CIO’ CHE E’ NON APPARE, CIO’ CHE APPARE NON E’, di GLG

gianfranco

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L’unica cosa che appare pressoché sicura è che Renzi, appena rientrato dagli Usa e dopo il duetto con Obama, ha l’appoggio di quest’ultimo per entrambe le posizioni prese. Tuttavia, sappiamo che in merito ai due problemi, gli Stati Uniti sono decisamente contrari all’austerità e alla rigida posizione della UE (e soprattutto della Germania) in merito – così come si era già riscontrato all’epoca della grave crisi greca – e manifestano una dura contrapposizione alla Russia sia per l’Ucraina che per la Siria; per cui, sono favorevoli alle (anzi sono promotori delle) sanzioni economiche verso Mosca, considerata l’aggressore, esattamente come espresso dalla Merkel (“Chiediamo la fine degli attacchi. Non solo abbiamo detto che potremmo imporre sanzioni alla Siria, ma anche sanzioni contro tutti gli alleati della Siria. Questo si applica alla Russia).

Se fossimo affetti da quel rozzo economicismo attribuito, sbagliando di grosso, a Marx, potremmo dire che Renzi è spinto all’attenuazione del suo atteggiamento anti-russo dalla situazione difficile in cui verrebbero a trovarsi alcuni settori produttivi italiani che esportano in Russia. Troppo semplice a mio avviso. Non c’è un solo attore sulla scena politica mondiale che dica effettivamente quel che pensa e il cui gioco persegua gli scopi apparentemente voluti. Questo è abbastanza normale in politica e in ogni tempo; tuttavia, in periodi come questi, data la sempre accentuata subordinazione alla potenza predominante, le manovre dei paesi europei hanno un superiore tasso di ambiguità e autentico inganno.

La Merkel, cioè l’attuale governo tedesco, non ha evidentemente gli strumenti e le pedine giusti per essere meno dipendente dagli Usa; nemmeno ha, però, governanti con una vera personalità e chiarezza di intenti e di visione internazionale. La Germania ha comunque apertamente osteggiato il TTIP (voluto dagli americani) e, all’inizio, sembrava non proprio soddisfatta delle sanzioni alla Russia; ben 15 sue grandi imprese (fra cui la Siemens) si incontrarono segretamente con i russi per aggirarle (e poi fecero in modo che un giornale rivelasse il tutto). Oggi invece tale paese sembra prendere una posizione eccessivamente dura verso quel paese. Il governo italiano ha invece appoggiato il TTIP; e tuttavia, dopo la sfacciata sottomissione a Obama, Renzi si lancia in dichiarazioni non eccessivamente rigide in merito alle sanzioni anti-russe che, mi sembra, dovrebbero essere sospese (in tutto?) da gennaio. Gli Stati Uniti hanno più volte manifestato il loro malcontento per l’atteggiamento tedesco in generale e, con il loro appoggio a politiche economiche meno austere, intendono contrastare il predominio tedesco in Europa. Nel contempo, chiudono un occhio di fronte al blando atteggiamento italiano verso la Russia. Qualcuno si porrà qualche domanda o si è al contrario così “ingenui” da pensare che Renzi, subito dopo la manifestazione di aperta sottomissione agli Usa e dopo aver ricevuto da questi uno speciale riconoscimento, si metta a fare l’indipendente?

Tornando alla politica tedesca, quel governo accetta d’essere piuttosto miope e sgradevole, passibile di malcontenti e critiche anche da parte di altri paesi europei, pur di mettere in condizioni di grande difficoltà l’Italia. Il nostro paese non rappresenta affatto per i tedeschi un antagonista credibile rispetto al loro desiderio di supremazia in Europa; l’Italia è semplicemente una succube pedina del vero predominante, in grado di imporre la sua volontà anche alla Germania, che s’inchina quindi nel prendere alcune rilevanti decisioni di politica estera nel senso voluto dagli Usa, ponendo tuttavia qualche intralcio alla piena subordinazione europea in altri ambiti. In fondo, per fare un esempio, il TTIP non è solo una manovra economica; ricorda invece quella politica voluta dall’Inghilterra nell’800 (utilizzando le teorie ricardiane del libero commercio internazionale, allora avversate da List) per ostacolare la crescita di potenza della Prussia (cioè Germania dal 1871) e soprattutto della loro ex colonia, appunto gli Stati Uniti, che si liberarono da ogni dipendenza con una bella guerra civile costata oltre un milione di morti.

Il gioco contorto, che si sta oggi giocando in una situazione in cui altre potenze iniziano ad infastidire seriamente gli attuali predominanti, è assai complicato e nascosto nei suoi reali intenti. Vediamo se si riesce a capirci qualcosa. Bisogna però liberarsi di ogni semplicismo interpretativo e capire che, in situazioni così intricate come l’odierna, la politica assume in pieno tutta la sua doppiezza e si carica di menzogne e di falsi obiettivi, che ritardano la resa dei conti finale perché è indispensabile arrivare ad un mutamento profondo della situazione “sul campo” prima di affrontarla. Oggi gli Stati Uniti sono ancora troppo forti e le altre potenze – non più semplicemente “in nuce” tuttavia – devono fare e rifare le loro mosse per portarsi verso una “angolazione d’incidenza” tale da poter infine tentare di scalzarli dalla loro posizione di preminenza. Chi non capisce questo (o finge di non capire), sostiene che Renzi sta facendo almeno una cosa buona. No, è invece pessima, ha avuto il consenso di farla proprio dal suo padrone. Vediamo un po’.

Intanto, riporto questo bell’articolo: qui. Foa capisce che Renzi sta giocando a favore degli Usa al fine di scalzare la Germania da quella posizione – la prima in Europa, pur restando però pur sempre nella sfera d’influenza americana – dalla quale essa, rafforzandosi con l’indebolimento delle più servili pedine filoamericane (del tipo del governo italiano), potrebbe poi tentare un graduale spostamento dei suoi rapporti verso est (Russia in specie). Dobbiamo però a questo punto compiere un lungo détour.

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Torniamo alla seconda guerra mondiale. Per una serie di fattori, che dovranno completamente essere storicamente ristudiati e rivisti, si uscì da quel sanguinoso confronto con il totale ridimensionamento di Inghilterra, Francia e naturalmente Germania, paesi ormai succubi della sfera d’influenza degli Usa, che finanziarono anche ampiamente quei settori sedicenti antifascisti e falsi europeisti, in realtà completamente piegati alla subordinazione a quel paese. Per gli eventi della guerra – ma soprattutto per la lungimirante politica seguita negli anni trenta dal gruppo dirigente staliniano, politica da riconsiderare nei suoi intenti pretesi “socialistici” e comunque da difendere contro la meschinità di chi è oggi ancora bestialmente anticomunista (o stupidamente trotzkista), incapace di comprendere che quella politica non fu nei fatti, e per somma fortuna, di “costruzione del socialismo”, e tuttavia estremamente efficace per le sorti del paese – l’Urss emerse quale seconda potenza mondiale e contraltare appunto degli Stati Uniti, conquistando una sua sfera d’influenza in Europa; tuttavia, nei paesi meno sviluppati di quest’area. Inoltre, il distacco della Jugoslavia dal campo “socialista” (nulla del genere, uso solo l’etichetta di allora) indebolì la posizione sovietica proprio nel suo fronte principale di antagonismo con il più potente avversario.

Sia chiaro che gli Stati Uniti lanciarono le atomiche sul Giappone per dare un preciso segnale all’Urss, che nemmeno osasse rispondere per le rime alle azioni di loro rafforzamento nelle varie aree mondiali (e invece i sovietici osarono più volte). Vi fu la liquidazione pressoché immediata dell’influenza inglese in India (che storici “ammaestrati” ci hanno ammannito come successo “pacifico” del gandhismo); poi quella appena più tarda (dopo una bella guerra in Corea per bloccare l’influenza della vittoria dei comunisti in Cina nel ’49) del colonialismo francese in Indocina, con la sconfitta di Dien-bien-phu nel 1954, cui non furono per nulla estranei gli Usa, che ne approfittarono per stabilire il loro predominio su metà Vietnam. E ancor prima, nel ’47, ci fu appunto la “strana” defezione della Jugoslavia dal Cominform, che favorì, fra l’altro, la sconfitta dei comunisti di Markos in Grecia nel ’49. Senza questa defezione, non ci sarebbe probabilmente stata la sconfitta greca. Inutile raccontare storielle; e quante invece ne sono state propalate di completamente false.

La sconfitta di Markos fu presa quale piena conferma della linea togliattiana seguita dal Pci, che pure era stato l’anima di quella Resistenza, fatta passare per “liberazione” mentre i suoi intendimenti erano assai diversi. Capiamoci bene: penso fosse impossibile, in Italia, porre in atto un processo di trasformazione sociale, scontrandosi con l’esercito Alleato, che aveva già dimostrato le sue capacità di violenza durante lo sbarco in Sicilia (altro che “liberatori”!). Tuttavia, si andò ben oltre l’accettazione delle inoppugnabili necessità tattiche. Ci si piegò di fatto alla piena ripresa del predominio delle vecchie classi dirigenti, quelle che avevano già mostrato l’8 settembre del ’43 le loro predisposizioni nettamente antinazionali e servili verso chi poteva mantenerle in vita quali ceti sociali subordinati allo straniero. Se volete, un po’ come i proprietari delle piantagioni di cotone nel sud degli Usa a metà ottocento, servili verso l’Inghilterra per interessi propri (esportazione del cotone all’industria inglese, che vedeva come fumo negli occhi la competizione dell’industria americana del nord). Sappiamo come finì; bene in quel caso per i settori settentrionali, che schiacciarono i subordinati agli inglesi e diedero inizio a quello sviluppo che, dopo 80 anni, portò al completo predominio del loro paese nel mondo “occidentale”, e oltre.

In Italia, nel 1945, vinsero ben altri, che si piegarono in pieno allo straniero americano. Questo diede impulso pure ad un annacquamento completo delle tesi che avrebbero dovuto essere quelle tipiche del Pci, annacquamento poi ulteriormente favorito dal XX Congresso del Pcus con l’impropria destalinizzazione. Si manteneva solo, almeno in superficie, una certa predisposizione per l’industria pubblica. Tuttavia, anche qui, si dimentica troppo facilmente, io credo, che questa era stata messa in piedi dal fascismo e rafforzata nel dopoguerra da determinati settori della Dc (contrastati da altri legati a quella privata, a quella piegata allo straniero americano), che la rafforzarono nel ’48 con la Finmeccanica, nel ’53 con l’Eni (di Mattei), nel ’62-’63 con l’Enel (in compartecipazione con il Psi). Indubbiamente, ampi settori del Pci – favoriti da quella veramente incredibile degenerazione subita dal pensiero di Marx, per cui la proprietà statale era vista come proprietà socialista dei mezzi produttivi – favorirono tali settori industriali; non però per il loro interesse strategico, proprio perché il solo formalmente “pubblico” veniva propagandato come un primo passo in direzione di una diversa società, salvandosi così l’anima presso la propria base, cui si poteva raccontare che non tutto era stato abbandonato dopo la “svolta di Salerno” e, più tardi, con la presa d’atto della sconfitta di Markos.

