RIFORMA DELLE PENSIONI, FONDI INTEGRATIVI E INVESTIMENTI A RISCHIO

 

Sembra davvero strano come nella TV pubblica delle Fictions e dei Reality Shows a caterva riescano a sopravvivere programmi d’informazione pubblica come “Report” di Rai 3.

La televisione pubblica dovrebbe fare soprattutto questo visto che è un servizio a pagamento di canone, invece, questo stesso programma viene spesso boicottato dagli sponsors (come accadde dopo l’indagine sulla truffa delle acque minerali) i quali, ovviamente, non possono essere contenti della distruzione della loro immagine.

Ma veniamo a ieri sera. I vari giornalisti freelance che lavorano a Report si sono presi la briga di capire se i fondi pensione (sui quale a partire dal 2008 finirà il TFR dei lavoratori con il gioco del silenzio/assenso) sono davvero in grado di integrare la pensione concessa dall’INPS per la vecchiaia e che, riforma dopo riforma, giungerà a coprire solo il 40% dello stipendio, rispetto all’attuale 80%.

In realtà la prima cosa che balza agli occhi è l’enorme massa monetaria che i gestori dei fondi si troveranno tra le mani, circa 13 mld di euro. Si tratta di una cifra cospicua con la quale ci si può muovere in borsa comprando, vendendo, differenziando. Il problema è che nonostante si compri, si venda e si spalmi il rischio su svariati investimenti, alla fine i fondi fanno sostanzialmente perdere (un assicurato investimento…a perdere!) rispetto ai più sicuri investimenti in BOT, CCT e BTP poco redditizi ma che non ti corrodono il fegato.

Ovviamente, le banche, le società di gestione dei fondi integrativi e le assicurazioni sono tutte collegate e sono proprietarie di pacchetti azionari trasversali con un intreccio di interessi che fa vincere sempre il banco e fa perdere gli scommettitori. I costi delle operazioni che non fruttano non pesano sul loro portafoglio, ma su quello composto dai prodotti finanziari venduti ai risparmiatori. Il San Paolo di Torino ha interpretato nel migliore dei modi questo raggiro, difatti vendeva pacchetti ad alto rischio ai clienti della banca e con il denaro rastrellato faceva scommesse alquanto rischiose in cerca degli investimenti più redditizi. Nel frattempo aveva creato un fondo sul quale faceva confluire i guadagni utilizzando un geniale escamotage, vale a dire, non dichiarava all’inizio dell’operazione quali soldi stesse utilizzando per l’investimento (quelli dei risparmiatori o del proprio portafoglio) ma lo faceva solo ad investimento concluso. Quindi, se l’investimento fruttava la banca dichiarava di aver rischiato in proprio, mentre se i titoli si deprezzavano, il tonfo finanziario veniva scaricato sui fondi costituiti con i soldi dei clienti. Naturalmente, nonostante le denunce alla Consob e una multa del Ministero, il San Paolo non ha pagato un centesimo a nessuno perché il ricorso è arrivato fuori dai tempi stabiliti dalla legge. Ancora una volta i nostri amministratori si rivelano fin troppo distratti.

Ma la questione non è ristretta al sono San Paolo, quasi tutte le banche sono lanciate nel nuovo business, tra queste anche Banca Intesa di Bazoli. Ai promotori finanziari i giornalisti di Report hanno chiesto se gli investimenti che proponevano ai clienti erano sicuri e redditizi, ma la risposta era sempre la stessa e cioè né l’uno né l’altro. Peraltro la Banca invitava i promoters a scoraggiare l’acquisto, da parte dei clienti, dei titoli del debito pubblico (con la scusa del loro rendimento infimo) e li invogliava a puntare soprattutto sui propri prodotti finanziari ad alto rischio (celando ai malcapitati i costi reali e gli svantaggi in caso di caduta del titolo in borsa). Ma le banche, si sa, puntano a fare profitti come ogni altra impresa, operando nel marxiano circuito del D-D’. Più profitti equivalgono a maggiore capacità di approntamento delle strategie volte al potere e al dominio sulla società, ovviamente operando non nell’ambito della produzione di beni ma nel settore dove il denaro riproduce sé stesso.

Chiaramente le banche sono tutte uguali, e, la tua banca, non è mai diversa (come, invece, recitava uno spot di questi ultimi mesi) per cui tutte sono invischiate nell’arraffamento dei risparmi della “gente”, bene diceva insomma B. Brecht: “c’è più dignità nello svaligiare una banca piuttosto che nel fondarla”.

Ma torniamo al punto di partenza, la (contro)riforma delle pensioni che ha previsto, tra i tanti cambiamenti, anche lo storno del TFR ai fondi integrativi con la regola del silenzio/assenso, si dice per una vecchiaia più sicura, ma “si dice” appunto( i più attenti avranno già capito di che razza di riforma si tratta).

Sulla riforma delle pensioni e del TFR ci hanno messo le mani un po’ tutti quanti, da destra e da sinistra (quest’ultima con più vigore), e le riforme sono sempre andate nel senso di una diminuzione degli oneri a carico dello Stato, o meglio, dell’Istituto pubblico (INPS) che eroga i trattamenti pensionistici. Certo, non  possiamo qui percorrere tutte le tappe legislative che hanno riformato il sistema pensionistico in Italia, ma rimandiamo opportunamente ad un qualsiasi manuale di Diritto del lavoro e Legislazione Sociale. Concentriamoci invece sulla riforma del TFR.

