IL POPOLO NON DECIDE UN BEL NULLA, di GLG

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Da Il Giornale 1

Dal Il Giornale 2

Riporto solo questi due articoli perché mi servono per iniziare il ragionamento. Innanzitutto, la “democrazia” del voto può essere aggirata perché il Parlamento inglese, per due terzi contrario all’uscita, magari non ratifica la decisione con effetti difficilmente prevedibili al momento; perfino un altro referendum. Poi, mi sembra nobile l’articolo di Foa, ma stavolta troppo entusiasta e troppo “democratico” e “liberale”. Cerchiamo di mantenere una qualche freddezza. Non si può dire “il popolo ha deciso” quando, con quasi il 30% di astensione, il 51,9% decide in un senso e il 48,1% in senso opposto. Il popolo è diviso a metà. Inoltre, hanno votato per non uscire, e con maggioranze consistenti, Scozia, Irlanda del nord e soprattutto Londra, che non è proprio una semplice grande città. Soprattutto, cercate di afferrare bene il discorso: sarebbe bastato lo spostamento del 2,2% dei voti dall’exit al remain, e si sarebbe gridato che il popolo ha deciso di rimanere. Ci si rende conto dell’assurdità dell’assunto? Il popolo non ha deciso un CA Z2 O.

Vedrete cosa non s’inventeranno per non addivenire ad alcuna decisione contraria a ciò che vogliono gli europeisti. E chi sono questi imbroglioni che così si definiscono? Sono strapagati dagli Usa, sono degli aperti traditori che da 70 anni (non gli stessi evidentemente, ma tutti egualmente pagati dallo stesso padrone) continuano a tenerci sotto il tallone di questo paese di aggressori e di prepotenti impuniti. Simili “europeisti” dovrebbero essere presi, processati e condannati per alto tradimento. Invece, continuano ad imperversare; e non ci sarà alcun voto sedicente popolare, cioè della metà di una popolazione, che li scalzerà dalla loro posizione. Ma nemmeno se all’improvviso votasse contro di loro il 70 o 80% del popolo, si otterrebbe un qualche risultato. Occorre la presa del potere, e cominciando da alcuni paesi (non da tutti, impossibile), di chi sia in grado di sbatterli giù dalle loro poltrone, imprigionarne un certo numero da sottoporre a processo e condanna esemplare. A cominciare da quelli italiani, fra i peggiori in circolazione ascoltando le loro odierne dichiarazioni aberranti. Del resto, se uno si ricorda i nomi degli italiani “padri dell’Europa”, sa bene con chi abbiamo a che fare e che cosa si meritano i loro successori.

Ho ascoltato parte della conferenza stampa della Le Pen. Comprensibile che dica quello che ha detto, tenuto conto del fatto che guida un partito nella miserabile situazione in cui versa l’Europa, cui la Francia, in specie dopo De Gaulle, si è dovuta piegare. Spero tuttavia che non pensi ciò che ha detto. Il voto in Inghilterra (lo ripeto: 51,9 da una parte e 48,1 dall’altra) non è, in sé e per sé, una svolta storica. Lo sarà se infine si irrobustiranno movimenti sempre più decisi a farla finita con la UE e con gli “europeisti” servi degli Stati Uniti. Non basta però il voto di ieri, con quel che adesso seguirà per snaturarlo. Occorreranno momenti drammatici che infine arriveranno. Solo gli economisti, perfetti imbecilli, pensano che questa crisi, iniziata da alcuni anni, sia risolvibile. Non è semplicemente economica. Si andrà al multipolarismo e poi al policentrismo conflittuale acuto con tutti i drammi che ciò comporterà (anche se immagino assai diversi da quelli del XX secolo). Ed è lì che si dimostrerà la stoffa di movimenti come quelli della Le Pen. Niente trionfalismi per il voto di ieri; preparazione delle forche per gli europeisti traditori dei vari paesi europei. Una preparazione politica, s’intende, che richiede tempo e attacco frontale al liberalismo e alla democrazia “all’americana”, quella del voto; quella per cui se il 50,1% dei voti va ad una decisione, si afferma che il popolo ha deciso in quel modo. No, alla fine dovranno decidere quelli che sapranno mettere i traditori in galera (come minimo e in attesa di processo). Punto e basta. Scusate la sincerità un po’ acida.

VOGLIAMO SMETTERLA CON LE CHIACCHIERE INSULSE?, di GLG

gianfranco

Articolo qui

anche Micalessin fa acqua. Lasciamo perdere il fatto che vi sono almeno 75 probabilità a 25 a favore del permanere dell’Inghilterra nella UE (e non mi si tiri fuori l’omicidio della tal dei tali, che non credo abbia influito in modo decisivo). E poi, se vincesse un certo risultato con il 51-53% dei voti, sarebbe così tanto diverso se invece vincesse nello stesso modo il risultato opposto?

E’ interessante quanto invece dichiarato dai grillini (almeno vedo la notizia nelle news di google): scaricano Farage e affermano che la UE si cambia rimanendovi dentro. Questi ormai si sentono già governativi e trasmettono messaggi rassicuranti ai nostri “padroni” statunitensi. Ben serviti coloro che stravedono per questi opportunisti. Si rilegga questo articolo di Italiaoggi:

Qui

E allora andiamo infine al nocciolo della questione; basta chiacchiere insulse! La UE non si cambia né rimanendovi né uscendone. Va denunciata per quello che è: un organo collaterale alla Nato (la parte militare) per l’asservimento della nostra area. Fin quando resistette l’Urss, poté sembrare che una parte dell’Europa si sottraesse al predominio Usa. Adesso è impossibile nascondere più oltre a chi siamo sottomessi tutti noi europei, nessuno escluso. Non c’è organismo della UE (politico o economico, a partire dalla BCE guidata da un tipico agente americano) che non obbedisca al comando d’oltreatlantico. Naturalmente, nei regimi in cui predomina l’ideologia liberale e del mercato (automa impersonale che guiderebbe i nostri destini nel migliore dei modi) – ideologia duplicata da quella del “governo del popolo” tramite i voti di masse di ignari o di ottusi – i comandi dei padroni non sono mai diretti e sinceri; prevale l’inganno, l’ipocrisia, la “messa in c…. con la vaselina”, ecc. ecc. Tutto è confuso, la realtà viene resa incomprensibile tramite un linguaggio che frastorna i cervelli, crea l’illusoria parvenza di civile convivenza e di rispetto reciproco; nel mentre i dominatori dilagano e si fanno beffe di tutto ciò.