Tuttavia, siamo proprio sicuri che Mattei sia stato poi eliminato soltanto da settori Dc in combutta con le “sette sorelle”? E siamo sicuri che, appena un po’ più tardi, Felice Ippolito (fra l’altro vicino al Pci) sia stato arrestato e perseguitato – insomma messo in condizioni di non più proseguire la sua opera a favore dell’energia nucleare, sempre per il fine dell’indipendenza energetica del paese – dai soliti ambienti diccì? Siamo sicuri che non abbiano dato ampia mano quei settori piciisti che poi prenderanno in mano il partito negli anni ’70, porteranno ai vari viaggi di loro esponenti negli Usa con infine l’aperto cambio di campo alla caduta del “socialismo reale”? Questi settori, l’abbiamo visto, sono diventati i veri servi degli Stati Uniti, hanno pestato perfino un filoamericano come Berlusconi perché costui, immagino per suoi interessi, ha per qualche anno flirtato con la Russia di Putin, favorendo un nuovo rafforzamento dell’Eni e cambiando a tal fine il suo massimo dirigente (Mincato di cui prese il posto Scaroni) nel 2005 per mandare a buon fine gli accordi con la Gazprom circa il Southstream, progetto oggi decaduto mentre ha ancora pieno vigore, guarda caso, il suo ramo nord, diretto dal tedesco Schroeder (noto dirigente socialdemocratico, cancelliere tra il 1998 e il 2005), che nell’ormai lontano ottobre 2009 s’incontrò con Putin e Berlusconi in Russia.

Mi scuso per un nuovo inciso che devo fare. Metto due link che mi auguro si leggano.

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In uno si parla di possibili e sospette cointeressenze di Berlusconi per l’affare Southstream. Nel primo, si mette in luce come quell’incontro del 2009 non fu solo per l’energia e vi fu anche quello strettamente privato tra l’italiano e Putin. Perché m’interessa? Perché sono convinto che questo viaggio, quasi segreto e senza presenze diplomatiche, sia servito all’allora premier italiano per chiedere aiuto a Putin poiché sentiva approssimarsi la bufera, che poi si abbatté su di lui in specie nel 2010 e seguenti. Non poté trovare appoggio alcuno dei russi (e non per mancanza della loro volontà di aiutarlo), e questo deve spingerci a una breve riflessione. Evidentemente, Putin avrà chiesto al suo interlocutore se era in grado di minimamente controllare i Servizi italiani. E’ facile intuire la risposta, dato ciò che è l’Intelligence italiana, totalmente dipendente dall’americana. Quindi, è pure facile immaginarsi l’allargarsi delle braccia del leader russo. E nel 2011, come già sappiamo, l’allora premier italiano cedette del tutto a Obama a Deauville, tradendo pure Gheddafi e ogni altro.

Tornando indietro, rilevo che l’Urss sembrò tener testa agli Usa per un lungo periodo di tempo. Senza dubbio era stata creata una grande potenza, grazie alla politica degli anni ’30. Tuttavia, permaneva pur sempre, anche con Stalin, l’equivoco della costruzione socialistica e, dunque, della classe operaia e delle masse popolari quali veri “eroi della storia” e soggetti antagonisti e trasformatori della società capitalistica, trattata come sempre eguale a se stessa pur se ormai rappresentata dagli Stati Uniti e non più dall’Inghilterra, il “laboratorio” del pensiero di Marx (per sua stessa indicazione). Quest’equivoco faceva da sfondo e da ispiratore dei vari partiti comunisti, in primo luogo di quello sovietico. Il partito comunista – in quanto pretesa avanguardia della classe in questione – doveva detenere tutte le leve del potere secondo una struttura organizzativa fortemente centralizzata e sempre pronta al combattimento sotto la direzione del capo e di un ristretto vertice di comando, all’interno del quale si regolavano i conti quando necessario, ma in modo che la base non ne venisse troppo turbata; chi veniva battuto era apertamente indicato quale traditore e venduto al nemico oppure affetto da “culto della personalità” o un sostanziale inetto.

Tuttavia, il vertice del partito manteneva ancora il suo riferimento ideologico alla base operaia e contadina, comunque a quella popolare dei livelli più bassi; per cui venivano di fatto stritolati tra questo vertice ristretto e questa base proprio quegli strati sociali intermedi, che invece la storia della società moderna, fortemente industrializzata e innovativa in termini tecnologici, ha dimostrato in veloce crescita a detrimento di quelli “alti” e “bassi”. Arrivati dunque, e con rapidità straordinaria (dieci anni al posto di un secolo, così per dire) a un notevole e più moderno livello di industrializzazione, tale vertice si è “perso” d’orientamento e non ha saputo aggiornarsi. Tuttavia, prima che ciò avvenisse, nel ’49 l’Urss giungeva pur essa alla bomba atomica e poi a quella all’idrogeno. Si creò allora il cosiddetto “equilibrio del terrore”, in effetti un mondo bipolare. Tutto sembrò bloccarsi nel cosiddetto “primo mondo”, mentre le due potenze si scontravano e producevano squilibri nel “terzo”, dove d’altronde andavano sviluppandosi le “lotte di liberazione nazionale”, con risultati pur essi da riconsiderare storicamente nel loro complesso. Anche perché molti di quei risultati, che pure per un periodo storico non brevissimo sono sembrati sfavorevoli al predominio statunitense, sono stati dovuti proprio alla ormai decisiva, e vittoriosa, sostituzione di quest’ultimo al vecchio colonialismo di tipo inglese e francese.

Malgrado la forte crescita di potenza – ripeto che nascondeva l’incapacità di ristrutturare all’interno i rapporti tra gruppi sociali formatisi con l’industrializzazione a tappe forzate – l’Urss entrò di fatto nel suo non subito notato declino. Dopo il XX Congresso del partito (febbraio 1956), la deriva fu sempre più incisiva. Tra colpi di qua e di là si arrivò al ventennio brezneviano, cruciale e da ri-studiare; comunque di stasi produttiva e sociale. Un vero blocco – nascosto dalla potenza precedentemente raggiunta – che ha preparato l’implosione. In altra sede, cercherò di riprendere il discorso sulla relazione tra il conflitto che investe le diverse “costellazioni di potere” (così indico gli Stati e le nazioni) e quello inerente alla loro struttura sociale interna. Resta il fatto che l’Urss sembrava dotata della capacità di opporsi alla prepotenza statunitense, in apparente declino (importante al proposito il ritiro dal Vietnam), mentre invece lo era proprio il paese sovietico. Oggi possiamo capire meglio quello che alcuni settori “comunisti” sostenevano fin dall’inizio degli anni ’70 (e a questi mi onoro di aver appartenuto): l’Urss era già in discesa, bloccata dalla rigidità delle sue strutture sociali interne, dall’incapacità politica del vertice direttivo (dello Stato e del partito) di imprimerle un nuovo slancio.

Alcuni hanno creduto che lo scombinato e disarticolato sviluppo in Cina, tra la fine degli anni ’50 e la morte di Mao (settembre 1976) potesse sostituire quello dell’Urss a fini anti-americani. In definitiva, detto sviluppo, fattosi nel post-maoismo più “ordinato” e per null’affatto indirizzato ad una qualsiasi costruzione “socialistica”, ha pur esso alimentato le sempre più evidenti difficoltà dell’Urss nel tenere il passo con la potenza avversaria. Non ci fu bisogno di alcuna resa dei conti tra potenze – com’era sempre avvenuto in passato nel passaggio dal policentrismo al predominio di una di esse – poiché fu sufficiente l’impossibilità della dirigenza sovietica di affrontare la fine miseranda perfino della visione ideologica, che aveva retto il sedicente scontro tra campo capitalistico e quello preteso, ormai ridicolmente, socialista. Di conseguenza, si verificò l’improvvisa e rapida fine dell’Urss e l’entrata nell’attuale fase di transizione ad una diversa epoca, di cui è impossibile prevedere gli effettivi caratteri poiché si è ancora impigliati nei vecchi scontri tra ideologie ormai morte e che non ci si decide a seppellire.

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Torniamo adesso alle contingenze odierne. Diciamo intanto che il crollo dell’Urss (1991) ha creato l’impressione dell’affermarsi di una nuova epoca nella sostanza monocentrica (come grosso modo si può ritenere fosse quella tra il 1815 e la guerra franco-prussiana del 1870-71, dominata tutto sommato dall’Inghilterra). Tuttavia, già con l’avvio del XXI secolo, credo si possa dire che si è andati più che altro verso un multipolarismo sia pure imperfetto poiché gli Usa restano, in ogni caso, nettamente superiori alle altre potenze in avanzata: in primo luogo, la Russia, in un certo senso rinata dalle ceneri dell’Urss, e la Cina; India e Brasile le considererei nettamente inferiori.

In tale situazione, diciamo che l’Amministrazione statunitense ha in un primo tempo usato direttamente i muscoli nel tentativo di mettere ordine definitivo al loro primato mondiale. Successivamente, e con l’Amministrazione democratica obamiana, si è posta in atto una strategia del caos, dando spazio a subordinati di rilievo (vedi, ad es., Inghilterra e Francia nel caso della Libia) o a scontri interni tra diversi schieramenti politici e/o etnici (vedi Irak o anche Siria, ecc.). E si sono sfruttati inoltre contrasti apertamente anti-russi come in Ucraina, ecc. ecc. Non scordiamoci infine l’utilizzazione del cosiddetto estremismo islamico (con caratterizzazioni terroristiche), del resto già sperimentato mediante Al Qaeda, poi con l’Isis che sembra pur esso oggi in fase di decadenza, anche se non possiamo al momento dire l’ultima parola.

E’ semplicemente da ricordare che una simile strategia deve mettere in conto la possibilità di eventi sfuggiti di mano, in ogni caso non programmati nel loro effettivo svolgimento. Tuttavia, quando si creano numerose zone di caos, soprattutto attorno a quello che si ritiene l’avversario più pericoloso in prospettiva (e secondo me non vi è dubbio che per gli Usa si tratti della Russia), è piuttosto evidente che di tale situazione soffre di più proprio la potenza in crescita, ma ancora ben lungi dall’avere raggiunto il rivale quanto a forza complessiva: in particolare quella economica e militare. Gli Stati Uniti agiscono comunque lontano dai loro confini e potendo intervenire con le loro forze armate (in specie marittime e aeree) in tutte le zone del mondo. La Russia è già costretta entro una sfera d’influenza ben più limitata, tutt’attorno a se stessa. E’ inoltre obbligata ad una serie di tatticismi, perfino facendo finta di credere all’atteggiamento benevolo (tipo l’ultimo italiano in merito alle sanzioni) di chi è invece nettamente manovrato dal “nemico”. E anche sapendo, perché sono convinto che Putin se ne renda ben conto, il perché di questa permessa, anzi comandata, benevolenza.

