Immigrazione controllata (dagli Usa)

direttive_europee

direttive_europeeI flussi immigratori che stanno attraversando l’Europa non sempre sono spontanei. A dirlo sono stati anche degni rappresentanti di quella parte dell’Unione (come l’ungherese Orbán ed il ceco Zeman) i quali devono affrontare, con poco spiccioli a disposizione, la marea umana che si riversa sul loro suolo. Non tutti gli extracomunitari che giungono sul Vecchio Continente, dai paesi in crisi economica, politica e militare, dell’Africa, del Medio-oriente, dell’Asia, ecc. ecc., entrano nell’Ue con l’intenzione di migliorare il proprio destino e contribuire allo sviluppo degli Stati ospitanti. Costoro, sono messi nelle condizioni di delinquere o, persino, coscientemente “ingaggiati” per commettere reati e violare la legge, con l’obiettivo di generare instabilità sociale nei contesti d’arrivo.
La retorica con la quale i leader di Bruxelles affrontano l’allarme è una testimonianza ulteriore della loro complicità con le forze esterne antieuropee che usano gli esodi di massa per portare un cavallo di troia dentro i nostri confini ed alimentare dissidi interetnici e culturali. Questi conflitti fuori controllo incrementano il caos sociale tramite il quale vengono condizionate le nostre scelte (geo)politiche. L’indebolimento dell’Europa è un piano scientifico messo in atto dagli Stati Uniti e dai loro lacchè negli organi comunitari, in funzione anti-policentrica. L’Europa non deve partecipare alla competizione per il mondo multipolare ma deve servire gli interessi della Casa Bianca e sottostare alla sua preminenza. L’immigrazione incontrollata è un capitolo della congiura per impedire all’Europa di emergere quale polo di potenza alternativo agli Usa e in eventuale alleanza con nazioni in ripresa di sovranità ad oriente. Il razzismo e l’odio nei confronti dell’alterità non sono il vero corno del dilemma (per quanto vengano posti al centro della discussione pubblica dal circuito mediatico che organizza la canea delle contrapposizioni tra buonisti e persecutori, al fine di sviare l’attenzione generale) perchè stiamo parlando di dinamiche oggettive innescate da scelte e strategie internazionali con scopi più subdoli di quelli apparenti.
Del resto, quando il Presidente della Camera italiano dice che i migranti sono l’avanguardia della globalizzazione svela l’alto tradimento, ai danni dei popoli europei, di cui detti membri istituzionali sono complici (spesso sciocchi). La globalizzazione è stata questo mito da fine della storia con il quale Washington ha esteso i suoi tentacoli sul pianeta dopo la caduta del blocco sovietico. Continuare a perorarla significa continuare ad accettare l’asservimento all’America. Chi si piega così vilmente alla prepotenza americana, in condizioni storiche mutate che certificano un relativo allentamento dell’egemonia Usa sugli scenari planetari, è un favoreggiatore del nemico che opprime i suoi connazionali.
Peraltro, che detti personaggini, tutto cuore, poco cervello e niente fegato, siano insinceri nei loro afflati verso la diversità, variamente declinata, e l’accoglienza degli essere umani più sfortunati, lo dimostra il trattamento riservato ai russi, i quali per l’80% vivono in Europa e sono europei ma vengono descritti come pericolosi alieni pronti ad invaderci. La verità è che gli americani temono i russi e un’alleanza strategica europea, da Lisbona a Vladivostok, che li ricomprenda. Per impedirlo ci mettono gli uni contro gli altri, utilizzando grandi narrazioni, travestite d’amore per il prossimo (di cui si fanno portavoce politici come la Boldrini) che sono contro la libertà dei popoli europei.

BREXIT O NON BREXIT, di GLG

gianfranco

gianfranco

 

Isteria al massimo all’avvicinarsi del referendum sull’uscita o meno della Gran Bretagna dalla UE. E questo paese non è nemmeno nell’euro. Ho la netta sensazione che anche i sondaggi, che danno in prevalenza i favorevoli all’uscita, siano artefatti, servano ad alimentare la paura del cataclisma che dovrebbe seguire a simile decisione; cataclisma del tutto inesistente. Hanno talmente impaurito la “ggente” utilizzando tutti i mezzi (compreso il solito delle Borse) che la maggioranza, di solito pecorona (e anche in Inghilterra non credo sia diverso che altrove), piegherà il capo e penserà che è meglio non cambiare una virgola. Intendiamoci bene: non è che l’uscita rappresenterebbe una svolta epocale rispetto alla situazione odierna di questi paesi europei così succubi. L’Inghilterra resterà uno dei canali privilegiati della preminenza Usa. Esattamente come lo è il nostro paesello “a sud”. Tuttavia, i dirigenti pro-americani di un’Europa priva d’autonomia – gli eredi di quelli, ormai lo sappiamo, che furono ampiamente finanziati per restare alle dipendenze d’oltreatlantico (e figuriamoci quanto sono pagati questi odierni!) – preferiscono non rischiare nulla; proprio per rimanere nelle grazie di quel prepotente paesone di cow-boys.

Se vincesse il sì all’uscita, con il tempo potrebbero andare formandosi crescenti “rivoli” (cioè partiti e movimenti) consci della necessità non semplicemente di abbandonare la UE, ma proprio di una diversa politica estera sempre più affrancata da quegli arroganti e pretenziosi “padroni”; una politica estera che potrebbe favorire, in un’area decisiva per la potenza americana, un orientamento più amichevole verso la Russia, che diventerebbe ancora una volta il principale antagonista degli Stati Uniti in una situazione di crescente multipolarismo. In un periodo piuttosto lungo si potrebbe arrivare all’autentico policentrismo acceso, nel cui ambito i preminenti odierni non sarebbero più in grado di guidare gli affari mondiali a loro vantaggio. Anche il TTIP andrebbe a farsi benedire. In ogni caso, lo ripeto, il risultato positivo del “brexit” non è nettamente decisivo. Duro, e lungo, sarà il percorso verso una effettiva “liberazione” dei maggiori e più rilevanti paesi europei (Germania e Francia; e tutto sommato pure l’Italia), caduti alle dipendenze americane nel 1945.

