TACCHINI E SOMARI

Anche le bombe sono intelligenti se paragonate alla nostra classe dirigente. Gli ordigni sbagliano di qualche metro, i nostri governanti di qualche secolo. Le prime si fanno sentire senza troppe chiacchiere, i secondi fiatano a vanvera strozzando la verità con una fraseologia ipocrita e vergognosa. Così ci tocca pure raccogliere lo sdegno del Ministro degli Esteri Frattini, un’aquila della diplomazia che del pennuto ha solo il cervello, il quale in barba a qualsiasi principio democratico si dice seccato per un eventuale voto del parlamento sui raid dei jet italiani contro la Libia. Tutto previsto dalla risoluzione ONU 1973 afferma Frattini, mentre il Ministro della Difesa La Russa, un altro strano animale con la raucedine dei felini e la sveltezza di mente dei somari, prega la stampa di non chiamare bombardamenti gli interventi chirurgici che i nostri piloti stanno per compiere sul Paese Nordafricano. In pratica, noi italiani mandiamo i chirurghi nell’aria e i soldati nelle sale operatorie. Sarà per questo che le guerre ci vengono male. Ma La Russa non demorde e ribadisce: “Continuare a parlare di bombardamenti a me sembra fuorviante, e tanto più lo è il desumere, dall’improprio utilizzo di questo termine approssimativo un sostanziale cambio di strategia delle nostre forze”. Letterale signori e non vi sforzate di capire. La formula è bertinottiana, cioè del Bertinotti  interpretato da Corrado Guzzanti che alla fine di ogni sproloquio affermava tra gli applausi del pubblico rintontito dalle parole: “ho detto un mare di cazzate, non so neanche quel che sto dicendo”. Appunto, Egregio Ministro, tutte cazzate sesquipedali che soltanto il "coniglio" dei ministri poteva asseverare.  Eppure i dioscuri ministeriali ripetono alla pubblica opinione che l’Italia ha un ruolo decisivo in questo conflitto per la libertà dei popoli del mediterraneo e che da ciò trarremo grandi vantaggi al momento della ricostruzione. Nel frattempo però le nostre imprese si lamentano per i contratti già firmati con i libici e sepolti sotto i bombardamenti occidentali e per gli investimenti e le opportunità incenerite. Lo ha rammentato ieri Alfredo Cestari, presidente della camera di commercio ItalAfrica Centrale. Per noi italiani si parla di un crollo del giro d’affari nell’area del 50-70%. Ma i due ribadiscono che in questo conflitto ci stiamo comportando correttamente e che il consiglio dei ribelli ne terrà conto. Frattanto che aspettiamo la ricompensa dagli scalmanati di Bengasi eterodiretti dai francesi, i cugini-serpenti si prendono tutta la Libia firmando con gli insorti un memorandum d’intesa per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. L’Eni verrà estromessa dai pozzi più redditizi quando appena qualche mese fa le imprese d’oltralpe non riuscivano nemmeno a piazzare una pompa di benzina nella zona. Le rodomontate di Frattini e di La Russa segnalano in che mani abbiamo messo la nostra politica estera e quella della difesa. Da poveri italiani, come diceva il Generale De Gualle, rischiamo di diventare italiani poveri, come sanno i nostri concittadini. E tutto questo per lanciare la carriera ad un tacchino travestito da rapace e ad un equide camuffato da felino. Che un Paese sia diventato forte e rispettato per i gloglottii e per i ragli di presunti uomini di Stato non si è mai visto da nessuna parte. E nemmeno questa volta si vedrà.

 

RAPINATORI DI SPERANZE

Con l’arresto di Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito ex sindaco mafioso di Palermo, i coristi da prima serata delle procure e i magistrati che amano la fama più della giustizia, sono scivolati sulla stessa buccia di banana piazzata per far capitombolare il Bananone di Arcore e i suoi compari, un po’ picciotti ed un po’ pupari.

Per sbucciare Silvio e tutto il suo impero mediatico costoro si sono inventati, complici alcuni loschi pentiti come Spatuzza, che le stragi e la strategia delinquenziale di Cosa Nostra agli inizi degli anni ’90 servivano a preparare il terreno all’ascesa politica di Al Tappone. Ma la cosa non sta in piedi per ragioni che possiamo spiegare brevemente. Assodato che, se pur non si può parlare di vera e propria trattativa, tra Stato e mafia si stabilì almeno  una tacita intesa, questa deve essere stata necessariamente gestita da chi allora aveva in mano la direzione del Paese, cioè Ciampi (e prima di lui Amato) da Palazzo Chigi e Scalfaro dal Quirinale. Due nomi che sono i terminali di un sistema marcio il quale poteva sopravvivere soltanto abdicando alle sue funzioni e svendendo la sua autorità. Ma oggi lorsignori non ricordano nulla e tra mezze verità appena sussurrate ed omissioni palesi tentano di pararsi il culo per proteggere se stessi ed i poteri internazionali che imposero il regime change. E’ notorio che la criminalità organizzata non interviene mai negli affari politici di alto livello se non direttamente interpellata, oppure quando la situazione non permette l’equilibrata coesistenza degli interessi di ciascuno. Nel clima rivoluzionario di quel periodo, con gli assetti mondiali della Guerra Fredda oramai saltati, i boss hanno contribuito ad un cambiamento storico palingenetico accettando una riconfigurazione del loro ruolo e un diverso rapporti con i vertici dello Stato. I loro referenti politici del passato erano stati tolti di mezzo, dunque occorreva ritessere una trama di rapporti e di intese coi sopravvissuti. Del resto, i parenti siciliani d'oltreoceano dovevano aver  spiegato loro quel che stava per accadere. La cancellazione del 41 bis da parte del Governo Ciampi fu l’obolo che quella classe dirigente versò alla Mafia per ricalibrare il contesto e resistere alla tempesta evenemenziale. Ma dietro quella concessione vi era un segnale che il trasmittente faceva passare dalla Sicilia per garantirsi l’amplificazione del messaggio sull’altra sponda dell’Atlantico. L’unico giornalista che si è preso la briga di calendarizzare quei fatti e di dimostrare che le ipotesi dei togati non sono nemmeno verosimili è stato Davide Giacalone di cui segnaliamo gli articoli sul tema reperibili sul suo sito (www.davidegiacalone.it). Con questi presupposti ed indizi ricaviamo una storia del tutto diversa da quella ufficiale su quel periodo che se non interpretata correttamente, cioè alla luce degli avvenimenti geopolitici, diventa la solita narrazione da propinare agli studenti delle scuole medie superiori per appassionarli agli eroi dell’antimafia e ai falsi padri della patria. Su queste basi mendaci è nata la II Repubblica figlia della forca giustizialista e dell’horror vacui strategico-politico. Finché tutta questa merda non verrà a galla quella italiana resterà una transizione interminabile. Abbiamo avuto un passato non esaltante ed ora ci stiamo consumando in un presente di vigliaccheria e idiozia senza fine. Con queste peculiarità nel nostro futuro c’è solo il cimitero. A meno che qualcuno, compattando un diverso blocco sociale meno impastoiato di identitarismo di destra e di sinistra, non riesca finalmente  a dare una lezione  a questi rapinatori di speranze che hanno usurpato la vita pubblica rovinando le nostre esistenze. Non c'è bisogno di un colpo di Stato, come invocato da qualche invecchiato e rincitrullito professore di sinistra, per ora sarebbe sufficiente bel un colpo allo Stato per scuoterlo dal suo torpore e sgombrarlo dalle puttane di partito e dagli svenditori di sovranità nazionale per esigenze di carriera.

