SOTTO IL GOVERNO LA BANCA CAMPA

 

E’ bastato che i vertici dell’Abi si dimettessero in massa per ottenere l’arretramento del Governo dei pusillanimi tecnici dai propositi di garantire la gratuità dei conti correnti a favore dei pensionati che percepiscono una pensione fino a 1.500 euro al mese. Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo ha riferito alla Camera che il provvedimento “rischia di essere un danno per le banche”. Non sia mai, sarebbe un reato di mancato approfittamento sui più deboli, non ammissibile in un Paese dove la finanza fa il bello ed il cattivo tempo a causa della fiacchezza, ed ormai anche assenza, della politica. Sarebbe come autorizzare un furto in casa del ladro, una rapina puntando alla tempia dei cassieri, anziché una pistola, un bastone della vecchiaia, una estorsione sotto minaccia di borsettata in faccia da parte di vecchiette più disperate che arzille. Ma nonno Mario che apparentemente solidarizza con la sua generazione è intervenuto tempestivamente a smentire il suo sottoposto, assicurando che la norma non sarà modificata. Ci domandiamo, tuttavia, come sia possibile che il Premier non sapesse, avendo tenuto per sé l’interim del ministero dove Polillo lavora, quello che il sottosegretario sarebbe andato a riferire in Parlamento. Questi professori o sono dei pasticcioni oppure credono di poterci trattare tutti come degli sprovveduti scolaretti. L’esecutivo prima simula il gioco duro nella partita con i banchieri per dimostrare al paese che ogni settore è marcato a uomo, poi però anziché finalizzare l’azione tira volontariamente la palla in tribuna per non alterare il risultato. 0 a 0 e divisione della posta in palio che purtroppo è il nostro futuro, divenuto oggetto di spartizione tra delinquenti che truccano le partite. Tanta melina dunque, con finte e dribbling istituzionali, senza colpire mai negli stinchi i fuoriclasse dell’industria e dell’universo bancario, nonostante qualche tentativo di contropiede poco credibile e fatto per non destare sospetti nel pubblico. Consigliamo, dopo questa vicenda vergognosa di rimbalzi e di palleggiamenti tra gruppi di potere, ai player degli altri ceti sociali , dai tartassati, agli autonomi, alle partite Iva, ai lavoratori subordinati, dai precari ai disoccupati, di dimettersi unanimemente da popolo per ottenere dal Presidente del consiglio e dai suoi compagni di squadra qualcosa di meno doloroso dei calci a tradimento, presi gratuitamente e sempre nella stessa zona, cioè sul sedere. Comunque, può darsi che la norma effettivamente non venga toccata ma il Governo riuscirà ugualmente a suggerire all’Abi qualche altra contromossa per recuperare il “maltolto”. Del resto, che cosa vi aspettate da un gabinetto di ex amministratori delegati di istituti di credito ed ex consulenti di società finanziarie internazionali, che si mettano a derubare i propri simili?

LE DOGLIE DI TRAVAGLIO

 Travaglio ha le doglie e proprio non riesce a metabolizzare la sentenza della Cassazione che ha rimandato il fascicolo del processo a Dell’Utri alla Corte d’appello di Palermo, addirittura per mancanza del capo d’imputazione. Detto altrimenti, l’impianto processuale contro l’ex senatore del PDL si è retto per anni su teoremi accusatori ad uso politico e su pregiudizi persecutori difficilmente assimilabili alla ricerca della giustizia. A ciò si sono aggiunte le parole – più terrorizzanti che terrificanti per Travaglio, il quale avendo costruito il suo successo sulle carte bollate e i ditini puntati contro presunti politici collusi con Cosa Nostra, soprattutto se viciniori di B, rischia infatti di ritrovarsi senza idee per continuare a spargere inchiostro come veleno a mezzo stampa e lettura video- del Procuratore Generale che ha squalificato il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso poiché indefinito ed insostenibile. Deve essere stata una mazzata tremenda per il cronachista delle procure che a questo punto può anche appendere la penna al chiodo per mancanza di materia prima, mentre il suo precedente lavoro, denso d’insinuazioni e di maldicenze, può essere ben consegnato, senza patimenti, alla memoria dei roditori. Poiché Travaglio basava i suoi pezzi su tali teoresi, d’ora in poi, la prima riga scritta sarà per lui anche l’ultima e non avrà più argomenti per dare corpo alle sue insulsaggini, salvo il borbottare scomposto con cui sta adesso tentando d’infarcire discorsi già esauriti allungandoli con invettive moralistiche e scapestrate.  Sono terminate le marchette di Marco alla casta togata ed ora forse si può sperare di far emergere un’altra verità, troppo a lungo sepolta sotto l’antiberlusconismo ad oltranza alimentato da questi pennivendoli disponibili a svolgere il compito di portalettere dei giudici. Per esempio, si potrà fare chiarezza sull’alleggerimento del carcere duro (41 bis) avvenuto sotto i governi Amato e Ciampi. Potremo sperare di capire, senza che alcuno possa immaginare ancora di nascondersi dietro l’ombra del cavaliere nero, chi e cosa spinse il Ministro Giovanni Conso, a rivedere il trattamento carcerario di pericolosi mafiosi in un momento in cui semmai occorreva inasprire tali provvedimenti per la svolta stragista messa in atto dalle cosche. In quegli anni in cui il sistema istituzionale italiano subiva un attacco violento, da nemici esterni ed interni, fino alla caduta delle vecchie classi dirigenti, una trattativa con il crimine organizzato effettivamente ci fu ma con altri protagonisti, spacciatisi successivamente per irreprensibili difensori della Costituzione ed incorruttibili padri della patria, i quali hanno continuato impunemente a fare carriera sulle ceneri del Paese. Ma, sicuramente, Berlusconi non aveva parte in questi intrallazzi perché non ancora entrato nell’agone politico e perché, al contrario, persino disorientato ed indebolito dalla perdita suo nume tutelare, Bettino Craxi. La nostra interpretazione dei fatti l’abbiamo data tante volte ed il tempo che passa anziché smentire rafforza le primigenie convinzioni ed intuizioni. Gli eventi dei primi anni ’90 s’iscrivono tutti in una sorta di rivoluzione colorata all’italiana che vide agire sinergicamente, per finalità distruttive dei nostri apparati statali, istituzioni marcite ed eterodirette dall’estero, partiti politici ideologicamente riformati e surrettiziamente passati sotto l’ombrello atlantico, ambienti industriali decotti e circoli finanziari parassitari (riconducibili alla Confindustria agnelliana), settori culturali della borghesia azionista alla testa dei mezzi d’informazione inglobati nelle torbide macchinazioni, servizi d’intelligence antinazionali concordi con il colpo di mano. Tutti questi indigesti ingredienti, mescolati nel brodo internazionale di una nscente fase storica post-guerra fredda, portarono alla caduta della I Repubblica. Se vogliamo comprendere seriamente chi ebbe più responsabilità degli altri in quelle confuse vicende dobbiamo guardare ai sopravvissuti, ai risparmiati dalla mannaia giustizialista, ai potenti che tali restarono e che anzi incrementarono le loro aspettative di carriera, agli individui politici che attraversarono indenni la buriana rifacendosi gli abiti e mantenendo le cattive abitudini tangentizie e malversative. Berlusconi con questo non c’entra perché non c’era e perché, al massimo, è stato un prodotto involontario di quel caos, un imprevisto degli avvenimenti che ruppe le uova nel paniere agli architetti dell’oscurità, uno scherzo del destino che mise i bastoni tra le ruote ai manovratori nascosti e ritardò all’Italia una sorte peggiore. Ora che B. si è fatto da parte, sconfitto e deriso, quel futuro ritardato di vent’anni si ripresenta con maggiore impeto seppur in forme diverse. Quel che sta per accadere hic et nunc è ciò che all’epoca si interruppe e non si realizzò per un’astuzia della Storia. Ma anche quest’ultima ha esaurito le sue sorprese ed il precipizio, fortunosamente evitato allora, si ripresenta  intorno a noi come una voragine. Per questo ci hanno portati sui Monti, vogliono assicurarsi di un nostro sfracellamento al suolo definitivo.

