DAL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE AI NUOVI PARADIGMI FINANZIARI.

 I° PARTE di G. Duchini

 

    Prima della fine dell’ultima guerra mondiale (1944), alla Conferenza di Bretton Woods (città Usa), si costituì il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) tra le potenze amiche (circa 40 paesi) ancora in conflitto contro quelle nemiche (Germania, Italia,Giappone). Con il Fmi e la creazione di una Banca mondiale si voleva garantire un nuovo ordine economico-monetario il quale entrò a pieno titolo l’anno successivo (1945) a suggello di una guerra vinta. Il nuovo ordine imposto dalle potenze vincitrici, Usa “in primis”, seguita da  Inghilterra e Francia, chiudeva un lungo e travagliato periodo storico, le cui propaggini risalgono alla prima grande depressione capitalistica del decennio ’70 del secolo Diciannovesimo, seguita da una crescita economica abbastanza elevata fino alla prima guerra mondiale (1915-18). Gli scambi economici e monetari erano allora regolati dal cosiddetto sistema monetario aureo (“gold standard”) che prendeva il nome dall’uso dell’oro come unità di conto: le valute (quotazione delle monete) erano in un rapporto proporzionale di cambi fissi con l’oro. Tale sistema rappresentava il riflesso della teoria quantitativa della moneta secondo cui ad ogni variazione della quantità di moneta corrispondeva una variazione proporzionale dei prezzi: ad un aumento dello stock dell’oro corrispondeva un aumento proporzionale dei prezzi, con riduzione della capacità di esportazione e, viceversa, in modo sempre simmetrico. Alla fine del  primo conflitto mondiale (1918), il sistema monetario aureo venne meno con l’inizio di una grande instabilità per l’economia mondiale, aggravata dal problema delle riparazioni postbelliche e, soprattutto, dall’inizio della irreversibile crisi dell’Impero Inglese. Nel corso degli anni Venti, si accumularono gravi tensioni economico-finanziarie che portarono alla Grande Depressione; tra il ’29 e il ’32 il commercio mondiale registrò un crollo drastico del 63% (in valore d’oro), con caduta  dell’attività produttiva, a cui si accompagnò una pesante deflazione con riduzione generalizzata dei prezzi dei manufatti dei paesi industriali al 40%, oltre alle inevitabili conseguenze negative sulle bilance dei pagamenti.

    Con la fine della fase monocentrica a dominanza inglese si aprì un lungo conflitto intercapitalistico sia all’interno che all’esterno, tra i paesi capitalistici, con la quale tornò ad affacciarsi una fase policentrica che poi sfocerà nel secondo conflitto mondiale. 

I dazi Usa del 1930 introdotti con la legge protezionistica “Smoot-Hawley Tariff Act”  risultarono essere i più alti del secolo, fu il segnale dell’inizio di una lunga guerra commerciale svoltasi all’interno e tra i mercati capitalistici, con svalutazioni continue dei cambi delle monete aventi lo scopo di favorire le esportazioni dei singoli paesi; a nulla servirono tutti i tentativi  di ristabilire il vecchio sistema del gold standard, l’unico in grado di garantire una certa stabilità delle economie. Le guerre commerciali, ormai in atto,  rappresentavano soltanto la superficie dello scontro interno alle varie economie, dietro le quali si configuravano, in maniera più stringente, le acerrime lotte intercapitalistiche ed interimperialistiche; in particolare, quella Usa nei confronti del declinante Impero Inglese, per la preminenza  e il controllo  dei mercati internazionali. L’atto iniziale della guerra commerciale si ebbe a ridosso della grave crisi finanziaria Usa del ’29 di “Wall-street”, con l’applicazione della legge sui dazi di cui abbiamo già detto: fu il primo vagito di un impero in ascesa  e con grandi ambizioni di crescita, in grado di condizionare profondamente e pesantemente tutta l’economia capitalistica mondiale. Il protezionismo Usa fu a duplice effetto: di chiusura a difesa della propria industria  ed, al tempo stesso, di attacco alle restanti economie. Con lo scopo di tracciare una nuova fase storica a preminenza Usa nella contemporanea chiusura di quella dell’Impero Inglese, la grande economia industriale americana si avvalse  di uno strumento di conquista,  rivelatosi molto più efficace del mero protezionismo, in grado di far uscire dall’impasse economico gli Stati Uniti: lo sviluppo del  Capitale finanziario-bancario, uno strumento in grado di scaricare le eventuali crisi, nel controllo finanziario delle imprese europee, svuotandone i patrimoni aziendali e le strutture  industriali concorrenti (in cui effetti si fecero sentire, con più profondità, soprattutto sulla Germania weimariana) mettendo a dura prova le instabili democrazie europee dell’epoca.

     Le risposte del vecchio continente non si fecero attendere e furono a difesa degli interessi nazionali. In opposizione alla pervasività finanziaria Usa, si formarono “scudi economici” a protezione delle realtà industriali nelle forme dei “Capitalismi di Stato” i quali, in Italia e Germania, in un eccesso di difesa nazionalistica, finirono per aprire la strada al  fascismo e al nazismo. In Inghilterra – diventata rapidamente, nel corso della guerra, l’ultimo Stato dello stellone Usa – fiorì la scuola keynesiana del Capitalismo di Stato che aveva come obiettivo quello di fare convivere  gli interessi nazionali inglesi con quelli preminenti Usa. Non è un caso che alla conferenza di Bretton Woods, che si tenne in America prima ancora della fine della guerra, quando era ormai chiara la supremazia imperiale (e di guerra) Usa nei confronti dell’Inghilterra (e del resto del mondo occidentale), a presiedere il Fmi furono gli economisti White, per la parte americana, e Keynes,  per quella inglese. Lo Statuto del Fmi aveva come compito essenziale la cooperazione economica (a guida Usa) in campo monetario e finanziario internazionale e la promozione di una maggiore coerenza economica tra i paesi membri (arrivati a circa 184 dopo la chiusura del secondo conflitto mondiale, compresa l’Italia). Ciò  era necessario per assicurare a tali paesi una certa stabilità dei tassi di cambio attraverso cambi fissi ma aggiustabili, secondo le diverse esigenze nazionali.

    La costituzione del Fmi fu il segnale forte della chiusura di una lunga e complessa fase storica segnata dalla fine del  protezionismo e dalla contemporanea apertura liberalizzatrice dei mercati mondiali, sotto il vigile controllo degli USA; tutto ciò si realizzò alla fine di una guerra mondiale che divise il mondo tra due potenze, America e Unione Sovietica, le quali cominciarono  a delineare e delimitare i confini delle rispettive aree d’influenza. La struttura decisionale del Fmi  fu quella più attinente all’economia predatrice americana,  molto simile ad una”società d’affari” in cui gli azionisti  erano costituiti dai 184 paesi membri, rappresentati, a loro volta, da un Comitato Monetario e Finanziario ridotto a 24 paesi (compresa l’Italia), che perseguiva gli indirizzi strategici finanziari dell’ “azionariato” entro la suprema volontà decisionale  Usa. Quest’ultima ebbe un  potere di veto assoluto sui finanziamenti da concedere ai paesi partecipanti, essendo il paese con la quota sociale più alta nel Fmi.

    Il sistema dei cambi fissi ma aggiustabili del Fmi svolse una importante funzione di regolazione e controllo in tutta l’economia mondiale del dopoguerra, fino alla sua sospensione ad opera del governo USA, nel 1971. In pratica, dalla conversione dell’oro del sistema gold standard, si passò alla conversione del dollaro statunitense (in rapporto fisso con l’oro) diventato l’unica moneta di riferimento, in rappresentanza dell’unica centralità economica riconosciuta, quella americana appunto. L’asservimento delle restanti monete (ed economie) obbligava la conversione delle valute (monete) degli stati membri entro  le soglie consentite; in pratica, se un paese espandeva la propria economia e aumentava il valore della propria valuta (moneta) al di sopra della soglia consentita del dollaro, tale paese era obbligato a comprare la quantità di dollari necessari a far risalire la moneta Usa al valore fissato.  Come si può facilmente dedurre, i paesi europei furono enormemente condizionati dalla quantità di dollari presente nel sistema monetario che costituiva un freno alla crescita delle economie del vecchio continente. Così, in modo asimmetrico, l’economia Usa cresceva ai danni di quella europea; si trattava di una specie di signoraggio finanziario riservato al dominio imperiale. Bisogna però aggiungere che il dominio Usa, nell’immediato dopoguerra, ebbe aspetti contradditori e non completamente pervasivi. Alcuni fattori storici limitarono i condizionamenti finanziari ed economici Usa nei confronti dell’Europa; anzitutto la presenza di nazionalismi non completamenti sopiti, in particolare quelli francese (gaullismo) tedesco e giapponese; questi paesi difesero strenuamente le proprie industrie nazionali ricostruite dopo il conflitto e ora in pieno sviluppo. Si pensi alle opposizioni delle autorità tedesche alle modifiche della parità del marco nei confronti della moneta Usa per sostenere le esportazioni; oppure alla Francia che cercò di limitare lo strapotere Usa convertendo le proprie riserve  di dollari in oro e, con ciò riuscendo a mantenere viva la minaccia delle conversioni in oro anche da parte degli altri paesi. L’altro grande fattore di crisi Usa fu la sconfitta della guerra nel Vietnam, a seguito della quale si bruciarono enormi risorse finanziarie e vennero limitati gli investimenti diretti in Europa da parte delle grandi Banche d’affari Americane.

    Nel 1971 gli Usa sospesero in modo unilaterale il Sistema di Bretton Woods a cambi fissi. Si trattava, ormai, di una maglia diventata troppo stretta, per l’ampiezza creatasi nel mercato europeo, dove confluivano enormi flussi di capitali, fin dagli inizi degli anni ’70, in grado di mettere in crisi l’intero sistema finanziario internazionale. Si aprì un nuovo periodo del Fmi, rappresentato dal sistema dei cambi liberi, un artifizio monetario di controllo Usa nei confronti dell’Europa, con la moneta (valuta) che subisce una dilatazione estrema, moltiplicando e trasformando le funzioni creditizie in prodotti finanziari in grado di  sostituirsi ad essa (moneta) e di perdere, per certi aspetti, la “memoria di un valore equivalente nelle merci”.

    Il periodo in esame del Fmi e dei cambi flessibili  si protrasse dal ’71 alla caduta del muro di Berlino, cioè alla fine degli anni ’80. L’ingresso in Europa del nuovo sistema monetario (dei cambi flessibili)  fu introdotto non senza resistenze; dopo un periodo transitorio semirigido fino alla fine degli anni ’70 e successivamente, fino alla libera fluttuazione dei cambi. La funzione più importante del Fmi  rimase quella di “regolatore di credibilità” di tutti i paesi componenti il sistema. La concessione dei finanziamenti da parte del Fmi era subordinata alla stabilità finanziario-monetaria dei vari paesi in collegamento con i parametri convenzionali del dollaro, ai quali veniva rilasciato un “marchio di affidabilità”. Come dire, si affida(va) al Fmi un ruolo primario di catalizzatore finanziario per l’ingresso nel paese di finanziamenti pubblici o privati di altri paesi, nonché delle Banche d’affari Americane. L’occhio vigile del Fmi, e attento alla stabilità del centro del sistema finanziario Usa, misura la temperatura finanziaria e monetaria del singolo paese e quando questa risulta troppo alta, interviene tramite il viatico del marchio dell’affidabilità. Ma le medicine finanziarie risultarono, alle volte, troppo forti e con esiti mortali; ne sanno qualcosa i paesi latino-americani ed in particolare,  l’Argentina ed il Messico.

   Dal sistema a cambi fissi, che restringeva la liquidità internazionale delle economie subordinate entro i vincoli posti dagli Usa, al passaggio al nuovo sistema di regolazione a cambi flessibili degli anni ‘70, si creò un sistema di fluttuazione delle monete che produsse una grande instabilità finanziaria con elevata inflazione. Le oscillazioni delle monete europee avrebbero  comunque garantito la maggiore dipendenza di queste economie nei confronti di quella Usa.

Con lo “shock petrolifero” derivato dalla guerra arabo-israeliana del 1973-74, venne a determinarsi un aumento del prezzo del petrolio del 400% che costrinse l’amministrazione Carter al deprezzamento del dollaro del 40%, sia nei confronti del marco che dello yen; tutto ciò al fine di abbassare i “toni competitivi” delle due grandi realtà industriali tedesca e giapponese. Questa svalutazione fu un messaggio forte inviato (a futura memoria) a tutte le economie competitive, lo stesso messaggio che, in questi ultimi tempi, gli Usa lanciano attraverso il deprezzamento continuo del dollaro nei confronti dell’euro.

 

G.D.  maggio ‘07                          

LA QUESTIONE MORALE DEI RIFONDAROLI di A. Berlendis

 

La ‘Stampa’ di venerdì 4 maggio segnala che “nel primo anno di governo sono almeno una cinquantina le poltrone ‘pesanti’ che hanno cambiato titolare e soprattutto colore.”

 

Il segretario del PRC ha  sollevato  le modalità della ripartizione (occupazione) di queste cariche degli enti ed imprese pubblici decise dai vertici partitici perché hanno visto escluso (o penalizzato) il suo partito, sostenendo che così non si riconosce “la cultura e l’esperienza del movimento operaio”. Questo solleverebbe una ‘questione morale’.

Più in particolare il ‘candidato’ per il Prc a consigliere delle Ferrovie ha sostenuto che il consiglio di amministrazione di Trenitalia sarebbe in questo modo un “Consiglio troppo sbilanciato a destra.”

 

Due sono gli elementi su cui richiamare l’attenzione.