E’ pur sempre da augurarsi la vittoria della corrente desiderosa di uscire dalla gabbia europea. Non credo avrà successo; e anche se lo avesse, dubito che si realizzerebbe concretamente l’uscita inglese dalla UE. Sarebbe comunque una ventata d’aria fresca a favore della suddetta “liberazione”, quella vera e non la falsa di settant’anni fa. L’effettivo lavoro in tal senso mi sembra però quasi inesistente (vedi la “timidezza” dello stesso FN in Francia). Sarà indispensabile uno sforzo costante e sempre più netto e deciso al fine di mettere viepiù il bastone fra le ruote all’attività aggressiva americana. Uno sforzo che deve però comportare la nascita di nuove organizzazioni politiche; e avrebbe bisogno d’essere irrobustito dalla crescita di potenze antagoniste degli Usa. Prima fra tutte, lo ribadisco, la Russia, ancora deboluccia rispetto al ruolo che a mio avviso ricoprirà in tempi non proprio brevi.

 

LA “VITTORIA” DEL MONDO “CIVILE”, di GLG

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LAGRA21Quando si fanno accordi con cosiddette organizzazioni terroristiche (Al Qaeda, Isis, ecc.) – tramite una lunga sequenza di contatti affinché non si sappia bene chi è il mandante (ma lo si intuisce, sono sempre ambienti Usa) – solo pochissimi uomini a capo di queste (e pochi anche ai vertici dei mandanti) conoscono abbastanza bene (forse nemmeno del tutto) la trafila compiuta e i compiti che sono da assolvere. L’organizzazione, per essere finanziata e sorretta, deve ovviamente avere la possibilità di reclutare molti adepti (molta carne da macello), che credono ai capi, all’ideologia da essi diffusa a piene mani. Per di più, i seguaci sono convinti dell’autonomia di chi stanno seguendo con fede e dedizione completa. E’ perciò assolutamente necessario che i capi “terroristi” (e anche i mandanti devono chiudere un occhio al riguardo) lascino compiere ai sottoposti una serie di atti da questi creduti diretti alla indiscussa vittoria della loro fede. Quando l’organizzazione non serve più molto – e anzi è indispensabile ai mandanti far credere al mondo cosiddetto “civile” che i suoi dirigenti (quelli che hanno in realtà alimentato il terrorismo) lo stanno vincendo ed estirpando – allora i capi del “terrorismo” sono obbligati a ritirarsi e rischiano grosso.

Bin Laden ha vissuto 5 anni vicino alla capitale del Pakistan ed era evidentemente piuttosto tranquillo. E’ stato colto di sorpresa dal mutamento tattico-strategico Usa (da Bush a Obama), che evidentemente richiedeva un atto simbolico di vittoria definitiva su Al Qaeda; uno di quegli atti necessari alle popolazioni credulone e ignoranti di politica, che bevono tutto senza fiatare. Addirittura si è organizzato uno spettacolo durante il quale – non si sa se realmente o per finzione scenica – i vertici Usa hanno assistito in diretta all’assassinio di Bin Laden, con il condimento dell’infame “wow” della possibile futura presidente del paese quando costui è stato abbattuto come un animale al macello (tanto per far capire che personaggio disumano, un vero “Alien”, ha forti probabilità di diventare “capo supremo” della più potente nazione).

Adesso, non è da escludere che stia giungendo alla fine o quasi il compito assolto dal Califfo dell’Isis, con pericolo incombente per la sua vita. Questi non sta affatto reagendo alle sconfitte, cioè alla probabile entrata nella fase in cui l’organizzazione da lui diretta non serve più se non per qualche azione “endemica”, sporadica; semmai, egli comincerà a valutare quali sono le migliori vie per salvare la pelle. Sono i suoi seguaci, quelli pieni di fede e convinti di una possibile vittoria, a compiere atti tendenti a riprendere in pugno la situazione che sta sfuggendo di mano. Anzi, è assai probabile che essi nemmeno sappiano delle difficoltà crescenti nate nella fase in cui diventano meno utili; è facile che siano convinti di essere sempre “all’attacco”. In ogni caso, non diamo ancora per scontato che l’Isis abbia terminato le funzioni affidategli di fatto dai vertici dirigenti del “mondo civile”. Mi sembra in netto ribasso, ma dobbiamo attendere un po’ per capire meglio se gli fanno fare la fine di Al Qaeda (e di Bin Laden) oppure se servirà ancora per un po’ di tempo.

Mi si conceda un’aggiunta, perché ne ho il gozzo pieno di certi personaggi. C’è stata in questi giorni una levata di scudi per la diffusione in edicola di “Mein Kampf”. Il libro di un mostro, il programma di un genocidio o non so che cosa (tanto non l’ho mai letto). Almeno “quelli” non nascondevano quanto intendevano fare. L’odierno informe ammasso di politicanti, di giornalisti, di intellettuali, è ancora più schifoso in quanto falso e ipocrita. Parlano di diritti umani, di libertà di pensiero; e conculcano ogni e qualsiasi libertà. Per di più sono criminali che fingono d’essere molto civili e umani; intanto si servono di poveracci, con il cervello fumante di ideologia religiosa, per scatenarli e uccidere, in modo da occultare i loro ben peggiori misfatti. Altro che nazisti, fascisti, comunisti, ecc. Sono i liberali odierni i veri mostri, belve feroci mascherate da pecorelle.

DALL’ESTERO ALL’INTERNO, di GLG

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a questo aggiungasi la notizia data ieri da fonti internazionali circa il ferimento del Califfo tramite il solito drone, a seguito dell’informazione ottenuta da una spia interna alla direzione del movimento. In realtà, sembra che, per gli Usa, stia scadendo la funzione dell’Isis come già accadde per Al Qaeda. Forse il Califfo farà la stessa fine di Bin Laden. In ogni caso, non è facile seguire tutti i “ghirigori” politici della potenza maggiore, mentre le altre, a partire dalla Russia, pensano a gradualmente rafforzarsi senza arrivare a scontri improponibili per il momento, tenuto conto degli attuali rapporti di forza sul piano mondiale. Mi ripeto e ribadisco che siamo alla configurazione (di crescente multipolarismo, ma non ancora di policentrismo accentuato) dell’ultimo quarto del XIX secolo; con l’Inghilterra, allora, al posto degli Usa di adesso. Per molto tempo, tutto sarà ancora più disordinato e mutevole e non sarà possibile effettuare previsioni se non con larghi margini di errore e forte instabilità nell’ambito di ampi periodi caratterizzati da stallo. E nemmeno la crisi detta economica (di relativa stagnazione con eventuali crescite assai contenute) cambierà aspetto per gli anni a venire. Avremo, nel contempo, s-regolazione crescente e situazioni trascinate a lungo nel più sfibrante deterioramento.

