PER UNA NUOVA TEORIA DEL CAPITALISMO

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Dal capitalismo al comunismo: il determinismo storico-economico della teoria marxiana
Nella sua analisi della società capitalistica, Marx si servì di una scienza relativamente recente qual era per l’appunto l’economia politica (“l’economia politica è l’anatomia della società civile”) al fine spiegare i mutamenti epocali che il modo di produzione (capitalistico) aveva imposto al mondo precedente, sovvertendone così forme economiche e sovrastrutture ideologiche. Marx era interessato a comprendere il funzionamento logico della dinamica capitalistica e la conseguente strutturazione dei rapporti sociali che da questa derivava.
Il pensatore di Treviri aveva avuto il privilegio di trovarsi in una fase storica di “compimento” (in Inghilterra la rivoluzione industriale era pressoché terminata), con i vecchi rapporti sociali feudali ormai pienamente dissoltisi sotto la schiacciante superiorità “razionalizzatrice” del capitalismo. Questa superiorità, che è soprattutto un passaggio epocale tra “forme di produzione”, si era espressa dapprima con la sussunzione formale (manifattura) e poi con quella reale (macchinofattura, industria) del lavoro artigiano (professionalizzato) sotto il comando capitalistico.
Ma come era avvenuto questo avvicendamento tra forme di produzione? E sotto la spinta di quali forze sociali? La deduzione marxiana delle forme economiche e sociali capitalistiche parte da un’ipotesi teorica che ha lo scopo di fissare, in un punto dello scorrimento temporale, il “cominciamento” (e le potenzialità) della nuova società: secondo Marx in un qualche luogo il capitalista era divenuto “possessore di denaro mediante una qualche accumulazione originaria non dipendente da lavoro altrui non retribuito potendo entrare nel mercato come acquirente di forza lavoro”. Marx deve pertanto momentaneamente astrarre del fatto compiuto (il modo di produzione capitalistico già dominante) per fissarne il suo fondamento storico (un’accumulazione di denaro non ancora capitalistica, nel senso di non direttamente dipendente dall’estorsione di pluslavoro e, dunque di plusvalore, nel processo di produzione): “L’accumulazione del Capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa a sua volta presuppone la presenza di masse di capitale e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra quindi aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo ad uscire soltanto supponendo un’accumulazione originaria precedente l’accumulazione capitalistica”. Appena “il fondamento storico della produzione specificatamente capitalistica” viene definito non ha più importanza indagare come questa stessa forma sia nata.
Dapprima, dunque, il capitalismo si era innestato “clandestinamente” sulle strutture della vecchia società, vivendo negli interstizi delle forme sociali feudali. Ad esempio, è indubitabile che un mercato di un “certo tipo” esistesse già durante il periodo feudale, ma si trattava di un “luogo” secondario dove veniva portato il sovrappiù della produzione contadina, e dove questi prodotti venivano scambiati con i prodotti artigiani, frutto di un lavoro altrettanto individuale (non parcellizzato e, nella continuità delle sue fasi, ancora in capo ad un unico soggetto, il mastro artigiano), eseguito con mezzi di lavoro che erano nella diretta disponibilità di tali produttori. Insomma, la produzione non era affatto indirizzata al mercato, ma “occasionalmente” nel mercato si smaltiva questo sovrappiù di beni. Sarà proprio in questa società di produttori individuali che inizierà ad emergere il nuovo modo di produzione – con diversa divisione del lavoro organizzata sulla base di un piano – dal quale esiteranno prodotti più a buon mercato rispetto a quelli rinvenienti dalla produzione feudale. La produzione feudale individuale non poteva che soccombere di fronte alla potenza sociale del capitale e alla razionalità organizzativa da questo introdotta.
Tuttavia, questo “passaggio” fu tutt’altro che indolore, non bastava certo la superiorità “tecnica” della produzione e la maggiore competitività delle manifatture per distruggere la società feudale. Abbiamo già detto che il mercato era un’istituzione accessoria della vecchia società (come lo era il lavoro salariato). L’accresciuto potere della borghesia, nella forma del possesso di ingenti somme di denaro, diveniva mezzo di contrattazione per ottenere dai Signori l’adozione di provvedimenti politici sempre più favorevoli alla proprietà privata. La nascente economia capitalistica andrà
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affermandosi certo secondo la sua “superiorità produttiva”, ma grazie ad un indirizzo politico terroristico: “La popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda veniva spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato”. (Marx, Il Capitale). I contadini furono scacciati dalle terre sulle quali avevano lavorato per secoli, ingenti masse di uomini vennero violentemente staccati con la forza dai loro mezzi di sostentamento e sospinti a vendere l’unica cosa che ancora possedevano, la forza-lavoro. La classe dei Signori, quella emersa dalle innumerevoli guerre feudali, non disdegnava affatto il denaro e preferiva utilizzare le proprie terre come campi da pascolo per rifornire manifatture laniere o per impiantare essa stessa degli stabilimenti. Nelle città, invece, la lotta si sviluppava tra corporazioni e capitale mercantile “l’unica forma libera di capitale” all’epoca operante. La corporazione era disposta a scindersi in sottospecie, laddove aumentava la divisione sociale del lavoro, ma non era assolutamente disponibile ad agglomerare più mestieri in uno stesso luogo fisico (come accadrà con le prime manifatture capitalistiche) né tanto meno era disposta a vendere il lavoro come merce. Per tale ragione erano stati addirittura imposti limiti al numero totale di garzoni che un maestro poteva tenere presso di sé.
Come si può ben comprendere, se i rapporti di forza (tra capitale mercantile e sistema feudale-corporativo) non si fossero sbilanciati “in qualche momento ed in qualche punto” il sistema feudale non sarebbe mai crollato (o, per lo meno, non per le cause per le quali si dissolverà in seguito). Del resto, una volta poste le premesse per il suo sviluppo la produzione capitalistica spezzerà ogni resistenza, come dice lo stesso Marx: “Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale ad un polo e che dall’altro lato si presentino uomini che non hanno altro da vendere se non la propria forza lavoro. […] Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione”.
Il punto di rottura e di non ritorno era, comunque, sopraggiunto con la separazione forzata del lavoratore dai suoi mezzi di produzione (e con un atto generale di espropriazione della società), era “la chioccia che perdeva il suo guscio”.
La novità sostanziantesi nel passaggio epocale dal lavoro artigiano all’opificio manifatturiero e, successivamente, alla macchinofattura, appariva ammantata da una fitta rete di scambi mercantili. In questi scambi veniva ingoiata tutta la struttura sociale tanto che persino la forza-lavoro era costretta a fare i conti con la nuova situazione dovendo recarsi “spontaneamente” al mercato per impiegarsi. Questo movimento “spontaneo” della forza produttiva non si era determinato naturalmente, le prime manifatture erano andate letteralmente all’inseguimento degli operai nei loro spostamenti emigratori e immigratori. Da questo punto di vista la manifattura si rivela “inconcludente” nel senso che non riesce a risolvere le contraddizioni della sua base tecnica rispetto alle potenzialità produttive ch’essa stessa stava determinando. E’ vero che si trattava di un’ “opera d’arte economica” in confronto a quella artigiana-urbana e rurale-domestica, ma non era ancora in grado di ricomporre l’insubordinazione operaia ad un principio automatico-impersonale. Nella manifattura l’attività artigiana è ancora “principio regolatore” della produzione sociale (basti pensare che per lavori di particolare abilità le law of apprenticeship impongono, in Inghilterra, un apprendistato di sette anni). Sarà solo con l’introduzione del macchinario e con l’arrivo della grande industria che il principio regolatore muterà sostanza e sarà direttamente scaturente dal modo di produzione capitalistico. Il lavoro che diventa merce e l’introduzione sistematica del macchinario sono, dunque, per Marx la “fessura” attraverso la quale agisce e si generalizza la produzione specificatamente capitalistica, da allora in poi tutta la società diverrà una grande accumulazione di merci.
La differenza tra i precedenti modi di produzione e quello capitalistico è insita nel fatto che i beni soggiacenti alla compravendita mercantile sono già immediatamente prodotti per il mercato. Viene meno quella “occasionalità” tipica del feudalesimo per cui è solo il sovraprodotto che finisce sul mercato. Ovvero, la divisione sociale capitalistica del lavoro “rende il lavoro tanto unilaterale
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quanto ha reso molteplici i suoi bisogni e proprio per questo il suo prodotto gli serve come valore di scambio” (Marx). Si comprende, dunque, che la forma-merce è specifica del modo di produzione capitalistico, questa deriva direttamente dalla forma del rapporto sociale da questo innescato e dalla supremazia del valore di scambio su quello d’uso. Infine il modo di produzione capitalistico diviene predominante permeando di sè tutta la struttura sociale sottostante, ed anche laddove permangono sacche di resistenza (zone dove vigono modi di produzione di epoche precedenti) queste vengono vieppiù marginalizzate fino ad essere assorbite o spazzate completamente via.
Come abbiamo già detto, i primi capitalisti avevano trovato in forma esistente il lavoro salariato e il mercato come “eccezioni” del sistema precedente, ma sotto l’impulso della razionalizzazione produttiva derivante dalla concentrazione della manodopera nelle manifatture (in seguito all’espropriazione dei mezzi di produzione) l’eccezione e l’accessorietà diverranno la regola della nuova forma produttiva. Il precipitato storico di questo lungo processo di decomposizione delle strutture feudali, al quale corrisponde l’affermazione del modo di produzione capitalistico, porterà altresì alla formazione di un diverso tipo di mercato, “di un diaframma direttamente frapponentesi tra gli individui produttori” (La Grassa). Proprio perché quest’ultimi sono separati nel processo di produzione, si rende necessario uno spazio di socializzazione dei lavori privati. Sul mercato si incontrano, non direttamente tali individui, ma le merci depositarie di tali lavori privati, cosicché si compie la “formula magica” della merce: il termine intermedio del rapporto si libera dei soggetti che operano tale mediazione per apparire esso stesso soggetto dell’azione, il regno della cosalità si sostituisce a quello delle persone.
Sarà dall’analisi di questa prima contraddizione tra organizzazione razionale della produzione e anarchia dei mercati che il marxismo deriverà l’inevitabile caduta del modo di produzione capitalistico. Più i capitalisti perfezionavano l’organizzazione della produzione, in quanto produzione sociale, più aumentava l’anarchia della competizione intercapitalistica, intesa come appropriazione privata dei prodotti del lavoro(socializzato). Più i mercati si espandevano più si determinava uno iato con il mondo della produzione, il carattere sociale di quest’ultima si scontrava con l’anarchia dei primi; alla fine, nel manifestarsi di crisi sempre più incipienti, sarebbero esplose tutte le contraddizioni del capitalismo: la produzione non poteva andare di pari passo con l’accumulazione delle merci sul mercato. Come dirà anche Engels: “la collisione economica raggiunge il suo punto culminante: il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio”. Dunque, dalla mancata valorizzazione del capitale, con le crisi economiche che ne seguono, si verifica una ristrutturazione interna del modo di produzione stesso. I capitalisti sono costretti a prendere atto del carattere sociale delle forze produttive e ad agire attraverso una superiore coordinazione, restando pur sempre sul piano dei rapporti capitalistici. La risposta del capitale a tale impasse è la società per azioni, il luogo dove si realizza una prima forma di socializzazione dei grandi mezzi di produzione. Tuttavia, nemmeno questa soluzione è sufficiente a frenare le contraddizioni, tanto che i capitalisti sono costretti a riunirsi in grandi trusts per arginare lo scarto producentesi tra produzione e scambio. Ma quando la crisi si affaccia anche su quest’ulteriore forma di “contenimento”, i trusts sono costretti a spingersi verso una forma ancor più concentrata di socializzazione: l’industria stessa deve divenire un’unica grande società per azioni, si forma un monopolio unico nazionale che controlla direttamente la vita sociale degli individui mettendo allo scoperto il carattere dello sfruttamento, fino a renderlo intollerabile agli occhi del proletariato. All’apice di questo processo, lo Stato sarà costretto a prendere in mano la situazione, dapprima con il controllo dei più importanti settori strategici delle comunicazioni (strade, ferrovie, telegrafi) e poi, in rappresentanza della classe borghese, di tutta la produzione sociale. A questo punto però sarà la stessa borghesia a divenire pleonastica poiché tutto il lavoro produttivo sarà passato nelle mani di impiegati salariati; i capitalisti, posti fuori dalle “beghe” della produzione, si limiteranno a tagliar cedole, intascar rendite e giocare in borsa per rapinare i propri simili. Qui il determinismo dell’analisi marxian-engelsiana si fa parossistico, il rapporto capitalistico, crisi dopo crisi, si sgretola sotto le sue stesse contraddizioni fino a snaturare la base sulla quale si era da sempre fondato.
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Il capitalismo portando le sue contraddizioni all’estremo genererà non semplicemente il suo crollo, ma il terreno su cui s’innesteranno superiori rapporti sociali, quelli della futura società comunista. Questo passaggio avviene in forma naturale, per stadi successivi quanto inevitabili: è l’“autodistruttività endogena” del Capitale che porta con sé, in fieri, la base della nuova società dei produttori liberamente associati. Dicevamo, tutto avviene sotto l’apparenza di un processo “naturale”, la risoluzione delle contraddizioni ricercata dai capitalisti spinge i mezzi di produzione, sempre più concentrati, nelle mani dello Stato favorendo la presa del potere da parte del proletariato; a quest’ultimo non resta che assaltare lo Stato medesimo per impadronirsi delle condizioni della produzione. Il proletariato che conquista lo Stato sopprime sé stesso come classe, ma la sua soppressione è contemporaneamente quella di tutte le classi sociali e con la dissoluzione del mondo borghese viene meno “l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale”. Questo processo oggettivo che sgorga dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico pone le basi della futura società comunista, il compito specifico del proletariato è quello di prendere coscienza della sua missione storica, delle condizioni e della natura della propria azione, perché “le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse” (Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza).
Purtroppo sappiamo bene che le cose sono andate diversamente e nel prossimo paragrafo cercheremo di descrivere più dettagliatamente la natura di questi errori teorici.
I principali errori della teoria marxiana e la deriva del marxismo della tradizione
Ci rendiamo conto di aver sintetizzato in maniera eccessiva la teoria marxiana delle contraddizioni capitalistiche, addirittura partendo dall’accumulazione originaria, ma lo spazio concesso in un articolo come questo non permette di spingersi oltre. Vorremmo però, a questo punto, concentraci su quelli che ci appaiono essere gli errori fondamentali dell’ipotesi scientifica marxiana. In primo luogo, il determinismo con il quale Marx definisce la formazione economico-sociale (quella capitalistica) quale “ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale”. Da questa affermazione doveva derivarne, con il formarsi del proletariato moderno nel seno della società capitalistica e con l’azione emancipatoria da questo espressa, la fine della società divisa in classi: “con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana” (Marx, Il Capitale). Nell’ambito di questo processo oggettivo, avente i crismi della “naturalità”, prende forma il soggetto affossatore del capitalismo (il lavoratore collettivo cooperativo associato), e si pongono, al contempo, le premesse per la nascita di una superiore forma di organizzazione sociale, non più basata sullo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Come però avremmo dovuto imparare dalla storia di questi ultimi due secoli e più, il capitalismo è spesso uscito rafforzato/trasformato dalle sue crisi (che agli occhi di molti marxisti dovevano apparire sempre come ultime e definitive) mentre all’interno della produzione non si è verificata quella convergenza tra tecnici-ingegneri e giornalieri (anzi si è assistito ad una frammentazione vieppiù crescente del processo lavorativo con stratificazione incipiente in termini di ruoli, funzioni, differenziali di sapere e di reddito) che Marx aveva sintetizzato con l’espressione inglese di General Intellect. La contraddizione principale, dalla quale Marx derivava la necessaria fine del capitalismo, restava quella tra potenza sociale della produzione e meccanismi di appropriazione privata del plusprodotto (tramite l’appropriazione del pluslavoro dei dominati, nella forma del plusvalore). La formazione del lavoratore collettivo, e non la classe operaia di fabbrica come qualcuno ebbe a pensare, avrebbe dato la spallata decisiva alla formazione sociale capitalistica finalmente svelata nella sua natura sfruttatrice (gli espropriatori, ridotti ad un grappolo di parassiti rentiers, potevano essere così espropriati).
Nonostante questi errori di previsione si deve, però, riconoscere a Marx la grandezza del disvelamento dello sfruttamento capitalistico secondo precise direttive scientifiche, come sostiene La Grassa nel suo A partire da Marx, non seguendo Marx: “L’aver chiarito come, sotto l’apparenza, dello scambio di equivalenti (base ideologica della sostenuta uguaglianza di tutti i cittadini) si celi
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lo sfruttamento in quanto estorsione di un pluslavoro (in forma di plusvalore) di cui si appropriano i dominanti specifici di questa “storicamente determinata” forma di società, è merito decisivo ed imperituro della scienza marxiana. Aver previsto i forti movimenti di centralizzazione (monopolistica dei capitali), e la crescente finanziarizzazione degli stessi è un altro suo indiscusso punto di forza”. Certo è che Marx, nonostante la genialità della sua analisi, resta in tutto un uomo del suo tempo e dovendo lavorare con il materiale che aveva a disposizione, per quanto opportunamente rielaborato grazie all’inforcamento di lenti teoriche efficacissime, non avrebbe mai potuto cogliere in toto gli sviluppi ai quali la dinamica capitalistica avrebbe dato la stura. Probabilmente, il finalismo marxiano è derivato dall’aver voluto conchiudere la dinamica sociale capitalistica nella teoria del valore-lavoro, fornendo una soluzione economicistica ad una contraddizione ben più vasta che non poteva essere ridotta al mero sceveramento dei metodi della estorsione del pluslvalore (con le aporie logiche che ne sono seguite). Ma se queste inesattezze sono scusabili, date le caratteristiche del capitalismo ai tempi di Marx, diviene più difficile autorizzare la reiterazione degli stessi errori da parte di tutto il marxismo successivo. La canonizzazione del pensiero di Marx in una vera e propria dottrina iniziò già alla sua morte, prima con Engels e poi con Karl Kautsky1. Il “Papa Rosso” fu responsabile della riduzione del marxismo ad economicismo ma soprattutto, ed è questo l’aspetto più grave, favorì una brusca virata rispetto alla teoria di Marx circa il soggetto della “trasformazione sociale”. Se Marx aveva parlato di lavoratore collettivo cooperativo associato contro le forze parassitarie del capitale finanziario e cedolare, Kautsky riposizionerà il soggetto entro uno spazio ben più angusto. Dato che non si vedeva il formarsi di alcun lavoratore collettivo si ripiegò sulla classe operaia di fabbrica. La committenza politica e sociale della classe operaia tedesca “organizzata in un partito ed in sindacati professionali” (Preve) veniva soddisfatta, mentre l’ipotesi scientifica di Marx prendeva una strada del tutto inaspettata, il solo battito d’ali del fraintendimento iniziale (la classe operaia al posto del lavoratore collettivo) genererà un vero e proprio tifone teorico.