 

Il primo elemento significativo non sta tanto nella richiesta, che è del tutto logica, della propria compartecipazione alla pari nella distribuzione delle cariche negli enti ed imprese pubbliche,ma nella forma che il mascheramento di questa richiesta assume.

Perché il Prc non può affermare in modo diretto la legittimità della sua richiesta, in quanto richiesta di quote di potere senza altre aggettivazioni, ma deve coprirla con linguaggio e riferimenti edificanti ?

Il fatto è  che il Prc richiede la sua quota di potere in quanto fine a sé stessa, cioè ai fini dell’acquisizione di potere (con annessi redditi e status) per i suoi vertici: una forza politica che si auto-definisce ‘sinistra radicale’ (e come tale si fa rappresentare dai media) e che dichiara di essere la rappresentanza politica di quote di lavoro dipendente e strati sociali non può esplicitamente mostrare la sua effettiva funzione di promozione sociale dei propri dirigenti.

Questo stesso processo, dal punto di vista della democrazia capitalistica, ha la funzione di cooptazione dei vertici dei (presunti) rappresentati politici di parti dei dominati (le parti che non sono state eventualmente incluse, con ruolo subalterno,nel blocco sociale dominante).

Qui sta il perché richiesta di quote di potere senza altre aggettivazioni, deve essere coperta con linguaggio e riferimenti edificanti.

 

Il secondo elemento, è l’ennesima conferma del significato assunto manifestamente del termine sinistra in quanto complementare alla destra.

Il Prc rappresenta le piccole imprese politiche  che rivendicano la propria quota di mercato (di sinistra) sia contro le tendenze al monopolio delle ‘grandi’ imprese politiche (con cui sono alleati),sia contro le imprese analoghe ma di segno ‘opposto’.

Si deve conseguentemente promuovere una visione pluralistica di questo mercato (tutti partecipanti hanno diritto a quote,senza esclusioni) e democratica (la quota spettante ad ognuno deve essere ripartita in modo corrispondente alla sua ‘forza’ per evitare squilibri).

La ripartizione deve seguire regole che prevedano che tutti (destra e sinistra) vi siano inclusi ma nel rispetto degli ‘equilibri’ contingenti.

 

E’ una facile previsione ipotizzare che quando il Prc avrà ottenuto la sua quota di posizioni negli enti pubblici o nelle imprese pubbliche, la ‘cultura e l’esperienza del movimento operaio’ sarà riconosciuta e la ‘questione morale’ sarà risolta, e sarà avvenuto il ‘bilanciamento a sinistra’.

Un ultimo particolare indice della fine di un’epoca : quando Berlinguer sollevò (pregno di ideologia ipocrita, visto che il PCI occupava un vasto complesso di posizioni nei vertici degli enti ed imprese pubbliche) la ‘questione morale’ lo fece perché disse, faceva  tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti”. 

Giordano solleva oggi la ‘questione morale’ (con altrettanto ideologia ipocrita) per non rimanere fuori da questa occupazione.

 

  Ferrovie_Il_PRC_critica_Prodi_-_(Cosa_è_oggi_la_cultura_del_'movimento_operaio')Fonte Il Sole 24ore

AUTOSTRADE-ABERTIS, LA FUSIONE CHE VERRA’

 

C.V.D. Sono passati pochi giorni dalla chiusura dell’affaire Telecom e già se ne sentono delle belle. In primo luogo, il presidente di Telefonica Cesar Alierta, fatto fuori il non gradito Tronchetti-Provera, torna a perorare la causa di Guido Rossi a capo della nuova creatura che sorgerà dalle ceneri di Telecom. I due “compari”, i quali avevano già tentato l’approccio quando il “Tronchetto” era ancora saldo al suo posto, furono lesti al dietrofront non appena seppero che l’operazione, nei termini fissati dal marito di Afef, non piaceva alla politica. Ora che Tronchetti si è tolto “finalmente” dalle palle, Alierta media con Mediobanca e Generali per avere il superavvocato alla guida della nuova Telecom. Il presidente di Telefonica sa benissimo che in Italia la politica conta per cui un personaggio “intrallazzatore” come Rossi può fare ancora molto comodo. Del resto, gli spagnoli si sentono debitori nei confronti dell’ex senatore della sinistra indipendente (il quale paragonò il clima che si respirava in Telecom a quello della Chicago degli anni ‘20) che, con grande abilità e il solito doppiogiochismo, era riuscito a bloccare Tronchetti-Provera quando Telefonica era già pronta a sborsare 3,3 euro ad azione, poi diventati “solo” 3 grazie alle pressioni esercitate dal Governo sul leader di Pirelli. La politica (e la Grande Finanza) ha fatto sentire tutto il suo peso, ha impugnato il tricolore come un gladio per salvare, si dice, l’ “italianità” dell’azienda di telecomunicazioni.

Ma la distribuzione delle prebende non è ancora finita perchè, come vi avevamo già preannunciato, c’è un’altra famiglia del capitalismo italiano che si sta sfregando le mani, dopo aver subito molti smacchi dall’attuale governo. I Benetton sono riusciti a dimostrare la propria fedeltà alla GF attualmente dominate in Italia (perché è questa la forza preminente nel nostro paese) attraverso una serie di atti che hanno convinto quel mortadella di Prodi (maggiordomo di Bazoli) a dare semaforo verde alla famiglia di Ponzano Veneto per la fusione con la spagnola Abertis. Il primo atto di vassallaggio dei Benetton era stato l’acquisto di una parte delle azioni RCS liberate da Ricucci. Si trattò di un 5% di titoli, al prezzo di 4 euro e mezzo per azione, in un momento in cui il gruppo editoriale stava avendo un calo diffusionale imbarazzante, certificato anche nel bilancio 2005. Altro che mercato! Si trattò di un atto di codinismo politico (e di remissione) con il quale i Benetton cercarono d’ingraziarsi il salotto buono del capitalismo “straccione” che guida il nostro paese. Poi è arrivata la vicenda Telecom con i Benetton che, stanchi di incassare i niet del governo sull’operazione con Abertis, hanno volato basso, bassissimo, giocando al meglio il peso della loro partecipazione in Olimpia. Oggi che le banche si sono pappate il boccone prelibato delle tlc finalmente i “magliari” di Ponzano possono passare dalla cassa. Come volevasi dimostrare. Il Ministro Di Pietro, duro e puro fino a qualche giorno fa, ha spalancato il portone ai Benetton “offrendo” una maggiore chiarezza del quadro legale entro il quale la fusione diviene possibile: difesa degli assetti pubblici strategici, approntamento degli investimenti, rispetto delle regole, difesa dell’italianità. In cambio, il governo s’impegnerà a non modificare le norme sulla concessione qualora dovesse cambiare il soggetto titolare dei contratti. Insomma, la minaccia della ricontrattazione delle concessioni e della retroattività delle nuove norme, con la quale il Ministro Di Pietro aveva sin qui bloccato le aspirazioni di Abertis e Autostrade, viene completamente quanto “improvvisamente”accantonata.

QUELL’ITALIANITA’ DIFESA DALLE BANCHE

 

E’ davvero curioso come l’italianità delle nostre aziende strategiche risulti pienamente salvaguardata solo se negli affari più importanti entrano certi gruppi di potere e certi personaggi, i quali operano sì prevalentemente in Italia ma ricercando sempre l’imprimatur della Grande Finanza americana.

Durante la ormai dimenticata stagione dei furbetti del quartierino, l’allora governatore Fazio, in nome della conservazione nazionalistica di alcune banche, cercò di favorire il duo Consorte-Fiorani. Contro di lui si scatenò la rappresaglia dei nostri finti liberisti (politici e giornalisti, in primis) che si stracciarono capelli e vesti per il reato di lesa maestà contro le sacre leggi del laisser-faire, tanto da riuscire ad ottenere la defenestrazione del governatore sotto forma di dimissioni volontarie. Oggi, quelle stesse persone esultano per l’accordo tra i maggiori gruppi bancari italiani e la Telefonica spagnola che, dando vita alla Telco avrebbe, a loro dire, garantito la preservazione di un bene strategico per i futuri assetti del nostro paese.

Ma ci sono alcune cose che non convincono affatto dell’accordo concluso tra i principali gruppi nostrani e la Telefonica spagnola, tanto che persino la Consob ha chiesto dei chiarimenti sui diritti vantati da quest’ultima. La Commissione Nazionale per le Società e la Borsa ha rilevato una strana discrepanza nei distinti comunicati rilasciati al mercato da Telefonica e dalla cordata bancaria italiana; manca chiarezza su alcuni punti fondamentali e vengono evidenziate delle contraddizioni sulle quali le banche saranno chiamate a rispondere. Insomma, i nuovi paladini dell’italianità non ci hanno detto ancora tutto

Per esempio, la cordata italiana composta da Mediobanca, Generali, SanIntesa e Benetton non parla di alcun diritto di veto o diritto di prelazione a favore di Telefonica sull’eventuale entrata di altri soci. Telefonica, invece, ha fatto sapere al mercato di avere un diritto di prelazione sulla vendita di nuove azioni della Telco, così come la possibilità di disporre di un diritto di veto sulla modifica dell’azionariato, sui dividendi e su eventuali disinvestimenti. Non dovrebbe essere difficile intuire che tale situazione è stata concertata ad arte dalle banche per impedire che altri gruppi, non in linea con l’entourage bancario attualmente costituito (già riottoso di per sè), possano chiedere di entrare nell’azionariato di Telco (così come era stato invece paventato prima che l’operazione andasse in porto).

Esiste, su questo, un accordo tacito di natura politico-finanziaria tra Banche italiane, impresa spagnola di tlc, Governo Italiano e Governo Spagnolo. L’ovvio fine perseguito da Bazoli & soci (soci di centro-sinistra, ça va sans dire) è stato quello di acquietare momentaneamente chi, come Berlusconi, avrebbe potuto mettere il bastone tra le ruote all’operazione acquisitiva. Dapprima gli hanno fatto credere, con un’acciughina “differita”, che lui sarebbe stato della partita anche se solo in momento successivo, poi hanno architettato un “macchiavello” con il quale scaricheranno la responsabilità di un eventuale veto opposto al suo gruppo direttamente su Telefonica. Del resto, così come appaiono, le condizioni con le quali l’azienda di tlc spagnola è entrata nell’affare non sono affatto “di mercato” e solo con una ricompensa a venire (e grazie anche alla mediazione del governo spagnolo) si poteva convincere Alierta ad accettare di sborsare 3 euro ad azione, contro i 2,62 scuciti delle banche italiane. Inoltre, se è vero che Telefonica ha il diritto di uscire dalla Telco qualora si decidesse per un aumento di capitale, certo non rivenderà le azioni quanto le ha pagate oggi. Di questo si tratta: orditura politica da un lato e plusvalenza monetaria, dall’altro. Gli spagnoli non sono ancora completamente rimbecilliti come qualcuno vuol farci credere.

In secondo luogo, vorremmo capire come mai quando Tronchetti-Provera ha tentato di fare lo stesso accordo in febbraio, sempre con Telefonica protagonista, fu alzato un polverone tale che Guido Rossi e Alierta fecero un repentino (troppo repentino!) dietrofront. Oggi quello stesso accordo viene benedetto dal Governo in nome della preservazione dell’italianità.

Un ultimo punto. Stranamente i Benetton hanno accettato di restare in Olimpia con un bassissimo profilo e praticamente sotto l’egida di SanIntesa, Mediobanca e Generali. Stranamente un corno! Il Ministro delle infrastrutture Di Pietro è diventato all’improvviso malleabile come un budino; il Tonino nazionale ha già fatto sapere che la fusione Abertis-Autostrade torna all’ordine del giorno ma nel rispetto delle leggi dello Stato italiano. Non sarà che nell’idillio sbocciato tra il governo italiano e quello spagnolo (dopo l’ingresso di Telefonica in Telco e l’acquisizione di Endesa da parte di Enel) c’è spazio anche per la fusione, in passato tanto osteggiata, tra Abertis e Autostrade?

 

 

I FINTI “ANTAGONISMI”  UTILI AI DOMINANTI di G. La Grassa

 

Quando il capitalismo era borghese – in particolare durante l’epoca monocentrica in cui era preminente l’Inghilterra in quanto primo paese a sviluppo capitalistico, non a caso preso a modello da Marx per la sue ipotesi teoriche relative al modo di produzione capitalistico – la classe dominante era appunto la borghesia, che è stata una grande classe, capace di esprimere e alimentare un ceto intellettuale di rilievo che le assicurava, sul piano culturale, una penetrazione egemonica di forte presa.

Come tutte le vere classi dominanti, essa sviluppò nel suo seno grandi correnti ideologiche contrapposte, che soddisfacevano lo spirito di antagonismo tra gruppi sociali diversi, ma senza uscire dalla cornice riproduttiva dei rapporti capitalistici. Penso ad es. all’illuminismo con il suo razionalismo scientifico e la sensazione che l’Umanità potesse ormai affrancarsi da ogni limite naturale; nulla era inconoscibile in linea di principio, occorreva solo del tempo e tutto sarebbe stato messo a giorno dalla potenza della Ragione. La reazione romantica fu un’altra grande corrente culturale e, poiché si poneva in antitesi rispetto alle pretese del razionalismo, fu spesso scambiata come critica tout court della società; essendo “antiborghese”, alcuni erano convinti fosse pure anticapitalistica, mentre il romanticismo nemmeno sfiorava il problema del mutamento radicale dei meccanismi riproduttivi dei rapporti strutturanti quella storicamente determinata forma di società.

