Che cosa dico da tempo immemorabile?

Moro

Questo è solo un pezzo di una lunga intervista di Malcolm Pagani a Pasquale Squitieri (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Squitieri).

A dire la verità odio, rancore e povertà c’erano anche ieri.

E lo dice a me? All’epoca in cui rapirono Aldo Moro, l’odio era nelle strade. Mario Cecchi Gori incaricò me e Nanni Balestrini di lavorare sul caso e nella ricerca della verità, io e Nanni ci spingemmo molto in là. Ero amico di Giovanni Leone, il Presidente della Repubblica. Il 10 maggio del ’78, il giorno dopo il ritrovamento di Moro nella R4 in Via Caetani, Leone mi convocò al Quirinale. Era stravolto: “Avevo firmato la grazia per alcuni brigatisti in cambio della libertà di Moro. Me l’hanno strappato di mano due persone. I nomi non te li dico. Fai il cinematografo, hai i figli, non voglio farti rischiare”.

Raccontò questa vicenda già in Registi d’Italia di Barbara Palombelli. Ha mai saputo chi fossero le due persone in questione?

Uno era Benigno Zaccagnini e l’altra Enrico Berlinguer. Fermarono la Grazia concessa da Leone. Come mi disse il Presidente: “non sono persone pericolose, ma pericolosissime”.

Immaginare due fautori del compromesso storico nel ruolo di aguzzini suona improbabile.

La pensi come vuole, l’ho sentito con le mie orecchie. Moro vivo non lo voleva nessuno. Erano tutti d’accordo. Gli americani decidevano, i politici di casa nostra eseguivano. i brigatisti fecero il lavoro sporco. L’organizzazione era infiltrata a ogni livello ed eterodiretta dai servizi segreti di mezza Europa. Leone fu reticente. Voleva proteggermi: “Maestro-gli dissi, le sembra che ne abbia bisogno?”. Allora mi rivelò disse i nomi dei due che gli strapparono la Grazia dalle mani: “Zaccagnini e Berlinguer”. Attendo smentite. Non arriveranno. La Democrazia Cristiana ha sempre ucciso i proprio figli. Come Crono, se li è mangiati uno dopo l’altro.

****************

Da anni e anni sostengo che la morte di Moro era, diciamo così, preferita alla sua salvezza da una parte della DC (la sedicente sinistra) e dal Pci. Mentre altri diccì (come Fanfani ad es.) e Craxi si davano da fare per sottrarlo alla sorte che gli toccò e che non fu decisa autonomamente dalle BR, ormai con le mani legate da coloro (fra cui settori americani) con cui avevano creduto di poter, “leninisticamente”, giocare allo sfruttamento delle presunte contraddizioni interne al nemico. Fu questo che giocò con loro e fece far loro quanto era stato deciso, tenuto conto di ciò che sapeva Moro in merito a certe mene in atto tra Pci e ambienti statunitensi con il già avvenuto “compromesso storico”, ecc. ecc.  Chissà cosa veramente contenevano le carte che Moro portava sempre con sé, non fidandosi di lasciarle nei Ministeri o altri luoghi frequentati da certi segugi di alcuni importanti democristiani, in combutta con i settori ormai dominanti nel Pci.

Si ricordi pure, per favore, che sinistra Dc e Pci furono salvati da “mani pulite”, mentre furono perseguiti gli altri democristiani e i socialisti di Craxi. Lo ripeto: quest’ultimo e la maggioranza dei diccì fu annientata. Andreotti accettò la sorte e il suo lungo processo, che durò se non erro una decina d’anni distruggendolo politicamente. Craxi invece oppose resistenza, minacciò rivelazioni; in definitiva, anche lui non mise in luce l’essenziale di quel che sapeva e dovette pure andare in esilio. Evidentemente gli ex leader politici, come tutti, “tengono famiglia” che corre molti rischi se questi parlano troppo.

