MERCANTI DI STATO

monti-time276171Mario Monti cita Joseph Schumpeter e striglia, o almeno simula un tale atto di reprimenda, i suoi amici di “salotto” i quali hanno impedito che operasse liberamente, anche sul mercato italiano, il virtuoso principio della distruzione creatrice – concetto cardine, insieme a quello dell’imprenditore innovatore, della teoria economica del pensatore austriaco – precipitandosi a salvare, arroccati dietro il paravento dell’italianità da preservare, imprese decotte e destinate al fallimento. Diciamo che questa affermazione ci può stare, laddove effettivamente ci si è afflitti per società di basso profilo strategico, vedi Alitalia, che hanno drenato risorse pubbliche senza dare buoni risultati, ed anzi distraendo lo Stato in faccende nelle quali si sperperano solo tempo, denaro e forze. Ma se da questo punto di vista il Premier raccoglie qualche consenso, d’altro canto occorre fargli notare che sotto il suo “protettorato” (chiamarlo governo non si può per decenza, sia perché ogni sua azione viene ricalcata su ricette che piovono da fuori: UE, BCE, FMI; sia perché egli stesso non offre soluzioni originali disponendo degli stessi margini di movimento di un delegato sindacale della finanza internazionale) stiamo perdendo asset fondamentali, questi sì di una certa importanza e non svendibili senza rimetterci in libertà e sovranità nazionale, consentendo agli stranieri di conquistare best companies nei settori vitali dell’energia (Edison) o persino di farci minacciare nella proprietà di gruppi legati al comparto della Difesa (Oto Melara o Wass che stuzzicano gli appetiti francesi di Thales). Per non parlare dei favori che l’esecutivo ha concesso alle truppe bancarie cooptando nella sua compagine ex dirigenti e consulenti di vari istituti (primo su tutti Intesa San Paolo) e adottando provvedimenti troppo benevoli verso quest’ultimi. Siamo, pertanto, in presenza di un altro bluff istituzionale che mira a celare il vero ruolo di Monti in questa fase e non aiutano a modificare i giudizi assolutamente negativi quelle iniziative finalizzate a togliere ai poteri forti nazionali la possibilità “di sedere simultaneamente nei cda di banche ed assicurazioni” . Questa prescrizione, riferita alle persone più che alle logiche e ai contesti, è facilmente aggirabile poiché l’idra dominante dispone di molte teste di turco e di contrappesi consolidati che prescindono dai voleri dei singoli individui. I nostri sospetti, invece, crescono esponenzialmente quando sentiamo parlare della rivisitazione della golden share che costituisce l’unico modo per evitare lo shopping a man bassa sui gioielli industriali di famiglia da parte di soggetti esteri. Da un lato Monti ritiene che si deve dare rapidamente una risposta all’Europa la quale ci accusa di sbarrare il campo alla concorrenza con strumenti sleali (ma Francia e Germania si comportano anche peggio), dall’altro il Presidente si fa portavoce di una reciprocità richiestaci unilateralmente mostrandosi disponibile al primo passo verso una maggiore integrazione intercomunitaria dei mercati. Passo che però potrebbe rivelarsi anche l’ultimo prima della discesa nel baratro. Di fatti è allo studio dei tecnici uno strumento che consenta l’altolà alle scalate ostili sulle nostre aziende ma solo se rinvenienti da Stati extraeuropei. Si tratta di una misura inutile tenuto conto che i tentativi di scorribande sul nostro territorio provengono principalmente dai finti amici dell’Ue. Situazione, quindi, che risulta ancor più fuorviante laddove esponenti del gabinetto hanno lasciato trapelare che le loro inquietudini nascono dall’eventualità che potenze economiche e politiche con grandi liquidità come la Cina possano subdolamente insinuarsi, grazie ai loro capitali, nelle compagnie nostrane producenti output sensibili per carpirne i segreti militari. Ma mentre si sostiene ciò ci si rende assolutamente subalterni agli apparati tecnologici e ai sistemi militari statunitensi (vedi il discutibile acquisto degli F35 che ci mette completamente nelle mani di Washington http://www.geopolitica-rivista.org/16382/con-lf-35-litalia-si-mette-nella-mani-di-washington-a-colloquio-con-g-gaiani/). Se attendevate una nuova prova del servilismo dei tecnici, politicamente del tutto idioti anche se con un quoziente intellettivo e professionale elevato, l’avete ricevuta. Infine, come si introduceva all’inizio, Monti non ci convince affatto nemmeno sul versante economico perché si limita ad accettare e tradurre in pratica quel che viene imposto dagli organismi economici internazionali influenzati dagli Usa e secondariamente da altri paesi, ma ovviamente non dal nostro. Il Premier sostiene che non c’è via d’uscita oltre quella da lui proposta  perché l’impalcatura finanziaria mondiale si regge su leggi naturali che possono essere governate ma non modificate o disattese. Così camminiamo guardando il cielo delle regole e finendo nel pozzo della storia mentre gli altri si ricamano la legalità economica su misura dei propri interessi geopolitici.

MI FA MALE IL MONDO di Giorgio Gaber

Mi fa male che l’Italia, cioè voi, cioè io, siamo riusciti ad avere, non si sa bene come, due milioni di miliardi di debito [ora quasi due mld di euro].
Si sa, un vestitino oggi, un orologino domani… basta distrarsi un attimo e si va sotto di due milioni di miliardi!
Questo lo sappiamo tutti. Ce lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita per questo debito che abbiamo.
Ma con chi ce l’abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi?
Questo non si sa. Questo non ce lo vogliono dire. No, perché se li dobbiamo a qualcuno che non conta… va be’, gli abbiamo tirato un pacco ed è finita lì. Ma se li dobbiamo a qualcuno che conta… due milioni di miliardi! Prepariamoci a pagare in natura. (1995)