Fu il marxismo – e il “movimento operaio” in cui pretese di incardinarsi – a voler mettere in discussione con radicalità la riproduzione della società capitalistica, sentendosi però erede dell’illuminismo, della mera razionalità scientifica, e nutrendo la convinzione – soprattutto con la linea Engels-Kautsky – che tutti i “misteri” della Natura sarebbe stati disvelati entro tempi ragionevoli, che l’oscurantismo della religione, e dell’ideologia in genere, si sarebbe dissolto come nebbia al Sole. E’ un po’ patetico, per fare un solo esempio, leggere i passi di Engels in cui questi sostiene, relativamente alla cellula, che una volta conosciuta integralmente l’intera sua costituzione interna, si sarebbe dileguato ogni problema di inconoscibilità della “cosa in sé”; e ciò che era valido per la cellula, lo sarebbe stato per qualsiasi altro oggetto o processo.

Non insisto sul problema perché è evidente lo scadimento culturale del marxismo divenuto “scienza e filosofia” per spiriti molto semplici e “schematici”, vera ideologia di una “classe” che in realtà non è mai esistita come tale; sono esistiti solo gli operai, una frazione – percentualmente sempre minore – della società, progressivamente integrata nei meccanismi riproduttivi capitalistici con ruoli e funzioni nettamente subordinati, con una cultura approssimativa (molto più povera e scheletrica di quella contadina, pur essa subordinata) e incapace di esprimere un ceto intellettuale ed una propria egemonica “visione del mondo”. Ovviamente non sono stati solo questi – e nemmeno furono i più importanti – i motivi della sconfitta del “comunismo marxista” (del “socialismo scientifico”); si tratta solo del coté culturale di una debolezza strutturale che tale comunismo nascose dietro una spessa coltre ideologica, adatta a far emergere gruppi dirigenti particolarmente elitari e autoritari, privi della base sociale (il “soggetto della rivoluzione”) di cui si pretendevano avanguardia; base sociale la cui formazione era illusoriamente attribuita ad un mai verificatosi processo oggettivo, intrinseco al movimento del capitale. Nascosti – inconsapevolmente, sia chiaro – dietro questa fumisteria ideologica, tali gruppi dirigenti attuarono politiche anche importanti – ad es. la creazione di una potenza quale fu l’URSS e altre – ma che non avevano nulla a che vedere con il preteso comunismo (o “costruzione del socialismo”).   

 

Il tramonto, ormai tendente alla notte più oscura, del comunismo marxista è ormai del tutto evidente, salvo che a sparuti gruppetti cui faccio fatica ad attribuire la buona fede; a mio avviso, la maggioranza (di questi pochi) è costituita da cialtroni e arruffoni che cercano di amministrare i residui sentimentali di un’epoca che fu (e che ebbe le sue glorie, non fu affatto una sequenza di crimini come altri mascalzoni, anticomunisti, sostengono) per ottenere comunque quel minimo seguito elettorale in grado di consentire qualche piccola prebenda, qualche posticino ben pagato nelle “assemblee elettive” o negli anfratti di un sistema pubblico pletorico e legato a clientele politiche, ecc. Poi, al momento opportuno, c’è sempre pronto il “salto della quaglia” portandosi dietro, magari in sede locale, piccole dotazioni di voti con ulteriori “pagamenti” da parte di chi comanda (miseri guadagni, ma sufficienti per individui vili e meschini, incapaci di altro “lavoro” se non quello di “tradire”). Per chi ha presenza, aggressività, scilinguagnolo, una moralità molto elastica e pronta alle mille giravolte “ordinate” dai “padroni”, vi sono posti negli ambienti giornalistici e della TV, in case editrici e altri organismi “culturali”. C’è inoltre sempre qualche enclave universitaria, vero “magazzino dei rifiuti”. Non escludo ovviamente l’esistenza di qualche “comunista marxista” in buona fede; ce ne saranno perfino tra cent’anni così come oggi ci sono ancora anarchici, e qualcuno leggerà pure Bakunin; quanto a Stirner (più serio) avrà certo alcuni leali aficionados. Perché quindi escludere che qualche marxista retrò, ma onesto, possa esistere? Tuttavia, mi permetto di credere che non abbia capito molto di Marx e tanto meno di Lenin. Più che di marxisti, si è in presenza di trotskisti o luxemburghiani o bordighisti, ecc., che hanno a che vedere con Marx (e Lenin) tanto quanto il caffè d’orzo ha a che vedere con il vero caffè.

In un’epoca in cui i dominanti capitalistici hanno rivinto su tutta la linea; in un’epoca in cui i paesi ex socialisti, o quelli che tuttora mantengono tale etichetta (Cina ad es.), hanno scoperto nuove forme di sviluppo mercantile e imprenditoriale (di fatto, dunque, capitalistiche esse stesse); in quest’epoca, i dominanti “organizzano” gli accaniti dibattiti al loro interno, presentando alcune correnti culturali come “il meglio” che si possa avere oggi per combattere il capitalismo. Esattamente come all’epoca dello scontro culturale tra illuminismo e romanticismo (con le infinite variazioni sui due temi, e anche le commistioni “feconde” tra i due). Solo che, come sempre avviene nella storia, la seconda (e terza, ecc.) volta che un fenomeno si presenta, esso assume forme sempre più squallide e meschine, che segnalano un’era di reale decadenza. Non si illudano, tuttavia, i sinceri anticapitalisti: quest’ultima non preannuncia la fine del loro “nemico storico”, come si illuse tanto tempo fa Lukàcs nella Distruzione della ragione, testo che in realtà illustrava solo la fine del capitalismo borghese e la transizione al più banale e meno colto, ma ancora più potente e resistente, capitalismo dei funzionari (strategici) del capitale.

Oggi c’è solo l’imbarazzo della scelta tra le correnti culturali dei dominanti capitalistici: antitetiche e insieme complementari (come disse il solito Lukàcs: in solidarietà antitetico-polare). Cominciamo proprio con la divisione degli schieramenti politici in destra e sinistra. Il comunismo non era corrente di sinistra. Vergogna a quei mascalzoni sedicenti comunisti che sostengono di essere di sinistra. Ai miei tempi, la sinistra era Saragat, il “traditore” e scissionista di Palazzo Barberini; i comunisti stavano da tutt’altra parte. Essi divennero presto dei meri piciisti e allora certo iniziò la loro trasformazione in “sinistra”. Perché la sinistra, storicamente, è sempre stata una corrente dei dominanti, capace di infiltrarsi nelle file del movimento operaio per condurlo, politicamente, entro l’alveo della riproduzione capitalistica, mediante lotte – inizialmente “dure” e poi sempre più attutite – esclusivamente interne alla sfera della distribuzione, della ripartizione della “torta” prodotta capitalisticamente. I marxisti avrebbero dovuto trarne la lezione (e Lenin aveva iniziato a trarla, ma si arrestò a metà strada): la classe operaia non è in sé rivoluzionaria, non esiste processo oggettivo che la porti ad essere soggetto della trasformazione del capitalismo in comunismo. Questa è la lezione della storia, non che i comunisti sono una forza di sinistra. Scemi o bugiardi quelli che non l’hanno ancora imparata. Destra e sinistra sono correnti (“antitetiche”) della riproduzione del dominio incontrastato assunto dai funzionari (strategici) capitalistici.

Altra solidarietà antitetico-polare è quella tra (neo)liberisti e (neo)keynesiani, tra i sostenitori del privato e quelli del pubblico, tra i cantori delle virtù del mercato lasciato a se stesso, senza vincoli di sorta, e quelli dell’interventismo statale. Ideologia, solo ideologia e ancora ideologia. Dibattiti interminabili, in cui (come fu per il romanticismo) alcuni furfanti tentano di far credere che essere neokeynesiani, favorevoli al pubblico e all’intervento statale (puro lassallismo, ideologia di un precoce “traditore” del movimento operaio, di un vero “sinistro” dell’epoca, bollato per quello che era dal comunista Marx) significhi essere già critici del capitalismo. Il furbo, e….(censura), Ferrara organizza un dibattito tra Giavazzi ed uno degli “antitetico-polari”; e molti ci cascano, credono di aver assistito al contraddittorio tra sostenitori e critici del capitalismo. Liberazione, abietto foglio di abietti finto-comunisti, inneggia alla “sconfitta” di Giavazzi come si trattasse di un successo dell’anticapitalismo. Questo l’immondezzaio in cui siamo immersi per la totale vittoria del capitalismo sul sedicente “socialismo reale”, che ha completato la trasformazione dei “comunisti” in sinistra!

E infine la rancida recita del contraddittorio tra sviluppisti e antisviluppisti, tra ambientalisti e sostenitori del puro e semplice progresso tecnico-scientifico. Qui raggiungiamo il vertice della mistificazione, del dirottamento di energie magari potenzialmente anticapitalistiche verso falsi obiettivi. Qui si misura come i dominanti capitalistici abbiano avuto partita vinta su tutta la linea, come essi impongano i dibattiti (antitetico-polari) che loro più convengono. Incredibile: Al Gore, legato a mille multinazionali, campione dell’ambientalismo. Egualmente Soros, fottuto capitalista (e tra i peggiori), che si fa critico del capitalismo (americano) nelle sue strategie odierne. E la nefasta Goldman Sachs, una delle più pericolose e devastanti (anche, e soprattutto, politicamente) istituzioni finanziarie – con il maggior numero di hedge fund, associazioni a vero delinquere, fonte di rischiosissimi imbrogli e pasticci, che potrebbero coinvolgerci in catastrofi finanziarie di ampiezza mai vista – che si fregia di tutte le abbondanti elargizioni versate a favore della ricerca di nuove fonti di energia e per altre iniziative di salvaguardia dell’ambiente. E si potrebbe continuare. 

Personaggi sconvolti dalla sconfitta del loro beneamato comunismo – e orfani di un’analisi marxista mai compresa se non nelle sue versioni di più becero economicismo o invece di mero culturalismo (ecco un’altra contraddizione antitetico-polare che fece degenerare il dibattito tra “marxisti”) – si gettano a pesce sul rapporto Uomo-Natura, perché non sanno più nemmeno tentare una nuova analisi dei rapporti capitalistici, della loro riproduzione (non solo economica e non solo politico-culturale); come, tanti anni fa, speravano nella “grande crisi” (un 1929 mille volte peggiore), adesso sperano nelle catastrofi ambientali. Non hanno mai tratto la lezione dal fatto che il 1929 non condusse per nulla affatto verso la ridiscussione del capitalismo, verso la sua disfatta; e così non si rendono conto che nessuna catastrofe ambientale aprirà gli occhi della “gente”, obnubilata da queste ideologie d’accatto, da questi spettacoli da circo, dove sia i difensori della “tecnoscienza” sia quelli dell’ambiente sono ampiamente pagati da grandi imprese capitalistiche: quelle che si avvantaggiano degli avanzamenti della scienza e delle tecnologie (in specie militari) che ne derivano, e quelle che fanno “decine di migliaia di milioni di miliardi” con gli studi e le tecnologie necessarie all’utilizzo di nuove fonti di energia (“pulita” e “non pericolosa”), a praticare l’agricoltura “biologica”, ecc.

E che dire poi del no profit che fa tanto profit; e delle banche etiche, sponsorizzate (dotate cioè di tanti bei soldini) da grandi imprese industriali e finanziarie, che si aprono comunque nuovi mercati, magari ancora poveri ma pur sempre importanti “al margine”, per arrotondare certi proventi e alleviare così dati “costi fissi”, per cominciare intanto a mettere radici politiche e istituzionali in paesi che potrebbero iniziare a svilupparsi fra non molto, al limite per impedire che certi spazi vengano occupati da concorrenti pericolosi (nel presente o nel futuro prossimo). Siamo in mezzo ad una nebbia ideologica di densità forse mai prima rilevata. Siamo turlupinati continuamente da questi scontri e lotte antitetico-polari, che vogliono farci credere all’esistenza di nuove frontiere dell’anticapitalismo, una volta finito a Patrasso il comunismo. Non a caso, a propagandare queste nuove fumisterie, vantaggiose per ampi settori capitalistici, chi troviamo? Soprattutto i fu comunisti diventati sinistra, i “traditori” di un movimento che purtroppo si fece passare per “operaio”, e vide tutti i dirigenti degli alti (spesso anche medi) vertici dello stesso provenire da strati sociali diversi da quelli operai; un movimento che si batté (e non sempre in mala fede, anzi!) per costruire il socialismo, per transitare al comunismo, e ottenne risultati assai diversi. Alla fine, i suoi vertici dirigenti hanno “tradito” veramente, hanno perso quasi tutta la loro base operaia (anche solo come collocazione sociologica, lasciando stare la “classe in sé”), e sono diventati sinistra, la malattia peggiore da cui possa essere affetta la nostra società.

 

Chi ha voglia di reiniziare a pensare una critica adeguata della riproduzione degli attuali rapporti sociali, deve essere contro le varie posizioni antitetico-polari in antagonismo paralizzante, che vengono foraggiate dai dominanti perché creano un clima culturale a loro del tutto favorevole. E’ necessario non essere più né di destra né di sinistra, né battersi per il liberismo o il keynesismo, per il pubblico o invece il privato, per il libero mercato o per l’intervento statale. E’ bene non dedicare più di qualche minuto al “cruciale” problema se i gay abbiano diritto di veder legalizzate le loro unioni e riconosciuto il diritto di allevare figli o se invece bisogna difendere la “sana e naturale” famiglia cristiana. E’ utile non accanirsi tanto sui dibattiti tra un Rubbia e un Battaglia, tra i sostenitori della difesa dell’ambiente (con le varianti della decrescita o invece dello “sviluppo sostenibile”) e quelli del massimo progresso scientifico-tecnico come soluzione di ogni problema. Non dico di ignorare questi temi e queste discussioni; semplicemente invito a dedicare ad altro la maggior parte della nostra attività di pensiero.

