monte) costituisce la griglia interpretativa dei fenomeni politici, economici e sociali descritti.
Innanzitutto, la necessaria rivisitazione della teoria dell’imperialismo, con specifico riferimento a quella leniniana, che ha inteso lo sviluppo del capitalismo in maniera stadiale sino a credere ad una centralizzazione definitiva dei capitali (sulla base della teoria Kautskiana del superimperialismo) con conseguente formazione di una classe dominante di rentiers “in alto” e di una base sempre più proletarizzata “in basso”, la quale avrebbe affossato il capitalismo in virtù del suo “volume”. Da tale presupposto, Lenin fa però derivare una differente pratica teorica, difatti, mentre per Kautsky da questa inevitabile polarizzazione sarebbe derivata una pacifica rivoluzione dei “numeri” (con evoluzione parlamentare pacifica del capitalismo in socialismo) l’ “uomo della lena” si fa portatore di ben altre istanze poiché consapevole che solo con la formazione di un blocco sociale esteso, dotato di forza egemonica, sarebbe stato possibile spazzare via le classi capitalistiche al potere. Inoltre, nonostante sposi anche lui la teoria stadiale del capitalismo (e dell’inevitabilità dell’avvento del socialismo), agisce sulla teoria con una grande astuzia “pratica”. Lenin, infatti, ritenne che prima di arrivare alla formazione dell’unico trust mondiale di cui parla Kautsky, le contraddizioni sarebbero esplose così forti da indurre le classi sfruttate ad agire con anticipo negli anelli più deboli della catena imperialistica, come accadrà, del resto, nella Russia del ‘17 (“né un giorno prima né un giorno dopo).
In realtà, Lenin era consapevole della non rivoluzionarietà della classe operaia (che lasciata a sé stessa è in grado solo di sviluppare una coscienza tradunionistica), quest’ultima senza un’avanguardia politica, e senza il collegamento con altri strati sociali in “bilico” tra i decisori e i dominati, non è in grado di produrre alcuna trasformazione sociale in senso anticapitalistico.
Proprio a partire da questo schema “eterodosso”, rispetto al marxismo economicistico ufficiale, dobbiamo ricominciare a ragionare seriamente sul ruolo dei dominati nell’attuale fase. Se la classe operaia non è la classe intermodale in sé, e se non vi è alcun limite interno al modo di produzione capitalistico che assicuri “parti maturi” dai quali levare il soggetto rivoluzionario affossatore del sistema, è chiaro, allora, che deve tornare in auge il discorso sulla “costruzione politica” del soggetto rivoluzionario. Il capitalismo ha come sua peculiare caratteristica (la sua dinamica propulsiva) la frammentazione e la divisione, vieppiù crescente, tra segmenti e strati sociali, che vengono compattati in blocchi trasversali nei quali sono invischiati anche i dominati (attraverso l’ideologia). Qui dobbiamo inesorabilmente lasciar cadere la ciarla sulla progressiva e inarrestabile polarizzazione che avverrebbe ai due lati estremi della
formazione sociale, (iperproletariato maggioritario/rentiers parassitari minoritari) come caratteristica precipua del capitalismo, per dotare l’analisi dei nuovi strumenti atti a leggere le trasformazioni verificatesi all’interno della formazione mondiale capitalistica. Pertanto, e a ragione, La Grassa recupera da Lenin la categoria di formazione sociale (non intesa come mera articolazione di modi di produzione differenziati) e la ripensa come struttura sociale in tutta la sua complessità. Tale complessità, come dicevamo, è legata alla sua “spazialità” (il mondo) e alla sua “profondità” (i blocchi sociali regionali) con al vertice gli agenti strategici e alla base (una base tutt’altro che piatta) la massa dei non decisori. Ci imbattiamo così in una prima virtuosa uscita dal modello economicistico perché la lotta tra agenti dominanti non è solo quella del conflitto nella sfera economico-produttiva (anche questo, senz’altro) ma soprattutto quella nella sfera politica ed in quella ideologica. In quest’ultime sfere si dipanano le strategie volte alla supremazia, attraverso il compattamento dei blocchi sociali che compongono la formazione sociale nazionale, lungo linee di sviluppo (sempre di natura capitalistica) attestanti il maggiore o minore “urto” propulsivo di questi sistemi regionali (paesi). In questa puntualità logica si apre una lotta tra agenti strategici “interni” volta alla predominanza su altri agenti dello stesso tipo (e che può portare a piccole rivoluzioni all’interno del capitale) e dalla quale può emergere una maggiore dinamicità del sistema (se quelli, per così dire, vincenti sono orientati su progetti strategici di lungo respiro volti anche a conquistare uno spazio di egemonia mondiale) oppure di minore o scarsa dinamicità, se non addirittura putrefazione (dove gli agenti strategici interni si arroccano dietro formazioni sociali predominanti, com’è il caso dell’Italia e del suo servilismo nei confronti dei funzionari capitalistici USA). Dicevamo, dunque, che questa lotta tocca la formazione sociale mondiale nel suo complesso perché si espande dalle regioni al resto del mondo (o ad una area di questo). Si comprende che, se questa visione teorica ha un minimo di verità, molti dei discorsi meramente “verticalistici” (nel senso di prendere in considerazione la mera gerarchizzazione strutturale della piramide sociale) fatti dai dominati (legati soprattutto alla speculazione sul modo di produzione che, al più, può produrre una lotta rivendicativa non intaccante i gangli vitali del sistema complessivo) non potranno mai condurci fuori dal capitalismo. Ritornano perciò fondamentali le famose alleanze di Lenin, tese a creare un blocco sociale dei dominati (il quale evidentemente non sarà schiacciato sulla sola classe operaia, di fabbrica o disseminata che sia) in quanto “congerie”, per usare l’espressione di La Grassa nel saggio, di segmenti e strati sociali con funzione di interposizione nei confronti dei blocchi sociali dominanti. Occorre affrontare già da ora questi temi, soprattutto per non essere impreparati allorché lo scontro tra formazioni regionali (paesi e alleanze tra paesi) diverrà più caustico con passaggio da una fase monocentrica (dove una formazione regionale fattasi mondiale, in questo caso gli Usa, è riuscita ad imporre la propria supremazia economica, politica, culturale, alle altre) alle fasi policentriche, le quali sono, invece, il riflesso di una riorganizzazione (strategica, sia politica che economica) di queste formazioni, temporaneamente soccombenti, ma che puntano a scalzare la prima. In queste fasi si aprono possibili spazi di manovra per una forza anticapitalistica che però abbia maturato la specificità del suo ruolo nell’ambito lotta interdominanti.