Non ci si rende nemmeno conto di quanto miseri sudditi noi siamo. E anche chi ha voglia di ribellarsi, e lo fa sovente con buona fede (apprezzabile per le sue intenzioni), sbaglia indirizzo nel manifestare la sua volontà d’indipendenza. Crede ancora che ci si liberi con il voto “democratico” e uscendo dall’organismo della subordinazione, dalla UE. Mi dispiace, quest’ultimo resta in piedi ed è supportato da una “alleanza” militare, cioè in realtà dalla nostra scarsissima “potenza di fuoco” e dall’occupazione da parte dell’esercito del “padrone”. E anche gli organi più segreti della sua azione d’influenza in Europa – i Servizi, le varie lobbies, le Università e organismi culturali, forme diverse di associazionismo, perfino sportivo, ecc. – non sono minimamente toccati dall’uscita o dalla permanenza nella UE (e nella Nato). Occorrono governi che denuncino apertamente la subordinazione e caccino fuori dal proprio territorio ogni influenza padronale. Nelle drammatiche situazioni che potrebbero venire a crearsi entro qualche tempo (non breve, lo so), con forte malcontento (non consapevole) di vasti strati della popolazione, sono necessari gruppi politici preparatisi da tempo alla bisogna di schiacciare i vili servitori con la forza, senza ricorso ad alcun voto, ma a ben altri sistemi di “convincimento”.

E allora, fin da subito, non si deve più fare concessione ideologica alcuna al liberalesimo, al mito del mercato giudice supremo, al voto come espressione di volontà popolare. Denunciare l’inganno continuamente, incessantemente, mostrando di volta in volta come l’illusione di cambiare i nostri destini con metodi di pacifico convincimento, tramite “razionali” discussioni (secondo le indicazioni di quel “debole pensatore” di Voltaire; e forse anche lui un bell’ipocrita), conducano ogni volta al fallimento dei nostri intendimenti di reale liberazione dalla servitù. Addosso agli imbecilli e ai falsi predicatori d’indipendenza. Sono riconoscibili: vogliono solo fondare movimenti e altri partitini (alla stregua dei pentastellati) per tentare di conquistare qualche emolumento parlamentare. Imbroglioni; denunciateli subito per ciò che sono.

E smettiamola con la solita solfa che tanto non c’è più nulla da fare. Può darsi benissimo che sia anche così. Più probabilmente, ci vorrà un tempo lunghissimo per la liberazione dall’imbroglio dopo 70 anni di inganni e menzogne. E con questo? Dite francamente quello che pensate. Credete nel liberalesimo, nel mercato come autoregolazione tramite concorrenza, nel voto come suprema manifestazione di democrazia? Benissimo, è del tutto lecito; e ammetto che, dopo tanto tempo di degenerazione del pensiero, siano molte le persone oneste a crederci. Ma chi non è in queste condizioni mentali, attacchi decisamente le falsità liberali. Che poi si riesca o meno a superarle, non lo sa proprio nessuno. Smettetela di fare i profeti; dite semplicemente ciò che realmente pensate!

Brexit o non Brexit, non è il problema.

