CAVE CANEM

L’Italia non se la passa per niente bene, non siamo la Grecia ma viviamo il complesso di poterle presto assomigliare. Nella tragedia sociale. Senza una classe dirigente in grado di scegliere e di decidere quale strada intraprendere per uscire dalla difficile situazione ed allontanare i drammi nei quali stiamo precipitando, tra stretta fiscale, investimenti ristretti e occupazione in restringimento, è inevitabile che ci si adegui  acriticamente alle formule politiche ed economiche calate dall’alto, siano esse diretta emanazione dei vari organismi internazionali o delle stessa burocrazia eurocomunitaria. Non siamo più padroni del nostro destino e l’arrivo dei tecnici al governo ha semplicemente evidenziato il posto dove la nostra sovranità nazionale è finita: nel Gabinetto, insieme ai professori. E’ bene ricordare ancora una volta quali personaggi ci hanno spinto così in basso, in fondo alla tazza della storia dove si vaticinano sventure e si predicono disastri. Lo ha scritto senza circonlocuzioni ieri su Italia Oggi il Gen. Laporta, uno che non crede ancora, come il resto degli uomini di servizio benpensanti, alle tavole rotonde a tre gambe dove si invocano gli spreads e i mercati di morte. Altro che B. costretto a rinunciare al premierato a causa del differenziale tra titoli di stato sfavorevole all’Italia e favorevole ai crucchi. Il leder del Pdl è stato obbligato ad abbandonare il suo posto perché “il nemico” gli ha chiesto: “vuoi rimanere ricco o morire?” E così il Cavaliere pavido ha ceduto su tutto, “prima sulle basi aeree (durante la guerra alla Libia); in seguito, mentre rifiutava le dimissioni e il titolo Mediaset precipitava, la signora Clinton gli sibilò nella cornetta: ‘come vanno gli affari? Come stanno i ragazzi?’ comprese, si arrese e si stese. Ha molte famiglie dopo tutto. Oggi dice che il governo Monti dipende dalla sua volontà. Mente sapendo di smentire’. Questo significa soltanto che il Bocconiano, chi lo ha indicato ai partiti, prima nominandolo senatore a vita e poi investendolo del compito governativo, e tutti quelli che gli hanno dato la fiducia in aula sono complici di nemici stranieri e quindi colpevoli di alto tradimento dello Stato. Costoro, dunque, che lavorano per amministrazioni estere non troveranno mai alcuna soluzione alla crisi perché essi stessi sono i co-artefici dei mali nazionali ed i carnefici del popolo italiano.  Così l’Italia finisce nella melma e con essa gli ultimi baluardi industriali sui quali si sono avventati i pescicani della finanza che hanno sentito l’odore della scia di sangue dopo i colpi politici sferrati alle nostre istituzioni da parte di sedicenti partner occidentali. Di Finmeccanica abbiamo già detto nelle scorse puntate, di Eni ribadiamo adesso. Si insiste sullo scorporo della rete , invocato dal fondo Knight Vinke ed assecondato dai vertici della compagnia energetica che abbaiano un po’ ma poi si rimettono subito a cuccia. Non attenti al cane ma è il cane a sei zampe che deve stare attento perchè qualcuno lo vuole mordere e smembrare. Il capo del citato fondo ha anche suggerito a Monti di derubricare qualsiasi altra riforma perché ulteriori ritardi nel processo di separazione di Snam da Eni “provocherebbero serie conseguenze e farebbero sparire una parte considerevole della fiducia riguadagnata dall’Italia con grandi sacrifici”. Non è un consiglio che non si può rifiutare ma una vera e propria minaccia. Le manovre non si fermano nemmeno qui considerato che anche i fondi sovrani del Qatar puntano a fare shopping sulla conglomerata di San Donato. Il ruolo che l’Emirato ha giocato nelle ultime crisi internazionali, compreso quello in Libia, ci suggerisce che i quatarini cantano solo quando gli statunitensi aprono la gabbia. E siamo di nuovo al punto di partenza ed ai sibili provenienti da Washington.

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USCIRE DALL’EURO SI PUO’

L’euro avrebbe dovuto essere il collante economico di una libera unione di popoli,  amalgamata innanzitutto da un progetto politico reso indispensabile da una fase di grandi mutamenti storici, conseguenti alla fine della Guerra Fredda e alla ridefinizione delle relazioni di forza sulla scacchiera globale. Invece, è diventato una bara d’acciaio dalla quale nessuno può più fuggire, almeno così cercano di raccontarcela. La moneta unica è  una prigione con le sbarre di lega volgare che qualcuno si diverte a far tintinnare per condurre ad una crisi di nervi collettiva, l’euro per la neuro è una gabbia di matti dove i degenti indigenti, ovvero noi, vengono nutriti a pane e acqua e tra un po’ nemmeno tanto. L’uscita di un Paese dall’euro non è prevista da nessun Trattato, disse qualche tempo fa il Presidente della BCE Mario Draghi, elevando un accordo politico-economico discutibile e fallibile (nonché fallimentare, come stiamo constatando in questo periodo) al livello delle leggi imperiture di un Sacro Testamento burocratico dove viene imposto ai comuni mortali di venerare gli dèi  ostili, furibondi e volubili del denaro, del mercato e di Goldman Sachs. Ma sono strane divinità quelle che si fanno manovrare dai funzionari finanziari del capitalismo mondiale di matrice americana che usano gli strumenti economici al pari di un grimaldello per scardinare il tenore di vita degli altri, accumulare per le proprie compagnie multinazionali, sempre protette da una madre patria attenta e premurosa, e, infine, anche per sé stessi fino a rendere più deboli e dipendenti la maggior parte delle società del Vecchio Continente. Altro che mano invisibile e regole valevoli per tutti. L’Europa, dunque, è un insieme di governi privi di consenso e di popolazioni al seguito, le quali quasi mai hanno potuto esprimersi sui risvolti dei loro destini coercitivamente comunitarizzati da un ceto di burocrati non eletti e da classi dirigenti nazionali subalterne e senza alcuna visione dei processi storici e geopolitici. Questi stessi mascalzoni che non ne hanno azzeccata una in tutti questi anni, che ci hanno gabbati e raggirati con le loro promesse sulla prosperità rinveniente dalla maggiore coordinazione delle scelte e delle decisioni di tutti i partners a livello sovranazionale, che ci hanno prima corteggiati con l’Unione che avrebbe dovuto fare la forza e poi coartati con la forza imposta all’Unione dall’interno degli organismi finanziari e dall’esterno dei confini comunitari, che ci hanno gettati sul lastrico e tolto ogni speranza del domani, adesso si stracciano le vesti ed i capelli perché la fine dell’euro sarebbe la fine del mondo. Ma voi ci credete? La dissoluzione di quest’ultimo corrisponde soltanto alla loro bancarotta, alla loro perdita di potere e ad uno screditamento mondiale che potrebbe finalmente toglierceli dalle palle. Certo, ci sarebbero contraccolpi fortissimi ma quest’ultimi rappresenterebbero un lieve prezzo da pagare rispetto ai salassi e ai colpi di mannaia che stanno distruggendo le garanzie sociali, i livelli occupazionali e quelli reddituali in tutta l’area continentale. I popoli europei la smettano di farsi incantare da questi stregoni e da chi agita davanti ai loro occhi il caos per scoraggiare qualsivoglia scatto d’orgoglio che conduca alla riappropriazione della propria sovranità nazionale e dei mezzi di controllo  economico di ciascun sistema-paese. Cade l’euro? Ecco come si ripara. Si torna a stampare nella propria divisa nazionale come avveniva innanzi. Non si può fare? Andatelo a raccontare a chi nell’euro non ci è mai entrato, dall’Inghilterra alla Svezia, nazioni che, peraltro, stanno fronteggiando la crisi globale molto meglio di noi.  Vi diranno che è una pazzia, che sarebbe una tragedia, che resteremmo in men che non si dica completamente in mutande ed in preda ai vampiri della speculazione i quali ci ridurrebbero in brandelli. Non è così perché come scrive già qualcuno sulla stampa ufficiale in caso di tracollo della moneta unica: “È fuorviante ipotizzare, ad esempio, i costi di una fuga di capitali se non si prende atto che essa è già largamente avvenuta e fotografata dall’ormai famoso spread. Si teme per i depositi nelle banche? Si potrebbero studiare modalità di conversione che li mantengano inalterati come i depositi in valuta. Si teme per l’import di energia? La componente fiscale di questa voce è talmente elevata che ogni costo aggiuntivo potrebbe essere ammortizzato riducendo le accise. Insomma, basta prendere atto che l’impossibile non è più tale e vi sono dei semplici pro e contro. Se ne discuta e si scelga” (Claudio Borghi). C’è poco da scegliere, meglio tentare di sopravvivere abbandonando una nave con la quale si sono identificati solo i nostri politici vili e servili che morire senza aver nemmeno provato a nuotare. A chi ci ha portato in Europa, ai nostri Capitani coraggiosi di destra e di sinistra così entusiasti per la traversata, chiediamo la coerenza di restare a bordo che tanto, a sentirli ancora così sicuri del fatto loro, il bastimento dovrebbe superare la tempesta. Ma gli italiani non ci contino molto, i topi sono sempre i primi a buttarsi in mare.