FAVOREVOLE AL NUCLEARE

Il governo ha deciso di rinunciare al suo programma nucleare e lo ha fatto inserendo nella moratoria prevista nel decreto legge omnibus, la cancellazione di tutte le norme con le quali si sarebbero dovute avviare le procedure per la realizzazione di impianti nucleari nel Paese. E’ un grave errore politico ed un immane danno economico che pagheremo a caro prezzo, tanto più che il PDL ha raccolto l’infatuazione sinistrosa per le energie rinnovabili le quali sopravvivono al mercato solo grazie ai sovvenzionamenti pubblici. Butteremo quattrini dalla finestra per finanziare non un programma di sviluppo energetico ma un’ideologia vacua sostenuta da intellettuali falliti o fuori posto (essendo tutto fuorché scienziati) e speculatori senza scrupoli che si attaccano alla mammella statale per moltiplicare i loro profitti. Il Ministro dell’ Inviluppo economico o dello smantellamento industriale Paolo Romani è già d’accordo sulla nuova linea ecocompatibile dell’Esecutivo mentre quello della Gioventù Bruciata Giorgia Meloni, notoriamente una navigata del campo eneregetico ed affini, gli ha fatto “eco e compatibilità” affermando che “La scelta di oggi sul nucleare dimostra la totale libertà di un governo capace di prendere importanti decisioni su base politica, senza farsi influenzare dagli interessi economici contingenti. La capacità di tornare sui propri passi e valutare strade diverse non vuol dire non avere le idee chiare, ma essere responsabili e lavorare onestamente per il bene della nazione. Soprattutto quando in ballo ci sono scelte destinate ad avere conseguenze sulle generazioni future”. La Meloni sarà corta di gambe ma è lunga di lingua e con le sue boutade da sbarazzina supergiovane riesce a far divertire i suoi coetanei delle scuole elementari, molto meno le persone serie. Eppure esperti e scienziati, quelli che sanno fare il loro mestiere e non vanno in cerca del consenso facile per ottenere soldi dai contribuenti, hanno dimostrato che il solare è stato un fallimento e l’eolico quasi un flop. Qualcuno continuerà a storcere il naso per le mie citazioni da Franco Battaglia ma vorrei che fossero smentiti i suoi dati e non crocefisso l’uomo. Per esempio: “Qualche buontempone ama ripetere che il nucleare è economicamente non conveniente. Facciamo i conti della serva (assumendo, per comodità di calcolo, che il kWh sia quotato 10 centesimi alla Borsa elettrica): un reattore nucleare Epr (del tipo di quelli che stanno costruendo in Francia o Finlandia) richiede un impegno economico di 5 miliardi di euro, ma alla fine della sua vita certificata avrà prodotto 1000 miliardi di kWh elettrici, con un ricavo di 100 miliardi di euro. Gli stessi 5 miliardi, impegnati in impianti fotovoltaici, produrranno, nell'arco di vita di questi impianti, 30 miliardi di kWh elettrici, con un ricavo di 3 miliardi di euro, cioè con una perdita secca di 2 miliardi di euro. Solo così si spiega come mai il kWh elettrico, che alla Borsa elettrica è quotato meno di 10 centesimi, è remunerato 48 centesimi a chi lo produce da impianti fotovoltaici. A me sorge spontanea questa domanda: ma alla Corte dei Conti c'è qualcuno che li fa i conti?” La stessa domanda sorge "involontariamente" anche a me e non mi fanno cambiare idea i cori degli ultras ecocretini e grilloscemi ai quali scatta la “viulenza” verbale non appena sentono pronunciare la parola atomo. Ma in Italia purtroppo i folli e i profeti dell’apocalisse prevalgono sui ragionevoli e sui sani di mente che vogliono confrontarsi col proprio tempo senza farsi prendere dal panico. Panico che viene sobillato ad arte da un altro professionista del ramo, tale Antonio Di Pietro, alchimista delle Procure, che ha tappezzato le città coi suoi manifesti pieni di funghi atomici e di teschi. All’inizio pensavo si trattasse del sostegno dell’IDV alla campagna elettorale di Piero Fassino, detto mucchio d’ossa, prossimo Re delle urne cinerarie di Torino. A questo punto B. può anche tornarsene a casa dopo aver fatto strame della sua agenda politica in tutte le sfere sociali. B. si è rimangiato la parola data agli elettori e non ha mantenuto nemmeno una promessa fatta al popolo. A noi dei suoi festini privati e dei molleggiamenti sul lettone di Putin non è mai importato niente ma se il bunga bunga diventa l’unica idea che gli frulla nella testa ha sbagliato letteralmente carriera. È meglio darsi al porno e fare concorrenza a Rocco Siffredi piuttosto che affaticarsi nel lavoro istituzionale. Certo i depravati non mancano nemmeno in Parlamento tanto che c'è da augurarsi una migrazione di massa dalla politica all'erotismo spinto, ma nutriamo ancora la speranza che le aule parlamentari tornino a svolgere il loro compito e non divengano ufficialmente il set per un film senza plot di Riccardo Schicchi.  

