ATTENTI AI PRETI! (e alle loro tesi per salvare la vita…)

GIOVEDÌ, 18 DICEMBRE 2008

Il global warming potrebbe essere un grande bufala, soprattutto laddove si è affermato, con il solito terrorismo ambientalista e colpevolizzante, che l’origine di tale fenomeno climatico è di tipo antropogenico. Mi sembra evidente che, su tali tematiche, il confine tra scienza e ideologia, tra scienza e religione e tra scienza e superstizione sia sempre più labile. Le ragioni di tanta confusione, creata ad arte, si rafforzano progressivamente nella sedimentazione di interessi differenziati, ma collimanti e trasversali, tra gruppi di potere che speculano sull’ignoranza generale per raggiungere scopi tutt’altro che nobili anche se da “Premio Nobel”.
E questo avviene anche in tanti altri campi del sapere umano, come ad esempio nella filosofia o nelle scienze sociali, dove il linguaggio materialistico-scientifico è spesso un comodo soprabito per nascondere l’idealismo più ingannatorio. Perciò Lenin sosteneva che l’idealismo è solo pretume. Che questo pretume si serva del giovane Marx o di qualche frase estrapolata qui e là dal suo discorso teorico, per accreditarsi, con i propri vaneggiamenti idealistici, presso i dominati, non cambia la natura dell’inganno posto in atto. Più avanti vedremo anche perché e a chi mi riferisco.
Tale modo di agire attecchisce soprattutto quando l’analisi delle cause scientifiche dei fenomeni naturali o sociali abdica alle sue funzioni, lasciandosi travolgere dalle convinzioni di senso comune le quali, essendo strutturate su una spina dorsale ideologica, non accettano di essere sottoposte al vaglio empirico o a modelli di indagine più complessi e meno approssimativi. Ma come direbbe Preve, chi non è iscritto all’anagrafe ideologica dominante non può nemmeno pensare di trattare certi argomenti senza divenire bersaglio del pubblico ludibrio. L’iscrizione a questa anagrafe richiede la rinuncia preventiva alla discussione teorica e al dubbio metodologico, per una più passiva accettazione delle opinioni consolidate, le quali, solo per tale caratteristica, dovrebbero godere di una maggiore veridicità rispetto a tutte le altre.
I buchi teorici lasciati sguarniti dall’analisi scientifica sono istantaneamente colmati dall’ideologia la quale, solitamente, segnala la sua presenza attraverso l’oltranzismo assiomatico di tesi incontrovertibili (queste possono certo essere messe in discussione ma al prezzo delle solite stolte stigmatizzazioni e accuse di scientismo o positivismo) e dei suoi precetti indiscutibili che, se non seguiti alla lettera, spalancano le porte all’apocalisse biblica.
Da questo punto di vista condivido pienamente l’affermazione lagrassiana, tratta da uno scritto presente sul sito (Rompere con il vecchio e pensare il nuovo) per cui:
“In occidente (e non solo), il comunismo ha incrociato ideologie religiose che l’hanno progressivamente trasformato in religione esso stesso. E quanto più si è fatto evidente il fallimento della Rivoluzione d’Ottobre – se creduta quale innesco della transizione rivoluzionaria ad una società di tipo comunistico – tanto più gli sbiaditi residui pseudocomunisti hanno accentuato il carattere religioso delle loro aberranti convinzioni ideologiche. A questo punto, il profitto capitalistico – una forma storicamente specifica di quel pluslavoro umano che sempre esisterà e che finora è stato utilizzato dalle classi dominanti delle varie formazioni sociali (schiavista, feudale, capitalistica, ecc. ecc.) – è divenuto un peccato; il capitalista è peccatore e dunque l’operaio è il redentore. Poiché
quest’ultimo si è via via dimostrato refrattario ad assumersi un simile compito sovrumano (solo il “figlio di Dio” lo può realizzare), i falsi comunisti hanno perso la testa e hanno cercato una serie di vie traverse e di altri fantasiosi soggetti “rivoluzionari”: i giovani, le donne, i gay, i rom e gli immigrati in genere, ecc. Tutta la polemica contro i profitti delle multinazionali – che rovinano l’ambiente e attentano alla nostra salute, al naturale codice genetico, e via dicendo – è esattamente la “scomunica” che colpisce i peccatori fino a quando non si pentano e convertano; se non lo fanno, saranno puniti dai “meravigliosi” movimenti (o Movimento dei movimenti) che assumono i compiti dei vecchi missionari con la croce in pugno (anche chi usa ancora falce e martello, li riduce ad analogo simbolo di redenzione).