NON CREDO ALLE FAI

La gambizzazione dell’Ad di Ansaldo Energia da parte di sedicenti anarchici non ci riporta agli anni di piombo perché non è qualche colpo d’insolazione di squilibrati isolati che infuoca il clima sociale, ed anche se fischiano le pallottole non fischia il vento. Ma è proprio sulla rivendicazione dell’attentato che nascono molti, direi troppi, sospetti perché questa volta le cose potrebbero essere il contrario di quello che sembrano. Innanzitutto, lo spirito pauperistico e chierichettisco del volantino firmato dalle Fai, un documento di sangue rappreso bagnato da lacrime antiche sulla carne corrotta ed i sogni perduti dell’Uomo, causa lo sviluppo tecnologico che non serve le persone ma le rende serve.  Uno spreco di carta e d’inchiostro, un farfugliamento di idiozie sulla tecnica che uccide, sulla scienza che schiavizza, sull’energia che inquina dopo essersi presi la briga di organizzare un attentato per azzoppare un manager di spicco del Gruppo di Piazza Montegrappa. La discrepanza è troppo grande per essere vera. Un gesto di violenza così preciso contro un individuo talmente al centro dell’industria strategica nazionale avrebbe dovuto giustificarsi ricorrendo a definiti obiettivi politici e non ad uno sproloquiare  assoluto sui drammi atavici delle nostra epoca, con l’infilamento di tanti luoghi comuni ad uso ed abuso di chi adesso commenta soddisfatto e fintamente affranto il gesto scellerato. Chi impasta il suo disagio esistenziale con la metafisica sociale, rincorrendo il bene dell’umanità e della natura (sono parole della Fai), nelle sue battaglie apocalittiche per il mondo mondato dai suoi peccati, solitamente predilige i grandi bersagli, le azioni dimostrative, il sabotaggio d’impianti o la manomissione di strutture, al cospetto dei quali l’azzoppamento di un uomo, per quanto “funzionario” del capitale, è cosa piccola, relativa ed ingiusta. Dunque, eccessivamente in linea con i piagnistei dei tempi la dichiarazione intransigente delle Fai, ma troppo lontana nel passato l’azione “diligente” e rievocativa di chissà chi. Azzardiamo pertanto qualche altra ipotesi lasciando da parte quel che si vede e quel che si è visto chiaramente. L’attentato ad Adinolfi potrebbe avere altre matrici ed altri scopi e senza fare eccessive dietrologie basterebbe leggere il presente di quest’Italia perennemente sotto attacco da parte della finanza e di chi ne guida la mano. Finmeccanica è un fiore all’occhiello dell’impresa di Stato il cui potere di penetrazione dei mercati internazionali è superiore alla capacità del medesimo Stato italiano di proiettarsi nell’affollata sfera geopolitica di questa fase storica, direzionando e controllando le sue sorti. Finmeccanica può dunque essere ridimensionata dalle concorrenti e dai loro governi perché la sua protezione politica è ormai inesistente. Si parla di vendere molti suoi asset, compresa appunto Ansaldo Energia capeggiata da Adinolfi. Il giorno dopo gli spari a quest’ultimo il Presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, continuava ad annunciare tali importanti liquidazioni in nome del consolidamento societario e del recupero dei profitti per gli azionisti. E’ su questo indirizzo che occorre concentrarsi per discernere oltre l’ingarbugliamento della matassa. Osservata da detta posizione la situazione scopre il fianco a due opposte interpretazioni. C’è chi vuole che si faccia in fretta a vendere e dismettere ed allora il rumore dello sparo diventa simile al rumore della campana che annuncia la fine della messa industriale italiana. C’è chi, invece, non lo vuole affatto e ritiene che queste manovre sulla Conglomerata partecipata dal Tesoro stiano filando esageratamente lisce, con la distrazione di tanti e con gli infidi operatori dei saldi che tengono all’oscuro la pubblica opinione dei loro truci piani, estromettendo dalle decisioni altri apparati dello Stato meno inclini alle logiche liquidazionali totali. Lo sparo allora diventa simile ad un allarme che dovrebbe richiamare l’attenzione di tutti sulle pericolose iniziative in corso. Forse l’ho sparata grossa anche io ma non meno di chi adesso straparla di nuovo terrorismo rosso e di vecchi cattivi maestri i quali vorrebbero approfittare della crisi per fomentare l’odio sociale e buttare l’Italia nel caos. Il caos forse verrà, ma fomentato da altri pericolosi lidi internazionali ed assecondato da questi pretestuosi lai nazionali.

ADERITE AL NOSTRO MANIFESTO IN DIFESA DI FINMECCANICA

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RAGIONE E DIVENIRE (a cura di)

“Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro”. (Marx)

“La riflessione sulle forme di vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale”. (Marx)

“Il cerchio è una cosa, l’idea del cerchio un’altra, che non ha né centro né circonferenza” (Spinoza)

“Il divenire storico è una cosa; l’idea di questo divenire è un’altra, che non è un divenire…Il dinamismo è una cosa; l’idea del dinamismo un’altra, che essendo una cosa formulabile, comunicabile, cioè identica a se stessa nel momento in cui viene espressa, è al contrario, uno staticismo”. Julien Benda

“Il materialismo dialettico rinnega la ragione anche per il fatto che intende concepire il cambiamento non come una successione di posizioni fisse, nonché infinitamente vicine, ma come una «incessante mobilità» che ignora ogni fissità; o anche, per usare le sue etichette, come un puro «dinamismo», indenne da ogni «staticismo». Anche in questo, per quanto molti debbano negarlo, esso è una ripresa della tesi bergsoniana, che esalta l’abbracciare il movimento in sé, contrapposto a una successione di punti fermi, per quanto vicini, cosa in effetti del tutto diversa. Ora simile atteggiamento decreta la formale abiura della ragione, visto che è proprio della ragione immobilizzare le cose di cui tratta, almeno finché ne tratta, mentre un puro divenire, che per la sua essenza esclude ogni identità con se stesso, può essere oggetto di una adesione mistica. ma non di un’attività razionale (49). Del resto, i nostri «dialettici», nella misura in cui dicono qualcosa, parlano appunto di cose fisse; parlano del sistema patriarcale, del sistema feudale, del sistema capitalistico, del sistema comunista, come di cose simili a se stesse, almeno nella misura in cui ne parlano”. (Julien Benda)

“La scienza è possibile solo a condizione di poter ritagliare nell’insieme del reale sistemi relativamente chiusi e considerare trascurabili tutti i fenomeni che non fanno parte di questi sistemi”. (J. PICARD, visto in J.B.)

“Il Tutto è un’idea da metafisico: non è un’idea da scienziato” (A. DARBON, visto in J.B.).

“Segnalerò ancora altri dogmi con i quali, in nome del «dinamismo», uomini la cui funzione era quella di insegnare la ragione ne esaltano insistentemente la negazione.

