FERIRNE DUE ANZICHE ‘ UCCIDERNE UNO

china vs usa

 

 

Con l’Elezione di Trump si ammorbidisce il pressing americano su Mosca. Isolare completamente il Cremlino, come voleva fare Obama, non sarà più una priorità della Casa Bianca. Russia e Usa non diventeranno amici ma dovranno intendersi perché, in questa fase, conviene a tutti e due. A Washington non serve annichilire un avversario più debole, benché in recupero di influenza, che può essere strumentalizzato per frenare le iniziative di altri attori regionali, ad ovest come ad est. A Mosca non è utile il muro contro muro con il Gigante d’oltreoceano poiché essa non è all’altezza di lanciare una sfida diretta al predominio a stelle e strisce, ovvero, non è in grado di proporsi come perno di un sistema alternativo a quello esistente, che pur si presenta debilitato rispetto al passato.

Obama, insistendo nella campagna russofoba, stava invece gettando i russi nelle braccia dei cinesi favorendo il rinsaldarsi di una pericolosa entente antiegemonica tra stati riluttanti che hanno in ballo contese etnico-territoriali e non si sono mai fidati l’uno dell’altro. Perché facilitare una simile luna di miele tra spasimanti che non si amano, costretti a stare insieme dalle circostanze?

E’ vero che per il dominio statunitense del mondo un’alleanza eurasiatica tra Russia, Germania e Francia (e Italia) sarebbe di sicuro più perniciosa di un mesto avvicinamento sino-russo, fondato sulla reciproca diffidenza, tuttavia, non è il caso di arrivare a strappi di cui poi è difficile prevedere le conseguenze.

L’America non è più la strapotenza di un tempo e non può più agitare unilateralmente il big stick per sistemare i suoi affari. Deve giocare d’astuzia ricorrendo a strategie più flessibili che includano nuove variabili e tengano conto dello sviluppo delle situazioni nelle diverse aree del pianeta, al fine di non prestare il fianco in nessun luogo dove si infilano competitor di stazza inferiore ma molto agguerriti. Con le sanzioni, i contingenti Nato e lo scudo ABM ai confini europei la Russia è stata per il momento sistemata. E con essa anche l’Ue il cui dialogo con Mosca è sempre più problematico. Un danno gravissimo per due partner quasi naturali. Perseverare in questa direzione, pertanto, non ha alcun senso. Si vedrà che Trump allenterà la morsa ma non la spezzerà. Piuttosto, empatizzerà col Cremlino, accogliendone le ragioni, quando sarà di sua convenienza o gli costerà poco accettarle. In nome di una fantomatica cooperazione per il bene dell’umanità e per la stabilità delle relazioni globali. Per esempio, comprendendo le apprensioni della Russia circa la pressione demografica cinese nelle province siberiane orientali (per estremizzare così la minaccia di quell’espansionismo di Pechino che agita il mar cinese meridionale e orientale e i vicini giapponesi, coreani e taiwanesi, “giustificando” la presenza Usa nella zona) o le inquietudini per le minacce islamiche ai suoi margini meridionali, per continuare con la retorica della guerra al terrorismo che “legalizza” l’interventismo (soprattutto americano), in ogni parte del pianeta. Nella battaglia Usa per assicurarsi la predominanza in Asia-Pacifico, dunque, anche Mosca può tornare utile. Crediamo che la riproposta di un reset delle relazioni russo-americane derivi da queste valutazioni. Come scrive D. Suslov su Limes: “La […] causa per la quale i futuri vertici a stelle e strisce non considerano Mosca una minaccia risiede nella loro convinzione che il vero nemico sia la Cina. Non saranno la Russia o l’Europa le priorità strategiche della nuova amministrazione, bensì l’Asia. Verrà rafforzato il contenimento politico-militare di Pechino, mentre la prosecuzione dello scontro con la Russia – nonché il suo contenimento in Europa e nello spazio post-sovietico – verranno considerate meno prioritarie se non addirittura controproducenti. Nel sistema di coordinate anticinese, Mosca, almeno in un primo tempo, verrà considerata un partner potenziale e non un nemico…Al contempo, si procederà con un nuovo reset. Ufficialmente questo termine non verrà usato, ma il senso sarà lo stesso: tentare di uscire dalla crisi e instaurare una collaborazione in tutti i settori dove sia possibile e conforme agli interessidelle parti”.

Proprio quello che scrivevamo poc’anzi. Però con una precisazione. Dubitiamo che a Washington considerino la Cina il vero nemico. Piuttosto, hanno capito che non è saggio percuotere sempre lo stesso rischiando che questo, messo all’angolo, reagisca brutalmente come ogni animale ferito. Finora si è bastonato troppo l’orso risparmiando il dragone. Meglio ferirne due che ucciderne uno.

CONSIDERAZIONI, DEL TUTTO “ELEMENTARI”, A PARTIRE DA UN RACCONTO DI F. NOVA

Salto nel vuoto

 

<<Si rese conto – ma perché così senza alcuna ragione plausibile? – che quei pensieri non li conosceva per il semplice motivo che non avevano alcun contenuto, non pensavano proprio nulla. Si erano presentati solo per metterlo in difficoltà, per antipatia e animosità nei suoi confronti.[…] Vili, infami, pensieri; non pensavano nulla, con ogni probabilità volevano soltanto farlo uscire di senno. E lui aveva badato loro […] facendosi così stupidamente turlupinare.
Si sentiva però sollevato da quella scoperta, era arrivata al momento opportuno[…].Tutta la serata aveva perso con quei maledetti e poi, d’un subito, l’enigma si era risolto e svelato nella sua banalità: era loro intenzione farlo stare male, creargli problemi e indurlo a presentarli a coloro che si erano fermati. […] Lo avevano sottovalutato. E’ vero: si era fatto ingannare un po’ troppo a lungo, ma non aveva compiuto il passo che poteva perderlo>>.