Attualmente la determinazione dell’importo del TFR si basa su accantonamenti di quote della retribuzione spettante in ciascun anno, sommati e indicizzati (75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo accertato dall’Istat rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente).

Il TFR ha sempre avuto lo scopo di differire una parte della retribuzione alla cessazione dell’attività lavorativa per superare le difficoltà economiche, che eventualmente, possono derivare al lavoratore dalla conclusione dell’attività lavorativa medesima (ricordiamo che del TFR può anche essere richiesta un’anticipazione, non superiore al 70%, per spese sanitarie o per l’acquisto della prima casa). Si tratta, insomma, di un risparmio forzoso imposto dallo Stato così come si impongono le cinture di sicurezza sulle auto per la salvaguardia dei guidatori. Tale principio viene, però, ridimensionato con il D.Lgs 124/93 istitutivo delle forme pensionistiche complementari. Quindi, con l’entrata in vigore di tale D.Lgs, tutti i lavoratori impiegati a partire da questa data, una volta optato per l’adesione al fondo, sottostanno alla regola dell’integrale e obbligatoria devoluzione allo stesso degli accantonamenti annuali del TFR spettanti. La L. 243/03 ha successivamente previsto l’integrale devoluzione al fondo pensione degli accantonamenti del TFR con il meccanismo del silenzio/assenso. Ma se un lavoratore non esprime entro 6 mesi la sua volontà di aderire ad un fondo pensioni specifico dove vanno a finire i suoi soldi? Su quale fondo pensioni? La normativa dispone allora un privilegio a favore di quei fondi individuati o promossi dalle Regioni, tramite le loro strutture pubbliche o partecipate, o i fondi negoziali o aziendali o, ancora, i fondi cooperativistici. La legge impone, inoltre, che al lavoratore devono essere forniti tutti gli strumenti informativi necessari al fine della verifica dei rendimenti effettivi del capitale investito e dei rischi connessi all’investimento stesso. Peccato che, come abbiamo potuto vedere ieri sera, se va bene il capitale si mantiene intonso, più facilmente si possono perdere dei soldi.

E’ evidente che gli investimenti  sono vantaggiosi solo per i decisori delle strategie finanziarie (banche, assicurazioni, società di gestione finanziaria) mentre il popolo “che non è mai un cazzo”, per dirla con le parole del prete eretico del film “Il marchese del grillo”, si trova sempre tra l’incudine dello Stato e il martello delle strategie interdominanti.

Detto per inciso, la maggior parte delle società che dovrebbero vigilare sui bilanci delle aziende quotate, sulle quali i nostri “bravi” gestori dell’investimento metteranno i nostri risparmi di una vita, sono le stesse che dichiaravano la solvibilità di Parmalat e Cirio quando queste imprese erano già belle che fallite. Persino il fondo COMETA, che gestisce i fondi dei metalmeccanici, si affida ai giudizi di solvibilità emessi da questi lestofanti, e alle banche che usufruiscono dei relativi servizi (e che, in entrambi i casi citati, non mancarono di disfarsi delle azioni nel proprio portafoglio qualche mese prima del crack). Ancora una volta siamo in ottime mani.

IL FERRANDO (QUASI ) FURIOSO

 

Ieri sera Marco Ferrando era ospite della trasmissione di Mentana “Matrix”, invitato dal conduttore per chiarire al pubblico le ragioni della sua uscita da Rifondazione Comunista ha potuto anche parlare delle sue prospettive future che stanno per materializzarsi nella costituzione di un nuovo Partito Comunista dei lavoratori. Tale soggetto politico, a suo dire, intende recuperare i temi sociali fatti naufragare dal partito di Bertinotti. Fin qui, ovviamente, nulla di male. Ferrando evidenzia lucidamente la deriva verticistica di RC e del suo segretario, il quale in cambio dell’occupazione di fette di potere politico-statale è sceso ai compromessi più inverecondi, con buona pace dei lavoratori e delle minoranze che si vanta di rappresentare.

Certo che questa “deviazione” nasce da molto lontano e Ferrando ci ha messo più di un decennio per maturare l’inevitabile decisione. Personalmente ricordo di una Conferenza dei Giovani Comunisti tenutasi a Firenze, molti anni or sono, nella quali i giovani del partito furono chiamati a decidere la linea politica da seguire (si trattava in realtà di confermare l’adesione alle scelte già elaborate dai testoni del gruppo dirigente) e i temi da sviluppare per le battaglie politiche di quegli anni, eravamo nel ’95, se la memoria non mi inganna. In quell’occasione ricordo di aver votato le tesi della sua corrente (prendendomi la rampogna rabbiosa del segretario della mia città che mi accusò di moderatismo borghese) contro la linea Cossutta-Bertinotti che all’epoca, lontana dall’appoggio al movimentismo no-global (ancora inesistente ma i cui prodromi si sviluppavano nella cultura dei centri sociali), puntava ad una sottrazione di consensi e di militanti alla “base” del PDS (intrisa abbondantemente di nostalgia “pcista” e di mancata elaborazione del lutto per la dipartita del più grande partito comunista d’occidente). Naturalmente ai ferrandiani fu quasi impedito di parlare e, già per questo, pur essendo lontano dal trotzkysmo, decisi di votare per la minoranza interna. Da allora sono passati molti anni, ma Ferrando ha continuato a seguire le magnifiche sorti e progressive di RC fino all’attuale strappo, maturato all’indomani della decisione del gruppo dirigente di escluderlo dalle candidature per il parlamento. In quest’occasione, a quanto pare, un Bertinotti paonazzo, e con le vene pulsanti di rabbia, avrebbe detto a Ferrando di ritenersi fuori dai giochi elettorali a causa di una presa di posizione del leader trotzkysta sull’illegittimità dello Stato d’Israele. Il partito, invece, sosteneva e sostiene tutt’ora la linea dei due popoli e due Stati. Ferrando fu costretto ad abbozzare e, pur non rinnegando nulla di ciò che aveva scritto, si giustificò dicendo che il libro era di qualche anno prima e che le sue affermazioni erano state decontestualizzate.