1) Il dogma della «ragione elastica» – particolarmente caro a Péguy – che non significa affatto, in questo non sarebbe per nulla originale, una ragione che, enunciando delle affermazioni, non ci tiene mai abbastanza da non ritrattarle a vantaggio di altre più vere, bensì una ragione indenne da ogni affermazione, in quanto l’affermazione è un pensiero limitato a se stesso, una ragione che procede con un pensiero che sia insieme se stesso e altro da sé, di conseguenza essenzialmente «multivoco», indeterminabile, inafferrabile (quello che uno dei suoi fanatici chiama il pensiero «disponibile». Questo dogma è infinitamente vicino all’altro, professato da un filosofo patentato, che vuole che l’essenza della ragione sia l’«ansia», che il dubbio per il saggio non sia uno stato provvisorio, ma essenziale, che, quando il «surrazionalismo», che questo nuovo metodista ha appena descritto, avrà trovato la sua dottrina, possa «essere messo in rapporto con il surrealismo, perché la sensibilità e la ragione “saranno rese entrambe alla loro fluidità”»; è vicino a quegli altri che condannano la «visione statica» della scienza, quella consistente nel «fermarsi ai risultati della scienza», sottintendendo con ciò che la scienza non deve ammettere nessuna posizione fissa, neanche passeggera: quelli che dicono: «Il pensiero è una danza fantasiosa, che si rappresenta tra pose armoniose e figure varie»; quelli che dichiarano, secondo il loro esegeta, che l’esperienza, appena ci afferra, «ci trascina via dall’attimo, “via dalla cognizione, via dal proprio piano forse, via dalla quiete in ogni caso”». Questa ragione «elastica», in verità, non è “affatto” ragione. Un pensiero riconducibile alla ragione è un pensiero rigido (il che non vuol dire semplice) nel senso che pretende di essere aderente a se stesso, non foss’altro nell’attimo in cui è enunciato. Esso è, come è stato detto in maniera eccellente, un pensiero che «deve poter essere confutato», cioè che presenta una posizione definibile, quella che gli avvocati chiamano una «fase di discussione». E senza dubbio molti pensieri razionali sono iniziati con uno stato mentale privo di pensiero definito, con uno stato vago, ma chi conosce questo stato lo conosce per uscirne, altrimenti non enuncia nulla che sia riconducibile alla ragione. «Tutto il mio progetto, dice Cartesio, tendeva solo ad abbandonare le sabbie mobili per trovare la roccia e l’argilla ». Coloro che ordinano alla mente di adottare come carattere non provvisorio ma organico l’elasticità così intesa, la invitano a respingere definitivamente la ragione e, se si spacciano per apostoli di questa, sono puri e semplici impostori. La messa al bando di ciò che è afferrabile è stata pronunciata da un altro filosofo (Alain) quando esorta il suo gregge a respingere il pensiero in quanto è un «massacro d’impressioni», essendo le impressioni, vale a dire stati di coscienza essenzialmente sfuggenti, le cose valide che non si devono «massacrare». Lo stesso fa sostanzialmente il letterato Paul Valéry quando condanna «il fermarsi su un’idea» perché significa «fermarsi su un piano inclinato», allorché scrive: «L’intelletto è il rifiuto indefinito di essere qualsiasi cosa»; «Non esiste intelletto che sia d’accordo con se stesso; non sarebbe più un intelletto»; «Un vero pensiero dura un attimo solo, come il piacere degli amanti»; il che equivale a invitarci a comunicare con la natura metafisica dell’intelletto, cosa che non ha niente a che vedere con il pensiero, il quale ancora una volta ha come sua caratteristica di procedere per articolazioni tangibili e determinabili. Questa posizione si potrebbe chiamare “lo spirito contro il pensiero”. Mi viene obiettato che il letterato qui in causa non si spaccia per un pensatore; che con il suo disprezzo per il pensiero non viene affatto meno alla sua funzione di puro letterato. Pertanto non accuso lui, ma quei filosofi, molti dei quali si proclamano razionalisti (Brunschvicg), che lo presentano chiaramente come un pensatore – non gli affidarono la presidenza delle sedute commemorative del “Discours de la Méthode” e della nascita di Spinoza? – e così coprono con la loro autorità una posizione puramente mistica.

Un esempio impressionante di filosofo «razionalista» che patrocina un pensiero organicamente irrazionale è quello di G. Bachelard, che, nell'”Eau et les Rêves”, presenta il meccanismo psicologico quale appare in Lautréamont, Tristan Tzara, Paul Eluard, Claudel, come se in qualche misura dovesse servire da modello allo studioso. Questo razionalista esalta (p. 70) «la fantasticheria materializzante, quella fantasticheria che sogna la materia» ed «è un “aldilà della fantasticheria delle forme”», essendo questa una cosa ancora troppo statica, troppo intellettuale; egli vuole vedere (p.p. 9-10) l’origine di una conoscenza oggettiva delle cose in una disposizione di spirito che si preoccupa soprattutto di intrecciare «desideri e sogni» e si sforza di «diventare» razionalista partendo da una conoscenza «per immagini» quale egli la trova appunto in quei letterati. Confessiamo di non riuscire a capire come la conoscenza dell’acqua alla maniera di Claudel o di Paul Eluard, per prendere gli esempi che gli stanno a cuore, condurrà alla conoscenza che consiste nel pensare che questa sostanza è fatta d’idrogeno e d’ossigeno. Gli faremo presente la constatazione di Delacroix: «L’intelligenza è un fatto primario. “I vari tentativi di deduzione dell’intelligenza sono tutti falliti”». Accenniamo peraltro qui a un fenomeno oggi diffusissimo tra i filosofi, nonché tra gli scienziati: tener conto di affermazioni di letterati in voga, puramente brillanti e gratuite com’è nel loro diritto farle, ma di cui c’è da chiedersi che cosa c’entrino con speculazioni con pretese di serietà. Questo è l’effetto di uno snobismo letterario, la cui adozione da parte di uomini cosiddetti di pensiero non rappresenta esattamente un segno di fedeltà alla loro legge.

I nostri dinamisti, per squalificare il pensiero sia pure per pochissimo tempo identico a se stesso e quindi razionale, sostengono che esso è incapace di cogliere le cose nella loro complessità, nella loro infinità, nella loro totalità. E’ quanto esprimono quando dichiarano (Bachelard) che se la prendono con il razionalismo «ottuso», che intendono «aprire» il razionalismo. Un simile pensiero, bisogna dirlo, non è affatto condannato a conoscere le cose soltanto nel loro semplicismo, è capacissimo di spiegarle nella loro complessità; ma lo fa restando identico a se stesso, secondo i costumi del razionale. Ora è questo che i nostri profeti non ammettono. La verità è che questi nuovi «razionalisti» respingono il razionalismo non ottuso quanto quello ottuso, solo per il fatto di essere razionalismo. In quanto all’infinità delle cose, alla loro totalità – che il materialismo dialettico pretende di raggiungere, poiché pretende di raggiungere la «realtà» e questa è «totale» – il razionalismo, in effetti, non la dà, per la buona ragione che, per definizione, si applica a un oggetto “limitato”, di cui del resto sa benissimo come la limitazione che ne fa sia arbitraria. «La scienza, dice molto giustamente uno dei suoi analisti, è possibile solo a condizione di poter ritagliare nell’insieme del reale sistemi relativamente chiusi e considerare trascurabili tutti i fenomeni che non fanno parte di questi sistemi». «Il Tutto, dichiara perfettamente un altro, è “un’idea da metafisico: non è un’idea da scienziato”». Ancora una volta. coloro da cui ci si aspettava che insegnassero agli uomini il rispetto della ragione “e che pretendono di farlo”, predicano loro una posizione mistica.

Un’accusa simile a quella precedente contro il pensiero stabilizzato è di procedere solo per affermazioni «grossolanamente ottuse», con una fermezza «priva di sfumature»: Taine ne sarebbe il simbolo. Come se caratteristica del buon intelletto non fosse appunto la fermezza nella sfumatura; come se le sfumature che il fisico moderno stabilisce, per esempio, nell’idea di massa: l’idea di quantità di materia, di capacità d’impulso, di quoziente della forza mediante l’accelerazione, di coefficiente della legge di attrazione universale, non fossero idee perfettamente identiche a se stesse e per niente «mobili». Come se non si potesse dire lo stesso, sul terreno psicologico, delle sfumature di Stendhal, di Proust, di Joyce, nonché di Taine. Ma la consegna di quei chierici è di votare al disprezzo degli uomini il pensiero razionale, con tutti i mezzi.

Ecco un bell’esempio della loro volontà d’identificare il pensiero che procede per sfumature con un pensiero mobile. «Quando Einstein, scrive uno di loro, ci suggerisce di correggere e di complicare le linee del newtonianismo, troppo semplici e troppo schematiche per adattarsi esattamente al reale, rafforza nel filosofo la convinzione che era effettivamente utile far passare la critica kantiana da uno stato ‘cristallino’ a uno stato ‘colloidale’». E un altro: «Cercare la sfumatura, anche a rischio di sfiorare la contraddizione, questo è il mezzo per afferrare la realtà». Notiamo tuttavia la timidezza di quello «sfiorare». Barbari che si vergognano della loro barbarie.