DAL TIBET ALLA LUCANIA

 

La Giunta ed il Consiglio regionale lucani sono al fianco del popolo tibetano. La variopinta bandiera del Tibet è stata esposta sul palazzo della Regione. Prima era stata la volta dello striscione per Sakineh libera, l’uxoricida iraniana santificata per fare un dispetto agli ayatollah e dimostrarsi più moderni dei fondamentalisti. Cosa che sarà apparsa davvero a portata di mano di certi progressisti regrediti a stilisti dell’indignazione estetica, purchè veramente à la page. Il senso civico è per loro un abito double face che si rivolta seguendo le tendenze mondiali ma non si adatta mai a tutte le situazioni globali. Sposare cause esotiche di genti sconosciute e lontane, per moda e con modalità condizionate dal qualunquismo e dal politicamente corretto, è il massimo che sa sfoggiare la nostra classe dirigente  la quale punta sempre sui just cavalli vincenti. Qui va tutto a ritrecine, ma lorsignori amano cucirsi addosso Budda piuttosto che Maometto e non si sa perché, a meno che l’immagine del profeta non venga temporaneamente riprodotta sulle magliette di una gioventù rincitrullita per stimolare una qualche primavera araba. I poveri cinesi che non frequentano l’ora di religione e scopiazzano le grandi firme del made in Italy non avevano alcuna speranza di ottenere sostegno dai nostri rappresentanti.  Vai a spiegare loro che, in questo momento storico, chiunque non risulti sarto a bottega degli Usa, dai cinesi ai russi, dagli iraniani ai nordcoreani, diventa sistematicamente un taccheggiatore di libertà da stigmatizzare, anche se chiuso a cerniera è esclusivamente  il comportamento occidentale che non ammette scuciture sul proprio terreno egemonico. Ed, infatti, a nessuno dei nostri illustri capi (politici non di vestiario) viene in mente di srotolare uno scampolo a favore dei palestinesi, lacerati e denudati dagli israeliani. Quest’ultimi imbastiscono guerre dalla parte giusta, divenendo immuni agli strappi internazionali. Poiché dubito che molti dei nostri rappresentanti siano in grado di indicare con uno spillo su una cartina geografica gli scenari centrali e periferici dove oggi si aprono gli squarci delle principali sfide geopolitiche del XXI secolo, li invito ad una maggiore sobrietà – dovrebbero intendersene visto che ne hanno fatto un principio lode(n)vole di governo – senza sprechi di paillettes ideologiche e di pregiudizi da cotonieri del sud, occupandosi principalmente di un popolo vicino ma ugualmente tanto bisognoso di non finire con le pezze al culo: quello lucano.