Questa è la storia, ma torniamo a ieri sera. Ferrando ha sostenuto da Mentana che un governo che si appresta a rifinanziare le missioni di guerra, che intende semplicemente revisionare la legge 30 e non abolirla come si era promesso, che ha come Ministro dell’economia Padoa-Schioppa, non potrà che essere contro i lavoratori e filo-liberista. Giustissimo compagno Marco Ferrando. Ma quando poi Mentana gli chiede per chi ha votato alle ultime elezioni torna fuori la vecchia malattia del trotzkysmo, ossia l’ “entrismo”. Ferrando, infatti, dice di aver votato Rifondazione, ma solo per una ragione irrinunciabile, mandare a casa Silvio Berlusconi. Mi sembra paradossale che una persona apparentemente così raziocinante, anche televisivamente efficace se vogliamo, cada in una contraddizione così dilattantesca. Scusami compagno, mandiamo a casa Berlusconi (un dominante parvenu, nemmeno tanto accetto dai poteri attualmente dominanti) per favorire un’altra frazione di dominanti che ha condensato nel suo grembo una serie di poteri forti che vanno dalla finanza, all’industria, ai sindacati. Non ti pare che questo moloch sindacal-finanziario-industrial-politico sia persino peggiore del precedente governo della destra? Oppure anche noi vogliamo farne una questione di stile, cultura, diritti civili, pacs e viaggi più sereni all’estero per Furio Colombo che si vergognava di essere italiano?

Questa contraddizione è davvero triste, per non dire politicamente indecente. Si tratta di una presa di posizione gravissima per chi si dice anticapitalista, dimostra come anche i sedicenti antagonisti abbiamo introiettato “la cultura normale” (analogica alla scienza normale di Kuhn) intesa come campo oggettivo “naturale” oltre il quale non si può andare. Ovvero siamo contro il sistema ma fino ad un certo ed accettato punto. Se la sinistra è quello che Ferrando ha detto ieri sera, e cioè un coacervo di poteri che hanno trovato un’ intesa (da Bertinotti a Padoa-Schioppa) come mai li ha votati? Non ci si rende davvero conto che non c’è nessuna destra da abbattere e che il potere è fatto di granuli di condensazione di forza che creano reticoli di rapporti (consolidati o più fluidi) trasversali alla destra e alla sinistra?

Evidentemente l’essenza culturale che si fa “natura” del sentire comune, pur partendo da una base ideologica particolare(derivante, appunto, dal lavorio specifico dei gruppi dominanti che producono tale ideologia) è così radicata e condivisa che chiude gli occhi anche ai comunisti(critici).

Allora, ci rivediamo alla prossima scissione, compagno Ferrando.

Paolo Cento: dall’estrema sinistra a Padoa Schioppa. L’ultima generazione del lungo sessantotto arriva al potere. (Fonte Giovane Talpa)
di Walter Liberati
 
Tra i sottosegretari del nuovo governo Prodi, c’è anche Paolo Cento, un sottosegretario "no-global" come lo definisce il Corriere. La sua sottomessa richiesta a Padoa Schioppa, il suo "capo", è la cosiddetta Tobin Tax, una proposta di modesta tassazione delle rendite finanziarie che trovò qualche sostenitore nel defunto movimento no-global ma che è stata accantonata per la sua inanità ormai da tutti meno che da Cento che così dimostra di avere una certa coerenza. Quasi tutta la sua carriera politica è stata del resto segnata da una certa linearità nella scalata alle poltrone. Sin da quando divenne una ventina di anni fa consigliere circoscrizionale. I suoi esordi, dinosaureschi (come i nostri!) invece non sono inseriti nella sua biografia ufficiale ma ma a noi non sfuggono.
 Paolo Cento (e con Gianni Vernetti anch’egli neo sottosegretario prodiano), allora chiamato da tutti "er piotta", fece i suoi primi passi di uomo politico in un piccolo gruppo di estrema sinistra a cavallo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 chiamato Lotta Continua per il Comunismo. Il principale leader del gruppo era Angelo Brambilla Pisoni detto "Cespuglio", che è scomparso qualche anno fa improvvisamente e che era approdato al PdCI di Cossutta e Rizzo. Cespuglio era uno dei pochi che veniva dalla vecchia Lotta Continua e assieme a Stefano Della Casa e a Gabriele Polo (sì l’attuale direttore del Manifesto) formavano la segreteria nazionale dell’organizzazione. Piotta dirigeva gli studenti romani di LCpC e lo si poteva incontrare  alle riunioni nazionali "di settore" che si tenevano di volta in volta in diverse sedi e città. Vacuo politicamente già allora, non era interessato a nessun aspetto della teoria. La storia del movimento rivoluzionario gli era sconosciuta. Una sera in un ristorantino milanese, certo dopo qualche bicchierino, si mise ad intonare sull’aria di "Pensiero" dei Pooh "Trotsky si vendette allo straniero-ma il piccone su di lui non fu leggero… Stalin! Stalin!", un abberrazione per un gruppo come il nostro che faceva riferimento generale a un comunismo libertario e all’operaismo. Altri tempi ovviamente, storie di un epoca veramente tramontata e "orrori" di gioventù si potrebbe anche aggiungere.
Resta il fatto che anche per quella generazione la militanza nella sinistra estrema, in cui i termini"rivoluzione, antagonismo, lotta armata", ecc. erano sempre sulla bocca, fu l’addestramento per diventare classe dirigente della borghesia italiana, oggi. Chissà tra qualche anno avremo Caruso Ministro degli Interni! 
Per certi versi si tratta di qualcosa di "biologico". Lenin amava ripetere: "a vent’anni rivoluzionari, a trenta liberali, a cinquanta…centoneri!". Il tempo per i più è buon consigliere e le spigolosità del radicalismo giovanile, con il passare degli anni, vengono meno. Nel caso di Cento, l’opportunismo è più che evidente. Egli fa quello che ha sempre fatto: il cialtrone e il politicante. Ma  non sarà di dettaglio ricordare che la mancata "critica della politica" non ha fatto che riprodurre personale politico che si ricicla a seconda delle esigenze e al mutare delle mode.
La politica, la gente, l’ha abbandonata e ci crede ormai assai poco, già da qualche decennio. Loro invece la politica la continuano a fare, ma per conto terzi, per conto dei capitalisti e del sistema.  L’ ultimissima generazione del "lungo sessantotto" arriva ora persino al potere, a gestire l’esistente. Con tanto di ex l’operaio ministro di Dp, Lula-style. 
Ora possiamo veramente dirlo: se loro sono di sinistra, non lo siamo noi. 
 