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dall’estero passiamo a notizie interne. Nulla che una persona informata non sapesse. Cioè, non che fosse stata interpellata pure la Lega, ma che si pensasse di sostituire Berlusconi; costui, a quel tempo, credeva non fosse del tutto mutata la strategia americana dell’Amministrazione Bush jr., ancora convinto di una tale supremazia Usa da usare metodi forti e di aggressione diretta in date aree, lasciando tuttavia margini di “libertà” per la politica verso Russia (e Libia, come durante gli accordi italo-russi conditi anche con Southstream, ecc.). Infatti, il leghista non rivela, se l’ha capito, che Napolitano non agiva certo per suoi interessi e nemmeno per quelli di ambienti preminenti italiani (del tutto assenti se non come puro servilismo); era dagli anni ’70, con il vecchio Pci, che egli aveva assunto tutt’altri compiti e funzione. Alla fine del 2010 (mi sembra il 4 dicembre), il “nano” si salvò dalla sfiducia per soli tre voti e si scatenò in piazza la rabbia della “sinistra”, che ormai contava sul suo defenestramento. Il cav. capì però l’antifona e sappiamo che dal 2011, dopo l’incontro con Obama al G8 di fine maggio, si adeguò alla nuova strategia (o tattica) d’oltreatlantico che ormai richiedeva obbedienza “pronta, cieca, assoluta”. Si piegò all’aggressione alla Libia, al cambio con Monti e poi via via a tutto il resto fino al comportamento nelle ultime elezioni del 5 giugno scorso, che adesso sarà dimenticato nell’ambito della “santificazione” dell’uomo per il suo “martirio aortico”. Napolitano fu profetico quando disse a Reguzzoni, dopo il rifiuto di quest’ultimo di appoggiare la sostituzione del premier, “lo sarete più avanti”. Voleva dire che altri metodi di convincimento del “nano” ci sarebbero stati, e la Lega avrebbe avuto modo di essere assai scontenta del suo comportamento. E così è stato. Per l’ennesima volta si constata come vengano rivelate sempre delle “mezze verità”, che inducono ad interpretazioni del tutto errate. Il leghista si presta oggi a raccontare la semiverità, che fa passare sempre per perseguitato il fintone; e ciò la dice lunga sul fatto che questo partito è ambiguo, mantiene ai vertici personaggi legati alla “vecchia alleanza” con chi ha ormai mutato posizione dal 2010 ed è un sostanziale complice di quei poteri, di cui si faceva portavoce l’allora presdelarep. Questo giustifica, in parte soltanto, Salvini per non trovare il coraggio di dire apertamente quello che è diventato oggi Berlusconi e denunciarne, fatti comprovati alla mano, la complicità dal 2011 ad oggi. E continuiamo nel bel mezzo del pantano.

(DOPPIA) VERITA’ PER GIULIO REGENI

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Quando al Cairo, il 3 febbraio scorso, spuntò dal nulla il cadavere del nostro connazionale Giulio Regeni, ucciso in circostanze misteriose, scrissi subito che costui non poteva essere un normale ricercatore di Cambridge. Sette giorni di torture, fino a procurargli la morte, sono eccessivi per un semplice studente un po’ troppo curioso e velleitario che vuole raccontare le sofferenze del popolo egiziano e contribuire a migliorarne le sorti perorando un improbabile sindacalismo rivoluzionario. Ad un tipo del genere, gli dai un calcio nel sedere e lo rispedisci a casa senza sporcarti le mani. Se però ritieni che sia un pericoloso provocatore le cose cambiano un po’, eppure difficilmente si arriva ad un’esecuzione così ferale. Simili regolamenti di conti sono più consueti tra sodali in attrito che tra avversari.
Le circostanze in cui il corpo esanime era stato fatto ritrovare, nei giorni in cui una delegazione istituzionale italiana si accingeva a trattare affari in Egitto, non erano casuali. Forse era un invito a sloggiare. Forse una maniera brutale per far emergere delle manovre alle nostre spalle.
Anche la copertura giornalistica di Regeni, che scriveva per il Manifesto, richiamava alla mente quella di tanti altri 007 del passato i quali preferivano indossare l’eskimo per ottemperare ai loro compiti spionistici (soprattutto filo-Nato). Quando qualcuno vergò l’ipotesi che Regeni fosse legato all’Aise (Agenzia informazione sicurezza esterna) la nostra Intelligence smentì “irritualmente” con una nota ai quotidiani. Quest’ultima negò qualsiasi collegamento con Regeni, ma non che lo stesso potesse essere un agente reclutato da altri apparati. Difatti, successivamente sono emersi nuovi dettagli sul lavoro di Regeni, con società private del settore spionistico e con ONG americane che sponsorizzano processi democratici nel mondo ricorrendo a sistemi poco ortodossi, come la sobillazione degli emarginati per rovesciare gli Stati. Tecniche del marxismo-leninismo adattate al golpismo atlantico.
L’Italia non ha voluto (o potuto) tener conto di questi indizi e si è scagliata subito contro Al Sisi, richiamando anche il suo ambasciatore al Cairo, per la scarsa collaborazione del governo e degli apparati di sicurezza egiziani alle indagini.
Ora però l’ostruzionismo verso le investigazioni arriva anche da Cambridge. La Procura di Roma ha chiesto all’istituto britannico di avere accesso agli studi di Regeni ma l’Ateneo si è rifiutato di cooperare. E’ materiale confidenziale. E da quando in qua le ricerche sociali, che dovrebbero illustrare al mondo natura e interpretazioni dei fenomeni, diventano top secret? Allora, non si chiamano più studi ma dossier riservati. L’Italia avrebbe dovuto protestare severamente ma per l’occasione non ha fatto niente.Doppiogiochismo inglese, doppiopesismo italiano e doppia-verità per Giulio Regeni.

CI FOSSE ALMENO UNA SERIA OPPOSIZIONE, di GLG

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lagIl forzaitaliota “Il Giornale” si è messo a fare campagna su come si vive male a Parma, città con sindaco “5 stelle”. E conclude avvertendo i romani cosa accadrebbe loro se sindaco diventasse la Raggi. Ho studiato a Parma, ci sono tornato di continuo. Per la verità adesso vi manco da 3-4 anni. Ho però molti amici laggiù e tutti mi assicurano che la città è bella e vivibile come sempre (e come sempre la ricordo io). Quindi, ancora una volta si constata che F.I. (seguendo del resto il suo leader) fa campagna per il Pd laddove non è in ballottaggio. Sono del resto convinto che, anche se fosse arrivata seconda la Meloni, i forzaitalioti sarebbero stati molto timidi nell’appoggiarla, avrebbero fatto capire che non potevano proprio farne a meno, ma insomma …… La complicità di questi segugi, al servizio di una governabilità comunque obbediente agli Stati Uniti, è ormai di una evidenza solare per chi capisce almeno un briciolo di politica.