C'EST TOUJOURS LA MÊME MERDE

Nell’epoca bipolare, quando USA ed URSS rappresentavano le due indiscusse superpotenze mondiali, (sebbene la seconda fosse sempre un gradino e qualcosa in più sotto la prima), le singole scelte dei paesi che gravitavano nell’orbita di tali giganti subivano pesanti condizionamenti dettati dagli equilibri della geopolitica dei blocchi contrapposti. Nel campo capitalistico esisteva un frame ideologico e materiale non oltrepassabile entro il quale, tuttavia, ciascuna nazione aveva dei margini per giostrare a vantaggio dei propri interessi tattici interni. Strategicamente tutto era invece più o meno fissato, le divisioni dicotomiche e sedimentate della disputa capitalismo-socialismo non dovevano essere messe in causa dagli Stati subdominanti che potevano provare con circospezione ad allargarsi nelle zone d’ombra della scacchiera mondiale, quelle lasciate semi-incustodite dai titanici concorrenti dell’ovest e dell’est.  Fu sostanzialmente in quel clima che l’Italia poté elaborare, grazie ad una classe dirigente filo-occidentale ma consapevole del proprio ruolo storico, una politica estera autonoma benché obliterata dal suo controllore atlantico. In questo contesto, il gruppo dirigente democristiano-socialista si orientò verso quegli spazi considerati congiunturalmente secondari o non principali nell’ottica della Guerra Fredda dai padroni d’oltreoceano, vedi il Mediterraneo ed il versante arabo. La stessa penetrazione internazionale della Penisola veniva invece ostacolata o bloccata se diventava eccessivamente contigua col mondo al di là del Muro. Qualcosa era permesso anche qui, soprattutto in campo economico e industriale, si pensi agli affari della Fiat agnelliana o a quelli di De Benedetti, ma in quanto si trattava di esportare meramente tecnologia non avanzata o dei settori maturi e, in ogni caso, non direttamente convertibile in utilizzi militari. Allorché, invece si toccavano settori di punta come quello energetico arrivava lo stop di Washington che non intendeva dare vantaggi al proprio nemico epocale. Chi non ascoltava o si discostava dai dettami della Casa Bianca riceveva sonore lezioni e poteva anche pagare con la vita la sua visione non allineata allo scenario costituito. La vicenda tragica del Presidente dell’Eni Enrico Mattei ci offre un saggio dello spirito di quei tempi. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’Impero americano è diventato l’unico gendarme del pianeta ed ha tentato di allargare la sua egemonia anche in quelle aree antecedentemente preclusegli dalla presenza del regime sovietico. Questo cambiamento è stato espresso nella letteratura politica americana con le teoresi sulla fine della storia, della globalizzazione, dell'unificazione culturale o con i vaneggiamenti neocon sul nuovo secolo americano (e ben sintetizzata in quelle parole riportate in un mio precedente articolo, apparso su questo sito, proferite da un analista politico dell’entourage di Bush jr. “. Noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla”). Ciò è stato concretamente possibile finché gli Stati Uniti hanno rappresentato il centro regolatore e creatore delle politiche planetarie ma questo stato di esclusività è durato relativamente poco. Dalle macerie del socialismo reale è riemersa la Potenza russa liberatasi del fardello ideologico comunistico e riorganizzatasi in una formazione sociale di tipo capitalistico anche se non assimilabile al modello occidentale dei funzionari del capitale. Ma dalle apparenti secche del panorama di fine novecento sono affiorati anche altri Stati come la Cina, l’India o il Brasile, i quali pur prefigurandosi come poli egemonici regionali, hanno posto gli Usa di fronte ad una realtà ben diversa da quella percepita fino a quel momento. I mutamenti di cui stiamo parlando sono in corso ed anzi ci troviamo in una fase di lenta transizione che sarà ancora lunga e che sicuramente sfocerà in un’epoca policentrica di grandi conflitti tra formazioni particolari (nazioni) rientranti nella formazione globale mondiale. Gli sprovveduti decisori nostrani, tanto di destra che di sinistra, sembrano non avvedersi dell’aria che tira e continuano a segare le scarne fortune sulle quali sono seduti. L’Italia dispone di pochi gioielli sui quali contare per veicolare i suoi interessi strategici, e penso all’Eni, a Finmeccanica, all’Enel e qualcos’altro di meno rilevante, ma sta facendo di tutto per depotenziare le sue aziende all’avanguardia togliendo a queste il terreno da sotto i piedi al fine di assecondare sedicenti alleati e falsi amici. L’attuale governo, sostenuto dai drappelli dirigenziali di tali società e da spezzoni responsabili degli apparati di Stato, aveva indirizzato favorevolmente la politica estera nazionale stringendo accordi con i regimi dell’Africa del Nord e con la Russia. Questo patrimonio è stato praticamente disperso in poco tempo e alle prime avvisaglie revansciste degli statunitensi, i quali hanno sempre temuto un avvicinamento del Belpaese alla Russia, i buoi sono tornati nella stalla. Ancora ieri La Repubblica stigmatizzava l'operato del governo Berlusconi reo di aver fatto infuriare Washington sull’agenda energetica e sulla diplomazia aperta ai regimi canaglia invisi alla Comunità Internazionale. Il giornale di De Benedetti rivela anche che in seno al PDL molti uomini di cui B. si fidava (vedi Tremonti) manifestavano agli ambasciatori stellestrisce apprensioni per l’appiattimento del Premier su posizioni acriticamente filo-russe, condividendo con gli americani opinioni su questioni delicate e fondamentali per la nostra sicurezza nazionale. Il pomo della discordia tra noi e l’Amministrazione USA, come rivelato da molti cables resi noti da Wikileaks, era il gasdotto South-Stream. Gli statunitensi consideravano e considerano questo progetto come un colpo assestato all’Europa e alla sua speranza di affrancarsi dal giogo russo. Per fermare questa intesa Washington fece giungere i suoi malumori a Palazzo Chigi già nel 2008 chiedendo un cambio ai vertici dell’Azienda di San Donato. Siffatto change pare sia arrivato in questi giorni con la nomina di Recchi (ex dirigente della General Eletric) a presidente dell'ente. Adesso, il fatto che un governo straniero faccia pressioni su un altro esecutivo sovrano per ottenere ragione dei suoi interessi e delle sue inquietudini come andrebbe considerato? Perché un accordo liberamente firmato tra due aziende energetiche come Gazprom ed ENI dovrebbe costituire un vulnus alla civiltà e alla democrazia mentre un’ingerenza bella e buona può passare per una legittima apprensione di un popolo amico sul nostro destino? Gli unici a doversi inquietare per i fatti di casa dovremmo essere noi e non i feluchei, i Segretari e Sottosegretari di Stato che parlano male o non parlano per niente l'italiano. I managers delle nostre società a partecipazione statale vengono convocati da governi stranieri, sono costretti a cambiare strategie industriali, partners commerciali e persino luoghi di espansione mercantile ma, secondo La Repubblica, un rischio potenziale di dipendenza vale molto di più di una subordinazione conclamata ed imposta con le minacce e i complotti. Dall’articolo in questione di Andrea Greco riapprendiamo per
tanto, dopo averlo denunciato qualche mese fa, che il Sottosegretario R. Jeffrey ha ordinato a Scaroni, Ad di Eni, di smarcarsi da Mosca, lasciare l’Iran e ridurre le iniziative non concordate con i colleghi occidentali. Inoltre, tanto a quest’ultimo che a Frattini o al medesimo Tremonti i rappresentanti statunitensi facevano intendere di gradire un controaltare a B., esageratamente autoreferenziale, poco controllabile, nonchè eccessivamente amico di Putin e del circolo di dittatori che ruotavano intorno alla leadership dello Zar di Leningrado. Costoro anziché declinare l'invito assecondavano le suggestioni dei loro interlocutori lasciandosi andare a giudizi negativi sull’operato del gabinetto di cui erano e sono parte integrante. Da queste bassezze si comprende la maggiore miseria di questi governanti che, contrariamente ai loro predecessori DC-PSI operanti in un quadro di relazioni internazionali ben più angusto, rinunciano a pensare il futuro, a tracciare le possibili  traiettorie geopolitiche dell’Italia nel policentrismo a venire, predisponendosi al vile tradimento al primo accenno di rampogna transatlantica rovesciatagli in faccia dallo Zio Sam. Quanto agli altri, quelli di sinistra, portatori insani della fiaccola della libertà a spese del loro popolo, cavalcano ancora  i mugugni della Casa Bianca con le stesse intenzioni di ieri allorchè contribuirono alla caduta degli "Dei" della I Repubblica, assecondando un golpe giudiziario eterodiretto dall'esterno. Da costoro non c’era da aspettarsi di più. Come ha scritto G. la Grassa in un saggio inedito che sarà a breve pubblicato “I rinnegati, una volta preso l’aire, non si arrestano, non svoltano, procedono imperterriti con progressione esponenziale. Ogni traditore non può più tradire il suo tradimento; può attenuarlo, mascherarsi, fingere, ma sempre rinnegato e traditore è obbligato a restare (per motivi politici e forse anche psicologici)”. Nient’altro da aggiungere alla solita merda.
 