Dopo questa distorsione ne seguirono tante altre a catena; benché si parlasse di trasformazione sociale e di soggetto portatore di una nuova coscienza rivoluzionaria, la dottrina kautskyana estremizzò il determinismo marxiano portando all’accettazione (in virtù di una fantomatica predestinazione finale che avrebbe, in ogni caso, dato il potere al proletariato) di obbrobri indicibili come la guerra imperialista (I guerra mondiale), con i proletari mandati a scannarsi per sostenere le mire espansionistiche delle proprie borghesie nazionali.
In realtà, il problema non stava affatto in questi termini e il primo che riuscì a capirlo, nonostante non giunse mai a sconfessare la teoria kautskyana della formazione del grande trust mondiale e del superimperialismo, fu Lenin. Nel contesto della prima guerra mondiale, con il massacro organizzato dalle grandi borghesie imperialiste a danno della classe operaia europea, Lenin affrontò il problema della non rivoluzionarietà della classe subordinata. Quest’ultima lasciata a sé stessa era in grado di produrre una mera coscienza tradunionistica di compensazione dei livelli retributivi, ma non era affatto in grado di proporsi quale classe intermodale di passaggio da una formazione sociale all’altra. Così doveva essere compito del partito, dell’avanguardia rivoluzionaria, cementare alleanze più vaste al fine dell’abbattimento e del rivoluzionamento dei rapporti di produzione capitalistici. Con questa mossa veniva limitato l’economicismo deterministico del marxismo
1 Per una definizione esaustiva della sistematizzione del marxismo in “ismo” si consiglia la lettura del saggio di Costanzo Preve, Storia Critica del Marxismo Ed. La Città del Sole, Napoli 2007. In questo saggio Preve suddivide la storia del marxismo in tre grandi epoche, la prima chiamata del proto-marxismo principiante con la fondazione del partito socialdemocratico tedesco (1875) e la morte di Engels (1895). In questa epoca il marxismo, sulla scorta dell’ascesa della classe operaia tedesca, diverrà una vera e propria dottrina economicistica che Preve definisce “una variante utilitaristica di sinistra”. Le seconda epoca, l’età della costruzione o medio-marxista, invece, coincide nella periodizzazione previana, con gli anni che vanno dal 1914 (scoppio della prima guerra mondiale) al 1956 (morte di Stalin). Infine la cosiddetta epoca della dissoluzione (1956-1991) o tardo-marxista il cui epilogo coincide con la dissoluzione dell’URSS.
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tradizionale, il quale aveva visto nella contraddizione Capitale/Lavoro il punto di rottura degli schemi della ri/produzione capitalistica. Nell’ambito di tale contraddizione si produceva esclusivamente una lotta redistributiva, finalizzata a migliorare le condizioni di vita della classe operaia (che non metteva affatto in discussione le basi capitalistiche della società), peraltro solo laddove i rapporti di forza lo consentivano; al contrario, si poteva assistere ad un peggioramento generalizzato di quelle condizioni (con incremento dei ritmi lavorativi ed estorsione di maggiore pluslavoro) qualora la reazione capitalistica fosse stata più forte della compattezza tradunionistica. In secondo luogo Lenin, pur condividendo la tendenza descritta da Kautsky sul Trust unico mondiale ritenne che, in verità, questo non sarebbe riuscito a formarsi a causa dell’inasprimento delle condizioni sociali e del conflitto interimperialistico che avrebbero portato alla rivoluzione proletaria ben prima della sua stessa formazione.
Una diversa prospettiva teorica
Se è vero, come abbiamo sin qui esposto, che non esiste alcuna tendenza intrinseca del capitalismo ad implodere sotto il peso di endogene contraddizioni crescenti, e se nessun soggetto collettivo cooperativo si forma nelle sue viscere, occorre un necessario ri-orientamento dell’analisi critica al fine di studiare al meglio, inforcando nuove lenti teoriche, il movimento del capitale e le strutture sulle quali questo si fonda. Abbiamo detto che per Marx la contraddizione Capitale/Lavoro avrebbe condotto ad una polarizzazione sociale fortissima con la formazione del General Intellect da una parte, e quella di un pugno di rentiers proprietari, dall’altra. Le forze sociali ormai pienamente coscienti del proprio ruolo avrebbero fatto a meno di una proprietà sempre più distante dai problemi della produzione, gli espropriatori sarebbero stati espropriati nel nome di una superiore organizzazione sociale a base collettiva. Nel momento in cui questo non avviene perché il capitalismo è sempre in grado di andare oltre le sue crisi (contraddizioni), che sono il motore delle sue trasformazioni, viene meno anche lo schema deterministico (economico e storico) con il quale i marxisti avevano perorato l’avvento inevitabile della futura società comunista.
Da qui in avanti seguiremo l’ipotesi teorica lagrassiana per sintetizzare i mutamenti (delle vere e proprie rotture che agiscono sugli stessi fondamenti sistemici) avvenuti nell’ambito della formazione sociale capitalistica, per tentare di sbrogliare “al pensiero” il funzionamento della sua dinamica di sviluppo. La Grassa opera un vero e proprio “riorientamento gestaltico” spostando l’indagine sul capitalismo dal conflitto Capitale/Lavoro al Conflitto Strategico Interdominanti (CSI).
Innanzitutto, si tratta di rimettere in discussione “la concezione secondo cui è la proprietà dei mezzi di produzione, o il potere di disporre, dei mezzi di produzione [ … ] il nucleo attorno a cui costruire il concetto di formazione sociale capitalistica” (La Grassa, Il Capitalismo oggi). Il riferimento alla proprietà può essere determinato giuridicamente, in quanto titolo di disposizione sui mezzi (di produzione) ricadente su alcuni individui o gruppi di individui, così come garantito dalla legge e sanzionato dallo Stato (proprietà privata), oppure, nel caso della proprietà pubblica, come potere della collettività sui mezzi da questo detenuti. In realtà, la disposizione di tali mezzi passa per il controllo degli apparati statali (e la collocazione ai vertici di tali apparati) da parte di agenti dominanti che si muovono appunto in tale sfera. Ciò significa che, dietro la coltre ideologica del contemperamento degli interessi collettivi (la quale fa apparire lo Stato come un tutto organico), si scatena una lotta per il controllo dei mezzi e delle risorse che ha davvero poco a che fare con il bene della collettività. Ma per ora tralasciamo quest’ultimo punto che sarà affrontato più dettagliatamente quando parleremo della sfera politica nell’ambito del conflitto strategico.
Dunque, quello che davvero è importante, sia quando ci si riferisce alla proprietà privata che a quella pubblica, non è il possesso diretto di questi mezzi ma la capacità di metterli in attività, di combinarli efficacemente per uno scopo e di agire strategicamente per mantenerne il controllo (o accrescerlo) della sfera sociale nella quale ci si trova ad operare. Nelle imprese agiscono gruppi di comando che, benché non direttamente proprietari dei mezzi di produzione (si pensi al top
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management negli Usa), stabiliscono le strategie più adatte (produttive, mercantili, finanziarie ecc.) a condurre la “guerra” contro altri agenti strategici similari. Questi gruppi non si interessano di problemi tecnico-produttivi ma orientano l’azione dell’impresa verso l’ambiente esterno, dove si sviluppa il conflitto tra agenti strategici per il controllo delle risorse e per la conquista di sempre maggiori quote di mercato (e aree d’influenza). Questa lotta può assumere un carattere cruento, altre volte può essere più blanda, o ancora, può essere indirizzata alla creazione di alleanze (mai definitive); più spesso l’obiettivo degli agenti strategici capitalistici è quello di primeggiare e di eliminare gli avversari dal proprio campo d’azione. Certo, anche il settore tecnico-produttivo (quello dove operano gli “specialisti” della produzione, i tecnici, gli ingegneri ecc) dell’impresa è importante, nel senso che questo, attraverso l’uso delle tecnologie più efficienti, la razionalizzazione dei processi di lavoro, il perfezionamento di alcuni prodotti o la creazione di nuovi output, fornisce al gruppo di comando dell’impresa le risorse atte a portare avanti le proprie strategie conflittuali. Ciò mette in evidenza il fatto che nell’impresa operano due diversi tipi di razionalità. I marxisti, ma anche gli economisti “sistemici”, hanno sempre pensato che ruolo precipuo dell’impresa (nella sua riduzione a fabbrica) fosse quello di garantire la migliore combinazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) al fine di produrre, con le risorse a disposizione, il massimo possibile. Questa razionalità del minimax agisce, senza ombra di dubbio, dal lato tecnico produttivo, essendo la stella polare che orienta l’azione dello “strato” che si occupa degli esiti della produzione e nella quale sono implicati (in maniera subordinata) anche i lavoratori (più e meno qualificati). Già questo mette in evidenza che il gruppo dei tecnici e degli ingegneri, deputati agli indirizzi produttivi, è direttamente collegato al comando del management strategico, dal quale riceve precisi input che devono essere convertiti lunga tutta la catena dell’impresa (in termini di riorganizzazioni processuali con impiego di tecnologie sempre più avanzate, ma anche al fine della realizzazione di nuovi output) per aumentare la produttività del lavoro. I lavoratori subordinati, meri esecutori degli ordini provenienti dal settore tecnico-ingegneristico, non hanno alcuna possibilità di intervenire su questi processi poiché sono inseriti in attività lavorative fortemente parcellizzate o direttamente guidate dalla combinazione “macchinica”. La conoscenza globale del processo produttivo (i c.d. saperi produttivi), dal lato tecnico, è prerogativa degli specialisti della produzione, almeno per quel che concerne intere sezioni o dipartimenti nei quali l’impresa è scorporata, peraltro, questo sapere non è uniforme e si ripartisce, a sua volta, tra i vari specialisti che dirigono tecnicamente i diversi settori aziendali. Anzi, contrariamente a quanto affermava il marxismo economicistico, il sapere all’interno della produzione non tende ad omogeneizzarsi e a diffondersi capillarmente lungo la catena dei profili lavorativi, “lo specialismo” tende, invece, a moltiplicarsi con una progressione geometrica.
La razionalità strategica, al contrario, è prerogativa esclusiva del gruppo di comando che guida le imprese (non importa se direttamente proprietario o meno dei mezzi di produzione), il quale gestisce il coordinamento tra le varie parti (dipartimenti) ed orienta le risorse esitate dal lavoro sottostante nella lotta per la preminenza nell’ambiente “esterno”. Questo ambiente esterno non coincide semplicemente col mercato ma è qualcosa di molto più complesso che comprende anche la politica e le influenze ideologiche. Il mercato stesso non è il luogo che comincia dove finisce l’impresa o, più scarnamente, quello dove le imprese si scontrano per vendere i loro prodotti (senz’altro anche questo). Il mercato è direttamente nell’impresa così come l’impresa è immersa nel mercato: “nelle relazioni tra le sue varie parti (sezioni, dipartimenti, divisioni) che sono di tipo sia più propriamente gerarchico sia caratterizzate da determinate forme di decentramento e flessibilizzazione dell’organizzazione intera; per cui quest’ultima si basa su ordini imperativi, sul coordinamento imposto dall’alto verso il basso, ma anche su rapporti interimprenditoriali [ … ]”. Come si può ben capire, La Grassa sposta completamente il fulcro dell’analisi dalla fabbrica – intesa come organismo unitario che si limita a trasformare dati input in dati output secondo la combinazione dei fattori produttivi e i metodi del plusvalore (in primis “relativo”) – all’impresa, che è invece “un aggregato, internamente coordinato dal gruppo di comando, di entità produttive, disposte generalmente su linee collaterali, ma che nel loro complesso configurano una piramide
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gerarchica di funzioni e ruoli sociali.” (La Grassa, Microcosmo del dominio). Se ne deduce, secondo la disamina lagrassiana che, in difformità a quanto sosteneva Engels, non si raggiunge affatto il punto in cui il modo della produzione (sempre più sociale) si ribella contro il modo dello scambio (sempre più anarchico). Inoltre, non si vede da nessuna parte quell’alleanza all’interno del processo di produzione tra ingegneri e giornalieri che avrebbe dovuto dar vita al soggetto della trasformazione sociale, il lavoratore collettivo cooperativo associato pienamente consapevole del proprio ruolo. Né, tanto meno, viene a crearsi, in alto, quella “classe cedolare” proprietaria completamente distratta dai giochi di borsa.
Il gruppo di comando strategico agisce anche dal lato produttivo, questo deve “saper costruire l’ambiente di coordinazione sinergica in grado di favorire l’innovazione, oltre a dover procurare i mezzi finanziari per la stessa e per la sua effettiva immissione nel processo produttivo” (La Grassa, Microcosmo del Dominio).
Quanto appena sostenuto pone in evidenza un’altra questione, la direzione politico-strategica delle imprese deve aver un collegamento con il settore finanziario (e con gli agenti strategici della finanza). La direzione strategica-imprenditoriale deve poter disporre di una massa di fondi liquidi da utilizzare per i propri “spostamenti” nella direzione dei nuovi mercati o per consolidare il proprio potere attraverso gli apparati massmediatici o, ancora, per stringere particolari relazioni con gli agenti strategici operanti nella sfera statale.
Vorrei qui riportare un esempio pratico che può aiutare a comprendere quanto appena sostenuto. Prendiamo in considerazione una delle più grandi imprese italiane qual è la Fiat. Tutti sanno bene a quali difficoltà questa azienda sia andata in contro negli ultimi anni. La Fiat aveva sempre avuto un rapporto privilegiato con lo Stato tanto che ne aveva indirizzato gli investimenti dal lato infrastrutturale: per vendere più macchine l’impresa della famiglia Agnelli necessitava di una migliore accessibilità logistica (strade, ponti, apertura di nuove vie di comunicazione, maggiore viabilità). Quando la Fiat si trovava invischiata in congiunture economiche sfavorevoli lo Stato interveniva prontamente con interventi di sostegno economico al fine di arginare (questo è quello che si sosteneva) la minaccia di licenziamenti massicci che costituivano, per il ceto politico al potere, una pericolosa fonte di disordini sociali. Oggi questi aiuti sono del tutto ingiustificati, sia perché la Fiat opera in un settore della precedente rivoluzione industriale che non necessita del protezionismo statale per rafforzarsi (diverso è il caso dei nuovi settori dove può essere utile proteggere una nascente impresa nazionale rispetto a concorrenti stranieri più aggressivi e tecnologicamente avanzati), sia perché il suo gruppo di comando agisce drenando le risorse pubbliche per sopperire ad un’ incapacità strategica di “movimento” che la rende poco competitiva sul mercato (all’interno del sistema-paese questa continua però a godere di una rendita di “posizione” politica). Nell’ultima crisi alla quale la Fiat è andata incontro, (quella che sembrava definitiva tanto che era stata prospettata la vendita agli americani della GM) il gruppo dirigente dell’azienda torinese non pensò mai di fare cassa liberandosi delle partecipazioni nel gruppo editoriale RCS (il quale, a sua volta, controlla il più diffuso quotidiano italiano). In questo “salotto” siedono i principali gruppi capitalistici nostrani (sia industriali che finanziari); si tratta di un vero comitato d’affari degli agenti strategici italiani dove vengono prese gran parte delle decisioni di politica economica del nostro paese, attraverso “diktat” ai quali sono sensibilissimi anche gli agenti politici operanti nella sfera statale (vedi la dichiarazione del direttore del CdS Mieli in favore di Prodi durante l’ultima campagna elettorale). Dicevamo, per quanto la Fiat stesse per dismettere il suo pacchetto di controllo del settore auto, a causa di una crisi realizzativa apparentemente senza via d’uscita, continuò a mantenere saldamente nelle sue mani la partecipazione nella RCS. Da qui lanciò i suoi messaggi a tutto il mondo politico e ridestò l’attenzione dell’opinione pubblica su un bene nazionale (chissà perché nella difficoltà divengono tutti ultrapatriottici) che non poteva essere svenduto agli stranieri. Ne seguì, anche grazie ad un vero colpo di fortuna (con la GM costretta a pagare una penale elevatissima all’impresa di Montezemolo), un ulteriore iniezione di aiuti statali (ai quali si sono ultimamente aggiunte altre misure come il cuneo fiscale, la mobilità lunga e la rottamazione). Questo per sottolineare come il gruppo di comando strategico di un’impresa deve
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essere in grado di agire su più fronti, da quelli finanziari a quelli politici, fino alla compenetrazione nella sfera ideologico-mediatica dove si crea il consenso e si plasma la pubblica opinione. Possiamo fare ancora un altro esempio a sostegno della nostra tesi. Chi non ricorda la recente disputa tra il gruppo Benetton e il Ministro delle infrastrutture Di Pietro per il tentativo (ad oggi non realizzatosi) di vendere agli spagnoli di Abertis la gestione della rete autostradale italiana? In questo caso la difesa dell’italianità (mai come in questo frangente l’ultimo rifugio delle canaglie) è stata invocata dal Governo. In realtà la colpa principale dei Benetton è stata quella di essersi sottratti all’asseverazione del ceto politico, agendo in un momento di vacatio governativa (il governo Prodi non si era ancora insediato quando i Benetton prendevano i primi contatti con gli spagnoli di Abertis) ed in contrasto con i gruppi economico-finanziari che sostengono il governo di centrosinistra. I Benetton hanno tentato di mediare entrando con un 5% nel gruppo RCS (il comitato d’affari della Grande Finanza e Industria Decotta italiana) ma la tenzone sembra ancora lontana dal giungere ad una composizione “pacifica”. Stessa situazione verificatasi con un’altra grande azienda di tlc, la Telecom, dove il tentativo di alcuni gruppi finanziari (SanIntesa in testa) di fare un “buon affare” ha portato allo scoperto la relazione esistente tra ceto politico di centro-sinistra, Grande Finanza Italiana e Grandissima Finanza americana (il piano Prodi-Rovati-Costamagna-TononiGoldman Sachs). La vicenda è ancora in pieno sviluppo e gli esiti appaiono quanto mai incerti (sorvoliamo, poi, sulla vicenda dei cosiddetti “furbetti del quartierino” per quanto abbiamo già scritto in altre sedi, vedere il blog www.ripensaremarx.splinder.com, soprattutto gli articoli di G. La Grassa).