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europaIl Brexit non ci sarà (a maggior ragione dopo l’omicidio di Jo Cox, deputato attivo per il “Remain”). Non facciamo ipotesi sul delitto, benché sia stata la linea europeistica ad avvantaggiarsi del tragico accaduto. Ma anche se Londra uscisse dall’Ue non cambierebbe molto per gli equilibri (geo)politici dell’Unione che sono garantiti dall’ingombrante presenza della Nato sul suo territorio e dalla costante ingerenza di Washinton nei suoi affari.
La Gran Bretagna è il Paese meno europeista della compagnia e non si è mai conformato pienamente ai principi comunitari: istituzionali, economici e culturali. Gli inglesi non hanno l’euro, guidano a sinistra, resistono al sistema metrico preferendogli quello imperiale, credono nella Common low anziché nella legge scritta ecc. ecc. Lo scrive anche Andrea Cuomo su Il Giornale di oggi in un simpatico articolo intitolato: “Ma i britannici sono davvero europei? Ecco otto motivi per pensare il contrario: auto, misure, colazione, bevande, sport: esiste una diversità d’Oltremanica”.
Dunque, che vadano per i fatti loro o che restino dentro la comitiva continentale a lamentarsi di tutto, la loro fuoriuscita non sarebbe determinante in questa fase storica. Ma se fosse la Germania ad abbandonare la casa comune europea, mandando in frantumi gli attuali assetti dell’Ue, nati per imbrigliare Berlino e le sue potenzialità di proiezione egemonica (non solo) regionale, allora la situazione sarebbe molto diversa. Agli americani salterebbero i nervi mentre in Europa salterebbe di tutto, cose e persone (altro che il solito folle isolato che pugnala alla schiena una donna indifesa e un po’ sgradevole).
Gli Usa temono di più il Germanexit, scenario che capovolgerebbe il mondo da essi disegnato, a misura del loro predominio, già dalla metà del secolo scorso ma, soprattutto, dopo la riunificazione tedesca del 1989. Una Berlino libera dalle catene Usa andrebbe naturalmente ad Est, verso la Russia, e si porterebbe dietro altri pezzi importanti d’Europa.
Si formerebbe un blocco esteso europeo, in competizione con quello occidentale a guida americana, che riprenderebbe il controllo esclusivo della sua area di proiezione spingendo fuori i corpi estranei. Il magnate della finanza G. Soros ha detto: “La Federazione russa può diventare una potenza mondiale sullo sfondo della distruzione dell’Unione europea”. Ma Mosca può assurgere ad un tale ruolo unicamente in un asse geopolitico con Berlino (e Parigi). Di qui anche le preoccupazioni espresse in più occasioni da G. Friedman di Stratfor (agenzia vicina all’Intelligence Usa) che punta il dito sull’ambiguità tedesca e la sua (non abbastanza provata) fedeltà all’alleanza: “Durante tutto il secolo passato, e quindi durante la Prima e la Seconda guerre mondiali, e anche durante la guerra fredda, gli interessi principali degli Stati Uniti hanno riguardato i rapporti tra Germania e Russia, perché insieme questi due paesi costituiscono una forza che mette in pericolo gli interessi degli USA. Il nostro obiettivo principale deve essere quello di evitare l’unione tra i due”.
La Germania non è compatta dietro le scelte di campo dell’attuale classe dirigente e inizia a compiere passi in direzione di Mosca, grazie all’azione di politici e gruppi che hanno un’altra visione dei processi storici e del posizionamento di Berlino nello scacchiere mondiale, all’ingresso dell’epoca multipolare. Come ho scritto qualche giorno fa, il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha invocato una neo-Ostpolitik con la Russia. Steinmeier, inoltre, contrariamente ai suoi colleghi europei, ritiene che sia la Nato a provocare Putin facendo tintinnare le sciabole ai confini russi. Queste fratture dimostrano che non c’è unità d’intenti sul futuro strategico della nazione tedesca e che si vanno risvegliando potenti istinti autonomisti (di cui i crucchi potrebbero farsi portabandiera in tutta l’area dell’Unione). Tuttavia, i settori conservatori che preferiscono non separarsi dalla via “americana” sono ancora solidissimi, tanto nella capacità di controllo sociale che in quella di condizionare la pubblica opinione. Ma il peso concreto degli interessi sovrani tedeschi sta corrodendo alcune delle scelte ideologiche precedenti, dettate da motivi di debolezza geopolitica ormai superati. Forse, alle spalle di Steinmeier, si stanno coagulando spinte contrapposte a quelle ufficiali che intendono modificare gli equilibri internazionali per avvicinare Russia e Germania ad un destino comune . Un brutto affare per la Casa Bianca che, infatti, fa pressioni in senso opposto: militarizzando la periferia europea e cercando d’ingabbiare economicamente e finanziariamente l’Ue (con il TTIP e non solo) ed i suoi vicini esterni. Insomma, quello che sembra antirusso è spesso antitedesco o entrambe le cose.

POCA VOGLIA, MA INSOMMA…. di GLG

gianfranco

gianfrancoE’ da circa 40 anni che non vado a votare, a parte un’eccezione per le europee del ’99. Non è quindi per me entusiasmante dover commentare (poco) queste elezioni comunali, che mi sembrano considerate da molti come una sorta di svolta. Dalla fine della seconda guerra mondiale si è vissuto un periodo relativamente pacifico e per qualche decennio con benessere crescente (qui da noi quanto meno); e sotto l’influenza della falsa e ipocrita democrazia importata dagli Usa. Ero già irridente e sprezzante all’epoca della prima Repubblica; adesso siamo semplicemente al ridicolo. Ieri sera ho assistito al solito “spettacolo” da Vespa (che è pur sempre il meno peggiore) e ho ascoltato le dichiarazioni dei nuovi sindaci delle maggiori città; e anche di due sconfitti, fra cui quello di Milano, il candidato berlusconiano per eccellenza (l’altro era l’imbronciato “fantasma” di nome Fassino). Una noia infinita, non sanno assolutamente dove stia di casa la politica; discorsi da famigliola piccolo-borghese, piena di buoni sentimenti con una recita pessima, senz’altro la peggiore cui abbia assistito.

Comunque, per quello che possono avere significato queste elezioni, sono indubbiamente andate bene. Il Pd ha preso delle ottime botte; ed in particolare il governo. Fra l’altro, il risultato darà qualche risalto alla cosiddetta opposizione interna (dei vecchi “babbioni”, falliti già da decenni, incapaci anche come servi degli Stati Uniti), per cui il “bamboccione fiorentino” dovrà molto giocare con il suo cellulare, senza nemmeno avere a fianco Putin. Non si creda però alla fine della linea governativa, che ha preso deciso sopravvento nel 2011 con le decisioni di Napolitano e il complice cedimento del “nano” (mai smascherato da nessuno degli altri politicanti, avversari o alleati). Con Renzi o senza, la nostra servitù proseguirà fin quando ci si affiderà a questo squallido avanspettacolo “democratico”.

Per fortuna, a Milano non ha prevalso il meschinello per cui aveva garantito il “nano malato”; e se era garantito da lui, figuriamoci che tempra deve avere costui. Il fallimento non è stato solo dei governativi e del “cavaliere”, ma pure degli alleati di quest’ultimo. In realtà, la Lega non è andata male a Bologna, malgrado tutti abbiano solo saputo constatare che avrebbe vinto di nuovo il “rosso”. Già fa ridere che si prenda il Pd come ancora comunista (qui si dimostra la stupidità sesquipedale dei suoi avversari); inoltre, la misera vittoria ottenuta mostra una città molto diversa da quella dei decenni passati. Tuttavia, a parte i limiti “piddini” nella “loro” Emilia, mi sembra evidente che la Lega non ce la fa proprio; e il suo massimo dirigente ha mostrato notevole inettitudine. Sta pagando la sua totale incapacità, doppiata dalla leader di FdI, di smascherare senza più esitazioni il ruolo badogliano svolto dal loro infido alleato, che a Roma gliel’aveva combinata proprio brutta. Sono pure loro dei poverelli senza spessore politico. Una miseria dietro l’altra.