I METODI TERRORISTICI DELLA FIAT A MELFI

marchionne03gMarchionne lo aveva giurato, raggiungeremo anche in Italia livelli statunitensi. Si era dimenticato di aggiungere non di efficienza e produttività, ma di gangsterismo stile anni ’30 in funzione antioperaia ed antisindacale. Quello che sta accadendo alla Fiat Sata di Melfi è l’esempio preclaro di come questi amministratori privati, più prenditori che imprenditori, più animali camaleontici che animal spirits, stiano adottando l’arma del terrore e della minaccia per ridurre in catene i ceti subalterni e violentare la dignità  delle tute blu alla catena di montaggio. Costoro adorano il vitello d’oro di un capitalismo da putrefazione finanziaria e da potenza decaduta, seppur coperto con la bandiera della patria, ultimo rifugio delle canaglie; rifiutano il compromesso per puro sfascismo e non per ragioni di miglioramento della performatività dei processi, dei prodotti e degli investimenti (i quali infatti si concretano esclusivamente in vacue promesse da capitani poco coraggiosi ed ammutinati contro lo Stato); vengono adulati dalla stampa perché considerati visionari riprofilatori delle relazioni industriali in un Paese arretrato e fermo al conflitto ideologico capitale/lavoro, ovvero alla dicotomia irriducibile  padroni/proletari vechia di due secoli; si coprono dell’aura degli innovatori e dell’aureola dei martiri sabotati nel rinnovamento dai nullafacenti e fannulloni abituati a scansare fatiche e responsabilità; ma poi, così buoni e futuristi, filantropi e perbenisti, giungono ad affidare a veri schlammer (picchiatori) il mantenimento dell’ordine nelle loro aziende per azzerare i diritti dei lavoratori. Chi scrive non ama la Fiom e nessun altro Sindacato confederale burocratizzato e autorefenziale, preoccupato esclusivamente di perpetuare i propri apparati organizzativi piuttosto che difendere i livelli occupazionali e retributivi, responsabile del ristagnamento economico della nazione al pari delle rappresentanze confindustriali esprimenti il peggio delle caste parassitarie della Grande finanza e dell’Industria Decotta di precedenti ondate tecnologiche, ma ciò non toglie che la violenza fisica e morale contro le maestranze non è degna di uno Stato civile e non ha nulla a che vedere con l’esigenza di far ripartire il motore industriale dello Stivale. Quanto di più lontano, insomma, da quella rivoluzione culturale tanto sbandierata dai tecnici politicizzati, dai circoli mediatici accecati e dalle cricche manageriali anglobalizzate che imputano la caduta a picco del benessere del Paese a corporative rigidità medioevali del mercato del lavoro e all’invasività della mano pubblica nelle faccende private. Mano pubblica che invade soltanto quando non elargisce a fondo perduto e questo Marchionne, leader della fabbrica più assistita d’Italia, dovrebbe ricordarselo. Qui, anzichè alla riforma degli assetti industriali siamo semplicemente alla controriforma dei bassi istinti delinquenziali del proprietario delle ferriere, ormai sulla via del fallimento, che per recuperare le spese deve utilizzare capetti e kapò al fine di spremere a dovere i suoi salariati, prima di buttarli definitivamente nella pattumiera di una manifattura ormai fuori corso storico. Noi lo avevamo detto, quello di Marchionne in Italia è tutto un bluff, il Paese per la Fiat non è più appetibile e non rappresenta una piazza profittevole dove vale la pena rischiare. L’unica ragione per cui insistono con noialtri rinviene dall’esigenza di compiere appieno quella funzione di inabissamento politico e sociale delegata loro dalla Potenza centrale (e da tutto l’occidente civilizzato subdolamente ed infidamente dichiarantesi nostro alleato) che ci vuole irreversibilmente sottomessi a logiche di dipendenza economiche, tecnologiche, militari e, dunque, imperiali. Cioè loro l’impero gaudente e noi la provincia assoggettata e demente.  Ci controllano dall’interno affinché non ci venga in mente di spostare capitali, competenze, uomini e risorse verso i settori ad alto valore aggiunto che non s’immergono, per scomparire definitivamente alla vista epocale, in mercati saturi dove si fanno la guerra i poveri di creatività e di mezzi, che non sfondano porte aperte di stanze concorrenziali sovraffollate dove si raccolgono le briciole. Ci tengono in ceppi affinché non ci nasca in testa l’idea di avventurarci nelle opportunità che creano prodotti e implementano processi volti allo schiudimento di inesplorati o quasi vergini luoghi di guadagno e di futura competizione, col vantaggio che chi prima arriva meglio si sistema, godendo per qualche tempo di una posizione dominante. No, ci vogliano sarti, parrucchieri, operatori turistici, “salottai”, viticoltori, albergatori, pasticceri e, soprattutto, pasticcioni in constante gareggiamento per la sopravvivenza con i paesi del terzo mondo. Marchionne è di questa pasta vile e tali episodi esecrabili al di fuori della legalità accaduti nei suoi stabilimenti rivelano perfettamente i suoi truci piani. Dobbiamo reagire duramente contro chiunque tenti di fare della nostra terra un suolo di scorrerie e razzie per conto di predoni internazionali. E tanto vale sia per la Basilicata che per l’Italia intera. Oggi, con queste premesse, non possiamo che essere schierati dalla parte degli operai di Melfi e avverso i banditi che li minacciano a nome della ditta e della dittatura antinazionale. CLICCATE SUI LINK E DIFFONDETE QUESTA VERGOGNA!

 

http://www.ilquotidianoweb.it/it/basilicata/potenza_fabbrica_modello_Sata_esclusiva_registrazioni_2012.html

 

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TANGENTOPOLI: VENT’ANNI DI MENZOGNE

