O’ PERNACCHIO! di GLG

gianfranco

 

 

La minoranza dem. (ad es. Emiliano governatore pugliese) è felice perché la percentuale dei votanti è secondo lui alta. In realtà, non è affatto fra i referendum che in Italia hanno avuto la maggiore partecipazione. Il centrodestra, lo ricordo bene, sosteneva un paio di settimane fa che, se fosse andato a votare il 35 o più % degli aventi diritto, Renzi avrebbe avuto problemi. Già era ridicola simile affermazione. Comunque ha votato il 31,2%. Il Giornale scrive che ha votato un terzo degli elettori, ma un terzo è il 33,3. Comunque la si giri abbiamo degli oppositori che sono ignoranti oltre che cretini. L’asineria aumenta se si considera che il Giornale ha appunto scritto: un terzo degli italiani contro Renzi. Il massimo della disonestà. Quasi il 15% ha votato no; quindi i “pietosi”, pronti a salvare l’ambiente, sono al 26%, cioè un quarto e non un terzo della popolazione. Già tanti come imbecilli, non vi è dubbio. Io sono però certo che nel popolo italiano i fessi siano molti di più, senz’altro ben oltre la metà di coloro che hanno più di 18 anni (e non è che sotto questa età si brilli di intelligenza, sia chiaro). Comunque la si giri, Renzi può dormire sonni tranquilli; con simili oppositori non deve temere altro che se stesso e la sua propria scarsa intelligenza e capacità di governare, ma non le trivelle, ben altri problemi di questo paese in sfacelo. Gli ambientalisti – che sono poi quelli che spendono il doppio per i prodotti biologici (uno degli imbrogli maggiori dei capitalisti “cattivi” che turbano i sonni di questi indefessi rompicoglioni), che vanno a mangiare (sempre per il doppio) nei ristoranti macrobiotici, a fare la spesa a km. zero e altre cazzate consimili – contribuiscono per il 99% al rumore fastidioso prodotto da lingue non controllate dal cervello, pur essendo solo il 26% della popolazione. Adesso lo sappiamo e, quando cianceranno ancora, faremo loro un bel pernacchio come quello di Eduardo ne “L’oro di Napoli”:

 

Combattere il nemico, non negargli la dignità di esserlo

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distruzione_massa5x350I russi sono stati, a più riprese, accusati dalla stampa occidentale di finanziare segretamente partiti e movimenti anti-unione. La cosa non dovrebbe sorprendere, anche se fosse vera. Di certo, neanche gli americani stanno a guardare. Anzi, il fatto che Washington foraggi copiosamente organizzazioni e associazioni di diverso genere che perorano la nascita degli Stati Uniti d’Europa dovrebbe mettere in guardia Bruxelles. E’ la sua debolezza intrinseca ad esporla alle infiltrazioni straniere. Ma perché l’America ci vuole così uniti? Evidentemente, questa ideologia unitaria favorisce un più stringente controllo statunitense sul Vecchio Continente, annullando secoli di storia (e di storie differenziate) delle nazioni che fanno parte dell’Europa. Le grandi potenze europee, senza questo vincolo esterno, sul quale vigilano gli insediamenti militari Usa, andrebbero per altre strade, sicuramente contigue ma non totalmente sovrapponibili. Difatti, l’integrazione europea è un processo che ha sempre seguito i percorsi della Nato nel suo allargamento ad Est ed è, pertanto, originariamente viziata da questo aspetto coercitivo che ne ha condizionato lo sviluppo istituzionale e territoriale. Viceversa, Mosca intende rompere questo schema e ristrutturare l’integrazione europea su basi non ostracistiche per essa. Per tale situazione non possiamo prendercela né coi russi, né con gli americani. L’incomprensione del problema va attribuita chi ci (s)governa. Tuttavia, poiché in questa fase l’Europa è occupata dagli Stati Uniti è chiaro che sono quest’ultimi ad influenzare le campagne mediatiche, estremizzando il pericolo russo e minimizzando la loro ingombrante presenza, spacciata per disinteressata amicizia o libera offerta di protezione in un clima di caos internazionale.
Dunque, mentre si punta il dito contro Mosca, che avrebbe in programma d’invadere i paesi Baltici o quelli dell’ex Patto di Varsavia, s’ignora l’azione concreta della Nato che militarizza i confini europei contro il Cremlino (ma anche per ricattare l’UE dal suo interno), al di là di quello che vuole realmente Bruxelles. Lo ha scritto ieri Germano Dottori su il Foglio: “Mentre la narrativa prevalente in occidente dipinge l’attuale leadership russa come dedita alla realizzazione di un disegno di restaurazione imperiale, la Russia si sente infatti attaccata da molteplici direzioni. E non senza qualche ragione. Il suo tentativo di riconciliazione con i vincitori della Guerra fredda è stato ricompensato da un doppio allargamento che ha portato Nato e Unione europea a poche centinaia di chilometri dalla propria capitale. Putin si sarà anche annesso la Crimea, ma nel 2014 ha perso il controllo di quasi tutta l’Ucraina e con questo anche la speranza di costruire con la Germania quella partnership strategica sulla quale contava per porre davvero in discussione gli attuali equilibri globali. Altro che riconquista del Baltico”
Messe di fronte al fatto compiuto le vili classi dirigenti europee, laddove non preventivamente comprate (considerato il flusso di denaro e favori proveniente d’oltre-atlantico), prima abbozzano e poi si piegano inesorabilmente.