Resta il “trionfo” dei cinque stelle. Sentir parlare Di Maio è ascoltare uno che non ha proprio niente da dire. Lasciamo perdere i discorsi della Raggi (concediamole magari l’emozione) e dell’Appendino (appena un po’ più sensata). Non è tuttavia quello che conta; ho in realtà molti dubbi che rappresentino una concreta alternativa. Si sa già che per me – fin quando non si troverà qualcuno capace di una nuova politica estera, di autonomia effettiva e perfino di ostilità rispetto agli Usa – non vi sarà alcuna novità in Italia; nemmeno sul piano interno dove tutto andrà degradando come in questi ultimi anni. Non credo proprio che questo movimento cambierà qualcosa, nemmeno una virgola a mio avviso. Solo chiacchiere e incredibile richiamo alla finta moralità di Berlinguer (quello che spostò il Pci verso l’atlantismo); temo che ben presto i “grillini” mostreranno tutta la loro inutilità sostanziale. Se poi sbaglierò, ben felice; non dovremo aspettare moltissimo per saperlo. E mi auguro che si tratti solo di nullità e non invece di effettiva negatività, anche in tema di subordinazione alla potenza d’oltreatlantico.

In ogni caso, per quel poco che poteva significare, diciamo che il voto non è stato negativo. Come ultima notazione, mi diverte segnalare il “grande successo” di De Magistris a Napoli; il 66% del 36% dei votanti. Questo della scarsa affluenza è l’unico vero bel segnale che ci arriva dalle elezioni. Al ballottaggio è chiaro che la bassa percentuale dipende pure dalla presenza di due schieramenti soltanto. Tuttavia, anche al primo turno l’astensione è stata notevole. Il fatto non è di semplice ed univoca interpretazione; però teniamolo presente. Il grave è l’assenza di una forza ben organizzata e decisa a farsi valere con i molti che non credono più all’utilità di andare in cabina. Speriamo arrivi infine chi ne saprà approfittare, impartendo una lezione esemplare e definitiva a tutte queste nullità che imperversano nel nostro paese; in particolare dopo la ben nota, e sporchissima, “mani pulite”. E’ augurabile che un giorno arrivi qualcuno in grado di tagliarle, queste mani.

Sono tornati i nazisti? No, i cretini e sono ancor più pericolosi.

odessa

odessaAntonio Padellaro, su Il Fatto Quotidiano, scrive che sono tornati i nazisti. Ma i nazisti non sono tornati e non torneranno, checché ne dica il simil-giornalista di questo quotidiano sfatto. Semmai, se proprio vogliamo essere precisi, sono tornati certi nazisti (da operetta) su Il Fatto quotidiano e siamo pronti a dimostrarlo. Ma andiamo per ordine. Padellaro afferma che:

“I nazisti stanno tornando e lo dicono i fatti. L’odio che ha ucciso la deputata laburista Jo Cox ha un nome e cognome: Thomas Mair. Oltre che mentalmente instabile, l’uomo risulterebbe simpatizzante di gruppi di estremisti neonazisti, ostili all’Europa e sostenitori dell’apartheid. Mentre in Inghilterra si vivevano ore tragiche, in Francia orde di hooligans russi, croati, inglesi e tedeschi [in ordine non casuale di teppaglia e di pregiudizio di chi narra. Nota mia] mettevano a ferro e a fuoco città e stadi dell’Europeo di calcio, con il sostegno complice di cechi, slovacchi e ungheresi: divisi dal tifo, uniti dalla simbologia nazista e dagli slogan xenofobi. Un’offensiva nazi che riesce bene a mimetizzarsi tra le maglie della democrazia, come dimostra l’avanzata elettorale delle forze dell’ultradestra in Austria e Germania, senza contare che in Ungheria e Polonia [ed in Ucraina, che non fa ancora parte dell’Ue ma ci prova col consenso di Bruxelles ed il sostegno americano, dove i nazisti sono stati integrati nelle forze armate e sono entrati nella Rada. Nota mia], ma sinceri ammiratori (sia pure in doppiopetto) della svastica occupano poltrone di governo. E che dire degli Stati Uniti dove Donald Trump, nella sua corsa alla Casa Bianca non esita a raccattare i voti del Ku Klux Klan e di quei nazisti per tanto tempo relegati nell’indimenticabile macchietta dei Blues Brothers (“Io li odio i nazisti dell’Illinois”) e che adesso possono tranquillamente uscire alla scoperto con i deliri sulla supremazia della razza bianca? I nazisti stanno tornando ma l’Europa fa finta di non accorgersene, come se per negare una brutta malattia della pelle fosse sufficiente nasconderla alla vista”.