Pochi giorni dopo il rapimento dell’alto dirigente democristiano un “ambasciatore” del Pci partì alla volta degli Stati Uniti per un viaggio “culturale”. Non si trattava di un grande uomo di cultura, ma di un alto dirigente politico. Ci vuol molto a capire che cosa andò a combinare oltre atlantico? Ovviamente, non si poteva dire ufficialmente. Un po’ per via dei legami del Pci con l’Urss, ma forse questo è meno importante dato che certamente i vertici sovietici da tempo sapevano delle “brutte” tendenze dell’eurocomunismo, appunto guidato dal Pci berlingueriano. Il fatto è che esisteva allora nel partito una larga base operaia e popolare, tradizionalmente simpatizzante del sovietismo. In ogni caso, Moro certamente non poteva prevedere quanto poi accadde con la morte di Berlinguer, l’avvento di una generazione di piciisti ancora peggiori, l’improvviso e rapido crollo del “socialismo reale” e dell’Urss a circa vent’anni di distanza. Tuttavia, quel che sapeva dei traffici di quel partito, già iniziati da quasi dieci anni con un buon “scatto in avanti” dopo il colpo di Stato in Cile, era sufficiente a metterlo sull’avviso. Non si oppose, da buon democristiano sempre cauto e prudente, alle varie manovre per giungere al compromesso storico, forse avversato (ma credo tatticamente) da alcuni ambienti Usa, ma in realtà favorito proprio da questi data la disponibilità al graduale cambio di campo mostrata da chi aveva ormai in mano la direzione del Pci. Sono però sempre stato convinto che Moro si dava da fare per ostacolare quell’accordo. Quanto ormai dovrebbe essere accettato come assodato – la volontà di Pci e sinistra Dc di non salvarlo dalle decisioni delle Br (che erano in realtà decisioni d’altri) – chiarisce abbastanza la vicenda.

Non sappiamo che cosa avesse in mano Moro, quali contromosse andasse preparando. E chi sapeva non ha mai parlato perché, in effetti, non era sensato, per quella parte, parlare. La netta sensazione è che Andreotti, Fanfani, lo stesso Craxi e altri conoscessero molte cose. Si sarebbe però messo in crisi tutto l’impianto dell’alleanza atlantica dell’Italia. Non si poteva dire; e Moro è stato ammazzato, facendo al massimo pensare – ai poveretti del Pci ancora legati alla vecchia simpatia per l’Urss – che ciò avveniva perché egli era favorevole al compromesso storico avversato dagli Usa. Rivelare la verità, che era opposta, significava provocare uno scossone alla segreta alleanza con gli Stati Uniti e mettere in crisi la direzione berlingueriana del partito, con rischi di disfacimento di un pezzo importante della strategia occidentale tesa a favorire il cambio di campo dei “fu” filosovietici di questa parte dell’Europa; e i più importanti erano proprio in Italia, decisiva base logistica degli Usa.

Va detto senza mezzi termini che qualcuno nel Pci, contrario a simile operazione, doveva pur esserci e conoscere abbastanza i termini della questione. E lo sapevano certamente ad est. Lo ripeto: parlare significava, arrivati a quel punto, scassare del tutto il Pci. E nessuno lo volle. Si pensò di ovviare con altre manovre coperte. Del resto, anche i filosovietici non si aspettavano l’arrivo di un Gorbaciov, la sua azione di rapido disfacimento (credo però inevitabile) del sedicente “campo socialista”. La morte improvvisa di Berlinguer ha forse fatto nascere in questa frazione di piciisti una nuova speranza di mettere all’angolo i voltagabbana. Comunque, tutto è andato per il verso voluto dagli “altri”. E oggi si continua a mentire sulla morte di Moro. Non credo che dire la verità provocherebbe un gran sussulto; tutto è ormai cambiato. Si preferisce però non farlo. Un po’ per pigrizia e assuefazione alla menzogna, un po’ perché è ancora vivo l’“ambasciatore” piciista del ’78 (e funziona tuttora, sia pure a scartamento ridotto, per le scelte d’un tempo, ribadite e rafforzate dai nuovi “giovanotti di sinistra” venuti al comando), un po’ per non ledere la memoria di chi ancora viene preso come campione di “dirittura morale” (anche dai nuovi “pasticcioni” del grillismo); e via dicendo.

Bene, chi capisce un po’ le cose sa ormai perché è stato eliminato Moro e chi ha agito in tal senso. Tanta acqua è scorsa sotto i ponti, i ricordi sono sbiaditi e solo chi ha ben più di 50 anni può sentire ancora abbastanza vivido quel momento e il suo significato di aperta svolta di coloro che fingevano il “socialismo” verso i peggiori campioni di una società del tutto opposta. Del resto, oggi abbiamo dei veri “fetentoni” sia alla direzione dei “sinistri” d’Italia sia del paese cui questi hanno ormai “giurato” fedeltà servile. Amen

QUALCHE PRECISAZIONE

gianfranco

 