Da mesi Emilio Fede apre il TG4 con 10 minuti sulle catastrofi ambientali, sui mutamenti climatici, ecc. In ogni dove si sostiene che è da cent’anni, ma addirittura talvolta da duecento, che “questo” o “quest’altro” non si verificava. A parte il fatto che all’epoca della Rivoluzione francese (e per intere epoche successive) non esistevano rilevazioni meteorologiche e climatiche degne di questo nome, tali affermazioni, pur prese alla lettera, si distruggono da sole; perché, in senso proprio, significano che allora “questo” e “quest’altro” si erano già verificati un secolo fa o ancor più in là, quando il progresso scientifico-tecnico era cento volte più indietro di adesso. Basta con queste emerite stronzate! Si convoglino le energie intellettuali critiche verso la comprensione di che cos’è il capitalismo: sia considerandolo in generale, sia nell’articolazione geopolitica e geoeconomica delle sue varie parti componenti a livello globale. Bisogna capirne struttura e dinamica, da quali blocchi sociali è strutturato, di come essi si scompongano e ricompongano nelle varie formazioni particolari in sviluppo (ineguale) e di come queste siano conflittualmente articolate fra loro. Il marxismo ci ha lasciato una qualche eredità utile a tal fine, ma è quasi tutto da ripensare.

Smettetela con il conflitto Uomo-Natura, su cui avete sproloquiato all’epoca del Club di Roma (e dei Limiti dello sviluppo), sproloquiate adesso e continuerete a sproloquiare per i prossimi 50 o 100 anni, dicendo tutto e il contrario di tutto, vellicando le paure e le fobie della gente per fini che sono solo i vostri di politici e intellettuali legati ai (e pagati dai) vari gruppi dominanti in conflitto fra loro. E la si smetta anche con le balle della democrazia in pericolo e da riconquistare; e con il Bene Comune da conseguire. Non esiste attualmente, e non esisterà per altre intere epoche storiche, alcun bene comune, poiché esistono gruppi sociali con interessi diversi e che confliggono fra loro per soddisfarli. Si può certo augurarsi che, con il tempo e con trasformazioni sociali da conseguire tramite dure lotte per decenni e decenni futuri (e forse molto ma molto di più), si sia in grado di giungere al “giusto” ed “equilibrato” contemperamento di interessi contrastanti. Ma predicare, fin d’ora, un immaginario Bene Comune è falso e bugiardo; è proprio tipico di quella che è sempre stata la “sinistra”, una forza di inganno, di turlupinatura dei dominati affinché accettino la prevalenza dei dominanti, ai quali si suggerisce, nel contempo, di essere un po’ più buoni (e “democratici”), di usare la vaselina, di sfruttare il lavoro con discernimento, di non pretendere troppo e tutto d’un colpo, ecc.

Ancora una volta rifulge la grandezza di Lenin quando affermò che una forza critico-rivoluzionaria deve impiegare le sue migliori energie (anche e soprattutto intellettuali) ad educare sistematicamente le masse all’idea che non c’è cambiamento senza, in ultima analisi, la violenza. Lasciamo pure i coglioni, e i servi dei dominanti, scandalizzarsi e urlare alla criminalità di questa idea sistematicamente propagandata. La violenza non ha nulla a che vedere con l’assassinio, con l’uccisione premeditata di singoli individui. Faccio un esempio banale: uno sciopero è violenza. Solo a un primitivo e ad un infantile verrebbe però in mente di risolvere una lotta del genere con l’assassinio di un caporeparto o di un manager o perfino dell’amministratore delegato dell’impresa contro cui si sciopera. Malgrado i superficiali non lo capiscano, la violenza esercitata durante uno sciopero supera in intensità (e logicamente in efficacia) quella di qualsiasi assassinio. Dice il detto popolare: “Morto un Papa se ne fa un altro”. Vera saggezza; la violenza si esercita contro un sistema di dominio, non per sopprimere la vita di chicchessia. Possono esserci casi storici, molto particolari, in cui si verificano anche soppressioni di tal genere; ma sono eccezioni, perché chi volesse farne una regola non ha capito nulla delle parole di Lenin e non conduce una battaglia critico-rivoluzionaria, ma soddisfa solo puerili (e deprecabili) desideri di vendetta sua personale.

Non si deve però ingannare nessuno con un generico buonismo pacifista, con l’idea del bene comune da ottenere con il democratico consenso della maggioranza. Il conflitto esiste: tra dominanti e dominati e all’interno degli stessi dominanti onde prevalere gli uni sugli altri. Si debbono ricercare i meccanismi di sviluppo di questo sistema, le sue contraddizioni, quelle fondamentali su cui soprattutto fare leva – in particolari congiunture – allo scopo di tentare la trasformazione che ci sta a cuore. E’ indispensabile si comprenda come quest’ultima non sarà regalata da nessun gruppo di dominanti; ma va anche capito sotto quali condizioni – di inasprimento del conflitto interdominanti – una lotta per conseguirla può incontrare qualche successo. Andiamo verso un’epoca di accentuazione dei tanti antagonismi – interni a date formazioni particolari e fra le varie formazioni componenti quella mondiale – nell’ambito dei quali certe forze, con intenti assai diversi (dentro e contro il capitale), cercheranno di raggiungere risultati di radicale cambiamento delle situazioni e dei rapporti di forza attuali. Si analizzino i processi in corso, si indaghi per bene il terreno su cui si andrà dislocando lo scontro di fase in fase, e quali forze si metteranno in movimento; forze da unire temporaneamente per finalità comuni, ma che non sono, e non saranno assai a lungo, il Bene Comune dell’intera società. Non si raccontino fandonie paralizzanti, buone per prendere qualche voto e avere qualche seggio in Parlamento e qualche altra prebenda di sottogoverno! Chi continua su questa strada, va criticato e trattato per quello che è: un sinistro “a bischero sciolto”, che vuol pervertire anche gli altri, corromperli e spingerli nelle braccia dei dominanti, vecchi o nuovi che siano.

La “verità” sta nel conflitto, nella lotta non pacifica verso chi ci inganna, ci blandisce per meglio sfruttarci, per assopire in noi la volontà di ribellarci. Tuttavia, per ribellarsi si deve conoscere, almeno approssimativamente, la struttura del campo (formazioni particolari e mondiale) in cui ci si scontra e le forze in campo nel corso dello scontro. Bisogna smascherare per intero gli inganni ideologici che i dominanti – per noi si tratta soprattutto di quelli italiani – stanno perpetrando con l’aiuto degli “infiltrati” nei ranghi dei dominati, personaggi che (in buona fede? Forse, ma non ci interessa) ottundono i cervelli, abbrutiscono gli animi, spargono veleni culturali, dirottano le critiche e le lotte verso obiettivi secondari, quelli appunto dei conflitti in “solidarietà antitetico-polare”, di cui si è in questo scritto parlato. Si passi dunque ad altro, e con ben altro spirito critico.  

 

2 maggio

   

 

QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN (TERZA PARTE)

 

L’ISI: strumento della strategia di potenza

 

E’ attraverso l’ISI (i servizi segreti pakistani creati nel 1948) che il Pakistan esercita la sua politica di strumentalizzazione del mondo islamico e quindi del sostegno e del controllo dato ai vari gruppi jihadisti impegnati contro l’occupazione sovietica ma anche nella guerra del Cachemire. In Pakistan, l’ISI agisce come uno Stato nello Stato costituendo l’arma più performativa della politica estera pakistana. Le sue funzioni sono molteplici: raccogliere informazioni, mettere in atto il controspionaggio e svolgere operazioni di polizia interna sorvegliando la società e gli uomini politici. La sua influenza sulla strategia militare e politica del Pakistan è enorme e diverrà fortissima sotto il regime del Generale Zia, lui stesso venuto da tali ambienti.

L’ISI ha avuto un ruolo politico e militare nella guerra in Afghanistan: ne ha definito la strategia, ha partecipato alle operazioni di terra, ha trascinato gli uomini e controllato la ripartizione dei finanziamenti (quelli internazionali, soprattutto americani) tra i differenti gruppi jihadisti. Dal 1983 al 1991, si stima che 83.000 uomini hanno combattuto sotto il Gruppo dei Servizi Speciali dell’esercito che dipende direttamente dall’ISI.

L’ISI  è, altresì, intervenuto nel Cachemire attraverso gli aiuti militari e finanziari forniti a numerosi gruppi terroristi (in particolare, ai più radicali) nella lotta per l’annessione del Cachemire al Pakistan.

L’ISI ha ugualmente sostenuto i taliban (guidati dal mollah Omar) sin dal 1994 ed ha avuto un ruolo attivo nella presa di Kabul e dell’intero paese. Questo sostegno si arresta ufficialmente nel 2001, quando gli americani e i loro alleati invaderanno l’Afghanistan. Il Presidente pakistano ha dovuto rompere un’alleanza che durava da molti anni.

Questa strategia di strumentalizzazione e di sostegno ai gruppi islamici integralisti attraverso l’ISI s’inscrive pienamente nella strategia pakistana d’espansione indirizzata alla creazione di uno Stato panislamico in Asia Centrale in funzione antisovietica e antindiana.

 

Il Pakistan: una potenza nucleare

 

Il fattore militare resta, ancora oggi, uno di quelli più evidenti della potenza di un paese, soprattutto perché si tratta di un fattore ampiamente quantificabile. Inoltre, fornisce ad uno Stato la possibilità di mostrarsi come una potenza, regionale o internazionale, semplicemente basandosi sugli arsenali a disposizione. Sotto questo punto di vista, lo sviluppo del nucleare pakistano è una chiave di lettura interessante per cogliere la forza di una eventuale strategia di potenza.

Il nucleare viene generalmente sviluppato per due ragioni: è un mezzo di distinzione e un mezzo di contestazione. Innanzitutto, è un mezzo di distinzione perché permette alle potenze che lo detengono di appartenere ad un club ristretto. Questo club ha due funzioni: organizzare la dissuasione reciproca  e impedire ad altri di appropriarsi di tecnologia nucleare (da qui gli accordi di non proliferazione). Ma il nucleare è anche un mezzo di contestazione perché permette di affermare la propria forza contro quella di altre potenze nucleari o di altri paesi che hanno armi di distruzioni simili. Così, raggiunto lo status di potenza nucleare il Pakistan ha potuto integrare queste due caratteristiche nella sua strategia di potenza.

In effetti, l’arma nucleare pakistana ha per scopo fondamentale quello di dissuadere il suo vicino indiano da piani bellicosi mai definitivamente deposti. La storia dello sviluppo nucleare pakistano indica, appunto, che si tratta del primo effetto ricercato da tale programma. Il nucleare civile fece la sua prima apparizione in Pakistan con la creazione della commissione  dell’energia atomica nel 1957, 10 anni dopo lo sviluppo del piano atomico indiano per utilizzi civili. Ma contrariamente all’India, che progettò l’uso militare della tecnologia nucleare sin dagli inizi, il Pakistan si mostrò restio a tale opzione fin al 1971 (disfatta militare contro l’India) e solo dopo i primi test nucleari indiani si convinse della necessità di agire nello stesso modo. Il programma nucleare fu allora lanciato con l’aiuto della Francia che rimarcò il deterioramento dei rapporti con gli USA, quest’ultimi fecero di tutto per bloccare tali attività autonome. Il Pakistan avrà accesso al militare nucleare nel 1987, anno nel quale il padre della bomba pakistana, Abdul Qadeer Khan confermerà, in una intervista, il ruolo avuto dalla C.I.A. nell’ottenimento del nucleare militare da parte pakistana. Questa verità diverrà lapalissiana con i primi test nucleari che permetteranno al Pakistan di sedere in quel ristretto club di potenze nucleari del quale abbiamo già parlato, correva l’anno 1998. Si comprende come lo sviluppo del piano nucleare pakistano sia stato una risposta al medesimo indirizzo seguito dall’India. A questi test seguirono delle sanzioni da parte degli USA (nonostante l’iniziale appoggio della stessa C.I.A.) che aggraveranno la situazione economica pakistana.

Il Pakistan è il primo stato islamico a disporre di un arsenale nucleare e ciò, malgrado gli attuali buoni rapporti tra USA e Pakistan, tiene in costante allarme la potenza attualmente dominante (gli USA). Questa percepisce il nucleare pakistano come un nucleare “islamico” e pertanto fortemente pericoloso per gli equilibri mondiali.

 

Una moltitudine di paesi islamici si dimostrò entusiasta del programma pakistano e non tardò ad annunciare il suo appoggio a tale sviluppo: Iran, Egitto, Arabia Saudita. Lo stesso Afghanistan dichiarerà che qualsiasi aggressione contro il Pakistan sarebbe stata considerata un’aggressione contro l’Afghanistan medesimo, mentre il mufti d’Egitto chiederà di fare quadrato attorno al Pakistan ed ai suoi programmi nucleari. In pratica, l’arma nucleare ha svolto un ruolo fondamentale nel riconoscimento del Pakistan quale potenza militare dello scacchiere internazionale.

E’ interessante notare che è la forza simbolica dell’arma nucleare islamica, e non la reale capacità distruttiva del Pakistan, ha permettere a questo paese di federare attorno a sé una serie di attori internazionali. Tanto più che né il Pakistan né l’India hanno comunicato informazioni ufficiali sulle dimensioni del loro arsenale nucleare; si stima che ne posseggano una cinquantina di testate ciascuno (vale dire meno di quanto possa trasportare un solo sottomarino americano). In termini di vettori, il Pakistan non dispone che di qualche F16-A e F16-B trasformati per trasportare queste testate e di missili balistici Ghauri. Poi ci sono i missili adattati come gli M-9 e M-11 cinesi che possono ugualmente trasportare testate nucleari. Ma questi vettori sono notoriamente poco efficaci (se comparati ad un sottomarino) per generare una forza dissuasiva perenne. Ciò dovrebbe dimostrare che si tratta, soprattutto, di una minaccia simbolica più che militare.