Un piccolo esempio ci aiuterà a capire. Il recente referendum tenutosi in Olanda per far proseguire l’avvicinamento dell’Ucraina all’Europa è stato bocciato dai quei cittadini che non vogliono l’ingresso di Kiev nella famiglia comunitaria. Sul responso negativo hanno pesato l’abbattimento di un volo malese sul Donbass, durante il conflitto civile secessionista di quella regione dalla madrepatria, nel quale sono morti molti olandesi, e la paura di una ulteriore invasione d’immigrati da oriente. Prima delle consultazioni George Soros, finanziare americano, ha investito 700 mila euro per influenzare l’opinione pubblica dei Paesi Bassi sull’accordo di associazione Ue-Ucraina. L’ambasciata statunitense a L’Aja ha fatto altrettanto, rilanciando simili campagne propagandistiche sotto lo slogan “Uniti per l’Ucraina”. Vari gruppi sono stati sostenuti con fondi e assistenza tecnica per raggiungere l’obiettivo, compresi quelli parlamentari. Ma se lo fa Putin, peraltro su scala minore, è un delitto (e la canea giornalistica gli dà addosso chiamandolo Hitler) mentre se lo fa Obama chi è? Ghandi in persona? Se Marine Le Pen prende i soldi da Mosca viene sputtanata in mondovisione, invece, se incassano i deputati olandesi dagli yankee nessuno ha da ridire.
Sarebbe grandioso se l’Europa riuscisse a rintuzzare qualsiasi infiltrazione extracomunitaria e potesse scegliere, secondo i propri interessi, con chi stare e con chi no. Ma l’Europa è un postribolo a disposizione di Washington.
Sia chiaro, Soros per me non è il demonio, è uno sciacallo che fa fortune sulle rovine altrui e un “patriota” americano (peraltro, emigrato oltreoceano da qui) che fa il suo dovere per avvantaggiare il suo Paese. Soltanto che il suo Paese non è il mio, per questo lo combatto con tutte le mie forze. Ne avessimo in Italia di gente così in gamba. Invece, abbiamo lacchè e finti globalisti che si sentono cittadini del mondo a spese della propria nazione. Noi abbiamo Marchionne che “vuò fa’ l’ammeregano” col culo degli italiani, svendendoci sui mercati mondiali. E’ una bella differenza.
Infine, sono letteralmente stufo di tutti i settarismi e l’Europa è ormai all’apice dei suoi. Dipingere i russi come i cattivi della storia è un’ignominia. Questo è l’imperdonabile errore che commettono gli americani e i loro alleati. Il moralismo dei buoni contro i cattivi è l’insegna dell’ignoranza di chi pratica simili suddivisioni manichee con la coscienza sporca. Dipingere i nemici come mostri è sempre cosa sciocca e ingiusta. Chi definisce la Russia una dittatura governata da pazzi senza scrupoli è un demente. Contate pure i giornalisti e tutti gli altri esponenti del nostro circo mediatico che continuano a farlo. Imbecilli senza appello che si guadagnano ad ogni riga che scrivono e ad ogni intervento che fanno il titolo di COGLIONI. Sono tutti mentecatti di prima categoria ai quali bisognerebbe togliere la penna di mano e la parola di bocca, sostituendole con zappa e bavaglio. Disumanizzare l’antagonista (soprattutto quando è stato battuto) è un crimine imperdonabile. Chi lo fa meriterebbe la morte con torture atroci. Dice bene il nostro La Grassa, da ogni parte si combatte “secondo i soliti sentimenti umani, comuni a tutti” e si fanno i propri calcoli, “spesso meschini e miserabili”. La brutalità e la violenza sono tratti comuni della “maggioranza dei membri di tutte parti in lotta”. Noi ci rispecchiamo, con i nostri pregi e i nostri difetti, nei nostri nemici. Rispettandoli rispettiamo noi stessi, disprezzandoli ci disprezziamo. Il nemico va abbattuto, se si vuole primeggiare nella lotta. Per togliergli consenso si spaventerà il suo popolo, si stupreranno le sue donne, si uccideranno i suoi bambini, si massacreranno i vecchi e si scaveranno fosse comuni. Lo si braccherà brutalmente (lui farà altrettanto) finché chi sopravvive non si sarà arreso e avrà deposto le armi. Da entrambi le parti ci si macchierà di delitti atroci e di gesta altrettanto scorrette ed indicibili. Dopo ci si vendicherà ancora un po’ finché l’odio non sarà sopito. Oggi vanno invece di moda le richieste di scuse per i genocidi. Chi li ha subiti piagnucola, chi li ha commessi nega. Presunte vittime e presunti carnefici si fanno i dispetti per motivi niente affatto nobili che attengono ai loro comodi presenti piuttosto che al passato, del quale non frega niente a nessuno. Parce supulto.
Però chi, a cose fatte, ricorderà unicamente le stragi altrui giustificando le proprie (o persino glorificandole, come fanno gli americani che sono veramente senza pudore sotto questo profilo) sarà da chiamarsi infame, verme e miserabile senza scuse. Ciò ai miei occhi riscatta pure nazisti e fascisti, anzi sono proprio quelli che li rendono alieni all’umanità, attribuendogli qualsiasi nefandezza, a riabilitarli coi loro giudizi unilaterali e parziali.
Chi si comporta in tal modo avrà pur vinto la guerra (o sarà salito sul carro del trionfatore) ma avrà perso l’onore. Ancora La Grassa: “L’importante è sapere che chi ci è contro è esattamente simile a noi nei sentimenti provati; e può essere una “brava persona” o una “carogna”, con eguali proporzioni in entrambi i fronti di lotta. E quando si vince, è ignobile il vincitore che altera completamente la storia e rende il perdente una sorta di “alieno”. Fra l’altro, la mancanza totale di obiettività porterà danni anche alla parte vincente; per il semplice motivo che in essa prevarranno allora i peggiori, quelli che di fatto si sono schierati per mero opportunismo. Questo è proprio l’esempio storico dell’antifascismo italiano. Alla fine hanno prevalso i miserabili, quelli peggiori dei perdenti, quelli che ci hanno asservito ai falsi liberatori, agli Stati Uniti”.

