VERSO UN NUOVO CAPITALISMO di G. Petrosillo

 

Come vi avevamo preannunciato è uscito, per la Casa editrice Unicopli, il nuovo saggio di E. De Marchi e Gianfranco La Grassa, dal titolo “Verso un nuovo capitalismo”.

Vi proponiamo in anteprima sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) il paragrafo introduttivo e quello conclusivo del saggio di La Grassa (incluso l’indice del solo suo saggio), come cornice di alcune delle tematiche che l’economista veneto affronta nella stesura complessiva dello stesso. Vorremmo attirare l’attenzione dei lettori su alcune categorie (e novità teoriche) messe in luce dall’autore, già argomento di molti degli interventi che proponiamo sul blog (e sul sito), sia di quelli più teorici che di quelli legati all’attualità, laddove l’elaborazione teorica lagrassiana (a monte) costituisce la griglia interpretativa dei fenomeni politici, economici e sociali descritti.

Innanzitutto, la necessaria rivisitazione della teoria dell’imperialismo, con specifico riferimento a quella leniniana, che ha inteso lo sviluppo del capitalismo in maniera stadiale sino a credere ad una centralizzazione definitiva dei capitali (sulla base della teoria Kautskiana del superimperialismo) con conseguente formazione di una classe dominante di rentiers “in alto” e di una base sempre più proletarizzata “in basso”, la quale avrebbe affossato il capitalismo in virtù del suo “volume”. Da tale presupposto, Lenin fa però derivare una differente pratica teorica, difatti, mentre per Kautsky da questa inevitabile polarizzazione sarebbe derivata una pacifica rivoluzione dei “numeri” (con evoluzione parlamentare pacifica del capitalismo in socialismo) l’ “uomo della lena” si fa portatore di ben altre istanze poiché consapevole che solo con la formazione di un blocco sociale esteso, dotato di forza egemonica, sarebbe stato possibile spazzare via le classi capitalistiche al potere. Inoltre, nonostante sposi anche lui la teoria stadiale del capitalismo (e dell’inevitabilità dell’avvento del socialismo), agisce sulla teoria con una grande astuzia “pratica”. Lenin, infatti, ritenne che prima di arrivare alla formazione dell’unico trust mondiale di cui parla Kautsky, le contraddizioni sarebbero esplose così forti da indurre le classi sfruttate ad agire con anticipo negli anelli più deboli della catena imperialistica, come accadrà, del resto, nella Russia del ‘17 (“né un giorno prima né un giorno dopo).

In realtà, Lenin era consapevole della non rivoluzionarietà della classe operaia (che lasciata a sé stessa è in grado solo di sviluppare una coscienza tradunionistica), quest’ultima senza un’avanguardia politica, e senza il collegamento con altri strati sociali in “bilico” tra i decisori e i dominati, non è in grado di produrre alcuna trasformazione sociale in senso anticapitalistico.

Proprio a partire da questo schema “eterodosso”, rispetto al marxismo economicistico ufficiale, dobbiamo ricominciare a ragionare seriamente sul ruolo dei dominati nell’attuale fase. Se la classe operaia non è la classe intermodale in sé, e se non vi è alcun limite interno al modo di produzione capitalistico che assicuri “parti maturi” dai quali levare il soggetto rivoluzionario affossatore del sistema, è chiaro, allora, che deve tornare in auge il discorso sulla “costruzione politica” del soggetto rivoluzionario. Il capitalismo ha come sua peculiare caratteristica (la sua dinamica propulsiva) la frammentazione e la divisione, vieppiù crescente, tra segmenti e strati sociali, che vengono compattati in blocchi trasversali nei quali sono invischiati anche i dominati (attraverso l’ideologia). Qui dobbiamo inesorabilmente lasciar cadere la ciarla sulla progressiva e inarrestabile polarizzazione che avverrebbe ai due lati estremi della formazione sociale, (iperproletariato maggioritario/rentiers parassitari minoritari) come caratteristica precipua del capitalismo, per dotare l’analisi dei nuovi strumenti atti a leggere le trasformazioni verificatesi all’interno della formazione mondiale capitalistica.

Pertanto, e a ragione, La Grassa recupera da Lenin la categoria di formazione sociale (non intesa come mera articolazione di modi di produzione differenziati) e la ripensa come struttura sociale in tutta la sua complessità. Tale complessità, come dicevamo, è legata alla sua “spazialità” (il mondo) e alla sua “profondità” (i blocchi sociali regionali) con al vertice  gli agenti strategici e alla base (una base tutt’altro che piatta) la massa dei non decisori. Ci imbattiamo così in una prima virtuosa uscita dal modello economicistico perché la lotta tra agenti dominanti non è solo quella del conflitto nella sfera economico-produttiva (anche questo, senz’altro) ma soprattutto quella nella sfera politica ed in quella ideologica. In quest’ultime sfere si dipanano le strategie volte alla supremazia, attraverso il compattamento dei blocchi sociali che compongono la formazione sociale nazionale, lungo linee di sviluppo (sempre di natura capitalistica) attestanti il maggiore o minore “urto” propulsivo di questi sistemi regionali (paesi). In questa puntualità logica si apre una lotta tra agenti strategici “interni” volta alla predominanza su altri agenti dello stesso tipo (e che può portare a piccole rivoluzioni all’interno del capitale) e dalla quale può emergere una maggiore dinamicità del sistema (se quelli, per così dire, vincenti sono orientati su progetti strategici di lungo respiro volti anche a conquistare uno spazio di egemonia mondiale) oppure di minore o scarsa dinamicità, se non addirittura putrefazione (dove gli agenti strategici interni si arroccano dietro formazioni sociali predominanti, com’è il caso dell’Italia e del suo servilismo nei confronti dei funzionari capitalistici USA). Dicevamo, dunque, che questa lotta tocca la formazione sociale mondiale nel suo complesso perché si espande dalle regioni al resto del mondo (o ad una area di questo). Si comprende che, se questa visione teorica ha un minimo di verità, molti dei discorsi meramente “verticalistici” (nel senso di prendere in considerazione la mera gerarchizzazione strutturale della piramide sociale) fatti dai dominati (legati soprattutto alla speculazione sul modo di produzione che, al più, può produrre una lotta rivendicativa non intaccante i gangli vitali del sistema complessivo) non potranno mai condurci fuori dal capitalismo. Ritornano perciò fondamentali le famose alleanze di Lenin, tese a creare un blocco sociale dei dominati (il quale evidentemente non sarà schiacciato sulla sola classe operaia, di fabbrica o disseminata che sia) in quanto “congerie”, per usare l’espressione di La Grassa nel saggio, di segmenti e strati sociali con funzione di interposizione nei confronti dei blocchi sociali dominanti. Occorre affrontare già da ora questi temi, soprattutto per non essere impreparati allorché lo scontro tra formazioni regionali (paesi e alleanze tra paesi) diverrà più caustico con passaggio da una fase monocentrica (dove una formazione regionale fattasi mondiale, in questo caso gli Usa, è riuscita ad imporre la propria supremazia economica, politica, culturale, alle altre) alle fasi policentriche, le quali sono, invece, il riflesso di una riorganizzazione (strategica, sia politica che economica) di queste formazioni, temporaneamente soccombenti, ma che puntano a scalzare la prima. In queste fasi si aprono possibili spazi di manovra per una forza anticapitalistica che però abbia maturato la specificità del suo ruolo nell’ambito della lotta interdominanti.

Con questo vi invitiamo ad andare sul sito per scaricare tutto il materiale.

LA FINOCCHIARO VENDE "FINOCCHI" (che nel sud sono le chiacchiere in libertà) di G. La Grassa

Ieri sera al TG3 – che non può più essere definito semplicemente “Telekabul”, ma più propriamente “Telemenzogna” – una delle infinite “facce di tolla” della sinistra, al secolo Finocchiaro, ha dichiarato che a partire dai 40000 euro l’anno (in giù), tutti hanno avuto un netto (testuale) vantaggio dalla riforma finanziaria. Io ho 42000 euro (lordi, che si riducono a circa 25000 netti) l’anno. E ho trovato 10 euro in meno rispetto all’anno scorso. Mancano però l’Irpef regionale e comunale; e inoltre, cosa che incredibilmente nessuno ricorda mai, se ho 10 euro in meno in cifra assoluta, la mia perdita è di alcune decine, perché ogni anno c’è l’adeguamento al costo della vita, che negli anni scorsi è stato più o meno intorno ai 20 euro.

Ma non sono certo il solo sfortunato. I due ignominiosi giornali governativi, Repubblica e L’Unità, stanno ricevendo lettere (e mail) incazzatissime dai lettori (di sinistra) che, con pensioni o retribuzioni di poco superiori ai 1000 euro (netti) al mese, hanno subito “nette” decurtazioni (pesanti a quei livelli di reddito). Uno con 1200 euro al mese ha avuto addirittura 100 euro in meno (il taglio di una mensilità all’anno); 1200 euro netti al mese significano all’incirca 1700 lordi, cioè 22-23000 l’anno. E’ un caso limite, ma non di molto. Ormai si stanno accumulando decine di migliaia di lamentele simili (e chi scrive è solo la “punta dell’iceberg”). E la bugiarda di cui sopra parla di vantaggi “netti” dai 40000 in giù. Tutti si sono inoltre scordati che gli ignobili “economisti” governativi (da Prodi a Visco, da Padoa Schioppa a Bersani, e gli altri) avevano per mesi sostenuto che il limite tra vantaggi e svantaggi era situato sui 75000 euro annui.

