QUELLO CHE CI DICONO LE PRESIDENZIALI FRANCESI

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Marine Le Pen si è classificata seconda nel primo turno della corsa all’Eliseo, alle spalle del filo-europeista Emmanuel Macron. I due se la vedranno al ballottaggio ma il capo del Front National sembra avere poche speranze. L’élite politica e finanziaria francese, collegata a quella mondialista di matrice statunitense, ha già scelto il suo uomo, anzi lo ha addirittura creato, quasi da zero, intuendo con grande anticipo che Hollande, figlio prediletto dell’establishment e dell’internazionale atlantica, stava dilapidando i consensi suoi e del suo partito. Così, per evitare il classico bagno di sangue elettorale che avrebbe travolto le forze di sistema queste ultime hanno tirato fuori un coniglio dal cilindro. Infatti, nelle recenti presidenziali i socialisti sono precipitati al loro minimo storico, dopo una gestione del Paese vergognosa, in linea con quella di altri governi europei che si ispirano alle stesse malsane idee di sinistra e politicamente corrette. Il dato più sconvolgente, che starà facendo rivoltare nelle tomba il Generale De Gualle, è l’appoggio dell’escluso Fillon, e di altri sedicenti gaullisti, al giovane bankster cresciuto alla corte dei Rothschild ma politicamente prodotto nei laboratori dei poteri globali. Il movimento di cui Macron è alla testa, En Marche!, ricorda, persino nel nome, i gruppi della galassia sorosiana, finanziati dall’estero ed incaricati di destabilizzare gli Stati in cui s’infiltrano, per favorire l’ingerenza statunitense. Macron sta per realizzare una specie di rivoluzione colorata ma molto più raffinata. Chi siano i burattinai alle sue spalle è abbastanza evidente. Otre all’endorsement di Fillon e del socialista Hamon, Macron potrà contare anche sul tacito contributo degli altri candidati perdenti i quali, sicuramente, non daranno indicazione di voto per la Le Pen, descritta come una pericolosa populista e xenofoba. Mi riferisco, in particolare, a Melenchon, candidato di estrema sinistra, attestatosi ad un lusinghiero 19%, che farà valere una pregiudiziale ideologica, benché le sue posizioni sui destini dell’Ue non siano distanti da quelle del FN. L’unica eccezione alla linea Maginot, innalzata contro il FN, quella di Dupont-Aignan, dell’estrema destra sovranista, il cui bacino di voti (4,7% secondo i numeri di questa tornata) è l’habitat naturale della Le Pen. Ma questi spiccioli non saranno sufficienti a spezzare il fronte dei conformisti, per quanto esista una vana speranza che l’elettorato arrabbiato non segua le indicazioni dei leader e si riversi sull’unica componente realmente avversa ai nucli dominanti che però non rappresenta un autentico contropotere, in quanto ancora incantata dalle sirene democratiche.
Ovviamente, tutto il circo barnum comunitario sta esaltando Macron il quale ha ridato speranza agli ideali unitari che rendono, e non da oggi ma dalla sua fondazione, il continente una succursale di Washington. Il partito unico europeista è finalmente visibile, come non mai, da destra a sinistra, passando anche per il centro. In Italia, dal Pd a Forza Italia, si sono tutti schierati con il futuro Presidente dei ricchi, escludendo Salvini e Meloni. Non basta ciò per far capire ai due che devono stare lontani dall’accolita berlusconiana, fucina di tradimenti e di traditori da più di vent’anni? Se Lega e Fdi accetteranno l’ennesimo bacio di giuda finiranno malissimo e se lo saranno meritato, ormai il ruolo di stampella dei prepotenti e corrotti di Berlusconi è così evidente che chi va con lui deve essere considerato, al pari suo, un nemico del popolo italiano. In ogni caso, ci vogliono ben altro che le elezioni per terremotare l’asse europeistico proUsa che domina il Vecchio Continente. Se non sorgono forze e uomini disponibili ad utilizzare altri mezzi, di una certa virulenza, come dice La Grassa, le nostre prospettive di liberazione dal giogo statunitense saranno inesistenti. Le elezioni sono il loro gioco, un gioco in cui il banco, in una maniera o nell’altra, vince sempre.

