LA RUSSA NON E' UN MINISTRO MA UNO STADIO PROFONDO DEL SONNO di G.P.

La Russa non è un Ministro ma uno stadio del sonno piuttosto profondo e rumoroso oppure una slava scosciata e lasciva che si vende al miglior offerente. Nonostante l’escalation talebana in Afghanistan il nostro rappresentante governativo è riuscito a sostenere che laggiù la coalizione vince alla grande e che i guerriglieri sono allo sbando. Nel frattempo, cinque nostri militari sono finiti all’ospedale, uno è in gravissime condizioni, l’ennesimo figlio del profondo sud (di Paterno, Basilicata) che rischia la vita per una guerra lontana dai nostri occhi e dal nostro cuore. Che un Ministro, in una situazione così grave, possa affermare che “la nostra azione è efficace, che il processo di transizione va avanti, e che i terroristi sono all’ultimo stadio” non è solo un affronto all’intelligenza di ognuno di noi ma un vilipendio allo spirito nazionale che viene insozzato per ragioni di cadrega e di successo personale. Ma la sproporzione è immane perché La Russa non vale un secondo di vita di quei militari mandati allo sbaraglio per fargli fare bella figura con l'occidente. La verità è che ci è andata pure bene in quanto dinamica e tecnica di attacco suggeriscono, ad occhi militarmente non appannati, che ad Herat poteva essere una strage peggiore di quella di Nassiriya. Sono undici lunghi anni che stiamo vincendo in Afghanistan ed infatti collezioniamo feretri e funerali come fossero trofei e feste di liberazione. Un palmares lugubre e tetro che inorgoglisce il nostro Ministro al quale mancano corna e coda per essere l’immagine sputata del demonio. La bacheca è colma di medaglie senza valore mentre nei cimiteri ci finiscono i corpi di giovani valorosi. Ma Ignazio è un perseverante, non si accontenta mai e pensa in grande per raggiungere il gradino più alto dei bassifondi internazionali che frequenta. Da un deserto all’altro, da Kabul a Tripoli, striscia come un rettile e dice a sé stesso: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. E lui si venera così tanto da perdere il contatto con quel che lo circonda. Non sa nulla, ignora il mondo, non conosce la geografia e la storia, ma si diletta a parlare di tutto. Intelligente come una bomba esplode di orgoglio e s’impettisce dei suoi demeriti. Se in Italia dobbiamo andare avanti così è meglio abbassare la saracinesca e dichiarare fallimento su tutta la linea. Tuttavia, non siamo i soli a collezionare figure da fessi in quest’Europa dove non c’è più musica politica ma soltanto un gran rumore di tromboni che sale di frastuono per coprire la parola popolare. I serbi lo hanno dimostrato e per questo meritano di entrare di diritto nel bordello europeo che li attende a gambe aperte. Se un uomo viene estradato all’Aja per me smette immediatamente di essere un criminale e diventa un perseguitato. Un tribunale che scrive le sentenze prima dei processi e che si fabbrica le prove per vedere confermati i propri teoremi al di là dei fatti e delle testimonianze non è un luogo di giustizia ma una camera di tortura legalizzata. I briganti o presunti tali che finiscono sotto il martello dei suoi magistrati avranno sempre l’attenuante di essere stati giudicati da briganti e mezzo. Il governo di questa nazione balcanica dovrebbe vergognarsi per quanto ha fatto ed invece esulta perché forse adesso con un po' di purgatorio l’Ue li accoglierà come fratelli. Possono scordarselo, chi non rispetta i vincoli di sangue e baratta i propri connazionali non ha diritto di essere accolto in nessun'altra famiglia. Siamo già pieni di parenti-serpenti da Roma a Parigi, da Berlino a Londra, non ci serve nutrire altre serpi in seno.