Ora, non voglio esagerare e sostenere che simili mentitori dovrebbero ricevere un “servizietto” del tipo di quello che riservava a certi ostaggi Al Qaeda. Ammettiamo pure che sarebbe esagerato. Ma perché non si deve dare ai cittadini “curnuti e mazziati” almeno la soddisfazione di avere a disposizione chi dice balle così colossali onde poterlo sputacchiare per una mezz’oretta; e, se del caso, avere anche il permesso di gettargli addosso un po’ di cacca di cavallo. Sarebbe un “rito collettivo” che non farebbe recuperare i soldi, ma almeno una serena tranquillità invaderebbe l’animo, tanto esacerbato nel vedere le varie “Finocchiaro”, su TG amici e conniventi, permettersi impunemente sfottiture così sfacciate.

Non ci vuole in fondo molto per calmare il popolo; dategli (dateci) almeno questa piccola opportunità!  

Proposta riformistica minimale (di A. Berlendis)

  

“Nel film ‘Uomini contro’ si vede una scena  nella quale dietro le prime linee italiane durante prima guerra mondiale, in cui il giorno precedente  all’assalto delle trincee nemiche, per ‘convincere’ gli eventuali soldati recalcitranti ad uscire dalle trincee( e morire in gran parte sotto il fuoco nemico),veniva inviato un plotone di esecuzione, che doveva fucilare coloro che non fossero scattati con slancio all’ordine dell’attacco.

 

In forme meno cruente proporrei che i parlamentari  che dichiareranno, prima di esprimere un voto contrario al ri-finanziamento delle missioni militari italiane (in primis in Afghanistan) ma poi voteranno a favore siano arruolati  ed inviati con il nostro corpo di spedizione a presidiare il terreno.

Non si potrà accusare di malevolenza questa proposta in quanto i summenzionati parlamentari avranno votato a favore di una ‘missione di pace’, indi per cui non avranno, niente da temere per la loro incolumità (secondo le loro convinzioni più profonde manifestate dal voto favorevole) .

 

Nel tempo libero dall’attività di presidio militare, potranno utilmente istruire i colleghi parlamentari afghani  su temi di ordinaria amministrazione, quali ‘Norme che disclipinano l’uso degli stupefacenti’ o sulle ‘unioni civili’ (Pacs) oppure temi di più ampia portata come la non-violenza e  la pace nel mondo…

Non volendo vantare nessuna primogenitura in merito alla proposta di legge ed intravedendo  già  il sostegno di schiere di parlamentari della sinistra ‘radicale’, lasciamo a loro l’onere e l’onore di portarla a buon fine.

E’ USCITO Prefazione_di_mimmoIL NUOVO SAGGIO DI G. LA GRASSA CON E. DE MARCHI, "VERSO UN NUOVO CAPITALISMO" EDIZIONI UNICOPLI, €13,00. 

 LA PREFAZIONE DI M. PORCARO (CLICCARE A FIANCO).

I MEDIONORMALI (IL CERVELLO COME “BAGAGLIO APPRESSO”) di G. La Grassa

 

Temo siano in pochi ad aver visto (o comunque a ricordare) il film “Oltre il giardino” di Ashby (e ancor meno quelli che conosceranno “La ricotta” di Pasolini).

Nel primo si parla di un personaggio (un memorabile Peter Sellers) che è vissuto tutta la vita come giardiniere di un ricco, e da quella casa non è mai uscito “nel mondo”. Quando il “padrone” muore, egli viene scaraventato in “questo mondo”, e parla solo – anche perché il suo cervello non si è sviluppato – di ciò che accade nel coltivare un giardino, dell’alternarsi delle stagioni, ecc. Non la faccio lunga (si veda il film che è molto divertente): il tipo viene preso in seria considerazione da tutti, da lui è “folgorato” un potentissimo senatore morente (che è anche un grandissimo finanziere e uomo d’affari, e la cui moglie si innamora del demente) e, alla fine, verrà eletto Presidente (e si sposerà con l’appena nominata), perché le sue frasi appaiono – nella loro assoluta piattezza e insignificanza – come le più sagge e profonde che si siano mai udite; udite ovviamente da una massa di altrettanto dementi, che però rappresenta praticamente tutto un popolo: dai massimi vertici politici ai grandi affaristi alla moltitudine dei cittadini-elettori.  

Molto divertente è, fra le altre vicende del film, l’indagine che il Presidente uscente fa fare alla CIA, all’FBI, ecc. sul “tipo”. Non si trova nulla, perché la sua nascita non è stata denunciata, e la sua vita è interamente trascorsa nel giardino. Tuttavia nessuno (o quasi) lo sa e nemmeno riesce ad immaginarselo; di conseguenza, l’ipotesi fatta è che quest’individuo, dolce e mite, sia in realtà un vero “falco” che ha fatto distruggere ogni traccia del suo passato, per non poter essere ostacolato da ricatti nella sua corsa alla Presidenza (in realtà, egli nemmeno sa di che cosa si tratti, accetta qualsiasi proposta gli venga fatta). Solo una vecchia nera – che aveva lavorato per tutta la vita presso il ricco proprietario del giardino, e che quindi conosceva il povero demente – lo guarda mentre sproloquia in TV e dice (pressappoco): “Che strani questi bianchi. Quello lo conosco bene; è più stupido di una gallina, ha la testa completamente vuota, e tutti lo ascoltano come un oracolo”.

Noi, critici di questo mondo politico di m….(sinistra o destra che sia), siamo come la vecchia nera. E questo ceto politico, chi più chi meno, è assimilabile al “giardiniere”. Quanto al “vecchio senatore”, immaginiamoci quelli delle grandi banche ben note (purtroppo non sono nemmeno morenti; fanno morire noi piuttosto). Tralascio di parlare (di insultare) la massa dei cittadini-elettori (i “bianchi”). Piuttosto, ricordo che esiste un personaggio unico, veramente molto simile a quello interpretato da Peter Sellers: Veltroni. In effetti, non si può dire che, se i servizi segreti indagassero, non troverebbero alcuna notizia su di lui. Tuttavia, sarebbe sempre poco. E poi, quando appare in TV – e parla delle sue molteplici attività di politico, scrittore, amante di film (tipo “Giovannona coscia lunga”), “benefattore” (in specie verso gli africani), ecc.; in una parola, di “buonista” – è “eguale sputato” al giardiniere del film in oggetto. Non dice nulla di sbagliato perché…..non dice nulla, è il “vuoto pneumatico” assoluto. E allora viene in mente anche “La ricotta” e le frasi che il regista (interpretato da un altro attorone: Orson Welles) rivolge all’intervistatore, un mediocre giornalista (che potrebbe, ad es., essere oggi del Corriere): “Lei è un uomo medio; cioè un mostro, un delinquente, un conformista……” (bisogna sentirlo dal vivo, altrimenti rovino una sequela di definizioni, insultanti ma precisissime, che sono un capolavoro).

Queste le considerazioni, “lievi come una piuma”, venutemi oggi in mente leggendo i quotidiani, guardando qualche TG, sentendo sproloquiare i politici, il Governatore della Banca d’Italia, il corteggio dei vari finanzieri, industriali, con il “condimento” di giornalisti in quanto prototipo dell’“uomo medio” nella definizione di Pasolini-Welles. Non direi che tutta questa gente sia proprio senza cervello, visto che in definitiva ce la “mette in c…..”. E’ però che viaggiano senza averlo in testa (questa è una scatola vuota); lo portano come “bagaglio appresso”, in modo che non pesi nella “vita di tutti i giorni”, e soprattutto che chi deve indagare sui disastri che combinano, sugli imbrogli che ci propinano, abbia grandi difficoltà a reperire l’“arma del delitto”.

 

5 febbraio

 

DA BRESCIA A TORINO (di G. La Grassa)

 

Due “piccoli” fatti, a loro modo significativi, si sono svolti sabato a Brescia e Torino. Nella prima città, Fini ha affermato che è lecito sospettare un legame tra Prodi e Bazoli (massimo vertice dell’Intesa San Paolo). Sembra sciocco parlare di sospetti dato che persino in questo blog – che non ha i canali di informazione di Fini – si parla da un bel po’ di questo binomio. Per di più, proprio questa settimana, “Panorama” (che forse Fini conosce) ha pubblicato un ottimo servizio sui rapporti e finalità di potere (pressoché assoluto) del “malefico duo”. Solo che da questo luogo in cui sto scrivendo, poco pubblicizzato, noi insistiamo nell’affermare ciò che ci appare essere una verità assiomatica: l’asse è del tutto asimmetrico. Bazoli è l’uomo di potere effettivo (è il Sole); l’altro è il pianeta che vive di luce riflessa, è stato da me più volte definito il “maggiordomo” (politico) del primo. Non perché, in vena di piatto economicismo, io ritenga che sempre l’economia comanda la politica, ma perché è sicuro che tale comando ci sia in Italia nella pessima fase che attraversa attualmente il nostro paese. In ogni caso, la pericolosità del progetto – di cui l’uno è mandante e l’altro mandatario – è estrema, e ho già parlato di “emergenza”, non di sospetti come fa l’ambiguo Fini.

