SPERONI316

speroni--140x180Il leghista Speroni si è lanciato a 316 km/h su un’autostrada tedesca a bordo di un cavallo d’acciaio del valore di un’intera mandria. Niente d’illegale perché in Germania non ci sono limiti di velocità, così come non ci sono contagiri, in ogni parte del mondo, capaci di registrare i limiti della stupidità umana. Finora la nostra generazione di sconvolti si era ispirata a miti di altro calibro, attori e cantanti del passato come James Dean e Jim Morrison. Adesso purtroppo non ci resta, con Vasco Rossi che va in pensione e smette di bere e di fumare, che qualche leghista svitato il quale per la sua bravata entra di diritto nel guinness dei primati, nel senso del registro delle scimmie antropomorfe. Speroni, nomen omen, è europarlamentare ed ex Ministro della Repubblica, avrà pure un nome da Far West, ma essendo nato a Busto Arsizio e non a Silver Creek farebbe bene a scendere di sella e a stare con i piedi per terra. Ci si aspetterebbe da siffatti cowboys della politica ben altre corse e rodei ma essi sono adusi solo alle fanfaronate e ai caricamenti a testa bassa di video su youtube per egemonizzare la rete. Francesco il bovaro fattosi pilota è l’immagine fedele di questa Lega imbolsita ed imborghesita che andando a Roma ha perso credibilità e “maroni”. Dalle parti di Pontida i riti celtici si riproducono stancamente come le bischerate di “amici miei atto III” e si fabbricano “castelli” in aria per non fare i conti con una realtà che li ha piegati ai tanto detestati disvalori di Roma ladrona. I leghisti hanno perso quell’istinto “eversivo” che aveva fatto dei militanti del partito di Bossi una spina nel fianco della vecchia partitocrazia nazionale, grigia e corrotta. Costoro si sono adagiati sulle poltrone della capitale e benché si sforzino di apparire puri ed inviolati come  quando indossavano canottiera e calzoni tirolesi sono entrati a piedi uniti con le tod’s nella casta degli incravattati e inamidati. Eppure in Italia, mai come oggi, ci sarebbe necessità di uomini e di gruppi in grado di rompere gli schemi e di infrangere lo specchio in cui si riflettono destra e sinistra, diverse nella forma culturale ma speculari nella sostanza vile e servile. Lo Stato italiano è così in pappe che parafrasando le parole di Gaetano Salvemini pronunciate in una diversa epoca storica, se qualcuno arriverà finalmente “a spazzare via queste vecchie mummie e canaglie, avrà fatto opera utile al paese”, dopodiché “verranno avanti uomini nuovi che potranno [forse] liberarci delle superstizioni antiche”. Erano tempi più pericolosi ma anche più seri dei nostri che non possiamo mica affidarci a camicie verdi e vichinghi cornuti per ripulire le istituzioni. Fortunatamente o sfortunatamente per noi non arriverà perciò nessuna dittatura a sconvolgerci la vita, nè una testa pelata nè una squadraccia in camicia nera, ma nemmeno farà capolino la speranza di un cambiamento radicale. Nondimeno ne avremmo tanto bisogno in questa Italia dove tutto rallenta, si ferma o va in retromarcia, fuoriserie dei politici escluse

