Biografia e bibliografia di Gianfranco La Grassa

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 gianfrancoGianfranco La Grassa nasce a Conegliano (TV), nel 1935. Dopo gli studi superiori, lavora nell’industria per alcuni anni. Si laurea a Parma in Economia con una tesi sulla modellistica di sviluppo e i problemi del dualismo economico. E’ prima assistente e poi docente di Economia nelle Università di Pisa e Venezia fino al 1996. Nei primi anni di Università ha seguito diversi corsi di specializzazione, fra cui quello alla SVIMEZ sui problemi dello sviluppo economico.

E’ stato allievo di Antonio Pesenti, col quale ha pubblicato Manuale di economia politica, 2 voll. (1970).
A Parigi nel 1970-71 partecipa ai corsi di Charles Bettelheim su “Calcolo economico e forme di proprietà”. Negli stessi anni, sempre a Parigi, conosce e frequenta la “scuola althusseriana” di cui segue gli studi e le ricerche teoretiche.
Ha scritto decine di saggi pubblicati con le più importanti case editrici italiane (Editori, Feltrinelli, Dedalo, ManifestoLibri, Mimesis) ed ha avuto traduzioni in varie lingue.
Vicino al Partito Comunista Italiano fino alla metà degli anni ’60, se ne allontana per contrasti politici e teorici, approdando alla galassia dei gruppi marxisti-leninisti, di cui fa parte in maniera non organica.
Negli anni ’90 avviene la sua svolta scientifica, dal marxismo, di cui non è stato mai pensatore dogmatico, alla teoria degli agenti strategici e della conflittualità interdominanti, quale paradigma principale per interpretare l’evoluzione della società capitalistica.
La Grassa ritiene, contrariamente alla maggior parte delle scuole economiche, filosofiche e sociologiche, che l’elemento più generale da cui partire, nell’interpretazione dei fatti sociali e quindi del mondo in cui siamo inseriti e agiamo, sia lo squilibrio sempre immanente nel flusso della realtà che trasforma incessantemente le costruzioni umane, in ogni settore collettivo, spingendole verso una inestinguibile conflittualità e precarietà.
La politica, intesa come serie di mosse strategiche, è allora il mezzo attraverso il quale i soggetti agenti, trascinati da questa inesauribile forza squilibrante, tentano di stabilizzare il campo d’azione sociale per primeggiare (sempre sospinti dal conflitto) su altri gruppi già consolidati o concorrenti allo stesso obiettivo, in ogni sfera collettiva.

Libri di Gianfranco La Grassa

  • Struttura economia e società, Editori Riuniti, 1973
  • Valore e formazione sociale, Editori Riuniti, 1975
  • Dinamiche strutturali del capitalismo, Dedalo, 1983
  • Movimenti decostruttivi. Attraversando il marxismo, Dedalo, 1985
  • L’inattualità di Marx, Franco Angeli, 1989
  • Capitalismo e costituzione di società (con Edoardo De Marchi e Franco Soldani), Franco Angeli, 1989
  • Il capitalismo lavorativo e la sua ri-mondializzazione (con Marco Bonzio), Franco Angeli, 1991
  • Il valore come astrazione del lavoro, Dedalo, 1993
  • Per una teoria della società capitalistica. La critica dell’economia politica da Marx al marxismo (con Edoardo De Marchi e Maria Turchetto), Carocci, 1994
  • Le transizioni capitalistiche, Ediesse, 1994
  • Scritti di metodo e dintorni, Unicopli, 1996
  • La fine di una teoria. Il collasso del marxismo storico del Novecento, Unicopli, 1996
  • Lezioni sul capitalismo, Clueb, 1996
  • Microcosmo del dominio. Critica delle ideologie economicistiche dell’impresa, CRT, 1998
  • Il comunismo fallibile. A 150 anni dal «Manifesto», CRT, 1998
  • Dai tre mondi alla globalizzazione capitalistica, CRT, 1998
  • La tela di Penelope. Conflitto, crisi e riproduzione nel capitalismo, CRT, 1999
  • Oltre il fordismo. Continuità e trasformazioni nel capitalismo contemporaneo, Unicopli, 1999
  • Passo doppio. Le classi dirigenti italiane nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, Unicopli, 2000
  • Fuori dalla corrente. Decostruzione-ricostruzione di una teoria critica del capitalismo, Unicopli, 2002
  • L’imperialismo. Teoria ed epoca di crisi, CRT, 2003
  • Il capitalismo oggi. Dalla proprietà al conflitto strategico. Per una teoria del capitalismo, Petite Plaisance, 2004
  • Gli strateghi del capitale. Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin, Manifestolibri, 2005
  • Il gioco degli specchi. Destra e Sinistra: due facce di una politica in decomposizione, EditricErmes, 2006
  • Finanza e poteri, Manifestolibri, 2008
  • Tutto torna ma diverso. Capitalismo o capitalismi?, Mimesis, 2009
  • Due passi in Marx. Per uscirne infine, Il Poligrafo, 2010
  • Oltre l’orizzonte, Besa, 2011
  • L’altra strada. Per uscire dall’impasse teorica, Mimesis, 2013
  • La realtà è assenza (in squilibrio incessante), Conflitti&Strategie, 2015
  • Navigazione a vista. Un porto in disuso e nuovi moli, Mimesis, 2015
  • Tarzan vs Robinson, Piazza Ediore, 2016