Sono passati vent’anni da Mani Pulite eppure la cronaca giudiziaria riesce ad avere ancora la meglio sull’analisi storica dei fatti accaduti e mai pienamente chiariti. Ma la storia raccontata dai giudici non è tutta la storia di quel periodo caotico e devastante che spazzò via un’intera classe dirigente, dall’oggi al domani. I protagonisti, magistrati inquirenti e giudicanti di quella fase, tra lacrime finte e ammiccamenti alla pubblica opinione, sono tutti intervenuti sui Giornali per proseguire nella mistificazione della realtà con i loro raccontini moralistici su corruzione e ruberie che divennero intollerabili ed esondarono dai confini della legalità soltanto in quel preciso momento epocale, laddove quegli stessi togati avevano chiuso gli occhi per decenni sugli abusi dei partiti essendo tutti legati a qualche santo politico al quale dovevano la loro brillante carriera. Il pool di Milano ed i suoi antichi membri cercano ancora di oscurare la verità di una operazione internazionale che si servì della magistratura, la cui insincerità e doppiezza morale diviene viepiù intollerabile man mano che vengono a galla retroscena sconcertanti, per curvare il destino di una nazione che stava perdendo il suo status di bastione avanzato contro il comunismo dell’est. Tangentopoli nasce proprio in questo clima di riassestamento geopolitico seguito alla caduta dell’URSS che imponeva una modifica degli assetti interni di quegli Stati, come l’Italia ma non solo, i quali, fino a quegli eventi, avevano fatto da cuscinetto e da piazzeforti collocate in prima linea a protezione dell’Occidente, per necessità degli Usa. L’unico non unitosi al coro delle esultazioni alla caduta del Muro di Berlino fu Giulio Andreotti il quale, evidentemente, intuì subito che quella sarebbe stata la rovina della Dc e degli equilibri europei e mondiali emersi dopo la II guerra mondiale, i quali contemplavano la DC al centro dell’arco costituzionale italiano in funzione anticomunista. Ma osserviamoli da vicino questi insigni uomini del pool di Milano, dal principale simbolo Antonio Di Pietro ai vari Davigo, D’Ambrosio, Colombo, Borrelli ecc. ecc. Di Pietro ebbe una carriera in magistratura davvero folgorante, da ex poliziotto un po’ 007 (si cerca ancora di capire la natura dei suoi viaggi non autorizzati alle Seychelles alle calcagna del faccendiere Francesco Pazienza ricercato dall’intelligence di mezzo mondo http://www.ilgiornale.it/interni/di_pietro-pazienza_ecco_dossier/27-03-2010/articolo-id=432801-page=0-comments=1) alle frequentazioni, anche da Pm, delle barbe finte come attesta la famosa foto che lo ritrae insieme a Bruno Contrada (il quale sarà arrestato qualche giorno dopo il banchetto di cui si parla) ed altri soggetti della Cia (http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_02/di-pietro-contrada-cavallaro_e059bc54-0fc4-11df-9603-00144f02aabe.shtml). Tonino da Montenero di Bisaccia prende la laurea “breve” in giurisprudenza in meno di tre anni (http://www.ilgiornale.it/interni/usa_007_e_seychelles_lato_oscuro_di_pietro/politica-pietro-idv-spia/16-01-2010/articolo-id=414102-page=0-comments=1), un fulmine del diritto che dà esami difficili a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (1). Non ci sarebbe nulla di sospetto se non fosse che Tonino litiga con l’italiano come un ragazzo delle elementari. Poi riesce ad entrare in magistratura nonostante la Commissione esaminatrice inizialmente lo escluda. Come racconta il Presidente della stessa, il giudice Carnevale, Di Pietro fu fatto passare per motivi diversi dalla preparazione richiesta ad un futuro magistrato: «Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito…». La verità è però un’altra, qualcuno di piuttosto influente suggerì a Carnevale e agli altri componenti della Commissione di essere buoni col contadino in cerca di fortuna e di farlo “come un favore che non si può rifiutare”. I verbali della pessima prova di Tonino furono pertanto stracciati e sostituiti con altri favorevoli al candidato (leggete qui le dichiarazioni dei chiamati in causa: http://www.ilgiornale.it/interni/una_manina_salvo_lex_pm_esami_di_pietro_ripescato_grazie_pressioni_esterne/23-01-2010/articolo-id=416149-page=0-comments=1). Dunque, Il Pubblico Ministero più giusto e irreprensibile d’Italia inizia la professione con una bella spintarella. Poi c’è Gerardo D’ambrosio il cui nome è tristemente legato alla storia dell’anarchico Giuseppe Pinelli, “suicidato” il 15 dicembre ’69, da una finestra della questura di Milano. Pinelli era stato accusato della strage di Piazza Fontana in seguito ad una montatura che aveva spinto la polizia a seguire la pista dei circoli sovversivi di estrema sinistra. Pinelli però da quella Questura, dove lo stavano interrogando, uscirà soltanto morto,dopo un salto dal 4° Piano. Successivamente vi fu una inchiesta ed un processo che terminò nel 1975. Il giudice asseverò la versione secondo cui Pinelli, sotto stress per gli interrogatori subiti, “si sarebbe sentito male e, invece di accasciarsi al suolo, avrebbe spiccato un “involontario balzo” fuori dalla finestra (???)” (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=4089). Il famigerato “malore attivo” attribuito all’anarchico milanese fu una bella trovata, indovinate di chi? Ma di Gerardo D’Ambrosio of course, il quale adesso sostiene che il pool non fece mai politica. Peccato che il succitato venga immediatamente smentito da un’altra sua collega all’interno dell’equipe milanese, Tiziana Parenti, presto allontanata dalla squadra dei vendicatori della legge per aver osato indagare sulle tangenti del PCI. Fu proprio D’Ambrosio a suggerirle di considerare un “vagone staccato” quello degli illeciti a sinistra, ma in sostanza non si voleva toccare quella parte politica per ragioni ancora tutte da sceverare. Infatti, dopo quella breve parentesi nessuno andò più a fondo in tale direzione. (http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=1AVSIR) . Ma D’Ambrosio non s’immischia di politica e difende il ruolo imparziale della magistratura, e poco vale se, con Saverio Borrelli, si ritrovò a firmare l’appello per la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico. Quanto a Gherardo Colombo forse è l’uomo che sapeva meglio degli altri le finalità di tangentopoli. Quest’ultimo dirà al suo omologo Misiani che la competenza di Milano sulle inchieste non era una questione giuridica. E se non era una questione giuridica di che natura era allora questa competenza? Forse politica? Infine, Camillo Davigo che ora piange per una corruzione anche più vasta di prima e che sente sprecato il suo lavoro di ripulitura della società italiana dal ladrocinio pubblico e privato. E’ così risentito Davigo che ironizza su coloro i quali hanno in mano molti elementi per adombrare l’ipotesi del complotto internazionale che lui definisce pura stravaganza. Sarà, ma se un magistrato come lui sostiene che tali episodi di corruzione non erano risaputi dimostra esclusivamente due cose incontrovertibili: o che i giudici non sapevano fare il loro lavoro oppure, molto più semplicemente, che fingessero di non vedere così tanti reati per non inimicarsi una classe dirigente non ancora indebolita dagli avvenimenti mondiali. Ma non appena quest’ultima si è ritrovata nel vortice di una evenemenzialità geopolitica che le voltava le spalle, costoro, irreprensibili tutori della legge quando conviene, le hanno dato il colpo di grazia. Non vorrà mica Davigo darci a bere la favoletta secondo cui “Né i miei colleghi né io, pur avendo la percezione che i reati di concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti politici e false comunicazioni sociali fossero ben più numerosi di quanto risultava dalle statistiche giudiziarie, immaginavamo le dimensioni dell’illegalità, quali emersero dalle indagini” (http://www.ilquotidianoweb.it/it/basilicata/potenza_tangentopoli_20_anni_dopo_2012.html). E come mai Mani Pulite improvvisamente si arrestò sul più bello, proprio mentre era giunto il momento di fare chiarezza sulle compartecipazioni oscure del PCI al potere consociativo, cosa che gli permetteva di entrare a piene mani nelle logiche spartitorie di quei tempi. Noi invece pensiamo che non si era voluto coinvolgere il Partito Comunista, ormai non più tale dopo la svolta della Bolognina, per non far saltare l’intero sistema e questo, probabilmente, su consiglio degli stessi soggetti o gruppi che avevano dato il via libera ai magistrati per sferrare l’attacco alle basi dello Stato italiano. Tutti gli elementi qui elencati rafforzano la nostra convinzione circa l’esistenza di un’altra versione dei fatti che condussero a Mani Pulite. La chiameremo la versione Formica, sia perché questa sta emergendo lentamente da dietro la cortina fumogena delle versione ufficiale, sia in quanto la esplicita senza tentennamenti uno degli attori principali di quella stagione, l’ex ministro socialista Rino Formica (http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=1AVPZR ). Costui parla di un vero colpo di Stato organizzato dalla Cia e dall’FBI in Italia subito dopo “Berlino ’89”. Dice Formica: “L’intreccio tra politica, affari e partiti durava da cinquant’anni ma la questione morale diventa questione politica quando cambia la storia: fino al 1989 Italia e Germania avevano presidiato la frontiera ma con la caduta del Muro si comincia a temere per la stabilità dell’Italia”. In questa situazione i servizi segreti americani decidono che è  il momento di liberarsi di gente troppo compromessa con assetti di potere ormai superati dagli eventi. Dopo mezzo secolo di cecità assoluta la magistratura riacquista improvvisamente la vista, ma Davigo ed i suoi colleghi non erano a conoscenza di tutto ciò perché probabilmente lui e gli altri vivevano su un pianeta dorato dove regnavano da sempre ordine, disciplina e bendaggi gratis per tutti i togati. La smetta dunque di prenderci in giro e di lamentarsi dell’attuale putrefazione nazionale, perché questo è il premio ricevuto dagli italiani per aver creduto alle frottole giudiziarie di chi, volendo mondare i peccati della politica, si è liberto della seconda lasciandoci in eredità i primi quadruplicati. Ora siamo messi molto peggio di allora. Ai tempi della DC e del PSI, seppur sporche, avevamo ancora le mani per maneggiare il nostro destino. Mani pulite ci ha segato le braccia e le gambe riducendoci ad una provincia oscura dell’impero senza più speranze. E’ dagli anni novanta che privati degli organi prensili offriamo il sedere al mondo affinché tutti, ma proprio tutti, possano prenderci a pedate sul di dietro. Bella rivoluzione del piffero!

(1) LIBRETTO UNIVERSITARIO DI DI PIETRO

1975

28 maggio – Storia del diritto romano (400 pagine): 28/30

4 giugno – Istituzioni di diritto romano (700 pagine): 25/30

4 luglio – Istituzioni di diritto privato (1100 pagine e 2969 articoli del codice civile): 24/30.

10 novembre – Diritto costituzionale (700 pagine e 139 articoli): 30/30.

(data illeggibile) Diritto costituzionale comparato: 26/30.

1976

20 febbraio – Esegesi delle fonti del diritto italiano: 26/30

28 aprile – Contabilità dello Stato: 26/30

3 maggio – Diritto regionale e degli enti locali: 29/30

15 giugno – Diritto ecclesiastico: 26/30

1° ottobre – Diritto canonico (300 pagine): 28/30

25 ottobre – Diritto commerciale (1400 pagine): 27/30

30 novembre – Economia politica (700 pagine): 26/30

20 dicembre – Organizzazione internazionale: 27/30

1977

24 gennaio – Scienze delle finanze e diritto finanziario (800 pagine): 26/30

7 febbraio – Storia del diritto italiano (650 pagine): 28/30

31 marzo – Diritto processuale civile (1000 pagine e 831 articoli): 28/30

18 aprile – Diritto tributario (450 pagine): 27/30.