Se poi ci spostiamo nei paesi di religione cattolica, dove l’ipocrisia è regina, il peccato è semplicemente il profitto degli altri, mentre il proprio ha sempre l’aureola della santità. Quindi i profitti di Greenpeace (una vera multinazionale), delle coltivazioni macrobiotiche, dei commerci equosolidali, delle banche etiche e del no profit, e chi più ne ha più ne metta, sono il Bene che vuol sconfiggere i profitti dei capitalisti “non convertiti”. Così abbiamo visto grandi “pescecani” come Soros,Bill Gates, addirittura la Goldman Sachs (oggi per fortuna arrivata ad un passo dal fallimento, salvata ma ridimensionata) cominciare a flirtare con l’ambientalismo, le energie alternative, i cibi “più sani” (autentiche schifezze costosissime); tutto per “redimersi” e rendere “santo” il proprio “peccaminoso” profitto, che la crisi ha messo….in crisi prima della completa purificatio.
Si sente, in questa fase, parlare a più riprese di fuoriuscita dal capitalismo in termini così salmeggianti (anche da chi si dichiara marxista o si rifà a tale scuola di pensiero), che la stessa lotta rivoluzionaria viene ridotta ad una predica utopica con tanto di esodo profetico verso una fantomatica terra promessa, dove libertà, uguaglianza e giustizia sono sempre a portata di mano. Questa fuga nell’immaginazione ha diversi nomi: decrescita, comunità felice, ecc.ecc. Addirittura c’è chi sistematizza in tesi
(Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie. di Marino Badiale, Massimo Bontempelli) contro la barbarie questo nefasto culto precapitalistico che preannuncia, se tradito e non condiviso, il diluvio universale sotto il quale l’umanità troverà la sua pena definitiva.
Quando si pretende di interpretare la modalità di riproduzione del rapporto sociale capitalistico con categorie quali la “maledizione” dell’umanità – che sarebbe condannata all’autodistruttività nei confronti della natura e di sé stessa – si è già scelto di immergere la testa nelle nuvole e tutti e due i piedi fuori dalla scienza. Ed è, paradosso dei paradossi, proprio chi predica in questi termini a sostenere di essere mille miglia lontano dal dogmatismo e dal fideismo (sic!). Ma questa triviale interpretazione è solo una versione rattoppata e scadente del mito cristiano della dannazione eterna o della salvezza finale.
Tutte Balle! L’umanità non si autodistruggerà (vedete come abbondano in queste pseudoanalisi volgari i toni apocalittici?), e ciò spinge decisamente ad avviare una lotta serrata contro il sistema di riproduzione sociale capitalistico, odiosamente fondato sull’estorsione del pluslavoro e sullo sfruttamento dei pochi a danno dei molti.
Mi scuserete per questo breve détour dal tema principale che qui si vuole proporre, ma mi sembrava doveroso non lasciare altro campo agli imbonitori domenicali che fanno sfoggio di grande saggezza rivoluzionaria e di altrettanta idiozia teoretica.
L’articolo che vi propongo è tratto da Libero e conferma quanto da noi già riportato sul tema del riscaldamento globale. In un precedente intervento sottolineammo che i modelli utilizzati, per studiare le variazioni climatiche, sono alquanto deficitari poiché non tengono conto di molte variabili che, ora, si scoprono fondamentali per solo abbozzare previsioni meno aleatorie di quelle sin qui diffuse. Tali modelli, per l’appunto, pare che non contemplino l’azione delle correnti oceaniche o l’attività solare, come elementi primieramente incidenti su sconvolgimenti climatici così repentini. Gli scienziati dibattono ormai apertamente sul giusto peso da attribuire alle azioni umane nei mutamenti climatici, e, contemporaneamente crescono le schiere degli scettici e dei “defezionisti”, prima convinti sostenitori dell’origine antropica del riscaldamento planetario.
C’è chi sostiene che tali previsioni siano basate su proiezioni di computer e modelli matematici simili a quelli che le banche hanno utilizzato per valutare i rischi sul mercato dei bond legati ai mutui subprime, il che è tutto dire. Ribadisco che gli scienziati stanno calmierando le loro posizioni, mostrando maggiori dubbi sul fatto che sia davvero l’attività umana alla base del global warming. In sostanza, sta crescendo il loro scetticismo anche se non si può ancora dire l’ultima parola sull’argomento.
Ma non vado oltre perché, come al solito, è giusto che ognuno faccia, secondo coscienza, le proprie valutazioni.