Con questo vi invitiamo ad andare sul sito per scaricare tutto il materiale.

ATTENTI AI PRETI! (e alle loro tesi per salvare la vita…)

GIOVEDÌ, 18 DICEMBRE 2008

Il global warming potrebbe essere un grande bufala, soprattutto laddove si è affermato, con il solito terrorismo ambientalista e colpevolizzante, che l’origine di tale fenomeno climatico è di tipo antropogenico. Mi sembra evidente che, su tali tematiche, il confine tra scienza e ideologia, tra scienza e religione e tra scienza e superstizione sia sempre più labile. Le ragioni di tanta confusione, creata ad arte, si rafforzano progressivamente nella sedimentazione di interessi differenziati, ma collimanti e trasversali, tra gruppi di potere che speculano sull’ignoranza generale per raggiungere scopi tutt’altro che nobili anche se da “Premio Nobel”.
E questo avviene anche in tanti altri campi del sapere umano, come ad esempio nella filosofia o nelle scienze sociali, dove il linguaggio materialistico-scientifico è spesso un comodo soprabito per nascondere l’idealismo più ingannatorio. Perciò Lenin sosteneva che l’idealismo è solo pretume. Che questo pretume si serva del giovane Marx o di qualche frase estrapolata qui e là dal suo discorso teorico, per accreditarsi, con i propri vaneggiamenti idealistici, presso i dominati, non cambia la natura dell’inganno posto in atto. Più avanti vedremo anche perché e a chi mi riferisco.
Tale modo di agire attecchisce soprattutto quando l’analisi delle cause scientifiche dei fenomeni naturali o sociali abdica alle sue funzioni, lasciandosi travolgere dalle convinzioni di senso comune le quali, essendo strutturate su una spina dorsale ideologica, non accettano di essere sottoposte al vaglio empirico o a modelli di indagine più complessi e meno approssimativi. Ma come direbbe Preve, chi non è iscritto all’anagrafe ideologica dominante non può nemmeno pensare di trattare certi argomenti senza divenire bersaglio del pubblico ludibrio. L’iscrizione a questa anagrafe richiede la rinuncia preventiva alla discussione teorica e al dubbio metodologico, per una più passiva accettazione delle opinioni consolidate, le quali, solo per tale caratteristica, dovrebbero godere di una maggiore veridicità rispetto a tutte le altre.
I buchi teorici lasciati sguarniti dall’analisi scientifica sono istantaneamente colmati dall’ideologia la quale, solitamente, segnala la sua presenza attraverso l’oltranzismo assiomatico di tesi incontrovertibili (queste possono certo essere messe in discussione ma al prezzo delle solite stolte stigmatizzazioni e accuse di scientismo o positivismo) e dei suoi precetti indiscutibili che, se non seguiti alla lettera, spalancano le porte all’apocalisse biblica.
Da questo punto di vista condivido pienamente l’affermazione lagrassiana, tratta da uno scritto presente sul sito (Rompere con il vecchio e pensare il nuovo) per cui:
“In occidente (e non solo), il comunismo ha incrociato ideologie religiose che l’hanno progressivamente trasformato in religione esso stesso. E quanto più si è fatto evidente il fallimento della Rivoluzione d’Ottobre – se creduta quale innesco della transizione rivoluzionaria ad una società di tipo comunistico – tanto più gli sbiaditi residui pseudocomunisti hanno accentuato il carattere religioso delle loro aberranti convinzioni ideologiche. A questo punto, il profitto capitalistico – una forma storicamente specifica di quel pluslavoro umano che sempre esisterà e che finora è stato utilizzato dalle classi dominanti delle varie formazioni sociali (schiavista, feudale, capitalistica, ecc. ecc.) – è divenuto un peccato; il capitalista è peccatore e dunque l’operaio è il redentore. Poiché
quest’ultimo si è via via dimostrato refrattario ad assumersi un simile compito sovrumano (solo il “figlio di Dio” lo può realizzare), i falsi comunisti hanno perso la testa e hanno cercato una serie di vie traverse e di altri fantasiosi soggetti “rivoluzionari”: i giovani, le donne, i gay, i rom e gli immigrati in genere, ecc. Tutta la polemica contro i profitti delle multinazionali – che rovinano l’ambiente e attentano alla nostra salute, al naturale codice genetico, e via dicendo – è esattamente la “scomunica” che colpisce i peccatori fino a quando non si pentano e convertano; se non lo fanno, saranno puniti dai “meravigliosi” movimenti (o Movimento dei movimenti) che assumono i compiti dei vecchi missionari con la croce in pugno (anche chi usa ancora falce e martello, li riduce ad analogo simbolo di redenzione).