Ribadisco quanto detto più volte. L’Asia è più sicuramente sotto il controllo statunitense. La Cina è senz’altro un antagonista potenziale, ma ha da risolvere ancora alcuni problemini interni (a cui la Russia, proprio grazie al crollo sovietico, ha già ovviato almeno in buona parte). Dovrà pure fare bene i conti con tutto ciò che ha intorno, a partire dall’India, anch’essa in crescita. Perfino quel paese, che un tempo era sembrato simbolo della sconfitta americana, il Vietnam, è di fatto oggi sotto l’influenza del momentaneo perdente; certamente è avverso alla Cina. Non scordiamoci il Giappone e pure la Corea del sud, ecc., tutti sostanzialmente allineati con gli Stati Uniti.

D’accordo, anche la Russia è fondamentalmente contenuta nei suoi confini; tutti i paesi est europei non le sono amici, deve sempre fare attenzione a certe forze esistenti nelle Repubbliche centroasiatiche. E’ costretta a utilizzare notevoli risorse per non perdere influenza in zone come la Siria; la Turchia è a volte nemica, a volte sembra ammorbidire le sue posizioni, ma non credo ci sia da fidarsi. Forse va un po’ meglio con l’Iran, ma sempre “cum grano salis”; e così pure con l’Egitto, che non vedrei affatto così “irritato” verso gli Stati Uniti come si vuol far credere. Non mettiamoci però adesso a fare il conto delle difficoltà russe. L’importante è che non si creda troppo facilmente agli insuccessi delle mosse americane in questa primissima parte del secolo. Ci si accorgerà presto quanto poco avveduto sia un simile giudizio; tanti “fallimenti” (presunti) e, ciononostante, una presa degli Usa sull’Europa – zona d’influenza cruciale per il loro predominio mondiale – tuttora assai efficace. Appaiono correnti di simpatia per la Russia in alcune forze europee; anche in Italia ad esempio. E dove sono situate? Qui da noi in ambienti di quel centro-destra, il cui uomo sempre principale (e che i suoi “alleati” non hanno il coraggio né decisa intenzione di scaricare) sta giocando una partita assai sporca, perché la sua opposizione al governo è in definitiva tesa a situarsi in una posizione più vantaggiosa per lui quando infine si farà avanti, senza più veli, il progetto di un governo di “unità nazionale”, che in realtà renderà questa nazione ancora più succube degli Stati Uniti.

Forse qualcosa apparirà fra poco meno oscuro. Senza dubbio, bisogna attendere anche le elezioni presidenziali americane e, in particolare, il futuro gennaio (alla fine) quando la nuova Amministrazione potrà entrare in piena attività. Tuttavia, non si creda che cambierà in toto la strategia americana. L’Europa resta il centro di gravità della necessità del caos. Si deve impedire nel modo più assoluto che alcune forze europee, certamente per i loro interessi in gioco, si orientino ad una minore dipendenza nei confronti della potenza preminente e aprano qualche canale di troppo in direzione est, cioè con la Russia.

Per il momento, gli Stati Uniti sembra accettino di restare ancorati alla prospettiva di appoggiare l’attuale loro principale servo in Italia. Non direi che ha avuto una vera investitura con il suo recente viaggio a Washington (anche perché Obama, così tanto sorridente e amichevole, è in scadenza), ma forse per il momento si punta a che questo “bamboccione fiorentino” resti premier. Qual è invece il punto debole statunitense in Europa? Nessuno sembra volerlo vedere, ma è la Germania. Quello che sono il governo tedesco e soprattutto la Merkel non è facile da capire; probabilmente hanno veramente poco coraggio e non si metteranno contro gli Stati Uniti, salvo che per alcune questioni economiche; mica di poco conto però, perché non lo è affatto il TTIP, malgrado alcuni vorrebbero sottovalutarne gli effetti se fosse approvato. E nemmeno è di così poco conto che le maggiori imprese industriali tedesche abbiano dimostrato chiaramente di voler aggirare le sanzioni anti-russe.

Il problema centrale è però, almeno credo, che la Germania ha difficoltà grosse, si sente stretta in questa Unione Europea così com’è. Molti critici, proprio in questa Italia di servi, dicono che la vuol dominare, e di questo si servono per darle addosso, per sollecitare sentimenti antitedeschi. Indipendentemente da quello che possono pensare la Merkel & C., la Germania avrà sempre più la necessità di risorgere quale vera potenza, come non lo è più dalla seconda guerra mondiale. Ci vorrà senz’altro del tempo (settant’anni di accettazione della sconfitta e subordinazione sono tanti), ma si farà di nuovo vivo il revanscismo, la volontà di rinascita vera, che non può essere solo economica. L’economia è l’ancella – certo fondamentale nelle società dell’epoca moderna – per la conquista di quelle sfere d’influenza senza le quali un paese resta dipendente da altri. I liberali, che vedono solo il mercato – quindi l’economia è l’unico vero loro idolo – pensano nei termini del “libero commercio internazionale”. Già una volta, tanto tempo fa, la Germania (e allora assieme agli Usa) si accorse che così non era. E non lo sarà nemmeno durante questo secolo. L’economia è solo un’arma importante per affermare un proprio predominio. Ci sono però anche altri settori decisivi: la creazione di una rete di associazioni “amichevoli” in altri paesi, la corruzione di ambiti politici in essi. E, dietro a tutto, una buona potenza militare. E se non la si possiede in misura sufficiente, occorre una giusta politica delle alleanze con “qualcun altro”.

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La Germania, dunque, potrebbe non compiere più quello sbaglio decisivo che commise nel 1941 aggredendo l’Urss. Allora pensava che fosse il paese del comunismo. Non lo era, ma non è questo adesso il problema che ci interessa. Con la sua ultima dura posizione a favore delle sanzioni anti-russe, in realtà volute dagli Stati Uniti, sembra quasi che il governo tedesco ripercorra, in tono certamente minore e in ben altre condizioni storiche, l’errata via di un tempo. O comunque sembra che non sia minimamente in grado di comprendere i suoi veri interessi perché totalmente succube della potenza ancora prevalente. Forse però – non se ne può ancora essere sicuri – non è esattamente così. Credo che sottovalutiamo il nostro paese; cioè sottovalutiamo il grado di vergognoso servilismo a cui sono giunti i nostri gruppi detti dirigenti. Lo sono gli industriali – da paragonare in pieno ai “cotonieri” del sud degli Usa prima della guerra civile (o di secessione) – e lo sono i politici, che hanno superato di mille lunghezze quelli della prima Repubblica.

Con simile servilismo al suo più alto livello, non solo l’Italia sta degradando anche economicamente (salvo appunto alcuni settori di “cotonieri”), ma è anche diventata la pedina fondamentale per le manovre statunitensi. Sia verso altre aree – ad es. nordafricane, mediorientali, sudorientali, ecc. – sia nei confronti proprio della UE. Non è un caso che molti, ergendosi da falsi quali sono a “duri” critici di questa Unione Europea, sanno semplicemente proporre una revisione delle sue strutture, nel corso della quale, se avvenisse, l’Europa diverrebbe ancora di più sfera d’influenza statunitense. Ecco allora che questi bugiardi strillano contro la Germania perché vuole “comandare” in Europa; e, nel perseguire tale scopo, attacca l’Italia, la vuol mettere sempre più in difficoltà per indebolirla. La realtà vera è che la vuole indebolire perché serva sempre meno efficacemente da pedina degli Stati Uniti.

Come si comportano infatti gli americani? Da una parte, criticano la Germania fingendosi quasi keynesiani e ponendosi contro l’austerità; invitano ad un certo allentamento dei limiti posti al debito pubblico, ecc. Dall’altra, approfittano di un possibile errore del governo tedesco – che allora si presenterebbe come un riflesso di paura di fronte alla prospettiva di tensioni eccessive con gli Usa, conducendo a quella decisione di diventare “più realisti del re” in tema di sanzioni anti-russe – e danno al governo italiano il permesso (forse perfino l’ordine) di essere più longanimi su questo problema. Intanto, non mollano affatto la presa, soprattutto approfittando degli atteggiamenti antirussi di certi paesi est-europei. E Putin viene spinto ad amichevoli comportamenti nei confronti degli italiani (così benevoli in tema di anti-sanzioni!), con ciò favorendo l’azione del servo dei servi filo-americani e rischiando invece qualche tensione con i tedeschi.

Tuttavia, nutro una speranza: che il governo tedesco, magari tramite i suoi settori industriali, comunichi alla Russia che questo gioco è obbligato dalla situazione in cui si trova comunque la Germania, situata saldamente nella sfera d’influenza americana. Mi augurerei che si faccia capire come il problema centrale in questo momento sia di mettere in crisi il governo italiano, ormai diventato la principale arma di manovra degli Stati Uniti per bloccare ogni e qualsiasi slittamento dell’Europa – dove in alcuni paesi si stanno sviluppando forze forse favorevoli ad autentici rapporti con la Russia, non solo in tema di anti-sanzioni economiche, ma proprio di politica estera più aperta nei suoi confronti – verso posizioni più complesse e, diciamo, “articolate”, tendenti a una maggiore autonomia. E che, inoltre, darebbero fastidio ai “prepotenti” anche in termini militari nell’ambito della Nato.

Ovviamente, non so se sia proprio così o se invece il governo tedesco ha scelto per il momento di rinunciare ad ogni minima mossa autonoma. Settant’anni di predominio statunitense (meno lungo nell’Europa dell’est, dove però è più forte il sentimento anti-russo) hanno senza dubbio creato pesanti forme di dipendenza anche nei termini delle strutture e comandi militari, degli altri apparati di sicurezza, dei Servizi, ecc. nei più importanti paesi europei. E figuriamoci cosa ha provocato in Germania.

Comunque, è certo che la situazione si è andata configurando in modo da rendere facile il gioco antitedesco. Il nostro paese è sfavorito dalle prese di posizione della Germania; e gli italiani ci vanno di mezzo tutti insieme e dunque facilmente possono nutrire antipatia crescente nei confronti di tale paese. Una situazione veramente fastidiosa, in cui si rende più difficile smascherare i veri nostri nemici. Al primo posto stanno i prepotenti d’oltreatlantico e tutti i loro subordinati in Italia e negli altri paesi europei; anche i fintoni che giocano all’anti-europeismo, ma in funzione semplicemente antitedesca. Non dobbiamo scordarci che oggi, tra questi succubi e servitori, i peggiori, quelli da combattere senza sosta, stanno in Italia; e non sono ancora stati adeguatamente smascherati per quello che rappresentano di estremamente pericoloso. L’Italia è veramente il paese cardine delle manovre americane per impedire ogni altra influenza, diversa dalla loro, in Europa. Per il momento, finisco qui; ma solo per il momento.