L’ITALIA CHE AFFONDA

L’Italia, povera ancella di giorni meno servili, perde peso mondiale, appeal geopolitico, capacità industriale e finanziaria perché, da qualche decennio, non ha più un Governo degno di essere nominato. Prodi o Berlusconi, Berlusconi o Prodi, compresi i caroselli tecnici per distrarre la pubblica opinione dalla miserabile ed artificiosa riottosità dei partiti, il risultato è sempre lo stesso: decadenza politica, depauperamento economico, privazione d’identità, scollamento territoriale ed indebolimento progressivo di uno Stato che ha smarrito indipendenza e forza propulsiva dei suoi apparati, giunti ad un grado estremo di senescenza. La disfunzionalità della cosa pubblica, a tutti i livelli, è la conseguenza della evanescenza della politica e del decadimento sociale, non delle ruberie e delle malversazioni di cui parlano ossessivamente i giornali. Lasciando stare qualche breve sussulto delle giornate d’oro di B., allorché sull’asse Roma-Mosca si sviluppavano intese ed accordi sui gasdotti e nasceva un comune modo di intendere le relazioni internazionali ad Est e nel Mediterraneo, con il coinvolgimento di altre capitali non allineate alla Nato, da quando è sorta l’UE ed è stato introdotto l’euro il nostro futuro delegato all’estero si è sbriciolato. Pressati dalle velleità monocentriche statunitensi, ormai insostenibili storicamente eppure ancora persuadenti militarmente, e irretiti dalle irrealistiche visioni egocentriche di Germania e Francia, noi italiani ci abbiamo rimesso tutto: affari, investimenti e libertà di movimento. Non siamo più i partner privilegiati di Washinton, sebbene la nostra posizione strategica continentale ci lascerebbe ancora margini di contrattazione autonoma (ma, del resto, perché coinvolgerci in un processo deliberativo che agisce sui nostri assetti dispositivi con automatismi istantanei?) e siamo trattati dai membri fondatori dell’Unione come un Paese di secondo piano, nonostante circuizioni e discorsi accattivanti su integrazione e condivisione delle decisioni. I nostri problemi hanno soprattutto natura esterna, in una fase in cui la politica estera è la politica tout court. L’unica maniera per fissare gli equilibri interni è, pertanto, quella di ridare alle nostre istituzioni una proiezione globale e regionale, fondando nuove alleanze per inaugurare opportunità di profitto e di crescita, battendo strade non ancora percorse alla ricerca di una migliore collocazione sul palcoscenico mondiale, capitalizzando penetrazione geopolitica per contrastare tendenze disgregative e svendite di sovranità. Purtroppo però anziché concentrarci sulle cause di tale alterazione epocale trasferiamo competenze e prerogative, di cui dovremmo essere gelosi, ai nostri nemici e concorrenti, affidiamo il nostro destino in outsourcing alle borse che ci restituiscono temporali e cataclismi e ci inquietiamo per le valutazioni delle agenzie di rating, dietro le quali opera il pugno di ferro della potenza statunitense. Ci deprimiamo o ci consoliamo per i giudizi parziali degli organismi sovranazionali, ci imbuchiamo ai loro banchetti, li allisciamo per essere invitati ai loro meeting dove restiamo in disparte e solitari  nell’indifferenza generale, dimostrando così di non aver alcuna personalità e convinzione nei propri mezzi. Smarriamo status e obiettivi sulla scacchiera planetaria e scivoliamo verso un penoso stato d’impotenza. Se la cornice degli interventi “salvaitalia” resta quella di un’ acritica adesione alle prescrizioni del mercato, sulla quale i professori sono gli unici autorizzati a dare voti, chiedendo voti d’austerità alla popolazione per pareggiare i conti di bilancio spareggiando  quelli con la Storia, allora il quadro avrà sempre tinte fosche. Politicamente muti, storicamente inabili ed economicamente depressi siamo costretti a vegetare in un periodo in cui gli eventi ribollono e tutti accorrono al capezzale dei tempi conclusi per reinterpretarne l’eredità alla luce dei propri bisogni correnti. Spauriti ed immobili, noialtri invece diventiamo anticaglia, passiamo di moda all’istante ma pretendiamo ugualmente di dire la nostra perché una volta era così. Gli indiani, tanto per dirne una, lo sanno benissimo e ci ridicolizzano quanto più alziamo la voce dopo i fatti di qualche settimana fa che hanno coinvolto nostri militari imbarcati a protezione di un mercantile ed accusati di aver sparato a pescatori inermi. A prescindere dall’accaduto in sè, ancora poco chiaro e difficilmente accoglibile nella versione ufficiale del “turbante”, l’evoluzione della vicenda, compreso il teatrino dei rimbrotti tardivi della nostra diplomazia, ci dimostra quanto valiamo.  D’altro canto perché l’India, definita da Marx nell’ottocento un’Italia di dimensioni asiatiche e diventata nel frattempo una grande potenza emergente, dovrebbe cedere ad uno Stato di dimensioni ridotte in immersione geopolitica permanente? Aspettano che siano i nostri padroni a mediare per noi e a portarci ancora più in basso nella classifica dei Paesi importanti. Si può avere l’orgoglio ferito per due marò (ingiustamente arrestati) ed essere al contempo immuni alle continue umiliazioni di secoli di storia patria?