Se poi ci spostiamo nei paesi di religione cattolica, dove l’ipocrisia è regina, il peccato è semplicemente il profitto degli altri, mentre il proprio ha sempre l’aureola della santità. Quindi i profitti di Greenpeace (una vera multinazionale), delle coltivazioni macrobiotiche, dei commerci equosolidali, delle banche etiche e del no profit, e chi più ne ha più ne metta, sono il Bene che vuol sconfiggere i profitti dei capitalisti “non convertiti”. Così abbiamo visto grandi “pescecani” come Soros,Bill Gates, addirittura la Goldman Sachs (oggi per fortuna arrivata ad un passo dal fallimento, salvata ma ridimensionata) cominciare a flirtare con l’ambientalismo, le energie alternative, i cibi “più sani” (autentiche schifezze costosissime); tutto per “redimersi” e rendere “santo” il proprio “peccaminoso” profitto, che la crisi ha messo….in crisi prima della completa purificatio.
Si sente, in questa fase, parlare a più riprese di fuoriuscita dal capitalismo in termini così salmeggianti (anche da chi si dichiara marxista o si rifà a tale scuola di pensiero), che la stessa lotta rivoluzionaria viene ridotta ad una predica utopica con tanto di esodo profetico verso una fantomatica terra promessa, dove libertà, uguaglianza e giustizia sono sempre a portata di mano. Questa fuga nell’immaginazione ha diversi nomi: decrescita, comunità felice, ecc.ecc. Addirittura c’è chi sistematizza in tesi
(Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie. di Marino Badiale, Massimo Bontempelli) contro la barbarie questo nefasto culto precapitalistico che preannuncia, se tradito e non condiviso, il diluvio universale sotto il quale l’umanità troverà la sua pena definitiva.
Quando si pretende di interpretare la modalità di riproduzione del rapporto sociale capitalistico con categorie quali la “maledizione” dell’umanità – che sarebbe condannata all’autodistruttività nei confronti della natura e di sé stessa – si è già scelto di immergere la testa nelle nuvole e tutti e due i piedi fuori dalla scienza. Ed è, paradosso dei paradossi, proprio chi predica in questi termini a sostenere di essere mille miglia lontano dal dogmatismo e dal fideismo (sic!). Ma questa triviale interpretazione è solo una versione rattoppata e scadente del mito cristiano della dannazione eterna o della salvezza finale.
Tutte Balle! L’umanità non si autodistruggerà (vedete come abbondano in queste pseudoanalisi volgari i toni apocalittici?), e ciò spinge decisamente ad avviare una lotta serrata contro il sistema di riproduzione sociale capitalistico, odiosamente fondato sull’estorsione del pluslavoro e sullo sfruttamento dei pochi a danno dei molti.
Mi scuserete per questo breve détour dal tema principale che qui si vuole proporre, ma mi sembrava doveroso non lasciare altro campo agli imbonitori domenicali che fanno sfoggio di grande saggezza rivoluzionaria e di altrettanta idiozia teoretica.
L’articolo che vi propongo è tratto da Libero e conferma quanto da noi già riportato sul tema del riscaldamento globale. In un precedente intervento sottolineammo che i modelli utilizzati, per studiare le variazioni climatiche, sono alquanto deficitari poiché non tengono conto di molte variabili che, ora, si scoprono fondamentali per solo abbozzare previsioni meno aleatorie di quelle sin qui diffuse. Tali modelli, per l’appunto, pare che non contemplino l’azione delle correnti oceaniche o l’attività solare, come elementi primieramente incidenti su sconvolgimenti climatici così repentini. Gli scienziati dibattono ormai apertamente sul giusto peso da attribuire alle azioni umane nei mutamenti climatici, e, contemporaneamente crescono le schiere degli scettici e dei “defezionisti”, prima convinti sostenitori dell’origine antropica del riscaldamento planetario.
C’è chi sostiene che tali previsioni siano basate su proiezioni di computer e modelli matematici simili a quelli che le banche hanno utilizzato per valutare i rischi sul mercato dei bond legati ai mutui subprime, il che è tutto dire. Ribadisco che gli scienziati stanno calmierando le loro posizioni, mostrando maggiori dubbi sul fatto che sia davvero l’attività umana alla base del global warming. In sostanza, sta crescendo il loro scetticismo anche se non si può ancora dire l’ultima parola sull’argomento.
Ma non vado oltre perché, come al solito, è giusto che ognuno faccia, secondo coscienza, le proprie valutazioni.
SMETTIAMOLA CON I FRAINTENDIMENTI di Gielleni
Per quanto mi infastidiscano un po’ i fraintendimenti che non mi sembrano giustificati, non voglio perdere la calma. Ribadisco però quello che ha già risposto G.P. al commento di Omeopatia. Questo blog, poiché non ha al suo interno alcun intenditore di scienze naturali, non prende posizione netta su questioni così intricate come quelle concernenti il riscaldamento, le energie alternative, gli OGM, ecc. Si dà per scontato che da entrambe le parti ci siano grandi interessi in gioco e che quindi certi mascheramenti ideologici siano patrimonio non esclusivo di una parte o dell’altra. Tuttavia, poiché noi proveniamo – tutti – da una certa parte, non possiamo non constatare che in questa parte, soprattutto, allignano i “nuovi preti” di una “catarsi sociale” (ridotta a quella puramente morale) del tutto falsa e inventata, con grande ipocrisia, da parte di gentaglia che finge eticità quando è solo forsennata e fondamentalista sul tipo di un Ignazio di Loyola (che tuttavia era un po’ più “fino” e intelligente di loro). Questi “preti” – come già all’epoca di Galileo – sono nella sostanza oscurantisti (e anche in tal caso, il confronto con i neoaristotelici di quell’epoca fa troppo onore a questi squallidi personaggi odierni): qualsiasi cosa sappia di scientifico (anche nel campo delle teorie sociali, sulle quali qualcosa sappiamo) è qualificato spregiativamente di scientistico e positivistico.
