LA RUSSIA, SESTA ECONOMIA MONDIALE? – di Hedelberto López Blanch (*)

Vi proponiamo questo interessante articolo sulla situazione economica russa che mette ben in risalto la strada intrapresa dal paese caucasico nella direzione del recupero di un ruolo di primo piano a livello mondiale, dopo i nefasti dell’epoca gorbacioviana ed eltsiniana.
L’autore si preoccupa di analizzare soprattutto i fattori economici di questa ripresa, concentrandosi però sull’importanza che, in Russia, viene data ai settori di punta, con le imprese energetiche e con quelle che si occupano di nanotecnologie a fare da guida al sistema economico complessivo. Viene rimarcato anche l’importante ruolo svolto dallo Stato in questa rinascita economica e politica che realizza un modello di sviluppo capitalistico non completamente assimilabile a quello delle formazioni occidentali classiche.
Se la Russia si colloca oggi all’undicesimo posto tra i paesi maggiormente sviluppati, con le scelte oculate fatte in questi anni dalla sua classe dirigente, non passerà, tuttavia, molto tempo prima che essa arrivi a sopravanzare altri paesi (per esempio il nostro) i quali, restando agganciati al carro della potenza centrale statunitense, si vedono frenati nello sviluppo delle tecnologie più innovative e nelle decisioni strategiche a livello internazionale. In questo momento molte nazioni europee sono ancora davanti alla Russia per PIL ma le proiezioni indicano che il gigante dell’est farà un grande balzo perché ha smesso di poggiare su piedi d’argilla…
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La dichiarazione dei dirigenti russi che questo paese si collocherà, in poco tempo, tra le sei potenze economiche più forti del mondo, si potrà concretare soltanto se si esso si convertirà da fornitore di energia e materie prime, in esportatore di tecnologia, di macchinari, e di servizi di punta.
Questa nazione euroasiatica ha sofferto una trasmutazione violenta che l’ha portata, in un batter d’occhi, da un socialismo condiscendente (l’ex-Unione Sovietica) ad un capitalismo sproporzionato. Imprese, miniere e servizi sono passati dal settore pubbliche, al settore privato il quale, in molte a occasioni, non ha pagato l’importo allo Stato. Il presidente Dmitri Medvedev in un discorso dinanzi alla XII edizione del Foro economico internazionale effettuata all’inizio di giugno a San Pietroburgo, ha presentato un progetto d’ammodernamento fino al 2020 che attirerà investimenti multimilionari per la ricostruzione, l’ammodernamento e la costruzione di aeroporti, strade, industrie e dei giochi olimpici invernali del 2014 a Sotchi. Ha sottolineato che il paese richiede tecniche e conoscenze moderne perché l’ obiettivo è di situarsi tra le sei potenze economiche più forti del mondo e che per ciò deve superare la dipendenza dall’esportazione delle materie prime e dell’energia e concentrarsi ad
innalzare la tecnologia d’avanguardia per navi, aerei, software e tecnica atomica, come pure per la nanotecnologia che è stata innalzata a progetto nazionale. In seguito, nella stesso foro, il vice primo ministro Igor Shuvelov ha ratificato le parole del presidente ed ha dato come un fatto che la Russia occuperà alla fine di quest’anno quella anelata posizione mondiale. Per raggiungere quest’obiettivo le trasformazioni devono essere grandi perché come è risaputo, la Russia non dispone delle tecnologie avanzate ed i suoi prodotti industriali non possono fare concorrenza a livello internazionale con quelli dei paesi sviluppati e con quelli di altri come la Cina, Taiwan, la Corea del Sud, l’India, per citare alcuni. Nel 2007, la Russia si è situata, secondo il Fondo Monetario Internazionale, all’undicesimo posto nel mondo per prodotto interno lordo (PIL) pari a 1.166.560 milioni di dollari, dietro gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania, la Cina, il Regno Unito, la Francia, l’ Italia, la Spagna, il Canada ed il Brasile, in nell’ordine citato. Il bollettino ufficiale n. 26 pubblicato dall’ ambasciata russa a Cuba, segnala che durante gli anni 90 si è ridotto il commercio estero, che per la prima volta dopo molte decine d’anni è risultato essere un affare privato, che ha avuto come fondo le riforme di mercato prodotte nel paese. Le amministrazioni di Mij ail Gorvachov e Boris Yeltsin hanno portato il paese ad una crisi economica profonda ed alla perdita del suo ruolo predominante nelle problematiche dell’arena internazionale. Dati ufficiali indicano che nel 2000 l’ indice di povertà in Russia aveva raggiunto la cifra del 30%. Gli anni del capitalismo l’hanno indebolita enormemente ed hanno agito sulla maggioranza di popolazione. Durante il governo di Vladimir Putin, la situazione ha cominciato a capovolgersi e durante gli ultimi otto anni la povertà è stata ridotta al 14%; la crescita totale del PIL è stata quasi del 70% (più del 7% annuale), quella dell’ industria del 75% e quella degli investimenti del 125%, cosa che ha permesso al Paese di situarsi all’ 11 posto nel mondo.
Il servizio sanitario che ha sofferto di una disattenzione ampia, ritorna nuovamente ad equilibrarsi con l’installazione di più di 40.000 unità di diagnosi e cure gratuite al 90% delle donne incinte ed ai minori (misura adottata in seguito alla bassa natalità). Il governo di Medvedev si propone di trasformare la nazione in un centro d’influenza finanziaria internazionale con una linea di controllo statale e privato, imposta da Putin, che fino a questo momento ha dato i suoi frutti. Si delinea un nuovo approccio con l’aumento del tenore di vita dei cittadini per cercare di risolvere i problemi sociali della sanità pubblica, dell’alloggio, dell’istruzione e dell’ attenzione agricola. Si prevede ora la creazione di nuove corporazioni statali per rianimare alcuni settori dell’economia dove, secondo Shuvalov, “il settore privato ed i meccanismi di mercato non possono rispondere per conto proprio”. Le corporazioni opereranno in accordo con meccanismi di gestione corporativa, trasparenza e con specialisti molto qualificati. Tra queste si cita la banca statale Vnesheconobank per occuparsi del settore finanziario e del credito; Rosnanotex per sviluppare la nanotecnologia; Rostejnologi per rafforzare l’ industria dei macchinari e di Rosatom per rafforzare l’energia nucleare. Compaiono, altresì, anche i giganti statali dell’Aeronautica unificata (OAK) che raggruppano le principali fabbriche d’ aerei di uso civile, e la Corporazione navale unificata che comprende i cantieri navali russi dedicati alla costruzione di navi e tecnologia navale. Durante questi otto anni, Mosca è stata
trasformata in una superpotenza energetica essendo il secondo esportatore mondiale di greggio ed il primo di gas naturale, il che unito ad un migliore controllo dei profitti ed ai prezzi esorbitanti raggiunti da questo combustibile hanno aperto le porte verso il suo ristabilimento economico. Inoltre il controllo sui profitti dell’esportazione di petrolio (imposte petrolifere) gli ha permesso d’ aumentare il fondo di stabilizzazione (Stabfond) e con quest’entrate di liquefare tutti i debiti dell’ ex-URSS. Le entrate di petrodollari sono cresciute nel Stabfond e alla fine del 2008 quest’organismo si è diviso in Fondo di riserva (in caso di cataclisma finanziario mondiale) ed in Fondo di benessere nazionale che sarà utilizzato nella riforma delle pensioni. Mosca sta risorgendo nuovamente come potenza mondiale e oggi non si può parlare di una difesa di missili strategici, di nuovo ordine mondiale, di priorità geopolitiche, di risoluzione internazionale di conflitti, di cooperazione nucleare, di stabilità strategica o percezioni di sicurezza se non si prende in considerazione la posizione del gigante russo. Il paese più grande del mondo con una superficie di 17.075.400 chilometri quadrati ed una popolazione di 145.3 milioni d’abitanti, con un alto indice di sviluppo educativo umano può raggiungere l’obiettivo di trasformarsi nella sesta potenza economica ma per ottenere ciò dovrà lavorare duro.
*Giornalista di Rebelión

(*) Trad. di G.P.

LA RUSSIA: UNA FORMAZIONE SOCIALE IN UN’EPOCA DI TRAPASSO

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1. Dopo il superamento della tragica fase di dissoluzione del modo di riproduzione sovietico – centrato sulla pianificazione statale dell’economia, quale base “materiale” di sostegno a specifiche strutture sociali e politiche – la Russia è tornata sulla scena internazionale con rinvigorite aspirazioni  egemoniche, avendo altresì messo fine, in un tempo relativamente breve, alla maggior parte dei guasti accumulati a partire dai primi anni ’90, allorché assurse al potere la masnada oligarchica dei “liquidazionisti” filo-occidentali capeggiata da “Mr.” Eltsin.
Il gigante dell’est, per una lunga fase e fino all’arrivo al potere di Vladimir Vladimirovič Putin, nominato Primo Ministro dallo stesso Eltsin nel 1999, ha scontato pesantemente le conseguenze di quell’estenuante scontro bipolaristico, durato parecchi decenni, con la potenza alla guida del blocco occidentale (gli Usa), conclusosi con la vittoria di quest’ultima e con l’evaporazione di qualsiasi velleità circa la costruzione del socialismo nell’Est eurasiatico.
Proprio questo conflitto, ad intensità geopolitica “variabile”, e solo occasionalmente sul punto di sfociare in una guerra aperta e virulenta tra i due contendenti “onnimondiali”, accentuò la sclerotizzazione delle basi economiche sovietiche (sottoposte a stress continui, non essendo in grado di sprigionare la stessa dinamicità produttiva del capitalismo, tanto sul terreno degli armamenti che su quello dell’innovazione tecnologica), accelerando inesorabilmente l’ossidazione e lo sfinimento delle sue forze produttive.
Ma il grado di stagnazione di queste divenne pressoché irreversibile allorché il collante ideologico della presunta alleanza operai-contadini dimostrò di non poter operare una sintesi efficace tra concreta forma statale assunta dall’URSS e idealismo rivoluzionario comunista. Anzi, la situazione delle classi e l’allineamento sociale sul quale si fondava il blocco dominante sovietico venne definitivamente allo scoperto durante il periodo gorbaciovano, con la messa in liquidazione di tutta la “baracca” perseguita scientificamente da quelle forze che avevano preso possesso della macchina statale dell’Unione (1).
L’accumulazione socialista, che in un primo momento aveva portato l’edificio sovietico su livelli di crescita inimmaginabili, si era fondata su una pressione, al limite del tollerabile, delle città sulle campagne, sempre garantita dal controllo operaio sui processi decisionali, mentre i propositi di arginare l’influenza dei Kulaki (i contadini ricchi) sulla società rurale, cioè  sullo strato dei contadini medi e poveri, solo sporadicamente ottenevano i risultati prefissati, proprio a causa dell’incapacità di modificare radicalmente i rapporti sociali tra le classi in lotta.
Quando Lenin, all’inizio della Nep, insisté sul consolidamento dell’alleanza tra gli strati inferiori della città e della campagna (la Smycka) aveva ben presente il livello dei rapporti sociali e l’andamento delle lotte di classe nella Russia post-rivoluzionaria. Da tale punto di vista, la Nep più che mera politica economica fu uno sforzo rivolto a rinsaldare l’alleanza tra queste due classi, in mancanza della quale sarebbe stato impossibile ottenere un ordine sociale ed economico di qualsiasi tipo (2).
La Russia, quindi, a prescindere dalle intenzioni della sua classe dirigente, divenne una nazione portatrice di un’architettura collettiva del tutto originale, non assimilabile al modello capitalistico occidentale di tipo “tradizionale”. Essa, tuttavia, riuscì, attraverso una proiezione ideologica efficace, a conseguire un obiettivo altrettanto grandioso (ma che col comunismo non aveva proprio nulla a che vedere): l’URSS si era infatti elevata al rango di “grande potenza avrebbe comunque mutato i ‘connotati’ (strutturali, ma in senso geopolitico e non ‘di classe’) del mondo contemporaneo” (3).
Gli Stati Uniti, ebbero successo nel piegare, seppure durante un’intera epoca storica, la formazione statale sovietica, mai realmente in grado di raggiungere gli standard di sviluppo e di vitalità del capitalismo dei funzionari privati del capitale (di matrice statunitense).
Il prezzo che l’Occidente fece poi pagare alla Russia e ai paesi della sua sfera dominante fu elevatissimo in termini di ridimensionamento territoriale, politico e, soprattutto, militare. A lungo le sorti del Paese, negli anni ’90, restarono sospese sul baratro di sanguinose esplosioni etniche e civili, alle quali non scamparono gli Stati più deboli dell’ex area sovietica, dove i conflitti e le divisioni si moltiplicarono generando una spirale inaudita di frazionamenti nazionali e di violenza fratricida.
Attualmente però, messi alle spalle i drammatici eventi del passato, la Russia del XXI secolo è tornata a giocare un ruolo da protagonista sulla scena planetaria, ancora capace di interporsi, col suo peso strategico, nella definizione degli equilibri del potere politico a livello mondiale.
Dunque, non solo potenza che sa far valere le proprie ragioni a livello regionale e continentale ma attore geopolitico di livello intercontinentale che rivendica, orgogliosamente, la sua parte di responsabilità nella gestione degli affari mondiali, nonché un ruolo conforme alla sua “stazza” negli organismi di governancesovranazionali.
Gli homines novidell’attuale establishment russo, rispetto ai quali Putin o Medvedev rappresentano, per così dire, i terminali decisionali, hanno invertito la rotta dei loro predecessori riconducendo le infatuazioni liberiste dell’immediata fase post-sovietica nell’alveo di una più cauta modernizzazione sinergicamente funzionale al modello politico-economico dirigista, costituente la caratteristica più originale della Russia contemporanea.
Il breve periodo unipolare dell’ultimo scorcio del secolo passato, decantato dai circoli militari e politici dominanti americani quale espressione di un destino manifesto e irreversibile (Manifest Destiny) della loro patria, ha trovato, nel giro di qualche anno, una barriera invalicabile nelle profonde contraddizioni geopolitiche, letteralmente esplose allorchè altri sistemi capitalistici, come quello cinese e russo, si sono rivelati all’altezza di proteggere la loro sovranità e di attivare una reazione all’ordine imperiale statunitense in espansione.
In principio, questi processi di riconfigurazione capitalistica a dominanza (statunitense) avevano assunto caratteristiche da grande narrazione rivendute a caro prezzo a quell’umanità dell’est che, sentendosi tradita dal corso degli eventi, si era fatta circuire dalla nuova ideologia della libertà “gratis” (politica ed economica) che il “nuovo secolo” riprometteva di estendere a tutti i popoli.
Tali fenomeni si presentavano sulla superficie sociale avvolti nell’aura della “grandiosa globalizzazione”, intesa quale processo di unificazione mondiale indirizzato a rinsaldare i legami tra i paesi, grazie anche alla condivisione dei medesimi valori, delle stesse procedure democratiche, della liberalizzazione dei mercati e dell’interdipendenza economica.
Ma quel che si mascherava dietro gli idoli post-moderni del globalismo venne presto a galla, allorquando alcuni Stati, non ottenendo i benefici promessi, divennero recalcitranti alle “opportunità” offerte loro dal mondo sviluppato, dovendo con ciò fare esperienza della durezza del pugno di ferro celata nel guanto di velluto delle “vellicazioni” democratiche della prima ora.
Lo spazio del conflitto è andato così infervorandosi, sebbene coperto sotto una coltre di relazioni diplomatiche “felpate”, per il presentarsi sulla scena internazionale di un gruppo di potenze che, in recupero di forza egemonica, hanno rivendicato una maggiore autonomia nelle questioni che le riguardavano.
Proprio il conflitto strategico interdominanti costituisce la caratteristica precipua della formazione globale capitalistica, in quanto esso, attraversandola in lungo e in largo, determina quella segmentazione tra gruppi sociali dominanti, posti ai vertici delle formazioni particolari (paesi e aree), che si contendono la predominanza mondiale.
Fior di analisti e commentatori a la page,dopo aver sprecato fiumi d’inchiostro nel descrivere “i vantaggi comparati” della globalizzazione, dovettero fare un dietrofront intellettuale (almeno quelli più onesti), constatando che pacificazione, distensione dei rapporti tra le Potenze e prosperità generalizzata appartenevano alle pie aspirazioni umane ma non al mondo reale (4).
Tali incantamenti, con l’inasprirsi della crisi economica, hanno finalmente perso il loro rivestimento dottrinale e hanno portato in superficie la matrice imperiale della loro primigenia messa in funzione tesa a riprogrammare ed estendere la predominanza statunitense sull’Est europeo e sull’Asia, cioè su quelle zone del globo in precedenza sfuggite all’egemonia Usa.
In queste aree del pianeta si va sviluppando una formazione sociale strutturalmente diversa da quella americana che condurrà, quasi certamente, dopo un’ulteriore fase di scontro policentrico, ad una metamorfosi radicale della formazione sociale capitalistica così come la conosciamo oggi (tenendo fermo, per il momento, il principio che le sue forme generali economiche, quelle del mercatoe dell’impresa,sopravvivranno anche nel nuovo contesto), la quale verrà soppiantata da una diversa organizzazione sociale, sia pure con caratteristiche strutturali (e culturali) specifiche nelle diverse formazioni particolari.
Uno degli errori più frequenti che si commette quando si parla della Russia odierna, uscita depressa ma non distrutta dalla fase di marginalizzazione internazionale del periodo 1991-1999, è quello di leggere la sua attuale conformazione sociale come connotata esclusivamente da un nazionalismo esasperato di tipo tradizionale. Spesso si è affermato, senza mediazioni concettuali (Hegel parlava al proposito di “furia del dileguare”), che la Russia stesse ritornando alle antiche forme di autorità, ordine ed autarchia che avevano permeato l’epoca pre-rivoluzionaria, negando con ciò dignità ad un periodo storico, 1917-1991, che, invece, va considerato quale momento gestativo di un “parto sociale” i cui effetti si stanno palesando solo adesso, a causa di uno scarto storicamente ineliminabile tra intenzioni dei soggetti agenti e concreti esiti delle loro azioni sulla realtà (eterogenesi dei fini).
Ciò che la Russia rappresenta attualmente è il risultato, storicamente non preventivabile, di un processo di palingenesi sociale iniziato proprio nel ’17. Dopo il naufragio dell’utopia del socialismo in un solo paese, sono venuti alla luce gli effetti autentici di quella trasfigurazione sociale (non più coperti dalle schermature ideologiche della lotta classe e dal solidarismo proletario internazionale) che hanno fatto della formazione russa, benché anch’essa imperniata sui capisaldi dell’impresa e del mercato (5), un sistema politico in grado di produrre “potenza” e di scontrarsi con chi ha interessi contrapposti ai suoi. Dice al proposito La Grassa:

“La formazione detta socialista compì in realtà una accelerata accumulazione originaria sulla base di ‘strutture’ tipiche della sfera economica capitalistica, impresa e mercato, compresse e soffocate ma non invece trasformate dal potere centrale convinto di ‘costruire il socialismo’ – prima con metodi duri e violenti, poi attenuati, infine supposti democratici con Gorbaciov che invece liquidò il tutto, ecc. – come comprese nella sostanza Bettelheim, pur cedendo poi anche lui all’illusione gorbacioviana … Cadute le ‘strutture’ della sfera politico-ideologica presunta ‘socialista’ (in quanto pretesa ‘prima fase’ del comunismo), e passato un periodo (non credo ancora del tutto superato) di burrascoso arretramento e poi assestamento, ci avviamo adesso in direzione di una nuova formazione sociale, tutta da studiare – del resto è ancora da conoscere a fondo quella dei funzionari del capitale, la ‘sostituta’ del capitalismo borghese – che sarà un intreccio particolare tra ‘strutture’ economiche di tipo capitalistico e quelle soprattutto politiche di tipo dirigistico. Una formazione che gli ideologi dei dominanti ‘occidentali’ pensano transitoria, perché sono ancora convinti di poter imporre, con le finanziate ‘rivoluzioni colorate’, la loro ‘democrazia’; seguita nelle nuove formazioni da minoranze, pericolose ma destinate a rimanere tali e a deperire man mano che diminuirà la prevalenza politico-militare del centro (Usa) del capitalismo più ‘tradizionale’ e ci si immetterà, tramite un periodo di transizione caratterizzato dallo sviluppo ineguale, verso una fase policentrica.

Un’ipotesi ugualmente interessante, anche se più accademica, è quella espressa da Sandro Sideri (6) sui processi di transizione apertisi dopo l’implosione dell’Urss.
Per quest’ultimo, con la decomposizione dell’Unione Sovietica il paese si è avviato lungo tre direttrici di cambiamento. La prima riguarda il poderoso ridimensionamento geopolitico, in quanto da potenza mondiale la Russia ha dovuto ricalibrare la propria strategia e ripensarsi quale media potenza o potenza regionale con una popolazione di non più di 140 milioni di persone (dai 350 milioni dell’era sovietica).
La seconda direttrice attiene alla riconfigurazione economica ed al passaggio, tutt’altro che indolore, dall’economia autarchica e pianificata ad un’economia capitalistica integrata con quella del resto del mondo.
La terza concerne, invece, il mutamento della prospettiva ideologica, da paese comunista con una missione storica di rovesciamento del capitalismo a paese con un diverso modello di sviluppo non direttamente ricollocabile nella tipologia capitalistica occidentale. Come si può notare, anche Sideri coglie, dunque, la diversità della formazione sociale russa che si è risollevata dagli errori precedenti non limitandosi ad importare pedissequamente i modelli occidentali ma spingendosi ad elaborare soluzioni più congeniali alla sua storia.
Le tre transizioni in corso generano, ovviamente, forti tensioni sociali, politiche ed economiche ma stanno producendo, contemporaneamente, soluzioni innovative, grazie al razionale bilanciamento tra modelli apparentemente antitetici: il dirigismo statale (che caratterizza le decisioni politiche anche in senso economico) si coniuga qui con la libertà d’intrapresa privata (che garantisce grande dinamicità delle forze produttive nel fondo di più moderni rapporti di produzione).
L’autore commette tuttavia l’errore, al pari della maggior parte degli analisti, di concepire la costruzione statale di questo paese come forgiata da un’inclinazione metastorica del popolo russo a sottoporsi alla decisioni coercitive di uomini forti che incarnano aspirazioni imperiali. Per questo, di fronte alle crescenti tensioni sociali, provocate da diversi fattori (7), i russi reagirebbero chiedendo l’intervento di un governo autoritario che però sarebbe da ostacolo alla modernizzazione delle strutture statali in senso pienamente liberale. In verità, si tratta di una lettura macchiata di “etnocentrismo” laddove non è accertato che l’architettura liberale garantisca, in ogni caso, il miglior equilibrio tra poteri dello Stato e dispiegamento della loro azione sulla società civile.
Sarebbe dunque il  momento di sfatare questa mitologia  sostenendo, molto più prosaicamente, che lo Stato di diritto potrebbe non essere una risposta universale (o esportabile) alla quale tutti i decisori nazionali devono necessariamente piegarsi. Questa visione omologante non è, peraltro, “innocente” e cela la volontà dell’Ovest di ricondurre su un terreno di regole già definite e non emendabili quelle formazioni sociali potenzialmente pericolose per un determinato assetto mondiale.