GLI DEI CIALTRONI

monti-time276171Monti è sempre più popolare sulla stampa italiana e su quella mondiale che s’inventano impennate negli indici di gradimento della pubblica opinione, nonostante le scudisciate sferrate da costui alle terga dei connazionali. A meno di non essere del tutto pervertiti c’è da giurare che solo in pochi apprezzano le pratiche “slave” e sadomaso del professore borchiato sotto il cappotto d’ordinanza cattedratica. Gentaglia da salotto insomma che non frequentando bar e bettole da volgo si arroga comunque il diritto di mettere in bocca alla plebe parole di giubilo per il Salvator cortese della Patria. Ma l’uomo della provvidenza parziale, il semidio dello spread, l’eroe dei mercati internazionali si guarda bene dal provocare l’ira degli dèi del Grande Capitale e della Finanza Internazionale contro i quali ogni tanto inveisce ma non agisce mentre è sempre pronto a scatenare fulmini e saette sui comuni mortali, sottoposti ad ogni tipo di persecuzione e vessazione. Nettare per gli dèi, lacrime e sangue per noi. Qualcuno si è preso la briga di fare due conti su questo primo periodo del governo soprannaturale composto da tecnici avviati alla carriera divina per una scorciatoia “trilaterale”. Così è emerso dal torbido clima di questa abominevole sobrietà che la spinta celeste dei suddetti figliastri di Pluvio, Olimpo ladro!, è assolutamente unidirezionale e preme soltanto sui settori sociali più svantaggiati. Che pertanto sacramentano e ne hanno ben donde, altro che sacrifici in onore delle divinità professorali! Per esempio, un articolo di Domenico Moro –con un taglio un po’ troppo ancestrale con ancora al centro il conflitto capitale/lavoro- sul sito Marx XXI (Marx che, ricordiamolo, nella sua epoca veniva spesso raffigurato dalla pubblicistica come un Prometeo al quale l’aquila imperiale andava a mangiare il fegato, punizione guadagnata per aver consegnato il fuoco teorico della rivoluzione al proletariato) riporta una serie di gravi iniquità nemmeno citate dai giornali:

“Monti, malgrado le promesse, ha lasciato intatta l’aliquota più alta dell’Irpef, cioè le imposte sui più ricchi, ed ha aumentato le imposte sui consumi, quelle che gravano principalmente sui redditi più bassi. L’Iva era già stata aumentata da Berlusconi di un punto, dal 20% al 21%. Ora, l’Iva (le aliquote del 10% e del 21%) verrà aumentata, nella seconda metà del 2012, di due punti percentuali e, nel 2014, di un ulteriore 0,5%. Inoltre, sono state aumentate le accise sui carburanti, quella della benzina a 704,20 euro per mille litri, quella del gasolio a 593,20 euro. Tali aumenti hanno provocato un aumento dei costi del trasporto e, a cascata, di molte merci. Possiamo immaginare quanto saranno pesanti gli effetti sull’inflazione, quando gli aumenti dell’Iva si sommeranno a quelli delle accise. Non è del tutto corretto dire che Monti non ha toccato l’Irpef. Ha toccato l’Irpef regionale (addizionale Irpef). Però, nell’Irpef regionale Monti ha aumentato l’aliquota di base, che grava sui più poveri. Questa è stata ritoccata dello 0,33%, portandola dallo 0,9% all’1,23%. Dal momento, però, che molte regioni avevano già introdotto delle maggiorazioni alla vecchia aliquota base, gli aumenti effettivi sono maggiori. Nel Lazio si passa dall’1,40% all’1,73%, lo stesso in Piemonte, Sicilia e Lombardia. In Campania e Calabria si raggiunge il record con il 2,03%. Inoltre, l’addizionale regionale è progressiva solo in cinque regioni. Da notare, che il provvedimento di aumento dell’Irpef è retroattivo, cioè riguarda il 2011”.

Si sarà comportato con tutte le furie del cielo dottorale anche con le grandi imprese? Nemmeno per il loden, ed infatti: le imposte sono state diminuite alle imprese di capitale. L’Ires è l’imposta pagata sul reddito delle società (imprese di capitale, enti pubblici e privati, trust), che fu ridotta dal governo Prodi dal 33% al 27,5% nel 2007. Monti ha introdotto una nuova deduzione dall’Ires. Le imprese potranno dedurre dall’Ires l’imposta sulle attività produttive pagata sul costo del lavoro (Irap). Una impresa con 200 dipendenti risparmierà fino a 75.171 euro su una Irap totale di 237.900 euro.”

E non è finita qui perché tra l’IMU (la tassa sugli immobili che costringerà chi non potrà versare l’ennesimo ed odioso balzello a vendersi la casa, come sostiene Nicola Porro su Il Giornale) e la riforma del mercato del lavoro orientata a decurtare le vecchie garanzie per sostituirle con la mera propaganda del mercato globale, è sicuro che gli ultimi della Penisola, a forza di sprofondare, finiranno dritti dritti nell’Ade. Le nubi intorno a Monti si fanno sempre più fitte, proprio come quelle intorno al Monte Olimpo, dove però un tempo campeggiavano degli dèi dai tratti umani e non dei cialtroni con la faccia da marionette della Trilaterale.

DEMOCRAZIA E BANDITISMO

 

Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria
era stato accusato di essere un demagogo sognatore,
oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga.
Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere
la sua terra per un parco, ma io lo impedii.
Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale
dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un’ondata di criminalità sulle pagine del Ledger!
Quanti rapinatori, giocatori d’azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio!
La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro.
Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta.
E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!
(E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)

