Dominanza energetica

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L’Amministrazione Trump ha detto di volere per gli USA il “dominio energetico”. Le parole del Segretario per l’Energia Rick Perry sono state: “Un America che abbia il dominio energetico significa che deve contare su stessa. Significa una nazione sicura, libera dalle turbolenze indotte da quelle nazioni che usano l’energia come arma economica. Il dominio energetico significa che gli USA esporteranno energia in tutto il mondo aumentando la nostra leadership e la nostra influenza”

Diversamente dal passato l’accento energetico dell’Amministrazione Trump è dunque passato dall’indipendenza, dalla sicurezza, al dominio.

A prima vista questo sembrerebbe in continuità con la politica statunitense di tutte le amministrazioni da Nixon a Carter fino a Obama che, ricordiamolo, ha eliminato lo storico divieto di esportazione di petrolio e fatto rilasciare 24 licenze di esportazione di GNL [Gas Naturale Liquefatto] senza negarne alcuna. L’indipendenza energetica è in realtà un obiettivo irrealistico in un mercato globale mentre la sicurezza significa che gli approvvigionamenti devono provenire da nazioni alleate e fedeli. Criterio da sempre – per lo meno dagli anni ’80 – seguito dagli USA nella sua politica nei confronti del Medio Oriente.

La relativa novità sta dunque nell’enfasi sull’esportazione di energia. Il boom dello shale oil americano è stato imponente ed ha dimostrato una discreta resilienza al crollo del prezzo internazionale del barile. Abbiamo già osservato che ci sono però vincoli fisici ed infrastrutturali tali da limitare l’uso geopolitico dello shale oil. Sarà dunque il GNL l’obiettivo primario dell’Amministrazione Trump. Esportare GNL permetterà di creare legami stabili con nazioni/clienti di preminente interesse strategico per gli USA espandendo la loro capacità di influenza.

Gli USA di Trump si ri-posizioneranno pertanto come grandi esportatori di energia che potranno usare il loro stato come fonte di leva politica. Se ne sono sentiti gli echi durante il recente incontro fra Trump ed il Primo Ministro indiano Narenda Modi.

Perseguire questa agenda non sarà semplice. Al di là dell’opposizione tutta strumentale che subirà in casa contro qualsiasi promozione destinata alle fonti fossili, le altre nazioni potrebbero indugiare nel comprare qualcosa che porta con sè specifiche condizioni politiche. Potrebbero rivolgersi alla concorrenza di Australia, Qatar e Iran già grandi esportatori di GNL e meno “esigenti” in termini geo-politici. Finora poi hanno giocato una parte dominante i prezzi internazionali: con il barile stabilmente intorno a 50$ e il gas naturale disponibile a 30-40 €/MWh c’è poco spazio per il GNL americano, economico fintantoché non deve essere spedito lontano. Il liquefatore di GN di Sabine Pass dellla Chenière ha per ora commerciato con America Latina e Asia dell’est, con qualche puntata in Europa (Polonia, UK, Portogallo, Italia) di piccoli carichi spot ad alta simbologia politica ma scarsa significatività economica.

La fluttuazione dei prezzi internazionali ed i cambiamenti a lungo termine del mercato saranno dunque i fattori che condizioneranno maggiormente il successo della strategia di dominio energetico dell’Amministrazione Trump.

Dove invece prevarranno ragioni geo-politiche – in particolare quelle legate al contenimento della Russia – il commercio di GNL subirà una spinta potente dall’Amministrazione Trump. Chenière ha recentemente annunciato un accordo con la Lituania e la Polonia ha confermato la sua volontà di divenire un centro di smistamento del GNL americano per l’Europa Centro-Orientale e segnatamente per gli stati che aderiscono al Gruppo di Visegrad + Ucraina. Allargandosi poi alla Croazia – altro possibile futuro punto di ingresso di GNL destinato all’Europa centro-orientale. Una prospettiva da leggere in chiave apertamente antitedesca a favore della Iniziativa dei Tre Mari che è stata ufficialmente battezzata da Trump nel suo ultimo viaggio a Varsavia ed in linea con le annunciate sanzioni statunitensi contro le imprese tedesche e austriache – ma non solo – che hanno finanziato il gasdotto russo North Stream-2. Rivale diretto di tutti i ri-gassificatori di GNL europei.

 

POST SCRIPTUM: è interessante osservare le analogie che la storia dell’”inseguimento” fra GNL e gasdotti in Europa offre, all’analista interessato, rispetto alla storia della “corsa” al controllo delle rive dell’Eufrate nella guerra siriana: in entrambi i casi gli aspetti materiali e tecnologici (gas naturale vs. acqua), quelli economici (enormi infrastrutture), quelli politici (sovranità nazionale) e quelli strategici (sfere di influenza) collidono fra loro condensandosi in precise aree geografiche e verranno in ultima analisi risolti da uno scontro militare. In Siria è cronaca, in Europa …. ancora no

Telecom contro Enel

10.jpg-Potenze in conflitto per la supremazia

L’articolo che ripubblichiamo è denso di spunti importanti non solo per chi si preoccupi delle sorti di due imprese fondamentali per l’economia italiana. Troviamo ben rappresentata in questa ricostruzione la validità della revisione teorica che G.La Grassa conduce da anni: centralità teorico-pratica della Politica intesa come conflitto di strategie per la dominanza anche nella conduzione delle imprese sia private che pubbliche, centralità del conflitto per le sfere di influenza, che letteralmente non hanno prezzo. Non condividiamo invece l’investitura che l’articolista sembra offrire al governo Renzi come difensore dell’interesse nazionale

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/5/14/TELECOM-ITALIA-Lo-scontro-con-Enel-che-lascia-il-Governo-senza-alibi-/704202/

Perché la ripresa economica della Spagna non durerà

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[Traduzione di Redazione da: https://www.stratfor.com/analysis/why-spains-economic-recovery-will-not-last]

Analisi

  • La recente crescita economica della Spagna è oscurata da salari persistentemente bassi e da un aumento indesiderato del lavoro part-time e temporaneo.
  • Nonostante un aumento delle esportazioni a causa della svalutazione interna, il deficit commerciale continua a crescere.
  • I partiti politici che promettono salute economica stanno perdendo di credito e sta crescendo la frammentazione.
  • A causa di un governo diviso, la Spagna non sarà in grado di mantenere il suo percorso di ripresa economica.

Dopo sei anni di crisi economica, l’economia spagnola sta finalmente vedendo una certa crescita decente. Nel corso del primo trimestre dell’anno, il prodotto interno lordo della Spagna è cresciuto dello 0,9% e, come ha recentemente affermato Madrid, si prevede una crescita annua prossima al 3%. Il paese ha anche visto un calo del tasso di disoccupazione, con l’Eurostat che segnala, rispetto al 25,1 % di un anno fa, il 23% di marzo. Il governo di Madrid attribuisce il miglioramento nei numeri alle politiche sponsorizzate dall’UE applicate dal governo conservatore. La realtà, tuttavia, è un po’ più sfumata.

Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente avvertito che il PIL della Spagna rimane al di sotto dei livelli pre-crisi e non tornerà al suo livello del 2008 per almeno altri due anni. Per il mercato del lavoro spagnolo non si prevede presto un ritorno ai livelli pre-crisi. Secondo il FMI, la disoccupazione continuerà a riguardare uno su cinque dei lavoratori spagnoli nel 2020.