A noi questi personaggi – i nomi verranno subito in testa ad ognuno – fanno ribrezzo; preferirei incamminarmi su un prato pieno zeppo di limacce rosse piuttosto che incontrare uno di questi laidi individui. Per me sono la feccia di movimentini che si fingono politici, mentre in realtà sono “religiosi”; e di una religiosità da “sepolcri
imbiancati”. In un paese come l’Italia, che è sempre stato arretrato come mentalità scientifica “di massa”, un paese in cui gli stregoni, i guaritori, i profeti di “giudizi universali” prossimi venturi, ecc. allignano da secoli, la moda è oggi (e da decenni e decenni) dalla parte di quei capitalisti alla Gore, Soros, Club di Roma (cioè Trilateral), ecc. che su questa mentalità da “Chiesa delle tenebre” guadagnano assai bene; ma soprattutto erigono il loro potere. Per questo pubblichiamo gli articoli che contrastano con quelli di questi personaggi, da noi considerati il peggio che l’umanità abbia espresso in ogni tempo e luogo. Sappiamo però bene che il campo è invaso da tante correnti ideologiche. E tuttavia, difendiamo una mentalità più favorevole alla cultura scientifica dall’assalto di questo nuovo spirito medievale.
Per intenderci: se in Italia prevalesse invece uno spirito solo positivistico o illuministico, con uno smodato culto della Ragione, senza alcuna cautela e problematicità, allora il nostro comportamento sarebbe a 180° rispetto a quello attuale. Noi vogliamo solo andare contro i Dulcamara, gli imbonitori, i ciarlatani che allignano in questa sinistra detta “estrema”, una massa di religiosi (dell’Umanità, ancor peggiore di quella che crede in Dio). Saremmo però pronti ad andare anche contro chi si mettesse a credere senza residui alle “magnifiche sorti e progressive” legate alla pura scienza, ad una razionalità che tutto illuminerebbe e renderebbe chiaro ed esplicito. Ho provato profonda ripulsa anche quando ho letto certe sparate ateistiche “alla Odifreddi”. Non mi appartengono, come non mi appartengono le cialtronerie dei “nuovi preti”. Bisogna però considerare qual è lo spirito che domina in questo paese, e che dilaga purtroppo pure in questa cloaca di internet. E’ lo spirito alla Odifreddi o quello contrario di ottusi (e alcuni furbetti e disonesti) che sfruttano le paure oscurantiste delle “masse”? Noi diamo una precisa risposta a questa domanda e ci comportiamo di conseguenza.
Dirò di più. E’ mia ferma convinzione che questi spezzoni della “sinistra” detta estrema – e conosco alcuni di questi brutti individui che la sobillano, ci ho purtroppo avuto a che fare in tempi passati, e so che sono perfino giustizialisti perché agitano l’Etica e invocano la “punizione” per chi non crede alle loro panzane da filosofastri predicatori, che danno a tutti gli altri dei “nichilisti” mentre loro s-ragionano di Nulla, perché di altro non sanno s-ragionare – sono in realtà piccoli gruppetti, in grado tuttavia di fornire “mano d’opera” a manipoli e squadracce di eversione e di distruzione di ogni tessuto civile e progressivo in questo disgraziato paese (il solito pauvre pays di degolliana memoria).
Addosso quindi a questi mestatori, a questi ideologi dell’arretramento a livelli di (in)civiltà da era delle caverne. Andrebbero sterminati: non potendolo fare, ci limitiamo a difenderci come possiamo. Se ancora non si è capito il nostro atteggiamento, e il perché pubblichiamo certi articoli in netta antitesi al politically correct di questi minuscoli e moralmente abietti maneggioni, non so proprio che farci. Si vedrà presto di che cosa sono “avanguardia” questi torbidi e viscidi individui. Noi, nei limiti del possibile, li combattiamo; e li odiamo, di vero odio, perché odiamo la “morte”, odiamo i sepolcri, odiamo il soffocante sentore di umida muffa degli oscuri antri da cui queste bisce cercano di salire in superficie.

A QUALCUNO PIACE CALDO

(a seguire l’intervista a URIARTE)
Siamo già intervenuti con i nostri dubbi sul fantomatico riscaldamento del pianeta denunciato da alcuni scienziati a Parigi (ma non solo) e che sembra preoccupare troppo (sarà un caso?) persino Emilio Fede. Abbiamo raccolto altre informazioni imbattendoci nel parere di un altro scienziato, geografo ed esperto di climatologia e paleoclimatologia. Riproduciamo l’articolo per intero sul nostro sito (www.ripensaremarx.it), purtroppo, chi non conosce lo spagnolo dovrà accontentarsi di una nostra epitome.
In sintesi, Anton Uriarte afferma che, prima di tutto, la mancanza di acqua (si parla specificatamente del Paese Basco, anche se si enuncia un principio scientifico che vale dovunque nelle stesse condizioni) non è attribuibile all’aumento di CO2 nell’aria. Piuttosto la maggiore intensità dei venti soffiati da sud ha determinato la carenza di tale elemento. Per altro, negli ultimi 15 anni (1990-2006) la temperatura in Europa, nel mese di dicembre, gennaio e febbraio ha avuto una inesorabile tendenza all’abbassamento. Uriarte continua sostenendo che un’analisi storica dei disastri climatici smentisce l’ipotesi del peggioramento inarrestabile del clima del pianeta. E non bastano nemmeno i continui disastri (come inondazioni o cicloni tropicali) ad affermare che qualcosa di irreversibile sta avvenendo. Anzi, sembra che la frequenza dei cicloni tropicali non sia affatto aumentata, come non ne è aumentata l’intensità. Per esempio, le vittime dell’Uragano Katrina sono state molte meno rispetto a quelle verificatesi ad inizio secolo (Galveston, nel 1900, con quasi 8.000 morti). In Bangladesh, nel 1970, ci sono state 500.000 vittime a causa di un uragano del quale non si conosce nemmeno la categoria perché non c’erano né satelliti né possibilità di misurazione. In questo stesso paese, nel 1974, mentre dappertutto si parlava di raffreddamento del clima, si verificò una carestia che ammazzò un milione di persone. Un evento a noi più vicino è senz’altro la burrasca atlantica del 1953 che provocò la rottura delle dighe del Zuyder Zee e inondò il 70% dell’Olanda, con circa 2000 morti.