 

Nel 1998, quando scoppiò la quarta guerra indo-pakistana sull’affaire del Kargil, sia l’India che il Pakistan, disponevano delle armi nucleari. Sarà l’intervento americano a riportare la situazione sotto controllo. Da questo conflitto deriverà un nuovo colpo di Stato in Pakistan con il generale Musharraf che prenderà il potere nell’ottobre del 1999. Quest’utimo è stato considerato per molto tempo come infrequentabile ma dopo l’aggressione Usa dell’Afghanistan, nel 2001, l’atteggiamento statunitense nei confronti del generale è profondamente cambiato. Musharraf è divenuto in breve tempo un baluardo della lotta contro il terrorismo islamico che attenta alle libertà occidentali.

 

L’11 settembre 2001: la svolta della politica pakistana in materia di lotta al terrorismo   

 

Il 13 gennaio 2002, il presidente pakistano Musharraf annunciò in un discorso televisivo che le organizzazioni terroriste estremiste non sarebbero state più tollerate nel suo paese e che il Pakistan, in quanto alleato degli USA, avrebbe condotto una lotta serrata contro il terrorismo internazionale. A questo discorso sono seguite azioni di breve termine contro due gruppi terroristici accusati di aver partecipato all’attacco del parlamento indiano a Nuova Dehli, il 13 dicembre 2002. Si trattava delle organizzazioni Laskhar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammed entrambe prontamente smantellate. Durante il discorso di Musharraf verranno arrestate più di 2000 persone. Questo discorso è stato, invece, ben accolto dal governo americano, con il Segretario di Stato dell’epoca, Colin Powell, che si disse estremamente felice per le affermazioni del generale Musharraf. Molti analisti percepirono questo discorso come la prima fase di un avvicinamento tra Pakistan e USA. Lo scopo di Musharraf era quello di contrastare l’influenza indiana dando in cambio agli USA lo spostamento del paese da lui rappresentato nel campo dei paesi antiterroristi. Difatti, all’indomani della crisi dovuta ai fatti dell’11 settembre 2001, l’India aveva cercato di approfittare della situazione facendo pressione sugli USA contro i terroristi legati al Pakistan ed operanti sullo scenario del Cachemire. Quando gli americani hanno però accettato l’aiuto pakistano, l’India ha sentito lo sgarbo statunitense come un vero e proprio tradimento, tanto più che il nuovo ruolo antislamico del Pakistan rimetteva in discussione tutta la strategia fin lì adottata. In Cachemire Musharraf ha continuato a sostenere i ribelli dicendo che la liberazione del paese restava un obiettivo importante, tuttavia rimarcò che il Pakistan non avrebbe ammesso nessun atto terroristico, né si sarebbe speso per sostenere alcun movimento ispirato all’intolleranza. Malgrado questo discorso, un attentato nel Cachemire indiano (maggio 2002) ha aggravato la tensione fra i due paesi portando ad una recrudescenza degli incidenti transfrontalieri e ad una serie di reciproche provocazioni. La violenza è comunque diminuita dopo il 2004.

La posizione ambigua di Musharraf è rivolta ad affermare il ruolo del Pakistan a livello regionale, da questo lato il generale non ha alcuna intenzione di perdere la supremazia che il suo paese si è conquistata su altre potenze dell’area. Tuttavia, a livello mondiale, la scelta di appoggiare gli USA sta trascinando il Pakistan in contraddizioni troppo ampie (per un paese islamico) e difficilmente gestibili. Da qui deriva la debolezza di Musharraf, sempre più inviso ai gruppi di potere autoctoni e alla stessa popolazione pakistana che reputa intollerabile la lotta condotta contro altri popoli islamici. (continua…)

ITALIANITA´ E MERCATO: LE DUE GRANDI BUFALE

di G. La Grassa

 

Sembra infine conclusa la telenovela della Telecom; il che non esclude ulteriori novità e magari, fra qualche anno, qualche altra "spiritosa invensiòn" da parte di un capitalismo sempre più imbroglione e parassitario. Comunque, questa conclusione piace soprattutto al capitale finanziario che si situa nei dintorni di Intesa (Bazoli) con le sue servili propaggini governative guidate al momento dal "maggiordomo" Prodi.

Vediamo la situazione formale. Telecom era controllata da Olimpia (Pirelli-Tronchetti 80% e Benetton 20%) con il 18% del capitale azionario dell´azienda telefonica. Adesso, dopo il perfezionamento della compravendita, Olimpia si trasformerà in Telco che sarà sempre il gruppo di controllo della Telecom con il 23,6% delle azioni (al 18% di Olimpia si aggiungono le quote di Mediobanca e Generali che fanno parte degli acquirenti). A questo punto Telco avrà i seguenti azionisti: la spagnola Telefonica (che due-tre mesi fa era stata ostacolata dal Governo Prodi nei suoi contatti per acquistare o comunque "partecipare" ampiamente Telecom) con il 42,3% azionario. Questo è interessante: la spagnola accetta la quota di minoranza dopo che, appunto, il Governo si era opposto a che si accordasse direttamente con Tronchetti. Telefonica accetta inoltre di avere nella governance solo 2 posti su 15 (c´è chi parla di 3 su 19). Non è riportato con chiarezza sui giornali, ma ho sentito al TG3 che entro tre anni gli spagnoli hanno facoltà di andarsene. A me pare proprio – a meno di non credere ad un´impresa dedita alla beneficenza dopo che la "politica" italiana (su "suggerimento" dei padroni finanziari) le aveva impedito di concludere una sua autonoma trattativa con la Telecom – che Telefonica speri solo di avere eventualmente fra qualche anno una buona uscita superiore ai 2,82 euro per azione che sborserà oggi. Per il momento, ha avanzato la richiesta di nominare amministratore delegato della Telecom Marco De Benedetti (figlio del più noto "Ingegnere"), che lo era già stato all´epoca di Gnutti e Colaninno e in questo momento è alto dirigente (per la sezione europea) del Carlyle Group, un nome che è tutto un programma (di finanza americana fortemente collegata alla politica e alla ricerca e industria militari, ecc.).

La maggioranza della Telco spetta alla cordata detta italiana: Generali (28,1%), Mediobanca 10,7%), Intesa (10,7%; non ci si lasci ingannare dalle percentuali; questa banca è la vera vincitrice per il momento), Benetton (8,2%). Si lascia intendere che, nei prossimi anni, potrebbero essere ammessi nell´Olimpo dei controllori di Telecom Colaninno e magari perfino la Fininvest (Berlusconi). Questa è l´acciughina – non so se reale o sventolata per raggiro – che, assieme al più corposo affievolirsi delle manovre giudiziarie contro il leader dell´opposizione, fanno presagire il tentativo di ammorbidirlo sempre più (gli ultimi suoi "giri di valzer" non sono stati tanto leggeri e mascherati) in modo da lasciar infine spazio all´operazione di "raggruppamento al centro" (con qualche appendice di sinistra per controllare meglio l´opposizione sociale, in particolare sindacale), che la nostra GFeID insegue da quando Berlusconi le rovinò i piani entrando in politica dopo l´annientamento giudiziario del vecchio regime DC-PSI ("mani pulite"); e anche su questo si può scrivere molto, ma molto ne ho già scritto e comunque questa non è la sede adatta.

Nel gruppo italiano, la quota azionaria maggiore è quella delle Generali, ma solo nominalmente tale società deterrà nella Telco un potere superiore alle altre italiane. Interessanti, in effetti, le dichiarazioni di Bernheim – presidente francese della società assicurativa, recentemente nominato vicepresidente della Intesa-San Paolo (chiaro il gioco, no?) – che qualcuno ha paragonato ad una "pistola fumante", quindi ad una quasi "flagranza di delitto". Tale presidente transalpino ha rivelato di aver recentemente parlato con Padoa-Schioppa e di avergli assicurato la disponibilità dell´Istituto "se c´è un interesse nazionale, per tutelare l´italianità di Telecom. Spero anche che lei [il suddetto ministro] abbia lo stesso interesse perché le Generali restino italiane, se malauguratamente ci fosse da difendere anche la loro italianità". Un francese così preoccupato dell´italianità sia di Telecom che di Generali è credibile tanto quanto ci avesse raccontato di aver partecipato ad un party di "extraterrestri". E ha addirittura aggiunto di aver manifestato contrarietà al decreto Bersani – non a tutto, esclusivamente a quella parte che aveva liberalizzato i mandati agenziali – perché, secondo lui, favorirebbero le assicurazioni Axa (francesi). In serata sono arrivate le solite "puntuali smentite" di Padoa-Schioppa e le precisazioni di Bernheim (che non ha però smentito nulla di essenziale), alle quali può credere solo un imbecille. E´ in ogni caso del tutto evidente che il francese Presidente (Generali) e Vicepresidente (Intesa-San Paolo) si sta dimostrando una buona pedina del gioco di Bazoli-Passera (Intesa); e quindi "cinguetta" con l´attuale Governo servo di quella finanza.

 

Vogliamo, sia pure come semplici ipotesi iniziali, trarre qualche conclusione dall´affaire? Innanzitutto, la paventata e sbandierata vendita all´At&t (e all´American Movil) si rivela una pura manovra di Tronchetti per sfuggire alla morsa governativa, tesa a favorire Intesa & C. – intenzionata a comprargli per due soldi la Telecom – minacciando anche, con il famoso piano Rovati e le pressioni dell´Authority, di scorporare la rete fissa (e banda larga, TV via cavo ecc.) onde svalorizzare l´azienda. Certamente, Tronchetti non poteva pensare di recuperare quanto speso (4,2 euro ad azione nell´acquisto da Gnutti-Colaninno), ma comunque riceve il prezzo su cui non voleva più arretrare. Egli non aveva affatto il coraggio di opporsi recisamente ai piani di Intesa-Governo, ma voleva non essere proprio stracciato. Nulla esclude che l´At&t fosse a conoscenza di qualcosa, perché si è ritirata senza tante storie. Rilevo, di passaggio, che il suddetto scorporo della rete fissa è sempre in campo e servirà ancora per qualche nuova manovra cui assisteremo in futuro.

Tornando al presente, è più che probabile che Telefonica – dato che l´establishment italiano non ce l´avrebbe fatta a tirare fuori subito tanti soldi – funzioni soprattutto da supporto dell´operazione detta "di difesa dell´italianità". A parte i possibili futuri vantaggi economici per l´azienda spagnola (uscire eventualmente entro tre anni con qualche plusvalenza), ci sono grandi probabilità, pur se non si è certo agito alla luce del Sole, di connivenze tra i governi italiano e spagnolo, con chissà quali partecipazioni agli utili per Telefonica e forse altre imprese (finanziarie) al momento non visibili (probabilmente non lo saranno mai). Certamente, non è credibile che una azienda – dopo che il governo italiano (per conto della grande finanza che lo indirizza) le ha impedito di stipulare direttamente con Tronchetti accordi più stringenti – accetti di partecipare alla Telecom in posizione subordinata (42% nella Telco, società di controllo della telefonica italiana, e 2-3 membri della governance su 15-19, a parte questa richiesta in merito all´ad, che vedremo come andrà a finire). Una cosa è chiarissima: non c´è alcun piano industriale dietro l´acquisizione di Telecom. La Telefonica, anche ammesso, come sembra, che sia una azienda "tecnologicamente sana e avanzata", non apporterà un bel nulla. Quanto alla cordata italiana – banche, assicurazioni, Benetton (Autostrade e maglieria) che del resto è rimasta "dentro" per favorire Intesa e Governo, non far tirare loro fuori altri soldi per essere liquidata, nella speranza di ottenere in futuro maggiore indulgenza per le operazioni con la Abertis (spagnola non a caso) o altre – non ha alcuna esperienza né avanzamento tecnico-scientifico nello specifico campo delle telecomunicazioni. C´è all´orizzonte la Fininvest (cioè Mediaset), ma scommetto che si tratta di quegli orizzonti che restano sempre alla stessa distanza man mano che ci si incammina verso di loro; e poi, è veramente un´azienda tecnologicamente avanzata? Lasciamo perdere!

 

Da quanto detto fin qui, si capisce nettamente che tutto il discorso intorno al mercato è una vera, colossale, bufala. Il gioco è stato, com´è sempre, politico. Solo che alcuni dell´opposizione vorrebbero far credere che è stato condotto dal governo Prodi, che questi è il "grande manovratore". Altra presa in giro. Il gioco è politico nel senso che le grandi concentrazioni finanziarie – o anche le industrie (del resto subordinate alla finanza) di settori dell´epoca che fu – non si attengono alle regole che gli economisti, scadenti guitti imbonitori vendutisi ai dominanti, raccontano sui giornali dell´establishment. E´ la GFeID a fare le regole, ma le fa mediante il "potere" politico che controlla al 100% (in quest´ambito non conta la proprietà azionaria, ci sono ben altri sistemi di controllo, più nascosti e più seri, persuasivi e pervasivi). Quando i politici ricoprono un complesso reticolo di posticini importanti e lucrosi in varie società, o possiedono essi stessi certe società mediante mogli, parenti, semplici "amici" e fiduciari, "consiglieri personali", ecc., non possono non funzionare al servizio dei grandi interessi finanziari e/o di industrie decotte, altrimenti fanno una brutta fine (o impiccati sotto qualche ponte o "suicidati" in qualche desolata brughiera; o come minimo implicati in scandaletti vari, con una magistratura molto severa in certi casi).