Tenuto conto di questo, e ribadendo che l’unica reale soluzione per l’Italia non nascerà dal voto, se proprio su questo errore si vuole insistere, bisognerebbe per lo meno lavorare alla formazione di un’autentica coalizione di opposizione tra i 5 stelle, Lega e Fdi, con calci nei denti a F.I., elemento di sola confusione da denunciare per opportunismo tutti i giorni e durante tutte le 24 ore. Si lascia al contrario correre (anche le dichiarazioni insultanti e derisorie della Mussolini) e si dice che, sì, nei ballottaggi tipo Roma o Torino si voterebbero i pentastellati. E per la verità simile dichiarazione l’ho sentita solo da Salvini; sarebbe invece necessaria una ben pubblicizzata riunione delle direzioni dei tre partiti di cui sopra, che indicasse un loro avvicinamento su alcuni punti fondamentali d’opposizione. Su uno in particolare: l’autonomia nazionale da porre quale primo obiettivo; il resto conseguirebbe.

Il fatto che Renzi possa essere in difficoltà – e forse meno di quanto si sostenga – non è la questione centrale per una seria opposizione. Questi può essere cambiato; e magari lo sarà qualora si riuscisse nell’intento di costruire il partitone detto “di centro” o “moderato”, che allora F.I. appoggerà più scopertamente, anzi probabilmente vi parteciperà. Fin d’ora, il principale obiettivo di un’opposizione tutta riunita (come minimo su questo punto) deve essere l’assoluta indipendenza italiana dalla politica statunitense; e tanto più se sarà clintoniana. Bisognerebbe assumere una posizione decisamente neutrale nel multipolarismo in gestazione e pretendere almeno il ridimensionamento della Nato, di cui andrebbe polemicamente ricordato che era un “patto difensivo” contro l’Urss, per cui non ha più alcuna ragione d’esistere. Sarebbe necessario dichiarare esplicitamente che non vi sarà più alcun appoggio dell’Italia alle svariate operazioni aggressive di quest’infausto organismo militare.

In regime “democratico” quanto dovremo attendere una simile svolta? Probabilmente a tempo indeterminato, pressoché “eterno”.

UNA “BELLA” (E ISTRUTTIVA) RIVELAZIONE, di GLG

gianfranco

gianfranco

Dal Il Giornale qui

L’intervista della Mussolini al “Messaggero” ha dell’incredibile. Che Berlusconi possa affidarle incarichi di questo genere – bloccare la Meloni e punirla (assieme a Salvini) per avere osato mettere in discussione il suo leaderato nel centro-destra – sembra francamente al di là di ogni possibile stupidità. E Berlusconi è proprio così fesso? E può fidarsi a tal punto di una che arriva a questo grado di scemenza e “sincerità” del tutto irresponsabile? L’unica cosa che mi sento di affermare è che Berlusconi non ha compiuto un tradimento come quello romano per punire le pretese di leader del duo Salvini-Meloni. La mossa a Roma è solo una delle tante e di vario genere – da lui compiute in tutti questi anni che seguono gli accordi mascherati raggiunti a Deauville con Obama – per assolvere quanto gli è stato affidato: impedire la nascita di qualcosa di serio minimamente in grado di disturbare il succedersi di governi (Renzi è davvero l’ultimo?), che devono condurre l’Italia ad essere una totalmente pedissequa esecutrice degli ordini statunitensi.

E allora la mossa romana fa parte di questo processo di tradimento antinazionale; ed era proprio diretta a dare una mano a Renzi “via” Giachetti. Altro che punire Salvini e Meloni per eccesso di presunzione. In ogni caso, se questi ultimi continuano a far melina, allora sono veramente finiti. Non basta dire “è una badogliata”. In ogni caso, la badogliata non è della Mussolini bensì del “nano”; e, come la badogliata dell’8 settembre ’43, è diretta contro l’Italia non contro due “pisquani” ancora incerti sul da fare. Se l’intervista della Mussolini viene di fatto avallata da “Il Giornale”, ciò dimostra come Berlusconi accetti di fare una figura di uomo basso e meschino (addirittura telefona congratulandosi con la Mussolini per il successo della sua “splendida” azione) pur di nascondere le vere finalità di servo filo-Usa del suo agire. E se accetta tale sputtanamento, significa che deve compiere azioni, a favore del governo, ancora più anti-italiane per cui necessita dare una notizia diversiva anche se squalificante.

E allora, caro duo di “alleati” (ormai scopertamente traditi), basta tacere sui veri compiti affidati dagli Usa a Berlusconi. E del resto, anche volendo fingere che veramente lo scopo dell’ignobile fosse di affossare la Meloni, intendete ancora parlare della possibilità di ristabilire una coalizione in vista di compiti antirenziani? Avete questa totale mancanza di dignità? Vi fate dire in faccia: vi ho fregato carucci miei? Adesso “Il Giornale” cerca di far passare voi per cospiratori contro di lui, che avrebbe semplicemente reagito. E reagisce dando la vittoria all’avversario? Non sembra anche a voi, duo di “alleati” traditi, che è un po’ troppo accettare di essere “incul…” e farsi dire che siete voi in colpa perché volevate togliergli la leadership, “poer nano”, e quindi avete subito la sua reazione di bambino cui si toglie di mano un giocattolo? Basta scherzi. Ha avuto la punizione dello scompenso cardiaco, ma questo non sana minimamente il suo tradimento. Dovete gridarlo alto e forte e mollarlo. Ci sono i ballottaggi? La Mussolini, imbeccata da lui, non si fa scrupolo di rivelare il tradimento ben prima di questi appuntamenti. Non capite che vi ha messo al muro? Se accettate, per fini elettorali e di qualche cadrega, di essere stati traditi, sarete sputtanati per sempre, mostrerete una tale piccolezza politica che non vi leverete più di dosso.

Comunque, per carità, non sono cose che mi riguardano, devo solo assistere al totale dispiegarsi della viltà italiota.

SI CONTANO GLI ALBERI: E LA FORESTA?