LA NECESSITA’ DI UN CAMBIAMENTO

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I tre articoli sopra riportati sono di una certa rilevanza per i nostri discorsi. Nel primo si evidenzia la notizia di una prima indagine Onu, basata sulla raccolta di testimonianze oculari, che scagionerebbe Assad per i fatti della provincia siriana di Idlib, dove i regolari di Damasco avrebbero, o meglio non avrebbero, usato gas mortali per stanare i ribelli, uccidendo però indiscriminatamente donne e bambini. In realtà, le Nazioni Unite sembrano dare ragione ai russi che avevano riferito di un bombardamento casuale di depositi chimici in mano ai jihadisti, sostenuti segretamente dall’Occidente e dalle monarchie del golfo. Anzi, la commissione onusiana, incaricata di fare chiarezza sull’episodio, va oltre la tesi russa e parla di assenza di prove concrete sulla ricostruzione inizialmente rilasciata dalla Comunità Internazionale, in quanto i presunti sintomi da avvelenamento da sarin non sarebbero compatibili col numero di morti e con gli effetti prodotti sui corpi dei deceduti. Ovviamente, questi riscontri passeranno sotto silenzio sul giornale unico mondiale politicamente corretto che ha appoggiato, senza attendere accertamenti puntuali, la versione americana degli avvenimenti. I quotidiani nostrani, tra i più cialtroni di tutti, per ora non hanno dedicato nemmeno un trafiletto alle fake news di cui sono stati artefici insieme alle centrali d’intelligence atlantiche. Ma tanto la realtà non è ciò che accade ma solo quello che loro narrano, anche se poi si fanno chiamare, giusto per fare un esempio, Fatto Quotidiano. Come diceva Carmelo Bene, compito della stampa è informare i fatti (cioè fabbricarli) non sui fatti. I nostri scribacchini di Repubblica, Corriere, Stampa ecc. ecc. sono abili traduttori simultanei dal diktat americano al servilismo italiano. Poco importa che a causa delle loro menzogne continueranno a morire innocenti e ad espatriare perseguitati, insieme ad un bel numero di kamikaze che verranno a compiere attentati in Europa. Negheranno anche questa situazione di cui sono corresponsabili ed accuseranno i populisti o i putinisti di incancrenire il clima sociale e di mettere a repentaglio la democrazia all’indomani di ogni strage, come già accaduto per gli eventi terroristici di San Pietroburgo e di Parigi, dove i colpevoli non sono stati individuati tra oltranzisti e loro sponsor, come avrebbe dovuto essere, ma additati in Putin e Le Pen.
Nel secondo pezzo si racconta della reazione stizzita dell’Esecutivo italiano per l’abbassamento del rating da parte dell’agenzia Fitch, con quartier generali a Londra e New York. I nostri alleati-padroni intendono mantenerci sulla graticola utilizzando ogni mezzo a fini destabilizzanti. La debolezza dello Stivale è necessaria ai loro piani e in tale condizione intendono farci restare, al netto di qualche contentino, per realizzare i loro intendimenti geopolitici e geoeconomici. La nostra assurda classe dirigente non comprende che per infischiarsene delle valutazioni di Standard & Poor’s, Fitch o Moody’s deve uscire dal sistema internazionale in cui è reclusa mutando amicizie e proiezioni strategiche. Queste società agiscono per conto di chi le manovra, non danno giudizi neutrali sulla situazione economica ma rappresentano uno strumento per ingerirsi negli affari nazionali con l’obiettivo di modificare gli indirizzi dei governi. Il sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, sostiene che “è arrivata l’ora che l’Europa si doti di una sua agenzia”. Cambierebbe poco per l’Italia che, nel suo stato di cronica debolezza sovrana, finirebbe schiacciata da un doppio tallone di ferro, anglosassone e continentale. Finché non saremo in grado di rompere la gabbia d’acciaio filo-atlantica ed europeistica saremo in balia dei voleri altrui. Quando elaboreremo, al prezzo di molti sforzi e sacrifici, una visione del mondo più aderente ai nostri interessi nazionali, nessuna critica estera ci metterà così in difficoltà. Saremo in grado di respingere minacce e ricatti stranieri soltanto con un nostro progetto sovranista, simpatizzante delle iniziative di quelle potenze revisioniste che stanno rilanciando l’epoca multipolare. Attualmente, non siamo capaci nemmeno di mettere un argine all’invasione di immigrati che sta sconvolgendo il nostro tessuto sociale. Questa problematica ci sta privando dell’identità e della nostra casa, in cui non siamo più padroni di decidere. Come ha scritto, recentemente, La Grassa cogliendo pienamente il fulcro della questione: “C’è una domanda che non mi sembra venga posta; o forse mi è sfuggita. Come mai in tutti questi anni, in Italia non vi è mai stato un attentato, un massacro, ecc. come ormai avviene con una certa frequenza altrove. La risposta più semplice è che l’Italia è probabilmente la porta più aperta esistente in Europa per le fiumane di migranti in arrivo. Quindi, si cercherebbe di non inasprire qui gli animi dei nostri cittadini contro un simile processo, perché altrimenti si creerebbe maggiore ostilità all’accoglimento così tanto caldeggiato dai “sinistri”, dalla Chiesa, ecc. Accettare una tesi del genere significherebbe però accreditare che tutto quanto avviene sul piano degli attentati terroristici è perfettamente organizzato e orientato da un centro dotato di grande lucidità strategica e di forte presa direttiva sul complesso delle varie organizzazioni islamiche “radicali”. Credo che si dovrebbe spostare l’attenzione su chi fornisce alle organizzazioni islamiche, in grado di effettuare vari attentati o quanto meno di favorirli e di appoggiarli in qualche modo, una forte alimentazione in termini di armi, di denaro e altro ancora. Questo “chi” è soprattutto molto imbricato con importanti e decisivi “ambienti” statunitensi, che dirigono tutta una rete di complicità presso i governi e organismi politici (in specie di “sinistra”) di importanti paesi della UE. In questo momento, l’Italia è uno dei paesi più deboli e mal governati fra questi paesi. Di conseguenza, al “chi” di cui sopra non credo farebbe piacere un’ondata di paura e anche di rabbia che sconvolga la nostra popolazione. In ogni caso, è bene non stare troppo tranquilli; e senz’altro dobbiamo continuare a porci la domanda con cui ho iniziato queste note. Non è in fondo del tutto facile rispondervi”.
Ed ecco che tutto fa brodo per rimpinguare la complessiva incertezza in cui Roma deve galleggiare, anche i documenti esitati da una poco credibile società di valutazione del credito.
Infine, nell’ultimo intervento si riporta di un sondaggio austriaco che segnala di come stia crescendo tra la gente il rimpianto per la presenza di un uomo forte, come Hitler, alla testa dello Stato. Un austriaco su quattro rivorrebbe il Führer o un Führer per rimettere le cose a posto. Sono convinto che anche in Italia, dove l’emergenza sicurezza e il disorientamento pubblico aumentano a piè sospinto, tale soluzione non sarebbe così sgradita. Specularmente, in altre parti di questa sventurata Europa, vittima delle sue inutili classi dirigenti, qualcuno comincia a sentire nostalgia dei dittatori o di protagonisti più decisionisti di quelli ora in sella. Ho sempre pensato che i nostri avi non fossero ubriachi quando si buttarono tra le braccia dei “despoti” ma piuttosto esasperati dalla corruzione e dall’incompetenza dei loro governanti. L’Italia dei Giolitti e dei Turati era marcia, lo scriveva persino un antifascista come Salvemini: “Se Mussolini arriverà a spazzare via queste vecchie mummie e canaglie, avrà fatto opera utile al paese. Dopo che lui abbia compiuto questo lavoro di spazzature, verranno avanti uomini nuovi, che spazzeranno lui…Se Mussolini venisse a morire, e avessimo un ministero Turati, ritorneremmo pari pari all’antico. Motivo per cui bisogna augurarsi che Mussolini goda di una salute di ferro, fino a quando non muoiano tutti i Turati, e non si faccia avanti una nuova generazione liberatasi dalle superstizioni antiche”. Quella di Weimar, che spianò la strada ad Hitler, altrettanto ed anche di più. Forse, l’Ue di oggi è messa, politicamente e socialmente, peggio ma si salva, anche se non si sa per quanto tempo ancora, grazie ad un relativo grado di benessere, dilapidato di anno in anno dai sicofanti di Bruxelles. La cosiddetta deriva autoritaria potrebbe, un domani non molto lontano, diventare un’ipotesi concreta e, comunque, preferibile all’autoritarismo democratico attuale, ormai troppo mortificante per i popoli europei. Se servirà a liberarsi dal giogo americano e ad aprire una fase diversa che ben venga, a patto, ovviamente, che emergano gruppi decisori e uomini di tutt’altro spessore morale, intellettuale e politico che sappiano riportare l’Europa fuori dalla sudditanza odierna alla prepotenza dominante. Costerà decisamente molto ma la storia lo impone perché in mancanza potrebbe accadere di peggio.