Oltre a elevati tassi di disoccupazione, molti spagnoli sono afflitti da lavoro precario e temporaneo. Secondo le cifre ufficiali, solo 1 su 10 contratti di lavoro firmati a marzo riguarda posizioni permanenti. Il numero di contratti a tempo determinato è in crescita due volte più velocemente di quelli a tempo indeterminato. Durante il primo trimestre del 2015, il numero di persone che lavorano con contratti temporanei è cresciuto del 5,42% annuo, mentre il numero di contratti a tempo indeterminato è cresciuto solo del 2,71%.

La Spagna sta anche sperimentando un aumento dei posti di lavoro part-time. Nel primo trimestre, il numero di persone che lavorano in posti di lavoro a tempo pieno è cresciuto del 2,91%, mentre il numero di persone che lavorano part-time è cresciuto del 3,83%. Quasi 2 lavoratori su 10 in Spagna lavorano meno di 35 ore alla settimana. Questo non è insolito in Europa, con paesi come l’Olanda che hanno alti tassi di lavoro part-time. Tuttavia, la situazione in Spagna non è per scelta, e la maggior parte dei lavoratori part-time preferirebbe una posizione a tempo pieno.

Le statistiche del Ministero del Lavoro spagnolo rivelano anche che i tre lavori più comuni nel primo trimestre del 2015 erano braccianti agricoli, camerieri e addetti alle pulizie. Nel mese di aprile, quando la stagione turistica inizia in Spagna, quasi la metà dei nuovi posti di lavoro sono stati in alberghi – soprattutto posizioni contrattuali terminanti verso la fine dell’anno.

Infine, gli stipendi sono stagnanti. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, gli stipendi in Spagna sono diminuiti dell’1,8% nel 2014. Essi continuano a divergere progressivamente da quelli del resto della zona euro. Nel 2008, i salari medi orari in Spagna sono stati del 24,3% al di sotto della media della zona euro, e nel 2014 erano il 27,3% al di sotto della media. In Grecia il cambiamento è stato più drammatico. Nello stesso periodo, i salari orari medi sono passati dal 29% al 46,4% al di sotto della media della zona euro.

Gli effetti finanziari della svalutazione interna

Le politiche applicate dal governo conservatore del primo ministro Mariano Rajoy nel corso degli ultimi quattro anni sono parte di ciò che è noto come svalutazione interna – il tentativo di ripristinare la competitività internazionale mediante la riduzione del costo del lavoro. Le svalutazioni interne sono spesso viste come alternativa alle svalutazioni “tradizionali”, che coinvolgono la politica monetaria. Tradizionalmente, la Spagna avrebbe affrontato le crisi economiche manipolando la propria valuta, ma questa opzione non è più disponibile a causa dell’introduzione dell’euro.

La svalutazione interna della Spagna ha avuto risultati contrastanti. Secondo il Ministero dell’Economia, le esportazioni sono cresciute del 26% tra il 2008 e il 2014. Nel 2014, le esportazioni della Spagna hanno superato € 240.000.000.000 (270 miliardi di dollari) per la prima volta. Tuttavia, il paese continua a gestire un deficit commerciale che, dopo essere diminuito durante la recessione tra il 2008 e il 2013, ha cominciato a crescere insieme all’economia nel 2014.

Anche il consumo interno della Spagna sta migliorando. I settori immobiliari e di automobili hanno visto un timida ripresa dopo aver subito un calo massiccio durante la crisi. Tuttavia, a causa della stagnazione degli stipendi e dei persistenti alti tassi di disoccupazione, la Spagna potrebbe non essere in grado di sostenere la domanda interna. Inoltre, il debito privato continua ad essere una seria minaccia per l’economia spagnola. Quest’ultimo è circa al 178% del PIL. Ciò significa che le banche spagnole continueranno ad essere molto caute quando si tratta di fornire nuovo credito, mentre molte famiglie e imprese ritarderanno le decisioni di consumo e di investimento.

Anche se il debito pubblico della Spagna non è così drammatico come quello di Grecia o Italia, è cresciuto costantemente dall’inizio della crisi e si avvicina al 100% del PIL. Il governo di Madrid ha lentamente ridotto il suo deficit e ha fatto pressione sui governi regionali perché facciano lo stesso. Ma il clima positivo creato dalla Banca centrale europea ha portato ad abbassare i tassi di interesse per i paesi della periferia della zona euro. Di conseguenza, Madrid si basa sempre più sul debito sovrano per il finanziamento. Bassi tassi di interesse sono certamente utili, ma i tassi di inflazione molto bassi stanno aggravando il peso del debito rispetto alla crescita.

La recente crescita economica della Spagna è spiegata da due fattori aggiuntivi. In primo luogo, il turismo è una delle poche attività che hanno continuato a crescere durante la crisi. I visitatori stranieri hanno scelto la Spagna a causa della caduta dei prezzi del settore e l’instabilità politica nelle destinazioni concorrenti (tra cui Turchia, Egitto e anche Grecia). In secondo luogo, la Spagna, come la maggior parte d’Europa, ha beneficiato dei bassi prezzi del petrolio e un euro relativamente a buon mercato. Madrid non può contare indefinitivamente su questi fattori esterni.

Gli effetti politici delle politiche della Spagna

Mentre la svalutazione interna della Spagna ha avuto effetti finanziari misti, le sue conseguenze politiche sono più semplici. La Spagna sta evolvendo da uno stabile sistema bipartitico a un sistema multi-partitico più fragile con alleanze complesse. Mentre la gente si stanca dei partiti tradizionali, i sondaggi mostrano che l’ambiente politico della Spagna è diviso in quattro gruppi con livelli comparabili di sostegno popolare. Il Partito Popolare (centro-destra) e il Partito Socialista (centro-sinistra) sono ora sostenuti come Podemos di sinistra e i centristi di Ciudadanos. Con lo svolgimento delle elezioni regionali il 24 maggio e delle elezioni generali entro la fine dell’anno, la distribuzione del potere nel paese nel 2016 sarà molto diversa.

Il Partito Popolare ha finora mancato di convincere gli elettori che la ripresa economica del paese sarà veloce, sostenibile e sentita da tutti gli spagnoli. Il Partito Socialista sta lottando per trovare l’equilibrio tra la promessa di politiche di crescita e la difesa degli impegni della Spagna presso l’Unione Europea. Podemos, nel frattempo, sta perdendo terreno a causa delle divisioni interne e dell’ascesa di Ciudadanos, un partito che attira i manifestanti, ma resiste ricorrendo alla retorica infiammata che spaventa gli elettori lontani da Podemos.

Questo si tradurrà in parlamenti frammentati in molte regioni autonome della Spagna e, in particolare, a livello nazionale. Anche se il prossimo governo a Madrid si imbatterà in una situazione macroeconomica leggermente migliorata, gli inconsueti elevati tassi di disoccupazione e l’aumento delle posizioni a tempo parziale e temporaneo continueranno a minacciare la ripresa economica del paese, e il processo decisionale diventerà più complesso nell’anno in corso.

Mentre i sogni di integrazione europea e di un’Europa federale lentamente lasciano il posto agli istinti nazionalisti, ancora una volta Bruxelles cerca disperatamente di contrastare il processo. Tuttavia, fintanto che l’economia europea resta debole, qualsiasi tentativo di limitare l’ascesa di partiti anti-europei non avrà l’effetto desiderato. Nel frattempo, la diffusa corruzione e la frode persisteranno fino a quando l’OLAF non sarà riformata per essere più trasparente e autorevole – un compito difficile per una litigiosa Unione Europea, le cui parti costitutive sono sempre in contrasto tra loro.