LAGRA2

LAGRA2Non credo valga la pena di perdere molto tempo nei commenti alle elezioni comunali svoltesi domenica. A parte che non sono soddisfatto dell’ancora eccessiva partecipazione di questa insipida popolazione alla “triste” recita della “democrazia”; bisogna arrivare ad una astensione di almeno il 50%. Tutti si stanno dedicando all’analisi delle percentuali di voti presi dai vari partiti, dimenticando, io credo, che cosa è veramente in gioco per il prossimo futuro. Comunque, diciamo pure che Renzi non sarà molto soddisfatto, ma certamente il centrosinistra non è in una situazione catastrofica. I pentastellati (o “grillini” come mi piace ancora chiamarli) sono quelli che hanno più ragione di godere; tuttavia, hanno ottenuto risultati per nulla esaltanti a Milano, Bologna e Napoli. In fondo, solo a Roma (dove tuttavia non si deve credere che la Raggi abbia già la vittoria in tasca) e Torino (dove comunque risulterà ancora sindaco Fassino) hanno avuto risultati ottimi. Il centrodestra può essere ben deluso. Dichiara soddisfazione per Milano (dove F.I. ha doppiato la Lega, e lasciamo perdere Fdi) e Bologna (dove in fondo la Lega ha il 10%, F.I. il 6, Fdi il 2). Sono contenti per il primo posto a Trieste (14 e rotti F.I., meno del 10 Lega, 4 e qualcosa Fdi) e per il secondo posto a Napoli (ancora una volta con F.I. primo partito di questo scombiccherato schieramento sedicente politico).

Gli imbroglioni de “Il Giornale” mettono a titoli di scatola: F.I. doppia la Lega. Solo a Milano; e del resto questo risultato (20 a 11 per i berluscones) si vede rovesciato a Bologna (poco meno di 11 alla Lega e 6 e qualcosa a F.I.). Tuttavia, è vero che quest’ultima, pur essendo andata piuttosto male dappertutto all’infuori di Milano, non è per nulla fuori gioco; soprattutto consente a Berlusconi il suo doppio gioco. Del resto, pensiamo a quanto ha detto costui con riguardo a Roma, dov’è riuscito nell’intento di far prevalere l’uomo di Renzi sulla Meloni: scheda bianca al ballottaggio del 19. Questo gioca ancora una volta a favore del piddino; per chi effettivamente si oppone a Renzi la scelta deve cadere sulla Raggi. E tutto lascia supporre che Marchini, alla fine, favorirà il voto dei “suoi” per Giachetti. Almeno da questo punto di vista, diamo un punto a Salvini che ha affermato: a Roma e Torino voterei per il movimento cinque stelle. Ha dimostrato di non essere un viscido personaggio come il “nano”, vera cloaca a cielo aperto.

Dobbiamo però fermarci alla conta degli alberi, dimenticando la foresta? O, se si preferisce un’altra frase similare, dobbiamo guardare il dito che indica la Luna, ignorando l’esistenza di quest’ultima? E’ questo il comportamento di tutti i banali commentatori, che preferiscono non parlare della sostanza del risultato elettorale per continuare a stordire un popolo già rimbecillito con questa futile democrazia del voto. Andiamo al sodo invece e cerchiamo di capire quale potrebbe essere l’effettiva sorte di questo paese.

Belpietro (già direttore di “Libero”) scrive in un editoriale per “Il Giornale” che il voto mette una pietra tombale sul progetto renziano di “partito della nazione”. Semplici balle; o il giornalista è molto ignorante in fatto di politica oppure altera i fatti. Le elezioni hanno mostrato che al momento non c’è reale alternativa al susseguirsi dei governicchi degli ultimi anni. Il problema non è se in futuro verrà o meno cambiato il premier. E’ la direzione di marcia degli eventi che non sembra proprio mutare. Berlusconi – a parte l’evoluzione del suo recentissimo disturbo cardiaco, dal quale mi auguro si rimetta presto – non ha pagato nulla per il doppio gioco svolto da almeno cinque anni; e ciò grazie all’incapacità o peggio dei suoi “alleati” del centro-destra, rabbiosi ma in definitiva senza alcuna attitudine a liberarsi delle mene di un uomo tanto infido. Non è che costui appoggi in specifico Renzi; ha stabilito un accordo con i vertici statunitensi (Obama in particolare negli ultimi anni) e porta avanti gli interessi di questi ultimi.

Ho già ripetuto più volte che non vi è alcun pericolo di conflagrazioni mondiali maggiori; però siamo in una fase in cui gli Usa debbono accettare un certo grado di multipolarismo. Cercano di ridurlo, ma ciò non risulta al momento possibile. L’area decisiva del confronto è ancora una volta l’Europa, malgrado le tante menzogne raccontate. E in Europa, il paese più servo – e, fra i servi, notevolmente importante: sia economicamente che come posizione geografica – è l’Italia. Per questo, mentre durante la presidenza Bush jr. qualche margine di libertà venne concesso (e proprio a Berlusconi), adesso l’allineamento italiano deve essere pressoché perfetto. Il susseguirsi dei governi, da Monti in poi, ha perseguito questo scopo. Siamo arrivati a Renzi; è quello definitivo oppure no? Non credo sia questo problema a dover ritenere la nostra massima attenzione. Dobbiamo servire gli Stati Uniti; e tale necessità viene rispettata con l’inserimento nei posti dirigenti degli organismi più importanti – governo come Confindustria e mille altri, compresi quelli militari e dei Servizi, alla Rai, ecc. ecc. – di personaggi ben accucciati davanti ai “padroni”. E tutto questo sta fra l’altro conducendo alla liquidazione di quei pochi settori economici strategici che avevamo ancora.

Se questo è il fine perseguito con progressione sicura, pur se vi sono delle tortuosità (sempre vi sono, la linea retta non è quella giusta in politica), alla fine si arriverà a ricostituire un partito detto “di centro”. Non è che ci siano destra e sinistra, ormai molto confuse fra loro (salvo che per alcune questioni di costume e di “diritti” detti civili); dire “centro” significa semplicemente indicare che si tratterà di un grosso partitone (pur se magari diviso in correnti come la vecchia Dc) in grado di mantenersi in permanenza al governo, lasciando “ai lati” altre forze necessarie per la recita “democratica”. E, a seconda delle esigenze, il partitone magari darà pure lui vita, come avvenne in passato con la Dc, agli opportuni “compromessi storici”; soprattutto se uno dei “contorni laterali” divenisse troppo “saporito” (cioè numeroso).

