La strategia della Nato

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Ritagli di Giornale – 05.07.2016

Sul Sole 24 ore del 04.07.2016 Paolo Migliavacca parla del prossimo vertice biennale dei ministri della Difesa della Nato che si terrà a Varsavia l’8 e il 9 luglio. L’incontro sarà incentrato, ovviamente, sulle strategie da tenere nelle due “scacchiere” decisive: quella orientale – che ruoterebbe intorno al binomio deterrenza-dialogo, nel confronto apertosi con la Russia sulla crisi ucraina, iniziata oltre due anni or sono – e quella meridionale – incentrata sui problemi posti dal terrorismo islamico, la guerra civile siriana e la conseguente crisi migratoria, riguardo ai quali sono forti le  richieste nei confronti della  Nato perché intervenga ad assicurare stabilità. Migliavacca definisce, però, letteralmente <<aspetti forse poco “strategici”>> tutti quelli riguardanti l’area “meridionale”. Considerando soprattutto il grande rilievo, che risulta abbastanza comprensibile,  dato ai recenti attentati,  attribuiti all’Isis, dagli organi di informazione e dai vari mass media questa frase sembrerebbe di difficile lettura. Tra l’altro viene ricordato dall’autore che Italia e Turchia nutrono grande preoccupazione per le possibili estensioni delle iniziative  terroristiche in Paesi come Iraq, Egitto e Libia e per questo chiedono anche azioni tese a

<< rafforzare quelli ancora poco coinvolti (Tunisia) o indenni (Giordania), il cui sovrano, non a caso, sarà presente a Varsavia come ospite d’onore>>.

Nonostante questo sembra accertato che le preoccupazioni maggiori dell’Alleanza e le decisioni più importanti del prossimo vertice riguarderanno i rapporti con la Russia. Secondo Migliavacca sulla base degli “accordi di Minsk”, risalenti ad oltre un anno fa, diversi paesi membri proporranno, infatti, di portare avanti l’ipotesi a suo tempo ventilata della

<<creazione di uno Stato federale decentrato, un’ampia autonomia per i distretti filo-russi, che dovrebbero rinunciare alla secessione, e la ritrovata unità statuale sotto il governo di Kiev. In realtà, entrambe le parti attendono che sia il “nemico” a fare la prima mossa e ciò ha portato al mero congelamento dello status quo raggiunto sul campo e a una guerra strisciante “a bassa intensità”. Intanto gran parte dell’Europa occidentale spera che la soluzione (finora vana) del conflitto fermi le sanzioni economiche comminate alla Russia, che pesano duramente sui bilanci europei (tra 40 e 50 miliardi di euro), ma quasi nulla su quelli Usa (circa un miliardo)>>.

Gli Stati Uniti, questo lo aggiungo io, probabilmente sosterranno le richieste di parte dell’Europa centro-orientale (soprattutto la Polonia e i Paesi baltici) che

<<chiedono da tempo la creazione di basi militari permanenti sul loro territorio, in cui la Nato schieri truppe e mezzi aero-terrestri sempre più numerosi. L’Alleanza ha in parte accolto questa domanda organizzando, in base al “Readiness Action Plan” del 2014, esercitazioni militari sempre più vaste e frequenti, presenti anche forze della neutrale Svezia, l’ultima delle quali, denominata “Anaconda 16” e svoltasi poco più di un mese fa in Polonia e Lituania, con il coinvolgimento di 31mila uomini provenienti da 24 Paesi diversi (Italia compresa), è stata la più grande mai effettuata dalla Nato>>.

Come non bastasse, a dispetto dell’ Atto costitutivo dei rapporti Nato-Russia del 1997, è probabile che venga deciso di far  stazionare  un battaglione multinazionale (circa 500 uomini) dell’Alleanza, a rotazione, in ognuno dei Paesi confinanti con la Russia. La partita decisiva, poi, come osserva l’autore dell’articolo, si muove attorno al

<<nuovo sistema di difesa anti-missili a cui la Nato lavora alacremente da anni [e che] è  in pieno dispiegamento. Il 13 maggio il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha inaugurato a Desevelu, in Romania, la prima base operativa e il giorno dopo a Radzikowo, in Polonia, ha avviato i lavori per la seconda, che sarà completata entro un biennio>>.

La Russia a questo proposito, da sempre, si appella al trattato che vieta a Mosca e Washington di detenere missili nucleari a raggio intermedio e soprattutto protesta per le dichiarazioni che suonano a dir poco fasulle degli Usa

<<secondo cui il nuovo sistema serve solo a difendere Stati Uniti e alleati europei dai missili dell’Iran e della Corea del Nord. Il primo Paese, infatti, è impegnato in una fase di grande apertura all’Occidente, dopo l’accordo raggiunto un anno fa sul controllo delle sue attività nucleari civili, e non pare aver motivo e interesse per minacciare l’Europa. E prima che la Corea del Nord sia in grado di metterci nel suo mirino potrebbero passare altri venti o trent’anni>>.

L’ipotesi più gettonata è che a questo punto la Russia decida di muoversi avanzando verso ovest altri sistemi missilistici Iskander (con una portata di 500 chilometri), in grado di minacciare dall’enclave russa di Kaliningrad tutta la Polonia, i Paesi baltici e buona parte della Svezia. A questo punto la tensione tra gli Stati Uniti – che manovrano la Nato e gli alleati come un  burattinaio – e la Russia aumenterebbe fortemente e potrebbe portare ad una spinta in direzione del rafforzamento degli armamenti convenzionali e ad una radicale rimessa in discussione del trattato INF (1). Come probabile conseguenza si può ipotizzare che la situazione di stallo che sembrava si fosse instaurata in Ucraina, in questa nuova situazione, difficilmente potrebbe continuare a mantenersi.

(1)Il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) venne siglato a Washington DC l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, a seguito del vertice di Reykjavík (11 ottobre 1986) tenutosi tra i due Capi di Stato di USA e URSS. Il trattato pose fine alla vicenda degli euromissili, ovvero missili nucleari a raggio intermedio installati da USA e URSS sul territorio europeo: prima, gli SS-20 sovietici e, in seguito alla cosiddetta doppia decisione della NATO del 1979, i missili americani IRBM Pershing-2 e quelli cruise da crociera BGM-109 Tomahawk. (Da Wikipedia)

 

 