24 maggio – Diritto penale (1200 pagine, 734 articoli): 27/30

7 luglio – Procedura penale (1100 pagine, 675 articoli): 28/30

29 ottobre – Diritto civile (800 pagine): 25/30

1978

26 gennaio – Diritto amministrativo (1400 pagine): 28/30

19 luglio – Tesi in diritto costituzionale di 320 pagine e laurea. Voto finale 108/110.

SA(N)REMO SCEMI? (dato che è domenica cazzeggiamo…)

Sanremo

Scritto per tiscali.it

Non tutti lo sanno ma nel ’56 una mia concittadina vinse il festival di Sanremo. Nel mio paese le hanno dedicato una targa in piazza ed intitolato una via (http://it.wikipedia.org/wiki/Franca_Raimondi; http://www.youtube.com/watch?v=1FAXoRPeC3Q) . Forse un po’ troppo, ma ognuno si attacca a quel che fornisce la storia o, meglio, la storiella minuta del borgo natio che deve essere ingigantita perché altrimenti non si sa a cos’altro votarsi per affermare la grandeur della bottega. A Polignano a Mare, circa 6 km da Monopoli, c’è poi il monumento a Domenico Modugno, nato proprio lì, un mastodonte di tre metri in bronzo che non assomiglia per niente al cantante pugliese. La statua dà le spalle al mare e sembra voler riabbracciare quella città dalla quale Mimmo era stato respinto in vita perché non abbastanza strapaesano.

(http://it.wikipedia.org/wiki/File:Statua_modugno_polignano_a_mare.jpg).

Diciamo però che, in questo frangente, parliamo davvero di un gigante della musica nonché di un poliedrico uomo di spettacolo, anche attore e presentatore, che la cittadinanza polignanese ha voluto risarcire dopo l’ostracismo impostogli per aver rinnegato le sue radici ed essersi impunemente spacciato per siciliano e napoletano. Mr. Volare volava alto artisticamente ma basso identitariamente, come spesso capita a chi non è affetto da provincialismo. Da come descrive Il Quotidiano della Basilicata gli eventi di questa manifestazione sanremese è possibile che tutta la toponomastica lucana possa cambiare. Avremo via Pippa, eroe di Sanremo e martire dei testi (musica e parole di topo Gigio) e corso PapaLeo I, pontefice frugale che alla cupola preferì il campanile. E’ possibile che spuntino pure alcune statuette in gesso di costoro nei giardini pubblici dove ormai i nanetti sono demodé. Il direttore de Il Quotidiano fai poi notare che finalmente la cosiddetta California del sud è stata oscurata dalla Basilicata in questa competizione a chi diventa più ridicolo. Non è un primato del quale ci si debba vantare, e penso che così come i pugliesi siano stanchi di essere accostati a Checcozalone o Leone di Lernia, così i lucani lo siano di essere approssimati a  Papaleo o Arisa. Se poi costoro fanno anche le alleanze regionali nei film l’effetto è persino devastante (Checcozalone e Papaleo “Che bella giornata” (http://it.wikipedia.org/wiki/Che_bella_giornata). Sia inteso che preferisco tali pellicole senza pretese moralistiche ed introspettive alla sbobba politically correct  nazionale che narra di amorini, amorucci e a-moretti o impegnucci politici per uomini piccini piccini. Purtroppo, i nostri sono tempi di disimpegno nel senso che il cinema, in particolare, ed il mondo della cultura (musica inclusa), in generale, sono finiti nel disimpegno in fondo a destra, dove occupano lo spazio Nanni Moretti, il quale crede di essere un vero regista e Federico Moccia, versione perbenista di Riccardo Schicchi. La colonna sonora di ogni cosa non è di Morricone ma dello sciacquone. Eppure ci fu un periodo in cui i pugliesi (e per vicinanza e fratellanza anche i lucani) preferivano “chi appariva alla Madonna”, come Carmelo Bene, a chi ci fa apparire tutti rinchiusi in stupidi cliché stracittadini. Tuttavia, vorrei ricordare al Direttore de Il Quotidiano che, fortunatamente per i lucani, nella palta di questo Festival si è piazzata comunque prima la povera Puglia, poiché l’inascoltabile ed inguardabile Celentano, più che il re degli ignoranti il sovrano dei qualunquisti, mattatore “scemissimo” della kermesse canora, pur essendo nato a Milano è figlio di foggiani. Mi si permetta quindi di sgravare i miei amici lucani da colpe che solo minimamente possono ricadere su di loro. Infine, Il Direttore de Il Quotidiano cita Debord a capocchia, come se il filosofo francese, in fondo, potesse essere avvicinato a tali oscenità che non entrano in nessuna delle sue categorie filosofiche. Solo scempio e degrado, sublimazione del trash in giacca e cravatta. Quest’ultimo ha criticato la società dello spettacolo, ma a Sanremo non c’erano nè l’una né l’altro. A meno che non si vogliano considerare società le colonie di foche inturgidite e di farfalle duplicate vicino alle farfalline e spettacolo gli sproloqui, senza ritmo e sostanza, del molleggiato al quale si sono svitate le molle nel cervello.

Equo ne credite, Teucri.

monti vigSe anche Il Corriere della Sera, quotidiano della cavalleria dominante (per questo abbreviato in “Corsiera”), striglia Raglio Monti, un galoppino della trilaterale più che un quadrupede purosangue, vuol dire che il ronzinante sul quale Re Giorgio ha puntato, manca un po’ di sobrietà e di stabilità, al pari dello stallone dei miei cordoni suo predecessore. Perché Monti, in alcune sue sfortunate uscite a briglia sciolta nel maneggio mediatico, invece di nitrire ha ragliato come non tutti si aspettavano, dimostrando con ciò che al governo non abbiamo messo un animale da galoppata ma un furbo somarello da paraculata. Proprio come nella famosa poesia di Trilussa “l’ elezzione der presidente”: “Er Somaro contento, fece un rajo. E allora solo er popolo bestione s’accorse de lo sbajo”. Già, ma questo errore ci costerà molto caro perché ormai l’asinello ha pijato possesso e nu’ la pianterà sino al 2013 o forse anche oltre, nemmanco si morimo d’accidente, dunque fate silenzio e rispettate er Presidente. Tuttavia, il rispetto ce lo si guadagna nell’arena statale e Monti troppe volte nelle sue apparizioni pubbliche ha rotto il trotto smentendo i suoi ammirati scozzonatori politici. Ci vuole coraggio a scalciare in quella maniera contro il posto fisso e l’inveterato malcostume italiano alla raccomandazione o al nepotismo sapendo di aver avuto una carriera professionale così dopata dagli appoggi relazionali, tanto familiari che istituzionali. Il pedigree fa sempre la differenza. Non c’è lobby massonico-finanziaria che non abbia scommesso su Monti vincente (per loro), dal Bilderberg alla Trilateral, dal Bruegel alla Goldman Sachs. Ma, soprattutto, in che modo ha iniziato la sua brillante cavalcata il professore? Sul “Corsiera” s’insinua che la sua discendenza sia stata fondamentale, partendo dal fatto che fosse figlio predestinato “di un dirigente bancario e nipote di Raffaele Mattioli, il mitico banchiere della Comit di Milano”. Inoltre, continua il giornalista della corazzata di via Solferino, “a una certa notorietà Monti arrivò quando fu cooptato nel consiglio della Fiat e delle Generali, due pilastri dell’establishment economico-finanziario italiano. Fu cooptato anche alla vicepresidenza della Comit”. Può costui dunque dare lezioni di lavoro e di decoro? Loden, criniera e mantello non coprono mai abbastanza un certo favorevole imparentamento che indispettisce però chi è sempre stato costretto ai margini della mandria perché non consanguineo né di Seabiscuit né di Varenne. Ma più di ogni cosa anche per gli italiani vale il vecchio detto latino riportato nel titolo poiché il dottor Monti è appunto quel cavallo di Troia che il Presidente della Repubblica ha introdotto dentro le nostre mura per dare passo libero ai nemici esteri che stanno razziando la nazione. Se non vogliono finire al mattatoio gli italiani dovrebbero smettere di dormire in piedi come i puledri e disarcionare quei traditori che hanno come letaminoso obiettivo quello di farci stramazzare al suolo. La nostra carne a brandelli è stata già messa in svendita ed altre importanti costole della nostra impresa strategica stanno per finire come costolette. Non lasciamoci ingannare da siffatti truffatori e ricordiamo sempre che asino e mulo, vanno cavalcati sul culo, anche se si atteggiano a bestie di razza.