I nostri dinamisti infine condannano ancora il pensiero stabile perché esso si crederebbe definitivo. Le idee di un vero scienziato, dice il nostro filosofo dell'”Encyclopédie”, «non devono mai essere considerate definitive o statiche», e per lui evidentemente questi ultimi due aggettivi sono sinonimi. Come se ciò che è statico non potesse sapere di essere provvisorio senza peraltro diventare affatto di una mobilità inafferrabile. Nello stesso spirito Brunschvicg paragona certi scienziati contemporanei a un fotografo che, con la testa nascosta sotto il drappo nero, gridasse alla natura: «Attenzione! sto scattando; non muoversi più!» Si cerchi dov’è oggi, tra gli uomini che pensano per idee stabili, uno così semplificatore. Chi vuole annegare il proprio cane, dice che è arrabbiato.

2) Il dogma del «perpetuo divenire della scienza», che non significa, neppure questo, che la scienza debba procedere per successione di stati fissi di cui nessuno definitivo, cosa che nessuno contesta, ma per ininterrotto mutamento, sul modello della «durata», essenziale, sembra, allo spirito dello scienziato. Questa concezione è quella di molti filosofi attuali quando riconducono il divenire della scienza al fatto che essa deve modellarsi sul reale in quanto questo è incessante cambiamento, «riafferrare la realtà nella mobilità che ne è l’essenza». C’è da chiedersi che cosa sarebbero stati un Louis de Broglie o un Einstein se la loro mente fosse stata esclusivamente incessante mobilità e rifiuto di adottare qualsiasi posizione stabile. Anche in questo i nostri chierici esaltano un atteggiamento puramente passionale, che ripudia ogni ragione.

3) Il dogma del concetto «fluido» (Bergson, Le Roy), che non vuol dire il richiamo a un concetto sempre più differenziato, sempre più adattato alla complessità del reale, ma “l’assenza di concetto”, visto che il concetto, per quanto differenziato, sarà sempre, per il fatto di essere concetto, una cosa «rigida», incapace, per essenza, di sposare il reale nella sua mobilità. E’ una posizione che non dovrebbe essere rimproverata a un Bergson o a un Le Roy, i quali, soprattutto il secondo, si presentano chiaramente come mistici. Ma che dire del «razionalista» Brunschvicg che, dall’alto della sua cattedra, annuncia a una gioventù china sotto il suo verbo un razionalismo «senza concetti»?

4) Il dogma secondo cui le tesi della nuova fisica segnerebbero la fine dei princìpi razionali. Questa tesi non è stata sostenuta solo da letterati e uomini di mondo, razza alla quale non è richiesto sangue freddo e che non detiene alcuna autorità nella fattispecie, ma da filosofi, nonché da scienziati in questo campo educatori patentati. E’ necessario ricordare che, se la nuova fisica ha notevolmente raffinato i principi razionali “nella loro applicazione”, non li ha affatto abbandonati “nella loro natura”? che, per quanto riguarda il principio di causalità, Brunschvicg si è sentito dire, in celebri sedute della Società di Filosofia, che con il suo libro sulla “causalità fisica e l’esperienza umana” aveva dimostrato come questo principio si complica sempre più nell’uso che ne fa la scienza moderna, ma in nessun modo un cataclisma della sua essenza? che, riguardo al determinismo, un Einstein e un De Broglie dichiarano che, se la nuova fisica li costringe a correggere quanto per la loro mentalità c’era di troppo assoluto in questa idea, tuttavia nella sostanza non la respingono affatto, poiché appare loro la base di ogni atteggiamento veramente scientifico? «Non si insiste abbastanza, scrive un commentatore, del resto pieno di ammirazione per questa nuova scienza, sul fatto che la fisica indeterministica riposa sulla logica classica. Non si è mai pensato di introdurre un’imprecisione intrinseca nella logica, neppure nel nostro pensiero puro. Una simile supposizione falserebbe tutti i nostri ragionamenti». Quando L. De Broglie dichiara che lo studio della fisica nucleare potrebbe scontrarsi un giorno con i limiti di comprensione della nostra mente, vuol dire che l’uomo potrebbe essere condotto a rinunciare alla conoscenza fondata sui princìpi razionali, non che sarebbe in grado di farsi un «nuovo» spirito scientifico, il quale ignorasse quei principi. Ancora una volta ritroviamo, in certi educatori, che invitano i giovani ad avvolgere la ragione nel sudario in cui dormono gli dei morti, la volontà di insegnare ai giovani l’abbandono della ragione.

5) La tesi secondo cui la ragione non ammette alcun elemento fisso attraverso la storia e deve cambiare “non di comportamento ma di natura”, sotto l’azione dell’esperienza; è la tesi delle «età dell’Intelligenza» di Brunschvicg, che vuole insomma che la ragione sia sottomessa all’esperienza e alle sue vicissitudini e da queste determinata. Ogni lettore un po’ avveduto ha già risposto che tale tesi è insostenibile; che la ragione, se è derivata dall’esperienza all’epoca in cui l’uomo, in lotta con l’ambiente, gettava le basi della propria natura, le è diventata trascendente quanto all’interpretazione; in altri termini, l’esperienza, nella misura in cui non è una semplice constatazione ma un arricchimento dello spirito, implica la preesistenza della ragione. «L’esperienza, è stato detto (Meyerson), è utile all’uomo solo a patto che questi ragioni» e ancora, non meno giustamente: «Non si può assolutamente imparare niente dall’esperienza se non si è stati organizzati dalla natura in maniera tale da unire il soggetto all’attributo, la causa all’effetto». Aggiungiamo che se l’esperienza credesse di provare che la ragione fallisce così come l’esercitiamo, “lo farebbe valendosene e distruggerebbe di colpo tutta la sua prova”. La ragione, dice con acume Renouvier, non proverà mai con la ragione che la ragione è giusta. Non proverà neanche che è sbagliata. Ma quello che vogliamo puntualizzare qui è la smania del chierico moderno nel negare l’esistenza di qualsiasi valore assoluto, mentre è appunto suo compito richiamarsi a tali valori, e, come fa il laico, volere che stiano tutti sul piano dell’agitazione”. (Julien Benda)

Queste citazioni ci portano qui:

“…il nostro pensiero procede teoricamente all’analisi (cinematica) del movimento, non credo proprio riesca ad immergersi (e quasi immedesimarsi) nel “flusso reale” come pensa (e spera, a mio avviso invano) Bergson (non a caso all’origine del movimentismo spontaneo anarchico alla Sorel, che è reale utopia negativa per ogni azione rivoluzionaria”. (G. La Grassa)

“Accettata la necessità, per l’analisi del movimento, della posizione soltanto teorica di una priorità, questa deve essere, secondo la mia opinione, lo squilibrio incessante del reale, del mondo cioè in cui siamo inseriti e agiamo. Di conseguenza, la nostra azione, se segue le più corrette modalità di svolgimento, inizia con il tentativo di stabilizzare il campo in cui si svolge. Se semplicemente pensiamo un “terreno” che continua a muoversi sotto i nostri piedi, difficilmente riusciremo a combinare qualcosa. Per tale motivo, in ogni movimento alla fin fine – malgrado tante chiacchiere sulla capacità (particolarmente sviluppata negli orientali; questo mito coltivato da tutti i mistici) di immergersi nel flusso del divenire – prevale chi ha forze organizzate; ma le forze sono organizzate proprio per agire in un campo “strutturato”, quindi stabilizzato, cioè fissato in certe sue coordinate (di supposto equilibrio). Ovviamente, tenendo conto che vi sono situazioni e periodi di tempo in cui la variabilità delle coordinate in oggetto è accentuata (come in un campo di battaglia) e i “generali”/strateghi devono essere rapidi nel mutarle con riferimento al campo e alla disposizione delle forze in campo. Uno dei mezzi di stabilizzazione è precisamente la teoria, che fissa strutture relazionali tra elementi “ritagliati” analiticamente, anche se il reale non ha struttura, va semmai pensato quale insieme di flussi e vibrazioni. Altro metodo di stabilizzazione è l’istituzionalizzazione, la creazione di apparati retti da date regole di comportamento dei corpi sociali che vi svolgono attività, e da strutture relazionali (gerarchiche) interne a questi corpi. Teoria, istituzionalizzazione, costruzione di apparati, ecc. tendono, per forza d’inerzia, alla conservazione dell’esistente; quindi si trasformano presto in strumenti di quest’ultima. Esse vengono addirittura rafforzate con successive aggiunte. Gli Istituti e apparati esistenti vengono specialmente difesi da apparati di coercizione e repressione di ogni tentativo di modificazione, tentativo compiuto per adeguarli allo squilibrio incessante che ha condotto verso altri assetti dei rapporti sociali. D’altra parte, l’adeguamento toglierebbe il potere ai gruppi decisori della “realtà” precedente e lo assegnerebbe a nuovi gruppi. La teoria crea una cintura (o, forse meglio, nervatura) ideologica per obnubilare la coscienza dell’inevitabile corrosione cui è sottoposta la sua rappresentazione strutturale (e stabilizzante) della realtà, che non è altro invece se non il flusso delle spinte squilibranti; la teoria cerca cioè, testardamente, di attestarsi sui vecchi supposti equilibri”. (G. La Grassa)

