QUANT’E’ BBELLA E BBONA LA “DEMOCRAZIA”

LAGRA2

 

 

Articolo da Il Giornale

 

Dimostrazione ulteriore di come sia la “democrazia” americana. Ci si ricorda benissimo che all’epoca in cui fu ucciso, assieme ad altri, il Console Usa a Bengasi, era apparso chiaro che non gli era stata fornita protezione alcuna, anzi si era minimizzato il pericolo (e la responsabilità venne attribuita proprio alla Clinton), perché in quel momento gli Stati Uniti stavano alimentando e favorendo la crescita dell’organizzazione sostitutiva di Al Qaeda, cioè l’Isis, che sappiamo bene poi che cosa ha fatto in questi ultimi anni. Adesso gli Usa tendono forse a metterla un po’ da parte, ma all’epoca assolutamente no. E il Console di Bengasi è stato in un certo senso sacrificato alle esigenze di quel periodo. Questo Baldasaro ha quindi detto solo la verità. Tuttavia, non si possono perdere voti di elettori che di politica non capiscono nulla e sono perfettamente disinformati sui fatti. Quindi, anche Trump deve affrettarsi a smentire la verità. Questa è la “democrazia”, per difendere la quale si fanno dichiarazioni ipocrite e roboanti sulle dure misure adottate in Turchia, dove evidentemente la situazione non è ancora completamente al sicuro dalle mene americane di questi ultimi tempi. E visto che ci siamo, nella mia assoluta impotenza mi permetto egualmente di protestare perché l’Europa continua a trattare per il patto transatlantico con un paese in cui c’è la pena di morte nei tre quarti degli Stati federati. Non si può ammettere la Turchia nella UE se introduce la pena di morte (che cosa ridicola: la Turchia non dovrebbe entrarci perché non c’entra nulla con l’Europa!). E si dovrebbe stabilire un patto, che danneggia la nostra economia creando un’unica area di cosiddetto libero scambio, con un paese dove la pena di morte già esiste ed è praticata da sempre? E per di più con la barbara e dolorosa attesa nel “braccio della morte”? Fate schifo “democratici” del piffero!

Ps. Visto che ci sono aggiungo qualcosa di diverso. Di tutte le ultime roboanti dichiarazioni di Trump, l’unica di possibile effettuazione è la separazione, affidandole ad organismi diversi, tra operazione di “credito ordinario” e operazioni “d’affari” (magari di finanza speculativa). Tutto il resto sono panzane di impossibile applicazione perché gli Usa non sopravviverebbero più, dopo centocinquant’anni di crescita di potenza in seguito alla guerra civile (1861-65) fino a diventare il paese predominante nel mondo. Senza più essere la prima potenza mondiale, il paese si sfascerebbe. Se Trump non lo sapesse, sarebbe un grave pericolo per il suo paese e accelererebbe poi una drastica revisione della politica estera americana, che avvicinerebbe il confronto policentrico. In realtà, sono convinto che sappia bene le cose e punta soltanto, demagogicamente, a differenziarsi dalla Clinton sperando che il popolo, ignaro come sempre dei reali bisogni di una potenza, sia affetto da desiderio di pacifismo ingenuo. Mi sbaglierò, ma credo che quel popolo voterà in maggioranza per la Clinton. Se sbaglio, contentissimo; tutto andrà accelerandosi.

USCIRE DALLA UE? DISGREGARLA! di GLG

gianfranco

 

 

1. L’economicismo imperante – e non certo nei pochi marxisti rimasti, ma invece nelle correnti liberali – pontifica sempre sulla lotta per i mercati; precisamente per le quote di mercato. In realtà, la lotta di tutte le grandi potenze, da sempre e non soltanto nell’era capitalistica, mira alla conquista di sfere d’influenza, cioè al controllo – sia pure oggi non più in senso strettamente coloniale – di aree del globo le più ampie possibili. Le quote di mercato sono un indice, e solo un indice, del successo dell’azione strategica esercitata dagli organismi, denominati imprese, nella sfera sociale detta economica. Tale azione è senza dubbio importante nel capitalismo, ma non è al livello di quella esercitata nella sfera politica (con la sua decisiva appendice militare); ed è accompagnata pure dall’importante ruolo svolto dall’attività di numerose associazioni che tendono a diffondere la cultura, i costumi, le abitudini di vita di questa o quella potenza presso le popolazioni di molti paesi costituenti le varie aree mondiali.

Dopo il 1945, gli Stati Uniti non hanno in pratica avuto grandi rivali nell’area del Pacifico, insomma nella vasta zona asiatica. Il Giappone, con la sua antica cultura messa a soqquadro da quella americana, è stato esempio preclaro di questo successo degli Stati Uniti. Cina e Corea del Nord non hanno certo rappresentato, nemmeno nei tempi più recenti, un reale fattore di contrasto; pur con tutta la penetrazione economica cinese che possa esserci. Non basta investire grandi capitali, comprare questo e quello in altri paesi per conquistare una reale supremazia quanto ad influenza. Esemplare quanto accaduto proprio con il Giappone. Negli anni ’80 sembrava che ci fosse l’invasione di investimenti giapponesi negli Usa (in specie nella sua costa del Pacifico). Negli anni ’90, il Giappone si è ritirato con la coda tra le gambe. Nemmeno la sconfitta in Vietnam (fin troppo enfatizzata dagli ultimi sussulti ideologici dei movimenti comunisti ormai ridotti allo stremo) ha ostacolato l’influenza statunitense in area asiatica (ivi compreso proprio nel paese “vittorioso”). Quanto all’India, non è certamente più un paese colonizzato, si è indubbiamente sviluppato, ma le sciocchezze di pochissimi anni fa circa il BRIC (o BRICS) oggi fanno sorridere.

Diversa la situazione nell’area europea, decisamente rilevante per il suo alto sviluppo economico e per una decisa vicinanza culturale e di istituzioni politiche agli Stati Uniti. Fino a tutti gli anni ’80, una parte dell’Europa (sia pure i paesi meno sviluppati) è rimasta sotto l’influenza dell’Urss. Tuttavia, anche in tal caso, dovrà essere riscritta la storia di quei quaranta e passa anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo troppo creduto ad un vero confronto/scontro tra Usa e Urss, al mondo nettamente bipolare e alla “guerra fredda”. Il confronto c’era, lo scontro spesso pure; tuttavia, l’Urss è stata fin da subito o quasi in posizione d’inferiorità per le sue strutture sociali inadeguate, pensate come socialiste mentre erano solo imbrigliate in una stagnazione e imputridimento crescenti. Molti fattori hanno nascosto questo fatto: una certa crescita economica, ormai in netto calo però a partire dagli anni ’50; il lancio dello sputnik che ha fatto pensare a chissà quali avanzamenti tecnologici; la costruzione delle atomiche e la presenza di apparati bellici abbastanza potenti, eppur minati dalla mancanza di adeguati sviluppi e trasformazioni.