LA RESA DEI CONTI

La breccia di Piasapia a Milano è diventata una voragine che ha inghiottito i consensi di Letizia Moratti, martire del Partito delle Libertà. A Napoli Giggino o’ pazz ha sbancato il "casino partenopeo" e si innalzato al livello di San Gennaro. Di fatti, solo un matto senza contatto con la realtà o un santo con virtù miracolistiche può pensare di liberare i napoletani dal male della spazzatura ricorrendo alla differenziata. Forse la spazzatura non brucerà ma i suoi giuramenti da magistrato finiranno inceneriti. Mi sia dunque consentito di dubitare della bontà di questo duplice rovesciamento amministrativo che a sinistra definiscono una rinascita e a destra una piaga. Se prima le cose non andavano bene, ed è inutile negarlo, adesso potranno anche peggiorare perché chi ha vinto "vanta" un pessimo curriculum professionale e nessuna esperienza di gestione della cosa pubblica locale. In più alle spalle di questi rinnovatori fanno capolino i soliti centri di potere dalle mani lunghe e dall'appetito insaziabile. Qualcuno potrà dirmi che a Napoli la faccenda è un po’ diversa poiché De Magistris non è legato al precedente regime bassoliniano che ha messo in ginocchio il comune con i suoi interessi di bottega e di guapperia. Vero, ma ai poteri leciti ed illeciti non dispiacerà avere come Primo cittadino un pasticcione che si troverà presto nei guai. Il magistrato ha fatto troppe promesse in campagna elettorale impossibili da mantenere ed inoltre si è liberato in un solo colpo della rete sistemica sulla quale si è retto il governo della città senza avere un’alternativa pronta. Verrà a mancargli presto il polso della situazione se non media con tali gangli, per cui delle due l'una. O ritorna ai compromessi di un tempo con la coda tra le gambe oppure sarà risommerso dal pattume respinto in campagna elettorale. Di indubitabile al momento c’è soltanto l’indebolimento di B. il quale non è stato scacciato dal paradiso terrestre per i suoi peccati ma per sopraggiunti limiti di iniziativa e di credibilità politica. In sostanza, il Cavaliere si è fatto fuori da solo a causa dei suoi cambi repentini di traiettoria sui temi decisivi dell’agenda governativa quali la politica estera, la riforma della giustizia, quella fiscale e la ripresa industriale ed occupazionale. La corsa di B. verso Obama durante il G8 francese è il sintomo conclamato della sua disperazione. Le parole di B. al Presidente statunitense (che hanno fatto vergognare i soliti perbenisti di sinistra, tutta etichetta e poca intelligenza) devono essere interpretate nell’unica maniera possibile: trattasi di resa su tutti i fronti eccetto uno. Ovvero, traducendo dal guittesco all'italiano: mi tolgo di mezzo ma la giustizia deve lasciare in pace me, i miei discendenti e le aziende di famiglia. Poiché quando si cerca un compromesso o un salvacondotto non si parla con i subalterni o i distaccati, B. si è rivolto direttamente a colui che comanda nel mondo. I magistrati che hanno visto la scena, se non si sono del tutto istupiditi, hanno capito l’antifona e ora sanno che qualcuno potrebbe consigliargli di abbassare i toni e ridurre le persecuzioni. Non ci si accanisce sulla bottiglia se il “tappo” è saltato. Tuttavia, potrebbe anche verificarsi una escalation contro B. il quale se malauguratamente è andato a parlamentare con i suoi nemici a mani vuote riceverà non la grazia chiesta ma la giustizia temuta. Quando Cossiga, nel turbine degli avvenimenti dei primi anni ’90, fu sottoposto ad una dura campagna giornalistica tesa a farlo fuori, chiamò Washington e disse che se tutto quel fango su di lui non si fosse fermato avrebbe rivelato a reti unificate con quali mezzi gli USA avevano ottenuto la base di Comiso in Sicilia. Infatti, era stata la mafia a costringere i proprietari a lasciare i terreni sui quali i militari americani si sarebbero poi insediati. Ma Cossiga poté agire in questo modo perché aveva buoni rapporti con l’intelligence mentre B., che non ha mai controllato i servizi – tanto da essersi fatto incastrare da alcune sciacquette di borgata munite di registratore – può fare la fine del maiale sgozzato. Di lui si mangeranno tutto e finirà a testa in giù, non in una pubblica piazza ma nel mattatoio dei quartieri a luci rosse. Qui sta la differenza tra uno statista col vezzo delle amanti ed un satiro con l'hobby della politica.

PACE ETERNA SOTTOTERRA

Tra americani ed israeliani è in atto un gioco delle parti sulla questione palestinese che coinvolge mediatori del mondo arabo sulla cui serietà ed equidistanza non scommetterei un tallero bucato. Tra questi vi è l’Egitto post-Mubarak un Paese dove, uscito di scena il pericoloso dittatore da sempre alleato di Washington, nulla è cambiato negli assetti istituzionali e gli stessi uomini del precedente regime si sono ricollocati nei gangli dirigenziali anche se con ruoli differenti. Una rivoluzione che non sovverte l’architettura del potere ed i suoi schemi, che non destruttura la forma e la sostanza organizzativa dello Stato, non è una rivoluzione ma una parata di sprovveduti sospinta a saziarsi del suo stesso sangue. Il popolo grossolano purtroppo soffre ma gode a farsi prendere per i fondelli rimettendoci pure le penne. Proprio al Cairo i delegati di Hamas e quelli di Fatah hanno raggiunto un accordo di riconciliazione per la formazione di un governo e per tenere elezioni entro un anno. Obama ha raccolto questa apertura tra le due fazioni per rilanciare la proposta della creazione di uno Stato Palestinese nei territori del 1967 in cambio del riconoscimento da parte di quest’ultimo del diritto all’esistenza di Israele. Ma già questa mi sembra una pagliacciata poiché Israele c’è, esiste e si fa sentire con i suoi eserciti ed il suo arsenale nucleare. Gerusalemme non ha bisogno dell’obliterazione degli islamici per materializzarsi mentre sono gli altri ad avvertire questa esigenza vedendola ogni volta respinta. Questa propositività statunitense rientra nel quadro di una strategia, in fase di collaudo, che mira a ridefinire il proprio ruolo nel mondo arabo e mediterraneo attraverso riforme di facciata, allontanamento dei despoti, aiuti economici e libertà di espressione per i giovani attraverso i new media. E’ il soft power col quale la Casa Bianca prova a puntellare la sua sfera di attrazione egemonica messa a rischio dalla risalita geopolitica di nazioni come Cina, Russia, Turchia e Iran che si spingono coi loro interessi su questa medesima area. Gli americani sono maestri di queste cose perché su tale terreno non temono concorrenti. In un servizio in Tv di qualche settimana ho visto un intervistatore italiano recatosi in Tunisia raccontare con trasporto emotivo la rivoluzione dei gelsomini. Costui raccoglieva ed amplificava l’entusiasmo dei giovani del Maghreb per il vento di cambiamento spirante su tutta l’area. I rivoltosi in erba ribattevano che era tutto merito della rete, di facebook e di twitter e che in mancanza di tali mezzi nulla sarebbe accaduto. O ci sono o ci fanno questi giovinastri senza sale in zucca. Se le tirannie non avessero perduto la loro serietà di un tempo, se non fossero state abbandonate dai governi occidentali che prima le finanziavano, ahi voglia loro a sputacchiarle con i post sui blog e le invettive internautiche. Per questo mi stanno simpatici i cinesi, gente ancora tutta d'un pezzo che sa organizzare una repressione coi controfiocchi prevenendo il peggio, mettendo i cannoni nei fiori e sradicando la gramigna persino dal vocabolario. Comunque, dicevo all’inizio, si tratta di un gioco delle parti poiché il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al Congresso degli Stati Uniti, ha fatto la sua controproposta applauditissimo dai congressman. Obama ha chiesto 100 per avere 10 da B.B., ovvero niente rientro nei confini del ’67, sì a qualche cessione territoriale, Gerusalemme resterà Capitale unita d’Israele ma, soprattutto, i palestinesi devono accettare uno Stato smilitarizzato. I due leaders si erano insomma messi già d’accordo, due mercanti compassati nel suk della democrazia che fanno i conti nelle tasche degli altri costringendoli ad un pessimo affare. Chiedere, come fa il capo israeliano, agli arabi di rinunciare all’esercito e ai corpi speciali è come dire: "non avrete mai una cosa che assomigli pur lontanamente ad uno Stato per quanto lottiate o trattiate". Se quest’ultimo non può essere strumento di forza coercitiva si riduce ad un ufficio anagrafe senza importanza. Qui verranno registrate le nascite e i decessi di quegli sventurati che chiedendo pace e terra riceveranno quiete eterna sottoterra. Il corteo democratico di questa epoca nuova  assomiglia ancora al solito antico funerale dei deboli delle ere precedenti.