CLINTON O TRUMP (QUASI) PARI SONO

cartina elezioni Usa

 

I citrulli americani che fanno il tifo per Clinton o Trump fanno ridere. Quelli stranieri, in specie se italiani, sono da deridere.
Le elezioni statunitensi sono la più grande carnevalata mondiale che noi stupidi europei, importatori di qualunque sciocchezza d’oltremare, seguiamo come se fossero davvero fondamentali, non solo per gli yankee ma addirittura per le sorti del pianeta. Le vere decisioni strategiche non saranno prese dal prossimo inquilino della Casa Bianca ma dal nucleo (o dai nuclei) di potere che persistono prima, durante e dopo, l’esito del voto.
Semmai, la scelta di una figura presidenziale piuttosto di un’altra può segnalare qualche piccolo spostamento nelle strategie dell’hyperpuissance ma nulla che la farà ritirare dai suoi interessi generali. La nomina dell’uno o dell’altro candidato indicherà qualche mutamento nei rapporti di forza tra i drappelli dominanti che guidano davvero il Paese, ben oltre le apparenze democratiche. Non è vero, infatti, che se vince la Clinton scoppierà la guerra mondiale, come sostiene qualche cretino di commentatore nostrano, mentre se trionfa Trump, la Russia, per esempio, dormirà sogni più tranquilli perché lui preferirà l’isolazionismo all’interventismo globale (si spera però che chi appoggia Trump nella corsa alla Casa Bianca voglia ridurre la morsa sul continente eurasiatico per concentrarsi su altre aree). E’ un dato di fatto che i Repubblicani sono tradizionalmente meno inclini alle ingerenze internazionali ma, generalmente, sono anche quelli che vanno più per le spicce quando percepiscono dei rischi sui quali agire per salvaguardare la loro sicurezza nazionale. Se la spunta Trump, cambierà forse l’indirizzo di alcune questioni interne ed estere ma gli obiettivi della superpotenza atlantica non saranno stravolti. E’ un fatto di dinamiche storiche.
Se davvero il neo-presidente, chiunque esso sia, si mettesse in testa di perseguire finalità contrastanti con le intenzioni delle élite farebbe la fine di Kennedy o quella di Nixon. Un colpo alla nuca o uno scandalo ad orologeria e sarebbe inevitabilmente fuori dai giochi. Gli States sono una Repubblica dispotica che spettacolarizza la democrazia, rivolgendosi ad uno stuolo di pubblicitari, comunicatori, spin doctor ecc. ecc., proprio per obnubilare meglio la sua intima natura oligarchica. Il sistema funziona talmente bene da essersi diffuso, a forza di emulazioni ma con certe differenziazioni, in ogni angolo del pianeta. Quale Stato eviterebbe oggi di definirsi democratico, benché aggiungendovi qualche caratteristica specifica o interpretazione ad hoc adatta alla situazione locale? Persino la Corea del Nord, tanto bistratta dalla stampa liberale, ricorre al voto, quantunque esso si svolga in un regime quasi monopartitico. Le gente deve credere di contare qualcosa, da Washington a Pyongyang, proprio mentre non conta un cazzo. Il Presidente americano è un simulacro ed una volta investito del ruolo non è più nemmeno uomo ma semidio. Almeno finché qualcuno non decida di fargliela pagare per qualche ragione ed allora può diventare persino meno uomo di qualsiasi altro comune mortale, un erotomane come Clinton o un imbroglione come Nixon. Egli è il simbolo dell’unità nazionale (che incarna il mito del popolo scelto da Dio) dietro la quale opera la dis-unità conflittuale dei gruppi che si contendono il governo, al riparo dagli occhi indiscreti della pubblica opinione. In primo luogo, per farsi eleggere il candidato presidenziale necessita di una barca di soldi. Gli strozzini che glieli daranno lo terranno per le palle a lungo. Ma si tratta solo del primo scalino di influenze che dovrà affrontare per tentare di dire la sua, almeno ogni tanto. Ce ne saranno molti altri di tipo politico, ancor più stringenti ed anche insormontabili. Scrive D. Fabbri su Limes:”la politica statunitense è dominata da oligarchi e fundraisers che perseguono interessi privati. Da consulenti e strateghi che incidono sulle scelte della superpotenza senza essere stati eletti. Da esperti in comunicazione e spin doctors che catturano e divergono l’attenzione dei cittadini…la repubblica appare in bilico tra le immense ricchezze di magnati e finanzieri e le miserie di candidati indebitati fino al collo per inseguire il sogno della presidenza. Tra lo scintillante mondo delle grandi dinastie e l’oscuro e indispensabile sottobosco dei lobbisti…Se la politica è retta dalle grandi dinastie, da decenni la sfera amministrativa è appannaggio dei lobbisti”.
Avete ancora voglia di fare il tifo come allo stadio?

I “Dimorati” di Dio

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Gli immigrati un tanto al chilo rivelano il business che si cela dietro la vetrina dei buoni (finti) sentimenti dei politicamente corretti in combutta con i finanziariamente corrotti. Gli sciacalli sono ovunque si possa lucrare ma qui tutto il progetto di fantomatica integrazione appare come un’unica grande truffa a danno dei paesi ospitanti e dei loro cittadini. Il governo europeo e quello nazionale ci stanno prendendo per i fondelli. I profughi che sbarcano sulle nostre coste o attraversano il continente via terra non sono così disperati come si vuol far credere. Sono giovani in forma, sovvenzionati dallo Stato per bighellonare in strada,  i quali rompono la monotonia inscenando proteste antirazziste e reclami contro il vitto e l’alloggio gratuiti. Qualcuno deve averli istruiti al piagnisteo e loro hanno appreso perfettamente la lezione. Se è vero che fuggono dai conflitti civili,  nel pieno vigore delle loro forze, sono dei vili. Può darsi si tratti degli stessi uomini che, manipolati dalle ONG americane e da chissà chi altro, con le loro manifestazioni di piazza, hanno consentito i regime change nei paesi dai quali ora scappano. Magari, si sono anche prestati alle dimostrazioni contro i presunti dittatori proprio perché allettati dalle promesse di espatri più facili e pagati da tali organizzazioni. A sostenere simili oscure manovre ci si è messa pure la Chiesa buonista di Bergoglio che con i “dimorati” di Dio vuole recuperare la credibilità perduta dopo gli scandali sessuali (che sembrano avere una precisa regia alle spalle) e fare anche cassa come tutti gli altri.

In ogni caso, l’ ingratitudine ingiustificata degli immigrati, stride con i problemi economici degli autoctoni ai quali le istituzioni pubbliche negano aiuti, distruggendo la precedente rete di sicurezza sociale. Per questo le situazioni diventano potenzialmente esplosive nelle città e nei quartieri costretti ad assistere a queste quotidiane ingiustizie. Gli episodi di intolleranza sono destinati a moltiplicarsi. A fortiori se lo Stato, anziché comprendere il malumore dei residenti, requisisce case ed alberghi per  alloggiare e servire chi entra senza bussare e si comporta come gli pare, rifiutando costumi e valori del posto.

La verità è che in Europa non ci sono tutti questi fuggiaschi per guerre di cui si dice. Sono semplicemente migranti economici. I dati parlano chiaro. Nell’Ue ci sono attualmente 76 milioni di immigrati. Gli sfollati in tutto il mondo sono 21 milioni e di questi l’Europa ne accoglie solo lo 0,7%.

Quello dei perseguitati ai quali non possiamo sbattere la porta in faccia, per umana solidarietà, è un pretesto che nasconde ben altri piani. Qualche potenza, apparentemente amica, vuol usare l’immigrazione come un’arma di ricatto e al momento opportuno minaccerà di premere il pulsante per avviare la destabilizzazione dei nostri contesti. Soprattutto, se l’Europa tenterà di ostacolare i suoi progetti (geo)politici.

RISCHI D’ANNIENTAMENTO RECIPROCO, di GLG

gianfranco

Qui

ottima dimostrazione di che legami con il popolo ha questa infame “sinistra”. Non hanno mai vissuto un solo momento di difficoltà economica, nemmeno sanno la fatica e sofferenza di far quadrare un bilancio famigliare o personale. Soprattutto lascia esterrefatti la stupidità, la superficialità, l’incompetenza assoluta di questi miserrimi resti di una storia ormai putrefatta, marcia, solo colma di materiale infetto, che dovrebbe essere ripulito e disinfettato con la massima energia.

E non vi è solo questo a indignare. Questi miserabili piddini (e più a “sinistra” di loro c’è ancora di peggio) recitano la parte dei progressisti, degli antifascisti e, sopra a tutto, degli antirazzisti. Non rovescerò l’accusa di razzismo su di loro. Dico solo che non si possono ricevere centinaia di migliaia di migranti in questa Italia (e in Europa) in tempi brevissimi; e non certo per il colore della loro pelle o perché qualcuno li ritiene di razza inferiore. Per quanto mi riguarda – ma so di essere in compagnia di migliaia di altri – non esistono le razze. E nessuno discute l’eguaglianza biologica o d’altro genere tra tutti gli esseri umani. Semplicemente, ci sono in aree diverse depositi culturali estremamente differenti fra loro, che di fatto configurano differenti processi di civilizzazione. Tutti abbiamo alle spalle una storia; e nessuno pensa che qualcuna sia più scadente o aberrante di altre. Sono però differenziate fra loro da secoli e secoli di modalità particolari di vita sociale, di forme dei rapporti tra individui e gruppi che poco hanno a che vedere le une con le altre, ecc. ecc. Mettere improvvidamente insieme masse imponenti di questi individui con le loro specifiche caratteristiche storico-sociali è, come ha detto qualcuno che adesso non ricordo, far entrare in contatto materia e antimateria; si sa come va a finire.

Questi degenerati di “sinistra” hanno fallito tutti i loro obiettivi: la lotta operaia contro il capitalismo, la vittoria delle società terzomondiste sui paesi imperialisti, ecc. Ad un certo punto si sono venduti al paese preminente, gli Usa, e ne hanno rappresentato gli interessi in Europa (e Italia) assai più ancora delle “destre”. Adesso, stanno inseguendo un fine particolarmente vile e verminoso. Vogliono favorire in Europa la vittoria dei fautori della UE, che non è altro se non la longa manus della Nato, cioè appunto degli Stati Uniti. Sono servi; ed in quanto servi sono terrorizzati dalla possibilità d’essere un giorno sostituiti con altri meno decerebrati di loro. Hanno perso ogni ritegno e appoggiano l’immigrazione massiccia per ottenere due risultati: dimostrare ai padroni americani che loro sono pronti a servirli fino all’ultimo e sono tanto bravi nel farlo; avere a disposizione una massa di manovra che li appoggi per restare al governo. Pur di raggiungere questo scopo non badano a nulla; e in particolare sono pronti ad annientare due civilizzazioni: quella europea e quella dei paesi di partenza dei migranti, paesi ormai in mano a forze fantoccio (esemplare quanto accade in Libia) anch’esse rappresentanti degli interessi statunitensi.