Scenari di dominazione

il ratto d'europa

il ratto d'europaL’Ue è un prodotto statunitense. A raccontarlo sono stati gli stessi americani, con l’onestà che solo i padroni possono permettersi, senza che qualcuno in Europa si sia premurato di smentirli per salvare almeno la faccia. Abbiamo già riportato le affermazioni di studiosi come Joshua Paul, ricercatore della Georgetown University, e di Morris Mottale, professore di scienze politiche della Franklin University. Entrambi, basandosi su una documentazione precisa, tanto ufficiale che riservata, hanno dimostrato la subordinazione di Bruxelles alla superpotenza Atlantica, sin dagli esordi, cioè dalla creazione delle prime forme di mercato unico europeo, modellate sugli interessi strategici della Casa Bianca. L’Unione Europea attuale non è altro che l’evoluzione di questa atavica sudditanza, ormai giunta al suo livello di massimo compimento, approfonditasi con l’unificazione tedesca del 1989 e la dissoluzione del blocco sovietico dei primi anni ‘90. Per tali motivazioni, come ha spiegato recentemente La Grassa, il nostro antieuropeismo è solo l’anticamera di un più determinante antiamericanismo politico (e non di certo culturale). L’uscita dall’Unione, e quella dall’euro, sono passi importanti ma non definitivi per affrancarsi dal giogo a stelle e strisce perché la presenza delle basi Nato in tutto il Continente garantisce comunque agli Usa il controllo della situazione. Lo afferma esplicitamente Mottale il quale, per esempio, non vede nel TTIP un mezzo di ulteriore estensione del potere americano in Europa poiché, come detto, lo stesso è già garantito dagli insediamenti militari Usa in tutti i paesi dell’Unione. Chi, invece, calca troppo la mano sulle questioni secondarie, economiche e giuridiche, ignorando i concreti rapporti di forza geopolitici, finisce per fare il gioco dei dominatori, più o meno in buona fede. Gli esorbitanti attacchi contro Berlino, da parte della classe politica e intellettuale europea, hanno questo scopo di copertura delle reali relazioni di dipendenza imposte dagli statunitensi ad ogni membro della famiglia continentale. Non che i tedeschi intendano rompere con gli americani (anche se alcuni gruppi decisori gradirebbero seguire una via di maggiore indipendenza) ma quest’ultimi vogliono spegnere sul nascere qualsiasi tendenza contraria al loro volere. Per farlo alimentano paure immotivate e pericoli esterni inesistenti ma resi materiali da attentati sparsi e sgozzamenti vari. Nel frattempo proseguono nella militarizzazione dei confini orientali dell’Europa portando loro forze d’intervento rapido e introducendo sistemi  antimissile in funzione antirussa. Questa azione aggressiva, portata innanzi soprattutto dai democratici d’oltreatlantico, non trova unanimi tutti gli strateghi statunitensi. Per esempio, Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale ed ex segretario di Stato ai tempi di Nixon e di Ford, nonché fautore dello storico ripensamento delle relazioni sino-americane, in funzione anti-Urss negli anni ’70, considera il testa a testa con Mosca eccessivamente spregiudicato in quest’epoca di rifacimento degli equilibri internazionali. C’è il rischio concreto che la fretta di Washington nel voler risolvere il dossier russo aggravi la crisi egemonica americana favorendo il riavvicinamento tra il Cremlino e Pechino, i quali tradizionalmente diffidano uno dell’altra. Secondo Kissinger sarebbe meglio non spingere l’acceleratore su dissidi che, momentaneamente, potrebbero essere contenuti meno platealmente, data la superiorità degli Usa rispetto ai potenziali competitori, agendo più d’astuzia che di forza. Per ora gli avvenimenti vanno in direzione opposta. Resta da capire quello che farà l’Europa. E’ evidente che gli Usa considerano l’Ue il loro fronte più avanzato, la linea maginot dove bloccare preventivamente gli attacchi al loro potere da parte di sfidanti agguerriti. Il Vecchio Continente diventerà campo di battaglia passivo di dispute geopolitiche che lo priveranno di ogni iniziativa. Un tragico destino che andrebbe scongiurato da nuovi gruppi dirigenti chiamati a spazzare via quelli servili attualmente in sella, attraverso la ricostruzione della sovranità europea, l’espulsione dei nemici stranieri e la creazione di alleanze mondiali atte a favorire il multipolarismo.

ANTIEUROPEISMO, BATTISTRADA DELL’ANTIAMERICANISMO, di GLG

direttive_europee

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Pregherei gli “amici” (non quelli di FB, quelli veri) di non cominciare a scrivere nei termini di quel fetido personaggio che è BHL, un venduto ai poteri forti (americani) assieme a quasi tutti gli “ultrarivoluzionari” del ’68. Non accetto che si parli di coloro che hanno votato la brexit come di xenofobi, di razzisti, di populisti e altri insulti che, per chi li usa, vorrebbero essere i più infamanti. Mentre per me quelli peggiori sono servi, venduti, lacchè, vermi striscianti di fronte agli Usa. Cari “amici”, per favore, non fatemeli usare a vostro proposito. E potrei anche usare il peggiore di tutti: appartenenti a quella congrega di mascalzoni rappresentata dalla sedicente “sinistra antifascista”, quella che ha osato coniare il termine di “liberazione” per l’evento del 25 aprile ’45, quando si è trattato della peggiore invasione da noi subita; non di due anni come la tedesca, ma di 70 anni e che dura ancora! Gli americani entravano nelle nostre città al centro-nord buttando caramelle ai bambini, dopo aver trucidato in Sicilia molti nostri soldati (arresisi e del tutto indifesi) subito dopo l’occupazione del ’43.

La UE non ha nulla a che vedere con l’Europa e la sua cultura e tradizioni (del resto assai diverse da paese a paese, pur se con alcuni elementi comuni in date aree). E’ dal 2000 che Joshua Paul, ricercatore universitario Usa, ha rivelato inoppugnabili documenti da cui risulta l’infame servilismo (e svendita degli interessi europei) dei sedicenti “padri dell’Europa unita”. Tutti i principali governanti dei paesi europei (salvo De Gaulle, non a caso trattato da reazionario e nemico n. 1 da parte delle infami “sinistre antifasciste”, cui ammetto di aver dato credito, ma non oltre gli anni ’80) erano finanziati (pagati) dagli Stati Uniti per portare avanti quel progetto di unione europea che rappresentava il perfezionamento dell’occupazione dopo la creazione della Nato.

Detto questo, io non sono per la semplice uscita dall’Europa. Ad es. la “brexit” – se ne può essere sicuri – non muterà in nulla il ruolo dell’Inghilterra quale “suddito”, e spesso sicario (come ad es. nel caso dell’aggressione alla Libia), degli Stati Uniti. Invece è proprio la “liberazione” dall’invasore americano che dovrebbe essere l’obiettivo primario di forze, tuttora inesistenti, che andrebbero allora appoggiate toto corde; e senza più stupide discussioni sull’etichetta da appiccicare loro: destra oppure sinistra? Chi se ne frega, l’importante è la deamericanizzazione dell’Europa. Chi perseguisse tale obiettivo andrebbe seguito, chi esita in proposito o si mostra addirittura favorevole agli Usa deve essere rifiutato e combattuto. E oggi, inutile avere ancora perplessità in proposito, la maggioranza dei “sinistri antifascisti” è costituita dai più vili servitori di quel paese.

E allora apriamo anche un altro discorso, peraltro fatto ormai più volte. Chi urla contro l’Unione europea e si batte per l’uscita da essa, non sempre desta molta convinzione circa la sua serietà d’intenti. Infatti, quasi tutti gli euroscettici continuano a pompare polemiche contro la Germania per la sua volontà di predominio in Europa. Adesso, tutto sommato, quale aiutino a tali ambigui ambienti antieuropeisti (in realtà antitedeschi) giungono pure i giudizi del FMI (a prevalente influenza americana) e di altri organismi finanziari statunitensi. I peggiori rischi sistemici per la finanza internazionale sono creati dalla Deutsche Bank e dalla compagnia assicurativa Allianz. Non dico che non sia così dal punto di vista economico, poiché non sono in grado di nulla obiettare a simili giudizi; non conosco certo la situazione delle banche e assicurazioni tedesche. Il problema è però diverso in senso politico; e qui si possono fare alcune più precise annotazioni.