BREVISSIMA ANALISI DEL VOTO

Analisi del voto: 1)paralisi generale del senno di tutti i leader politici che per non guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia da soli farfugliano parole prive di senso sulla disaffezione degli elettori provocata dalla crisi economica internazionale penalizzante le forze di sistema; 2)perdita di sonno degli stessi capataz di partito i quali, evidentemente, credevano di poterla fare ancora franca, nonostante la situazione da salto nell’abisso in cui hanno messo la nazione, con le loro ricette studiate a Washington e cucinate a Bruxelles. Da un lato Berlusconi che da Mosca, inebriato dalla parata putiniana,  finge di non vedere la disfatta nella sua Casa delle licenziosità, lasciando in bocca ai le(n)oni il suo povero pupillo Alfano, anzitempo impalmato segretario senza il consenso dei progenitori del PDL, i quali non avendo mai palpitato per lui ora lo vorrebbero vedere già impalato. Dall’altro Bersani che, invece, canta vittoria mentre si trova assediato da un comico e dai suoi giovani aiutanti travestiti da persone serie i quali però, appena aprono bocca, tradiscono l’istinto per la boutade e le barzellette apprese dal loro maestro scalmanato. Costoro pur abbassando la politica all’altezza dello sfintere si sentono moralmente più elevati, avendo studiato alla scuola moralistica genovese dell’anticonformismo qualunquistico del vaffanculo a tutto e del fuori dai coglioni quello che resta, tranne loro che ovviamente sono bravi, buoni e cazzuti. Il movimento delle Cinque Stelle provoca il gran giramento delle due palle, incarnando alla perfezione lo spirito-so di questi tempi tragici, sempre per merito di quegli illustri cazzoni afflosciati dei partiti i quali sanno esclusivamente ruttare sentenze europee e flatulenze fiscali ma mai proporre qualcosa di profondo e coscienzioso che non venga direttamente dal loro culo. Tuttavia, se con i sobri uomini delle istituzioni, accoppiati ai tecnici funesti, ci si piangeva addosso, con i grillini si potrà al massimo ridere di noi stessi che con tutta questa arrabbiatura siamo stati capaci  di produrre una invasione di ortotteri mentre nel resto d’Europa si agitano spettri ben più cattivi degli insetti parlanti.  Sarebbe stata meglio una più larga astensione, con discredito di ogni formazione politica, dagli impettiti portatori nostrani della croce comunitaria che se l’addossano a costo zero per scaricarla a prezzi inestinguibili sugli italiani, ai giullari antipalazzo, i quali essendo degli umoristi fanno il loro lavoro cavalcando gli umori e montando qualsiasi paura collettiva, dal nucleare all’inceneritore, per riportarci in un baleno ai tempi di Collodi. Siamo circondati da pinocchidi di varie stature per questo, appena ci muoviamo, qualcosa ci finisce sempre da qualche parte, o negli occhi o nel sedere. Povera Italia di dolore ostello che hai ceduto sovranità per questo bordello!

L’HOLLANDESE VOLANTE

La Francia non ritroverà una sana e robusta costituzione con il socialista Hollande, il quale si dimostrerà, molto presto, soltanto uno stadio successivo della “Sarkopenia” che sta debilitando gran parte dei paesi dell’Europa. La perdita di peso e di massa muscolare geopolitica di Parigi, ma anche di tutte le altri capitali del Vecchio Continente, è il risultato dell’abbassamento di visione storica e strategica di un’ UE rugosa e raggrinzita, incapace di camminare sulle proprie gambe e sempre appoggiata al bastone americano. Che è più randello nodoso che sostegno affettuoso.  Il cambio della guardia tra il “Nanopoleone” aggressivo e ridanciano, collezionatore di “Water-loo” militari e di figure di merda internazionali, e “l’Hollandese volante”, vascello di una socialdemocrazia fantasma, avvolta nelle nebbie ideologiche di un tempo keynesiano perduto, non segnerà nessuna svolta epocale perché non vengono messi in discussione i principi cardini sui quali è stata “sfondata” l’UE fino ad ora.  La gioia scomposta di Bersani in Italia per la vittoria del suo omologo d’Oltralpe ne è il sintomo più evidente. Hollande non proporrà nulla di diverso per tirare fuori la sua nazione e la comunità continentale dalla crisi perché non c’è nulla di nuovo nel suo programma e nelle sue intenzioni. Tasse sulle transazioni finanziarie, project bond ed eurobond, potenziamento della BEI ed altre amenità del genere servono forse alla grancassa mediatica ma non ad uscire dalla cassa da morto in cui l’Europa si è infilata, rinunciando ad un suo ruolo politico indipendente sullo scacchiere mondiale. Per altro, noi italiani di queste balzanerie ne abbiamo fatto il pieno già con un governo di centro-destra, allorché c’era l’antimercatista amico della trilateral Tremonti all’Economia, il quale non mi pare abbia rivoltato le sorti nazionali, semmai il contrario. Il default europeo è innanzitutto politico e con le armi della politica deve essere affrontato, chi non parla con quest’unica voce ma balbetta acronimi economici facendo credere al popolo di essere in grado di governare la finanza con mere regolamentazioni legislative sta soltando facendo il pesce in barile. Domani, verrà a raccontarci di averci seriamente provato ma che i capitali sono anguille e i mercati fonte di elettrochoc, quindi meglio non provocare cortocircuiti, restando sobri, austeri e morti di fame. Del resto, anche Monti, tra una soluzione fiscale finale e l’altra, tra una esecuzione di artigiani ed imprenditori ed una fucilazione di pensionati, si batte alacremente  per l’introduzione degli eurobond. Holland farà lo stesso travestito da amico dei bisognosi, ma nulla cambierà nella sostanza e l’Europa continuerà ad andare a picco, membro dopo membro, fase dopo fase. Segnali diversi ci vengono invece dalla Grecia dove nazionalisti antieuropeisti e comunisti anticapitalisti hanno raddoppiato i consensi, raccogliendo il malcontento popolare contro le misure iugulanti imposte da Bruxelles ad Atene. Questi partiti hanno annunciato che loro obiettivo sarà quello di allontanare il Paese dai suoi carnefici comunitari, chiedendo i danni per quanto fin qui patito. Pare che la Russia sia intenzionata ad aiutare la Grecia, sostituendosi all’Ue, per allargare i suoi interessi in quell’area. Considerata la crisi siriana che potrebbe anche sfociare in una aggressione occidentale al regime di Assad, con il rischio per Mosca di vedere neutralizzate le sue uniche basi all’estero, quelle di Tartus e Latakia, il “Pireo” diventerebbe in quel caso una valida alternativa. E ciò conviene anche alla stabilità della stessa Grecia che può prendere un’altra strada, evitando gravi scossoni economici e politici, unicamente associandosi ad una potenza regionale con proiezione egemonica mondiale. Una soluzione che andrebbe a pennello anche all’Italia, se solo non fosse così stupidamente serva degli Usa e così supinamente piegata agli euroburocrati.

IL CORAGGIO DI MARINE LE PEN (IN CALCE IL DISCORSO TENUTO DA MLP IL 1 MAGGIO)

 Di tutta la redazione.

Marine Le Pen ha portato una ventata di aria fresca in Francia, mettendo in risalto questioni politiche, problematiche sociali e tematiche economiche che riguardano tutta l’Europa. Non è poco se pensiamo che in Italia le cosiddette forze non allineate, ma solo in apparenza, hanno la faccia di Vendola o di Storace, due impresentabili megafoni di epoche superate e sbiadite annuncianti le mummie egizie.