Egli poi, e ciò sollecita i miei più vivaci impulsi all’insulto, ha affermato che “politica e finanza debbono rimanere ai loro posti”; ognuna delle due deve rispettare i rispettivi ruoli. Suoi lontani, più drammatici ma molto più seri predecessori, non fingevano di essere così coglioni; e smantellarono senza pietà la Repubblica di Weimar, covo del malaffare economico-politico sotto il pieno predominio della finanza, il cui vertice si trovava negli USA (esattamente come oggi in Italia). Venire a raccontare che economia e politica debbono restare separate, e non intrecciarsi fra loro, è falso, stupido e non risponde nemmeno agli interessi di un efficiente “sistema-paese”; è necessaria una interazione diversa, non una separazione tra le due). L’unica spiegazione di questa asineria finiana mi sembra essere il tentativo, e la speranza, di poter convincere altri ambienti finanziari e/o produttivi ad opporsi ai progetti della “SanIntesa” – cui rischia di collegarsi l’Unicredit di Profumo se questi si convincesse che ormai Bazoli ha partita vinta – ritrovando un collegamento politico con il centrodestra, magari un giorno liberatosi di Berlusconi (o perfino dei suoi figli, cioè dell’intera azienda), che sono “fumo negli occhi” per l’establishment raccolto nella RCS (pur internamente conflittuale).

 

A Torino, Draghi ha avuto accenti leggermente critici nei confronti della politica economica governativa, soprattutto sul fronte delle tasse (troppo alte, come dice la destra); e ha anche accennato una critica al sistema bancario italiano, nel cui ambito il costo medio per la tenuta di un c/c o un deposito è di 90 euro all’anno contro i 14 (sempre in media) nel resto d’Europa (che mi sembra un po’ grandicella, per cui sarebbe bene avere qualche dato più disaggregato; ma non è questo l’essenziale). Il “Corriere”, ormai giornalaccio inverecondo di proprietà del nostro più miserabile gruppo di dominanti (non proprio unito al suo interno, lo ripeto), ha cercato di smussare tali critiche, del resto blande, con un editoriale (domenica) del “bazolian-prodiano” De Vico (almeno così viene ritenuto, non lo conosco e riferisco quello che si dice). Dopo molti arzigogoli, contortissimi e privi di qualsiasi contenuto informativo (come vuole un giornalismo ormai corrotto e inetto), quest’ultimo sintetizza il suo (“alto”) pensiero: “Le indicazioni che il governatore ha dato, le riforme che ha suggerito non sono un programma alternativo a Prodi. Anzi, si potrebbe azzardare [un vero azzardo!!, ndr] che sono il ‘vero’ programma di un centrosinistra moderno e ambizioso” [ambizioso come i progetti di “dittatura finanziaria” del suo “ispiratore”: Bazoli (“condito con Prodi”), ndr].

E’ inutile dire che i giornali dell’opposizione hanno invece interpretato le parole di Draghi come una aperta, e solo “diplomatica”, sconfessione della politica dell’attuale Governo. In realtà, partiamo sempre dal principio, altro assioma per il sottoscritto, che il vertice della Banca d’Italia è in mano ad un uomo della finanza americana. Non si faccia confusione per il fatto che la presente amministrazione presidenziale statunitense usa la forza militare nel tentativo di schiacciare i suoi avversari; non certo però quelli più forti come Cina, Russia, ecc. (lo si tenga ben presente). La finanza di quel paese, che è quello al momento esercitante il predominio centrale (pur se non esaustivo), può ben essere più “fine”, può suggerire una politica tesa a non annullare ogni posizione contrastante, ma ad assorbirla consentendole modesti “spazi vitali”. Di conseguenza, non è completamente escluso che l’arroganza dei vertici dell’Intesa – scontratisi con la Capitalia mirando a Mediobanca e alle Generali, poi con la Telecom attraverso il piano Rovati (Prodi) per impadronirsi della rete fissa di tale azienda, nel contempo con Autostrade di Benetton impedendole di fondersi con Abertis (ma solo perché si vuol controllare tutta l’operazione relativa alle autostrade, ecc.), e adesso dedita ad ulteriori mosse di avvicinamento alle Generali passando per l’acquisizione della Hopa di Gnutti (tramite la bazoliana Mittel), ecc. – abbia indotto gli “americani” a consigliare al “duo malefico” una certa “calma e gesso” onde non creare sconquassi pericolosi per gli equilibri in Italia, sistema-paese di nuovo essenziale per gli USA ai fini del controllo in Europa (e dei piani verso il vicino oriente, tenuto fra l’altro conto delle resistenze di importanti ambienti francesi all’entrata della Turchia nella UE).

In ogni caso, per concludere, voglio solo sottolineare che i due piccoli fatti qui “raccontati” danno il quadro di manovre oscure e torbide condotte, in mezzo ad inganni e ad avvertimenti “similmafiosi” (“politica e finanza restino ai loro posti”), sia da destra che da sinistra. Certo, per il momento, quest’ultima è di gran lunga la più pericolosa – in particolare per le manovre della finanza bazoliana con i suoi servitori politici dell’ala prodiana – ed è dunque la prima che sarebbe urgente spazzare via, se si desidera conservare minimi spazi “democratico-formali”. Sia però chiaro che nessuna alternativa esiste “dall’altra parte”; solo altri servitori di (forse) altri pezzi dei parassitari gruppi dominanti italiani, da me più volte chiamati GFeID (grande finanza e industria decotta). Stiamo “con le ‘recie’ (orecchie) alte”!

 

5 febbraio         

 

FONDO F2ì, AVANZANO I PADRONI DELL’ITALIA

 

Mi soffermo solo con qualche battuta sull’articolo di sabato di Gianfranco La Grassa circa il surriscaldamento del pianeta e i conseguenti scenari apocalittici descritti nel meeting di Parigi dai 500 scienziati riunitisi per discutere sulla questione. A parte le contraddizioni fatte notare da GLG in merito alla forbice sull’aumento della temperatura del pianeta che oscillerebbe tra l’1,1 e i 6,4°C (il che dice già tutto sulla serietà delle conclusioni dello studio) c’è un’altro studio condotto in America da esperti dell’ Institute of Technology di Pasadena e del MIT di Boston che attribuisce la responsabilità del surriscaldamento del pianeta ad una più intensa attività della nostra stella, la quale starebbe determinando un innalzamento anomalo delle temperature di tutti i pianeti del sistema solare. La colpa, dunque, non sarebbe assegnabile all’attività umana ma ad un effetto serra “cosmico” contro il quale nulla si potrebbe fare. Si capisce che andremo avanti ancora per molto tempo con mille versioni diverse che saranno buone solo ad arricchire e a dare fama, alternativamente, ai catastrofisti o agli sviluppisti a seconda delle stagioni e senza poter mai venire a capo di una verità con un minimo di scientificità. La buona notizia è, invece, che se davvero la temperatura dovesse elevarsi fino al massimo previsto dagli esperti, l’Italia si troverebbe nell’ “occhio del ciclone” con la speranza che, laddove non arrivano i dominati, saranno gli eventi naturali a spazzare via le nostre inette classi (sub)dominanti. Insomma, sarà il vento solare che ci seppellirà tutti quanti (parafrasando un vecchio slogan dei desideranti).

Chiudendo questa parentesi un po’ scherzosa torniamo alle cose serie (quanto turpi) di casa nostra. Il progetto del governo di regalare alle maggiori banche italiane (con SanIntesa in testa) la gestione del fondo per le infrastrutture F2i la dice lunga sull’agglomerato di potere finanziario (di cui Prodi è il maggiordomo in “bilico”) che deciderà delle sorti (sempre meno progressive e magnifiche) del nostro sistema-paese. Per la creazione del fondo occorre l’assenso di palazzo Koch. Di fatti, sarà BankItalia (dove le stesse banche interessate all’operazione hanno la maggioranza: SanIntesa 44% + 6% di Generali, con Unicredit al 10% ecc.) ad autorizzare la creazione di tale fondo. In primis, non si capisce proprio la motivazione (si fa per dire) con la quale il governo assegnerà la quota maggioritaria del fondo a tali banche (SanIntesa, Unicredit, MPS ed altre banche minori, tutte però in qualche maniera legate ai colossi citati). Si dirà perché sono le uniche a poter gestire un tale volume finanziario. Bene, siccome però non si sa mai, forse una gara (almeno per dare adito ad una pura formalità procedurale) non avrebbe guastato. Probabilmente si temeva la discesa in campo di qualcuno “non invitato” al banchetto (magari appoggiato da “sporchi” capitali stranieri, sempre troppo luridi se non sono approvati dal padrone americano che controlla, da dietro le quinte, i nostri “campioni” nazionali) dove lorsignori si pappano l’Italia. Come dicevamo, queste banche controlleranno il 51% circa del fondo F2i, un 14% finirà, invece, alla CDP, l’altra creatura bicefala e camaleontica (ri)vestita di una forma giuridica pubblica ma che ha alle spalle, pensate un po’, sempre le stesse fondazioni bancarie! (ne abbiamo già parlato in un precedente post ma vi rinfreschiamo comunque la memoria: Fondazione San Paolo, Cariplo ecc) Touchè: si tratta ancora una volta dell’allegra combriccola bazoliana.