COMINCIAMO A DIRCI ALCUNE VERITA’, di GLG

gianfranco

 

Le ONG, ormai chiare coadiuvanti dei flussi migratori, sono organizzazioni criminaloidi di stampo filoatlantico (cioè filo-Usa), che hanno sempre appoggiato sommosse e cambio di regimi in quella direzione. E ciò non penso cambierà con Trump. Il fatto che tali flussi siano alimentati e orientati in date direzioni da simili banditi fa capire che non vi è nulla di semplicemente “spontaneo e disordinato” nel processo di migrazione in corso; e nemmeno si tratta solo di “disperati” che fuggono da situazioni “tragiche”. E’ in corso una gigantesca operazione di disfacimento sociale e politico dei paesi europei, da ridurre a semplici pedine ossequienti agli Usa nella fase storica in cui stanno comunque crescendo degli antagonisti, fra qualche tempo globali, degli stessi.

Adesso capiamo meglio la lungimiranza di coloro che, dopo il crollo dell’Urss e il momentaneo monocentrismo Usa, hanno individuato nell’Italia una pedina importante per premunirsi in vista di mosse strategiche future. All’uopo hanno promosso l’azione che condusse all’annientamento della prima Repubblica e al tentativo di creare un nuovo regime con i peggiori servi di sempre: i postpiciisti – che già avevano iniziato il loro tradimento filoamericano all’inizio degli anni ’70 con la segreteria ben nota, grande strombazzatrice di falso moralismo – e la sinistra Dc più alcuni brandelli “amatiani” del Psi. Purtroppo, per meri interessi di poco respiro si levò contro quel progetto l’insieme “berlusconiano” che poi, negli ultimi anni, ha messo la coda tra le gambe ed è divenuto complice dello stesso progetto, portato però avanti dai centri dirigenti statunitensi con una serie di variazioni indotte nella sedicente “sinistra”, dato il fallimento di quella postpiciista e traditrice.

Sia chiaro che quella che chiamiamo “sinistra” non ha nulla a che vedere con quella, pur sempre filoamericana, ma condotta da personaggi come Craxi in Italia, Brandt e Schmidt in Germania, ecc. Adesso abbiamo il peggio del peggio, inetti e “banditi da trivio”, servi senza più il benché minimo barlume di qualche azione autonoma. Bisogna combattere e annientare una simile falsa sinistra con metodi assai diversi da quelli “democratici” del voto. Non ce ne libereremo mai in questo modo. Bisogna distruggerla, disperderla, incenerirla. Però qui non si vede nulla, salvo chi balbetta di sovranismo e antieuropeismo, di lotta alla finanza ecc. No, cretini o in malafede che siete. La finanza, non meno della “sinistra”, è strumento nelle mani dei peggiori criminali mai esistiti in politica: gli ambienti dirigenti americani, che avvertono la possibilità di gravi dissidi interni, ma soprattutto il pericolo dell’inizio di un lento declino. Di conseguenza, cercano intanto di sfruttare la loro per il momento insuperata potenza militare e una rete di “alleanze” (del tutto asservite) che nessun altro “Impero” ha mai posseduto.