Nel prossimo ed ultimo paragrafo cercheremo di sceverare più dettagliatamente come si esplicita l’azione strategica interdominanti nelle varie sfere sociali che per comodità espositiva divideremo in economica, politica e ideologico-culturale (senza alcuna pretesa di rispecchiamento della realtà).
Le sfere sociali del conflitto strategico
Vorrei ricordare che la società capitalistica è un “insieme”, e la ripartizione (la finzione teorico-esplicativa) in sfere sociali, che qui verrà utilizzata, serve solo a facilitare l’analisi. Per questo motivo non amiamo le definizioni totalizzanti da “cattivo infinito” (per dirla con le parole di Costanzo Preve) del tipo “capitalismo assoluto” o “Impero senza centro”. Quest’ultime sono “non definizioni” che fanno solo confusione ed impediscono il dipanamento della dinamica oggetto di studio (quella capitalistica), la cui analisi deve invece procedere per tappe (logiche) successive.
Qui accetto pertanto la scomposizione fatta da Gianfranco la Grassa tra sfera economica (produttiva e finanziaria), politica (con le sue propaggini militari) e ideologico-culturale; di queste tre sfere tenterò di dare un’epitome esaustiva per quanto limitata dallo spazio a disposizione.
La sfera economica. Con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico la sfera economica è divenuta predominante, il conflitto interdominanti, dapprima eminentemente politico (per esempio, nei modi di produzione schiavistico e feudale), si trasferisce nell’economia e qui produce dei risultati del tutto imprevedibili. La sfera economica è sottoposta ad un profondo sconvolgimento ed ad una estrema frammentazione, con il formarsi di unità industriali separate (le imprese) in forte concorrenza tra loro. La divisione del lavoro accentua la moltiplicazione dei settori e delle branche produttive, il conflitto diviene il mezzo attraverso cui si effettua la sintesi sull’anarchia del mondo delle merci. Le imprese che agiscono nelle sfera economica tentano di conquistare sempre maggiori spazi di mercato eliminando i propri concorrenti. Per adempiere a questo compito le direzioni strategiche che guidano questi “corpi” economici devono sviluppare un’attività innovativa che moltiplica i settori merceologici e lo spazio (i mercati) dove si “gioca” la partita del conflitto. L’ingrandimento degli spazi di confronto/scontro tra le imprese (con la moltiplicazione dei mercati e, conseguentemente, delle produzioni) agisce sulla dimensione di queste ed al contempo favorisce l’entrata sul mercato di piccole e medie imprese le quali, seppur con più limitati margini di manovra ed in complementarietà con le prime, imprimono una ulteriore accelerazione alla dinamica capitalistica. Con l’ingrandimento di queste imprese (e la formazione degli oligopoli) si accentua il
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conflitto interimprenditoriale che tendenzialmente (ricorsivamente) conduce ad una fase più “monopoloide” senza produrre, tuttavia, quella burocratizzazione definitiva della grande impresa preconizzata tanto dal marxismo classico che da pensatori non marxisti (vedi Schumpeter). Ma il conflitto è il “motore immobile” della dinamica capitalistica ed ogni situazione di parziale dominanza (con un assestamento dei rapporti di forza) da parte di un impresa o di un gruppo di imprese è destinata a non durare a lungo; altri soggetti economici riusciranno a penetrare i mercati con innovazioni di processo e di prodotto che renderanno precario l’equilibrio della fase monopoloide (anche con spostamento delle risorse su nuovi mercati che rendono vetusti e meno profittevoli quelli precedenti). La società capitalistica attraversata dal conflitto va incontro a due conseguenze principali: in primo luogo, il formarsi di sempre nuovi mercati e il moltiplicarsi dei settori merceologici che divengono terreno di scontro tra imprese (a loro volta attraversate da processi di separazione sia all’interno che all’esterno, con il moltiplicarsi delle produzioni e l’esitazione di nuovi output che danno luogo ad ulteriori frammentazioni) dove la tendenza alla formazione dei monopoli è solo ricorsiva e mai definitiva. In secondo luogo, i differenziali di reddito e di saperi produttivi determinantesi nel processo produttivo si “scaricano” sulla stessa società. Quest’ultima, ben lungi dal polarizzarsi in due classi sociali (sfruttati e decisori) assume una forma tendenzialmente “a botte” con una base più larga – che può restringersi o espandersi a seconda delle congiunture economiche – e la parte superiore (gli agenti decisori) molto più stretta, nonostante possano cambiare le “facce” dei singoli capitalisti o gruppi di potere. La parte mediana (che non è semplicemente quella che sta nel mezzo ed è a sua volta fortemente differenziata al suo interno) è composta dai settori piccoli-imprenditoriali di tipo industriale, commerciale, delle attività di servizi, delle professioni ecc., che non sono affatto destinati ad essere ingoiati dal proletariato, come pensava il marxismo d’antan (né tanto meno si può dar adito alla fandonia per cui questi “ceti medi” vivrebbero della massa del plusvalore, della sua crescita esponenziale, sottratta ai cosiddetti lavoratori “produttivi”).
Marx ebbe a dire nel capitolo primo del Capitale, sua massima opera, che la società capitalistica si presenta “come un’immane raccolta di merci” perché tutti i lavori privati eseguiti nella produzione devono essere socializzati in punto “esterno”. Ancora Marx: “Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavoro privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro”, “[ … ] Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori nello scambio, i loro prodotti eterogenei. [ … ] Ogni valore porta scritto in fronte quel che è”. Si comprende, allora, che la produzione capitalistica è necessariamente segnata dalla forma di merce e di valore. Siccome ogni merce porta impressa un’etichetta (il prezzo), ossia la forma di denaro delle merci stesse (“il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nelle merci”, Marx Il Capitale), chi detiene il denaro ha il controllo della società. Tuttavia, non si deve pensare che il denaro sia un “fine”, nelle mani dei capitalisti esso è “solo” viatico per l’espansione e il consolidamento della propria egemonia. Nella società capitalistica la ricchezza accumulata in forma di merce e di denaro (e di mezzi finanziari in generale) consente agli agenti strategici (gli Strateghi del Capitale) di approntare le strategie conflittuali volte alla supremazia. Non c’è, comunque, coincidenza immediata tra volume di denaro impiegato e successo della strategia (certo chi ne possiede di più ha sempre più colpi in canna). Peraltro, non essendo il rapporto tra crescita della ricchezza reale (la produzione) e di quella monetaria (gestione finanziaria della liquidità) direttamente proporzionale, tra queste si crea uno iato che dà vita a due settori distinti i quali agiscono secondo finalità concomitanti ma con direzioni di “marcia” che s’intersecano solo in alcuni punti. Chi non ha mai sentito dire, per esempio, che in seguito alla dismissione di interi reparti o di settori produttivi (in outsourcing o come pura dismissione), il valore in borsa delle imprese è continuato comunque a salire? La finanza diviene, dunque, un settore a sé stante con attività imprenditoriali specifiche volte alla valorizzazione del denaro per mezzo del denaro (da D a D’). Attività imprenditoriali e attività finanziarie sono strettamente connesse, laddove l’impresa vuole crescere e fare investimenti deve rivolgersi alle
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banche, almeno per la parte che non può finanziare con i propri profitti. Anche gli agenti strategici finanziari sono parte del conflitto, si muovono al fine della supremazia sia contro altri agenti dello stesso settore sia tentando di controllare e indirizzare le imprese che operano nella produzione (economia reale). Per questo, in determinate congiunture, possono verificarsi grandi frizioni tra i due settori, fino al sopraggiungere di situazioni nelle quali la finanza fa il bello e il cattivo tempo, allontanandosi dalle esigenze più impellenti della cosiddetta economia reale. Basta guardare a quello che sta accadendo oggi in Italia, la Grande Finanza, legata a propria volta alla finanza del paese centrale (Usa) tenta uno scacco matto ai danni del paese alleandosi con una parte dell’Industria Decotta (quest’ultima in posizione subordinata alla prima) per il drenaggio delle risorse statali. GF e ID impediscono al Sistema-Italia di percorrere strade più virtuose, sia in termini di politica industriale che finanziaria; il tutto sotto lo stretto controllo del paese attualmente predominante il quale favorisce l’azione dissipatrice dei nostri gruppi di potere al solo fine di consolidare il proprio ordine egemonico.
La sfera politica. Parlare della sfera politica vuol dire innanzitutto affrontare il problema dello Stato. La descrizioni più usuali dello Stato tengono conto o della sua suddivisione in apparati e funzioni (repressiva, amministrativa ecc.) oppure della sua unitarietà tesa al contemperamento degli interessi generali della collettività. Nell’analisi marxista tradizionale lo Stato era il “comitato d’affari” della classe dominante, il luogo dove i “falsi fratelli” mediavano i propri interessi e ne operavano una superiore sintesi (ideologica) con quelli di tutte le altre classi sociali.
In realtà, se i conflitti principali avvengono tra agenti strategici (mentre quelli tra Capitale/Lavoro sono a questi subordinati) la stessa funzione statale deve essere guardata da altra prospettiva.
Il conflitto strategico genera tensione e tende alla frammentazione della società per cui si rende necessario un minimo governo dell’incertezza. Il tentativo di circoscrizione del conflitto da adito ad alleanze (per quanto provvisorie), alla calmierazione delle aspettative, all’allentamento dello scontro: tali “correzioni” momentanee si dissolvono repentinamente non appena i rapporti di forza tornano a squilibrarsi in qualche punto. La rottura degli equilibri (tanto decantati dall’economia marginalista) è ciò che evita al sistema di stagnare.
Anche nella sfera statale si riproduce, ai diversi livelli, la stessa dinamica che opera nella sfera economica. L’amministrazione statale consta di vari processi lavorativi (organizzati gerarchicamente) orientati al raggiungimento di dati obiettivi con le risorse disponibili (razionalità strumentale). Sopra di questi agiscono gli agenti politici veri e propri, la loro azione è orientata da tutt’altro tipo di razionalità, quella strategica. Per capire come si sviluppa l’azione dei decisori politici dobbiamo eseguire un confronto con gli agenti strategici operanti nella sfera economica. Gli agenti strategici della sfera economica sono direttamente connessi ai processi produttivi, quelli che esitano merci e, pertanto, denaro. Il denaro accumulato è utilizzato nella lotta per la conquista di sempre maggiori aree d’influenza. In questo senso, l’attività economica raggiunge il suo grado d’ipertrofia fino a sconfinare nel campo della “politica” (per sua natura la strategia economica è, in un certo senso, politica) poiché le imprese non aggrediscono il mercato con il solo ausilio della performatività strumentale. Qui avviene un’intersecazione tra sfere sociali e si stabiliscono le necessarie interconnessioni tra agenti strategici di diversa “collocazione” nello spazio capitalistico complessivo. Gli agenti politici sono portatori di proprie strategie, queste possono convergere con quelle degli agenti economici o esserne in profondo contrasto. Gli obiettivi di fondo degli agenti strategici politici possono essere così sintetizzati: “A) favorire lo sviluppo (riproduzione allargata) del sistema imprenditoriale che insiste sul territorio (in genere in un dato paese) da ognuna di tali frazioni controllato, sviluppo da cui deriva, come già si sa, il fluire di quell’alimento (monetario) necessario a qualsiasi strategia di potenza. B) attenuare i conflitti tra i vari gruppi sociali contrapposti, sia dominanti che dominati, mantenere la pace sociale se possibile, o invece reprimere l’acutizzazione dei conflitti, con diverse modalità più o meno morbide o drastiche, quando ciò sia necessario o improrogabile. C) estendere le sfere d’influenza dei sistemi imprenditoriali dei territori sotto il controllo di ognuna di esse [ … ] (G. La Grassa, Il Capitalismo oggi). Il perseguimento di questi obiettivi può mutare a seconda delle fasi economiche, siano queste di tipo monocentrico o
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policentrico. Se il paese nel quale agiscono gli agenti politici è sotto il giogo di una potenza predominante (monocentrismo) rientrando perciò nella sfera d’influenza di quest’ultima, gli agenti politici hanno difficoltà a realizzare il terzo obiettivo. Nelle fasi policentriche, invece, possono approntare strategie di maggiore conflittualità verso l’esterno (altre aree geografiche o nazioni) agendo in maniera più concorde con i dominanti della sfera economica, ugualmente interessati alla conquista di aree d’influenza extranazionale (che divengono zone d’investimento privilegiate). Senza dilungarci (e rinviando per ogni studio approfondito agli ultimi testi di Gianfranco La Grassa) gli agenti della sfera politica e quelli della sfera economica contribuiscono “alla produzione di ciò (merci e denaro) che poi utilizzano per la produzione del loro potere da impiegare nella sfera economica (competizione per le quote di mercato) e in quella politica (conflitto, a volte pure bellico, per le sfere d’influenza) (G. la Grassa, Il Capitalismo oggi).
La sfera ideologico-culturale. In questa sfera operano gli agenti strategici della produzione ideologica, quelli che mirano ad organizzare il consenso (intellettuale, culturale) e a mistificare la reale natura dei rapporti “a dominanza” del sistema capitalistico. Anche per questa sfera ribadiamo quello che abbiamo già detto per la sfera politica. Senza la produzione di merci e l’accumularsi di denaro, non sarebbe possibile esperire alcuna azione atta a “precipitare” quelle potenzialità egemoniche che “aggrumandosi” danno vita a sistemi ideologici coerenti (nel senso di abbastanza funzionali rispetto alle mete preventivate). Tra agenti ideologico-culturali e quelli finanziari esistono sottili collegamenti, affatto organici, dovuti alla diversità degli obiettivi vicendevolmente perseguiti. Spesso esiste una forte incomprensione tra questi, scaturente dalla diversa razionalità strategica operante all’interno di ciascuna sfera, ma la composizione delle divergenze è dovuta alla comune “potenza generatrice” che le attraversa: la ri/produzione (allargata) del sistema di rapporti sociali capitalistici.
Pure qui, come per i rapporti tra sfera politica e sfera finanziaria, specifiche congiunture possono cementare o allontanare l’intesa tra agenti strategici. Di fondo, gli attriti nascono a causa della reciproca diffidenza, con gli agenti ideologici che spesso accusano di rozzezza culturale quelli economici e con quest’ultimi che tacciano di parassitismo i primi. In tali situazioni si verificano indebolimenti generalizzati della classe dominante che, qualora dovessero coinvolgere anche gli agenti politici, possono determinare gravi crisi di fiducia negli assetti istituzionali, in quelli economici ecc. Se a tale deperimento dei rapporti si associa anche la crisi realizzativa del capitale, si può più facilmente verificare una palingenesi dei rapporti di forza, con ascesi di altri agenti dominanti che approfittano della debolezza di quelli “costituiti”.
Anche nella sfera ideologica possiamo distinguere tra un “sostrato produttivo” (i facitori di idee) e gli agenti ideologici veri e propri (si tratta comunque di una divisione impropria dati i confini incerti, più che nelle altre sfere, tra produttori di idee e “manipolatori” delle stesse), quelli che approntano le strategie al fine di primeggiare su altri agenti dello steso tipo, o che sfruttano la propria posizione di dominanza per organizzare il consenso sociale in funzione della riproducibilità sistemica su basi sempre più ampie. Di fatti, scopo ultimo degli agenti ideologici è quello di fare da “sponda” alle frazioni dominanti (siano esse “costituite” o aspiranti alla dominanza) ma pur sempre nell’alveo della riproducibilità capitalistica tout court. Il potere stesso deve essere concepito come “un reticolo di rapporti e posizioni di forza” dove la “filigrana” del conflitto (tra agenti dominanti) è la fonte del suo continuo rinnovamento o, più raramente, della sua trasformazione. Citando ancora La Grassa: “Quando ci si diffonde intorno all’egemonia di una classe dominante, in linea generale si sta discutendo del vettore di composizione delle forze (ideologiche in campo). Più precisamente si dovrebbe fare riferimento: 1) o alla supremazia di fase di una frazione della classe dominante, in genere strutturata secondo i tre tipi di agenti in cui, teoricamente, può essere suddivisa: strategico-imprenditoriali, strategico-politici, strategico-ideologici; 2) oppure al formarsi, in una data epoca dello sviluppo della formazione sociale, di una cultura normale (in analogia con la Kuhniana scienza normale) quello sfondo generale[…] senza contrasti acuti (antagonistici), anche dalle classi dominate o non dominanti”.
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Brevi considerazioni finali
Vorrei concludere questo articolo, scusandomi per la frammentarietà con la quale sono stati trattati molto argomenti, con alcune brevi considerazioni. In questa fase appare davvero inopportuno, sulla scorta delle carenze teoriche, continuare ad inseguire il soggetto della trasformazione sociale senza aver ben presenti le modificazioni che sono intervenute nella formazione sociale capitalistica. Abbiamo bisogno di ben altre lenti teoriche e di fare altre ipotesi per superare gli errori/orrori del passato. Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di segare il ramo sul quale siamo seduti (le acquisizioni ancora valide della teoria marxiana sul modo di produzione capitalistico) ma se l’albero della teoria dovesse completamente disseccarsi ci troveremmo comunque con il sedere per terra. Lo studio della formazione sociale capitalistica non può ridursi al mero conflitto Capitale/Lavoro o ai calcoli “alchemici” dei metodi del plusvalore (relativo) con i quali ci si è arrovellati per troppo tempo senza venire mai a capo di nulla. La società capitalistica è un insieme più complesso che richiede un’analisi “a doppia entrata”: in orizzontale (la segmentazione della formazione sociale complessiva) e in verticale (stratificazione sociale e frammentazione delle varie forze di lavoro nei processi produttivi). La caratteristica precipua di questa formazione è la conflittualità interdominanti che attraversa i suoi processi e ne dinamicizza gli esiti. Nel suo ventre non sono poste le premesse per il levamento di alcun parto ormai maturo, e il soggetto intermodale del passaggio da una formazione sociale (quella capitalistica) all’altra (quella comunistica?) non si forma automaticamente, in virtù del mero accrescersi delle contraddizioni insite tra modo dello scambio e modo della produzione. Allora il soggetto non può che essere una “costruzione” politica, bisognerà lavorare al compattamento di un blocco sociale più vasto che non sia il mero proletariato di fabbrica, tenendo ben presente che il capitalismo frammenta, destruttura e ricompone complissificando l’intera società attraverso il conflitto. E’ questa la direzione (ipotesi teorica) nella quale dobbiamo lavorare se vogliamo ridare un senso alla lotta anticapitalistica. Il passato non si rinnega ma non può nemmeno divenire una zavorra che lega con catene sempre più pesanti.
24.04.2007
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INTERVISTA AL PROF. NICO PERRONE