Ringrazio Franco Nova per avermi dato lo spunto – con il suo racconto intitolato Che pensieri apparso nel sito www.poliscritture.it – che mi permette di proporre alcune “raccomandazioni” filosofiche di carattere assolutamente non esoterico. Prima di tutto riguardo a Kant ricordatevi che è impossibile, del tutto impossibile, comprendere la sua teoria della conoscenza (non sto parlando di quella morale e estetica) senza aver letto, oltre alla Critica della ragion pura , la Critica della ragion pratica (per intero) e almeno l’introduzione della Critica del giudizio. Una sana epistemologia, e Kant era un epistemologo “sano”, ha inizio con la delimitazione dei campi di pensiero su cui si esercita l’attività della mente umana. L’agnostico più radicale se vorrà chiarire i fondamenti della sua ricerca scientifica dovrà specificare quale tipo di pensiero – oltre che di emozioni, desideri e affetti – si manifesta nel campo filosofico, in quello religioso, e anche in quello artistico, morale, tecnico-pratico (poietico), tecnico-politico, edonistico, utilitaristico ecc.. Nietzsche a suo tempo ha detto che “solo chi porta il caos dentro di sé può partorire una stella” ma a volte il caos diventa confusione e i pensieri, effettivamente, diventano dei corpi autonomi che ci ossessionano, escono e entrano da noi facendoci soffrire e risultando, quando ritroviamo un minimo di lucidità, delle mere chimere, delle pure costruzioni mentali insensate. Un lungo e sofferto rimuginare può però portare anche a risultati “positivi”. Il Buddha Sakyamuni (“il Risvegliato asceta della famiglia Sakya”) ne è un tipico esempio. Dopo essersi tormentato e macerato sia dal punto di vista fisico che psichico il principe Siddhārtha che aveva assimilato e studiato in maniera approfondita la tradizione vedica se ne liberò d’un tratto oltrepassando la sua disperazione nell’elaborazione di una dottrina soteriologica (salvifica) pragmatica che accantonava del tutto le immani strippate metafisiche del brahmanesimo ortodosso. I suoi continuatori ritornarono ad occuparsi di queste faccende e lui stesso non li avrebbe, probabilmente, rimproverati per questo a patto, come molti fecero, che la ricerca della prajna (conoscenza) non fosse staccata dalla maitrī (carità) la quale, a sua volta, non si identifica del tutto con la karuṇā (misericordia) . In questo blog portiamo avanti una riflessione sulla società e un discorso politico-culturale “realistico” che non ha nulla a che fare le elucubrazioni sapienziali di “geni” filosofici e religiosi. Però le scuole elementari le abbiamo fatte tutte e Spinoza che conosceva bene la matematica scrive nel Trattato teologico-politico che carità = giustizia + misericordia. Questo significa che lottare per la giustizia è almeno altrettanto importante che perdonare e aiutare il prossimo. A ognuno il suo mestiere si diceva una volta e noi ci sentiamo più portati a lottare contro l’ingiustizia usando nei limiti delle nostre capacità la forza della ragione; e siccome la lotta implica la violenza, magari solo verbale, noi non ci vergogniamo di essere d’accordo con El-Elyon (l’Altissimo) quando, successivamente alle suppliche di Abramo, distrusse Sodoma e Gomorra perché nemmeno dieci “giusti” abitavano in esse. Concludo con un’ultima riflessione da “prima liceo”. Nel Trattato teologico-politico del “materialista” Spinoza e nella Critica della ragion pratica del “razionalista” Kant i due autori si dichiarano “esplicitamente” cristiani comunitari neotestamentari – con la precisazione che il comunitarismo religioso è esattamente l’opposto di quello politico che è invece sinonimo di “annientamento di ogni libertà” – però la quasi totalità delle persone che si occupano di filosofia pensa che i due grandi pensatori di cui sopra non abbiano nulla a che fare con il cristianesimo. Quindi nella misura in cui anch’io mi ritengo cristiano in una maniera simile in “realtà” non lo sono perché agli occhi del mondo la mia affermazione è contraddittoria e quindi priva di senso.

Mauro Tozzato 25.01.2017

SI PRENDA COSCIENZA DELLA SCELTA

gianfranco

i

 

Gli eventi degli ultimi mesi dell’anno appena trascorso – dalla “brexit” al NO referendario italiano, passando per l’evento di gran lunga più importante, le elezioni presidenziali statunitensi – hanno messo allo scoperto la vera natura, peraltro individuata da tempo, degli omuncoli di una “sinistra”, che in Italia proviene in maggioranza addirittura da un partito usurpatore già da decenni della denominazione di comunista. In tempi, in cui ancora sussisteva un minimo di intelligenza nei ceti detti colti, la vera sinistra non aveva nulla a che vedere con i comunisti. Era in definitiva composta da filo-capitalisti riformisti, in Europa in sostanza i socialdemocratici. E se uno ricorda non tanto quelli italiani quanto i “nordici” (ad es. svedesi) o anche i tedeschi tipo Brandt, Schmidt, ecc., difficilmente può non concordare che si trattava di personalità di spessore e degne di stima; anche se magari i comunisti li ritenevano, e tutto sommato con ragione, nemici o come minimo avversari.

A un certo punto, guidati dal PCI che s’inventò l’eurocomunismo nel mentre trattava il suo cambio di campo con gli Usa, i “fu” comunisti della nostra area s’inventarono d’essere di sinistra, ma non seppero essere nemmeno questo perché nient’affatto riformisti, soltanto semplici traditori e pronti ad ogni nefandezza, tipica dei servi che sono nel contempo furfanti matricolati. Mi verrebbe voglia di tirare fuori il “caso Moro” per quanto riguarda i peggiori e più infami eurocomunisti europei, ma soprassediamo. E’ più che sufficiente ricordare quello che fecero i piciisti italiani non appena cadde il campo “socialista” e subito dopo l’Urss, cambiando reiteratamente denominazione: Ds, Pds, Pd, sprofondando sempre più nell’ignominia. E furono chiamati a governare l’Italia per conto degli Stati Uniti con l’infame operazione giudiziaria ben nota. Per fortuna si mise in mezzo, anche se per meri interessi personali, Berlusconi che approfittò dell’odio degli elettori democristiani e socialisti – vistisi “derubati” dei loro partiti dalla magistratura “democratica” (sic!) – che votarono per lui. Da allora, i “poteri forti” (soprattutto americani, sempre seguiti dai nostri “cotonieri”) hanno continuato ad agitarsi per ridurre in servitù il nostro paese, operazione non complicata come dimostrato da quanto facilmente il “nano d’Arcore” si è poi genuflesso davanti ad Obama (ma era già disponibile prima).