In Russia trionfa Putin di larga misura e sulle pagine dei principali quotidiani mondiali scoppiano disordini, proteste e si moltiplicano le denunce di brogli. Sulle pagine dei giornali, non nella realtà. Le piazze sarebbero colme di oppositori ma il colmo è che si possa raccontare spudoratamente una siffatta frottola e definirsi poi organi di informazione e di civiltà senza infangare il nome di dette cose e dei principi che ne stanno alla base. Il regime starebbe agendo con estrema violenza per reprimere il dissenso, procedendo ad arresti indiscriminati per far tacere gli oppositori i quali si oppongono alla maggioranza del popolo che ha scelto il suo leader ed ora vorrebbe, secondo regole democratiche, che fosse lui a governare. Ma per i media internazionali gli usurpatori sono i vincitori non quelli che non accettano la sconfitta. Gli Usa indignati chiedono una inchiesta, l’Europa segue con la coda tra le gambe il suo padrone, ma tutto questo avviene appunto sulla nostra stampa mentre l’oggettività se ne fotte, a meno di non ricevere una spinta per deviare dal suo corso storico con i bombardamenti intelligenti della Nato, di quello che sostengono pennivendoli prezzolati e leaders atlantici brizzolati. Chi contesta la legittimità del voto? Naturalmente chi ha preso sganassoni in faccia dal responso popolare e non troverà posti a sedere, poiché, “ritocchi” o non degli esiti elettorali, lo scarto di consensi tra il neopresidente ed i suoi rivali è così abissale da non lasciar adito a sospetti. Ma la comunità mondiale è oscena nel suo perseverare nella sovversione della verità (essendo essa stessa a dettare le regole del gioco per tutti i giocatori ed anche per chi non intende associarsi alla partita) e non gradisce che qualcuno voglia farsi il proprio tavolo verde respingendo i suoi bluff e raggiri. Se il Cremlino non acconsente a ricevere la mano truccata dal banco globale, è fuori dalla grazia di dio e della modernità. L’imbroglio però è talmente evidente che solo uno sprovveduto si metterebbe a sedere con tali bari e con i loro compari. La situazione è così  torbida che tra i combattenti contro l’assolutismo putiniano, insieme ad oligarchi notoriamente onesti e filantropi, criceti (internauti) sovvenzionati per le loro opere pie dalle ong americane, scacchisti ben accolti a Washington e scoppiati in azione un po’ dappertutto si è iscritto anche il comunista con le scarpe di pitone da 3000 dollari Gennady Zyuganov, il quale ha parlato di “voto illegittimo, disonesto, assolutamente scorretto e privo di valore”. Prive di valore sono le sue dichiarazioni e le sue idee, un tempo gloriose, oggi divenute un tappetino di ubbie sparse sotto i piedi dei prepotenti del pianeta. Per la svolta Lenin si rivolta nel mausoleo.

Viandante! Sai chi sono i più abili cospiratori e i più eccellenti despoti? Sono coloro che dicono questo è giusto e questo è sbagliato, e che salgono al trono di ciò che chiamano giusto, e poi il giusto incatenano con una legge. (E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)

TAV-ERNICOLI ALLA RISCOSSA

I Tavernicoli dell’antitav non si danno pace e non sentono ragioni, abituati a menar le mani e ad emettere suoni primordiali piuttosto che ad usare la testa. Il buco nella montagna non si deve fare perché non è bucolico e perché così ha stabilito il partito preso di una retroguardia sociale rumorosa, minoritaria, irrazionale ed ebbra d’ideologia la quale, tra barrique e barricate, ostacola lo sviluppo del Paese. Sviluppo che è sintesi delle molteplici attività umane le quali determinano inevitabili contraddizioni ma anche indubitabili avanzamenti, laddove precedenti risultati economici dati per acquisiti si rivelano, con la mutazione della situazione sociale, troppo limitati. Piaccia o meno si deve stare, mettendoci intelligenza, al passo dell’epoca pena lo sprofondamento nel declino senza nemmeno aver tentato un minimo di adattamento e di slancio creativo.  Troppe volte siamo rimasti indietro pagando innumerevoli conseguenze a causa di ansie e paure collettive, spesso generate ad arte. Ma in Italia, a sentire i conservatori attaccati alle loro ristrette convinzioni da barboni virtuali si dovrebbe proprio rinunciare a “modernizzare”, investire, sveltire la realizzazione delle grandi opere poiché la nostra vocazione ancestrale, suggerita dal nostro patrimonio naturale e dalla tradizione turistica, deve essere necessariamente di lentezza o persino di immobilità generale: slow food, slow foot, slow life e, purtroppo, low profile industriale e tecnologico. Una nazione appiedata e letteralmente ferma al palo, nicchia europea e mondiale di mercati di nicchia sempre meno appetibili dove, tra albergatori, ristoratori e camerieri, prosperano e bivaccano coltivatori diretti di propaganda campestre e di vecchie maniere agresti, rigorosamente contemplate dal salotto di casa, possibilmente di fronte ad uno schermo al plasma. Più che patria del biologico, stiamo divenendo uno spazio geopolitico e geoeconomico biodegradabile ed in costante degrado. Questi sono i punti fermi, o piuttosto i punti rigidi (come le clave preistoriche agitate dai suddetti cavernicoli avverso presunti poliziotti trogloditi e rozzi capitalisti affamati di profitto), sui quali non si può trattare. Ammettiamo per un attimo che la Tav non sia così urgente, ammettiamo pure che i dati e i vantaggi prospettati da chi ha interesse a concretizzarla siano stati gonfiati, ammettiamo che i malintenzionati stiano già immaginando lauti guadagni rinvenienti da facili speculazioni e appalti pilotati, ammettiamo tutto questo perché è già successo e continuerà ad accadere (ma è l’eccesso che genera il necessario, care anime belle). Accettiamo parimenti che la ragione stia un po’ di qua ed un po’ di là, come in ogni umana vicenda, ma nondimeno è lecito porsi una domanda, ovvero perché mai in Italia non sia possibile fare alcun progetto o intervento senza che si riversino sulle tangenziali o lungo i binari orde di invasati anti-tutto e pro-niente, icariani ciarlatani che predicano la frugalità della comunità ma poi si lamentano della disoccupazione e dell’incipiente impoverimento dei suoi membri. No al nucleare, no ai rigassificatori, no alle estrazioni, no a qualsiasi attività soprattutto se in my back yard, proprio mentre la nazione, anche a causa di questo rifiuto ossessivo di ogni novità, iniziativa, o impresa giudicata troppo invasiva per l’ambiente o per l’equilibrio del territorio diviene il giardino di casa dei peggiori sfruttatori mondiali. Diciamo no a quest’ultimi ma diamo una possibilità a noi stessi. Ho persino letto un articolo di fantageopolitica nel quale la Tav viene descritta come strumento della Nato finalizzato ad allargare l’egemonia di quest’ultima nello spazio post sovietico. Siamo al delirio complottistico e dietrologico che cavalcando la protesta tenta di rinverdire il proprio gruppuscolo cespugliale e di prendersi gioco del buon senso, gomito a gomito col bieco moralismo social-straccione dei vari Di Pietro e Vendola, veri padri strumentalizzatori del disagio collettivo a sfondo caricaturale, cantori di narrazioni sociali gratuite ad uso pubblicitario, signorotti di partiti e di campagne politiche nelle quali si miete malcontento per ricavarne voti, consenso e rimborsi elettorali. Ha ragione Luca Telese che su Il Fatto Quotidiano ha definito i Notav Vietcong di un’altra epoca storica che urlano gli stessi slogan di quarant’anni fa, in assenza di contesto adeguato e senza aver imparato alcuna lezione dal passato. Costoro sono grotteschi, come dice il giornalista, ma nel senso più stretto del termine, ovvero vengono dalle grotte e dalle cripte immaginarie dove vorrebbero trascinare tutta la collettività con i loro smorti ideali. Tav-ernicoli alla riscossa, trionferà la fossa oppure, in caso di sconfitta, l’avvenire sarà del foro. In un buco o nell’altro questa misera diatriba da bucaioli dovrà pur finire.