2. Indubitabilmente, la Russia ha basato la sua rinascita politica ed economica sulle prospezioni di gas e petrolio, sui dotti costruiti per trasportare tali risorse, per terra e per mare, e sulle rendite energetiche che è riuscita ad ottenere grazie al grande bisogno di idrocarburi dei suoi vicini, Europa in primo luogo. Questa è stata l’indispensabile base materiale che ha fornito “propellente” alla strategia politica della nuova Russia.
Ma tali iniziative economiche hanno avuto successo perché collegate ad un disegno politico di grande lungimiranza con il quale l’establishment del Cremlino ha ridato speranza a tutto il paese, dopo i depredamenti messi in atto dalla casta oligarchica eltsiniana salita ai posti chiave dello Stato con il golpe del ’91-‘92.
Come ha ben detto Carlo Jean (8), Putin ha salvato la Russia dal caos, ha ridato forma alle strutture del potere statale (facendosi assistere da un entourage di fedelissimi silovikiprovenienti dal KGB) ed ha saputo proiettare il paese sullo scacchiere geopolitico mondiale, con tutto il peso della sua storia.
Il cambio di guardia alla presidenza del paese – dopo le elezioni del maggio 2008 (con Putin tornato a fare il primo ministro come nel 1999) che hanno consacrato Dimitri Medvedev sul gradino più alto dello Stato – non ha interrotto la continuità delle scelte strategiche della Russia.
Il neo presidente, benché distante dagli ambienti che hanno istruito l’ex KGB Putin, prosegue sulla stessa strada di scelte politiche orientate al pragmatismo grazie alle quali il Paese ha voltato pagina per ridiventare una grande potenza mondiale.
Tutto ciò indispettirà pure quegli intellettuali europei e americani che avevano voluto interpretare la staffetta Putin-Medvedev come un cedimento, su posizioni filo-occidentali, dei poteri costituiti russi, ma per quanto il linguaggio diplomatico di Medvedev risulti più aperto e disponibile di quello del suo predecessore, nella sostanza i capisaldi strategici sui quali si è articolata l’agenda politica della nazione non sono mai stati in discussione (9).
Medvedev non ha mutato prospettiva rispetto a quanto fatto da Putin in questi anni, la sua diplomazia verso l’esterno resta focalizzata sulla tessitura di relazioni a geometria variabile, spesso sfocianti in accordi bilaterali con i singoli stati, soprattutto in Europa, al fine di aggirare quelli scogli pseudovaloriali (assimilabili a puri pretesti ideologici: democrazia, diritti umani e civili ecc. ecc. (10) ) attraverso i quali l’UE o gli altri organismi internazionali hanno sinora limitato il coinvolgimento della Russia nelle decisioni più importanti, accusandola di non essere compatibile con lo Stato di diritto vigente nel “mondo civilizzato”.
Questo comportamento dell’occidente ha maggiormente avvicinato Mosca agli altri paesi dell’ “ostracismo umanitaristico”, Therean, Bejiing, Pyongyang, Caracas nonché ad alcuni regimi africani ecc. ecc., che cominciano a intrattenere rapporti più saldi tra loro, spesso sanzionati dalla creazione di organismi di cooperazione sulla sicurezza, sull’economia, sulla cultura (vedi la Shanghai Cooperation Organisation), con i quali questi attori dimostrano di saper sostenere mutuamente i propri interessi respingendo i “cattivi” intenti di isolamento della comunità internazionale.
In questa fase non è pensabile, né per la Russia, né per l’Europa e tanto meno per gli Usa, slegare le rispettive scelte strategiche dalle direttrici energetiche in quanto esse rappresentano la via più agile per la securitizzazione della propria sovranità in termini politici ed economici. Se per gli Stati Uniti le manovre riguardanti i gasdotti e gli oleodotti hanno uno scopo offensivo e di limitazione dell’influenza di Mosca sui paesi del suo “estero prossimo” e su quelli dell’Asia Centrale, per il Cremlino si tratta invece di proteggere quella sfera d’influenza senza la quale non è possibile sprigionare alcuna potenza politica o economica, necessaria per affrontare la fase policentrica in avanzamento.
Questi indirizzi strategici si approfondiscono, inoltre, man mano che la lotta tra le potenze si fa più acuta e “multipolare”. Ciò produce gravi sconvolgimenti degli assetti sociali che mettono in atto dinamiche articolate, con quelle economiche e finanziarie che prendono il davanti della scena. Ma quest’ultime non sono quelle decisive per raggiungere la massa critica indispensabile all’espressione della potenza di una formazione sociale. Citando ancora La Grassa: “Occorre la politica – applicata ampiamente nella stessa sfera economico-finanziaria, ma non affatto in questa soltanto – poiché si tratta della principale attività quando si debbano realmente spostare i rapporti di forza fino a “farli pendere” dalla propria parte” (11).
Per questo i poteri costituiti russi puntano a rafforzare un mercato energetico da far agire in sintonia con l’agenda politica della nazione. Quest’ultimo sistema risulta inoltre utile per puntellare la propria sfera strategica “naturale”, imponendo al proprio vicino prossimo, seppure per via economica, una dipendenza politica elevata.
Le ragioni della Russia si fanno tanto più evidenti quanto più gli Usa cercano di debilitare il suo ascendente ad est. Dopo le rivoluzioni colorate in Serbia (2000), in Georgia (2003), Ucraina (2004-2005) e Kirzighistan (2005), senza tener conto degli innumerevoli tentativi di destabilizzazione in Transcaucasia (dove si concentrano cruciali attraversamenti di oleodotti e gasdotti) ultimamente le tensioni sono cresciute anche nei territori centroasiatici con gli Usa ad agire da provocatori, alimentando vecchie e nuove divisioni tra quelle popolazioni. Mosca e Pechino, che su quell’area nutrono interessi geostrategici vitali stanno facendo, al momento, fronte unito contro il comune pericolo (12).
Gli episodi di accerchiamento, insieme alle “provocazioni” di guerra (è il caso dell’attacco Georgiano contro l’Ossezia meridionale dell’agosto dello scorso anno) hanno convito le teste d’uovo del Cremlino ad attivare programmi di sicurezza capaci di opporre una risposta effettiva ed immediata alle manovre di accerchiamento e di destabilizzazione promosse da Washington. L’ultimo documento strategico è stato approvato Presidente Medvedev nel maggio del 2009 e contiene previsioni e scenari sulla sicurezza nazionale per il prossimo decennio.
Il documento, come si apprende da un articolo di Rokas Grajauskas (13) (Analista del Centre for Eastern Geopolitical Studies, Lituania) è stato redatto, in gran parte, dal Segretario del Consiglio di Sicurezza Nicolai Patrushev. Esso apporta interessanti novità rispetto al precedente rapporto strategico del 1997, aggiornato successivamente nel 2000.
Certo non mancano alcune concessioni di “codice linguistico” nei confronti della comunità internazionale, almeno nella parte in cui si accetta il principio per cui lo Stato s’impegnerà a sviluppare la democrazia e le potenzialità della società civile ma, pur sempre, alla “maniera” russa. Si afferma cioè che tali obiettivi non potranno prescindere dal rafforzamento della sicurezza interna, rispetto alla quale tutto il resto dovrà essere embricato. Questo concetto è stato sintetizzato con l’espressione “sicurezza tramite lo sviluppo”.
La strategia del Cremlino definisce le misure per fare fronte, con scadenze temporali di breve (2012), medio (2015) e lungo (2020) termine, a tutti gli obiettivi, alle minacce, ai compiti storici che il gruppo dirigente del paese potrebbe trovarsi davanti.
Inoltre, il principio della sicurezza viene associato ad uno sviluppo stabile, indirizzato ad elevare il tenore di vita delle persone attraverso il consolidamento delle strutture finanziarie ed economiche della nazione. Ulteriori parti vengono dedicate all’innovazione scientifica, alla cultura, alla sanità e all’ambiente.
Dal punto di vista della strategia verso l’esterno il documento si fa più severo poiché il Cremlino percepisce come una grave minaccia alla stabilità mondiale la prosecuzione di una strategia unilaterale e unipolare da parte della Casa Bianca, laddove gli equilibri internazionali si orientano al multipolarismo. In particolare, viene denunciata l’opzione volta all’accrescimento di una supremazia militare, soprattutto nucleare, da parte degli Usa conformemente all’attivazione di progetti attinenti ad infrastrutture militari di tipo “invasivo”, come lo scudo antimissile che gli stessi statunitensi intendono dislocare tra Polonia e Repubblica Ceca.
In questo senso, anche i tentativi della Nato di allargarsi ad altri paesi dell’est costituiscono per Mosca un grave affronto alla luce del suo impegno per l’attuazione di una governancemondiale salda (avendo già offerto il proprio contributo alla lotta al terrorismo, a quella ai cartelli internazionali della droga, del contrabbando ecc, ecc.), in ottemperanza al principio della mutua cooperazione tra est e ovest. Pertanto, gli strateghi russi ritengono inaccettabili i dislocamenti di strutture militari sulle loro frontiere, così come le prove di forza intraprese dall’Alleanza Atlantica, miranti a tenere anacronisticamente in vita un sistema di sicurezza mondiale, a guida statunitense, superato dalla stessa realtà dei rapporti di forza mondiali.
Ugualmente pregnanti risultano le strategie disegnate circa le priorità che la politica estera russa dovrà prefiggersi, soprattutto in materia di rapporti bilaterali e multilaterali con gli Stati che fanno parte del Commonwealth of Indipendent States (CIS) e con gli altri paesi della sua sfera egemonica “naturale”. Mosca sta promuovendo una integrazione regionale e sub-regionale attraverso una serie di organizzazioni come la CSTO (Collective security Treaty Organiztion) e la Ceea (Eurasian Economic Community) per fondare relazioni più friendlycon i suoi vicini.
Questi strumenti rappresentano un tentativo di integrare e di far coincidere, strettamente, istanze di natura geoeconomica e strategie geopolitiche, finalizzate ad elevare il livello della sicurezza regionale, tanto in ambito politico-militare che economico-finanziario.
Mosca starebbe affrontando le questioni economiche secondo un approccio geopolitico “classico” definito da alcuni commentatori sostanzialmente tradizionale e superato: “un potente centro che esercita un controllo sovrano su un territorio ed è pronto ad espandere la propria influenza sugli altri” (14). Un siffatto sistema di valori (controllo sulle imprese di Stato nei settori chiave e acquisto di assetsstrategici sui mercati esteri) è ritenuto fortemente arcaico rispetto “alle forze che attualmente determinano la crescita economica”.
Ciononostante, è innegabile, almeno basandosi sui risultati sin qui ottenuti, che il dirigismo statale ha garantito a Mosca la difesa delle sue prerogative nazionali e di potenza (quanto meno regionale), laddove la pedissequa accettazione delle regole del libero-mercato, nel recente passato, ha, invece, spalancato le porte agli interessi stranieri con conseguente colonizzazione e depauperamento della sua economia.
Tanto più che, anche nel caso in questione, stiamo parlando di un’area sottoposta a forti pressioni esterne dove gli elementi economici, in virtù di un sottosuolo ricco di idrocarburi, veicolano interessi geopolitici legati alla sicurezza. Si tratta di zone dove la concorrenza sulle fonti energetiche e gli approvvigionamenti scatena gli appetiti delle potenze mondiali, richiedendo l’attivazione di opzioni strategiche adeguate (al livello dei rapporti di forza internazionali) e investimenti colossali che non possono essere materia per le singole imprese private. Detto altrimenti, il businessè qui possibile solo se la profittabilità economica è reciproca e non va a ledere gli interessi nazionali, quindi nulla di più distante dalle regole del mercato capitalistico “ideale”. Non per niente, nel documento strategico vengono annunciate maggiori risorse per la modernizzazione delle truppe alle frontiere e per prepararsi ad un possibile conflitto militare. Le frontiere in questione sono quelle del Kazakhstan, dell’Ucraina, della Georgia e dell’Azerbaigian ma anche quelle dell’Artico, del Caspio e dell’estremo oriente russo (LOR).
La volontà di Mosca è orientata alla definizione di una politica estera e di sicurezza nazionale flessibile e multivettoriale. La Russia è consapevole che il controllo sulle fonti energetiche e la fame di risorse dell’occidente apre spazi di manovra inaspettati. Si deve, pertanto, convertire questo potenziale economico nell’esercizio di una maggiore influenza internazionale. Mosca si impegna a fortificare la capacità politica della SCO (Shangai Cooperation Organization) (15) e “prende le misure necessarie a rinforzare la mutua fiducia e il partenariato con l’Asia Centrale”.
La cooperazione con la Cina è essenziale per il pieno dispiegamento di detta strategia multivettoriale, il “mercato” della sicurezza dovrà, infatti, aprirsi alla cooperazione in seno alla SCO incoraggiando l’organizzazione ad accollarsi maggiori responsabilità e funzioni operative in materia di partecipazione politica e difesa comune.
Inoltre, le relazioni diplomatiche tra Russia e Cina si stanno mettendo su binari di intesa eccellenti, dopo le diatribe dell’era sovietica, sospinte dal comune interesse dei due partner a ridurre al minimo le occasioni d’instabilità nell’area asiatica, sulle quali potrebbero installarsi competitorgeopolitici pronti a sfruttare qualsiasi debolezza per scalare posizioni di privilegio.
Sono in gioco unità nazionale e integrità territoriale più volte messe a repentaglio da sommosse, come l’ultima nello Xinjiang, dietro le quali agiscono nemici di ogni provenienza. E non potrebbe essere diversamente poiché, per quanto queste regioni possano ritenersi periferiche, la loro ricchezza di materie prime (gas naturale, petrolio, carbone, ferro) le proietta al centro del palcoscenico economico e (geo)politico globale.
I rapporti sempre più distesi e collaborativi tra l’orso russo e il dragone cinese rinvengono da un reciproco riconoscimento dei vantaggi e del potenziale che entrambe saranno in grado di esprimere, nel medio e lungo periodo, sullo scacchiere internazionale, con particolare riferimento alla condivisa area territoriale euroasiatica.
Se la Cina appare in vantaggio dal lato economico e nella capacità di sviluppare le forze produttive, procedendo speditamente nella sua fase di accumulazione capitalistica, la Russia riesce a condensare una visione globale e strategica, in campo militare e geopolitico (frutto della sua storia di superpotenza mondiale) che ai cinesi difetta ancora. Quindi la collaborazione tra i due paesi, nell’ottica degli assetti mondiali, risulterà estremamente proficua, con le strategie economiche che s’intrecceranno inestricabilmente a quelle politiche e militari. La necessità di securitizzare il settore energetico, porta in auge il ruolo dei rispettivi eserciti la cui collaborazione è indispensabile per arginare la penetrazione americana nella regione. Ciò potrebbe spingere i due paesi ad oltrepassare i limiti della collaborazione per incamminarsi nella direzione di una vera e propria alleanza strategica antimonocentrica.
Il documento elaborato dagli strateghi russi mette, difatti, l’accento sulla crescente importanza dell’energia negli affari internazionali. La competizione per le risorse farà crescere esponenzialmente la possibilità dei conflitti sui vari scenari dove queste risultano più abbondanti.
In particolare, la Russia, dovrà concentrare tutti i suoi sforzi per abbracciare con la sua influenza regioni e “zolle” continentali che vanno dall’Artico all’Asia centrale.
Per la prima volta un rapporto di questo tipo afferma anche l’interesse della Russia su una regione come l’Artico, portata così nell’occhio della contesa internazionale.
Oltre alla Russia vantano diritti sull’Artico paesi come Canada e Danimarca i quali hanno già contestato ai russi la proprietà territoriale della dorsale Lomonosov.
Il Consiglio di Sicurezza russo ha definito le prospezioni per la ricerca di petrolio e gas nell’Artico come un obiettivo nazionale primario ed ha lanciato avvertimenti contro chiunque intendesse limitare questo suo diritto: “In a competition for resources it cannot be ruled out that military force could be used to resolve emerging problems that would destroy the balance of forces near the borders of Russia and her allies” (16). Al fine di dare corso concreto alle sue intenzioni Mosca sta già predisponendo un struttura militare speciale (Il gruppo armato dell’Artico) per difendere le sue prerogative in questa regione dove sono concentrati giacimenti petroliferi per 90 mld di barili (pari al 13% delle riserve mondiali non sfruttate) e 47 trilioni di metri cubi di gas (pari al 30% delle riserve di gas non utilizzate nel mondo).
Un ulteriore tema affrontato nel documento strategico attiene all’evoluzione dell’esercito nella concezione russa della sicurezza nazionale. Secondo i vertici russi occorrerà ridefinire e trasformare le strutture delle forze armate, pur non alterando la capacità strategica nucleare del paese, al fine di migliorare la struttura organizzativa delle forze terrestri e accrescere il numero di truppe in allarme permanente.
Queste iniziative seguono quanto predisposto col piano di riforma militare avviato a metà del 2008. In seguito alla guerra con la Georgia, i quadri responsabili della difesa russa hanno annunciato di volersi impegnare per un ambizioso programma d’ammodernamento da attuare entro il 2020, implementando un sistema militare più efficace e operativo. Tali proponimenti gettano le basi della nuova dottrina militare della Federazione. L’impianto di quest’ultima prevede di mantenere le forze nucleari ad un livello d’allarme elevato pur proseguendo sulla strada della riforma del sistema militare. La riforma contempla, infine, la riduzione del numero delle truppe, da riorganizzazione in una struttura più snella e a costi ridotti, senza tuttavia allentare l’impegno per il riassorbimento dei vari conflitti regionali.

3. Mosca si sta inserendo con efficacia nella maggior parte degli scenari mondiali, approfittando dell’attuale debolezza degli Stati Uniti e della crisi economica. Proprio quest’ultima rimescola le carte dei rapporti tra gli Stati e apre margini di collaborazione tra quelle nazioni che hanno subito le regole dell’ordine mondiale ma che ora non sono disposte a pagare il maggiore scotto della caduta dei suoi pilastri fondamentali.
Si tratta, per i russi, di tornare a contare in quelle aree del pianeta dalle quali si erano ritirati dopo la caduta dell’Unione Sovietica o in quelle a loro precluse in quanto rientranti, nella fase dello scontro bipolare Usa-URSS, nella sfera d’influenza americana.
Tra queste, rivestono particolare importanza l’America Latina, trascinata dal vento neobolivarista e neopopulista di Chavez, e quelle dell’Africa settentrionale e sub-sahariana.
Ci concentreremo soprattutto sul rinnovato interesse di Mosca per quest’ultimo continente, ricco di risorse naturali e con grandi potenzialità di crescita economica, sul quale stanno premendo anche altre potenze emergenti come Cina, India e Brasile.
Non siamo di fronte ad un nuovo scrambledell’Africa, condotto, questa volta, per via prettamente economica, almeno per quanto riguarda le potenze appena richiamate. Queste, difatti, stanno dimostrando di voler stabilire con il continente nero relazioni libere da fardelli ideologici e da pretestuose limitazioni umanitaristiche (arma usata soprattutto dai paesi occidentali per prendere risorse a contropartite ridotte o “condizionate” politicamente), basandosi su una logica di convenienza biunivoca del tipo win-win.
Il continente africano aveva occupato un posto di rilievo nelle strategie sovietiche, e molti dei suoi regimi, nell’era dei blocchi contrapposti, si erano schierati con l’Urss per motivi ideologici.
In cambio di questo appoggio l’Unione sovietica riforniva di armi e di assistenza logistica le nazioni amiche, benché i ritorni finanziari non fossero elevati, anzi tutt’altro.
In questa ottica, non mancavano nemmeno i doni del popolo lavoratore dell’est ai lavoratori africani (per lo più trattori e attrezzi per l’agricoltura, come quelli offerti agli angolani e finalizzati a rinsaldare l’internazionalismo proletario). Anche se questo tipo di solidarietà, fondata sull’adesione ai principi del socialismo, appare oggi superata, la Russia ha un grande vantaggio da far valere nelle relazioni con questa parte di mondo. Essa è difatti estranea a quel passato colonialista col quale altri paesi come Usa, l’Inghilterra o Francia devono ancora fare i conti.
Purtroppo, negli anni ’90, una Russia sempre più depressa e in preda a convulsioni ultranazionalistiche, come quelle fomentate da uomini politici alla Zhirinovsky, aveva impropriamente finito per addebitare le defaillance economiche dello Stato ai costi relazionali non convenienti con l’Africa ed altre zone del cosiddetto Terzo Mondo.
La prima visita ufficiale, dopo la dissoluzione dell’Urss, in Africa è stata quella dall’ex Presidente Putin nel 2006. L’ex uomo del KGB si era recato a Città del Capo per incontrare il suo omologo Thabo Mbeki (il cui mandato è scaduto nel 2008), insieme al quale furono gettate le basi per relazioni simmetriche tese al raggiungimento di accordi commerciali, soprattutto in materia di energia e fonti primarie.
Gli interessi della Russia in Sud Africa sono più che giustificati se si considera il sottosuolo minerario di questo paese: l’80% delle riserve di manganese del pianeta oltre alle enormi riserve di platino, rame, cobalto ecc. ecc.
Tuttavia, la stampa mondiale e quella europea in particolare hanno dato maggiore risalto al periplo in terra d’Africa compiuto, nel giugno 2009, dall’attuale Presidente D. Medvedev, che si è conquistato le prima pagine dei giornali e delle riviste specializzate le quali hanno parlato, con enfasi capziosa, di riconquista del continente da parte dei russi.
Medvedev, si è recato in visita ufficiale in alcuni paesi africani, già legati all’ex-URSS, precisamente in Egitto (17) (mediterraneo orientale), in Nigeria, Namibia, Angola (stati dell’Africa sub-sahariana) portando con sé un messaggio di speranza e di cooperazione: compito dei governi è quello di promuovere lo sviluppo industriale e nuovi legami economici per il bene dei popoli.
Per la Russia e per l’Africa queste istanze si radicano su un terreno di leale reciprocità poiché i  rapporti tra la potenza riemergente dell’est e il sud del mondo non appaiono perturbati dai fantasmi coloniali del passato, né gli africani possono lamentare la depredazione delle loro ricchezze naturali da parte dei russi come, invece, deplorano alla maggior parte dei paesi occidentali.
Questi presupposti permettono di allargare la piattaforma cooperativa sulla quale i due popoli potranno incontrarsi, stringendo intese diplomatiche e accordi commerciali redditizi. Le relazioni russo – africane, in prospettiva, potranno dinamizzarsi anche in virtù del coinvolgimento del continente nero sui temi all’ordine dell’agenda politica internazionale, cioè la stabilità e la sicurezza mondiale.
L’ approccio russo finalizzato al ritessimento dei rapporti con l’Africa, sulla scia di quanto già fatto dai cinesi, è stato di tipo pragmatico, a cominciare dalle politiche amichevoli per la riduzione del debito. Solo tra il 1998 e il 2002 la Russia ha dato un colpo di spugna a circa 11,3 miliardi di crediti vantati nei confronti di alcuni Stati africani e ha proseguito su questa strada anche negli anni recenti, riducendo il debito algerino per 4,7 miliardi e quello libico per una cifra quasi uguale, quale prova di buona volontà tesa a solidificare e rinnovare i patti economici con questi paesi.
Inoltre, agli stessi vengono accordati privilegi commerciali, vedi quelli sull’esenzione tariffaria dei prodotti esportati in Russia, che, tuttavia, non sempre procurano reali vantaggi agli africani in quanto i loro beni non si prestano ad essere diffusi su larga scala.
Ciò non toglie che i movimenti della Russia sul continente africano cominciano a preoccupare l’Occidente che ha manifestato una certa inquietudine per questa presenza sempre più ingombrante. L’agitazione si fa caustica per l’intraprendenza di Mosca che, a detta dei governi europei, starebbe mettendo le mani sulle risorse energetiche del continente sviluppando al contempo fortissime cointeressenze geopolitiche, come dimostrato dai legami sempre più stretti attivati con Algeria e Libia.
Allorché la comunità internazionale ha cancellato la Libia dalla lista degli Stati canaglia (rogue states) Mosca si è riavvicinata, così come l’Italia del resto, al paese del colonnello Gheddafi. Gli obiettivi fondamentali del Cremlino sono sostanzialmente due: rinsaldare un’alleanza politico-militare ed economica interrottasi nei primi anni ’90 ed inserirsi sul ricco mercato degli idrocarburi libico.
Sul primo versante, il paese nordafricano ha dichiarato di voler rinnovare i suoi armamenti e Mosca si è fatta avanti per questa commessa del valore di 2 miliardi di dollari, strappando a Gheddafi anche un’intesa di massima per l’istallazione di una futura base navale in Libia. La richiesta libica per lo svecchiamento del proprio arsenale militare ha aperto la strada all’impresa di Stato russa Rosoboronexport, leader nel settore degli armamenti. Sul secondo versante, invece, aumentano i contratti e le intese per lo sfruttamento delle risorse energetiche (petrolio e gas) tra Noc e Gazprom.
L’Algeria, ha intensificato la collaborazione con Mosca a partire dal 2001, allorché il presidente Abdelaziz Bouteflika, in visita ufficiale a Mosca, siglò un accordo di partenariato strategico che aveva come scopo quello di rilanciare le relazioni bilaterali tra i due paesi. Questo summit fu anche l’occasione per annunciare l’ammodernamento dell’equipaggiamento militare algerino risalente al periodo della Guerra Fredda. Anche in questo caso sono stati messi sul banco accordi importanti nel settore degli idrocarburi.
Il gigante energetico russo Gazprom si avvantaggia dell’azione del suo establishment politico per stringere alleanze commerciali e collaborazioni tecniche con le imprese equivalenti di questi paesi. L’Ue e gli Usa sentono “puzza” di cartello in queste iniziative, alle quali partecipa molto attivamente anche la nostra Eni, e lanciano i soliti alti lai contro il tradimento dei principi del libero mercato globale. Questo atteggiamento ipocrita contrasta però con le misure anticrisi ultimamente adottate dai principali governi occidentali, i quali, di fronte alla debacle finanziaria, hanno sospeso, senza troppe remore, le regole del mercato facendo intervenire la mano “visibile” dello Stato per tirare fuori dai guai imprese e banche economicamente fallite.
L’Algeria e la Libia, sono fra i maggiori fornitori di gas naturale e petrolio all’Europa che già dipende dai tubi russi per gran parte del suo fabbisogno. A causa di questa soggezione l’Ue è in allarme e sta tentando di impedire la costituzione di un monopolista internazionale delle risorse energetiche, una sorta di OPEC del gas, che potrebbe condizionare le sue capacità di sviluppo o esercitare pressioni sulle sue scelte politiche.
Tra i paesi arabi del Nord Africa la Russia, come anticipato, ha detenuto e detiene rapporti molto stretti con l’Egitto. Vecchio cliente dell’Unione Sovietica, negli anni ’80 l’Egitto si è avvicinato agli Stati Uniti riconciliandosi anche con Israele, provocando per questo grandi dissensi nel mondo musulmano.
Nonostante la presenza di Washington, l’Egitto continua però a costituire un mercato profittevole per la Federazione Russa. Gli scambi riguardano innanzitutto armi e tecnologie nucleari. Nel 2004 Putin e Moubarak hanno apposto la loro firma su un accordo per la costruzione di reattori e di centrali nucleari nel paese delle piramidi, da sviluppare integralmente con tecnologia russa.
Ovviamente, anche in questa nazione oltre alle lucrative commesse militari, Mosca mantiene forti interessi nel campo delle fonti energetiche: Lukoil e Gazprom effettuano prospezioni per la ricerca di petrolio e di gas nel sottosuolo egiziano.
L’Egitto è stato il primo paese toccato da Medvedev nel suo recente viaggio e diversamente non poteva andare considerando che la Russia ha un volume di scambi con Il Cairo pari a 1,7 miliardi di dollari, tanto che il presidente russo e il suo omologo egiziano si sono convinti a stipulare un accordo per la creazione di una zona di libero scambio al fine di facilitare i loro commerci.
La seconda tappa è stata invece in Nigeria, nazione con la quale si sta cercando di realizzare una solida cooperazione energetica. Questo paese, membro dell’OPEC dal 1970, è il 5° produttore dell’organizzazione e il 10° a livello mondiale. Possiede copiosi giacimenti di gas per cui quasi spontaneamente si è rivolto a Gazprom, il primo esportatore mondiale di tale risorsa, per lo sfruttamento del suo territorio.
Gazprom e la compagnia nazionale nigeriana hanno costituito una joint-venture che s’impegnerà ad effettuare investimenti per 400 miliardi di dollari nella costruzione di un gasdotto di 360 km che collegherà il delta del Niger alla parte nord del paese. Si tratta, tuttavia, di una zona di forti conflitti che chiamerà le parti ad un abile lavoro di controllo e di messa in sicurezza dell’intera area per far procedere speditamente i lavori e garantire la massima efficienza delle estrazioni.
La terza sosta di Medvedev è stata in Namibia, nazione che rientra tra i clienti commerciali principali della Cina. Qui sono stati previsti grandi investimenti per la costruzione di una centrale a gas che esporterà l’elettricità verso l’Africa del sud. Il progetto sarà finanziato da Gazprombank e dalla compagnia petrolifera nazionale Namcor. Infine, è stato firmato un protocollo tra l’agenzia russa della pesca e il ministero namibiano delle risorse marittime per permettere alle navi russe di inoltrarsi nelle generose acque oceaniche di questo paese.
Con la fine della guerra civile, nel 2002, l’Angola ha registrato tassi di crescita invidiabili ed esorbitanti (18% nel 2005 e 26% nel 2006). Questo Stato che ha una fiorente industria diamantifera è il primo partner commerciale della Cina. Medvedev ha fatto scalo sul territorio angolano, quale quarta tappa del suo viaggio, promettendo di contribuire alla modernizzazione dei differenti settori industriali del Paese. In primo luogo, quello delle telecomunicazioni con l’Angola che prevede di lanciare nello spazio, tra qualche anno, un suo satellite chiamato Angosat. L’Angola, oltre a detenere il monopolio dell’estrazione diamantifera, cosa che ha spinto l’impresa russa Alrosa ad installare una sua succursale a Luanda, vanta un’industria petrolifera in piena espansione.
Dal 1 gennaio 2007 l’Angola è diventato il 12° membro dell’OPEC ed è  il 2° produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria. A causa dei gravi conflitti che hanno attraversato la società angolana, fino agli anni recenti, le sue risorse energetiche sono state trascurate e sottoutilizzate ma le scelte strategiche dell’establishment del paese africano, che ha puntato sulla ricchezze del sottosuolo per la rinascita dell’economia, si sono rivelate ottimali. La via della nazionalizzazione del patrimonio energetico (a partire dal settore petrolifero) con affidamento dello sfruttamento e della commercializzazione ad imprese di Stato, porta grandi risultati ed evita i problemi di sovrapposizione e di anarchia mercantile che, ad esempio, affliggono la Nigeria dove l’instabilità è accentuata dalle dispute tra multinazionali straniere, dalla corruzione del governo federale e dalle azioni dei pirati del MEND.
A partire dal 2003 la produzione di greggio è letteralmente decollata (900 milioni di barili al giorno) per toccare cifre impensabili, solo qualche anno prima: nel 2005 1,4 milioni di barili, nel 2006 2 milioni di barili, mentre per il 2011 si prevede un ulteriore incremento fino a 2,5 milioni di barili.
Solo si tiene conto del fatto che la Russia sta affrontando questa difficile partnership con l’Africa mentre incombe una pesante crisi finanziaria (che riduce, e di molto, la profittabilità degli investimenti e degli scambi) si può cogliere la portata strategica di questo riavvicinamento, non esclusivamente conchiuso sugli aspetti commerciali.
L’allargamento della cooperazione geografica in Africa costituisce un investimento “politico” per i russi, anche in previsione del ruolo che questo continente potrà giocare nella prossima fase di riconfigurazione policentrica del mondo.
Per questo gli accordi economici precedono o sono contestuali a quelli militari e strategici. Basandosi su queste intenzioni, a partire dal settembre 2008, Mosca ha inviato in Ciad e nella R.C.A. un contingente militare di 200 uomini. A questo si aggiungono i 120 uomini stazionanti in Sudan, a testimonianza dell’impegno fattivo di Mosca e del suo contributo concreto alla stabilizzazione delle aree più irrequiete del continente.
Il lavoro diplomatico da svolgere sarà complicato e lungo in ragione della partita, a più attori internazionali, che si sta giocando sul continente. La Russia dovrà affrontare la concorrenza dell’Europa, degli Usa, della Cina, dell’India, del Giappone e persino della Corea del sud, paesi che sono in Africa da più tempo e che sviluppano una penetrazione aggressiva tanto per accaparrarsi i ricchi giacimenti africani che per motivazioni strettamente geopolitiche. La politica africana della Russia, sebbene sia ancora ai primi “vagiti”, scuote l’Occidente – dagli Stati Uniti all’Europa – che teme il rafforzamento delle posizioni di un concorrente (geo)politico diretto (in un’area strategica per i futuri assetti multipolari) nella corsa alle ricchezze naturali e alla predominanza mondiale.