Quali obiettivi si propone il fondo? Si dice l’implementazione (absit iniuria verbis)  della rete fissa elettrica e del gas, ma si pensa (ancora!) alla rete telefonica, alle autostrade alla televisione ecc. Tutto sotto stretto controllo finanziario e per di più in poche, pochissime, mani.  Se questa non è una concentrazione di potere, con annesso conflitto d’interessi, allora vorrei sapere come altro la si può definire. Purtroppo, gli italiani si sono abituati a pensare che il conflitto d’interessi sia una brutta malattia che attacca solo  i nani pelati in possesso di tre televisioni.

La cosa meravigliosa è che Mario Draghi, ineffabile governatore della BankItalia post-repulisti, finge pure di essere a capo di un’Istituzione recuperata nella sua autonomia e rivolge rampogne, a destra e a manca, dai mille pulpiti che lo vedono protagonista. Non ultimo il Forex di Torino da dove il governatore ha paventato timori di ingovernabilità per i “giganti” finanziari nascenti dalle fusioni, i quali andrebbero in contro ad una dispersione di potere decisionale a causa della scorporazione tra consiglio di gestione e consiglio di sorveglianza. Questa strada, tracciata dalla SanIntesa e seguita da tutte le altre banche fusesi in questi ultimi tempi, serve non solo alle banche stesse per incontrare il minimo di resistenza possibile nell’opera di amalgama tra organi diversamente strutturati e appartenenti a banche prima separate ma anche a consolidare alleanze trasversali tra poteri (economici e politici), con le poltrone che si moltiplicano per equilibrare gli interessi di tutti (a tal proposito basti ricordare il ripescaggio di Modiano, vicino agli ambienti ds, che dopo una prima trombatura nella nuova configurazione della SanIntesa è poi rientrato grazie all’intercessione di Fassino e soci).  E questa sarebbe la nuova cristallinità del corso Draghi dopo l’annunciato repulisti della stagione dei furbetti del quartierino. Fazio fu buttato fuori proprio perché tentò di favorire un piccolo agglomerato di poteri forti (o aspirante tale), appoggiato da non precisati capitali stranieri, che voleva opporsi (per divenire il perno finanziario di altri interessi economici e politici) al gruppo di potere dei furboni della nazione.

Poiché l’ipocrisia non ha limiti, Draghi si è ancora una volta lanciato nei soliti moniti da servo del mercato (che non è dominato da alcuna mano invisibile ma dalla visibilissima mano americana) per cui occorrerebbero maggiori liberalizzazioni e più concorrenza nel mercato interno (oggi, a suo avviso, completamente assenti) poiché le banche sono al contempo proprietarie delle SGR, collocatrici dei propri prodotti e gestori delle reti di vendita. Un oscillazione schizoide tra l’invito a coalizzarsi per divenire più forti rispetto alle omologhe estere e quello di consegnarsi alla concorrenza per produrre vantaggi a favore dei consumatori. Il governatore della Banca d’Italia in questo è un vero dispensatore di chiarezza, sentivamo proprio l’esigenza di un altro funzionario goldmaniano che confondesse, con le sue capacità dialettiche, i mari peninsulari con le acque atlantiche.

Un’altra piccola curiosità. Dovrebbe passare a BankItalia anche la vigilanza di assicurazioni e fondi pensione. Generali, con il 6% in BankItalia, ringrazia sentitamente. Tra un po’ potremo leggere dietro gli sportelli di banche e assicurazioni la seguente frase: “questo istituto pratica l’autocontrollo HACCP” proprio com’è scritto dietro le porte dei supermercati. Good luck Italia!

LIBERALIZZAZIONI DEL PIFFERO (CHE SUONA UN’ARIA “SINISTRA”) di G. La Grassa

 

Vorrei sviluppare alcune considerazioni sulle recenti “liberalizzazioni”. Non entrerò nei particolari, di tipo tecnico o quasi, limitandomi invece alle considerazioni più generali che si possono fare a tal proposito.

 

Intanto, come al solito, si attaccano i gruppi sociali a volte ricchi (a volte nemmeno tali), ma certo non potenti, tanto meno dominanti. Non si pensa ad alcuna liberalizzazione, né a rinvigorire le “meravigliose” virtù della “libera” concorrenza, quando si tratta della fusione tra Intesa e San Paolo, che ha condotto ad un colosso sul piano dei mercati finanziari del nostro paese (certo nulla a che vedere con le banche americane o giapponesi). E come ci si poteva opporre, visto che Bazoli-Salza giocano senza dubbio il ruolo di “registi” mentre il Premier Prodi è il semplice attore (meglio, guitto) che segue le loro indicazioni? E’ preferibile “limare” i redditi di notai e benzinai, di taxisti e tabaccai e barbieri, ecc. Quando uno (Bersani & C, novelli Don Abbondio) non ha coraggio, come se lo può dare?

Che dire del fatto che non si proferisce verbo, tanto per fare un esempio nemmeno tra i maggiori, sulla società Charme? Quest’ultima è stata impiantata in Lussemburgo (paradiso fiscale) da Montezemolo, Della Valle, Merloni, Unicredit, ecc. (tutti del “piccolo establishment” relativo alla RCS); ha poi fondato una joint venture con una impresa cinese per importare in Europa articoli in cashmere e simili. Il potere di mercato di tale impresa importatrice è ovviamente di tipo oligopolistico, ed essa è in grado di rovinare molte piccole e medie imprese che commerciano con la Cina gli stessi articoli. Si dirà che la grande impresa in questione è in territorio straniero, non ci si può fare nulla. Invece, credo che sarebbe possibile farci molto; in ogni caso, nemmeno si parla di certi problemi, i potenti vengono lasciati tranquilli, sia da sinistra che da destra. Per i “veri grandi ricchi”, le liberalizzazioni intese a favorire la concorrenza sono superflue, non se ne discute neanche per un attimo.

In questo senso, mi sembra particolarmente deleteria la positiva accoglienza riservata al decreto in questione dalle varie associazioni consumatori, che non a caso pendono soprattutto verso una parte politica. Non mi diffondo sull’argomento perché non le conosco bene, ma ho l’impressione che molte cose esse abbiano a cuore, ma assai poco gli interessi dei consumatori, costretti magari a rivolgersi a loro così come i lavoratori, in mancanza d’altro, si debbono indirizzare ai sindacati, organizzazioni che non li rappresentano più realmente, e li difendono solo per il minimo indispensabile a non perdere ogni influenza politica.

 

Da almeno ottant’anni sono state condotte indagini e formulate teorie sulla “concorrenza imperfetta” (e da economisti, di fronte ai quali gli attuali dovrebbero cambiare mestiere e accettare di divenire direttamente fattorini delle varie organizzazioni imprenditoriali, soprattutto finanziarie). I “grandi esperti” di oggi sembrano (dico solo: sembrano) avere esclusivamente in testa le banali curve di offerta e di domanda, il cui incrocio indica il prezzo; e se l’offerta aumenta (“la curva si sposta tutta verso destra”), il punto di incrocio si trova ad un livello più basso. Nella realtà, quando ci sono svariati milioni di consumatori, con molte migliaia di “punti di vendita”, il tutto in territori di dimensioni di centinaia o migliaia di Km., è ovvio che – poiché è impensabile che tutti i consumatori visitino tutti i punti di vendita in cerca del prezzo migliore – i territori in oggetto debbano essere suddivisi in innumerevoli compartimenti di dimensioni credibili, in ognuno dei quali si trovano migliaia di consumatori con poche decine di “punti vendita” (se non ancora meno). Se si “liberalizza” e si aprono altri “punti vendita” in ogni dato compartimento, la domanda dei consumatori esistenti in quel pezzo di territorio – domanda spesso anelastica rispetto al prezzo, in particolare per prodotti alimentari, carburanti, e altri beni necessari – si suddivide tra un numero maggiore di venditori, con diminuzione dell’introito per ognuno di essi. Questi ultimi, non essendo molti in ogni data “porzione di territorio”, si mettono facilmente d’accordo per aumentare i prezzi e ripristinare gli introiti che ritengono necessari per continuare ad esercitare la loro funzione. Con buona pace della concorrenza, della diminuzione dei prezzi, dei vantaggi per i consumatori, ecc.

Si è trattato ovviamente di una pura coincidenza, ma comunque “gustosa”: il giorno della deliberazione sulle liberalizzazioni, mi è arrivata una lettera da Sky, in cui mi si annuncia che l’abbonamento mensile viene aumentato di 2 euro (su 30). La lettera mi “dimostra” come io sia fortunato, ci abbia persino guadagnato poiché il prezzo era fermo da tre anni. Quanti sono adesso i milioni di abbonati a Sky, che è un puro monopolio (d’altra parte, il suo proprietario Murdoch, dopo un breve “idillio” con Berlusconi, si è da anni avvicinato al centrosinistra)? Sia chiaro che nemmeno chiedo la “fine del monopolio” e la liberalizzazione dell’etere. Chi volete che apra nuovi canali TV? Magari la RCS (o una parte della stessa come nel già considerato caso della Charme) o De Benedetti o qualche altro “birichino” del genere. Vi sembra che questa sarebbe una liberalizzazione, un aumento della concorrenza, un vantaggio per i consumatori? Ma non diciamo fesserie, per favore!