SAIPEM riprende i lavori del South Stream di Piergiorgio Rosso

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La notizia è stata data su vari giornali senza particolare enfasi e senza particolari approfondimenti, in modo tale da ingenerare confusione. Vale la pena fare un po’ di chiarezza per chiarire meglio i fatti in corso sul campo e guidare le possibili interpretazioni.

Come è noto Putin annunciò la sospensione del progetto South Stream parlando dalla Turchia il 1.mo dicembre 2014. Contestualmente dichiarò che la Russia avrebbe continuato ad onorare il suo impegno a rifornire di gas naturale (GN) i suoi clienti europei, ma in un nuovo punto di consegna presso il confine turco-greco. In quel giorno nacque nella pubblicistica internazionale l’espressione Turkish Stream in contrapposizione al South Stream. Ora, se dal punto di vista geo-politico l’annuncio è stato dirompente, dal punto di vista ingegneristico lo fu molto meno. Basta osservare la carta geografica del Mar Nero per capire che il percorso di un gasdotto sottomarino diretto dalla costa russa alla costa bulgara, potrà essere indirizzato verso la costa turca con una relativamente lieve modifica, in un punto dove tra l’altro esiste già una stazione di compressione di GN operata dai turchi a servizio anche di Bulgaria e Romania.

La posizione contrattuale di SAIPEM nei confronti di Gazprom – o meglio della sua sussidiaria South Stream Transport BV – è sempre stata molto chiara: una “sospensione” dei lavori è accettabile fino ad un certo periodo di tempo dopo il quale avrebbe potuto esigere la “terminazione” del contratto ottenendo da Gazprom il pagamento di pesanti penali. Quindi una posizione di attesa. Il recente annuncio di SAIPEM contiene dunque due informazioni implicite: GAZPROM realizza l’infrastruttura decisa dal Cremlino secondo la via di minor impatto di costo e quindi sfruttando il progetto del South Stream al massimo possibile (in realtà rimane il dubbio che il nuovo percorso duplichi il Blue Stream fino a Samsun, ma lo riteniamo meno probabile dopo questo annuncio) ed assegnando i lavori agli stessi fornitori. Più importante, Gazprom ha raggiunto un accordo operativo con le sue controparti turche, in particolare BOTAS, per la consegna del GN.

Per SAIPEM quindi un’ottima notizia trattandosi di un’infrastruttura colossale: 4 tubazioni da 32” (800 mm) che corrono in parallelo per 930 km a 2200 m di profondità.

Per la Turchia un successo su più fronti: economico, assicurandosi un’entrata futura significativa con il pagamento dei diritti di transito; politico, aumentando la sua leva con la UE; strategico, assumendo il ruolo di fondamentale via di transito per tutti i potenziali venditori di GN all’Europa, dall’Azerbajan, all’Iran, Turkmenistan compresi Israele e Cipro.

Per la UE ora si pone la scelta tra l’andare ad un accordo con la Russia, approntando le necessarie infrastrutture per portare il GN russo dal confine turco-greco alle nazioni balcaniche fino all’Austria, oppure andare allo scontro appoggiandosi sul suo “diritto” di mantenere come punto di consegna del GN russo il confine ucraino-occidentale. Non c’è molto tempo da perdere perché i contratti in essere con la Russia scadono nel 2019 e a quella data il gasdotto ucraino potrebbe diventare un tubo voto.

Che sia un successo pieno della Russia è ancora da vedere.

Il nuovo Balcan Stream

Per mantenere una sua residua influenza in Europa – in particolare nell’Europa Centro-Orientale – la Russia deve – tra altre cose – assicurarsi la continuità degli attuali contratti di fornitura di GN. Quindi deve garantirsi che il GN trasportato in Turchia possa effettivamente entrare in almeno alcune nazioni chiave, quelle che avevano già aderito al progetto South Stream. Si tratta di in particolare di Ungheria, Serbia e Austria quest’ultima perché non vuole perdere il suo attuale ruolo di principale centro di contrattazione del mercato libero europeo di GN (snodo di Baumgarten). Nel momento in cui la Bulgaria si è dimostrata non in grado di sostenere le pressioni USA/UE contrarie al South Stream, l’unica rotta disponibile per arrivare in Serbia ed Ungheria è passare per la Macedonia. Qualcuno ha giustamente battezzato questa via come “Balcan Stream”. Si fanno notare i significativi movimenti diplomatici che hanno interessato Ungheria, Macedonia, Serbia, Grecia e Turchia negli ultimi mesi che danno concretezza all’ipotesi. A supporto ulteriore valga la recente dichiarazione del Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Non poteva mancare infine il tentativo di una “rivoluzione colorata” in Macedonia, basata su intercettazioni telefoniche compromettenti di dubbia provenienza, sventato però nel gennaio 2015 dal Primo Ministro Nikola Gruevski con l’arresto dell’ex capo dei servizi macedoni e con il ritiro del passaporto al rivale Zoran Zaev accusato di tradimento. Le tensioni però restano scivolando su vecchie questioni etniche fra macedoni e la consistente minoranza albanese.

Se è vero che la recente decisione di Gazprom di riprendere i lavori con SAIPEM segnala che i russi considerano sufficientemente stabilizzata la situazione politica nell’Europa Centro-Orientale, non si può non considerare la vicenda del Turkish Stream ancora estremamente fluida. In particolare considerando che la Turchia, paese NATO, sta subendo i vincoli politici ed economici che derivano dall’avere due guerre ai suoi confini Est e Sud, in entrambe delle quali dovrà giocare un ruolo decisivo per ottenere una stabilizzazione. Ruolo che gli USA sono disposti a concedere, ma a costo di un pieno allineamento della Turchia alla politica di accerchiamento/contenimento della Russia.

 

Dalli al “tudesc” (3)di Piergiorgio Rosso

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Il successo elettorale della lista Syriza in Grecia e quello personale di A.Tsipras ha rilanciato l’assalto alle posizioni tedesche finora dominanti all’interno della UE e della BCE, riassunte attorno alla categoria di “austerity”. Dai due poli antitetico-polari di destra e sinistra, degli europeisti e degli euro-scettici sono stati rispolverati i peggiori luoghi comuni antitedeschi (fino all’equiparazione fra mercantilismo e sterminio cui forse allude anche il primo atto ufficiale del neo-eletto PresdelRep) per battere il ferro caldo di una politica economica più flessibile a favore dei paesi indebitati e della crescita del PIL in tutta l’eurozona oppure l’uscita tout-court dall’euro.

Pochi, tra cui questo blog, hanno rimarcato alcune connessioni politiche e culturali fondamentali, del tutto trascurate dalla stragrande maggioranza degli analisti dei due fronti sopra citati, fra Tsipras, la tradizionale sinistra europeista – anche quella auto-denominatasi radicale – e l’Amministrazione Obama, connessioni sufficienti a definire poco rilevante la “primavera” greca ai fini del conflitto per una maggiore autonomia delle nazioni europee o almeno alcune di esse rispetto al giogo statunitense.

Eppure a noi sembra che non basti svelare che Tsipras è filo-obamiano e non mette in discussione l’euro, cioè uno strumento fondamentale del vincolo esterno che costringe l’eurozona a politiche economiche deflattive riproducendo per questa stessa via la loro necessità. E non basta affermare che, invece, il posizionamento corretto è quello dei partiti sovranisti alla FN di M.Le Pen. Serve per posizionarsi appunto nella polemica del momento – cosa necessaria ed utile – ma serve poco per capire quale sia il motore del mutamento in corso in Europa e le spinte contrastanti cui le nazioni europee – e quindi anche i partiti sovranisti – saranno soggette nel breve-medio termine.