GIUSTIZIA AD OROLOGERIA

CVD: Come volevasi dimostrare. All’indomani dei rapporti di Amnesty International e Human Right Watch che hanno sconfessato le accuse di stupro di massa contro i militari libici rivelando inoltre che la fonte dalla quale provenivano le notizie (false) era il CNT di Bengasi, arriva il mandato di cattura contro Gheddafi da parte della Corte internazionale dell’ONU. Qui lavora un segugio di procuratore che per unilateralità e faziosità ci fa rimpiangere persino i magistrati italiani, il che è tutto dire. Costui dichiarò alla stampa mondiale, subito dopo aver acquisito le prove (qualche scatola di viagra intonsa tirata fuori da carrarmati semidistrutti) portate dai ribelli, che il leader nordafricano era un pervertito alla guida di un esercito di pederasti, pedofili e maniaci sessuali. E le indicazioni ottenute erano, a suo dire, così sicure ed attendibili che non occorreva altro. Così Sicure ed attendibili come le successive indagini della CPI e di Luis Moreno Ocampo che ricordano l’arbitraggio del quasi omonimo Byron Moreno durante i mondiali in Giappone e Corea nel 2002. Se questi sono gli organismi internazionali coi quali vogliamo portare la giustizia nel mondo sono da preferire i tribunali di qualche mezzadria africana o dell’est asiatico, almeno sappiamo cosa ci aspetta ben prima dell’inizio del processo. La lega mondiale degli impostori occidentali vuol dare a tutti lezioni di democrazia ma è talmente impreparata e indisciplinata che andrebbe messa dietro la lavagna con un cappello da asino sulla testa ed una mazza tra le natiche a mo’ di coda. Peraltro, Gheddafi viene accusato di crimini contro i civili dal 15 al 28 febbraio, periodo che coincide con l’inizio delle proteste in Cirenaica, appoggiate e preparate dall’intelligence francese e inglese. Ma a queste manifestazioni violente seguirono mere operazioni di polizia volte a riportare l’ordine e che pertanto non possono essere accostate ad azioni di guerra et similia. Quanto accaduto in detta fase, dai bombardamenti sulla popolazione alle fosse comuni – eventi fabbricati televisivamente, rilanciati da Al-Jazeera ed amplificati dal circuito informativo europeo e statunitense – per giustificare l’intervento su Tripoli, è stato smentito da inviati indipendenti e poi dagli stessi media ufficiali, i quali per non perdere la faccia hanno dovuto “differenziare” la loro spazzatura disinformativa, messa in dubbio dai racconti di testimoni e dal consenso mai incrinatosi (nemmeno sotto le bombe) del rais in Tripolitania. Il leone della Sirte non si è scomposto di fronte alla decisone dell’AJa e si è comportato all’occidentale, cioè come americani ed israeliani che non riconoscono autorità alcuna a questo covo di briganti con la legge in bocca e la verità sotto il culo. Come scritto anche da Gian Micalessin su il Giornale si tratta di una farsa dietro la quale si nasconde la Nato che non sa come venir fuori da un conflitto preparato male e condotto ancor peggio: “Peccato che nessuno dei crimini individuati dal suo atto d’accusa (della CPI) sia stato ancora provato o confermato. Se le date contano sarà utile ricordare che tra il 15 e il 28 febbraio non era arrivata a termine neppure quella riconquista di Zawya, considerata l’atto più spietato e sanguinoso della repressione. La cittadina ribelle, situata 50 chilometri ad ovest Tripoli, si sollevò intorno al 25 febbraio e non venne riconquistata prima del 10 marzo. Di certo nei giorni tra il 15 e il 28 febbraio non sono avvenuti, come dimostrano i recentissimi rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch, gli stupri di massa attribuiti dal procuratore Moreno alle forze governative”. Se questa è la dinamica degli eventi il processo dovrebbe essere fatto non a Gheddafi ma ai suoi persecutori, quelli che lo assediano con le armi e quelli che lo accusano con un mantello sulle spalle. Quest’ultimi principi delle tenebre del diritto e non del foro.

IL RATTO DEL RATING

Chi esercita il “mestiere” della politica dovrebbe possedere qualità non comuni come lucidità, larghe vedute, nervi saldi e sangue freddo. Facili esaltazioni ed altrettanto rapide demoralizzazioni rappresentano défaillances inammissibili in uomini di partito ed amministratori della cosa pubblica che prendono l’impegno di guidare una collettività. Farò l’esempio della Basilicata, dove io vivo, per evidenziare alcuni fenomeni di degradazione ma le cose non vanno affatto diversamente nel resto d’Italia.  Nella Penisola, da vent’anni in qua, le necessarie virtù politiche sono avvilite da una classe dirigente di ogni colore avvezza alle sbornie egolatriche e alle sublimazioni propagandistiche che la rendono – e ciò soprattutto nelle fasi di criticità – impreparata al compito per cui è stata selezionata. Il concetto può apparire difficile ma non lo è se tradotto in metafora faunesca: non puoi atteggiarti a rapace se sei un piumato di piccola taglia, poiché appena tenti di prendere l’aria il trucco viene smascherato. I cieli lucani sono pieni di aquile che volano come quaglie, o di galliformi che s’improvvisano falchi, e la cosa è quotidianamente riscontrabile tanto dall’infimo livello  delle polemiche dilaganti tra un pollaio politico e l’altro che dal modo in cui vengono affrontati (e non risolti) i problemi del territorio. Emblematico è quanto verificatosi dopo che l’agenzia newyorkese Moody’s ha minacciato di abbassare il rating della Regione che adesso si trova sotto osservazione (come d’altronde tutto il Belpaese) per i suoi conti. La cosa è seria ma non grave, eppure maggioranza e minoranza si sono prodotte in grida di dolore e gloglottii di disperazione, lanciandosi reciproche accuse di sabotaggio e di inadeguatezza. Non è saggio autocelebrarsi quando questi soggetti economici si profondono in giudizi positivi al di sopra della realtà, né ci si può abbattere quando gli stessi istituti pungolano o minacciano declassamenti ingiustificati o proditori. Ma ancor meno assennato è farsi la guerra in casa per valutazioni che hanno natura provocatoria e non corrispondono allo stato di salute di una istituzione, rientrando piuttosto in disegni politici o speculativi rispetto ai quali occorre comunque alzare l’attenzione. Lo diciamo sia a chi faceva il ballo del qua qua 6 mesi or sono allorché Moody’s si complimentava con i vertici regionali per il buon lavoro svolto, che agli iettatori patentati i quali si auguravano, all’opposto, l’arrivo dei temporali. Ora che le nubi minacciano tempesta, le parti si sono invertite ma lo spettacolo politico di papere starnazzanti e di uccellacci gufanti è ugualmente poco edificante. PD e PDL lucani dovrebbero sapere che tali Agenzie, alle quali si continua a dare tutto questo “credito” nonostante le disavventure del passato, hanno già ampiamente dimostrato la loro inattendibilità. Dai casi Enron, Parmalat o Lehmann Brother abbiamo imparato che di esse non ci si può fidare perché sono ipersensibili agli umori dei clienti pubblici e privati dai quali vengono pagate. Ovvero, non esiste equidistanza certa tra interessi propri e quelli della controparte, ed è per questo che le Agenzie allungando la loro lente d’osservazione sulle diverse situazioni si fanno sfuggire qualcosa, soprattutto se il versatore è generoso. Come dicevamo, mesi addietro Moody’s aveva rilasciato tutt’altro parere sul bilancio regionale e la Basilicata era stata presentata come un esempio di morigeratezza nelle spese ed oculatezza negli investimenti. Cosa sarà mai cambiato in così poco tempo? E’ mutato il clima politico nazionale ed internazionale ed oggi alcuni membri dell’Europa del sud si trovano nell’occhio del ciclone per una serie di circostanze solo limitatamente dipendenti dalle loro imperizia nelle gestione dei conti pubblici. In Europa spira un vento di speculazione che artatamente alimenta lo spauracchio dei default sovrani per compiere razzie finanziarie. Vedi la Grecia o il Portogallo. Alzare artificiosamente le voci di instabilità economica agevola la riuscita dei colpi bassi da parte di pescecani della finanza che si fanno guidare da “subacquee” sentinelle politiche. Sarà un caso che queste agenzie hanno tutte licenza statunitense? Sarà un caso che si concentrino principalmente sull’Europa nonostante il bubbone abbia avuto origine negli States? Non vogliamo essere troppo dietrologici ma almeno cerchiamo di pesare adeguatamente questo conflitto d’interessi prima di lapidarci tra noi. Le sassaiole fra conterranei facilitano unicamente il compito a chi ha deciso di sfasciarci la testa. Questo non vuol dire che possiamo permetterci di “fare gli americani” ma nemmeno di essere gabbati da loro.