Ecco allora spiegato l’andamento delle vicende degli ultimi anni. Chi è il premier non è proprio secondario, e tuttavia non si tratta del problema centrale. Più rilevante è la sussistenza del “Gano di Maganza (o Magonza)”, che assicura l’inanità di ogni opposizione pur però fingendola per deviare e rendere sterile il malcontento di quelle quote di popolazione sacrificate alle esigenze dei seguaci del partito governativo. Al momento, Berlusconi è il “traditore” prescelto e che a tale ruolo si è prestato (solo per le sue aziende e i figli? Anche questo è secondario). E’ vecchio, e ancora più vecchio di lui è il rappresentante degli Usa in Italia da tempo immemorabile, dagli anni ’70. Potrebbero entrambi sparire per motivi naturali. Non credo che ciò creerebbe grossi ostacoli.

La vera disgrazia per questo povero paese è l’assenza di una seria opposizione. Quella di centro-destra è affidata a due partiti che hanno mostrato una rara inettitudine politica. E’ colpa dei loro leader (Salvini e Meloni)? Credo esistano motivi più di fondo per cui si resta ancorati a forme di malcontento soltanto formalmente esasperato, senza la capacità – e magari, concediamo pure, l’estrema difficoltà – di rimettere in completa discussione questa falsa “democrazia”. Essa può andare bene per un paese della forza degli Stati Uniti, che si fingono democratici e compiono atti di prepotenza in tutto il mondo. Non può funzionare invece in un paese come il nostro, che ha bisogno di un governo “antidemocratico”, atto a soggiogare e trascinare la popolazione con opportuni entusiasmi ideologici. Per il momento non esiste un qualsiasi gruppo politico similmente abile. Soprattutto non si sa dove scovare un buon motivo di esaltazione popolare.

In definitiva, qual è l’opposizione che resta? Quella apparentemente, e al momento, più grossa è la “grillina”. E’ pasticciona, si dice. E lo è, ma ancora una volta il difetto principale risiede nell’assenza di una chiara visione dei reali problemi che assillano l’Italia. Siamo base operativa statunitense da ormai 70 anni (anche se nella prima Repubblica esistevano margini un po’ migliori di autonomia, soprattutto grazie all’esistenza del campo creduto “socialista” e che comunque era una spina nel fianco dell’atlantismo). Non sarà certamente questo partito ad assumere una posizione di vera indipendenza; per praticarla sarebbe di fatto necessario spostare i propri rapporti verso la Russia, con cui magari intrattenere perfino una serie di “liaisons dangereuses”. E’ più facile che i pentastellati cerchino di accordarsi con gli Usa per avere il “permesso” di puntare al governo. Se così fosse, si creerebbe una “democrazia” all’anglosassone (soprattutto alla statunitense). Tuttavia, continuo a privilegiare l’opzione di una nuova “balenina” al “centro”, con contorno di “ali” più o meno degne di qualche concessione. Probabilmente, l’“ala” 5 stelle sarà abbastanza grande, un po’ come il Pci nella prima Repubblica; tale partito aveva però una dimensione storica, una elaborazione teorica, un sistema di relazioni internazionali, che oggi nessuno degli schieramenti esistenti può nemmeno sognare.

Questo mi sembra lo stato di salute della “foresta” italiana. Molti alberi sono stati tagliati improvvidamente; la maggior parte degli altri sono assai malati e con radici sprofondate in terreni secchi, scarsi di alimenti. Il risanamento non è per nulla certo; e, se ci sarà, avrà tempi assai lunghi. Risalta in ogni caso con forte drammaticità l’assenza di una forza politica, che abbia almeno il proposito di iniziare una cura. D’altra parte, nessuna cura sarà mai apprestata se non si parte da un corretto ripensamento critico dell’esperienza “democratica”, che ha creato, dopo 70 anni, il deserto nei cuori e nei cervelli di una popolazione allo sbando.

“ER PASTICCIACCIO BRUTTO” E IL PUNTO D’APPRODO DELL’IDEOLOGIA ITALIANA DI SINISTRA

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italia_a_pezziIl compianto Costanzo Preve ogni tanto faceva dei discorsi sensati; ad esempio riteneva che fosse opportuno, a volte, “mettere in mezzo la verità” ovverosia lasciare da parte la ricerca della supremazia nella discussione perché non è sempre importante se ho ragione io o tu ma può essere più utile comprendere in realtà come stanno le cose. Stati di cose che sono basati su fatti composti da classi (logiche) di dati sensibili elaborati dal soggetto conoscente a partire dal presupposto “realistico” che un qualcosa esterno a noi ci impedisce, in ogni determinato momento, di accettare una indefinita serie di interpretazioni, magari anche contraddittorie, come spiegazione di un evento. Pessimo inizio per questo discorso ma proviamo a rimediare. Il vecchio Moro, notoriamente, aveva una particolare predilezione per le due massime: “dubita di tutto” e “nulla di ciò che è umano (che riguarda l’umanità) mi è estraneo”; la seconda si connette alla radicale e integrale politicità di tutto il suo lavoro teorico mentre la prima è il principio della sua fondamentale decisione di allontanarsi dalla “filosofia” per abbracciare la “scienza”. Anch’io sono pieno di dubbi e, per fare un esempio,  tra le cose che non capisco c’è anche quella che riguarda il valore attribuito ad un’eventuale approvazione di quanto implicato in questo imminente referendum costituzionale. Per quanto mi riguarda ho voluto, proprio per provocare un po’ di polemiche, ipotizzare una mia volontà di votare sì. Il primo motivo che mi sono inventato è  che una vittoria del sì porterebbe a un sistema politico istituzionale il quale  “rivelerebbe” la scarsa rilevanza del voto elettorale in conseguenza del fatto che le posizioni partitiche e politiche minoritarie verrebbero svuotate di ogni possibilità di intervenire nei processi decisionali di chi governa. Queste forze verrebbero così  costrette a praticare una diversa forma di politica stabilendo legami socioculturali “forti”, comportanti sacrifici e non prebende, con alcuni ceti subalterni allo scopo di guidarli verso una comprensione-azione autonoma nell’arena dello scontro politico in senso lato. Mi pare che secondo  alcuni   l’attuale sistema permetterebbe ancora ai ceti medio bassi di mantenere delle capacità decisionali, seppure minime, all’interno di quell’apparato di potere che chiamiamo Stato. Costoro asseriscono che la riforma proposta ridurrebbe quasi a zero queste potenzialità. Naturalmente si tratta di un argomento di “sinistra” perché la destra tradizionalmente è più favorevole allo “Stato etico”, al liberismo, al decisionismo e alla governabilità. Nonostante che la Lega abbia sbandierato il federalismo, il cittadino conservatore e liberale serio pensa che uno Stato “forte”, che si sappia far valere anche all’estero – e che abbia qualche possibilità di limitare sprechi e corruzione alimentando i punti cruciali che possono innescare la crescita – deve strutturarsi in maniera centralizzata e caratterizzarsi per un esecutivo forte e stabile. Il no del centro destra al referendum è quindi, sostanzialmente,  un no al governo e a Renzi. Un no che condivido nella misura in cui il giovanotto toscano è ora il rappresentante ufficiale degli Usa in Italia a garanzia della nostra dipendenza e sottomissione. Ma vi sono alcune cose che non capisco e che vi pregherei di spiegarmi, perché alle volte sono proprio ottuso, ovvero: non riesco a convincermi che gli strati sociali subordinati in Italia abbiano tuttora un qualche potere decisionale e quindi non comprendo come possano perderne perché l’imperium e la potestas (riferiti in questo caso ai gruppi sociali dominati) sotto zero non possono andare al contrario delle temperature; se parliamo di sovranismo e ci rifacciamo storicamente alle fasi multipolari e policentriche mi pare si possa considerare che i regimi più funzionali ad una autonomia ed indipendenza nazionale siano quello autoritario liberale, per il multipolarismo, e quello fascista (vedi, ad esempio, il periodo tra le due guerre mondiali) per le fasi policentriche acute. Ricordiamo che Bobbio, grande filoamericano ma non stupido, affermava che il totalitarismo è l’opposto del liberalismo mentre l’autoritarismo lo è della democrazia; uno stato autoritario e liberale è sicuramente possibile a patto che rispetti il principio fondamentale di permettere il libero gioco competitivo tra i singoli individui lasciando che la società civile come sistema dei bisogni e del “commercio” si autoregoli senza vincoli artificiosi. In particolare la forza, oltre che per l’ordine interno, risulta decisiva nell’arena internazionale per tentare l’affrancamento da potenze che insidiano l’autonomia delle decisioni dell’elité al governo. Un motivo serio per votare no veramente ci sarebbe e consiste nel fatto che la riforma è proprio un “pasticciaccio brutto” ovverosia un taglia e incolla senza molta coerenza. Ma non si tratterebbe, a quanto pare, solo di una modifica incoerente perche come dice il professor Luca Antonini:

<<L’Italicum è una brutta copia del Porcellum dichiarato incostituzionale, prevede ancora sostanzialmente le liste bloccate (perciò di fatto anche questo sarà “un parlamento di nominati”) e assegna un enorme premio di maggioranza al partito che al ballottaggio raggiunge il più alto numero di voti. Quindi un partito con il 25-27 per cento dei consensi può diventare maggioranza alla Camera e decidere tutto. Vedo un fortissimo rischio di “premierato assoluto”, che secondo me metterebbe in pericolo la tenuta democratica del sistema. Anche perché questa maggioranza “facile” ottenuta grazie all’Italicum, in virtù della riforma permette di condizionare tutte le nomine che fa il parlamento (Csm, Corte costituzionale, presidente della Repubblica…). Viene meno tutto il meccanismo di “check and balance” previsto dalla Costituzione. Secondo me è grave>>.

In sostanza si può dire che il problema è l’Italicum rispetto al quale la riforma del testo costituzionale è soltanto una premessa. Qualcuno, quindi, potrebbe dire che la “lista” che saprà meglio convincere il “popolo”, alle prossime elezioni politiche, sarà in grado facilmente di rimediare ai “danni” provocati dalla riforma perché la “violazione della democrazia” è contenuta in una legge ordinaria  che potrà essere modificata radicalmente  in tempi brevi grazie al superamento del bicameralismo perfetto. Probabilmente avremo un duello tra Pd e Movimento 5 Stelle, un fatto veramente anomalo ! Non si è mai visto e non si vede tuttora in nessun paese – perchè gli Usa e il Regno Unito sono solo il frutto della nostra immaginazione – che la vittoria se la giochino solo due partiti! (???!!!). E se la partita, invece, se la giocassero in 5 o 6, allora si che avremmo un regime veramente democratico ! Che meraviglia! Ma non preoccupatevi, se volete un seggio in parlamento la soglia di sbarramento è solo del 2 %, qualche biscottino ci sarà per tutti da subito, anche per la “sinistra”. Dubbi. Tanti dubbi. Anche un vecchio arnese democristiano come Cirino Pomicino è andato in crisi. A suo tempo pareva una persona in grado di ragionare decentemente. In un articolo del 10.05.2016 egli scrive:

<< I sostenitori del sì ci dicano qual è la differenza democratica tra la nuova riforma costituzionale accompagnata dalla nuova legge elettorale con il Regno d’Italia del 1923 quando fu varata la legge Acerbo di fascista memoria cui si opposero comunisti, socialisti e democristiani (allora «popolari»). Sino a quando non ci verrà spiegata noi ricorderemo a tutti che la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa ma nella stagione della globalizzazione anche la farsa è una tragedia.>>

E’ vero la farsa è spesso una tragedia soprattutto quando il comico è un incapace o un deficiente e comunque non conosco nessun sostenitore del sì perché anch’io mi sono arreso e a questo punto come si dice in Veneto “go moa el manego drio a baia” (ho mollato il manico assieme al badile) ! Ma se si vorrà guardare in giro il vecchio democristiano potrebbe trovare un guitto “ex piciista” che gli potrebbe spiegare  tutto (inutile credo fare il nome). Eppure Cirino Pomicino dimostra di possedere ancora un minimo di lucidità quando scrive:

<<Se si vuole rafforzare il governo rispetto al potere del parlamento c’è il presidenzialismo all’americana che stabilizza l’esecutivo rafforzandolo, non certo il pasticcio di una democrazia parlamentare finta con un premio di maggioranza del 15% simile a quello presente nella sola Grecia. […] La riduzione dei parlamentari può essere fatta anche con un sistema presidenziale che non consegnerebbe il paese a una minoranza dei votanti ma alla maggioranza dei votanti>>.