 
 
Il verde sottosegretario: ora colpiamo le rendite
Cento, un no global all’Economia
«Penso alla Tobin tax». «Subito il reddito minimo». «Il ministro? Abbiamo parlato di fisco etico»

 

LA PALESTINA IN GINOCCHIO

 

L’embargo economico decretato unilateralmente dagli USA e da Israele contro il legittimo governo palestinese di Hamas, eletto secondo la ritualità democratica del voto – è bene ricordarlo ai fautori insigni delle elezioni che dichiarano guerra a chiunque non si conforma a tale “santissimo” principio – sta mettendo in ginocchio, non un governo, ma tutto un popolo. E’ notizia di oggi che in Palestina muoiono almeno cinque persone al giorno per la scarsità di medicinali e per il malfunzionamento delle apparecchiature tecniche negli ospedali. Gli impiegati pubblici non ricevono lo stipendio da più di due mesi e tutto il settore produttivo si sta sgretolando sotto il peso delle sanzioni e dei divieti commerciali imposti dai cosiddetti Stati civili d’occidente. Per quanto i membri del governo di Hamas stiano cercando intese  economiche con i paesi “non allineati”, pellegrinando da un capo di stato all’altro, la situazione non accenna a migliorare. L’Europa, anche in questa occasione, ha dimostrato la propria inettitudine e si è accodata, senza chiedere il permesso ai suoi cittadini, all’alleanza americano-sionista che vuole il genocidio del popolo palestinese. La Palestina è divenuta un vero è proprio campo di concentramento, circondato da una cintura di armi e cemento posta a “protezione” del povero Stato  nucleare d’Istraele, vessato e martoriato dall’intifada e dai kamikaze che turbano la sua quiete. Ma nonostante la sproporzione delle armi dei belligeranti e dell’ultracinquantennale occupazione illegittima di territori appartenenti alla sovranità palestinese, il coro dei governi occidentali è unanime: o si cambia strada o in Palestina si muore. Eppure il governo di Hamas è stato votato con tutti i crismi della proceduralità democratica. Come mai un governo eletto dal popolo deve cadere? Non è per tale principio che lor signori dell’ipocrisia bombardano quotidianamente i popoli che si sono fatti sottomettere dal giogo delle dittature islamiche? Non è per questo che si esporta la democrazia?

Evidentemente, nonostante il tam tam mediatico con il quale si crea il consenso nei nostri paesi, la democrazia è solo la facciata con la quale si celano gli intenti di assoggettamento di intere aree considerate strategiche dai dominanti americani e dalla nebulosa europea, attratta da tale forza gravitazionale.

Ma mentre l’economia palestinese crolla sotto i colpi sferrati dai governi del mondo sviluppato, l’economia israeliana vede crescere il suo PIL oltre le più rosee aspettative  e per il I trimestre del 2006 si parla del 6,6%. Questo trend positivo non accenna ad arrestarsi ed è strettamente connesso al maggior contenimento delle azioni di resistenza palestinesi.

Invece, l’Autorità Nazionale Palestinese, dovrà ristrutturare la sua economia non potendo contare sugli aiuti europei (circa 250 milioni di euro annui), e dovendo contenere le perdite scaturenti dal blocco israeliano dei dazi doganali (60 milioni di dollari al mese). Così il prodotto interno lordo è già caduto del 30%, la disoccupazione è al 40% e 2/3 della popolazione sono sotto la soglia di povertà. Chissà se inviando ai palestinesi il neo ministro italiano dell’economia Padoa-Schioppa, geniaccio della triste scienza, del quale noi italiani ci priveremmo volentieri, si potrebbe risollevare la situazione.

Naturalmente speriamo nella resistenza dei palestinesi e nella capacità di mediazione dei leaders di Hamas, soprattutto occorrerà insistere sulla possibilità di intessere e fortificare le relazioni con altri paesi non allineati e che vivono, seppure con meno emergenza, lo stesso stato di assedio.