MONTI: ARBITRO VENDUTO

monti-time276171Forse abbiamo perso i giochi olimpici del 2020 ma le gare olimpioniche di autolesionismo sono tutte nostre. Il rush finale dell’imbecillità e della codardia ci vede sempre primi al traguardo, mentre siamo costantemente ultimi nella maratona del successo e della gloria. Consoliamoci, quindi, con il premio disciplina e con i riconoscimenti al fair play di cui Monti ha fatto incetta in Europa e nel mondo, grazie al suo loden nero e al suo modo di dirigere questa partita truccata come un arbitro venduto. L’operazione Roma 2020 secondo il Premier costerebbe troppo e ci sarebbero grossi rischi di non riuscire a coprire le spese. Poi però apprendiamo dai giornali e dalle fonti ufficiali che si buttano mld di euro nelle missioni militari all’estero, tutte riconfermate, le quali ci vedono immancabilmente gregari degli altri e quindi mai trionfatori ed incassatori di reali riconoscimenti. Solo medaglie di consolazione per aver aiutato i nostri partners a stravincere, anche a nostro danno. Come dire, pacche sulle spalle e prese per il culo, o se più vi piace, due pesi e due miserie corrispondenti per una nazione specialista nel lancio del martello sui coglioni. Evidentemente, da secchione qual è, Monti si disinteressa dello sport e dell’educazione fisica alla quale preferisce l’educazione e basta per marcare la differenza tra il buontemponismo superficiale di chi lo ha preceduto ed il suo mirabile bon ton. I mercati gradiscono poiché la sua moderazione istituzionale si traduce in inchini alle borse e adesioni incondizionate ai diktat degli organismi internazionali che hanno scommesso sulla disfatta dell’Italia, preparandosi a fare man bassa di trofei pubblici nel nostro Paese. Ha ragione l’economista La Grassa quando parla di pura propaganda dei tecnici in queste vicende che sono orientate a “creare ulteriore confusione e rottura del tessuto nazionale. Quelli di ‘Roma ladrona’ gongoleranno. Al centro-sud si incazzeranno. Si conferma che questo governo corrisponde in pieno, con l’altrettanta piena complicità del centro-destra berlusconiano, al disegno americano di creare pantano e palude dove appena si può. Non siamo al divide et impera per un disegno coloniale del tipo inglese ottocentesco, ma per diffondere il massimo marasma possibile: tutti contro tutti, un disfacimento molecolare, un pullulare di bande in un ambiente sempre più fatiscente e invivibile, magari tipo Blade Runner, in cui si scatenerà la caccia ai replicanti”. Tuttavia in qualcosa Monti è davvero un campione imbattibile, è l’asso assoluto delle trasvolate transoceaniche finalizzate a riportare la vittoria nelle gare di riverenze e di servilismo. Pare che, il Patrick De Gayardon della bergamasca, abbia confidato ai signori di Wall Street di voler tentare una missione no limits: tagliare la spesa statale cominciando dall’impiego pubblico. Non entrerà nel guinness dei primati poiché lo ha anticipato Papademos in Grecia ma il professore giura che sarà ancora più drastico e deciso del suo omologo ellenico. Questa combinata atlantica gli permetterà di scoccare frecce avvelenate contro le inveterate abitudini peninsulari del posto fisso e del reddito bastevole a far fermare il cronometro alla fine del mese. Cambierà gli italiani, lo ha garantito ad Obama come una minaccia e potrebbe anche fare centro perché la finanza speculativa ha reso il Belpaese un bersaglio immobile e facilmente abbattibile. Ma Monti non dimentichi, olimpiadi o meno, che l’unica disciplina sportiva veramente amata dai suoi connazionali è il football. Se fin qui siamo stati fuoriclasse nel tiro al pallone, potremmo diventare eccellenti anche in quello al pallone gonfiato. Pallonaro avvisato mezzo sgonfiato.

DE VOBIS FABULA NARRATUR

montiL’Italia sta affondando ma dalla nave gli alti ufficiali sono già tutti fuggiti. I partiti se la sono data a zampe levate come i topi e dalla zattera costruita con la pelle dei loro connazionali urlano che ci sono cose più urgenti da fare piuttosto che mettersi in salvo.

Loro che sono quasi a riva lo affermano convintamente, mentre il popolo con l’acqua alla gola dovrebbe quanto meno attendere di essere sommerso fino alla cima dei capelli restando senza cime di salvataggio. E quali sarebbero questi affari importanti da disbrigare al cospetto della gravissima crisi economica e politica che ha investito Stato e cittadini? La riforma del sistema elettorale e la modifica degli assetti costituzionali della Repubblica. Ma andate alla deriva razza di idioti! Per compensare l’incazzatura che credo non sia solo mia, e mi si perdoni questo sfogo non in linea con lo stile sobrio dell’Italia in loden e in bolletta (rovina perfetta), citerò uno dei padri nobili della cultura italiana, Benedetto Croce. Quest’ultimo sosteneva che la sintesi delle antitesi dei partiti non è il governo ma la Storia. Benissimo, ma come definire allora la sintesi delle antitesi delle fazioni che si fanno la guerra per miseri interessi di bottega ed unanimemente votano a favore della liquidazione di tutta la baracca nazionale attraverso il Governo Monti? Si chiama becero servilismo che non fa la Storia ma il racconto di una epocale miseria. Fin quando gli italiani tollereranno questo scempio e questa noncuranza che sta spingendo la Penisola nella sentina dell’Europa e nelle acque di scolo del mondo? E’ vero, siamo a mollo e non solo per gli attacchi esterni, ma mollare la dignità e la speranza per assecondare la folle rotta dell’Europa, a sua volta priva di timone e di carte di navigazione, vuol dire uscire definitivamente dai radar della fase storica presente. Pertanto lorsignori, dopo aver tagliato la corda, non pensino anche di poterla tirare troppo a lungo perché l’aria di ammutinamento è ormai pesante eppur sparsa. In Grecia il gemello di Monti, figlio come lui degli stessi lupi della finanza americana, ha accettato gli aiuti dei licantropi di FMI, BCE e Commissione, scatenando la rabbia nelle piazze che, come scrive sapientemente Davide Giacalone (ultimamente però un po’ giù di tono) su Libero, non accettano tagli e riduzioni del benessere per risollevare le borse, le economie e le imprese degli altri, cioè in primo luogo di Francia e Germania. Manca il pane e Papademos compra sommergibili e missili da crucchi e galletti. Proprio come in Italia dove Monti sdottoreggia ma non sa di Montaigne (chissà, forse suo lontano cugino d’oltralpe) il quale diceva: “c’è un’ignoranza da analfabeti e un’ignoranza da dottori”, ignoranza tutta confermata nel rifinanziamento delle missioni militari all’estero che ci riducono il companatico e ci strappano autonomia nazionale. Così non va bene, se il suo è davvero il gabinetto della sobrietà e dell’emergenza nulla deve restare fuori da dette caratteristiche restrittive, soprattutto certe imprese militari già fallite che non ci portano vantaggio strategico e ci succhiano preziose e ormai scarse risorse . Monti vuò fa l’americano con la borsetta degli italiani. Ci ha preso tutti per mansueti Camel! Ma la Grecia dice agli altri anelli deboli della catena continentale: de vobis fabula narratur e ve ne accorgerete presto! Ce ne accorgeremo presto, ma non s’illudano i sovversivi della domenica perchè il disordine non è per niente rivoluzione…

Intervista a Gianfranco La Grassa di Giovanna Canzano

Politicamente corretto

Arianna editrice

 

Canzano I.  Governo tecnico, ma, non troppo, visto che in effetti tutti i ministri del Governo Monti, non sono  ne politici, né diplomatici, né medici, ne agronomi etc., ma sono solo economisti. Tutti i problemi sono risolvibili da ‘esperti’ di banche?