Sembra indubbio che – a parte pochi ambiti governativi della Germania, in genere collegati alla “sinistra”, ai socialdemocratici – i vertici politici del paese siano in questo momento abbastanza subordinati agli Stati Uniti. Ci sono state alcune decisioni non in consonanza con la Nato (basti pensare all’aggressione alla Libia, cui la Germania non partecipò) ma, nell’insieme, la sensazione è che la Merkel persegua finalità non contrastanti con quelle statunitensi e solo tese ad essere, come detto spesso, il “maggiordomo” fra i servitori del paese d’oltreatlantico. Allora, da questo punto di vista, non si può non essere che critici nei confronti della politica (estera) teutonica. Tuttavia, se si sostiene che è la Germania il nostro peggiore nemico, ci comportiamo come ottusi soldati che protestano contro caporali e marescialli, non avendo invece nulla da obiettare nei confronti di colonnelli e generali. E allora la polemica antitedesca degli euroscettici assume altri connotati: non indipendenza vera dell’Europa, ma solo tentativo di porsi in migliore rapporto di sudditanza verso gli Stati Uniti, cercando di avocare a sé quei maggiori vantaggi, derivanti dal servaggio, di cui oggi godrebbe la Germania.

Anche in Italia non si vedono affatto tra gli euroscettici organizzazioni effettivamente decise a liberarsi della sudditanza nei confronti degli Usa. Malgrado certi viaggi di Salvini in Russia, non mi sembra che la Lega abbia effettivi intendimenti autonomistici. Peggio ancora la Meloni e FdI. Per non parlare dei pentastellati che hanno oggi abbandonato perfino l’intenzione di uscire dalla UE. A questo punto, non bisogna dare alcuna credibilità a chi non ha il coraggio di dichiarare che il nostro nemico n. 1 sono gli Stati Uniti. Tenuto conto della settantennale servitù italiana, si comprende bene che ogni posizione effettivamente antiamericana crea rischi grossi per chi se ne fa promotore. Tuttavia, non si può attendere ancora. Quindi, ormai il problema è relativamente semplice: chi si dichiara antiamericano va preso in considerazione, chi tergiversa in proposito – o, appunto, si sfoga con l’antigermanesimo – va combattuto anche se manifesta sentimenti antieuropeisti. L’antieuropeismo, insomma, non può essere altro che il battistrada dell’antiamericanismo. Basta infingimenti e capriole.

Nuovo secolo americano, solita sottomissione europea

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us-lgflagMentre l’Ue si incarta sul Brexit, ai suoi confini le grandi potenze, insensibili alla kantiana pace perpetua, perpetuamente mostrano i muscoli per avere ragione sui nemici. L’uso della forza, in queste aree contese, è un’opzione concreta (e praticata) per modificare le sfere d’influenza, penetrare negli spazi d’instabilità e affermare il proprio predominio indiscusso.
E questo è solo un assaggio ed un passaggio dei futuri conflitti su grande scala che si avranno con l’ingresso nel più accentuato multipolarismo e poi nell’epoca policentrica.
Bruxelles viene trascinata dalla Nato in tali scenari caotici come gregaria obbediente, impotente e priva di prospettive.
L’Unione si adegua alle scelte americane accollandosi gli effetti collaterali delle azioni spregiudicate della Casa Bianca che fa i suoi interessi spacciandoli per sicurezza collettiva.
Parliamo, soprattutto, (ma non solo) della regione del Mar Nero dove le scosse geopolitiche in aumento rischiano d’innescare terremoti sparsi, aprendo pericolose linee di faglia nelle zone interne della stessa comunità europea, in cui basta una piccola scintilla per incendiare tutta la prateria. I nodi verranno al pettine con o senza il balsamo delle buone intenzioni dei nostri politicanti pacifisti con i forti e guerrafondai con i deboli.
I segnali lanciati da queste situazioni complicate aumentano quotidianamente ma i burosauri che ci governano badano solo a truccare le carte per conservare un misero potere subordinato ai diktat atlantici.
Eppure non passeranno secoli per scoprire che le isterie collettive alimentate ad arte nei paesi baltici o in quelli balcanici, dalla minaccia di un improbabile revanscismo russo, erano solo un pretesto per ingabbiare e sottomettere l’Ue da parte statunitense.
Una sezione dell’establishment tedesco sta lanciando l’allarme ma il resto della compagnia finge di non sentire o, persino, giunge a negare l’evidenza per coprire il suo padrone. Del resto, in Europa sono tutti convinti che la trazione tedesca ci porterà al Reich “miliardario” e che occorra bilanciare lo strapotere finanziario dei crucchi con la (lunga) mano militare degli yankees. Sarà la nostra rovina.
Tanto il ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier che alcuni giornalisti come Theo Sommer hanno provato a mettere in discussione la russofobia preconfezionata con la quale l’Alleanza atlantica giustifica le sue provocazioni contro il Cremlino, per allargarsi ad est. Tintinnio di sciabole, dice Steinmeier, al quale i russi non possono rimanere indifferenti.
La reazione dei filo-americani all’ “insinuazione” teutonica è stata rabbiosa, tanto in patria che fuori. Agenti di Putin li hanno stigmatizzati, a maggior ragione perché i due hanno chiesto di chiudere il contenzioso con Putin accettando l’annessione della Crimea che, come ha scritto Sommer, per storia e logica strategica, appartiene da sempre ai russi.
In fondo, se i pagliacci di Kiev non fossero arrivati al punto di rinnegare il trattato per la base di Sebastopoli ora la penisola sarebbe ancora in Ucraina e quest’ultima non piangerebbe miseria grazie ai 40 miliardi di dollari promessi dai vicini per l’estensione del contratto.
Ma chi ha voluto mettere Putin all’angolo cercava proprio questa rottura (quasi) insanabile.
Adesso che il dado è tratto la violenza deve essere messa in conto e non si possono accusare i russi di averla praticata unilateralmente e irragionevolmente. Piuttosto, l’Europa dovrebbe attrezzarsi in tal senso per non essere presa in contropiede dai prossimi avvenimenti.
Gli equilibri sono stati spezzati e la crescente militarizzazione che caratterizza il Mar nero ne è la conseguenza più evidente. I focolai di scontro frontale non resteranno nemmeno confinati qui, perché la scacchiera mondiale non è a compartimenti stagni. Le azioni in un quadrante geopolitico scatenano reazioni e sbilanciamenti in un altro, in assenza di un unico centro regolatore capace di dosare i rapporti di forza reciproci. Gli scenari, dunque, s’intersecano accendendo dispute differenziate in ogni angolo del pianeta. Di fatti, le grane si moltiplicano ovunque e vorticosamente sotto gli occhi disorientati dei propugnatori della stabilità e della pace ad ogni costo e a poco prezzo: Medio-Oriente, Mediterraneo, Caucaso e altri teatri, anche infra-europei, che qualcuno credeva definitivamente stabilizzati dopo le guerre fratricide del recente passato. Non è ancora la terza guerra mondiale (e non è detto che ci si arrivi) ma l’aumento della conflittualità per l’egemonia globale e regionale è visibile a chiunque abbia occhi per vedere. Non ci si illuda, pertanto, di poter risolvere le dispute internazionali con la sola diplomazia perché il clima è cambiato. Gli Stati Uniti sono ancora i più temuti ma non hanno più l’energia sufficiente per essere “eccezionali” e risolvere le cose a modo loro. A causa di ciò la Storia è tornata ad essere ribollente e a secernere contrasti diffusi che non trovano camere di compensazione come certi organismi sovranazionali ormai anacronistici (vedi l’ONU o l’OSCE)
Come affermano gli studiosi del RIA (Russian International affairs council): “La crisi ucraina ha messo in evidenza la dimensione strategica del ‘vicinato condiviso’ (Moldavia, Ucraina, Armenia e Georgia) per l’UE e la NATO, da un lato, e per la Federazione russa, dall’altro… In risposta alla crisi ucraina, Romania, Polonia, Lituania e Lettonia hanno già annunciato l’intenzione di aumentare il loro budget per la difesa”. Gli Usa, che temono di perdere la supremazia mondiale, insidiati soprattutto da Mosca, si riversano in Europa per respingere il nemico russo e spegnere le sue aspettative di recupero egemonico. Essi temono che russi ed europei possano stringere patti alle loro spalle per ricacciarli sulla loro sponda dell’Atlantico. Sarebbe il canto del cigno del loro destino manifesto. Ma imbrigliando l’Europa, inimicandole la Russia ed estendendo la presenza militare della Nato ai suoi margini orientali contano di riorganizzarsi per evitarlo. Il new american century corrisponderà ad un secolo di tragica sottomissione europea.