Smettetela di creare partitini proclamatori di “autonomia nazionale” per soddisfare le piccole ambizioni di chi è restato fuori dei grandi centri organizzatori della servitù agli Stati Uniti. Non dobbiamo mandare altri tirapiedi nelle grigie aule dell’inutile Parlamento. Dobbiamo invece promuovere una forte ventata di sputtanamento di quest’ultimo e della bugiarda “democrazia all’americana” (quella dei gangster e di successive “notti di S. Valentino”), che in settant’anni ci ha ridotto all’azzeramento di ogni nostra potenzialità. Ci si alzi contro la “sinistra” e tutti coloro che le si rendono complici. Si cominci un’azione intanto culturale che demistifichi tutte le menzogne raccontateci a partire, non solo ma soprattutto, dalla seconda guerra mondiale. E si mostri infine tutto il marcio (e anzi ancor peggio) delle azioni di questa “democrazia”. Basta con l’inutile can can sovranista e anti-UE se poi serve solo per cercare di eleggere qualche smanioso di diventare parlamentare con tutti i privilegi annessi. Chi sarà nel prossimo futuro un autentico leader politico, userà ben altri metodi (non sconosciuti, già usati in tempi più degni degli attuali) per annientare finalmente tutti i traditori e gli infidi che parlano con “lingua biforcuta”. Amen!

RITAGLI DI GIORNALE SULLA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE

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L’esperto di geopolitica Giampiero Venturi il 23.02.2017 scriveva:

<< La voce viene direttamente dagli USA, prontamente rimbalzata dalla testata iraniana PressTv. Secondo Scott Rickard, analista ex intelligence USA, gli Stati Uniti starebbero stringendo i tempi per evitare che rimangano evidenti prove del loro coinvolgimento nella creazione e nell’addestramento delle milizie dello Stato Islamico, avvenuti a partire dal 2012. A conferma dei sospetti di Rickard ci sarebbe l’attuale intensificazione dei bombardamenti USA su Raqqa, l’autoproclamata capitale del Califfato in Siria e soprattutto la richiesta di un maggior numero di forze di terra da impiegare nel Paese arabo sostenuta nientemeno che dal generale Votel, comandante del CENTCOM, il centro comando americano competente per tutte le operazioni in Medio Oriente e parte dell’Asia centrale. Ad alimentare ulteriormente le illazioni ci sarebbero le voci di una visita segreta in Siria del senatore McCain avvenuta a metà febbraio, ufficialmente finalizzata alla visita delle truppe speciali USA presenti nel nordest del Paese, ma presumibilmente mirata ad incontrare i capi delle milizie curde. La campagna su Raqqa si sta declinando in questi giorni su tre assi paralleli:

• le truppe di Damasco appoggiate dai loro alleati (principalmente forze aeree russe, iraniani ed Hezbollah), arrivate finora sulla sponda occidentale dell’Eufrate all’altezza di Deir Hafer;

• l’operazione Scudo dell’Eufrate condotta dalle forze regolari turche appoggiate dal Free Syrian Army (divenuto ormai branca di Ankara in Siria), attestate per ora nell’area di Al Bab;

• le Syrian Democratic Forces, cartello multietnico dominato dalle Unità di difesa curde (YPG), avanzate rapidamente in queste ore, fino ad arrivare a una decina di km dalla periferia di Raqqa.

A fronte di un obiettivo apparentemente comune, le tre componenti ambiscono a traguardi radicalmente diversi. Damasco preme per continuare a riconquistare quanto più territorio possibile sia ai fondamentalisti del Califfato, sia ai ribelli anti Assad, di cui le SFD sono una variante. I turchi cercano di arginare la fortificazione di un’entità curda autonoma, a costo di entrare in attrito con gli interessi americani. L’intenzione di procedere verso sud è stata sostenuta a febbraio direttamente dal presidente Erdogan. Sulle reali intenzioni delle SDF ci sono invece molte ombre. Le Syrian Democratic Forces all’interno del Governatorato di Raqqa impiegano più che altro reparti arabi (non curdi quindi, n.d.a.), dato che farebbe immaginare la reale intenzione di entrare nella città e liberarla da un triennio di occupazione jihadista. L’appoggio americano alle milizie del cartello sarebbe cresciuto nelle ultime settimane fino a creare sospetti sul vero ruolo che i liberatori di Raqqa dovrebbero poi svolgere una volta arrivati nel cuore dello Stato Islamico.>>

