QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN? – I Parte – (liberamente tradotto da un articolo intitolato Quelle stratégie de puissance pour le Pakistan ? fonte www.infoguerre.com)

 

Dopo la suddivisione del 15 agosto 1947, è stato costituito un paese totalmente nuovo: il Pakistan. Questa parola fu inventata da un giovane del Pendjabi negli anni ’30: ciascuna lettera che compone la parola Pakistan fa riferimento alle varie province che compongono il paese (P=Punjab, A=Afghania, K=Kashmir, S=Sindh e TAN=BelucisTAN). All’epoca il paese era formato da due entità geografiche distinte: Il Pakistan occidentale e quello orientale (l’attuale Bangladesh).

Sin dalla sua creazione il Pakistan ha cercato di accedere allo statuto di potenza egemone divenendo un modello per tutto il mondo mussulmano. Malgrado i mezzi ridotti e gli antagonismi etnici, religiosi e linguistici, che hanno condotto a divisioni interne molto forti, il Pakistan è riuscito a divenire un attore di primo piano nello scacchiere geopolitico, sia dal punto di vista regionale che da quello mondiale. Inoltre è uno dei principali alleati degli USA nella guerra al “terrore islamico”. Ci si deve interrogare sulla natura di questo paese che è riuscito ad assurgere al ruolo di potenza regionale, se non addirittura mondiale, e che fa parte del club delle 8 potenze nucleari.

Qual è la strategia di potenza del Pakistan? E quali i fattori? Come si manifesta questa potenza? La sua alleanza con gli USA è tattica oppure solo opportunistica? (ed in quest’ultimo caso, deriva esclusivamente dal timore di non essere toccato dalla stessa sorte dei taliban in Afghanistan?).

 

Un paese in cerca della sua identità nazionale

 

Il padre fondatore del Pakistan, M. Alì Jinnah, sognava di creare uno stato forte che riposasse sul principio “una nazione, una cultura, una lingua”. Il Pakistan attuale è ancora molto lontano da tutto ciò ed è sottoposto a molte divisioni etniche, religiose e linguistiche. Queste fratture hanno reso complicato il processo di unificazione nazionale, impedendo al Pakistan di approntare una strategia di potenza duratura.

 

L’islam come vettore di unità nazionale

 

La lega mussulmana, costituita da mussulmani che erano emigrati dall’India chiamati “mohajirs”, ha sostenuto fortemente la nascita di questo paese. Il suo scopo era quello di proteggere i mussulmani indiani. Questi mohajirs, benché fossero una minoranza senza radicamento locale, a differenza dei pendjabi o dei bangladeshi, hanno permesso che lo Stato creato si cementasse sull’ideologia islamica. Era l’unico modo per superare tutti i contrasti etnici e culturali derivanti dal meltin pot pakistano. Tutti i presidenti succedutisi a Jinnah si sono, non a caso, richiamati all’islam. Sin dalla prima Costituzione del 1956 è stato stabilito che l’islam avrebbe dovuto essere il collante dell’unità nazionale. Il Generale Ayub Khan, il quale salì al potere nel 1958, fece scrivere nella Costituzione del 1962 che le leggi dello Stato non dovevano contraddire la sharia. Zulfukar Alì Bhutto pose i fondamenti di una vera politica d’islamizzazione nella Costituzione del 1973: venne sancita la corrispondenza tra ordine statale e ordine religioso a base islamica. Il Generale Zia, che rimpiazzò Bhutto nel ’77, mantenendo le redini del potere fino al 1988, mise in opera una politica d’islamizzazione ancora più forte. Nawaz Sharif, l’ultimo civile ad aver governato il Pakistan, fece introdurre un emendamento nella Costituzione pakistana secondo il quale lo Stato federale era tenuto ad applicare la sharia. Lo scopo di questi uomini era quello di dare al paese, attraverso l’islam, un’unità che oltrepassasse le differenze regionali.

Il Pakistan è un paese dove la maggioranza della popolazione è mussulmana, ma è altresì caratterizzato da una divisione fortissima tra sciiti e sunniti, ed all’interno degli stessi sunniti tra deobandi (riformisti) bareviti (tradizionalisti) e wahhabiti. I sunniti si considerano come i soli veri mussulmani ed hanno spesso cercato di far passare gli sciiti come non mussulmani.

 

Diversità di popolazioni e tensioni etniche  

 