Dal suo ultimo discorso, in occasione della festa del 1 maggio e delle celebrazioni per i 600 anni dalla nascita dell’eroina nazionale Giovanna D’Arco, viene confermato che anche tra i cugini monta, sempre più insistentemente, l’indignazione e la rabbia contro il “comunitarismo” burocratico e bancocratico dell’UE, responsabile di un pericoloso arretramento del dibattito politico e delle opzioni strategiche di quel Paese, rispetto ai principi e valori, non derogabili né sospendibili, dell’indipendenza nazionale, della sovranità dello Stato e del benessere collettivo, oggi perennemente sacrificati sull’altare delle borse, dei mercati e di organismi internazionali controllati da un unico Stato, quello Usa.

Peraltro, le preoccupazioni e le difficoltà della Francia non sono così distanti da quelle italiane, il che dimostra che le valutazioni scriteriate dei gruppi governativi autoctoni, da Parigi a Roma, da Madrid a Lisbona, da Atene a Dublino ecc. ecc.  e degli usurpatori comunitari, non investiti dal popolo ma nominati da oligarchie che non rispondono alle gente, stanno facendo a pezzi le speranze e le potenzialità del Vecchio Continente.

Ovviamente, noi siamo distanti da alcuni dei riferimenti identitari della Le Pen e del Front National ma questo non ci impedisce di cogliere le novità, la forza delle iniziative, l’impegno correttamente direzionato e le parole incoraggianti di un leader che sta incarnando intenzioni ormai molto diffuse eppure ancora poco abbracciate, aspettative lungamente invocate ma non concretizzate, desideri inseguiti e tuttora non acciuffati, sulla rottura degli schemi e dei servilismi di una politica ammuffita dietro il vetusto clivage  destra/sinistra, quello attraverso cui si consolida l’adesione incondizionata dei gruppi subdominanti occidentali, legati ai predominanti statunitensi, ai totem di questa decadente stagione politica, come la globalizzazione e la democrazia elitaria da esportazione.

La sua astensione al prossimo ballottaggio tra il socialista Hollande e il reazionario Sarkozy, che lascia liberi i suoi simpatizzanti e militanti, è sintomo di una promettente sincerità, di una lungimirante visione dei processi storici in corso e delle istanze sovraniste rivendicate dal suo partito, senza il rafforzamento delle quali non si esce dalla stanca e deleteria dicotomia droite/gauche la quale, in Francia come in Italia, è lo schermo di menzogne permanenti e speculari, dietro cui si solidificano insopportabili subalternità e dipendenze dei nostri rispettivi popoli.

Nel pubblicare il suo discorso sul nostro blog mettiamo in evidenza le parti che più ci interessano, quelle sulle quali esiste una distanza minima rispetto alle nostre posizioni, se non addirittura una piena corrispondenza.

Insomma, pur partendo da presupposti teorici diversi, culture non sovrapponibili e retroterra separati siamo giunti alle stesse conclusioni. Si tratta sicuramente di un fatto positivo in questa fase caotica in cui occorrerà tessere molte trame e cucire concordanze inedite per fare massa critica contro i comuni nemici internazionali. Su tale strada incontreremo MLP ed altri come lei, con i quali, come si diceva un tempo, si potrà colpire uniti anche se da versanti separati.

Ma chi non sarebbe d’accordo con la Le Pen quando afferma che Maastricht e gli altri accordi dell’Ue hanno segnato l’inizio di una impresa autodistruttiva, sostenuta da una destra e una sinistra simmetriche e consustanziali in ogni luogo, tanto nell’abdicazione delle proprie prerogative nazionali che nella svendita dell’indipendenza politica e militare di tutta l’Europa?

“La servilité assure un certain confort que la liberté ne permet pas. La servilité, c’est souvent le confort, la liberté c’est toujours une exigence”. Non rimbombano queste parole dal nostro lato delle Alpi, giungendo potentissime alle nostre orecchie di italiani presi per il culo da una classe (non) dirigente e servile ora arroccata dietro i tecnici della Bocconi i quali, a loro volta, ci mettono in bocca agli sciacalli mondiali con il pretesto di sistemare i conti pubblici che loro stessi hanno dissestato in vent’anni d’alternanza tra partitocrazia codarda e tecnocrazia incapace?

 Così avviene in Francia dove grandi esperti del piffero, immuni alle critiche e alla condivisione delle istanze con la collettività ed i diversi gruppi sociali, si definiscono custodi della scienza e salvatori della patria, senza che siano mai riusciti a cavare un ragno dal buco ma sempre peggiorando, con le loro brillantissime ricette astruse, la situazione generale.

Experts, mais experts en quoi ? Experts de quoi ?

Car si crise il y a c’est celle de la pseudo expertise et de la pseudo compétence !

Experts en chômage, c’est sûr, puisqu’ils en ont fabriqué près de 5 millions, experts en diminution du pouvoir d’achat puisque catégorie sociale après catégorie sociale, agriculteurs, pêcheurs, ouvriers, petits fonctionnaires, toutes sont touchées.

Experts en dette publique : 1700 milliards d’euros

Experts en déficit,

Experts en voyoucratie qui prospère, experts dans la prolétarisation des classes moyennes,

Expert de l’illettrisme qui s’accroît,

Expert de l’affaiblissement de l’Etat,

En un mot expert oui mais experts du chaos !

Oppure pensiamo davvero che dalla tenuta degli attuali assetti economici e finanziari, impalcature sconnesse e traballanti sui quali poggia il dogma dell’euro, dipenda la rapida fuoriuscita dell’UE dalla crisi sistemica globale?

Plausibilmente, il problema non si risolve, come invece sembrerebbe credere MLP, con il ripristino della sovranità monetaria la quale, senza sovranità politica, resta un feticcio ed un guscio vuoto. Tuttavia, è sempre meglio frapporre questa piccola barricata, da collegarsi ad altre ben più consistenti e resistenti, piuttosto di consegnarsi mani e piedi agli automatismi valutari elaborati dagli eurocretini di ogni risma che scaricano sui ceti più deboli il prezzo di un default annunciato, innanzitutto politico e poi finanziario, accelerato proprio dalle decisioni scellerate dei nostri governanti.

Tra quest’ultimi, quelli italiani sono senz’altro i più pusillanimi ed acritici, immancabilmente davanti a tutti nell’aderire ai dettami più devastanti, quelli che per primi danno il cattivo esempio accettando, solo per citare una rovina tra le altre,  l’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione. Fatto che ci priverà della possibilità di spendere in deficit, anche quando l’urgenza lo richiederà.  Disposizione assolutamente irragionevole aggiuntasi all’impossibilità di giostrare con la moneta che non possiamo né svalutare né stampare, secondo i bisogni specifici della nostra economia.

Allora diamo il benvenuto a chiunque metta all’ordine del giorno, nell’indice della sua agenda politica, queste battaglie di buon senso, di libertà e di indipendenza nazionale che dovranno coniugarsi con una visione più ampia del ruolo dell’Europa e dei singoli Paesi nel quadro cangiante dei rapporti di forza tra le aree del globo nel terzo millennio. L’Europa ed i suoi membri, come afferma MLP, anziché ricollocarsi si sono accomodati sull’esistente rinunciando a giocare un ruolo da protagonista sulla scacchiera planetaria. E’ un vero e proprio suicidio in un’ era di accentuato multipolarismo che, nel giro di qualche decennio, sfociando nel policentrismo, trasfigurerà le relazioni dell’intera geografia politica mondiale. Rischiamo seriamente di restare schiacciati tra l’Occidente a dominanza americana e le Potenze emergenti che disputandosi l’egemonia riverseranno il peso della loro lotta sulle regioni occupate dalle formazioni sociali più deboli. Saremo il vaso di coccio tra vasi di ferro oppure svolteremo verso un destino meno esiziale di quello che ci si prospetta in questo momento? La strada migliore per non finire nel burrone non è di certo quella tracciata dai presenti governanti europei e MLP compie almeno un atto di coraggio e di autonomia denunciandone il disfattismo e la misera soggezione internazionale.