Il fatto che gli americani abbiano contribuito alla nascita e all’iniziale rafforzamento dell’Isis è una cosa sostanzialmente assodata, un vero e proprio segreto di Pulcinella. Non è certo per questo che gli americani hanno intenzione di impegnarsi maggiormente. L’SDF, inoltre, è diventato un nuovo importante strumento per gli Usa nella  strategia che vede impegnate le varie forze e potenze per vincere la partita in Siria ma anche in Afghanistan e in Iraq. Alberto Negri, autorevole giornalista e saggista su tematiche politiche e storiche riguardanti il Medio Oriente, in un articolo del 08.04.2017 aggiunge, in seguito agli ultimi avvenimenti, che l’idea

<< di punire Assad per le armi chimiche è quella di lanciare un avvertimento a coloro che non obbediscono alla superpotenza americana, forse non a caso l’operazione è avvenuta mentre Trump riceveva il presidente cinese, ritenuto il protettore della Corea del Nord. Un’azione dimostrativa: del resto la guerra dal cielo e sul terreno gli americani la stanno già facendo all’Isis e le truppe speciali si trovano sul campo per l’assedio a Raqqa. Un altro risvolto interessante è che i missili hanno colpito una base aerea ma non installazioni vitali a Damasco o il palazzo presidenziale. Per il momento Trump esita ad aprire un fronte più vasto. Ognuno reciterà la sua parte ma che Mosca possa mollare Assad è improbabile, visto che in Siria mantiene basi strategiche nel Mediterraneo. Tanto meno Teheran può abbandonare Assad: il clan alauita di Damasco è l’unico alleato arabo degli iraniani. La punizione del regime farà piacere alla Turchia e alle monarchie del Golfo che per abbatterlo hanno sostenuto i jihadisti. Che poi i sauditi ammazzino tutti i giorni dei bambini yemeniti bombardando i ribelli Houthi non è un evento degno di nota nell’agenda occidentale. Israele, che dal 1967 occupa il Golan siriano, vede nell’attacco Usa un via libera ai raid e a un possibile attacco agli Hezbollah libanesi.>>

Ma lo stesso Negri è poco convinto che gli strateghi di Trump vogliano forzare la mano fino in fondo:

<<La guerra all’Isis si incrocia di nuovo con quella ad Assad: ma sarà vera guerra o Trump ha solo mostrato i muscoli? La seconda ipotesi appare più probabile perché un cambio di regime a Damasco è un’impresa troppo impegnativa e dopo l’insuccesso di Bush junior in Iraq e di Obama in Libia forse gli americani qualche cosa hanno imparato.>>

E quindi il lancio dei missili sarebbe stato un colpo inferto ad Assad più che altro per riallineare Washington con i suoi storici partner in Medio Oriente – Turchia, Israele e le potenze sunnite – assai scontenti di una politica troppo vicina a Mosca e favorevole all’Iran sciita. E Negri scrive ancora:

<<Soltanto pochi giorni fa gli Stati Uniti avevano detto a Erdogan e all’Onu che abbattere Assad «non era più una priorità di questa amministrazione» e che poteva essere un alleato contro i jihadisti: il che significava liquidare seccamente l’obiettivo di Ankara – già costretta a chinare il capo con Mosca e Teheran – e delle monarchie del Golfo. Un cambio di rotta repentino deciso da Trump ma forse soprattutto dai generali Mattis e MacMaster che conoscono a fondo la regione.>>

Per quanto riguarda la Russia lo stesso Negri, in un intervento di qualche giorno dopo (13.04.2017),  così si esprime:

<< Se gli stati Uniti hanno la loro linea rossa – mostrare i muscoli della superpotenza e soddisfare gli alleati israeliani e sauditi – la Russia ne ha tracciata un’altra: non si fanno cambi di regime senza il consenso di Mosca, che aveva già dovuto inghiottire la caduta di Gheddafi nel 2011. Per questo i russi hanno opposto il veto all’Onu alla risoluzione di condanna di Assad. Un altro motivo chiave per cui Putin non costringerà presto Assad ad andarsene è che la Russia intende evitare una vittoria jihadista in Siria per le possibili ripercussioni nel Caucaso, sulla popolazione russa sunnita e nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, terreno fertile per l’islamismo radicale. La terza ragione per cui la Russia in questo momento non abbandona Assad è che vuole preservare le sue basi sulla costa siriana del Mediterraneo: un buon motivo per continuare anche l’alleanza con l’Iran e gli Hezbollah libanesi.>>

E, comunque, la volontà di opporsi veramente all’Isis da parte della Russia appare testimoniata dalla situazione di fatto: nell’assedio intorno a Raqqa i russi assieme agli Usa sostengono una coalizione curdo-araba. Così che non sono pochi i commentatori che prevedono per il medio-lungo periodo una spartizione in zone “cuscinetto” e di influenza, a Nord tra curdi e turchi, col predominio degli israeliani sul Golan e degli alauiti-sciiti sulla costa, con russi e americani a fare da padrini, un secolo dopo Sykes-Picot; dando vita, in questo modo, ad un ulteriore versione del “disordine medio orientale”.