PIANGI CHE BEN HAI DONDE, ITALIA MIA

Nel turbine degli eventi internazionali di questa fase la Signora Italia viene sonoramente sculacciata e disonorata senza che alcuno si preoccupi del suo onore e della sua dignità. “Or fatta inerme Nuda la fronte e nudo il petto mostri, Oimè quante ferite, Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio, Formesissima donna!… Sì che sparte le chiome e senza velo Siede in terra negletta e sconsolata, Nascondendo la faccia Tra le ginocchia, e piange…” Forse retorica antica ma modernissimo dramma. “Chi la ridusse tale?” “Chi la tradì?” Non sapremmo da dove e da chi cominciare ma abbiamo sotto gli occhi i suoi abiti a brandelli e la sua sconsolata e sconsolante decadenza. Il mondo ha iniziato a giocare duramente e noi periferia ancillare dell’impero ci siamo ritirati senza tentare alcun gesto pugnace. E siamo finiti “in così basso loco” dove ci calpesta la storia e di noi fanno strame governi vicini e lontani. Eppure, una speranza fioca si era manifestata negli ultimi anni con un protagonismo economico e politico sulla scacchiera geopolitica che sembrava offrire diverso avvenire. Sono bastati pochi mesi per arretrare nuovamente di decenni. Un assalto ad un Paese amico che ci approvvigionava e ci apriva gli orizzonti arabi ed è crollato il ponte del mediterraneo. Con questa débâcle anche le rotte dell’est si sono fatte via via più impervie fino a lasciarci isolati in una affollata Comunità Internazionale dove ci tengono prigionieri e ci percuotono affinché nessun desiderio di gloria e di indipendenza si ripresenti. Leggevo ieri in una intervista al responsabile della sicurezza dell’Eni, ex 007 del Sismi, che con la guerra a Tripoli la nostra migliore impresa di punta, leader mondiale e assoluta dominatrice del mercato energetico, è stata costretta a sbaraccare e ad abbondonare celermente i suoi impianti. Lì avevamo praticamente sbaragliato ogni concorrenza ed eravamo i padroni assoluti del deserto e dei suoi giacimenti. Domani non sarà più così perché galli da combattimento, aquile imperiali e volpi aggressive hanno dichiarato e combattuto questa guerra per conquistare un terreno che non apparteneva loro. Ecco cosa racconta la barba finta: “Il 18 marzo, in coordinamento con l’unità di crisi della Farnesina, abbiamo concluso le operazioni di rimpatrio. Oggi in Libia non abbiamo più nessuno. La produzione è sospesa, in applicazione dell’embargo decretato dalla coalizione internazionale”. Ma il Ministro degli esteri Frattini, un’oca ammaestrata che si atteggia a rapace della diplomazia, dice che per l’Italia non cambierà nulla laddove tutto è già radicalmente mutato. Stessa situazione in Tunisia, Marocco, Iran, Pakistan, aree in ebollizione dove solo appoggiandoci ad alleati attrezzati e con interessi collimanti ai nostri avremmo potuto augurarci di mantenere salde le nostre prerogative. Ma si è spezzato quell’asse di cointeressenze e quella rete di rapporti che partendo da Mosca toccava Tripoli, Ankara, Algeri e persino Teheran. Se tutto si è dissolto così in fretta significa che la nostra azione in campo estero era debole, eppure il tracciato delle iniziative intraprese era corretto. Ci sono mancati la forza, la visione e gli uomini all'altezza. A tanto occorre inoltre aggiungere che l'Eni viene presa di mira pure dall'interno della nazione dove agiscono quinte colonne le quali dietro il paravento della tutela ambientale, l'idiosincrasia per la società dei consumi, l'ideologia rivoluzionaria anarco-comunistica si fanno strumento, più o meno consapevole, dell'indebolimento industriale e politico italiano. Il fatto grave però è che siamo stati ancora ingannati dai nostri governanti, abitanti della terra di Leopardi che si muovono come gattini ciechi. Ed Allora, “Piangi, che ben hai donde, Italia mia”.