A leggere tale descrizione – al netto degli irrilevanti gruppuscoli di nostalgici del III Reich, tipo KKK e Hooligans, che usano la politica come copertura per azioni criminali e attività a delinquere, nonché di qualche matto isolato e manipolato – sono nazisti tutti quelli che non piacciono a Padellaro. Sono potenziali hitleriani quelli che hanno idee diverse sull’Europa, sulla Nato, sulle emergenze sociali (vedi l’immigrazione), su scelte culturali contrarie al politicamente corretto predominante. Fare insinuazioni sulle simpatie neonaziste di Trump, di Orban, di Zeman ecc. ecc. e coprire quelle apertamente richiamate dal governo di Kiev (dove il collaborazionista delle SS Bandera è ritornato ad essere un eroe nazionale), solo perché quest’ultima è diventata baluardo della russofobia in Europa e nuovo avamposto di Washington nella guerra a Putin, sa di parzialità e di presa per i fondelli. Tanto più che Il Fatto è riuscito a raccontare la rivolta di Majdan, ed il successivo conflitto civile nel Donbass separatista, ignorando il contributo fondamentale offerto alla causa dai battaglioni ammiratori del Führer (come l’Azov) e quello delle bande paramilitari neonaziste (Pravy Sektor). Quando questi assassini bruciarono vive oltre 50 persone disarmate, nella Casa del Sindacato ad Odessa, il giornale di Padellaro arrivò a negare l’eccidio, poi ad attribuirlo a presunti russi giunti dalla Transnistria, e, infine, allorché filmati e testimonianze non lasciarono più spazio a dubbi sui responsabili (i neonazisti di cui sopra), ad ignorare l’accaduto in spregio alla verità, alla giustizia ed al rispetto dei diritti umani. L’inviata in Ucraina de Il Fatto, quella che avrebbe dovuto portare a conoscenza dei lettori gli orrori dei pogrom in atto, oltre a scrivere un mare di menzogne su quello che stava realmente accadendo da quelle parti, si fece immortalare sorridente con i miliziani di Settore Destro sulle barricate, tanto per gradire e rendersi sgradevole. Ma per Padellaro i nazisti sono sempre gli altri, quelli che non la pensano come lui. Così come i despoti, stando invece a quello che scrive Furio Colombo nel suo articolo odierno, a proposito dell’incontro tra Putin e Renzi al forum economico di San Pietroburgo:
“Renzi, capo del Governo italiano, incontra Putin, presidente-despota della Russia. Immediatamente dopo la visione di immagini e la descrizione scritta della coreografia in cui si è svolto l’evento, ci accorgiamo di non sapere nulla di ciò che è accaduto. Chi è Renzi per Putin? Chi è Putin per l’Italia? Ci sono accordi o disaccordi? Le narrazioni colorite e indirette suggeriscono accordi. La domanda che resta inevasa e non si fa (non i media, non il Parlamento) è: perché? Quali vedute ci uniscono, quali obiettivi ci accomunano visto che, nella guerra in Siria, per esempio, noi italiani siamo con Obama e Kerry che vorrebbero liberarsi di Assad e del suo regime criminale, ma la Russia dice no”.

Della serie: chi non è con gli Usa (e con la Nato) è necessariamente un pazzo tiranno che vuole incasinare il mondo. A Colombo non interessa che Putin abbia contribuito a respingere i jihadisti in Siria e a placare una mattanza resa possibile solo dal sostegno di Washington ai tagliagole (cosiddetti moderati) anti-Assad. Obama ha favorito il caos in medio-oriente ed in Nord Africa aprendo vari fronti d’instabilità che hanno portato alla morte di milioni di civili in Siria, Egitto, Libia ecc. ecc. Nonostante ciò, il dittatore aggressivo è Putin mentre Obama resta il Presidente buono e idealista, con giuste motivazioni, anche prescindendo dal risultato concreto delle sue azioni. Se Colombo non ha dato del nazista anche a Putin è unicamente perché lo fanno già i suoi per lui, come l’inviata anzidetta che lo ha apostrofato Putler in un suo mirabile pezzo di cretineria.

Ma torniamo alla questione principale. Tornerà davvero il nazismo in questo III millennio? Direi proprio di no. La storia non si ripresenta mai alla stessa maniera, per quanto si diverta ad indossare abiti usati per confondere gli sciocchi. Chi teme il pericolo bruno sbaglia. Il nazismo, nei nostri tempi, può assumere solo forme tragicamente scenografiche e strumentali: come spauracchio per certi fessi che credono ancora ai fantasmi o come fornitore di manovalanza per i lavori sporchi di chi ci governa.
Occorrerebbe qualcosa di molto più cattivo e risoluto per fermare i prepotenti che comandano in questa fase. Né Hitler, né Stalin, né Mao sarebbero stati capaci dei delitti e degli stermini di cui si sono resi protagonisti gli americani e il loro codazzo di paesi servi. Come ha recentemente detto Gianfranco La Grassa:
“L’odierno informe ammasso di politicanti, di giornalisti, di intellettuali, è ancora più schifoso in quanto falso e ipocrita. Parlano di diritti umani, di libertà di pensiero; e conculcano ogni e qualsiasi libertà. Per di più sono criminali che fingono d’essere molto civili e umani; intanto si servono di poveracci, con il cervello fumante di ideologia religiosa, per scatenarli e uccidere, in modo da occultare i loro ben peggiori misfatti. Altro che nazisti, fascisti, comunisti, ecc. Sono i liberali odierni i veri mostri, belve feroci mascherate da pecorelle”.

Ed è proprio così. Non ci possono essere nazisti in assenza di nazismo o comunisti in assenza di comunismo. A riportare in vita simili spettri sono falsi antifascisti che rimestano nel torbido per fabbricare gli esecutori dei loro (attuali e prossimi) infami crimini, sia su piccola scala che su grande scala.

Immigrazione controllata (dagli Usa)