La cosa più interessante è, però, secondo Uriarte che dietro tutto questo allarmismo si nasconde una montagna di denaro. Per esempio la Goldman Sachs e la Morgan Stanley si sono messe a “commerciare” in questa nuova mercanzia chiamata CO2. Per ogni parco solare costruito, in raffronto ad una quantità irrilevante di elettricità prodotta, piovono, come inversamente proporzionali a questa, milioni di dollari di sovvenzioni pubbliche. Del resto, indica Uriarte, basterebbe guardare a chi è seduto nel consiglio di amministrazione della principale impresa spagnola di pannelli fotovoltaici, Isofoton.
Per quel che riguarda l’Antartide e la Groenlandia, nelle ultime decadi di questo secolo, non vi è stata nessuna tendenza generale al disgelo. La Groenladia ha subito qualche anno di riscaldamento ma i dati ufficiali, per il periodo 1950-2000, indicano un nuovo raffreddamento. Per l’Antartide, il riscaldamento ha comunque determinato una maggiore abbondanza di nevicate, dovute alla più rilevante capacità idrica dell’aria, per cui alla fine si verificherà una inevitabile compensazione. Tuttavia, in assoluto, non vi è stato nessun riscaldamento dell’Antartide, poiché il ghiaccio marino dell’ Artico, il quale si scongela tutti gli anni in estate per più di un 60%, recupera la sua consistenza in inverno. Detto ciò, non si può trascurare del tutto il fattore umano; in un secolo siamo passati da 2 miliardi a 6 miliardi di persone. Ciò ha comportato l’occupazione di nuove terre per l’agricoltura, l’ampliamento dei sistemi d’irrigazione e la costruzione di nuove
città. In virtù di tale crescita demografica si è resa necessaria la modifica della superficie terrestre. Siccome l’aria si riscalda solo un po’ verso l’alto ma soprattutto verso il basso, ecco trovato un elemento che ci aiuta a fugare certi allarmismi di “comodo”. Il sole riscalda prima il suolo e dopo, con radiazioni infrarosse o con il vapore acqueo, riscalda l’aria. Se si è modificata la struttura dei posti dove viviamo è normale che abbiamo influenzato anche la temperatura dell’aria. Comunque lo abbiamo fatto di poco, poiché anche l’intensità irradiante del sole cambia, così come le correnti oceaniche ed altri fattori come i raggi cosmici che influiscono sulla nuvolosità; l’importanza di tali fattori non è, dai più, ancora riconosciuta per la rilevanza che meriterebbe nello studio di questi fenomeni. Con il calore la terra diviene più verde e più umida, d’altra parte un’atmosfera con più CO2 è più fertile perché tale gas è alla base della fotosintesi. Non è il clima che desertifica ma il taglio dei boschi e delle foreste. Non è il clima che riduce le specie faunistiche ma la caccia e la pesca troppo intensive. Le colpe devono essere debitamente ripartite.
Per concludere, Uriarte rifiuta di essere definito un negazionista (termine che serve a stigmatizzare le persone legandole alla tragedia dell’olocausto) e si definisce più semplicemente uno scettico perché il dubbio è sempre alla base della scoperta scientifica. Oggi, invece, a fondamento della scienza ci sono il denaro e il cinismo.
ANTÓN URIARTE | GEÓGRAFO Y EXPERTO EN CLIMATOLOGÍA Y PALEOCLIMATOLOGÍA
«Un análisis histórico de los desastres climáticos no dice que el clima vaya a peor»
Geógrafo, experto en climatología y paleoclimatología. Hoy apartado de la vida académica universitaria por razones de salud, es un referente dentro de quienes, los menos, se declaran escépticos con los desastres actuales y futuros que se achacan al calentamiento global. Defiende que ni los osos polares están en peligro de desaparición, ni el aumento de la temperatura media de la Tierra traerá ninguna desgracia.
Autor del estudio “Historia del clima de la Tierra” (Gobierno de Lakua, 2003), mantiene una página web sobre el mismo tema (http://ho mepage.mac.com/uriarte) y un blog donde responde con datos en la mano a los ‘futurólogos’ del cambio climático (http:// antonuriarte.blogspot.com). Rechaza que se tilde de «negacionistas» a quienes, como él, discrepan de la corriente oficial sobre el calentamiento terrestre. El millón de ‘pinchazos’ que ha tenido su web le da ánimos para seguir con sus argumentos, los cuales no le importa divulgar en entrevistas o conferencias, o enfrentarlos dialécticamente con quienes piensan diferente a él.
Falta de agua, falta de nieve, temperaturas anormales, se dice, para estas fechas ¿Está detrás de esto el calentamiento global acelerado o nos estamos dejando arrastrar por la explicación más fácil?