 

NE’ IMPERO NE’ IMPERIALISMO

 

La situazione storica attuale impone una ridefinizione delle categorie attraverso le quali si tenta d’interpretare la realtà capitalistica e, soprattutto, occorre porsi l’obiettivo ambizioso dell’elaborazione di una nuova teoria antisistemica che ci consenta di seguire la direzionalità dei processi sociali nei quali siamo immersi. Questa operazione di comprensione e re/interpretazione dell’esistente capitalistico deve partire da uno svecchiamento delle concettualità che abbiamo mutuato (più spesso stravolto) dal pensiero marxiano e che dopo tanti anni cominciano a segnare il passo. Sono passati 150 anni dal Capitale di Marx e siccome l’escatologia marxista è lungi dall’essersi realizzata è d’uopo rivedere molte delle cose che si sono fin qui dette e che si continuano impunemente a dire.

Ovviamente, tra l’idea di impero e quella di imperialismo non possiamo che protendere per la seconda, tuttavia anche quest’ultima espone troppo il fianco e ci costringe ad una farragginosità che sarà meglio districare.

L’impero negriano è solo un esercizio intellettuale per post-operaisti senza più il terreno sotto i piedi, costretti come sono ad inseguire, ossessivamente, un soggetto rivoluzionario inesistente (il cambio di soggettività rivoluzionaria è stato, per questa gente, un adattamento continuo alle modificazioni che, di volta in volta, si verificavano nell’ambito dell’organizzazione e riorganizzazione capitalistica dopo cicli di lotte più o meno perdenti. Dal fabbrichismo dell’operaio massa che creava la sua coscienza rivoluzionaria nelle fabbriche tayloristiche, si saltellava verso il fabbrichismo della società intera che produceva l’operaio sociale, fino a giungere alle farneticazioni del soggetto disseminato e delle moltitudini desideranti che si portano i mezzi di produzione nella loro testa). Si capisce che questo, più che un tentativo teorico di comprendere la realtà, è un escamotage per non buttare a mare anni di fesserie dette con leggerezza. In tale caso il consiglio è di buttare via sia il bambino che l’acqua sporca.

Per quel che riguarda invece l’imperialismo, pur con le dovute ricontestualizzazioni storiche, qualcosa ci può aiutare ancora a comprendere. L’epoca imperialistica classica fu quella che si sviluppò tra l’ottocento e il novecento. In questo periodo l’Inghilterra perdeva la sua supremazia geostrategica e politica a vantaggio del più giovane stato Americano, con un dominio che divenne tale alla fine della seconda guerra mondiale. La Grassa sostiene che, a questo punto, non è semplicemente cambiata la nazione dominante in senso politico, militare, economico ecc., ma è cambiata la stessa formazione sociale agente nell’ambito di quel modo di produzione. Il capitalismo borghese, tipico della fase inglese, e al centro degli studi di Marx (de te fabula narratur) sul modo di produzione, subì trasformazioni palingenetiche quando gli USA diventarono la prima potenza mondiale imperialistica. Questa nuova formazione sociale non era più borghese e, per quanto le strutture economiche continuassero ad essere il mercato, l’impresa (finanza e produzione), la loro natura mutava e con essa metamorfosavano i medesimi soggetti agenti, attraversati da nuove dinamiche sistemiche. La Grassa parla di funzionari del capitale. Questo mutamento nella formazione sociale non potè che mettere in crisi il marxismo storico che aveva sempre visto nello scontro Capitale/lavoro, Borghesia/proletariato il fulcro delle contraddizioni capitalistiche.

Sulla base di questi presupposti è chiaro che non ci si può limitare a riproporre le vecchie teorie antimperialistiche, soprattutto in considerazione del fatto che tale fase è estremamente legata alle guerre mondiali del ‘900. Allora che fare? Dovremmo addentrarci in una seria analisi geopolitica per capire come si sta muovendo il mondo. Ovviamente, gli Stati Uniti sono al momento la potenza dominante anche se, lo sviluppo economico (che da solo non basta) di Cina e India lascia presagire che queste nazioni potrebbero, in un futuro non molto remoto, divenire concorrenti pericolosi per gli interessi geopolitici degli USA, insomma non siamo ancora all’esplosione di una  fase policentrica ma se ne pongonole basi. Certo è, però, che la politica di espansione egemonica americana ha disegni ben precisi che passano per la completa sottomissione dell’Europa (sempre meno politica e sempre più una mera unione monetaria) al fine di porre un argine verso Est, Russia e Cina innanzitutto.

Gli USA sono così presi da questo compito che, per il momento, non stanno intervenendo nelle questioni sudamericane, dove si risvegliano forti sentimenti di indipendenza nazionale e di non subordinazione (vedi Venezuela e Perù) al più potente vicino del nord.

Ma gli americani hanno anche l’esigenza di controllare strettamente la fascia mediorientale, sia per le fonti energetiche ivi presenti sia per creare un’ennesima cintura protettiva verso est.

Questo significa che continueranno guerre, guerreggiate o più striscianti, contro quegli Stati che tenteranno di reagire alla protervia dell’establishment USA (contro di questi sarà guerra in senso classico) o che si mostreranno recalcitranti ad accodarsi al “trenino” americano (sanzioni/embarghi).