SMETTIAMOLA CON I FRAINTENDIMENTI di Gielleni
Per quanto mi infastidiscano un po’ i fraintendimenti che non mi sembrano giustificati, non voglio perdere la calma. Ribadisco però quello che ha già risposto G.P. al commento di Omeopatia. Questo blog, poiché non ha al suo interno alcun intenditore di scienze naturali, non prende posizione netta su questioni così intricate come quelle concernenti il riscaldamento, le energie alternative, gli OGM, ecc. Si dà per scontato che da entrambe le parti ci siano grandi interessi in gioco e che quindi certi mascheramenti ideologici siano patrimonio non esclusivo di una parte o dell’altra. Tuttavia, poiché noi proveniamo – tutti – da una certa parte, non possiamo non constatare che in questa parte, soprattutto, allignano i “nuovi preti” di una “catarsi sociale” (ridotta a quella puramente morale) del tutto falsa e inventata, con grande ipocrisia, da parte di gentaglia che finge eticità quando è solo forsennata e fondamentalista sul tipo di un Ignazio di Loyola (che tuttavia era un po’ più “fino” e intelligente di loro). Questi “preti” – come già all’epoca di Galileo – sono nella sostanza oscurantisti (e anche in tal caso, il confronto con i neoaristotelici di quell’epoca fa troppo onore a questi squallidi personaggi odierni): qualsiasi cosa sappia di scientifico (anche nel campo delle teorie sociali, sulle quali qualcosa sappiamo) è qualificato spregiativamente di scientistico e positivistico.
A noi questi personaggi – i nomi verranno subito in testa ad ognuno – fanno ribrezzo; preferirei incamminarmi su un prato pieno zeppo di limacce rosse piuttosto che incontrare uno di questi laidi individui. Per me sono la feccia di movimentini che si fingono politici, mentre in realtà sono “religiosi”; e di una religiosità da “sepolcri
imbiancati”. In un paese come l’Italia, che è sempre stato arretrato come mentalità scientifica “di massa”, un paese in cui gli stregoni, i guaritori, i profeti di “giudizi universali” prossimi venturi, ecc. allignano da secoli, la moda è oggi (e da decenni e decenni) dalla parte di quei capitalisti alla Gore, Soros, Club di Roma (cioè Trilateral), ecc. che su questa mentalità da “Chiesa delle tenebre” guadagnano assai bene; ma soprattutto erigono il loro potere. Per questo pubblichiamo gli articoli che contrastano con quelli di questi personaggi, da noi considerati il peggio che l’umanità abbia espresso in ogni tempo e luogo. Sappiamo però bene che il campo è invaso da tante correnti ideologiche. E tuttavia, difendiamo una mentalità più favorevole alla cultura scientifica dall’assalto di questo nuovo spirito medievale.
Per intenderci: se in Italia prevalesse invece uno spirito solo positivistico o illuministico, con uno smodato culto della Ragione, senza alcuna cautela e problematicità, allora il nostro comportamento sarebbe a 180° rispetto a quello attuale. Noi vogliamo solo andare contro i Dulcamara, gli imbonitori, i ciarlatani che allignano in questa sinistra detta “estrema”, una massa di religiosi (dell’Umanità, ancor peggiore di quella che crede in Dio). Saremmo però pronti ad andare anche contro chi si mettesse a credere senza residui alle “magnifiche sorti e progressive” legate alla pura scienza, ad una razionalità che tutto illuminerebbe e renderebbe chiaro ed esplicito. Ho provato profonda ripulsa anche quando ho letto certe sparate ateistiche “alla Odifreddi”. Non mi appartengono, come non mi appartengono le cialtronerie dei “nuovi preti”. Bisogna però considerare qual è lo spirito che domina in questo paese, e che dilaga purtroppo pure in questa cloaca di internet. E’ lo spirito alla Odifreddi o quello contrario di ottusi (e alcuni furbetti e disonesti) che sfruttano le paure oscurantiste delle “masse”? Noi diamo una precisa risposta a questa domanda e ci comportiamo di conseguenza.
Dirò di più. E’ mia ferma convinzione che questi spezzoni della “sinistra” detta estrema – e conosco alcuni di questi brutti individui che la sobillano, ci ho purtroppo avuto a che fare in tempi passati, e so che sono perfino giustizialisti perché agitano l’Etica e invocano la “punizione” per chi non crede alle loro panzane da filosofastri predicatori, che danno a tutti gli altri dei “nichilisti” mentre loro s-ragionano di Nulla, perché di altro non sanno s-ragionare – sono in realtà piccoli gruppetti, in grado tuttavia di fornire “mano d’opera” a manipoli e squadracce di eversione e di distruzione di ogni tessuto civile e progressivo in questo disgraziato paese (il solito pauvre pays di degolliana memoria).
Addosso quindi a questi mestatori, a questi ideologi dell’arretramento a livelli di (in)civiltà da era delle caverne. Andrebbero sterminati: non potendolo fare, ci limitiamo a difenderci come possiamo. Se ancora non si è capito il nostro atteggiamento, e il perché pubblichiamo certi articoli in netta antitesi al politically correct di questi minuscoli e moralmente abietti maneggioni, non so proprio che farci. Si vedrà presto di che cosa sono “avanguardia” questi torbidi e viscidi individui. Noi, nei limiti del possibile, li combattiamo; e li odiamo, di vero odio, perché odiamo la “morte”, odiamo i sepolcri, odiamo il soffocante sentore di umida muffa degli oscuri antri da cui queste bisce cercano di salire in superficie.