BOMBA O NON BOMBA LORO (FORSE) ARRIVERANNO A TRIPOLI

(sulle note della omonima canzone di Venditti)

Partirono in tanti ed erano volenterosi,

i diritti umani in tasca e il petrolio nella testa

e fu a Tripoli che scoppiò la prima bomba

tra una casba ed una tenda di periferia

e bomba o non bomba (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Bengasi incontrarono un pugno di ribelli

vivevano sdraiati al ciglio della strada

e poi gli dissero andate pure avanti per la democrazia

Che noi dal cielo vi spianeremo la via

ma bomba o non bomba (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Agedabia gli andò incontro un vecchio

lo sguardo profondo e un cartello in inglese al collo

gli disse ragazzi qui ci stanno facendo il culo

da tutte le parti arriva la polizia a cammello

ma bomba o non bomba loro (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Brega dormirono a casa di un insorto

la faccia giusta e il narghilè in mano

gli disse no, compagni, amici, dovete fare di più

ci manca l’addestramento e poi noi non abbiamo gli elmetti

ma bomba o non bomba loro (forse) arriveranno a Tripoli, malgrado il Rais

A Misurata poi ci fu l'apoteosi

il capo tribù, la banda e le bandiere in mano

gli dissero la strada è bloccata e non vi lasceranno passare

ma sia ben chiaro che noi, noi siamo tutti con voi

e bomba o non bomba voi (forse) arriverete a Tripoli, malgrado il Rais

Parlamentarono a lungo e poi ci fu un gran discorso

il generale francese si sentì Napoleone

e la fanfara poi intonò le prime note

e si trovarono proprio in faccia alle porte della Capitale

e bomba o non bomba loro (forse) entreranno a Tripoli, malgrado il Rais

La gente li amava, e questo è l'importante

regalarono cioccolata e sigarette vere

ma poi restarono senza armi e munizioni

facendo ridere pure amazzoni del deserto e cavalle berbere

che senza le bombe loro si son fermati a Parigi, malgrado il Rais

DEMOCRAZIAAAAAAAAAAAAA!!!

Leggendo gli articoli dei sostenitori ad oltranza della Democrazia e della Costituzione mi è venuta in mente una poesia di E.L. Masters che ho già citato altre volte ma che qui ripropongo perché emblematica ed esplicativa di quello che significa oggi questo termine rispetto a ciò che intedevano i greci qualche millennio fa. Così recita l’epitaffio del poeta del Kansas : “Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria era stato accusato di essere un demagogo sognatore, oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga. Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere la sua terra per un parco, ma io lo impedii. Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un'ondata di criminalità sulle pagine del Ledger! Quanti rapinatori, giocatori d'azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio! La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro. Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta. E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!” Ricordo questi versi semplicemente per sostenere che a prescindere dall’etimologia delle parole e da quello che è stato il loro senso in altre ere umane, nella nostra modernità il concetto di democrazia non corrisponde più al suo contenuto “classico”, per dirla con Althusser. Aggiungerò pure che, a mio parere, aveva visto giusto già Lenin agli inizi del ‘900 allorché ebbe a dire che la democrazia è il migliore involucro della dittatura del capitale, ovvero di quel sistema, solo apparentemente ugualitario e partecipativo, attraverso il quale un ristretto regime di potenti, con la finzione delle elezioni,  si fa legittimare allo sfruttamento e all'oppressione di tutto il popolo. Ancor più cogente per la fase è la definizione che ne dà il mio maestro, l’economista Gianfranco La Grassa, il quale definisce la democrazia come un “complesso sistema di mediazioni tra i vari gruppi di pressione o lobbies o massonerie, ecc”, al quale partecipano anche i rappresentanti della medesima classe lavoratrice (i sindacati) “che sono ormai guidati da gruppi di professionisti della politica, così come questa è intesa nei paesi a capitalismo avanzato; una politica che, quando definita democratica, è appunto un estenuante complesso di mediazioni, implicanti grande dispersione di tempo, per la messa in opera di pesi e contrappesi nel campo del potere e dei reciproci rapporti di forza tra lobbies. Una politica di contrattazione che certamente ogni gruppo di pressione, per non perdere la propria base elettorale o comunque di consenso e unione degli aderenti, conduce in modo tale da conseguire anche determinati vantaggi per questi ultimi con riguardo alla distribuzione del reddito prodotto; più in generale, relativamente alle condizioni di vita e di lavoro”. La democrazia dunque, intesa nella sua accezione contemporanea altro non è che “una sorta di clearing house, una stanza di compensazione, dove oltre a versare soldi, i vari gruppi di pressione – dirigenti dei diversi raggruppamenti e ceti sociali e professionali – ‘ammassano’ il loro potere e poi se lo redistribuiscono a seconda di varie contingenze più o meno favorevoli, con un continuo braccio di ferro, in cui però – poiché la forma deve essere quella ‘democratica’ – il “guanto di velluto” va tolto in rare occasioni onde non mostrare in piena luce il ‘pugno di ferro’. Se pertanto la democrazia è l'applicazione di questo principio in ogni sfera sociale (politica, economica, culturale), non ha più alcun senso citare i greci e lo spirito dei loro tempi che è irrimediabilmente perduto in un passato destinato a non tornare mai più. Ancor meno valore ha poi scomodare, come fanno  volentieri i grandi pensatori di Repubblica o del Corriere,  Socrate o Platone per arrivare alla conclusione che B. fa uso privato della cosa pubblica e uso pubblico di quelle cosette private. Il problema è sistemico e se viene personalizzato in questa maniera si finisce per confondere ulteriormente le acque. Morto il Cavaliere nero si farà forse un Papa rosso. Bene o male (dipende dai gusti politici di ognuno), siete sicuri che poi cambierà qualcosa? Secondo me la situazione potrebbe anche peggiorare, e di parecchio, perché già il fatto di far credere ad un’intera collettività che tutti i mali del mondo dipendano da un solo uomo è un’azione mistificatoria che deve nascondere qualche sporco trucchetto come, per esempio, un istinto e una foia appropriativa ben più vorace. Isomma, chi dice tanto ha intenzione di fregarci il doppio. Sarà per questo che i poteri banco-industriali interni e quelli politici esteri assommano al disprezzo per B. una strana ed acritica propensione verso i suoi acerrimi nemici di centro-sinistra? Oppure si vuole sostenere che quest’ultimi sono i buoni mentre l’altro è l’unico cattivo su questa terra? Ma non  dicono proprio questi strani utopisti ben collocati socialmente che il Denaro ed il Potere disgregano le istituzioni? Si può dunque negare che i rivali di B., per giunta coalizzati, abbiano persino più potere e denaro di lui? Credo che ci sia qualcosa da rivedere nelle posizioni di costoro, andando da Atene ad Arcore si finisce per perdere il filo del discorso.