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Da Wikipedia: Nico Perrone (Bari, 27 aprile 1935) è saggista, giornalista, storico e docente universitario italiano. È autore di una ventina di libri e di una cinquantina di saggi più brevi, apparsi in Italia, Danimarca e Stati Uniti d’America. Ha pubblicato inoltre un migliaio di articoli ed editoriali su quotidiani e settimanali italiani e svizzeri.
Del Prof. Nico Perrone (professore di Storia dell’America e Storia Contemporanea all’Università di Bari) posso dire di avere un ottimo ricordo personale essendo stato il relatore, nel 2002, del mio lavoro di laurea sulla Storia e l’ideologia del Black Panther Party. Approfitto dell’occasione per ringraziarlo pubblicamente dei consigli che ha saputo darmi, in un periodo giovanile nel quale prevale spesso l’infervoramento dottrinario rispetto al più perspicuo ragionamento scientifico.
Benvenuto Prof. Perrone. Ho chiesto agli altri membri del nostro gruppo (riunito intorno ai lavori teorici del prof. Gianfranco La Grassa) di poterle fare qualche domanda, in un momento storico così difficile per l’economia mondiale e la situazione politica del nostro Paese. Lei, oltre ad esse esperto di affari internazionali e di politica italiana, è tra i massimi conoscitori delle vicende di una delle più importanti imprese di punta della nazione, l’ENI, oltreché del suo storico presidente Enrico Mattei. Detto ciò mi sembrava fruttuoso discutere con Lei di alcune questioni.
1. Come valuta, in questo momento storico di ridefinizione dei rapporti di forza a livello internazionale – con l’entrata del mondo in una fase pienamente multipolare che segna la fine del monocentrismo americano e il riaffacciarsi sullo scacchiere internazionale di vecchie e nuove potenze – la strategia di alleanze tra imprese del settore energetico che vede la nostra Eni e la russa Gazprom in piena comunità d’intenti? Tale alleanza sembra non piacere molto agli americani che puntano, invece, ad isolare la Russia e ad aggirare i suoi rifornimenti di gas attraverso progetti alternativi come il Nabucco, sul quale anche la BEI (Banca Europea Investimenti) si dice pronta a mettere il suo imprimatur, finanziando il 25% del costo totale del progetto. La strada più lungimirante per il nostro Paese, anche in previsione della costruzione di una politica estera meno supina a Washington, sarebbe invece quella intrapresa con il progetto South Stream che vede, ancora una volta, protagoniste l’Eni e la Gazprom (e i rispettivi governi). E’ possibile che si creeranno attriti molto forti con gli Usa simili a quelli che segnarono il destino di Mattei? Certamente Scaroni non è Mattei, diversa la capacità manageriale, diversa la visione complessiva del mondo, in un contesto internazionale nemmeno lontanamente paragonabile a quello della Guerra fredda, tuttavia, crede che l’attuale Ad di Eni si stia muovendo bene nei suoi rapporti con la politica interna e con i partner economici stranieri?
N.P. – I rapporti di forza sono cambiati per due ragioni. Il terrorismo, ha fortemente
ridimensionato il peso strategico delle armi nucleari. Perché gli attentati possono seminare
danni mirati e micidiali e se sono bene organizzati non ci sono armi che servano. Mentre la crisi finanziaria sta dimostrando la grande vulnerabilità di grandi potenze. Dell’ENI, dopo che lo stato italiano ne ha ceduto il controllo riducendo le proprie partecipazioni dal 100 per cento a un esiguo ? per cento, preferirei non parlare: non è più un fattore di forza del nostro paese, ma una multinazionale nella quale lo stato italiano conserva una significativa partecipazione di minoranza. Francia e Germania invece, sono state fermissime – con governi di qualsiasi colore politico – a mantenere il controllo dello stato nelle aziende strategiche.
In Italia esiste un partito filo-americano, trasversale alla destra e alla sinistra, che tenta di scorporare l’ENI sottraendole la distribuzione per assegnarla alle municipalizzate (più o meno tutte facenti capo al Pd). Tutto ciò avrebbe il “nobile” obiettivo, si dice, di preservare la concorrenza e abbassare i prezzi al consumo, ma mi pare che le cose non stiano effettivamente così. Su questo tema si è fatto sentire anche il presidente di Gazprom il quale in una lettera a Il Giornale, di qualche mese fa, ha dichiarato di non capire le ragioni per cui, in una fase così delicata, i politici italiani si cimentino a depotenziare una delle aziende più forti del proprio tessuto imprenditoriale. Ciò è ancor più grave laddove i russi hanno detto esplicitamente di preferire un interlocutore unico ben strutturato, considerata la strategicità del settore, per accelerare le intese di partnership e rendere, al contempo, più fluido il processo decisionale.
N.P. – Sì, quel partito esiste. Ha presenza maggiore nel centro-sinistra. D’altronde furono proprio i governi di Prodi, Amato e Ciampi (le responsabilità maggiori le ebbe Prodi) a volere il rapido smantellamento delle partecipazioni statali, senza lasciare allo stato il controllo delle aziende strategiche.
Dal punto di vista delle alleanze strategiche in campo energetico ugualmente importante è quella stretta dall’Eni con la Sonatrach algerina che è andata approfondendosi in quest’ultimo periodo; tanto più che Berlusconi ha recentemente dichiarato, dopo la vittoria elettorale in Sardegna, di voler far arrivare un gasdotto di quest’ultima sull’isola. C’è una similarità tra queste intese e quelle del passato?
N.P. – In queste alleanze, l’attuale ENI sembra rifarsi in qualche misura alla linea delle alleanze che fu di Mattei
Mattei riuscì a rompere il monopolio delle sette sorelle grazie agli accordi vantaggiosi che proponeva ai paesi depositari di risorse. Le molteplici aperture nei confronti dei governi medio-orientali, in questo sostenuto dalle correnti non-atlantiste della DC, permisero all’Eni di crearsi un mercato estero molto fiorente. Come Lei ha ben scritto, Enrico Mattei si fece promotore di accordi equilibrati, vedi quello con l’Iran, per convincere tali paesi che i contratti con le imprese italiane erano i più proficui per tutti. In Iran, per esempio, l’accordo siglato nel ‘57, prevedeva che il 50% dei proventi delle attività estrattive sarebbero andati direttamente allo Stato iraniano, mentre un altro 25% sarebbe finito nelle casse della NIOC, impresa dello stesso paese. Insomma, il 75% dei guadagni al paese detentore delle risorse energetiche e solo il 25% a chi ci metteva tecnologie e capacità imprenditoriali. Non è forse questo un esempio di come dovrebbe funzionare la collaborazione virtuosa tra paesi sviluppati e second comers? Ci rendiamo conto che Mattei non faceva questo per puro spirito solidaristico, tuttavia esiste un altro caso in cui un first comers si sia comportato alla stessa maniera? La storia non ha ancora fatto luce piena sulla fine di Mattei. Non vogliamo sapere come sono andati realmente i fatti perché un’idea ce l’abbiamo di già. Prescindendo dunque dalla cronistoria, quali sono le sue valutazioni storiche e politiche in merito alla strategia perseguita da Mattei in piena fase bipolare?
N.P. – Mattei fece politica estera con quegli accordi. Non dimentichiamo che nelle posizioni formalmente cruciali dello stato, c’erano il presidente del consiglio Fanfani e il presidente della Repubblica. La rottura delle condizioni del mercato realizzata da Mattei, tatticamente servì, anzi era indispensabile, ma dal punto di visto finanziario non poteva reggere a lungo, anche perché i giacimenti trovati non furono particolarmente vantaggiosi per l’Italia
5. Mattei non gradiva gli stereotipi sugli italiani e mal digeriva l’accostamento che spesso si faceva all’estero del nostro popolo, mangiatore di spaghetti e suonatore di mandolino. Il ruolo internazionale dell’Italia è andato, dalla morte di Mattei in poi, accostandosi ad un sempre più basso profilo. Esiste secondo Lei la possibilità di invertire questa nefasta rotta e come?
N.P. – Credo che sugli spaghetti, Mattei sbagliasse: sono oggi una voce importante delle esportazioni. A parte il vantaggio culturale di avere diffuso nel mondo questa abitudine italiana. Il momento per la politica estera italiana, da qualche anno è infelice. Eravamo nella NATO ma facevamo sentire la nostra voce con tanti utili dissensi. In anni più recenti invece abbiamo rinunciato a fare una politica estera autonoma, e con D’Alema ci siamo accodati agli USA in posizione acritica, fino al punto di partecipare – contro la nostra costituzione – a qualche guerra.
Infine, Professor Perrone, non una domanda ma l’ammissione di un errore di valutazione da parte mia. Su Toni Negri aveva ragione Lei…