Quel povero fesso del popolo

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direttive_europeeDio saluti la Regina. O no? Dubitavo che il “leave” avrebbe avuto la meglio nel referendum britannico sull’UE. Invece, è successo, nonostante l’omicidio di un deputato filo-europeo, in un momento topico della campagna referendaria, e lo stillicidio di dichiarazioni apocalittiche di quanti prefiguravano il diluvio universale, con l’uscita di Londra dall’Unione, al fine di influenzare il voto. Si chiama terrorismo psicologico, ingrediente che non difetta mai in nessun regime politico.
Tuttavia, ho scritto chiaramente che l’exit della Gran Bretagna non muterà di tanto i rapporti di forza in Europa perché questi sono dettati dalla Nato e dal Washington Consensus, fattori dirimenti per i destini continentali. Londra continua ad essere membro dell’Alleanza Atlantica e interlocutore privilegiato della Casa Bianca. Quest’ultima ha già ribadito che intende essere partner (cioè padrona) strategica di entrambe le parti, garantendo il riavvicinamento delle posizioni e la rinegoziazione delle relazioni per il bene della sicurezza globale, ovviamente coincidente col suo predominio assoluto.
Gli Usa assicurano “che la transizione avverrà nella maniera più consona” a dimostrazione del vincolo esterno che condiziona la capacità decisionale di Bruxelles. L’Ue è un’associazione di membri a scarsa sovranità internazionale, incapace di proteggere le proprie prerogative unitarie sullo scacchiere mondiale, la quale prende decisioni sulla testa dei suoi cittadini contro gli stessi interessi concreti delle varie comunità che la formano.
Il punto principale da mettere in evidenza è proprio questo e riguarda non tanto il fallimento dell’Europa come Istituzione ma quello della stessa democrazia liberale, di matrice statunitense, che è il miglior involucro della tirannia attuale, avente come vertice apicale l’Amministrazione americana, in quanto forma di soggiogamento dei popoli per via elettorale. Scrive La Grassa (e come dargli torto): “La democrazia …è un semplice e schematico sondaggio d’opinione, in cui si tratta solitamente di rispondere sì o no a poche semplici domande su questioni che tutto toccano salvo il reale potere dei grandi centri strategici, che si battono tra loro con ben altri mezzi e massima incisività (magari anche con il metodo dell’assassinio se occorre). Non è un caso che l’opinione “pubblica” muti d’accento con una certa facilità e frequenza; ne vengono premiati ora questi ora quelli fra i cosiddetti partiti, vere accozzaglie informi dirette da manigoldi, che rappresentano la copertura e la maschera “pubblicitaria” dei suddetti centri strategici, i reali poteri da cui si irradiano poi le principali decisioni, molto spesso ignote al “popolo” o comunque assai differenti da quelle su cui si era svolto il sondaggio. Non vi è dubbio che una simile “democrazia” presenta alcuni svantaggi in fatto di celerità ed efficacia delle decisioni, poiché a volte bisogna avvolgere queste ultime in una “bella confezione” in grado di meglio ingannare, compiacendo, i cittadini elettori”
Le oligarchie che ci (s)governano ad ogni livello hanno sempre il modo per aggirare le scelte popolari che, in ultima analisi, non devono discostarsi dall’immagine del mondo da loro proiettata ed edificata. Il popolo non decide un bel nulla benché gli si faccia credere il contrario e lo si porti in palmo di mano. Quando Napolitano o Monti affermano che su determinate materie l’elettorato non dovrebbe essere coinvolto aprono uno squarcio sul velo d’ipocrisia del teatro democratico, dove va in scena la libertà di tutti ma sotto la regia dispotica di alcuni gruppi decisori e dei loro lacchè. Infatti, come accaduto in Grecia, dove, l’esito delle consultazioni antieuropeistiche è stato ignorato, lo stesso avverrà, grosso modo, in Gran Bretagna, ricorrendo a qualche astuzia più raffinata, trattandosi di uno stato semi-centrale, di una certa importanza geopolitica, che non può essere trattato da paria. I demoni della demoniocrazia sono già all’opera. Il referendum sul Brexit è solo consultivo, nonostante l’ esorbitante significato politico di cui è stato caricato da Cameron e soci (che ci hanno rimesso le penne). Ora il Parlamento dovrà ratificare la decisione e non è detto lo faccia, anche a costo di sommosse di piazza e ulteriori fratture sociali. I Greci sono stati già bastonati per la loro impudenza e messi definitivamente a tacere. E’ difficile che con i sudditi di sua maestà si proceda con i medesimi sistemi sbrigativi, tuttavia, l’ostacolo potrebbe essere ugualmente scansato senza grandi problemi. Per esempio, ricorrendo ad un altro referendum (che seguirebbe alla mancata ratifica dei deputati, come già paventato da esponenti del Governo). Si vota ad nauseam, finché la democrazia non l’avrà vinta. Oppure, ricorrendo ad un trattato bilaterale tra Ue e GB che modifichi superficialmente la situazione lasciando immutati i capisaldi che hanno tenuto Londra (con molte eccezioni, come quella della non adesione alla moneta unica) dentro la comunità europea ancora ieri. Passato dalle urne l’elettorato, gabbato “lo popolo”.
Chi crede ancora che per via elettorale è possibile cambiare il sistema? I servi del sistema e un unico povero fesso, il popolo.