A QUALCUNO PIACE CALDO

(a seguire l’intervista a URIARTE)
Siamo già intervenuti con i nostri dubbi sul fantomatico riscaldamento del pianeta denunciato da alcuni scienziati a Parigi (ma non solo) e che sembra preoccupare troppo (sarà un caso?) persino Emilio Fede. Abbiamo raccolto altre informazioni imbattendoci nel parere di un altro scienziato, geografo ed esperto di climatologia e paleoclimatologia. Riproduciamo l’articolo per intero sul nostro sito (www.ripensaremarx.it), purtroppo, chi non conosce lo spagnolo dovrà accontentarsi di una nostra epitome.
In sintesi, Anton Uriarte afferma che, prima di tutto, la mancanza di acqua (si parla specificatamente del Paese Basco, anche se si enuncia un principio scientifico che vale dovunque nelle stesse condizioni) non è attribuibile all’aumento di CO2 nell’aria. Piuttosto la maggiore intensità dei venti soffiati da sud ha determinato la carenza di tale elemento. Per altro, negli ultimi 15 anni (1990-2006) la temperatura in Europa, nel mese di dicembre, gennaio e febbraio ha avuto una inesorabile tendenza all’abbassamento. Uriarte continua sostenendo che un’analisi storica dei disastri climatici smentisce l’ipotesi del peggioramento inarrestabile del clima del pianeta. E non bastano nemmeno i continui disastri (come inondazioni o cicloni tropicali) ad affermare che qualcosa di irreversibile sta avvenendo. Anzi, sembra che la frequenza dei cicloni tropicali non sia affatto aumentata, come non ne è aumentata l’intensità. Per esempio, le vittime dell’Uragano Katrina sono state molte meno rispetto a quelle verificatesi ad inizio secolo (Galveston, nel 1900, con quasi 8.000 morti). In Bangladesh, nel 1970, ci sono state 500.000 vittime a causa di un uragano del quale non si conosce nemmeno la categoria perché non c’erano né satelliti né possibilità di misurazione. In questo stesso paese, nel 1974, mentre dappertutto si parlava di raffreddamento del clima, si verificò una carestia che ammazzò un milione di persone. Un evento a noi più vicino è senz’altro la burrasca atlantica del 1953 che provocò la rottura delle dighe del Zuyder Zee e inondò il 70% dell’Olanda, con circa 2000 morti.
La cosa più interessante è, però, secondo Uriarte che dietro tutto questo allarmismo si nasconde una montagna di denaro. Per esempio la Goldman Sachs e la Morgan Stanley si sono messe a “commerciare” in questa nuova mercanzia chiamata CO2. Per ogni parco solare costruito, in raffronto ad una quantità irrilevante di elettricità prodotta, piovono, come inversamente proporzionali a questa, milioni di dollari di sovvenzioni pubbliche. Del resto, indica Uriarte, basterebbe guardare a chi è seduto nel consiglio di amministrazione della principale impresa spagnola di pannelli fotovoltaici, Isofoton.
Per quel che riguarda l’Antartide e la Groenlandia, nelle ultime decadi di questo secolo, non vi è stata nessuna tendenza generale al disgelo. La Groenladia ha subito qualche anno di riscaldamento ma i dati ufficiali, per il periodo 1950-2000, indicano un nuovo raffreddamento. Per l’Antartide, il riscaldamento ha comunque determinato una maggiore abbondanza di nevicate, dovute alla più rilevante capacità idrica dell’aria, per cui alla fine si verificherà una inevitabile compensazione. Tuttavia, in assoluto, non vi è stato nessun riscaldamento dell’Antartide, poiché il ghiaccio marino dell’ Artico, il quale si scongela tutti gli anni in estate per più di un 60%, recupera la sua consistenza in inverno. Detto ciò, non si può trascurare del tutto il fattore umano; in un secolo siamo passati da 2 miliardi a 6 miliardi di persone. Ciò ha comportato l’occupazione di nuove terre per l’agricoltura, l’ampliamento dei sistemi d’irrigazione e la costruzione di nuove
città. In virtù di tale crescita demografica si è resa necessaria la modifica della superficie terrestre. Siccome l’aria si riscalda solo un po’ verso l’alto ma soprattutto verso il basso, ecco trovato un elemento che ci aiuta a fugare certi allarmismi di “comodo”. Il sole riscalda prima il suolo e dopo, con radiazioni infrarosse o con il vapore acqueo, riscalda l’aria. Se si è modificata la struttura dei posti dove viviamo è normale che abbiamo influenzato anche la temperatura dell’aria. Comunque lo abbiamo fatto di poco, poiché anche l’intensità irradiante del sole cambia, così come le correnti oceaniche ed altri fattori come i raggi cosmici che influiscono sulla nuvolosità; l’importanza di tali fattori non è, dai più, ancora riconosciuta per la rilevanza che meriterebbe nello studio di questi fenomeni. Con il calore la terra diviene più verde e più umida, d’altra parte un’atmosfera con più CO2 è più fertile perché tale gas è alla base della fotosintesi. Non è il clima che desertifica ma il taglio dei boschi e delle foreste. Non è il clima che riduce le specie faunistiche ma la caccia e la pesca troppo intensive. Le colpe devono essere debitamente ripartite.