Spesso, nei dibattiti o anche soltanto in alcuni appunti mossimi, trovo che mi si rimprovera di non dare troppa importanza ai sogni, speranze, desideri di chi aspira ad una società migliore. Credo si faccia confusione di piani di discorso come di azione. E soprattutto non si tiene conto delle diverse congiunture storiche. Se uno ha voglia di fantasticare su impossibili società, composte di uomini, tutte pervase di giustizia, di completa libertà, di amore e solidarietà reciproche, ecc., lo può fare come ricreazione dell’anima per conto suo, in termini strettamente individuali. Quando poi ci si mette in azione – e anche fare teoria, propagandare per scritto certi ideali (e ideologie), ecc. è agire; smettiamola con l’idea gretta e limitata di prassi, quasi si trattasse dell’agire ottuso e cieco di perfetti decerebrati – abbiamo l’obbligo di tenere conto di che pasta sono questi particolari animali appartenenti al genere homo sapiens sapiens (denominazione un po’ enfatica e autocelebrativa).

Venendo a discorsi più concreti, e magari terra terra, diciamo che mi sono commosso al film di Kubrik su Spartaco; probabilmente mi accadrebbe lo stesso se vedessi un film su Müntzer e la guerra dei contadini (non l’hanno mai fatto? Non so, non credo). Sulla Comune di Parigi non ho in effetti provato emozioni forti poiché fin da subito mi sono soprattutto concentrato sulla lettura e riflessione delle lezioni, che Marx credé di poterne ricavare (vedi “La guerra civile in Francia”) e che furono poi riportate e commentate da Lenin in “Stato e rivoluzione”. Indubbiamente, mi riferisco a letture di molti anni fa e che adesso non avrei tempo di ripetere; e nemmeno, temo, ne trarrei grande utilità, poiché non mi sembra che in questa fase storica si ripropongano situazioni storico-sociali di quella particolare configurazione. In ogni caso, ribadisco che senz’altro l’esperienza passata non va dimenticata e se ne dovrebbero trarre tutte le possibili indicazioni per l’oggi e per l’immediato futuro. Per i prossimi 50 o 100 anni, mi sembra ci si debba attenere a ipotesi di grande genericità, perfettamente consci che, sicuramente, quelli che vivranno fra un secolo, se ci leggessero, direbbero che abbiamo sbagliato di bel grosso. Se poi qualcuno pensasse ai prossimi secoli, gli proporrei qualche cura psichiatrica.

Sull’esperienza passata, invece, si deve meditare assai, avendo però coscienza dell’ormai più volte dimostrata erroneità delle teorie e credenze in merito a quanto accaduto, ai risultati ottenuti, ecc. Si deve quindi rivedere quanto si è fino adesso sostenuto. In fondo, il sottoscritto va affermando da tempo questo (e soltanto questo). Tuttavia, è abbastanza per lasciare alle spalle quanto pensato e creduto tanti anni prima. Non affermo che si debba condannare quanto abbiamo fatto, nemmeno che ci si vergogni del proprio passato; bisogna però pensare alle nuove generazioni, invitandole a cambiare strada e a concentrarsi su qualcosa di nuovo e di più efficace teoricamente e praticamente. Sempre sapendo che la maggiore efficacia, se effettivamente conseguita, lo sarà solo temporaneamente. Nulla dura troppo a lungo. Non si deve cercare di protrarre per più tempo del necessario certi desideri, che spesso sono belli nei nostri ricordi perché magari ci abbiamo costruito sopra una (ir)realtà di “grande poesia”.

Inoltre, ricordiamoci che sempre esistono anche le speranze e i desideri inseguiti da altri, magari delusi ancor prima dei nostri; e spesso del tutto contrari ai nostri. Quando riusciamo a far prevalere i nostri, siamo in genere abituati a considerarli totalmente mostruosi, mentre potevano avere alcuni lati positivi, che andrebbero anch’essi ricordati e analizzati con oggettività per trarne insegnamenti non inutili. Nelle epoche di grande scontro, siamo settari e perfettamente chiusi a ciò che sostiene il “nemico”; dobbiamo solo annientarlo e prevalere su di esso. Secondo me, è un atteggiamento inevitabile e perfino utile e necessario se vogliamo cambiare qualcosa. Quando infine – come sempre accade, mettiamocelo bene in testa – sono tramontate sia le tesi e le speranze nostre sia quelle degli avversari battuti, bisognerebbe tentare una più fredda valutazione del passato in tutte le esperienze che l’hanno caratterizzato. Dovremmo smettere di presentare noi come grandi idealisti e gli altri come pura nequizia, disumanità e quant’altro. Ancora non intravvedo simile capacità. Nemmeno in me, troppo spesso, non mi tiro fuori.