direttive_europee

direttive_europeeI flussi immigratori che stanno attraversando l’Europa non sempre sono spontanei. A dirlo sono stati anche degni rappresentanti di quella parte dell’Unione (come l’ungherese Orbán ed il ceco Zeman) i quali devono affrontare, con poco spiccioli a disposizione, la marea umana che si riversa sul loro suolo. Non tutti gli extracomunitari che giungono sul Vecchio Continente, dai paesi in crisi economica, politica e militare, dell’Africa, del Medio-oriente, dell’Asia, ecc. ecc., entrano nell’Ue con l’intenzione di migliorare il proprio destino e contribuire allo sviluppo degli Stati ospitanti. Costoro, sono messi nelle condizioni di delinquere o, persino, coscientemente “ingaggiati” per commettere reati e violare la legge, con l’obiettivo di generare instabilità sociale nei contesti d’arrivo.
La retorica con la quale i leader di Bruxelles affrontano l’allarme è una testimonianza ulteriore della loro complicità con le forze esterne antieuropee che usano gli esodi di massa per portare un cavallo di troia dentro i nostri confini ed alimentare dissidi interetnici e culturali. Questi conflitti fuori controllo incrementano il caos sociale tramite il quale vengono condizionate le nostre scelte (geo)politiche. L’indebolimento dell’Europa è un piano scientifico messo in atto dagli Stati Uniti e dai loro lacchè negli organi comunitari, in funzione anti-policentrica. L’Europa non deve partecipare alla competizione per il mondo multipolare ma deve servire gli interessi della Casa Bianca e sottostare alla sua preminenza. L’immigrazione incontrollata è un capitolo della congiura per impedire all’Europa di emergere quale polo di potenza alternativo agli Usa e in eventuale alleanza con nazioni in ripresa di sovranità ad oriente. Il razzismo e l’odio nei confronti dell’alterità non sono il vero corno del dilemma (per quanto vengano posti al centro della discussione pubblica dal circuito mediatico che organizza la canea delle contrapposizioni tra buonisti e persecutori, al fine di sviare l’attenzione generale) perchè stiamo parlando di dinamiche oggettive innescate da scelte e strategie internazionali con scopi più subdoli di quelli apparenti.
Del resto, quando il Presidente della Camera italiano dice che i migranti sono l’avanguardia della globalizzazione svela l’alto tradimento, ai danni dei popoli europei, di cui detti membri istituzionali sono complici (spesso sciocchi). La globalizzazione è stata questo mito da fine della storia con il quale Washington ha esteso i suoi tentacoli sul pianeta dopo la caduta del blocco sovietico. Continuare a perorarla significa continuare ad accettare l’asservimento all’America. Chi si piega così vilmente alla prepotenza americana, in condizioni storiche mutate che certificano un relativo allentamento dell’egemonia Usa sugli scenari planetari, è un favoreggiatore del nemico che opprime i suoi connazionali.
Peraltro, che detti personaggini, tutto cuore, poco cervello e niente fegato, siano insinceri nei loro afflati verso la diversità, variamente declinata, e l’accoglienza degli essere umani più sfortunati, lo dimostra il trattamento riservato ai russi, i quali per l’80% vivono in Europa e sono europei ma vengono descritti come pericolosi alieni pronti ad invaderci. La verità è che gli americani temono i russi e un’alleanza strategica europea, da Lisbona a Vladivostok, che li ricomprenda. Per impedirlo ci mettono gli uni contro gli altri, utilizzando grandi narrazioni, travestite d’amore per il prossimo (di cui si fanno portavoce politici come la Boldrini) che sono contro la libertà dei popoli europei.

BREXIT O NON BREXIT, di GLG

gianfranco

gianfranco

 

Isteria al massimo all’avvicinarsi del referendum sull’uscita o meno della Gran Bretagna dalla UE. E questo paese non è nemmeno nell’euro. Ho la netta sensazione che anche i sondaggi, che danno in prevalenza i favorevoli all’uscita, siano artefatti, servano ad alimentare la paura del cataclisma che dovrebbe seguire a simile decisione; cataclisma del tutto inesistente. Hanno talmente impaurito la “ggente” utilizzando tutti i mezzi (compreso il solito delle Borse) che la maggioranza, di solito pecorona (e anche in Inghilterra non credo sia diverso che altrove), piegherà il capo e penserà che è meglio non cambiare una virgola. Intendiamoci bene: non è che l’uscita rappresenterebbe una svolta epocale rispetto alla situazione odierna di questi paesi europei così succubi. L’Inghilterra resterà uno dei canali privilegiati della preminenza Usa. Esattamente come lo è il nostro paesello “a sud”. Tuttavia, i dirigenti pro-americani di un’Europa priva d’autonomia – gli eredi di quelli, ormai lo sappiamo, che furono ampiamente finanziati per restare alle dipendenze d’oltreatlantico (e figuriamoci quanto sono pagati questi odierni!) – preferiscono non rischiare nulla; proprio per rimanere nelle grazie di quel prepotente paesone di cow-boys.

Se vincesse il sì all’uscita, con il tempo potrebbero andare formandosi crescenti “rivoli” (cioè partiti e movimenti) consci della necessità non semplicemente di abbandonare la UE, ma proprio di una diversa politica estera sempre più affrancata da quegli arroganti e pretenziosi “padroni”; una politica estera che potrebbe favorire, in un’area decisiva per la potenza americana, un orientamento più amichevole verso la Russia, che diventerebbe ancora una volta il principale antagonista degli Stati Uniti in una situazione di crescente multipolarismo. In un periodo piuttosto lungo si potrebbe arrivare all’autentico policentrismo acceso, nel cui ambito i preminenti odierni non sarebbero più in grado di guidare gli affari mondiali a loro vantaggio. Anche il TTIP andrebbe a farsi benedire. In ogni caso, lo ripeto, il risultato positivo del “brexit” non è nettamente decisivo. Duro, e lungo, sarà il percorso verso una effettiva “liberazione” dei maggiori e più rilevanti paesi europei (Germania e Francia; e tutto sommato pure l’Italia), caduti alle dipendenze americane nel 1945.

E’ pur sempre da augurarsi la vittoria della corrente desiderosa di uscire dalla gabbia europea. Non credo avrà successo; e anche se lo avesse, dubito che si realizzerebbe concretamente l’uscita inglese dalla UE. Sarebbe comunque una ventata d’aria fresca a favore della suddetta “liberazione”, quella vera e non la falsa di settant’anni fa. L’effettivo lavoro in tal senso mi sembra però quasi inesistente (vedi la “timidezza” dello stesso FN in Francia). Sarà indispensabile uno sforzo costante e sempre più netto e deciso al fine di mettere viepiù il bastone fra le ruote all’attività aggressiva americana. Uno sforzo che deve però comportare la nascita di nuove organizzazioni politiche; e avrebbe bisogno d’essere irrobustito dalla crescita di potenze antagoniste degli Usa. Prima fra tutte, lo ribadisco, la Russia, ancora deboluccia rispetto al ruolo che a mio avviso ricoprirà in tempi non proprio brevi.