Oltre al mercato, l´altra grande bufala è quella dell´italianità. Non a caso essa è stata tirata in ballo dai membri della GFeID, e dal loro personale di servizio politico (di sinistra), a fasi alterne. Il problema è che dietro l´Intesa (in quanto punta dell´iceberg di una galassia di altri poteri finanziari) funzionano pezzi importanti della finanza americana tipo la solita Goldman o la Carlyle, ecc. Ma non è che altri pezzi di quella stessa finanza stiano fermi; è tutto un movimento che, di volta in volta, vede aperte aggressioni e pesanti pressioni tra gruppi vari (anche per mettere i loro uomini in posti chiave delle istituzioni di dati paesi da controllare) e poi nuove trattative per giungere a compromessi, ma possibilmente da posizioni di maggior forza. Troppo spesso si fa l´errore di considerare certi paesi come qualcosa di unitario. Ad es. gli USA sono sempre trattati quale paese preminente e superpotenza imperialistica. Il che è vero in un certo senso, guardando all´"essenza" del problema. Tuttavia, anche gli "accidenti" sono di interesse altissimo, quasi quanto le "essenze". La Goldman e la Carlyle sono ovviamente collegate agli USA, e la loro storia è intessuta di rapporti (di pressione lobbistica) bipartisan con amministrazioni democratiche e repubblicane di quel paese. Tuttavia, i loro interessi non si identificano con quelli USA; anche perché non si identificano nemmeno fra loro, che sono, di volta in volta, alleate o nemiche, sfruttando la potenza del loro paese e nel contempo intrallazzando con vari altri paesi per ottenere utili e cointeressenze non sempre apprezzate dal Governo in quel momento in carica nel loro paese; e soprattutto non apprezzate dai loro concorrenti che influenzano sia altri pezzi dell´establishment statunitense sia altri governi o partiti politici in varie parti del mondo, stabilendo le loro molteplici influenze mediante alleanze varie, intervallate però da scontri e lotte acute, con i gruppi dominanti finanziario-industriali di questi altri paesi, gruppi a loro volta in conflitto fra loro. Ecc. ecc.

Se consideriamo che vi sono alcune centinaia di grandi imprese finanziarie e industriali statunitensi in alleanza-lotta fra loro – e le grandissime, enormi, concentrazioni finanziarie sono almeno 10-15, forse anche più – si capisce bene quanto è complicato seguire il loro gioco attorcigliato e cangiante. Ad es., "mani pulite", in quanto manovra di ricambio del regime DC-PSI in Italia – dopo il crollo del muro e la dissoluzione dell´URSS (prima non ci si poteva nemmeno pensare) – è stata condotta da precisi gruppi finanziario-industriali italiani, ma dietro input di influenti "ambienti" sia finanziari che politici statunitensi (ma non per conto degli USA in quanto paese complessivo). Se Berlusconi ha potuto avere successo quale granello di sabbia nei disegni di coloro che volevano cambiare regime in Italia, ciò è stato solo in parte dovuto a condizioni interne: gruppi economico-politici scontenti dell´operazione ed elettorato DC-PSI disorientato e incazzato. E´ ovvio che qualche aiuto, e non dei minori, gli è venuto da "altri ambienti" americani. Questa è la politica strettamente intrecciata all´economia, alla faccia del "libero mercato"!

 

Con ogni probabilità, la questione Telecom non è chiusa, pur se Tronchetti ne esce definitivamente. Tuttavia, è stato compiuto un passo verso quella "dittatura finanziaria" di cui ho parlato spesso nel blog. Il gruppo più pericoloso per la sedicente "democrazia" italiana è quello che fa capo all´Intesa & C. con il suo referente politico nell´attuale Governo. Tutti i pasticci e pasticcetti che stanno combinando le sinistre "alternative", in fase di scomposizione e ricomposizione a pezzi e bocconi, servono a disorientare i critici del capitalismo fissando la loro attenzione sul palcoscenico, dove si sta svolgendo una recita della peggior specie, mentre i veri giochi si fanno altrove. Questa la colpa di una simile sinistra: alcuni sono in buona fede, ma allora non capiscono più nulla di ciò che afferrava perfino un qualsiasi piciista marxistoide degli anni ´50 e ´60; altri sono semplicemente degli emeriti figli di puttana, solo interessati alla "melina" mediante cui conquistano minimi poteri e prebende anche le ultime ruote del carro di una politica gangsteristica come quella italiana ("siamo nella Chicago degli anni venti" ha detto recentemente l´ex presidente della Telecom, uomo che se ne intende!).

I principali gruppi di "sinistra" sperano di poter ricostituire una sorta di centrosinistra – dopo l´ormai probabilissima "riclassificazione", cioè sconquasso, del centrodestra – abbastanza simile a quello che ha guidato per tanti decenni il nostro paese. Torneremo sul problema. Qui ricordo solo che la situazione è del tutto differente. Negli anni ´60 vi fu il grande boom italiano e la trasformazione del paese da agrario-industriale a industriale-agrario fino a diventare una delle prime (sesta-settima) potenza economica mondiale. Si svilupparono i settori d´avanguardia della "rivoluzione fordista", con l´auto in testa. Per di più, il sistema mondiale era bloccato in una situazione di equilibrio tra le due superpotenze; primo e secondo mondo conobbero un periodo di sostanziale pace – salvo l´Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968, sommovimenti schiacciati con relativa facilità – mentre tutto il caos si "riversò" nel terzo mondo, terreno di confronto/scontro tra le superpotenze e di grandi movimenti di liberazione nazionale.

Oggi esiste una sola superpotenza, ma proprio tale fatto sta portando il mondo ad una situazione di disordine globale. In termini storici (che non sono quelli della nostra vita biologica) è sempre più vicina – questa non è soltanto una mia previsione – l´entrata in una nuova epoca policentrica, dove lo scontro (non necessariamente nelle stesse forme del `900) tra più paesi capitalistici, divenuti "grandi potenze", sarà sempre più acuto e avvierà sconvolgimenti profondi anche nelle aree avanzate del sistema capitalistico. L´Italia, al di là delle "ripresine" (profetizzate ogni anno), cui spera ogni anno di agganciarsi, basa il suo sviluppo (stentato) sui tentativi di rilancio di vecchi settori della passata rivoluzione industriale (ancora l´auto, ecc.), mentre è sempre più in affanno in quelli nuovi e praticamente nullo nell´ambito della ricerca scientifico-tecnica d´avanguardia. Quanto al potere, necessario a mantenere un minimo di proprie sfere di influenza, grandi risate dovrebbero seppellire i nostri politici, in particolare i nostri ministri degli esteri. Si sta cercando di trovare – con tatticuzze diverse che cercano di annusare i cambiamenti possibili delle strategie imperiali del paese che ci comanda – un posto di aurea mediocrità (e di nicchia) nella sfera d´influenza di quest´ultimo.

E´ sicuro che l´oro diverrà argento poi alluminio e piombo e infine fango. Forse passerà ancora qualche anno poiché i processi storici sono vischiosi e le nuove potenze, in grado di instaurare un autentico policentrismo, sono ancora in gestazione faticosa. Tuttavia, il nostro declino sembra ben assicurato. Avremo ancora convulsioni politiche come quelle, ridicole, cui stiamo assistendo a sinistra e a destra. Nasceranno però infine, nei tempi dovuti, quelle forze che ho indicato come rivoluzionarie dentro e contro il capitale. Comunque, non anticipiamo; seguiamo il decorso dei processi passin passino.

 

30 aprile

 

PS Come altre volte, si pubblica qui sotto un articolo di Porro su Il Giornale, estremamente preciso nell´indicare la sintesi dell´affaire Telecom. In particolare, si comprende bene che se quest´ultimo fosse stato condotto secondo le regole del "libero mercato" (esistenti solo nell´ideologia dei liberisti, cui appartiene certo anche Porro), Alierta (capo della Telefonica) sarebbe un puro "pirla". E´ ovvio che dietro ci stanno patti segreti (e scellerati) non conosciuti dai "poveri mortali" come noi. Tutto l´articolo, al di là della suddetta ideologia, è da leggere con attenzione. Ben sapendo che molti sono dei cattivi lettori, mi permetto di citare le ultime venti righe dell´articolo (che non lo riassumono, sia chiaro):

"Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un´intervista sosteneva che c´era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli `amici di´. Il presidente delle Generali, dall´alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l´italianità di Telecom (soddisfare la volontà del Governo, diciamo noi) e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato".

Come ho rilevato nel mio scritto, l´opposizione cerca di far credere che Prodi diriga le varie operazioni di cui è semplice esecutore ("maggiordomo") per conto di Intesa e dintorni con, dietro, pezzi da novanta della finanza americana del tipo di quelli da me citati. A parte questa "timidezza" (da filoamericano), Porro scrive il suo articolo con estrema chiarezza (basta una piccola chiave di decodificazione, ma proprio piccola). Che dire del resto dei sinistri (se ne è avuto un assaggio nel dibattito, tenuto da Ferrara, tra Giavazzi e Brancaccio, uno dei tipici sinistri d´oggi). Non capiscono un accidenti di strategia e, non so se in buona fede, fanno finta di credere che questa "bella operazione" ha difeso l´italianità (e, naturalmente, i "posti di lavoro"). Che la Telecom sia in mano – e continuerà ad esserlo con "questi" acquirenti – di gente che non capisce nulla di telecomunicazioni, uno dei settori non certo irrilevanti della moderna rivoluzione industriale, non interessa nulla a simili sinistri del piffero. Veramente, la sinistra sta sempre più dimostrando, nelle sue varie anime, di essere una malattia mortale per questo paese. Andrebbe semplicemente annientata, non esiste ormai altra via di uscita. Per ricominciare, sarebbe indispensabile disinfestarla in modo integrale, senza residui.  

 

Ecco chi ci guadagna dall’affare Telecom (fonte Il Giornale)
di Nicola Porro

Prendete un vostro amico facoltoso, ma un po’ frescone. Portatelo ad un concessionario della Porsche. Fategli vedere il modello che a voi piace: colore, optional, e tipo di impianto radio. Non lesinate su nulla, e non contrattate sul prezzo. Ditegli che non potrà mai guidarla. E poi fategli prendere il libretto di assegni per staccare un check con molti zeri. Uscite con la Carrera comprata con i soldi del vostro amico, fate accomodare la vostra fidanzata nel posto accanto, e l’amico piazzatelo nelle due poltroncine dietro con le gambe un po’ rattrappite. Difficile immaginare una situazione più improbabile.

Eppure la finanza italiana ha provato che compratori di Porsche a totale beneficio di altri esistono. Eccome. Senza scomodare Milton Friedman, verrebbe comodo dire che il nostro capitalismo è pieno zeppo di pasti a sbafo. La vicenda Telecom fa al caso nostro. Gli spagnoli di Telefonica hanno preso il loro libretto di assegni e hanno staccato un check da 2,3 miliardi di euro per comprarsi il 42,3% di una finanziaria, Telco, che al suo interno ha un quarto del capitale Telecom. Gli italiani hanno più o meno messo 900 milioni di euro, invece, per essere maggioranza assoluta di Telco. In più gli italiani hanno detto ai cuginetti: «Ueh, il porschino lo guidiamo noi». Neanche il Ranzani da Cantù sarebbe così esplicito: agli spagnoli solo due consiglieri su 19; presidente e amministratore delegato di Telecom di nomina italiana. E non è finita. Gli avvocati si sono inventati due azioni di tipo diverso: quelle piene di diritti verranno acquistate dagli italiani con una valorizzazione di circa 2,6 euro. E quelle di serie B (senza prelazione e con scarso potere in termini di decisioni di vertice) vengono comprate dagli spagnoli, ma a tre euro. Ricapitoliamo: gli spagnoli comprano una fetta di Telecom pagandola un prezzo unitario superiore agli italiani, ma per contare di meno.

Ma non è ancora finita: gli spagnoli non pensassero mica di fare i conquistadores a via Negri. In fondo hanno comprato il 42,3 per cento di una finanziaria (Telco) che ha il 23,6 per cento di Telecom, mica si sono portati a casa tutto. E dunque Telecom è esplicitamente libera di poter fare accordi industriali in giro per il mondo anche con operatori che non siamo Telefonica. Difficile però accreditare la tesi secondo la quale Cesar Alierta, il numero uno di Telefonica, sia un incapace di intendere e di volere: è un signore che si occupa di 200 milioni di clienti in giro per il mondo e su un fatturato da 51 miliardi tira fuori un margine lordo di 21. Insomma i suoi calcoli fino ad oggi ha dimostrato di saperli fare bene.

C’è qualcosa che non ci stanno raccontando. I termini dell’accordo, fino a prova contraria sono come ve li abbiamo appena descritti. Ma c’è una variabile politica che potrebbe rimettere le cose al posto giusto e spiegarci così l’arcano spagnolo. Intanto una considerazione di merito. L’esecutivo, molto interessato alle sorti di Telecom, sponsorizzando l’operazione così come si è conclusa ha «comprato tempo». Anche quel frescone dell’amico del porschista capirebbe che Telecom Italia non può avere un assetto azionario stabile imperniato su Telefonica paralizzata con le due braccia legate dietro alla schiena ed una pattuglia di banche che va d’accordo su poco. La soluzione trovata è temporanea. Intanto ci si è liberati di Marco Tronchetti: un proprietario per la verità piuttosto scomodo per la politica perché si era messo in testa di vendere la Telecom a chi gli piaceva e paresse. Si può così riportare a Roma il pallino del controllo di Telecom. È questa la golden share degli spagnoli. Alierta, molto introdotto con il leader spagnolo Zapatero, sa bene che Prodi proprio in Spagna ha ottenuto per l’Enel la possibilità di fare un grande acquisto che si chiama Endesa. Grazie all’aiuto di Zapatero, l’Enel ha conquistato Endesa fino a quel momento destinata ai tedeschi di Eon. Siano pure di serie B le azioni degli spagnoli, al momento opportuno daranno i loro frutti: come minimo una posizione speciale in Brasile dove Telefonica e Telecom si contendono il primato nei cellulari.