La Grassa. Non confondiamo gli economisti con gli esperti di banche. I grandi economisti, anche quelli delle scuole e correnti di pensiero dominanti, non sono dei semplici esperti di banche. Inoltre, tutti sono caduti nella trappola del governo dei tecnici. Questi sono tecnici come io sono eschimese. Sono convinto che, fino all’ultimo, si fosse abbastanza incerti se servirsi ancora di Berlusconi (che nel 2011 è stato complice di tutto ciò che hanno voluto gli Usa di Obama, a partire dall’infame aggressione alla Libia) oppure cambiarlo, dato che la “sinistra”, dopo aver inoculato per vent’anni il virus dell’antiberlusconismo (nessun progetto è stato più avanzato salvo l’abbattimento, in qualsiasi modo, di costui), non poteva rinunciare a questo obiettivo, l’unico rimasto a cialtroni senza più alcuna idea costruttiva. Si è alimentato l’assurdo terrore della crisi finanziaria, dello spread, per portare al governo chi poteva avere i voti di entrambi gli schieramenti e svolgere quindi, in tutta tranquillità e con grande consenso, una politica di pieno servilismo verso gli Usa di Obama. Non abbiamo quindi a che fare con tecnici, ma con veri camerieri, anzi sguatteri, della potenza ancora predominante, che tuttavia non gode di buonissima salute e si destreggia seminando dappertutto il caos e il pantano. Sarebbe interessante capire meglio come questo governo corrisponda pure ad un possibile nuovo compromesso tra Usa e Chiesa cattolica, ma si aprirebbe qui un grosso discorso (reso forse più appetibile dalle ultime notizie, che rivelerebbero uno scontro in atto all’interno del Vaticano; meglio attenderne gli eventuali esiti). In ogni caso, la vera crisi è quella reale, che si aggrava e si farà pungente già nel corso dei prossimi due anni. Vedremo come se la caveranno; altro che Borsa e spread!

Canzano II.  Come può un economista essere ‘tecnico’ se per tecnico intendiamo una scienza esatta?

La Grassa: I tecnici non sono scienziati, tanto meno seguaci di una scienza esatta. I tecnici sono “specialisti” (spesso scadenti come lo sono gli attuali nostri governanti) in determinati rami che fanno capo a date scienze. Un otorinolaringoiatra (che spesso oggi si intende soprattutto o di naso o di gola o di orecchio) non credo si possa considerare uno scienziato della medicina, la quale a sua volta non è scienza esatta. Nelle scienze sociali, ovviamente, l’esattezza ce l’hanno in testa solo gli “accademici” che, per andare in cattedra, devono scrivere saggi del tutto inutili, e lontanissimi da una qualsiasi realtà, in cui però si chiede loro di manovrare formule matematiche, tabelle, statistiche varie (e spesso cervellotiche), oltre a dover ormai scrivere rigorosamente in inglese. Non parliamo più di scienza, ma di “stregoni in salsa moderna”; e mi scuso con gli stregoni veri che, inseriti in altre culture, avevano una reale funzione sociale utile, pur essendo ritenuti imbroglioni da arroganti “bianchi”, ignoranti e presuntuosi. Questi tecnici governativi sono appunto gli “accademici”: non sanno gran che, non conoscono il mondo reale (al massimo un po’ quello imprenditoriale, soprattutto finanziario), e viaggiano nelle loro massonerie internazionali. Purtroppo, sono diretti da centri strategici (dotati pure, all’occorrenza, di potenza militare) che, mascherandosi dietro a loro, stanno portando ad autentici disastri in tutto il mondo. Prepariamoci (non in tempi brevissimi) a scontri di grande ampiezza, pur se avranno, credo, caratteristiche diverse, ma non meno tragiche, delle due guerre mondiali del XX secolo (del resto assai differenti tra loro come conduzione strategica, armi usate, ecc.).

Canzano III. Con questo Governo l’Italia è nelle mani del potere economico europeo?

La Grassa. E’ nelle mani del potere politico degli Stati Uniti. Le polemiche antitedesche, ecc. servono a stornare l’attenzione dall’ignobile, e piatto, servilismo verso il paese mondialmente ancora “centrale”. Quella parte dei “berluscones”, oggi convertitasi al montismo per gli elogi (demenziali nel loro eccessivo sbrodolamento) di Obama e Clinton al loro “cameriere” andato a Washington, non sta più nella pelle pensando di essere recuperata prossimamente se si fa vedere più serva dei servi. Quella parte che invece ancora mugugna e non si è del tutto convertita al montismo (ma lo farà presto) si scatena contro Sarkozy e Merkel (notate bene; non proprio contro Francia e Germania) perché crede scioccamente di potersi proporre a Obama come ammucchiata dei migliori sgherri in Europa. Alla fine anche questa parte rientrerà completamente nei ranghi.

Canzano IV. Demonizzando come corrotti e ladri la classe politica italiana, si è, senza ricorrere a metodi antidemocratici, azzerato la politica e i politici italiani. Cioè  è stato tolto alla politica dignità e professionalità utilizzando semplicemente l’arma che oggi conta di più: la stampa e, in altri casi i giudici. Come si può ristabilire una nuova classe politica che soddisfi tutti?

La Grassa. Nessuna classe (così denominata impropriamente, a mio avviso) politica può soddisfare tutti. Nemmeno è probabile che si renda conto degli interessi di lungo o anche medio periodo di un paese, che è nel contempo un sistema economico (parte di una più vasta rete di rapporti tra diversi ceti sociali). E’ difficile stabilire percorsi precisi per la formazione di gruppi in grado di sviluppare la politica più favorevole agli interessi di un paese, di un dato sistema sociale nazionale; intendendo per “nazione” la maggioranza dei ceti sociali i cui rapporti costituiscono quel sistema. In ogni caso, nell’attuale fase storica, credo che il primo criterio da seguire per il proprio orientamento sia la conquista di un minimo di autonomia di tale sistema o paese. Si deve saper giostrare tra le contraddizioni di più “potenze” (alcune ancora in pectore, ma che si faranno via via valere), invece di appiattirsi sulla politica di supremazia mondiale di una sola, oggi rappresentata dagli Usa, da eleggere come nemico e ostacolo principale ad un minimo di riordino dei rapporti internazionali. Tale potenza agisce in modo criminale. Questo è tuttavia pressoché normale; nella storia del mondo non credo si sia mai visto qualcosa di diverso. I potenti sono sempre prepotenti e usano mezzi delinquenziali per sopraffare gli altri. Quindi, per l’appunto, la resistenza e il non restare succubi di nessuno di loro, ma anzi destreggiarsi fra i loro contrasti con una propria autonomia, è il primo compito del momento, almeno credo. Poi si vedrà.