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MASSIMO FINI E GLI ANTIMODERNISTI DELLA DISFATTA

 

A sentire Massimo Fini le società precapitalistiche erano l’eden in terra poiché in esse l’uomo non era schiavo del suo lavoro e viveva (ma quanto viveva mediamente?) in armonia con la natura, seguendone ritmi e cicli. In realtà, l’individuo precapitalistico lavorava con i suoi mezzi, divenendo con ciò proprietario dei suoi prodotti, anche se una parte di questi o della sua giornata lavorativa appartenevano comunque al signore padrone della terra o al sovrano, padrone di tutto, che tramite le tasse, in denaro o in natura, s’appropriava, con la forza o con la minaccia di usarla, dei frutti del lavoro altrui. Ovviamente, poiché era stato direttamente Dio a volere quell’ordine delle cose, ed essendo la religione il perno che garantiva la riproduzione dei rapporti sociali di quella specifica società, difficilmente qualcuno si metteva contro il cielo, anche se ogni tanto, causa epidemie, carestie, guerre o richieste esose dei tiranni, la pazienza si perdeva e scoppiava il tumulto, presto represso nel sangue.

Ma avrei proprio voluto vederlo Fini apprendista-garzone di bottega ai tempi delle corporazioni, sottopagato o non pagato per nulla, oppure servo della gleba comprato e venduto con il feudo, per non parlare di tutti gli altri vincoli feudali “variopinti”, come diceva Marx, “che legavano l’uomo al suo superiore naturale”, che se non eri superiore facevi proprio una vita di merda. Ma tutto questo Fini finge di non saperlo altrimenti con quali argomenti pubblica i suoi libri ed abbindola la gente? Il Nostro avrebbe fatto esperienza diretta del servaggio e della schiavitù che si manifesta con le catene reali, con le percosse sul corpo, con il consumo repentino delle proprie energie lavorative e della stessa vita che notoriamente, nelle classi subalterne (e sì Fini, gli sfruttati ci sono sempre stati, in tutte le formazioni sociali storicamente esistite), non andava più in là dei 35-40 anni. Mi pare, invece, che lui, in questa vituperata società capitalistica, dove il denaro corrompe lo spirito e discioglie la dignità personale nella libertà di speculare e truffare, abbia già superato i sessanta, anche in buona salute proprio per “colpa” del progresso. E’ facile fare la lotta letteraria alla modernità comodamente seduto sulla poltrona con il vibromassaggio, Fini si metta su di un bel letto di paglia che almeno gli riconosceremo la coerenza delle sue chiacchiere. Se le parole di Fini fossero davvero sincere semplicemente non le udiremmo perché lui, figlio di altri tempi, non avrebbe gli strumenti per farcele arrivare. Invece, siamo bombardati quotidianamente dai suoi sermoni pauperistici diffusi a reti unificate alla velocità della luce. Ma non sorprendetevi, ogni epoca storica ha i suoi inutili cantori di sciagure, i suoi ridondanti profeti di sventura che preconizzano la fine del mondo perché le loro idee piene di buoni principi non hanno né capo né coda. Già Marx nel manifesto ne parlava abbondantemente, ad esempio, quando descriveva gli aristocratici sconfitti dalla borghesia che essendo ormai divenuti una classe  superata ed in via d’estinzione si misero a propugnare una sorta di socialismo feudale “metà lamentazione, metà libello; metà riecheggiamento del passato, metà minaccia del futuro”. Pari pari alle idiozie commoventi propalate adesso da Fini e compagni, i quali hanno messo nero su bianco le loro isterie romantiche in un fantomatico “Manifesto dell’antimodernità”. Questo documento si prende anche il lusso di fare la critica al marxismo che “si è rivelato incapace di contenere e di sconfiggere il capitalismo. Perché non è che una variante inefficiente dell’Industrialismo. Capitalismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia. Nati entrambi in occidente, figli della Rivoluzione industriale, sono illuministi, modernisti, progressisti, positivisti, ottimisti, materialisti, economicisti, hanno il mito del lavoro e pensano entrambi che industria e tecnologia produrranno una tale cornucopia di beni da far felice l’intera umanità. Si dividono solo sul modo di produrre e di distribuire tale ricchezza. Questa utopia bifronte ha fallito. L’Industrialismo, in qualsiasi forma, capitalista o marxista, ha prodotto più infelicità di quanta ne abbia eliminata. Per due secoli Capitalismo e Marxismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l’uno all’altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio”.  Cazzate sesquipedali da parte di chi non conosce il pensiero scientifico di Marx e che non meritano nemmeno commenti. Ma che cosa propongono i giustizieri del passato per rimediare ai danni dell’attualità? Autodeterminazione dei popoli, piccole patrie, autoproduzione ed autoconsumo, democrazia diretta, disobbedienza civile. La vedete anche voi la bisaccia del mendicante sventolata nell’aria da questi cialtroni ben pagati per attirare e gabbare il popolo con pii desideri irrealizzabili e vuote parole d’ordine senza fondamento? Ribadiamo che l’urgenza di oggi è di puntare alle grandi decisioni sovrane per rafforzare il nostro sistema sociale ed economico, ricollocandoci diversamente nel tumulto multicentrico in atto a livello geopolitico. Non vi sono alternative a questa opzione e chi parla di tornare indietro è soltanto un collaborazionista dei poteri dominati mondiali che tentano d’indebolirci come popolo e come nazione.

SINISTRA ECOLOGIA SENZA LIBERTA’

In questa epoca storica afosa, affollata di gente preoccupata dell’aria fritta, sia in campo ecologico che politico, abbiamo fatto il pieno di asfissianti profezie apocalittiche, puntualmente smentite dai fatti. Del resto, se siamo qui a parlarne vuol dire che siamo ancora vivi e vegeti anche se stiamo ancora abbastanza freschi. Il catastrofismo è l’ultimo stadio di un imbecillismo collettivo dilagante oppure, se volete, è la malattia terminale di una società colpita da cretinismo assuefacente, smarritasi per sempre nel deserto delle utopie mistificanti e delle convinzioni immaginarie prêt-à-porter, quelle che conducono inevitabilmente al collasso economico e al ritardo tecnologico. Strano a sostenersi nell’era della Tecnica al potere. Ciò soprattutto nei Paesi subalterni che abdicano alla crescita e alla propria sovranità per inseguire le fantasie demenziali dei santoni del deperimento felice (altrimenti chiamato decrescita) e delle eco-balle sconcertanti. La sintesi di queste idiozie non poteva che essere un partito progressista chiamato SEL dove il primo termine dell’acrimonioso acronimo, oltre a designare una collocazione malinconica in un luogo irrimediabilmente perduto nel passato, indica  tutto quel che è torvo e lugubre. Quindi sinistra non è soltanto l’ecologia esasperata, lontana dalle cognizioni e dalle evidenze scientifiche, ma anche la libertà ridotta a libertinaggio di costumi e slogan folkloristici sui “rovesci (in)civili” e sulle immancabili precipitazioni nel ridicolo. A causa delle panzane ambientalistiche di personaggi tutt’altro che affidabili – i quali purtroppo riescono ancora a tenere in scacco governi sensibili al politicamente corrotto e timide comunità scientifiche, diffondendo il panico da sviluppo tra il popolo per appropriarsi indebitamente di sempre più scarse risorse nazionali – risulta oramai impossibile investire in settori ultravanzati che ci toglierebbero molte castagne dal fuoco, come il nucleare o il geneticamente modificato. Per non parlare delle attività estrattive che vengono ostacolate da cordate di strenui difensori del territorio– le quali, s’intende, avrebbero tutto il diritto di richiedere alle compagnie di approntare i sistemi di sicurezza più all’avanguardia per tutelare la salute dei cittadini e i fondi necessari a ripagare la comunità dei disagi e delle esternalità negative generate da tali operazioni – che però si fanno rovinare il paesaggio dalle coltivazioni inutili di pale e pannelli quasi senza proferir parola; e che se non è tutto biologico o macrobiotico c’è il timore di morire con qualche minuto di anticipo sul corso naturale della vita. Ma le bugie, pur avendo la lingua lunga e biforcuta hanno sempre le gambe corte. Capita così che uno scienziato, per anni impegnato a proteggere la terra dalle scorrerie industriali dell’uomo, debba, alla veneranda età di 93 anni, rimangiarsi tutto ed in un sol boccone amaro. “Scusate, mi sono sbagliato, sono stato troppo allarmista. Non è la fine del mondo, non ho idea di che cosa stia succedendo al clima”. Parola di James Lovelock, studioso divenuto famoso per l’elaborazione della teoria di Gaia che nel 2006 predisse la fine del mondo, causa global warming da attività inquinanti antropiche. Ora costui ci ripensa affermando: “Sono andato un po’ troppo in là con le deduzioni. Il problema è che al momento non sappiamo che cosa stia davvero facendo il clima. Credevamo di saperlo venti anni fa. Un convinzione che ha portato alla pubblicazione di alcuni testi allarmistici, compreso il mio, perché tutto allora sembrava chiaro: il mondo stava per essere fritto. Invece non è andata così”.  Finita la frittura mondiale speriamo che anche i servitori di fritti misti ambientalisti restino a bocca asciutta e senza finanziamenti statali. Il resipiscente Lovelock se la prende attualmente e giustamente con soggetti come Al Gore che sulle scemenze ecologiche hanno costruito le loro fortune personali e politiche. Meglio tardi che mai, potremmo dire. Ma Lovelock non è l’ultimo dei ricredutisi nell’ambiente dell’ambientalismo. Anche un altro attivista ecologista come George Monbiot ha fatto ammenda dichiarando che ”ha recato più danno all’ambiente il movimento ambientalista nel solo 2011 che non l’intera attività dei cosiddetti negazionisti dei cambiamenti climatici”. E con lui c’è pure Patrick Moore, membro fondatore di Greenpeace, il quale non solo ha abbandonato le precedenti convinzioni sul riscaldamento globale ma è giunto a convinzioni diametralmente opposte tanto sugli Ogm che sul nucleare. A parte questi graditi cambi di opinione, noi qui vogliamo ribadire un concetto che sosteniamo da quando siamo nati come gruppo culturale e politico. I patrocinatori delle ecocatastrofi e dell’esistenza frugale, in qualsiasi ambito operino, sono un danno alla comprensione degli eventi e dei fenomeni, sono rimestatori nel torbido che distolgono dalle priorità e dagli obiettivi della fase storica, sono stregoni che spacciano sogni per liquidare la realtà, sono le pulci del sistema che contestando l’avidità del potere semplicemente la rafforzano creando canali di distrazione di massa dai problemi effettivi. Proprio in questo momento che necessiteremmo di grandi decisioni sovrane orientate al rinvigorimento del sistema sociale oltre che economico, “l’effimero bla-bla sulla decrescita o sull’ambientalismo, con l’opposizione a qualsiasi scelta si faccia”, come dichiara La Grassa, è un perverso gioco di sponda con i peggiori usurpatori mondiali che conculcano la nostra libertà e la nostra indipendenza. Al bando i cialtroni e chi li sostiene, anche se qualcuno è sinceramente stupido, questo non vuol dire che non sia seriamente pericoloso.