Il crollo del sedicente socialismo europeo, e soprattutto quello immediatamente successivo dell’Urss, hanno mostrato qual era la realtà. Ancora una volta, sempre guardando a determinate correnti di investimento di capitali, si è cianciato per pochissimi anni di una crescita di influenza della Germania nell’Europa dell’est. La lezione dell’aggressione alla Serbia nel ’99 (preceduta da tutti gli sconvolgimenti nell’area già jugoslava) ha messo termine a queste chiacchiere. E anche tutto quanto è accaduto (e ancora accade) in Medioriente, nell’Africa del nord, il lungo periodo di appoggio netto e indiscusso ad Israele – adesso appena ridotto per alcune esigenze strategiche legate alle necessità di intervento nella tensione tra Turchia e Iran in quanto subpotenze in competizione per l’influenza in quell’area – è senz’altro dipeso pure dagli interessi degli Stati Uniti in quella zona, ma ancor più dalle necessità di controllare l’area europea; soprattutto dagli anni ’90 in poi, quando tutta l’Europa è caduta sotto la loro preminenza.

 

2. Già da anni, gli studi e ritrovamenti del ricercatore universitario statunitense Joshua Paul hanno posto in luce – ma si tende sempre a farlo dimenticare – che i “grandi padri dell’Europa” erano pagati (vogliamo essere buoni e dire finanziati?) dagli Stati Uniti. In origine, con la scusa del pericolo sovietico – che mai c’è stato, malgrado le colossali bugie che ci raccontavano – si è creata la Nato; non a caso, non più disciolta nemmeno dopo il crollo dell’Urss. Non serviva a difenderci dal “pericolo comunista”, bensì a renderci completamente succubi degli Usa. E così, non appena è stato possibile, si è creata la UE, l’Europa sedicente unita (e quando mai lo è stata?), quale ulteriore rafforzamento del predominio americano. La UE è solo un altro organismo degli Usa dedito a tale compito. Per il momento, questa preminenza non è tanto in pericolo, malgrado le illusioni che si sono create al proposito. Tuttavia, la Russia, nata dopo il crollo sovietico, non è affondata, non è caduta pur essa sotto l’influenza Usa come un personaggio del tipo di Eltsin (e forse perfino Gorbaciov) poteva far pensare.

Siamo però lontani da un equilibrio di potenziale tra Stati Uniti e i suoi possibili avversari, fra i quali a mio avviso il più credibile è appunto la Russia. Sono comunque convinto che il cosiddetto multipolarismo, pur se non in modo lineare, è in marcia e dunque gli Usa devono agire di conseguenza. Non ripeto adesso quali sono stati i cambi di strategia americana da dopo la fine dell’Urss; ed in particolare quella seguita dall’amministrazione Bush jr. e poi quella di Obama. Siamo in una fase di grande confusione che ricorda, e questo lo ripeto, gli ultimi decenni del XIX secolo. Ci sono mosse e contromosse, aggiustamenti e riaggiustamenti frequenti. Ha allora senso la proposta di certe forze, dette antieuropeiste, di uscire dalla UE a magari anche dall’euro?

Non lo credo proprio. E tanto meno ci credo quando vedo che tali sentimenti nascono perché l’Europa starebbe cadendo in mano tedesca. Chi parla così è ancora una volta finanziato dagli Usa come i “grandi padri dell’Europa”. Nessuna simpatia per la Merkel, e magari è vero che la Germania sta agendo in modo da danneggiare altri paesi fra cui il nostro; magari facendo, com’è in fondo naturale che sia, i propri interessi. Il problema centrale non sta però qui. Al massimo la Germania è il solito “cattivo caporale” che esegue, in forma rozza e particolarmente dura, gli ordini di generali e colonnelli per mettere in riga la truppa. I generali a volte mostrano, da ipocriti quali sono, falsa “umanità” perché il caporale si assume il compito delle odiose misure e punizioni per mantenere l’ordine, cioè la subordinazione, dei soldati.

Bisogna lottare per annientare la UE e i suoi organismi, fra cui la BCE diretta da un agente fin troppo subordinato (da sempre) agli americani. Non basta uscire, non è che la “brexit” risolverà alcunché; già adesso si parla che questa sarà portata avanti nei prossimi tre anni, perché così è consentito. Insomma, non se ne farà nulla di rilievo. E in ogni caso, non si deve uscire, ma denunciare questa indegna unità europea per quello che è: un organismo creato dagli Usa per il nostro asservimento. E bisogna combattere contro la UE, disgregarla dall’interno, paralizzare sempre più i suoi ordini diretti alla nostra completa dipendenza. I falsoni che ululano per uscire dalla UE vanno smascherati quali agenti americani; talvolta più odiosi di coloro che ancora vogliono restarvi. Almeno questi si mostrano a viso aperto quali nemici; gli altri si fingono nostri alleati e amici. No, falsi in radice, spedirli al diavolo, sono nemici subdoli e traditori. Intendiamoci: so che ci sono anche persone (e tante) in buona fede, cascate nel tranello dell’uscita. Debbono però ricredersi in un tempo ragionevole.

In definitiva, bisogna muoversi contro la UE quale tipica organizzazione creata dai “finanziatori” americani; così come furono finanziati gli altrettanto obbrobriosi e traditori “padri dell’Europa”. Addosso all’Europa unita: quella attuale, ma che è quella esistente e fra i piedi. Si dovrà magari un giorno giungere a qualche forma di unione. Tuttavia, in primo luogo non credo che potranno stare veramente insieme tanti paesi quanti ce ne sono adesso. Inoltre, questa unione deve avvenire dopo un passaggio per l’autonomia dei diversi paesi. Un’autonomia che va conquistata non uscendo dalla UE, ma facendone l’obiettivo primario della critica e della lotta CONTRO. Chiaro?