GOVERNO E OPPOSIZIONI SI STANNO DIVORANDO L’ITALIA

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italia_a_pezziL’onorevole Maurizio Bianconi, ex del PDL, è intervenuto al programma “La Zanzara” (19/4/2016) su Radio24 descrivendo con esattezza quello che sta accadendo in Italia in questa fase politica. Per noi non c’è nulla di nuovo, lo scriviamo da tempo. Tuttavia, l’analisi del parlamentare merita di essere rilanciata per denunciare, una volta di più, il pantano in cui è finito il nostro paese, dove non esiste più un’opposizione, il governo è in mano a dilettanti e piazzisti che lo gestiscono per conto di poteri sovranazionali ed il resto della società produttiva ed economica nazionale viene divorato da consorterie e mafie (di Stato e non).
Ecco le parole di Bianconi: “Col cazzo [che Berlusconi sta all’opposizione]. Le riforme costituzionali e la Legge Italicum sono passate grazie ai voti determinanti di Berlusconi e di Forza Italia. Io sono stato l’unico alla Camera che si è opposto e per questo sono stato fatto fuori dalla I Commissione. Renzi ha dato a Berlusconi la fusione Mondadori-RCS senza colpo ferire, ha fatto amministratore delegato di Telecom, un certo dott. Cattaneo, unico berlusconiano nell’areopago dei dirigenti di aziende italiane, l’ha fatto amministratore Telecom in modo che il rapporto Vivendi-Mediaset potesse avere luogo col cambio delle azioni e con la consegna delle torri [tlc] a Berlusconi, il Presidente della Rai è di gradimento di Berlusconi, come noto, la Gasparri è rimasta con il duopolio, come voleva Berlusconi, come noto, non è stato messo un tetto alla pubblicità, come noto. Mediolanum è quanto mai in sella senza bisogno di ulteriori specificazioni, il Foglio è passato, senza colpo ferire, da Berlusconi a Renzi, la D’Urso fa le interviste genuflesse a Renzi. In cambio Belusconi cosa garantisce? Garantisce di fare il cane dell’ortolano, cioè di stare lì a rompere i coglioni a chi volesse mai fare un partito di centro-destra diverso dai lepenisti, ci sta lui che fa la guardia, il cane dell’ortolano abbaia, non mangia e non fa mangiare…lui fa questa funzione qui…Berlusconi è il primo renziano d’Italia…tanto è vero che il suo figliolo ha detto che mai bene così come con Renzi e Confalonieri tifa per Sala a Milano, come nessuno, ogni tanto Parisi è vicino a vincere [nei sondaggi] e allora dice che fa una moschea o, come oggi, dice che è di sinistra, caso mai dovesse vincere. A Roma [Berlusconi] tiene in piedi Bertolaso, così è sicuro che non vince. Gioca a perdere. E’ dei loro, non c’è dubbio. In vent’anni di governo B. non ha mai ottenuto quello che ha ottenuto con il governo Renzi…C’è il partito Mediaset che è il partito renziano e, oggi come oggi, il partito Mediaset ha il sopravvento su tutti gli altri [le correnti interne a FI]. Berlusconi forse ci si è piegato, forse ci si è adattato, forse l’ha ideato. O per amore, o per convenienza, o per forza, lui ci sta. E poi cosa fa? Dopo aver fatto tutti questi cavoli qua è ritornato all’opposizione ma, furbo com’è, ha lasciato le sue brigate nere, i suoi servizi in avance, con Verdini, a fare il lavoro sporco…Verdini garantisce al Governo i voti che Berlusconi non garantisce più perché c’è Verdini che glieli garantisce. Tutte le volte però che c’è stato un problemino o un rischio FI o ha abbandonato l’aula o ha garantito il numero legale o ha dato i voti a sostegno…Questa legislatura deve durare il più possibile per tutti, anche per Renzi, neanche i 5 Stelle che dicono di volere votare subito vogliono votare subito. I 5 Stelle vogliono ancora tenere Berlusconi e Renzi a friggere [per poi andare all’incasso]”.
Qualche mese fa avevo scritto su ConflittieStrategie: “Se l’Italia è giunta ad un tale livello di devastazione istituzionale le responsabilità sono anche di Berlusconi che, per salvarsi il sedere, ha ceduto ai ricatti della magistratura e a quelli ancor più nefasti di Giorgio Napolitano, abbandonando il suo posto nel momento di massima criticità per lo Stato, facendo largo al pessimo Mario Monti, l’uomo scelto dai poteri forti per ridimensionare le aspirazioni nazionali.
In quella occasione, B. non fece assolutamente nulla per far naufragare l’ennesimo golpe di Palazzo elaborato all’estero, dalla finanza europea e dai centri strategici statunitensi contro il Belpaese, non abbastanza allineato agli equilibri atlantici nello spazio mediterraneo e sui dossier energetici più strategici.
B. si fidò delle parole di Obama, il quale gli promise una “caduta in piedi”, in cambio di una sua uscita di scena mentre si concretava l’ennesima cessione di sovranità italiana, nello scenario libico ed in quello economico europeo.
Da allora il Belpaese non si è più ripreso e adesso continua a navigare in acque tempestose, tra crisi finanziarie ed instabilità politiche. Di questo pantano B. è stato artefice e complice, anche per vie traverse, perché nessuno ci toglie dalla testa che tanto la fuoriuscita di Alfano da FI per puntellare e sostenere il Governo di sinistra che le manovre di Verdini per lo stesso motivo siano state assecondate dal Tycoon di Arcore, il quale adesso finge di soffrire per tali pugnalate alla schiena dei suoi ex pupilli”.

Così, invece, aveva anticipato La Grassa: “ancora una volta vengono pienamente confermate le interpretazioni da noi date più volte del comportamento del “nano d’Arcore”. C’è solo il “piccolo” particolare che non si vuole mai dire la verità sino in fondo. Il ruolo ignobile giocato da questo personaggio inizia da lontano, come minimo dal ben noto (ai nostri lettori, non in generale!) “pizzino” verbale scambiato tra lui e Obama a Deauville nel maggio 2011 ad un incontro del G8. Da lì sono seguiti il “sofferto” (detto per ridere) impegno italiano a favore dell’aggressione franco-inglese a Gheddafi, poi tutta la pantomima giocata con Napolitano in merito alla sua sostituzione (del tutto accettata, anche se fingendo di protestare) con Monti, cui è poi seguita la sostanziale accettazione della rielezione del presdelarep (facendo strame della tanto decantata Costituzione), della nomina di Letta e poi di Renzi quali premier. Infine si è arrivati al patto del Nazareno con quest’ultimo, e poi all’altra commedia del “tradimento” di Verdini per garantire il “garzone toscano” al Senato; e via dicendo. Tutto da noi detto e ripetuto mille volte. E abbiamo irriso altrettante volte Salvini e Meloni, che continuano a trantranare con questo squallido personaggio tutto italiano, dimostrandosi del tutto incapaci di rivelare quello che non possono non sapere circa i suoi sporchi giochi. Sembrano paralizzati di fronte alla necessità impellente di rompere decisamente con costui malgrado la perdita di una certa quota di voti; tanto le elezioni le perderanno egualmente (perfino a Roma dove il Pd ha fatto di tutto per distruggersi). Fuori dai piedi tutta questa genia di freaks”.

Abbiamo visto giusto prima di tanti altri. Si stanno divorando la nazione, tra esecutivo ed opposizione, e non si vede ancora soluzione. Siamo fuori dai principali affari internazionali e alla mercè di crescenti ingerenze straniere che manovrano i nostri (non) rappresentanti. Occorre svegliarsi prima che sia troppo tardi, qui finisce davvero a “schifìo”, dell’Italia questi ladroni e imbroglioni non ci lasceranno nemmeno le ossa.

L’onestà in politica è l’ultimo rifugio degli imbecilli.