Puede que cuando esta entrevista se publique ocurra lo contrario y haya exceso de agua, exceso de nieve y temperaturas frígidas. Da lo mismo. Las preguntas serían las contrarias pero seguirían siendo pertinentes, ya que dada la histeria, todo se achaca al cambio climatico. Incluso si no cambiase el clima de un año para otro se achacaría al «cambio climatico». No, las temperaturas altas y la falta de agua en Euskadi no es debida al incremento del CO2 en el aire. Es debida a que estos meses por aquí ha soplado el viento sur con mas frecuencia que de costumbre. Así ha tocado. En otros sitios les habra soplado mas del norte. Pero desde luego el CO2 no es el culpable. Ademas, la tendencia en los últimos quince años, 1990-2006, de la temperatura en Europa en los meses de diciembre, enero y febrero ha sido a la baja.
Usted es un escéptico declarado respecto a los desastres que se achacan al cambio climatico. ¿No hay nada de cierto en esos efectos tan desastrosos que se anuncian?
Un analisis histórico de los desastres climaticos no ratifica esa idea de que el clima va a peor. Las continuas alarmas sobre inundaciones o ciclones tropicales no demuestran que se esté produciendo un cambio climatico anormal en la historia del clima. Es mentira que la frecuencia de ciclones tropicales haya aumentado. Las víctimas del Katrina fueron bastantes menos que las habidas en Estados Unidos en otros ciclones que se produj eron cuando las emisiones de CO2 eran insignificantes; el de Galveston, en 1900, en el que murieron casi 8.000 personas, por poner un ejemplo. Y fuera del Atlantico, el de Bangladesh, en noviembre de 1970, con 500.000 víctimas, del que ni se sabe la categoría, pues no había ni satélite ni mediciones. Un país que, ademas, en 1974, cuando se hablaba del enfriamiento del clima, sufrió una hambruna que dejó mas de un millón de víctimas. Y lo mismo ocurrió en el Sahel en aquella década. Mas cerca, casi nadie se acuerda de la borrasca atlantica de febrero de 1953 que provocó la ruptura de los diques del Zuyder Zee e inundó el 70 % de Holanda, muriendo casi 2.000 personas.
¿Estamos entonces ante una especie de conspiración internacional?
No, esta idea del peligro del «cambio climatico» no es una oculta conspiración internacional. Los escépticos no decimos eso. Al contrario, es una gran bola de nieve bien visible que crece y crece.
Y es también, y cada vez mas, un suculento asunto de dinero. Como no podía ser, hasta los bancos estan cada vez mas de lleno metidos en ello. Por poner un ejemplo, la firma financiera Goldman Sachs y uno de los principales bancos norteamericanos, Morgan Stanley, se han metido de lleno en el comercio mundial de esa nueva mercancía llamada CO2, que antes no tenía precio y que de repente tiene. Todo ello en Europa gracias al Protocolo de Kioto y en Estados Unidos a otros tratados particulares entre diversos estados, como el propugnado por el famoso líder ecologista californiano Arnold
Schwarzenegger. Aquí, màs cerca, he leído que el Banco Guipuzcoano lanza una inversión en parques solares, para inversionistas de gama media-alta, donde, según ellos mismos explican, por una ridícula cantidad de electricidad producida recibiràn unas suculentas subvenciones. Mire usted quién està en el consejo de administración de la principal empresa española de paneles fotovoltaicos, Isofotón, y dígame si los apellidos no le suenan a los oligàrquicos de toda la vida.
Dicen que los polos son el termómetro de la Tierra y que desapareceràn en cuestión de décadas. 4Se lo cree?
Ni Groenlandia ni la Antàrtida han mostrado en las últimas décadas una tendencia general al deshielo. Groenlandia ha sufrido un par de años càlidos con deshielo en sus màrgenes pero los datos oficiales indican que entre 1950 y el 2000 padeció un enfriamiento. En cuanto a la Antàrtida, hasta el propio IPCC indica que un calentamiento haría que allí aumentase el hielo porque las nieves serían màs abundantes, debido a la mayor capacidad hídrica del aire, y compensaría un posible mayor deshielo veraniego. De todas formas, la Antàrtida no se ha calentado. En cuanto al hielo marino del Artico, que todos los años se descongela en verano màs de un 60 % y se vuelve a recuperar en invierno, es cierto que parece sufrir una cierta tendencia a la baj a. 4Y qué? 4Los osos polares? Desde que en 1973 se reguló su caza han pasado de 10.000 a 25.000. No en Nunavut, por cierto, donde los esquimales se permiten cazar unos 500 al año porque dicen que hay demasiados.
Pero 4hasta qué punto la mano del ser humano està afectando de forma negativa a nuestro clima?
En un siglo hemos pasado de ser menos de 2.000 millones a màs de 6.000 millones de humanos. Ademàs, la esperanza de vida media se ha duplicado. Eso ha exigido ocupar nuevas tierras para labores agrícolas, multiplicar los regadíos, construir ciudades. En fin, hemos modificado una importante proporción de la superficie terrestre. Y para el que no lo sepa, el aire se calienta un poco desde arriba pero sobre todo desde abajo. El Sol calienta el suelo primero y luego el suelo, con radiaciones infrarroj as o con vapor de agua, calienta el aire. Si hemos modificado el piso es normal que algo hayamos influido en la temperatura del aire. Pero, probablemente, poco, porque también la intensidad del Sol cambia, y las corrientes oceànicas, y otros factores màs, como los rayos cósmicos que afectan a la nubosidad, y cuya importancia desconocemos.
Es màs, usted defiende en su blog personal que el que la Tierra se caliente unos grados tampoco es tan nefasto.