DOBBIAMO MORIRE PER WASHINGTON

europa

 

Gli Stati Uniti d’America stanno creando un cordone sanitario intorno alla Russia. A sostenerlo sono gli stessi analisti americani che, al contrario di quelli europei, hanno il dono dell’onestà intellettuale. George Friedman, animatore del think tank Stratfor, è uno di questi ed è stato proprio lui ad affermare, al Chicago Council on Global Affairs nel 2015, che il piano principale degli Stati Uniti e dei suoi amici sarà questo per l’imminente futuro. La Guerra Fredda si è conclusa nel 1991, con l’implosione dell’Urss, ma la cortina di ferro, dopo 25 anni, viene nuovamente innalzata. Perché? Non c’è più il comunismo che minacciava lo stile di vita occidentale e la Russia si è adeguata a molti degli standard internazionali di matrice capitalistica, basati sulla proprietà privata, l’impresa, il mercato, ecc. ecc. Forse, anzi sicuramente, il comunismo non c’è mai stato e quello che così veniva chiamato era un sistema diverso, ancora di difficile decifrazione, che, comunque, si contrapponeva all’alleanza dei paesi atlantici e ai loro sistemi economici e politici. L’opposizione socialismo-capitalismo era, pertanto, una formula ideologica, pur se non solo apparente, che nascondeva dell’altro. Oggi la situazione ci appare più chiara per il venir meno di quelle vecchie schermature idealistiche dissoltesi con la fine del comunismo e le varie trasformazioni capitalistiche. Dietro il paravento della battaglia tra gli “ismi”, ciascuno con le proprie specificità sociali e culturali, si stagliava la politica di potenza di due giganti egemoni e avversari che, usciti entrambi vincitori dal conflitto mondiale, erano giunti a controllare vaste aree del globo insidiandosi (e annullandosi) a vicenda. Non era però una situazione di equilibrio perfetto poiché gli Usa sono sempre stati davanti all’Urss nonostante le circostanze impedissero una preponderanza più netta di quelli su questa. Ma possiamo dire, senza alcuna discussione, che le nazioni leader di questo scenario bipolare erano la Russia per l’Est e gli Usa per l’Ovest. Ora l’America non vuole che quella spartizione si ripeta trascinandosi dietro rapporti di forza ad essa sfavorevoli. L’Europa, dopo la seconda guerra mondiale, era stata divisa per zone d’influenza riferentisi ad un campo o all’altro. Quelli che oggi sono membri dell’Ue erano effettivi del patto di Varsavia, ispirato da Mosca. La Repubblica Democratica Tedesca, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Romania e la Bulgaria. Altre Repubbliche sovietiche, dichiaratesi poi indipendenti, sono entrate nell’Unione Europea, come quelle Baltiche. Alcune stanno provando ancora a farne parte, vedi Georgia e Ucraina. Jugoslavia e Albania, benché repubbliche socialiste, godevano di maggiore autonomia dal Cremlino. La prima, in seguito alla caduta dell’Urss, è stata smembrata con un conflitto etnico sanguinoso e attirata quasi interamente sul versante Euro-Atlantico, al pari della seconda di cui noi italiani ricordiamo in particolare l’esodo della disperazione dei suoi abitanti sulle coste pugliesi. Nonostante le promesse di Bush senior a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe allargata nella parte orientale dell’Europa è avvenuto l’esatto contrario, con la Russia che attualmente è circondata da basi nemiche. Washington ha ridisegnato la cartina europea, la stessa Unione ne ha approfittato per espandersi ai danni di Mosca ma la nostra propaganda filo-americana continua ad accusare la Russia di rappresentare un pericolo per il Continente e l’integrità territoriale dei suoi componenti. Tutto questo per essersi riappropriata di una piccola penisola come la Crimea, donata a Kiev ai tempi di Kruscev, nella quale ci sono suoi insediamenti militari. Il capovolgimento della realtà è evidente a chiunque non sia in cattiva fede.
Tuttavia, gli europei non si sono accorti o fingono di ignorare un fatto determinante. L’unificazione europea è essa stessa un progetto americano, sin dall’inizio. Ogni passo che essa mette è preceduto da uno della Nato, cioè degli Usa, che con la volontà ed il pretesto di fermare presunti nemici esterni stringono la loro morsa su Bruxelles. Per questo si dice che l’adesione di uno Stato alla Nato è l’anticamera del suo ingresso nell’Ue. I missili puntati sul Cremlino sono su territorio europeo ma a disporne è la catena di comando yankee, la quale condivide le decisioni, per mantenere le apparenze, a giochi già stabiliti. Chi ha il monopolio della forza ha la capacità decisionale e se qualcosa non gli va bene da sostenitore può tramutarsi velocemente in avversario. Siamo ancora sicuri, a questo punto, che il pericolo più grande per noi sia l’orda slava?
Non ci stiamo inventando nulla perché sono i documenti d’oltreoceano a confermarlo.
Scrive James Hansen su Italia Oggi: “un memorandum del 1950 dà istruzioni dettagliate sulla conduzione di una campagna per favorire la creazione di un parlamento europeo. È firmato dal generale William Donovan, il direttore nel corso della seconda guerra mondiale dell’Oss-Office of strategic services, diventato la Cia alla fine del conflitto. Il principale veicolo per il coordinamento e il fianziamento è stato l’American committee for a united Europe, l’Acue, fondato nel 1948. Donovan, nominalmente tornato a vita privata, ne era il presidente. Il vicepresidente era Allen Dulles, il fratello del segretario di stato John Foster Dulles e lui stesso il direttore della Cia negli anni Cinquanta. Il board era composto da numerose altre figure di primo piano nell’intelligence, sia di provenienza Cia che già attive nell’Oss. I documenti reperiti indicano che l’Acue è stato di gran lunga il principale finanziatore del Movimento europeo, la più importante organizzazione federalista europea del dopoguerra. Dimostrano, per esempio, che nel 1958 gli americani hanno fornito il 53,5% dei fondi del movimento, che contava tra i suoi «presidenti onorari» personaggi del calibro di Winston Churchill, Konrad Adenauer, Léon Blum e Alcide de Gasperi. Alcuni dei suoi rami operativi, come la European youth campaign, erano totalmente finanziati e diretti da Washington. Dalla documentazione emerge che i leader del Movimento europeo, Joseph Retinger, Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul Henri Spaak, venivano a volte trattati alla stregua di «bassa manovalanza» dai loro sponsor americani, una fonte di comprensibile infelicità”.

Le premesse sono state queste e le conseguenze appaiono anche più ferali sotto i nostri occhi contemporanei. Per giunta, la presente classe dirigente europea non vale nemmeno l’unghia di quei nomi altisonanti apparsi nei rapporti citati. Se Churchill o De Gasperi si sono lasciati circuire dietro sovvenzionamenti i nostri politici sono sicuramente a libro paga.
Da quando la Russia si è risollevata dalle sue ceneri le pressioni statunitensi per tenerla lontana dall’Europa sono cresciute esponenzialmente. Washington teme come la peste un asse Berlino-Mosca che sarebbe in grado di rimettere in discussione la sua supremazia sul Vecchio Continente. Inoltre, non intende più indorarci la pillola (anche perché le contingenze sono profondamente mutate) della disputa mondiale in atto assumendosi ogni responsabilità (il nostro welfare state, dalla culla alla tomba, poté svilupparsi grazie a questa sua iperprotezione durante la Guerra Fredda), come nel secolo precedente, allorché la presenza di un antagonista col quale quasi si equivaleva suggeriva di utilizzare molto più soft power ed elargizioni economiche in cambio della fedeltà dei propri clienti. Anche ciò viene detto esplicitamente da George Friedman:

“Noi ci troviamo costantemente in delle guerre. L’Europa non tornerà agli anni ’30 ma tornerà alle cose umane, avrà le sue guerre e le sue paci, avrà perdite di vite umane, magari non si conteranno centinaia di milioni di vittime ma il fatto che l’Europa si ritenga eccezionale, penso sia la prima cosa che mi colpisca…ci saranno conflitti, ci sono già stati conflitti, in Jugoslavia ad esempio, ora c’è di sicuro un conflitto in Ucraina…il principale interesse per gli Usa, per via del quale abbiamo combattuto delle guerre, I, II guerra mondiale e Guerra Fredda, consiste nella relazione tra Germania e Russia, perché se si uniscono sono l’unica potenza che possa minacciarci. Dobbiamo essere sicuri che questo non succeda. Gli Usa hanno un interesse fondamentale, ora controllano tutti gli oceani del mondo, nessuna potenza si è mai nemmeno avvicinata a farlo, è grazie a questo che possiamo invadere senza essere invasi. Tenere saldo il controllo dei mari e dello spazio è la base della nostra potenza. Il modo migliore per sconfiggere una flotta nemica è impedire che sia mai costruita…gli Stati Uniti non possono invadere l’Eurasia, non appena il primo soldato mette il suo stivale sul terreno scatta la superiorità numerica…però possiamo dare appoggio a numerose potenze rivali affinché si scontrino tra di loro: appoggio politico, economico, militare, consulenti. Possiamo, inoltre, destabilizzare il nemico con attacchi invalidanti. Dunque, gli Usa non possono intervenire costantemente in tutta l’Eurasia, devono intervenire selettivamente. E solo come estrema ratio…La vera incognita in Europa è rappresentata dal fatto che mentre gli Usa costruiscono il loro cordone sanitario…noi non conosciamo la posizione della Germania. La Germania si trova in una posizione del tutto particolare. Il suo ex cancelliere Gerhard Schroeder fa parte del consiglio di amministrazione della Gazprom e in Germania hanno una relazione molto complessa con i russi. Gli stessi tedeschi non sanno che fare. Devono esportare ed i russi possono comprare le loro merci. D’altro canto, se perdono la zona di libero scambio devono pur inventarsi qualcosa di differente. Per gli Usa la paura più forte è data dal capitale russo, dalla tecnologia russa. La tecnologia tedesca ed il capitale tedesco, assieme alle risorse naturali russe e alla manodopera russa, rappresentano l’unica combinazione che da secoli spaventa gli Usa. Come finirà? Gli Stati Uniti hanno messo già messo le carte in tavola: si tratta del corridoio dal Baltico al Mar Nero”.