 

LA “VITTORIA” DEL MONDO “CIVILE”, di GLG

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LAGRA21Quando si fanno accordi con cosiddette organizzazioni terroristiche (Al Qaeda, Isis, ecc.) – tramite una lunga sequenza di contatti affinché non si sappia bene chi è il mandante (ma lo si intuisce, sono sempre ambienti Usa) – solo pochissimi uomini a capo di queste (e pochi anche ai vertici dei mandanti) conoscono abbastanza bene (forse nemmeno del tutto) la trafila compiuta e i compiti che sono da assolvere. L’organizzazione, per essere finanziata e sorretta, deve ovviamente avere la possibilità di reclutare molti adepti (molta carne da macello), che credono ai capi, all’ideologia da essi diffusa a piene mani. Per di più, i seguaci sono convinti dell’autonomia di chi stanno seguendo con fede e dedizione completa. E’ perciò assolutamente necessario che i capi “terroristi” (e anche i mandanti devono chiudere un occhio al riguardo) lascino compiere ai sottoposti una serie di atti da questi creduti diretti alla indiscussa vittoria della loro fede. Quando l’organizzazione non serve più molto – e anzi è indispensabile ai mandanti far credere al mondo cosiddetto “civile” che i suoi dirigenti (quelli che hanno in realtà alimentato il terrorismo) lo stanno vincendo ed estirpando – allora i capi del “terrorismo” sono obbligati a ritirarsi e rischiano grosso.

Bin Laden ha vissuto 5 anni vicino alla capitale del Pakistan ed era evidentemente piuttosto tranquillo. E’ stato colto di sorpresa dal mutamento tattico-strategico Usa (da Bush a Obama), che evidentemente richiedeva un atto simbolico di vittoria definitiva su Al Qaeda; uno di quegli atti necessari alle popolazioni credulone e ignoranti di politica, che bevono tutto senza fiatare. Addirittura si è organizzato uno spettacolo durante il quale – non si sa se realmente o per finzione scenica – i vertici Usa hanno assistito in diretta all’assassinio di Bin Laden, con il condimento dell’infame “wow” della possibile futura presidente del paese quando costui è stato abbattuto come un animale al macello (tanto per far capire che personaggio disumano, un vero “Alien”, ha forti probabilità di diventare “capo supremo” della più potente nazione).

Adesso, non è da escludere che stia giungendo alla fine o quasi il compito assolto dal Califfo dell’Isis, con pericolo incombente per la sua vita. Questi non sta affatto reagendo alle sconfitte, cioè alla probabile entrata nella fase in cui l’organizzazione da lui diretta non serve più se non per qualche azione “endemica”, sporadica; semmai, egli comincerà a valutare quali sono le migliori vie per salvare la pelle. Sono i suoi seguaci, quelli pieni di fede e convinti di una possibile vittoria, a compiere atti tendenti a riprendere in pugno la situazione che sta sfuggendo di mano. Anzi, è assai probabile che essi nemmeno sappiano delle difficoltà crescenti nate nella fase in cui diventano meno utili; è facile che siano convinti di essere sempre “all’attacco”. In ogni caso, non diamo ancora per scontato che l’Isis abbia terminato le funzioni affidategli di fatto dai vertici dirigenti del “mondo civile”. Mi sembra in netto ribasso, ma dobbiamo attendere un po’ per capire meglio se gli fanno fare la fine di Al Qaeda (e di Bin Laden) oppure se servirà ancora per un po’ di tempo.

Mi si conceda un’aggiunta, perché ne ho il gozzo pieno di certi personaggi. C’è stata in questi giorni una levata di scudi per la diffusione in edicola di “Mein Kampf”. Il libro di un mostro, il programma di un genocidio o non so che cosa (tanto non l’ho mai letto). Almeno “quelli” non nascondevano quanto intendevano fare. L’odierno informe ammasso di politicanti, di giornalisti, di intellettuali, è ancora più schifoso in quanto falso e ipocrita. Parlano di diritti umani, di libertà di pensiero; e conculcano ogni e qualsiasi libertà. Per di più sono criminali che fingono d’essere molto civili e umani; intanto si servono di poveracci, con il cervello fumante di ideologia religiosa, per scatenarli e uccidere, in modo da occultare i loro ben peggiori misfatti. Altro che nazisti, fascisti, comunisti, ecc. Sono i liberali odierni i veri mostri, belve feroci mascherate da pecorelle.

DALL’ESTERO ALL’INTERNO, di GLG

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a questo aggiungasi la notizia data ieri da fonti internazionali circa il ferimento del Califfo tramite il solito drone, a seguito dell’informazione ottenuta da una spia interna alla direzione del movimento. In realtà, sembra che, per gli Usa, stia scadendo la funzione dell’Isis come già accadde per Al Qaeda. Forse il Califfo farà la stessa fine di Bin Laden. In ogni caso, non è facile seguire tutti i “ghirigori” politici della potenza maggiore, mentre le altre, a partire dalla Russia, pensano a gradualmente rafforzarsi senza arrivare a scontri improponibili per il momento, tenuto conto degli attuali rapporti di forza sul piano mondiale. Mi ripeto e ribadisco che siamo alla configurazione (di crescente multipolarismo, ma non ancora di policentrismo accentuato) dell’ultimo quarto del XIX secolo; con l’Inghilterra, allora, al posto degli Usa di adesso. Per molto tempo, tutto sarà ancora più disordinato e mutevole e non sarà possibile effettuare previsioni se non con larghi margini di errore e forte instabilità nell’ambito di ampi periodi caratterizzati da stallo. E nemmeno la crisi detta economica (di relativa stagnazione con eventuali crescite assai contenute) cambierà aspetto per gli anni a venire. Avremo, nel contempo, s-regolazione crescente e situazioni trascinate a lungo nel più sfibrante deterioramento.