La Tierra siempre ha sido màs verde y màs húmeda cuando ha estado màs caliente. En
los tiempos glaciales los desiertos se expandían y las selvas se encogían. Es lógico, porque un aire màs caliente es un aire que admite màs humedad y el calor acelera el traspaso de humedad
desde los océanos a los continentes. Por otra parte, una atmósfera con màs CO2 es màs fértil, ya que el CO2 està en la base de la fotosíntesis. De hecho, aunque suene a escàndalo decirlo, el planeta, observado desde los satélites, cada vez està màs verde, excepto en donde se talan bosques, claro. No es el clima el que desertiza algunas regiones, sino la tala; como no es el clima el que acaba con muchas especies, sino la pesca y la caza. Lo fàcil y conveniente es echarle la culpa al CO2. La culpa de esta manera se difumina, se reparte.
Entonces, lo de que el CO2 es el culpable de todos los males…
El CO2 es un gas bueno, vital, tan importante para la vida terrestre como lo es el oxígeno.
4Considera su postura como escéptica o la calificaría de otra manera?
Algunos, con ideas retorcidas y para hacernos callar, nos empiezan a llamar negacionistas, el término que se usa para nominar a los que niegan el Holocausto. Pero no, somos escépticos, y a mucha honra. El escepticismo, y un puntito de vanidad, es lo que, hasta no hace mucho, ha movido el espíritu científico. Ahora es el dinero y el cinismo lo que màs lo mueve.
4Resulta difícil defender argumentos como los suyos frente a cientos de informes y documentos firmados por cientos o miles de científicos que afirman lo contrario?
4Miles de científicos? 4Cientos de informes? No exagere. Lo que hay es mucho silencio detràs de mucho ruido.
4Qué significa el Protocolo de Kioto para usted?
Kioto es un eslogan aprovechado por los gobiernos de Francia, Reino Unido y Alemania para cargarse como fuente de energía global a la màs barata, mejor repartida, menos monopolizada y màs abundante: el carbón. De paso fastidian a los Estados Unidos, que de carbón andan sobradísimos. Màs del 50% de la electricidad de Estados Unidos procede de centrales térmicas.
A su juicio, ¿debemos hacer algo, entonces, para hacer frente a los efectos del calentamiento global?
No va a haber tales cambios. A lo que nos vamos a tener que preparar es a la proliferación de la energía nuclear, con fábricas y depósitos de uranio enriquecido por todas partes, gracias al «cambio climático». –
Destacan el rol de los bosques para combatir el cambio climatico
El Derecho Forestal se ha ocupado históricamente sólo de la gestión de la propiedad de los montes como productores de aprovechamientos, con una limitada preocupación por otros factores, tales como la lucha contra la erosión, la propia conservación de la masa forestal o la protección de determinados espacios. Sin embargo, la creciente preocupación de los científicos y de la sociedad en general por los efectos del cambio climático ha impulsado a Miren Sarasibar a abordar los bosques desde otro punto de vista, y colocarlos en un lugar destacado en la lucha contra el calentamiento global de la Tierra.
Doctora en Derecho por la Universidad Pública de Nafarroa, Miren Sarasibar (Eguaras, 1978) acaba de publicar un libro titulado “El Derecho Forestal ante el cambio climático: las funciones ambientales de los bosques”. En esta obra, la autora analiza el nuevo rol de los bosques, desde el punto de vista jurídico, como factor contribuyente a la reducción del cambio climático.
Las funciones ambientales de los bosques han sido abordadas en los últimos años por la normativa internacional, y en concreto por la Convención Marco de las Naciones Unidas sobre Cambio Climático (1992), y el Protocolo de Kioto (1997). También la UE ha unido la política forestal con el cambio climático, impulsando medidas para hacer frente a este fenómeno.
Estas cuestiones son desarrolladas en el libro de Miren Sarasibar, que también estudia las medidas que existen en el Derecho Forestal para aminorar las consecuencias del cambio climático, que no habían sido tratadas desde un punto de vista jurídico.
Un principio básico que se formula ahora en el Derecho Forestal es el de «gestión forestal sostenible», del que se derivan importantes acciones que inciden en el cambio climático. Como aspecto relevante, la propia autora destaca la función de «sumidero» de CO2 de los bosques, «ya que supone aprovechar y sacar rendimiento a este recurso natural».
El libro también estudia el aprovechamiento energético de los residuos forestales, o
biomasa, como un tipo de energía renovable que puede considerarse como «un medio efectivo para operar contra el cambio climático», explica Miren Sarasibar.