Non sono io a dover dire come liberarsi di questa gentaglia. Io posso solo segnalare con estrema chiarezza la laida funzione svolta da quest’ultima. Non mi spetta altro compito.

L’INDUSTRIA ITALIANA E IL CAPITALISMO GLOBALE

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Sul Sole 24 ore del 11.10.2016 Paolo Pombeni ha scritto un articolo che vorrebbe dire qualcosa sul tema dell’”interesse nazionale”. Nella seconda parte dell’intervento il noto politologo introduce delle osservazioni forse non del tutto banali anche se non condivisibili:

<< Max Weber per descrivere una nazione dà una definizione che troviamo molto bella: è una “comunità di destini”. È qui che ritroviamo le due parole chiave, per quanto usurate dalla retorica e troppo spesso strumentalizzate, con cui riassumere che cosa si intende in senso forte per interesse nazionale. Da un lato la nozione che deve crescere il senso di appartenenza a una comunità, a dispetto di quelli che pensano di demistificare la cosa ricordando che è arduo considerare tale un corpo dove stanno insieme soggetti che hanno posizioni personali, interessi e idee che non sono automaticamente coincidenti. Ma è qui che si salda l’altro termine della definizione, il “destino” che inevitabilmente lega i membri della comunità, i quali non dovrebbero illudersi che sia possibile che una parte si salvi a scapito delle altre. >>

Ma se la “comunità” – intesa come condivisione di interessi per tutte le componenti del “popolo” nel tipo di formazione sociale nella quale ci troviamo a vivere – risulta per forza del tutto illusoria, come viene riconosciuto anche dallo stesso professore, quale “formula magica” potrebbe mai evocare un problematico e vago “destino” della “nazione” intesa, quest’ultima, come un solo soggetto unitario e omogeneo ? L’unica soluzione sarebbe quella di riproporre quella democrazia identitaria della quale parla Carl Schmitt e che è stata analizzata, in un brillante saggio, da Gaetano Azzariti. Ma l’editorialista, più modestamente, specifica che in fondo si tratta di riconoscere che “siamo tutti sulla stessa barca”, nonostante che in fondo sia molto difficile rendersene conto, anche perché l’elemento che può portare veramente all’aggregazione di più gruppi e/o persone rimane sempre quello che nasce dall’identificazione di un “nemico comune” e che, per questo motivo, ci può costringere a diventare, almeno momentaneamente, alleati. Secondo Pombeni è necessario evitare assolutamente che si arrivi a uno “scontro” che “alla fine coinvolga e travolga tutto: l’economia, la società, la cultura”. Ma è proprio un “campo di battaglia fra fazioni in lotta” che è destinato a diventare ogni sistema-paese il quale, con l’avanzare e l’accentuarsi della fase multipolare, non voglia rinunciare ad ogni tipo di politica autonoma e indipendente, all’interno del conflitto tra le maggiori potenze. L’altra alternativa è quella che sta sempre più prevalendo in Italia e che consiste nel perseguimento di una politica di sempre maggiore “servilismo” nei confronti della superpotenza egemone.

In un altro articolo del Sole 24 ore, scritto da Paolo Bricco il 14.10.2016, si parla della situazione disastrosa della grande industria in Italia che rischierebbe ulteriori contraccolpi a causa di alcune tendenze in atto. I “tre fuochi internazionali” che potrebbero rimodellare ciò che resta della grande industria italiana sarebbero

<< il nuovo gigantismo del capitalismo internazionale (una tendenza che fa luce sulle ipotesi di accorpamento fra Leonardo-Finmeccanica e Airbus), le ibridazioni fra settori fino a pochi anni fa del tutto distinti (l’ipotesi di Samsung per Magneti Marelli) e le asimmetrie fiscali che generano nomadismo societario (per esempio, la galassia Agnelli-Elkann). A tutto ciò va aggiunto un fenotipo del nostro capitalismo, una caratteristica della sua natura: l’identificazione dell’impresa con il fondatore (1) – come Esselunga – che pone problemi non irrilevanti. Tutto questo sta accadendo al ritmo sincopato della recessione.>>

Alcuni dati statistici danno l’idea della difficile situazione delle grande imprese italiane anche confrontandole solo con la situazione europea:

<< La dimensione media è minore. Il valore medio della produzione – calcolato sui bilanci del 2014 – è per le aziende italiane pari a circa 3 miliardi di euro, contro i 3,5 miliardi di euro del resto del campione. Considerando la sola manifattura, il valore medio italiano si avvicina ai 2,5 miliardi di euro, a fronte dei circa 3 miliardi di euro delle altre imprese europee. Dunque, siamo più piccoli. Il grado di patrimonializzazione, calcolato come patrimonio netto in percentuale dell’attivo, è uguale al 30% nel caso italiano, a fronte del 35% delle altre realtà europee. Nella sola manifattura, il divario si riduce: 31%, contro 33 per cento. In ogni caso, siamo meno patrimonializzati. >>

Bricco ricorda ancora che la base manifatturiera italiana è mutata profondamente rispetto al Novecento; un’epoca, da lui evocata con evidente rimpianto, in cui la grande impresa aveva la “gamba pubblica” dell’Iri di Alberto Beneduce e la “gamba privata” delle famiglie storiche del nostro capitalismo – dagli Agnelli ai Pirelli, dagli Olivetti ai Rivetti, dai Falck ai Marzotto – assistite dalle “idee illuministiche” di Raffaele Mattioli e guidate dalle “visioni mercuriali” di Enrico Cuccia. Le statistiche dimostrerebbero anche la diminuzione del numero di imprese con più di mille dipendenti, a partire dalla fine degli anni ottanta del novecento, con un conseguente forte calo dell’occupazione nelle medesime. Tutto questo sarebbe stato preparato, nel periodo precedente, “dalla ritirata del modello Iri-Mediobanca”. Un punto sul quale l’autore dell’articolo insiste è, comunque, quello che, nella nostra prospettiva, potremmo definire come un salto nel processo di “centralizzazione” capitalistico a livello globale il quale, come sempre, si accentua nei periodi di crisi. Si tratterebbe della

<< tendenza internazionale a un nuovo gigantismo, spiegata da Adrian Wooldridge sul penultimo numero dell’Economist. Questa tendenza delinea bene lo scenario in cui si collocano i ripetuti rumours su Leonardo-Finmeccanica e Airbus. La decostruzione e la ricostruzione del capitalismo internazionale sono basate su due fenomeni complementari: le Global Value Chains (2), le infrastrutture materiali e immateriali su cui corrono beni e servizi e attraverso cui sono state rimodulate e condivise le funzioni, e i Global Production Networks, che presiedono ai processi di spezzettamento e di condensazione delle fasi produttive. In un simile contesto, in alcuni settori a forte caratura oligopolistica si stanno raggiungendo nuovi equilibri che portano alla costruzione di nuovi aggregati, in grado di funzionare con un minore impiego di capitali. E’ quello che, sotto il profilo strategico, sta dietro alle ipotesi su Leonardo Finmeccanica-Airbus.>>

Riguardo concetti come quello di “catene globali di valore” e di “reti di produzione globali” non sono sufficientemente informato per parlarne in questa sede; posso solo osservare che si tratta, probabilmente, di problematiche che riguardano sempre la dimensione tecnico-organizzativa dell’impresa. Naturalmente quando parliamo di “organizzazione” non intendiamo solo quella relativa ai processi di lavoro ma anche quella di tipo “aziendale” – che concerne i rapporti tra i vari dipartimenti dell’impresa e di questi con l’ambiente socio-economico circostante (fornitori, clienti, concorrenti, ecc.) – che può essere finalizzata, seppure limitatamente al livello economico-finanziario, anche a certi obiettivi di tipo “strategico”. La Grassa, a questo proposito, ha comunque sempre messo in evidenza come le innovazioni tecnico-organizzative si trovino a essere collocate in una posizione subordinata rispetto a quelle di prodotto. Non si esce dalle grandi “crisi epocali” che periodicamente colpiscono il sistema capitalistico solamente con un aumento dell’intensità del lavoro (tempi, ritmi) e della forza produttiva del medesimo (innovazioni tecniche di processo) – seppure questi aspetti rivestano comunque una certa importanza – ma soltanto attraverso un coordinamento politico interstatale da parte di un “centro” e lo sviluppo di nuovi rami di attività delle imprese collegati a prodotti e a bisogni del tutto inediti. Per quanto riguarda il “gigantismo” di cui parla l’editorialista possiamo qui fare riferimento ad un breve passo tratto da uno dei tanti saggi che La Grassa ha scritto su questi temi:

<<In definitiva, lo sfruttamento – implicante esclusivamente, secondo l’impostazione del marxismo, l’appropriazione del tempo di pluslavoro da parte del capitalista – non riguarda né la circolazione mercantile né il processo di lavoro. Nella prima si possono sviluppare diversi rapporti di forza ma, in assenza di “attriti”, nella circolazione in se stessa considerata non è implicato alcuno sfruttamento; il pluslavoro (in forma di valore) vi si realizza semplicemente, non si forma. Si è cercato di fare indebiti ragionamenti in merito al regime di mono(oligo)polio, ma non funzionano. In ogni caso, si ha redistribuzione del plusvalore tra capitalisti, il mercato (in ogni suo “regime”) serve solo alla realizzazione. Ovviamente, lascio adesso correre le superficialità dette in merito al monopolio come affievolimento della concorrenza, come possibilità di accordo fra pochi a danno dell’intera società dei non monopolisti; tutte considerazioni in voga durante l’epoca di monocentrismo nel campo detto capitalistico (in opposizione all’altro polo pensato quale antagonista “socialistico”), ormai spazzate via nella nuova epoca storica in cui siamo entrati. Ricordo solo che Lenin aveva molto ben intuito come il monopolio fosse una concorrenza portata ad un ancora più elevato grado di acutezza, con il pieno intervento degli Stati a trasformarla in conflitto tra potenze per le sfere d’influenza nel mondo intero [corsivo mio. N.d.r.].>>

Bricco conclude, infine, il suo articolo con un tono comprensibilmente pessimistico alludendo <<alla “piccola” Italia. La quale, appunto, è – al di là dei singoli casi aziendali e al di là delle molteplici ragioni strutturali – sempre più piccola.>>

(1)Si fa qui riferimento a Bernardo Caprotti, scomparso lo scorso 30 settembre, e riguardo al quale riportiamo questo brano da internet scritto subito dopo la sua morte:

<<Con Caprotti se ne va il pioniere della grande distribuzione in Italia. Nato nel 1925 (avrebbe compiuto gli anni il prossimo 7 ottobre), era figlio di un imprenditore del settore tessile. Terminati gli studi in legge, nel 1951 il padre lo manda negli Stati Uniti per fare esperienza nell’industria del cotone e della meccanica tessile. Ma al ritorno, dopo un periodo passato alla guida dell’azienda familiare per la morte del genitore, nel 1957 ha l’occasione che gli cambierà la vita: investe nella prima società fondata in Italia con l’obiettivo di realizzare supermercati, che vede come socio principale il miliardario americano Nelson Rockfeller. Fino al 1965, rimane alla guida della sua azienda tessile, ma con l’uscita di scena dell’impreditore statunitense rileva l’intero pacchetto azionario e si dedica a tempo pieno alla nuova attività. Da allora, lo sviluppo di Esselunga non si è mai fermato. Se Milano rimane il suo quartier generale, la società si aspande fino agli attuali 150 punti vendita, presenti soprattutto nel nord e centro Italia, e 22mila dipendenti. Con una quota di mercato attorno al 9,7 per cento, a fine 2015 il fatturato complessivo ha superato i 7 miliardi di euro. Oltre a una grande capacità di lavoro, Caprotti ha sempre messo una cura maniacale nell’organizzazione dei suoi supermercati fino a controllare personalmente la disposizione dei prodotti sugli scaffali. Con tanto di ispezioni a sorpresa, regolarmente il sabato mattina, il momento in cui si concentra il maggior numero di clienti. Dotato di una forte personalità, Caprotti passerà alla storia non solo per i suoi successi imprenditoriali, ma anche per i suoi scontri sia all’interno della sua famiglia sia con i rivali storici della Coop. In entrambi i casi, la vicenda è finita nella aule di giustizia. I figli del primo matrimonio, Giuseppe e Violetta, hanno fatto causa per riavere le quote di Esselunga che il padre aveva prima loro assegnato e poi revocato. Il figli hanno perso in Cassazione, ma hanno presentato un nuovo ricorso. Contro la Coop, Caprotti scrisse un libro “Falce e Carrello”, in cui accusava il colosso delle cooperative “rosse” di aver ostacolato il suo sviluppo commerciale in alcune regioni italiane. Querelato, fu condannato a sei mesi per diffamazione, ma almeno in un caso l’Antitrust gli ha dato ragione. Solo negli ultimi mesi, è stato avviato un progetto di cessione di Esselunga: due settimane fa la banca americana Citigroup è stata incaricata di svolgere un ruolo di consulenza per scegliere il compratore. I funerali si terranno lunedì, in forma strettamente privata.>>

(2)È il processo organizzativo del lavoro – figlio della globalizzazione e della riduzione “fisica” e “virtuale” delle distanze geografiche – in base al quale le singole fasi della filiera di produzione vengono parcellizzate e svolte da fornitori e reti di imprese sparse in diversi Paesi in base alla convenienza economica e al grado di competenza e specializzazione delle diverse aziende coinvolte. Dalla concezione del prodotto alla vendita diretta al consumatore, tutte le fasi intermedie si possono coinvolgere in un network di imprese dislocate in diversi paesi” [dal Sole 24 ore online]. Oppure, senza la parola “global”: «processo tramite il quale la tecnologia è unita con le risorse materiali e con il lavoro, i semilavorati sono trattati, assemblati, portati sul mercato e distribuiti. Una singola impresa può svolgere soltanto un anello in questo processo o può essere integrata verticalmente» (Kogut, 1985 p.15)

Mauro Tozzato 27.10.2016

GEOPOLITICA DEL FUTURO PROSSIMO

mondo

Il relativo arretramento statunitense sulla scacchiera globale ha generato l’instabilità di cui si vedono e si sentono gli effetti in questa fase. I teatri di caoticità si espandono rapidamente: Africa, Medio Oriente, Asia ed, in misura minore, anche Europa. Il mondo non è più un posto sicuro (anche se si spaccia per “sicurezza” la dura legge del più forte operante contro chi è impossibilitato a reagire perché uscito sconfitto da una precedente epoca storica). Lo sarà sempre meno con l’accendersi delle rivalità geopolitiche tra i vari player regionali nell’intermezzo multipolare. Gli Usa restano il dominus mondiale (e lo saranno ancora per un pezzo) ma la loro proiezione egemonica, prima indiscussa, incontra maggiori elementi di resistenza. La forza intrinseca della superpotenza d’oltre oceano appare non più bastante a frenare una serie di spinte periferiche e locali (con tendenza a diventare planetarie) che si sviluppano intorno ad essa e per varie ragioni oggettive.
L’America esercita ancora molta influenza (ed ingerenza) nella maggior parte degli scenari globali ma non ha più il controllo di tutto. Il potere imperiale a stelle e strisce non è finito ma sono aumentati gli impedimenti ed i fattori ostativi alla sua piena espressione. Questa la causa della sregolazione internazionale (con conseguente crisi economica) che sta rimescolando le carte geopolitiche e, a breve, anche le cartine geografiche (qualche assaggio lo stiamo ricevendo).
Parliamo di una pura dinamica oggettiva che, naturalmente, viene ad incarnarsi nell’azione di soggetti concretamente esistenti, i quali prendono via via coscienza del loro ruolo “per forza di cose”. Una spiegazione riportata da La Grassa ci dice “astrattamente” come si sviluppa la situazione:
“Immaginiamo che in un grande recipiente (il mondo) si versino alcune grosse pietre (le potenze) che, pur urtandosi e contrapponendosi, stabiliscono un certo equilibrio. Vi si versi una serie di piccole pietre, che si sistemeranno nei vuoti esistenti tra le pietre più grosse. Anche queste minori pietre eserciteranno pressioni e forze sul resto, se non altro perché gli spazi vuoti si vanno restringendo e le superfici di contatto e frizione si accrescono; tali pietre più piccole, tuttavia, trovano infine i loro equilibri “subordinandosi” alla pressione superiore dei pietroni. Infine, si rovesci del pietrisco fine fine nel recipiente. Accadrà l’identico fenomeno precedente, i sassolini si sistemeranno tra le pietre più piccole, eserciteranno la loro pressione e frizione, ma in definitiva si sistemeranno e integreranno con il resto, “subordinandosi”, però, nel corso di tale integrazione.
Tutte le pressioni e frizioni sembrano sparite, annullate, l’armonica integrazione appare ormai stabilmente assestata. Niente di tutto questo. Il tempo e i fattori esterni (“atmosferici”) disgregano alcuni pietroni e anche pietre, ma portano pure progressivamente a nuove aggregazioni mediante fusione dei pezzi e di altre pietre con ingrandimento di nuovi pietroni e pietre; e il fenomeno interessa in vario grado anche il pietrisco. Gli apparenti equilibri svaniscono, l’integrazione precedente tra i vari ordini di grandezza delle pietre mostra la sua transitorietà e sostanziale labilità di fronte alle spinte squilibranti, si producono frane nell’insieme e vanno creandosi nuove configurazioni del pietrame nel recipiente (mondo). Si entra insomma in un’epoca di mutamento. L’equilibrio apparente è venuto meno, ma semplicemente perché i processi temporali (storici) hanno annullato le forze di integrazione che attenuavano quelle squilibranti, incessanti e sempre attive malgrado fossero in apparenza dissolte nell’illusoria armonia del “tutto”. Tale armonia, in definitiva, era il semplice apparire temporaneo di un equilibrio nel bel mezzo del flusso continuo squilibrante.”
Chi crede di poter invertire l’orientamento conflittuale in atto, perorando il ripristino degli antichi assetti decisionali, organizzando summit e conferenze diplomatiche di apparente riappacificazione e compromesso, non ha capito in quale quadro di mutamenti siamo entrati. Il tempo dei facili compromessi è già scaduto. Patti ed alleanze (rapidamente cangianti) ci saranno ma occorrerà saperseli guadagnare sul campo. Per ottenere qualcosa si dovrà lottare, soffrire, sanguinare, cadere, rialzarsi ecc. ecc. I Paesi che non si prepareranno a queste battaglie saranno sottomessi e perderanno molto o quasi tutto. Il nostro, per esempio, è su questa pericolosa china. La Pax americana non ci garantisce più niente ma la nostra succube classe dirigente non lo comprende. Dovremmo guardarci intorno per ricercare sbocchi a noi più convenienti e nuove intese adatte a restituirci quella rilevanza (geo)politica che non possiamo più ottenere restando sul carro atlantico. Ancorati al passato possiamo fare solo una brutta fine. Anzi, la stiamo già facendo.

NOIOSO MA DEBBO TORNARE SUL PROBLEMA, di GLG

gianfranco

I semicolti – detti stupidamente di “sinistra”, un’etichetta ormai vuota di qualsiasi effettivo contenuto – sono da definire la vera malattia dei nostri paesi “occidentali” (a capitalismo sviluppato). Poi vi è quella che si chiama “destra”, con connotati certo differenti, ma incapace di rappresentare una reale alternativa all’altro schieramento. Tuttavia, va detto senza più esitazioni che oggi entrambe hanno perso ogni connotazione rispetto a quelle forze che, prima della seconda guerra mondiale, venivano definite destra e sinistra. A parte il fatto che, come ho già detto non so quante volte, il Pci berlingueriano (dagli anni ’70) cominciò ad essere considerato “sinistra”, mentre negli anni ’50 e primi ’60, i membri del Pci (ed io pure, di fatto, lo ero) odiavano la sinistra (del tutto diversa dai mentecatti dell’odierna “sinistra”) assai più della destra. Sorvoliamo. Questi imbecilli semicolti – alcuni sono autentici furfanti – sono il problema vero, molto più che i migranti. Diciamo però comunque alcune cose anche su questo fenomeno, per il 90% legato alle strategie americane degli ultimi anni.

Ho sentito dei fessi fare paragoni con i profughi della “Repubblica dell’Ossola”, che durò se non erro un mese circa nel ’44. Quando fu attaccata e dissolta, molti di loro scapparono in Svizzera. Però tornarono pressoché tutti alla fine della guerra, cioè dopo pochi mesi. Altri deficienti hanno voluto ricordare l’alluvione del Polesine del ’51, facendo retorica sui profughi da quelle zone che andarono tutt’intorno a poche centinaia di Km. nei territori di altri italiani come loro. Quel fenomeno l’ho vissuto in piena età della ragione. I profughi dal Polesine, nel giro di pochi mesi o al massimo in un anno (ma nemmeno), tornarono in stragrande maggioranza nelle loro terre. Inoltre, furono accolti certo per solidarietà, ma tutt’altro che in modo indolore e con poca soddisfazione sia loro che di chi li riceveva. I mugugni erano tanti e le antipatie reciproche pure. Io ne ebbi due a casa mia e stettero un mese o poco più. Dettero continui fastidi e fecero anche alcuni furti di poco conto: un paio di posate d’argento e 2-3000 lire (del 1951). Non si denunciò nulla, come fecero tutte le persone da noi conosciute che ebbero gli stessi problemi. Era inutile il farlo, vista la scarsa consistenza e durata dell’evento. Di conseguenza, quelli che fanno paragoni tra la migrazione dall’Africa, ecc. e i fenomeni appena detti hanno una testa di minchia di primaria grandezza.