PACCO, DOPPIOPACCO E CONTROPACCOTTO

Non siamo profeti di sventura ma conosciamo alla perfezione questa nostra era dell’acciaio inox e della gomma piuma per non identificare all’istante i materassai e i telepredicatori di pentole a pressione che la abitano, a partire dalla parole che dicono e dalla faccia che fanno quando si cimentano col marketing elettorale. Su De Magistris eravamo stati chiari, costui si sarebbe trovato subito in difficoltà e così abbiamo scritto, su questo stesso sito il 31 maggio, all’indomani della sua elezione a sindaco del capoluogo campano: “De Magistris non è legato al precedente regime bassoliniano che ha messo in ginocchio il comune con i suoi interessi di bottega e di guapperia. Vero, ma ai poteri leciti ed illeciti non dispiacerà avere come Primo cittadino un pasticcione che si troverà presto nei guai. Il magistrato ha fatto troppe promesse in campagna elettorale impossibili da mantenere ed inoltre si è liberato in un solo colpo della rete sistemica sulla quale si è retto il governo della città senza avere un’alternativa pronta. Verrà a mancargli presto il polso della situazione se non media con tali gangli, per cui delle due l'una. O ritorna ai compromessi di un tempo con la coda tra le gambe oppure sarà risommerso dal pattume respinto in campagna elettorale” (La breccia di Piasapia). La seconda che abbiamo previsto. Eccolo qui il magistrato dei bidoni giudiziari ricoperto di monnezza fino alla gola, togato-sindaco-netturbino tre volte nella polvere, tre volte sugli altari di una pessima cronaca. Luigi Napoleone voleva conquistare Napoli ma ora si trova ricoverato nella clinica dei pazzi perché sente le voci e soffre di manie di persecuzione. I poteri forti e le forze oscure lo cercano per fargli abbassare la cresta ed impedirgli di assumersi “responsabilità che altri in vent’anni non si erano mai assunti”. Accidenti, l’uomo della provvidenza finirà stoccato come le ecoballe che proferisce a discariche unificate dall’Arenella al Vomero. Qui c’è tutta la “differenziata” tra lui e chi non ha ancora mandato il cervello al macero. Ed, infatti, dopo aver vinto la campagna elettorale promettendo una svolta sulla raccolta differenziata che avrebbe risolto per sempre il problema dei rifiuti, la giunta di De Magistris sollecita i siti di trasferenza (cioè le discariche di altre province) dove poter portare la propria spazzatura almeno finché le criticità non saranno risolte. Ma se ora non interviene il governo la situazione rischia persino di precipitare generando un pericolo ambientale ed un allarme sanitario senza precedenti. Per il bene dei napoletani ci auguriamo che questi problemi rientrino presto insieme al loro Primo cittadino che sembra scappato da un manicomio. I partenopei pensavano fosse amore ed invece è un calesse di pattume. Proprio loro che hanno fama di astuti e smaliziati, si sono beccati prima il pacco da Bassolino e dalla Iervolino e poi il doppiopacco da De Magistris. Urge contropaccotto per ristabilire un minimo di parità, altrimenti prima una risata e poi la sporcizia li seppellirà.