Washington vuole dominare questo passaggio strategico in funzione antirussa e potrà farlo in pieno se la Germania, ago della bilancia europeo, si adatta ai suoi programmi. Ma se Berlino cede anche l’Europa cadrà sotto un giogo perenne.

Dunque, noi europei dovremmo combattere e morire per realizzare i programmi americani sul nostro suolo. Dovremmo combattere e morire soprattutto contro i russi e principalmente per evitare che russi e tedeschi ottengano un accordo col quale buttare fuori gli yankee dal Continente e sottrarlo all’influenza statunitense. Dovremmo combattere e morire per garantire la predominanza americana e la nostra sudditanza alla Casa Bianca. Dobbiamo davvero sacrificare la nostra migliore gioventù per scelte che non ci appartengono? Siamo ancora convinti che convenga stare dalla parte di Washington? Da adesso in poi, quando l’Alto Rappresentante per la politica estera europea ripeterà un’altra volta che Mosca è una minaccia per Bruxelles, laddove gli elementi che vi abbiamo fornito rivelano l’opposto, saprete per conto di chi sta parlando e per quali sporchi obiettivi antieuropei.

CONTRO SETTARI E IPOCRITI

gianfranco

CONTRO SETTARI E IPOCRITI, di GLG

 

Tendenzialmente, si possono e si devono compiere delle scelte. Sono in genere i vili, o quelli che non sentono nulla, a restare indifferenti alle diverse parti in contrasto. Io sono sempre stato piuttosto “partigiano”. Mai però, e me ne vanto, ho pensato ai “nostri” come migliori di “loro”, cioè degli avversari o addirittura nemici. Sia tra i “nostri” che tra i “loro”, c’è sempre una minoranza di persone dotate di senso di umanità, di una certa sensibilità, ecc.; e vi è una maggioranza di crudeli, feroci, che combattono (e quando possono uccidono) l’avversario con le modalità più disumane possibili. Quando si “prende partito”, lo si deve fare perché, secondo la nostra valutazione, la vittoria dei “nostri” dovrebbe condurre ad un miglioramento complessivo delle condizioni riguardanti la maggioranza di quella data società, all’interno della quale si svolge la battaglia. Si può anche comprendere che, nel fervore di quest’ultima, si arrivi a forme d’odio spesso viscerale e sconsiderato. Tuttavia, una volta risoltosi il conflitto e tornata “la quiete dopo la tempesta”, è da stupidi, e anche peggio, continuare a considerare “bastardi” e quant’altro di peggiorativo coloro che abbiamo combattuto, mentre cerchiamo di propagandare la bontà e nobiltà d’ideali della nostra parte. No, da ogni parte si è combattuto secondo i soliti sentimenti umani, comuni a tutti; e ripeto che la maggioranza, di qualsiasi “partito preso”, ha in genere perseguito i propri interessi, spesso meschini e miserabili. E la ferocia e “bastardaggine” è stata comune alla maggioranza dei membri di tutte parti in lotta. Teniamolo sempre presente ogni volta che “prendiamo partito”.

E ciononostante, non facciamo alcuna concessione a coloro che sentiamo avversari di quel processo che, a nostro avviso, va nella migliore (o meno peggiore) direzione possibile tenuto conto della complessiva situazione esistente in quel dato contesto storico-sociale. L’importante è sapere che chi ci è contro è esattamente simile a noi nei sentimenti provati; e può essere una “brava persona” o una “carogna”, con eguali proporzioni in entrambi i fronti di lotta. E quando si vince, è ignobile il vincitore che altera completamente la storia e rende il perdente una sorta di “alieno”. Fra l’altro, la mancanza totale di obiettività porterà danni anche alla parte vincente; per il semplice motivo che in essa prevarranno allora i peggiori, quelli che di fatto si sono schierati per mero opportunismo. Questo è proprio l’esempio storico dell’antifascismo italiano. Alla fine hanno prevalso i miserabili, quelli peggiori dei perdenti, quelli che ci hanno asservito ai falsi liberatori, agli Stati Uniti. E per il momento mi fermo qui. In altra occasione, spero di poter dedicare due parole all’antifascismo degli opportunisti.

IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA. SOGGEZIONE EUROPEA, SUDDITANZA ITALIANA.

il ratto d'europa

 