4. Concludendo occorre ribadire che le tendenze in atto dimostrano chiaramente che i vecchi equilibri mondiali stanno lentamente saltando, per questo, nella prima parte del presente lavoro, si è affrontato il tema delle specificità della formazione sociale russa, quale aspetto sintomatico e inequivocabile delle trasformazioni sistemiche in corso.
Quando si parla, in via astratto-teorica, di formazione mondiale globalesi deve precisare che il contenuto concreto di questo concetto concerne gli spazi geopoliticiin cui si “incastonano” le varie formazioni particolari (da peculiarità politiche, sociali, economiche e culturali) in perenne conflitto tra loro.
Questa conflittualità intercapitalistica definisce le diverse fasi storiche e la “precipitazione” degli assetti del potere mondiale tendenti al monocentrismo al policentrismo , da uno all’altro, attraverso “intervalli” multipolariin cui la lotta tra i funzionari capitalistici internazionali è condotta in maniera più sorda e latente. E’ l’attualità dei nostri tempi.
Se letta all’interno di questo schema teorico, anche la crisi finanziaria può essere spiegata meno contortamente di come fanno gli analisti contemporanei i quali cincischiano con dati e previsioni cadendo costantemente in contraddizione. Essa è, per così dire, l’aspetto più superficiale, manifestantesi nella sfera degli scambi, dello scontro sotterraneo tra falde geopolitiche in accumulo di potenza di attrito. Durante questi periodi si accresce lo sviluppo ineguale dei differenti capitalismiche percorrono soluzioni di sviluppo e opzioni politiche poco coincidenti se non addirittura antitetiche.
Così vengono a formarsi schieramenti geopolitici e blocchi nazionali che si fronteggiano per la supremazia. Nella fase policentrica questa conflittualità diviene  acerrima e conclusiva. Lo lotta finale tra “monoliti geopolitici” farà emergere “una nuova forma di capitalismo caratterizzante la maggior parte, o comunque quella più rilevante e sviluppata, del globo quale sbocco del processo iniziato negli ultimi anni – probabilmente caratterizzato da nuovi accesi confronti – perfino se dovessero risultare ancora una volta vincitori gli Stati Uniti” (18). E alla comprensione puntuale di tale trasformazione palingenetica che dovremo rivolgere in futuro la nostra analisi.

* Giovanni Petrosillo, Si è laureato a Bari in Scienze Politiche. Esperto di logistica integrata è il curatore del sito conflittiestrategie creato insieme al teorico marxista Gianfranco la Grassa col quale collabora dal 2006.

1. “ …in URSS sotto Gorbaciov c’è stata una controrivoluzione passiva dall’alto con l’appoggio ideologico decisivo, ma temporaneo, della classe intellettuale intenzionata a diventare un segmento della global middle class mondiale, con un ruolo decisivo da parte del ceto politico-amministrativo costituito dai dirigenti, dai tecnocrati e dai tecnici delle industrie statali, già largamente autonomizzatesi dal piano attraverso l’economia informale parallela e la stessa gestione popolare locale”, C. Preve, A dieci anni dal crollo del comunismo storico novecentesco: 1991-2001, www.intermarx.com
2. Questa è l’idea espressa da C. Bettelheim in “Le lotte di classe in URSS 1917-23 – Milano, Etas, 1974”
3. G. La Grassa, Marx-marxismo, www.ripensaremarx.it
4 La globalizzazione, lungi dall’esser percepita per quello che realmente rappresenta, cioè come l’imposizione, dopo la vittoria del blocco occidentale, a guida statunitense, sui paesi del socialismo realizzato, di uno specifico ordine imperiale, è l’ultima grande narrazione del nostro tempo. Ancora nel 1997, William Greider nel suo saggio “One World, Ready or not” descriveva questo processo come un veicolo mostruoso e sofisticato di tipo autopoietico che estendendosi a velocità supersonica ignorava le frontiere e spianava tutto ciò che gli capitava a tiro. Questo tipo di approccio teleologico alla globalizzazione, quale ultima frontiera dell’umanità, era comune a molti filosofi e commentatori dell’ultimo scorcio del secolo passato (e per la verità non mancano nemmeno oggi i ritardatari che tentano di proporre ancora la stessa “solfa destinale”) i quali non si sforzavano minimamente di adoperare chiavi di lettura meno banali per leggere detto fenomeno, essendo ben lieti dei riconoscimenti con i quali i circoli culturali dominanti li fregiavano. Inoltre, tali fantasticherie acritiche diventavano ancor più insopportabili allorché si cercava di far passare l’idea secondo la quale la globalizzazione non aveva “nessuno al volante” perché nemmeno esisteva un volante. Quest’ultima menzogna ideologica è definitivamente tramontata nel 2001, dopo l’attacco alle torri gemelle, con gli americani che hanno gettato definitivamente la maschera rispondendo con i bombardamenti (Iraq, Afghanistan ecc. ecc.) a chiunque mettesse in discussione il loro potere d’ingerenza mondiale.
5 Gianfranco La Grassa sostiene la necessità di reinterpretare “la costruzione del sedicente socialismo, sforzandosi di afferrare con maggior realismo – e mandando definitivamente in soffitta le sterili e astiose diatribe ideologiche ancor oggi vigenti – i reali sbocchi della rivoluzione autodefinitasi comunista”. Ovvero si dovrebbe porre in evidenza la maniera in cui tale “dinamica trasformatrice della struttura sociale, ‘coperta’ e oscurata nel ‘socialismo’ da una ‘sovrastruttura’ politica (Stato e partito) e ideologica (il marxismo-leninismo ufficiale)” abbia consentito alla Russia di diventare ciò che oggi è. In sostanza, con il crollo di tutta l’impalcatura ideologica del periodo rivoluzionario sono venute allo scoperto basi solide sulle quali sarà possibile attivare processi di crescita nazionale, in termini di potenza (politica, economica, militare) strategica. Prosegue La Grassa: “Sono queste fondamenta, accompagnate da fenomeni politico-ideologici nuovi e ancora non ben definiti (o almeno così sembra), a favorire la crescita di nuove potenze da formazioni particolari diverse da quella dei funzionari del capitale oggi predominante in ‘occidente’”.
6. Sandro Sideri, La Russia e gli altri, Università Bocconi Editore, 2009
7. Oltre ai problemi interni di tipo economico che generano insoddisfazione nelle classi subalterne, occorre anche segnalare  i problemi generati dall’esterno con le continue provocazioni lanciate dal cosiddetto vicino esterno (vedi Georgia ed Ucraina) finito nell’orbita europea o in quella di Washington, e i tentativi con i quali gli occidentali cercano di creare scompiglio nella società russa finanziando una serie di ONG che hanno come obiettivo quello di far crescere, artatamente, le contraddizioni della società russa.
8. Carlo Jean, Geopolitica del Caos, FrancoAngeli, 2007
9. I lamenti degli intellettuali occidentali dimostrano di essere del tutto pretestuosi alla luce della loro esaltazione verso i protagonisti della precedente fase “democratica” degli oligarchi del clan Eltsin. Sostiene al proposito C. Jean. “Beninteso,  intellettuali occidentali abituati a frequentare i ‘salotti bene’ di Mosca, finanziati da taluni oligarchi, strillano per la fine della ‘democrazia’. Ma essa era in realtà ‘la grande abbuffata’ del patrimonio pubblico avvenuta sotto Eltsin. Gli oligarchi funzionali alla restaurazione di un certo ordine in Russia…appoggiano Putin e sono rimasti al loro posto. E’ strano che l’Occidente, abituato allo spoil system, critichi il Presidente russo per fare più o meno quanto avviene in tutti i paesi”.
10. A tal proposito al Consiglio Mondiale del popolo russo del 2006, è stato sottoscritto un documento che contrasta con i principi della democrazia liberale e che ritiene i valori collettivi di tipo etico, religioso e patriottico come superiori alla libertà individuale, baluardo dei regimi di tipo anglosassone e occidentale
11. G. La Grassa, Bene ma son sospettoso, Ripensaremarx blog, 4 agosto 2009
12. L’analista politico Christian Bouchet ha ben ricostruito le ultime vicende collegate alle rivolte del popolo Uiguro nello Xinjiang le quali, se non arginate tempestivamente, potrebbero produrre effetti imitativi su tutto lo spettro asiatico: “…Geopoliticamente tuttavia, esattamente come in Tibet, [la] volontà di resistenza [degli Uiguri] … viene strumentalizzata per servire gli obiettivi dell’impero del male. È la strategia famosa dell’anaconda concepita dal Dipartimento di Stato americano per contrastare l’opera paziente e continua di tessitura di relazioni speciali tra la Russia, l’India, la Cina, l’Iran ed i paesi dell’Asia centrale, attuata da Putin, e diligentemente proseguita ora da Medvedev. Gli analisti del Dipartimento di Stato hanno identificato nelle regioni della massa continentale eurasiatica le zone di crisi potenziali a causa di tensioni endogene storiche ancora irrisolte, ed hanno definito scenari geopolitici che sono in sintonia con i desiderata e gli interessi globali di Washington e del Pentagono. È in questa prospettiva di operazioni di destabilizzazione e di pressione sulla Cina, la Russia e l’India che si deve interpretare la questione della minoranza del popolo Karen e ‘della sommossa’ color zafferano del Myanmar, la destabilizzazione del Pakistan, il conflitto del Cashemire il mantenimento di una crisi endemica nella regione afgana e… l’agitazione ricorrente del Tibet e dello Xinjiang, nella Repubblica Popolare Cinese. L’importanza di destabilizzare lo Xinjiang si capisce meglio quando si prende coscienza che esso ha una frontiera comune con la Mongolia, la Russia, il Kazakistan, il Kirghizstan, il Tagikistan, l’Afganistan, il Pakistan e l’ India…Destabilizzare questa regione equivale a destabilizzare tutta questa costruzione… Inoltre, nello Xinjiang, ci sono anche prospettive sul gas e il petrolio, senza contare uranio e carbone… Destabilizzare la regione vuol dire rendere queste risorse difficilmente sfruttabili, o meno sfruttabili”. Christian Bouchet, Après les Tibétains, les Ouïgours. www.Geostrategie.com .
13. Quoi de neuf dans la stratégie de sécurité nationale de la Russie en 2009 ? di Rokas GRAJAUSKAS *, 29 juillet 2009. www.diploweb.com
14. S. Sideri, La Russia e gli altri, 2009, Università Bocconi Editore,
15. Per dare un’idea delle potenzialità di questa organizzazione intergovernativa ricordiamo che essa copre quasi 30 milioni di Km2 di Territorio per una popolazione di un miliardo e mezzo di individui
16. “In una competizione per le risorse non può essere escluso che la forza militare possa essere usata per risolvere i problemi emergenti che potrebbero distruggere l’equilibrio delle forze vicino alle frontiere della Russia e dei suoi alleati” http://www.timesonline.co.uk/tol/news/environment/article6283130.ece
17. Per l’Izvestia, l’Egitto è stato inserito come primo scalo nel tour africano da Medvedev in quanto “Al Cremlino considerano questo paese centrale nella politica africana e determinante per l’autorità che gioca nel mondo mussulmano”.
18. G. La Grassa, “Crisi, sviluppo, trasformazione e trapasso d’epoca”, www.ripensaremarx.it