Il vero fatto è che siamo in mezzo ad una accolita o di banditi o di deficienti “senza arte né parte”. Fa “tenerezza” vedere i “sinistri” – perfino quelli “estremi” (non tutti, per la verità) – ragionare come liberisti; ma quelli “del negozio appena girato l’angolo”, perché, sciocchi e inetti come sono, non riescono nemmeno a pensare di poter raggiungere un “altro quartiere”, si perderebbero per strada. E anche se sono emiliani, quindi concreti e pratici e solidi, di solido – cioè di duro come i sassi – hanno solo la testa, per di più vuota di ogni altro contenuto “più pregiato”. Povero nostro paese, in che mani è capitato. Una volta, dovevamo solo scontare il “peccato originale”; quale altro peccato abbiamo mai compiuto di ancor più grave di quello? 

 

Quanto fin qui sostenuto è però di scarsa rilevanza, in fondo. Il problema centrale è la totale mancanza di visione strategica dei nostri ceti “dirigenti” – economici e politici – che non dirigono più un bel nulla, né in economia né in politica, poiché hanno abdicato ad ogni loro ruolo di minima dignità nazionale per mettersi sotto le ali dei dominanti centrali (imperiali) statunitensi; poco importa se la preminenza spetta, di volta in volta, a questa o quella frazione (economica e politica) di tali (pre)dominanti. E’ ovvio che l’Italia, da sola, non è in grado di aspirare ad una politica dotata di sufficiente potenzialità sul piano della competizione globale. Tuttavia, il nostro non è un paese totalmente ininfluente in Europa; ed eventuali e radicali sconvolgimenti degli strati “dirigenti” (che attualmente non dirigono un bel nulla) produrrebbero effetti anche in altri paesi. L’Italia potrebbe tranquillamente essere un “esempio” – ma soprattutto un supporto, una “testa di ponte” – per analoghi rivolgimenti in alcuni paesi europei, perfino fra quelli di maggior rilievo.

Sarebbe però necessario ci fosse “qualcuno” capace di spazzare via radicalmente i ceti (sub)dominanti servili odierni. Occorrerebbe infliggere un colpo decisivo all’attuale prevalenza del capitale finanziario (a partire dalla “SanIntesa”), assolutamente subordinato a quello americano. Sarebbe necessario azzerare il potere degli attuali vertici confindustriali e di quelli – proni di fronte a questi ultimi – delle organizzazioni delle piccole e medie imprese dell’industria e del commercio; e bisognerebbe infine liberare i lavoratori salariati dalla loro obbligata “sudditanza” rispetto ad organismi sindacali corrotti e legati a filo doppio al potere capitalistico italiano, servo degli USA. Una vera “rivoluzione”, da non affidare certo agli sparuti gruppetti che dichiarano tuttora di essere “comunisti”; si debbono ignorare non perché si pretendono tali, ma perché il riproporre nella presente situazione, del tutto “disperata”, il progetto già miseramente fallito nel XX secolo è inaccettabile. Per il momento, sarebbe già tanto – perfino incredibile nel suo coraggio di osare – il proposito di potenziare effettivamente il nostro apparato economico, dando impulso ai settori di punta della nuova “rivoluzione industriale”; e senza “rompere i coglioni” – come fanno sparuti gruppi di “compagni” e di pacifisti – nel caso, ad es., di imprese quali la Finmeccanica perché “produce armi”. Essa produce anche, ed essenzialmente, nuove tecnologie avanzate in settori decisivi, che avrebbero poi, se assistite da una politica di “non asservimento” agli USA, ricadute importanti e generali su gran parte del sistema produttivo complessivo (e non solo italiano).

 

E’ ormai insopportabile sentire qualcuno – per fortuna sono pochi – che ancora parla di imperialismo italiano, come se noi fossimo sullo stesso piano degli USA. Il vero limite del capitalismo italiano non è certo la politica imperialistica, bensì un dominio esercitato – con modalità sempre meno “democratiche” (pur quelle soltanto formali di tipo “borghese”) – sul piano interno, ma solo per favorire i progetti globali del vero imperialismo, quello americano, cui si oppongono con sempre maggior vigoria e qualche successo (intanto sul piano “regionale”) altre potenze che, “in prospettiva”, sono anch’esse imperialiste e non certo interessate al “socialismo”, ormai accantonato per un lungo periodo storico. E’ inutile che mi si venga a ricordare che i nostri ideali di un tempo erano quelli “giusti”. Lo so benissimo, ma sentirsi nel “giusto” e non tentare nemmeno di pensare qualcosa di nuovo in una situazione di involuzione come quella odierna, che durerà per anni e decenni, è pura attitudine a “ritirarsi dal mondo”; se poi questo ritiro si maschera dietro roboanti dichiarazioni “rivoluzionarie” – che magari conducono soltanto all’appoggio elettorale di ambigui e anche loschi personaggi di questa squallida “sinistra” – allora è impossibile frenare il disgusto nei confronti di simili sparute pattuglie di “radicali” parolai.

Per il momento, sarebbe “gran cosa” se venisse spazzata via tutta questa genia di servi e di incapaci, che effettuano un autentico “sfruttamento”; non nel suo effettivo significato scientifico (l’estrazione di plusvalore), ma più semplicemente in quanto rastrellamento di reddito a favore di finanzieri parassiti, di industriali incapaci, di politici disonesti, privi di una qualsiasi strategia tesa a perseguire interessi minimamente generali; questi scadenti dominanti nostrani cercano solo di sopravvivere e di farsi “belli” di fronte ai padroni americani. Per il momento, mi accontenterei di una organizzazione politica (non di un generico movimento) capace di ripulire ogni angolino da costoro, onde dare forza al sistema complessivo e a quei settori che dovrebbero assumere il ruolo di effettiva avanguardia e traino di quest’ultimo. E vorrei una politica estera di avvicinamento alle nuove potenze in crescita (pur se non “socialiste”); non certo però per cercare nuove sudditanze, bensì per controbilanciare il predominio imperiale statunitense e, se possibile, favorirne il declino. Questo è nel nostro interesse, oltre a rispondere ad intenti antimperialistici (cioè contro l’egemonia globale statunitense); di questo è necessario convincere il nostro popolo, non semplicemente che comportandoci così saremo “buoni” verso i diseredati del mondo arabo o africano, ecc.          

Una forza politica del genere avrebbe anche un impatto “popolare”. Essa la smetterebbe sicuramente di mettersi alla coda delle indicazioni, pressanti e arroganti, degli organismi europei e di quelli internazionali (subordinati agli Stati Uniti), che – con la solita e ormai “scoperta” solfa dell’insostenibilità del debito e del deficit pubblici – vogliono sgretolare il nostro sistema pensionistico, quello sanitario, accentuare la “flessibilità” del mercato del lavoro, ecc. Tali organismi chiedono cioè un attacco frontale e generalizzato alle condizioni di vita delle grandi masse del nostro paese, al solo fine di aiutare i peggiori, fra i nostri ceti (sub)dominanti, a procurarsi i mezzi per prolungare il (per loro lucroso) servaggio, in perfetta combutta con i loro simili di questa inqualificabile area europea. Una forza politica, appena un po’ indipendente e interessata a promuovere un effettivo sviluppo del paese, si appoggerebbe ai ceti popolari – lo farebbe per necessità, non “per bontà” – e ne manterrebbe, per l’essenziale, il tenore di vita. Inoltre essa – interessata al sistema complessivo e non ai Bazoli, Montezemolo & C., o alle varie cosche ormai in sorda lotta fra loro (con, al momento, il relativo soccombere dei Tronchetti, Benetton, Geronzi), ecc. – non promuoverebbe azioni tali da mettere il lavoro salariato e quello autonomo, indipendentemente dalle loro varie stratificazioni di reddito, l’uno contro l’altro.

Sarebbe questo un cedimento rispetto agli “ideali” della perfetta eguaglianza, della indistinzione tra chi si impegna e chi no, tra chi ha slancio verso il nuovo e chi frena con gli occhi rivolti al passato, tra chi vuole crescere e chi fermarsi? Certo che lo sarebbe, perché quei falsi ideali non sono nemmeno quelli del comunismo di Marx, ma solo di gerarchie di (sub)potere parassitarie – come quelle sindacali, tanto per fare un esempio – che prosperano all’ombra dei poteri capitalistici (sub)dominanti, adattatisi a vivacchiare nella sfera di influenza americana. Occorrerebbe una “grande scopa” contro questa cianfrusaglia, questo ciarpame economico e politico (e culturale), che impedisce ai più di guardare al futuro con maggiore ottimismo. “Ripensare Marx” significa intanto ridare slancio a nuove prospettive, che sono comunque favorevoli alla maggior parte della popolazione – e incrinano il divide et impera tipico dei vili (sub)dominanti italiani, con le loro appendici “di sinistra” – pur se non immediatamente tese alle “magnifiche sorti e progressive” del sedicente comunismo e della sedicente classe universale che ci dovrebbe portare in Paradiso.