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La denuncia del capo della sicurezza dell'Eni:

"Nostri pozzi assediati da Al Qaida e anarchici"

di Luca Fazzo

Parla Umberto Saccone, capo della sicurezza del gruppo: "In tutto il mondo dal 2009 abbiamo subito 49 attentati. Ci considerano un simbolo negativo della globalizzazione. in Libia la produzione è sospesa per l'embargo. Da gennaio abbiamo evacuato 373 dipendenti

Da Al Qaida agli anarchici: e nel mirino degli attacchi c’è sempre lui, il cane a sei zampe di Eni, simbolo del business petrolifero targato Italia. I dati degli attacchi a Eni in Italia e all’estero fanno impressione: 49 «atti ostili» in Italia dal 2009 ad oggi, 36 dipendenti rapiti qua e là per il mondo dal 2007. A fronteggiare gli attacchi, un ex 007: Umberto Saccone, colonnello dei carabinieri e poi capocentro del Sismi all’estero, dal 2006 capo della sicurezza di Eni.

I ribaltoni nei paesi arabi hanno cambiato lo scenario in cui vi muovete. Perché avete deciso di allontanare tutti i dipendenti Eni dalla Libia?

«Perchè non c’erano più le condizioni di sicurezza, che per noi sono una priorità. Il 18 marzo, in coordinamento con l’unità di crisi della Farnesina, abbiamo concluso le operazioni di rimpatrio. Oggi in Libia non abbiamo più nessuno. La produzione è sospesa, in applicazione dell’embargo decretato dalla coalizione internazionale. Le infrastrutture sono state messe in sicurezza in modo da riprendere la produzione appena la situazione lo permetterà».

Non è la Libia l’unico posto agitato, in quelli dove andate a estrarre petrolio.

«Abbiamo complessivamente diciassette aree di crisi. Dal dicembre 2010, è stato tutto un incendiarsi dal Marocco fino all’Iran, dall’Oman al Sudan. Da queste aree abbiamo evacuato da dicembre 373 persone. In Egitto e in Tunisia quando la composizione di un nuovo Stato ha preso forma li abbiamo riportati sul posto. Ma teniamo gli occhi aperti, perché non è detto che i paesi stiano andando verso una definitiva stabilità».

Come vivono i vostri dipendenti questo andirivieni?

«Sanno che quando li facciamo tornare in quei Paesi è perché siamo sicuri che la situazione si é tranquillizzata. Non ci assumiamo rischi non prevedibili e non gestibili».

Osama Bin Laden teorizzava l’attacco non ai pozzi, patrimonio del popolo arabo, ma alle infrastrutture, cioè proprio agli impianti di aziende come Eni. La sua uccisione migliora la situazione?

«Da anni il dibattito sui network della jihad globale afferma che colpire gli interessi petroliferi è la vera jihad economica, cioè il modo migliore per colpire gli infedeli. La morte di Osama non cambia lo scenario, il network jihadista ha cellule in Irak, nello Yemen, in Arabia Saudita, in Algeria, in paesi come Mali e Mauritania, fino all’Emirato islamico del Cucas
o. Io credo che esista un testamento ideologico ed economico di Osama. Ma alla fine la leadership verrà presa da chi sarà in grado di meglio colpire gli infededeli e di finanziare tutte le altre Al Qaida di questo network mondiale».

Dei paesi dove Eni è presente qual è oggi il più rischioso?

«Indubbiamente il Pakistan, dove Al Qaida ha dimostrato possibilità oggettive di muoversi e di colpire. Noi però siamo presenti al sud e nella capitale Islamabad dove il territorio è presidiato dalle forze di sicurezza in maniera più capillare».

Quanto vi preoccupano gli attacchi che subite in Italia?

«Preoccupa l’impennata molto forte che c’è stata dopo l’avvio della “rivolta dei gelsomini” nei paesi arabi. Ma a Bologna e a Firenze sono state fatte operazioni di polizia che hanno immediatamente circoscritto questi fenomeni».

Perché tanti ce l’hanno con voi?

«Ci sono gli avversari della globalizzazione, i difensori dell’ambiente, i movimenti contro i consumi. Le aziende con una forte identità come Eni sono un obiettivo privilegiato. Noi con queste realtà cerchiamo il dialogo, ci confrontiamo, cerchiamo di capire le loro ragioni e di spiegare le nostre».

E vi stanno a sentire?

«Con molti di loro si riesce a ragionare, gli spieghiamo il tipo di impegno di Eni nei paesi in cui opera, ragioniamo con loro su come migliorare ancora».

Ma gli attentati continuano. Alcuni, evidentemente, non li avete convinti.

«Evidentemente i loro motivi reali sono diversi da quelli che professano».

Lei ha scritto un libro, «La security aziendale nell’ordinamento italiano», in cui affronta anche i rapporti tra la security delle aziende strategiche e i servizi segreti. Come sono le vostre relazioni con la nostra intelligence?

«La partnership tra pubblico e privato è la migliore risposta a quanto sta accadendo nel mondo. I nostri rapporti con i servizi di informazione italiani sono ottimi, d’altronde abbiamo un obiettivo comune che è la creazione di maggiore sicurezza per tutti».