FIAT

Il tanto decantato miracolo Fiat più che un prodigio sembra un gioco di prestidigitazione. Marchionne è arrivato come il mago Silvan ai vertici del Lingotto promettendo una ripresa che sembrava impossibile. Se i presupposti sono quelli dei restyling di cassapanche con le ruote come la Freemont, il recupero sui competitors tale rimarrà: impossibile. La Fiat più che una “barchetta” resta una bagnarola che vuol fare la “regata” su una “duna”. Non è una grande “Idea”. La casa di Torino è da salvare come i “panda” anche se ormai ne resta soltanto “uno”. “Punto.” Nel frattempo la concorrenza non fa il gioco delle tre carte, non tira conigli dai “cilindri” e non si fa ipnotizzare dagli annunci del “Pigmaglione” blu venuto dal Canada. Sin qui l’Ad di Fiat ha fatto più chiacchiere che autovetture ed invece di concentrarsi sullo storico core business ha passato tutto il tempo a riscrivere le relazioni industriali di questo Paese, a litigare coi sindacati e con la Confindustria (questo non mi dispiace affatto anche se si tratta di un "palio" tra brocchi) a spacchettare, separare, dividere le attività industriali e ad intrattenere il mercato con vecchi trucchi finanziari. Finora, abbiamo assistito a tanti annunci iperbolici ma i Piani industriali non sono “lievitati”, non sono stati rivelati i dettagli del salvataggio e sul palcoscenico nazionale ed internazionale è stato sparato tanto di quel fumo che c’è visibilità pari a zero. In questa nebbia che disorienta e porta fuori "strada" Marchionne ha trovato il favore della stampa e dei mezzi d’informazione che viaggiano sempre con gli anabbaglianti o con i fari spenti quando si tratta di seguire i potenti. La Fiat aveva molta liquidità in cassa ma l’ha utilizzata per crescere in Chrysler, ora non si sa proprio dove andrà a prendere i soldi per gli investimenti e per la ricerca, necessari a rimettersi in careggiata. I suoi competitors hanno invece ingranato la quarta e sono ripartiti a razzo lasciando Torino letteralmente sul posto. Questa falsa partenza è stata esaltata dai giornali italiani che non sanno distinguere tra il rombo di un motore ed il nitrito di un ronzino. Oppure è proprio il loro mestiere quello di moltiplicare gli specchietti retrovisori per le allodole. La Fiat va in direzione opposta alle altre compagnie ed i pennivendoli di regime ci raccontano allegramente che sono gli altri ad andare contromano. Marchionne si sta indebitando come un pokerista incallito per arrivare a comprare la totalità del marchio americano e come tutti i drogati del tavolo verde continua a fare promesse che non potrà mantenere, per esempio quelle su Fabbrica Italia. Ecco cosa scrive Massimo Mucchetti sul Corriere: “La Fiat sta aumentando il debito finanziario consolidato. Al 31 marzo 2011, la Fiat Spa dichiarava 16,3 miliardi di euro di debiti e 13 di liquidità. A questi vanno sommati i debiti della casa americana, l'equivalente di 9,3 miliardi di euro, e la liquidità, 6,8 miliardi. Con gli ultimi acquisti di azioni Chrysler, il debito consolidato in euro sale da 25,6 a 27 miliardi; qualora fosse esercitata l'opzione sulle azioni del fondo Veba, il debito volerebbe a 30 miliardi di euro. E la posizione finanziaria netta, negativa, passerebbe da 5,4 a 9,6 miliardi. Troppo, se la si confronta con quella delle tedesche che esercitano l'attività industriale con i propri soldi e con margini ben superiori. I governi americano e canadese, per capirci, sono stati rimborsati facendo altri debiti con le banche americane, salvate dalla Casa Bianca. I nuovi tassi sono inferiori ai precedenti, decisi in situazione fallimentare, ma restano superiori all'8%.” Senza l’assistenza h24 della stradale americana, che si precipita a soccorrere e a trainare Marchionne sulle vie impervie dei mercati, la Fiat si sarebbe già fermata lungo il ciglio della storia o sarebbe stata spinta dalla concorrenza e dalle banche in una scrpata. E non è detto che prima o poi non accada. Oggi il Lingotto ha un significato politico per Obama, è il suo immobilizer nel meccanismo di accensione del nostro sistema-paese che non deve assolutamente mettersi in moto e correre nella direzione dei settori innovativi e ipertecnologici dove saremmo in gara con loro. Quando questa funzione si esaurirà ci speroneranno e troveranno altri sistemi per garantirci l’ingrippamento. La fregatura che ci stanno dando è “multipla” e noi li applaudiamo pure a “ritmo”. Un “bravo” e una “brava” a tutti quelli che, nonostante l’alta “marea”, continuano ad andare fuori “thema”. Senza “scudo” e senza “stilo”.