Per concludere, Uriarte rifiuta di essere definito un negazionista (termine che serve a stigmatizzare le persone legandole alla tragedia dell’olocausto) e si definisce più semplicemente uno scettico perché il dubbio è sempre alla base della scoperta scientifica. Oggi, invece, a fondamento della scienza ci sono il denaro e il cinismo.
ANTÓN URIARTE | GEÓGRAFO Y EXPERTO EN CLIMATOLOGÍA Y PALEOCLIMATOLOGÍA
«Un análisis histórico de los desastres climáticos no dice que el clima vaya a peor»
Geógrafo, experto en climatología y paleoclimatología. Hoy apartado de la vida académica universitaria por razones de salud, es un referente dentro de quienes, los menos, se declaran escépticos con los desastres actuales y futuros que se achacan al calentamiento global. Defiende que ni los osos polares están en peligro de desaparición, ni el aumento de la temperatura media de la Tierra traerá ninguna desgracia.
Autor del estudio “Historia del clima de la Tierra” (Gobierno de Lakua, 2003), mantiene una página web sobre el mismo tema (http://ho mepage.mac.com/uriarte) y un blog donde responde con datos en la mano a los ‘futurólogos’ del cambio climático (http:// antonuriarte.blogspot.com). Rechaza que se tilde de «negacionistas» a quienes, como él, discrepan de la corriente oficial sobre el calentamiento terrestre. El millón de ‘pinchazos’ que ha tenido su web le da ánimos para seguir con sus argumentos, los cuales no le importa divulgar en entrevistas o conferencias, o enfrentarlos dialécticamente con quienes piensan diferente a él.
Falta de agua, falta de nieve, temperaturas anormales, se dice, para estas fechas ¿Está detrás de esto el calentamiento global acelerado o nos estamos dejando arrastrar por la explicación más fácil?
Puede que cuando esta entrevista se publique ocurra lo contrario y haya exceso de agua, exceso de nieve y temperaturas frígidas. Da lo mismo. Las preguntas serían las contrarias pero seguirían siendo pertinentes, ya que dada la histeria, todo se achaca al cambio climatico. Incluso si no cambiase el clima de un año para otro se achacaría al «cambio climatico». No, las temperaturas altas y la falta de agua en Euskadi no es debida al incremento del CO2 en el aire. Es debida a que estos meses por aquí ha soplado el viento sur con mas frecuencia que de costumbre. Así ha tocado. En otros sitios les habra soplado mas del norte. Pero desde luego el CO2 no es el culpable. Ademas, la tendencia en los últimos quince años, 1990-2006, de la temperatura en Europa en los meses de diciembre, enero y febrero ha sido a la baja.
Usted es un escéptico declarado respecto a los desastres que se achacan al cambio climatico. ¿No hay nada de cierto en esos efectos tan desastrosos que se anuncian?
Un analisis histórico de los desastres climaticos no ratifica esa idea de que el clima va a peor. Las continuas alarmas sobre inundaciones o ciclones tropicales no demuestran que se esté produciendo un cambio climatico anormal en la historia del clima. Es mentira que la frecuencia de ciclones tropicales haya aumentado. Las víctimas del Katrina fueron bastantes menos que las habidas en Estados Unidos en otros ciclones que se produj eron cuando las emisiones de CO2 eran insignificantes; el de Galveston, en 1900, en el que murieron casi 8.000 personas, por poner un ejemplo. Y fuera del Atlantico, el de Bangladesh, en noviembre de 1970, con 500.000 víctimas, del que ni se sabe la categoría, pues no había ni satélite ni mediciones. Un país que, ademas, en 1974, cuando se hablaba del enfriamiento del clima, sufrió una hambruna que dejó mas de un millón de víctimas. Y lo mismo ocurrió en el Sahel en aquella década. Mas cerca, casi nadie se acuerda de la borrasca atlantica de febrero de 1953 que provocó la ruptura de los diques del Zuyder Zee e inundó el 70 % de Holanda, muriendo casi 2.000 personas.
¿Estamos entonces ante una especie de conspiración internacional?
No, esta idea del peligro del «cambio climatico» no es una oculta conspiración internacional. Los escépticos no decimos eso. Al contrario, es una gran bola de nieve bien visible que crece y crece.