Gli esseri umani sono tutti fratelli. Come Caino e Abele. Se si affrontano temi socialmente critici e geopoliticamente rilevanti, come l’immigrazione, con la retorica antitetico-polare dei buonisti di sinistra e dei cattivisti di destra l’unico effetto che si ottiene è la rissa tra polli. Le zavorre culturali degli uni e degli altri, in singolar tenzone, ci sviano dalla questione aumentando la confusione. Il politicamente corretto di sinistra e il rozzamente scorretto di destra sono due facce della stessa medaglia. Tout se tient, diceva De Saussure.
L’immigrazione può essere una risorsa ma anche un serio problema. Ed oggi è, soprattutto, un fenomeno fuori controllo. Non tutti quelli che arrivano da noi possono essere accolti e integrati, anche se nessuno dovrebbe essere trattato da cane. Chi non ha le carte in regola deve essere, educatamente, riportato indietro per il suo bene e per il nostro. Se volessimo prevenire i guai dovremmo addirittura abbattere i barconi prima della partenza e smetterla di usare i nostri mezzi costieri come traghetti. Servono al pattugliamento delle acque territoriali e come tali devono essere utilizzati.
In questa fase storica, l’Europa non può permettersi la porosità dei confini e l’afflusso indiscriminato di profughi e di clandestini. Non abbiamo la capacità di gestire questa marea di disperati, siamo in crisi economica e ne va della tenuta sociale dei nostri sistemi. A ciò aggiungiamo che qualcuno sta approfittando di questI drammi umani per ricattarci e per influenzare le nostre scelte internazionali. Sì, perché l’invasione via terra e via mare dell’ “orda stracciona”, subdolamente manovrata, diventa un perfido modo per esporci al caos esterno e inocularlo all’interno con scopi di destabilizzazione. Si tratta di un cavallo di troia. Come scrive l’analista americano John Keegan: “Gli Stati dell’Europa occidentale, tìsicamente contigui a nazioni con centinaia di migliaia di giovani che cercano in tutti i modi di emigrare e le cui legislazioni basate sui diritti civili non prevedono il rimpatrio coatto dei clandestini, anche dopo che la loro condizione di illegalità è stata provata, hanno difese meno efficaci. I problemi di sicurezza con cui devono misurarsi gli Stati dell’Europa occidentale non solo sono senza precedenti in termini di scala o intensità, ma sembrano senza soluzione. Le comunità sospette si ingrossano ogni giorno di più, cosicché le cellule di cospiratori e di aspiranti attentatori che nascondono al loro interno acquisiscono un sempre maggiore anonimato e una sempre maggiore libertà per preparare le loro azioni”.
Quei parlamentari nostrani che usano il moralismo umanitario per fini politici, versando lacrime di coccodrillo quando gli islamisti attaccano giornali di satira (anche se di cattivissimo gusto) o insanguinano le capitali europee con attentati dinamitardi, sono la quinta colonna che tradisce l’Europa. Portano in processione l’equino infido dal quale spunteranno i nostri nemici con l’aggravante di farlo di proposito perché asserviti a manine straniere. Come scrive sapientemente il sociologo Francesco Alberoni: “Gli europei, così come non hanno un esercito, non hanno neppure una leadership: si sono sempre lasciati guidare dagli americani che hanno impedito l’unificazione economica fra Europa occidentale e Russia per indebolirle entrambe e si sono alleati con gli arabi e il loro petrolio. Poi hanno combinato un sacco di disastri in questi Paesi e in cambio hanno concesso ai loro abitanti di emigrare a piacimento in Europa. Se avessero voluto, gli americani con i loro alleati arabi avrebbero potuto far finire la guerra in Libia e, sempre se avessero voluto, avrebbero chiesto alla Turchia di pattugliare le sue coste e non far partire neanche un gommone per la Grecia. I soldi per l’ospitalità dei profughi li avrebbe volentieri messi l’Europa. Ma non lo hanno fatto perché loro e i loro amici islamici vogliono una Europa debole. L’unica cosa che gli americani non vogliono è che l’Europa si metta d’accordo con la Russia perché un loro accordo creerebbe una potenza che cambierebbe radicalmente le cose. E gli europei non lo capiscono”.
Il nostro paese, data la sua condizione geografica, è diventato un crocevia migratorio, una piattaforma di smistamento dei reietti in ogni angolo d’Europa, con la sua quota-parte imposta burocraticamente ed accettata acriticamente. Distribuiamo e introiettiamo complicazioni anziché essere avamposto di neutralizzazione dei guai. Questa posizione strategica, che poteva essere benefica, si sta rivelando uno svantaggio perché Stati Uniti ed Ue calano dall’alto le loro decisioni sulla nostra testa senza richiederci alcun parere. Esattamente come accaduto con la guerra alla Libia che ha scalzato il nostro alleato Gheddafi facendo degenerare la situazione con i risultati che sappiamo. Se, invece, avessimo potuto scegliere il da farsi secondo i nostri interessi nazionali avremmo recato un beneficio a tutto il Continente. Se ci fosse stata lasciata la possibilità di agire da trait d’union tra sud del mondo, vicino-oriente ed il resto dell’Eurasia avremmo tentato una sintesi virtuosa delle contraddizioni in ballo che, invece, vanno vieppiù incancrenendosi. Ma è proprio questo che ci viene impedito e l’incapacità di divincolarci da tali ceppi ci relega ai margini di un’Unione a sua volta sempre meno protagonista sullo scenario globale. Tra i deboli della comunità europea siamo diventati i più deboli a causa dei ferali piani statunitensi sul Belpaese. La nostra classe politica incapace ed impotente è il riflesso di questa atroce sudditanza.

Se l’Italia avesse Vienna come Capitale

europa

 

L’Austria è membro dell’Ue dal 1995. Non fa però parte della Nato e rivendica la sua storica neutralità in ambito militare. Forte di questa autonomia (ma anche di probabili suggerimenti tedeschi), ieri il suo Presidente Heinz Fischer ha incontrato l’omologo Vladimir Putin a Mosca. Fischer era accompagnato nel suo viaggio dal Ministro degli Esteri Sebastian Kurz e dal Capo di Stato Maggiore delle forze armate austriache, il Generale Othmar Commenda, che, come riporta Libero, di fronte al collega russo Valery Gerasimov ha esclamato: “Sono qui perché non obbedisco a ordini altrui su chi posso incontrare e chi no”. Evidentemente, Bruxelles e Washington hanno provato ad interferire nella visita di Stato austriaca in Russia ma non hanno ottenuto l’effetto desiderato. Vienna, benché non sia propriamente una potenza militare e politica, non intende farsi condizionare dai partner europei e dai gendarmi statunitensi nei suoi affari strategici. Fischer ha detto chiaramente che le sanzioni alla Russia sono prive di senso perché il Cremlino non costituisce una minaccia per l’Europa. Per questo il suo Paese farà di tutto, nelle sedi opportune, affinché siano cancellate.I due leader hanno messo in evidenza le relazioni tra le due nazioni in vari settori produttivi ma soprattutto nella cooperazione energetica che va avanti da quasi cinquant’anni. L’Austria, tramite la Österreichische Mineralölverwaltung, detiene il 10% delle azioni del gasdotto North Stream 2 ed il 25 % di quelle dei giacimenti metaniferi russi di Urengoy. In tutto questo tempo Mosca ha riversato in Austria 190 miliardi di metri cubi di gas con un’affidabilità nelle forniture senza pari. Ulteriori programmi sono in corso di sviluppo, come la realizzazione, sempre in Austria, di un impianto sotterraneo di stoccaggio del gas che diventerà il secondo in Europa dopo quello di Rehden, in Bassa Sassonia. Nonostante le sanzioni anche il deposito tedesco, grazie al parere favorevole della Commissione europea, è rientrato nel 2014 in un accordo di compravendita tra la Gazprom russa e la compagnia chimica tedesca BASF. In cambio della cessione del sito d’immagazzinaggio la società teutonica avrà accesso allo sviluppo di un filone di oro blu in Siberia. Solo l’Italia è stata costretta a rinunciare, a causa di forti pressioni internazionali e senza che fossero ascoltate le sue ragioni, al gasdotto South Stream, sempre in collaborazione coi russi. Per noi non c’è stato nulla da fare perché il nostro establishment non ha mai opposto alcuna resistenza alle ingerenze straniere. Da ultimo, anche il Premier Renzi ha recentemente dichiarato che non lui non avrebbe perso la faccia per due tubi mentre, come dimostrano gli eventi, è tutta la nazione che sta perdendo la dignità contro chi ci obbliga dall’esterno a scelte autolesionistiche. Con questa mancanza di coraggio non si va da nessuna parte ed, infatti, l’Italia sprofonda vieppiù in uno stato di coma profondo, complici i servi di sinistra e di destra. Da noi si litiga per le trivelle dopo aver mandato in fumo la possibilità, partecipando alla costruzione delle infrastrutture di trasporto e di estrazione, di approvvigionarci del gas russo a costi convenienti e a quantità adeguate ai fabbisogni generali. Con un mix virtuoso tra produzione casalinga e acquisto di materia prima all’estero sarebbe stato più facile salvaguardare gli equilibri finanziari e sociali del nostro Paese. Ora, invece, siamo in pieno caos e con le pezze sul sedere.