Nell’aprile 2012 in Dalli al tudesc (2) concludevamo: “Propendiamo pertanto verso una conclusione provvisoria, relativamente al contesto europeo, che rappresenti A.Merkel e l’attuale gruppo dirigente tedesco impegnati alla ricerca della possibilità di giocare un ruolo più complesso del semplice (e tradizionale) Cerbero a guardia dell’inflazione, memore (e memento al tempo stesso) del destino disastroso della Repubblica di Weimar, prodromo dell’avvento del “male assoluto” del periodo nazista”. Ci sembra chiaro che a due anni di distanza e dopo il colpo di stato in Ucraina, si possa trarre un conclusione definitiva: l’amministrazione di A.Merkel lungi dal cercare una possibilità per “giocare un ruolo più complesso” si è allineata completamente ai diktat USA, abbandonando ogni velleità di autonoma ostpolitik. In questo modo condannandosi a recitare proprio quel ruolo di guardiano dell’inflazione dell’eurozona insensibile a qualsiasi grido di dolore della periferia europea eurista, che chiede solo un po’ più di flessibilità.

Flessibilità che è stata del resto sanzionata come necessaria dalla BCE dell’ex Goldmann Sachs Mario Draghi, nello svolgimento della sua funzione “autonoma” di politica monetaria, che ha lanciato il suo programma di acquisto di titoli sovrani (il QE europeo, tanto atteso dalla finanza internazionale). Lasciandosi la più assoluta libertà di decidere quando sospenderlo e caricando comunque le banche centrali nazionali di più dell’80% del rischio paese (in caso di default o euro-exit, la BCE non rischia il suo budget). Attenzione, questa scelta, frutto della mediazione fra Draghi e la banca centrale tedesca, è gravida di conseguenze politiche. Infatti non solo permetterà a gran parte della nuova liquidità di affluire preferenzialmente in Germania, paese più affidabile finanziariamente, ma dà un colpo forse decisivo all’idea che la UE debba continuare nel suo percorso verso una sovra-nazione unita o una federazione che contrasti i nazionalismi, cioè l’idea dei padri fondatori: se ogni nazione resta responsabile dei suoi conti allora significa che la moneta è “unica” solo di facciata (cosa del resto ormai percepita anche a livello di massa da tempo).

La Germania in questo modo rischia di perdere non solo i vantaggi di una moneta “unica” che esalta le sue possibilità mercantili, ma anche i suoi mercati di sbocco il che la metterebbe in forte crisi se è vero che il 50% del suo PIL è fondato sulle esportazioni.

Dall’altra parte dell’oceano gli USA hanno deciso che non possono continuare a dominare il mondo facendo gli importatori di “ultima istanza” a favore soprattutto di Cina e Germania; hanno necessità di esportare la loro potenza soprattutto nei settori dell’energia e dei servizi bancari ed assicurativi. Per questa ragione attinente alla politica di supremazia USA crediamo che dollaro forte, petrolio a basso prezzo e deflazione non potranno durare a lungo. Gli USA hanno necessità, non solo economico-finanziaria, che la Germania diventi una nazione consumatrice e non risparmiatrice e cercano questo obiettivo con le buone e con le cattive. Non è mai solo il mercantilismo che genera sterminio …

Pertanto in attesa che la trattativa sul TTIP trovi una conclusione – probabilmente nella seconda metà dell’anno – e che la Corte di Giustizia UE e poi quella tedesca definiscano il quadro giuridico entro cui il QE di Draghi potrà muoversi – di fatto limitandone le potenzialità – il conflitto strategico nel campo europeo vedrà ancora impegnati principalmente USA e Germania, nomi che rappresentano – nel contesto di questa analisi – gruppi di strateghi del capitale che lottano per la supremazia, a loro volta divisi all’interno dei rispettivi Paesi. Come osserva Gianfranco la Grassa: “Serpeggia qua e là, anche se a mio avviso con scarsa determinazione e poca lucidità, qualche anelito indipendentista. Gli Stati Uniti hanno ancora una buona supremazia, ma non dormono comunque sugli allori.”

E’ ovvio – e l’abbiamo già rimarcato – che anche la guerra civile ucraina serve a regolare i conti fra i due contendenti nella misura in cui restringe lo spazio di manovra della Germania – di una parte della sua elite, spero che si sia capito – nei confronti della Russia, cercando di creare al contempo una nuova cortina di ferro costituita dagli interessi (sub)dominanti nei Paesi dell’Europa Centro Orientale (fa eccezione l’Ungheria che si candida per questa ragione a subire una molto prossima “rivoluzione colorata” a casa sua) riesumando l’Intermarium di J.Pilsudki.

Ed è altrettanto ovvio che l’euro potrà rimanere, sparire o sdoppiarsi – tutti tecnicismi – in funzione degli interessi di chi prevarrà nel conflitto di medio periodo per il comando sui Paesi dell’Europa Centro-Orientale e per il coordinamento – in senso egemonico – dei Paesi dell’Europa Occidentale.

Questa volta un’”8 settembre” potrebbe accadere in Germania: per evitarlo cominciamo con lo smascherare il vecchio giochino del dalli al tudesc.

L’esportazione dello shale oil: gli USA dovranno decidersi – di Piergiorgio Rosso

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petrolioIl crollo del prezzo internazionale del petrolio è avvenuto mentre negli USA si sta attraversando – non senza difficoltà che vogliamo esaminare in questo articolo – una fase critica dello sfruttamento commerciale della nuova tecnica di estrazione mediante la fratturazione idraulica e la trivellazione in orizzontale (in profondità) con relativa moltiplicazione dei pozzi (la cosiddetta rivoluzione dello shale oil). Tutti presi dalla fregola di smentire le teorie del “picco” oppure, all’opposto, di sottolineare i “tremendi” guasti ambientali che questa nuova tecnologia comporterebbe, ciò che gli osservatori più superficiali – da questa parte dell’oceano – hanno trascurato è invece un elemento che negli USA ha catalizzato il dibattito pubblico e delle lobbies interessate: come far arrivare lo shale oil dai pozzi alle raffinerie e/o ai porti di imbarco per l’esportazione?

Non è un segreto infatti rilevare che mentre la generalità dei nuovi bacini di sfruttamento è concentrata nelle Grandi Pianure – nel centro della nazione – le raffinerie sono invece concentrate sulla costa ed in particolare a Sud. Il viaggio è dunque lungo e contorto. Tra una discussione e l’altra sull’impatto ambientale e di costo di nuovi oleodotti, ciò che per il momento ha messo una pezza al problema è stato l’intensificarsi del traffico via terra, via fiume e soprattutto via treno, ma a costi superiori delle pipeline. Mentre la produzione aumentava ad un tasso di 700-800.000 barili/giorni in un anno, la capacità di trasporto via pipeline aumentava, nello stesso periodo, ad una tasso di 500.000 barili/giorno. Colli di bottiglia logistici esistono eccome, ed è anche questa la ragione per cui il prezzo di riferimento americano WTI – relativo al petrolio fisicamente “intrappolato” nel mercato nazionale – è sempre stato più basso di altri prezzi di riferimento internazionali, come ad esempio il Brent.

Il miglioramento della logistica interna – ottenuto con ingenti investimenti realizzati a tempo di record negli ultimi 3-4 anni – non ha però risolto completamente i problemi di marketing dello shale oil. Per due diverse ragioni: le limitazioni legislative all’esportazione di petrolio e la limitata capacità di assorbimento dello shale oil da parte delle raffinerie statunitensi.