MAR CASPIO: Cinque paesi per una ripartizione difficile di Kimia Sanati

(fonte IPS, traduzione di G.P.)
TEHERAN, feb (IPS) – i cinque paesi bagnati dal Mar Caspio non realizzano come dividerselo. Molto iraniani credono che il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad preveda concessioni alla Russia in cambio dell’appoggio alle sue politiche nucleari. Con una dichiarazione firmata da 370 figure politiche e sociali di spicco è stato criticato lo spirito “avventuristico” della politica estera di Ahmadinejad, cosa che include la divisione del Mar Caspio, ragione di conflitto dalla dissoluzione, nel 1991, dell’Unione sovietica. Le distanze si aggravano a causa dalle ricchezze enormi in petrolio e in gas sottostanti al letto del mare. I paesi con litorale sul Caspio “hanno scelto il momento più adeguato per presentare annunci illegittimi.” L’Iran è ora sotto pressione politica e delle sanzioni per il suo programma nucleare e per la sua politica estera “, hanno ammesso. “Ai firmatari di questa lettera preoccupano le azioni e decisioni, occultate agli occhi della nazione, che sono prese in seguito alla debolezza della sovranità nazionale”, indica la dichiarazione. L’Iran perse il diritto di avere una flotta nel Caspio dopo essere stato sconfitto in guerra nel 1828 dalla Russia zarista. L’armistizio mise termine alla sovranità iraniana sulle città della costa occidentale. I diritti iraniani furono ripristinati un secolo dopo, con il trattato d’amicizia firmato nel 1921 con l’Unione Sovietica. Un accordo sul commercio ed il trasporto nel Mar Caspio è stato anche firmato tra i due paesi nel 1940, cosa che ha dato ai due paesi la sovranità comune sul mare ed uguali diritti di pesca e di navigazione. Il trattato del 1940 ha stabilito in 10 miglia nautiche il territorio di pesca esclusivo dei due paesi, ma non ha stabilito i limiti delle acque territoriali né ha distinto tra le flotte di trasporto e militari. L’utilizzazione delle risorse del letto marino non è stata esaminata, né nel trattato del 1921 né in quello del 1940. Politici e storici iraniani accampano il fatto che il mare è stato già diviso in parti uguali tra Iran e la oggi dissolta Unione sovietica. Credono anche che i due paesi abbiano diritti uguali su tutte le risorse del mare. Coloro che difendono questo punto di vista credono che la quota dell’Unione sovietica dovrebbe ripartita tra gli Stati che sono ad essa succeduti dopo la dissoluzione del 1991.
Trentuno partiti politici che difendono questa prospettiva hanno imposto al governo di astenersi dal firmare accordi bilaterali con qualsiasi Stato costiero, come Azerbaidjan e Turkmenistan. La polemica si è approfondita in gennaio, quando il cancelliere iraniano Manouchehr Mottaki ha annunciato che l’Iran non mai ha posseduto il 50 per cento del mare e che l’Unione sovietica non gli ha mai permesso di attraversare la linea di Hosseingholi-Astara. Questa delimitazione assegna all’Iran il 11.3 per cento della superficie del Mar Caspio. La cancelleria sottolineò dal giorno seguente che l’Iran non avrebbe consentito di disporre di meno del 20 per cento del Caspio. Il cancelliere Mottaki è stato in seguito convocato dal Comitato nazionale di sicurezza del Parlamento. Non ha ottenuto di convincere i membri del parlamento, molti legislatori della minoranza riformista hanno proposto di sottoporlo ad un giudizio politico. La procedura non è ancora arrivata, tuttavia, all’ordine del giorno parlamentare. “I trattati assegnano all’Iran e l’Unione sovietica la sovranità congiunta del Mar Caspio.” Ciò dà luogo alla presunzione erronea che il mare dovrebbe essere diviso a metà, da un lato all’Iran e dall’altro alle vecchie repubbliche sovietiche, in tutti gli aspetti, in particolare per le risorse petrolifere e gazifere “, ha detto a IPS un analista di Teheran. “L’Iran ha lasciato fuori da questi trattati, di proposito, il modo di sfruttamento delle risorse del letto marino.” Per questo, Teheran non era sufficientemente forte per difendere i suoi interessi con il suo potente vicino settentrionale”, ha aggiunto l’informatore, che ha chiesto di non rivelare la sua identità.” Il problema della divisione del Mar Caspio è nato con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, con la nascita di quattro nuovi stati sulle coste della più grande massa d’acqua
mediterranea del mondo. Dopo la formazione dei nuovi stati, tanto l’Iran che la Russia hanno sostenuto che i trattati firmati tra Iran e Unione sovietica sul Mar Caspio dovevano essere rispettati, e che, quindi, i cinque stati dovevano usufruire della sovranità sul mare. Tuttavia, il Kazachstan, il Turkmenistan ed Azerbaidjan hanno richiesto un nuovo regime. Lo stato legale del mare è praticamente entrato nel limbo da tale richiesta. “Gli accordi precedenti tra Iran l’Unione Sovietica appartengono ora alla storia”, ha detto il presidente del Kazachstan, Nursultan Nazarbayev, il 16 ottobre a Teheran dinanzi ai capi dei cinque stati costieri, tra loro c’era anche il presidente russo Vladimir Putin. In questo vertice non c’è stato accordo sulla divisione del mare, ma si è emessa una dichiarazione la quale ha stabilito che il regime giuridico del Caspio sarà approvato col consenso degli stati costieri e, dunque, da un trattato definitivo di delimitazione del letto del mare. I capi di Stato hanno anche deciso che il mare dovrebbe soltanto essere utilizzato con fini pacifici, ed hanno invitato a prevenire la soluzione dei conflitti manu militari. Questi paesi non permetteranno che nessun altro utilizzi il proprio suolo in un attacco contro gli altri, ha sancito la dichiarazione.
Il Mar Caspio contiene la terza riserva più grande di petrolio e di gas del mondo, secondo il calcoli degli esperti. La maggioranza dei pozzi petroliferi si trova nel settore marittimo corrispondente all’ Azerbaidjan, ma ulteriori riserve di grezzo e gas ancora non sfruttati sono distribuiti in tutti i settori del Caspio. L’Azerbaidjan ed il Kazachstan sfruttano oggi le risorse petrolifere del Caspio, da cui si estrae tra l’1 .6 e il 2.0 per cento della produzione mondiale. L’Iran ha affidato molti studi ad imprese del settore internazionale come Shell e London and Scottish Marine Oil Company, ma ancora non ha cominciato lo sfruttamento reale di un nessuno dei giacimenti petroliferi e gaziferi, alcuni di questi disputati con l’Azerbaidjan. D’altra parte, il Caspio ha un importante potenziale di trasporto marittimo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea, preoccupati dalla sicurezza energetica, fanno pressioni perché le condutture ed i gasdotti che attraversano il Caspio, trasportano energia dal Turkmenistan e dal Kazachstan verso occidente. Di conseguenza, il tracciato passa per il territorio russo.
Dopo crollo dell’Unione Sovietica, alcune repubbliche che la integravano si sono divise il Mar Caspio. La Russia ed il Kazachstan hanno deciso di dividere la parte settentrionale del mare lungo la linea mediana, il 6 giugno 1998. Nel gennaio 2001, la Russia ed Azerbaidjan hanno fatto una divisione simile del letto del mare. Di conseguenza, il settore diviso rappresenta il 54 per cento del letto del mare e delle acque di superficie. L’Iran ed il Turkmenistan, che hanno coste più strette, propongono una divisione del Caspio in parti uguali (20 per cento per ognuno dei cinque stati), mentre gli altri tre paesi incoraggiano una divisione proporzionale alla lunghezza della costa di ciascuno.
” I russi hanno un accesso duale sul Mar Caspio.” Benché difendano i diritti di equità degli stati litoranei di utilizzare le acque di superficie, esigono la divisione del letto marino perché l’utilizzo comune della superficie permetterà naturalmente alla flotta militare russa di circolare liberamente sul Caspio “, ha detto a IPS l’analista consultato a Teheran.”
“La preoccupazione di molti partiti politici in Iran sulle concessioni alla Russia hanno consistenza, perché il presidente Ahmadinejad si è mostrato disposto a sacrificare fette di sovranità per raggiungere l’obiettivo di integrare il paese nel club nucleare”, ha aggiunto. (FIN/2008)

IL NOSTRO PROGRAMMA


Il saggio scritto da La Grassa ed intitolato “Per una linea di condotta” condensa esplicitamente quelle che sono le posizioni teorico-politiche del blog in questa fase storica. A grandi linee possiamo definirlo il “Nostro Programma”.
Affermiamo subito che mentre non siamo più disposti a perdere tempo dietro i vecchi dogmi della teoria comunista e veteromarxista – ancora impastoiata nella centralità della conflittualità capitale/lavoro (con tale contrapposizione che viene interpretata come quella decisiva per una possibile trasformazione sociale), essendo a noi chiaro che detta dinamica è, invece, intrinseca alla stessa riproduzione capitalistica – il nostro discorso si focalizza specialmente sugli aspetti della potenza e della geopolitica all’ingresso di una nuova epoca multipolare.
La crisi economica in corso, quale “verità superficiale” dello scompaginamento del campo di forze in cui è strutturata la formazione capitalistica globale, rende sempre più evidenti le defaillances del Paese predominante, quello dove è nata la formazione dei funzionari privati del capitale che ha sostituito il capitalismo borghese di matrice inglese. Gli Usa, a partire della seconda guerra mondiale, hanno così influenzato tutta un’area, esercitando la propria egemonia (militare, politica, economica, culturale) in maniera quasi esclusiva. Tuttavia, gli americani si trovano ora a fronteggiare altre aree (euroasiatica in primis) ed altri Paesi intenzionati a mettere in discussione la sua preminenza.
La comprensione delle molteplici direttrici strategiche in ambito geopolitico, quelle che stanno accendendo e determinando conflitti sempre più acuti tra agenti dominanti di diverse formazioni sociali, diviene di vitale importanza laddove si punta a comprendere e, possibilmente, a governare i processi di cambiamento che ne conseguiranno.
Sotto questo aspetto, la sedimentazione di masse critiche sociali capaci di indirizzare la propria azione, in primo luogo, alla preservazione degli interessi strategici della formazione nazionale nella quale si trovano ad operare diviene un obiettivo fondamentale per i dominati. E’ nel saldamento di siffatto contesto storico che quest’ultimi avranno l’opportunità di ricavarsi spazi e margini di manovra. Al di fuori di tali presupposti c’è solo la subordinazione più abietta al paese che guida incontrastatamente, da più di 50 anni, l’area occidentale.
In questi termini va perciò inteso il nostro appoggio alle imprese strategiche italiane e ai gruppi dirigenti (in questa fase ancora non compattati e troppo esigui) che si faranno portatori di detti interessi indipendentisti. Il nostro “nazionalismo” non ha pertanto nulla a che vedere con ciò che storicamente questo termine può richiamare alla mente.
Su queste posizioni, già abbastanza definite, discuteremo con gli amici che ci seguiranno a Pescara.