GRILLO

L’onestà in politica è l’ultimo rifugio degli imbecilli. Al funerale di Casaleggio, guru del M5S, i militanti pentastelluti gridavano onestà-tà-tà-tà. Uno slogan ed un epitaffio. La stupidità si è sempre vestita di moralismo sul palcoscenico sociale. L’onestà è per i frati o per gli imbroglioni. Per questo costoro hanno come programma un sermone e come capo un abbindolatore. Predicano e purgano, non fanno politica. Prima o poi razzoleranno male e ruzzoleranno nella pattumiera della storia. Si bruceranno con l’onestà, anticamera di tutte le deviazioni. E’ il vizio la migliore delle virtù perchè dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fiori, per citare De Andrè. Nessuno è capace di fronteggiare l’onestà. Chi gareggia in onestà viene sempre superato da uno più onesto che ti allestisce la forca.
L’illusione di redimerci tutti con la chiarezza e la condivisione delle decisioni è un’altra corbelleria che deriva dall’incomprensione della principale questione. La politica non è partecipazione e nemmeno trasparenza. La politica è segretezza. Come scrive Gianfranco La Grassa: “le mosse della politica mirano al successo nell’ambito di uno scontro tra le varie élites, la segretezza è d’obbligo; e ogni venir meno della stessa o è una di queste mosse o è lo sgretolamento della “copertura” (lo sbucciarsi della “corteccia”) dovuto ad un acuirsi del combattimento tra due o più “attori”. La politica ha a che fare con il potere e quest’ultimo non può essere incasellato nelle categorie morali. Come pensava Schmitt “La realtà del potere passa sopra la realtà dell’uomo. Io non dico che il potere dell’uomo su un altro è buono. Non dico neanche che è cattivo. Dico però che è neutro. E mi vergognerei come essere pensante di dire che è positivo, se sono io ad averlo e negativo se a possederlo è il mio nemico. Mi limito ad affermare soltanto che il potere è per tutti, anche per il potente, una realtà a sé stante e lo trascina nella propria dialettica. Il potere è più forte di ogni volontà di potere, più forte di ogni bontà umana e fortunatamente anche di ogni malvagità umana”. Qundi l’onestà non c’entra un’acca.
I grandi maestri del passato hanno provato ad insegnarcelo ma noi contemporanei abbiamo dimenticato la loro lezione.
“L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, [Professori] e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare [a noi, generazione più imbelle ed imbecille che sfortunata, invece, sì], perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. Tutt’al più, qualche volta, episodicamente, [forse all’epoca di chi scrive, mentre da vent’anni a questa parte l’eccezione si è fatta regola] ha per breve tempo fatto salire al potere in quissimile di quelle elette compagnie, o ha messo a capo degli Stati uomini e da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati[aspettiamo impazientemente quel momento], aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”. (Benedetto Croce).
“I moralisti impegnano solitamente la loro vivacità negli abomini trascendenti. Ogni crimine, per loro, riguarda la Corte d’assise o la polizia carceraria: ma le sottigliezze sociali sfuggono loro, l’abilità che trionfa rispettando le voci del Codice è al di sotto o al di sopra della loro comprensione, che non ha lenti d’ingrandimento né lungimiranza. Hanno bisogno di orrori belli grossi e ben visibili. Sempre occupati attorno ai carnivori, trascurano i rettili…” (H. de Balzac)
“Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti piú eccellenti. È cosí che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori”. (Mandeville)
“….Gli storici lodano il tempo passato; ma quando si tratta di testimoniare sul tempo in cui vivono la scena cambia e sono piuttosto portati ad oscurarne spesso le tinte. In ogni caso, se crediamo alle testimonianze dei contemporanei, è impossibile ammettere che siano i buoni costumi dei popoli, e ancora meno dei loro capitani, che abbiano assicurato le vittorie. Ecco, per esempio, la ritirata dei diecimila; ciò che li salva, è la loro perfetta disciplina, la loro obbedienza agli strateghi; quanto ai loro costumi, lasciano molto a desiderare. Vedete ciò che accade quando gli strateghi decidono d’allontanare tutte le bocche inutili; i soldati sono costretti ad obbedire, «eccetto alcuni che sottraggono o un giovinetto o una bella donna ai quali sono attaccati». Quanto a Senofonte, i suoi costumi possono essere stati i più casti, ma il suo linguaggio non è tale nel Convito; e se si fosse astenuto da questo genere di letteratura, il mondo non vi avrebbe perduto nulla. Val meglio non parlare dei costumi di Filippo il Macedone e delle persone che l’attorniavano. Allorché la battaglia di Cheronea abbatté la potenza ateniese e asservì la Grecia, non si può veramente dire che fu la castità che riportò la vittoria. Filippo, oltre le concubine senza numero, prendeva donne dovunque ne trovava. Né le cause della sua morte possono onestamente raccontarsi. Passiamo rapidamente sui costumi dei valenti capitani, come Demetrio Poliorcete (il conquistatore di città), perché il meno che si possa dire è che furono infami. Alcibiade era pure lontano, molto lontano, dall’avere buoni costumi; tuttavia, se egli avesse comandato in Sicilia, al posto di quell’onesto ed imbecille Nicia, forse Atene avrebbe evitato un disastro irreparabile. I bacchettoni ateniesi che intentarono un’azione penale ad Alcibiade, sotto pretesto della mutilazione delle Erme, furono probabilmente la causa della rovina della loro patria. Più tardi ad Egospotami, se i generali greci avessero seguito il consiglio di Alcibiade, avrebbero salvato la flotta ateniese e la loro città. I generali avevano forse costumi migliori di Alcibiade — ciò non era veramente difficile — ma, quanto all’arte della guerra, gli erano molto inferiori e si fecero battere vergognosamente. Se passiamo ai romani, ci è difficile scorgere virtuisti nei cittadini che, ai giuochi Floreali, facevano comparire sulla scena cortigiane interamente nude. Un giorno che Catone di Utica — il virtuoso Catone — assisteva ai giuochi Floreali, il popolo non osava, in sua presenza, domandare che le mime si spogliassero dei loro vestiti. Un amico avendo fatto osservare ciò a Catone, questi lasciò il teatro onde permettere al popolo di godere lo spettacolo abituale. Se Catone fosse stato un virtuista, sarebbe rimasto al teatro per impedire quello scandalo; ma Catone era solamente un uomo di costumi austeri adstricti continentia mores. I complici di Catilina avevano cattivissimi costumi; si sarebbe soddisfatti poter dire che erano vili; disgraziatamente la verità è il contrario. Sallustio ci narra come caddero nella battaglia di Fiesole. «Ma fu quando la battaglia finì che si poté veramente vedere quale audacia, quale forza d’animo vi fosse nell’esercito di Catilina. Perché ciascuno, dopo la sua morte, copriva con il corpo il luogo che aveva occupato durante la pugna. Un piccolo numero solamente, che era stato disperso dalla coorte pretoriana, era caduto un poco diversamente, ma tutti erano stati feriti davanti.» Non è sicuro che tutti i virtuisti avrebbero fatto altrettanto…Napoleone I non era casto; i suoi marescialli, i suoi generali e i suoi soldati, ancora meno. Essi riportarono tuttavia molte vittorie e, in quanto alla disfatta che ebbero in Russia, sarebbe difficile di vedervi un trionfo dei buoni costumi sui cattivi. Maurizio di Sassonia, che salvò la Francia dalla invasione straniera, era un grande capitano, ma aveva costumi molto cattivi. Sarebbe stato meglio per la Francia che egli fosse stato virtuista e che si fosse fatto battere a Fontenoy? Nelson, il vincitore di Trafalgar, era lontano dall’esser molto casto. I suoi amori con Lady Hamiltonsono conosciuti. Invece del Nelson, sarebbe stato meglio per l’Inghilterra, avere un ammiraglio virtuista, ma che avesse perduto le battaglie navali d’Aboukir e di Trafalgar?” (V. Pareto)