Negri, poi, in maniera più  generale inquadra la situazione a partire dall’assunto che in Siria si stanno combattendo due guerre: una contro tra Assad e l’opposizione, un’altra contro il Califfato. Conflitti che andrebbero inseriti in un contesto più ampio e di lungo periodo a partire dalla contrapposizione tra la mezzaluna sciita e quella sunnita cominciata nel 1980 quando l’Iraq di Saddam attaccò l’Iran di Khomeini e la Siria fu l’unico Paese arabo a schierarsi con gli ayatollah. Nelle sue conclusioni l’autore dell’articolo sembra, infine, ipotizzare una deriva pericolosa per tutte quelle componenti sunnite che non sono riuscite e servire “bene” gli Usa. Lo scontro tra sciiti e sunniti è, infatti,

<< continuato dopo la caduta del raìs iracheno con l’invasione americana del 2003 e l’ascesa a Baghdad di un governo a maggioranza sciita che ha sistematicamente emarginato i sunniti. Il fronte sciita, con la presenza sul campo delle truppe e dell’aviazione americana, sta per mettere a segno una vittoria a Mosul, roccaforte dell’Isis ormai appesa a un filo. E per la prima volta in questo conflitto è possibile un accordo militare tra Baghdad e Damasco per dare la caccia ai jihadisti dello Stato Islamico. In poche parole il premier iracheno Haider al Abadi, appoggiato dagli americani, potrebbe apertamente allearsi con Assad, nemico degli Usa oltre che dei sunniti.>>

Mauro Tozzato 20.04.2017

UN TRUMP CHIAMATO DESIDERIO di Roberto Di Giuseppe

Mr. Trump- Yellow Tie

 

 

La vittoria elettorale di Donald Trump ha assunto le forme di un evento storico. In primo luogo perchè, come tutti gli eventi storici, mostra dei contorni inattesi. In secondo luogo perchè, proprio come tutti gli eventi storici, presenta più di un aspetto inedito. D’altra parte, nel divenire delle cose umane, difficilmente un evento storico può essere ben valutato se lo si osserva troppo da vicino. A meno che non sia possibile inquadrarlo in una visuale già abbastanza definita.

La vittoria di Trump focalizza innanzi tutto la natura dei processi decisionali e di delega dei poteri politici del sistema liberal-democratico di stampo americano che è in sostanza quello esteso a tutti i paesi di modello occidentale e che si tenta di imporre con la forza laddove non sia presente. L’evidente impegno di imponenti apparati di coercizione mass-mediatica articolati sotto varie forme, non ha garantito questa volta il successo della candidata designata. Anzi, questo stesso appoggio ha finito per apparire come contro-producente.

Questo significa che tale processo decisionale di delega sia effettivamente democratico? Direi proprio di no. Direi piuttosto che esso si qualifica una volta di più come un indispensabile momento di ipostatizzazione, non solo dello stato dei conflitti tra gruppi di potere dominanti, ma anche (o forse soprattutto) dei rapporti tra l’intreccio di interessi di cui ciascuno di questi è portatore e gli interessi o le percezioni delle aree sottostanti dei sub-dominanti e dei non-decisori (questi ultimi da considerare come tali solo in rapporto al loro naturale e consueto stato di frammentazione e dispersione).

Quando i conflitti sono sufficientemente sopiti e le linee generali di direzione abbastanza ben rimarcate, i risultati elettorali sono facilmente orientabili verso questa o quell’altra preferenza, con qualche limitata screpolatura assolutamente marginale. Addirittura sovente si può giungere alla condizione ideale che le preferenze per questo o quel personaggio o partito o linea politica, siano del tutto sovrapponibili, senza che ciò comporti delle apprezzabili variazioni nello schema generale.

Se tuttavia, i conflitti e le zone di faglia tra gruppi dominanti si acuiscono, allora ecco che le onde d’urto si propagano anche anche alle zone inferiori, o se si vuole adottare una simbologia tellurica, agli strati più superficiali della crosta terrestre.

Questo andamento tuttavia non è mono-direzionale. Esso produce delle onde di ritorno che dalla periferia rimbalzano verso il centro del sistema ed hanno un effetto sulle incertezze, i conflitti e le fratture che in esso si manifestano. Un processo di questo tipo è continuo e permanente e tanto più si accentuano in misura esponenziale i suoi effetti, quanto più si vengono a determinare condizioni di instabilità e di squilibrio tra i gruppi dominanti, a loro volta amplificate ed allargate da quegli stessi effetti di ritorno proprio da essi stessi determinati.

Nessun sistema di potere può sussistere senza un codice di comunicazione che muova in senso binario, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’altro. I due termini non sono sovrapponibili né equivalenti e tuttavia sono entrambi ineludibili e incancellabili, pena la completa destabilizzazione ed il tracollo del sistema stesso. Le componenti subalterne non presentano caratteristiche decisionali né strategiche (a meno che una parte di esse non si ponga come sostitutiva di una o più componenti dominanti). Esse rimandano però verso l’alto condizioni di consenso o di resistenza, che possono assumere forme più o meno compatte o frammentate, più o meno dirette e manifeste o sordamente articolate. Da queste onde di rimando, nessun gruppo dominante può prescindere. I vari gruppi dominanti possono, con buoni margini di riuscita, costituire forme di orientamento e di condizionamento nei riguardi dei corpi sociali sottostanti, ma a condizione che i punti di conflitto tra di essi non siano eccessivamente estesi e protratti e che i gruppi dominanti (momentaneamente) vincenti non avvertano la necessità di schiacciare i gruppi dominanti (momentaneamente) perdenti, fino alla loro totale estinzione, causando con ciò forme di estensione dei conflitti completamente deregolamentate e perciò in parte o del tutto incontrollabili nei loro effetti e ricadute.