UNA LEZIONE DI STORIA E LO SDEGNO PER LE PAROLE DI ASOR ROSA

Fissate bene nella mente queste parole poiché in esse c’è lo spirito della nostra epoca imperiale. Ma non solo della nostra, qui vi è proprio tutto, il passato come anche il destino del mondo, l’esegesi della Storia precedente e di quella che verrà. Mettete da parte i bei discorsi sulla democrazia, i diritti civili, la modernità, la libera scelta popolare, il voto, la preferenza, l’uguaglianza, il libero arbitrio, il rispetto per le comunità e tutte le altre baggianate con le quali ci condiscono un mondo immaginario che non aderisce alla vita concreta. Volete sapere come vanno le cose nel XXI secolo, come andranno nel XXX secolo e come sono andate ancor prima che la presente generazione arrivasse a calcare il palcoscenico dell’umanità? Abbeveratevi a questa fonte strategica. Si tratta della dichiarazione di uno spin doctor dell’entourage di Bush Junior ad un giornalista del NYT e ripresa in un articolo di Lucio Caracciolo su La Repubblica di ieri: “La gente come lei vive in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà”. Dove ci si illude che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà comprensibile. Oggi il mondo non funziona più così. Noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla”. Ma costoro, scrittorucoli da barzelletta e storici idealisti della domenica oppure semplici pennivendoli prezzolati e manieristi degli eventi non si sforzano nemmeno di comprendere ex-post la verità molteplice degli avvenimenti, dei fatti, delle circostanze. No, niente di tutto questo perché a lorsignori della parola a pagamento e del concetto in saldo interessa la comodità di convinzioni ossificate ed immobili che poi edulcorano con vacua originalità, idee mitopoietiche così innovative e rivoluzionarie che si adattano prima ancora di essere partorite dal cervello al potere e alla sua struttura. Spiegatevi con questa chiave di lettura le guerre del nostro maledetto tempo, quelle in Iraq, Afghanistan, Libia e forse domani in Siria, in Iran, in Corea, in Bielorussia ecc. ecc. Viene voglia di prendere a schiaffi in faccia i volenterosi della Comunità internazionale e a calci nel culo gli obbrobriosi politici nostrani che si sono messi in fila dietro la menzogna ed il pretesto guerrafondaio e davanti all'onestà e alla sincerità per giustificare i bombardamenti su Tripoli, per colpire Gheddafi, per sostenere i ribelli, per fare la festa al popolo italiano. Agli uomini di destra e a quelli di sinistra, ai centristi ed agli indecisi, ai piccoli statisti e agli alti papaveri, ai grigi burocrati ed ai portaborse, ai depravati e agli invertebrati, ai costituzionalisti e a principi del diritto, ai camerieri di governo e alla puttane di Stato, agli imbonitori venduti e agli utopisti rincretiniti, a tutta questa marmaglia dedichiamo tale lezione di consapevolezza che ci fa aprire gli occhi e ci rende insensibili ai loro riti istituzionali feriali e festivi. A proposito di questi mercanti di libertà e di progresso che sono contenti di vendere al popolo la loro chincaglieria democratica solo quando il prezzo risulta abbastanza alto per le loro carriere accademiche o giornalistiche, sapete chi ha invocato un bel colpo di Stato per sbarazzarsi di Berlusconi? L’esimio professor Asor Rosa, gran sacerdote della sinistra e sciamano della Costituzione che ha lanciato un appello “alle forze sane dello Stato perché evitino la crisi verticale della democrazia… ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni… scenda dal­­l’alto, instaura quello che io defini­rei un normale “stato di emergenza”, si avvale più che di manifestanti generosi, dei carabinieri e della polizia di Stato, congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari…”. Guardateli per bene in faccia questi intellettuali pacifisti e liberaldemocratici  i quali fino a ieri ci riempivano la testa parlandoci di sacralità della Suprema Legge dello Stato e di inviolabilità della Carta Fondamentale della Repubblica e che ora invocano le armi per abbattere il Premier. Non ho mai visto un dittatore presentarsi alle elezioni, vincerle o perderle, ed accettare in ogni caso il responso delle urne. Non ho mai visto un despota ancora in carica finire alla sbarra ed essere processato come un normale cittadino dai magistrati. Non ho mai visto un satrapo farsi attaccare e sputtanare dai giornali senza chiuderli e mandare in galera i suoi coraggiosi giornalisti. Non ho mai visto un tiranno lasciarsi insultare dalle piazze dell’opposizione e restare a guardare senza inviare l’esercito a sparare sulla folla e sugli avversari politici. Non ho visto nulla di tutto questo in Italia ma ho sentito un pensatore di sinistra invocare il sostegno degli apparati coercitivi dello Stato per abbattere un Presidente eletto dal popolo. In quale articolo della costituzione è scritto tutto ciò prof. Asor Rosa? Si vergogni di quello che ha detto e vada via da questo paese che, nonostante la sua voglia di golpe, sarà ancora una nazione nelle mani degli italiani!

 

IL PAROLIERE DEL TAVOLIERE

Prima o poi doveva accadere. C’è sempre un momento in cui la poesia diventa prosa e la prosa una presa per i fondelli che viene svelata come tale dalla medesima prosaicità degli eventi. Così Nichi Vendola, dopo averne parlato tanto in termini elogiativi e favolistici ha incontrato finalmente il popolo ma, come spesso accade a chi idealizza il mondo e i suoi attori, non ha riconosciuto chi aveva di fronte.

Moltitudini incazzate per la riforma sanitaria voluta dal Re della macchia mediterranea hanno protestato platealmente contro il Governatore Nicola I il quale sta sforbiciando i piccoli ospedali del territorio regionale dopo aver battuto i suoi avversari politici proprio ergendosi a paladino del nosocomio sotto casa. Quest’ultimo non ha ben capito chi fossero quegli scalmanati che lo minacciavano, non in versi altisonanti ma facendogli gestacci volgari, così ha chiesto agli uomini del suo entourage “Chi sono costoro e cosa hanno da sbraitare nei confronti della mia umile ma celestiale persona?, Che pretende da me questa marmaglia esagitata con prole al seguito?” Tanto ha domandato il Donchisciotte della Mancina ai suoi fidi scudieri. “Ma Nostro Sire si tratta di…ehm… dovrebbe essere il…stiamo parlando del…è proprio il popolo, maestà!!!”, hanno replicato perplessi i suoi staffieri. Nichi sbigottito ha dunque urlato: “non è possibile! Il popolo non è questo, il popolo è un apostrofo rosa tra le parole Nichi e Vendola, il popolo è una bandiera rossa, anzi che dico, migliaia di bandiere rosse su piazze di letizia e festosità, il popolo è un quadro di Pellizza da Volpedo, è un inciso tra le parole gioia e rivoluzione, una canzone di Giovanna Marini, un testo di Bertolt Brecht, un discorso di Berlinguer, un vangelo secondo Marx, un racconto di Nanni Balestrini, un gemito di uguaglianza, un vagito di solidarietà, un afflato di comunità, una lirica di emozioni, un sonetto di liberazioni.” “Ma no, Sua Comunistità- hanno ancora spiegato i lacchè regali- è davvero esso, in carne, ossa ed arrabbiatura”. “Non diciamo amenità – ha ribattuto di nuovo il Signore della circollocuzione – il popolo mi ama, mi adora ed io sono il suo protettore e prosatore. Ho già fatto tanto per esso, ho camminato scalzo da Santoro e da Vespa, ho farfugliato parole audaci per consolarlo dai suoi mali quotidiani, mi sono preso la briga di farlo conoscere agli altri sovrani, soprattutto d’oltreatlantico. Adesso, pertanto, com’è possibile tanta ingratitudine?”. Nichi, poverino, si è denudato da solo, come su quella spiaggia di Capo Rizzuto alla fine degli anni ’70, ed ora che la gente lo vede senza veli ha smesso di credere alle sue promesse condite di bei paroloni e troppe finzioni. Vendola, data la situazione, rischia grosso e potrebbe perdere persino lo scettro e il trono di tutte le Puglie. Pare, infatti, che una coalizione di volenterosi stia già preparando dei bombardamenti a tappeto per imporre una no fly zone sul suo regno. La collettività pugliese maltrattata da Nichi che si è rifiutato di ricevere i suoi sudditi accompagnati dai Vassalli comunali non intende tollerare oltre questa mancanza di democrazia e di dialogo, nonché la degradazione del diritto alle cure e alla salute. Gli insorti stanno marciando verso Bari e non si fermeranno finché non avranno avuto la testa del Monarca di Terlizzi. Si profila già uno sembramento della regione in tre parti, Daunia, Peucezia e Messapia. I ribelli mirano a tagliare i rifornimenti di voti al Presidente e ad appropriarsi degli impianti eolici e solari fatti installare copiosamente da costui in ossequio alla sua fisima per le energie rinnovabili. Raggiunti questi obiettivi a Nichi verrà spenta la luce e buonanotte al paroliere del Tavoliere. Chi di amore popolare ferisce, di odio popolare perisce.