Un nuovo paradigma teorico

Confessioni
La virtù che preferisci – la semplicità
La virtù che preferisci in un uomo – la forza
La tua qualità principale – la determinatezza
La tua idea della felicità – lottare
La tua idea dell’infelicità – la sottomissione
Il difetto che scusi più facilmente – la credulità
Il difetto che detesti di più – il servilismo
La tua massima preferita – nihil umani a me alienum puto
Il tuo motto preferito – de omibus dubitandum
Karl Marx, 1865
1 . Nella prefazione alla prima edizione tedesca del Capitale, Marx avverte esplicitamente il lettore che la sua indagine sul modo di produzione capitalistico, nonché sui rapporti di produzione e di scambio che a questo direttamente corrispondono, deve necessariamente passare attraverso l’analisi della struttura sociale inglese, perché in quest’ultima si trovano già sviluppati quei rapporti economici che indicano la via alle altre nazioni: “In sé e per sé, non si tratta del grado di maggiore o minore sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese più industrialmente sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire”.
Perché Marx fa questa precisazione? Ce lo dice lui stesso in un passo ulteriore: “Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più pregnante e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantirsi lo svolgersi del processo allo stato puro”. Da queste affermazioni possiamo ricavare immediatamente due principi fondamentali per la comprensione dello sforzo teorico marxiano; in primo luogo egli adotta, per i suoi studi sulla società capitalistica, un approccio del tutto simile a quello delle scienze naturali, nella consapevolezza però che tra quest’ultime e le scienze sociali vi è sì un orientamento comune ma anche una fondamentale differenza derivante dagli strumenti a disposizione. “…all’analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i reagenti chimici: gli uni e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza di astrazione”. È ovvio che, così come diversi sono i campi indagati e gli oggetti di cui ciascuna scienza tenta di appropriarsi (come dice Althusser, non c’è scienza senza il suo oggetto), nello stesso modo, diversificati saranno gli strumenti di misurazione o quelli di validazione con i quali gli scienziati proveranno o vedranno disattese, le proprie congetture. Del resto, i fenomeni e le forze sociali si manifestano, prima facie, per i loro effetti, ed è su questi che ci si deve cimentare per appurare le proprie tesi. Questo è il metodo con il quale procedono
le scienze fisiche. Ciò dovrebbe bastare a zittire tutti quegli interpreti di Marx che hanno tentato, o tentano ancora, di far passare il suo approccio alla materia sociale come qualcosa di distante ed avulso dalla sistematicità scientifica (magari per attribuirgli vaneggiamenti utopistici o, peggio ancora, umanistico-moralistici che egli combatté sempre con indignazione). Ma il fatto nuovo non sta certo qui. Possiamo inferire allora il secondo principio che, a nostro modo di vedere è indiscutibilmente quello più importante per comprendere il modus operandi di Marx.
Questo insistere del pensatore tedesco sugli aspetti storici del capitalismo, sulle sue forme pienamente sviluppate in un contesto sociale determinato, quello inglese appunto, ci rivelano quanto la sua ricerca, benché destinata a dipanare le leggi di funzionamento del modo di produzione capitalistico generalmente intese – quelle che come lui stesso sostiene agiscono con bronzea necessità – non possa però prescindere dall’individuazione del “luogo fisico” dove le concrete manifestazioni e ripetizioni fenomeniche segnalano la presenza di tali leggi. Tutto ciò non è senza implicazioni per il suo impianto concettuale. Nel caso specifico, è l’Inghilterra della rivoluzione industriale, appena conclusa, a costituire quel posto privilegiato dove cause ed effetti si rendono maggiormente intelligibili, tanto che all’indomani del suo trasferimento a Londra (dove poi visse per quasi trent’anni), a partire dal 1850, Marx dovette ricominciare a studiare tutto dal principio, a rivedere il materiale a disposizione e le precedenti acquisizioni, perché era cambiato il suo angolo di osservazione, trovandosi nel cuore stesso della società borghese.
Siffatte precisazioni sono decisive per proseguire sugli stessi binari tracciati da Marx, al fine di volgerci, a nostra volta, sul tempo presente e con intendimenti assai simili ai suoi. Marx non è semplicemente il teorico di una formazione sociale generale, basata sulla diffusione del sistema delle merci, affermantesi attraverso i due pilastri capitalistici dell’industria moderna (dov’è scritto no admittance except on business) e del mercato in continua espansione (nulla a che vedere con la globalizzazione, mera variante ideologica postmoderna di una tendenza da sempre intrinseca al capitalismo), egli è stato piuttosto l’interprete di una formazione storicamente esistente, nata in Europa e in condizioni del tutto particolari, direi quasi irripetibili. Il fulcro della sua teoria sarà il concetto di modo di produzione capitalistico, inteso quale forma storica compiuta che attraversa, con la sua luce, l’insieme societario ottocentesco e che dà spinta e propulsione alle forze produttive, in quanto incardinate in rapporti sociali fortemente dinamici.
Il capitalismo che Marx ha sotto gli occhi porta però impressa l’impronta della società borghese, ed anche le sue generali leggi di funzionamento, sono, in qualche maniera, riferibili quasi esclusivamente a quella determinata formazione sociale pur se metodologicamente egli distingue sempre tra “tendenze generali e necessarie del capitale dalle forme nelle quali esse si presentano”. Questo sostanzialmente per ribadire che Marx è stato il teorico di un contesto   sociale determinato,   di un’epoca che coltivava i propri schemi, le proprie curvature ideologiche, le ubbie concettuali variamente articolante in altrettante correnti di pensiero (dalle quali lo stesso Marx non restò del tutto immune) e che i limiti della sua teoria non potevano non essere quelli del suo stesso tempo, cioè di uno scenario circoscritto “carico di senso” e sovraccarico di mistificazioni, com’ è per tutti i tempi umani.
Contro questi nascondimenti, comuni a molte discipline scientifiche, economia in primis, Marx orienta la sua riflessione demitizzante
“…la riflessione sulle forme di vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale”. Egli fu comunque in grado di distinguersi dai molti pensatori a lui coevi, di tracciare una nuova visione dei fenomeni sociali e dei destini della società nella quale era immerso, districandosi tra sedimenti ideologici accatastati, riuscendo a sollevare, meglio di chiunque altro, quella pietra tombale con la quale l’economia classica – la disciplina che costituiva per lui la chiave di volta per indagare la società capitalistica – aveva coperto i rapporti sociali capitalistici rendendoli illeggibili al pensiero e alle classi subordinate, in quanto essa stessa schiava, nei suoi rappresentanti più in vista, del suo mondo destoricizzato (“gli economisti, Ricardo compreso, sono antistorici in tutta la loro concezione”). Dunque, l’analisi marxiana indaga l’evoluzione della formazione sociale borghese (così come essa era andata affermandosi sulla spinta dei nuovi rapporti di forza, risultato dell’affermazione del modo di produzione capitalistico), partendo da alcune indispensabili generalizzazioni. Ovviamente questo non lo dico io ma lo asserisce lo stesso Marx in Lavoro salariato e Capitale: “I rapporti sociali entro i quali gli individui producono, i rapporti sociali di produzione, si modificano, dunque, si trasformano con la trasformazione e con lo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, delle forze produttive. I rapporti di produzione costituiscono nel loro assieme ciò che riceve il nome di rapporti sociali, di società, e precisamente una società a un grado di sviluppo storico determinato, una società con un carattere particolare che la distingue. La società antica, la società feudale, la società borghese sono simili complessi di rapporti di produzione, e ognuno di questi complessi caratterizza, nello stesso tempo, un particolare stadio di sviluppo nella storia dell’umanità”. Marx mette qui in risalto proprio quel principio scientifico che noi abbiamo indicato all’inizio come basilare. Quando si studia un’epoca storia e le sue forme di organizzazione sociale non ci si può limitare ad estrarre le determinazioni comuni e generali a più epoche storiche (e dunque valide per l’eternità e per qualsiasi modo di produzione umano) per esaurire la comprensione di un modo di produzione specifico, ma, al contrario, bisogna cogliere, attraverso l’elaborazione di una teoria di fase, la sua specificità storica “rivelata”.
Generalizzazioni di tal fatta, vengono impiegate per esigenze di semplificazione teorica, per “isolare mediante comparazione” (La Grassa) ciò che di comune vi è nella storia, mettendo “…effettivamente in rilievo l’elemento comune”, al fine di risparmiarsi delle ripetizioni. Nell’introduzione del 1857 questo concetto è espresso con maggiore limpidezza: “La produzione in generale è sì un’astrazione, ma un’astrazione sensata, nella misura in cui mette effettivamente in evidenza ciò che è comune, lo fissa e ci risparmia ripetizioni. Poiché questo che di generale o comune, isolato mediante raffronto, è esso stesso variamente articolato e si snoda in diverse determinazioni, ne consegue che alcune appartengono a tutte le epoche, altre son comuni solo ad alcune, altre ancora appartengono sia all’epoca più moderna che alla più antica. Non c’è produzione che possa esser pensata senza di esse; ma se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni che le accomunano a quelle meno sviluppate, proprio ciò che definisce il loro sviluppo – dunque, la differenza (Unterschied) da quel generale o comune, da quelle determinazioni, che valgono per la produzione in generale – deve essere distinta, in modo che, per l’unità – che deriva dal fatto che il soggetto [della produzione], cioè l’umanità, e l’oggetto [della stessa], cioè la natura, restano gli stessi – non venga dimenticata l’essenziale diversità (Verschiedenheit). In tale dimenticanza, ad es., consiste l’intera saggezza dei moderni economisti, che vogliono dimostrare l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti… Per riassumere. Vi sono determinazioni comuni a tutti i livelli della produzione, che il pensiero
fissa come determinazioni generali; ma le così dette condizioni generali di ogni produzione non son altro che momenti astratti, con il cui ausilio non si comprende concettualmente (begreifen) nessun livello della produzione, storicamente effettivo”.
Tutt’altra cosa è però fermarsi all’astrazione generale per farne la verità della Teoria fuori da precise coordinate spazio-temporali, trascurando quelle determinazioni che costituiscono la differenza essenziale di ogni epoca, ciò che appunto Marx indica come il “concreto della produzione”. Insomma, anche Marx, contrariamente a quanto sostenuto dai suoi esegeti biblici, non intendeva (né pretendeva, come si evince dalle sue stesse parole) elaborare esclusivamente paradigmi teorici universali, ma si poneva, piuttosto, l’obiettivo prioritario di individuare le caratteristiche meno contingenti del modo di produzione capitalistico, restando nell’alveo dei rapporti sociali della “concreta” formazione sociale del suo tempo. Per questo il Moro aveva ridicolizzato la “saggezza degli economisti moderni”, i quali, nel comune e nel generale, pretendevano di “disciogliere” la forma storica specifica del capitalismo per fissarla al di fuori di qualsiasi scansione sociale e temporale.
Secondo l’interpretazione finale marxiana, il sistema capitalistico era destinato a crollare, in virtù di contraddizioni insanabili che, tuttavia, divenivano irricomponibili solo allorquando si sarebbe formato, nel suo stesso seno, un soggetto collettivo non più incardinabile in rapporti di produzione che avevano come sfondo la proprietà privata. Marx credette, prendendo come punto di riferimento il capitalismo di matrice inglese del suo tempo, che la funzione predominante, nell’ambito di tale sistema, fosse quella proprietaria. Insieme a questa funzione l’imprenditore svolgeva (almeno fino ad un dato momento della sua storia), anche il compito di organizzare la produzione, contribuendo “direttamente” alla creazione di quello che poi estorceva, agli operai salariati (pluslavoro nella forma di plusvalore). Qui si colloca la prima confusione, perché viene supposto che, con lo sviluppo del modo di produzione in argomento, la funzione proprietaria sarebbe divenuta predominante, fino a trasformarsi in pura attività finanziaria (attraverso i processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali), con l’organizzazione della produzione che sarebbe passata in capo agli specialisti salariati di più alto livello tecnico. La produzione capitalistica volgeva inevitabilmente verso un massimo di socializzazione delle forze produttive liberando la bestia proletaria che per molto tempo aveva tenuto incatenata al principio della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma questo soggetto rivoluzionario non era identificabile con la classe operaia tout court, come qualche furbastro rivoluzionario, solo a parole, ha voluto far intendere, quanto da una soggettività integrata che si compattava, quasi naturalmente, all’interno del processo produttivo, in conseguenza della spinta sistemica ad uno sviluppo incessante delle forze produttive.
La Classe che doveva spezzare le catene dello sfruttamento si sarebbe formata spontaneamente nel processo produttivo, in seguito ad una “coscienzializzazione” politica da parte dei veri produttori della ricchezza sociale: gli esecutori giornalieri e i manager dirigenti, alleati contro le forze parassitarie del capitale rentieristico.
La ricomposizione tra funzioni esecutive e funzioni intellettive avrebbe messo fine ad un modo di produzione che aveva fatto le sue fortune proprio sulla divisione del lavoro e sullo sfruttamento delle classi subalterne, con quelle proprietarie che, infine, si sarebbero ridotte a corpi sociali meramente improduttivi, non più adusi ai meccanismi dell’economia reale ed asserragliati, come una casta signorile, intorno al loro strumento di terrore e di controllo sociale, lo Stato (quello Stato il cui apparato principale è l’esercito o i vari corpi speciali di uomini in armi).
L’idea di Marx, era appunto quella per cui la dinamica capitalistica, in tempi nient’affatto lunghi avrebbe favorito una polarizzazione sociale ed una sempre più accentuata concentrazione della proprietà capitalistica in poche mani. I proprietari, ridottisi di numero, ma sempre più esigui nel governo della ricchezza, avrebbero concluso accordi di cartello per evitare di pestarsi ulteriormente i piedi tra loro e godersi, in tutta tranquillità, la posizione raggiunta a danno della maggior parte della popolazione. Tale situazione avrebbe però accelerato la loro condanna a morte, in q u a n t o sarebbe stato impossibile mantenere il potere senza un adeguato mascheramento sociale dello sfruttamento, la cui maggiore odiosità si sarebbe fatta valere proprio a causa del loro trasformarsi in una classe similfeudale, al cospetto di masse diseredate sempre più pletoriche. Gli espropriatori sarebbero allora stati espropriati a vantaggio dei produttori direttamente coinvolti nella produzione.
2 . Possiamo, a questo punto, calarci nella complessiva ipotesi teorica dalla quale il
pensatore tedesco parte per indagare le leggi di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Tale concezione marxiana si trova mirabilmente riassunta nella Prefazione a Per la critica del’economia politica, opera del 1859.
In un recente saggio pubblicato sul nostro sito, Gianfranco La Grassa ha commentato questo passaggio che riporto interamente, poiché tutta l’anatomia del capitalismo, così come concepita dal pensatore tedesco, si trova condensata in pochi paragrafi che illustrano, succintamente, il nocciolo previsionale della sua elucubrazione: “…nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono
agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, cosi non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana”. Questo brano di Marx ha alimentato, come comprovato da La Grassa, un determinismo dilagante, soprattutto nei suoi epigoni ed interpreti successivi, i quali hanno tirato, dalle citate proposizioni, molto più di quello che lo stesso autore avesse voluto dire, guardandosi bene dal collocarne il senso nell’intera opera marxiana.
Eppure Engels, che in parte poté assistere alla riduzione dogmatica del pensiero di Marx in marxismo scolastico, non esitò ad affermare, in una lettera a Joseph Bloch del 1890, che “…secondo la concezione materialistica della storia, la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazio-
ne in modo che il momento economico risulti l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda”. Ed ancora, prosegue Engels, rivolgendo un’autocritica a se stesso e a Marx: “Del fatto che da parte dei più giovani si attribuisca al lato economico più rilevanza di quanto convenga, siamo in parte responsabili anche io e Marx. Di fronte agli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano nell’azione reciproca”. Da qui, conclude Engels, ne è venuta fuori della “roba incredibile”.
Ed è davvero incredibile, se non tragica, la piega presa dal marxismo sclerotizzato del nostro tempo che, deviando dall’animus scientifico del fondatore, è approdato ad una vera e propria liquefazione teorica (decrescita, antimodernismo, comunismo u-morale ecc. ecc.), che si è accodata ad un’altrettanto lunga fase di irrigidimento dottrinale e di distorsione concettuale (quella degli ismi: economicismo, storicismo, umanismo ecc. ecc.), con la quale si è letteralmente neutralizzato il fulcro scientifico marxiano. Del resto è lo stesso Engels, in tempi tutt’altro che sospetti, ad aver per primo intuito questo pericoloso andazzo.
Secondo tali interpretazioni deterministiche, l’ineluttabile destino della Classe si trovava già scritto, a caratteri cubitali, sulle porte d’ingresso delle moderne fabbriche: “qui si crea il vero  prodotto del capitalismo, i soggetti sociali che lo seppelliranno”. La storia prima di “suicidarsi” e di avvitarsi definitivamente su se stessa avrebbe lavorato per gli sfruttati, approfondendo le insanabili contraddizioni del capitalismo, a tutto vantaggio della classe operaia. Questa visione “escatologica”, seppur presente in nuce in Marx (altrove ho scritto che Marx è in parte responsabile di aver lasciato degli “spazi vuoti” nella sua concezione che si sono prestati ad un indebito riempimento teleologico), non era tuttavia depositata su un fondo interpretativo così irrazionale e banalizzato.
In primo luogo,
Picture 98
Picture Solo nella comunità diventa dunque
possibile la libertà personale.
(Marx e Engels, 1845-46, 55)
Comunismo e Comunità
Picture Marx non pensava
affatto che sarebbe
stata la classe operaia
strictu sensu (quella
che Lenin definisce
appena tradunionisti-
ca) a dare la spallata
decisiva al capitali-
smo. La congettura
originaria da cui egli
fa derivare le sue con-
clusioni la troviamo
esplicitata nel terzo
libro del Capitale lad-
dove viene descritta la
formazione di un’alleanza, all’interno del pro-
cesso produttivo, tra dirigenti e giornalieri,
contrapposta alla classe parassitaria dei pro-
prietari puri: “Trasformazione del capitalista
realmente operante in semplice dirigente, ammi-
nistratore di capitale altrui, e dei proprietari di
capitale in puri e semplici proprietari, puri e
semplici capitalisti monetari. Anche quando i
dividendi che essi ricevono comprendono l’inte-
resse ed il guadagno d’imprenditore, ossia il
profitto totale (poiché lo stipendio del dirigente è
o dovrebbe essere semplice salario di un certo
tipo di lavoro qualificato, il cui prezzo sul merca-
to del lavoro è regolato come quello di qualsiasi
altro lavoro), questo profitto totale è intascato
unicamente a titolo d’interesse, ossia un sempli-
ce indennizzo della proprietà del capitale, pro-
prietà che ora è, nel reale processo di riproduzio-
ne, così separata dalla funzione del capitale
come, nella persona del dirigente, questa funzio-
ne è separata dalla proprietà del capitale. In
queste condizioni il profitto (e non più soltanto
quella parte del profitto, l’interesse, che trae la
sua giustificazione dal profitto di chi prende a
prestito) si presenta come semplice appropria-
zione di plusvalore altrui, risultante dalla tra-
sformazione dei mezzi di produzione in capitale,
ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produt-
tori effettivi, dal loro contrapporsi come proprie-
tà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella
produzione, dal dirigente fino all’ultimo giorna-
liero”. Lo sbocco di tale situazione è allora “…
un momento necessario di transizione per la ri-
trasformazione del capitale in proprietà dei pro-
duttori, non più però come proprietà privata di
singoli produttori, ma come proprietà di essi in
quanto associati, come proprietà sociale imme-
diata. E inoltre è momento di transizione per la
trasformazione di tutte le funzioni che nel pro-
cesso di riproduzione sono ancora connesse con
la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei
produttori associati, in funzioni sociali”. E se
non dovesse essere abbastanza chiaro ecco
come si chiude tale disamina: “Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta come semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni. È produzione privata senza il controllo della proprietà privata”.
Marx è convinto che, nel giro di poco tempo, all’interno stesso del modo di produzione capitalistico, con l’accentramento crescente dei capitali nelle mani di pochi individui a causa del divenire preponderante della speculazione, la razzia capitalistica, perpetrata a danni della classe lavoratrice, si sarebbe ritorta anche sul grosso dei piccoli e medi capitalisti, i quali, per ironia della storia, sarebbero diventati a loro volta vittime del tritacarne capitalistico che avevano contribuito a mettere in moto: “Tale espropriazione costituisce il punto di partenza del modo di produzione capitalistico, e allo stesso tempo il suo scopo, che è, in quella analisi, quello di espropriare i singoli individui dei mezzi di produzione, che con lo sviluppo della produzione sociale cessano di essere mezzi della produzione privata e prodotti della produzione privata, e che possono essere ancora soltanto mezzi di produzione nelle mani dei produttori associati, quindi loro proprietà sociale, così come sono loro prodotto sociale. Ma nel sistema capitalistico questa espropriazione riveste l’aspetto opposto, si presenta come appropriazione della proprietà sociale da parte di pochi individui, e il credito attribuisce a questi pochi sempre più il carattere di puri e semplici cavalieri di ventura. Poiché la proprietà esiste qui sotto forma di azioni, il suo movimento ed il suo trasferimento non sono che il puro e semplice risultato del giuoco di borsa dove i piccoli pesci sono divorati dagli squali e le pecore dai lupi di borsa. Nel sistema azionario è già presente il contrasto con la vecchia forma nella quale i mezzi di produzione sociale appaiono come proprietà individuale; ma la trasformazione in azioni rimane ancora chiusa entro le barriere capitalistiche; in luogo di annullare il contrasto fra il carattere sociale ed il carattere privato della ricchezza, essa non fa che darle una nuova forma… Le
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Comunismo e Comunità
imprese azionarie capitalistiche sono da considerarsi… come forme di passaggio dal modo di produzione capitalistico a quello associato”. Infine, la crescita spropositata del sistema creditizio e della speculazione borsistica se, da un lato, permettono lo sviluppo incessante della produzione capitalistica “cioè l’arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più colossale sistema di giuoco e d’imbroglio, limitando sempre più il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale” dall’altro non sono che l’“estrema unzione” che annuncia l’al di là del Capitale, il nuovo sistema di produzione basato sulla cooperazione dei liberi produttori associati.
È doveroso chiedersi dove sia la classe operaia in tutta questa discettazione. Dovrebbero spiegarcelo soprattutto quegli intellettuali pseudorivoluzionari che sull’incendio semantico spropositato e sull’illusione sostitutiva dell’impostazione scientifica hanno costruito le loro fortune editoriali, spargendo veleno su un’intera generazione.
Resta, in ultima analisi, il fatto che quella soggettività rivoluzionaria, così come intesa da Marx molto meno angustamente rispetto ai nostri neolassalliani settantasettini della specie autonoma, non si sia mai concretata a livello societario, tanto che oggi, continuare a perorare la trasformazione sociale in siffatti termini, vuol dire rinunciare realmente a combattere il capitalismo.
Ciò implica che dobbiamo buttare tutto il pensiero di Marx nel dimenticatoio delle vecchie concezioni inservibili? Certamente no, ma non è reiterando la parte meno verosimile della sua teoria, quella disattesa dall’incedere della storia, che si può ricostruire qualcosa di serio. Per altro, questo “inficiamento” previsionale non toglie nulla alle più grandi scoperte scientifiche di tale studio che dobbiamo invece rinsaldare e rivalutare.
In primo luogo, a Marx va il merito di aver riportato sulla terra le cause prime del movimento storico sottraendole agli appannaggi di Giove e di tutti gli altri dei. La concezione idealistica secondo la quale le trasformazioni storiche dipendevano da mutamenti nelle idee degli uomini viene passata per le “armi della critica” da Marx che vi oppone la materialità della vita, il modo in cui le società umane si assicurano la propria
riproduzione, le lotte sociali e politiche che attraversano i contesti sociali modificandone pensieri e rapporti “…gli uomini, i quali producono le relazioni sociali corrispondentemente alla loro produttività materiale, producono anche le idee, le categorie, cioè le espressioni astratte ideali di queste stesse relazioni sociali. Le categorie dunque sono altrettanto poco eterne quanto le relazioni che esse esprimono. Esse sono prodotti storici e transitori”.
In secondo luogo, a Marx va dato atto di aver spogliato il capitalismo (disarmando i suoi cantori) della sua aura autofondante tesa a negare la forma, tutta sociale, del suo dispositivo riproduttivo: “gli economisti hanno uno strano modo di procedere. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi sono naturali. In questo assomigliano ai teologi, che anch’essi pongono due specie di religione. Tutte le religioni che non sono la loro, sono invenzioni degli uomini, mentre la propria religione emana da Dio. Così di storia ce n’è stata, ma non ce n’è più”. Fin qui il discorso di e su Marx, adesso possiamo finalmente volgerci verso ciò che riguarda direttamente la nostra prospettiva temporale oltre che politica.
3 . Dando per acquisito di esserci dispersi nella “selva oscura” dove non s’intravede
alcuna soggettività rivoluzionaria – almeno
dopo aver fatto esperienza, nostro malgrado,
che nelle viscere del capitalismo i semi rivolu-
zionari non fecondano alcun ovulo pronto ad
accoglierli; ed avendo,
altresì, compreso che, per
il futuro, saremo costretti
ad operare come dei veri e
propri architetti della
costruzione politica al ser-
vizio delle possibili allean-
ze di classe (non essendo
queste prescritte da alcu-
na tendenza insita nella
storia) – è opportuno
avviare un non più pro-
crastinabile ripensamento
(o forse il termine più
adatto è rivolgimento?)
teorico. Con questo dob-
biamo porci un altro
obiettivo complementare: quello di dare effet-
tualità ad una nuova pratica politica, volta a
collocare nello spazio sociale, con più efficacia
e meno illusoriamente che in passato, l’azione
dei dominati. Se quel che afferma Althusser è
verosimile, come credo, bisogna disporre gli
elementi teorici in funzione del problema politi-
PicturePicture 100
Comunismo e Comunità
Picture co centrale che per noi, guarda caso, fa tutt’uno con una diversa e più corretta interpretazione dell’attuale formazione sociale capitalistica. L’obiettivo è di quelli ambiziosi ma ugualmente ineludibile se si vuole restituire all’indagine critica, sul modo di funzionamento delle odierne società, un più performativo habitus scientifico, alla stessa stregua di quanto fatto da Marx con le sue ipotesi teoriche, in un’altra fase storica.
Abbiamo già detto che il nostro orientamento deve essere per una serrata battaglia teorica e politica, ripartendo dai punti deboli del pensiero marxiano e da ciò che in quel dispositivo ha segnato il passo, al fine di aprirci nuove possibilità d’incidenza all’interno campo sociale dove abbiamo intenzione di intervenire. Per fare questo necessitiamo, in primo luogo, di una presa di coscienza del ruolo che i dominanti hanno giocato e giocano nell’odierna società capitalistica.
Se si resta nell’ottica di una lettura economicistica dei processi sociali, ancora schiacciata sul conflitto tra Capitale e Lavoro, ci troveremo a riproporre soluzioni falsamente rivoluzionarie che hanno già prestato il fianco a troppe sconfitte.
Questa impostazione ha mostrato la sua inconsistenza nel dipanare i processi dinamici del capitale, per cui dobbiamo inevitabilmente riformulare la nostra ipotesi scientifica, partendo proprio da quelle funzioni che Marx mise erroneamente in secondo piano. Per esempio, i capitalisti non solo non si sono disinteressati della produzione concreta ma, al contrario, continuano ad occuparsene per ottenere i mezzi economici indispensabili con i quali dare appropriatezza alle strategie del conflitto per la supremazia. Se si dà preminenza all’aspetto puramente proprietario del capitalismo, la sfera economica diviene effettivamente quella determinante in ultima istanza al fine scevera-
re le dinamiche del capitale. La concorrenza tra capitalisti che mirano ad aumentare i propri profitti per espungere dal mercato i concorrenti ci tiene costantemente sulla superficie del problema (una superficie sempre più simile ad un miraggio) impedendoci di comprendere, al fondo, la natura del flusso conflittuale che anima tale sistema. Non a caso, le leggi della competizione economica vengono ipertroficamente estese ad ogni ambito sociale, al fine di coprire, con questo velo ideologico, le azioni strategiche che sono alla base dell’allargamento e della riproduzione dei principali rapporti sociali capitalistici. Ma è l’agente strategico, quello che agisce a livello della sfera politica, il vero funzionario del capitale, “colui che allarga i suoi orizzonti all’insieme della formazione sociale”. Detto agente non è direttamente implicato nella produzione materiale e tanto meno in quel mondo di superficie (il mercato) dove avviene lo scambio tra equivalenti, per quanto la sua azione debba restare costantemente celata sotto una coltre di “scambi economici egualitari”. Del resto, l’agente strategico non può fare a meno di quest’ultimi dato che le strategie, per essere funzionali, necessitano dell’uso di uomini e mezzi, i quali nel sistema capitalistico (fondato appunto sul mercato e sull’impresa) assumono la forma di merci e del loro equivalente generale, il denaro.
Il capitalismo non si riduce al conflitto nella sfera produttiva tra salariati e oppressori, tra Capitale e Lavoro, secondo la versione en economiste di certo marxismo d’antan, quello che attende, impenitente, l’avvento della “Grande Ostetrica” (la Rivoluzione Socialista) quale levatrice di un parto ormai maturo nelle viscere della stessa società. Per noi, il capitalismo, in quanto rapporto sociale, è decisamente un flusso energetico che attraversa il campo sociale, creando una “gravità” (in senso fisico), la quale a sua volta attira gli esiti conflittuali in corpi socialmente organizzati. A seguito della corrente conflittuale si formano una serie di apparati e istituzioni che sono il precipitato della tensione tra forze contrapposte. L’approccio scientifico marxiano, il quale coglie precisamente che nel modo di produzione capitalistico (oggi parliamo più largamente di formazione sociale) esiste un rapporto rovesciato tra apparenza ed essenza delle cose, ci aiuta ancora a fare i conti con questa superficie fenomenica. L’apparenza immediata “ci suggerisce che sono questi corpi a precedere le azioni strategiche conflittuali; mentre invece essi sono solo mezzo, strumento, del
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Comunismo e Comunità
conflitto per la supremazia combattuto tra gruppi dominanti, che si formano e si disfano ricomponendosi in altri schieramenti, si alleano e poi si combattono, in fasi differenti (e di lunghezza variabile) della formazione capitalistica” (La Grassa). Ci troviamo, in ogni caso, sulla parte esterna del capitale poiché questo flusso si trova ben celato sotto determinate concrezioni fenomeniche, reali e ingannevoli al contempo, ma comunque su un piano molto più esplicativo rispetto a quello del mercato e della merce. Se il pensiero dominante “avanza coprendosi”, celando la sua azione dietro la razionalità economica, la teoria scientifica ha, invece, il dovere di non farsi incantare dalle sirene dell’immediatezza fenomenica (si pensi a quel marxismo sclerotizzato che pensava, e pensa tuttora, di poter trasformare il piombo in oro con la risoluzione matematica di certe corrispondenze tra valori e prezzi di produzione) e di individuare il luogo specifico dove le sue leggi possono essere isolate in maniera meno spuria. Questo è il punto di partenza per la definizione di un nuovo paradigma teorico. Ovviamente tale spostamento non è senza implicazioni per la teoria generale di riferimento che vede “tendersi” e sfilacciarsi le connessioni concettuali attraverso le quali aveva sin lì funzionato. Possiamo senz’altro affermare che, in questa fase, ci troviamo nella condizione per cui molti concetti teorici appartenenti al sistema generale precedente, messi sotto pressione dalla riarticolazione proposta, con conseguente ridefinizione della loro scala logica (per esempio la sfera politica prima di quella economica) smettono di funzionare del tutto o vengono derubricati (per esempio il conflitto Capitale Lavoro rispetto al Conflitto Strategico Interdominanti). Ma questo spostamento produce, allo stesso tempo, nuove implicazioni teoretiche perché è la stessa scala concettuale ad essere attraversata da una nuova luce interpretativa. A cascata ne discendono concetti nuovi, in un certo senso “pratici”,
ma sempre in seno alla Teoria, alla maniera di Althusser, che ci indicano una direzione (“non bisogna andare da questa parte, ma da quest’altra parte… bisogna avanzare in questa direzione se si vuole trovare qualcosa di valido ecc. Ma resta ancora da fare tutto il lavoro”) e che richiamano ad un compito di definizione, affinché concetto e contenuto giungano ad una maggiore corrispondenza. Quest’azione di riempimento concettuale riserva grandi sorprese perché è possibile che i risultati attesi siano diversi od opposti a quelli effettivamente riscontrati. In questo consiste il lavoro teorico, concepito come un lavoro scientifico, finalizzato alla scoperta delle cause che stanno alla base di determinate concatenazioni fenomeniche.
Per concludere, diciamo che lo spostamento dal mondo delle merci (il mercato) a quello del conflitto strategico (nella sfera politica, in quella ideologico-culturale e in quella economica) sblocca molte situazioni di impasse teorico nelle quali il marxismo si è andato ad infilare, in seguito ad un’impostazione che ha assegnato la preminenza alla sfera economica (percepita come determinante in ultima istanza) e al conflitto, all’interno del processo produttivo, tra dominanti e dominati rispetto ad altri elementi tutt’altro che subordinati.
Ne sono derivate previsioni errate o imprecise, che ci costringono ad un ripensamento radicale della maniera in cui abbiamo sin qui concepito il sistema di ri-produzione sociale capitalistico. Pur non potendo oggi contare su una teoria generale di tale società, dobbiamo comunque calarci nella fase ed apprestare, quanto meno, una teoria della congiuntura storica, atta a fornire punti cardinali più stabili per orientare un’azione meno approssimativa di quella presente.
Con ciò non si può pretendere che una teoria generale, totalmente esaustiva e pienamente coerente possa piovere, bella e pronta, dal cielo (questo è quello che pensano gli idealisti che ormai hanno asilo persino nel tempio marxista). Essa è piuttosto il risultato di una riarticolazione razionale delle teorie, per così dire, “regionali” (si pensi al lavoro di La Grassa sulla formazione capitalistica mondiale o globale, discendente dalla segmentazione spaziale tra formazioni particolari) – le quali costituiscono i suoi organi interni – che dovranno essere coordinate attraverso la retroazione della stessa teoria generale, con rettifiche e aggiustamenti, al fine di rispondere a più problemi nello stesso tempo, in maniera ordinata e il più possibile priva di contraddizioni. Ma per arrivare a tanto la strada è ancora lunga… *
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PRIVATO E PUBBLICO: IDEOLOGIA E FORMA DEL CONFLITTO TRA DOMINANTI