Y es también, y cada vez mas, un suculento asunto de dinero. Como no podía ser, hasta los bancos estan cada vez mas de lleno metidos en ello. Por poner un ejemplo, la firma financiera Goldman Sachs y uno de los principales bancos norteamericanos, Morgan Stanley, se han metido de lleno en el comercio mundial de esa nueva mercancía llamada CO2, que antes no tenía precio y que de repente tiene. Todo ello en Europa gracias al Protocolo de Kioto y en Estados Unidos a otros tratados particulares entre diversos estados, como el propugnado por el famoso líder ecologista californiano Arnold
Schwarzenegger. Aquí, màs cerca, he leído que el Banco Guipuzcoano lanza una inversión en parques solares, para inversionistas de gama media-alta, donde, según ellos mismos explican, por una ridícula cantidad de electricidad producida recibiràn unas suculentas subvenciones. Mire usted quién està en el consejo de administración de la principal empresa española de paneles fotovoltaicos, Isofotón, y dígame si los apellidos no le suenan a los oligàrquicos de toda la vida.
Dicen que los polos son el termómetro de la Tierra y que desapareceràn en cuestión de décadas. 4Se lo cree?
Ni Groenlandia ni la Antàrtida han mostrado en las últimas décadas una tendencia general al deshielo. Groenlandia ha sufrido un par de años càlidos con deshielo en sus màrgenes pero los datos oficiales indican que entre 1950 y el 2000 padeció un enfriamiento. En cuanto a la Antàrtida, hasta el propio IPCC indica que un calentamiento haría que allí aumentase el hielo porque las nieves serían màs abundantes, debido a la mayor capacidad hídrica del aire, y compensaría un posible mayor deshielo veraniego. De todas formas, la Antàrtida no se ha calentado. En cuanto al hielo marino del Artico, que todos los años se descongela en verano màs de un 60 % y se vuelve a recuperar en invierno, es cierto que parece sufrir una cierta tendencia a la baj a. 4Y qué? 4Los osos polares? Desde que en 1973 se reguló su caza han pasado de 10.000 a 25.000. No en Nunavut, por cierto, donde los esquimales se permiten cazar unos 500 al año porque dicen que hay demasiados.
Pero 4hasta qué punto la mano del ser humano està afectando de forma negativa a nuestro clima?
En un siglo hemos pasado de ser menos de 2.000 millones a màs de 6.000 millones de humanos. Ademàs, la esperanza de vida media se ha duplicado. Eso ha exigido ocupar nuevas tierras para labores agrícolas, multiplicar los regadíos, construir ciudades. En fin, hemos modificado una importante proporción de la superficie terrestre. Y para el que no lo sepa, el aire se calienta un poco desde arriba pero sobre todo desde abajo. El Sol calienta el suelo primero y luego el suelo, con radiaciones infrarroj as o con vapor de agua, calienta el aire. Si hemos modificado el piso es normal que algo hayamos influido en la temperatura del aire. Pero, probablemente, poco, porque también la intensidad del Sol cambia, y las corrientes oceànicas, y otros factores màs, como los rayos cósmicos que afectan a la nubosidad, y cuya importancia desconocemos.
Es màs, usted defiende en su blog personal que el que la Tierra se caliente unos grados tampoco es tan nefasto.
La Tierra siempre ha sido màs verde y màs húmeda cuando ha estado màs caliente. En
los tiempos glaciales los desiertos se expandían y las selvas se encogían. Es lógico, porque un aire màs caliente es un aire que admite màs humedad y el calor acelera el traspaso de humedad
desde los océanos a los continentes. Por otra parte, una atmósfera con màs CO2 es màs fértil, ya que el CO2 està en la base de la fotosíntesis. De hecho, aunque suene a escàndalo decirlo, el planeta, observado desde los satélites, cada vez està màs verde, excepto en donde se talan bosques, claro. No es el clima el que desertiza algunas regiones, sino la tala; como no es el clima el que acaba con muchas especies, sino la pesca y la caza. Lo fàcil y conveniente es echarle la culpa al CO2. La culpa de esta manera se difumina, se reparte.
Entonces, lo de que el CO2 es el culpable de todos los males…
El CO2 es un gas bueno, vital, tan importante para la vida terrestre como lo es el oxígeno.
4Considera su postura como escéptica o la calificaría de otra manera?
Algunos, con ideas retorcidas y para hacernos callar, nos empiezan a llamar negacionistas, el término que se usa para nominar a los que niegan el Holocausto. Pero no, somos escépticos, y a mucha honra. El escepticismo, y un puntito de vanidad, es lo que, hasta no hace mucho, ha movido el espíritu científico. Ahora es el dinero y el cinismo lo que màs lo mueve.
4Resulta difícil defender argumentos como los suyos frente a cientos de informes y documentos firmados por cientos o miles de científicos que afirman lo contrario?
4Miles de científicos? 4Cientos de informes? No exagere. Lo que hay es mucho silencio detràs de mucho ruido.
4Qué significa el Protocolo de Kioto para usted?
Kioto es un eslogan aprovechado por los gobiernos de Francia, Reino Unido y Alemania para cargarse como fuente de energía global a la màs barata, mejor repartida, menos monopolizada y màs abundante: el carbón. De paso fastidian a los Estados Unidos, que de carbón andan sobradísimos. Màs del 50% de la electricidad de Estados Unidos procede de centrales térmicas.