TUTTI SCONFITTI

Enrico_Mattei

Enrico_MatteiI Notriv hanno perso il referendum. Ha perso la parte politica che lo ha cavalcato con motivazioni pretestuose e antigovernative. Ha perso la magistratura impicciona che fa scattare indagini ad orologeria per inseguire disegni distanti dalla legalità. Non è normale che un apparato dello Stato ne processi un altro ad ogni occasione. Ciò accade in presenza di pressanti ingerenze esterne e ripetuti (alti) tradimenti interni. Gli indizi ci sono e non mancano le prove . Gli sfascisti sono stati respinti ma continueranno l’opera di devastazione dell’Italia con sistemi ancor più subdoli. Tuttavia, nemmeno il Premier ha da cantare vittoria. La sua è solo un’altra gang che segue vie differenti per raggiungere i medesimi risultati deprimenti. La Boschi alla Triletarale è garanzia di questo (in)successo. Questa è oggi la politica italiana, consorterie e conventicole in contrapposizione per il male della nazione. Non esiste una strategia energetica statale e le nostre imprese del settore sono difese malissimo sui mercati esteri. Il naufragio del gasdotto South Stream, per evitare il quale Renzi non si è mai impegnato, testimonia della cecità dell’intera classe politica che ci guida verso il baratro. Il deterioramento delle relazioni con l’Egitto, dove l’Eni scopre il più grande giacimento di gas offshore del Mediterraneo che fa gola ai nostri concorrenti, è un altro episodio di questa infinita saga dei principianti e dei corrotti. Il comparto del quale parliamo non è solo rilevante economicamente ma lo è piuttosto strategicamente. Petrolio e gas veicolano le alleanze diplomatiche delle nazioni. La politica estera del Belpaese deve essere ripensata su questi interessi e rilanciata con una diversa configurazione geopolitica per avere qualche possibilità di riuscita. Rimanendo negli attuali assetti europei e atlantici non abbiamo speranze. I nostri amici ci vogliono usare e divorare perchè siamo gli esemplari più deboli del branco.
Inedite affinità sgorgano dalla terra e dal mare. Chi saprà cogliere la chance migliorerà la sua posizione. E l’Italia ha bisogno di nuovi approcci e visioni per uscire dal cul de sac in cui è finita a causa della sua arrendevolezza di fronte al cambiamento dei rapporti di forza mondiali. Chi arretra di fronte alla storia e chi prova a fermarla viene schiacciato. Il suo flusso va cavalcato, anche rischiando il disarcionamento. Non ci sono alternative. Non fare alcun tentativo in questo senso ci espone a disfatta sicura.
Le ingerenze straniere fanno la loro parte ma è la palude partitocratica italiana che fa proliferare questo clima pestilenziale di sottomissione ai prepotenti di ogni genere. E’ questo che ci uccide prima di tutto, non altro. Anche la crisi finanziaria, sulla quale tutti si concentrano, è sintomo e non ragione di questo male sempre più esistenziale e identitario della nostra Penisola. Tagliarci un arto o anche due per razionalizzare il bilancio allunga l’agonia ma non risolve il problema. Bisogna crescere e correre per salvarsi e le amputazioni non aiutano affatto. Dobbiamo capire chi siamo per stabilire dove vogliamo (o possiamo) arrivare. Ma se rimaniamo nelle mani di questo tribunale fallimentare il nostro destino è segnato. Saremo liquidati una volta per tutte.

Ps. Se rinascesse Enrico Mattei i togati odierni lo ficcherebbero in galera e butterebbero la chiave. Come riporta Il Foglio, i sistemi dell’ex Presidente dell’Eni non si accordavano alla legalità ma hanno fatto dell’Italia un player energetico di prima categoria. Su certe materie non si può andare per il sottile ed i fini contano più dei mezzi. Mattei, eroe nazionale, nel 2016 sarebbe stato trattato  da delinquente perchè ungeva le ruote del sistema senza badare a spese ma per superiori obiettivi collettivi: “Per Mattei la questione si pone quando, invece di sciogliere l’Agip che gli è stata affidata dopo la Liberazione, non solo disobbedisce agli ordini di Roma e ai desiderata degli anglo-americani, ma la potenzia. È fortunato e inciampa in importanti giacimenti di metano nella pianura padana. Il gas naturale, come fonte energetica, è allora poco utilizzato e Mattei, convinto che l’approvvigionamento energetico stia alla base dell’autonomia di una nazione, apre la strada alla metanizzazione dell’Italia, contrent’anni di anticipo rispetto al resto dell’Europa Occidentale….il metodo mattei funziona così: quando in una località la burocrazia blocca i lavori, tecnici, operai e mezzi del cane a sei zampe si posizionano, nottetempo, fuori dal paese. A questo punto arriva una scena da Amici miei, perché, in Italia, la realtà supera sempre la narrazione, persino quelle del grande schermo. A un cenno di Mattei – che ci tiene ad essere presente alle operazioni – si accendono i riflettori. Ruspe, scavatrici, camion avanzano. Un frastuono assordante. Gli abitanti, svegliati all’improvviso, aprono le finestre e vedono le squadre che scavano, allargano, procedono. Il sindaco della località “invasa”, a questo punto, esce dal letto, si riveste e, in ciabatte, arriva ad affrontare gli invasori. Intima di interrompere i lavori, chiede autorizzazioni e vidimazioni: Mattei lo fronteggia. Spiega il motivo dei lavori, sottolinea urgenze e necessità. Poi, però, quasi colto dal dubbio, tace. Sembra quasi pentito, vicino ad ordinare il dietrofront alle sue squadre. Al sindaco che lo fronteggia non pare vero, per un attimo, di aver sconfitto il potente Mattei. Poi gli viene un dubbio. Si ritirano? E la strada, chi la sistema? E la voragine, chi la chiude? Mattei si stringe nelle spalle. Borbotta qualcosa a proposito di permessi necessari, trafile burocratiche. Certo, se gli lasciano posare le maledette condotte del metanodotto, questione di poche ore, tutto verrà sistemato.
Avrete già Avrete già capito come finisce la storia. Il sindaco, maledicendo metano e Mattei, intima di riprendere all’istante i lavori e di non interromperli fino al più totale compimento”.

O’ PERNACCHIO! di GLG

gianfranco

 

 

La minoranza dem. (ad es. Emiliano governatore pugliese) è felice perché la percentuale dei votanti è secondo lui alta. In realtà, non è affatto fra i referendum che in Italia hanno avuto la maggiore partecipazione. Il centrodestra, lo ricordo bene, sosteneva un paio di settimane fa che, se fosse andato a votare il 35 o più % degli aventi diritto, Renzi avrebbe avuto problemi. Già era ridicola simile affermazione. Comunque ha votato il 31,2%. Il Giornale scrive che ha votato un terzo degli elettori, ma un terzo è il 33,3. Comunque la si giri abbiamo degli oppositori che sono ignoranti oltre che cretini. L’asineria aumenta se si considera che il Giornale ha appunto scritto: un terzo degli italiani contro Renzi. Il massimo della disonestà. Quasi il 15% ha votato no; quindi i “pietosi”, pronti a salvare l’ambiente, sono al 26%, cioè un quarto e non un terzo della popolazione. Già tanti come imbecilli, non vi è dubbio. Io sono però certo che nel popolo italiano i fessi siano molti di più, senz’altro ben oltre la metà di coloro che hanno più di 18 anni (e non è che sotto questa età si brilli di intelligenza, sia chiaro). Comunque la si giri, Renzi può dormire sonni tranquilli; con simili oppositori non deve temere altro che se stesso e la sua propria scarsa intelligenza e capacità di governare, ma non le trivelle, ben altri problemi di questo paese in sfacelo. Gli ambientalisti – che sono poi quelli che spendono il doppio per i prodotti biologici (uno degli imbrogli maggiori dei capitalisti “cattivi” che turbano i sonni di questi indefessi rompicoglioni), che vanno a mangiare (sempre per il doppio) nei ristoranti macrobiotici, a fare la spesa a km. zero e altre cazzate consimili – contribuiscono per il 99% al rumore fastidioso prodotto da lingue non controllate dal cervello, pur essendo solo il 26% della popolazione. Adesso lo sappiamo e, quando cianceranno ancora, faremo loro un bel pernacchio come quello di Eduardo ne “L’oro di Napoli”:

 