IL POPOLO NON DECIDE UN BEL NULLA, di GLG

europa

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Da Il Giornale 1

Dal Il Giornale 2

Riporto solo questi due articoli perché mi servono per iniziare il ragionamento. Innanzitutto, la “democrazia” del voto può essere aggirata perché il Parlamento inglese, per due terzi contrario all’uscita, magari non ratifica la decisione con effetti difficilmente prevedibili al momento; perfino un altro referendum. Poi, mi sembra nobile l’articolo di Foa, ma stavolta troppo entusiasta e troppo “democratico” e “liberale”. Cerchiamo di mantenere una qualche freddezza. Non si può dire “il popolo ha deciso” quando, con quasi il 30% di astensione, il 51,9% decide in un senso e il 48,1% in senso opposto. Il popolo è diviso a metà. Inoltre, hanno votato per non uscire, e con maggioranze consistenti, Scozia, Irlanda del nord e soprattutto Londra, che non è proprio una semplice grande città. Soprattutto, cercate di afferrare bene il discorso: sarebbe bastato lo spostamento del 2,2% dei voti dall’exit al remain, e si sarebbe gridato che il popolo ha deciso di rimanere. Ci si rende conto dell’assurdità dell’assunto? Il popolo non ha deciso un CA Z2 O.

Vedrete cosa non s’inventeranno per non addivenire ad alcuna decisione contraria a ciò che vogliono gli europeisti. E chi sono questi imbroglioni che così si definiscono? Sono strapagati dagli Usa, sono degli aperti traditori che da 70 anni (non gli stessi evidentemente, ma tutti egualmente pagati dallo stesso padrone) continuano a tenerci sotto il tallone di questo paese di aggressori e di prepotenti impuniti. Simili “europeisti” dovrebbero essere presi, processati e condannati per alto tradimento. Invece, continuano ad imperversare; e non ci sarà alcun voto sedicente popolare, cioè della metà di una popolazione, che li scalzerà dalla loro posizione. Ma nemmeno se all’improvviso votasse contro di loro il 70 o 80% del popolo, si otterrebbe un qualche risultato. Occorre la presa del potere, e cominciando da alcuni paesi (non da tutti, impossibile), di chi sia in grado di sbatterli giù dalle loro poltrone, imprigionarne un certo numero da sottoporre a processo e condanna esemplare. A cominciare da quelli italiani, fra i peggiori in circolazione ascoltando le loro odierne dichiarazioni aberranti. Del resto, se uno si ricorda i nomi degli italiani “padri dell’Europa”, sa bene con chi abbiamo a che fare e che cosa si meritano i loro successori.

Ho ascoltato parte della conferenza stampa della Le Pen. Comprensibile che dica quello che ha detto, tenuto conto del fatto che guida un partito nella miserabile situazione in cui versa l’Europa, cui la Francia, in specie dopo De Gaulle, si è dovuta piegare. Spero tuttavia che non pensi ciò che ha detto. Il voto in Inghilterra (lo ripeto: 51,9 da una parte e 48,1 dall’altra) non è, in sé e per sé, una svolta storica. Lo sarà se infine si irrobustiranno movimenti sempre più decisi a farla finita con la UE e con gli “europeisti” servi degli Stati Uniti. Non basta però il voto di ieri, con quel che adesso seguirà per snaturarlo. Occorreranno momenti drammatici che infine arriveranno. Solo gli economisti, perfetti imbecilli, pensano che questa crisi, iniziata da alcuni anni, sia risolvibile. Non è semplicemente economica. Si andrà al multipolarismo e poi al policentrismo conflittuale acuto con tutti i drammi che ciò comporterà (anche se immagino assai diversi da quelli del XX secolo). Ed è lì che si dimostrerà la stoffa di movimenti come quelli della Le Pen. Niente trionfalismi per il voto di ieri; preparazione delle forche per gli europeisti traditori dei vari paesi europei. Una preparazione politica, s’intende, che richiede tempo e attacco frontale al liberalismo e alla democrazia “all’americana”, quella del voto; quella per cui se il 50,1% dei voti va ad una decisione, si afferma che il popolo ha deciso in quel modo. No, alla fine dovranno decidere quelli che sapranno mettere i traditori in galera (come minimo e in attesa di processo). Punto e basta. Scusate la sincerità un po’ acida.

VOGLIAMO SMETTERLA CON LE CHIACCHIERE INSULSE?, di GLG

gianfranco

Articolo qui

anche Micalessin fa acqua. Lasciamo perdere il fatto che vi sono almeno 75 probabilità a 25 a favore del permanere dell’Inghilterra nella UE (e non mi si tiri fuori l’omicidio della tal dei tali, che non credo abbia influito in modo decisivo). E poi, se vincesse un certo risultato con il 51-53% dei voti, sarebbe così tanto diverso se invece vincesse nello stesso modo il risultato opposto?

E’ interessante quanto invece dichiarato dai grillini (almeno vedo la notizia nelle news di google): scaricano Farage e affermano che la UE si cambia rimanendovi dentro. Questi ormai si sentono già governativi e trasmettono messaggi rassicuranti ai nostri “padroni” statunitensi. Ben serviti coloro che stravedono per questi opportunisti. Si rilegga questo articolo di Italiaoggi:

Qui

E allora andiamo infine al nocciolo della questione; basta chiacchiere insulse! La UE non si cambia né rimanendovi né uscendone. Va denunciata per quello che è: un organo collaterale alla Nato (la parte militare) per l’asservimento della nostra area. Fin quando resistette l’Urss, poté sembrare che una parte dell’Europa si sottraesse al predominio Usa. Adesso è impossibile nascondere più oltre a chi siamo sottomessi tutti noi europei, nessuno escluso. Non c’è organismo della UE (politico o economico, a partire dalla BCE guidata da un tipico agente americano) che non obbedisca al comando d’oltreatlantico. Naturalmente, nei regimi in cui predomina l’ideologia liberale e del mercato (automa impersonale che guiderebbe i nostri destini nel migliore dei modi) – ideologia duplicata da quella del “governo del popolo” tramite i voti di masse di ignari o di ottusi – i comandi dei padroni non sono mai diretti e sinceri; prevale l’inganno, l’ipocrisia, la “messa in c…. con la vaselina”, ecc. ecc. Tutto è confuso, la realtà viene resa incomprensibile tramite un linguaggio che frastorna i cervelli, crea l’illusoria parvenza di civile convivenza e di rispetto reciproco; nel mentre i dominatori dilagano e si fanno beffe di tutto ciò.