Canzano V. Se i ‘tecnici’ hanno dei limiti nella ‘gestione’ politica del Paese Italia, può venire in loro ‘aiuto’ la burocrazia, e, come ci ricorda la storia di non tanti anni fa, nei paesi dove i burocrati erano ‘potenti’, non regnava certo né la democrazia né il popolo aveva diritto di voto.  In Italia, con questo ‘Governo tecnico’, si corre lo stesso rischio?

La Grassa. Le burocrazie sono semplicemente i “servitori dello Stato”. Bravi o pessimi che siano, sono i dirigenti di processi lavorativi svolti in apparati statali che apprestano determinati servizi detti “pubblici”, per la “collettività”. Hanno idee politiche, ma quanto più bravi sono tanto più devono metterle tra parentesi per funzionare sulla base delle indicazioni dei gruppi politici al comando in quel dato periodo. E’ ovvio che, quando la politica è assente, essi sembrano supplire al lavoro dei politici. Il problema è: perché la politica è ormai assente in Italia? Come mai è sparita soprattutto dopo il crollo dell’Urss, la distruzione di Dc e Psi operata per via giudiziaria con il tentativo di consegnare il governo in mano ai sedicenti (euro)comunisti, che già erano andati negli Usa (1978) a preparare il cambio di campo con il viaggio (“culturale”; sic!) di un loro alto esponente ancor oggi “molto in voga”? La classe (non) dirigente italiana economico-finanziaria ha fatto di tutto, e adesso accelera, per rendere il nostro sistema socio-economico puramente complementare a quello statunitense. Ciò risponde agli interessi parassitari di imprenditori di passate fasi dell’industrializzazione, il che comporta pure l’espansione abnorme della frazione finanziaria della classe in questione. In casi simili, la cosiddetta “classe” politica si annulla nel paese ridotto di fatto a parte (subordinata) di un altro sistema; la politica è in realtà guidata dai gruppi dominanti in quest’ultimo (quelli statunitensi, insomma). Ecco che allora, nel paese reso subordinato in quanto parte di un altro sistema, potrebbero venire in primo piano i “burocrati”, ma solo perché la politica proviene da un luogo lontano e poco visibile agli abitanti di un’area che ha subito tale processo di “semicolonizzazione”. Tuttavia, non mi sembra che in Italia si sia ancora prodotto un simile fenomeno. Siamo in pieno processo di completa subordinazione (agli Stati Uniti), ma non lo si deve far constatare con troppa evidenza; il finto governo degli inetti tecnici serve precisamente a questo scopo di nascondimento della realtà. Sono loro il tramite dei comandi del padrone (e padrino) statunitense. Ed è per questo motivo che tale governo (e tale coperta operazione di “semicolonizzazione”) non potrebbe funzionare senza la complicità del vigliaccone di Arcore, che ha tradito tutto e tutti per salvare “qualcosa”: Bossi dice aziende e libertà personale, io propenderei anche per la pellaccia (sua e forse non solo sua). Non basta la sinistra, non almeno finché Berlusconi non abbia attuato fino in fondo il suo “suicidio” politico e abbia sfasciato il Pdl per sospingerne una parte consistente, assieme a pezzi del Pd, verso il cosiddetto “centro”, creando così una palude politica che “istituzionalizzi” e renda permanente quella attuale, solo temporanea e transitoria. Importante per i gruppi sociali parassitari di cui detto sarà anche l’elezione di un capo dello Stato che continui l’opera dell’attuale.

Canzano VI. Le banche. Tremonti ha rifiutato di nazionalizzarle, e, adesso noi rischiamo il default, mentre in Inghilterra con la nazionalizzazione hanno allontanato questo rischio. Il ‘Governo Tecnico’ farà mai la proposta di nazionalizzarle come ha fatto l’Inghilterra allontanando questo pericolo?

La Grassa. Non credo che il problema sia direttamente la nazionalizzazione o meno delle banche o di qualsiasi altra impresa. In specifiche circostanze la nazionalizzazione rende più facile l’attuazione di strategie particolari condotte da determinate imprese, una volta che queste siano poste sotto il diretto controllo dei gruppi politici che governano il paese. Decisivo è però appunto l’indirizzo politico generale di tali gruppi. Rinvio quindi alle due risposte precedenti. Se manca in Italia una classe realmente dirigente, capace di esprimere vertici politici che svolgano un’azione internazionale da posizioni di autonomia, la nazionalizzazione non cambia in nulla la situazione di dipendenza o addirittura “semicoloniale”. Se invece la nazionalizzazione è una manovra compiuta per aggirare certi ostacoli frapposti dalla nostra classe imprenditoriale parassitaria (i sedicenti “poteri forti”), affidando la direzione di aziende in settori strategici a specifici gruppi o personaggi di tipo manageriale (facciamo l’esempio di Mattei), allora essa può servire a superare detti ostacoli. All’origine ci deve però sempre essere una politica nazionale di un certo tipo (autonomo), ed è dunque necessaria la presenza di una forza politica in grado di opporsi all’imprenditoria parassita. Nel dopoguerra, si creò una situazione speciale (i “due campi”, il pericolo del comunismo, ecc.) per cui un partito cattolico, pur sempre filo-atlantico e anticomunista, si impadronì del governo non però in perfetta simbiosi con gli ambienti industrial-finanziari italiani, ancora arretrati e profondamente reazionari, guidati dalla Fiat (ambienti fondamentalmente “monarchico-sabaudi”, quindi all’origine di quel falso e opportunistico antifascismo, che tradì l’8 settembre e ha sempre ricoperto un ruolo specialmente antinazionale). Ci furono frizioni e “ruggini” tra le due parti, di cui poté beneficiare un Mattei e altri alla direzione dell’Iri, ecc. Oggi, la situazione è decisamente peggiore. Occorrerebbe un rivolgimento molto radicale (diverso certamente, ma non meno profondo di quello che faceva paura ai filo-atlantici nel dopoguerra con riferimento al partito comunista) per ridare fiato ad una politica anche minimamente nazionale. Quindi, bisogna intendersi bene quando si parla di nazionalizzazione. Non esiste la “magia” delle parole; qui non c’è nominalismo che tenga, occorre il massimo realismo.

Canzano. Leggo dal profilo della sua pagina facebook: “Orgoglioso di essere stato comunista, un’epoca adesso conchiusa. Pensiero di derivazione marxista, che cerca di interpretare la nuova epoca”. Può dirmi qualcosa di più?

La Grassa. Più che orgoglioso, diciamo che non mi vergogno né pento minimamente di esserlo stato e resto soddisfatto della scelta effettuata allora. Dico orgoglioso quasi fosse uno “sputare in faccia” a coloro che blaterano di “crimini del comunismo”, un vero nonnulla di fronte a quelli perpetrati dai vari capitalismi nella loro plurisecolare storia. Anzi, tutta la storia umana è caratterizzata da massacri e crimini di tutti i generi; il sangue sembra essere il concime preferito da chi intende fertilizzare il campo sociale per renderlo adatto a “nuove coltivazioni”. Sono divenuto abbastanza presto critico del “comunismo” così come lo intendevano coloro che parlavano di “costruzione del socialismo”, e la critica si è andata progressivamente approfondendo nel corso di decenni. Da molti anni ormai considero il comunismo un processo storico finito. Comprendo la nostalgia e la difficoltà di abbandonare certi orientamenti da parte di schiere via via più esigue di vecchi “militanti”. Disprezzo alcuni vertici di partitelli pseudocomunisti, che considero mestatori alla ricerca di qualche sacca di voti in cui pescare per continuare a vivere alle spalle dei poveri gonzi. Ritengo il marxismo, in quanto tale, da consegnare alla storia del pensiero; non più però di quanto lo sia pure il liberismo e altre ideologie ancor oggi correnti tra le “classi dominanti”. Cerco l’uscita dal marxismo, tenendo però conto che questo è stato il mio background culturale di una vita; se non voglio librarmi in assenza di gravità, volteggiando per aria senza costrutto come una gran parte dell’intellettualità odierna (da circa 30-40 anni a questa parte), da lì debbo pur sempre prendere le mosse. Tuttavia, lo ripeto, sapendo che il marxismo appartiene alla storia; va quindi utilizzato in tal senso, così come si utilizzano sempre i grandi pensatori del passato, non certo allo scopo di “apprestare ricette per la cucina dell’avvenire”.