Ps.
Gli olandesi, con un referendum, si sono espressi contro l’ingresso dell’Ucraina nell’UE. Vedremo se anche questa volta Bruxelles deciderà d’ignorare la volontà popolare impipandosene della democrazia. Se le classi dirigenti continentali ascoltassero di più i propri cittadini anziché concorrere, insieme agli americani, a destabilizzare i vicini, eviteremmo questo cortocircuito. Con il pretesto idealistico di difendere Kiev, da un’inesistente aggressione russa, Washington ci ha cacciato volutamente nei guai. Voleva che rompessimo coi russi per i suoi calcoli geopolitici. L’Abbiamo fatto ed ora ne paghiamo le conseguenze economiche e politiche. Pure un cretino lo capirebbe. Ma a Bruxelles non sono cretini. Sono peggio, perché servi.

PRESI PER FESSI, di GLG

LAGRA21

Articolo qui

sarà magari tutto vero. Ciononostante, mi si consenta qualche dubbio. Un anonimo della polizia segreta egiziana, che racconta nei minimi particolari tutte le sevizie e fa rivelazioni addirittura su una riunione del Presidente egiziano con il Ministro degli Interni, ecc. in cui si è deciso di raccontare le varie balle raccontate dalle fonti ufficiali. Scusate, ma con una polizia capace di quelle torture, un suo appartenente – che certo sa la labilità dell’anonimato in casi come questi – racconta simili eventi? Sa bene che cosa gli accade non appena ne scoprono l’identità. Solo se fosse vicino un colpo di Stato in Egitto, e l’anonimo non fosse un banale agente dei Servizi ma qualcuno dei congiurati di importanza rilevante, si potrebbe credere a qualcosa del genere. In ogni caso, c’è qualcosa di strano in tutta questa vicenda; e mi sembra che siamo ancora lontani dalla verità. E tuttavia sorge la domanda cruciale: cosa c’è dietro tutta questa storia? Un semplice incidente, che richiede riunioni con la presenza del Presidente? E così poco accurate da poter essere rivelate da un semplice agente dei Servizi? E che va a fare rivelazioni a “Repubblica”, una vera garanzia per il proprio anonimato. Andiamo, ci si sta prendendo per fessi.

AL REFERENDUM SULLE TRIVELLE NON VOTO

petrolio

Chi ha le mani pulite non ha le mani. Quando poi si tratta di petrolio è ancora più difficile non sporcarsi le dita. Troppi affari e troppi soldi girano intorno all’oro nero per non attirare speculatori e sciacalli di ogni genere. E’ un business molto particolare in cui si intrecciano interessi strategici statali e profitti privati. In questi casi, la trasparenza è quasi impraticabile. Si rischierebbe di non combinare un bel nulla e magari di farsi fregare da concorrenti stranieri più spregiudicati. Anche la nostra inerzia, magari provocata da una magistratura non troppo “patriottica” o persino messa sotto pressione da ingerenze d’oltreconfine, diventa istantaneamente un vantaggio per essi. Non è impossibile però tenere lontani da investimenti così importanti i balordi di periferia che coi loro passi falsi scoperchiano le pentole mandando tutto in fumo. La cialtroneria fa molti più danni delle estrazioni e lo riscontriamo nei recenti eventi di cronaca.
Tuttavia, un piccolo scandalo ogni tanto non giustifica le campagne denigratorie contro gli idrocarburi che qualcuno vorrebbe smettere di estrarre per salvaguardare l’ambiente pubblico e quello naturale. Delle fonti fossili ne abbiamo bisogno. C’è poco da opporsi. Non esistono alternative, checché ne dicano i sostenitori di presunte fonti pulite che non servono a nulla. Questi uomini del pleistocene vogliono godere dei frutti del progresso ma senza rischiare nulla. Non si può, se ne facciano una ragione o periscano nella loro ignoranza. L’unica energia veramente pulita è quella nucleare. Ricorrendo a quest’ultima la nostra fame di petrolio si ridurrebbe di tanto eppure nemmeno questo va bene agli ecologisti della pietra. Inutile, allora, discutere con chi è abile a far chiasso ma non ad usare la testa. Andiamo per la nostra strada, anche se impopolare. Noi vogliamo sviluppare ragionamenti e dare i dati. Non i numeri, come fanno no-triv ed ecologisti assortiti. Innanzitutto, non è vero che il petrolio sta per esaurirsi. E’ una bufala che va avanti dagli anni ’70. Fu il Club di Roma, in un rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo” a predire una simile sciocchezza. Secondo questo ente nel 1992 saremmo rimasti a secco. Non è successo e non accadrà in tempi brevi ma c’è chi si ostina a ribadire la stessa falsità spostando in avanti di qualche decennio la data fatidica del prosciugamento senza portare vere prove a supporto della infausta tesi. Infatti, i governi continuano ad impegnare somme astronomiche per gas e petrolio perché sanno che ce n’è ancora in abbondanza, tanto da giustificare i loro ingenti investimenti. La posa dei tubi è senza posa, proprio come gli sgarbi che si fanno i paesi per accaparrarsi i pozzi migliori e più redditizi.
Noi italiani siamo all’avanguardia nel settore. Abbiamo un’eccellenza come l’Eni che tutto il mondo ci invidia, per competenza, capacità, tecnologia e buone pratiche (anche per il contenimento delle esternalità negative). In Basilicata, l’Eni ha dimostrato la sua bravura. In Val d’Agri la qualità dell’aria è ottima e anche quella dei terreni. Inoltre, L’Eni porta sviluppo e royalties ovunque metta le tende (cioè i pozzi), non solo in Italia ma anche all’estero. E’ una filosofia della nostra impresa che vive sin dalla sua nascita, allorché, per farsi spazio tra concorrenti agguerriti, imparò a trattare con i locali con maggior rispetto dei competitors. Dunque, questo significa ricchezza ed anche maggiore occupazione per la popolazione. Sicuramente, si potrebbe fare meglio ma esistono dei problemi “sistemici” e di gestione politica della situazione di cui non si può accusare il Cane a sei zampe. In Lucania operano anche altre compagnie come la Total (francese) e la Shell (olandese) che ugualmente sanno il fatto loro. L’immagine del petroliere cattivo è un luogo comune come quello del banchiere usuraio. Ognuno fa il suo inseguendo i propri interessi e (possibilmente) coniugandoli con quelli della propria nazione. In questo non c’è nulla di male, sono imprese che operano sul mercato, assistite dagli Stati di appartenenza (data la delicatezza della loro attività), sulle quali bisogna vigilare affinché anche i cittadini ne traggano vantaggio e non unicamente scocciature.
Ma di benefici dal petrolio i lucani ne hanno avuti tanti e se qualcosa è mancato le responsabilità sono da attribuirsi ad una classe politica che poteva impegnarsi di più.
Per esempio a Tempa Rossa sono arrivati 1,6 mld d’investimenti internazionali. Stiamo parlando dell’area petrolifera più importante d’Europa. A regime, le estrazioni da questa zona copriranno il 40% della produzione nazionale. Poi c’è la Val D’Agri e il fondale sotto lo Ionio che nascondono tesori di portata immensa. Anche per tali giacimenti off-shore sono previsti investimenti grandiosi, a meno che non continuino gli impedimenti burocratici e le proteste prive di senso di quanti hanno inopinatamente deciso che la Basilicata debba restare terra arretrata. Come riporta il Foglio: “In Basilicata oggi si estraggono il 70,6 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas italiani”. Siamo fortunati ad avere questo bendidio e non ce ne rendiamo conto. Faremo un salto di qualità grazie a queste risorse. Dobbiamo pretenderlo dai nostri politici e dallo Stato. Una Regione seduta su un forziere così generoso, disposta a fare dei sacrifici per tutta la nazione, con appena 600.000 abitanti, non dovrebbe avere nemmeno un disoccupato. Spero che in un futuro non molto lontano si arrivi a tanto. Da residente in Basilicata faccio i salti di gioia a questo pensiero e mi auguro che lo sfruttamento prosegua ai massimi livelli. I Lucani e gli altri meridionali che sono emigrati potranno tornare a casa, come in una vecchia promessa del mitico Enrico Mattei, indimenticato Presidente dell’ENI, che fu ammazzato proprio per aver costruito il sogno dell’indipendenza energetica italiana.
Di fronte a questo incredibile scenario di progresso e di modernizzazione mi esalto. Mi deprimo, invece, quando i miei corregionali contestano il petrolio per perorare le energie alternative, l’agricoltura biologica o il turismo. Una cosa per me non esclude le altre (eccetto fotovoltaico ed eolico che deturpano il paesaggio e non producono niente), ma non mi si chieda di rinunciare agli idrocarburi per i fagioli di Sarconi, il pecorino di Moliterno o le mucche podoliche. Queste specificità territoriali sono buonissime ma non ci faranno svoltare. Il petrolio, invece, potrebbe cambiarci la vita come, in parte, ha già fatto in questi anni. Il nostro archetipo deve essere il Texas non le favelas. Per tutte queste ragioni al referendum sulle trivelle non voterò, sperando che il quorum non venga raggiunto. Consiglio a chi mi legge di fare altrettanto.