Tuttavia, almeno comincio ad avanzare seri dubbi che abbiamo capito qualcosa di quanto è accaduto nel secolo scorso. Non è tanto, ma rispetto a quelli che ancora predicano l’antifascismo, la “liberazione” da parte degli americani (che ci hanno occupato e tuttora ci impediscono ogni reale e prospera autonomia), le lotte sociali di un tempo trapassato o la necessità di aiutare i cosiddetti deboli e diseredati che sono solo dei nuovi invasori, ecc., mi sono convinto di avere un po’ più di lucidità. Sarò presuntuoso, certo, ma continuerò così. E monta la mia avversità verso i nuovi, sempre più acerrimi, nemici: tutti quelli che, secondo me, continuano a sognare. Solo che molti fingono il sogno per i loro più sporchi interessi, che stanno conducendo la stragande maggioranza dei popoli europei al disastro. Addosso a questi, abbiamo di nuovo dei “nemici”. Pensate che bello! Possiamo ricominciare ad odiare e a desiderare nuove “pulizie”.

IL NOSTRO NEMICO E’ A WASHINGTON, NON A BERLINO

europa

C’è molta confusione nella testa di chi, in Europa, accusa la Germania di aver imposto una dittatura economica sul Continente. In realtà, costoro non vogliono vedere (o cercano di coprire) i ben più cospicui rapporti di dominanza (e, conseguentemente, di sudditanza), politica e militare, che da oltre Atlantico si stagliano su tutta l’Ue. Prendiamo, ad esempio, il recente articolo di Becchi e Sacchetti apparso su Libero del 17/09. Correttamente, i due articolisti descrivono le manovre americane, attraverso organismi economici (fintamente internazionali ma concretamente governati da Washington), per indebolire l’azione di Berlino sui mercati europei e mondiali. Dalle indagini sulle banche tedesche alle sedicenti truffe nel settore dell’automobile. Fatti che potrebbero comportare ulteriori multe e sanzioni (come già accaduto per Volkswagen) contro imprese tedesche ritenute troppo attive nell’arena globale. Non si perdona ai crucchi di non seguire pedissequamente gli indirizzi economici statunitensi ritenuti indispensabili a tenere unita l’Ue sotto il tallone di ferro della Casa Bianca. Ovviamente, i tedeschi non intendono accettare tali diktat, almeno non integralmente, perché ciò rappresenterebbe un limite pesante alle loro potenzialità economiche ed un freno alle loro prerogative di leadership politica all’interno dell’Unione. L’attuale conformazione unitaria, come è già stato più volte scritto da noi e da altri, è un progetto americano che viene da lontano e che dopo la caduta dell’Urss si è realizzato, anche oltre i suoi iniziali intendimenti, inglobando alcuni soggetti nazionali della sfera d’influenza sovietica, per diluire la forza delle medie potenze centrali europee (Germania in testa). Questa configurazione dell’impalcatura comunitaria ha come scopo quello d’impedire alla Germania di farsi egemone in Europa e di rendere estremamente difficoltose le sue intese geopolitiche extracomunitarie, con la Russia in particolare. Il saldamento di un asse Berlino-Mosca (che, magari, coinvolgesse Parigi e/o Roma) è un vero incubo per gli yankee poiché coinciderebbe con la derubricazione della loro posizione nel Vecchio Continente e con un ripiegamento pauroso che farebbe decadere il loro primato globale.
Ma veniamo all’errore, a dir vero madornale, commesso dai due commentatori di Libero. Facciamo prima una premessa. Sappiamo come in passato gli americani, per ragioni di contenimento dell’URSS, abbiano favorito lo sviluppo di un sistema economico europeo estremamente assistenzialistico, basato da un lato su abnormi aiuti finanziari e dall’altro sullo smaccato protezionismo militare, con delega ai nostri “protettori” della difesa dei margini europei. Gli americani ci tenevano al riparo dagli squilibri e dai fattori più aggressivi del loro capitalismo e dei mercati, nonché da eventuali aggressioni di terze parti, in cambio di una assoluta fedeltà all’Occidente anti-sovietico. In queste condizioni, nel contesto europeo, hanno potuto svilupparsi forme concorrenziali meno aggressive (o solidali, come dice qualcuno, ma anche più dipendenti dagli Usa) su cui vigilavano e agivano gli Stati, i quali intervenivano in ogni ambito per calmierare eventuali sperequazioni e squilibri, sia economici che sociali. La natura del Welfare europeo, ormai in via di smembramento dopo l’implosione del socialismo realizzato, ha avuto sostanzialmente queste origini. Ma, appunto, il venir meno di determinate esigenze geopolitiche ha mutato pesantemente il quadro dell’epoca storica. Oggi, l’interferenza americana in Europa è mutata in subdola ingerenza, non (solo) ai fini dell’allontanamento di un nemico ai confini (leggi Russia) ma per impedire alla stessa Ue di tramutarsi in antagonista diretto di Washington. Questo l’antefatto. Becchi e Sacchetti, ai quali probabilmente difettano i passaggi soprastanti, affermano che la Germania costituisce un pericolo per gli altri partner perché impone forme estreme di neoliberismo all’Europa mentre gli Usa suggeriscono indirizzi di intervento neokeynesiani, di espansione della spesa pubblica, per agevolare un allineamento tra i paesi dell’Ue e ridare fiato a quelli in difficoltà, come la Grecia o anche l’Italia. Poi però gli stessi autori sono costretti ad ammettere che se il TTIP, accordo di libero-scambio tra Usa-UE, basato sull’ideologia del laissez faire, è fallito è stato per un impuntamento dei tedeschi, i quali non vedono di buon occhio l’invasione di multinazionali e prodotti americani che finirebbero per divorarsi, più che la Germania, proprio i sistemi-paese europei economicamente più fragili della nostra area collettiva. Allora, chi sono i neoliberisti e chi i neokeynesiani? Forse è proprio sbagliata la chiave di lettura che nasce da una sovrapposizione di piani (economico, geopolitico, storico ecc. ecc.) e da una confusione di idee (ammettendo la buona fede). Cominciamo col mettere le cose in ordine dicendo che nemici principali dell’Europa sono gli Stati Uniti. Da ciò dipendono le scelte economiche tedesche, che, in un certo qual modo, sono forzate dalla situazione. Se Berlino potesse contare sul supporto politico di altri vicini europei (i quali, invece, tifano e operano per restare sotto la sudditanza Usa) forse le cose andrebbero diversamente.