In termini pratici, i vari gruppi dominanti debbono farsi carico di una o più istanze di interesse dei subalterni affinchè questi producano il consenso necessario al complessivo funzionamento del sistema. La capacità dei dominanti di dosare, frammentare e parcellizzare i grumi di interesse dei subalterni è l’elemento costitutivo dell’antichissima arte del comando. Ciò nondimeno i gruppi di dominanti che vogliano manifestare una loro volontà di predominio nei confronti di altri gruppi della stessa specie, sia interni, che (a maggior ragione) esterni alla propria area geopolitica (paese o stato che dir si voglia), debbono per forza di cose, assegnare ai gruppi subalterni a loro più prossimi condizioni di sia pur relativo benessere e riconoscimento. Queste condizioni non riguardano solo aspetti materiali, ma anche e non di rado in misura rilevante, anche elementi psicologici e di natura ideologico-culturale. Capita infatti che parti considerevoli dei corpi sociali subalterni, forniscano un vasto consenso ad istanze dei dominanti che a rigor di logica dovrebbero essere del tutto al di fuori dei loro interessi più ovvi e diretti. Valga per tutti l’esempio dell’enorme consenso di massa che ebbe in paesi come Germania, Gran Bretagna e Francia l’entrata nel primo conflitto mondiale.

I subalterni dunque possono essere efficacemente indirizzati e la loro adesione alle istanze dei dominanti spingersi fino al disconoscimento dei loro interessi più immediati, ma tutto ciò solo fino ad un certo punto; fintanto cioè che la direzione indicata dai loro gruppi dominanti appaia sufficientemente chiara e ben delineata e soprattutto che porti ad una soluzione accettabile in tempi ragionevolmente brevi. Eccezioni a questo schema ce ne sono e non sono rare, soprattutto nei termini della durata e dell’entità dei sacrifici richiesti ai subalterni. Tuttavia, nelle sue linee essenziali, questo è il meccanismo funzionante. Quando la fiducia dei subalterni cade, gli effetti sugli equilibri di forza tra i dominanti assume aspetti imprevedibili e difficilmente controllabili.

Questo è ciò che si è manifestato con l’inaspettata vittoria di Trump. Improvvisamente, una parte della società americana, quella apparentemente più lontana dall’estabilishment, ha voltato la testa alle minacce, ai ricatti ed alle blandizie dell’enorme apparato di controllo ideologico-mediatico che presiede alle proprie elezioni politiche. Ha eletto presidente uno dei personaggi più improbabili che mai si siano candidati a questo ruolo, portatore di una linea politica che definire ondivaga ha il sapore di un complimento, ma che tuttavia presenta i caratteri di un’accentuata attenzione al malessere interno della nazione, attraverso un ricompattamento identitario, con qualificazioni all’occorrenza (ma non necessariamente) anche di stampo razziale.

Il militarismo di Trump è muscolare e nuclearizzato. Il suo atteggiamento verso alleati e vassalli appare aggressivo ed indisponente, le sue prese di posizione verso i tradizionali nemici ricordano i film di John Wayne con in più un lieve tocco di ebbrezza alcolica. Certamente sarà chiamato a compiere dei gesti eclatanti che giustifichino le sue prese di posizione politiche (si vedrà quanto efficaci e/o pericolosi), ma difficilmente potrà discostarsi più di tanto dalle linee nelle quali si sono trovati costretti i suoi predecessori, sia pure tra vari raggiri e contorsioni. Il punto è che questo così improbabile personaggio emerge proprio perchè la politica di potenza americana, per quanto tuttora preponderante, non riesce più a nascondere i suoi limiti di portata, il suo affaticamento da gigantismo che inevitabilmente si riverbera sulle sicurezze e sul senso di stabilità delle sue componenti interne non dominanti. Ecco quindi che l’intolleranza verso l’immigrazione qualificata o dequalificata che sia che toglie il lavoro o ne abbassa le garanzie, si assomma all’ostilità ed al rancore verso le grandi holding delocalizzatrici che ammazzano il lavoro americano.

Il protezionismo e l’isolazionismo non appaiono certo funzionali alle attuali politiche estere americane e certo Trump non potrà portare la sua azione troppo in là su questo sentiero, tuttavia sono questi gli elementi su cui ha catalizzato un vasto consenso popolare. Un contrasto polarizzato tra le esigenze di potenza dominante, che tuttavia non riesce più a tirare le fila delle tante controversie accese in giro per il pianeta e il senso di instabilità e di incertezza che caratterizza parti sempre più consistenti del ceto medio americano.

Se la sorpresa è caratterizzata dell’apparizione sulla scena politica di questo così poco credibile personaggio, l’aspetto inedito sta nell’incapacità dei gruppi dominanti finora prevalenti, di continuare a coinvolgere nella lotta per il predominio mondiale, resa pesantemente costosa ed incerta dall’emergere di nuovi, autonomi, soggetti, parti consistenti dei ceti subalterni americani non più disponibili a questa sempre più accentuata precarizzazione della propria esistenza, non solo e forse nemmeno tanto di natura economica, quanto di prospettiva e di aspettative per il futuro.