LIBIA: VA TUTTO A PUTTANE

In Libia siamo andati per proteggere i civili. Li abbiamo difesi a puntino mettendoli sotto cumuli di macerie e con qualche metro di terra sulla testa. Adesso sono più che al sicuro, sono praticamente in una botte di ferro, un barile simile ad una bara. Con siffatte imposture globali l’Onu, la Nato, la coalizione dei volenterosi ed il nostro governo vendono mediaticamente ad una pubblica opinione distratta e distaccata il pacco umanitarista Occidentale. Per sostenere questa ennesima guerra unilaterale, fortemente voluta da Sarkozy e Cameron a tutela dei loro interessi economici nell’area, sono state necessarie molte menzogne ed una campagna diffamatoria da parte dei mezzi d’informazione totalmente sbilanciata a favore di un gruppo di spennagalline elevato al ruolo di esercito ribelle. Ancora ieri una bomba più furba che intelligente non ha risposto ai comandi e si è schiantata su un quartiere popolare ammazzando 9 persone, tra le quali donne e bambini, e ferendone un numero imprecisato. La Nato ha chiesto scusa, non accadrà più, cioè non si verificherà nessun altro malfunzionamento degli ordigni teleguidati che saranno più precisi nel mantenere la traiettoria della morte, mentre ai cosiddetti civili nessuno sta assicurando quella incolumità che doveva essere l’obiettivo prioritario della missione. Al cospetto di questi fatti vergognosi sentiamo il Ministro Frattini dichiarare che la stampa “dovrebbe mettere in luce le atrocità di Gheddafi, a cominciare dagli stupri di massa, e dovrebbe mettere in risalto l’importanza della protezione dei civili". Il Ministro degli affari esteri altrui e della pornografia internazionale vorrebbe anche che la stampa accendesse le luci rosse sui lealisti fedeli a Gheddafi per screditarne l'immagine di uomini fieri e coraggiosi schierati a difesa del proprio Paese. E’ forse questa l’arma segreta della Nato? Siamo già al raggio rosso della morte che travolgerà il nemico impudico? Questo signore pruriginoso guida un dicastero, ci rappresenta in campo mondiale, detta la nostra politica estera (spalleggiato dagli americani) e ci parla come fossimo degli sprovveduti. E’ stata la umida Clinton, moglie dell’inturgidito Bill, a riportare il bunga bunga dall’Italia nel suo luogo d’origine ed ora Frattini rilancia la versione hard del Dipartimento di Stato statunitense per convincerci che nel deserto della sirte manca pudicizia e moralità. Tuttavia, la novità di queste ore è lo scontro tra Quirinale, lì dove si inarca senza trionfo un figlio regale quanto illegittimo della patria, e il Viminale, retto da un sassofonista che tenta almeno di suonare tutt’ altra musica. Napolitano, arrogandosi funzioni che non gli spettano, preme affinché la missione continui mentre Maroni chiede la fine della guerra ed una veloce exit strategy sulla quale anche Berlusconi sembra essered’accordo. Comunque si concluda questa vicenda l’Italia ha già perso la faccia e le mutande. Il CNT di Bengasi ha siglato accordi con le compagnie petrolifere di Parigi e di Londra estromettendo dal business energetico l’ENI, la quale da impresa leader in Libia sarà costretta ad accontentarsi delle briciole che gli lasceranno i suoi competitors d’oltremanica e d’oltreoceano. Anche Finmeccanica ha avvicinato gli insorti, il suo Presidente Guarguaglini infatti si è recentemente recato nella regione per tutelare gli affari del gruppo. Costoro non hanno compreso che il mediterraneo è ormai un affare chiuso per loro. Chiuso nel senso di perduto. E' andato tutto a puttane e la colpa non è del cialis ma dei cialtroni di Stato.

Effetti collaterali del referendum sul nucleare

Qualche giorno prima delle consultazioni popolari del 12 e 13 giugno, il governatore lucano Vito De Filippo ha fatto recapitare ai sindaci dei 131 comuni della Basilicata una lettera appassionata per invitarli a sostenere quattro sì convinti su altrettanti quesiti referendari. A guardarla bene però la partita giocata dal presidente e dal suo partito di riferimento nazionale è stata poco popolare, molto populista e, ancor più surrettiziamente, politicistica. Vediamo perché. Si auspicava che l’onda emotiva antinuclearista e lo spauracchio della privatizzazione dei servizi idrici portasse un colpo mortale al Cavaliere inciampato sul legittimo impedimento, terremotando con lui la maggioranza che lo sostiene. Qui ritroviamo già la prima incoerenza del Pd che anni addietro aveva manifestato il suo favore per la privatizzazione dell’acqua (con una proposta di legge intitolata "Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico integrato") e per la ricerca sul nucleare (promessa da Bersani all’ambasciatore americano Richard Spogli nel 2007, come rivelato da un file wikileaks). Ma, evidentemente, l’illogicità della virata ideale valeva la posta dell’impresa storica. Tuttavia, se l’obiettivo recondito era quello di dare una spallata a Berlusconi si è utilizzata una forza di fuoco inusitata per un target alla portata di un cieco. E’ stato come accendere una candela col lanciafiamme considerato che tale legge sarebbe scaduta tra qualche mese e che comunque B. si era già piegato all’unica trasmissione che non gli piace, quella del processo del lunedì. Ora però, dopo la sbornia anticav, bisogna fare i conti con gli effetti collaterali di scelte discutibili, se non scriteriate, che si ripercuoteranno sulla comunità locale. Lo stop al nucleare impone al Paese di spremere le proprie risorse energetiche per coprire il suo fabbisogno.