L’esportazione di materie prime considerate scarse – ed in particolare il petrolio – è regolata da una legge del 1979 che rende difficile ai rivenditori ottenere le necessarie licenze. I produttori americani si sono però adattati, esportando semi-lavorati come benzine e diesel: negli ultimi anni le raffinerie americane hanno assorbito tutto lo shale oil che potevano, annullando in pochi anni le importazioni di greggio leggero da Nigeria ed Arabia Saudita e limitando fortemente quelle dal Venezuela e Messico. Hanno esportato prodotti in tutto il mondo – risultando seconde sole alle raffinerie russe – mentre in Europa le raffinerie erano – e sono – costrette a chiudere (anche i sauditi hanno aumentato enormemente la loro capacità di raffinazione negli ultimi tre anni, spostando quindi le loro entrate verso prodotti a maggiore valore aggiunto).

Ma la capacità di assorbimento da parte delle raffinerie americane è limitata: esse sono infatti state costruite per trattare greggi pesanti e ad alto tenore di zolfo, mentre le qualità provenienti dai giacimenti di Eagle Ford e Bakken sono molto leggere. Nonostante gli investimenti eseguiti e programmati la capacità di raffinazione americana è aumentata di soli 300.000 barili/giorno.

L’esportazione dello shale oil è quindi una necessità per i produttori americani e lo scontro si è presto spostato a livello politico dove però si è anche impantanato dividendo i due partiti mainstream. In questo contesto si è inserito il crollo del prezzo internazionale del petrolio complicando enormemente la faccenda: questo vale sia se si crede che esso sia la conseguenza di una decisione politica USA (e/o saudita), sia se si crede all’effetto dell’eccesso di produzione rispetto ad una domanda internazionale calante. Per ora il fallimento ha riguardato solo piccoli produttori americani molto esposti finanziariamente e non ci sono segnali drastici di diminuzione degli investimenti in nuovi pozzi di fracking. Ma non si potrà andare avanti a lungo in queste condizioni, a meno di non rischiare di trasformare il boom dello shale oil in un totale fallimento.

Un osservatore nella “tana dei no-euro”.

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euroCon questa metafora antipatizzante Panorama ha parlato del Convegno “Euro, Mercati, Democrazia 2014 – l’Italia può farcela?” organizzato da Asimmetrie – l’associazione di Alberto Bagnai e Claudio Borghi – a Montesilvano (PE) nei giorni 8/9 novembre u.s. Ci siamo stati anche noi – coma già facemmo nell’aprile scorso al Convegno “Un’Europa senza Euro”.

Organizzato come sempre con estrema professionalità il convegno si è aperto con una appassionata relazione di Vladimiro Giacchè che ha rappresentato in modo esauriente e preciso le similitudini tra l’operazione di annessione monetaria della RDT da parte della RFT e la situazione che si è venuta a creare nell’eurozona tra l’Europa del Nord e quella mediterranea. In estrema sintesi come la moneta è in grado di supportare lo spostamento dei rapporti di forza all’interno di una definita area territoriale/geopolitica. Giacchè chiude con una significativa dichiarazione della Merkel (del cui leak non ricordo il responsabile) in uno dei recenti drammatici Consigli d’Europa: “Sono cresciuta in uno stato che ha avuto la fortuna di avere la Germania Ovest che l’ha tolto dai guai ma nessuno farà lo stesso per l’Europa. La vita non è giusta. Se avete mangiato troppo e siete ingrassati, mentre altri sono magri, vi aiuto a pagarvi il dottore. Aiutare chi non si può aiutare da solo richiede della comprensione da parte nostra.”

A seguire la presentazione dei risultati del modello econometrico elaborato da Asimmetrie per simulare le conseguenze sulla macroeconomia italiana di una uscita dall’euro. I risultati sono oggetto della discussione con Andrea Boltho (Magdalene College Oxfor) e da Francesco Lippi (Univ. Di Sassari) entrambi molto critici sui risultati relativamente ottimistici presentati da Bagnai. In chiusura della prima giornata una tavola rotonda politica presenti: Meloni, Salvini, Cuperlo, Bertinotti, Colletti.

Domenica si è parlato dei risultati della cura di “austerità” in Spagna – con una relazione fitta di dati presentata da Alberto Montero Soler – ed in Grecia – con una relazione di Alekos Alevanos. A seguire una tavola rotonda moderata da Marcello Foa attorno al tema “La crisi e la retorica dei media” a proposito di informazione e disinformazione. Nel pomeriggio la storia della rottura dell’area rublo nei primi anni novanta raccontata da Brigitte Granville (Queen Mary University, UK) ed un intervento di S. Cesaratto (Univ. Di Siena). In conclusione il faccia a faccia tra Bagnai e Michele Boldrin (Washington University, St. Louis – USA).

L’evento ha avuto diverse caratterizzazioni che meritano essere sottolineate. E’ stato soprattutto una celebrazione del rapido successo del blog Goofynomics di A.Bagnai che in pochi anni ha messo a disposizione di moltissimi lettori le ragioni degli economisti avveduti dei rischi delle “aree valutarie ottimali” ed in particolare delle conseguenze negative dell’introduzione dell’euro per l’economia italiana, come illustrato ampiamente nel libro “Il tramonto dell’Euro”. Un’attribuzione di merito per aver saputo divulgare argomenti e punti di vista anche specialistici, sistematicamente elusi dai media ufficiali. Il tifo da stadio di una consistente parte della platea testimonia tale aspetto.

In secondo luogo è da sottolineare la folta presenza di economisti non keynesiani, decisamente liberisti, che non attribuiscono affatto all’euro la causa prima della crisi economica italiana. E lo hanno ripetuto in modo chiaro. Bagnai ha voluto e cercato per tutto il convegno questo scontro fra tesi opposte molto probabilmente per ragioni interne al mondo delle intellettualità che si occupa di economia, ottenendo non solo un risultato di prestigio, ma soprattutto il risultato di “espellere” dall’agone quegli economisti che – vista la malaparata dell’euro e gli scricchiolii della struttura politica che lo ha sostenuto finora – vorrebbero ora ricollocarsi. Bagnai sembra aver voluto comunicare: “alla fine rimarremo in due”, mettendo alla berlina in anticipo analisti e commentatori che da qualche tempo sostengono posizioni simili alle sue senza ammetterlo. Lo scoppiettante faccia-a-faccia finale fra Bagnai e Bordin – che hanno provocatoriamente esposto tesi contrastanti su tutto – è la metafora di tale contenuto comunicativo.

C’è poi il cotè politico che conferma l’attacco monocorde all’ottuso mercantilismo dei tedeschi – in due giorni nessuno è riuscito a nominare gli Stati Uniti – e le posizioni note: appoggio di Lega Nord e FdI alle tesi dei no-euro, M5S che vuole il referendum e minoranza PD (questa volta oltre a Fassina c’erano anche Cuperlo e D’Attorre) che blandisce, promette di “approfondire”, sottolinea le “responsabilità della politica” e si prepara a mettere il cappello a tempo debito, non si sa mai. Ma anche in questo convegno – come già ad aprile a Roma – è parso chiaro che la diversità di schieramento politico non sparisce nonostante la comune dichiarazione di fede – senza contare l’effetto “passerella” – nelle tesi no-euro. Tesi che non funzionano quindi da attrattore per superare il crinale destra-sinistra e fondare una nuova centralità dell’interesse nazionale.