Alla fin fine, ridotto a complice un personaggio meschino quanto il berlusca e sostituiti dopo un paio d’anni i piddini d’origine piciista, dimostratisi inetti al massimo grado, con il bamboccione toscano – che non è detto sia fuori gioco come lo si vorrebbe troppo affrettatamente far passare per concedergli ulteriori manovre sottobanco – gli arruffoni di una “sinistra” sempre più fantomatica speravano di andare a vele spiegate. Invece sono intervenuti gli eventi citati all’inizio – uniti al fenomeno dell’immigrazione che ha messo a nudo tutta l’incapacità e i falsi buoni sentimenti di un ceto medio arricchitosi, pronto a rovinare i propri paesi pur di munirsi di “masse di manovra” a basso costo per il mantenimento del loro fallimentare potere – e i loro piani si sono fatti al momento più complessi. Da qui il notevole smascheramento di come questi individui, di falsa bontà, siano in realtà malvagi al massimo grado, privi di ogni sensibilità, carogne esemplari che dovrebbero essere soppresse quanto prima. L’ultimo esempio, l’accanirsi contro un bambino di 10 anni per odio a suo padre (Trump appunto), non è la cosa più grave e pericolosa che è ormai nei loro piani; tuttavia, è indicativa di una perversione e di un abbrutimento sconosciuti fino ad ora.

Sono pronti a tutto. E per i loro fini alimenteranno sempre più quello che già Marx indicava come “sottoproletariato”, mostrando pieno disprezzo nei suoi confronti e vedendolo come un pericoloso, e criminale, ostacolo a quello che lui sperava potesse essere un progresso verso il socialismo e comunismo. Questi semicolti del ceto medio arricchitosi – soprattutto in qualità di “nani e ballerine” (attori, registi, cantanti, presentatori TV, intrattenitori di somma stupidità, giornalisti, abietti scrittorucoli, ecc.; tutta gentaglia pronta a propinare al “popolo” il necessario per addormentarlo di fronte alle loro furfanterie) – sono di una pericolosità ormai evidentissima per le sorti della nostra società. Purtroppo, quando si arriva a questo punto (e anzi è ormai stato superato rispetto ad ogni altro periodo storico), è indispensabile che si arruolino delle bande contrapposte a quelle di questi degenerati. Se non si regoleranno i conti con le “dovute maniere” (note fin dai tempi più antichi), inutile far conto di salvarsi. Almeno si abbia coscienza di questo. Quindi si scelga. Non credo resti moltissimo temp


o.

FALSARI QUOTIDIANI

Mr. Trump- Yellow Tie

“La Million Man March è una manifestazione indetta da Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, ex discepolo di Malcolm X, il 16 ottobre 1995 a Washington, alla quale parteciparono un milione di uomini afroamericani. È considerata la più grande manifestazione afroamericana di tutti i tempi.”

 

“Repubblica pubblica foto della marcia anti-Trump? Peccato siano quelle della Million Man March del 1995: http://www.nationalmall.org/newsroom/national-mall-news/black-americans-gather-washington-20th-anniversary-million-man-march …https://t.co/MyeHsloOTr

C’erano due indizi piuttosto evidenti che rendevano falsa questa foto: il sole, con le sue ombre nette (tutte le altre hanno il cielo coperto) e l’uso di megaschermi in 4:3, vecchio stile, rispetto a quelli in 16:9 che si usano oggi.

Non ci sono dubbi sulla dimensione della manifestazione di ieri, ma questo episodio pone una domanda interessante: con che metodo lavora Repubblica? Come fa una foto del 1995 a finire in una sua galleria pubblicata nel 2017?”

 

I metodi di “Repubblica”, organo semi-ufficiale dei semicolti, non possono che essere quelli dei semicolti. Sono tanti, ma sono assai poco ragionevoli (e ragionanti). Ancora una volta, difficile evitare il paragone con gli zombi dei film di Romero, pur essi tanti e che i pochi sani rimasti non sanno bene come arginare. Per quanti siano, alla fin fine i semicolti risulterebbero minoritari se i settant’anni di completo asservimento agli Usa non avessero loro consentito di impadronirsi di tutto il settore politico e dell’informazione.

 

Pensate ai sessantottardi italiani. Sono partiti come “grandi capi rivoluzionari”. E sono finiti tutti a dirigere giornali, canali TV, case editrici. E per conto dei successori di coloro che hanno fatto il boom italiano e condotto il nostro paese fino al 5°-6° posto fra i grandi paesi industriali. Questi successori stanno invece portando sempre più indietro l’Italia e sono quindi felicissimi di aver trovato altri falliti (della “grande rivoluzione”) quali portavoce della loro vergogna. Nel frattempo venivano fatti fuori i grandi dirigenti della nostra industria “pubblica”, vanto del paese fin da prima della seconda guerra mondiale, fra i protagonisti del suddetto boom. Essi sono stati eliminati assieme ad un ceto politico non esaltante, ma sicuramente più affidabile di coloro che ne hanno preso il posto: i voltagabbana dei “fu piciisti” – inventori dell’eurocomunismo, alleato dei peggiori furfanti, “padri” di questa laida Europa – accompagnati dalla cosiddetta “sinistra” Dc. Sarà duro riprendersi, ma non c’è futuro se le nuove generazioni non sapranno colpire duro e annientare la genia dei semicolti.

LA PESTE NERA

gianfranco

“Peste nera (o grande morte o morte nera) è il termine con il quale ci si riferisce normalmente all’epidemia di peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1353 uccidendo almeno un terzo della popolazione del continente. Epidemie identiche scoppiarono contemporaneamente in Asia e nel Vicino Oriente, il che fa supporre che l’epidemia europea fosse parte di una più ampia pandemia”

 

La nuova peste nera (portata soprattutto, ma non esclusivamente, dalla “sinistra” degli ultimi decenni) non uccide più biologicamente, poiché la medicina ha fatto senz’altro grandi passi avanti ed infatti la media della vita si è molto allungata. L’uccisione è culturale e vengono liquefatti i cervelli; restano in vita ma solo per ragionare a senso unico e con l’ossessione di ciò che sarebbe “corretto” pensare. Come già detto, l’essere umano è trasformato in zombi. Di conseguenza, anche la vita cerebrale è abbastanza ridotta al limite; l’encefalogramma è appena ondulato, niente picchi, solo piccole e inessenziali increspature. L’epidemia riguarda soprattutto il mondo detto “occidentale”; però forse la pandemia è in espansione anche altrove, partendo tuttavia dalla nostra area. E’ indispensabile correre ai ripari proprio nelle nostre zone, anche per salvare le rimanenti dalla terribile infezione. Se distruggeremo gli zombi, costringendo i piccoli rimasugli rimasti alla ritirata, salveremo l’intera umanità. Pensate quale compito immane, e nel contempo da inorgoglirsi, dobbiamo assolvere.