In Italia, nucleare o no, necessitiamo di 55 GW elettrici al giorno. Oggi, come rammenta il prof Franco Battaglia, docente di Fisica chimica all’Università di Modena, ricaviamo 30 GW da gas importato, 10 GW da carbone importato, 7 GW da nucleare importato e 8 GW da idroelettrico che produciamo in casa. Poiché il contributo di solare ed eolico, nonostante i finanziamenti a pioggia dello Stato, è ancora irrisorio, siamo costretti a giostrare con le cosiddette fonti di energia classiche. Senza nucleare la nostra bolletta energetica aumenterà perché dovremo acquistare all’estero ciò che consumiamo, oppure, per limitare i danni, dovremo intensificare lo sfruttamento di quelle risorse che abbiamo sul territorio. Per esempio il petrolio, per esempio in Basilicata. Ed è così che la nostra bella regione diventerà un gruviera, come affermato dal Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani alla recente assemblea dell’Unione Petrolifera. In Basilicata la produzione sarà portata a 90 mila barili al giorno per coprire il 7% del consumo energetico nazionale e la cosa non si fermerà qui. Ma oltre ai buchi ed ai pozzi che deturpano il paesaggio è l’incidenza epidemiologica che tale sfruttamento intensivo comporterà a preoccupare la comunità. La Regione guidata da De Filippo non diventerà una pattumiera di rifiuti radioattivi, come ha scritto con linguaggio apotropaico lo stesso Presidente nella sua missiva ai suoi conterranei, ma si trasformerà in un formaggio svizzero pieno di fori, e questo accadrà con precisione elvetica. Al tempo della stagionatura forse De Filippo sarà lontano, ad occupare i Palazzi romani, mentre la sua terra seguiterà ad essere divorata con ingordigia pantagruelica dalle compagnie petrolifere e dai Gargantua politici locali che cavalcano con facile sicumera i bassi istinti della gente per esclusivo tornaconto. Gli impegni morali invocati dal Presidente non dovrebbero essere tesi a fomentare un clima da tempi della clava per fare un dispetto al capo tribù del Bunga Bunga, ma a far capire ai cittadini che l’Italia e la Basilicata rischiano di ripiombare nel paleolitico se rinunciano allo sviluppo e alla ricerca in settori strategici come l’atomo. Del resto, in giro non si vedono cavernicoli, né in Germania, né in Francia, né in nessun altra nazione europea e benché tutti annuncino di voler spegnere i reattori si tratta esclusivamente di proclami procrastinati di anno in anno. Passare, dunque, da primitivi nella zona dell’aglianico è una contraddizione che non possiamo proprio mandar giù.