Sarà vero? di GLG

gianfranco

Articolo da Libero qui…

Non è che sia d’accordo su tutto quanto dice l’articolista. In particolare, credo che attribuisca troppi meriti ai Servizi russi e veda solo fallimenti da parte americana. Ho molti dubbi in proposito. Non è però questo che conta e non ho messo questo articolo perché debba concordare sulle sue tesi. Semplicemente, è almeno fuori del coro del tutto stonato degli altri media italiani e, credo, anche europei. Mi piace che irrida all’antidemocraticità di Erdogan. Si sa bene che non credo alla democrazia elettoralistica, ma è quella di moda in questo occidente ormai sfatto. E allora, cari ipocriti, Erdogan nelle ultime elezioni è andato ancora meglio che nelle precedenti e ha sfiorato i due terzi dei parlamentari, cosa che gli consentirebbe la modifica costituzionale voluta. Quello che è avvenuto non è stato un atto di “volontà popolare”, bensì un golpe di una parte soltanto dei militari e assai probabilmente (Libero lo dà per sicuro e lo condanna, cosa certamente “simpatica”) organizzato dagli Usa. E si è tentato di accoppare il presidente turco; faceva parte della democrazia? Sicuramente sì, visto che è quella americana. E qui si urla contro la possibilità dell’introduzione della pena di morte, pena più che normale e adeguata ad un colpo di Stato da parte di un esercito che dovrebbe fedeltà alle istituzioni del suo paese. Inoltre, molto opportunamente, l’articolo ricorda che la pena di morte c’è negli Usa; e sappiamo quanti errori ci sono stati (e scoperti dopo l’esecuzione). E sappiamo dell’orrore di far stare mesi nel “braccio della morte” il condannato con la pantomima dei successivi (e “democratici”) rinvii per suppliche e procedure legali varie, quasi sempre finite con il rifiuto della grazia o di una revisione. Si dice anche di un piccolo contingente italiano che è al servizio degli intenti statunitensi e si invita infine a ritirarlo per non essere i soliti servi di sempre. Sempre meglio questo articolo che le ipocrisie della nostra stampa e TV. Per non parlare dei sedicenti personaggi politici, dalla Merkel alla Mogherini ecc. ecc. Datevi all’ippica, ipocriti e ignoranti!
PS Sia chiaro che non ho alcuna simpatia per Erdogan né appoggio la sua politica. Semplicemente rido delle reazioni europee. Quelle americane nemmeno fanno ridere.

DITTATORI E DETTATORI

nato

Erdogan, dopo aver sventato il cosiddetto golpe laico, con i carri armati che entrano di diritto nella ferraglia democratica, essendo stati invocati dai sinceri liberali per sbarazzarsi di un governo legittimamente eletto, è passato alla rappresaglia.
Ora il mondo libero e civile si scandalizza per i pogrom in corso e urla contro il dittatore sanguinario che fa arrestare i sovversivi o li lascia in pasto alla rabbia dei suoi sostenitori. Eppure, questo è il minimo da farsi in casi del genere.
La riconciliazione, sempre tale solo di facciata, avverrà in un secondo momento, quando il potere si sentirà nuovamente sicuro e saldo nei suoi diritti, acquisiti regolarmente ed esercitati violentemente, essendo questa la norma da Ankara a Washington, infatti cantava De Andrè non esistono poteri buoni.
L’Ue, alla quale il colpo di Stato turco non sarebbe dispiaciuto e che pratica forme di pronunciamento soft anche nei suoi confini, ricorrendo alle minacce finanziarie verso le popolazioni più deboli, alle lettere della Bce contro gli esecutivi non allineati, ai brogli elettorali veri e propri e all’aggiramento del voto quando non è certa di poter contare sul favore popolare, vuole interrompere i rapporti diplomatici con il Sultano.
Il motivo principale sarebbe la sua volontà di ripristinare la pena di morte. Giustamente, Erdogan ha fatto notare che in molti stati liberi e belli la pena capitale continua a sussistere, dall’America, alla Cina fino alla Russia. Non si comprende come mai Bruxelles non usi la medesima fermezza con gli Usa che permettono l’estremo supplizio in 37 Stati. Per non dire delle tecniche di tortura, di cui gli statunitensi sono maestri irraggiungibili, e del tiro al piccione povero, sport diffusissimo tra i poliziotti Yankees i quali anziché allenarsi nei poligoni di tiro lo fanno nei ghetti e negli slums degradati dove bersagli mobili con l’accento messicano, asiatico, ecc. ecc. cercano di sfuggire alle loro pallottole.
Troppa ipocrisia per le strade della terra. Del resto, finché a distribuire le patenti dittatoriali saranno i guerrafondai occidentali che stanno incasinando il globo, premiandosi coi Nobel per la pace, dubiterò di certi giudizi affrettati sui tiranni spietati. E’ la solita storia della pagliuzza e della trave che dall’occhio furbo del prepotente finisce nel sedere di chi non riesce a guardarsi bene le spalle.
Questa volta ad Erdogan è andata bene, non per merito di Allah ma, a quanto pare, di Putin che ha fatto fallire i piani della Nato avvisando in tempo il Presidente, il quale ha potuto così mettersi in salvo e reagire alla macchinazione con metodi brutali. Ma, si dice in questi casi, a brigante, brigante e mezzo. Come ha scritto Germano Dottori ieri: “l’improvvisa riconciliazione tra Ankara e Mosca non va sottovalutata. Basterebbe infatti da sola a giustificare l’ambiguità del comportamento tenuto dagli americani durante il confronto, considerato che Washington vede nella Turchia un corridoio per il gas persiano diretto nel Mediterraneo, destinato a ridurre la valenza strategica delle forniture russe all’Europa, e ne esige quindi la lealtà”. Più che di ambiguità però bisognerebbe parlare di sentenza di morte per Erdogan emessa proprio dalla Nato che ha fornito supporto logistico e militare ai generali ribelli. I carnefici abbondano e chi parla di assassini è lui stesso un killer, parafrasando Brecht.