Vi proponiamo sul nostro sito un saggio di Gianfranco La Grassa che partendo dalla demistificazione di una falsa contraddizione antitetico-polare, qual è quella della coppia pubblico/privato, dipana lo scorrimento temporale (inteso come ricostruzione teorica delle “sequenze” temporali attraverso le quali si è modificata l’intima struttura del capitalismo) della formazione sociale generale (quella capitalistica appunto) e la struttura spaziale della formazione sociale globale, quest’ultima ulteriormente articolantesi nelle sue specifiche singolarità, per lo più coincidenti con quelli che GLG definisce i sistemi-paesi.
Partiamo dal primo aspetto e dalla coppia ideologica pubblico/privato. I marxisti di ogni specie continuano a sostenere che la statizzazione delle maggiori imprese pubbliche coincide con la socializzazione dei mezzi di produzione o, comunque, con una prima fase attraverso la quale si pongono le premesse di tale socializzazione. Da qui se ne deduce che esistono sempre nuove vie al socialismo (quella del XXI secolo, del XXII, del XXIII e via dileguando) per cui evviva il populista Chavez che s’incammina verso il sol dell’avvenire e ci indica la via del “mondo nuovo”. Ovviamente, noi non possiamo che essere a favore di Chavez quando respinge le multinazionali statunitensi dal suolo venezuelano per gestire in proprio la gran parte delle risorse energetiche lì presenti. Chavez fa benissimo, rende il proprio paese più autonomo e si oppone, del tutto giustamente, allo strapotere del paese attualmente dominante. Bene, a questo punto la domanda non può che essere la seguente: che c’entrano il populismo e la resistenza nazionalistica chaveziana col socialismo? Certo col socialismo non c’entrano assolutamente nulla per quanto si tratta di una lotta da appoggiare in virtù della sua funzione antiegemonica e quindi antistatunitense.
Con ciò abbiamo evidenziato un primo punto ma vorremmo di nuovo ritornare al fraintendimento categoriale dal quale eravamo partiti. Da più parti (quelle sinistre in primis) si è sostenuto ideologicamente che esisteva (ed esiste) un trait d’union indissolubile tra la maggiore proprietà pubblica (in senso puramente quantitativo) e la costruzione del socialismo. Questi propalatori di ideologie hanno avuto terreno facile sul quale seminare le loro idee balzane in quanto hanno potuto giocare su un “equivoco” atavico, quello che ha sempre individuato nello Stato il portatore universale degli interessi della collettività (uno Stato, inteso quale categoria “monocromatica”, all’interno della quale non si sono visti, e non si sono voluti vedere, i diversi apparati che lo componevano). Qualsiasi azione da questo intrapresa (e tesa al controllo o alla regolamentazione di settori economici e sociali) portava necessariamente ad un maggiore contemperamento degli interessi del popolo (la Kollettività) contro gli animal spirits imprenditoriali del liberismo più sfrenato. I sostenitori della Stato “avanguardia della rivoluzione” hanno continuato a confidare nelle magnifiche sorti e progressive della proprietà pubblica nella costruzione del socialismo (questo è Lassalle e non Marx), hanno diviso costantemente il grano dal loglio curandosi di buttare via il primo (l’analisi sui grumi di potere che si condensano nei diversi apparati) tenendo il secondo (la proprietà statale intesa come socializzazione delle forze produttive) per darlo in pasto ai propri militanti, i quali avrebbero inghiottito qualsiasi cosa pur di continuare a sognare ad occhi aperti. Il tutto fu fatto per mascherare un aspetto decisivo e cioè che la proprietà
statale celava il dominio di determinati gruppi di potere, esprimentesi in diversi apparati in quanto precipitato della lotta tra segmenti di dominanti. Ciò valeva tanto per il cosiddetto Stato Socialista dell’URSS (con le dovute differenze legate alla specificità della pianificazione economica sovietica) che per i paesi a capitalismo avanzato. Nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti della storia e il fallimento del sistema sovietico avrebbe dovuto aprire gli occhi sulla struttura di potere similsocialista del secolo scorso: all’ombra della proprietà statale si riproduceva una casta di burocrati tanto di Stato che di Partito (e comunque incapace di riprodurre una reale conflittualità nella sfera economica per via della sua natura burocratica ed eminentemente politico-ideologica, cosa che alla lunga ha determinato il ristagno di quella formazione sociale, in quanto monca della dinamicità conflittuale (nel mercato) tipica del capitalismo) che si scontrava per la gestione del potere alla faccia del socialismo e dei popoli dell’est.
Cominciamo così a sgombrare il campo dalle erbacce. Il problema del pubblico e del privato non è né un problema “transizionale” né una questione di forma giuridica (orientata al soddisfacimento degli interessi generali laddove pubblica, finalizzata all’arricchimento dei pochi laddove privata).
Gianfranco La Grassa propone qui una diversa interpretazione della coppia pubblico-privato sostenendo che tali diverse forme della proprietà possono essere sceverate solo inserendole nei flussi conflittuali dello scontro strategico tra dominanti, sia sul piano delle trasformazioni interne ad una formazione sociale particolare, sia nell’ambito della formazione globale (e dello scontro tra singole formazioni). L’azione statuale (politica) può, a volte, rivelarsi più performativa di quella strettamente economica (finanziaria e produttiva) data una particolare congiuntura, con esiti che, tuttavia, non sono mai scontati. Per esempio in Italia, dopo anni di privatizzazione e liberalizzazioni, il ceto politico di sinistra sta dando un colpo poderoso nel mezzo della “botte” (metafora che GLG sceglie per descrivere la stratificazione e gerarchizzazione sociale) ed una “pacca” al cerchio più alto, con finte liberalizzazioni contro parrucchieri e tassisti pur di non colpire i veri monopolisti della GF e ID. Il colpo più pesante viene inferto ai corpi sociali intermedi (che poi non sono semplicemente quelli che stanno in mezzo) attraverso tentativi di intervento e regolamentazione pubblica che fanno gridare gli schiocchi rifondaroli alla grandezza del governo statalizzatore (il quale, nella loro testa bacata, costituisce un passo in più verso la futura costruzione del socialismo). Il problema è che il Governo Prodi ha agito tramite strutture dalla forma proprietaria pubblica (vedi la CDP) ma ampiamente controllate dalle maggiori fondazioni bancarie le quali, com’è notorio, sono espressione della Grande Finanza capitalistica.
Oppure, gli agenti dominanti della sfera politica possono gestire un’impresa pubblica con criteri di competitività privatistici per fini di dominanza strategica (e questo non è affatto il caso italiano in questa specifica congiuntura) o ancora (come per esempio accadeva, mutatis mutandis, nella stagnante Unione Sovietica) per scopi di pura sopravvivenza “castale” attraverso il compattamento di blocchi sociali al fine di distribuire le scarne risorse a disposizione per consolidare la propria posizione di preminenza (vedi l’alleanza tra burocrazia al potere ed organizzazioni dei lavoratori nell’URSS in piena dissoluzione). Per non parlare dei diktat emanati da altre istituzioni pubbliche, come la Banca D’Italia, controllate dalle maggiori banche private italiane e al cui vertice siede un uomo di fiducia di una delle più potenti marchant bank del paese dominante. Come si può dedurre, ci sono una serie di fattori congiunturali che segnano
“il posto” della coppia ideologica pubblico/privato in ciascuna fase o congiuntura, fuori da tale aleatorietà resta soltanto la dinamica conflittuale interdominanti astrattamente intesa, in quanto spinta propulsiva che sottende all’elaborazione strategica (razionalità) dei “decisori” che si scontrano con altri agenti strategici della stessa specie per il predominio, sia nell’ambito della singola formazione sociale che nella formazione globale medesima. Nel saggio qui presentato, GLG traccerà una casistica delle diverse strategie degli agenti dominanti attraverso le variazioni dei rapporti all’interno della coppia pubblico/privato legandole, al contempo, allo scorrimento temporale e alla struttura spaziale delle stessa formazione sociale capitalistica. Non anticipiamo nulla ma ricordiamo che il marxismo della tradizione si è crogiolato con la sola sfera temporale, quasi che lo sviluppo capitalistico contemplasse esclusivamente un “binario” unidirezionale lungo il quale ogni formazione nazionale si sarebbe prima o poi incamminata, per fermarsi nelle stesse stazioni (stadi) dove tutte le altre avevano già sostato.
Dopo queste teorie sono andate affermandosi le tesi terzomondiste le quali dividevano il mondo in aree di sviluppo(ristrette) ed in aree di sottosviluppo(più ampie) con trasposizione dello schema dell’estorsione del pluslavoro (più assoluto che relativo) dal processo produttivo e di fabbrica a interi “campi” geografici (aree o nazioni) sottoposti alla rapina delle fonti energetiche e al lavoro coatto-schiavistico per conto dell’occidente sviluppato. E’ vero che tali convinzioni hanno anche dato un necessario “sprint” alle lotte di liberazione nazionale (e ricordo in proposito le tesi di Fanon il quale sostenne che, letteralmente, il mondo capitalistico occidentale si manteneva sulle risorse e sul lavoro del Terzo Mondo, sic!) tuttavia la misera fine di queste rivoluzioni e l’incipiente sviluppo capitalistico di molte di queste aree, tradizionalmente arretrate, ha ampiamente dimostrato l’inesattezza di tali teorie.
In termini logici, dimensione temporale e dimensione spaziale stanno ovviamente insieme, sono sullo stesso livello ipotetico-teorico, ma a livello più analitico la prima permette di cogliere la novità, i salti e le rotture che ci consegna la formazione capitalistica in generale, così come è (in via ipotetico-deduttiva) strutturata oggi, la seconda, invece, ci permette di studiare le formazioni sociali particolari e la loro articolazione globale. Adesso vorremmo lasciarvi alla lettura del testo di GLG che nella sua organicità spiega meglio gli spunti di riflessione qui messi in risalto. Un ultima cosa, Leonardo Mazzei nel suo scritto sulla Terza Forza aveva fatto notare alcune carenze ed alcuni dubbi. Nella fattispecie, una questione mi è sembrata subito rilevante. E’ possibile disegnare uno schema del passaggio da una fase monocentrica ad una policentrica? Credo che GLG nello scritto chiarisca meglio questo punto, anche se, com’è ovvio, solo trovandosi nel passaggio da una fase all’altra sarà possibile abbozzare una legisimilità del fenomeno in questione