FIN(IS)MECCANICA

Fin(is)meccanica. Non è bastato il defenestramento di Pier Francesco Gurguagliani e di sua moglie Marina Grossi, che male non si erano comportati nel rilancio del gruppo di Piazza Montegrappa dopo anni difficili, favoriti da un clima geopolitico meno asfittico di quello attuale, con la Russia di Putin a coprirci le spalle, per saziare gli appetiti, interni ed esterni, sul più grande player tecnologico italiano.

Senz’altro, sul caos in Finmeccanica pesano le provocazioni di settori finanziari e statali internazionali i quali, abituati a fare shopping allegro in provincia, fiutano sempre un grande business a prezzi di liquidazione, e se anche gli sconti non dovessero essere sufficienti si fa in modo che lo diventino, colpendo chiunque provi ad ostacolare i saldi o la svendita totale.

Tuttavia, quest’ultimi si sbilanciano e diventano più aggressivi perché trovano terreno fertile dove seminare la loro zizzania ideologica, niente barriere protezionistiche e tanta globalizzazione (magari accelerando il processo con qualche scossone giudiziario), che avvantaggia, sin dai tempi di Ricardo e della sua teoria dei costi comparati, il più forte e competitivo (cioè sempre lorsignori).

Da noi pretendono comodi salotti per i loro obesi culi ipermoderni, belle scarpe con le quali farci il sedere a tarallo, abiti eleganti con i quali evidenziare il nostro essere dei poveracci con le pezze sul deretano. Questo è il ruolo che ci tocca nella fase attuale: bravi e squattrinati artigiani al loro servizio, ottimi designer dei loro capricci da ricconi, fedeli arredatori delle loro ville megagalattiche o abili revisori del loro discutibile gusto, ma che non ci venga in mente di fare concorrenza alle ditte yankees che operano nei settori ipertecnologici perché allora ci trasformiamo in mosche fastidiose da schiacciare alla prima occasione.

Fate buon vino italiani brava gente che ad ubriacarsi di profitti ci pensano i nostri bevitori mondiali. Costoro sanno leggere fin troppo chiaramente la debolezza della nostra classe (non) dirigente, incapace di far quadrato intorno ai piccoli appezzamenti dell’industria avanzata che pure un tempo furono una lussureggiante foresta, ed ora appena spelacchiata macchia mediterranea in via d’estinzione, quindi provano ad approfittarne puntando sulle divisioni intestine, sull’ambizione di sciocchi manager con lo stile americano nel cervello e politici rincitrulliti che invece il cervello lo hanno perso del tutto per rincorrere una cadrega.

Partiti e poteri finanziari nostrani scatenano la battaglia delle briciole sul nostro gigante dell’aerospazio, ricorrendo ai servizi di una magistratura ad orologeria, scoprendo il fianco a tutta la nazione la quale viene così invasa dai forestieri che da noi hanno imparato il divide et impera.

Da quando è salito in sella ai vertici della conglomerata, l’ad Giuseppe Orsi, non fa altro che parlare di rami secchi da tagliare, di affari da rivedere, di forze da concentrare perché disperse dietro ad obiettivi non strettamente connessi al core business dell’azienda. Ansaldo Breda, Ansaldo STS e Ansaldo Energia, ma anche Thales, Leader europeo per i sistemi satellitari (che fa gola a francesi e tedeschi), diventano zavorre che appesantiscono le specificità aziendali e dissolvono preziose energie industriali. Ma non si è mai visto nessuno vivere meglio orbo di un occhio o privato di un rene. Eppure, i managers tanto amati a Washington continuano a ribadire che per sopravvivere alla concorrenza bisogna segarsi qualche arto. Dai un dito ai pescicani mondiali e loro si prenderanno il braccio e poi anche la testa divenendo proprietari di tutto il corpo.

Questi riflessi condizionati emergono stranamente, si fa per dire, dopo i rapporti di Goldman Sachs che inaugurano molti dei ribassi colossali del Gran bazar Italia. Uno degli ultimi diceva, come riportato da Dagospia, che “Finmeccanica sarebbe rimasta debole per diversi anni e faceva capire che prima di strizzare l’occhio ai giapponesi e ai tedeschi di Siemens bisogna fare i conti con i poteri forti di Washington, che sono ben più forti della Lega e di Comunione & Fatturazione.” Ed ecco qui che i vertici della best company, evidentemente non abbastanza celeri nelle dismissioni, finiscono con accuse pretestuose sul banco degli imputati. La situazione è lapalissiana, i mandanti li abbiamo citati, ma nessuno ha il coraggio di dire come stanno veramente le cose. Montano pertanto le manovre diversive, le dicerie depistanti ed i big della politica se la prendono con i tedeschi ed i francesi che al massimo sono collaterali all’imboscata. Poi però leggi che se Orsi cade il suo posto lo prende uno benvisto ai piani alti della Casa Bianca. Ancora da Dagospia: “Il Vice Ministro del Tesoro pare che veda in Alessandro Pansa il candidato ideale per guidare fuori dal disastro la corazzata delle armi e dei velivoli…gli giova essere membro dell’Aspen e del Consiglio per le Relazione tra Italia e Usa, due salotti che servono alle buone relazioni con la finanza americana”. Sarà lui o meno l’investito della carica della partecipata dal tesoro, il profilo del dirigente gradito è stato comunque tracciato: amico degli Usa e sul libro paga di qualche organismo, più o meno trasparente, vicino agli statunitensi. Ormai tutti i posti più pregiati delle nostre istituzioni, a partire dalla Presidenza del Consiglio e dalla stessa Presidenza della Repubblica (qui sì che c’è un antesignano dei buoni servizi alla Casa Bianca, sin dal 1978, anno della sua prima visita negli Usa), sono in mano ad “ambasciatori” non ufficiali di Washington. Se questo è un Paese libero e sovrano allora io sono Napoleone ed il popolo italiano è matto da legare. Anzi, è già legato e costretto ad ingoiare qualsiasi medicina stordente. Meglio non so spiegarmi questa immobilità generale alle percosse che stiamo ricevendo quasi senza reagire.

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