A noi è sembrato che proprio quando il gioco sull’euro comincia a farsi duro sul lato dell’appoggio geopolitico e degli spazi di manovra finora concessi alla Germania dagli USA, la durezza – molto scenica e costruita – dello scontro interno fra “professori”, segnali una relativa ritirata del gruppo di Bagnai nella sfera della dottrina, consapevole, forse, dell’insufficienza degli strumenti analitici che al massimo portano al “dalli al tudesc” che sta bene a tutti dalla Lega Nord al PD passando per Diego Fusaro, sempre molto stimato dal popolo dei no-euro.

Cronaca da “Un Europa senza euro” di Piergiorgio Rosso

bce

 

[Nell’articolo si riportano i fatti come vissuti e percepiti dall’autore. Altri del blog esprimeranno – se vorranno – in modo più autorevole una valutazione critica sull’evento. Pertanto ogni inesattezza, errore o valutazione scorretta è sola responsabilità dell’autore]

Il convegno internazionale organizzato dall’Associazione a/simmetrie (Presidente A.Bagnai, Comitato Scientifico fra gli altri: Paolo Savona, Giorgio La Malfa, Luciano Barra Caracciolo, Claudio Borghi Aquilini) si è svolto sabato 12 aprile u.s. presso l’Auditorium Antonianum di Roma. All’ingresso vendita promozionale dei libri “Il tramonto dell’euro” di Bagnai, “Non vale una lira” di M. Giordano e “Anschluss” di V. Giacchè. Sala piena – circa 500-600 persone. Introduce Paolo Savona  ricordando che dietro la moneta ci deve essere uno Stato. Nell’analisi tra costi e benefici dell’euro rimarca come i vantaggi vengano in realtà descritti come “costi del non-euro”, un artificio di per sé esplicativo, e come ”vincolo estero per una nazione incapace di governarsi”. Espone con chiarezza che la divergenza fra Italia e UE avviene dopo l’adesione all’euro. Rileva che l’euro, lungi dal rivaleggiare con le altre monete, è oggetto delle politiche monetarie delle altre nazioni (USA, Giappone, Cina). En passant fa notare che per raccattare 5 MMd€ di IMU si è provocata una svalutazione del patrimonio immobiliare nazionale di circa 2-300 MMd€. Propone di uscire dall’euro previa copertura politica internazionale con Francia (preferita) oppure USA, Cina, Russia, Medio Oriente (nella slide sono in questo ordine).

Kamil Kaminski (storico) fa un discorso generico e prepara la proiezione del documentario “Il miglior successo dell’euro” sulla Grecia oggi. Documentario decisamente ben confezionato: impressiona per velocità, intensità emotiva, perspicuità degli argomenti. La chiave di interpretazione del filmato la porge l’antropologo Panagiotis nell’intervento successivo. In Grecia oggi è impossibile pianificare alcunché. Sono in atto mutamenti radicali e pervasivi – che coinvolgono molte famiglie – come il riscaldamento a legna e il conoscente suicida. Entro due anni è prevedibile la conclusione della piena colonizzazione della Grecia alla Germania (mostra un giornaletto con prima pagina in tedesco e greco). Propone una parallelo con la relazione fra UK e Nuovo Mondo Americano.

Marcello Foa spiega l’apparente onnipotenza dei media, in realtà strumenti più o meno inconsapevoli delle modalità di governo della comunicazione alimentata dalle istituzioni. Gli spin doctor” non finiscono il loro lavoro all’esito delle campagne elettorali ma occupano gli apparati della comunicazione istituzionale che a loro volta sono l’unica fonte “validata” delle agenzie internazionali che alimentano poi la piramide dell’informazione: TV americane – TV non-americane – altre TV. Gli spin doctors stabiliscono il “frame” della notizia che diventa inoppugnabile verità. Uno dei frame prevalenti: uno di sinistra che dice cose di destra [applausi scroscianti quando compare la foto del PresdelRep G.Napolitano].

Fritz Bolkenstein spiega che l’unione politica dell’Europa non avverrà mai, anche perché l’UK non l’accetterà mai. Il romanticismo in politica è deleterio. I paesi del nord-europa vogliono solidità mentre quelli del sud rivendicano solidarietà. Gli eurobonds sono in realtà “i soldi degli altri”. La Mutualizzazione contrasta con la Responsabilizzazione. Meglio per tutti separarsi.

Bagnai fa un primo intervento tutto dedicato ai suoi colleghi economisti “euristi”: citazioni di perle smentite dai fatti e allusioni per iniziati [la sala non sembra seguire del tutto, ma applaude].

Olav Henkel (candidato al PE) spiega come la Germania abbia tutto da guadagnare uscendo dall’euro: l’Armonizzazione delle economie perseguita dalla UE è l’opposto della Competizione che ha fatto grande la Germania quando doveva confrontarsi con periodiche rivalutazioni del suo DM.

Piergiorgio Gawronsky indica che l’impatto della crisi sul PIL italiano vale circa 130 MMd€ che equivalgono a 1300 MMd€ di capitale investito, al di fuori della portata di chiunque (se volessimo ricostituire il reddito ante-crisi). Non resta che stimolare la domanda come fanno in UK e USA. Olav Henkel interviene di nuovo calando l’asso teutonico: avete in Italia un sistema politico capace di portare a termine le riforme (60 governi in 50 anni contro 6 governi tedeschi)?

Brigitte Grandeville afferma che non ci sarà cooperazione franco-tedesca. L’elite francese NON pagherà i costi dell’unione monetaria e cerca vantaggi politici a costo zero. La Francia si comporta come un Free Rider in borsa: sa di essere troppo grande per fallire. Non rispetterà i limiti dei parametri di Maastricht. Lo stock di debito francese aumenterà.

Peter Oppenheimer indica come l’euro sia in realtà il maggiore ostacolo alla creazione di istituzioni nazionali a livello europeo. L’euro è l’equivalente del gold-standard praticato da UK fra il 1880 e il 1914. Il nemico numero uno è l’attuale Germania mercantilista.

Jean Pierre Vesperini spiega come solo la Germania deciderà se e quando uscire dall’euro. E lo farà senza alcun coordinamento con gli altri paesi. E la BCE non conterà più niente.

Giorgio La Malfa ricorda come Kohl, bloccato da Mitterrand sull’unificazione tedesca, chiese e ottenne il via libera a Bush. Mitterrand si adeguò e chiese in contropartita la fine del DM ed una BCE indipendente dalla Bundesbank. In realtà gli economisti sapevano che l’imposizione dell’euro avrebbe comportato la deflazione dei salari nelle economie più deboli (cita il precedente della lira a Quota 90), ma si adeguarono al mantra secondo cui l’unione politica avrebbe seguito quella monetaria. Propone che Italia e Francia si uniscano contro la Germania [applausi scroscianti]: o NO-Euro o Barbarie.

Riccardo Puglisi difende la possibilità di una modifica dei rapporti interni all’eurozona e di un’alleanza Italia/Francia che allenti il Fiscal Compact. Propone una lobby di livello europeo a questo fine: minacciare l’euroexit per realizzare una eurozona che assomigli agli USA. Definisce da imbecilli il referendum sull’euro [applausi in sala, evidentemente molto poco grillina …]

Borghi Aquilini [candidato al PE per la Lega] rivendica il percorso che dal Manifesto di Solidarietà Europea ha portato al Convegno in atto e si impegna a lavorare con Olav Henkel per una uscita concordata dall’euro.