A su juicio, ¿debemos hacer algo, entonces, para hacer frente a los efectos del calentamiento global?
No va a haber tales cambios. A lo que nos vamos a tener que preparar es a la proliferación de la energía nuclear, con fábricas y depósitos de uranio enriquecido por todas partes, gracias al «cambio climático». –
Destacan el rol de los bosques para combatir el cambio climatico
El Derecho Forestal se ha ocupado históricamente sólo de la gestión de la propiedad de los montes como productores de aprovechamientos, con una limitada preocupación por otros factores, tales como la lucha contra la erosión, la propia conservación de la masa forestal o la protección de determinados espacios. Sin embargo, la creciente preocupación de los científicos y de la sociedad en general por los efectos del cambio climático ha impulsado a Miren Sarasibar a abordar los bosques desde otro punto de vista, y colocarlos en un lugar destacado en la lucha contra el calentamiento global de la Tierra.
Doctora en Derecho por la Universidad Pública de Nafarroa, Miren Sarasibar (Eguaras, 1978) acaba de publicar un libro titulado “El Derecho Forestal ante el cambio climático: las funciones ambientales de los bosques”. En esta obra, la autora analiza el nuevo rol de los bosques, desde el punto de vista jurídico, como factor contribuyente a la reducción del cambio climático.
Las funciones ambientales de los bosques han sido abordadas en los últimos años por la normativa internacional, y en concreto por la Convención Marco de las Naciones Unidas sobre Cambio Climático (1992), y el Protocolo de Kioto (1997). También la UE ha unido la política forestal con el cambio climático, impulsando medidas para hacer frente a este fenómeno.
Estas cuestiones son desarrolladas en el libro de Miren Sarasibar, que también estudia las medidas que existen en el Derecho Forestal para aminorar las consecuencias del cambio climático, que no habían sido tratadas desde un punto de vista jurídico.
Un principio básico que se formula ahora en el Derecho Forestal es el de «gestión forestal sostenible», del que se derivan importantes acciones que inciden en el cambio climático. Como aspecto relevante, la propia autora destaca la función de «sumidero» de CO2 de los bosques, «ya que supone aprovechar y sacar rendimiento a este recurso natural».
El libro también estudia el aprovechamiento energético de los residuos forestales, o
biomasa, como un tipo de energía renovable que puede considerarse como «un medio efectivo para operar contra el cambio climático», explica Miren Sarasibar.

ANDARE OLTRE IL VECCHIO COMUNISMO (COME POLITICA), ANDARE OLTRE IL VECCHIO MARXISMO (COME TEORIA)

Pubblichiamo sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) un nuovo “piccolo” saggio di Gianfranco La Grassa che approfondisce alcuni aspetti teorici (i quali dovranno fungere da stella polare per una analisi più complessiva di certi fenomeni e delle “basi materiali” dalle quali questi si stagliano) dipananti l’intima struttura della formazione sociale capitalistica nelle sue diverse articolazioni (paesi e gruppi di paesi). Tali articolazioni (da intendersi, altresì, in termini di differenziali di potenza e di performatività economica) sono il portato di rapporti di forza direttamente scaturenti dal confronto/scontro tra segmenti di “classi” dominanti in orizzontale (il motore del dinamismo geopolitico della formazione mondiale capitalistica), e, al contempo, in verticale (stratificazione), ri/producentisi secondo decisive precipuità territoriali (determinanti sono i fattori storici, sociali, economici, culturali ecc.). Tali specificità permeano della propria impronta i diversi capitalismi nazionali, si tratta di fattori che possono rivelarsi fondamentali nel determinare la forza e la capacità propulsiva di alcune “specie” di dominanti, soprattutto quando quest’ultime puntano ad allargare il proprio campo d’azione (in funzione della dominanza “extra-territoriale”). Si può parlare di formazioni sociali declinate al plurale perché, come indica La Grassa nel testo, queste sono indissolubilmente legate da una medesima natura capitalistica (in questo senso parliamo di formazione mondiale capitalistica) ma non agiscono tutte allo stesso modo, la loro razionalità strategica è differente in quanto deriva da una condizione di momentanea predominanza (come per il paese centrale, con i vantaggi “posizionali” che ne conseguono) che permette di valutare l’opportunità di riassestamenti o di ulteriori attacchi al fine di consolidare (nel primo caso) o di espandere (nel secondo caso) il proprio campo di azione, o di provvisoria subdominanza, dato il maggiore ritardo militare, tecnologico, scientifico, industriale che tali segmenti (sub)dominanti sono chiamati a recuperare se vogliono, a loro volta, espandere la propria sfera d’influenza e insidiare la supremazia della formazione imperante (l’attuale formazione americana dei funzionari(privati) del