PER UNA NUOVA TEORIA DEL CAPITALISMO

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Dal capitalismo al comunismo: il determinismo storico-economico della teoria marxiana
Nella sua analisi della società capitalistica, Marx si servì di una scienza relativamente recente qual era per l’appunto l’economia politica (“l’economia politica è l’anatomia della società civile”) al fine spiegare i mutamenti epocali che il modo di produzione (capitalistico) aveva imposto al mondo precedente, sovvertendone così forme economiche e sovrastrutture ideologiche. Marx era interessato a comprendere il funzionamento logico della dinamica capitalistica e la conseguente strutturazione dei rapporti sociali che da questa derivava.
Il pensatore di Treviri aveva avuto il privilegio di trovarsi in una fase storica di “compimento” (in Inghilterra la rivoluzione industriale era pressoché terminata), con i vecchi rapporti sociali feudali ormai pienamente dissoltisi sotto la schiacciante superiorità “razionalizzatrice” del capitalismo. Questa superiorità, che è soprattutto un passaggio epocale tra “forme di produzione”, si era espressa dapprima con la sussunzione formale (manifattura) e poi con quella reale (macchinofattura, industria) del lavoro artigiano (professionalizzato) sotto il comando capitalistico.
Ma come era avvenuto questo avvicendamento tra forme di produzione? E sotto la spinta di quali forze sociali? La deduzione marxiana delle forme economiche e sociali capitalistiche parte da un’ipotesi teorica che ha lo scopo di fissare, in un punto dello scorrimento temporale, il “cominciamento” (e le potenzialità) della nuova società: secondo Marx in un qualche luogo il capitalista era divenuto “possessore di denaro mediante una qualche accumulazione originaria non dipendente da lavoro altrui non retribuito potendo entrare nel mercato come acquirente di forza lavoro”. Marx deve pertanto momentaneamente astrarre del fatto compiuto (il modo di produzione capitalistico già dominante) per fissarne il suo fondamento storico (un’accumulazione di denaro non ancora capitalistica, nel senso di non direttamente dipendente dall’estorsione di pluslavoro e, dunque di plusvalore, nel processo di produzione): “L’accumulazione del Capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa a sua volta presuppone la presenza di masse di capitale e di forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra quindi aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo ad uscire soltanto supponendo un’accumulazione originaria precedente l’accumulazione capitalistica”. Appena “il fondamento storico della produzione specificatamente capitalistica” viene definito non ha più importanza indagare come questa stessa forma sia nata.
Dapprima, dunque, il capitalismo si era innestato “clandestinamente” sulle strutture della vecchia società, vivendo negli interstizi delle forme sociali feudali. Ad esempio, è indubitabile che un mercato di un “certo tipo” esistesse già durante il periodo feudale, ma si trattava di un “luogo” secondario dove veniva portato il sovrappiù della produzione contadina, e dove questi prodotti venivano scambiati con i prodotti artigiani, frutto di un lavoro altrettanto individuale (non parcellizzato e, nella continuità delle sue fasi, ancora in capo ad un unico soggetto, il mastro artigiano), eseguito con mezzi di lavoro che erano nella diretta disponibilità di tali produttori. Insomma, la produzione non era affatto indirizzata al mercato, ma “occasionalmente” nel mercato si smaltiva questo sovrappiù di beni. Sarà proprio in questa società di produttori individuali che inizierà ad emergere il nuovo modo di produzione – con diversa divisione del lavoro organizzata sulla base di un piano – dal quale esiteranno prodotti più a buon mercato rispetto a quelli rinvenienti dalla produzione feudale. La produzione feudale individuale non poteva che soccombere di fronte alla potenza sociale del capitale e alla razionalità organizzativa da questo introdotta.
Tuttavia, questo “passaggio” fu tutt’altro che indolore, non bastava certo la superiorità “tecnica” della produzione e la maggiore competitività delle manifatture per distruggere la società feudale. Abbiamo già detto che il mercato era un’istituzione accessoria della vecchia società (come lo era il lavoro salariato). L’accresciuto potere della borghesia, nella forma del possesso di ingenti somme di denaro, diveniva mezzo di contrattazione per ottenere dai Signori l’adozione di provvedimenti politici sempre più favorevoli alla proprietà privata. La nascente economia capitalistica andrà
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affermandosi certo secondo la sua “superiorità produttiva”, ma grazie ad un indirizzo politico terroristico: “La popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda veniva spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato”. (Marx, Il Capitale). I contadini furono scacciati dalle terre sulle quali avevano lavorato per secoli, ingenti masse di uomini vennero violentemente staccati con la forza dai loro mezzi di sostentamento e sospinti a vendere l’unica cosa che ancora possedevano, la forza-lavoro. La classe dei Signori, quella emersa dalle innumerevoli guerre feudali, non disdegnava affatto il denaro e preferiva utilizzare le proprie terre come campi da pascolo per rifornire manifatture laniere o per impiantare essa stessa degli stabilimenti. Nelle città, invece, la lotta si sviluppava tra corporazioni e capitale mercantile “l’unica forma libera di capitale” all’epoca operante. La corporazione era disposta a scindersi in sottospecie, laddove aumentava la divisione sociale del lavoro, ma non era assolutamente disponibile ad agglomerare più mestieri in uno stesso luogo fisico (come accadrà con le prime manifatture capitalistiche) né tanto meno era disposta a vendere il lavoro come merce. Per tale ragione erano stati addirittura imposti limiti al numero totale di garzoni che un maestro poteva tenere presso di sé.
Come si può ben comprendere, se i rapporti di forza (tra capitale mercantile e sistema feudale-corporativo) non si fossero sbilanciati “in qualche momento ed in qualche punto” il sistema feudale non sarebbe mai crollato (o, per lo meno, non per le cause per le quali si dissolverà in seguito). Del resto, una volta poste le premesse per il suo sviluppo la produzione capitalistica spezzerà ogni resistenza, come dice lo stesso Marx: “Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale ad un polo e che dall’altro lato si presentino uomini che non hanno altro da vendere se non la propria forza lavoro. […] Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione”.
Il punto di rottura e di non ritorno era, comunque, sopraggiunto con la separazione forzata del lavoratore dai suoi mezzi di produzione (e con un atto generale di espropriazione della società), era “la chioccia che perdeva il suo guscio”.
La novità sostanziantesi nel passaggio epocale dal lavoro artigiano all’opificio manifatturiero e, successivamente, alla macchinofattura, appariva ammantata da una fitta rete di scambi mercantili. In questi scambi veniva ingoiata tutta la struttura sociale tanto che persino la forza-lavoro era costretta a fare i conti con la nuova situazione dovendo recarsi “spontaneamente” al mercato per impiegarsi. Questo movimento “spontaneo” della forza produttiva non si era determinato naturalmente, le prime manifatture erano andate letteralmente all’inseguimento degli operai nei loro spostamenti emigratori e immigratori. Da questo punto di vista la manifattura si rivela “inconcludente” nel senso che non riesce a risolvere le contraddizioni della sua base tecnica rispetto alle potenzialità produttive ch’essa stessa stava determinando. E’ vero che si trattava di un’ “opera d’arte economica” in confronto a quella artigiana-urbana e rurale-domestica, ma non era ancora in grado di ricomporre l’insubordinazione operaia ad un principio automatico-impersonale. Nella manifattura l’attività artigiana è ancora “principio regolatore” della produzione sociale (basti pensare che per lavori di particolare abilità le law of apprenticeship impongono, in Inghilterra, un apprendistato di sette anni). Sarà solo con l’introduzione del macchinario e con l’arrivo della grande industria che il principio regolatore muterà sostanza e sarà direttamente scaturente dal modo di produzione capitalistico. Il lavoro che diventa merce e l’introduzione sistematica del macchinario sono, dunque, per Marx la “fessura” attraverso la quale agisce e si generalizza la produzione specificatamente capitalistica, da allora in poi tutta la società diverrà una grande accumulazione di merci.
La differenza tra i precedenti modi di produzione e quello capitalistico è insita nel fatto che i beni soggiacenti alla compravendita mercantile sono già immediatamente prodotti per il mercato. Viene meno quella “occasionalità” tipica del feudalesimo per cui è solo il sovraprodotto che finisce sul mercato. Ovvero, la divisione sociale capitalistica del lavoro “rende il lavoro tanto unilaterale
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quanto ha reso molteplici i suoi bisogni e proprio per questo il suo prodotto gli serve come valore di scambio” (Marx). Si comprende, dunque, che la forma-merce è specifica del modo di produzione capitalistico, questa deriva direttamente dalla forma del rapporto sociale da questo innescato e dalla supremazia del valore di scambio su quello d’uso. Infine il modo di produzione capitalistico diviene predominante permeando di sè tutta la struttura sociale sottostante, ed anche laddove permangono sacche di resistenza (zone dove vigono modi di produzione di epoche precedenti) queste vengono vieppiù marginalizzate fino ad essere assorbite o spazzate completamente via.
Come abbiamo già detto, i primi capitalisti avevano trovato in forma esistente il lavoro salariato e il mercato come “eccezioni” del sistema precedente, ma sotto l’impulso della razionalizzazione produttiva derivante dalla concentrazione della manodopera nelle manifatture (in seguito all’espropriazione dei mezzi di produzione) l’eccezione e l’accessorietà diverranno la regola della nuova forma produttiva. Il precipitato storico di questo lungo processo di decomposizione delle strutture feudali, al quale corrisponde l’affermazione del modo di produzione capitalistico, porterà altresì alla formazione di un diverso tipo di mercato, “di un diaframma direttamente frapponentesi tra gli individui produttori” (La Grassa). Proprio perché quest’ultimi sono separati nel processo di produzione, si rende necessario uno spazio di socializzazione dei lavori privati. Sul mercato si incontrano, non direttamente tali individui, ma le merci depositarie di tali lavori privati, cosicché si compie la “formula magica” della merce: il termine intermedio del rapporto si libera dei soggetti che operano tale mediazione per apparire esso stesso soggetto dell’azione, il regno della cosalità si sostituisce a quello delle persone.
Sarà dall’analisi di questa prima contraddizione tra organizzazione razionale della produzione e anarchia dei mercati che il marxismo deriverà l’inevitabile caduta del modo di produzione capitalistico. Più i capitalisti perfezionavano l’organizzazione della produzione, in quanto produzione sociale, più aumentava l’anarchia della competizione intercapitalistica, intesa come appropriazione privata dei prodotti del lavoro(socializzato). Più i mercati si espandevano più si determinava uno iato con il mondo della produzione, il carattere sociale di quest’ultima si scontrava con l’anarchia dei primi; alla fine, nel manifestarsi di crisi sempre più incipienti, sarebbero esplose tutte le contraddizioni del capitalismo: la produzione non poteva andare di pari passo con l’accumulazione delle merci sul mercato. Come dirà anche Engels: “la collisione economica raggiunge il suo punto culminante: il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio”. Dunque, dalla mancata valorizzazione del capitale, con le crisi economiche che ne seguono, si verifica una ristrutturazione interna del modo di produzione stesso. I capitalisti sono costretti a prendere atto del carattere sociale delle forze produttive e ad agire attraverso una superiore coordinazione, restando pur sempre sul piano dei rapporti capitalistici. La risposta del capitale a tale impasse è la società per azioni, il luogo dove si realizza una prima forma di socializzazione dei grandi mezzi di produzione. Tuttavia, nemmeno questa soluzione è sufficiente a frenare le contraddizioni, tanto che i capitalisti sono costretti a riunirsi in grandi trusts per arginare lo scarto producentesi tra produzione e scambio. Ma quando la crisi si affaccia anche su quest’ulteriore forma di “contenimento”, i trusts sono costretti a spingersi verso una forma ancor più concentrata di socializzazione: l’industria stessa deve divenire un’unica grande società per azioni, si forma un monopolio unico nazionale che controlla direttamente la vita sociale degli individui mettendo allo scoperto il carattere dello sfruttamento, fino a renderlo intollerabile agli occhi del proletariato. All’apice di questo processo, lo Stato sarà costretto a prendere in mano la situazione, dapprima con il controllo dei più importanti settori strategici delle comunicazioni (strade, ferrovie, telegrafi) e poi, in rappresentanza della classe borghese, di tutta la produzione sociale. A questo punto però sarà la stessa borghesia a divenire pleonastica poiché tutto il lavoro produttivo sarà passato nelle mani di impiegati salariati; i capitalisti, posti fuori dalle “beghe” della produzione, si limiteranno a tagliar cedole, intascar rendite e giocare in borsa per rapinare i propri simili. Qui il determinismo dell’analisi marxian-engelsiana si fa parossistico, il rapporto capitalistico, crisi dopo crisi, si sgretola sotto le sue stesse contraddizioni fino a snaturare la base sulla quale si era da sempre fondato.
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Il capitalismo portando le sue contraddizioni all’estremo genererà non semplicemente il suo crollo, ma il terreno su cui s’innesteranno superiori rapporti sociali, quelli della futura società comunista. Questo passaggio avviene in forma naturale, per stadi successivi quanto inevitabili: è l’“autodistruttività endogena” del Capitale che porta con sé, in fieri, la base della nuova società dei produttori liberamente associati. Dicevamo, tutto avviene sotto l’apparenza di un processo “naturale”, la risoluzione delle contraddizioni ricercata dai capitalisti spinge i mezzi di produzione, sempre più concentrati, nelle mani dello Stato favorendo la presa del potere da parte del proletariato; a quest’ultimo non resta che assaltare lo Stato medesimo per impadronirsi delle condizioni della produzione. Il proletariato che conquista lo Stato sopprime sé stesso come classe, ma la sua soppressione è contemporaneamente quella di tutte le classi sociali e con la dissoluzione del mondo borghese viene meno “l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale”. Questo processo oggettivo che sgorga dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico pone le basi della futura società comunista, il compito specifico del proletariato è quello di prendere coscienza della sua missione storica, delle condizioni e della natura della propria azione, perché “le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse” (Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza).
Purtroppo sappiamo bene che le cose sono andate diversamente e nel prossimo paragrafo cercheremo di descrivere più dettagliatamente la natura di questi errori teorici.
I principali errori della teoria marxiana e la deriva del marxismo della tradizione
Ci rendiamo conto di aver sintetizzato in maniera eccessiva la teoria marxiana delle contraddizioni capitalistiche, addirittura partendo dall’accumulazione originaria, ma lo spazio concesso in un articolo come questo non permette di spingersi oltre. Vorremmo però, a questo punto, concentraci su quelli che ci appaiono essere gli errori fondamentali dell’ipotesi scientifica marxiana. In primo luogo, il determinismo con il quale Marx definisce la formazione economico-sociale (quella capitalistica) quale “ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale”. Da questa affermazione doveva derivarne, con il formarsi del proletariato moderno nel seno della società capitalistica e con l’azione emancipatoria da questo espressa, la fine della società divisa in classi: “con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana” (Marx, Il Capitale). Nell’ambito di questo processo oggettivo, avente i crismi della “naturalità”, prende forma il soggetto affossatore del capitalismo (il lavoratore collettivo cooperativo associato), e si pongono, al contempo, le premesse per la nascita di una superiore forma di organizzazione sociale, non più basata sullo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Come però avremmo dovuto imparare dalla storia di questi ultimi due secoli e più, il capitalismo è spesso uscito rafforzato/trasformato dalle sue crisi (che agli occhi di molti marxisti dovevano apparire sempre come ultime e definitive) mentre all’interno della produzione non si è verificata quella convergenza tra tecnici-ingegneri e giornalieri (anzi si è assistito ad una frammentazione vieppiù crescente del processo lavorativo con stratificazione incipiente in termini di ruoli, funzioni, differenziali di sapere e di reddito) che Marx aveva sintetizzato con l’espressione inglese di General Intellect. La contraddizione principale, dalla quale Marx derivava la necessaria fine del capitalismo, restava quella tra potenza sociale della produzione e meccanismi di appropriazione privata del plusprodotto (tramite l’appropriazione del pluslavoro dei dominati, nella forma del plusvalore). La formazione del lavoratore collettivo, e non la classe operaia di fabbrica come qualcuno ebbe a pensare, avrebbe dato la spallata decisiva alla formazione sociale capitalistica finalmente svelata nella sua natura sfruttatrice (gli espropriatori, ridotti ad un grappolo di parassiti rentiers, potevano essere così espropriati).
Nonostante questi errori di previsione si deve, però, riconoscere a Marx la grandezza del disvelamento dello sfruttamento capitalistico secondo precise direttive scientifiche, come sostiene La Grassa nel suo A partire da Marx, non seguendo Marx: “L’aver chiarito come, sotto l’apparenza, dello scambio di equivalenti (base ideologica della sostenuta uguaglianza di tutti i cittadini) si celi
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lo sfruttamento in quanto estorsione di un pluslavoro (in forma di plusvalore) di cui si appropriano i dominanti specifici di questa “storicamente determinata” forma di società, è merito decisivo ed imperituro della scienza marxiana. Aver previsto i forti movimenti di centralizzazione (monopolistica dei capitali), e la crescente finanziarizzazione degli stessi è un altro suo indiscusso punto di forza”. Certo è che Marx, nonostante la genialità della sua analisi, resta in tutto un uomo del suo tempo e dovendo lavorare con il materiale che aveva a disposizione, per quanto opportunamente rielaborato grazie all’inforcamento di lenti teoriche efficacissime, non avrebbe mai potuto cogliere in toto gli sviluppi ai quali la dinamica capitalistica avrebbe dato la stura. Probabilmente, il finalismo marxiano è derivato dall’aver voluto conchiudere la dinamica sociale capitalistica nella teoria del valore-lavoro, fornendo una soluzione economicistica ad una contraddizione ben più vasta che non poteva essere ridotta al mero sceveramento dei metodi della estorsione del pluslvalore (con le aporie logiche che ne sono seguite). Ma se queste inesattezze sono scusabili, date le caratteristiche del capitalismo ai tempi di Marx, diviene più difficile autorizzare la reiterazione degli stessi errori da parte di tutto il marxismo successivo. La canonizzazione del pensiero di Marx in una vera e propria dottrina iniziò già alla sua morte, prima con Engels e poi con Karl Kautsky1. Il “Papa Rosso” fu responsabile della riduzione del marxismo ad economicismo ma soprattutto, ed è questo l’aspetto più grave, favorì una brusca virata rispetto alla teoria di Marx circa il soggetto della “trasformazione sociale”. Se Marx aveva parlato di lavoratore collettivo cooperativo associato contro le forze parassitarie del capitale finanziario e cedolare, Kautsky riposizionerà il soggetto entro uno spazio ben più angusto. Dato che non si vedeva il formarsi di alcun lavoratore collettivo si ripiegò sulla classe operaia di fabbrica. La committenza politica e sociale della classe operaia tedesca “organizzata in un partito ed in sindacati professionali” (Preve) veniva soddisfatta, mentre l’ipotesi scientifica di Marx prendeva una strada del tutto inaspettata, il solo battito d’ali del fraintendimento iniziale (la classe operaia al posto del lavoratore collettivo) genererà un vero e proprio tifone teorico.
Dopo questa distorsione ne seguirono tante altre a catena; benché si parlasse di trasformazione sociale e di soggetto portatore di una nuova coscienza rivoluzionaria, la dottrina kautskyana estremizzò il determinismo marxiano portando all’accettazione (in virtù di una fantomatica predestinazione finale che avrebbe, in ogni caso, dato il potere al proletariato) di obbrobri indicibili come la guerra imperialista (I guerra mondiale), con i proletari mandati a scannarsi per sostenere le mire espansionistiche delle proprie borghesie nazionali.
In realtà, il problema non stava affatto in questi termini e il primo che riuscì a capirlo, nonostante non giunse mai a sconfessare la teoria kautskyana della formazione del grande trust mondiale e del superimperialismo, fu Lenin. Nel contesto della prima guerra mondiale, con il massacro organizzato dalle grandi borghesie imperialiste a danno della classe operaia europea, Lenin affrontò il problema della non rivoluzionarietà della classe subordinata. Quest’ultima lasciata a sé stessa era in grado di produrre una mera coscienza tradunionistica di compensazione dei livelli retributivi, ma non era affatto in grado di proporsi quale classe intermodale di passaggio da una formazione sociale all’altra. Così doveva essere compito del partito, dell’avanguardia rivoluzionaria, cementare alleanze più vaste al fine dell’abbattimento e del rivoluzionamento dei rapporti di produzione capitalistici. Con questa mossa veniva limitato l’economicismo deterministico del marxismo
1 Per una definizione esaustiva della sistematizzione del marxismo in “ismo” si consiglia la lettura del saggio di Costanzo Preve, Storia Critica del Marxismo Ed. La Città del Sole, Napoli 2007. In questo saggio Preve suddivide la storia del marxismo in tre grandi epoche, la prima chiamata del proto-marxismo principiante con la fondazione del partito socialdemocratico tedesco (1875) e la morte di Engels (1895). In questa epoca il marxismo, sulla scorta dell’ascesa della classe operaia tedesca, diverrà una vera e propria dottrina economicistica che Preve definisce “una variante utilitaristica di sinistra”. Le seconda epoca, l’età della costruzione o medio-marxista, invece, coincide nella periodizzazione previana, con gli anni che vanno dal 1914 (scoppio della prima guerra mondiale) al 1956 (morte di Stalin). Infine la cosiddetta epoca della dissoluzione (1956-1991) o tardo-marxista il cui epilogo coincide con la dissoluzione dell’URSS.
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tradizionale, il quale aveva visto nella contraddizione Capitale/Lavoro il punto di rottura degli schemi della ri/produzione capitalistica. Nell’ambito di tale contraddizione si produceva esclusivamente una lotta redistributiva, finalizzata a migliorare le condizioni di vita della classe operaia (che non metteva affatto in discussione le basi capitalistiche della società), peraltro solo laddove i rapporti di forza lo consentivano; al contrario, si poteva assistere ad un peggioramento generalizzato di quelle condizioni (con incremento dei ritmi lavorativi ed estorsione di maggiore pluslavoro) qualora la reazione capitalistica fosse stata più forte della compattezza tradunionistica. In secondo luogo Lenin, pur condividendo la tendenza descritta da Kautsky sul Trust unico mondiale ritenne che, in verità, questo non sarebbe riuscito a formarsi a causa dell’inasprimento delle condizioni sociali e del conflitto interimperialistico che avrebbero portato alla rivoluzione proletaria ben prima della sua stessa formazione.
Una diversa prospettiva teorica
Se è vero, come abbiamo sin qui esposto, che non esiste alcuna tendenza intrinseca del capitalismo ad implodere sotto il peso di endogene contraddizioni crescenti, e se nessun soggetto collettivo cooperativo si forma nelle sue viscere, occorre un necessario ri-orientamento dell’analisi critica al fine di studiare al meglio, inforcando nuove lenti teoriche, il movimento del capitale e le strutture sulle quali questo si fonda. Abbiamo detto che per Marx la contraddizione Capitale/Lavoro avrebbe condotto ad una polarizzazione sociale fortissima con la formazione del General Intellect da una parte, e quella di un pugno di rentiers proprietari, dall’altra. Le forze sociali ormai pienamente coscienti del proprio ruolo avrebbero fatto a meno di una proprietà sempre più distante dai problemi della produzione, gli espropriatori sarebbero stati espropriati nel nome di una superiore organizzazione sociale a base collettiva. Nel momento in cui questo non avviene perché il capitalismo è sempre in grado di andare oltre le sue crisi (contraddizioni), che sono il motore delle sue trasformazioni, viene meno anche lo schema deterministico (economico e storico) con il quale i marxisti avevano perorato l’avvento inevitabile della futura società comunista.
Da qui in avanti seguiremo l’ipotesi teorica lagrassiana per sintetizzare i mutamenti (delle vere e proprie rotture che agiscono sugli stessi fondamenti sistemici) avvenuti nell’ambito della formazione sociale capitalistica, per tentare di sbrogliare “al pensiero” il funzionamento della sua dinamica di sviluppo. La Grassa opera un vero e proprio “riorientamento gestaltico” spostando l’indagine sul capitalismo dal conflitto Capitale/Lavoro al Conflitto Strategico Interdominanti (CSI).
Innanzitutto, si tratta di rimettere in discussione “la concezione secondo cui è la proprietà dei mezzi di produzione, o il potere di disporre, dei mezzi di produzione [ … ] il nucleo attorno a cui costruire il concetto di formazione sociale capitalistica” (La Grassa, Il Capitalismo oggi). Il riferimento alla proprietà può essere determinato giuridicamente, in quanto titolo di disposizione sui mezzi (di produzione) ricadente su alcuni individui o gruppi di individui, così come garantito dalla legge e sanzionato dallo Stato (proprietà privata), oppure, nel caso della proprietà pubblica, come potere della collettività sui mezzi da questo detenuti. In realtà, la disposizione di tali mezzi passa per il controllo degli apparati statali (e la collocazione ai vertici di tali apparati) da parte di agenti dominanti che si muovono appunto in tale sfera. Ciò significa che, dietro la coltre ideologica del contemperamento degli interessi collettivi (la quale fa apparire lo Stato come un tutto organico), si scatena una lotta per il controllo dei mezzi e delle risorse che ha davvero poco a che fare con il bene della collettività. Ma per ora tralasciamo quest’ultimo punto che sarà affrontato più dettagliatamente quando parleremo della sfera politica nell’ambito del conflitto strategico.
Dunque, quello che davvero è importante, sia quando ci si riferisce alla proprietà privata che a quella pubblica, non è il possesso diretto di questi mezzi ma la capacità di metterli in attività, di combinarli efficacemente per uno scopo e di agire strategicamente per mantenerne il controllo (o accrescerlo) della sfera sociale nella quale ci si trova ad operare. Nelle imprese agiscono gruppi di comando che, benché non direttamente proprietari dei mezzi di produzione (si pensi al top
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management negli Usa), stabiliscono le strategie più adatte (produttive, mercantili, finanziarie ecc.) a condurre la “guerra” contro altri agenti strategici similari. Questi gruppi non si interessano di problemi tecnico-produttivi ma orientano l’azione dell’impresa verso l’ambiente esterno, dove si sviluppa il conflitto tra agenti strategici per il controllo delle risorse e per la conquista di sempre maggiori quote di mercato (e aree d’influenza). Questa lotta può assumere un carattere cruento, altre volte può essere più blanda, o ancora, può essere indirizzata alla creazione di alleanze (mai definitive); più spesso l’obiettivo degli agenti strategici capitalistici è quello di primeggiare e di eliminare gli avversari dal proprio campo d’azione. Certo, anche il settore tecnico-produttivo (quello dove operano gli “specialisti” della produzione, i tecnici, gli ingegneri ecc) dell’impresa è importante, nel senso che questo, attraverso l’uso delle tecnologie più efficienti, la razionalizzazione dei processi di lavoro, il perfezionamento di alcuni prodotti o la creazione di nuovi output, fornisce al gruppo di comando dell’impresa le risorse atte a portare avanti le proprie strategie conflittuali. Ciò mette in evidenza il fatto che nell’impresa operano due diversi tipi di razionalità. I marxisti, ma anche gli economisti “sistemici”, hanno sempre pensato che ruolo precipuo dell’impresa (nella sua riduzione a fabbrica) fosse quello di garantire la migliore combinazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro) al fine di produrre, con le risorse a disposizione, il massimo possibile. Questa razionalità del minimax agisce, senza ombra di dubbio, dal lato tecnico produttivo, essendo la stella polare che orienta l’azione dello “strato” che si occupa degli esiti della produzione e nella quale sono implicati (in maniera subordinata) anche i lavoratori (più e meno qualificati). Già questo mette in evidenza che il gruppo dei tecnici e degli ingegneri, deputati agli indirizzi produttivi, è direttamente collegato al comando del management strategico, dal quale riceve precisi input che devono essere convertiti lunga tutta la catena dell’impresa (in termini di riorganizzazioni processuali con impiego di tecnologie sempre più avanzate, ma anche al fine della realizzazione di nuovi output) per aumentare la produttività del lavoro. I lavoratori subordinati, meri esecutori degli ordini provenienti dal settore tecnico-ingegneristico, non hanno alcuna possibilità di intervenire su questi processi poiché sono inseriti in attività lavorative fortemente parcellizzate o direttamente guidate dalla combinazione “macchinica”. La conoscenza globale del processo produttivo (i c.d. saperi produttivi), dal lato tecnico, è prerogativa degli specialisti della produzione, almeno per quel che concerne intere sezioni o dipartimenti nei quali l’impresa è scorporata, peraltro, questo sapere non è uniforme e si ripartisce, a sua volta, tra i vari specialisti che dirigono tecnicamente i diversi settori aziendali. Anzi, contrariamente a quanto affermava il marxismo economicistico, il sapere all’interno della produzione non tende ad omogeneizzarsi e a diffondersi capillarmente lungo la catena dei profili lavorativi, “lo specialismo” tende, invece, a moltiplicarsi con una progressione geometrica.
La razionalità strategica, al contrario, è prerogativa esclusiva del gruppo di comando che guida le imprese (non importa se direttamente proprietario o meno dei mezzi di produzione), il quale gestisce il coordinamento tra le varie parti (dipartimenti) ed orienta le risorse esitate dal lavoro sottostante nella lotta per la preminenza nell’ambiente “esterno”. Questo ambiente esterno non coincide semplicemente col mercato ma è qualcosa di molto più complesso che comprende anche la politica e le influenze ideologiche. Il mercato stesso non è il luogo che comincia dove finisce l’impresa o, più scarnamente, quello dove le imprese si scontrano per vendere i loro prodotti (senz’altro anche questo). Il mercato è direttamente nell’impresa così come l’impresa è immersa nel mercato: “nelle relazioni tra le sue varie parti (sezioni, dipartimenti, divisioni) che sono di tipo sia più propriamente gerarchico sia caratterizzate da determinate forme di decentramento e flessibilizzazione dell’organizzazione intera; per cui quest’ultima si basa su ordini imperativi, sul coordinamento imposto dall’alto verso il basso, ma anche su rapporti interimprenditoriali [ … ]”. Come si può ben capire, La Grassa sposta completamente il fulcro dell’analisi dalla fabbrica – intesa come organismo unitario che si limita a trasformare dati input in dati output secondo la combinazione dei fattori produttivi e i metodi del plusvalore (in primis “relativo”) – all’impresa, che è invece “un aggregato, internamente coordinato dal gruppo di comando, di entità produttive, disposte generalmente su linee collaterali, ma che nel loro complesso configurano una piramide
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gerarchica di funzioni e ruoli sociali.” (La Grassa, Microcosmo del dominio). Se ne deduce, secondo la disamina lagrassiana che, in difformità a quanto sosteneva Engels, non si raggiunge affatto il punto in cui il modo della produzione (sempre più sociale) si ribella contro il modo dello scambio (sempre più anarchico). Inoltre, non si vede da nessuna parte quell’alleanza all’interno del processo di produzione tra ingegneri e giornalieri che avrebbe dovuto dar vita al soggetto della trasformazione sociale, il lavoratore collettivo cooperativo associato pienamente consapevole del proprio ruolo. Né, tanto meno, viene a crearsi, in alto, quella “classe cedolare” proprietaria completamente distratta dai giochi di borsa.
Il gruppo di comando strategico agisce anche dal lato produttivo, questo deve “saper costruire l’ambiente di coordinazione sinergica in grado di favorire l’innovazione, oltre a dover procurare i mezzi finanziari per la stessa e per la sua effettiva immissione nel processo produttivo” (La Grassa, Microcosmo del Dominio).
Quanto appena sostenuto pone in evidenza un’altra questione, la direzione politico-strategica delle imprese deve aver un collegamento con il settore finanziario (e con gli agenti strategici della finanza). La direzione strategica-imprenditoriale deve poter disporre di una massa di fondi liquidi da utilizzare per i propri “spostamenti” nella direzione dei nuovi mercati o per consolidare il proprio potere attraverso gli apparati massmediatici o, ancora, per stringere particolari relazioni con gli agenti strategici operanti nella sfera statale.
Vorrei qui riportare un esempio pratico che può aiutare a comprendere quanto appena sostenuto. Prendiamo in considerazione una delle più grandi imprese italiane qual è la Fiat. Tutti sanno bene a quali difficoltà questa azienda sia andata in contro negli ultimi anni. La Fiat aveva sempre avuto un rapporto privilegiato con lo Stato tanto che ne aveva indirizzato gli investimenti dal lato infrastrutturale: per vendere più macchine l’impresa della famiglia Agnelli necessitava di una migliore accessibilità logistica (strade, ponti, apertura di nuove vie di comunicazione, maggiore viabilità). Quando la Fiat si trovava invischiata in congiunture economiche sfavorevoli lo Stato interveniva prontamente con interventi di sostegno economico al fine di arginare (questo è quello che si sosteneva) la minaccia di licenziamenti massicci che costituivano, per il ceto politico al potere, una pericolosa fonte di disordini sociali. Oggi questi aiuti sono del tutto ingiustificati, sia perché la Fiat opera in un settore della precedente rivoluzione industriale che non necessita del protezionismo statale per rafforzarsi (diverso è il caso dei nuovi settori dove può essere utile proteggere una nascente impresa nazionale rispetto a concorrenti stranieri più aggressivi e tecnologicamente avanzati), sia perché il suo gruppo di comando agisce drenando le risorse pubbliche per sopperire ad un’ incapacità strategica di “movimento” che la rende poco competitiva sul mercato (all’interno del sistema-paese questa continua però a godere di una rendita di “posizione” politica). Nell’ultima crisi alla quale la Fiat è andata incontro, (quella che sembrava definitiva tanto che era stata prospettata la vendita agli americani della GM) il gruppo dirigente dell’azienda torinese non pensò mai di fare cassa liberandosi delle partecipazioni nel gruppo editoriale RCS (il quale, a sua volta, controlla il più diffuso quotidiano italiano). In questo “salotto” siedono i principali gruppi capitalistici nostrani (sia industriali che finanziari); si tratta di un vero comitato d’affari degli agenti strategici italiani dove vengono prese gran parte delle decisioni di politica economica del nostro paese, attraverso “diktat” ai quali sono sensibilissimi anche gli agenti politici operanti nella sfera statale (vedi la dichiarazione del direttore del CdS Mieli in favore di Prodi durante l’ultima campagna elettorale). Dicevamo, per quanto la Fiat stesse per dismettere il suo pacchetto di controllo del settore auto, a causa di una crisi realizzativa apparentemente senza via d’uscita, continuò a mantenere saldamente nelle sue mani la partecipazione nella RCS. Da qui lanciò i suoi messaggi a tutto il mondo politico e ridestò l’attenzione dell’opinione pubblica su un bene nazionale (chissà perché nella difficoltà divengono tutti ultrapatriottici) che non poteva essere svenduto agli stranieri. Ne seguì, anche grazie ad un vero colpo di fortuna (con la GM costretta a pagare una penale elevatissima all’impresa di Montezemolo), un ulteriore iniezione di aiuti statali (ai quali si sono ultimamente aggiunte altre misure come il cuneo fiscale, la mobilità lunga e la rottamazione). Questo per sottolineare come il gruppo di comando strategico di un’impresa deve
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essere in grado di agire su più fronti, da quelli finanziari a quelli politici, fino alla compenetrazione nella sfera ideologico-mediatica dove si crea il consenso e si plasma la pubblica opinione. Possiamo fare ancora un altro esempio a sostegno della nostra tesi. Chi non ricorda la recente disputa tra il gruppo Benetton e il Ministro delle infrastrutture Di Pietro per il tentativo (ad oggi non realizzatosi) di vendere agli spagnoli di Abertis la gestione della rete autostradale italiana? In questo caso la difesa dell’italianità (mai come in questo frangente l’ultimo rifugio delle canaglie) è stata invocata dal Governo. In realtà la colpa principale dei Benetton è stata quella di essersi sottratti all’asseverazione del ceto politico, agendo in un momento di vacatio governativa (il governo Prodi non si era ancora insediato quando i Benetton prendevano i primi contatti con gli spagnoli di Abertis) ed in contrasto con i gruppi economico-finanziari che sostengono il governo di centrosinistra. I Benetton hanno tentato di mediare entrando con un 5% nel gruppo RCS (il comitato d’affari della Grande Finanza e Industria Decotta italiana) ma la tenzone sembra ancora lontana dal giungere ad una composizione “pacifica”. Stessa situazione verificatasi con un’altra grande azienda di tlc, la Telecom, dove il tentativo di alcuni gruppi finanziari (SanIntesa in testa) di fare un “buon affare” ha portato allo scoperto la relazione esistente tra ceto politico di centro-sinistra, Grande Finanza Italiana e Grandissima Finanza americana (il piano Prodi-Rovati-Costamagna-TononiGoldman Sachs). La vicenda è ancora in pieno sviluppo e gli esiti appaiono quanto mai incerti (sorvoliamo, poi, sulla vicenda dei cosiddetti “furbetti del quartierino” per quanto abbiamo già scritto in altre sedi, vedere il blog www.ripensaremarx.splinder.com, soprattutto gli articoli di G. La Grassa).
Nel prossimo ed ultimo paragrafo cercheremo di sceverare più dettagliatamente come si esplicita l’azione strategica interdominanti nelle varie sfere sociali che per comodità espositiva divideremo in economica, politica e ideologico-culturale (senza alcuna pretesa di rispecchiamento della realtà).
Le sfere sociali del conflitto strategico
Vorrei ricordare che la società capitalistica è un “insieme”, e la ripartizione (la finzione teorico-esplicativa) in sfere sociali, che qui verrà utilizzata, serve solo a facilitare l’analisi. Per questo motivo non amiamo le definizioni totalizzanti da “cattivo infinito” (per dirla con le parole di Costanzo Preve) del tipo “capitalismo assoluto” o “Impero senza centro”. Quest’ultime sono “non definizioni” che fanno solo confusione ed impediscono il dipanamento della dinamica oggetto di studio (quella capitalistica), la cui analisi deve invece procedere per tappe (logiche) successive.
Qui accetto pertanto la scomposizione fatta da Gianfranco la Grassa tra sfera economica (produttiva e finanziaria), politica (con le sue propaggini militari) e ideologico-culturale; di queste tre sfere tenterò di dare un’epitome esaustiva per quanto limitata dallo spazio a disposizione.
La sfera economica. Con l’affermarsi del modo di produzione capitalistico la sfera economica è divenuta predominante, il conflitto interdominanti, dapprima eminentemente politico (per esempio, nei modi di produzione schiavistico e feudale), si trasferisce nell’economia e qui produce dei risultati del tutto imprevedibili. La sfera economica è sottoposta ad un profondo sconvolgimento ed ad una estrema frammentazione, con il formarsi di unità industriali separate (le imprese) in forte concorrenza tra loro. La divisione del lavoro accentua la moltiplicazione dei settori e delle branche produttive, il conflitto diviene il mezzo attraverso cui si effettua la sintesi sull’anarchia del mondo delle merci. Le imprese che agiscono nelle sfera economica tentano di conquistare sempre maggiori spazi di mercato eliminando i propri concorrenti. Per adempiere a questo compito le direzioni strategiche che guidano questi “corpi” economici devono sviluppare un’attività innovativa che moltiplica i settori merceologici e lo spazio (i mercati) dove si “gioca” la partita del conflitto. L’ingrandimento degli spazi di confronto/scontro tra le imprese (con la moltiplicazione dei mercati e, conseguentemente, delle produzioni) agisce sulla dimensione di queste ed al contempo favorisce l’entrata sul mercato di piccole e medie imprese le quali, seppur con più limitati margini di manovra ed in complementarietà con le prime, imprimono una ulteriore accelerazione alla dinamica capitalistica. Con l’ingrandimento di queste imprese (e la formazione degli oligopoli) si accentua il
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conflitto interimprenditoriale che tendenzialmente (ricorsivamente) conduce ad una fase più “monopoloide” senza produrre, tuttavia, quella burocratizzazione definitiva della grande impresa preconizzata tanto dal marxismo classico che da pensatori non marxisti (vedi Schumpeter). Ma il conflitto è il “motore immobile” della dinamica capitalistica ed ogni situazione di parziale dominanza (con un assestamento dei rapporti di forza) da parte di un impresa o di un gruppo di imprese è destinata a non durare a lungo; altri soggetti economici riusciranno a penetrare i mercati con innovazioni di processo e di prodotto che renderanno precario l’equilibrio della fase monopoloide (anche con spostamento delle risorse su nuovi mercati che rendono vetusti e meno profittevoli quelli precedenti). La società capitalistica attraversata dal conflitto va incontro a due conseguenze principali: in primo luogo, il formarsi di sempre nuovi mercati e il moltiplicarsi dei settori merceologici che divengono terreno di scontro tra imprese (a loro volta attraversate da processi di separazione sia all’interno che all’esterno, con il moltiplicarsi delle produzioni e l’esitazione di nuovi output che danno luogo ad ulteriori frammentazioni) dove la tendenza alla formazione dei monopoli è solo ricorsiva e mai definitiva. In secondo luogo, i differenziali di reddito e di saperi produttivi determinantesi nel processo produttivo si “scaricano” sulla stessa società. Quest’ultima, ben lungi dal polarizzarsi in due classi sociali (sfruttati e decisori) assume una forma tendenzialmente “a botte” con una base più larga – che può restringersi o espandersi a seconda delle congiunture economiche – e la parte superiore (gli agenti decisori) molto più stretta, nonostante possano cambiare le “facce” dei singoli capitalisti o gruppi di potere. La parte mediana (che non è semplicemente quella che sta nel mezzo ed è a sua volta fortemente differenziata al suo interno) è composta dai settori piccoli-imprenditoriali di tipo industriale, commerciale, delle attività di servizi, delle professioni ecc., che non sono affatto destinati ad essere ingoiati dal proletariato, come pensava il marxismo d’antan (né tanto meno si può dar adito alla fandonia per cui questi “ceti medi” vivrebbero della massa del plusvalore, della sua crescita esponenziale, sottratta ai cosiddetti lavoratori “produttivi”).
Marx ebbe a dire nel capitolo primo del Capitale, sua massima opera, che la società capitalistica si presenta “come un’immane raccolta di merci” perché tutti i lavori privati eseguiti nella produzione devono essere socializzati in punto “esterno”. Ancora Marx: “Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavoro privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro”, “[ … ] Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori nello scambio, i loro prodotti eterogenei. [ … ] Ogni valore porta scritto in fronte quel che è”. Si comprende, allora, che la produzione capitalistica è necessariamente segnata dalla forma di merce e di valore. Siccome ogni merce porta impressa un’etichetta (il prezzo), ossia la forma di denaro delle merci stesse (“il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nelle merci”, Marx Il Capitale), chi detiene il denaro ha il controllo della società. Tuttavia, non si deve pensare che il denaro sia un “fine”, nelle mani dei capitalisti esso è “solo” viatico per l’espansione e il consolidamento della propria egemonia. Nella società capitalistica la ricchezza accumulata in forma di merce e di denaro (e di mezzi finanziari in generale) consente agli agenti strategici (gli Strateghi del Capitale) di approntare le strategie conflittuali volte alla supremazia. Non c’è, comunque, coincidenza immediata tra volume di denaro impiegato e successo della strategia (certo chi ne possiede di più ha sempre più colpi in canna). Peraltro, non essendo il rapporto tra crescita della ricchezza reale (la produzione) e di quella monetaria (gestione finanziaria della liquidità) direttamente proporzionale, tra queste si crea uno iato che dà vita a due settori distinti i quali agiscono secondo finalità concomitanti ma con direzioni di “marcia” che s’intersecano solo in alcuni punti. Chi non ha mai sentito dire, per esempio, che in seguito alla dismissione di interi reparti o di settori produttivi (in outsourcing o come pura dismissione), il valore in borsa delle imprese è continuato comunque a salire? La finanza diviene, dunque, un settore a sé stante con attività imprenditoriali specifiche volte alla valorizzazione del denaro per mezzo del denaro (da D a D’). Attività imprenditoriali e attività finanziarie sono strettamente connesse, laddove l’impresa vuole crescere e fare investimenti deve rivolgersi alle
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banche, almeno per la parte che non può finanziare con i propri profitti. Anche gli agenti strategici finanziari sono parte del conflitto, si muovono al fine della supremazia sia contro altri agenti dello stesso settore sia tentando di controllare e indirizzare le imprese che operano nella produzione (economia reale). Per questo, in determinate congiunture, possono verificarsi grandi frizioni tra i due settori, fino al sopraggiungere di situazioni nelle quali la finanza fa il bello e il cattivo tempo, allontanandosi dalle esigenze più impellenti della cosiddetta economia reale. Basta guardare a quello che sta accadendo oggi in Italia, la Grande Finanza, legata a propria volta alla finanza del paese centrale (Usa) tenta uno scacco matto ai danni del paese alleandosi con una parte dell’Industria Decotta (quest’ultima in posizione subordinata alla prima) per il drenaggio delle risorse statali. GF e ID impediscono al Sistema-Italia di percorrere strade più virtuose, sia in termini di politica industriale che finanziaria; il tutto sotto lo stretto controllo del paese attualmente predominante il quale favorisce l’azione dissipatrice dei nostri gruppi di potere al solo fine di consolidare il proprio ordine egemonico.
La sfera politica. Parlare della sfera politica vuol dire innanzitutto affrontare il problema dello Stato. La descrizioni più usuali dello Stato tengono conto o della sua suddivisione in apparati e funzioni (repressiva, amministrativa ecc.) oppure della sua unitarietà tesa al contemperamento degli interessi generali della collettività. Nell’analisi marxista tradizionale lo Stato era il “comitato d’affari” della classe dominante, il luogo dove i “falsi fratelli” mediavano i propri interessi e ne operavano una superiore sintesi (ideologica) con quelli di tutte le altre classi sociali.
In realtà, se i conflitti principali avvengono tra agenti strategici (mentre quelli tra Capitale/Lavoro sono a questi subordinati) la stessa funzione statale deve essere guardata da altra prospettiva.
Il conflitto strategico genera tensione e tende alla frammentazione della società per cui si rende necessario un minimo governo dell’incertezza. Il tentativo di circoscrizione del conflitto da adito ad alleanze (per quanto provvisorie), alla calmierazione delle aspettative, all’allentamento dello scontro: tali “correzioni” momentanee si dissolvono repentinamente non appena i rapporti di forza tornano a squilibrarsi in qualche punto. La rottura degli equilibri (tanto decantati dall’economia marginalista) è ciò che evita al sistema di stagnare.
Anche nella sfera statale si riproduce, ai diversi livelli, la stessa dinamica che opera nella sfera economica. L’amministrazione statale consta di vari processi lavorativi (organizzati gerarchicamente) orientati al raggiungimento di dati obiettivi con le risorse disponibili (razionalità strumentale). Sopra di questi agiscono gli agenti politici veri e propri, la loro azione è orientata da tutt’altro tipo di razionalità, quella strategica. Per capire come si sviluppa l’azione dei decisori politici dobbiamo eseguire un confronto con gli agenti strategici operanti nella sfera economica. Gli agenti strategici della sfera economica sono direttamente connessi ai processi produttivi, quelli che esitano merci e, pertanto, denaro. Il denaro accumulato è utilizzato nella lotta per la conquista di sempre maggiori aree d’influenza. In questo senso, l’attività economica raggiunge il suo grado d’ipertrofia fino a sconfinare nel campo della “politica” (per sua natura la strategia economica è, in un certo senso, politica) poiché le imprese non aggrediscono il mercato con il solo ausilio della performatività strumentale. Qui avviene un’intersecazione tra sfere sociali e si stabiliscono le necessarie interconnessioni tra agenti strategici di diversa “collocazione” nello spazio capitalistico complessivo. Gli agenti politici sono portatori di proprie strategie, queste possono convergere con quelle degli agenti economici o esserne in profondo contrasto. Gli obiettivi di fondo degli agenti strategici politici possono essere così sintetizzati: “A) favorire lo sviluppo (riproduzione allargata) del sistema imprenditoriale che insiste sul territorio (in genere in un dato paese) da ognuna di tali frazioni controllato, sviluppo da cui deriva, come già si sa, il fluire di quell’alimento (monetario) necessario a qualsiasi strategia di potenza. B) attenuare i conflitti tra i vari gruppi sociali contrapposti, sia dominanti che dominati, mantenere la pace sociale se possibile, o invece reprimere l’acutizzazione dei conflitti, con diverse modalità più o meno morbide o drastiche, quando ciò sia necessario o improrogabile. C) estendere le sfere d’influenza dei sistemi imprenditoriali dei territori sotto il controllo di ognuna di esse [ … ] (G. La Grassa, Il Capitalismo oggi). Il perseguimento di questi obiettivi può mutare a seconda delle fasi economiche, siano queste di tipo monocentrico o
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policentrico. Se il paese nel quale agiscono gli agenti politici è sotto il giogo di una potenza predominante (monocentrismo) rientrando perciò nella sfera d’influenza di quest’ultima, gli agenti politici hanno difficoltà a realizzare il terzo obiettivo. Nelle fasi policentriche, invece, possono approntare strategie di maggiore conflittualità verso l’esterno (altre aree geografiche o nazioni) agendo in maniera più concorde con i dominanti della sfera economica, ugualmente interessati alla conquista di aree d’influenza extranazionale (che divengono zone d’investimento privilegiate). Senza dilungarci (e rinviando per ogni studio approfondito agli ultimi testi di Gianfranco La Grassa) gli agenti della sfera politica e quelli della sfera economica contribuiscono “alla produzione di ciò (merci e denaro) che poi utilizzano per la produzione del loro potere da impiegare nella sfera economica (competizione per le quote di mercato) e in quella politica (conflitto, a volte pure bellico, per le sfere d’influenza) (G. la Grassa, Il Capitalismo oggi).
La sfera ideologico-culturale. In questa sfera operano gli agenti strategici della produzione ideologica, quelli che mirano ad organizzare il consenso (intellettuale, culturale) e a mistificare la reale natura dei rapporti “a dominanza” del sistema capitalistico. Anche per questa sfera ribadiamo quello che abbiamo già detto per la sfera politica. Senza la produzione di merci e l’accumularsi di denaro, non sarebbe possibile esperire alcuna azione atta a “precipitare” quelle potenzialità egemoniche che “aggrumandosi” danno vita a sistemi ideologici coerenti (nel senso di abbastanza funzionali rispetto alle mete preventivate). Tra agenti ideologico-culturali e quelli finanziari esistono sottili collegamenti, affatto organici, dovuti alla diversità degli obiettivi vicendevolmente perseguiti. Spesso esiste una forte incomprensione tra questi, scaturente dalla diversa razionalità strategica operante all’interno di ciascuna sfera, ma la composizione delle divergenze è dovuta alla comune “potenza generatrice” che le attraversa: la ri/produzione (allargata) del sistema di rapporti sociali capitalistici.
Pure qui, come per i rapporti tra sfera politica e sfera finanziaria, specifiche congiunture possono cementare o allontanare l’intesa tra agenti strategici. Di fondo, gli attriti nascono a causa della reciproca diffidenza, con gli agenti ideologici che spesso accusano di rozzezza culturale quelli economici e con quest’ultimi che tacciano di parassitismo i primi. In tali situazioni si verificano indebolimenti generalizzati della classe dominante che, qualora dovessero coinvolgere anche gli agenti politici, possono determinare gravi crisi di fiducia negli assetti istituzionali, in quelli economici ecc. Se a tale deperimento dei rapporti si associa anche la crisi realizzativa del capitale, si può più facilmente verificare una palingenesi dei rapporti di forza, con ascesi di altri agenti dominanti che approfittano della debolezza di quelli “costituiti”.
Anche nella sfera ideologica possiamo distinguere tra un “sostrato produttivo” (i facitori di idee) e gli agenti ideologici veri e propri (si tratta comunque di una divisione impropria dati i confini incerti, più che nelle altre sfere, tra produttori di idee e “manipolatori” delle stesse), quelli che approntano le strategie al fine di primeggiare su altri agenti dello steso tipo, o che sfruttano la propria posizione di dominanza per organizzare il consenso sociale in funzione della riproducibilità sistemica su basi sempre più ampie. Di fatti, scopo ultimo degli agenti ideologici è quello di fare da “sponda” alle frazioni dominanti (siano esse “costituite” o aspiranti alla dominanza) ma pur sempre nell’alveo della riproducibilità capitalistica tout court. Il potere stesso deve essere concepito come “un reticolo di rapporti e posizioni di forza” dove la “filigrana” del conflitto (tra agenti dominanti) è la fonte del suo continuo rinnovamento o, più raramente, della sua trasformazione. Citando ancora La Grassa: “Quando ci si diffonde intorno all’egemonia di una classe dominante, in linea generale si sta discutendo del vettore di composizione delle forze (ideologiche in campo). Più precisamente si dovrebbe fare riferimento: 1) o alla supremazia di fase di una frazione della classe dominante, in genere strutturata secondo i tre tipi di agenti in cui, teoricamente, può essere suddivisa: strategico-imprenditoriali, strategico-politici, strategico-ideologici; 2) oppure al formarsi, in una data epoca dello sviluppo della formazione sociale, di una cultura normale (in analogia con la Kuhniana scienza normale) quello sfondo generale[…] senza contrasti acuti (antagonistici), anche dalle classi dominate o non dominanti”.
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Brevi considerazioni finali
Vorrei concludere questo articolo, scusandomi per la frammentarietà con la quale sono stati trattati molto argomenti, con alcune brevi considerazioni. In questa fase appare davvero inopportuno, sulla scorta delle carenze teoriche, continuare ad inseguire il soggetto della trasformazione sociale senza aver ben presenti le modificazioni che sono intervenute nella formazione sociale capitalistica. Abbiamo bisogno di ben altre lenti teoriche e di fare altre ipotesi per superare gli errori/orrori del passato. Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di segare il ramo sul quale siamo seduti (le acquisizioni ancora valide della teoria marxiana sul modo di produzione capitalistico) ma se l’albero della teoria dovesse completamente disseccarsi ci troveremmo comunque con il sedere per terra. Lo studio della formazione sociale capitalistica non può ridursi al mero conflitto Capitale/Lavoro o ai calcoli “alchemici” dei metodi del plusvalore (relativo) con i quali ci si è arrovellati per troppo tempo senza venire mai a capo di nulla. La società capitalistica è un insieme più complesso che richiede un’analisi “a doppia entrata”: in orizzontale (la segmentazione della formazione sociale complessiva) e in verticale (stratificazione sociale e frammentazione delle varie forze di lavoro nei processi produttivi). La caratteristica precipua di questa formazione è la conflittualità interdominanti che attraversa i suoi processi e ne dinamicizza gli esiti. Nel suo ventre non sono poste le premesse per il levamento di alcun parto ormai maturo, e il soggetto intermodale del passaggio da una formazione sociale (quella capitalistica) all’altra (quella comunistica?) non si forma automaticamente, in virtù del mero accrescersi delle contraddizioni insite tra modo dello scambio e modo della produzione. Allora il soggetto non può che essere una “costruzione” politica, bisognerà lavorare al compattamento di un blocco sociale più vasto che non sia il mero proletariato di fabbrica, tenendo ben presente che il capitalismo frammenta, destruttura e ricompone complissificando l’intera società attraverso il conflitto. E’ questa la direzione (ipotesi teorica) nella quale dobbiamo lavorare se vogliamo ridare un senso alla lotta anticapitalistica. Il passato non si rinnega ma non può nemmeno divenire una zavorra che lega con catene sempre più pesanti.
24.04.2007
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INTERVISTA AL PROF. NICO PERRONE