LA CRISI DEL MARXISMO E DEI MARXISTI

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Quando nelle scienze sociali si giunge a parlare di crisi è perché, dinanzi ad esse, si aprono problemi di natura teorica che non possono essere affrontati con le categorie concettuali a disposizione o con strumenti e paradigmi consolidati.
Le prime e i secondi, difatti, a seguito di grandi mutamenti epocali, possono risultare insufficienti o inadeguati alla nuova situazione, tanto da far traballare l’intero apparato teoretico sul quale la stessa teoria si era, fino a quel momento, fondata.
In casi come questi, come dice Althusser, si può parlare sia “di una contraddizione tra il problema nuovo e i mezzi teorici esistenti, sia (e) di uno smembramento dell’edificio teorico nella sua totalità”.
Se pensiamo alla lunga crisi del marxismo e a quella delle sue categorie principali (vedi il conflitto Capitale versus Lavoro o la formazione di quella soggettività integrata manager-giornalieri all’interno del processo produttivo, definita da Marx con l’espressione inglese di General Intellect, mai venuta ad evidenza) ci rendiamo subito conto di trovarci pienamente entro questa seconda descrizione, impietosa (ma il nostro compito non è certo quello di raccontar(ci) storie), eppur aderente alla realtà dei tempi.
Prima ammettiamo che tale sistema teorico generale (quello marxiano e quello marxista, derivante dal primo) è divenuto disfunzionale e non più adatto a comprendere il mondo che ci circonda, e più speditamente potremo rimetterci al lavoro (scientifico) per ri-costruire, su basi del tutto rinnovate, un edificio teorico meno ineffettuale di quello attuale.
Althusser ha passato in rassegna (e sottoposto a critica) gli atteggiamenti degli scienziati di fronte ad una “crisi” che può colpire l’ oggetto teorico della loro disciplina e le reazioni “psico-ideologiche” con le quali questi rispondono alla “tensione” teorica che stravolge la validità delle loro stesse teorie in seguito a cambiamenti profondi.
Egli si rivolge precipuamente agli scienziati che si occupano di scienze fisiche ma non si corre alcun rischio se proviamo ad applicare tali analisi anche all’ambito delle scienze sociali ed in primo luogo al marxismo. In questa disamina è in ballo il ruolo della filosofia, alla quale Althusser assegna un compito tutt’altro che secondario.
Ma sentiamo direttamente dalla parole di Althusser: ‘…in che modo gli scienziati vivono queste crisi? Quali sono le reazioni? In quale modo esse si esprimono coscientemente, attraverso quali parole, attraverso quali discorsi? Come si comportano gli scienziati davanti a queste “crisi che fanno a pezzi la scienza”? Si possono notare tre tipi di reazioni. Prima reazione. E’ quella degli scienziati che mantengono la mente lucida e affrontano i problemi della scienza senza uscire dalla scienza. Si dibattono come possono tra le difficoltà scientifiche e tentano di risolverle. Al momento del bisogno, accettano di non vederci chiaro, e accettano di avanzare nell’oscurità. Essi non perdono coraggio. La “crisi”, a loro parere, non è una “crisi della scienza”, che mette in discussione la scienza: è tutt’al più un episodio e una prova.
Seconda reazione. Specularmente ad essi, all’altra estremità, si vede un’altra razza di scienziati perdere la testa. La “crisi” li coglie così da vicino, così disarmati, oppure, anche senza saperlo, così prevenuti e così improvvisamente turbati nelle loro convinzioni, che tutto cede sotto di loro e , nella loro confusione, giungono a mettere in discussione non solo tale concetto o tale altra teoria scientifica per rettificarli o rifondarli ma mettono in discussione la validità della loro stessa pratica: il “valore della scienza”! Anziché aggrapparsi saldamente al campo della scienza, per affrontarvi i suoi problemi inediti e sorprendenti, e persino sconcertanti, passano “sull’altro versante”, escono dal dominio
della scienza, e lo considerano dall’esterno: è allora dall’esterno che pronunciano il giudizio di “crisi”, e la parola sulle loro labbra non ha più lo stesso significato che aveva in precedenza. Prima, “crisi” voleva praticamente dire: difficoltà di crescita, segni, fossero anche “critici”, di una rifondazione scientifica in fieri. Ora, “crisi” vuol dire: smembramento della scienza a partire dai propri principi di scienza, fragilità della disciplina, meglio ancora, precarietà radicale di ogni conoscenza scientifica possibile come impresa umana, come l’essere umano limitata, finita ed errante. Allora, questi scienziati si mettono a fare filosofia…il loro modo di “vivere” la crisi, è di divenire i “filosofi”, per sfruttarla. Poiché non fanno una filosofia qualsiasi. Soprattutto se credono di inventarla, non fanno altro che riprendere, come possono, le briciole e il ritornello del vecchio motivo filosofico spiritualista, che da sempre aspetta al varco le difficoltà de “la” scienza per sfruttare le sue sconfitte, per perseguitarla e chiuderla nei propri “ confini” come altrettante prove della vanità umana, che dal fondo del suo nulla, rende allo Spirito l’omaggio delle proprie sconfitte come espiazione… E’ necessario sapere che in filosofia esiste tutta una tradizione che vive solo dello sfruttamento ideologico delle sofferenze umane, dei malati e dei cadaveri, della pace, dei cataclismi e delle guerre e si precipita su tutte le crisi, anche quando esse sconvolgono le scienze…
Terza reazione. …resta una terza razza di scienziati. Anch’essi si mettono a fare filosofia. Anch’essi “vivono” la “crisi” non come la contraddizione di un processo di rifondazione e di crescita della teoria e della pratica scientifica, ma come una “questione” filosofica. Anch’essi escono dal campo della scienza e, dall’esterno pongono alla scienza “questioni” filosofiche circa le condizioni di validità della sua pratica e dei suoi risultati: sui suoi fondamenti e sui suoi titoli. Ma non si recano, come gli altri, a deporre l’omaggio del loro insuccesso sui gradini del Tempio. Non incriminano tanto la scienza e le sue pratiche, quanto le idee filosofiche “ingenue” all’interno delle quali scoprono di essere vissuti fino a quel momento. Riconoscono in definitiva che la crisi li ha fatti uscire dal loro “dogmatismo”: o meglio riconoscono, dopo aver accusato il colpo, una volta risvegliati alla filosofia, di aver sempre ospitato all’interno, come scienziati, un filosofo che sonnecchia. Ma si rivoltano contro la filosofia di quel filosofo, dichiarandola “dogmatica”, “meccanicistica”, “ingenua” e, per dirla tutta, “materialista”, in breve la condannano come una cattiva filosofia della scienza e, conseguentemente, iniziano a dare alla scienza la filosofia che le manca: la buona filosofia della scienza. A loro parere, la crisi è nella scienza l’effetto della cattiva filosofia degli scienziati, che, fino ad essi, ha regnato sulla scienza… anche questi scienziati escono dal campo della scienza. Per noi, è così. Ma per loro, no. Secondo il loro parere rimangono nella scienza, che non rinnegano. Meglio, invocano l’esperienza della propria pratica scientifica, la propria esperienza della “esperienza” scientifica, invocano le proprie conoscenze scientifiche, ed è all’interno della scienza che pretendono di parlare della scienza, che si mettono a fabbricare con argomenti scientifici, presi a prestito dalle scienze… questa buona filosofia della scienza di cui la scienza avrebbe bisogno’.
Contro quest’ultima variante di scienziati che reagiscono alla crisi fabbricando una filosofia non dogmatica, dall’interno del campo scientifico stesso (o come almeno essi credono di fare), si oppose con tutte le forze Lenin, il quale, in Materialismo ed empiriocriticismo, mise alle corde i vari Mach, Avenarius, Bogdanov ecc. ecc., mostrando, con le armi del materialismo e di una “giusta” filosofia, quanto questi stessero seguendo passivamente (al di là delle effettive intenzioni), un “vento” ideologico favorevole e una “corrente” filosofica dominante (nel senso di alimentata dalle classi dominanti) che voleva rimettere in causa le
tendenze materialistiche per disconoscerne i presupposti e depotenziare la capacità di lettura dei fenomeni sociali.
Se caliamo questa disamina all’oggi vediamo che, nell’attuale fase di disfacimento dell’impianto teorico marxista (la crisi è ormai alle spalle ed ha praticamente fatto macerie delle vecchie certezze), queste tendenze filosofiche ambigue e falsamente innovative nella scienza, del secondo e del terzo tipo, hanno impropriamente occupato la scena del conflitto teorico, non per liberare dei passaggi ma per neutralizzare la ripresa di una critica scientifica vera e propria.
Ciò non significa di sicuro che ogni filosofia è in sé negativa. Difatti è ancora Althusser a sostenere che la filosofia dovrebbe soprattutto: “tracciare linee di demarcazione adatte a liberare il cammino a una posizione giusta dei problemi della “crisi” sbloccando certe situazioni d’impasse teorico”. E’ quello che, in effetti, fa Lenin quando si scontra con le tendenze idealistiche dominanti del suo tempo e con i cedimenti di chi, pur ispirandosi al marxismo, subisce l’incantamento dell’ideologia dominante che si presenta sotto mentite spoglie (ed agendo sempre alle spalle dei teorici che si credono immuni da detto condizionamento).
Diciamo, che dal punto di vista di Althusser e di Lenin, non ci spiacerebbe affatto avere nuovamente a che fare con una filosofia (e con dei filosofi) che si ponesse come compito principale quello di “liberare la strada” alla scienza, legando, se possibile, la lotta filosofica a quella politica. Questo dovrebbe sgombrare il campo da certe allusioni che vengono fatte nei nostri confronti e nei confronti della stessa teoria lagrassiana. Noi non siamo preconcettualmente contro la filosofia, ma siamo contro quel modo di fare filosofia che concede troppo all’ideologia dominante e che “sorvola” passivamente il terreno delle contraddizioni e dei conflitti teorici e sociali perché sempre troppo presa dalle grandi Verità sull’ESSERE e sull’UOMO. Certo con quest’ultime è molto più difficile sbagliare o “sporcarsi” le mani.

LA "CLASSE" E' ACQUA

lunedì, 16 giugno 2008
[ …] Ma c’è più da tornare ad un’altra pazienza. Alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto di oltrepassare[…]
F. Fortini, Pazienza,1958
Vorrei tornare brevemente sugli ultimi scritti di La Grassa apparsi sul blog (il riferimento cade, soprattutto, su “Gli operai non sono una classe”) che hanno scatenato le solite accuse di “parricidio” da parte dei molti ministri del culto marxologico, i quali continuano a confondere le categorie teorico-scientifiche di cui Marx si è servito per indagare il “modo di funzionare” del capitalismo con la posteriore istituzionalizzazione del suo pensiero (da parte dei suoi interpreti successivi, ai quali va il merito di aver contribuito alla diffusione del pensiero marxista ma anche il demerito per aver accelerato la trasformazione del nucleo scientifico di detta teoria in una dottrina sclerotizzata). Si tratta di una valutazione spietata ma realistica, ben analizzata dal filosofo torinese Costanzo Preve. Quest’ultimo individua, con precisione, la ragione di tale torsione ideologica, avvenuta dopo la morte di Marx, nella committenza politica e sociale della classe operaia tedesca “organizzata in un partito ed in sindacati professionali”, la quale ha premuto nella direzione di un supporto concettuale che legittimasse le sue lotte immediate e le nuove funzioni svolte dalle organizzazioni del proletariato in quella fase storica.[1]
A qualcuno sarà sembrato un reato inammissibile quello di contestare la validità di una parola fortemente evocativa come “Classe”, nonostante sia ormai palese la sua inutilità (almeno nell’accezione classica) ai fini dell’orientamento nella realtà dei tempi che viviamo. C’è che si scandalizza, appunto, e c’è chi, invece, già a metà degli anni ’80, profetizzava: “Non mi pare improbabile che le parole “rivoluzione”, “proletariato”, “lotta di classe” e altre spariscano dal nostro vocabolario” [2].
E la parola comunismo? Marx nel Capitale, la sua opera più importante, la utilizza solo una o due volte al massimo, proprio perché non è sua preoccupazione quella di offrire improbabili ricette per le osterie del futuro, quanto di cimentarsi nell’indagine della dinamica capitalistica, verso il disvelamento della quale a poco servivano le prescrizioni utopiche e moralistiche sull’avvenire. Se poi ci si volge al cosiddetto soggetto intermodale che avrebbe garantito il passaggio da una formazione economica all’altra, non vi erano dubbi per costui: esso doveva nascere dalle viscere del processo produttivo capitalistico nell’alleanza “dei produttori effettivi… dal dirigente fino all’ultimo giornaliero”[3].
Qui il discorso si riversa nell’ambito dell’irriducibile dualismo tra forze produttive, in continua tensione ed espansione, e rapporti di produzione – protetti da un involto giuridico (la proprietà dei mezzi di produzione) sanzionati politicamente
(l’ordine statale a difesa di tale proprietà) e riconosciuti socialmente (le idee dominanti di un’epoca sono quelle delle classi dominanti) – che si sarebbero frantumati sotto il peso della massima socializzazione della produzione.
In sostanza, Marx non parla di classe operaia ma di General Intellect quale prodotto inevitabile di un capitalismo che è attraversato da una contraddizione insanabile tra modo della produzione (tendente ad una socializzazione sempre più accentuata) e modo dello scambio (con appropriazione privata, da parte dei pochi, del prodotto complessivo). Nel momento di più grande divaricazione tra queste dinamiche, con le classi dominanti ridotte ad un pugno di elementi parassitari dediti alla speculazione borsistica (attraverso una sempre più odiosa appropriazione privata del plusprodotto sociale) le classi subalterne, ormai padrone dei processi produttivi, non avrebbero avuto difficoltà ad abbattere le prime (addirittura per via democratica). Marx era così convinto della irreversibilità della situazione che in una lettera ad Engels (se non ricordo male degli anni ’70 dell’800) paventa la possibilità di una precipitazione improvvisa dei moti sociali che non gli avrebbe consentito di portare a termine il Capitale. Mera boutade del Nostro o reale convincimento che una rivoluzione fosse ormai imminente? Non credo proprio si trattasse di una battuta di spitito, Marx era convinto della giustezza del suo modello scientifico e della sua analisi delle contraddizioni capitalistiche che annunciavano un parto ormai maturo nelle viscere stesse della vecchia società.
In realtà, il pensiero fisso di Marx non era rivolto esclusivamente alla definizione di una teoria generale del capitalismo quanto alla sua dimensione storica determinata, quella della fase in cui l’Inghilterra (de te fabula narratur) si imponeva come formazione sociale capitalistica, indicando la via alle altre potenze europee, Germania e Francia in primis. Già questo dovrebbe far riflettere i puristi dell’ortodossia marxista. Il Maestro era sì preoccupato di indagare la legalità generale sistemica ma nell’alveo una di forma storica pienamente svelata.
Stando a queste premesse marxiane, tutte convergenti sulla presunta formazione del lavoratore collettivo cooperante, allorché il processo di unione tra tecnici e lavoratori manuali nella produzione non viene a concretarsi, gli intellettuali comunisti capiscono che occorre adoperarsi per un riorientamento dell’analisi (in realtà un mero ripiegamento) su un altro soggetto di “transizione”, la classe operaia tout court. Ma quanto quest’ultima fosse inadatta alla rivoluzione lo capisce benissimo Lenin che si inventa un gioco dialettico (il “per sé” e l’ “in sé” della classe) per accreditarsi di fronte all’ortodossia sopperendo, al contempo, alle ovvie rigidità di quest’ultima con la teoria del partito d’avanguardia che guida le masse contro le orde armate del Capitale. L’assunto dal quale Lenin parte è inequivocabile ed intriso di profondo realismo: la classe operaia lasciata a sé stessa è solo capace di esercitare un’azione tradunionistica nient’affatto sovversiva, pertanto deve essere il partito ad indicarle la giusta strada.
Ma a Lenin dobbiamo, soprattutto, l’intelligenza di aver posto al centro della strategia rivoluzionaria il discorso sulle alleanze tra classi subordinate e loro singole porzioni, differenziate, al proprio interno, per cultura, ideologia e reddito ecc. ecc.
L’analisi leniniana è tutta incentrata sulla necessità di queste alleanze (nel caso russo si trattava della famosa alleanza operai-contadini, la cosiddetta smycka) da
intendersi come una “costruzione” politica di difficilissima “fattura” a causa della differenze profonde esistenti tra città e campagna (alle quali corrispondevano una “materialità” ideologica ed una visione del mondo altrettanto antipodiche).
Oggi il nostro compito dovrebbe essere finalizzato proprio a ridefinire la stratificazione sociale che non è più inquadrabile nelle vecchie categorie ottocentesche e novecentesche, al fine di penetrare e ricomporre teoricamente il flusso di rapporti sul quale si muovono questi “insiemi” differenziati che ci ostiniamo a chiamare “classi”. E ciò vale tanto in basso che in alto, poiché così come non c’è la classe operaia non c’è la classe possidente. Al più, con molta indeterminatezza e per solo tracciare a grandi linee il problema, possiamo parlare di classi dominanti e di classi subalterne, con la consapevolezza che non ci siamo mossi di molto dal punto di impasse iniziale.
Quest’azione teorica è fondamentale per esaminare la spugnosità e le solidificazioni (quelle esistenti e quelle da favorire) tra detti gruppi sociali al fine di collegare tra loro quelle forze che si percepiscono ancora come antitetiche a causa dell’azione dell’ideologia dominante che “divide per imperare”. Non è certamente una operazione facile, come non lo fu la tentata e fallita costruzione dell’alleanza operai-contadini nella Russia post-rivoluzionaria. (leggere le memorabili pagine scritte da Bettelheim nel suo “Le lotte di classe in URSS su questo tema).
Chi ritiene che queste questioni siano poste sotto forma di un attacco allo schema imperituro della scienza rivoluzionaria marxista ha totalmente ragione ed è il nostro compito in questa fase, poichè dove vi sono paradigmi dati come immutabili non v’è più scienza ma religione, e dove i predicati della realtà prendono il posto di quest’ultima non vi è più movimento della storia ma grande narrazione ideologica.
[ 1] Costanzo Preve, Storia Critica del Marxismo Ed. La Città del Sole [2] Louis Althusser, Sulla Filosofia, Ed. Unicopli
[ 3] Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Cap.27 “La funzione del credito nella produzione capitalistica”.
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SENZA L’ACQUA DELLA SCIENZA L’ALBERO DELLA VITA INARIDISCE