ANDARE OLTRE IL VECCHIO COMUNISMO (COME POLITICA), ANDARE OLTRE IL VECCHIO MARXISMO (COME TEORIA)

Pubblichiamo sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) un nuovo “piccolo” saggio di Gianfranco La Grassa che approfondisce alcuni aspetti teorici (i quali dovranno fungere da stella polare per una analisi più complessiva di certi fenomeni e delle “basi materiali” dalle quali questi si stagliano) dipananti l’intima struttura della formazione sociale capitalistica nelle sue diverse articolazioni (paesi e gruppi di paesi). Tali articolazioni (da intendersi, altresì, in termini di differenziali di potenza e di performatività economica) sono il portato di rapporti di forza direttamente scaturenti dal confronto/scontro tra segmenti di “classi” dominanti in orizzontale (il motore del dinamismo geopolitico della formazione mondiale capitalistica), e, al contempo, in verticale (stratificazione), ri/producentisi secondo decisive precipuità territoriali (determinanti sono i fattori storici, sociali, economici, culturali ecc.). Tali specificità permeano della propria impronta i diversi capitalismi nazionali, si tratta di fattori che possono rivelarsi fondamentali nel determinare la forza e la capacità propulsiva di alcune “specie” di dominanti, soprattutto quando quest’ultime puntano ad allargare il proprio campo d’azione (in funzione della dominanza “extra-territoriale”). Si può parlare di formazioni sociali declinate al plurale perché, come indica La Grassa nel testo, queste sono indissolubilmente legate da una medesima natura capitalistica (in questo senso parliamo di formazione mondiale capitalistica) ma non agiscono tutte allo stesso modo, la loro razionalità strategica è differente in quanto deriva da una condizione di momentanea predominanza (come per il paese centrale, con i vantaggi “posizionali” che ne conseguono) che permette di valutare l’opportunità di riassestamenti o di ulteriori attacchi al fine di consolidare (nel primo caso) o di espandere (nel secondo caso) il proprio campo di azione, o di provvisoria subdominanza, dato il maggiore ritardo militare, tecnologico, scientifico, industriale che tali segmenti (sub)dominanti sono chiamati a recuperare se vogliono, a loro volta, espandere la propria sfera d’influenza e insidiare la supremazia della formazione imperante (l’attuale formazione americana dei funzionari(privati) del capitale). Con ciò, si comprende che i settori dominanti che intendono minacciare tale preminenza devono riorganizzarsi all’interno (si tratta di un primo passo necessario) per recuperare autonomia politica e decisionale, e all’esterno, puntando alla dilatazione delle risorse necessarie all’approntamento di strategie più aggressive (producendole in proprio laddove possibile, ma, soprattutto, stringendo accordi con altri paesi per assicurarsele stabilmente e senza troppe strozzature). Tali risorse, siano esse naturali, industriali, o derivanti da specifici know how (frutto a loro volta di intensi processi di accrescimento delle proprie conoscenze tecnologiche, scientifiche, militari ecc.) sono la “benzina” per muovere i propri “eserciti”, per posizionarli strategicamente (geopoliticamente) a difesa dei propri “confini”, agendo contemporaneamente sia nella sfera economica (la “forma” che nel capitalismo modella di sé tutte le altre, quella che prende il davanti della scena) sia, soprattutto, in quella politica (nella quale si opera con regole distanti dalla razionalità strumentale e dove servono ben altre capacità, quelle di tipo prettamente strategico). Per intenderci, si possono invadere i mercati altrui con grandi quantità di capitali e con prodotti qualitativamente migliori ma poi bisogna essere in grado di mantenere tale supremazia con mezzi più politici (sia diplomatici, ma, quando occorre, anche “meno diplomatici”
poiché si devono difendere le posizioni conquistate). Un esempio ci potrà aiutare a capire meglio la questione. Prima dell’aggressione alla Jugoslavia da parte degli Stati Uniti (con l’apporto italiano e di un governo di centro-sinistra) questo paese era sotto l’influenza economica e commerciale tedesca. I capitali e i prodotti tedeschi avevano invaso il mercato jugoslavo e da qui s’apprestavano ad affacciarsi su tutto l’est ex-sovietico. Il marco la faceva da padrona e le riserve monetarie jugoslave erano conservate in quella moneta. Subito dopo il conflitto, i capitali tedeschi erano dovunque arretrati ed il dollaro aveva scalzato il marco. Il governo americano aveva agitato con veemenza il suo bastone e quello Jugoslavo aveva dovuto “accettare”, successivamente, la carota (sub specie finanziaria) dello zio Sam. Da allora l’Europa è andata perdendo ogni avamposto ed il suo declino è coinciso con l’arretramento della Germania e della Francia (asse franco-tedesco) fino all’attuale sfacelo rappresentato dalle odierne classi dirigenti di questo vecchio continente, completamente asservite al “padrone” americano (dell’Italia nemmeno parliamo per non andare incontro a poderosi conati di vomito). Oggi le scarne speranze per un riequilibrio dello strapotere americano vengono da due paesi (a modo di produzione capitalistico) portatori di strutturazioni sociali differenti (formazioni), quali sono quella russa e quella cinese. Questi due paesi, pur esprimendo tipologie sociali diverse(dove la centralizzazione politica dirige direttamente l’economia) rispetto a quella americana dei funzionari(privati) del capitale, sembrano gli unici in grado di opporre (sia militarmente che economicamente) un freno allo strapotere USA. Ancora non sappiamo quando potrà verificarsi un reale scontro tra questi giganti (nè proviamo ad azzardare sulle forme, più o meno cruente, che questo conflitto potrà assumere). Ciò che è sicuro e che l’Europa rischia di trovarsi tra l’incudine ed il martello, potendo solo scivolare verso un maggior servilismo nei confronti del paese attualmente centrale (con tutto ciò che questo comporta) o più “semplicemente” potrà cambiare “padrone” trovandosi ad essere incorporata nella sfera d’azione russa o cinese, senza poter nemmeno negoziare la sua posizione. Ci sarebbe tempo per mutare la propria strategia e per cercare nuove alleanze con questi paesi emergenti, ma non sembra che questo avverrà a causa dell’incompetenza e del codinismo delle classi dirigenti del vecchio continente, troppe impegnate a preservare la loro misera sopravvivenza di saprofiti. Tutto ciò per dire che non ci illudiamo affatto sulla natura delle potenze emergenti (Russia, Cina, o altri paesi che potranno, con più lungimiranza dell’Europa, venir fuori) ma non si vede all’orizzonte qualcosa di meglio. Il ritorno di un minimo di equilibrio internazionale e l’apertura di una nuova fase policentrica sono l’unico auspicio che oggi rincorriamo, almeno per frenare il dominio incontrastato degli Usa e cercare i necessari sbocchi storici (nella nuova fase) che consentano una riorganizzazione strategica dei dominati.
Vi lasciamo alla lettura del saggio di La Grassa che potete scaricare direttamente dal nostro sito in Home page, qui si è tentato solo di riassumere qualche aspetto teorico messo in evidenza da GLG, ma ve ne sono tanti altri che potrete cogliere scorrendo le pagine di questo lavoro.

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