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Da Wikipedia: Nico Perrone (Bari, 27 aprile 1935) è saggista, giornalista, storico e docente universitario italiano. È autore di una ventina di libri e di una cinquantina di saggi più brevi, apparsi in Italia, Danimarca e Stati Uniti d’America. Ha pubblicato inoltre un migliaio di articoli ed editoriali su quotidiani e settimanali italiani e svizzeri.
Del Prof. Nico Perrone (professore di Storia dell’America e Storia Contemporanea all’Università di Bari) posso dire di avere un ottimo ricordo personale essendo stato il relatore, nel 2002, del mio lavoro di laurea sulla Storia e l’ideologia del Black Panther Party. Approfitto dell’occasione per ringraziarlo pubblicamente dei consigli che ha saputo darmi, in un periodo giovanile nel quale prevale spesso l’infervoramento dottrinario rispetto al più perspicuo ragionamento scientifico.
Benvenuto Prof. Perrone. Ho chiesto agli altri membri del nostro gruppo (riunito intorno ai lavori teorici del prof. Gianfranco La Grassa) di poterle fare qualche domanda, in un momento storico così difficile per l’economia mondiale e la situazione politica del nostro Paese. Lei, oltre ad esse esperto di affari internazionali e di politica italiana, è tra i massimi conoscitori delle vicende di una delle più importanti imprese di punta della nazione, l’ENI, oltreché del suo storico presidente Enrico Mattei. Detto ciò mi sembrava fruttuoso discutere con Lei di alcune questioni.
1. Come valuta, in questo momento storico di ridefinizione dei rapporti di forza a livello internazionale – con l’entrata del mondo in una fase pienamente multipolare che segna la fine del monocentrismo americano e il riaffacciarsi sullo scacchiere internazionale di vecchie e nuove potenze – la strategia di alleanze tra imprese del settore energetico che vede la nostra Eni e la russa Gazprom in piena comunità d’intenti? Tale alleanza sembra non piacere molto agli americani che puntano, invece, ad isolare la Russia e ad aggirare i suoi rifornimenti di gas attraverso progetti alternativi come il Nabucco, sul quale anche la BEI (Banca Europea Investimenti) si dice pronta a mettere il suo imprimatur, finanziando il 25% del costo totale del progetto. La strada più lungimirante per il nostro Paese, anche in previsione della costruzione di una politica estera meno supina a Washington, sarebbe invece quella intrapresa con il progetto South Stream che vede, ancora una volta, protagoniste l’Eni e la Gazprom (e i rispettivi governi). E’ possibile che si creeranno attriti molto forti con gli Usa simili a quelli che segnarono il destino di Mattei? Certamente Scaroni non è Mattei, diversa la capacità manageriale, diversa la visione complessiva del mondo, in un contesto internazionale nemmeno lontanamente paragonabile a quello della Guerra fredda, tuttavia, crede che l’attuale Ad di Eni si stia muovendo bene nei suoi rapporti con la politica interna e con i partner economici stranieri?
N.P. – I rapporti di forza sono cambiati per due ragioni. Il terrorismo, ha fortemente
ridimensionato il peso strategico delle armi nucleari. Perché gli attentati possono seminare
danni mirati e micidiali e se sono bene organizzati non ci sono armi che servano. Mentre la crisi finanziaria sta dimostrando la grande vulnerabilità di grandi potenze. Dell’ENI, dopo che lo stato italiano ne ha ceduto il controllo riducendo le proprie partecipazioni dal 100 per cento a un esiguo ? per cento, preferirei non parlare: non è più un fattore di forza del nostro paese, ma una multinazionale nella quale lo stato italiano conserva una significativa partecipazione di minoranza. Francia e Germania invece, sono state fermissime – con governi di qualsiasi colore politico – a mantenere il controllo dello stato nelle aziende strategiche.
In Italia esiste un partito filo-americano, trasversale alla destra e alla sinistra, che tenta di scorporare l’ENI sottraendole la distribuzione per assegnarla alle municipalizzate (più o meno tutte facenti capo al Pd). Tutto ciò avrebbe il “nobile” obiettivo, si dice, di preservare la concorrenza e abbassare i prezzi al consumo, ma mi pare che le cose non stiano effettivamente così. Su questo tema si è fatto sentire anche il presidente di Gazprom il quale in una lettera a Il Giornale, di qualche mese fa, ha dichiarato di non capire le ragioni per cui, in una fase così delicata, i politici italiani si cimentino a depotenziare una delle aziende più forti del proprio tessuto imprenditoriale. Ciò è ancor più grave laddove i russi hanno detto esplicitamente di preferire un interlocutore unico ben strutturato, considerata la strategicità del settore, per accelerare le intese di partnership e rendere, al contempo, più fluido il processo decisionale.
N.P. – Sì, quel partito esiste. Ha presenza maggiore nel centro-sinistra. D’altronde furono proprio i governi di Prodi, Amato e Ciampi (le responsabilità maggiori le ebbe Prodi) a volere il rapido smantellamento delle partecipazioni statali, senza lasciare allo stato il controllo delle aziende strategiche.
Dal punto di vista delle alleanze strategiche in campo energetico ugualmente importante è quella stretta dall’Eni con la Sonatrach algerina che è andata approfondendosi in quest’ultimo periodo; tanto più che Berlusconi ha recentemente dichiarato, dopo la vittoria elettorale in Sardegna, di voler far arrivare un gasdotto di quest’ultima sull’isola. C’è una similarità tra queste intese e quelle del passato?
N.P. – In queste alleanze, l’attuale ENI sembra rifarsi in qualche misura alla linea delle alleanze che fu di Mattei
Mattei riuscì a rompere il monopolio delle sette sorelle grazie agli accordi vantaggiosi che proponeva ai paesi depositari di risorse. Le molteplici aperture nei confronti dei governi medio-orientali, in questo sostenuto dalle correnti non-atlantiste della DC, permisero all’Eni di crearsi un mercato estero molto fiorente. Come Lei ha ben scritto, Enrico Mattei si fece promotore di accordi equilibrati, vedi quello con l’Iran, per convincere tali paesi che i contratti con le imprese italiane erano i più proficui per tutti. In Iran, per esempio, l’accordo siglato nel ‘57, prevedeva che il 50% dei proventi delle attività estrattive sarebbero andati direttamente allo Stato iraniano, mentre un altro 25% sarebbe finito nelle casse della NIOC, impresa dello stesso paese. Insomma, il 75% dei guadagni al paese detentore delle risorse energetiche e solo il 25% a chi ci metteva tecnologie e capacità imprenditoriali. Non è forse questo un esempio di come dovrebbe funzionare la collaborazione virtuosa tra paesi sviluppati e second comers? Ci rendiamo conto che Mattei non faceva questo per puro spirito solidaristico, tuttavia esiste un altro caso in cui un first comers si sia comportato alla stessa maniera? La storia non ha ancora fatto luce piena sulla fine di Mattei. Non vogliamo sapere come sono andati realmente i fatti perché un’idea ce l’abbiamo di già. Prescindendo dunque dalla cronistoria, quali sono le sue valutazioni storiche e politiche in merito alla strategia perseguita da Mattei in piena fase bipolare?
N.P. – Mattei fece politica estera con quegli accordi. Non dimentichiamo che nelle posizioni formalmente cruciali dello stato, c’erano il presidente del consiglio Fanfani e il presidente della Repubblica. La rottura delle condizioni del mercato realizzata da Mattei, tatticamente servì, anzi era indispensabile, ma dal punto di visto finanziario non poteva reggere a lungo, anche perché i giacimenti trovati non furono particolarmente vantaggiosi per l’Italia
5. Mattei non gradiva gli stereotipi sugli italiani e mal digeriva l’accostamento che spesso si faceva all’estero del nostro popolo, mangiatore di spaghetti e suonatore di mandolino. Il ruolo internazionale dell’Italia è andato, dalla morte di Mattei in poi, accostandosi ad un sempre più basso profilo. Esiste secondo Lei la possibilità di invertire questa nefasta rotta e come?
N.P. – Credo che sugli spaghetti, Mattei sbagliasse: sono oggi una voce importante delle esportazioni. A parte il vantaggio culturale di avere diffuso nel mondo questa abitudine italiana. Il momento per la politica estera italiana, da qualche anno è infelice. Eravamo nella NATO ma facevamo sentire la nostra voce con tanti utili dissensi. In anni più recenti invece abbiamo rinunciato a fare una politica estera autonoma, e con D’Alema ci siamo accodati agli USA in posizione acritica, fino al punto di partecipare – contro la nostra costituzione – a qualche guerra.
Infine, Professor Perrone, non una domanda ma l’ammissione di un errore di valutazione da parte mia. Su Toni Negri aveva ragione Lei…