I nostri servizi segreti dovrebbero difendere la collettività. Voi vi occupate della sicurezza di una azienda privata. Che garanzie ci sono che le informazioni di cui entrate in possesso siano usate solo a difesa degli interessi pubblici?

«La risposta è semplice: le strutture di Eni approvvigionano energia al paese, e sono soggette al segreto di Stato. Lo Stato deve tenere salde le proprie prerogative. Ma tra queste c’è anche la difesa del proprio potenziale difensivo, di cui strutture come le linee di approvvigionamento energetico sono una componente indispensabile. Quindi è naturale che la tutela dei nostri asset avvenga sulla base di una integrazione tra i nostri dispositivi di sicurezza e quelli dello Stato».

Lei stesso è stato a lungo uno 007. Che differenza c’è tra il suo lavoro di allora e quello di oggi?

«L’approccio di fondo è lo stesso: un operatore dell’intelligence è uno che si colloca prima degli eventi, perché quando gli eventi si verificano vuol dire che lui ha già perso».

FAR SALTARE LA "MOSCHEA" AL NASO

Nonostante la batosta del primo turno alle comunali di Milano non è cambiata la linea oltranzista del Pdl che persevera battendo su questioni retrograde e primordiali per recuperare voti sulla coalizione avversa, ancora avanti di qualche punto nel gradimento dei milanesi. Continuare a sostenere che con Pisapia sindaco Milano si trasformerebbe in una Zingaropoli o in un covo di scalmanati contestatori dei Centri sociali vuol dire non avere alcun rispetto per l’intelligenza del popolo lombardo il quale, evidentemente, secondo Bossi e Berlusconi, porta ancora l’anello al naso e si propizia benessere con riti sciamanici e danze tribali. Ma stiamo parlando di una delle comunità più laboriose e sviluppate d’Europa che agli scongiuri, alla superstizione e alle promesse da marinai dei leaders di centro-destra contrappone il più sostanziale pragmatismo dello “sgamelà” e del fare “schei”. Ci vuole una bella faccia tosta per raccontare in televisione, a reti unificate, tali amenità. Gli italiani, che la sanno lunga, avranno di certo pensato: se vince il cosiddetto estremista avremo qualche zingaro in più e qualche sgombero in meno, se vince la cosiddetta moderata avremo un’orda di scemi al governo della città. Chissà perché poi questo moderatismo politico deve costantemente esprimersi con un’esasperazione ed un’intransigenza verbale che porta al parossismo i pregiudizi dei bassifondi e i preconcetti degli “altifondi” sociali. Se la moderazione deve coincidere sempre con la perdita di equilibrio delle posizioni vuol dire che o non funziona il concetto oppure non funzionano i portatori dello stesso. In un caso come nell’altro la categoria sarebbe da abbandonare perché non ha uno statuto realistico permanente e perché procura misere figure a chi tenta di costruirsi la carriera politica spandendo a destra e a sinistra misura e ponderazione con un tono da killer. Persino l’ultima trovata del Capo del carroccio di spostare i ministeri a Milano entra di diritto nel novero di baggianate a fini elettorali ai quali i nostri concittadini hanno smesso di credere dai tempi della prepubescenza. A questo giro B. ed il suo entourage si sono rivolti all’agenzia sbagliata per farsi accompagnare nella contesa, anche perché i bambini 0-12 non si recano alle urne e preferiscono i cartoni animati ai pupazzi di Stato. Eppure, di argomenti seri per smascherare Pisapia ed il suo falso socialismo ce ne sarebbero a iosa, a partire dall’endorsement dei poteri forti largamente ricevuto dall’avvocato difensore di De Benedetti. Questa contraddizione, che è pari ad una immane bugia narrata ai ceti deboli meneghini dal candidato del Centro-sinistra, vale mille volte di più delle cavolate su cui stanno puntando quelli del Pdl come aumento delle tasse, campi rom e zingarate varie. Far saltare la “moschea” al naso degli italiani li farà precipitare con certezza nella sconfitta. Se trasformi una mosca politica in un elefante da consensi poi non puoi pretendere di abbatterlo col DDT delle promesse dell'ultimo minuto. Oltre alla cadrega perdi anche la faccia. Per la seconda non c'è più nulla da fare, per la prima basterà attendere il ballottaggio.

IL "GLANDE KAHN"