Venendo ai migranti d’oggi, la si smetta di far retorica sulle povere incinte rifiutate in quel posto vicino Ferrara. La stragrande maggioranza, soprattutto dei “profughi” africani, è costituita da maschi giovani. I quali, in buona parte, sono responsabili delle “primavere arabe” del 2011, causa prima di un disordine incredibile. Questi stronzi di semicolti l’avevano presa per lotta antimperialista o almeno per la “democrazia”. Si pensi alla Libia. La primavera fu promossa da Francia e Inghilterra per interessi propri, ma anche per conto degli Stati Uniti che diedero consistente aiuto. E questi giovanotti libici, se si è, come si fa finta d’essere, antimperialisti, debbono essere ricacciati nel loro paese a combattere le potenze (e subpotenze) straniere che hanno provocato il disastro, chiamato umanitario quando è eminentemente (geo)politico.

La migrazione è poi troppo massiccia – proprio perché è favorita in buona parte dagli Usa come mezzo per mettere in gravissime difficoltà l’Europa – per poter parlare di integrazione, che richiede una ben maggiore lentezza di assorbimento. Inoltre, l’Italia ha una densità alta di popolazione (201 per Km. quadrato). Certo, ha molti anziani e basso tasso di natalità. Siamo tuttavia in un periodo di stagnazione che non finirà presto; e ancora meno presto finché saranno al governo questi cazzoni di semicolti di “sinistra”. In realtà, diciamo pure che tale assenza di vera crescita durerà, com’è durata quella di fine ‘800, perché è legata al processo di multipolarismo con tendenza al pieno policentrismo; come fu appunto anche allora. E quando a fine secolo si allentò la stagnazione, dopo pochi anni si ebbe la grande crisi del 1907 che si trascinò fino alla prima guerra mondiale (un po’ come quella del ’29 che, malgrado il decantato New Deal negli Usa, arrivò pur essa fino alla seconda). In una situazione simile – che non a caso ha visto in Italia nell’ultimo anno la fuoriuscita di una quantità di giovani professionalmente ben attrezzati pressoché pari all’arrivo della massiccia ondata di individui privi di qualsiasi cultura industriale e di preparazione minima (oltre a non sapere la nostra lingua con tutte le difficoltà del caso) – venire a raccontare che l’accoglimento ci ripopola e arricchisce è la dimostrazione di una degenerazione mentale, che dovrà alla fine trovare una spiegazione.

Intanto, diciamo che i dirigenti di questa infame “sinistra” sono dei farabutti; in definitiva, sanno che il loro tempo andrà finendo in tempi medi (purtroppo non brevi, temo). E allora già sperano nella nuova massa di manovra di particolare primitivismo politico e sociale per poter sopravvivere il più a lungo possibile. Poi ci sono i semicolti della “massa”; non quella popolare, poiché credo che questa cominci a essere abbastanza inquieta, bensì appartenenti ad un ceto medio di particolare mediocrità e orfano di quanto credevano i suoi “avi”. Diciamo che i “nonni” hanno creduto alla mitica “rivoluzione proletaria”, alla “classe operaia” che avrebbe sotterrato il capitalismo. Tale presunta classe ha ben fatto a mollarli e ad acquartierarsi nelle società del nostro tipo, cercando soprattutto di migliorare le sue condizioni di vita, che d’ora in poi, proprio per l’arrivo di questa marea di “non idonei” ai paesi industrializzati, andranno sempre più velocemente degradando. I “padri”, sentendosi traditi dagli operai, hanno sbrodolato le loro insensatezze circa il Terzo Mondo che avrebbe accerchiato e sconfitto il primo, in specie quello capitalisticamente avanzato. I principali paesi di quest’area (Cina in testa, e poi India, Brasile, ecc.) hanno deciso di imboccare ben altra via, che li ha portati ad un tipo di industrializzazione simile al nostro, solo assai più inquinante e, al momento, con basso tenore di vita della “classe operaia” tanto amata dai coglioni di cui sopra.

A questo punto, questi imbecilloni, abbandonati dagli idoli dei loro “nonni” e “padri”, hanno ripiegato sui sedicenti diseredati e sfortunati, che sono quelli manovrati dalla potenza Usa per mettere ancora più in riga le subpotenze servili di tipo europeo. Penso che quanto detto sia ancora una prima approssimazione al problema di questa terribile disgrazia toccata ai nostri paesi del cosiddetto “occidente capitalistico”: essere governati in buona parte da questa orrenda “sinistra”, che dovrebbe essere eliminata in tutte le sue anche minime cellule, ormai cancerogene e mortali. D’altronde, va detto che questa “sinistra” ha prodotto, come reazione alla sua turpitudine, una “destra” che rappresenta una sorta di suo “alter ego”. Oggi la situazione è terribile. Siamo veramente tra Scilla e Cariddi; dobbiamo scegliere tra il più moderno “cancro” e la più tradizionale “peste bubbonica”.

Non chiedetemi come potremo venirne fuori. Non con i pannicelli caldi, non con le cosiddette elezioni democratiche. I conti dovranno essere regolati con strumenti molto più “rudimentali” e “primitivi”. L’importante è sapere che non ci sarà salvezza finché potranno parlare e dilagare nei media quelli della “sinistra”. Una volta che questa fosse spazzata via, di fatto decadrà e si esaurirà anche la “destra”, che è una semplice reazione sbagliata, la reazione di un organismo non ancora capace di produrre i veri anticorpi efficienti e distruttivi dei germi portatori (impropriamente definiti “sinistra” e “destra”) delle mortali malattie.

LA PAURA DELLE BANCHE

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Nella sua recente visita al Bundstag (Germania) Draghi è tornato per spiegare la sua politica sostenendo che gli stimoli espansivi della Bce hanno fatto risparmiare 28 miliardi alle banche tedesche sotto forma di minori tassi d’interesse. Anche se Schauble (ministro finanziario tedesco) aveva opposto una strenua resistenza alle invadenti politiche “liquide” di Draghi perché così facendo aiutava il partito populista di Alternative fur Deutschland e non solo

E qui si tocca un punto fondamentale della politica della Bce. Al fondo del dissidio tra Berlino e Draghi c’è il problema che si tende a derogare alla regola del “capital key” ossia al peso economico degli stati membri che determina la quantità di titoli pubblici che la Bce può comprare da ognuno attraverso il Qe(Quantitative easing). Un aspetto questo dove la Bundesbank ha mostrato tutto il suo dissenso per il Qe sostenendo che l’acquisto del debito degli Stati membri nell’euro zona nella misura di 230 miliardi di titoli tedeschi di 185 miliardi di titoli francesi e di 140 miliardi di titoli del debito pubblico italiano e 120 miliardi per la Spagna ha indebolito enormemente nell’insieme l’intera Europa.

E’ risaputo quanto Draghi con le sue politiche abbia ridotto ai minimi termini il rendimento del risparmio e quanto le banche abbiano difficoltà a fare profitti con il credito alla clientela e ciò nonostante la Deutsche Bank si sia molto giovata dei bassi tassi d’interesse per rifinanziare le multe salate degli Usa facendo seguito alle sanzioni nei confronti della Volkswagen.

Quello che è mancato in modo clamoroso è un programma di investimenti da realizzare mediante le banche; la somma totale che le istituzioni finanziarie hanno ottenuto dalla Bce per finanziare i propri investimenti è la cifra irrisoria di 120 miliardi a fronte di circa più di mille miliardi investiti nel tentativo di tenere liquido l’intero sistema e quindi sostanzialmente soltanto un 10% circa come risultato ottenuto dalle banche per operare nel mercato dei capitali.

Ma a questo punto una domanda corre d’obbligo. Come è possibile che a fronte di un Qe così massiccio e pervasivo che ha interessato tutte le economie europee si riscontri un misero investimento per lo sviluppo di soltanto 120 miliardi, cioè una montagna di soldi che partorisce un topolino.

Quello dello sviluppo è un tema grosso per l’intera Europa che dopo la grande crisi finanziaria 2007-08 non è più riuscita non solo a crescere a livelli accettabili ma ha avuto un andamento completa decrescita a cui è seguito un affossamento inesorabile . Né è servito ad alcunché il tentativo di Draghi di rilanciare a più riprese il Qe, poi risultato impossibile di uno sviluppo minimamente produttivo, con l’unico effetto visibile di una deflazione che attanaglia inesorabilmente l’intera economia senza alcuna possibilità di scampo e con un depotenzionamento dell’Europa fino ad un suo sfinimento ad oltranza.

E qui sta la potenza Usa che emerge in tutta la sua grandezza: da un lato schiaccia e relega all’angolo l’Europa, dall’altro risulta l’elemento fondante di ogni sua strategia.

Il vulnus è che la UE è puro strumento degli Usa e non ci si deve battere per la semplice uscita da essa e nemmeno tentare una sua riforma. Può essere decisiva la ripresa di una certa politica con un indirizzo deciso verso un autonomia nazionale, sulla base di una indipendenza dagli Usa, oltre ad un diverso sistema di regolazione di contatti internazionali in grado di mettere in crisi il dominio americano.