LA RUSSIA NON VUOLE INVADERE I VICINI

BASI

 

Se i russi potessero innalzerebbero ancora la loro bandiera sul Reichstag, come nel 1945. Ma non accadrà perché la Russia è ormai una potenza di seconda fascia che anela, certamente, a recuperare il terreno perduto dopo la dissoluzione dell’Urss, nel 1991, ma non a spingersi, hic et nunc, dentro conflitti dai quali uscirebbe sconfitta. Putin, pertanto, non vuole occupare i paesi vicini, non le ex Repubbliche Sovietiche e nemmeno i vecchi membri del Patto di Varsavia. Non ha la forza militare per arrischiarsi in simile avventura o quella politico-ideologica, come fu il comunismo, per forgiare classi dirigenti amiche pronte a condividere la medesima prospettiva storica e sociale.
Chi ha, invece, allungato i suoi tentacoli dietro la fu cortina di ferro è stata la Nato, approfittando del collasso dell’Unione Sovietica. Stesso ragionamento vale per l’UE che, a rimorchio di Washington, ha inglobato molti satelliti di Mosca, modificando le cartine geografiche europee. Per questo è davvero paradossale che si accusi la Russia di aver violato il diritto internazionale, annettendo la Crimea, laddove, quanto meno, europei e americani hanno aperto le danze in precedenza, violando la sovranità di numerose nazioni, prima e dopo la guerra alla Serbia del ’99 per la questione kosovara. Stando così le cose qual è il senso di dispiegare 5000 soldati americani nell’Europa dell’Est? Non sicuramente quello di proteggere Varsavia o le Capitali Baltiche da una impossibile invasione russa. E perché piazzare uno scudo antimissile puntato sul Cremlino tra Polonia e Romania? Per un equivalente motivo. E’ chiaro che la propaganda occidentale ci propina un discorso rovesciato. In realtà, sono la Casa Bianca e le altre Cancellerie continentali a portare una minaccia nella tana dell’orso affinché non si spinga nuovamente in territori di caccia più vasti. C’è pure un’altra causa che spiega le iniziative statunitensi nella nostra area. La necessità di tenere sotto il tallone di ferro anche l’Europa alla quale occorre impedire di stringere alleanze con il gigante slavo in funzione antiegemonica, cioè appunto antiamericana. Lo spettro di un asse Berlino-Mosca è il principale timore dei predominanti d’oltreoceano, l’unico evento che potrebbe mettere seriamente a rischio la loro assoluta potenza.
Nonostante l’evidenza di questi fatti, a dir poco inequivocabili, i nostri poveri scribacchini fanno a gara per negare quello che più chiaro non potrebbe essere. Soltanto i giornalisti nostrani riescono ad esporsi a cime così elevate di ridicolaggine. Per esempio, Raineri su Il Foglio scrive che è fasulla l’aggressione della Nato contro la Russia perché i paesi, antecedentemente nell’orbita di Mosca, hanno scelto liberamente, senza essere occupati o costretti, di aderire all’Alleanza Atlantica. Questa è la prima bufala. In verità, le élite al potere in quei paesi, dopo l’implosione del socialismo realizzato, si sono affermate grazie ai soldi e all’assistenza americana. Forse, quelle nazioni non sono state occupate ma sicuramente sono state comprate e quando non si sono piegate sono state bombardate, come la Serbia di Milosevic. Rainieri non può fare finta di non saperlo. Questi Stati sono passati dal giogo “cosacco” a quello yankee, senza il parere delle loro popolazioni. Infatti, i popoli subiscono le decisioni dei loro dirigenti (i quali si fanno corrompere a danno degli interessi generali) e, spessissimo, si lasciano manipolare da chi li guida in direzioni che non vorrebbero mai prendere. Il recente caso ucraino è emblematico perché non credo esista nemmeno un abitante in quel posto che pensasse di andare a morire in guerra per gli affari dell’oligarca Poroshenko, anziché per migliorare la sua vita. Invece, è successo che è scoppiato un conflitto civile fratricida per favorire il business di quattro ladroni, protetti da Usa ed Ue, mentre la popolazione schiattava e peggiorava la sua esistenza. Poi Rainieri aggiunge pensieri talmente idioti al suo (s)ragionamento che mettono in dubbio la sua intelligenza ma direi più che altro la sua buona fede. Si parte dalla famosa cartina, che pubblichiamo anche qui, in cui si vede la Russia circondata da basi della Nato. Dice Raineri: “Questa cartina…è un capolavoro di propaganda…è autentica e falsa allo stesso tempo perché nessuno può negare che mostri l’estensione attuale della Nato, ma è stata riciclata in chiave minacciosa come se stesse avvenendo adesso. Se oggi finisce nei meme su Twitter con qualche speranza di funzionare, è grazie ad un’amnesia collettiva che ha dimenticata quando si festeggiava la fine dell’Unione Sovietica e i russi facevano la coda per il pane e si sperava in un allargamento. Altri dati, come per esempio che gli aerei Nato hanno intercettato aerei militari russi sopra il mar Baltico 110 volte nel 2016, non fanno breccia nel cuore dell’utente medio di social media. E a volte anche i media tradizionali aiutano questa tendenza. Un titolo recente parlava dell’operazione militare Nato Atlantic Resolve e dei soldati americani in Polonia davanti alla porta di casa della Russia. Ma qualcuno ribatteva: perché la Polonia, uno stato sovrano ed indipendente, dovrebbe essere considerata soltanto la porta di casa della Russia”. A Raineri non viene nemmeno il sospetto che quei contingenti stiano lì apposta per far sentire il fiato sul collo a Mosca. Non possono esserci cattive intenzioni perché gli americani sono i buoni ed i buoni fanno il bene, anche quando si presentano armati fino ai denti sull’uscio dei confini altrui. Insomma, costui dà ragione a quel militare americano che commentando la stessa cartina chiosò: “ma come si permettono i russi di essere così vicini alle nostre basi?” Raineri, servo smemorato, non ricorda, o finge di non ricordare, che i candidi americani minacciarono il conflitto nucleare quando i sovietici iniziarono a sistemare i loro missili a Cuba nel 1962, alle porte dell’impero statunitense. A nessuno venne in mente di ribattere che Cuba era uno Stato sovrano ed indipendente e non solo la porta di casa degli Usa, cosicché i russi dovettero sloggiare per evitare l’apocalisse atomica. Per schivare altri guai in Europa è opportuno che gli americani facciano altrettanto, facendo fagotto. Chissà se questa lezione entrerà mai nelle zucche vuote degli impiegati della carta stampata.