Dirò subito quello che penso dell’arresto di Strauss-Kahn. A mio modo di vedere si tratta di una macchinazione per eliminare dalla scena mondiale un uomo divenuto scomodo tanto per gli americani, i quali hanno altri programmi per l’FMI (come dimostra l’ “eccitazione” con la quale Timothy Geithner, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha chiesto al Fondo di nominare immediatamente un Presidente ad interim) che per l’Eliseo dove un malconcio Sarkozy sta facendo di tutto, compresa una guerra aggressiva contro un popolo sovrano qual è quello libico, per conservare il posto.Grazie alla incresciosa situazione, guarda caso, il signor Bruni non si troverà tra più i piedi il suo ormai bruciato concorrente che proprio il 26-27 maggio a Deauville, nel nordest della Francia, avrebbe dovuto presiedere la riunione del G8, forse utilizzandola come una vetrina per accrescere il suo prestigio in patria e lanciarsi per la volata alle presidenziali del 2012. Onestamente, non ce lo vedo proprio un dirigente di tale caratura, che per lustro ed importanza è paragonabile ad un capo di Stato, dimenticarsi dell’organismo da lui diretto e mettersi ad inseguire, con l’organo tra i polpastrelli, una pollastrella nera. E’ vero che nell’immaginario degli uomini il servizio alberghiero femminile in divisa scatena da sempre gli ormoni, ma è altrettanto vero che se Kahn è realmente un vecchio porco satirista come si dice, sarà passato già a cose più sofisticate, altro che cliché da depravati ordinari come cameriere, "casalingue", infermiere e monache di clausura. Fosse stata una domestica vestita in abiti nazisti ci avrei sicuramente creduto, così invece i miei dubbi crescono esponenzialmente. Sono decenni che nei libri gialli i maggiordomi hanno smesso di essere gli assassini. Solo le spy stories continuano a scivolare sullo stesso consumato plot, che, tuttavia, per ora ha funzionato, come si evince dalle fasi iniziali di questa vicenda. Ma, soprattutto, anche impegnandomici molto con la fantasia, non riesco proprio ad immaginare come sia possibile concretare uno stupro per via orale. Mettere tra i denti di una persona recalcitrante un aggeggio così delicato è da folli, a meno che l’abusatore non si sia premunito tenendo con una mano il pistolino e con l’altra una pistola puntata alla nuca della sfortunata signorina. Sarebbe bastato cioè un morso ben assestato per mandare all’ospedale l’incauto galletto-porcello il quale prima d’imbarcarsi in siffatte avventure o avrà frequentato un corso accelerato di abusi sessuali sicuri, in particolare il modulo di 9 settimane e mezzo su come farsi slinguazzare evitando l’evirazione, oppure si sarà evidentemente accordato con la preda, aprendo il portafoglio prima di abbassare la lampo. Ammettendo che un contatto sessuale ci sia effettivamente stato. E poi quanta fretta nell’arrestare il francese ed esporlo al pubblico ludibrio internazionale e quanto zelo da parte della direzione dell’albergo che ha creduto immediatamente alle parole di una dipendente con problemi economici ed una storia difficile alle spalle. Il presunto maniaco è così stato scortato in manette dalla polizia come un pericoloso gangster, l’Al Capocchia degli Champs-Elysées o lo spietato “Glande Khan” del Sofitel. Mi pare lapalissiano che si sia voluto colpevolizzare e condannare l’esponente socialista d’oltralpe per via mediatica per facilitare il successivo lavoro del giudice. Potrei sbagliarmi ma la scena più che pronografica mi appare ridicola.Insomma, per concludere, sento puzza di intrigo, internazionale più che sessuale.

UN VILE AFFARISTA

L’attuale Presidente di Bankitalia, Mario Draghi, ha ormai la strada spianata verso l’Eurotower dove ha sede la BCE. La mancanza di altri candidati (o per meglio dire la loro esclusione forzata) ed il recente endorsement dell’Ecofin lanciano ai vertici dell’importante istituzione europea il nostro governatore, il quale sembra gradire il consenso generale degli altri membri comunitari che lo sospingono all’incarico. I media e gli schieramenti politici nazionali sono andati in brodo di giuggiole per l'evento senza distinguersi gli uni dagli altri quanto a valutazione critica e completezza informativa. E’ un coro unanime di giubilo perché si ritiene un immenso privilegio ed un esorbitante onore per il Paese il fatto che un proprio connazionale assurga finalmente ad un ruolo strategico negli assetti dell’UE. Ma si sta dimenticando con troppa facilità il passato del presidente del Financial Stability Forum, già Managing Director di Goldman Sachs International e membro del Comitato esecutivo del Gruppo Goldman Sachs. Quest’ultima merchant bank è salita agli onori della cronaca durante la crisi dei suprime per il suo comportamento poco trasparente e persino fraudolento nella gestione dei prodotti finanziari legati ai mutui d'oltreatlantico, stando almeno alle accuse formulate dalla SEC, l’autorità di borsa americana equivalente alla nostra Consob, nei suoi confronti. La Goldman è un istituto anomalo che viaggia a braccetto con la politica e che rafforza le sue posizioni di mercato costruendosi intorno una rete di protezioni istituzionali che l’avvantaggiano sulle concorrenti come ha dimostrato il caso di Lehman Brothers. Si mormora infatti che quest’ultima big bank sia stata abbandonata al suo destino fallimentare per eliminare un diretto concorrente della GS, mentre altri istituti finanziari, meno centrali per l’economia stellestrisce, venivano salvati dall’amministrazione statunitense proprio perché la GS risultava piuttosto esposta nei loro riguardi. Ecco, Draghi viene da questi ambienti patinati quanto malfamati. Probabilmente, la sua carriera ha svoltato dopo che costui ha lavorato fianco a fianco con gli uomini più importanti della finanza Usa e del gotha finanziario americano. Ma, ancor peggio, fui lui a gestire, da Direttore Generale del Tesoro, lo smantellamento dell’industria pubblica agli inizi degli anni ‘90. Come ricorda Paolo Cirino Pomicino, importante esponente democristiano della corrente Andreotti e più volte Ministro della Repubblica, Draghi si presentò a quel famoso e famigerato rendez-vous sul panfilo Britannia – dove si diede appuntamento l'élite di potere anglo-americana (tra gli altri ospiti vi erano i reali britannici e i rappresentanti di multinazionali del denaro come Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers) – senza essere stato inviato dal Governo, per discutere di privatizzazioni e ristrutturazione dell’economia pubblica. Dopo quell’’incontro, eravamo nel 1992, molti pezzi prelibati dell’industria statale passarono in mani private a cifre ridicole e con una sospetta trasformazione degli assetti societari che sembravano esser stati pensati apposta per favorirne il controllo e la gestione da parte dei compratori privati. Tutti questi avvenimenti portarono, qualche lustro più tardi, l’ex PresdelRep Francesco Cossiga, che pure aveva consigliato Draghi a Silvio Berlusconi per il posto di comando a Palazzo Koch, a dire di lui: “Un vile, un vile affarista, non si può nominare Presidente del Consiglio dei Ministri [anche allora Draghi veniva indicato come papabile per la guida di un governo tecnico in sostituzione del traballante Prodi] chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana, e male, molto male io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura a Silvio Berlusconi, male, molto male. E’ il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, e immaginarsi cosa farebbe da Presidente del Consiglio dei Ministri, svenderebbe quel che rimane, finmeccanica, l’enel, l’eni ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs”. L’esaltazione dei nostri compatrioti della stampa e del Parlamento per questo italiano che vuò fa l' americano, alla luce di tali notizie, appare pertanto eccessiva se non persino ingiustificata. Non basta essere nati in un posto per essere dei veri patrioti. E’ vero che nessuno è profeta in patria, ma Draghi non ha mai nemmeno tentato di fare qualcosa per i fratelli d’Italia, non dico per farsi amare ma almeno rispettare. Grigio burocrate di apparato lui si sente cittadino aperto al mondo, ma si tratta di un mondo ristretto che va da Washington a Londra senza passare per Roma. Perché ora dovrebbe cambiare, perché la sua investitura alla Bce, con queste pessime credenziali, dovrebbe essere cosa buona e giusta per noialtri? Mistero di un Paese che sceglie sempre i peggiori e riesce a farsi del male da solo.