LIBERALI SEMPRE PIU’ SCIOCCHI

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Ricorrono i giorni della rivolta ungherese del ’56 e gli sciocchi anticomunisti liberali fanno a gara, sui quotidiani, a bersagliare il morto e sepolto comunismo sovietico. Un obiettivo facile facile anche per miopi (o persino ciechi) come loro. Questi pavidi necrofili le sparano più grosse dei carrarmati nelle strade di Budapest o di Praga, con ciò credendosi dei fini intellettuali. Il solito coraggio dell’avvoltoio che vola sulla carcassa putrefatta nutrendosi di scarti. Costoro sono dei rimbambiti che non meritano nessuna considerazione se non quella della loro stessa stampa nemmeno buona per il water. Sostituire la valutazione storica con l’indignazione moralistica è l’asso nella manica dei bari che imbrogliano le carte per truccare la partita. Ma qui si tratta di Storia non di gioco da tavola. Gli argomenti di questi bluffatori sono ben noti. Carlo Lottieri su il Giornale: “Se il nazismo è ovunque condannato senza «se» e senza «ma», ben pochi esprimono la medesima riprovazione nei riguardi del socialismo: che pure ha causato un numero di morti innocenti perfino superiore”.
La consueta unilaterale contabilità dei morti che non tiene conto dei delitti liberali, delle stragi del capitalismo e delle sottomissioni colonialistiche avvenute in nome dei merca(n)ti (occidentali); genocidi che per efferatezza, nonché numerosità di episodi sanguinosi e cadaveri sparsi al suolo sono davanti a nazismo e comunismo, di molti secoli e di interi cimiteri.
Oppure, sulla stessa scia di Lottieri, lo storico Giampietro Berti, sempre su Il Giornale: “L’esistenza storica dell’Unione Sovietica deriva, indubitabilmente, dalla giustezza della concezione marxista, con la logica conseguenza che marxismo, comunismo e stalinismo vanno visti come entità intercambiabili, essendo la stessa cosa. Stalin rimanda a Lenin e Lenin rimanda a Marx, per cui, per converso, il marxismo giustifica il leninismo, il leninismo giustifica lo stalinismo. Tutti i veri comunisti non possono che essere stalinisti”.
Una logica del piffero che semmai evidenzia dell’intercambiabilità tra la testa di sotto e quella di sopra di chi scrive simili amenità. Attribuire a Marx le “colpe” dell’Urss, attraverso una catena di rimandi arbitrari, è un pensiero infantile non degno di un accademico. Poveri i nostri giovani che si ritrovano alla cattedra gente che dovrebbe stare dietro alla lavagna. Con un po’ di onestà intellettuale si dovrebbe ammettere che Marx, ovvero la sua scienza, non c’entra proprio nulla con quanto verificatosi in Unione Sovietica, benché i leader sovietici fossero convinti d’ispirarsi a lui. Ma l’ideologizzazione delle teorie del barbuto di Treviri ha portato, semmai, alla revisione e al travisamento della lettera marxiana non alla sua applicazione. Ciò si è verificato per esigenze strategiche e pratiche di un blocco (geo)politico che però, ad un determinato punto, avrebbe dovuto fare i conti con le sue antinomie, divincolandosi da un apparato di principi che non poteva più contenere i suoi reali scopi epocali. Non è successo ed è stato il collasso.
Quella formazione sociale ha avuto il merito di essersi contrapposta per decenni al dominio del polo americano (le cui “bellezze” umanitarie e libertarie si sono viste tutte dopo la caduta dell’acerrimo nemico) assicurando al mondo una certa stabilità e “pace”. Ma il modello di rapporti sociali sovietico (nulla a che fare col comunismo di Marx, ugualmente irrealizzabile) non ha retto alle sue contraddizioni – alla scarsa dinamicità della sua economia e alla rigidità delle sue strutture istituzionali e collettive – ed è crollato tristemente su se stesso, percorrendo una lunga fase di stagnazione, già dagli anni ’50. Ovviamente, il benessere dei cittadini dell’Urss coincideva, più che altro, con la mera sussistenza, ma quasi nessuno faceva la fame e tutti avevano un tetto dove riparare. Era una vita grigia ma non miserabile. Comunque, troppo poco rispetto al regno dell’abbondanza e della massima espressione dell’individualità che il comunismo aveva promesso. Dunque, la gente che anelava all’innalzamento del tenore di vita ed un futuro migliore, per se ed i propri figli, aveva tutto il diritto di pretendere riforme dalla sua classe dirigente. Le riforme, però, non potevano concretizzarsi a scapito della tenuta del sistema politico che avrebbe provocato più gravi tragedie, come quelle cui abbiamo assistito dopo l’89 e il ’91-’92. La politicizzazione estrema della rivolta ungherese e di quella cecoslovacca (avvenuta 12 anni dopo) aveva dietro potenze estere il cui intento era quello, non di abbracciare con i decantati valori di democrazia e di libertà quei poveri popoli, ma di eliminare un concorrente che sbarrava il passo al predominio atlantico (a trazione statunitense) del globo. I drammatici eventi successivi all’implosione del sistema socialistico confermarono ogni precedente sospetto funesto.
I sovietici, con la rivoluzione e la vittoria nella II GM, riuscirono lì dove i nazifascisti avevano fallito. Infatti, nazismo e fascismo non furono reazioni spontanee all’avanzata del bolscevismo, a prescindere dalla loro stessa propaganda di autoconvincimento e di quanto sostenuto dalla pigra storiografia sul tema, ma rappresentarono l’ultimo tentativo delle borghesie europee di non farsi assorbire dal modello capitalistico statunitense. Non a caso, sarà il capitalismo borghese ad estinguersi con l’affermazione del neocapitalismo dei funzionari (privati) del capitale, di matrice americana. Quella tra stati socialisti e nazifascisti sarebbe stata l’alleanza più naturale per respingere gli Usa e cacciarli fuori dal Vecchio Continente (poi questi paesi europei se la sarebbero disputata, anche violentemente, tra loro). Forse, l’unico a capirlo fu proprio Stalin il quale fino all’ultimo non volle credere all’aggressione del Führer (del suo “amico” Hitler) alla Russia.
Perciò è intollerabile quello che ancora affermano, così grossolanamente, i depensatori, più o meno liberali, che affollano media ed editoria. C’è veramente da augurarsi che altri Stalin ed altri Hitler tornino a bastonarli per farli tacere definitivamente. Ma potrebbe non essere sufficiente, i nostri sono tempi che reclamano una spietatezza che nemmeno nazisti e comunisti messi insieme….

L’EUROPA E’ GIA’ OCCUPATA MA I RUSSI NON C’ENTRANO

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La sceneggiata di Renzi negli Usa è l’epitaffio sulla lapide della sovranità italiana. Questa classe dirigente non ha proprio il senso della storia, è mediocre, impreparata e inadeguata ad accompagnare il Paese attraverso una fase pregna di cambiamenti e, quindi, di rischi molto estesi.

Un passo falso di troppo e si può compromettere il futuro dei prossimi trenta o quarant’anni. Stanno mutando i rapporti di forza internazionali e con essi gli assetti mondiali. Chi resta imprigionato nei vecchi schemi non ha speranze di risollevarsi. La crisi economica è il segnale di questa situazione di scollamento dell’ordine politico globale, effetto e non causa delle drammatiche vicissitudini in corso. Applaudire Obama, in questo momento, è come schiaffeggiarsi. Affiancare servizievolmente gli Usa non è diventare come gli americani, mettersi alla pari, ma essere i loro cani. La balla della democrazia d’oltreatlantico quale regno della civiltà e scrigno della libertà non regge più a nessun raffronto con la realtà. Gli Stati Uniti di oggi sono l’unico vero Stato canaglia, il nemico assoluto dei popoli che reclamano indipendenza ed autonomia decisionale. Chi resiste viene eliminato. Washington deve rinsaldare la sua sfera d’influenza, minacciata dall’emergere di potenziali competitori geopolitici, ma non avendo un autentico contraltare non intende sprecare più risorse del dovuto per affrontare i suoi problemi. All’epoca del bipolarismo imperfetto Usa-Urss la stessa esistenza di un’alternativa al modello americano, rappresentata da quello sovietico, imponeva di agire con sistemi variegati di fidelizzazione dei clienti. Ora non è più necessario. Chi non si mette in riga viene minacciato e colpito chi, invece, lo fa viene ugualmente battuto, perché sono le circostanze ad imporlo. E’ il caso italiano. Se i nostri pavidi dirigenti credono di ottenere qualcosa abbassando la testa s’illudono di grosso. Roma è un avamposto irrinunciabile nei piani statunitensi, perno decisivo della loro strategia contenitiva antitedesca e antirussa, ma vogliono averla senza pagar dazio. In verità, l’hanno già presa da qualche decennio e stabiliscono, all’occorrenza, chi tra quelli disponibili deve essere il burattino incantatore seduto sullo scranno del potere esecutivo, una volta l’uomo in loden (sobrietà-tà-tà-tà), un’altra il rottamatore (libertà-tà-tà-tà) e domani chissà anche il grillino dell’onestà-tà-tà-tà, purché sia servito e riverito diligentemente il padrone.

In ogni caso, il mondo si è rivelato essere troppo grande per le velleità eccezionaliste americane. L’intento della Casa Bianca è allora più chiaro: non perdere il controllo sull’Europa per prevenire alleanze antiegemoniche di questa con Russia e Cina. Alimentare l’idea di un nemico alle porte dell’area Ue rientra in questo disegno. I governanti europei asseveranti una simile menzogna sono etnocrati che agiscono per conto degli yankee. Assecondare l’idea che Mosca o Pechino siano pregiudizialmente nemiche dell’Europa è mera propaganda filo-americana. Purtroppo, nelle Cancellerie europee non si fa altro perché ovunque sono stati posizionati fedeli agenti di Washington.

Tuttavia, i numeri smentiscono questi cialtroni. Come mai la Russia, che sarebbe in procinto di aggredire tutti, scatenando la III Guerra Mondiale, contiene le sue spese militari mentre gli Usa continuano ad accrescerle o, perlomeno, a mantenerle costanti? Scrive Germano Dottori su Limes: “La spesa militare statunitense, pari a 596 miliardi di dollari nel 2015, è oggi oltre nove volte superiore a quella russa che – fermatasi a 66,4 – secondo il Sipri sarebbe stata superata lo scorso anno non soltanto da quella cinese, ormai a 215 miliardi di dollari, ma anche da quella saudita, che avrebbe invece raggiunto gli 87,2 miliardi di dollari. Secondo altre stime, che tengono conto dei dati annunciati dalla Difesa russa, della svalutazione del rublo e della riduzione del 5% apportata nel 2016 alle spese militari della Federazione, queste ultime non supererebbero quest’anno i 41 miliardi di dollari. Inoltre, anche considerando i più ambiziosi progetti che il ministro della Difesa Sergej Šojgu starebbe definendo per il 2025, la Russia ipotizzerebbe di destinare alle sue Forze armate 454 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, un quinto in meno di quanto gli Stati Uniti stanno spendendo in questo esercizio finanziario”.

Fino a prova contraria, a cambiare le cartine geografiche europee (checché ne pensi l’Alto rappresentante per la politica estera europea), dopo la caduta dell’Urss, è stata la Nato, che si è spinta a poca distanza da Mosca, sottraendole larghe porzioni territoriali a lungo appartenute alla sua orbita geopolitica. Il Cremlino solo recentemente ha dimostrato di potersi difendere da queste usurpazioni. Si è ripreso la Crimea, dopo un golpe pro-occidentale in Ucraina, e si è spinto fino in Siria per non perdere le sue uniche basi all’estero. Minimo risarcimento rispetto ai decennali torti subiti. La Russia non è l’Unione Sovietica e per ora non ha la forza di aggredire nessuno. Ma l’Ue ha bisogno di paventare l’ insidia fittizia di una ipotetica occupazione russa per legittimare basi e truppe statunitensi sul suo suolo. “Rilassatevi”, dunque, l’Europa è già occupata ma i russi non c’entrano.

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