In questo scenario preoccupante, l’Italia conserva un ruolo strategico per le amministrazioni americane (siano esse repubblicane o democratiche, cambia poco alla sostanza della strategia USA) sia per la sua posizione geografica verso il mediterraneo e verso i paesi dell’ex URSS, sia per la sua instabilità politica che facilita le manovre di chi agisce dietro le quinte. L’Italia è ancora un laboratorio politico, seppur meno importante che in passato, per la caratterizzazione delle strategie dei padroni americani. La classe dirigente italiana è tutta schierata con gli USA senza eccezioni importanti, e la forma stessa del confronto politico destra-sinistra favorisce l’occultamento degli interessi in campo. Queste due “luoghi spaziali” (che si scimmiottano come in un gioco di specchi) andrebbero completamente spazzati via nella speranza che il loro posto venga preso da soggetti meno supini allo status quo.

Ma questa è già un’altra storia…

LIBERTE’ EGALITE’…IO RUBO A TE TU RUBI A ME

Ancora una volta la merda viene a galla, ma mai come dovrebbe. L’Italietta è scandalizzata dalla partite truccate e dal calcio che non è più lo sport di una volta. Si sa che quando il dito indica la luna lo stolto guarda sempre il dito, di fatti il tifoso medio pensa che con una bella spazzolata al sistema tutto possa tornare a livelli di decenza. Tuttavia, quando accadono scandali come questi (che scandalizzano solo i falsi perbenisti) il sistema si sta autoriformando, la schiarita è già dietro l’angolo ed ha le facce di altri poteri che stanno per prendere il posto di quelli decaduti. Se si pensa al potere medesimo come ad  un qualcosa attraversato da un conflitto costante tra agenti strategici che lottano per il dominio o l’egemonia, si comprende che l’equilibrio non esiste, (è solo apparenza estemporanea caratterizzata da alleanze destinate a sfaldarsi o a rimodularsi incessantemente e modificatesi con le stesse strategie approntate dai co/belligeranti) è una tranquillità superficiale al di sotto della quale le correnti creano movimenti centrifughi e centripeti.

Per ora nessuno si è sognato di implicare nella faccenda i caporioni che coprivano il DG della Juventus Moggi nelle sue azioni di corruzione degli arbitri (e non solo). La proprietà viene considerata come puramente cedolare e disinteressata al metodo attraverso il quale agiscono i propri managers, ma, certo, solo lo stolto può pensare davvero in questi termini (ciò vale per qualsiasi tipo di impresa, compreso il calcio ovviamente).

 Ai tempi in cui comandava il Grande Capo del gregge nessuno si sognava di mettergli i bastoni tra le ruote (politici, magistrati o giornalisti vari), oggi i suoi epigoni sono molto meno intoccabili. I volti dello scandalo attuale hanno gli stessi nomi dei padroni di sempre e di qualche parvenu che a questi si piega o si fa convincere a forza di vergate: gli Agnelli appunto, poi i Della Valle, I Geronzi ecc. ecc. Questi signori sono sempre alla ricerca dei profitti (conquistati con qualsiasi mezzo e/o sotterfugio) per rafforzare la propria posizione dominante ed ottenere le risorse necessarie a realizzare determinati obiettivi strategici.

Non ho mai creduto alla forza dei magistrati che lottano contro le ingiustizie, mi viene più facile pensare che quando si toccano i capi, i signori della legge si sono ampiamente tutelati ed hanno le spalle coperte da quella parte dell’oligarchia che ha deciso di sferrare l’attacco. Basti pensare a tangentopoli, le cose si sapevano da anni ma finché il padrone americano (e i suoi sgherri italiani) non ha dato il via libera, i giudici e i pm, che fino ad allora avevano vissuto in uno stato comatoso, si sono risvegliati e si sono scoperti paladini di Atena.

ORA CHE IL PCI E’ DAVVERO FINITO, LASCIATECI SOGNARE

Di Walter Liberati (fonte GIOVANETALPA)

 

La prossima entrata nel governo della Repubblichetta (solo così si può definire uno Stato che interrompe i programmi televisivi per farci vedere le bare dei soldati che tornano dall’Afghanistan, in USA se Bush così facesse, dovrebbe dedicare un intero palinsesto alle varie commemorazioni e funerali) del PRC segna la definitiva scomparsa – anche nelle sue istanze più residuali – di ciò che fu il PCI. E con la salita di Napoletano sul colle più alto, il fattore K  è definitivamente messo in cantina. Applausi, si chiude il sipario. Ma l’89 ci ha messo ben 17 anni a chiudere il cerchio.

Ora dunque anche i settori più massimalisti e movimentisti di ciò che fu il partito di Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer entrano al governo. “Picchettando per cinque anni”  – come ha detto l’ex subcomandante Fausto – il governo. Non è di buon auspicio questa promessa, neppure per Prodi, visto il contributo che Bertinotti dette per smobilitare i picchetti davanti a Mirafiori nel 1980 dopo soli 33 giorni. ( Indegno paragone: si racconta che un giorno poco dopo l’Ottobre giungesse tutto allegro al Cremlino. Alla domanda del perché di tanta allegria disse: oggi siamo al potere un giorno in più della Comune. Dunque se tra un paio di anni e mezzo vedrete ridere Bertinotti, saprete qual’è il motivo).

Per il Bertinotti-pensiero il potere non si conquista ci siede semplicemente sopra: nella corsa alle poltrone, poltroncine, sgabelli, assessorati  e consigli d’amministrazione parapubblici il ceto politico di Rifondazione dimostra di saperci fare meglio dell’indimenticato PSDI di Romita.