Per questo, non per le futili e meschine liberalizzazioni inventate da “progressisti” retrogradi e parassiti, vale la pena di battersi nell’immediato futuro. Pur se questa, lo sappiamo benissimo, non è ancora la “rivoluzione sociale”.

 

3 febbraio     

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LA "GLACIAZIONE" DEL CERVELLO (di G. La Grassa)

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Per quanto uno faccia il possibile per ascoltare le ragioni di tutti, non c’è dubbio che questi “ambientalisti” (di tipo capitalistico) provocano una irritazione crescente; e i “sinistri” che vanno loro dietro non mi sembrano meritare grande rispetto. L’ ONU – questa organizzazione, fra l’altro specializzata in “missioni di pace” – ha riunito “500 esperti” a Parigi per discutere della “catastrofe ambientale prossima ventura”. Dire “500 esperti” serve al pubblico “piccolo-borhese” di gonzi in “servizio permanente attivo”. Sono migliaia e migliaia gli scienziati (dai fisici agli economisti) che si occupano di problemi del genere! Noi abbiamo brillanti strumenti di informazione che sono le TV; sull’ambiente si sono distinti in particolare il TG3 e…..il Tg4. Si, Fede apre da ormai un mese i suoi TG con l’ambiente degradato, “con l’inverno più caldo da 200 anni a questa parte”, per poi dire che un inverno simile lo si ricorda nel 1870 (sono passati 200 anni?!); ha poi sempre pronto il collegamento con un meteorologo di Firenze, di cui vi risparmio il nome, che annuncia il cataclisma dietro l’angolo. A proposito, da quando esistono rilevazioni minimamente serie delle varie temperature e fenomeni climatici?

Questi strumenti di rimbecillimento collettivo (sempre le TV) hanno riportato le conclusioni del convegno parigino, sintetizzando: entro fine secolo, la temperatura media si innalzerà di 6 gradi. Poi, uno legge nei giornali – ma riportato senza evidenza alcuna, bisogna proprio imbattersi per caso in “quella riga” – che in realtà il rapporto conclusivo parla di un innalzamento compreso tra l’1,1 e i 6,4 gradi. Hai capito che millimetrica precisione! Bravi questi “500 esperti”. Si afferma poi, a mo’ di esempio di catastrofe, che la Groenlandia tornerà (non diventerà) verde, sempre entro fine secolo (quando? Nel 2050, nel 2080 o proprio nel 2100, o meglio ancora nel marzo del 2077? Mah, chissà; l’importante è che tornerà ad essere verde entro i prossimi 93, anzi 94, anni). In effetti, Groenlandia significa “isola verde”, poiché essa lo era fino a cinque secoli fa; si tratta dell’“altro ieri” in termini storici, e di “tre minuti fa” in termini di ere geologiche. Infine, mi sovvengo di un convegno dello stesso tipo nel 1973 (comunque inizio anni ’70), in cui era data ormai per scontata, per imminente e assolutamente inevitabile, una nuova era di glaciazione, con tutti i conseguenti terribili cataclismi connessi e la “solita fine dell’Umanità” (un po’ migliore, perché eravamo conservati nel ghiaccio, non decomposti dal calore). Non ricordo se gli esperti erano proprio 500, comunque alcune centinaia di sicuro; e ciarlatani (o affaristi e imbroglioni) come gli attuali.

Su questi problemi sono scatenati personaggi come Soros e Gates. Al Gore ha fatto un film per propagandare i temi “verdi”. Peccato però per lui che, proprio sotto la presidenza del suo vincente avversario (l’ignobile Bush), gli USA sono ormai pronti alla “conversione all’energia pulita come opportunità di sviluppo” (articolo di Platero pochi giorni fa sul Sole24ore). Lo si legga, è molto argomentato e ricco di notizie. Una nutrita schiera di grandi industriali già “in fila” onde ricevere lauti sussidi pubblici per nuove fonti energetiche ad altissimo costo. Tuttavia, cerchiamo di non essere solo economicisti. L’ambiente sta certo diventando un affare colossale; ad es. anche in Italia, con la storia (che non è inventata, lo so bene) dell’inquinamento urbano, cercano di mettere fuori uso (e fuori mercato, sia pure dell’usato) 13.700.000 autovetture, con vantaggi che “non ti dico” per l’industria automobilistica. Non è però tutto qui; come ciliegina sulla torta (ciliegiona) ci sta l’ostacolo frapposto allo sviluppo delle nuove potenze (in specie asiatiche: Cina e India) e, in genere, dei vari paesi che si apprestano a seguire la stessa strada. Meglio congelare gli attuali rapporti di forza.

Vano tentativo, per fortuna. Cina, India e “gli altri” mandano a c….i nostri popoli già benestanti. Vogliono “salvare l’ambiente”? I “500 esperti” si cimentino nel mettere “a rigido stecchetto” gli europei e, prima ancora, gli abitanti della potenza imperiale centrale. Ci divertiremo ad assistere a questa “fatale impresa”! Il vero fatto è che “gli esperti” non si riuniscono per questo. Sono finanziati da chi di dovere per poter fare soldi con tutto ciò che capita; come già le guerre, anche le “catastrofi annunciate” (al “poppolo”) sono un affarone colossale. Coadiuvati dai “sinistri” ambientalisti, certi “esperti” (una parte, ovviamente, poiché l’altra fa accumulare soldi sostenendo tesi opposte) contribuiscono a fare in modo che a gran parte dei ceti popolari siano rastrellati i redditi, con diminuzione delle loro condizioni di vita, per la maggior gloria del business di finanzieri ed industriali parassiti, nuovi “dottor Dulcamara” della nostra epoca, nuovi “Cagliostro” capaci di convertire in oro la merda dei pareri di “chi se ne intende”.   

RICEVO E PUBBLICO

L’ECONOMIA DELLA CATASTROFE E L’ECONOMIA DI GUERRA
di Lucio Garofalo

Alcuni esempi tipici di disinformazione

Nella storia dell’umanità c’è sempre stato qualcuno pronto a speculare sulle tragedie collettive, sui cataclismi provocati dalla furia naturale, sulle guerre e sulle carneficine umane. Rammentate il clima di panico e sgomento generale suscitato intorno all’aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”? Non esagero se dico che ci hanno indotti a temere il peggio; si era persino giunti a paventare una pandemia di proporzioni colossali, a prospettare uno scenario apocalittico di catastrofe umanitaria e sanitaria. Ma quali sono stati i danni effettivamente arrecati dall’influenza aviaria?

Gli esiti reali sono stati addirittura irrisori di fronte ai terrificanti effetti temuti e sbandierati dagli “esperti”. Al contrario, la iattura maggiore è stata prodotta dalla paura e dalla propaganda terroristica dei mass-media, che conducono a disastri più gravi del male stesso.

Le perdite principali sono state di ordine economico, poichè l’allarmismo diffuso tra la popolazione ha arrecato svantaggi e rovine al settore dell’avicultura. Chi, dunque, ne ha approfittato? Cui prodest? A chi interessa spaventare la gente?

Tra quanti hanno tratto utili incalcolabili, figurano senza dubbio le industrie farmaceutiche produttrici di vaccini antinfluenzali, nonché altri avvoltoi che hanno lucrato su ciò che è stato il business economico dell’anno scorso: l’influenza dei polli. Ma i veri “polli” sono stati i milioni di cittadini e consumatori, truffati e gabbati dagli organi della disinformazione di massa.

Uno dei concetti chiave di Goebbels (il Ministro della propaganda nazista) era: “Una bugia ripetuta mille volte diventa più vera della verità”.

Parimenti mi chiedo chi ha lucrato sulle catastrofi internazionali degli ultimi anni come, ad esempio, lo spaventoso  tsunami che nel dicembre 2005 devastò il sud-est asiatico, causando un’orribile ecatombe. La risposta la lascio al vostro giudizio individuale.

Un altro esempio. Si pensi all’11 settembre 2001, allo storico attentato contro le Twin Towers. Questa immane tragedia, un orrendo crimine contro l’umanità, ha cinicamente rappresentato un esorbitante affare economico, uno straordinario evento speculativo in borsa, che ha generato immense fortune finanziarie per pochi, grandi speculatori, ma ha dissolto ingenti ricchezze, rovinando milioni di piccoli risparmiatori.

Così le tante guerre, attualmente in corso nel mondo, in Iraq, in Afghanistan, in Medio Oriente, in Africa, sono tante opportunità per siglare affari d’oro, per arricchirsi con il sangue, la morte e la sofferenza di milioni di esseri umani, condannati ad un destino atroce e sventurato.

Ma la guerra è, per antonomasia, un evento catastrofico, che annienta non solo vite umane, ma demolisce intere città, agglomerati urbani, strade, abitazioni, scuole e ospedali, insomma le infrastrutture, alla stregua di un violento sisma o di una qualsiasi calamità naturale. A cui segue il momento della ricostruzione delle aree disastrate, una fase che è anch’essa un’occasione lucrosa, utile e propizia per stipulare affari. A tal punto che l’economia della ricostruzione è tanto ricca e conveniente quanto l’economia di guerra, o un’economia della catastrofe e del catastrofismo. I “frutti” di cui parlo sono gli affari osceni compiuti da sciacalli e trafficanti capitalisti, privi di scrupoli, che dissanguano e disonorano il genere umano. In tal senso, l’economia della catastrofe è omologa e corrispondente all’economia di guerra, come l’economia della ricostruzione è associata in modo complementare all’economia di guerra.