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Marx era uno scienziato, nel senso pieno del termine. La scienza era per lui la strada da intraprendere per portare finalmente alla luce, sottraendola alle tenebre della mistificazione ideologica e della “favolistica” sociale, la logica intima del capitale, fondata sulla perpetuazione dello sfruttamento (la sottrazione del pluslavoro dai salariati nella forma del plusvalore) e sull’allargamento (riproduzione) del suo rapporto sociale “a dominanza”.
Per queste ragioni egli rifuggiva le spiegazioni consolatorie – queste scorciatoie battute dai filosofi, dai sociologi, dagli storici ecc. ecc. (quanti ce ne sono anche nel nostro tempo?) sempre pronti a coprire con i loro pannicelli caldi e con gli unguenti lenitivi le ferite mai suturate dei dominati – diversamente dai tanti sognatori socialisti a lui coevi, i quali con tanta volontà e poco cervello, disperdevano energie in sempre fallimentari esercizi d’ingegneria sociale.
Per questo il pensatore tedesco non concesse mai nulla agli adulatori degli sfruttati (veri avvelenatori dei pozzi della scienza) e a tutti quelli che pretendevano di sostituire i pii desideri alle fonti scientifiche del pensiero critico, per meglio indebolire la lotta degli sfruttati con raggiri ideologici di ogni genere. Al contrario, Marx guardava con profondo rispetto alla “brutalità” scientifica di un Ricardo, a sua volta economista irriguardoso dei richiami di classe, che per amore dell’indagine e della descrizione puramente ed onestamente scientifica, non si curava degli effetti delle sue teorie sui rapporti di forza capitalistici, tentando di aggiustare i risultati delle sue ricerche per compiacere qualcuno.
La volontà marxiana di spiegare criticamente il modo di funzionamento della società capitalistica, di aprire alla scienza un nuovo continente, quello della storia, non poteva prescindere dalla costruzione di una Teoria generale, scientificamente coerente, che permettesse di risalire alla verità e al nucleo duro del modo di produzione capitalistico, dipanandone le sue intime leggi di sviluppo. Non l’apparenza fenomenica, ma l’essenza delle cose, celata dietro la prima, era il suo obiettivo basilare. Marx dirà esplicitamente che le forme sotto le quali si presenta il mondo capitalistico sono sì distorte ma socialmente valide e quindi reali. Il mondo “presuntamente” oggettivo perde però il suo misticismo (l’apparenza fenomenica) non appena si riescono a penetrare i rapporti sociali che ne stanno alla base, diradando la nebbia e l’incantesimo che avvolge la loro forma storicamente determinata.
Chi si è servito di Marx (e continua a servirsene) per dare sfogo ai propri sentimentalismi moralistici meriterebbe di essere messo in croce due volte: una volta perché impedisce al pensiero di uno scienziato di “consumarsi” nella scienza, cioè di essere superato (qui sta l’incommensurabile contributo che ogni teoria scientifica dà al flusso continuo delle conoscenze) per andare al di là dei suoi limiti; ed un’altra volta perché attraverso la pietrificazione della teoria, in questo caso di quella marxiana (quante statue di cera sulla piazza rossa!), si ostacola il recupero e la comprensione di ciò che resta ancora valido ed utilizzabile di tali importanti scoperte
scientifiche. La Grassa esplicita bene questo passaggio quando sostiene che“le varie teorie non vengono, in genere, semplicemente buttate nel cestino dei rifiuti, ma certo si individuano in esse, con il senno di poi, lievi o gravi errori o dimenticanze o fraintendimenti o eccessive semplificazioni, ecc. E occorrono quindi mutamenti radicali”. Ed infatti, non si vuole interamente consegnare la teoria marxiana allo sfasciacarrozze della Storia né si pensa di recuperare appena alcune parti del suo pensiero, per servirsene in qualche balzano bricolage teoretico del tipo di quelli che vanno tanto di moda nel nostro nefasto tempo.
Già Althusser aveva detto, di fronte ad una delle tante crisi del marxismo, che quest’ultimo sarebbe tornato a rivivere solo se avesse saputo mantenere la sua ispirazione scientifica facendo strame “dei pensieri più ‘stantii’ sullo sfondo di un inverosimile eclettismo e povertà teorica”. Ma, a questo punto, basterà cedere la parola a Marx per comprendere quanto egli sia stato impietoso contro quelli che pensavano di colmare col giudizio morale le loro lacune scientifiche: la “fiacca teorica” porta al successo degli abulici e degli imbelli perché serve meglio i dominanti ed è sempre foriera di scorciatoie celesti o ideologiche, con le quali consolare o portare alla rassegnazione le possibili forze sovversive della società.
Riporto, allora, i passi tratti dalle Teorie sul Plusvalore:
<< Giustamente, per il suo tempo, Ricardo considera il modo di produzione capitalistico come il più vantaggioso per la produzione in generale, come il più vantaggioso per la produzione di ricchezza. Egli vuole la produzione per la produzione, e questo a ragione. Se si volesse sostenere, come hanno fatto degli avversari sentimentali di Ricardo, che la produzione in quanto tale non è il fine, si dimenticherebbe allora che produzione per la produzione non vuol dire altro che sviluppo delle forze produttive umane, quindi sviluppo della ricchezza della natura umana come fine a sé. Se si contrappone a questo fine, come Sismondi, il bene dei singoli, allora si afferma che lo sviluppo della specie deve essere impedito per assicurare il bene dei singoli e che quindi, per esempio, non dovrebbe essere fatta nessuna guerra in cui i singoli in ogni caso si rovinano (Sismondi ha ragione solo rispetto agli economisti che nascondono, negano questa antitesi). Non si comprende che questo sviluppo delle capacità della specie uomo, benché si compia dapprima a spese del maggior numero di individui e di tutte le classi umane, spezza infine questo antagonismo e coincide con lo sviluppo del singolo individuo, che quindi il più alto sviluppo dell’individualità viene ottenuto solo attraverso un processo storico nel quale gli individui vengono sacrificati, astrazion fatta dalla sterilità di tali considerazioni edificanti, giacchè i vantaggi della specie nel regno umano, come in quello animale o vegetale, si ottengono sempre a spese dei vantaggi degli individui, poiché questi vantaggi della specie coincidono con i vantaggi di particolari individui che in pari tempo costituiscono la forza di questi privilegiati.
La mancanza di riguardo di Ricardo era dunque solo scientificamente onesta, ma scientificamente necessaria per il suo punto di vista. Ma perciò gli è anche del tutto indifferente se lo sviluppo delle forze produttive uccida la proprietà fondiaria o gli operai. Se questo progresso svalorizza il capitale della borghesia industriale, questo
gli è altrettanto gradito. Che importa, dice Ricardo, se lo sviluppo della forza produttiva del lavoro svalorizza della metà il capital fixe esistente? La produttività del lavoro umano si è raddoppiata. Qui vi è dunque dell’onestà scientifica. Se la concezione di Ricardo è, nel complesso nell’interesse della borghesia industriale, lo è solo perché e in quanto l’interesse di questa coincide con quello della produzione o dello sviluppo produttivo del lavoro umano. Quando quello entra in conflitto con questo, egli è altrettanto privo di riguardi verso la borghesia, come del resto lo è verso il proletariato e l’aristocrazia. Ma Malthus! Ce Misérable trae dalle premesse scientificamente date (e da lui sempre rubate) solo conclusioni tali che siano “gradevoli” (siano utili) all’aristocrazia contro la borghesia e a entrambe contro il proletariato. Egli perciò non vuole la produzione per la produzione, ma solo in quanto essa conserva o rigonfia l’esistente, in quanto conviene al tornaconto delle classi dominanti. Ma un uomo che cerca di accomodare la scienza (per quanto errata possa essere), a un punto di vista non mutuato dai suoi stessi interessi ma da interessi mutuati da fuori, a essa estranei, esterni, io lo chiamo “volgare”. (sottolineature di G.P.)
Non è volgare da parte di Ricardo mettere i proletari sullo stesso piano del macchinario o della bestia da soma o della merce, perché (dal suo punto di vista) la “produzione” esige che essi siano solo macchinario o bestia da soma, o perché in effetti nella produzione borghese i proletari sono solo merci. Ciò è stoico, obiettivo, scientifico. Nella misura in cui ciò può avvenire senza peccato contro la sua scienza, Ricardo è sempre un filantropo, come lo era anche nella prassi.
Il prete Malthus invece abbassa gli operai a bestie da soma a causa della produzione, li condanna alla morte per fame e per celibato. Quando le medesime esigenze della produzione riducono al landlord la sua “rendita” o minacciano le “decime” della Established Church o l’interesse dei “divoratori d’imposte” o anche sacrificano la parte della borghesia industriale il cui interesse ostacola il progresso alla parte della borghesia che rappresenta il progresso della produzione – in tutti questi casi il “prete” Malthus non sacrifica l’interesse particolare alla produzione, ma cerca, per quanto sta in lui, di sacrificare le esigenze della produzione all’interesse particolare delle classi o frazioni di classi dominanti esistenti. E a questo scopo falsifica le sue conclusioni scientifiche. Questa è la sua volgarità scientifica, il suo peccato contro la scienza, a prescindere dalla sua impudente e meccanica attività di plagiaro. Le conclusioni scientifiche di Malthus sono “piene di riguardo” verso le classi dominanti in general e verso gli elementi reazionari di queste classi in particular, egli cioè falsifica la scienza per questi interessi. Esse sono invece senza riguardi quando si tratta delle classi soggiogate. Non solo è senza riguardi. Egli affetta una mancanza di riguardo, si compiace cinicamente, ed esagera le conclusioni nella misura in cui si rivolgono contro i misérables, anche oltre la misura che dal suo punto di vista darebbe scientificamente giustificata>>.
Fin qui, dunque, la prima citazione di Marx che lascia intendere con quale mancanza
di riguardo il lavoro scientifico deve battere il campo della sua ricerca, il suo oggetto
di studio, senza cedere di un millimetro ai palpiti del cuore, nemmeno quando si
hanno dei moventi nobili. Semplicemente, non è questo il compito della scienza la quale è tenuta ad individuare e scoprire le leggi sottese allo sviluppo dei fenomeni, senza cura alcuna dei sogni e delle buone intenzioni umane. Semmai, ad un altro livello, sta alla politica e alla “sana ideologia”, smuovere le coscienze, rifacendosi alla capacità umana di appassionarsi, di esprimere rabbia, dolore, solidarietà, forza, per incardinare queste energie vitali verso l’obiettivo della trasformazione sociale.
Il secondo brano che vi propongo, ancora tratto dalle Teorie sul Plusvalore, è una divertente descrizione di come nelle società umane siano spesso gli stravizi degli uomini a favorire la maggiore dinamicità e le più ampie possibilità di progresso delle stesse. Si tratta, ovviamente, di un paradosso che mostra come certi risultati dipendono “anche” (ma solo fino ad un certo punto) dagli impulsi dei singoli, dalle azioni che essi compiono (siano esse buone o cattive, morali o immorali, egoistiche o altruistiche) e da come essi le percepiscono. Tuttavia, ed è indubitabile, sono i rapporti sociali fondamentali (dominanti, nel senso di principali) che stabiliscono le coordinate all’interno delle quali gli individui possono muoversi, e sono questi gli unici in grado di imprimere la spinta direzionale decisiva a tutte le forze, individuali e collettive, della società.
Mandeville, con la sua favole delle api, è il primo a cogliere questi aspetti ripresi anche da Marx. Per il filosofo olandese il Moro avrà parole di elogio, in quanto nel suo spirito borghese si conservava una grande audacia intellettuale, cento spanne al di sopra dell’apologia filistea con la quale gli ideologi della società capitalistica raccontavano le loro “storie” sull’armonia prestabilita dell’universo.
<<Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore compendi, eccetera. Un delinquente produce delitti. Se si considera più da vicino la connessione che esiste fra questa ultima branca di produzione e l’insieme della società, si abbandoneranno molti pregiudizi. Il criminale non solo produce crimini, ma anche il diritto penale e quindi anche il professore che tiene cattedra di diritto penale, e l’inevitabile manuale in cui questo stesso professore getta sul mercato generale i suoi contributi come “merce”. Ciò provoca un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale che, come ci assicura un testimonio competente, il professor Roscher, la composizione del manuale procura al suo autore. Il criminale produce inoltre tutta l’organizzazione poliziesca e la giustizia penale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, eccetera, e tutte quelle differenti professioni che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano le differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuove maniere di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e nella produzione dei suoi strumenti ha dato impiego a una massa di onesti lavoratori. Il delinquente produce un’impressione, sia morale che tragica, secondo i casi, e rende così un “servizio” al movimento dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto penale, codici penali e legislatori penali, ma produce anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie, come dimostrano
non solo “La colpa” di Múllner o “I masnadieri” di Schiller, ma anche l’“Edipo” e il “Riccardo Terzo”. Il criminale rompe la monotonia e la calma tranquillità della vita borghese. Egli la preserva così dalla stagnazione e provoca quella inquieta tensione, quella mobilità senza la quale lo stimolo della concorrenza verrebbe smussato. Egli dà così uno sprone alle forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della eccessiva popolazione al mercato del lavoro, diminuendo così la concorrenza fra gli operai e impedendo, in una certa misura, la caduta del salario al di sotto del “minimum”, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il criminale appare così come uno di quei fattori naturali di equilibrio, che stabiliscono un giusto livello e aprono tutta una prospettiva di “utili” occupazioni. Si potrebbe dimostrare fin nei dettagli l’influenza del delitto sullo sviluppo della forza produttiva. Le serrature sarebbero giunte alla perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? E così la fabbricazione delle banconote, se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe forse trovato impiego nelle comuni sfere commerciali senza le frodi nel commercio? La chimica pratica non deve altrettanto alla falsificazione delle merci e agli sforzi per scoprirla, quanto all’onesto fervore produttivo? Il delitto con i suoi mezzi, sempre nuovi di attacco alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, dispiegando così un’azione produttiva del tutto simile a quella esercitata dagli scioperi sull’invenzione delle macchine.
E, abbandonando la sfera del delitto privato, senza delitti nazionali sarebbe forse sorto il mercato mondiale, o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo, l’albero del peccato non è nello stesso tempo l’albero della conoscenza? Mandeville, nella sua Fable of the bees (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione: “Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione[…]; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e [ … ] nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta”.
Sennonché Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e onesto degli apologeti filistei della società borghese>>.
E che dire, allora, degli apologeti del comunismo i quali smentiti dalla scienza e dalla storia fondano i loro inganni sui buoni sentimenti, sulle cieche pratiche comunitarie da esodo biblico (ci spiegassero almeno perché in queste isole felici dovrebbero attecchire i semi del nuovo mondo), sulla presunta moralità degli esseri umani che guiderà la nuova società. Questo modo di ragionare appartiene a due tipi umani disprezzati da Marx: i preti laici alla Malthus e i predicatori religiosi che promettono il paradiso per meglio nascondere l’inferno che è in terra. Gianfranco La Grassa nel suo ultimo scritto coglie con acume la differenza che c’è tra uno scienziato ed un apologeta:
<<Il modo del superamento distingue lo scienziato dall’imbonitore, dal puro ideologo che non mira ad alcuna “verità”, ma che grida sempre alla più alta Verità, quella suprema e, per ciò stesso, del tutto indimostrabile o verificabile, passassero millant’ anni.
E’ dunque indispensabile, quando si lavora su “vecchi paradigmi”, compiere un’opera di loro continuo sgrossamento, ma soprattutto di lente e progressive torsioni, e poi radicali ristrutturazioni, degli stessi onde provare ad adattarli a quelli che appaiono essere i “fatti”, i processi in corso di svolgimento secondo date direzionalità. Anche su questi fatti e processi è necessario essere prudenti, mai sposarli come ormai definitivi e certi; fatti e processi hanno senza dubbio un loro nocciolo duro, ma dipendono comunque in buona parte dalla loro interpretazione. Se le categorie usate in quest’ultima sono incerte e imperfette, non possiamo non tener conto che ci muoviamo in un circolo vizioso, che è del resto ineliminabile se si vuol pensare e non ripetere sciocchezze à la page.>>
La nostra epoca è ancora affollata da questi loschi figuri canterini e cicaleggianti che con i proclami più strambi annunciano, un giorno dopo l’altro, soluzioni per uscire dal capitalismo. Quest’ultime durano generalmente l’espace d’un matin (salvo essere costantemente riproposte in nuove fogge) e trovano eco finché servono bene i poteri dominanti, nell’azione di mascheramento del loro dominio. L’ obiettivo è sempre lo stesso, quello di irretire la nascita di un pensiero realmente anticapitalistico che si basa sulla scienza e non sull’utopia.