merkel

MEDIOCRI DOPPIOGIOCHISTI

gianfranco

http://www.ilgiornale.it/news/politica/due-idee-centrodestra-confronto-48-ore-1307095.html

 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/pontida-asse-lega-forza-italia-prove-coalizione-unita-1307098.html

 

Questi due articoli mostrano chiaramente l’ambiguità e il vero doppio gioco della destra berlusconiana, ma soprattutto del loro capo, ormai sempre più infido e anche scoperto per chi sa leggere minimamente le sue mosse da 5 anni a questa parte (in un certo senso, direi dal G8 di Deauville e il suo scambio di battute con Obama). Non metto in dubbio che alcuni di F.I. siano un po’ critici di fronte alle prospettive del capo, ma lo fanno soprattutto perché si sono visti scavalcati con la nomina di Parisi a suo vero uomo di fiducia. In ogni caso, Berlusconi appoggia soprattutto l’incontro che sarà diretto da quest’ultimo; tuttavia, nello stesso tempo, Toti ci rivela che il doppiogiochista si è mostrato d’accordo con lui sulla partecipazione alla riunione dei leghisti a Pontida. E’ appunto il normale comportamento del viscido “nano”, che trama con tutti. Oggi finge anche un’opposizione a Renzi per recuperare voti e impedire lo slittamento dei suoi elettori verso la Lega. I vari giornali del suo schieramento sostengono che l’infido e Salvini sono differenti solo perché il primo vuole conquistare i moderati con una politica centrista mentre il secondo sta più sulla destra. Così non si capisce nulla. Chi veramente volesse fare opposizione a questo governo dovrebbe dire chiaramente che l’alternativa è altra: o la lotta decisa contro l’Europa, dichiarando apertamente che la si conduce perché si è asservita agli Usa (quindi la polemica contro la Germania va condotta solo in quanto oggi la Merkel mostra totale sudditanza al paese “padrone”), oppure il berlusconiano sotterraneo appoggio al cammino verso un partitone, che un domani riunisca il grosso della sedicente “sinistra” e di questo immaginario nuovo centrismo (per formare insieme il cosiddetto “partito della nazione”), ponendo alle “ali”, in posizione fortemente minoritaria, una sedicente “sinistra” (pezzi del Pd, quello primieramente favorito a partire dall’operazione “mani pulite”) e una sedicente “destra” (Lega, FdI e magari pezzi di F.I. ormai emarginati).