Combattere il nemico, non negargli la dignità di esserlo

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distruzione_massa5x350I russi sono stati, a più riprese, accusati dalla stampa occidentale di finanziare segretamente partiti e movimenti anti-unione. La cosa non dovrebbe sorprendere, anche se fosse vera. Di certo, neanche gli americani stanno a guardare. Anzi, il fatto che Washington foraggi copiosamente organizzazioni e associazioni di diverso genere che perorano la nascita degli Stati Uniti d’Europa dovrebbe mettere in guardia Bruxelles. E’ la sua debolezza intrinseca ad esporla alle infiltrazioni straniere. Ma perché l’America ci vuole così uniti? Evidentemente, questa ideologia unitaria favorisce un più stringente controllo statunitense sul Vecchio Continente, annullando secoli di storia (e di storie differenziate) delle nazioni che fanno parte dell’Europa. Le grandi potenze europee, senza questo vincolo esterno, sul quale vigilano gli insediamenti militari Usa, andrebbero per altre strade, sicuramente contigue ma non totalmente sovrapponibili. Difatti, l’integrazione europea è un processo che ha sempre seguito i percorsi della Nato nel suo allargamento ad Est ed è, pertanto, originariamente viziata da questo aspetto coercitivo che ne ha condizionato lo sviluppo istituzionale e territoriale. Viceversa, Mosca intende rompere questo schema e ristrutturare l’integrazione europea su basi non ostracistiche per essa. Per tale situazione non possiamo prendercela né coi russi, né con gli americani. L’incomprensione del problema va attribuita chi ci (s)governa. Tuttavia, poiché in questa fase l’Europa è occupata dagli Stati Uniti è chiaro che sono quest’ultimi ad influenzare le campagne mediatiche, estremizzando il pericolo russo e minimizzando la loro ingombrante presenza, spacciata per disinteressata amicizia o libera offerta di protezione in un clima di caos internazionale.
Dunque, mentre si punta il dito contro Mosca, che avrebbe in programma d’invadere i paesi Baltici o quelli dell’ex Patto di Varsavia, s’ignora l’azione concreta della Nato che militarizza i confini europei contro il Cremlino (ma anche per ricattare l’UE dal suo interno), al di là di quello che vuole realmente Bruxelles. Lo ha scritto ieri Germano Dottori su il Foglio: “Mentre la narrativa prevalente in occidente dipinge l’attuale leadership russa come dedita alla realizzazione di un disegno di restaurazione imperiale, la Russia si sente infatti attaccata da molteplici direzioni. E non senza qualche ragione. Il suo tentativo di riconciliazione con i vincitori della Guerra fredda è stato ricompensato da un doppio allargamento che ha portato Nato e Unione europea a poche centinaia di chilometri dalla propria capitale. Putin si sarà anche annesso la Crimea, ma nel 2014 ha perso il controllo di quasi tutta l’Ucraina e con questo anche la speranza di costruire con la Germania quella partnership strategica sulla quale contava per porre davvero in discussione gli attuali equilibri globali. Altro che riconquista del Baltico”
Messe di fronte al fatto compiuto le vili classi dirigenti europee, laddove non preventivamente comprate (considerato il flusso di denaro e favori proveniente d’oltre-atlantico), prima abbozzano e poi si piegano inesorabilmente.
Un piccolo esempio ci aiuterà a capire. Il recente referendum tenutosi in Olanda per far proseguire l’avvicinamento dell’Ucraina all’Europa è stato bocciato dai quei cittadini che non vogliono l’ingresso di Kiev nella famiglia comunitaria. Sul responso negativo hanno pesato l’abbattimento di un volo malese sul Donbass, durante il conflitto civile secessionista di quella regione dalla madrepatria, nel quale sono morti molti olandesi, e la paura di una ulteriore invasione d’immigrati da oriente. Prima delle consultazioni George Soros, finanziare americano, ha investito 700 mila euro per influenzare l’opinione pubblica dei Paesi Bassi sull’accordo di associazione Ue-Ucraina. L’ambasciata statunitense a L’Aja ha fatto altrettanto, rilanciando simili campagne propagandistiche sotto lo slogan “Uniti per l’Ucraina”. Vari gruppi sono stati sostenuti con fondi e assistenza tecnica per raggiungere l’obiettivo, compresi quelli parlamentari. Ma se lo fa Putin, peraltro su scala minore, è un delitto (e la canea giornalistica gli dà addosso chiamandolo Hitler) mentre se lo fa Obama chi è? Ghandi in persona? Se Marine Le Pen prende i soldi da Mosca viene sputtanata in mondovisione, invece, se incassano i deputati olandesi dagli yankee nessuno ha da ridire.
Sarebbe grandioso se l’Europa riuscisse a rintuzzare qualsiasi infiltrazione extracomunitaria e potesse scegliere, secondo i propri interessi, con chi stare e con chi no. Ma l’Europa è un postribolo a disposizione di Washington.
Sia chiaro, Soros per me non è il demonio, è uno sciacallo che fa fortune sulle rovine altrui e un “patriota” americano (peraltro, emigrato oltreoceano da qui) che fa il suo dovere per avvantaggiare il suo Paese. Soltanto che il suo Paese non è il mio, per questo lo combatto con tutte le mie forze. Ne avessimo in Italia di gente così in gamba. Invece, abbiamo lacchè e finti globalisti che si sentono cittadini del mondo a spese della propria nazione. Noi abbiamo Marchionne che “vuò fa’ l’ammeregano” col culo degli italiani, svendendoci sui mercati mondiali. E’ una bella differenza.
Infine, sono letteralmente stufo di tutti i settarismi e l’Europa è ormai all’apice dei suoi. Dipingere i russi come i cattivi della storia è un’ignominia. Questo è l’imperdonabile errore che commettono gli americani e i loro alleati. Il moralismo dei buoni contro i cattivi è l’insegna dell’ignoranza di chi pratica simili suddivisioni manichee con la coscienza sporca. Dipingere i nemici come mostri è sempre cosa sciocca e ingiusta. Chi definisce la Russia una dittatura governata da pazzi senza scrupoli è un demente. Contate pure i giornalisti e tutti gli altri esponenti del nostro circo mediatico che continuano a farlo. Imbecilli senza appello che si guadagnano ad ogni riga che scrivono e ad ogni intervento che fanno il titolo di COGLIONI. Sono tutti mentecatti di prima categoria ai quali bisognerebbe togliere la penna di mano e la parola di bocca, sostituendole con zappa e bavaglio. Disumanizzare l’antagonista (soprattutto quando è stato battuto) è un crimine imperdonabile. Chi lo fa meriterebbe la morte con torture atroci. Dice bene il nostro La Grassa, da ogni parte si combatte “secondo i soliti sentimenti umani, comuni a tutti” e si fanno i propri calcoli, “spesso meschini e miserabili”. La brutalità e la violenza sono tratti comuni della “maggioranza dei membri di tutte parti in lotta”. Noi ci rispecchiamo, con i nostri pregi e i nostri difetti, nei nostri nemici. Rispettandoli rispettiamo noi stessi, disprezzandoli ci disprezziamo. Il nemico va abbattuto, se si vuole primeggiare nella lotta. Per togliergli consenso si spaventerà il suo popolo, si stupreranno le sue donne, si uccideranno i suoi bambini, si massacreranno i vecchi e si scaveranno fosse comuni. Lo si braccherà brutalmente (lui farà altrettanto) finché chi sopravvive non si sarà arreso e avrà deposto le armi. Da entrambi le parti ci si macchierà di delitti atroci e di gesta altrettanto scorrette ed indicibili. Dopo ci si vendicherà ancora un po’ finché l’odio non sarà sopito. Oggi vanno invece di moda le richieste di scuse per i genocidi. Chi li ha subiti piagnucola, chi li ha commessi nega. Presunte vittime e presunti carnefici si fanno i dispetti per motivi niente affatto nobili che attengono ai loro comodi presenti piuttosto che al passato, del quale non frega niente a nessuno. Parce supulto.
Però chi, a cose fatte, ricorderà unicamente le stragi altrui giustificando le proprie (o persino glorificandole, come fanno gli americani che sono veramente senza pudore sotto questo profilo) sarà da chiamarsi infame, verme e miserabile senza scuse. Ciò ai miei occhi riscatta pure nazisti e fascisti, anzi sono proprio quelli che li rendono alieni all’umanità, attribuendogli qualsiasi nefandezza, a riabilitarli coi loro giudizi unilaterali e parziali.
Chi si comporta in tal modo avrà pur vinto la guerra (o sarà salito sul carro del trionfatore) ma avrà perso l’onore. Ancora La Grassa: “L’importante è sapere che chi ci è contro è esattamente simile a noi nei sentimenti provati; e può essere una “brava persona” o una “carogna”, con eguali proporzioni in entrambi i fronti di lotta. E quando si vince, è ignobile il vincitore che altera completamente la storia e rende il perdente una sorta di “alieno”. Fra l’altro, la mancanza totale di obiettività porterà danni anche alla parte vincente; per il semplice motivo che in essa prevarranno allora i peggiori, quelli che di fatto si sono schierati per mero opportunismo. Questo è proprio l’esempio storico dell’antifascismo italiano. Alla fine hanno prevalso i miserabili, quelli peggiori dei perdenti, quelli che ci hanno asservito ai falsi liberatori, agli Stati Uniti”.