Ad ogni modo abbiamo una sola certezza. La (geo)politica si fa con tanti mezzi, leciti e illeciti. La menzogna per confondere le acque e mascherare le proprie intenzioni è uno dei più importanti. Essenziale è prevalere ed uscire egemoni dai conflitti per la supremazia (tra gli Stati e negli Stati). Scriveva Jonathan Swift “La menzogna politica… può conquistare regni senza combattere, e talvolta perdendo una battaglia. Dà e toglie lavoro; può ridurre una montagna a una collinetta di terra scavata da una talpa, e far diventare una collinetta di terra scavata da una talpa una montagna; ha presieduto per molti anni a comitati di elezioni; può far diventare bianco un moro; fare di un ateo un santo, e di un dissoluto un patriota; può fornire informazioni segrete a ministri stranieri, e accrescere o lasciar precipitare il prestigio della nazione. Questa dea vola con un grosso specchio tra le mani, per abbagliare le folle, e far loro vedere, a seconda di come lo fa ruotare, la loro rovina nel loro interesse, e il loro interesse nella loro rovina. In questo specchio osserverete i vostri migliori amici, vestiti in abiti cosparsi di fleur-de-lis e di triplici corone; appese alle loro cinture catene, perline, e zoccoli di legno; e i vostri peggiori nemici adorni delle insegne della libertà, della proprietà, dell’indulgenza, della moderazione, e con una cornucopia in mano. Le sue grandi ali, come quelle di un pesce volante, non servono a niente se non quando sono umide; pertanto le immerge nel fango, e, librandosi in alto, lo sparge negli occhi della moltitudine, volando con grande rapidità; ma a ogni giro è costretta a ridiscendere nella sozzura per un nuovo rifornimento… come il più vile scrittore ha i suoi lettori, così il più grande bugiardo ha i suoi credenti; e spesso succede che anche se una menzogna viene creduta solo per un’ora, ha fatto il suo lavoro, e per essa non c’è una ragione ulteriore. La falsità vola, e la verità la segue arrancando, cosicché quando gli uomini finiscono per essere disingannati è troppo tardi; lo scherzo è terminato, e il racconto ha avuto il suo effetto: come un uomo che ha pensato a una buona risposta arguta dopo che il discorso è cambiato o che la compagnia se n’è andata, oppure come un medico che ha scoperto una medicina infallibile dopo che il paziente è morto”.

CHE “GIOCO” INTERESSANTE (E OMICIDA), di GLG

erdogan

 

Articolo da Il Giornale qui

senza alcuna simpatia per Erdogan, va detto senza peli sulla lingua che chi organizza un colpo di Stato è del tutto normalmente passibile di pena di morte. Anzi deve essere giustiziato, se chi l’ha subito non si trova in difficoltà e con nemici molto potenti alle porte che lo minacciano. Mi sembra talmente evidente. Quanto poi alle ridicole dichiarazioni che va rispettata la democrazia, oltre a rilevare che un colpo di Stato militare nulla ha a che vedere con questa, bisognerebbe chiedere agli Usa cosa hanno detto all’epoca del colpo di Stato di Pinochet, e delle varie nefandezze ivi compiute. E di tutti gli altri colpi di Stato organizzati sia pure tramite loro sicari interni ai vari paesi, che dicono questi massacratori all’ingrosso? E delle aggressioni varie alla Serbia, all’Afghanistan, all’Irak? E la “primavera araba” (con debito massacro della Libia di Gheddafi) a chi va ascritta? Quanto agli europei, c’è solo da sputar loro addosso perché hanno sempre accettato tutte le nefandezze provenienti da oltreatlantico. E hanno fatto da “ascari” appunto in alcune aggressioni, tipo quelle alla Libia. Beh, inutile continuare. Come si possono ricordare tutte le nefandezze di questi disgustosi ipocriti?

Più interessante è che si comincia forse a scartare qualche ipotesi sullo strano golpe. Non sembra affatto organizzato da Erdogan stesso, come qualcuno ha sospettato; e peraltro sensatamente perché in effetti è stato un colpo di Stato molto strano, che sembrava quasi pensato per fallire. Si è creata una tensione tra Turchia e Usa e non certo per il rifiuto statunitense di consegnare il presunto organizzatore del golpe. Quest’ultimo si è verificato dopo un’impressionante serie di attentati in Turchia, attribuiti a quell’Isis che di fatto tale paese ha aiutato e finanziato (assieme ad Arabia Saudita e Qatar); ma certamente con l’accordo degli Stati Uniti, che hanno sostituito la nuova organizzazione islamica estrema alla vecchia Al Qaeda, la cui liquidazione di fatto si è voluta pure simboleggiare tramite l’uccisione di Bin Laden.

C’è adesso da chiedersi: gli Usa stanno prendendo le distanze anche dall’Isis? E perché questa (ammesso che sia stata veramente tale organizzazione) ha sottoposto a tanta attenzione criminale la Turchia negli ultimi tempi? In effetti, sembrava che anche la Turchia si stesse allontanando un po’ dagli estremisti islamici. E allora come la mettiamo con la tensione turca nei confronti degli americani? A cui va aggiunto lo stallo degli Usa verso la Russia sia in Siria sia in Ucraina, pur con atti poco amichevoli compiuti ad es. dalla Nato. E’ uno stallo per null’affatto concordato tra i due paesi? E anche la Turchia ha compiuto alcune mosse distensive in direzione russa. Insomma un bel rebus. Non sono d’accordo nel tentativo di voler subito spiegare queste oscurità. Non a caso, i presunti esperti dei vari giornali stanno dicendo tutto e il contrario di tutto. Gli agenti strategici dei principali paesi si stanno studiando e confrontando; e hanno evidentemente molte gatte da pelare a causa di una situazione tanto intricata. Solo che questo “studio” comporta una serie di atti violenti e criminali (non tutti magari voluti, certe forze possono al momento scappare di mano), di cui subiscono le conseguenze i soliti ignari appartenenti alle popolazioni delle zone maggiormente interessate da questo “gioco”.

Bisogna attendere, avere un po’ di calma. Ed è perfettamente inutile indignarsi tanto; ne avremo da ingoiare nei prossimi mesi e anni! Rifornitevi di medicine per stomaco, intestino e fegato.

Golpe in Turchia

erdogan

Ieri sera c’è stato un tentativo di golpe in Turchia. Il Paese non è nuovo a queste prove di forza militari, come già successo agli inizi degli anni ’60, ’70 e ’80. Ma pare che quest’ultima iniziativa delle forze armate sia naufragata in seguito alla reazione degli apparati fedeli (soprattutto polizia ed Intelligence) al Presidente Erdogan. Settecento congiurati sarebbero già agli arresti. Erdogan, messosi al riparo in una località segreta, mentre i soldati occupavano alcuni punti nevralgici dei principali centri nazionali, ha dichiarato in video alla Cnn turca, tramite smartphone, che l’azione incostituzionale dei militari traditori è stata orchestrata da Fethullah Gulen, miliardario turco esule negli Usa, ex alleato del “Sultano” nato ad Istanbul ed ora suo acerrimo oppositore, che gode delle simpatie della Casa Banca.