UE: UNA BAGNAROLA ALLESTITA COME UN BASTIMENTO

Diciamoci la verità, i popoli europei non si sono mai entusiasmati all’idea di mettere nella mani di una burocrazia centralizzata e sovrastatale la loro libertà e sovranità nazionale.  Essi si vogliono bene per affinità culturale ma per le stesse ragioni si amano poco giungendo, in alcuni frangenti, persino ad odiarsi tra loro. Francesi contro italiani, Inglesi contro francesi, gli ultimi due contro i tedeschi e gli stessi teutonici contro tutti. Altre antipatie, più o meno sotterranee, toccano ogni collettività continentale ma l’Europa Unita, dopo aver imposto autoritariamente la sua volontà, è riuscita a tirare il peggio da ciascun ordinamento statale istituzionalizzando i difetti generali di ciascuno e traducendo in organi inutili o autoreferenziali (che si chiamano Parlamento, Commissione, Consiglio, Corte di Giustizia ecce cc) le deficitarietà di tutti.  Probabilmente le intenzioni originarie con le quali i padri dell’ Europa Unita si approcciarono a tale aspirazione erano nobili e solenni ma, per onestà intellettuale, occorre guardare al risultato finale di oggi che non è esaltante né edificante. L’Europa è un nano politico senza anima che non gode del favore popolare. Queste incertezze, per usare un eufemismo, emersero prepotentemente quando francesi, olandesi, irlandesi si espressero in dissenso sul Trattato di Lisbona, mentre ai cittadini italiani nessuno chiese nulla perché i nostri tutori elettivi, sempre divisi su tutto ma per l’occasione unanimemente concordi ad autorizzare l’autocastrazione oligarchica comunitaria, la sanno più lunga dei loro votanti. Così oggi ci ritroviamo ad essere parte integrante di istituzioni che da un lato ci impongono regole di bilancio intollerabili che potrebbero annientare la nostra economia mentre dall’altro stabiliscono la misura di piselli, fave e favette con le quali hanno deciso di completare l’ignobile servizio alle nostre spalle. Questa Europa bancocentrica ed antidemocratica senza spinta politica e senza identità condivisa ci lascia spesso soli con i nostri problemi ed anzi è addirittura un fattore di moltiplicazione di guai allorché ci coarta con i suoi regolamenti, decisioni, direttive ecc. ecc. al fine di modificare situazioni che ci portano vantaggio competitivo e forza industriale sui mercati mondiali. Nel caso di aziende strategiche come l’ENI, l’europark degli orrori vuole ordinare uno spezzatino tra attività upstream e downstream del Cane a sei zampe, apparentemente per garantire maggiore concorrenza tra partners e soggetti economici ma sostanzialmente per togliere all’Italia un punteruolo acuminato col quale il nostro Paese ha sin qui dettato legge nel settore energetico. E poiché quest’ultimo veicola importanti interessi geopolitici, come dimostra la recente guerra libica, con questa azione Bruxelles cancella la capacità di penetrazione internazionale e quella di performatività industriale di uno Stato membro, in ossequio ad astratti principi ideologici che non valgono nulla. Infine, abbiamo visto che anche con l’ondata di profughi e clandestini proveniente dal Nord Africa il nostro Governo ha dovuto cavarsela senza l’apporto dei grigi funzionari europei. Ha ragione il giornalista di Libero Franco Bechis quando sostiene che: “Lasciati soli davanti all’invasione degli immigrati. Abbandonati quando la speculazione finanziaria internazionale ha fatto sentire il morso sul debito pubblico italiano. Bacchettati però quando si tenta di difendere le aziende nazionali come altri paesi hanno fatto tranquillamente senza le reprimende di Bruxelles. E con le mani legate – talvolta perfino con la camicia di forza – quando provi a balbettare qualcosa di fisco o di sviluppo…Ma a che serve l’Unione europea per l’Italia?”. Già a che serve, o ancora più surrettiziamente se vogliamo, a chi serve? Non a noi che finora abbiamo ricevuto solo svantaggi senza ottenere reali benefici. Se questa è la situazione forse sarebbe meglio pensare di abbandonare la nave. Ci saranno dei contraccolpi ma chi pensa di poter attraversare il mare in tempesta della storia su una bagnarola allestita come un bastimento non è tanto più saggio, né lungimirante.

Il mascheramento ideologico nel sistema capitalistico*

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Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero.
(Karl Marx)

Nella Prefazione alla prima edizione del Das Kapital del 1867 Marx dice espressamente che i soggetti che si muovono sul palcoscenico della società (quindi capitalisti, operai, proprietari terrieri, contadini ecc.ecc.) sono maschere di rapporti economici, ovvero portatori di funzioni differenziate scaturenti dall’oggettiva intelaiatura sociale dove si trovano inseriti, in quanto membri di una collettività umana complessamente organizzata. Anzi, si potrebbe ancor più forzare il concetto affermando che, allorché si studia una formazione storicamente determinata (il suo modo di produzione e di riproduzione), secondo il metodo dell’astrazione scientifica (indispensabile per cogliere l’intimo meccanismo che la muove) sono i ruoli a contare davvero mentre gli individui in carne ed ossa diventano mere appendici delle funzioni svolte, restando in ogni caso “socialmente creature” dei rapporti dai quali sono dominati. Insomma, gli individui più che agire secondo la loro volontà sono agiti da una volontà sociale superiore che è predeterminata rispetto alle loro esistenze singole.

La frase di Marx così si esplicita integralmente: “Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.”