Fausto Bertinotti, non potendo offrire nulla di materiale ai proletari di questo paese, gli offre la sua nomina a un’altissima carica istituzionale. Commozione e stupore tra i lavoratori, che del resto si sanno accontentare di poco. Proprio vero, Vecchio Carlo, o il proletariato è rivoluzionario o non è nulla. Richiesta di bis, si lanciano fiori, ma gli attori non escono. La recitazione era da oratorio ma gli spettatori non se ne sono accorti. Si passi immediatamente a votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan.

State tranquilli è un bel giorno. Del resto se non lo avevate capito la rifondazione del comunismo era opera inutile e perversa. Se la generazione del ’68, come in un ballo in maschera, aveva cercato di emulare le gesta dei grandi capi del movimento operaio del glorioso passato (con risultati peraltro imbarazzanti) la generazione dei rifondaroli ha fornito un’esibizione inevitabilmente peggiore: pavidità e superficialità intellettuale degna dei tempi del Grande Fratello. Sarebbe perfino vigliacco accanirsi con i limiti umani e intellettuali di un Franco Giordano, di un Gennaro Migliore, di un Salvatore Cannavò, dei nipotini  di Secchia e di Cafiero (Luca, s’intende!), o del mini-Capanna Daniele Farina (i non citati ci scusino ma il tempo è danaro). Del resto, per tornare a parlare sul serio, un ceto politico è conservatore per definizione. Non vede e non vende altro che se stesso.

Dopo il PCI e la Rifondazione, dunque, finalmente un po’ di silenzio. Con pazienza torniamo a coltivare sogni. Quando escono, per favore, non svegliateci.

CHE SUCCEDE IN ITALIA?

Ieri tre fumate nere nel parlamento riunito in seduta comune.  Oggi probabilmente arriverà il verdetto e, a meno di colpi di scena, Napolitano dovrebbe essere eletto con i voti del solo centro-sinistra.

Gli unici scontenti, per ora, saranno i dalemiani che dovranno incassare l’ennesima sconfitta. I ds come partito, invece, avranno ampia cittadinanza nel costituendo governo (oltre, ovviamente, ad un proprio uomo sullo scranno del colle). Nel centro-destra l’unità sembra reggere a malapena, l’UDC dimostra di mantenere il suo spirito centrista e rafforza i suoi naturali legami con la parte della vecchia DC che continua ad albergare nello schieramento opposto (Margherita e altri cespugli) siamo però ancora lontani dalla prospettiva di creazione del "Grande Centro". Probabilmente Casini spingerà per il voto a Napolitano, anche se qualcuno minaccia che al voto favorevole per "il comunista" seguirà una resa dei conti nella Casa delle libertà, con eventuale ripensamento del suo sostrato di sostegno politico (la lega sarà la più revanscista in tal senso). In più, qulache scherzetto potrebbe essere tirato dai dalemiani più accaniti che, nel gioco incrociato delle schede bianche, potrebbero far mancare i voti al candidato papabile, cioè Napolitano.

Tutto questo avverrà nell’ambito di giochi di potere di corto e cortissimo respiro, poichè, a parte la ricollocazione di uomini più favorevoli al centro-sinistra nelle aziende statali di maggior rilievo, le politiche di privatizzazione e liberalizzazione dovrebbero proseguire con la stessa audacia di questi anni (ovvero con l’accelerazione delle svendite ai principali gruppi di potere che hanno garantito l’elezione di Prodi). Nelle M.& A. che si profilano all’orizzonte lo Stato garantirà buona parte delle risorse sotto diverse forme (dirette e indirette), come è già successo per Autostrade s.p.a. dove il rialzo continuo delle tariffe nonostante gli scarsi investimenti, previsti tassativamente dal contratto di concessione, non hanno spinto L’ANAS ad agire per la revoca della medesima.

Sicuramente non ci saranno molte voci discordi, chi spera ancora in Rifondazione perderà presto le prorie illusioni, del resto il partito ha già fatto intedere che questa volta sarà un alleato fedele. L’ODG respinto dal gruppo dirigente di RC che prevedeva il ritiro delle truppe italiane impegnate nei vari scenari di guerra, la dice lunga sulla scelte politiche dei rifondaroli.

I COMUNISTI E L’ULTIMO PACIFISMO 
RIFONDAZIONE RESPINGE UN ORDINE DEL GIORNO CHE SI PRONUNCIAVA PER IL RITIRO DEL CONTINGENTE ITALIANO DALL’AFGHANISTAN E IMPEGNAVA I GRUPPI PARLAMENTARI A NON VOTARE IL RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI IN IRAQ, AFGHANISTAN, BOSNIA E KOSSOVO. Contro l’o.d.g. hanno votato sia i bertinottiani che gli esponenti di "Essere Comunisti" (Grassi) e di "Sinistra Critica" (Cannavò), a favore solo Progetto Comunista (Ferrando) e FalceMartello (Bellotti)".
 