BIOGRAFIA (CENNI)

Nato nel 1935. Dopo gli studi superiori, lavora nell’industria (paterna) per alcuni anni. Si laurea a Parma in Economia con una tesi sulla modellistica di sviluppo e i problemi del dualismo economico. E’ prima assistente e poi docente di Economia nelle Università di Pisa e Venezia fino al 1996. Nei primi anni di insegnamento all’Università ha seguito diversi corsi di specializzazione, fra cui quello alla SVIMEZ sui problemi dello sviluppo economico. Nel 1970-71 è a Parigi dove segue Charles Bettelheim, i suoi corsi su Calcolo economico e forme di proprietà e, più in generale, la “scuola” althusseriana. Dal 1953 al 1963 è stato assai vicino al Partito comunista italiano; se ne staccò per dissensi teorici e politici, in specie relativi al “socialismo reale”, allo schieramento filosovietico del Pci, seguito poi dal progressivo spostamento di campo in senso filo-capitalistico. Si è mosso a lungo nella composita nebulosa politica che si situava alla “sinistra” del PCI. Oggi si sente sciolto da legami con i vari partiti e gruppetti politici esistenti e scrive sul blog e sul sito Conflitti e strategie. Ha scritto oltre 50 volumi (tra individuali e collettanei) e pubblicato innumerevoli articoli su varie riviste italiane e straniere.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Gli strateghi del capitale (2006) e Finanza e poteri (2008) con la Manifestolibri; Tutto torna ma diverso, Mimesis 2009; Due passi in Marx (per uscirne), Il Poligrafo (Padova 2010), Oltre l’orizzonte, Besa editrice (Lecce 2011). Poi i saggi pubblicati nel sito di Conflitti e strategie durante il 2011 (da Panorama teorico a Puntualizzazioni teoriche).

IMPRESSIONI DI FEBBRAIO

Può quest’uomo salvare l’Europa? Può il Time fare domande così sciocche e irridenti? “L’Italia ha fatto passi impressionanti”, ha detto Obama, “cambierò gli italiani” ha replicato Monti. Il Nobel alle intenzioni ed il Presidente ai buoni propositi che celano pessime ed inconfessabili manie, ci tolgono qualsiasi dubbio: siamo alla presa in giro finale ed al raggiro generale. Poiché è oramai provato, dai fatti e dai provvedimenti adottati, che la strada seguita dal Governo dei tecnici è un itinerario di dismissioni, di tagli e di persecuzioni fiscali, per assecondare gli speculatori internazionali che ci tengono per il collo. L’Italia va verso il baratro ed è questa l’unica cosa davvero impressionante. Non ci sono state quelle svolte promesse in economia e nemmeno quell’economie sulle spese pubbliche ritenute da tempo fuori controllo, ma soltanto azioni di estorsione contro determinati settori sociali del lavoro autonomo e dipendente. La squadra dei professori si è coperta la faccia col loden ed ha puntato la pistola alla tempia di farmacisti, tassisti, pensionati e lavoratori. Il governo delle banche urla mani in alto ai nostri connazionali e quest’ultimi si lasciano impressionare dallo stile della rapina. E queste sarebbero le iniziative impressionanti, come l’imminente riforma del mercato del lavoro. Ma sospendere per tre anni gli effetti dell’art.18 dello Statuto, quello che regola i licenziamenti nelle imprese al di sopra dei 15 dipendenti, permetterà alle aziende di licenziare più rapidamente, non di assumere. Poichè per far crescere l’occupazione occorre innovare ed aprire nuovi mercati, snellire la burocrazia, sostenere i comparti strategici, saper competere sulle tecnologie e sulla qualità dei prodotti e, soprattutto, essere in grado di tutelare i propri interessi nazionali sullo scacchiere mondiale. Ovvero, tutto quello che Monti non fa ed anzi deprime dando fiato alla bocca e mettendo le mani nelle faccende statali. Smettiamola dunque di impressionare e cominciamo a concretizzare prima che l’impressione di ritrovarsi come la Grecia diventi una certezza. Ugualmente impressionante in senso negativo è l’atteggiamento dei partiti i quali, con qualche eccezione di poco conto, sono tutti unanimemente d’accordo sulle misure dell’Esecutivo. Monti sta facendo bene, ripetono in coro, da Alfano a Bersani, tuttavia nelle loro dichiarazioni non c’è spontaneità e nei loro occhi si legge lo spaesamento di chi è stato esautorato ed ha paura persino a rialzare la testa. Ma il capo, in quella posizione, può soltanto rotolare e se non se ne occuperà la gente arrabbiata provvederanno comunque quei poteri globali che hanno occupato il Paese.  Le impressioni di novembre, quelle nate all’indomani dell’insediamento del gabinetto tecnico, sono divenute tristi verità. Ci aspettano mesi e forse anni di umiliazioni e di stangate per tenerci legati ad un’Europa eterodiretta da Washington che vuole preservarsi sulla pelle degli Stati più deboli e su quella dei popoli che hanno perso sovranità. Dunque, se non sarà il tracollo economico sarà quello politico il che significa tanto l’uno che l’altro. E si doveva attendere l’ascesa di Mario e la sua discesa dai Monti per arrivare sul limite del burrone? Non saranno i forconi a cambiare la situazione o le singole proteste di corporazioni divise tra loro e nemmeno le contestazioni di piazza, come dimostra il voto del Parlamento greco che non ha preso menomamente in considerazione il malcontento sociale e i disordini nelle vie. Se non si risveglieranno quei gruppi dominanti che in una prima fase dell’era Berlusconi avevano dimostrato di voler perseguire i loro interessi senza farsi impressionare dal clima ostile delle prescrizioni e pressioni  atlantiche, aprendo i loro rapporti alle potenze emergenti e non allineate,  non usciremo agevolmente da questo impasse. Chi ci rimprovera di trascurare i dominati ci accusa di non vedere i fantasmi, il che vuol dire semplicemente che noi non facciamo le sedute spiritiche per invocare una impossibile sollevazione ma ci affidiamo all’analisi scientifica per interpretare la situazione e muoverci dentro di essa senza bende ideologiche. Se il disagio sociale dei ceti svantaggiati non si incontrerà e salderà con i piani di una parte dei gruppi dirigenti non conformisti e disponibili a percorre sentieri diversi da quelli ufficiali (detto legame non nascerà mai spontaneamente e nemmeno mettendosi intorno ad un tavolo a tre gambe ma andrà pensato ed allacciato sapientemente al fine di sedimentare un vero blocco sociale per l’indipendenza nazionale), sarà facilmente neutralizzato e ricondotto lungo binari fortemente reazionari.  Così i sovversivi si ritroveranno ad essere incasellati tra i peggiori conservatori  e usati da quei plotoni d’esecuzione che stanno per abbattere lo Stato. E’ già accaduto e potrebbe accadere ancora. State certi però che noi non ci facciamo impressionare nè dal  Rigor Montis e nemmeno da quei medium della rivolta che, bandiere sulle palpebre, giocano a moscacieca con gli spettri della ribellione. I campi della lotta al buio si trasformano frequentemente in camposanti dove chi non perisce tradisce.

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