MERITOCRAZIA E DEMERITOCRAZIA

Oggi si parla tanto di meritocrazia e di apertura ai più validi di ruoli e di incarichi elevati nella burocrazia, nelle istituzioni, nelle università, nei partiti politici, negli enti, nelle imprese pubbliche e private ecc. ecc..Si sente dire che, nel nostro Paese, le eccellenze non emergono ed anzi sono respinte o costrette ad espatriare a causa di meccanismi di ascesa sociale che rispondono non a criteri di promozione dei talenti o dei più competenti ma a logiche parentali, amicali, di appartenenza identitaria, di cordata politica, di cerchia accademica e via raccomandando. Tutto questo starebbe anche accelerando la nostra decadenza ed incrementando le criticità del sistema ormai al collasso. Peccato che chi fa la morale sulla demoralizzazione del merito occupi il pulpito dal quale pontifica grazie a simili investiture non proprio corrette né trasparenti o persino assimilabili a comportamenti illegali. Le vicende che abbiamo narrato sui tecnici al governo, che si sono profusi in epiteti di ogni genere contro alcune categorie di sfigati e di mammoni che però loro allevavano in casa (si è sempre abilissimi nel riconoscere gli sfigati e i mammoni degli altri), sono più che esplicative. Tuttavia, non c’è nulla di più facile che dimenticare l’origine dei propri appannaggi e quella delle regalie incassate, poiché una volta promossi e innalzati ad un certo livello della carriera agisce immancabilmente negli individui un fattore psicologico di rimozione che funziona pressappoco così: “in fondo, anche se con una spinta, meritavo di ricoprire quel posto, ergo non ho tolto niente a nessuno”. Dopo qualche tempo tale autogiustificazione che serve, almeno inizialmente, a placare un senso di colpa o a lenire un peccato originario (quando riconosciuto dalla coscienza specifica di ognuno che non è uguale per tutti ed è completamente assente tra gli stupidi), si trasforma in assoluta certezza del proprio talento il quale viene difeso con tracotanza e supponenza anche laddove i risultati (non) ottenuti o gli errori commessi dovrebbero contraddire quella convinzione. Inoltre, una volta assurti ai vertici organizzativi in siffatta maniera si diventa ricattabili o, in ogni caso, si deve rendere conto a qualcuno che a sua volta pretenderà un favore da non potersi rifiutare pena una repentina retrocessione. Così si alimenta la spirale della demeritocrazia (e del favoritismo) la quale ovviamente non può manifestarsi nella mondanità con il suo vero volto e dunque, per meglio mimetizzarsi ed estendersi, deve prendere le fattezze del suo opposto presentabile, ovvero la meritocrazia. Del resto, avete mai sentito una dittatura dire di sé che è dispotica? In concomitanza con questi aspetti soggettivi cresce l’ideologia della meritocrazia che perciò è figlia di un colossale imbroglio esercitato ai danni degli esclusi dal circolo del potere dominante. Difatti, quanto meno si radicalizza nella realtà il fattore meritocratico tanto più esso viene esaltato ed evangelizzato nelle tipiche forme della propaganda. Il potere ne fa largo uso per dirottare le contestazioni da fatti concreti e meccanismi operativi ad astrazioni irrisolvibili e miraggi collettivi. Ma anche se il valore e la qualità degli uomini chiamati ad assumere posizioni di responsabilità fossero effettivi e riscontrati con metodi adamantini non è assolutamente detto che il principio meritocratico sarebbe in grado di produrre una società più efficiente ed efficace. Secondo la legge di Peter, in una collettività o organizzazione meritocratica ciascuno viene promosso fino al suo livello d’incompetenza. Ovvero: “se uno sa fare bene una certa cosa lo si sposta a farne un’altra. Il processo continua fino a quando ognuno arriva al livello di ciò che non sa fare e lì rimane”. (Livraghi, il potere della stupidità). In base a questa regola, i luoghi apicali delle strutture sociali, politiche, economiche ed anche culturali, in breve tempo si trovano invasi dagli incompetenti che ostacolano i competenti nel loro lavoro ed impediscono alle organizzazioni di funzionare vantaggiosamente. Come si può intuire, per funzionalizzare il contesto in cui ci si trova a lavorare, nonché i vari apparati in cui precipitano le condotte umane, non basta introdurre il merito per risolvere ogni problema ma occorre che il canone meritocratico sia ben definito ed accordato a determinati obiettivi da raggiungere, cosicchè ciascuno sia collocato dove può rendere quello che vale in base al traguardo definito. Inoltre, c’è da dire che la profilazione degli obiettivi da conseguire non cade dal cielo ma è frutto delle scelte strategiche dei drappelli che controllano l’organizzazione e che sono giunti ad una egemonia decisionale sbaragliando la concorrenza interna ed esterna, oppure condividendo ambiti e settori non direttamente egemonizzabili con altri raggruppamenti, attraverso forme di alleanza o di provvisoria non belligeranza. Allora, il discrimine tra ciò che è bene e ciò che è male, sarà dato dai risultati ottenuti, più o meno positivi, e dagli esiti conflittuali (bisogna ricordare, a discapito delle narrazioni favolistiche sull’incessante tendenza all’armonia dei corpi organizzativi, che i conflitti sono ineliminabili in qualsiasi sfera d’azione antropica, costituiscono la norma della vita associata, mentre l’equilibrio è l’eccezione che si manifesta quando qualcuno ha preso temporaneamente il sopravvento sui competitori, sebbene detta posizione di supremazia sarà appunto sempre precaria e transeunte fino alla prossima battaglia), i quali possono essere paralizzanti, improduttivi, produttivi di vantaggi solo per pochi oppure, ed è questa la circostanza auspicabile, proficui per molti e per tutta la nazione. Se dobbiamo prendere come esempio l’Italia presente e quello che succede ai suoi più alti vertici deliberativi, politici ed economici, il nostro giudizio non può che essere totalmente negativo, considerato che siamo in mano ad una classe dirigente che non dirige più un bel nulla, essendo succube dei poteri forti internazionali e totalmente inadatta ad affrontare i nodi interni di questa complessa fase storica. Eppure costei non fa altro che aumentarsi prebende e privilegi perché, per l’appunto, percepisce sé stessa alla stregua di una schiera di ottimati in una valle di lacrime e di ignoranza che si è guadagnata sul campo la propria idilliaca permanenza nello Stato. Affermato tutto questo, seppure nell’approssimazione e brevità di un articolo online senza pretesa di esaustività, dobbiamo rinvenire che la diatriba merito-demerito, ora tanto di moda, è pretestuosa, costituendo, a livello astrattivo, una finta dicotomia concettuale del tipo antitetico-speculare alla Lukàcs e, a livello pratico, uno strumento di mistificazione per distogliere la gente dalle vere furberie, ruberie e defezioni del potere. Spero di aver stimolato in voi qualche riflessione e, perché no, qualche motivo di dibattito che non mancherà soprattutto a causa di molte mie inesattezze ed imprecisioni.