Sembra un film già visto. Gli Stati Uniti non sono nuovi a questi sistemi per far fuori governi che godono dell’appoggio popolare. Chiunque abbia deciso di destabilizzare la Turchia si è sicuramente consultato con i vertici Nato, organizzazione militare internazionale di cui il paese è parte integrante. Nemmeno il più folle dei golpisti avrebbe fatto a meno non diciamo del consenso ma almeno della tacita approvazione di alcuni settori dell’organizzazione, prima di arrischiarsi in una simile “avventura”. Gli atlantici temevano smottamenti della Turchia dalla strategia tracciata dalla Casa Bianca per l’area medio-orientale, quella nord-africana ed anche centro-asiatica. Ankara si è più volte discostata dalla linea stabilita per perseguire i suoi interessi sottotraccia e le sue aspirazioni da potenza regionale, quale polo attrattore dell’ “internazionale sunnita”. Ciò significa che non sono stati gli ultimi avvenimenti a determinare le scelte energiche in atto. Certamente, i recenti segnali “distensivi verso il presidente russo Vladimir Putin,verso la Siria di Assad e persino verso Israele”, come scrive Libero, lanciati da Erdogan hanno convinto qualcuno a rompere gli indugi.

DECADENZA ITALIANA

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E’ dagli anni novanta che l’Italia scivola verso una miserabile decadenza. Dopo Mani Pulite ed il repulisti della vecchia classe dirigente il Belpaese ha preso una china sconsolante in tutti i settori, economici, politici e cultrali. Qualcuno, dall’esterno, ha fatto in modo che l’Italia sfiorisse all’imbocco della nuova era per i suoi calcoli geopolitici non coincidenti con i nostri, creando una quinta colonna interna di traditori e malfattori, politico-finanziario-industriale, a causa della quale è stata distrutta la I Repubblica e le sue potenzialità.
Il peggioramento, da allora, è stato senza sosta e l’abbassamento della qualità della vita degli italiani palese in ogni ambito. In passato, siamo stati una nazione all’avanguardia, con punte d’eccellenza in comparti a forte impatto tecnologico, annessi a mercati ad alta profittabilità.
Di quei vantaggi competitivi comincia a restare ben poco, appena qualche scarna rendita di “posizione” che pure scatena gli appetiti degli stranieri non contenti di averci già staccato la carne a brandelli. Oggi siamo il fanalino di coda dell’Europa per la sconsideratezza di una classe politica incapace di difendere le prerogative nazionali, di una rete finanziaria sempre più parassitaria e succube delle logiche globali ed anche di una catena imprenditoriale disabituata alla concorrenza e incline all’assistenzialismo di Stato.
Questa débâcle totale, con esaurimento della spinta al rinnovamento, ci ricaccia dentro un neopaganesimo antiscientifico, quale pretesto per giustificare e legittimare il nostro arretramento epocale ed impedire una necessaria inversione di tendenza. Ideologie come la decrescita, il biologico, le produzioni di nicchia a km 0, l’energia rinnovabile, il richiamo a forme ancestrali di comunitarismo pauperistico, le ossessioni ambientaliste ed ecologiste, sono la proiezione di questo inarrestabile declino che si sostanzia in ubbie multiple, perorate da cialtroni in malafede, “utili” ad ottundere le menti e distrarre dai veri obiettivi della fase storica. Tali aspetti di superstizione vengono giocati contro le “grandi opere” tecnologiche e scientifiche di cui, invece, avremmo urgente bisogno per confrontarci col mondo e raccogliere le sfide del futuro.
Più volte abbiamo scritto su questo sito di quanto l’Italia abbia perduto in termini strategici in questi anni recenti. La sua politica estera si è arenata, la sua capacità d’incidenza internazionale è sparita (soprattutto nel Mediterraneo dove essa esercitava un minimo d’influenza), la penetrazione industriale si è fermata ed esiste un’oggettiva difficoltà anche a mantenere le piccole conquiste dei migliori tempi che furono. Restano in piedi imprese di punta come Eni e Finmeccanica, ma anche queste subiscono le insidie derivanti dalla mancanza di protezione governativa sulle piazze straniere e l’aggressività dei competitors spalleggiati dai loro Stati. Un altro comparto dove emergevamo era quello della ricerca e dell’industria chimica, letteralmente smantellato dopo la vicenda Enimont. Come conseguenza di quell’attacco altre partite “collaterali” sono finite male. Pensate alle iniziative sugli OGM. Come scrive Roberto Defez, biologo esperto della materia:
“In Italia gli anni che vanno dal 1994 al 1999 sono caratterizzati da un grande fermento della ricerca scientifica, con sperimentazioni di OGM in pieno campo, centinaia di esperimenti su piante geneticamente migliorate, con tanti tipi di geni introdotti in piante differenti. Negli anni Novanta Italia e Francia sono i paesi leader nelle sperimentazioni in pieno campo di OGM e l’Italia rinverdisce così il prestigio della sua genetica agraria, che aveva visto i successi di Nazareno Strampelli tra le due guerre mondiali e poi di Gian Tommaso Scarascia Mugnozza tra gli anni Cinquanta e Settanta. L’ingresso nella vicenda OGM è la naturale prosecuzione di questa grande scuola e troviamo a più riprese la firma di Scarascia Mugnozza, divenuto presidente dell’Accademia delle scienze, su molti documenti di sostegno alla tecnologia degli OGM redatti all’inizio del terzo millennio. Questa posizione di rilievo all’interno della genetica agraria oggi si è persa; basta scorrere l’elenco delle sperimentazioni in pieno campo che quasi tutti i paesi europei hanno condotto negli ultimi anni, per accorgersi che ormai l’Italia è fuori da questo settore”.
E’ solo un ennesimo esempio dei danni fatti al Paese dall’alleanza tra politici incompetenti e organizzazioni sociali “medioevali” il cui solo fine è di far sprofondare l’Italia nella subalternità ai potentati esteri.
Così siamo rimasti fuori da un altro business immenso che, per giunta, avrebbe migliorato la nostra esistenza senza provocare quei guasti sanitari e ambientali di cui blaterano orde di passatisti incalliti e bugiardi. I terroristi che vanno in giro a spaventare la gente sugli OGM, nascondono molte verità e interessi meschini. Celano che gli OGM “hanno già vinto le sfide planetarie per la produzione di mangimi” e che con questo cibo geneticamente modificato sono alimentati anche i capi di bestiame in ogni angolo della Penisola. E non solo di ciò si tratta. Le attività in questo campo corrono velocemente e si spostano sempre di più verso la produzione per l’alimentazione umana. Quello che era stato scacciato dalla porta sta rientrando dalla finestra con marchi stranieri. Chiosa Defez: “Vi è inoltre una sfida globale, di cui noi italiani siamo per ora solo spettatori, che è la sfida della produzione delle principali derrate alimentari: mais, riso, grano. Esiste già da anni in campo un tipo di mais tollerante ai climi aridi; se dimostrasse di essere capace anche di dare buone produzioni, sarebbe una risposta all’innalzamento globale della temperatura, che riscontriamo anche nel nostro paese. E da un decennio sono pronte a essere immesse sul mercato sementi di grano e di riso OGM. Se il grano è a disposizione di molti Stati e di diverse aziende, per il riso il paese leader indiscusso è la Cina, che da oltre dieci anni prova tanti diversi risi OGM.
L’Italia è per ora esclusa da queste importanti sfide per la produzione di cibo e continuare a nascondere la testa sotto la sabbia potrà solo aggravare il nostro deficit commerciale, scientifico, tecnologico e di proprietà intellettuale… La classe politica che ci auguriamo al governo dovrà riportare la ragionevolezza nella gestione della tecnologia degli OGM, dopo che per anni l’opinione pubblica è stata terrorizzata, e dovrà trovare una sintesi tra le virtuose pulsioni ambientaliste che attraversano la società e le esigenze di progresso, sviluppo, sicurezza e occupazione: una sfida veramente impegnativa ma necessaria per il futuro nostro paese. Far uscire ora alla luce chi si è tenuto underground per decenni è lavoro da veri statisti”.
Ecco quello che manca davvero all’Italia: statisti con la testa sulle spalle e visione del futuro. Oggi siamo governati da struzzi con la testa nella sabbia ed il culo al posto del cervello.