DOBBIAMO MORIRE PER WASHINGTON

europa

 

Gli Stati Uniti d’America stanno creando un cordone sanitario intorno alla Russia. A sostenerlo sono gli stessi analisti americani che, al contrario di quelli europei, hanno il dono dell’onestà intellettuale. George Friedman, animatore del think tank Stratfor, è uno di questi ed è stato proprio lui ad affermare, al Chicago Council on Global Affairs nel 2015, che il piano principale degli Stati Uniti e dei suoi amici sarà questo per l’imminente futuro. La Guerra Fredda si è conclusa nel 1991, con l’implosione dell’Urss, ma la cortina di ferro, dopo 25 anni, viene nuovamente innalzata. Perché? Non c’è più il comunismo che minacciava lo stile di vita occidentale e la Russia si è adeguata a molti degli standard internazionali di matrice capitalistica, basati sulla proprietà privata, l’impresa, il mercato, ecc. ecc. Forse, anzi sicuramente, il comunismo non c’è mai stato e quello che così veniva chiamato era un sistema diverso, ancora di difficile decifrazione, che, comunque, si contrapponeva all’alleanza dei paesi atlantici e ai loro sistemi economici e politici. L’opposizione socialismo-capitalismo era, pertanto, una formula ideologica, pur se non solo apparente, che nascondeva dell’altro. Oggi la situazione ci appare più chiara per il venir meno di quelle vecchie schermature idealistiche dissoltesi con la fine del comunismo e le varie trasformazioni capitalistiche. Dietro il paravento della battaglia tra gli “ismi”, ciascuno con le proprie specificità sociali e culturali, si stagliava la politica di potenza di due giganti egemoni e avversari che, usciti entrambi vincitori dal conflitto mondiale, erano giunti a controllare vaste aree del globo insidiandosi (e annullandosi) a vicenda. Non era però una situazione di equilibrio perfetto poiché gli Usa sono sempre stati davanti all’Urss nonostante le circostanze impedissero una preponderanza più netta di quelli su questa. Ma possiamo dire, senza alcuna discussione, che le nazioni leader di questo scenario bipolare erano la Russia per l’Est e gli Usa per l’Ovest. Ora l’America non vuole che quella spartizione si ripeta trascinandosi dietro rapporti di forza ad essa sfavorevoli. L’Europa, dopo la seconda guerra mondiale, era stata divisa per zone d’influenza riferentisi ad un campo o all’altro. Quelli che oggi sono membri dell’Ue erano effettivi del patto di Varsavia, ispirato da Mosca. La Repubblica Democratica Tedesca, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Romania e la Bulgaria. Altre Repubbliche sovietiche, dichiaratesi poi indipendenti, sono entrate nell’Unione Europea, come quelle Baltiche. Alcune stanno provando ancora a farne parte, vedi Georgia e Ucraina. Jugoslavia e Albania, benché repubbliche socialiste, godevano di maggiore autonomia dal Cremlino. La prima, in seguito alla caduta dell’Urss, è stata smembrata con un conflitto etnico sanguinoso e attirata quasi interamente sul versante Euro-Atlantico, al pari della seconda di cui noi italiani ricordiamo in particolare l’esodo della disperazione dei suoi abitanti sulle coste pugliesi. Nonostante le promesse di Bush senior a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe allargata nella parte orientale dell’Europa è avvenuto l’esatto contrario, con la Russia che attualmente è circondata da basi nemiche. Washington ha ridisegnato la cartina europea, la stessa Unione ne ha approfittato per espandersi ai danni di Mosca ma la nostra propaganda filo-americana continua ad accusare la Russia di rappresentare un pericolo per il Continente e l’integrità territoriale dei suoi componenti. Tutto questo per essersi riappropriata di una piccola penisola come la Crimea, donata a Kiev ai tempi di Kruscev, nella quale ci sono suoi insediamenti militari. Il capovolgimento della realtà è evidente a chiunque non sia in cattiva fede.
Tuttavia, gli europei non si sono accorti o fingono di ignorare un fatto determinante. L’unificazione europea è essa stessa un progetto americano, sin dall’inizio. Ogni passo che essa mette è preceduto da uno della Nato, cioè degli Usa, che con la volontà ed il pretesto di fermare presunti nemici esterni stringono la loro morsa su Bruxelles. Per questo si dice che l’adesione di uno Stato alla Nato è l’anticamera del suo ingresso nell’Ue. I missili puntati sul Cremlino sono su territorio europeo ma a disporne è la catena di comando yankee, la quale condivide le decisioni, per mantenere le apparenze, a giochi già stabiliti. Chi ha il monopolio della forza ha la capacità decisionale e se qualcosa non gli va bene da sostenitore può tramutarsi velocemente in avversario. Siamo ancora sicuri, a questo punto, che il pericolo più grande per noi sia l’orda slava?
Non ci stiamo inventando nulla perché sono i documenti d’oltreoceano a confermarlo.
Scrive James Hansen su Italia Oggi: “un memorandum del 1950 dà istruzioni dettagliate sulla conduzione di una campagna per favorire la creazione di un parlamento europeo. È firmato dal generale William Donovan, il direttore nel corso della seconda guerra mondiale dell’Oss-Office of strategic services, diventato la Cia alla fine del conflitto. Il principale veicolo per il coordinamento e il fianziamento è stato l’American committee for a united Europe, l’Acue, fondato nel 1948. Donovan, nominalmente tornato a vita privata, ne era il presidente. Il vicepresidente era Allen Dulles, il fratello del segretario di stato John Foster Dulles e lui stesso il direttore della Cia negli anni Cinquanta. Il board era composto da numerose altre figure di primo piano nell’intelligence, sia di provenienza Cia che già attive nell’Oss. I documenti reperiti indicano che l’Acue è stato di gran lunga il principale finanziatore del Movimento europeo, la più importante organizzazione federalista europea del dopoguerra. Dimostrano, per esempio, che nel 1958 gli americani hanno fornito il 53,5% dei fondi del movimento, che contava tra i suoi «presidenti onorari» personaggi del calibro di Winston Churchill, Konrad Adenauer, Léon Blum e Alcide de Gasperi. Alcuni dei suoi rami operativi, come la European youth campaign, erano totalmente finanziati e diretti da Washington. Dalla documentazione emerge che i leader del Movimento europeo, Joseph Retinger, Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul Henri Spaak, venivano a volte trattati alla stregua di «bassa manovalanza» dai loro sponsor americani, una fonte di comprensibile infelicità”.