Non ci si rende nemmeno conto di quanto miseri sudditi noi siamo. E anche chi ha voglia di ribellarsi, e lo fa sovente con buona fede (apprezzabile per le sue intenzioni), sbaglia indirizzo nel manifestare la sua volontà d’indipendenza. Crede ancora che ci si liberi con il voto “democratico” e uscendo dall’organismo della subordinazione, dalla UE. Mi dispiace, quest’ultimo resta in piedi ed è supportato da una “alleanza” militare, cioè in realtà dalla nostra scarsissima “potenza di fuoco” e dall’occupazione da parte dell’esercito del “padrone”. E anche gli organi più segreti della sua azione d’influenza in Europa – i Servizi, le varie lobbies, le Università e organismi culturali, forme diverse di associazionismo, perfino sportivo, ecc. – non sono minimamente toccati dall’uscita o dalla permanenza nella UE (e nella Nato). Occorrono governi che denuncino apertamente la subordinazione e caccino fuori dal proprio territorio ogni influenza padronale. Nelle drammatiche situazioni che potrebbero venire a crearsi entro qualche tempo (non breve, lo so), con forte malcontento (non consapevole) di vasti strati della popolazione, sono necessari gruppi politici preparatisi da tempo alla bisogna di schiacciare i vili servitori con la forza, senza ricorso ad alcun voto, ma a ben altri sistemi di “convincimento”.

E allora, fin da subito, non si deve più fare concessione ideologica alcuna al liberalesimo, al mito del mercato giudice supremo, al voto come espressione di volontà popolare. Denunciare l’inganno continuamente, incessantemente, mostrando di volta in volta come l’illusione di cambiare i nostri destini con metodi di pacifico convincimento, tramite “razionali” discussioni (secondo le indicazioni di quel “debole pensatore” di Voltaire; e forse anche lui un bell’ipocrita), conducano ogni volta al fallimento dei nostri intendimenti di reale liberazione dalla servitù. Addosso agli imbecilli e ai falsi predicatori d’indipendenza. Sono riconoscibili: vogliono solo fondare movimenti e altri partitini (alla stregua dei pentastellati) per tentare di conquistare qualche emolumento parlamentare. Imbroglioni; denunciateli subito per ciò che sono.

E smettiamola con la solita solfa che tanto non c’è più nulla da fare. Può darsi benissimo che sia anche così. Più probabilmente, ci vorrà un tempo lunghissimo per la liberazione dall’imbroglio dopo 70 anni di inganni e menzogne. E con questo? Dite francamente quello che pensate. Credete nel liberalesimo, nel mercato come autoregolazione tramite concorrenza, nel voto come suprema manifestazione di democrazia? Benissimo, è del tutto lecito; e ammetto che, dopo tanto tempo di degenerazione del pensiero, siano molte le persone oneste a crederci. Ma chi non è in queste condizioni mentali, attacchi decisamente le falsità liberali. Che poi si riesca o meno a superarle, non lo sa proprio nessuno. Smettetela di fare i profeti; dite semplicemente ciò che realmente pensate!

Brexit o non Brexit, non è il problema.

europa

europaIl Brexit non ci sarà (a maggior ragione dopo l’omicidio di Jo Cox, deputato attivo per il “Remain”). Non facciamo ipotesi sul delitto, benché sia stata la linea europeistica ad avvantaggiarsi del tragico accaduto. Ma anche se Londra uscisse dall’Ue non cambierebbe molto per gli equilibri (geo)politici dell’Unione che sono garantiti dall’ingombrante presenza della Nato sul suo territorio e dalla costante ingerenza di Washinton nei suoi affari.
La Gran Bretagna è il Paese meno europeista della compagnia e non si è mai conformato pienamente ai principi comunitari: istituzionali, economici e culturali. Gli inglesi non hanno l’euro, guidano a sinistra, resistono al sistema metrico preferendogli quello imperiale, credono nella Common low anziché nella legge scritta ecc. ecc. Lo scrive anche Andrea Cuomo su Il Giornale di oggi in un simpatico articolo intitolato: “Ma i britannici sono davvero europei? Ecco otto motivi per pensare il contrario: auto, misure, colazione, bevande, sport: esiste una diversità d’Oltremanica”.
Dunque, che vadano per i fatti loro o che restino dentro la comitiva continentale a lamentarsi di tutto, la loro fuoriuscita non sarebbe determinante in questa fase storica. Ma se fosse la Germania ad abbandonare la casa comune europea, mandando in frantumi gli attuali assetti dell’Ue, nati per imbrigliare Berlino e le sue potenzialità di proiezione egemonica (non solo) regionale, allora la situazione sarebbe molto diversa. Agli americani salterebbero i nervi mentre in Europa salterebbe di tutto, cose e persone (altro che il solito folle isolato che pugnala alla schiena una donna indifesa e un po’ sgradevole).
Gli Usa temono di più il Germanexit, scenario che capovolgerebbe il mondo da essi disegnato, a misura del loro predominio, già dalla metà del secolo scorso ma, soprattutto, dopo la riunificazione tedesca del 1989. Una Berlino libera dalle catene Usa andrebbe naturalmente ad Est, verso la Russia, e si porterebbe dietro altri pezzi importanti d’Europa.
Si formerebbe un blocco esteso europeo, in competizione con quello occidentale a guida americana, che riprenderebbe il controllo esclusivo della sua area di proiezione spingendo fuori i corpi estranei. Il magnate della finanza G. Soros ha detto: “La Federazione russa può diventare una potenza mondiale sullo sfondo della distruzione dell’Unione europea”. Ma Mosca può assurgere ad un tale ruolo unicamente in un asse geopolitico con Berlino (e Parigi). Di qui anche le preoccupazioni espresse in più occasioni da G. Friedman di Stratfor (agenzia vicina all’Intelligence Usa) che punta il dito sull’ambiguità tedesca e la sua (non abbastanza provata) fedeltà all’alleanza: “Durante tutto il secolo passato, e quindi durante la Prima e la Seconda guerre mondiali, e anche durante la guerra fredda, gli interessi principali degli Stati Uniti hanno riguardato i rapporti tra Germania e Russia, perché insieme questi due paesi costituiscono una forza che mette in pericolo gli interessi degli USA. Il nostro obiettivo principale deve essere quello di evitare l’unione tra i due”.
La Germania non è compatta dietro le scelte di campo dell’attuale classe dirigente e inizia a compiere passi in direzione di Mosca, grazie all’azione di politici e gruppi che hanno un’altra visione dei processi storici e del posizionamento di Berlino nello scacchiere mondiale, all’ingresso dell’epoca multipolare. Come ho scritto qualche giorno fa, il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha invocato una neo-Ostpolitik con la Russia. Steinmeier, inoltre, contrariamente ai suoi colleghi europei, ritiene che sia la Nato a provocare Putin facendo tintinnare le sciabole ai confini russi. Queste fratture dimostrano che non c’è unità d’intenti sul futuro strategico della nazione tedesca e che si vanno risvegliando potenti istinti autonomisti (di cui i crucchi potrebbero farsi portabandiera in tutta l’area dell’Unione). Tuttavia, i settori conservatori che preferiscono non separarsi dalla via “americana” sono ancora solidissimi, tanto nella capacità di controllo sociale che in quella di condizionare la pubblica opinione. Ma il peso concreto degli interessi sovrani tedeschi sta corrodendo alcune delle scelte ideologiche precedenti, dettate da motivi di debolezza geopolitica ormai superati. Forse, alle spalle di Steinmeier, si stanno coagulando spinte contrapposte a quelle ufficiali che intendono modificare gli equilibri internazionali per avvicinare Russia e Germania ad un destino comune . Un brutto affare per la Casa Bianca che, infatti, fa pressioni in senso opposto: militarizzando la periferia europea e cercando d’ingabbiare economicamente e finanziariamente l’Ue (con il TTIP e non solo) ed i suoi vicini esterni. Insomma, quello che sembra antirusso è spesso antitedesco o entrambe le cose.