Usa e getta

Ukraine Protest

Nel Donbass la situazione è nuovamente peggiorata. Dalle schermaglie degli ultimi mesi, lungo la linea del fronte, si è passati alle manovre di penetrazione dell’esercito Kiev nella zona controllata dalle milizie separatiste fedeli a Mosca.
Gli attacchi sono stati respinti ma la popolazione civile si sente sempre meno sicura nelle case e nelle strade, dopo aver faticosamente recuperato un minimo di normalità nel periodo precedente.
I soldati ucraini hanno forzato la zona cuscinetto vicino a Debaltsevo, con armi pesanti e mezzi corazzati.
Gli accordi di Minsk vietano gli sconfinamenti dell’area smilitarizzata e l’utilizzo di simili equipaggiamenti che già tanti danni hanno procurato alle città del Donbass, facendo centinaia di morti tra i civili.
Gli osservatori dell’Ocse hanno denunciato le azioni di Kiev in svariati frangenti ma in Occidente hanno sempre finto di non sentire. La risposta russa, alle ennesime provocazioni da parte ucraina e a quelle (poco) diplomatiche dei suoi alleati, si è concretizzata col rifiuto di partecipare ad ulteriori negoziati nel cosiddetto formato Normandia con i governi di Germania, Francia e la stessa Ucraina. Gli oligarchi che siedono al potere a Kiev non si sentono vincolati dagli accordi presi in quella sede perché rispondono direttamente alla Casa Bianca. E Washington non ha nessuna intenzione di togliere questa spina dal fianco al Cremlino.
Se fosse stato il contrario, le marionette della Rada sarebbero già state convinte a varare la riforma costituzionale sulle autonomie che avrebbe dato a Donetsk e Lugansk la certezza di poter amministrare il proprio territorio secondo gli specifici interessi locali. Ma è proprio questo che il pacifista Obama non vuole. Mettere alle corde la Russia in tutti i modi per evitare il multipolarismo ed il saldamento di cointeressenze geopolitiche ostili al suo predominio. Questo è stato il suo primo obiettivo e questo sarà probabilmente anche quello del suo successore, si chiami Clinton o Trump. Per impedire tutto ciò il potere Usa sacrificherà fino all’ultimo ucraino. Fino all’ultimo europeo. Ed, anche, fino all’ultimo nero della Louisiana o straccione bianco che potrà inviare in guerra. Tutto per preservare la sua egemonia globale che la propaganda definisce superiorità della civiltà occidentale, con le sue libertà, le sue democraticità e tante altre amenità.

Renzi “agente” del Mossad? Ma va là!