capitale). Con ciò, si comprende che i settori dominanti che intendono minacciare tale preminenza devono riorganizzarsi all’interno (si tratta di un primo passo necessario) per recuperare autonomia politica e decisionale, e all’esterno, puntando alla dilatazione delle risorse necessarie all’approntamento di strategie più aggressive (producendole in proprio laddove possibile, ma, soprattutto, stringendo accordi con altri paesi per assicurarsele stabilmente e senza troppe strozzature). Tali risorse, siano esse naturali, industriali, o derivanti da specifici know how (frutto a loro volta di intensi processi di accrescimento delle proprie conoscenze tecnologiche, scientifiche, militari ecc.) sono la “benzina” per muovere i propri “eserciti”, per posizionarli strategicamente (geopoliticamente) a difesa dei propri “confini”, agendo contemporaneamente sia nella sfera economica (la “forma” che nel capitalismo modella di sé tutte le altre, quella che prende il davanti della scena) sia, soprattutto, in quella politica (nella quale si opera con regole distanti dalla razionalità strumentale e dove servono ben altre capacità, quelle di tipo prettamente strategico). Per intenderci, si possono invadere i mercati altrui con grandi quantità di capitali e con prodotti qualitativamente migliori ma poi bisogna essere in grado di mantenere tale supremazia con mezzi più politici (sia diplomatici, ma, quando occorre, anche “meno diplomatici”
poiché si devono difendere le posizioni conquistate). Un esempio ci potrà aiutare a capire meglio la questione. Prima dell’aggressione alla Jugoslavia da parte degli Stati Uniti (con l’apporto italiano e di un governo di centro-sinistra) questo paese era sotto l’influenza economica e commerciale tedesca. I capitali e i prodotti tedeschi avevano invaso il mercato jugoslavo e da qui s’apprestavano ad affacciarsi su tutto l’est ex-sovietico. Il marco la faceva da padrona e le riserve monetarie jugoslave erano conservate in quella moneta. Subito dopo il conflitto, i capitali tedeschi erano dovunque arretrati ed il dollaro aveva scalzato il marco. Il governo americano aveva agitato con veemenza il suo bastone e quello Jugoslavo aveva dovuto “accettare”, successivamente, la carota (sub specie finanziaria) dello zio Sam. Da allora l’Europa è andata perdendo ogni avamposto ed il suo declino è coinciso con l’arretramento della Germania e della Francia (asse franco-tedesco) fino all’attuale sfacelo rappresentato dalle odierne classi dirigenti di questo vecchio continente, completamente asservite al “padrone” americano (dell’Italia nemmeno parliamo per non andare incontro a poderosi conati di vomito). Oggi le scarne speranze per un riequilibrio dello strapotere americano vengono da due paesi (a modo di produzione capitalistico) portatori di strutturazioni sociali differenti (formazioni), quali sono quella russa e quella cinese. Questi due paesi, pur esprimendo tipologie sociali diverse(dove la centralizzazione politica dirige direttamente l’economia) rispetto a quella americana dei funzionari(privati) del capitale, sembrano gli unici in grado di opporre (sia militarmente che economicamente) un freno allo strapotere USA. Ancora non sappiamo quando potrà verificarsi un reale scontro tra questi giganti (nè proviamo ad azzardare sulle forme, più o meno cruente, che questo conflitto potrà assumere). Ciò che è sicuro e che l’Europa rischia di trovarsi tra l’incudine ed il martello, potendo solo scivolare verso un maggior servilismo nei confronti del paese attualmente centrale (con tutto ciò che questo comporta) o più “semplicemente” potrà cambiare “padrone” trovandosi ad essere incorporata nella sfera d’azione russa o cinese, senza poter nemmeno negoziare la sua posizione. Ci sarebbe tempo per mutare la propria strategia e per cercare nuove alleanze con questi paesi emergenti, ma non sembra che questo avverrà a causa dell’incompetenza e del codinismo delle classi dirigenti del vecchio continente, troppe impegnate a preservare la loro misera sopravvivenza di saprofiti. Tutto ciò per dire che non ci illudiamo affatto sulla natura delle potenze emergenti (Russia, Cina, o altri paesi che potranno, con più lungimiranza dell’Europa, venir fuori) ma non si vede all’orizzonte qualcosa di meglio. Il ritorno di un minimo di equilibrio internazionale e l’apertura di una nuova fase policentrica sono l’unico auspicio che oggi rincorriamo, almeno per frenare il dominio incontrastato degli Usa e cercare i necessari sbocchi storici (nella nuova fase) che consentano una riorganizzazione strategica dei dominati.
Vi lasciamo alla lettura del saggio di La Grassa che potete scaricare direttamente dal nostro sito in Home page, qui si è tentato solo di riassumere qualche aspetto teorico messo in evidenza da GLG, ma ve ne sono tanti altri che potrete cogliere scorrendo le pagine di questo lavoro.

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