A ciò si aggiungano i signori Benetton che grazie alla loro permanenza nella trappola Telecom hanno permesso al fronte italiano di avere la maggioranza e di avere uno straccio di socio italiano che non sia una banca. E anche in questo caso c’è qualche strada che porta a Madrid: quella della fusione della società Autostrade, controllata dai Benetton, con gli spagnoli di Abertis fatta fallire proprio dal governo Prodi. Insomma su ben altre basi si può oggi riprendere il dossier. Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un’intervista sosteneva che c’era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato fino a ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli «amici di».

Il presidente delle Generali, dall’alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l’italianità di Telecom (soddisfare le volontà del governo, diciamo noi), e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato.

QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN (II PARTE)

 

I problemi “etnolinguistici”

 

Sotto l’impulso dei mojahjirs, l’urdu è stato promosso al rango di lingua ufficiale, anche se l’inglese resta la lingua della elite dominante e quindi dello Stato. Sono stati, comunque, profusi molto sforzi per promuovere l’urdu a lingua principale di tutto il Pakistan. La Costituzione del 1973 stabilisce che la lingua ufficiale del Pakistan è l’urdu. Il Generale Zia, al potere dal ’77 al ’88, è stato, per sua parte, uno strenuo difensore dell’urdu imponendo il suo insegnamento fin dalle scuole materne. Questo ha creato forti tensioni linguistiche tra le diverse comunità che compongono il paese. L’identità culturale rivendicata dai Bengalesi illustra perfettamente la situazione nella quale si sono ritrovate tutte le etnie pakistane quando l’urdu fu proclamato lingua nazionale. Il Pakistan orientale aveva, ad esempio, proposto che la sua lingua, il bengalese, fosse scelta come lingua dell’insegnamento, della giustizia e dell’amministrazione per tutta la parte orientale. Del resto, guardando al peso che tale etnia ricopre (il 56,4% della popolazione dichiara che il bengalese è la sua lingua madre contro il 3,37% che dichiara di parlare l’urdu) tali rivendicazioni apparivano più che giustificate. Tuttavia, le istanze dei bengalesi furono presto rigettate in blocco dai dirigenti del nuovo Stato, con base a Karachi, per timore di perdere il potere. Queste diatribe linguistiche furono all’origine della nascita del movimento autonomista della lega di Awami e del suo leader S.M. Rehman. La Lega combatterà contro i poteri costituiti per i ben noti motivi di sottorappresentanza dell’etnia bengalese (nel governo, nelle forze armate, nella amministrazione) nonostante questa fosse accreditata tra le più numerose del Pakistan.. Nel 1971, dopo la repressione del movimento indipendentista bengalese sotto la spinta militare dell’esercito pakistano (in questo conflitto morirono da uno a tre milioni di persone), il Bangladesh riuscì ad acquisire l’indipendenza grazie all’intervento dell’India. Questa separazionetra le due anime del Pakistan è il simbolo del fallimento di un’unità nazionale basata sull’islam. I bengalesi, nonostante fossero anch’essi mussulmani, hanno voluto comunque affermare la loro appartenenza linguistica e culturale contro il potere centrale in mano ai pendjabi. L’idea originaria di un paese unito dalla religione ha fatto un vero e proprio buco nell’acqua perché le appartenenza etnolinguistiche hanno prevalso su quelle confessionali. Nel mosaico pakistano, dopo il 1971, i pendjabi rappresentavano il 56% della popolazione, i sindi il 17%, i pasthun il 16% e i beluci il 3%, senza contare le etnie dell’estremo nord tutte portatrici di altrettante lingue tribali. Tutte queste divisioni hanno fatto e continuano a fare del Pakistan un paese percorso da tensioni interne multiple. Questi conflitti minano la coerenza interna dello Stato e impongono di trovare nuove soluzioni per l’avvio di una vera politica di potenza.

 

Il Pakistan sullo scacchiere internazionale

 

Questo paese, creato praticamente ex-novo, cerca di assicurarsi la sopravvivenza dovendo fronteggiare un vicino davvero ostile come l’India. Già nel 1948 i due paesi si sono affrontati nella guerra del Cachemire. Quest’ultima si è conclusa con una divisione in due parti dello stesso Cachemire e con il tracciamento di una linea di confine (fortemente instabile) tra i duellanti. Nel mezzo della Guerra Fredda, il Pakistan divenne alleato degli USA nella speranza di preservare la sicurezza del paese. L’avvicinamento agli Usa iniziò già prima della decolonizzazione, con Jinnah il quale si era recato al consolato di Bombay per offrire i suoi servigi al governo degli Stati Uniti. Quest’alleanza si concretizzò nel 1954 con la firma di un accordo di mutuo sostegno di difesa che per il Pakistan significò, soprattutto, poter importare massicciamente armi statunitensi. Tuttavia, si è trattato di un accordo piuttosto ambiguo a causa d’interessi dirimenti tra la potenza mondiale e la nascente potenza regionale. Mentre il Pakistan tentava di premunirsi contro l’invadenza indiana, l’altra, gli USA; nella logica dei blocchi contrapposti, cercava di porre sotto la propria egemonia una serie di paesi che avrebbero potuto finire sotto l’ala sovietica.

Il Pakistan s’integrerà velocemente in due sistemi d’alleanze militari:

         L’Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-Est che con la firma del patto di Manila nel settembre 1954 tenderà a formare un arco di protezione dalle Filippine fino al Pakistan medesimo. Quest’alleanza promossa dagli Usa aveva lo scopo di porre un freno allo sviluppo della potenza cinese in queste regioni

         L’Organizzazione del Trattato Centrale che con la firma del patto di Bagdad va a raggruppare paesi mussulmani come la Turchia, l’Irak, l’Iran…quest’accordo permetteva agli USA di rafforzare una cintura di protezione contro l’avanzata sovietica verso il medioriente e l’Asia centrale.

 

Ma  l’avvicinamento tra Pakistan e Usa è stato sempre mal visto dagli Stati arabi che non avevano voluto riconoscere il Pakistan. Questo paese, che aveva come ambizione quella di essere un grande rappresentante del mondo mussulmano, diverrà presto infrequentabile in virtù tali legami con gli Stati Uniti, nonostante fosse impegnato nel sostegno della causa palestinese. Nell’affare del Cachemire, i paesi arabi-mussulmani non sosteranno mai il Pakistan. Del resto l’India stessa, pur essendo esclusa dai trattati stipulati tra Pakistan e Usa, ha sempre mantenuto il suo statuto di “non allineata” non mostrando, nella sostanza, grande ostilità alla superpotenza statunitense. Nehru intrattenne rapporti privilegiati con Russia e Cina (riconoscendo immediatamente quest’ultimo paese dopo la rivoluzione comunista ed invitandolo alla conferenza di Bandung nel 1955). Ma la rapida disfatta dell’India contro la Cina, nell’ottobre 1962, segnò un’importante cambiamento di strategia. Il Pakistan ne approfittò per avvicinarsi alla Cina in funzione anti-indiana. Nel 1965 l’India e il Pakistan saranno di nuovo in guerra l’una contro l’altro ma la situazione del Cachemire non approderà a nessun cambiamento in seguito a tale conflitto. Nonostante il sostegno più volte proclamato dagli USA nei confronti del Pakistan, la prima stabilirà un embargo sulle armi a danno del pesete mussulmano. La terza guerra indo-pakistana segnerà la disfatta dell’esercito pakistano contro l’insurrezione del Pakistan Orientale (appoggiato dall’India) con il Bangladesh che riuscirà ad ottenere la tanto agognata indipendenza. Il Pakistan, ovviamente, non riconoscerà il Bangladesh per molti anni. Solo con gli accordi di Shimla del 1972, verrà annunciato il regolamento di tutti i conflitti con l’India, attraverso una serie di discussioni bilaterali. Si parlerà dello “Spirito di Shimla”. Più della disfatta dell’esercito pakistano in questa guerra, quello che verrà considerato come una vera e propria umiliazione sarà il tradimento americano e la cessazione del sostegno USA alle aspirazioni di questo paese. La strategia pakistana di avvicinamento agli Usa non aveva soddisfatto, e questo già a partire dal 1954, i pakistani più attenti. Tale strategia aveva permesso il riconoscimento repentino del nuovo Stato ma, in termini di alleanze militari, non aveva garantito nessun reale vantaggio contro l’india, né alcuna pressione internazionale efficace sulla vicenda del Cachemire. Tutto ciò stava compromettendo la solidarietà panislamica sottesa al rafforzamento del paese. L’arrivo al potere del carismatico ZulfuKar Ali Bhutto aprirà la via al cambiamento della strategia pakistana che riprenderà a virare verso il mondo islamico.

 

Il Pakistan: una potenza islamica?

 

All’indomani della secessione del Bangladesh, il Pakistan di Bhutto aveva messo in pratica una strategia di espansione e d’influenza in Asia centrale al fine dell’acquisizione di una migliore “profondità” strategica con lo scopo di creare una vasta zona panislamica di fronte all’India e all’Impero Sovietico. L’islam, parte integrante dell’identità nazionalistica pakistana, dal 1971 rappresenta lo strumento più performativo di tale strategia di potenza e fa da controllo e da sostegno ai principali gruppi jihadisti, i quali costituiscono l’arma più efficace della politica estera pakistana. L’avvicinamento agli altri paesi mussulmani iniziò con la quarta conferenza islamica del febbraio 1974 a Lahore. In seguito a tale iniziativa il Pakistan diverrà un paese “frequentabile” e il riconoscimento del Bangladesh ne sarà l’ennesima conferma. La strategia d’espansione islamica si rafforzerà sotto il regime del generale Zia. Quest’ultimo dopo aver preso il potere, il 5 luglio 1977, ed imposto la legge marziale, sposerà in pieno la necessità di uno Stato islamico forte in contrasto all’idea della costituzione di un mero Stato-nazione. Egli applicherà una violenta politica d’islamizzazione per riformare il paese: applicazione della sharia, giustizia ispirata al corano, sviluppo delle madrasse. La rivoluzione islamica in Iran e l’invasione dell’Afghanistan, da parte delle truppe sovietiche nel 1979, faranno del Pakistan il maggiore alleato degli USA nella regione, con conseguenti aiuti militari ed economici sempre più copiosi da parte di Washington. Il generale Zia non sarà più considerato come un paria e gli americani dimenticheranno persino l’economia della droga con la quale il Pakistan si garantiva enormi entrate economiche.

Il Pakistan riceverà 3,2 miliardi di dollari nel 1981 e più di 7,2 miliardi fino alla fine degli anni ’80. Nel 1981 esso riceverà, altresì, un prestito da 1,6 miliardi di dollari dal FMI e un sostegno finanziario dall’Arabia Saudita, la quale avvierà un vasto programma d’investimenti in tutto il Pakistan. In questo periodo si esacerberà anche la lotta d’influenza con l’Iran, quest’ultimo cercava di esportare la sua rivoluzione islamica facendosi forte del 20% della popolazione pakistana di confessione sciita. Ancora, in questa fase, inizierà la grande emigrazione di lavoratori pakistani verso i paesi arabi.

Tutti questi aiuti, in gran parte americani, favoriranno il potenziamento economico e militare del Pakistan. Con queste risorse verrà finanziata la guerriglia in Afghanistan ma verrà anche garantito il rafforzamento dell’esercito pakistano. Il Pakistan organizzerà, inoltre, l’esercito dei mujahidin, garantendosi il controllo di tutti i gruppi operanti in Afghanistan e favorendone, tra questi, i più radicali in assoluto (pashtun Hezbollah).

Durante la guerra afgana si formerà una rete islamica internazionale con sede in Arabia Saudita che parteciperà finanziariamente alla guerra santa (altri paesi fortemente coinvolti saranno la Giordania e lo Yemen). Dopo la morte del generale Zia (1988) e la caduta dell’impero sovietico, il Pakistan continuerà la sua politica afgana sostenendo anche i taliban, a partire dal 1994. Parallelamente tenterà di applicare la stessa strategia afgana nel Cachemire, sostenendo e finanziando i gruppi jiadisti lì presenti.

Adesso possiamo passare al ruolo specifico che l’ ISS (i Servizi Segreti pakistani) svolge nello sviluppo della politica estera di questo paese dalle mille contraddizioni. (continua…)

AUTOREFERENZA E SERVITU’ di G. La Grassa

 

Il nostro ceto politico è per un verso autoreferente, per un altro servo dei “poteri forti”. In effetti è servo – oserei dire oggettivamente tale – proprio perché autoreferente. La cartina di tornasole dell’assoluta inutilità, per il paese, di mantenere questa schiera di “magnoni” che sono i politici è data dall’attuale discussione sulla possibile nuova legge elettorale, con sbarramento o meno (e con diverse ipotesi di percentuali di sbarramento), e sul referendum che vogliono indire i sostenitori del bipartitismo al fine di stimolare il Parlamento a promuovere la legge in questione.