 

Ps. Un figosofo voterà contro le trivelle perché, cito testualmente, “nel petrolio non c’è spazio per l’etica”. Nella testa dei filosofi non c’è spazio per il cervello altrimenti non si spiegherebbero certe affermazioni.

SANZIONAMI QUESTO!

euro

 

Le sanzioni comminate contro gli Stati che si mettono fuori dalle regole mondiali non sono mai servite a molto nella storia. Chi le decreta, dall’alto di rapporti di forza favorevoli, punta piuttosto a verificare la lealtà degli alleati alla sua causa di fronte all’emergere di sfide geopolitiche che ne destabilizzano la leadership e ben sapendo che gli avversari colpiti dai provvedimenti restrittivi non modificheranno la loro azione “competitiva” per questo motivo. Del resto, i “tribunali” molto speciali che deliberano simili punizioni sono tutt’altro che imparziali e fanno un uso spregiudicato delle norme del diritto internazionale, interpretandole per se stessi e gli amici ed applicandole ai nemici.
In questa fase è toccato alla Russia essere bersagliata da iniziative discriminatorie, per via dell’annessione della Crimea e del conflitto civile in Ucraina, sul quale avrebbe esercitato un’esiziale influenza armando le milizie separatistiche ostili alla Capitale, dove, invece, dopo un golpe sostenuto dall’esterno ed elezioni svolte in un clima di terrore e di guerra, si sono insediate oligarchie filo- occidentali.
Mosca, per queste presunte colpe, è stata marginalizzata da Usa ed Ue, esclusa da eventi globali come il G8 (ritornato G7), colpita con limitazioni finanziarie ed economiche ed anche con ammende ad personam verso politici ed imprenditori coinvolti, a vario titolo, negli avvenimenti già citati.
Nulla di nuovo sotto il sole perché in passato abbiamo più volte assistito a sceneggiate di questo tipo. Ne sappiamo qualcosa noi italiani che nel 1935 fummo condannati dalla Società delle Nazioni per l’invasione dell’Etiopia. Roma subì l’ira dei dominanti di allora, gli inglesi della “Perfida Albione”, i quali controllavano l’organizzazione ginevrina e attraverso questa imposero il blocco degli affari col Belpaese anche agli altri partners. I risultati però furono tutt’altro che soddisfacenti per Londra. Come scrive Marco Innocenti sul Sole24ore: “La rete delle sanzioni è piena di buchi: Germania e Stati Uniti non aderiscono e altri Paesi non le applicheranno con rigore. Sarà un embargo blando e distratto, ma intanto il 7 novembre le sanzioni sono ufficialmente decretate e il 18 dello stesso mese diventano operative. In Italia si afferma una parola magica che uscirà da molte bocche: autarchia”. Non solo gli italiani, proprio come i russi oggi, per amor di patria, inizieranno a sostituire i prodotti d’importazione con proprie imitazioni, laddove possibile, o addirittura a far “fieramente” a meno di beni stranieri ma si sforzeranno, soprattutto, di migliorare la produttività dei settori nazionali più colpiti razionalizzando i processi e modernizzando gli impianti. Persino gli artisti si faranno beffe delle bacchettate inglesi e si cimenteranno in motivetti irridenti come “Sanzionami questo” o “Va fuori d’Italia prodotto stranier” del cantautore futurista Rodolfo De Angelis.
In verità, c’è molta ipocrisia nelle sanzioni odierne proprio come in quelle d’antan. Qualcuno fa il furbo (più di uno) e, nonostante i proclami tonitruanti contro il male incarnato da questo o da quel Presidente illiberale, ne approfitta sottobanco per acquisire vantaggi dal presunto carnefice, a nocumento degli altri fessi che si ritirano da quei mercati per non infrangere le sinergie dei buoni contro i cattivi. Perciò i danni che subisce il Paese sanzionato non sono pochi ma sono sicuramente superabili, con qualche sforzo non sovrumano. Le sanzioni non fecero cambiare idea all’Italia fascista, che restava un paese agricolo ed arretrato, figuriamoci se la Russia, con tutte le materie prime e le armi di cui dispone, si lascerà spaventare. Nemmeno quando due o più nazioni entrano direttamente in guerra il business tra loro s’interrompe. Semplicemente si nasconde o si attua con più circospezione per non mettere in evidenza l’incoerenza delle classi dirigenti che in pubblico si disprezzano e in privato si “riconoscono” come fatte della stessa pasta. La Germania nazista continuò a fare affari con gli Usa e con l’Inghilterra anche durante la II guerra mondiale. Imprese come Coca-Cola, Kodak, American Express, Standard Oil, General Motors, Ford etc. prosperarono anche sotto Hiltler. Quando però fu chiaro che il III Reich era alle corde e si dovevano recidere tutti i fili, anche quelli invisibili del denaro, per accelerarne la caduta, intervenne direttamente Roosevelt per imporre alle imprese d’oltreatlantico di interrompere tutti gli scambi e allinearsi alle scelte politiche del Presidente. Fosse stato per le corporations avrebbero continuato a stringere le mani ai gerarchi per sempre. Gli olocausti e i pogrom commuovono tutti, ma alla distanza. Pecunia non olet dicevano i latini ed avevano ragione.
La domanda che dobbiamo porci noi italiani è proprio questa. Le sanzioni contro la Russia, oltre che inutili e deleterie sul piano delle relazioni bilaterali, ci sono già costate un occhio della testa. Per inseguire idoli e ideali del piffero abbiamo perso bei soldoni e importanti quote di mercato. Poiché gli uni e le altre non evaporano ma cambiano di posto e di proprietario, chi si è approfittato della nostra ritirata poco strategica e tanto cretina? I dati parlano chiaro, oltre a paesi extracomunitari anche alcuni membri dell’Ue. Abbiamo deciso di essere gli unici fessi della compagnia per fare contenti gli americani?