Non sapevo di questo odg, votato in pratica all’unanimità dai "rifondatori comunisti", che la dice lunga sulla volontà di "rispettare" lo stesso programma di 281 pagg. presentato a suo tempo dall’Unione.
Ritengo tuttavia inutile scandalizzarsi perché ormai è evidente, "in ogni dove", che siamo in mano a politicanti senza principi e senza orientamento se non il galleggiare nella melma. Siamo ormai alla fine di un’epoca; solo che è "storica" e può durare tempi poco sopportabili da chi vive secondo tempi biologici.
Del resto, basta guardare alla pantomima per il PresdellaRep. Ferrara e Feltri sono per D’Alema, alcuni della Rosanelpugno (radicali forse Boselli) no. Confalonieri – che non credo parli senza che il suo "capo" lo sappia preventivamente – dice anche lui che D’Alema va bene, ha già garantito una volta Mediaset. Si calcola che una trentina di voti di centrodestra andrebbero al più filoamericano dei "sinistri" (il presidente della guerra alla Jugoslavia) e una trentina di voti di centrosinistra mancherebbero all’appello.
Intanto Berlusconi, che non può passare da buffone di fronte al suo elettorato (il più vasto in termini relativi) – è buffone ma non può passare per tale – minaccia lo "sciopero fiscale" per l’"emergenza democratica" se passa D’Alema, perché capisce che questi elettori non capirebbero mai un simile "inciucio". Intervengono però subito Fini e Casini a dire che no, che così non va, non si può esagerare con la minaccia di insubordinazione. La Lega, per "senso della responsabilità", voterà Letta al primo voto, ma avverte che non è una costola della Cdl e, se le cose andranno in un certo modo, questo schieramento di centrodestra può considerarsi finito.
Alla fine, con l’80% di probabilità, il losco figuro che parlò – orwellianamente – di "difesa integrata", mentre bombardava allegramente la Serbia con gli USA nel 1999, diventerà Presidente alla quarta votazione. Il centrodestra, ma in particolare Berlusconi, urlerà ai soliti comunisti antidemocratici che impongono i diktat, gli altri destri pure si inalbereranno per un po’ di tempo, alcuni di loro – in specie settori UDC e qualche AN – attendendo che inizi il "mercato acquisti" per i voti (soprattutto al Senato).
Vi sembra brutto questo quadro? E’ in perfetta sintonia con i tempi; se non finisce così, sarà perché il solito "Diavolo ci mette lo zampino"; ma l’intenzione del "grande imbroglio" è palpabile in tutte le mosse che si stanno facendo (ivi compresa l’astensione dell’Unione alla prima votazione).
Comunque vada a finire la faccenda, è "tutto normale", e gli svolgimenti futuri non ne verranno sconvolti in nulla.
GIANFRANCO LA GRASSA

IL GIOCO DEGLI SPECCHI

I mercati finanziari, le strutture sovranazionali che governano l’economia agendo come paravento per gli interessi dominanti della finanza Usa, i dominanti dei paesi autoctoni che si pongono sotto tale ombrello protettivo per l’incapacità di elaborare proprie strategie d’attacco. Questo e tanto altro sta alla base dell’imputridimento della situzione politico-economica italiana dove il gioco degli specchi e della riottosità di maniera tra destra e sinistra cela la vera natura della partita strategica che si sta giocando. Da un lato i superiori interessi americani che tracciano la via da seguire sui grandi temi geopolitici e geostrategici oltrechè economici, dall’altra il "piccolo establishment" del restrellamento delle risorse interne, che si appoggia alternativamente ad uno dei due schieramenti politici per ottenere la risorse necessarie ai propri giochi di potere.In questo clima di unità antipopolare c’è lo spazio per un Ciampi super partes custode delle procedure costituzionali con un passato da smantellatore delle proprietà pubbliche, e c’è spazio anche per un D’Alema che ha già ampiamente dimostrato il suo asservimento e la torbidezza del suo modo di agire. Chi meglio del compagno spezzaferro, ex lanciatore di molotov, può ricoprire quell’incarico di garanzia….per i dominanti. Non per tutti, ovviamente, il Corriere della sera gli ha già pregato di lasciar cadere la sua candidatura per lesa maestà del "piccolo establishment" nell’operazione di sostegno a Gnutti-Consorte-Ricucci. D’Alema ci aveva provato, non è andata bene ma ha dimostrato di condividere la logica con la quale ci si deve muovere in questo mondo e questo fa di lui un umile riproduttore del sistema. Povere plebi identitarie e festanti che pensavano di aver dato l’assalto al cielo! Ma D’Alema si era già mosso in passato lasciando presagire il suo carattere: Marco travaglio riporta di una condanna per finanziamento illecito al partito in Puglia (poca roba, un errore di gioventù insomma). D’Alema avrebbe fatto meglio in seguito con la Banca salentina 121 e con centinaia di piccoli risparmiatori truffati dai suoi protetti. Poi, finalmente, le manovre che contano, la privatizzazione Telecom con la svendita di un gioiello nazionale a imprenditori senza liquidità. Ma, soprattutto, D’Alema ha dimostrato come si può conciliare la pace con la guerra nelle vicende dell’attacco americano alla Serbia. Dopo essersi vantato di aver messo a disposizione le basi militari sul territorio italiano e aver inviato un contingente di tutto rispetto, ha ideato l’operazione "cerotto per tutti", la famosa operazione Arcobaleno che ha messo a tacere le plebi pacifiste ed ha ingrassato la pancia di qualcuno un pò meno moralista. Tuttavia il problema non è la statura morale di questa persone, nè la loro fedina penale. La questione principale, che non ammette più tentennamenti, riguarda la stessa identità della sinistra. Chi non vuole capire che i due schieramenti in campo sono totalmente speculari e servono i medesimi interessi di potere, non potrà più godere nemmeno del privilegio della buona fede. La situazione è così compromessa che solo seppellendo "l’ammorbato" si potrà evitare l’epidemia. Speriamo solo che gli appelli dei leaders sinistri vadano a cadere nel vuoto, presto saremo chiamati ad altri rospi da mandare giù per il bene nazionale e per l’esportazione della democrazia. Chi anche questa volta cederà per un fantomatico senso di responsabilità dovrà farlo con la consapevolezza di rinunciare anche all’ultimo briciolo di dignità.

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