MINISTRO E PRECARI

Da precario a precari: certe polemiche non fanno bene alla categoria e soprattutto non spostano di un millimetro l’asse dei problemi. Che sta già molto in basso, in un limbo che non è una danza ma una lunga fase di menefreghismo e di stallo. Solo il nostro Ministro per la P.A., per cause naturali e concause di incompetenza politica, non vede l’asticella e può passarci sotto senza sforzo. Tuttavia, Brunetta (il quale non mi piace perché cerca consenso col populismo di battaglie clamorose emulanti la stessa dismisura degli sprechi amministrativi che dice di combattere) aveva capito che trattavasi di provocazione e quindi ha reagito. Certo, poteva fare meglio, per esempio allontanandosi con la bocca chiusa, ma quella è la sua “statura” politica e più in alto non ci arriva. Ad ogni modo, se una precaria si alza e dice "faccio parte della rete…ecc.ecc." a me viene voglia di metterla in un acquario e di ammutolirla per sempre come un ittiopside. Se poi è pure figlia di Russo Spena mi girano le lenze e mi cresce il desiderio, va da sé solo metaforico, di batterla come i tonni durante la mattanza o di rinchiuderla in un secchiello per branchiati. Questi lavoratori e lavoratrici atipici si lamentano della situazione da tempi arretrati ma poi si mettono a comiziare come manovalanza che perde tempo, mentre il resto dei sodali dalla platea tira fuori striscioni da mercato ittico, dimostrando alla pescheria istituzionale di essere arrivati lì con le cattive intenzioni di chi voleva lanciare pesci in faccia a destra e a manca. Fritto misto di idiozie che danneggia la popolazione precaria ed avvantaggia il pescivendolo di Stato, il quale si fa pubblicità sulle tempeste altrui. Pensateci bene perché le cose non accadono a caso. Abbocchiamo sempre all’amo come trote ed alziamo uragani inutili solo per far salire Brunetta sulla cresta dell’onda. Costui, dopo le overdosi mediatiche dei primi anni del governo Berlusconi era finito nelle profondità marine. Adesso che la maggioranza è in difficoltà egli torna sulla bilancia dei mezzi d’informazione perché le sue pesche nella pancia degli italiani – i quali giustamente non digeriscono le ostriche e il caviale di cui si abboffa la casta pubblica a tutti i livelli – fanno notizia e danno l’impressione che il gabinetto abbia ripreso il mare delle riforme. Non è così in quanto sono totalmente in alto mare e non sono più un banco compatto, anzi ognuno si butta a pesce su qualcosa che lo distingua e non lo colleghi direttamente al capobranco in via di inabissamento. Così, mentre B. non sa che pesci pigliare e i suoi fanno i pesci in barile per non starlo a sentire, nel PDL si scatena la guerra tra pesci grossi e piccoli per prenderne il posto (o almeno averne uno adeguato alla stima che si ha della propria persona e quella di Brunetta va molto oltre la sua costituzione fisica). Appena il pesce bollito del mar dei satanassi finirà in “boccaccio” o andrà a morire nel cimitero dei pesci elefanti, i pescicani e i piranha che prima lo seguivano come codati fedeli  si sbraneranno per raccoglierne l’eredità dei fondali. Inoltre, è utile ricordare che sul precariato hanno dato il peggio di loro stessi soprattutto i governi di sinistra, assecondati dai sindacati e dagli esperti del settore (sempre di sinistra). Fare mente locale sul famigerato “pacco” Treu, sicuramente uno dei principali atti legislativi che permisero la nascita del lavoro atipico, è necessario per non apparire faziosi ed unilaterali. Quest’ultimo fu votato anche da Rifondazione dove militava il papà della contestatrice di Brunetta. Spero che la suddetta prima di lamentarsi col Ministro gliene abbia cantate quattro al genitore perchè anche lui meritava una padellata in faccia per i suoi trascorsi sul tema.

MENO DIRITTI UMANI E PIU’ UOMINI CON LA SCHIENA DRITTA

L’autocitazione non è mai elegante ma in questo caso dire che è calzante è persino poco. Sulle pagine di questo sito nella seconda metà di marzo, in un articolo sulla crisi libica intitolato “il popolo cojone”, avevamo scritto che: “…è bastato costruire una rivolta artificiale e televisiva per modificare i connotati pubblici del Colonnello e del suo regime. Inutile passare tutte le bugie in rassegna anche perché i padroni del mondo, con i loro potenti mezzi mediatici, diplomatici, politici, propagandistici ecc. ecc. riescono a rivestire di buoni sentimenti umanitari gli interessi economici più beceri e le istanze politiche più criminali”. Adesso tutta la stampa nazionale – con l’eccezione della guerrafondaia “La Repubblica”, giornale dell’iperenergetico quanto ecoinsostenibile De Benedetti e della sinistra salottiera che prima di parlare dovrebbe imparare a contare almeno fino a 11 (art.11 della Costituzione: L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali) – si accorge dell’inganno e critica l’operazione Nato in Libia. A queste conclusioni è arrivata anche Famiglia Cristina sulle cui pagine è apparso un pezzo (Libia: e se fosse tutto falso? di Marinella Correggia) che non lascia adito a dubbi: “Il pretesto per un intervento dalle vere ragioni geostrategiche è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23 febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la tivù satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”. Era una panzana, ma tutta la fantomatica Comunità Internazionale raccolse con sospetta immediatezza il grido di dolore dei belluini, pardon beduini, di Bengasi che chiedevano un intervento umanitario per fermare il sanguinario Gheddafi. Le bugie sono poi cresciute esponenzialmente in quanto i “Protettori Unificati” (mai denominazione fu più azzeccata per una puttanata di missione come questa) dovevano giustificare un' escalation di violenza e di bombardamenti che altrimenti i popoli europei non avrebbero digerito. E' così che la lega dei papponi mondiali ha calcato la mano ed ha affastellato balle sempre più incredibili: dalle fosse comuni, agli stupri, all’ammazzamento di vecchi e bambini, al viagra fornito ai miliziani dal Rais. Ci vorrebbe una bella dose di bromuro per far calmare gente come Sarkozy, Cameron e Obama la cui eiaculazione militarista precoce fai il paio con un’eccitazione geopolitica “bombastica” che questa volta pare destinata al grande flop. In politica, come nel sesso, non ci si dà tante arie se poi non si è in grado di mantenere le aspettative. Nonostante i capi militari occidentali continuino a sostenere che Gheddafi sia ormai alla frutta, l’esercito libico non si piega ed anzi avanza a Misurata, Zuwaya e Zintan, mentre tutta la Tripolitania non è mai stata in pericolo ed è saldamente nelle mani delle forze lealiste. La situazione è di stallo completo ma i Protettori della Nato non possono ammetterlo e sono costretti a procrastinare, di bollettino in bollettino, la conclusione delle operazioni. In Italia invece tutto tace, non parlano i pacifisti, non dice nulla la sinistra, non si esprime il papato e nessun professionista della contestazione manifesta contro un Governo che per bocca di Frattini ed orifizio di La Russa prosegue a prenderci per il sedere. Eppure è ormai palese che i bombardatori democratici agiscono fuori dalla risoluzione Onu e che stanno trasformano il loro intervento in una carneficina unilaterale contro il popolo libico fedele al suo Colonnello e al Paese. Per questo condivido quanto affermato da Giancarlo Perna sul quotidiano della famiglia Berlusconi: “il diritto interna­zionale non esiste, conta la forza”. Ne siamo convinti anche noi e siamo arcistufi di sentirci raccontare che l’Occidente agisce sempre su mandato della bontà e della solidarietà universali. Quest'ultime caratteristiche sono ciò che si pone davanti agli occhi per celare interessi strategici per niente morali. E’ di tale fattezza sofisticata il nostro mondo alla rovescia che per un po' di obbiettività bisogna capovolgere l’intera realtà. Per questo invochiamo, al fine di ristabilire un minimo di senso storico, meno umanitarismo e più umanità, meno legalitarismo internazionale e più giustizia mondiale (o almeno maggiore coraggio per le proprie azioni), meno diritti umani e più uomini con la schiena dritta. In patria come all’estero.