GLI AMERICANI NON CEDERANNO DI UN PASSO


Intervista a Nico Perrone, professore della facoltà di Scienze Politiche di Bari, saggista e giornalista, esperto di questioni internazionali (a cura di Gianni Petrosillo)
G.P. Ultimamente c’è stato un ritorno di “fiamma” dei media nazionali che hanno ricordato le grandi iniziative di Enrico Mattei, quando costui sedeva alla presidenza dell’ENI. A lui sono stati dedicati degli speciali e persino una fiction, trasmessa dalla televisione di Stato, che non ha lesinato sui particolari agiografici della sua vita. E’ evidente che la figura di Mattei sta tornando “di moda” in virtù degli attriti sullo scacchiere eurasiatico generati dagli importanti accordi che il colosso energetico italiano va concludendo con paesi non graditi a Washington. Non è da escludersi che i vertici dell’Eni (appoggiati da quei settori politici dell’establishment più propensi a rafforzare le imprese di punta del nostro tessuto industriale) stiano ricercando la simpatia dell’opinione pubblica per parare gli attacchi di chi, invece, non vede di buon occhio il “protagonismo” dell’azienda italiana. Cosa ne pensa?
N.P. La mia risposta è che il protagonismo dell’Italia, nella politica estera e nella politica energetica, non è stato mai gradito. Il risultato è che quel protagonismo non esiste più. Nella politica estera siamo rientrati nella stretta osservanza atlantica, salvo qualche capriccio passeggero. Nella politica energetica abbiamo tolto il disturbo in modo più radicale: cedendo – per iniziativa del governo di Romano Prodi – la maggioranza azionaria dell’ENI. Se il management dell’Eni non ha ancora preso atto di queste cose, bisognerà solo attendere e vedremo che si allineerà: perché ci sono i mezzi per ottenerlo.
G.P. L’ex presidente dell’Eni si serviva della sua creatura industriale per sviluppare una politica estera che facesse entrare l’Italia (e dalla porta principale) nel circuito delle nazioni che contano. Qualcuno ha anche riferito che Mattei avrebbe detto esplicitamente di voler portare l’Italia fuori dalla Nato per metterla alla testa dei paesi non allineati. E’ verosimile tutto ciò?
N.P. Delle iniziative politiche di Mattei ce ne sono state. Mattei influiva sul
partito di governo, la Democrazia Cristiana e riusciva perciò a spostare lo
stesso governo sulle sue posizioni. Questo fino alla vigilia della sua morte. Poi
avrebbe dovuto incontrarsi col presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy e forse le cose sarebbero cambiate. Resta il “se”, perché il rogo del suo aeroplano avvenne prima e quindi non si possono ipotizzare sviluppi che non poterono esserci.
G.P. I vertici di Gazprom e della stessa Eni hanno dichiarato che i progetti South Stream e North Stream, con i quali l’Europa si attaccherà ai rubinetti russi, sono l’unica alternativa valida per dare ai paesi dell’UE gli approvvigionamenti di cui abbisognano. Nel frattempo però ad Ankara i 5 paesi di transito (Ungheria, Turchia, Austria, Bulgaria e Romania) del Nabucco – il progetto alternativo dietro il quale ci sono gli americani – hanno firmato i primi accordi con i quali sono ufficialmente partiti i lavori per la costruzione di 3300 km di condutture che bypasseranno Ucraina e Russia. A questo punto, appare evidente che la vera partita strategica si giocherà su altri tavoli, quella della politica. Quali scenari si prefigura? Come reagirà la Russia?
N.P. Nel punto 3 del questionario ci sono alcuni elementi che portano all’oggi. Il punto resta quello dell’egemonia americana, pressoché assoluta, rispetto ad altre alternative. Berlusconi, in questo business, ha avvicinato l’Italia alla Russia. Questo non è gradito alla strategia internazionale degli Stati Uniti e neppure ad alcuni interessi economici americani. Dunque è prevedibile che Berlusconi, per non compromettere il gioco politico-diplomatico maggiore che tradizionalmente lega l’Italia agli Stati Uniti, dovrà fare un passo indietro.
G.P. Obama è volato a Mosca per incontrare il presidente Medvedev con il quale ha siglato un accordo preliminare finalizzato alla riduzione degli arsenali nucleari dei loro rispettivi Paesi. Il presidente americano si è detto pronto a dialogare alla pari con i partner russi dimostrando, almeno nelle parole, di voler invertire la politica aggressiva del suo predecessore. Si tratta di finzione o di vere aperture? E come si conciliano queste aperture con le innumerevoli esercitazioni militari che la Nato continua a condurre nelle zone dell’estero prossimo russo (nel maggio scorso in Georgia) e con l’ultima provocazione nella Lapponia svedese, dove per 10 giorni sono stati impegnati 2000 soldati, una portaerei e 50 caccia, per esercitazioni belliche nei circostanti e disputati territori artici?
N.P. La domanda contiene già la risposta. Il punto è infatti chi deve essere protagonista del dialogo con Mosca. Obama ha ribadito che protagonista diretto dev’essere Washington. Quindi gli altri – il discorso vale per l’Italia, e non solo – debbono mettersi da parte. Berlusconi deve averlo capito, e prevedibilmente sarà più allineato, mantenendo le sue iniziative con la Russia al solo campo di affari che non disturbi la strategia politica americana. Quanto a quelle esercitazioni, direi che dev’essersi trattato di semplici punture di spillo, come ce ne sono tante volte fra le potenze.

IL MONDO E IL SUO CAOS

MERCOLEDÌ, 25 GIUGNO 2008

La potenza centrale americana non si sente più sicura nell’esercizio incontrastato della sua egemonia, in quanto incrocia sempre maggiori difficoltà nel tenere sotto controllo le zone d’influenza già acquisite o nel mettere sotto il proprio giogo nuove aree, al fine di incrementare il suo “spazio vitale”.
Si può sostenere, pertanto, che la crescente instabilità dei rapporti internazionali è diretta conseguenza di questa messa in discussione del predominio statunitense da parte di alcune potenze, emergenti o riemergenti, come la Cina, l’India o la Russia, le quali, non soltanto si liberano del fardello statunitense ma, a propria volta, tentano di allargare le proprie sfere di autorità su altrettante regioni strategiche, indispensabili alla difesa della propria indipendenza sul teatro mondiale. Come sosteneva Machiavelli, gli Stati forti, destinati a durare, sono quelli che non pensano esclusivamente alla propria conservazione ma, al contrario, si guadagnano l’indipendenza sapendosi difendere dai nemici, in quanto la preservazione della sovranità passa dalla capacità di mettere in atto una pronta reazione ai tentativi altrui di deprimerla (oggi, ovviamente, non si tratta della mera occupazione, manu militari, di un territorio come per il passato): “…di tutti gli stati infelici, è infelicissimo quello d’uno principe o d’una republica che è ridotto in termine che non può ricevere la pace o sostenere la guerra: a che si riducono quegli che sono dalle condizioni della pace troppo offesi; e dall’altro canto, volendo fare guerra, conviene loro o gittarsi in preda di chi gli aiuti o rimanere preda del nimico ”.
Se questa instabilità si esprime, in questa fase, soprattutto, in termini di maggiore concorrenza sui mercati o di una forsennata ricerca e sfruttamento delle risorse energetiche è perché la competizione economica, nell’ambito delle formazioni capitalistiche, fornisce la linfa per il conflitto strategico “spaziale”, in previsione di un vero e proprio scontro geopolitico, il quale non sempre assume la forma della guerra guerreggiata.
Il caos che ne segue, prima di emergere sotto forma di attriti tra attori geopolitici, attraversa in profondità ogni sfera sociale delle formazioni capitalistiche implicate in questa lotta per la dominanza: da quella ideologico-culturale (per esempio le guerre di civiltà con le quali si genera l’emotività indispensabile a coinvolgere il popolo, a prescindere dalla sue stratificazioni di classe), a quella politica (che può portare alla marcescenza dei gruppi dominanti delle formazioni capitalistiche che rinunciano a ricavarsi i propri spazi di autonomia ,poichè legati passivamente ai dominanti dell’uno o dell’altro campo e che, in quanto tali, sono anche inabili a governare le crisi all’interno della propria formazione di riferimento), a quella economica appunto, (con le piccole crisi finanziarie, in rapida successione, che annunciano la grande crisi da crollo del sistema ma che in realtà conducono, più spesso, ad un “riordino” dei rapporti di forza tra agenti dominanti) fino a quella militare tout court (con conflitti che si mantengono, almeno per ora, sul piano regionale, benché vedano il coinvolgimento di più attori mondiali come in Iraq, Afghanistan, Libano e forse, in futuro, in Iran ecc. ecc.).
Questi ribollimenti geopolitici, nella loro crescente causticità, indicano che il magma sotto la terra comincia a premere sempre più seriamente, preannunciando eruzioni in più zone o aree del globo, tanto da poter causare un cambiamento nella morfologia del potere globale, rispetto a come lo conosciamo oggi.
Più volte, con le nostre analisi (ma soprattutto con quelle di La Grassa) abbiamo detto che con l’entrata in una fase policentrica, nel giro di dieci o vent’anni, la storia si sarebbe rimessa in marcia. Non che quest’ultima si fosse mai fermata, ma dalla “de-realizzazione” del socialismo sovietico in poi, gli attuali predominanti statunitensi (e il loro codazzo di subdominanti europei) hanno instillato nei popoli l’idea che, con la completa affermazione del modello liberista, si sarebbe raggiunta la pace perpetua, magari con un governo mondiale unificato e relativa perdita di autorità da parte delle varie entità statali nazionali.
Detta visione, che ha avuto la pretesa di sostituirsi alle grandi narrazioni socialiste o comuniste, riesce ormai a tenere sempre meno saldo l’involucro ideologico in cui è avvolta. La pace perpetua (meglio sarebbe parlare di pax americana) si afferma a suon di bombe o di minacce, più o meno velate, nei confronti di tutti i paesi recalcitranti. Gli americani si stanno preparando alla reazione geopolitica di queste nazioni attraverso una strategia complessiva che abbraccia tutti i campi e i settori della vita sociale, come si evince dal documento che pubblico oggi, il Joint Vision 2020.
In questo documento, di origine militare, vengono, a mio parere, affermati tre punti fondamentali che rispecchiano quanto il paese predominante abbia pienamente compreso l’approssimarsi di una fase policentrica. A tal scopo, le teste d’uovo statunitensi, si confrontano con uno spettro di azioni e di criticità che fanno riferimento al nuovo scenario:
Gli Stati Uniti dovranno agire per la conservazione dei loro interessi globali approfondendo i legami economici con il mondo (estensione del liberismo “a dominanza” – nulla a che fare con la tanto decantata mano invisibile – come forma mascherata di controllo delle economie dei vari paesi)
la consapevolezza, ormai maturata negli ambienti strategici USA, che gli avversari avranno accesso alle basi industriali del commercio globale (con le quali attiveranno le loro sfide contro la potenza centrale) potendo disporre della stessa tecnologia occidentale. Non a caso, nel documento viene detto esplicitamente che la supremazia tecnologica americana (anche in campo militare) andrà assottigliandosi.
La conferma, da parte degli eventi, che i nemici degli Usa, tra dieci anni, saranno capaci di adattarsi alla stessa capacità di progresso.
Questi elementi strutturano il contesto strategico nel quale gli statunitensi si apprestano ad agire ed, in più, confermano le nostre previsioni circa l’avvicinarsi di una fase policentrica che rimetterà in discussione gli assetti geopolitici globali.
Inutile ribadire che l’Europa e l’Italia sono percepite dagli Usa come avamposti già conquistati, ai quali far pagare il prezzo maggiore dei conflitti mondiali (da non intendersi dal solo lato militare) che si scateneranno.
Buona lettura.

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