L’affermazione trumpiana ed il suo caratterizzarsi come evento di rilevanza storica stanno in questo: Il desiderio delle componenti subalterne della società americana di ritrovare al tempo stesso, forza, potenza e sicurezza. Elementi tradizionali dell’identità americana e sua condizione di reciprocità tra dominanti e subalterni. Un desiderio oggi difficilmente realizzabile, stretto tra opzioni concorrenti ed antagoniste tra loro. Stabilità interna contro mantenimento dell’iniziativa politico-economico-ideologico-militare sul terreno internazionale.

Le inaudite pressioni, anch’esse inedite, da parte di componenti importanti dell’apparato burocratico-giudiziario e della sicurezza, nei confronti di un presidente appena insediato e del suo staff, stanno a testimoniare le difficoltà e le incongruenze nella scelta di prevalenza tra questi percorsi, segnalando nel contempo, a pelo d’acqua, la virulenza dello scontro di potere sottostante. Di certo prossimamente ne vedremo delle belle (o brutte).

 

Roma 17 Aprile 2017

 

 

Intervista a La Grassa sul quotidiano La Verità, con precisazione di La Grassa.

gianfranco

Intervista a La Grassa. Quotidiano La Verità

PICCOLA PRESISAZIONE, di GLG

 

E’ uscita oggi (18 aprile) su “La Verità” la recensione di Piero Laporta a “L’illusione perduta”, sotto forma di intervista al sottoscritto. Lo ringrazio con calore per quella che è di fatto una sentita e precisa sintesi del libro. Desidero ricordare che da tempo immemorabile tutti i fottutissimi intellettualoidi di “sinistra”, anche alcuni finti ultrarivoluzionari, mi hanno sempre silenziato e ignorato. Debbo però fare una precisazione in merito al titolo messo dal giornale (e, direi, logicamente tenuto conto dell’orientamento). Vi si afferma che, secondo me, bisogna diffidare di chi E’ comunista. Non è così; io dico che bisogna diffidare di chi SI DICE comunista. Mi sembra che la differenza sia sostanziale.

Naturalmente, il libro è anche scritto per fare un bilancio di oltre un secolo e mezzo di storia (e di teoria soprattutto), dalla pubblicazione del “Manifesto del partito comunista” (1848) ad oggi. Un bilancio senza esaltazioni e con massima lucidità, che non può non concludere per l’ormai avvenuta fine (e non da pochi anni) di quel processo storico che viene, molto imprecisamente, definito comunista. E con la conclusione si deve infine riconoscere, proprio nel centenario della “Rivoluzione d’ottobre”, che non c’è stata alcuna rivoluzione proletaria né l’inizio della pretesa “costruzione del socialismo”. Si deve ammettere la totale illusione che la “Classe Operaia” fosse il soggetto di una transizione dal capitalismo (che Lenin credeva un secolo fa giunto alla sua “ultima fase imperialistica”) al comunismo, transitando appunto per il socialismo. Questa classe (che del resto in Marx non era quella pensata dai marxisti successivi, bensì il corpo complessivo dei produttori associati, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero”) non ha mai avuto un carattere rivoluzionario, ma solo di lotta sindacale per migliori condizioni di vita e di lavoro, salvo alcuni periodi di conflitto più acuto nella fase di passaggio dalla “campagna” alla “fabbrica”. Poi si è adattata alla riproduzione dei rapporti capitalistici, pretendendo di partecipare decisamente alla distribuzione del prodotto in senso a lei meno sfavorevole.

Detto questo, sia chiaro che io non solo non disprezzo gli eventi fondamentali dell’ottobre del 1917, ma li valuto in modo decisamente positivo pur senza l’enfasi e la retorica di tanti anni fa. E’ stata una rivoluzione sostanzialmente contadina e guidata da una élite rivoluzionaria assai preparata e ben organizzata, che ha dovuto tuttavia approfittare della completa crisi delle vecchie istituzioni che per secoli avevano retto la Russia (e in ciò ha contato pure la prima guerra mondiale). In ogni caso, tutte le rivoluzioni passate, superficialmente, per comuniste sono avvenute in paesi ancora più contadini della Russia e sempre con lo sgretolarsi degli apparati dei vecchi gruppi dominanti. Non a caso, sia Lenin che Mao affermarono (anche se adesso non trovo i passi precisi) che la rivoluzione vince non dove i rivoluzionari sono più forti, ma dove i reazionari sono più deboli; è poi ben nota la tesi dell’“anello più debole della catena dell’imperialismo” che si sarebbe “rotto” per primo (e nella prima guerra mondiale fu appunto la Russia).

Torneremo comunque ancora su tali problemi, a mio avviso cruciali sia pure dal punto di vista della valutazione storica (ma con qualche insegnamento per il presente). Ringrazio ancora Piero Laporta per la sua attenzione e amicizia, che in questi ultimi anni sono per me una merce rarissima. E al diavolo tanti falsi amici e “compagnucci” che hanno steso attorno a me, e al gruppetto di persone che con me collabora, una cortina di silenzio. Sono comunque convinto che noi (pochi) continuiamo a pensare mentre gli altri organizzano convegni sul fantasticato comunismo (o sulla inventata “via cinese al socialismo”) con grande spesa di mezzi, che qualcuno ha certo fornito loro (non credo proprio che escano dalle loro tasche, credo di conoscerli abbastanza bene). Che “grandi rivoluzionari” sono!

 

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