DISTRUGGERE I POLITICAMENTE CORRETTI

Mr. Trump- Yellow Tie

L’insediamento di Trump alla Casa Bianca apre una nuova fase politica, sociale e culturale. Accade perché è la Storia a svoltare, ad imporre le sue istanze cangianti ad attori ancora spiazzati dall’evolvere degli eventi. L’unipolarismo americano è divenuto insostenibile da un po’ e l’affacciarsi sulla scena di nuove e vecchie potenze, che reclamano un ruolo più confacente alle loro aspirazioni nell’ambiente internazionale, anche se per ora solo vicino ai loro confini, sta accelerando il disfacimento dei precedenti rapporti di forza basati sulla presenza di un unico centro di compensazione delle tensioni mondiali.

Con quel che ne deriva in termini di metamorfosi del panorama globale e di scosse nei contesti nazionali, in via di lento e difficoltoso adeguamento alla situazione. Chi si attarda dietro tali processi ineluttabili, come gran parte dell’Ue, rischia di collassare e di smarrirsi nel turbinio di cambiamenti in atto. Lo ha recentemente scritto La Grassa che, forse, è l’Europa il soggetto più a rischio nel crescente multipolarismo, perché quello maggiormente confuso dallo stato di cose in divenire. Le classi dirigenti continentali sono le più sciocche e corrotte, pertanto del tutto inadeguate a riadattarsi alle circostanze in fermento.

I pezzi di establishment e le élite che hanno innalzato Trump coltivano progetti egemonici diversi ma non contrapposti a quelli dei circoli democratici, dietro agli ex Presidenti Obama e Clinton, sostenitori degli interventismi umanitari a go-go. L’America è ancora la prima superpotenza e tale vuole restare. Non ha alcuna intenzione di abdicare placidamente al suo ruolo ma deve modificare registro per rallentare o fermare l’avanzata dei concorrenti che la insidiano nelle sue esclusive prerogative di supremazia. La strategia di Obama era di non avere una strategia. In assenza di un quadro chiaro delle scelte da compiere si dovevano limitare i danni evitando che altri player approfittassero dell’incertezza generale per rosicchiare terreno nei domini di Washington. Appiccare incendi nei vari pagliai regionali (Medio-Oriente, Africa settentrionale ecc. ecc.) o creare scompiglio alle porte degli avversari più insidiosi (Russia in primis) rientrava nei cosiddetti “tempi d’attesa”. Ora la strada da seguire deve essere un’altra poiché i risultati scarseggiano e troppe vicende iniziano a sfuggire di mano. Quando Trump afferma, nel suo primo discorso da leader eletto, che gli Usa non vogliono imporre il loro modo di vivere ad altri paesi (leggi esportazione della democrazia assassina, di cui sono stati campioni i pacifinti liberal) non dice che rinuncerà a condizionare o influenzare le scelte dei governi. Sostiene, piuttosto, che l’assertività statunitense potrà fare a meno dell’ideologia umanitaristica per perseguire i suoi scopi e giustificare le proprie azioni, in quanto l’espansione ipertrofica del politicamente corretto sta creando cortocircuiti nella stessa società americana che imputridisce insieme alle altre del suo “giro”. Il pol.cor. sta spegnendo, insomma, le energie vitali dei medesimi americani che non ne vogliono più sapere del buonismo artificiale propugnato dalla casta dei demo-aristocratici, la quale pretende di sostituire i valori tradizionali con neo-costumi al limite della perversione. Per questo hanno votato il “rozzo” Trump che non chiede loro sforzi sovrumani di mutazione antropologica in un periodo in cui la realtà quotidiana è già una sfida insormontabile.

Chi crede che Trump farà del globo un posto più sicuro e stabile si sbaglia di grosso. La fase resterà convulsa fino all’ingresso nel vero e proprio policentrismo che condurrà a contrapposizioni più dure e dirette tra aree e paesi, smaniosi di allargare le loro sfere d’influenza, finché non emergerà, dopo grandi spargimenti di sangue, un altro temporaneo vincitore (che, tuttavia, potrebbe essere ancora Washington). Il Tycoon newyorkese renderà sicuramente il pianeta un luogo meno ipocrita e smaschererà molti farisei che hanno imperversato a lungo nei media e nei Palazzi del potere. Almeno ci proverà perché questo si confà meglio alla sua guida e alle sue intenzioni per “Make America Great Again“. Pur essendo questo un grande merito, perché non si può sopportare oltre il moralismo genocida di dem e neocon che ammazza con la benedizione della democrazia e dei diritti distribuiti ad capocchiam, continueranno bellamente provocazioni, omicidi, guerre e altre cose del genere. The Donald si accollerà, come ogni buon capo di Stato, la sua buona dose di crimini e delitti perché è il leader di un impero non di una sagrestia.

Forse aprirà effettivamente alla Russia e spegnerà la russofobia alimentata da Obama ma solo perchè vuol contenere la Cina ed impedire un rinsaldarsi dell’asse Mosca-Pechino. Sarebbe troppo pericoloso per quest’America in crisi d’identità e di credibilità permettere che si formi una grande coalizione di nemici di tale spessore. Tutto ciò ha una logica e segnala un’inversione di tendenza ma non si prendano fischi per fiaschi. Putin e Trump non potranno mai essere alleati, nonostante le cortesi parole tra loro. Ciascuno intende usare le debolezze altrui per farne punti di forza propri.

Noi però dobbiamo approfittare di questa ventata di aria fresca perché è il momento di fare i conti, anche in casa nostra, con quei vermi di radical-chic e di perbenisti che vogliono imporci il loro way-of-life d’importazione, miserabile e artefatto. Occorre scagliarsi con violenza contro i semicolti di sinistra per iniziare una rivoluzione culturale che incendi le praterie del lassismo imperante di cui essi sono stati artefici e con cui hanno aggravato la nostra situazione di sottomissione alle combriccole estere (da cui sono appoggiati). Bisogna definitivamente chiudere la bocca ai “mutanti antropofessi” del finto progressismo che inventano soggetti svantaggiati da tutelare per ingannare tutti i settori collettivi e ridurli alla povertà, di tasca e di spirito. Io non seguirò lo stile di vita del migrante, checché ne dica Boldrini. E’ meglio che questa gente inizi a correre perché siamo stufi della loro idiozia (e “ideozia”, cioè un’ideologia degenerata).