Costas Lapavitsas si occupa di come gestire l’uscita dall’euro. Indica come contraddittorie le due funzioni svolte dall’euro: moneta internazionale potenzialmente rivale del USD e moneta interna di un gruppo di nazioni. La causa della crisi è la deflazione salariale tedesca che procede al di là dei limiti posti dalla UE. In questo modo la competitività di Italia/Francia relativamente alla Germania diverge continuamente. Il debito pubblico della UE non c’entra nulla: è scoppiato dopo la crisi del 2008. Draghi ha vinto il bluff con i mercati, ma ha diminuito la liquidità disponibile per le banche. Le banche europee quindi sono diventate più “nazionali” (meno crediti intereuropei e più titoli del proprio stato). L’uscita dall’euro potrà avvenire solo contestualmente ad una cambiamento politico [applausi scroscianti].

Bagnai, questa volta scoppiettante, si esercita nella previsione del prezzo della benzina italiana in caso di svalutazione a seguito dell’uscita dall’euro. Facile la dimostrazione delle menzogne degli “euristi”. La migliore battuta: “tutto quello che gli euristi dicono avverrà se si esce dall’euro, è già avvenuto”. Infine si rivolge esplicitamente agli imprenditori presenti in sala per battere cassa a favore dell’Associazione a/simmetrie.

Dibattito finale fra politici moderato da M Giordano. Presenti Fassina, Boghetta, Alemanno, Crosetto, Salvini, IdV. Boghetta (minoranza anti-euro del PRC)  prova a distinguere fra un’”uscita da destra ed un’uscita da sinistra” subito redarguito da Alemanno – che invoca l’unità sul tema per distinguersi solo in seguito – e da Bagnai. Applausi soprattutto per Salvini [si annuncia un successo della Lega a Roma?]

 

I neo-partigiani obamiani dell’euroNO – di Piergiorgio Rosso

bce

 

Tra i diversi punti di vista da cui il confronto fra i fautori di euroSI-euroNO può essere osservato – in Italia, precisiamo – noi ne scegliamo uno che cerca di fare luce sulla funzione che gli euroNO stanno assumendo. Infatti quella degli euroSI ci sembra non necessiti alcun particolare disvelamento, nel senso che essi stessi non dissimulano di voler mantenere le cose come stanno per ottenere le cosiddette “riforme” che sbandierano un giorno si ed un giorno no sui loro giornali (vedi le recenti dichiarazioni di Mario Draghi). Insomma in questo articolo partiamo dall’assunto che sia chiaro a tutti  che queste “riforme” debbano più propriamente definirsi come la sistemazione definitiva del processo di svalutazione interna italiana, con perdita del potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione. Che poi questo non sia solo un obiettivo economico – di competitività e produttività del sistema produttivo – contiamo sia altrettanto chiaro almeno a tutti i lettori di questo blog.

Nei convegni, interviste ed apparizioni TV che sono state organizzate di recente sull’argomento euroSI-euroNO sono invece emersi, a nostro parere, alcuni aspetti – minori ma significativi – del movimento euroNO che meritano di non restare celati dietro la scena principale.

Come crediamo sia noto a chi legge, le dichiarazioni a supporto della tesi euroNO si poggiano in estrema sintesi su due argomentazioni fondamentali, una economica e l’altra giuridica. Gli euroNO contestano – in realtà con validi argomenti teorico-pratici – la razionalità della costruzione di una moneta unica fra paesi con squilibri strutturali di bilancia commerciale/dei pagamenti e contestano altresì la legittimità delle modalità usate per assumere le decisioni che hanno portato alla creazione della moneta unica, sia con riferimento ai Trattati fondativi della UE che alle Costituzioni nazionali, in particolare ovviamente quella italiana. Il Partito Unico dell’€uro (PUD€ nella terminologia degli euroNO) difenderebbe pertanto una posizione incoerente con la scienza economica e traballante sul piano giuridico se non illegittima. L’uscita dall’euro sarebbe invece l’unica iniziativa perfettamente razionale nell’interesse stesso del progetto più vasto dell’Europa Unita che viene difeso dagli euroNO come articolazione della prospettiva dell’Europa dei Popoli, Garanzia della Democrazia e della Pace, Garanzia contro Nazionalismi e Fascismi.

Mettere l’euro contro l’Europa è dunque il primo aspetto da decriptare, perché è evidente che questa posizione apre di fatto la porta di molti ambienti euroSI che vogliono essere garantiti prima di tutto da “populismi” e “nazionalismi” di ritorno. Solo con questa premessa – uscire dall’euro, non significa uscire dalla Unione Europea – si capisce perché un rappresentante del PUD€ come Stefano Fassina, una presenza consolidata alle iniziative euroNO, accetti di recitare il ruolo di chi chiede un po’ di tempo ancora, “vorrebbe ma non può”, di chi è “oberato da responsabilità” che gli euroNO si ostinano a non comprendere. Con il risultato sostanziale, assolutamente cercato da Fassina, di accreditare gli euroNO – ma solo quelli con il bollino blu dell’EuropaSI – come interlocutori se non per il presente almeno per un eventuale futuro prossimo.

Ma forse l’aspetto più significativo della posizione degli euroNO è il riferimento alla Costituzione Italiana: non solo essa viene ipostatizzata e letta tout-court come un programma politico obbligatorio a difesa dei diritti sociali che l’euro invece impedirebbe di realizzare, ma soprattutto come il frutto benedetto arrivato sulle coste siciliane e laziali dall’Atlantico, unica garanzia contro le ricorrenti tentazioni neo-eurofasciste. Il terreno è preparato e basta poco a questo punto per credersi dei novelli partigiani resistenti e combattenti contro BCE e tedeschi  – di nuovo impegnati ad asservire l’Europa – e così preparare lo sbarco degli “alleati” sotto forma di politica monetaria stile-FED e di politica di deficit-spending stile-Amministrazione Obama.

Ed il cerchio dall’euroNO a ObamaSI è chiuso.

Se l’interpretazione del ruolo oggettivo degli euroNO – con bollino blu EuropaSI – nel dibattito politico nazionale che abbiamo cercato di dare fosse corretta, si confermerebbe anche da questo punto di vista come i (sub)dominanti italiani stiano cercando in tutti i modi del personale di ricambio, rispetto a quello di provenienza PCI e sessantottina non più presentabile, da collocare nel ruolo di antagonisti-polari (nel senso lagrassiano del termine).

Aggiungiamo che gli euroNO si rivelano utilissimi in particolare nell’alimentare la distorsione della questione germanica, in merito alla quale – dice G. La Grassa – “… sembra si stia svolgendo una polemica che appare largamente pretestuosa e tale da favorire i veri nemici e artefici della subordinazione europea e soprattutto italica”.

Oltretutto aspettarsi nelle attuali condizioni internazionale lo sbarco FED-americano di “liberazione dall’euro” è criminale –per gli italiani – tanto quanto illusorio, se è vero che “… solo una qualche dose di autonomia può consentire al più forte paese europeo di svolgere la sua funzione di guardiano degli interessi Usa nella nostra area; e simile funzione verrebbe indebolita se esso fosse trattato come l’Italia, poiché gli industriali tedeschi non sono semplici “cotonieri” del tutto interessati ad una subordinazione di complementarietà con il sistema economico-politico statunitense. I gruppi (sub)dominanti tedeschi, insomma, vogliono essere considerati dei “camerieri” di riguardo, meglio detto degli algidi “maggiordomi”.