Ps. resterò lontano dal blog per qualche giorno a causa di gravi motivi familiari, tuttavia gli altri redattori saranno in grado di mandare avanti il lavoro da soli.  Un saluto.

IL DESTINO DEL TRALICCIO

I tralicci sono reazionari, lo sappiamo sin dai primi anni ’70 allorché uno di essi, fratello maggiore di un fascio di ferro, si prese la vita del compagno Osvaldo (Giangiacomo Feltrinelli). I tralicci si spezzano ma non si piegano alle ragioni delle proteste e, come totem sacri, si vendicano degli empi che scalandoli tentano di toccare il cielo della rivolta con un dito. Trascorso tanto tempo c’era da sperare però che la lezione fosse stata definitivamente appresa. Purtroppo, soprattutto per chi adesso lotta tra la vita e la morte, dobbiamo riscontrare che l’arrampicata sul pilone fa parte del patrimonio genetico del ribelle il quale, sospinto dall’ideale e dal sogno ancestrale della sollevazione popolare, troppo in alto sale e precipitevolissimevolmente cade facendosi male. Ci dispiace molto per quello che è accaduto ad uno dei leader dei No Tav, Luca Abbà, ma anche questo gesto, divenuto involontariamente estremo, non redime da una battaglia sbagliata caricatasi ideologicamente più del dovuto. Lo sventurato No Tav è stato folgorato innanzitutto dalla sua smania di impedire la costruzione dell’alta velocità che a sentire tutti i movimentisti elettrizzati dalla contestazione permanente deturperebbe il territorio e non porterebbe alcun vantaggio al Paese, tanto meno agli abitanti della zona. Non voglio entrare nel merito della faccenda, anche se non esiste grande progetto infrastrutturale ad impatto ambientale “zero”, non c’è nessun investimento che non comporti speculazioni ed esternalità negative ma mi sembra che in Italia stia passando, prima ancora della linea Tav, una linea arretratista e passatista ostacolante qualsiasi intervento di modernizzazione. Non a caso, sul sito degli antialtavelocisti, viene così spiegato il loro rifiuto nei confronti di tale opera: “Il progresso non deve essere confuso con la crescita infinita. Il territorio italiano è piccolo e sovrappopolato, le risorse naturali (acqua, suolo agricolo, foreste, minerali) sono limitate, l’inquinamento e i rifiuti aumentano invece senza limite, il petrolio è in esaurimento. Progresso vuol dire comprendere che esistono limiti fisici alla nostra smania di costruire e di trasformare la faccia del pianeta. Progresso vuol dire ottimizzare, rendere più efficiente e durevole ciò che già esiste, tagliare il superfluo e investire in crescita intellettuale e culturale più che materiale, utilizzare più il cervello dei muscoli. Il TAV rappresenta l’esatto contrario di questa impostazione, è un progetto vecchio e ormai anacronistico, che prevede una crescita infinita nel volume del trasporto merci (che poi saranno i rifiuti di domani), privilegia come valore solo la velocità e la quantità, ignora la qualità, ovvero se e perché bisogna trasportare qualcosa”. Ovvero tanti pregiudizi che sono stati via via smentiti dagli esperti e dalla scienza, dalla teoria errata di Hubbert (quella del picco delle risorse fossili come il petrolio, il quale probabilmente è addirittura di origine non biologica) all’utopia della decrescita, ultima trovata di intellettuali gaudenti che si accordano alla natura e alla campagna dai loro raffinati salotti. Ad ogni modo, ci auguriamo che Luca possa riprendersi presto perché non è giusto morire a 37 anni per una imprudenza. Tutti ne abbiamo commesse, almeno una volta nella vita, anche se, fortunatamente per noi, con conseguenze meno nefaste.