L’indotto economico che si viene a creare intorno ad un processo di ricostruzione, è un circuito assai vasto, complesso e articolato, che impiega decine di migliaia di tecnici, professionisti, ingegneri, architetti, progettisti, lavoratori addetti all’edilizia, ma anche operatori della sanità, della scuola, dei servizi; è un sistema che può favorire l’accumulazione di notevoli fortune economico-capitalistiche. Si rammenti quanto è accaduto durante l’opera di ricostruzione successiva al sisma del 23 novembre 1980, che cancellò in pochi attimi intere comunità dell’Irpinia e della Basilicata.

L’economia della ricostruzione implica anche la formazione di rendite e titoli azionari in borsa, che sono soggetti alle oscillazioni e ai condizionamenti derivanti da avvenimenti catastrofici.

Insomma, tutti noi dovremmo imparare a diffidare delle notizie, soprattutto di quelle più allarmistiche, che quotidianamente ci vengono propinate dai mezzi di comunicazione di massa, cercando di ragionare con la nostra testa, esercitandoci nell’arte del dubbio e della critica, non per il gusto di polemizzare gratuitamente, ma per liberare ed espandere l’area della nostra coscienza, per disintossicarci dalle scorie velenose della disinformazione, che ormai è diventata una droga psicologica, un pericoloso ingranaggio che procura un’inconscia forma di dipendenza e di assuefazione mentale. Non a caso, molti di noi dipendono e fanno dipendere la propria vita dai mass-media, in particolare dalla televisione, senza mai dubitare delle informazioni ricevute. L’oracolo moderno a cui le masse guardano e si rivolgono come a un profeta elettronico, o a una divinità terrena, da cui ottenere responsi autorevoli, è proprio la televisione.

Perciò, non è difficile figurarsi le ragioni per cui la nostra società versa in uno stato di decadenza  morale e intellettuale, una società in cui regnano i facili allarmismi, le fobie, le psicosi, l’ipocondria, insomma una società nevrotica e alienante.      

In altri termini, io credo che dovremmo porci, una tantum, la fatidica domanda: “cui prodest”? A chi serve o conviene una data notizia? A chi giova manipolare la verità? Una maggiore accortezza ci aiuterebbe se non altro a ragionare, ad esercitare il nostro senso critico, che è un istinto naturale, una virtù che il sistema sociale tende reprimere sin dai primi anni vissuti in famiglia e a scuola, costringendoci ad obbedire ciecamente alle “autorità” che sono i genitori, gli insegnanti, lo Stato, la Chiesa, i media, la “santa inquisizione” televisiva.

Tra le tante balle catastrofiste e allarmistiche che ci raccontano ogni giorno, vi sono quelle che appartengono alla categoria ecologico-ambientalista. Cito un esempio. L’effetto serra.

Sappiamo che il surriscaldamento del clima terrestre prodotto dall’inquinamento atmosferico, è all’origine della siccità e della desertificazione. Ma, come spesso accade, ci raccontano solo una percentuale di verità, ossia ci nascondono una quota della verità stessa.

Occultare una parte di verità, per riferire solo quella che fa comodo, significa compiere un’opera di  mistificazione. Dunque, a chi giova un certo tipo di terrorismo psicologico?

Provo a ragionare con la mia testa. Semmai si verificheranno in futuro eventi disastrosi, questi potranno derivare dall’inevitabile innalzamento delle acque dei mari e degli oceani che sommergeranno vastissimi territori come, ad es., le fasce costiere dei paesi mediterranei.

E’ innegabile che l’effetto serra stia causando un progressivo scioglimento dei ghiacciai polari. Tale realtà è conosciuta da tutti, anche dai ragazzini che frequentano le scuole elementari. Mi riferisco alla verità ufficiale, alla versione proposta e divulgata dai mass-media, che rappresentano e difendono determinati interessi economici e di potere.

La verità viene quindi spezzata e ridotta in frammenti, viene trasmessa e descritta a brandelli. Alcune porzioni assai rilevanti della verità, vengono sistematicamente ignorate, trascurate, omesse, occultate e dissimulate ad arte. In genere, gli organi di informazione riferiscono solo la razione di verità che conviene rivelare. Così come avviene nel caso preso in esame.

Perché non ci spiegano, ad esempio, che la scarsità di acqua derivante dalla siccità e dalla crescente desertificazione del clima, potrebbe essere compensata dallo scioglimento dei ghiacciai polari, così come ci insegna e ci dimostra la legge dei vasi comunicanti?

Personalmente, confido nella capacità della Terra di riequilibrarsi e rimediare ai guasti e agli scempi causati dall’umanità, dato che il nostro pianeta è simile a un organismo vivente.

A proposito di “verità”, o di notizie attendibili, sarebbe più verosimile la tesi secondo cui sarebbe in atto un processo di tropicalizzazione del clima, specialmente del clima mediterraneo, per cui si potrebbe prefigurare uno scenario futuro di trasformazione territoriale di paesi quali l’Italia o la Spagna, in tanti arcipelaghi formati da isole tropicali, simili alle oasi e ai paradisi geografici presenti nelle attuali zone tropicali.

La disinformazione, sempre più dilagante e pervasiva, condiziona in modo decisivo la nostra vita, a tutti i livelli, anzitutto nel campo alimentare.

Gli esperti di nutrizione ci raccontano che la migliore dieta è quella più varia e più ricca di alimenti (sicuramente ricca per i commercianti e per le multinazionali del settore alimentare). Io mi domando se convenga (non solo economicamente) variare e arricchire la propria alimentazione giornaliera, nella misura in cui variare significherebbe incrementare i consumi, per cui tale tesi, divenuta una persuasione diffusa, un luogo comune trito e ritrito, racchiude una sorta di messaggio subliminale che inciterebbe al consumismo più sfrenato.

In altri termini, con tutte le sconcezze alimentari diffuse in commercio, i cibi adulterati e geneticamente modificati, le carni gonfie di ormoni, gli alimenti surgelati contenenti conservanti, coloranti, additivi chimici, mi chiedo se non convenga, sotto il profilo igienico-sanitario, seguire una dieta più povera (ma più ricca per il nostro portafoglio) e più genuina, un’alimentazione meno varia, incentrata su poche componenti nutritive, magari sugli stessi alimenti, ma che sappiamo essere sani al cento per cento!

I miei punti di vista sono antitetici a quelli oggi dominanti, creati dalla propaganda e della disinformazione di massa, manovrata dai padroni del mondo, cioè dalle corporations dell’economia globale, che sono i padroni della scienza, della tecnica e della comunicazione.

Io non ho le competenze tecnico-specialistiche per confutare determinate tesi scientifiche che sono false e ingannevoli, ma cerco comunque di informarmi autonomamente e di ragionare con la mia testa, per cui mi chiedo: a chi giova un certo tipo di terrorismo psicologico?

Ebbene, in un conflitto bellico, come in uno contesto di catastrofe naturale, i primi a trarne profitto sono i produttori di medicine, ma anche i fabbricanti di armi e le compagnie petrolifere, per cui in un teatro globale in cui si prefigurino e si prevedano scenari di guerre e catastrofi climatiche, i valori azionari ad essere maggiormente apprezzati ed esaltati in borsa sono, appunto, i titoli delle multinazionali petrolifere, farmaceutiche e delle case produttrici di armi. Non è un caso che i padroni dell’energia petrolifera, della farmacologia e degli armamenti militari, siano anche i padroni della finanza internazionale, ovvero i padroni del denaro. E  i padroni del denaro sono notoriamente i padroni dei mezzi di comunicazione e di persuasione di massa, ossia i padroni assoluti e incontrastati del mondo contemporaneo.

 

Lucio Garofalo

E’ IN USCITA IL NUOVO SAGGIO DI G. LA GRASSA CON E. DE MARCHI, "VERSO UN NUOVO CAPITALISMO", EDIZIONI UNICOPLI, €13,00. PUBBLICHIAMO LA QUARTA DI COPERTINA E LA PREFEZIONE DI M. PORCARO (CLICCARE SOTTO).

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EMERGENZA! di G. La Grassa

 

Ci avviciniamo sempre più ad una situazione di emergenza; non democratica, come dicono certi imbecilli (in specie di destra), ma semplicemente emergenza per i nostri livelli di vita (nostri nel senso delle grandi masse, perché almeno un 10% della popolazione se la godrà ancor meglio), per la possibilità di scegliere e decidere, per la libertà di esprimere le nostre opinioni (sempre più incazzate verso i banditi che ci governano).

Prendiamo l’ultimo progetto (non per ordine di importanza) di questi ultimi. Si vuole creare un fondo italiano per le infrastrutture pubbliche (F21) con 2 miliardi di capitale iniziale che dovrà arrivare sino a 10. Tale fondo vedrà fra i soci: la Cassa Depositi e Prestiti (CDP), sedicente pubblica, con il 15% del capitale. E poi tutta una serie di “privati”: 10% alla Intesa-San Paolo (di Bazoli-Salza, notori sostenitori del loro maggiordomo politico Prodi), 10% all’Unicredit (di Profumo, notorio sostenitore di ambienti tra margheritini e diessini riformisti), 5,7% al Monte Paschi, diessino puro; infine un altro 11,4% a sei fondazioni bancarie collegate con le suddette banche e tutte di un colore (centrosinistra).  Questo insieme fa quindi oltre il 51% del capitale, la maggioranza assoluta.