EGREGIO SIGNOR ROSSI

Chissà perché il livello di successo e di intelligenza delle persone è sempre proporzionalmente inverso al loro grado di coscienza e di moralità. Se il primo tocca vette elevate il secondo finisce inevitabilmente sottoterra fino a scomparire dalla vista del mondo. Invece, nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma in menzogna nelle bocche di questi imbonitori che sono sempre impastate di consigli e di buoni propositi per il prossimo, soprattutto quando i giudizi non devono regolare la propria condotta ma quella altrui. E’ vero che, contrariamente all’assunto dal quale siamo partiti,  si può verificare che uomini con un alto grado di onestà siano anche intelligenti ma ciò non inficia  la validità di  questa  legge sociale universale manifestantesi quotidianamente nelle alte sfere del potere. Facciamo un piccolo esempio. Sabato scorso, Guido Rossi, avvocato di fama e principe del foro ha rilasciato un’intervista a La Repubblica con la quale si è premurato di denunciare le potenti lobbies schierate dietro Letizia Moratti a Milano. Nessuna sorpresa per noi perché è quello che stiamo scrivendo da qualche giorno, ma il fatto che a lanciare quest’invettiva sia stato il dio lobbistico delle sacre scritture contabili, il santone con l’indice di borsa puntato sugli speculatori politicamente non affini, la dice lunga sul pudore di certi cattivi profeti col vezzo per gli  affari e la presunzione di poter scacciare dal tempio i mercanti corrotti che sono tali perchè non accettano la sua divina consulenza. Guido Rossi, ha detto qualcuno, rappresenta egli stesso una gigantesca lobby ed è stato l’eminenza grigia che ha guidato operazioni “che contano da trent’anni a questa parte: da Telecom agli swap della Fiat, vere e proprie acrobazie giuridiche che, con lo stesso metro riservato ad altri sarebbero state oggetto di scandalo, diventavano (anche e soprattutto per le autorità di controllo e per i tribunali) regolari e perfette” (Claudio Borghi su Il Giornale). Guido Rossi fu lo stesso leguleio che ai tempi dei capitani coraggiosi definì Palazzo Chigi, divenuto dimora presidenziale di un altro moralizzatore col culo degli altri, Massimo D’Alema, l'unica merchant-bank che non parla inglese. Sua è anche la definizione che segue, rilasciata all’epoca della disputa tra Tronchetti Provera e il Governo Prodi sulle sorti della Telecom: “…E un paese che soffre di una così grave mancanza di regole naturalmente è il terreno ideale per chi vuole approfittarne, per chi pensa a portar via più soldi che può. Invece del fare, c'è l'arraffare. Questa sembra la Chicago degli anni Venti, sembra il capitalismo selvaggio dei Baroni Ladri nell'America del primo Novecento”.  Insomma, il sig. Rossi vede sempre tutto abbastanza chiaro perché si trova al centro delle trame del capitalismo italiano ma pontifica come se lui frequentasse il convento delle dame di San Vincenzo e non il Sancta Sanctorum della finanza nostrana. Infine, da questo arrivista già arrivato non potevamo non aspettarci un undicesimo comandamento per una vita più saggia e morigerata: “l’ambizione sfrenata è uno dei limiti peggiori che spingono alla deriva della acriticità e della cattiva politica”. Si vede che nella testa di costui i buoni cristiani coincidono necessariamente con gli stupidi e con gli idioti, altrimenti non troverebbe il coraggio per dire siffatte amenità. Che Dio li fulmini tutti e li riduca in cenere come i loro derivati!