LA REPUBBLICA DELLE CARRUBE

montiNon siamo ancora stati ufficialmente  inseriti tra i cosiddetti Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), cioè tra quei paesi classificati dalle agenzie di rating a forte rischio default, benché siano ormai molti i tentativi per farci finire nel trogolo della fase storica. Non siamo maiali, anche se tali vorrebbero farci apparire, ma abbiamo un ottimo rapporto con i porcellini di terracotta dove accumuliamo i risparmi senza vivere al di sopra delle nostre possibilità, contrariamente a come si comporta il resto dell’Europa. Quindi gli italiani sono virtuosi, non spendono, non spandono e non sguazzano nell’abbondanza come porci, non utilizzano la carta di credito come un pozzo di San Patrizio, sono previdenti ed accorti nel far quadrare i conti, investono senza rischiare oltre i loro averi, diffidano delle banche e delle facili speculazioni, rassegnandosi certo ad approfittarne di meno ma vivendo con minori preoccupazioni. I veri morigerati sono da sempre i cittadini che tirano la cinghia anche quando potrebbero permettersi qualcosa in più e non i tecnici figli dell’apparato e delle scrofe di Stato, pagati col denaro dei contribuenti per doppi e tripli stipendi. Meno oculatezza e parsimonia dunque, impiegano i Governi e la burocrazia del Belpaese che, in tutti questi anni, hanno scialacquato e sperperato soldi servendosi direttamente dalle nostre tasche, incrementando le tasse ed inventandosi di tutto pur di accompagnarci sotto ai ponti. Se c’è un debito questo non è stato accumulato dai cittadini ma dalle loro classi dirigenti (dirigenti un bel niente!) che hanno utilizzato la cassa generale per perpetuarsi nei ruoli e nelle funzioni della nomenklatura, vivere come parassiti alle spalle della gente, generare buchi di bilancio dei quali adesso accusano tutto il popolo il quale avrebbe preteso troppa assistenza e previdenza da parte della mano pubblica. Ma se la mano pubblica è mano lesta, la responsabilità sta nella testa e nel braccio dello Stato usurpato da troppi profittatori e svenditori di patrimoni comuni che vorrebbero, grugnando sugli sciupi altrui, far alzare i tacchi allo Stivale per dare miglior pastone a vecchi e nuovi sabotatori pubblici e privati, organismi internazionali affamati o amministrazioni straniere intente a scaricare la crisi economica sui più timorosi. La II Repubblica delle carrube non poteva che favorire la riproduzione di un esercito di strogolanti disposto a farsi buttare il fango in faccia da tutti. Ora, con la Tecnocrazia al potere, nel clima di pretestuosa sobrietà, la rapina ha assunto perfino i connotati della necessità epocale ed ogni riforma degli assetti statali o sociali, celebrata sugli altari dello spread e dei mercati, diventa un’elegante, ma non meno estorsiva, frugata nella borsa nazionale alla ricerca degli ultimi spiccioli di prosperità. Finiremo molto male se non avremo il coraggio di prendere per la coda i cialtroni che si fanno chiamare professori, dietro i quali si nascondono i partiti senza più arte né parte e i portatori banco-industriali dei santi politici oltre-oceanici. L’ultima notizia che dovrebbe far balzare dalla sedia gli italiani e convincerli a far sbalzare dalla cadrega gli Ottimati, è quella sugli stipendi in Europa. Abbiamo le retribuzioni lorde più basse del continente, guadagniamo meno di ciprioti e greci e stiamo meglio del solo Portogallo primo accreditato, nell’acronimo Pigs, della metamorfosi a verro. Nonostante questo il gabinetto Monti ha deciso di intervenire sulla struttura del mercato del lavoro partendo da un punto sbagliato. Da che porco è porco, non si può chiamare riforma la mera cancellazione di garanzie che peraltro riguardano una fetta in restringimento dei settori lavorativi dipendenti. Noi non siamo strenui difensori, al pari di sindacati erranti e dei sindacalisti vagabondi, dell’art.18 ma sappiamo distinguere benissimo tra un colpo basso ed una reale spinta propulsiva. Un paziente debole e malaticcio non si guarisce con i salassi ma con le cure ricostituenti. Potrebbero, prima di fare ulteriori proposte e di sostenere di averle ricevute direttamente dalle mani degli dei della globalizzazione, cominciare col portare gli stipendi allo stesso livello dei partner europei. In tal caso crederemo alla loro buona fede e smetteremo di scambiare i loro versi per grufuolamenti di addomesticamento mercatista e loro unghiate improvvise per tagli di macelleria sociale.

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