Personalmente, non sono minimamente interessato ad alcuna legge elettorale, non mi appassiona la diatriba, superficiale e futile, su bipartitismo o multipartitismo. I sostenitori del primo pontificano su quel bene fondamentale di una “democrazia avanzata” che sarebbe la governabilità; ci si dovrebbe dunque avviare verso la prospettiva di una alternanza tra due schieramenti soltanto, con forte premio di maggioranza per quello dei due che prenda anche un solo voto in più. I sostenitori del secondo ribattono che i partiti piccoli rispondono comunque a bisogni e interessi di porzioni dell’elettorato che altrimenti non verrebbero rappresentate e difese, con conseguente incremento dell’astensione dal voto e perciò grave lesione della democrazia.

Quest’ultima non è per nulla assicurata da nessuna di queste due posizioni (puramente formalistiche), poiché in entrambe è impossibile rintracciare una qualsiasi proposta politica seria che riguardi l’insieme del paese e non semplicemente qualche sua poco numerosa “corporazione”. L’unico reale interesse dei membri del nostro ceto politico è il proprio; non semplicemente per i posti di governo e di parlamentare (con i lauti stipendi che vengono pagati a queste nullità), ma soprattutto per il potere, quello detto di sottogoverno, che viene detenuto da chiunque sieda in Parlamento, da qualsiasi gruppetto sia comunque necessario alla conquista, e poi mantenimento, della maggioranza; non solo nel centro del potere statale, ma anche nelle amministrazioni locali.

I partiti piccoli non vogliono sbarramenti di sorta perché sparirebbero e i loro dirigenti non conterebbero perciò più molto; essi dovrebbero brigare – in specie individualmente (con minore forza contrattuale) – con le organizzazioni maggiori, e verrebbero al massimo cooptati (in numero limitato) solo piegandosi ai voleri dei vertici di tali più grossi organismi. Questi ultimi hanno ovviamente l’interesse esattamente contrario: non più sottostare al “ricatto” di partitini da “prefisso telefonico” (come suol dirsi), avere le mani libere per accordi tra “i grandi”, incamerare il maggior numero di voti possibile (tanto l’astensionismo non interessa il bipartitismo, anzi semplifica i compiti).

 

Come ben si capisce, non vi è alcun interesse a difendere, in un senso o nell’altro, questa sedicente democrazia: quella della “governabilità” e dell’alternanza tra due “bande” di parassiti contrarie ed eguali (contrarie nel contendersi i posti chiave del magna magna, eguali nel magnare a quattro palmenti); o invece quella della “esatta” rappresentanza di tutte le bande, anche di quelle piccole, da “quartiere” o perfino da “isolato”. Data l’assoluta nullità di queste bande, grosse e piccole, per quanto riguarda una politica vantaggiosa alla società nel suo complesso – invece che a loro stesse e a quelle economiche – il loro gioco si svolge sulla scena di un teatro, i cui spettatori sono molto distratti, sbadigliano annoiati, gettando di quando in quando un’occhiata verso il luogo da cui provengono rumori confusi, un calpestio di tavolacci, ma dove talvolta gli attori si presentano con costumi curiosi e pittoreschi. Tra “Grande Fratello” e i talk show, da una parte, e “Porta a porta” o “Ballarò”, ecc., dall’altra, la differenza è minima; tutto può servire a far seguire una trasmissione a spettatori semi-assopiti, quando questi non hanno nulla di meglio da fare.

Il vero gioco pesante si svolge dietro le quinte tra i gruppi economico-finanziari. E’ però un gioco non visibile, che lascia qua e là qualche traccia labile e non tanto facile da decifrare. Talvolta però, se si sta bene attenti, qualcosa si riesce ad afferrare. Sicuramente si capisce, in linea generale, che oggi siamo nelle mani di autentiche gang economico-finanziarie particolarmente parassitarie, e generalmente succubi di altri giochi ancora più vasti in svolgimento fuori d’Italia. Le gang in questione sono però costrette, per ottenere certi fini, a dover influenzare i teatranti (politici) in scena. Debbono quindi co-interessarli ai loro giochi economici e nel contempo accettare, pur se con insofferenza (spesso non mascherata), i miseri giochetti dei politicanti tesi alla spartizione del bottino loro spettante per la gestione della sfera politico-istituzionale, che ovviamente non può non invadere anche quella economica.

Ecco allora che si crea il grande pasticcio odierno. Le cosche economiche curano i loro interessi, molto seri (per loro) e che incidono pesantemente sulla vita di tutti noi, tendendo a dirottare verso se stesse (ma contendendosela) la maggior quantità possibile della torta nazionale prodotta. In questa azione, non possono non associare quelle politiche; cercando però di farlo rivolgendosi a individui o piccoli gruppi delle stesse, in modo da mantenere a loro favore la più alta forza di contrattazione. Quanto più parassitari sono gli agenti economici – privi di quella propulsione innovativa tipica degli imprenditori soltanto secondo la edulcorata visione di certi economisti (intellettuali pagati per raccontare fandonie) –  tanto più essi si sforzano di decomporre e ricomporre, secondo il loro vantaggio (possibilità maggiori di controllo e orientamento), gli schieramenti politici. Gli appartenenti a questi ultimi – in quanto servi privi della consistenza strategica di cui sono a volte portatori i vertici politici in ben altre società che la nostra – si lasciano blandire, comprare, cercano di partecipare alle briciole del bottino accumulato dai gruppi economici; nel contempo, sanno che debbono gestire pacchetti di voti nel “mercato elettorale”, per cui compiono incredibili e ignobili giravolte, acrobazie, passi doppi e tripli, che infastidiscono e innervosiscono tali gruppi.

A questo punto, i parassiti economici – quelli che denomino GFeID e che confliggono sordamente fra loro, avendo così bisogno di accaparrarsi quote sempre maggiori delle risorse nazionali – vedono la via di uscita nella creazione del cosiddetto “grande centro”, che si formi però mediante accordo tra grandi bande politiche, eliminando quelle piccole. Ecco perché tali parassiti inneggiano ad una legge elettorale che consenta il bipartitismo, al limite con le soglie di sbarramento per i partitini. Tuttavia, poi, essi premono per un ammorbidimento del conflitto fra i partiti maggiori (mentre si fanno le scarpe fra loro) onde spingerli verso un’area di minore conflittualità e di sopportazione reciproca. Per loro l’ideale sarebbe un centro “sdoppiato”, una nuova “figura geometrica”, che è poi quella in uso nelle “grandi democrazie liberali” anglosassoni. Due partiti che attraggono l’attenzione della metà di popolazione votante con finte diatribe, e con mutamenti tattici della politica perseguita fatti passare per strategici, in modo che – sia con il governo dell’uno sia con quello dell’altro – le medesime gang economiche, pur accapigliandosi per la spartizione del bottino (sottratto alla popolazione), possono orientare la politica economica nazionale.

 

Interessante è il fatto, di cui è sintomo l’articolo di Besana riportato nel blog, che lo scontro attualmente in atto non è ancora facilmente componibile (e per fortuna!). Al momento, c’è evidentemente troppa conflittualità tra le bande economiche, troppo alto è il prezzo del loro parassitismo da far pagare ad ampi strati di cosiddetti ceti medi; confusa è la lotta anche a causa dell’intrecciarsi di scaramucce o battaglie più ampie tra concentrazioni finanziarie (e politiche) situate altrove ma di cui la nostra GFeID è in sostanza succube. In una situazione del genere si aprono squarci “di verità” promananti proprio dalla stampa, dagli agenti economici e politici, ecc. che si trovano in posizione di relativa inferiorità e che cercano di rovesciare la situazione.

Quando mezzo secolo fa mi situavo nei “ridotti” del PCI, era patrimonio dei comunisti la capacità di interrogare la stampa e le fonti economico-politiche più “reazionarie” – quelle che stavano per soccombere davanti all’avanzata del capitalismo maggiormente dinamico – per cogliere sprazzi di “verità” (parziali e certo deformate) sugli interessi in gioco tra le classi dominanti. Oggi la situazione è rovesciata, ma simile. Spieghiamoci. Il controllo che proviene da ambienti “stranieri” (in specie USA) devasta il nostro paese, territorio di scontro. Le forze economiche in conflitto sono tutte fondamentalmente “reazionarie”, parassite, arretrate; alcune sono però al presente afflitte da maggior debolezza. Non è detto che un domani queste ultime non possano rovesciare la situazione, ma attualmente stanno “sotto”. Quindi dobbiamo seguire attentamente le “denunce” e le “critiche” lanciate dalla stampa e dai “portavoce” che rappresentano, anche se non omogeneamente e coerentemente, i settori momentaneamente in svantaggio. Per questo ritengo utile proprio la lettura dei giornali che gli sciocchi faziosi considererebbero come appestati perché non quelli dei loro “beniamini”. Malgrado tanti limiti che si sono evidenziati con il tempo, bisogna ben dire che il PCI fu una grande scuola di politica; la sinistra d’oggi sforna soltanto intelligenze “guaste”.

 

27 aprile  

 

 [NDR] Ecco la parte dell’articolo di Besana alla quale fa riferimento G. La Grassa:

 

LA PALUDE UTILE AI POTERI FORTI (fonte: Libero)

 

Se Marini, in margine all’assise dei suoi, apre ai fratelli separati dell’opposizione, vuol dire che le danze sono cominciate; Tabacci ha preso nota. Anche l’apertura della Telecom al Cavaliere è un segnale, di che cosa lo sapremo presto. Grande fautore dell’ipotesi terzista è il Corrierone di Paolo Mieli, che del cerchiobottismo ha fatto uno stile elegante, mettendo in bella copia i desiderata espressi dal patto di sindacato che controlla via Solforino. C’è una tiritera, ormai venuta a noia, che vertici confindustriali e baroni della finanza amano ripetere: i politici, dicono, dovrebbero smettere di litigare e concentrarsi sulle cose che servono all’Italia (cioè a loro stessi). Altro non è se non un’implicata richiesta di favori, di solito prontamente ottenuti alla faccia del contribuente trapelato, vedi mobilità lunga alla Fiat. Non si comprende tuttavia la ragione per la quale gli opposti schieramenti dovrebbero venir meno alla loro funzione prima, che è quella di rappresentare idee, opinioni e interessi contrastanti; senza conflitto ritualizzato nella dialettica parlamentare, non c’è democrazia. Per i poteri forti, sarebbe indubbiamente più comodo interloquire con un unico blocco d’ordine, votato all’ubbidienza e prono all’agenda Gavazzi. Speravano che l’attuale Governo servisse alla bisogna, ma non s’è dimostrato abbastanza affidabile; per salvare almeno  le apparenze, qualche mezzo contentino ai suoi elettori l’ha dovuto pur dare.

[trascrizione di Anna Chiara]

 

 

 

 

 

 

RAZIONALITA’ STRATEGICA E RAZIONALITA’ STRUMENTALE

 

Pubblichiamo sul nostro sito www.ripensaremarx.it un contributo teorico di Gianfranco la Grassa dal titolo “Razionalità strategica e razionalità strumentale”. Per chi già conosce la teoria lagrassiana saprà che si tratta dei due principali tipi di razionalità che attraversano la dinamica capitalistica. Mentre la razionalità strumentale agisce a livello di processi produttivi orientandoli al conseguimento di elevati livelli di performatività economica (combinazione ottimale dei fattori produttivi), la razionalità strategica è, invece, quel complesso di azioni orientate alla supremazia, così come sono messe in atto dagli agenti (gruppi) dominanti al fine di allargare il proprio campo d’azione e le aree d’influenza nelle quali si trovano ad operare. E’ ovvio che gli agenti strategici, per approntare le strategie più efficaci agli obiettivi preposti, necessitano di ingenti risorse; quest’ultime sono esitate dal processo produttivo (e dalla sua organizzazione razionale in termini di produttività del lavoro, realizzazione di nuovi output ecc.) nella forma di merci e, dunque, di denaro.

Tuttavia, ed è qui che agisce la mistificazione capitalistica, l’aspetto "strumentale" diviene narrazione ideologica che, ipetroficamente, invade ogni sfera sociale al fine di celare i reali obiettivi perseguiti dagli agenti strategici. Per tale ragione, anche il conflitto strategico resta coperto sotto la forma di questi rapporti “economicamente razionalizzati”. In realtà, una strategia per la “preminenza” è sempre qualcosa di molto più complesso che può comportare arretramenti o grandi balzi, azioni di diversione,  piccoli spostamenti con momentanee perdite di posizioni (e di postazioni) al solo fine di far abbassare la guardia al nemico e colpirlo così con più veemenza. Con l’occhio della massima profittabilità monetaria la “profondità” di queste manifestazioni non potrebbe essere assolutamente colta.

Per questo risulta indispensabile spezzare l’ideologia della razionalità strumentale, quest’ultima ci restituisce l’immagine di un mondo dove la struttura capitalistica risulta meramente “imbalsamata” su rapporti di dominazione/subordinazione verticalistici (la subordinazione del lavoro esecutivo a quello direttivo per il raggiungimento di sempre più elevati standard di profittabilità) ma che ci dice poco del moto autopropulsivo del capitalismo, del motore di tutta la sua dinamica: il conflitto strategico interdominanti (quello che consente al capitalismo di autorinnovarsi senza tendere mai ad una stagnazione irreversibile).

I cosiddetti anticapitalisti dovrebbero aprire un discorso su questi temi, uscire dalla "gabbia d’acciaio" del modo di produzione e ragionare sulla complessificazione della(e) formazione(i) sociale(i), tanto nella sua segmentazione in orizzontale (le diverse formazioni nelle quali si articola la formazione sociale globale) che nella sua stratificazione in verticale (confronto tra gruppi dominanti all’interno di ogni paese e crescente frammentazione sociale che ne consegue) . Ma ora vi lascio al discorso di La Grassa che parte da questi punti per andare “oltre”, verso la costruzione di un diverso indirizzo teorico più adatto a cogliere la palingenesi subita dalla formazione capitalistica, ormai pienamente post-borghese e post-proletaria.

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