RENZI

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Partiamo da un piccolo depistaggio che alcuni quotidiani italiani, imbeccati da sapientissime mani operanti nell’ombra, hanno organizzato per nascondere i veri contatti esteri del Premier Renzi. Quest’ultimo, stando alle notizie maliziose dei giornali, sarebbe vicino al Mossad. Lo avrebbe rivelato Massimo D’Alema (“”Renzi è un uomo del Mossad, bisogna sconfiggerlo”, Il Corriere). Il Fatto Quotidiano riporta informazioni ricevute da una fonte segreta, la quale assicura che Tel Aviv avrebbe finanziato le primarie del 2012 di Renzi contro Bersani. Inoltre, ci sarebbero copiose sponsorizzazioni di ditte israeliane al Presidente del Consiglio che sarebbero servite tanto all’ascesa che alla sua permanenza al potere, in cambio di facilitazioni negli affari italiani di tali imprese. Travaglio e soci hanno cercato prove su tutto ciò ma non le hanno trovate. Degli autentici geni. Qualcuno dovrebbe spiegare loro che gli 007 non lasciano mai tracce, piuttosto le fabbricano quando occorre.
Adesso, non metto in dubbio che i servizi di tutto il mondo distribuiscano favori ai diversi leader nazionali per coltivare rapporti e ottenere corsie preferenziali per il proprio Paese. E’ un fatto più che normale. Probabilmente, il Mossad si sarà mosso in questa direzione ma sicuramente in buona ed affollata compagnia. Dunque, affermare che Renzi sia un Presidente del Consiglio con la Kippah, sulle base di queste scarne insinuazioni, è quanto meno azzardato. Qualcuno non lo avrebbe mai permesso. Chi? Quelli che comandano davvero nello Stivale e che tengono sotto controllo politici, giornalisti, manager, apparati di sicurezza, ecc. ecc., da più di cinquantanni: gli americani. Di fatti, ci sarebbero ben altre storie da raccontare. Con questo presunto dossier riservato Renzi doveva essere messo in difficoltà per qualche ragione. Con lui, a quanto pare, anche l’AD dell’Eni De Scalzi che addirittura pare fosse il primo obiettivo del complotto. L’Eni è come un importante ministero in Italia per cui anche dei tentativi stranieri di far pesare le proprie influenze sul “management politico” del Cane a sei zampe non ci si dovrebbe mai sorprendere. Molti nostri competitori gradirebbero ridimensionare questa azienda di punta del settore degli idrocarburi, soffiarle gli affari e magari anche togliersela di torno per sempre. Tuttavia, qualcosa non va in questa ricostruzione. Sappiamo che già in tempi non sospetti il ragazzo di Firenze era seguito con molto interesse da Washington. In particolare da Michael Ledeen, ex agente della Cia, vicino a ex Presidenti americani di notevole calibro (come Reagan e Bush) ed oggi esponente del think tank neocon American Enterprise Institute. Come ricorda la figlia di Craxi, Michael Ledeen “fu la persona, che, su indicazione dell’ambasciata Usa, tradusse la telefonata tra Craxi e Reagan la notte di Signonella» Ledeen chiama Renzi “il mio amico”. Che tipo sia costui lo rivela Flamini nel suo testo: “Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero leggere mai”. Scrive il giornalista: “Michael Ledeen è un ebreo-americano che ha soggiornato a lungo in Italia e che a Washington è un assiduo frequentatore di un’associazione privata che ha sede presso la Georgetown University e come nome Center for Strategic and International Studies(csis). Riunisce personalità del Partito repubblicano e della CIA tra le quali figurano Kissinger, Edward Luttwak, Walter Laqueur, Ray Cline e altri pezzi da novanta”. Lo scrittore dedica un intero capitolo del suo libro al Rasputin errante che faceva la spola tra Washington e Roma con compiti sempre diversi ed un unico intento: servire gli interessi del suo paese all’estero in ogni modo. “Per certuni giornalista o politologo o analista o ricercatore o consulente o un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, per altri mestatore, spia, maneggione e perfino gazza ladra (a inclinare verso questa definizione con un termine più crudo sarà un capo del sismi). Tutta quella grandinata di epiteti – o di qualifiche riconosciute – gli avrebbe comunque consentito di mettersi a disposizione, in patria, del Dipartimento di Stato, di quello della Difesa o della CIA; all’estero del Governo israeliano e, perché no, del Governo italiano”. Insomma, un tuttofare il cui nome compare spesso e volentieri in molte faccende oscure degli anni ’70 e ’80 (ed anche più recenti) e che fa esercizio di influenze e pressioni politiche per conto degli Usa in Italia, sempre attento ad evitare qualsiasi smottamento di Roma verso Mosca. Essere chiamato amico da un soggetto così non è poi questo grande onore. Ma nominare un simile personaggio consulente del Governo sui temi della politica estera e delle relazioni internazionali equivale a confessare di voler fottere il popolo italiano. Renzi che, evidentemente, come tanti altri capintesta europei, viene tenuto per il bavero dagli statunitensi, coi quali sarà sceso a patti per scalare la posizione che occupa, fa finta di nulla e spera di non incappare in errori “di servitù” che facciano arrabbiare i padroni dell’universo a cui deve rispondere. Sa che gli costerebbero cari. Of course. Questo strambo episodio “israeliano” lo dimostra. Dove avrò sbagliato, si chiede il dott. Firenze? Lui non vorrebbe fare passi falsi, ligio ad uno stile anglofono un po’ “maccaronico”, ma le circostanze possono essere balorde e tirare brutti scherzi. Del resto, è tipico degli alleati d’oltreatlantico far emergere certe storie quando i loro preferiti si discostano dagli ordini impartiti, senza preventiva autorizzazione, anche se involontariamente. Recentemente, è accaduto anche alla “povera” Merkel che ha visto salire segnali di fumo dalla stampa tedesca in merito ai suoi trascorsi nella Stasi o giù di lì. La Cancelliera dopo aver afferrato l’argomentazione si è messa ad urlare contro Putin accusandolo di voler rifare i connotati geografici dell’Europa. E’ colpa dello zar, ha detto la Merkel, se la Nato è costretta ad espandersi ad est per garantire la sicurezza di Polonia, Ucraina, Stati Baltici, Balcanici e anche di tutta l’Ue. L’Esatto contrario di quanto esplicitato, solo pochi giorni prima, dal suo Ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier il quale aveva parlato di tintinnio di sciabole dell’Alleanza Atlantica ai confini russi per provocare il Cremlino. Così va in Europa sotto il dominio americano.
Nessun figlio di Putin, tutti nipotini dello zio Sam.

MAFIA CARDINALE (di Roberto Di Giuseppe)

Avviso

 

 

Roma non è mai stata una Capitale nel senso nazionale della parola. E’ stata ed è in primo luogo Capitale di se stessa. Fino a Costantino è stata Capitale di un impero, poi, fino ai giorni nostri,  Capitale dell’universo cattolico.

Perfino nell’epopea poco gloriosa dello Stato pontificio, Roma ha svolto malamente e controvoglia la sua funzione di centro coerente di un’organizzazione statale. Corpo estraneo da sempre di tutto ciò che territorialmente la circonda, Roma non ha mai saputo essere altro che Potenza, dominante o decaduta; sfruttata più per il suo nome e la sua storia che non per la sua effettiva funzionalità.

Forse, l’unico momento in cui Roma avrebbe potuto, a tutti gli effetti, assurgere al ruolo di Prima Città di un contesto di unificazione nazionale, fu quello dell’esperienza della Repubblica Romana del 1849, coraggiosamente difesa da Garibaldi ed affossata non solo dagli zuavi francesi, ma non di meno, dalle beghe politichesche di Giuseppe Mazzini, noto tritacarne di Giovani Italiani, fanatico dell’ “Armiamoci e Partite” e fedele amico dell’imperialismo inglese nonché del suo scodinzolante cagnolino francese.

Morta precocemente quell’esperienza, l’obiettivo di Roma Capitale di uno Stato nazionale italiano, non fu altro che il tentativo di collegare la francofona dinastia savoiarda alle passate glorie imperiali dell’Urbe, allo scopo di legittimarne un’opera di effettiva conquista territoriale, più che di unificazione nazionale. Oltretutto saltando bellamente sul fatto che proprio la natura extra-nazionale dell’esperienza romana, in primo luogo col costante richiamo imperiale, riecheggiante lungo tutto il medioevo e quindi, specularmente, con il richiamo diretto “alla Città e al Mondo” (Urbi et Orbi) dell’universalismo cattolico, era stata uno degli ostacoli culturali più alti ed invalicabili del processo di unificazione nazionale italiano.

Se Capitale di uno Stato unitario in Italia doveva esserci, sicuramente avrebbe dovuto essere Firenze. L’unica città italiana da cui sia mai realmente emanato un serio anelito di coerente unità nazionale. Roma come detto fu scelta solo per legittimare una dinastia che conquistò, non unificò il territorio nazionale. Spesso sfruttando vittorie non sue, francesi, garibaldine o prussiane che fossero.