All’intervento a gamba tesa dell’ambasciatore americano sul referendum d’autunno (ancora non si fissa la data) non si è affatto risposto con vera dignità di paese indipendente. L’ha fatto il Presidente della Repubblica in modo, lo ripeto, pilatesco; il governo ha taciuto, i berlusconiani hanno mostrato la faccia corrusca, accontentandosi però di quanto detto dal presidente. Adesso tutto è messo da parte. La Lega crede di fare abile politica mostrandosi un po’ più dura, con un atteggiamento soltanto volto a recuperare i berlusconiani scontenti per essere stati sopravanzati da Parisi nel “cuore” del loro leader, dedito a subdole manovre strizzando l’occhio al governo, malgrado tutte le critiche esclusivamente intenzionate a recuperare qualche voto. Questi giochetti, che si credono altamente politici, favoriranno il risultato finale del “partito della nazione”, comunque lo si vorrà chiamare. Immagino che questo resterà a guida renziana, ma il problema principale non è comunque questo. Se necessario, anche Renzi potrebbe essere cambiato; e i cretini, che guardano alle persone e non alla linea politica perseguita, magari canteranno vittoria. No, la vittoria sarà di chi ci condurrà ad una reale colonizzazione da parte dei sempre più pericolosi statunitensi. Un domani ci si farà magari credere alla riedizione di un grosso partitone di centro (tipo DC), in grado di assicurare la moderazione contro gli “estremismi” di destra e sinistra (in altra epoca storica rappresentati da Msi e Pci). Balle; la Dc era un partito atlantico, ma in una situazione bipolare e con molti fili sotterranei tesi verso il Pci berlingueriano in fase di slittamento filo-Usa. La politica diccì (e piesseì) si concedeva qualche po’ di autonomia; basti vedere il funzionamento di una parte dell’industria pubblica, abbastanza difesa dagli attacchi di quella privata, che in Italia, a partire dal nascosto cambio di campo durante la seconda guerra mondiale (poi sfociato nell’8 settembre ‘43), è sempre stata la fucina dei traditori del paese. Il futuro partito della nazione, o come si chiamerà, sarà il rappresentante autentico di una sorta di “borghesia compradora” (sempre il nostro infame ceto imprenditoriale) in un paese soggetto alle nuove forme della colonizzazione, che non assomiglia certo alle vecchie.

Per completezza di riferimenti a questa politica delle ambiguità e sotterranei tradimenti, ricordo che in certi casi gli Usa criticano la Germania per la sua politica nella UE (austerità, ecc.). Così, quelli che vogliono fare la voce grossa, fingendo d’essere a favore degli interessi del proprio paese (ricordo ancora una volta i vermi berlusconiani), strepitano contro i tedeschi e si rivolgono al popolo (sempre sull’ingenuo e che non capisce la politica, anche perché ha altro da fare per tirare avanti) dicendogli: vedi come siamo bravi, come facciamo i tuoi interessi? Imbroglioni marci. Gli Usa si comportano come i generali nei confronti dei sottufficiali; questi ultimi usano il pugno duro nei confronti dei soldati, assicurando una rigida disciplina, mentre il generale – ogni tanto – si mostra “umano” e alleggerisce certe “pene”. E’ un gioco vecchio. Quei falsi critici solo in grado di ululare contro la Germania, e con qualche appunto al “padrone” nella sua versione obamiana (con estrema moderazione e occasionalmente), mostrano la loro effettiva natura di servi; per certi versi più pericolosi di quelli scoperti e con unica faccia. I berlusconiani dovrebbero essere seppelliti sotto montagne di merda. Renzi e i suoi vanno combattuti di fronte e fissando nette linee di demarcazione. Berlusconi è mille volte più laido e vile di Renzi. Addosso a questa “faccia di tolla”, miserabile avanzo della peggior specie dei “badogliani” di questa povera Italia. Chi non lo denuncia apertamente e continua a traccheggiare per miseri fini di qualche voto in più, è un politicante di basso conio; non c’è bisogno di fare nomi, spero.

1 89 90 91 92 93 102