Mentre si arranca e si crepa per la crisi, questi pagliacci distribuiscono privilegi civili ad incivili di ogni risma, creando situazioni di autentica discriminazione tra persone concrete e categorie sociali. Vanno fatti fuori con tutte le armi a disposizione. Per ora in una battaglia culturale senza esclusione di colpi. Ma se non dovessero arrendersi bisognerà ricorrere a sistemi molto più brutali, da soluzione finale. Devono essere scacciati perché sono gli stessi invertiti che permettono l’assoggettamento del Paese a gruppi stranieri, i quali lo depredando e lo impoveriscono negandogli ogni futuro. Trump li ha colpiti togliendo loro l’inviolabilità. Noi dobbiamo approfittarne per distruggerli senza pietà.

IL CONVEGNO “IMMORTALE”

gianfranco

IL CONVEGNO “IMMORTALE”, di GLG

 

Perché una conferenza sul Comunismo?

 

A partire dagli assi tematici, il confronto si disporrà tra workshop, conferenze, una tavola rotonda iniziale, un’assemblea finale, una mostra (a partire dal 14 gennaio).

Con Étienne Balibar, Maria Luisa Boccia, Bruno Bosteels, Luciana Castellina, Pierre Dardot, Jodi Dean, Dilar Dirik, Terry Eagleton, Claire Fontaine, Katherine Gibson-Graham, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Christian Laval, Christian Marazzi, Giacomo Marramao, Morgane Merteuil, Sandro Mezzadra, Antonio Negri, Brett Neilson, Alexei Penzin, Jacques Rancière, Enzo Traverso, Mario Tronti, Marcel van der Linden, Yanis Varoufakis, Paolo Virno, Wang Hui, Slavoj Zizek…

Tra tutti questi c’è una sola persona che stimo, ma mi dispiace che sia coinvolta, e credo con sua soddisfazione, in questo “spiacevole” evento.

Notate bene che il comunismo non è solo attuale, ma non c’è proprio altra alternativa. Naturalmente, non si tratta del “comunismo reale” (un tempo, con assai maggiore precisione, i comunisti seri parlavano di “socialismo reale”). No, invece abbiamo a che fare con quello del futuro, quello che discuteranno questi sciammanati a Roma. Che personaggi!

 

 

 

APPENDICE.

Riporto il testo di una lettera (del 1999) inviatami da uno dei più “prestigiosi” fra gli “intellettuali comunisti” che partecipano a questo convegno. Non ne faccio il nome, ma sia chiaro che ho la lettera scritta a mano e firmata nel mio voluminoso epistolario di tanti decenni. E’ scritta, bisogna dirlo, in buon italiano. Preciso ancora che a questo intellettuale avevo già inviato numerosi miei libri senza mai avere la sua notifica (non dico il ringraziamento) del loro ricevimento. Quell’anno scrissi un testo di violenta critica dell’aggressione Usa (con al seguito D’Alema) a Milosevic. Specifico ancora che nel libro non trattai mai quest’ultimo come comunista o come qualcuno che mi fosse simpatico o che ritenessi minimamente vicino a ciò che pensavo già allora dell’esperienza sedicente socialista di certi paesi. Mettevo solo in luce i reali motivi di quell’aggressione e la falsità del genocidio dei kosovari (guidati da quel Thaci, che era ormai chiaro fosse stato orientato e finanziato dagli americani e poi, su studi di organismi europei, accusato perfino di traffico di organi umani, tolti ai serbi che la sua parte, sì, aveva ammazzato in quantità). Ricordo inoltre che, nell’ottobre del ’99, apparve l’inchiesta dell’OSCE (riportata anche in un paginone del “Corriere”, ma poi subitamente dimenticata in specie dagli ex-piciisti), da cui risultava il ritrovamento in Kosovo di 2000 cadaveri; il che non è genocidio, oltre al fatto che parte di essi erano di poliziotti e militari serbi uccisi dalla controparte. Beh, riporto la lettera dell’“intellettuale comunista” che alla fine, noterete, mi fa anche la lezione su qual è il “vero” comportamento di un comunista.

 

******, 22 sett. 99

 

Caro Gianfranco,

stamattina è arrivato il tuo libro. Ti ringrazio molto e sono lieto che hai pensato a mandarmelo [come più di una decina d’altri miei libri precedenti; nota mia]. Lo leggerò con grande interesse ed attenzione. Ma subito ti devo dire la mia reazione vedendo il sottotitolo: è per me inaccettabile parlare dell’aggressione USA/NATO alla Jugoslavia (vale a dire a la Serbia) senza di più [sottolineato]: quest’aggressione c’è stata indubbiamente, ma ce n’è stata anche un’altra [sottolineato]: quella del regime e dell’esercito serbo alla popolazione albanese del Kosovo [no, carissimo “comunista”; non alla popolazione, a Thaci e ai suoi “guerriglieri” pagati dagli Usa!; nota mia]. Nessun giudizio può basarsi sulla metà di una situazione. Aggiungerò che il punto di vista comunista (e credo anche marxista) è quello che vede le cose non dal punto di vista dall’alto, dei “principi”, ma dal punto di vista dal basso [sottolineato], delle popolazioni e dei popoli (kosovari, serbi, montenegrini, ecc.).

Un cordiale saluto

Firma (che lascerebbe basiti al nome di cotanto “intellettuale comunista” e sessantottino della prima ora).

 

Mi sembra ovvio pensare che anche la rivoluzione verde in Iran, quella che è stata in realtà un colpo di Stato in Ucraina, l’uccisione di Gheddafi e altre “piacevolezze” del genere non dipendano dai “principi”, ma dal “sano” spirito popolare di rivolta.

Va da sé che da allora non ho avuto più il (dis)piacere di incontrare cotanto “intellettuale” e per di più “comunista”; né ho avuto contatti d’alcun genere con lui e con quelli del suo genere, da oggi riuniti a convegno per raccontare le loro nefande bugie.