Le premesse sono state queste e le conseguenze appaiono anche più ferali sotto i nostri occhi contemporanei. Per giunta, la presente classe dirigente europea non vale nemmeno l’unghia di quei nomi altisonanti apparsi nei rapporti citati. Se Churchill o De Gasperi si sono lasciati circuire dietro sovvenzionamenti i nostri politici sono sicuramente a libro paga.
Da quando la Russia si è risollevata dalle sue ceneri le pressioni statunitensi per tenerla lontana dall’Europa sono cresciute esponenzialmente. Washington teme come la peste un asse Berlino-Mosca che sarebbe in grado di rimettere in discussione la sua supremazia sul Vecchio Continente. Inoltre, non intende più indorarci la pillola (anche perché le contingenze sono profondamente mutate) della disputa mondiale in atto assumendosi ogni responsabilità (il nostro welfare state, dalla culla alla tomba, poté svilupparsi grazie a questa sua iperprotezione durante la Guerra Fredda), come nel secolo precedente, allorché la presenza di un antagonista col quale quasi si equivaleva suggeriva di utilizzare molto più soft power ed elargizioni economiche in cambio della fedeltà dei propri clienti. Anche ciò viene detto esplicitamente da George Friedman:

“Noi ci troviamo costantemente in delle guerre. L’Europa non tornerà agli anni ’30 ma tornerà alle cose umane, avrà le sue guerre e le sue paci, avrà perdite di vite umane, magari non si conteranno centinaia di milioni di vittime ma il fatto che l’Europa si ritenga eccezionale, penso sia la prima cosa che mi colpisca…ci saranno conflitti, ci sono già stati conflitti, in Jugoslavia ad esempio, ora c’è di sicuro un conflitto in Ucraina…il principale interesse per gli Usa, per via del quale abbiamo combattuto delle guerre, I, II guerra mondiale e Guerra Fredda, consiste nella relazione tra Germania e Russia, perché se si uniscono sono l’unica potenza che possa minacciarci. Dobbiamo essere sicuri che questo non succeda. Gli Usa hanno un interesse fondamentale, ora controllano tutti gli oceani del mondo, nessuna potenza si è mai nemmeno avvicinata a farlo, è grazie a questo che possiamo invadere senza essere invasi. Tenere saldo il controllo dei mari e dello spazio è la base della nostra potenza. Il modo migliore per sconfiggere una flotta nemica è impedire che sia mai costruita…gli Stati Uniti non possono invadere l’Eurasia, non appena il primo soldato mette il suo stivale sul terreno scatta la superiorità numerica…però possiamo dare appoggio a numerose potenze rivali affinché si scontrino tra di loro: appoggio politico, economico, militare, consulenti. Possiamo, inoltre, destabilizzare il nemico con attacchi invalidanti. Dunque, gli Usa non possono intervenire costantemente in tutta l’Eurasia, devono intervenire selettivamente. E solo come estrema ratio…La vera incognita in Europa è rappresentata dal fatto che mentre gli Usa costruiscono il loro cordone sanitario…noi non conosciamo la posizione della Germania. La Germania si trova in una posizione del tutto particolare. Il suo ex cancelliere Gerhard Schroeder fa parte del consiglio di amministrazione della Gazprom e in Germania hanno una relazione molto complessa con i russi. Gli stessi tedeschi non sanno che fare. Devono esportare ed i russi possono comprare le loro merci. D’altro canto, se perdono la zona di libero scambio devono pur inventarsi qualcosa di differente. Per gli Usa la paura più forte è data dal capitale russo, dalla tecnologia russa. La tecnologia tedesca ed il capitale tedesco, assieme alle risorse naturali russe e alla manodopera russa, rappresentano l’unica combinazione che da secoli spaventa gli Usa. Come finirà? Gli Stati Uniti hanno messo già messo le carte in tavola: si tratta del corridoio dal Baltico al Mar Nero”.

Washington vuole dominare questo passaggio strategico in funzione antirussa e potrà farlo in pieno se la Germania, ago della bilancia europeo, si adatta ai suoi programmi. Ma se Berlino cede anche l’Europa cadrà sotto un giogo perenne.

Dunque, noi europei dovremmo combattere e morire per realizzare i programmi americani sul nostro suolo. Dovremmo combattere e morire soprattutto contro i russi e principalmente per evitare che russi e tedeschi ottengano un accordo col quale buttare fuori gli yankee dal Continente e sottrarlo all’influenza statunitense. Dovremmo combattere e morire per garantire la predominanza americana e la nostra sudditanza alla Casa Bianca. Dobbiamo davvero sacrificare la nostra migliore gioventù per scelte che non ci appartengono? Siamo ancora convinti che convenga stare dalla parte di Washington? Da adesso in poi, quando l’Alto Rappresentante per la politica estera europea ripeterà un’altra volta che Mosca è una minaccia per Bruxelles, laddove gli elementi che vi abbiamo fornito rivelano l’opposto, saprete per conto di chi sta parlando e per quali sporchi obiettivi antieuropei.

CONTRO SETTARI E IPOCRITI

gianfranco

CONTRO SETTARI E IPOCRITI, di GLG

 

Tendenzialmente, si possono e si devono compiere delle scelte. Sono in genere i vili, o quelli che non sentono nulla, a restare indifferenti alle diverse parti in contrasto. Io sono sempre stato piuttosto “partigiano”. Mai però, e me ne vanto, ho pensato ai “nostri” come migliori di “loro”, cioè degli avversari o addirittura nemici. Sia tra i “nostri” che tra i “loro”, c’è sempre una minoranza di persone dotate di senso di umanità, di una certa sensibilità, ecc.; e vi è una maggioranza di crudeli, feroci, che combattono (e quando possono uccidono) l’avversario con le modalità più disumane possibili. Quando si “prende partito”, lo si deve fare perché, secondo la nostra valutazione, la vittoria dei “nostri” dovrebbe condurre ad un miglioramento complessivo delle condizioni riguardanti la maggioranza di quella data società, all’interno della quale si svolge la battaglia. Si può anche comprendere che, nel fervore di quest’ultima, si arrivi a forme d’odio spesso viscerale e sconsiderato. Tuttavia, una volta risoltosi il conflitto e tornata “la quiete dopo la tempesta”, è da stupidi, e anche peggio, continuare a considerare “bastardi” e quant’altro di peggiorativo coloro che abbiamo combattuto, mentre cerchiamo di propagandare la bontà e nobiltà d’ideali della nostra parte. No, da ogni parte si è combattuto secondo i soliti sentimenti umani, comuni a tutti; e ripeto che la maggioranza, di qualsiasi “partito preso”, ha in genere perseguito i propri interessi, spesso meschini e miserabili. E la ferocia e “bastardaggine” è stata comune alla maggioranza dei membri di tutte parti in lotta. Teniamolo sempre presente ogni volta che “prendiamo partito”.