Alla CDP (“pubblica”; che ridere!) è stato nominato ad (amministratore delegato) Iozzo, che fino a pochissimi mesi fa (tre se non erro), cioè fino al momento della fusione con l’Intesa, era ad del San Paolo-IMI (capite chi dirige la quota “pubblica”?). La CDP controlla, fra l’altro, i fondi dei c/c e depositi del risparmio postale, che non sono poca cosa; e questi risparmi, gira e rigira, vengono maneggiati dalla grande finanza italiana (di cui oggi la punta di lancia è appunto l’Intesa-San Paolo, con le varie alleanze politiche già segnalate), che ha dietro di sé, come vedremo, quella americana.

 Inoltre, ad del “fondo per le infrastrutture” F21 è stato nominato Vito Gamberale, che fino alla primavera dell’anno scorso era ad della società Autostrade (Benetton) e che si dimise in quanto contrario alla fusione con la spagnola Abertis, avversata poi anche dal Governo di centrosinistra; con l’indegna commedia per cui, tenendo conto delle dure critiche degli organismi europei all’impedimento frapposto alla suddetta fusione, il ruolo di principale oppositore è stato assegnato a Di Pietro, mentre Prodi (il Premier del Governo che si oppone) fingeva una inesistente neutralità (pensate quanto ipocriti e viscidi sono questi governanti!!). Altra notazione interessante: l’F21, che dovrà nascere secondo le modalità sopra indicate, avrà fra i suoi compiti il finanziamento di autostrade (ma guarda un po’! E gli “strilloni” del conflitto di interessi dove sono finiti?). Quindi, capite bene come questi “brutti soggetti” (con l’appoggio di indecenti giornali e degli ambienti economico-finanziari che impartiscono le direttive) si servano, a seconda di quello che esigono i loro sporchi affari, di argomentazioni di difesa degli interessi “nazionali” – come nella fusione proibita di cui si è detto – o, al contrario, di violenta critica della miopia e grettezza “nazionalistiche”, che debbono cedere il passo alla “libera competizione nei mercati globali”, quando ciò faceva comodo per attaccare Fazio, sostituirlo con l’uomo della Goldman Sachs, “difendere” il Corsera (e la “banda” della RCS) da tentativi di scalate da parte di finanzieri sgraditi al gruppo di potere che sta devastando il paese (senza nessuna difesa di quei personaggi passati alla cronaca come “furbetti del quartierino”, non certo migliori dei loro avversari, ma senz’altro meno pericolosi).    

Ma non finisce qui. Il dott. Gamberale – esponendo a Milano il piano di sviluppo della CDP davanti a TPS (l’ineffabile Padoa-Schioppa) e Guzzetti (presidente della Fondazione Cariplo) – ha formulato idee non dissimili da quelle del fu piano Rovati, anzi con appetiti nettamente accresciuti, perché vuol porre sotto il suo controllo (detto “pubblico”, ma che sarà invece quello della finanza privata sopra menzionata e dei poteri politici che la servono) una “rete delle reti”, in cui confluiscano non solo la rete fissa della Telecom (già obiettivo del suddetto piano Rovati, cioè di Prodi, cioè, con grande probabilità, di Costamagna-Tononi, già dirigenti della Goldman), ma anche quella elettrica di proprietà della Terna (di cui la CDP ha il 29,9%) e, sopra ogni cosa!, quella della Snam dell’ENI. Per quanto riguarda quest’ultima, il presidente dell’Antitrust e altri hanno consigliato di aspettare almeno il 2009 prima di indebolire irrimediabilmente una delle poche imprese strategiche italiane, proprio quando ha appena stilato buoni contratti con l’algerina Sonatrach e la russa Gazprom (quest’ultimo contratto è stato osteggiato a lungo, con il solito atteggiamento ipocrita e sotterraneo, da Prodi e dal nostro S-governaccio, perché si voleva costringere la società russa a trattare direttamente con le ex municipalizzate in mano diessina e del centrosinistra).

Scaroni (presidente ENI) ha fin qui resistito perché fa parte o quanto meno è vicino al “gruppo Bilderberg” (molto simile alla “Trilateral”; ci siamo capiti!). Ma dietro la finanza italiana – in specie l’Intesa-San Paolo, che ha come longa manus politica chi già sappiamo – sta l’americana (e ultrapotente) Goldman, che – anche questo lo sappiamo – ha un suo ex dirigente che governa la Banca d’Italia (ma ex solo da quando si è dimesso per assumere tale carica) e ramificazioni dirette nel Governo (uno dei viceministri dell’economia) e un po’ dappertutto, in Italia e in Europa (il presidente della sezione europea della sua forte alleata, la Carlyle, è il figlio dell’ing. De Benedetti). Si ventila addirittura (notizia riportata sul Sole24ore) la fusione tra Goldman e Morgan Stanley, le due più grandi banche d’affari del mondo (entrambe ovviamente americane), che insieme – tra attività proprie e in gestione – controllano un ammontare finanziario all’incirca pari al nostro Pil.

Il quadro è ben chiaro; diventeremo un’appendice degli USA, senza nemmeno quel minimo di autonomia che il Governo DC-PSI conservava (per la presenza del “campo socialista”) e che fu demolito dalla ignobile operazione fatta passare per “mani pulite” (diretta dagli USA che controllavano le confessioni del “pentito” di turno) e di cui fu uomo di punta il solito Di Pietro, il cui ruolo attuale ho già sopra accennato. Saremo dunque “americani” mediante l’oppressione di questo centrosinistra, che rappresenta la parte più laida, faziosa, illiberale, schiavizzatrice – economicamente, politicamente e ideologicamente – dei nostri gruppi dominanti, privi di spinta autonoma, ladri dei nostri soldi e della nostra vita, i quali ci vorranno uniformare ai loro interessi di parassiti e sanguisughe.

Il pericolo è grave perché non c’è opposizione. La destra è rimbecillita a causa del suo ottuso filo-americanismo – senza capire che gli USA curano i loro interessi (strategici, globali), ben al di là di questa o quella amministrazione presidenziale; oggi, hanno per loro assai maggiore importanza i nostri parassitari ambienti finanziari (con in testa la Banca d’Italia, governata da un “amerikano”), tutti legati e rappresentati dal centrosinistra – e del suo altrettanto ottuso liberismo, incapace di capire che il formalismo giuridico non conta nulla, che bisogna vedere le funzioni concretamente espletate dai vari gruppi economico-finanziari. La sinistra riformista (ma perché poi riformista?) è della stessa pasta della destra; quella sedicente “radicale” (o “estrema”) è schiava del medesimo formalismo giuridico, dalla parte apparentemente opposta a quella del liberismo (ma si tratta di quegli opposti antagonistico-polari, di cui Lukàcs disse giustamente che si sorreggono vicendevolmente, vivono l’uno dell’altro). Ed infatti, tutte le forze oggi esistenti nell’agone politico succhiano il sangue dei cittadini o del popolo, o come si vuol chiamare la stragrande maggioranza degli individui appartenenti alle nostre società pur “opulente”.

Lasciamo poi perdere i pochi gruppetti di “desperados”, che cercano visibilità con l’armamentario del “comunismo” e della “classe” (ma dove vivono!!) o con un “antiamericanismo” che, se continua così, finirà con il dover prendere partito nella guerra tra sciiti e sunniti, tra Hamas e Al Fatah, ecc. Una situazione avvilente. Nulla corrisponde ai miei effettivi ideali (che credo siano condivisi da molti altri, ma tutti separati fra loro, incapaci di unirsi). E allora facciamo un semplice esempio. Sono immerso e sto sprofondando nelle sabbie mobili; da una parte (una qualsiasi), c’è un angioletto biondo con la faccina limpida e pulita (immaginiamo pure una splendida e giovane fanciulla), che strilla e si dispera strappandosi i capelli; da tutt’altra parte, avanza un brutto ceffo con una cicatrice che gli sfigura il viso, un occhio coperto da una bendaccia nera sbrindellata, che però mi porge una pertica cui aggrapparmi. Quale deve essere la mia scelta? Rispondete voi! Comunque, per il momento, vedo solo la “fanciulla” (in realtà, una vecchiaccia né giovane né bella! E che per di più non strilla e non si strappa i capelli ma se la gode tutta, questa brutta p….); il “ceffo patibolare” ancora non si fa avanti. Porcaccia miseria boia, sto per essere inghiottito dalle sabbie mobili! Arrivi uno qualsiasi che “faccia fuori” tutta questa apa (accolita per azioni)! Si tratta di parecchie migliaia di azionisti: governanti, parlamentari (con portaborse e scagnozzi vari), dirigenti politici, amministratori locali, vertici della grande finanza e dell’industria decotta, giornalisti e “intellettuali” à la page.     

Una volta, c’era la buona abitudine delle “pulizie pasquali”. Da anni la Pasqua passa e la “nostra abitazione” è vieppiù fatiscente e infestata da scarafaggi. Per favore: ripulitemi dall’apa!!

 

31 gennaio

 

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