I PARASSITI DI PARTITO

Passato il referendum comincia la festa dei parassiti. Ci sarebbe poco da stare allegri ma è inutile spiegarlo ai “picchietti” di sinistra i quali sono convinti che colpendo la mosca senza testa di Arcore bandiera rossa insetticida la trionferà. Ma questa è entomologia e non politica, nonostante l’Italia sia divenuta un vero e proprio verminaio. I vari Vendola, Bersani e Di Pietro che oggi si autocelebrano come le ali del mutamento avranno presto una brutta sorpresa perché a stimolare troppo il basso ventre del vespaio si può finire coperti di escrementi. Lo sciame impazzito dei senza partito travolgerà anche loro alla prima occasione, soprattutto quando non saranno più opposizione e si troveranno a governare il caos che stanno creando. Dietro di loro ci sono i soliti calabroni dei poteri forti che non piacciono ai giovani ronzanti dell’antipolitica. Faccio una previsione, se vincono le prossime elezioni dureranno un giorno come le farfalle. Nel frattempo a destra si chiedono per quale recondita ragione ultimamente finiscono stecchiti al pari delle zanzare ad ogni chiamata alle urne. Domanda retorica se ti fai attirare dal neon incandescente degli umori della pubblica opinione, laddove poco innanzi avevi perorata la necessità di una svolta non conforme, politically uncorrect ed antiparassitaria verso le sanguisughe di Stato. Gli analisti di destra pensano che sia solo un problema di comunicazione. Ma va là. I classici richiami per elettori abituati ad essere attirati in trappola ovviamente non funzionano quando devi rompere le gabbie di convinzioni consolidate e i sempiterni luoghi comuni del favo. Ci vuole ben altro. Se inizi a fare la calendula sgargiante per attirare le api ma poi sul più bello ti richiudi su te stessa, queste si allontanano e si rivolgono ad altri fiori, che siano moderate o meno. Il governo e la maggioranza non sono in grado di vendere il loro miele agli elettori perché la merce è cattiva. Non è un fatto di prezzi e di pubblicità. Se ti presenti sul mercato come fabbricante di cambiamenti e di prospettive e poi rifili ai compratori qualcosa di indefinito, di cattivo gusto o di rancido spacciandolo per l’ultimo ritrovato della dolce scienza politica sei un truffatore e meriti di essere schiacciato. Costoro hanno fallito su tutta la linea (interna e soprattutto internazionale) e tentano adesso di rifondare la colonia senza averne gli indispensabili capitali di credibilità. E non basta certo mettere il partito su un Alfano qualsiasi per riprendere le "correnti", innanzitutto perché nemmeno questo sembra un gran svolazzatore (la maniera in cui ha gestito il suo lodo è stata una picchiata rovinosa sul terreno politico ed istituzionale) secondo perché costui è stato scelto più per le doti che non ha che per quelle riconosciutegli apertamente. In politica quando qualcuno ti batte sulla spalla affettuosamente non ti ama ma sta prendendo le misure per le future percosse. Egli è stato investito dal Pdl per motivazioni diverse ma collimanti. A B. serviva il meno infido del suo entourage, agli altri invece occorreva quello con meno possibilità di spiccare il volo. Ovvero Alfano non è una camola che roderà dal di dentro la leadership berlusconiana, ma non è nemmeno un ragno che saprà tessere autonomamente la sua tela. Sta lì come un bozzolo che dà l’idea di una presenza in un clima di assoluta staticità. Prima che avvenga la sua metamorfosi sarà divorato da predatori ben più voraci e combattivi. Questa è dunque la verminosa situazione a destra e a sinistra. Se il popolo italiano non vuol fare la fine dei lombrichi è meglio che smetta di strisciare e si rialzi sulle gambe. Pur essendo invasi dagli insetti questo non è tempo per dare credito ai vermi.

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