E ancora: “Se la Germania è tanto prodiga di elogi ad un Letta … non possiamo non capire che il paese teutonico fa da tramite tra gli Usa, che fingono superiorità e distacco, e il servilismo dell’Italia, molto importante per gli statunitensi in funzione delle loro strategie verso sud ed sud-est. Di conseguenza, la polemica verso i germanici non deve mai far dimenticare chi è al vertice del campo internazionale di cui l’Italia sta divenendo uno degli ultimi gradini, mentre nel mondo bipolare essa era uno dei paesi rilevanti di tale campo antagonista di quello impropriamente detto “socialista”.

Questo blog – pur nella sua relativa marginalità – si pone come obiettivo di fase l’ostacolare una piena “regolazione” da parte della potenza ancora dominante – gli USA – e in questo senso assume il sovranismo come orientamento alternativo alla lotta di classe/contraddizione capitale-lavoro. Pur senza rinnegare le vecchie idee e basandosi sul senno-di-poi – che amiamo usare proficuamente – definiamo come reazionario quest’ultimo orientamento nel contesto attuale. Una posizione “resistenziale” euroNO con contestuale auspicio per l’Italia di un nuovo “8 settembre” obamiano è quanto di più lontano da noi possa esserci nello spazio politico nazionale. Senza contare che l’euro probabilmente andrà a schiantarsi da solo.

Egitto: il messaggio del generale Al-Sisi di Piergiorgio Rosso

Avviso

 

[Fonti: Al Ahram, The Egyptian Gazette – Ottobre 2013]

Due messe in scena si sono confrontate il 6 ottobre scorso a Il Cairo in Egitto, in occasione della commemorazione della vittoria su Israele nella guerra del 1973. Da una parte mega cartelloni in Piazza Tahrir ed in altre piazze dell’Egitto, invocanti al patriottismo, dall’altra grandi manifestazione di fedeltà alla Fratellanza Musulmana (FM). L’intento evidente della FM era di impedire il pacifico svolgersi delle manifestazioni ufficiali e contestualmente mandare un messaggio a tutte le cancellerie estere: nessuna pacificazione era possibile se non attraverso nuove elezioni.

Il prezzo pagato dalla FM per questi obiettivi è stato elevato: 55 giovani uccisi negli scontri, 300 feriti e 500 arrestati. Ma l’obiettivo centrale, entrare in Piazza Tahrir con quattro cortei provenienti da varie parti della città, è stato mancato. Le forze di sicurezza hanno ingaggiato i dimostranti con forza e determinazione per impedire la loro entrata nella piazza, dove, in caso contrario – è il parere di tutti gli osservatori – sarebbero avvenuti scontri ancora più sanguinosi fra i militanti di FM e coloro che presidiavano la piazza “ufficiale”.

La sconfitta politica sofferta dalla FM in piazza il 6 ottobre mette in ulteriore difficoltà la sua leadership interna oggi costituita dalle seconde e terze linee della gerarchia interna, che mancano di esperienza e acume politico, accentuando l’influenza che su di essa gioca la gerarchia “internazionale” esterna e segnatamente i nuovi gruppi armati che operano nel Sinai. Questa accentuata influenza delle centrali internazionali dell’islamismo politico a sua volta giustifica la retorica del regime militare, che tratta il confronto con la FM come un problema di “lotta al terrorismo” e non di “democrazia” interna.

D’altronde è un fatto che le celebrazioni del 6 ottobre in Piazza Tahrir sono state un successo pieno per il Ministro della Difesa, Generale Al-Sisi, – l’unica autorità ufficiale a prendere la parola – i cui ritratti erano presenti ovunque in mezzo alle bandiere nazionali. Non solo: per la prima volta era presente in piazza la vedova di Sadat seduta insieme a numerose delegazioni ufficiali di altri paesi arabi. Un altro messaggio chiaro che Al-Sisi non ha mancato di sottolineare nel suo discorso: “il 6 ottobre è un giorno di vittoria per tutti gli arabi”. Insomma un’atmosfera del tutto diversa dalle celebrazioni del 2012, dominate dagli islamisti, fra cui anche esponenti della Jihad Egiziana responsabile dell’assassinio di Anwar Al-Sadat.

Per alcuni osservatori la sconfitta della FM va al di là della gestione fallimentare degli scontri di piazza: non essere riusciti ad impedire la commemorazione della Vittoria, sarebbe una sconfitta strategica alienando alla FM ogni possibilità di giocare un ruolo nazionale in futuro nella sfera politica egiziana se non addirittura posizionandola nella “trincea del nemico”.

Così sembra di poter dire che il generale Al-Sisi abbia giocato e vinto una partita importante per la stabilità del governo provvisorio e per il suo destino personale, tanto che molti scommettono sulla sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali (che il governo provvisorio deve ancora fissare). Intenso è stato anche il suo attivismo sul fronte mediatico nelle ultime settimane, fra cui va annoverata un’intervista ad un quotidiano nazionale in cui pur non chiarendo le sue intenzioni personali ha sostenuto che “i militari sanno bene che non devono gestire direttamente la scena politica; il potere deve rimanere nelle mani di un governo e di una presidenza civile, come condizione per uscire da ogni crisi”.

Se dunque sul fronte interno il regime militare sembra godere di una relativa stabilità, molto più turbolenta è la situazione sul fronte delle relazioni con gli USA. La recente decisione di Washington di “sospendere” una parte degli aiuti economici e militari è stata chiaramente connessa dall’Amministrazione USA alle più generali pressioni della stessa per accelerare la roadmap verso elezioni libere ed un nuovo un governo civile. La replica ufficiale egiziana è stata di forte critica nei confronti di una decisione giudicata strana ed incomprensibile se inserita nella difficile fase di “guerra al terrorismo” che l’Egitto – secondo il governo provvisorio – sta attraversando.

A noi però interessa qui verificare se il disaccordo rappresenti solo una normale schermaglia oppure sia specchio di un vero e proprio disallineamento fra le direzioni strategiche di due governi finora alleati.

A questo proposito due questioni non hanno ricevuto l’attenzione che secondo noi meritano. Le attività terroristiche in Egitto negli ultimi tempi sono andate molto al di là dei confini della lotta tribale nel Sinai, dove – per varie ragioni – è stata finora tollerata da tutte le patti in campo. Ci sono segnali concreti di legami fra le attività di lotta armata nel Sinai con quelle nel Sahel a ovest e in Somalia a sud-est. Contrastare questi legami richiede un livello di cooperazione internazionale simile a quello messo in campo da USA, Russia ed Iran per la recente crisi delle “armi chimiche” in Siria.

A proposito della Siria – ed è il secondo episodio significativo – l’Egitto, in una riunione fra ministri degli esteri di paesi arabi tenutasi prima della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che doveva discutere della possibile missione militare USA, si è espresso contro una dichiarazione che desse il via libera ad attacchi USA di qualsiasi natura.

Se dunque da una parte lo strumento della “lotta al terrorismo” usato sul fronte estero potrebbe costituire per l’Egitto la chiave per costruire una posizione di minor dipendenza dagli USA, dall’altra, quando lo stesso strumento fosse usato sul fronte interno, potrebbe permettere il consolidarsi di una nuova elite egiziana “nazionale” che otterrebbe anche il consenso degli islamisti moderati, una volta disconnessi da qualsiasi legame con l’islam rivoluzionario internazionale.

Come ha detto il Generale Al-Sisi il 6 ottobre in Piazza Tahrir, con parole semplici e dirette che hanno colpito profondamente gli egiziani:” L’Egitto non dimenticherà mai chi stava da una parte e chi stava dall’altra”. A chi fossero dirette queste parole era chiaro a tutti dentro e fuori l’Egitto.

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