POCA VOGLIA, MA INSOMMA…. di GLG

gianfranco

gianfrancoE’ da circa 40 anni che non vado a votare, a parte un’eccezione per le europee del ’99. Non è quindi per me entusiasmante dover commentare (poco) queste elezioni comunali, che mi sembrano considerate da molti come una sorta di svolta. Dalla fine della seconda guerra mondiale si è vissuto un periodo relativamente pacifico e per qualche decennio con benessere crescente (qui da noi quanto meno); e sotto l’influenza della falsa e ipocrita democrazia importata dagli Usa. Ero già irridente e sprezzante all’epoca della prima Repubblica; adesso siamo semplicemente al ridicolo. Ieri sera ho assistito al solito “spettacolo” da Vespa (che è pur sempre il meno peggiore) e ho ascoltato le dichiarazioni dei nuovi sindaci delle maggiori città; e anche di due sconfitti, fra cui quello di Milano, il candidato berlusconiano per eccellenza (l’altro era l’imbronciato “fantasma” di nome Fassino). Una noia infinita, non sanno assolutamente dove stia di casa la politica; discorsi da famigliola piccolo-borghese, piena di buoni sentimenti con una recita pessima, senz’altro la peggiore cui abbia assistito.

Comunque, per quello che possono avere significato queste elezioni, sono indubbiamente andate bene. Il Pd ha preso delle ottime botte; ed in particolare il governo. Fra l’altro, il risultato darà qualche risalto alla cosiddetta opposizione interna (dei vecchi “babbioni”, falliti già da decenni, incapaci anche come servi degli Stati Uniti), per cui il “bamboccione fiorentino” dovrà molto giocare con il suo cellulare, senza nemmeno avere a fianco Putin. Non si creda però alla fine della linea governativa, che ha preso deciso sopravvento nel 2011 con le decisioni di Napolitano e il complice cedimento del “nano” (mai smascherato da nessuno degli altri politicanti, avversari o alleati). Con Renzi o senza, la nostra servitù proseguirà fin quando ci si affiderà a questo squallido avanspettacolo “democratico”.

Per fortuna, a Milano non ha prevalso il meschinello per cui aveva garantito il “nano malato”; e se era garantito da lui, figuriamoci che tempra deve avere costui. Il fallimento non è stato solo dei governativi e del “cavaliere”, ma pure degli alleati di quest’ultimo. In realtà, la Lega non è andata male a Bologna, malgrado tutti abbiano solo saputo constatare che avrebbe vinto di nuovo il “rosso”. Già fa ridere che si prenda il Pd come ancora comunista (qui si dimostra la stupidità sesquipedale dei suoi avversari); inoltre, la misera vittoria ottenuta mostra una città molto diversa da quella dei decenni passati. Tuttavia, a parte i limiti “piddini” nella “loro” Emilia, mi sembra evidente che la Lega non ce la fa proprio; e il suo massimo dirigente ha mostrato notevole inettitudine. Sta pagando la sua totale incapacità, doppiata dalla leader di FdI, di smascherare senza più esitazioni il ruolo badogliano svolto dal loro infido alleato, che a Roma gliel’aveva combinata proprio brutta. Sono pure loro dei poverelli senza spessore politico. Una miseria dietro l’altra.

Resta il “trionfo” dei cinque stelle. Sentir parlare Di Maio è ascoltare uno che non ha proprio niente da dire. Lasciamo perdere i discorsi della Raggi (concediamole magari l’emozione) e dell’Appendino (appena un po’ più sensata). Non è tuttavia quello che conta; ho in realtà molti dubbi che rappresentino una concreta alternativa. Si sa già che per me – fin quando non si troverà qualcuno capace di una nuova politica estera, di autonomia effettiva e perfino di ostilità rispetto agli Usa – non vi sarà alcuna novità in Italia; nemmeno sul piano interno dove tutto andrà degradando come in questi ultimi anni. Non credo proprio che questo movimento cambierà qualcosa, nemmeno una virgola a mio avviso. Solo chiacchiere e incredibile richiamo alla finta moralità di Berlinguer (quello che spostò il Pci verso l’atlantismo); temo che ben presto i “grillini” mostreranno tutta la loro inutilità sostanziale. Se poi sbaglierò, ben felice; non dovremo aspettare moltissimo per saperlo. E mi auguro che si tratti solo di nullità e non invece di effettiva negatività, anche in tema di subordinazione alla potenza d’oltreatlantico.

In ogni caso, per quel poco che poteva significare, diciamo che il voto non è stato negativo. Come ultima notazione, mi diverte segnalare il “grande successo” di De Magistris a Napoli; il 66% del 36% dei votanti. Questo della scarsa affluenza è l’unico vero bel segnale che ci arriva dalle elezioni. Al ballottaggio è chiaro che la bassa percentuale dipende pure dalla presenza di due schieramenti soltanto. Tuttavia, anche al primo turno l’astensione è stata notevole. Il fatto non è di semplice ed univoca interpretazione; però teniamolo presente. Il grave è l’assenza di una forza ben organizzata e decisa a farsi valere con i molti che non credono più all’utilità di andare in cabina. Speriamo arrivi infine chi ne saprà approfittare, impartendo una lezione esemplare e definitiva a tutte queste nullità che imperversano nel nostro paese; in particolare dopo la ben nota, e sporchissima, “mani pulite”. E’ augurabile che un giorno arrivi qualcuno in grado di tagliarle, queste mani.

Sono tornati i nazisti? No, i cretini e sono ancor più pericolosi.

odessa

odessaAntonio Padellaro, su Il Fatto Quotidiano, scrive che sono tornati i nazisti. Ma i nazisti non sono tornati e non torneranno, checché ne dica il simil-giornalista di questo quotidiano sfatto. Semmai, se proprio vogliamo essere precisi, sono tornati certi nazisti (da operetta) su Il Fatto quotidiano e siamo pronti a dimostrarlo. Ma andiamo per ordine. Padellaro afferma che:

“I nazisti stanno tornando e lo dicono i fatti. L’odio che ha ucciso la deputata laburista Jo Cox ha un nome e cognome: Thomas Mair. Oltre che mentalmente instabile, l’uomo risulterebbe simpatizzante di gruppi di estremisti neonazisti, ostili all’Europa e sostenitori dell’apartheid. Mentre in Inghilterra si vivevano ore tragiche, in Francia orde di hooligans russi, croati, inglesi e tedeschi [in ordine non casuale di teppaglia e di pregiudizio di chi narra. Nota mia] mettevano a ferro e a fuoco città e stadi dell’Europeo di calcio, con il sostegno complice di cechi, slovacchi e ungheresi: divisi dal tifo, uniti dalla simbologia nazista e dagli slogan xenofobi. Un’offensiva nazi che riesce bene a mimetizzarsi tra le maglie della democrazia, come dimostra l’avanzata elettorale delle forze dell’ultradestra in Austria e Germania, senza contare che in Ungheria e Polonia [ed in Ucraina, che non fa ancora parte dell’Ue ma ci prova col consenso di Bruxelles ed il sostegno americano, dove i nazisti sono stati integrati nelle forze armate e sono entrati nella Rada. Nota mia], ma sinceri ammiratori (sia pure in doppiopetto) della svastica occupano poltrone di governo. E che dire degli Stati Uniti dove Donald Trump, nella sua corsa alla Casa Bianca non esita a raccattare i voti del Ku Klux Klan e di quei nazisti per tanto tempo relegati nell’indimenticabile macchietta dei Blues Brothers (“Io li odio i nazisti dell’Illinois”) e che adesso possono tranquillamente uscire alla scoperto con i deliri sulla supremazia della razza bianca? I nazisti stanno tornando ma l’Europa fa finta di non accorgersene, come se per negare una brutta malattia della pelle fosse sufficiente nasconderla alla vista”.

A leggere tale descrizione – al netto degli irrilevanti gruppuscoli di nostalgici del III Reich, tipo KKK e Hooligans, che usano la politica come copertura per azioni criminali e attività a delinquere, nonché di qualche matto isolato e manipolato – sono nazisti tutti quelli che non piacciono a Padellaro. Sono potenziali hitleriani quelli che hanno idee diverse sull’Europa, sulla Nato, sulle emergenze sociali (vedi l’immigrazione), su scelte culturali contrarie al politicamente corretto predominante. Fare insinuazioni sulle simpatie neonaziste di Trump, di Orban, di Zeman ecc. ecc. e coprire quelle apertamente richiamate dal governo di Kiev (dove il collaborazionista delle SS Bandera è ritornato ad essere un eroe nazionale), solo perché quest’ultima è diventata baluardo della russofobia in Europa e nuovo avamposto di Washington nella guerra a Putin, sa di parzialità e di presa per i fondelli. Tanto più che Il Fatto è riuscito a raccontare la rivolta di Majdan, ed il successivo conflitto civile nel Donbass separatista, ignorando il contributo fondamentale offerto alla causa dai battaglioni ammiratori del Führer (come l’Azov) e quello delle bande paramilitari neonaziste (Pravy Sektor). Quando questi assassini bruciarono vive oltre 50 persone disarmate, nella Casa del Sindacato ad Odessa, il giornale di Padellaro arrivò a negare l’eccidio, poi ad attribuirlo a presunti russi giunti dalla Transnistria, e, infine, allorché filmati e testimonianze non lasciarono più spazio a dubbi sui responsabili (i neonazisti di cui sopra), ad ignorare l’accaduto in spregio alla verità, alla giustizia ed al rispetto dei diritti umani. L’inviata in Ucraina de Il Fatto, quella che avrebbe dovuto portare a conoscenza dei lettori gli orrori dei pogrom in atto, oltre a scrivere un mare di menzogne su quello che stava realmente accadendo da quelle parti, si fece immortalare sorridente con i miliziani di Settore Destro sulle barricate, tanto per gradire e rendersi sgradevole. Ma per Padellaro i nazisti sono sempre gli altri, quelli che non la pensano come lui. Così come i despoti, stando invece a quello che scrive Furio Colombo nel suo articolo odierno, a proposito dell’incontro tra Putin e Renzi al forum economico di San Pietroburgo:
“Renzi, capo del Governo italiano, incontra Putin, presidente-despota della Russia. Immediatamente dopo la visione di immagini e la descrizione scritta della coreografia in cui si è svolto l’evento, ci accorgiamo di non sapere nulla di ciò che è accaduto. Chi è Renzi per Putin? Chi è Putin per l’Italia? Ci sono accordi o disaccordi? Le narrazioni colorite e indirette suggeriscono accordi. La domanda che resta inevasa e non si fa (non i media, non il Parlamento) è: perché? Quali vedute ci uniscono, quali obiettivi ci accomunano visto che, nella guerra in Siria, per esempio, noi italiani siamo con Obama e Kerry che vorrebbero liberarsi di Assad e del suo regime criminale, ma la Russia dice no”.

Della serie: chi non è con gli Usa (e con la Nato) è necessariamente un pazzo tiranno che vuole incasinare il mondo. A Colombo non interessa che Putin abbia contribuito a respingere i jihadisti in Siria e a placare una mattanza resa possibile solo dal sostegno di Washington ai tagliagole (cosiddetti moderati) anti-Assad. Obama ha favorito il caos in medio-oriente ed in Nord Africa aprendo vari fronti d’instabilità che hanno portato alla morte di milioni di civili in Siria, Egitto, Libia ecc. ecc. Nonostante ciò, il dittatore aggressivo è Putin mentre Obama resta il Presidente buono e idealista, con giuste motivazioni, anche prescindendo dal risultato concreto delle sue azioni. Se Colombo non ha dato del nazista anche a Putin è unicamente perché lo fanno già i suoi per lui, come l’inviata anzidetta che lo ha apostrofato Putler in un suo mirabile pezzo di cretineria.

Ma torniamo alla questione principale. Tornerà davvero il nazismo in questo III millennio? Direi proprio di no. La storia non si ripresenta mai alla stessa maniera, per quanto si diverta ad indossare abiti usati per confondere gli sciocchi. Chi teme il pericolo bruno sbaglia. Il nazismo, nei nostri tempi, può assumere solo forme tragicamente scenografiche e strumentali: come spauracchio per certi fessi che credono ancora ai fantasmi o come fornitore di manovalanza per i lavori sporchi di chi ci governa.
Occorrerebbe qualcosa di molto più cattivo e risoluto per fermare i prepotenti che comandano in questa fase. Né Hitler, né Stalin, né Mao sarebbero stati capaci dei delitti e degli stermini di cui si sono resi protagonisti gli americani e il loro codazzo di paesi servi. Come ha recentemente detto Gianfranco La Grassa:
“L’odierno informe ammasso di politicanti, di giornalisti, di intellettuali, è ancora più schifoso in quanto falso e ipocrita. Parlano di diritti umani, di libertà di pensiero; e conculcano ogni e qualsiasi libertà. Per di più sono criminali che fingono d’essere molto civili e umani; intanto si servono di poveracci, con il cervello fumante di ideologia religiosa, per scatenarli e uccidere, in modo da occultare i loro ben peggiori misfatti. Altro che nazisti, fascisti, comunisti, ecc. Sono i liberali odierni i veri mostri, belve feroci mascherate da pecorelle”.

Ed è proprio così. Non ci possono essere nazisti in assenza di nazismo o comunisti in assenza di comunismo. A riportare in vita simili spettri sono falsi antifascisti che rimestano nel torbido per fabbricare gli esecutori dei loro (attuali e prossimi) infami crimini, sia su piccola scala che su grande scala.

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