Non ci si lasci ingannare dal grido di “Roma o Morte” di taglio romantico-garibaldino, preso a cannonate nel 1862 sulle montagne dell’Aspromonte dai bersaglieri di La Marmora e sconfitto, sia pure gloriosamente a Mentana nel 1867. Dietro quello slogan un po’ slavato, stava uno scontro strategico-politico ben più ampio e dirimente tra chi disegnava un’unificazione ammantata di realismo, sotto la cappella francese e chi, poggiandosi ancora una volta invano sul carisma garibaldino, premeva per un processo più coerentemente nazionale, al di là delle pur pesanti compatibilità esterne. Un conflitto che da sempre vede perdente la seconda opzione e che tutt’ora ci attanaglia.

La presa di Roma, attraverso la famosa “Breccia di porta Pia”, fu dal punto di vista militare ed ancor più politico, poco più che una recita teatrale. Tra i 15 e i 20 morti su 13.000 effettivi per le truppe papaline, intorno ai 50 morti su 50.000 effettivi per le truppe italiane. Ordine preventivo emanato ai papalini, di alzare bandiera bianca non appena gli italiani avessero fatto breccia nelle mura. Cosa che puntualmente avvenne. In realtà, già parecchi mesi prima di questo “storico evento”, erano partite, ancora segretamente, le lottizzazioni per le future speculazioni edilizie che avrebbero portato all’urbanizzazione del futuro quartiere umbertino all’Esquilino, della zona di Prati, di via Nazionale, Via Cavour e adiacenze, con anche la scomparsa di alcuni dei più begli orti di Roma per fare spazio alla futura stazione Termini. Luoghi destinati ad ospitare la nuova burocrazia piemontese e la nuova borghesia italica. In altre parole una “resa ed una presa” su sfondo di carta pesta.

Roma, esperienza del 1849 a parte, non ebbe nessun ruolo di rilievo nel processo di unificazione nazionale. Non lo ebbe perchè, a torto o a ragione, non lo sentì mai suo. Non è un caso che da allora in poi, la città si dibatta costantemente tra due poteri, quello governativo, con tutte le sue sotto-diramazioni e quello dello Stato vaticano, con logico scadimento dell’autorevolezza e del prestigio del primo nei confronti del secondo, assai più antico e “scafato”. Nè è un caso che anche il più pidocchioso e sperduto paesotto della più scalcinata provincia italiana, pensi di poter vantare gloria e passato almeno pari a quelli di Roma, proprio perchè nessun italiano sente davvero Roma come la sua Capitale, nè sente quella storia come sua, se non forse per brevi tratti.

Roma, finta Capitale di uno Stato debole, debolmente costituito e come tutti i deboli, servile con chi sta sopra e feroce con chi si trova sotto, ha fin da subito vissuto questa dicotomia nella forma di freno burocratico, lassismo e corruzione. Non è il “ponentino”, ormai del tutto scomparso, il vero motivo dell’accidia romana, ma la permanente sovrapposizione di provenienze disparate e diverse, incapaci di sintesi perchè prive di un comune terreno unificante, destinate ad una reciproca, ineluttabile paralisi. A Roma c’è ormai di tutto tranne che, nel bene come nel male, qualcosa di autenticamente romano. Capitale corrotta di una Nazione infetta, o piuttosto Capitale disanimata di uno Stato privo di Nazione.

Finché ha tenuto luogo il capitalismo di stile ottocentesco, di matrice franco-britannica, sia pure solcata da una mai cancellata vena di speculazione edilizia, l’amministrazione romana ha mantenuto uno standard accettabile, con punte positive quale quella della “giunta Nathan” che governò Roma, modernizzandola non poco, tra il 1907 ed il 1913 ed aspetti più controversi, come i muraglioni sul Tevere, capaci si di porre fine alle periodiche inondazioni fluviali, ma anche di interrompere il millenario rapporto tra la città ed il suo fiume.

A partire però dalla fine degli anni cinquanta del ventesimo secolo e più ancora negli anni sessanta, con l’avvento del capitalismo di stampo statunitense, l’amministrazione capitolina ha assunto sempre più l’aspetto di un crocevia di affari privo di altro scopo se non quello della creazione e dell’allargamento di spazi corruttivi a cui subordinare ogni aspetto della vita della città.

L’esperienza delle primissime giunte di sinistra nella metà degli anni settanta, in particolare quella del sindaco Petroselli, hanno avuto le caratteristiche di un fuoco effimero come le sue famose “Estati Romane”, spentosi assai presto.

A partire dai primi anni settanta poi, l’intreccio affaristico-corruttivo già largamente presente, ha mostrato un profondo salto di qualità con l’inserimento di rapporti e pratiche di stampo nettamente mafioso. Delinquenza comune, delinquenza politica, Servizi dello Stato più o meno deviati, interessi corporativi e potentati locali si sono cementati in un groviglio inestricabile, nel quale il potere vaticano ha giocato e gioca tutt’ora una sua grande parte.

La città ne è risultata soffocata e distrutta. Nient’altro che un nucleo di bagliori antichi solcato da un mare compatto di lamiere e cinto di periferie degradate. A Roma si vive benissimo, basta non essere romani, basta non avere a cuore la città, basta non voler vedere lo scempio che se che fa quotidianamente o più semplicemente, basta avere i soldi per comprare un pezzo della sua Grande Bellezza.

Ora le ultime elezioni amministrative, hanno portato al vertice capitolino un nuovo nucleo di politicanti. Forze nuove per sempre nuove illusioni. Uno schema già visto ma sempre funzionante. Nessuno, né i vincitori, né i vinti della recente competizione elettorale, ha parlato del vero cancro di Roma; questa dicotomia tra potere statale e potere vaticano che indebolisce e sclerotizza il tessuto connettivo ed amministrativo della città. Mafia Capitale è assai più Mafia Cardinale di quanto non si pensi. Ma nessuno pensa, neanche lontanamente, ad anche solo tentare l’attacco a questa fortezza maligna. Tutti tengono famiglia, o magari pure più di una. E’ per questo che questa volta più che mai, di votare non valeva proprio la pena.

Il vero simbolo di Roma oggi non è più la Lupa gloriosa, ma il Gabbiano fetente che ha invaso ogni angolo della città e la domina dall’altro, nutrendosi di topi, carogne e spazzatura. Esempio naturale per chi sa vivere davvero questa città, mangiando e digerendo di tutto senza andare poi troppo per il sottile.

 

Roma 7 luglio 2016

 

 

 

 

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