E ciononostante, non facciamo alcuna concessione a coloro che sentiamo avversari di quel processo che, a nostro avviso, va nella migliore (o meno peggiore) direzione possibile tenuto conto della complessiva situazione esistente in quel dato contesto storico-sociale. L’importante è sapere che chi ci è contro è esattamente simile a noi nei sentimenti provati; e può essere una “brava persona” o una “carogna”, con eguali proporzioni in entrambi i fronti di lotta. E quando si vince, è ignobile il vincitore che altera completamente la storia e rende il perdente una sorta di “alieno”. Fra l’altro, la mancanza totale di obiettività porterà danni anche alla parte vincente; per il semplice motivo che in essa prevarranno allora i peggiori, quelli che di fatto si sono schierati per mero opportunismo. Questo è proprio l’esempio storico dell’antifascismo italiano. Alla fine hanno prevalso i miserabili, quelli peggiori dei perdenti, quelli che ci hanno asservito ai falsi liberatori, agli Stati Uniti. E per il momento mi fermo qui. In altra occasione, spero di poter dedicare due parole all’antifascismo degli opportunisti.

IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA. SOGGEZIONE EUROPEA, SUDDITANZA ITALIANA.

il ratto d'europa

 

Gli esseri umani sono tutti fratelli. Come Caino e Abele. Se si affrontano temi socialmente critici e geopoliticamente rilevanti, come l’immigrazione, con la retorica antitetico-polare dei buonisti di sinistra e dei cattivisti di destra l’unico effetto che si ottiene è la rissa tra polli. Le zavorre culturali degli uni e degli altri, in singolar tenzone, ci sviano dalla questione aumentando la confusione. Il politicamente corretto di sinistra e il rozzamente scorretto di destra sono due facce della stessa medaglia. Tout se tient, diceva De Saussure.
L’immigrazione può essere una risorsa ma anche un serio problema. Ed oggi è, soprattutto, un fenomeno fuori controllo. Non tutti quelli che arrivano da noi possono essere accolti e integrati, anche se nessuno dovrebbe essere trattato da cane. Chi non ha le carte in regola deve essere, educatamente, riportato indietro per il suo bene e per il nostro. Se volessimo prevenire i guai dovremmo addirittura abbattere i barconi prima della partenza e smetterla di usare i nostri mezzi costieri come traghetti. Servono al pattugliamento delle acque territoriali e come tali devono essere utilizzati.
In questa fase storica, l’Europa non può permettersi la porosità dei confini e l’afflusso indiscriminato di profughi e di clandestini. Non abbiamo la capacità di gestire questa marea di disperati, siamo in crisi economica e ne va della tenuta sociale dei nostri sistemi. A ciò aggiungiamo che qualcuno sta approfittando di questI drammi umani per ricattarci e per influenzare le nostre scelte internazionali. Sì, perché l’invasione via terra e via mare dell’ “orda stracciona”, subdolamente manovrata, diventa un perfido modo per esporci al caos esterno e inocularlo all’interno con scopi di destabilizzazione. Si tratta di un cavallo di troia. Come scrive l’analista americano John Keegan: “Gli Stati dell’Europa occidentale, tìsicamente contigui a nazioni con centinaia di migliaia di giovani che cercano in tutti i modi di emigrare e le cui legislazioni basate sui diritti civili non prevedono il rimpatrio coatto dei clandestini, anche dopo che la loro condizione di illegalità è stata provata, hanno difese meno efficaci. I problemi di sicurezza con cui devono misurarsi gli Stati dell’Europa occidentale non solo sono senza precedenti in termini di scala o intensità, ma sembrano senza soluzione. Le comunità sospette si ingrossano ogni giorno di più, cosicché le cellule di cospiratori e di aspiranti attentatori che nascondono al loro interno acquisiscono un sempre maggiore anonimato e una sempre maggiore libertà per preparare le loro azioni”.
Quei parlamentari nostrani che usano il moralismo umanitario per fini politici, versando lacrime di coccodrillo quando gli islamisti attaccano giornali di satira (anche se di cattivissimo gusto) o insanguinano le capitali europee con attentati dinamitardi, sono la quinta colonna che tradisce l’Europa. Portano in processione l’equino infido dal quale spunteranno i nostri nemici con l’aggravante di farlo di proposito perché asserviti a manine straniere. Come scrive sapientemente il sociologo Francesco Alberoni: “Gli europei, così come non hanno un esercito, non hanno neppure una leadership: si sono sempre lasciati guidare dagli americani che hanno impedito l’unificazione economica fra Europa occidentale e Russia per indebolirle entrambe e si sono alleati con gli arabi e il loro petrolio. Poi hanno combinato un sacco di disastri in questi Paesi e in cambio hanno concesso ai loro abitanti di emigrare a piacimento in Europa. Se avessero voluto, gli americani con i loro alleati arabi avrebbero potuto far finire la guerra in Libia e, sempre se avessero voluto, avrebbero chiesto alla Turchia di pattugliare le sue coste e non far partire neanche un gommone per la Grecia. I soldi per l’ospitalità dei profughi li avrebbe volentieri messi l’Europa. Ma non lo hanno fatto perché loro e i loro amici islamici vogliono una Europa debole. L’unica cosa che gli americani non vogliono è che l’Europa si metta d’accordo con la Russia perché un loro accordo creerebbe una potenza che cambierebbe radicalmente le cose. E gli europei non lo capiscono”.
Il nostro paese, data la sua condizione geografica, è diventato un crocevia migratorio, una piattaforma di smistamento dei reietti in ogni angolo d’Europa, con la sua quota-parte imposta burocraticamente ed accettata acriticamente. Distribuiamo e introiettiamo complicazioni anziché essere avamposto di neutralizzazione dei guai. Questa posizione strategica, che poteva essere benefica, si sta rivelando uno svantaggio perché Stati Uniti ed Ue calano dall’alto le loro decisioni sulla nostra testa senza richiederci alcun parere. Esattamente come accaduto con la guerra alla Libia che ha scalzato il nostro alleato Gheddafi facendo degenerare la situazione con i risultati che sappiamo. Se, invece, avessimo potuto scegliere il da farsi secondo i nostri interessi nazionali avremmo recato un beneficio a tutto il Continente. Se ci fosse stata lasciata la possibilità di agire da trait d’union tra sud del mondo, vicino-oriente ed il resto dell’Eurasia avremmo tentato una sintesi virtuosa delle contraddizioni in ballo che, invece, vanno vieppiù incancrenendosi. Ma è proprio questo che ci viene impedito e l’incapacità di divincolarci da tali ceppi ci relega ai margini di un’Unione a sua volta sempre meno protagonista sullo scenario globale. Tra i deboli della comunità europea siamo diventati i più deboli a causa dei ferali piani statunitensi sul Belpaese. La nostra classe politica incapace ed impotente è il riflesso di questa atroce sudditanza.

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