 

 

 

IL FALLIMENTO DELL’”ECONOMICA” COME SCIENZA “ESATTA” – (Seconda parte)

economia1

 

Voglio precisare – riprendendo così il discorso iniziato nella prima parte di questo intervento – che il “fallimento” di cui parliamo non mette in questione il fatto che l’economia politica anche nella sua versione neoclassica più ortodossa abbia, comunque, sviluppato analisi teoriche e modelli esplicativi importanti. L’approfondimento microeconomico delle interazioni tra individui ha permesso di comprendere meglio l’articolazione dei rapporti tra la sfera del consumo, le funzioni dell’impresa e le condizioni d’equilibrio ( pur sempre ipotetiche) auspicabili per l’economia reale e quella monetaria. La costruzioni di modelli matematici ha reso possibile, inoltre, una positiva interazione con discipline come la demografia, la sociologia empirica e la statistica. Ed è su questa base che Keynes  ha potuto  introdurre le sue rivoluzionarie concezioni che hanno dato vita all’analisi macroeconomica e hanno reso possibile la nascita di una politica economica scientificamente fondata. Ciò nonostante, come ben sanno i lettori di questo blog, noi riteniamo che nella misura in cui le branche specialistiche della scienza storico-sociale tendono ad autonomizzarsi dal contesto generale esse perdano contemporaneamente buona parte della loro capacità esplicativa. Gramsci, con una espressione che rimandava palesemente a Hegel e Croce, parlava dell’ “identità” tra storia, filosofia e politica sia per quanto concerne l’aspetto più propriamente teorico che per quello “pratico”. Ma, concordando in questo con Lenin, egli pensava che per l’azione politica fosse necessaria anche, come fondamento, una teoria generale della società la quale, per entrambi, era quella costruita da Marx nella forma della critica dell’economia politica a partire dall’osservazione del capitalismo borghese nell’Inghilterra della sua epoca. Tutti e due – come ha più volte evidenziato La Grassa – pur professandosi sempre eredi e discepoli dei fondatori del comunismo critico, avevano compreso che quello che era accaduto, prima durante e dopo, la Rivoluzione d’Ottobre “smentiva” alcuni importanti assunti della teoria marx-engelsiana. Il tradeunionismo “spontaneo” delle masse operaie, il ruolo degli “specialisti borghesi”, lo “sviluppo ineguale”, la teoria dell’”anello debole”, l’indeterminatezza dei tempi delle “transizioni” nelle fasi storiche prima e dopo la “rivoluzione” sono tutti punti che erano stati compresi da Lenin e Gramsci ed anche assimilati “praticamente” dal secondo. La Grassa comunque, da diversi anni ormai, ha rivisitato ed evidenziato tutte queste questioni e per questo motivo devo ancora una volta far riferimento ai suoi scritti per chi voglia approfondire. Le teorie della società, quindi, per aiutarci in qualche modo a comprendere la realtà che ci circonda e permetterci di agire politicamente all’interno di essa devono essere rielaborate criticamente e testate in ogni occasione per permetterne la verifica e/o la falsificazione. E, beninteso, sarà sempre importante che  queste concezioni generali e “prese di posizione” vengano supportate da “cassette degli attrezzi” (come nel caso degli strumenti dell’analisi economica in Schumpeter) tanto più fornite e aggiornate che sia possibile. La tesi che la scienza economica sia – e non possa essere altro che – una scienza integralmente (storico) sociale sembra del tutto ovvia e lo è senz’altro per noi e probabilmente per quasi tutti coloro che ci leggono ma è probabile che agli occhi di molti  “addetti ai lavori” le cose non stiano proprio così. Le “grandi crisi”, al contrario di quello che dicono i media, sono crisi dell’intero corpo sociale e l’elemento dominante preminente in esse non è quello economico ma quello politico. Certi dibattiti non sono quindi generati, come sembrerebbe,  da una messa in discussioni di paradigmi dal carattere puramente “teorico” ma da problemi politicamente stringenti. La questione dello statuto epistemologico e delle particolari caratteristiche  dell’economica in quanto scienza positiva sembra per l’appunto inserirsi in questo contesto sempre che si ritengano  affidabili certe fonti. A tale proposito non mi rimane che riportare alcune citazioni abbastanza comprensibili e, credo, interessanti.

Il dott. Marco Bergamaschi all’inizio di un suo saggio accademico del dicembre 2006 scrive che la scuola neoclassica o marginalista , alla fondazione della quale hanno contribuito come principali esponenti Walras, Jevons, Menger, Pareto e Edgeworth, fu influenzata in maniera decisiva  dal positivismo imperante nell’ultimo trentennio del Secolo XIX. Successivamente egli specifica così il suo discorso:

<<Al fine di rendere sistematica e formale l’analisi dei fenomeni economici, tali Autori propugnano l’utilizzo di strumenti logico-matematici, l’applicazione del metodo deduttivo, il ricorso a leggi rigorose e universali desunte dal linguaggio meccanicistico della fisica e della chimica: l’economia può conseguentemente configurarsi quale “scienza esatta”. Scopo dunque dell’economia teoretica è l’acquisizione di una conoscenza certa e generale che oltrepassi l’immediata esperienza, al fine di (poter) prevedere e dominare la fenomenologia economica nella sua totalità. Oggetto di studio dell’economia pura divengono quindi i “fatti economici” dal punto di vista generale, cioè teoretico: fatti perciò detti “tipici”(1). Viceversa, la conoscenza scientifica del singolo fenomeno nel suo concreto divenire è esclusivo campo d’indagine delle scienze storiche e pratiche. L’economia teoretica, in quanto conoscenza scientifica generale, consente poi di stabilire tra i fenomeni relazioni tanto rigorose da non ammettere eccezioni. Tale impostazione conduce alla determinazione e alla formulazione di leggi “esatte” (come le leggi di natura)>>.

 

Fabrizio Pezzani, professore ordinario presso l’Università Bocconi di Milano, in un articolo del 27.01.2014 così, invece, si esprime:

<<Nei giorni scorsi si è svolto a Davos l’annuale incontro sui temi globali che da anni ha come primo punto l’economia e la finanza, il loro trend e le possibili aspettative di crescita [mentre ( A.d.r.)] il tema della disuguaglianza e del rischio di implosione delle società sembra perennemente rimanere […] “il convitato di pietra“ ed una sorta di “problema collaterale“ allo sviluppo dell’economia. Einstein diceva: “Le nuove idee nascono come eresie e muoiono come dogmi“ ed è quello che sta succedendo all’Economia assunta come verità incontrovertibile e come motore di sviluppo unico del benessere sociale. Ripensare al ruolo dell’economia come motore di sviluppo sociale significa però porre in discussione l’ipotesi che sta guidando gli studi e l’Accademia da ormai 30 anni: l’economia non è una scienza esatta e l’approccio razionale ai mercati finanziari è stata un’illusione fondata su un’ipotesi comoda, opportunistica ma infondata>>.