Proprio così, secondo gli esperti (e secondo gli americani) può essere democratico anche un sistema politico in cui il corpo elettorale elegge direttamente il capo dell’esecutivo. E infatti la dottrina classica parla di equilibrio dei poteri da mantenere tra i detentori di quello legislativo, di quello esecutivo e di quello giudiziario. Ma in Italia si è sempre voluto enfatizzare il ruolo del Parlamento tacciando, ad esempio, come forma eversiva la reiterata pretesa del governo di presentare decreti  anche in situazioni di reale urgenza. E in questo modo i cosiddetti “poteri forti” sono stati “costretti”, quando le cose non giravano per il verso previsto, a utilizzare magistrati non eletti per sovvertire veramente e in maniera radicale l’ordine istituzionale. E se la riforma di Renzi viene considerata, da tutti i benpensanti, un progetto che porterà a un governo autoritario anche il solo parlare di presidenzialismo, in Italia e in particolare per la sinistra, è sempre stata considerata una bestemmia.  Vorrei accennare, per ultimo, allo Stato sociale e alla sua sostenibilità. Si tratterebbe del fine ultimo per il quale risulta necessario il mantenimento della cosiddetta democrazia. Mi pare che gli economisti ammettano che in tempi di crisi nonostante i tentativi di frenarla la spesa pubblica tenda ad aumentare; molti dicono che comunque l’austerità è dannosa e che bisogna insistere per tentare di sostenere la domanda visto che in questa congiuntura un aumento di liquidità senza crescita non produce inflazione. Così si può trovare scritto :

<<Quali sono le conseguenze di un calo della domanda aggregata? I cittadini spendono meno, le aziende producono meno, perché non riescono a vendere i loro prodotti e servizi e sono costrette a chiudere, a non assumere personale e peggio ancora a licenziare>>.

Ma se l’offerta, soprattutto intesa in termini qualitativi, non trova una corrispondente domanda le imprese vanno comunque in crisi, aumenta la disoccupazione e anche i consumi frenano. Ma, insomma, non sono in grado di argomentare oltre su queste questioni per cui posso solo limitarmi ad una citazione da un articolo di Marco Craviolatti (05.06.2016):

Le interpretazioni più consolatorie attribuiscono il rallentamento alla stagnazione internazionale, ma purtroppo ci sono ragioni ben più gravi, che chiamano in causa non solo la quantità, ma soprattutto la qualità del sistema produttivo italiano. L’industria nazionale si sta de-specializzando, non migliora i prodotti, deposita il 2% dei brevetti internazionali a fronte dell’ 11% della Germania e della Cina, rimane assente o marginale in molti settori ad alto valore aggiunto (si pensi a biotecnologie e high-tech). Così perde quote di mercato non solo a favore dei Paesi avanzati, ma anche di molti emergenti, che al costo del lavoro ridotto abbinano ormai un rapido sviluppo tecnologico. “Bisogna investire di più” – si dice – giacché gli investimenti sono crollati del 30% dall’inizio della recessione.

Tuttavia, l’economista Roberto Romano documenta su Sbilanciamoci.info come anche questo sia un problema qualitativo più che quantitativo. A mancare sono soprattutto gli investimenti ad alta tecnologia; inoltre i beni capitali sofisticati (macchinari, brevetti, licenze) devono essere in gran parte importati dall’estero, per l’assenza di una valida offerta nazionale. Non serve nemmeno – dice Romano – invocare più ricerca e sviluppo: è vero che il nostro Paese vi impiega poche risorse, ma è una coerente conseguenza di ciò che produce, beni e servizi di complessità limitata. Ben venga la promozione del buon cibo italiano, ma il packaging del Parmigiano richiede certo meno ricerca delle sonde di Stephen Hawking per Alpha Centauri>>.

 

Mauro Tozzato           06.06.2016

 

 

La via europea verso il multipolarismo

il ratto d'europa

il ratto d'europaL’Eu è unita solo a parole. La retorica della cooperazione e della solidarietà collettiva copre malamente la rissa tra galletti battibeccanti per l’egemonia infra-continentale che però si piegano vilmente alle influenze atlantiche, impedendo all’Europa intera di farsi carico del suo destino. Francia e Germania, de vobis fabula narratur.

Se il conflitto per la predominanza in Europa sfocia in un caos disorientante è perché i contendenti non hanno ancora le idee chiare sul futuro comunitario nel contesto multipolare. La lotta per le zone d’influenza interne decade in zuffa per mancanza di progettualità strategica e comprensione delle trasformazioni geopolitiche che stanno riconfigurando i rapporti di forza tra formazioni mondiali.

Gli europei non riescono ancora a liberarsi del loro complesso d’inferiorità politica verso gli americani ed esitano a rompere catene divenute ampiamente anacronistiche. Eppure, il mondo unipolare sta svanendo, messo in discussione dall’emergere di nuovi poli ad oriente che iniziano a innalzarsi al rango di potenze più che regionali. Collegarsi con queste aree dovrebbe essere la priorità di Bruxelles, per esprimere meglio il proprio potenziale economico e politico e ricostruire una sovranità degna di questo nome.

Invece, i tentennamenti delle nazioni che pretendono di essere guida europea, evitando però di staccarsi dal rimorchio straniero, assumendosi con ciò le proprie responsabilità, accrescono le divisioni intestine, aumentano le soperchierie contro i membri più deboli e periferici della famiglia europea (vessati da dentro e da fuori l’Europa) ed espongono i governi a pressioni internazionali sempre più destabilizzanti.


Occorrerebbe fondare un asse tra Francia e Germania, con la Russia, per rintuzzare i piani statunitensi che puntano a fare dell’Europa un teatro di battaglia dell’inevitabile sfida russo-americana dei prossimi anni. Ma francesi e tedeschi, anziché evitarlo, cercano di accaparrarsi l’approvazione degli yankees per avere un vantaggio sul vicino e far pagare al resto della compagnia il prezzo di tale contesa suicida.

A Washington temono come la peste un super-stato franco-tedesco che possa coinvolgere pure Roma ed orientarsi verso Mosca. Questo dovrebbe essere il vero obiettivo europeo, non le chiacchiere su ulteriori allargamenti coi quali ci portiamo dentro i confini infidi esecutivi filo-americani dell’est che indispettiscono il nostro confinante russo.

E’ certamente una necessità che non potrà essere raggiunta dall’oggi al domani (data anche l’ingombrante presenza Nato sul nostro suolo) ma bisogna porre adesso le basi per avvicinarsi allo scopo. Iniziando, per esempio, con una Ostpolitik in direzione del Cremlino, come recentemente dichiarato dal Ministro degli Esteri tedesco. Se non si percorrerà questa strada l’Europa sarà semplicemente spazzata via tra mille sofferenze di cui già si vedono tutti i segnali.

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