MAR CASPIO: Cinque paesi per una ripartizione difficile di Kimia Sanati

(fonte IPS, traduzione di G.P.)
TEHERAN, feb (IPS) – i cinque paesi bagnati dal Mar Caspio non realizzano come dividerselo. Molto iraniani credono che il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad preveda concessioni alla Russia in cambio dell’appoggio alle sue politiche nucleari. Con una dichiarazione firmata da 370 figure politiche e sociali di spicco è stato criticato lo spirito “avventuristico” della politica estera di Ahmadinejad, cosa che include la divisione del Mar Caspio, ragione di conflitto dalla dissoluzione, nel 1991, dell’Unione sovietica. Le distanze si aggravano a causa dalle ricchezze enormi in petrolio e in gas sottostanti al letto del mare. I paesi con litorale sul Caspio “hanno scelto il momento più adeguato per presentare annunci illegittimi.” L’Iran è ora sotto pressione politica e delle sanzioni per il suo programma nucleare e per la sua politica estera “, hanno ammesso. “Ai firmatari di questa lettera preoccupano le azioni e decisioni, occultate agli occhi della nazione, che sono prese in seguito alla debolezza della sovranità nazionale”, indica la dichiarazione. L’Iran perse il diritto di avere una flotta nel Caspio dopo essere stato sconfitto in guerra nel 1828 dalla Russia zarista. L’armistizio mise termine alla sovranità iraniana sulle città della costa occidentale. I diritti iraniani furono ripristinati un secolo dopo, con il trattato d’amicizia firmato nel 1921 con l’Unione Sovietica. Un accordo sul commercio ed il trasporto nel Mar Caspio è stato anche firmato tra i due paesi nel 1940, cosa che ha dato ai due paesi la sovranità comune sul mare ed uguali diritti di pesca e di navigazione. Il trattato del 1940 ha stabilito in 10 miglia nautiche il territorio di pesca esclusivo dei due paesi, ma non ha stabilito i limiti delle acque territoriali né ha distinto tra le flotte di trasporto e militari. L’utilizzazione delle risorse del letto marino non è stata esaminata, né nel trattato del 1921 né in quello del 1940. Politici e storici iraniani accampano il fatto che il mare è stato già diviso in parti uguali tra Iran e la oggi dissolta Unione sovietica. Credono anche che i due paesi abbiano diritti uguali su tutte le risorse del mare. Coloro che difendono questo punto di vista credono che la quota dell’Unione sovietica dovrebbe ripartita tra gli Stati che sono ad essa succeduti dopo la dissoluzione del 1991.
Trentuno partiti politici che difendono questa prospettiva hanno imposto al governo di astenersi dal firmare accordi bilaterali con qualsiasi Stato costiero, come Azerbaidjan e Turkmenistan. La polemica si è approfondita in gennaio, quando il cancelliere iraniano Manouchehr Mottaki ha annunciato che l’Iran non mai ha posseduto il 50 per cento del mare e che l’Unione sovietica non gli ha mai permesso di attraversare la linea di Hosseingholi-Astara. Questa delimitazione assegna all’Iran il 11.3 per cento della superficie del Mar Caspio. La cancelleria sottolineò dal giorno seguente che l’Iran non avrebbe consentito di disporre di meno del 20 per cento del Caspio. Il cancelliere Mottaki è stato in seguito convocato dal Comitato nazionale di sicurezza del Parlamento. Non ha ottenuto di convincere i membri del parlamento, molti legislatori della minoranza riformista hanno proposto di sottoporlo ad un giudizio politico. La procedura non è ancora arrivata, tuttavia, all’ordine del giorno parlamentare. “I trattati assegnano all’Iran e l’Unione sovietica la sovranità congiunta del Mar Caspio.” Ciò dà luogo alla presunzione erronea che il mare dovrebbe essere diviso a metà, da un lato all’Iran e dall’altro alle vecchie repubbliche sovietiche, in tutti gli aspetti, in particolare per le risorse petrolifere e gazifere “, ha detto a IPS un analista di Teheran. “L’Iran ha lasciato fuori da questi trattati, di proposito, il modo di sfruttamento delle risorse del letto marino.” Per questo, Teheran non era sufficientemente forte per difendere i suoi interessi con il suo potente vicino settentrionale”, ha aggiunto l’informatore, che ha chiesto di non rivelare la sua identità.” Il problema della divisione del Mar Caspio è nato con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, con la nascita di quattro nuovi stati sulle coste della più grande massa d’acqua
mediterranea del mondo. Dopo la formazione dei nuovi stati, tanto l’Iran che la Russia hanno sostenuto che i trattati firmati tra Iran e Unione sovietica sul Mar Caspio dovevano essere rispettati, e che, quindi, i cinque stati dovevano usufruire della sovranità sul mare. Tuttavia, il Kazachstan, il Turkmenistan ed Azerbaidjan hanno richiesto un nuovo regime. Lo stato legale del mare è praticamente entrato nel limbo da tale richiesta. “Gli accordi precedenti tra Iran l’Unione Sovietica appartengono ora alla storia”, ha detto il presidente del Kazachstan, Nursultan Nazarbayev, il 16 ottobre a Teheran dinanzi ai capi dei cinque stati costieri, tra loro c’era anche il presidente russo Vladimir Putin. In questo vertice non c’è stato accordo sulla divisione del mare, ma si è emessa una dichiarazione la quale ha stabilito che il regime giuridico del Caspio sarà approvato col consenso degli stati costieri e, dunque, da un trattato definitivo di delimitazione del letto del mare. I capi di Stato hanno anche deciso che il mare dovrebbe soltanto essere utilizzato con fini pacifici, ed hanno invitato a prevenire la soluzione dei conflitti manu militari. Questi paesi non permetteranno che nessun altro utilizzi il proprio suolo in un attacco contro gli altri, ha sancito la dichiarazione.
Il Mar Caspio contiene la terza riserva più grande di petrolio e di gas del mondo, secondo il calcoli degli esperti. La maggioranza dei pozzi petroliferi si trova nel settore marittimo corrispondente all’ Azerbaidjan, ma ulteriori riserve di grezzo e gas ancora non sfruttati sono distribuiti in tutti i settori del Caspio. L’Azerbaidjan ed il Kazachstan sfruttano oggi le risorse petrolifere del Caspio, da cui si estrae tra l’1 .6 e il 2.0 per cento della produzione mondiale. L’Iran ha affidato molti studi ad imprese del settore internazionale come Shell e London and Scottish Marine Oil Company, ma ancora non ha cominciato lo sfruttamento reale di un nessuno dei giacimenti petroliferi e gaziferi, alcuni di questi disputati con l’Azerbaidjan. D’altra parte, il Caspio ha un importante potenziale di trasporto marittimo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea, preoccupati dalla sicurezza energetica, fanno pressioni perché le condutture ed i gasdotti che attraversano il Caspio, trasportano energia dal Turkmenistan e dal Kazachstan verso occidente. Di conseguenza, il tracciato passa per il territorio russo.
Dopo crollo dell’Unione Sovietica, alcune repubbliche che la integravano si sono divise il Mar Caspio. La Russia ed il Kazachstan hanno deciso di dividere la parte settentrionale del mare lungo la linea mediana, il 6 giugno 1998. Nel gennaio 2001, la Russia ed Azerbaidjan hanno fatto una divisione simile del letto del mare. Di conseguenza, il settore diviso rappresenta il 54 per cento del letto del mare e delle acque di superficie. L’Iran ed il Turkmenistan, che hanno coste più strette, propongono una divisione del Caspio in parti uguali (20 per cento per ognuno dei cinque stati), mentre gli altri tre paesi incoraggiano una divisione proporzionale alla lunghezza della costa di ciascuno.
” I russi hanno un accesso duale sul Mar Caspio.” Benché difendano i diritti di equità degli stati litoranei di utilizzare le acque di superficie, esigono la divisione del letto marino perché l’utilizzo comune della superficie permetterà naturalmente alla flotta militare russa di circolare liberamente sul Caspio “, ha detto a IPS l’analista consultato a Teheran.”
“La preoccupazione di molti partiti politici in Iran sulle concessioni alla Russia hanno consistenza, perché il presidente Ahmadinejad si è mostrato disposto a sacrificare fette di sovranità per raggiungere l’obiettivo di integrare il paese nel club nucleare”, ha aggiunto. (FIN/2008)

IL NOSTRO PROGRAMMA


Il saggio scritto da La Grassa ed intitolato “Per una linea di condotta” condensa esplicitamente quelle che sono le posizioni teorico-politiche del blog in questa fase storica. A grandi linee possiamo definirlo il “Nostro Programma”.
Affermiamo subito che mentre non siamo più disposti a perdere tempo dietro i vecchi dogmi della teoria comunista e veteromarxista – ancora impastoiata nella centralità della conflittualità capitale/lavoro (con tale contrapposizione che viene interpretata come quella decisiva per una possibile trasformazione sociale), essendo a noi chiaro che detta dinamica è, invece, intrinseca alla stessa riproduzione capitalistica – il nostro discorso si focalizza specialmente sugli aspetti della potenza e della geopolitica all’ingresso di una nuova epoca multipolare.
La crisi economica in corso, quale “verità superficiale” dello scompaginamento del campo di forze in cui è strutturata la formazione capitalistica globale, rende sempre più evidenti le defaillances del Paese predominante, quello dove è nata la formazione dei funzionari privati del capitale che ha sostituito il capitalismo borghese di matrice inglese. Gli Usa, a partire della seconda guerra mondiale, hanno così influenzato tutta un’area, esercitando la propria egemonia (militare, politica, economica, culturale) in maniera quasi esclusiva. Tuttavia, gli americani si trovano ora a fronteggiare altre aree (euroasiatica in primis) ed altri Paesi intenzionati a mettere in discussione la sua preminenza.
La comprensione delle molteplici direttrici strategiche in ambito geopolitico, quelle che stanno accendendo e determinando conflitti sempre più acuti tra agenti dominanti di diverse formazioni sociali, diviene di vitale importanza laddove si punta a comprendere e, possibilmente, a governare i processi di cambiamento che ne conseguiranno.
Sotto questo aspetto, la sedimentazione di masse critiche sociali capaci di indirizzare la propria azione, in primo luogo, alla preservazione degli interessi strategici della formazione nazionale nella quale si trovano ad operare diviene un obiettivo fondamentale per i dominati. E’ nel saldamento di siffatto contesto storico che quest’ultimi avranno l’opportunità di ricavarsi spazi e margini di manovra. Al di fuori di tali presupposti c’è solo la subordinazione più abietta al paese che guida incontrastatamente, da più di 50 anni, l’area occidentale.
In questi termini va perciò inteso il nostro appoggio alle imprese strategiche italiane e ai gruppi dirigenti (in questa fase ancora non compattati e troppo esigui) che si faranno portatori di detti interessi indipendentisti. Il nostro “nazionalismo” non ha pertanto nulla a che vedere con ciò che storicamente questo termine può richiamare alla mente.
Su queste posizioni, già abbastanza definite, discuteremo con gli amici che ci seguiranno a Pescara.

LA CRISI DEL MARXISMO E DEI MARXISTI

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Quando nelle scienze sociali si giunge a parlare di crisi è perché, dinanzi ad esse, si aprono problemi di natura teorica che non possono essere affrontati con le categorie concettuali a disposizione o con strumenti e paradigmi consolidati.
Le prime e i secondi, difatti, a seguito di grandi mutamenti epocali, possono risultare insufficienti o inadeguati alla nuova situazione, tanto da far traballare l’intero apparato teoretico sul quale la stessa teoria si era, fino a quel momento, fondata.
In casi come questi, come dice Althusser, si può parlare sia “di una contraddizione tra il problema nuovo e i mezzi teorici esistenti, sia (e) di uno smembramento dell’edificio teorico nella sua totalità”.
Se pensiamo alla lunga crisi del marxismo e a quella delle sue categorie principali (vedi il conflitto Capitale versus Lavoro o la formazione di quella soggettività integrata manager-giornalieri all’interno del processo produttivo, definita da Marx con l’espressione inglese di General Intellect, mai venuta ad evidenza) ci rendiamo subito conto di trovarci pienamente entro questa seconda descrizione, impietosa (ma il nostro compito non è certo quello di raccontar(ci) storie), eppur aderente alla realtà dei tempi.
Prima ammettiamo che tale sistema teorico generale (quello marxiano e quello marxista, derivante dal primo) è divenuto disfunzionale e non più adatto a comprendere il mondo che ci circonda, e più speditamente potremo rimetterci al lavoro (scientifico) per ri-costruire, su basi del tutto rinnovate, un edificio teorico meno ineffettuale di quello attuale.
Althusser ha passato in rassegna (e sottoposto a critica) gli atteggiamenti degli scienziati di fronte ad una “crisi” che può colpire l’ oggetto teorico della loro disciplina e le reazioni “psico-ideologiche” con le quali questi rispondono alla “tensione” teorica che stravolge la validità delle loro stesse teorie in seguito a cambiamenti profondi.
Egli si rivolge precipuamente agli scienziati che si occupano di scienze fisiche ma non si corre alcun rischio se proviamo ad applicare tali analisi anche all’ambito delle scienze sociali ed in primo luogo al marxismo. In questa disamina è in ballo il ruolo della filosofia, alla quale Althusser assegna un compito tutt’altro che secondario.
Ma sentiamo direttamente dalla parole di Althusser: ‘…in che modo gli scienziati vivono queste crisi? Quali sono le reazioni? In quale modo esse si esprimono coscientemente, attraverso quali parole, attraverso quali discorsi? Come si comportano gli scienziati davanti a queste “crisi che fanno a pezzi la scienza”? Si possono notare tre tipi di reazioni. Prima reazione. E’ quella degli scienziati che mantengono la mente lucida e affrontano i problemi della scienza senza uscire dalla scienza. Si dibattono come possono tra le difficoltà scientifiche e tentano di risolverle. Al momento del bisogno, accettano di non vederci chiaro, e accettano di avanzare nell’oscurità. Essi non perdono coraggio. La “crisi”, a loro parere, non è una “crisi della scienza”, che mette in discussione la scienza: è tutt’al più un episodio e una prova.
Seconda reazione. Specularmente ad essi, all’altra estremità, si vede un’altra razza di scienziati perdere la testa. La “crisi” li coglie così da vicino, così disarmati, oppure, anche senza saperlo, così prevenuti e così improvvisamente turbati nelle loro convinzioni, che tutto cede sotto di loro e , nella loro confusione, giungono a mettere in discussione non solo tale concetto o tale altra teoria scientifica per rettificarli o rifondarli ma mettono in discussione la validità della loro stessa pratica: il “valore della scienza”! Anziché aggrapparsi saldamente al campo della scienza, per affrontarvi i suoi problemi inediti e sorprendenti, e persino sconcertanti, passano “sull’altro versante”, escono dal dominio
della scienza, e lo considerano dall’esterno: è allora dall’esterno che pronunciano il giudizio di “crisi”, e la parola sulle loro labbra non ha più lo stesso significato che aveva in precedenza. Prima, “crisi” voleva praticamente dire: difficoltà di crescita, segni, fossero anche “critici”, di una rifondazione scientifica in fieri. Ora, “crisi” vuol dire: smembramento della scienza a partire dai propri principi di scienza, fragilità della disciplina, meglio ancora, precarietà radicale di ogni conoscenza scientifica possibile come impresa umana, come l’essere umano limitata, finita ed errante. Allora, questi scienziati si mettono a fare filosofia…il loro modo di “vivere” la crisi, è di divenire i “filosofi”, per sfruttarla. Poiché non fanno una filosofia qualsiasi. Soprattutto se credono di inventarla, non fanno altro che riprendere, come possono, le briciole e il ritornello del vecchio motivo filosofico spiritualista, che da sempre aspetta al varco le difficoltà de “la” scienza per sfruttare le sue sconfitte, per perseguitarla e chiuderla nei propri “ confini” come altrettante prove della vanità umana, che dal fondo del suo nulla, rende allo Spirito l’omaggio delle proprie sconfitte come espiazione… E’ necessario sapere che in filosofia esiste tutta una tradizione che vive solo dello sfruttamento ideologico delle sofferenze umane, dei malati e dei cadaveri, della pace, dei cataclismi e delle guerre e si precipita su tutte le crisi, anche quando esse sconvolgono le scienze…
Terza reazione. …resta una terza razza di scienziati. Anch’essi si mettono a fare filosofia. Anch’essi “vivono” la “crisi” non come la contraddizione di un processo di rifondazione e di crescita della teoria e della pratica scientifica, ma come una “questione” filosofica. Anch’essi escono dal campo della scienza e, dall’esterno pongono alla scienza “questioni” filosofiche circa le condizioni di validità della sua pratica e dei suoi risultati: sui suoi fondamenti e sui suoi titoli. Ma non si recano, come gli altri, a deporre l’omaggio del loro insuccesso sui gradini del Tempio. Non incriminano tanto la scienza e le sue pratiche, quanto le idee filosofiche “ingenue” all’interno delle quali scoprono di essere vissuti fino a quel momento. Riconoscono in definitiva che la crisi li ha fatti uscire dal loro “dogmatismo”: o meglio riconoscono, dopo aver accusato il colpo, una volta risvegliati alla filosofia, di aver sempre ospitato all’interno, come scienziati, un filosofo che sonnecchia. Ma si rivoltano contro la filosofia di quel filosofo, dichiarandola “dogmatica”, “meccanicistica”, “ingenua” e, per dirla tutta, “materialista”, in breve la condannano come una cattiva filosofia della scienza e, conseguentemente, iniziano a dare alla scienza la filosofia che le manca: la buona filosofia della scienza. A loro parere, la crisi è nella scienza l’effetto della cattiva filosofia degli scienziati, che, fino ad essi, ha regnato sulla scienza… anche questi scienziati escono dal campo della scienza. Per noi, è così. Ma per loro, no. Secondo il loro parere rimangono nella scienza, che non rinnegano. Meglio, invocano l’esperienza della propria pratica scientifica, la propria esperienza della “esperienza” scientifica, invocano le proprie conoscenze scientifiche, ed è all’interno della scienza che pretendono di parlare della scienza, che si mettono a fabbricare con argomenti scientifici, presi a prestito dalle scienze… questa buona filosofia della scienza di cui la scienza avrebbe bisogno’.
Contro quest’ultima variante di scienziati che reagiscono alla crisi fabbricando una filosofia non dogmatica, dall’interno del campo scientifico stesso (o come almeno essi credono di fare), si oppose con tutte le forze Lenin, il quale, in Materialismo ed empiriocriticismo, mise alle corde i vari Mach, Avenarius, Bogdanov ecc. ecc., mostrando, con le armi del materialismo e di una “giusta” filosofia, quanto questi stessero seguendo passivamente (al di là delle effettive intenzioni), un “vento” ideologico favorevole e una “corrente” filosofica dominante (nel senso di alimentata dalle classi dominanti) che voleva rimettere in causa le
tendenze materialistiche per disconoscerne i presupposti e depotenziare la capacità di lettura dei fenomeni sociali.
Se caliamo questa disamina all’oggi vediamo che, nell’attuale fase di disfacimento dell’impianto teorico marxista (la crisi è ormai alle spalle ed ha praticamente fatto macerie delle vecchie certezze), queste tendenze filosofiche ambigue e falsamente innovative nella scienza, del secondo e del terzo tipo, hanno impropriamente occupato la scena del conflitto teorico, non per liberare dei passaggi ma per neutralizzare la ripresa di una critica scientifica vera e propria.
Ciò non significa di sicuro che ogni filosofia è in sé negativa. Difatti è ancora Althusser a sostenere che la filosofia dovrebbe soprattutto: “tracciare linee di demarcazione adatte a liberare il cammino a una posizione giusta dei problemi della “crisi” sbloccando certe situazioni d’impasse teorico”. E’ quello che, in effetti, fa Lenin quando si scontra con le tendenze idealistiche dominanti del suo tempo e con i cedimenti di chi, pur ispirandosi al marxismo, subisce l’incantamento dell’ideologia dominante che si presenta sotto mentite spoglie (ed agendo sempre alle spalle dei teorici che si credono immuni da detto condizionamento).
Diciamo, che dal punto di vista di Althusser e di Lenin, non ci spiacerebbe affatto avere nuovamente a che fare con una filosofia (e con dei filosofi) che si ponesse come compito principale quello di “liberare la strada” alla scienza, legando, se possibile, la lotta filosofica a quella politica. Questo dovrebbe sgombrare il campo da certe allusioni che vengono fatte nei nostri confronti e nei confronti della stessa teoria lagrassiana. Noi non siamo preconcettualmente contro la filosofia, ma siamo contro quel modo di fare filosofia che concede troppo all’ideologia dominante e che “sorvola” passivamente il terreno delle contraddizioni e dei conflitti teorici e sociali perché sempre troppo presa dalle grandi Verità sull’ESSERE e sull’UOMO. Certo con quest’ultime è molto più difficile sbagliare o “sporcarsi” le mani.

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