 

Per concludere riportiamo alcuni passi da una voce enciclopedica, datata 2012, che ho ripreso dal sito  www.treccani.it:

<<Per tutto il 20° sec. la scienza economica ha abbracciato il paradigma neoclassico legato all’idea che fosse possibile descrivere, prevedere e controllare le economie usando semplici modelli basati su tre elementi fondamentali: razionalità illimitata, egoismo ed equilibrio economico. Tale paradigma ha raggiunto il suo punto più alto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando si affermarono i modelli microfondati della ‘nuova macroeconomia classica’, basati sull’ipotesi di agenti omogenei (o di un singolo agente rappresentativo), perfettamente informati che formulano aspettative razionali. Questi modelli assumono l’esistenza di un equilibrio generale di tipo walrasiano e la loro soluzione riflette in generale la soluzione del problema microeconomico dell’agente rappresentativo, evitando così i problemi di aggregazione, posti già da John M. Keynes con il ben noto problema della fallacia della composizione (il tutto non è la somma delle sue parti). Negli ultimi anni, questa prospettiva teorica è stata messa in discussione dal verificarsi di un insieme di eventi e shock esterni (l’inattesa crisi borsistica del 1987, il collasso dell’Unione Sovietica e del suo impero, le successive fasi di crisi finanziaria ed economica succedutesi a partire dalla metà degli anni Novanta e culminate nella grande crisi del 2007-08), accompagnati da scoperte e innovazioni derivanti dall’applicazione all’analisi economica dei metodi empirici dell’economia sperimentale sviluppati da V. L. Smith, premio Nobel per l’economia nel 2002.>>

 

 

(1)C. MENGER, Il metodo nella scienza economica, traduzione di G. Bruguier, in Nuova Collana di Economisti, vol. IV, Economia Pura, a cura di Gustavo Del Vecchio, Torino, UTET, 1937.

 

Mauro Tozzato 15.01.2017

 

QUANDO SARA’ POSSIBILE MANDARLI A SPASSO? di GLG

gianfranco

 

 

Salvini: “Il centrodestra è finito, andremo al voto da soli”

“Berlusconi, almeno in teoria, è mio alleato – tuona il leader del Carroccio in un’intervista alla Stampa – ma non è che aspettiamo Berlusconi per andare avanti”. Poi spiega: “Trump ha vinto parlando di dazi doganali, flat tax, stop all’immigrazione, lotta al terrorismo insieme con Putin. È il programma della Lega. Berlusconi parla di centro liberale, cattolico e moderato. In pratica, la Merkel. Io invece sto con Trump. E voglio votare subito”.

Allo stato attuale Salvini andrebbe al voto solo con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. “E con Fitto – aggiunge – e con tanti elettori di Forza Italia, che dopo aver letto Silvio Berlusconi non credo abbiano voglia di votare per un inciucio con il Pd”. “Io – continua il leader della Lega Nord nell’intervista al quotidiano torinese – sento tutti i giorni molti amministratori locali di Forza Italia. Non mi sembra che siano proprio entusiasti di riproporre oggi la ricetta del 1994” . (da Il Giornale on line)

 

Mi sembra si sia svegliato tardi e ancora senza una denuncia a tutto campo, trattando il “nano” per il traditore e venduto che è. Leggere “Il Giornale” cartaceo oggi (pagg. 6-7): ormai si parla senza più veli dell’accordo con Renzi e di un governo con insieme i Pd (chi ci sta) e i berluscones (non credo tutti i forzaitalioti). Se poi si legge l’intervista di Bossi su “Libero” (sempre oggi), si ha un ulteriore tassello di ciò che questi mascalzoni stanno preparando. Il “fu” leader della Lega dice che è pronto a lasciarla, fondando però qualcosa di contrapposto perché ha a disposizione un “anti-Salvini”. Parla di Berlusconi come di un gigante, afferma che può superare in voti la Lega e quindi restare il “capo” nel mentre trama per il governo con Renzi, operazione cui Bossi non è evidentemente contrario. Ormai gli infami, che presero il posto dei politici della prima Repubblica grazie alla sporca operazione di “mani pulite”, sono tutti all’opera per fare un’Italia a loro immagine e somiglianza. E’ ora di dire che sono da gettare nel cesso al gran completo, tirando poi lo sciacquone. Ma nel cesso devono purtroppo andare anche quelli che hanno perso tempo non denunciando il “nano”; oggi non sono più in grado di riparare il danno così provocato. Minacciano di andare ad elezioni da soli. Giusto, ma si doveva deciderlo quando era ormai chiarissimo che l’infame aveva tradito tutti, partendo da Gheddafi (pensate quanti anni si sono persi e ancora adesso non gli si sputa in faccia).

E’ poi troppo facile schierarsi subito con Trump, cioè con gli Usa. Sembra che i nuovi centri al potere in quel paese vogliano mutare la strategia (del caos) seguita dai precedenti. Ce la faranno? Hanno sufficiente potere o saranno costretti a molte “ammuine” per poi cedere su punti importanti? Per il momento, sembrano intenzionati ad attaccare a tutto spiano quei terroristi che i loro predecessori hanno alimentato e armato e finanziato per poi rimestare nel torbido. Non bisogna però raccontarsi balle; se si è per il multipolarismo, bisogna schierarsi senza tante storie per un netto avvicinamento alla Russia. E semmai non “belligerare” con i nuovi Usa (se saranno veramente nuovi), ma solo in funzione del maggior equilibrio di forze tra loro e i russi. Troppo facile entusiasmarsi per il presidente di quella che al momento resta la più forte potenza mondiale; così si fa finta di essere diversi e intanto si resta ancora a servire gli americani. No, carini, queste manfrine sono ormai ben note!

Comunque, siamo al momento in stallo; vediamo l’evoluzione dei fatti, sia interni che internazionali. Non ci si venga tuttavia a raccontare frottole; le conosciamo piuttosto bene e non sapete nemmeno raccontarle bene, voi patiti dei voti per avere un po’ di “carichette” da qualche parte. Buffoni, cialtroni, ma chi credete di prendere in giro: solo una popolazione ormai “imbesuita” da 70 anni di occupazione, fatta passare per “liberazione”.

 

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