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dall’estero passiamo a notizie interne. Nulla che una persona informata non sapesse. Cioè, non che fosse stata interpellata pure la Lega, ma che si pensasse di sostituire Berlusconi; costui, a quel tempo, credeva non fosse del tutto mutata la strategia americana dell’Amministrazione Bush jr., ancora convinto di una tale supremazia Usa da usare metodi forti e di aggressione diretta in date aree, lasciando tuttavia margini di “libertà” per la politica verso Russia (e Libia, come durante gli accordi italo-russi conditi anche con Southstream, ecc.). Infatti, il leghista non rivela, se l’ha capito, che Napolitano non agiva certo per suoi interessi e nemmeno per quelli di ambienti preminenti italiani (del tutto assenti se non come puro servilismo); era dagli anni ’70, con il vecchio Pci, che egli aveva assunto tutt’altri compiti e funzione. Alla fine del 2010 (mi sembra il 4 dicembre), il “nano” si salvò dalla sfiducia per soli tre voti e si scatenò in piazza la rabbia della “sinistra”, che ormai contava sul suo defenestramento. Il cav. capì però l’antifona e sappiamo che dal 2011, dopo l’incontro con Obama al G8 di fine maggio, si adeguò alla nuova strategia (o tattica) d’oltreatlantico che ormai richiedeva obbedienza “pronta, cieca, assoluta”. Si piegò all’aggressione alla Libia, al cambio con Monti e poi via via a tutto il resto fino al comportamento nelle ultime elezioni del 5 giugno scorso, che adesso sarà dimenticato nell’ambito della “santificazione” dell’uomo per il suo “martirio aortico”. Napolitano fu profetico quando disse a Reguzzoni, dopo il rifiuto di quest’ultimo di appoggiare la sostituzione del premier, “lo sarete più avanti”. Voleva dire che altri metodi di convincimento del “nano” ci sarebbero stati, e la Lega avrebbe avuto modo di essere assai scontenta del suo comportamento. E così è stato. Per l’ennesima volta si constata come vengano rivelate sempre delle “mezze verità”, che inducono ad interpretazioni del tutto errate. Il leghista si presta oggi a raccontare la semiverità, che fa passare sempre per perseguitato il fintone; e ciò la dice lunga sul fatto che questo partito è ambiguo, mantiene ai vertici personaggi legati alla “vecchia alleanza” con chi ha ormai mutato posizione dal 2010 ed è un sostanziale complice di quei poteri, di cui si faceva portavoce l’allora presdelarep. Questo giustifica, in parte soltanto, Salvini per non trovare il coraggio di dire apertamente quello che è diventato oggi Berlusconi e denunciarne, fatti comprovati alla mano, la complicità dal 2011 ad oggi. E continuiamo nel bel mezzo del pantano.

(DOPPIA) VERITA’ PER GIULIO REGENI

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Quando al Cairo, il 3 febbraio scorso, spuntò dal nulla il cadavere del nostro connazionale Giulio Regeni, ucciso in circostanze misteriose, scrissi subito che costui non poteva essere un normale ricercatore di Cambridge. Sette giorni di torture, fino a procurargli la morte, sono eccessivi per un semplice studente un po’ troppo curioso e velleitario che vuole raccontare le sofferenze del popolo egiziano e contribuire a migliorarne le sorti perorando un improbabile sindacalismo rivoluzionario. Ad un tipo del genere, gli dai un calcio nel sedere e lo rispedisci a casa senza sporcarti le mani. Se però ritieni che sia un pericoloso provocatore le cose cambiano un po’, eppure difficilmente si arriva ad un’esecuzione così ferale. Simili regolamenti di conti sono più consueti tra sodali in attrito che tra avversari.
Le circostanze in cui il corpo esanime era stato fatto ritrovare, nei giorni in cui una delegazione istituzionale italiana si accingeva a trattare affari in Egitto, non erano casuali. Forse era un invito a sloggiare. Forse una maniera brutale per far emergere delle manovre alle nostre spalle.
Anche la copertura giornalistica di Regeni, che scriveva per il Manifesto, richiamava alla mente quella di tanti altri 007 del passato i quali preferivano indossare l’eskimo per ottemperare ai loro compiti spionistici (soprattutto filo-Nato). Quando qualcuno vergò l’ipotesi che Regeni fosse legato all’Aise (Agenzia informazione sicurezza esterna) la nostra Intelligence smentì “irritualmente” con una nota ai quotidiani. Quest’ultima negò qualsiasi collegamento con Regeni, ma non che lo stesso potesse essere un agente reclutato da altri apparati. Difatti, successivamente sono emersi nuovi dettagli sul lavoro di Regeni, con società private del settore spionistico e con ONG americane che sponsorizzano processi democratici nel mondo ricorrendo a sistemi poco ortodossi, come la sobillazione degli emarginati per rovesciare gli Stati. Tecniche del marxismo-leninismo adattate al golpismo atlantico.
L’Italia non ha voluto (o potuto) tener conto di questi indizi e si è scagliata subito contro Al Sisi, richiamando anche il suo ambasciatore al Cairo, per la scarsa collaborazione del governo e degli apparati di sicurezza egiziani alle indagini.
Ora però l’ostruzionismo verso le investigazioni arriva anche da Cambridge. La Procura di Roma ha chiesto all’istituto britannico di avere accesso agli studi di Regeni ma l’Ateneo si è rifiutato di cooperare. E’ materiale confidenziale. E da quando in qua le ricerche sociali, che dovrebbero illustrare al mondo natura e interpretazioni dei fenomeni, diventano top secret? Allora, non si chiamano più studi ma dossier riservati. L’Italia avrebbe dovuto protestare severamente ma per l’occasione non ha fatto niente.Doppiogiochismo inglese, doppiopesismo italiano e doppia-verità per Giulio Regeni.

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