https://youtu.be/wAdGw3BurWo

 

PRINCIPI DEL MOGHERINISMO

direttive_europee

 

Prima di diventare Lady Pesc, Federica Mogherini rivolse a Renzi parole molto scortesi: “Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera, non arriva alla sufficienza temo ‪#‎terzaelementare‬“. Era il 2012. Ma il fiorentino fece carriera e scuola (diventa segretario del Pd, nel 2013, e poi Presidente del Consiglio, nel 2014) e l’ opinione della Mogherini muta improvvisamente. Del resto, solo i cretini non cambiano mai idea, contrariamente agli ipocriti che lo fanno spesso e volentieri. L’attuale Premier, che non è tipo da dimenticare gli affronti subiti, anziché ostracizzare la criticona, sostenne la sua candidatura in Europa. Era una sottile vendetta. Messa alla prova la giovane diplomatica ha collezionato un fallimento dopo l’altro. Voto mediocre, temiamo da ‪#‎asilononpolitico‬. A discolpa della maestrina, c’è da dire che non è stata granché fortunata, feluca alla prime armi si è trovata ad affrontare dossier scottanti quali Iran, Siria, Ucraina, Libia, esodi quasi biblici da zone di conflitto, flussi immigratori, sanzioni, torture e uccisioni di connazionali, attentati ecc.ecc. che avrebbero messo in crisi anche colleghi più esperti. Di fronte a questi drammi lei però non è andata in difficoltà ma in totale confusione. Forse anche per questo i vertici Ue l’hanno sempre esclusa dai tavoli decisivi, come in occasione dei negoziati nucleari con Teheran o nei colloqui di Minsk per l’Ucraina. Quando il gioco si fa duro smette di essere un gioco ed allora i grandi pretendono e hanno l’ultima parola sulle cose serie lasciando agli scolari il compito delle dichiarazioni inutili. E di dichiarazioni a vuoto la Mogherini non è mai parca perché perfettamente calata nel suo non ruolo. E’ stata lei a dire che Ue e Nato sono complementari, cioè Ue è Nato, ma non viceversa, che tanto varrebbe allora sciogliere l’Unione Europea ed affidare la nostra politica estera direttamente ai cannoni del Patto Atlantico mettendo da parte diplomazia e finzioni colloquiali, fino ad avere il coraggio di chiamare le cose col loro vero nome, cioè non integrazione ma sottomissione. Le palle però si tirano fuori non coi leoni bensì con le prede. E’ più facile alzare la voce contro chi è accerchiato piuttosto che contro chi organizza gli assedi (circondata è Mosca dalle basi Nato lungo i suoi confini europei e non solo). Diversamente non sapremmo interpretare le recenti affermazioni della Mogherini allorché ha elencato i cinque principi-guida della Unione Europea nella politica verso la Russia che potremmo anche ribattezzare le 5 provocazioni di Bruxelles contro il Cremlino:
– applicazione completa degli accordi di Minsk per ritornare a dialogare con Putin e soci (traduzione dal mogherinese: la Russia deve ignorare il pericolo rappresentato alle sue porte dal golpe filo-Usa di Kiev, restituire la Crimea all’Ucraina, nonostante la sua popolazione si sia espressa democraticamente per l’annessione a Mosca e lasciare morire uno ad uno i russofoni del Donbass per mano degli squadroni nazionalisti ucraini)
– rafforzamento da parte europea delle relazioni con i partner orientali e gli altri vicini, in particolare in Asia centrale (traduzione dal mogherinese: la Russia deve rinunciare al suo spazio vitale e alle sue tradizionali sfere d’influenza per far spazio alla Nato)

– rafforzamento interno della resilienza dell’Unione europea, in particolare in vista della sicurezza energetica, delle minacce ibride e della comunicazione strategica (traduzione dal mogherinese: la Russia deve rinunciare ad esercitare la sua influenza sulle fonti strategiche e abbassare i prezzi come vuole Bruxelles, senza nemmeno fiatare o lamentarsi)

– la necessità di un impegno selettivo con la Russia, sia sulle questioni di politica estera che in altri settori in cui vi è il chiaro interesse dell’Unione europea ( traduzione dal mogherinese: La Russia deve accettare il principio che se conviene all’Ue va bene altrimenti nisba, cioè per dirla alla marchese Del Grillo: io so’ io e voi nun siete un c….)

– la volontà di sostenere sempre di più la società civile russa e di impegnarsi e investire nei contatti interpersonali, negli scambi e nelle politiche legate a ciò, con un’attenzione particolare ai giovani russi (traduzione dal mogherinese: La Russia si deve aspettare una rivoluzione colorata filo-occidentale senza provare a reagire).

Con lo scalpo di Putin ed un arto di Lavrov sarebbe stato un vero capolavoro.

Questa è la Mogherini, portavoce europeo, portantino americano. Ci voleva un genio nostrano per raggiungere simili vette di velleitarismo comunitario. Altro che cinque punti direttivi, un principio di mogherinismo deve essere una brutta malattia allo stadio terminale.

La verità è che l’Ue sulla politica estera è disunita, procede secondo gli interessi di bottega delle principali potenze continentali che si fanno concorrenza tra loro senza produrre un giusto lavoro di squadra per un mondo multipolare e meno dipendente dagli ordini Usa . Danneggiandosi a vicenda i partner europei ne escono tutti indeboliti, tanto che finiscono dominati da falsi amici esterni o sopraffatti da ingiustificate paure su agguerriti nemici alle porte. Cambiando prospettiva ed unendo le forze in Europa nascerebbe certamente un’altra visione del processo storico e della direzione geopolitica da seguire, magari con la costituzione di un asse con l’Est. Quando questo accadrà, se mai avverrà, capiremo di aver frequentato i paesi sbagliati perdendo molto e di aver tenuto erroneamente a distanza migliori compagnie internazionali per la pianificazione di un futuro più prospero e sicuro.

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