Quindi, in ambito teorico, non ha senso parlare di esseri concreti, di cuore, sentimenti, pulsioni individuali, e non val la pena discettare di gioie, desideri, privazioni e straniamenti, né del cosiddetto ente naturale generico, categoria fantasmagorica dalla quale discendono quelle stramberie filosofiche sull’alienazione o sulla perdita d’identità antropologica della specie alla quale apparteniamo, perennemente mortificata dalla mercificazione capitalistica (peraltro, dopo qualche secolo di capitalismo e di consumismo, non dovrebbe restare un granché di questa presunta naturalità originaria perennemente in perdita di sé). Difatti, dov’è finita oggi, dall’allontanamento della posizione carponi sino alla conquista di quella eretta, questa fantomatica e primigenia natura umana? Siamo un’umanità molto differente da quella che abitava le caverne…Certamente questa natura non si è del tutto dissolta, ne resta traccia negli istinti che caratterizzano, di tanto in tanto, i nostri scatti “animaleschi”, ma si tratta dell’eccezione e non della regola. Come sosteneva Marx la fame è fame, ma questa esprime bisogni sociali diversi se, per esempio, la carne viene mangiata cotta con forchetta e coltello oppure cruda con le mani. Chi confonde continuamente questi piani – come fanno quei pensatori a la pàge inebriati di ontologia e di essenza umana (ma soprattutto ebbri del proprio narcisismo intellettualistico) – genera depistamenti ed impedisce di comprendere in maniera scientifica il problema che andremo ora a sceverare più dettagliatamente, almeno per quanto consentono le poche pagine qui assegnatemi.

Stiamo per entrare in Matrix e ci tocca scegliere…pillola rossa o pillola blu?

La grande scoperta di Marx – quella che l’economista Gianfranco La Grassa ha definito il suo più grande disvelamento scientifico – è attinente al carattere di eguaglianza formale che il sistema capitalistico sprigiona sul mercato (il regno dell’anarchia della merce e degli animal spirits imprenditoriali) dove si incontrano liberi soggetti che si scambiano beni secondo un valore equivalente. Ma questa presunta uguaglianza è appunto un mascheramento ideologico, una realtà apparente (proprio come nel film citato) che cela la profonda diseguaglianza tra classi e individui nella sfera produttiva. Sul mercato capitalistico non si vede alcuno sfruttamento e l’unica differenza tra gruppi e soggetti ivi operanti è dettata dal loro status di venditori oppure di compratori di merci, essendo questi perfettamente liberi di scambiarsi i loro averi secondo gusti e necessità. Ma è proprio in questo contesto che agisce alla perfezione il mascheramento ideologico del sistema capitalistico. Il Capitale di Marx si apre per tali ragioni con l’analisi della merce ed egli parla nel capitolo in questione del carattere di feticcio di questa e del suo arcano: “A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. E’ chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare”.

In sostanza, Marx vuole dire che la merce esiste da sempre ma solo con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico essa muta profondamente le sue caratteristiche. E’ il sistema capitalistico qui trattato, e non quello feudale o quello del comunismo primitivo, a presentarsi come “un’immane raccolta di merci” e “la merce singola come la forma elementare” della sua ricchezza. Nelle precedenti società umane la merce era appena interstiziale e non fondamentale per la vita degli uomini (così come il denaro in quanto suo equivalente generale) i quali, generalmente, producevano da sé l’indispensabile e si scambiavano solo quelle poche cose che non potevano fare in proprio1. Con il dissolvimento dei legami sociali feudali (del modo di produzione feudale) e l’affermarsi di questo nuovo modo di esitare prodotti avviene una vera e propria rivoluzione. Il valore d’uso dei beni (ossia l’utilità di una cosa) si duplica in maniera costante e non più occasionale nel valore di scambio, il quale, a sua volta si rappresenta nel denaro quale sua forma sublimata e abbagliante (anch’esso preesistente alla forma sociale in argomento ma senza la centralità che assumerà in quest’ultima), tanto materiale (la moneta sonante) che virtuale (la moneta elettronica e i suoi derivati). Per Marx però il modo di produzione capitalistico si generalizza soltanto quando la stessa erogazione di energia umana diventa merce, ovviamente una merce del tutto particolare che permette al capitalista, una volta che egli l’abbia acquistata sul mercato (dove “spontaneamente” i possessori di forza lavoro si sono recati per scambiare l’unica cosa di cui sono proprietari) di valorizzare il suo capitale e di trarre appunto un plusprodotto derivante da un pluslavoro la cui forma economica è il plusvalore. E’ vero dunque che sul mercato vige questa libertà di scelta dei soggetti economici ma è soltanto la faccia visibile della medaglia. Infatti, chi si reca sul mercato per vendere la sua forza-lavoro in cambio di un salario (la maggior parte degli uomini), quindi mettendo a disposizione dei compratori una cosa connaturata alla propria corporeità, lo fa perché costretto da specifiche condizioni sociali, essendo stato precedentemente deprivato dei mezzi di produzione. Questa situazione è distintiva dell’era capitalistica, un prodotto storico della sua affermazione epocale, tanto che in passato le cose erano andate piuttosto differentemente. In realtà, nei sistemi di produzione precedenti non esisteva questa netta separazione tra strumenti di produzione e loro utilizzatori, cosa che diviene invece regola nel sistema capitalistico.

A questo risultato si giunge dopo decenni di violenze sulle classi più deboli, come contadini, artigiani, miserabili: “La popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda veniva spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato”. (Marx, Il Capitale). I contadini furono sfrattati dalle terre sulle quali avevano lavorato per secoli, ingenti masse di uomini vennero violentemente staccate, con la forza, dai loro mezzi di sostentamento e indotte a vendere l’unica cosa che ancora possedevano, l’energia lavorativa. E lo stesso accadde, infine, agli artigiani delle città prima riuniti in corporazioni che ne tutelavano i segreti del mestiere. Ecco come fu possibile spingere questi gruppi sociali a rinunciare alla propria autonomia per entrare a far parte del mondo della manifattura prima e di quello della macchino-fattura poi, luoghi dove si trovano concentrati i mezzi di produzione. Qui avverrà quello che Marx chiama il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale del lavoro. Ovvero, inizialmente, gli ex artigiani saranno semplicemente costretti a lavorare sotto lo stesso tetto ma mantenendo il patrimonio di professionalità (sussunzione formale) accumulato nei secoli, successivamente le loro competenze diventeranno un attributo stesso delle macchine e a loro resteranno solo i gesti spezzati e ripetitivi senza la visione complessiva del processo di lavoro e della proprietà del prodotto.

Si capisce dall’analisi di questi elementi, tanto storici che politici, che la cosiddetta parità degli individui sul mercato è strettamente connessa all’occultamento della differenza specifica tra le merci mezzi di produzione e la merce forza lavoro insita nell’esistenza corporea degli uomini. Questa è lo smascheramento decisivo operato da Marx che lacera, con il suo studio scientifico dei rapporti sociali, la copertura economicistica con la quale gli ideologi dei dominanti avevano nascosto lo sfruttamento capitalistico alle classi subalterne ma anche a sé stessi.