ALLOCCHI DI DESTRA

Niente da fare, far ragionare quelli di destra è tempo sprecato come quello impiegato a spiegare la grammatica italiana ad un cavallo berbero. Va bene che per vincere alle elezioni si può ricorrere a qualche colpo basso, ma con un pizzico d’intelligenza si dovrebbe almeno essere in grado di non inciampare su quei temi che rappresentano da sempre il cavallo di battaglia del proprio capo. Giuliano Pisapia, candidato a sindaco di Milano per il centro-sinistra, è stato assolto dall’accusa di aver rubato un’auto con il concorso di pericolosi terroristi di Prima Linea, punto. Si è fatto la galera senza meritarlo, pagando con la limitazione della propria libertà un reato che non aveva mai commesso. Costui dovrebbe essere un eroe per i berlusconiani i quali da secoli ci ripetono che la casta dei togati è un corpo dello Stato impazzito con la bava giustizialista alla bocca, le manette facili e le grate sugli occhi. Tentare adesso di rimediare alla figura da cani con lo spostamento dell’asse di certe accuse infondate, dal furto alle cattive amicizie, è un escamotage puerile oltreché una maniera grossolana per non ammettere l’errore commesso. La pezza è insomma peggio del buco. Se poi lo sport deve essere quello di sotterrare tutti coloro che si accompagnano con qualche perdigiorno o che frequentano giri poco edificanti e comitive troppo baldanzose, non basterebbe un intero cimitero per contenere B. e il suo entourage di procuratori di gnocche e procacciatori di affari. Tra sbadati e sbandati sarebbe una inumazione di massa. Addirittura insopportabile è poi leggere sulla stampa vicina al Premier che “gli uomini possono cambiare la pelle, non la te­sta e neppure il cuore”. Tanto sostiene Sallusti nel suo editoriale di oggi su il Giornale per supportare le sciocchezze fuori tempo politico e storico della Moratti. Bravo l’allocco! Perché allora non va a portare questa riflessione ai suoi colleghi Giuliano Ferrara (ex Pci che ospita graditamente sulle colonne del suo quotidiano), Mughini e Liguori (anche loro con un passato da extraparlamentari di sinistra e molte brutte compagnie)? Che c’entra dirà l’esimio direttore, costoro non pretendono di farsi eleggere a cariche politiche. Vero, allora si rivolga direttamente a Bondi (ex comunista pure lui e dunque "bazzicatore" di stalinisti ma oggi nei vertici del PDL ) e così chiudiamo qui questa stupida questione.

ELEZIONI DI "MIL'ANO"

Il PdL ha trasformato le amministrative di Milano in un referendum sul Premier e in una sfida aperta alle Procure che lo tengono alle corde. Ci può stare, sia perché per vincere le elezioni vale tutto, sia perché il Presidente del Consiglio è oggettivamente preso di mira dai magistrati italiani da quando ha messo piede in politica, non per amore di Giustizia ma per giustizialismo cieco e unilaterale. Ciò che invece non va bene sono i colpi sotto la cintura che Letizia Moratti ha sferrato contro Pisapia, servendosi degli stessi mezzi infanganti del nemico. Innanzitutto, l’avvocato della SEL è stato assolto da quella vecchia accusa sventolatagli sotto il naso dai giornalisti di destra, in secondo luogo con una lista di ricchi e di potenti, qual è quella del sindaco meneghino uscente, ci vuole un bel coraggio a dare del mariolo a chicchessia. Non ho mai visto un benestante arricchirsi onestamente e lo scassinamento della portiera di un' auto non è peggio di reati come il falso in bilancio, l’esportazione di capitali all’estero per non pagare le tasse, la truffa, l’aggiotaggio, e tutti gli altri trucchetti necessari per accumulare capitali. Non sono un moralista e credo che anche sul mercato valga tutto se solo si è capaci di non farsi beccare, ma almeno si eviti di dare patenti di correttezza civica a destra e manca. Dalle mie parti si dice insultarsi tra ladro e ladrone, proverbio azzeccatissimo che dovrebbe fare abbassare i toni a tutti quanti. Inoltre  i quotidiani berlusconiani perdono il diritto di contestare l’uso dei collaboratori di giustizia a fini “anti-cavallereschi” allorchè appoggiano un pentito come Sandalo, detto Roby il pazzo, per asseverare le accuse contro Pisapia. Con questi presupposti diventa tutto lecito, anche che si chiami a testimoniare Jack lo squartatore e Hannibal Lecter. Dal primo verremmo a sapere che B. alla fine del Bunga-Bunga infibula ed uccide le sue sciacquette con un bisturi ed il secondo ci rivelerebbe che Pisapia divora bambini a colazione, suore a pranzo e preti a cena, bagnando il tutto con vino sangue di giuda dell'Oltrepò pavese. Fatela finita e non prendeteci per i fondelli. Piuttosto urge esame di coscienza da parte di entrambi i contendenti che sono coerenti al pari di schizofrenici con doppia personalità. Letizia dice di essere indipendente dalla finanza milanese e dall’influenza di CL, e noi le crediamo così come crediamo che suo figlio sia veramente Batman. Pisapia sostiene, invece, di essere l’amico dei diseredati e degli sfruttati e noi gli crediamo così come crediamo che Milly Moratti non sia la moglie del Presidente dell’Inter e padrone della Saras ma la Wonder woman degli oppressi venuta al mondo per vendicare l’ingiustizia sociale. Milanesi di tutta Milano: il prossimo week-end non sarebbe meglio andare al mare a mostrar le chiappe chiare piuttosto che farsi inchiappettare da questi supereroi senza poteri che amano il potere?

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