La produzione capitalistica, dunque, non è soltanto produzione di merce, ma è soprattutto produzione di plusvalore. Questo significa che l’operaio non produce direttamente per sé stesso ma per il Capitale che si appropria del suo lavoro non retribuendogli interamente lo sforzo erogato. Ciò avviene tanto con il prolungamento della giornata lavorativa (plusvalore assoluto)2, che, a parità di orario lavorativo, con l’accorciamento del segmento di tempo utile a reintegrare l’equivalente del salario nonché l’allungamento della porzione temporale per cui l’operaio lavora ai fini della valorizzazione del capitale, grazie a metodi organizzativi più razionali e all’introduzione sempre più spinta dei ritrovati tecnologici nella produzione (plusvalore relativo3). Pertanto, Marx può affermare che “Per la produzione del plusvalore assoluto si tratta soltanto della lunghezza della giornata lavorativa; la produzione del plusvalore relativo rivoluziona [invece] da cima a fondo i processi tecnici del lavoro e i raggruppamenti sociali”. (Marx, Il Capitale)

Possiamo così sostenere che è con il trasformarsi della forza-lavoro in merce che il sistema capitalistico può generalizzarsi e divenire modo di produzione dominante. Certo, i lavoratori offriranno sempre di propria spontanea volontà sul mercato la loro merce che resta, in ogni caso, nella loro libera disponibilità (non sono schiavizzati come nelle fasi storiche passate) ma lo faranno perché i rapporti sociali in cui sono inseriti li obbligano ad agire in siffatto modo: “tuttavia la vendita [di questa loro merce particolare] introduce esplicitamente – e se così non fosse, la forza lavoro non avrebbe alcun valore di merce – lo svolgimento dell’attività lavorativa che, in essa, era solo implicita, potenziale. E tale svolgimento assicura a colui, che nel generale interscambio mercantile ha mantenuto il possesso e controllo dei mezzi di produzione, il pluslavoro/plusvalore (soprattutto nella figura di profitto, principale “reddito da capitale”, da cui dipendono gli altri) derivante dall’attuazione della forza lavoro nel processo produttivo; mentre chi dispone di quest’ultima (lavoro in potenza) resta soltanto proprietario d’essa, la cui sussistenza è assicurata e riprodotta assieme alla riproduzione della vita del suo possessore, che a tal fine spende il ricavato della vendita di quella sua merce particolare” (G. La Grassa, Il carattere di feticcio della merce).

Dopo questa breve disamina non bisogna però pensare che il capitalismo sia solo un grande imbroglio, in quanto detto modo di produzione ha dimostrato di saper sviluppare, meglio di qualunque altro, le forze produttive della società, facendo crescere i livelli di benessere generali, sebbene in maniera non egualitaria. Il Capitale non è una cosa ma un rapporto sociale che producendo riproduce, al contempo, le condizioni della sua esistenza, la realtà sociale ad esso corrispondente. Ma la peculiarità intrinseca del capitalismo non è nemmeno esclusivamente quella di generare una stratificazione verticale della società in classi dirigenti e subalterne secondo rapporti di dominazione, non è mero conflitto nella sfera economica tra gruppi contrapposti per ricchezza ed interessi. Esso ha anche un proprio modo di segmentare le diverse formazioni sociali nello spazio, in virtù di quella conflittualità tra gruppi dominanti (ecco da dove proviene la sua spinta dinamica che attraversa le singole sfere sociali: economica, politica, ideologica) che assurgono al ruolo guida degli Stati, associando a sé l’intera nazione (le categorie sociali ed economiche di cui questa si compone) come un tutto organico capace di esprimere potenza geopolitica. Anzi, oggi, questa sembra essere la sua caratteristica più marcata, tanto da essersi trasfigurato (forse si è definitivamente metamorfosato cosicché il concetto da noi utilizzato per spiegarlo non corrisponde più al suo contenuto?) nuovamente rispetto al sistema studiato da Marx nell’ottocento.

L’attributo decisivo del capitalismo, rispetto ai sistemi organizzativi che lo hanno preceduto, è quello di spingere il flusso conflittuale (che dalla notte dei tempi attraversava e attraversa le società umane) direttamente nella sfera economica. Qui lo scontro per la supremazia ed il potere, soprattutto tra drappelli dominanti (gli agenti strategici), prende contorni proteiformi e mascheramenti più raffinati. La lotta per il comando può con ciò celarsi dietro la competizione economica e le presunte leggi del mercato. Inoltre, con questa “mossa” viene individuata una via per sviluppare, potenzialmente all’infinito, le forze produttive ed ottenere risorse sempre più cospicue per concretizzare le strategie orientate alla conquista e gestione del potere.

Marx aveva pensato e studiato quale elemento determinante del capitalismo la proprietà dei mezzi di produzione e l’accentramento progressivo della stessa nelle mani di sempre meno persone, le quali alla fine avrebbero costituito una ristretta classe parassitaria, distante dalla produzione effettiva della ricchezza (controllata all’interno della fabbrica dal lavoratore collettivo cooperativo, cioè manager + operai) ed interessata solo al prelevamento del plusvalore attraverso la vidimazione delle cedole azionarie. In tal senso, il capitale sarebbe divenuto limite a sé stesso, per un crescente iato tra potenza sociale del lavoro (con uno sviluppo inarrestabile delle forze produttive) e appropriazione privata dei prodotti sul mercato, a favore di una sempre più piccola cerchia di proprietari (dunque tra modo della produzione e modo dello scambio).

In seguito a questa divaricazione irricomponibile si sarebbe presto raggiunto il punto in cui i rapporti di produzione borghesi (fondati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione) non avrebbero potuto ingabbiare oltre le forze produttive, ormai giunte ad un livello di massima socializzazione. L’ultimo “scatto” per l’abbattimento delle classi dominanti, da parte delle fila proletarie, sarebbe stato favorito dal restringimento della loro base sociale. E’ stato un errore interpretativo e la storia successiva lo ha segnato come tale. Nel capitalismo viene perennemente in primo piano la sfera economica e lo stesso Marx che pure aveva smascherato la falsa uguaglianza tra i soggetti sociali sul mercato, sulla base dei differenziali di proprietà, si è fatto ingannare dall’altrettanta fittizia supremazia della razionalità produttiva sulle strategie politiche. Egli non si è reso conto, e forse nemmeno poteva dati i tempi in cui viveva, che il fattore soverchiante del capitalismo è il conflitto strategico con il quale, gli agenti dominanti, puntano a prevalere in ogni ambito sociale: economico, ideologico e politico.

* Tratto dalla rivista “Liberascienza”

1Chi soddisfa con la propria produzione il proprio bisogno, crea sì valore d’uso, ma non merce. Per produrre merce, deve produrre non solo valore d’uso, ma valore d’uso per altri, valore d’uso sociale. (E non solo per altri semplicemente. Il contadino medievale produceva il grano d’obbligo per il signore feudale, il grano della decima per il prete. Ma né il grano d’obbligo né il grano della decima diventavano merce per il fatto d’essere prodotti per altri. Per divenire merce il prodotto deve essere trasmesso all’altro, a cui serve come valore d’uso, mediante lo scambio). E, in fine, nessuna cosa può essere valore, senza essere oggetto d’uso. Se è inutile, anche il lavoro contenuto in essa è inutile, non conta come lavoro e non costituisce quindi valore.(Marx, Il Capitale)

2 Prolungamento della giornata lavorativa oltre il punto fino al quale l’operaio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua forza-lavoro, e appropriazione di questo pluslavoro da parte del capitale: ecco la produzione del plusvalore assoluto (Marx, il Capitale)

3 Chiamo plusvalore relativo il plusvalore che deriva dall’accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa. (Marx, il Capitale)

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