Il Pakistan è una creazione dei mohajirs, letteralmente gli emigranti. Nel 1951 essi rappresentavano 1/5 della popolazione del Pakistan occidentale e circa il 2% di quello orientale, sono 7 milioni di persone in tutto. Già subito dopo la nascita del Pakistan, l’influenza dei mohajirs nella politica e nella società pakistane era superiore alla loro grandezza numerica. Forti della loro elite intellettuali e commerciali molti di loro si sono insediati nelle città del Sind, in particolare a Karachi. Questi hanno dominato lo Stato attraverso la lingua mussulmana, la funzione pubblica e le professioni liberali. Non da meno sono stati i pendjabi, per quanto quest’ultimi si fossero mostrati reticenti verso l’idea di costituire il Pakistan; i pendjabi hanno conservato il potere che già detenevano nelle province prima dell’indipendenza cercando di estenderlo al paese intero. Secondo il censimento del 1951 essi non rappresentavano che ¼ della popolazione ma formavano l’80% degli effettivi dell’esercito e occupavano il 55% dei posti amministrativi. I pendjabi occupano, inoltre, le terre più fertili del paese. Questo spiega come, accanto al gruppo dei mohajirs che detiene posizioni importanti nell’amministrazione e nel potere esecutivo, i pendjabi abbiano potuto avere un posto determinante nel Pakistan degli anni ’50. Questi due gruppi non hanno la stessa cultura politica e nutrono divergenze politiche, con interessi soci-economici profondamente dirimenti. Per la loro difficoltà d’integrazione culturale e sociale i mohajirs furono poco a poco esclusi dal potere. Questo declassamento fu sancito con il colpo di stato del 1958, da parte di un generale pendjabi, tale Ayub Khan. Dopo la secessione del 1971 del Pakistan orientale, i pendjabi sono divenuti circa il 69% della popolazione e sono iperrappresentati  anche nell’esercito dove occupano il 70% dei posti. Tuttavia, è un sindi, Z. Alì Bhutto, che succederà a capo dello Stato. Di fatto Bhutto concluderà con i pendjabi un accordo tacito per dividere la dominazione del paese tra pendjabi e sindi. Dopo la destituzione di Bhutto, con condanna a morte prontamente eseguita, il movimento nazionalista sindi conobbe una forte esacerbazione. Ma Zia, il successore di Bhutto, favorirà nuovamente i pendjabi a danno dei sindi. A questo seguirà una forte repressione del movimento sindi. Dopo una prima riappacificazione, i giochi politici porteranno al potere la figlia di Bhutto, la quale diverrà Primo Ministro. Questa alternanza incoraggerà i sindi a sottoporsi allo Stato pakistano abbandonando le velleità indipendentiste. Ma nel momento stesso in cui i sindi arretreranno, due altre minoranze, i beluci e i pashtun, attiveranno il loro nazionalismo.

Nel Belucistan, il movimento fu sottoposto ad una dura repressione militare che fece 5300 vittime. Il generale Zia giunse, tuttavia, a pacificare una parte dei nazionalisti liberando migliaia di prigionieri e amnistiando quelli rifugiatisi in Afghanistan. Il principale pomo della discordia  esistente tra beluci e potere centrale concerneva i diritti di sfruttamento dei giacimenti del gas. Una volta ancora i conflitti economici precedono quelli identitari. Ma il prammatismo crescente dei beluci, con le divisioni tra gli stessi leader autoctoni, le alleanze stringenti con i partiti nazionali e l’erosione del loro militarismo, hanno portato allo spegnimento del loro “foco” autonomista. Quanto alla comunità dei pashtun, invece, principalmente situata nella zona tribale, essa rivendica la creazione di uno Stato pahstun indipendente e la riunificazione con l’etnia pashtun afghana. Per questo c’è stato un problema di frontiere con l’Afghanistan, anche se queste rivendicazioni sembrano non essere più attuali. Tutti questi gruppi etnici difendono esclusivamente i loro interessi. Ciò determina molte tensioni che sfociano inevitabilmente nell’instabilità politica dell’intero Pakistan. (continua…)

 

 

TUTTO IL MOVIMENTO E´ SULLA SCENA di G. La Grassa

 E´ indubbio che la fondazione del (ancora futuro) Partito democratico ha rimescolato le carte della "politica"; tuttavia sulla scena di quello che Berlusconi chiamava un tempo "teatrino", e al quale lui stesso si è mirabilmente adattato con una serie di giravolte da acrobata (ormai settantenne però). Non sono in grado di descrivere ciò che potrà pensare il popolo italiano di tutto questo "agitarsi" del ceto politico; sia perché non esiste in senso proprio la categoria "popolo" in un paese a capitalismo avanzato, sia perché ho scarsa stima dell´intelligenza di molti comparti componenti l´insieme dei cittadini italiani, che non hanno mai avuto una vera tradizione di maturità e serietà, ma invece di mammismo, "fifoneria", servilismo verso i potenti, abitudine ad arrangiarsi in mille modi, ecc. (insomma le "virtù" così bene interpretate da Sordi in innumerevoli film). Dubito tuttavia che una persona di media intelligenza e di normale buon senso capisca qualcosa dei giochetti di queste forze politiche ormai del tutto autoreferenti, sia sulla destra che sulla sinistra (con i vari penosi tentativi di rivitalizzare il centro). L´unica speranza che tale piattume (e pattume) induce è quella di un non lontano "pensionamento" sia di Prodi che di Berlusconi, due guitti assai poco divertenti (nulla a che vedere con il glorioso avanspettacolo italiano, con i comici formatisi all´Ambra Jovinelli di Roma; ma ormai è troppo tardi per riaprirlo ed inviarvi i due suddetti ad apprendere il mestiere).

Quel che si muove dietro le quinte è al momento ancora più confuso; si capisce che si è acuita una certa lotta tra i vari gruppi della GFeID (grande finanza e industria decotta), ma i movimenti sono ondivaghi. Del resto, dietro di essi – un po´ in tutta Europa, ma in modo veramente pesante qui da noi – si muove il complesso finanziario-politico statunitense; e anche questo è scosso da contrasti interni, fenomenicamente sempre più evidenti ma non così chiari da consentire l´individuazione degli schieramenti; del resto ancora molto gelatinosi secondo tutte le apparenze. In questa situazione, chi si pone senza mezzi termini contro destra e sinistra (e senza alcuna propensione per il centro) dovrebbe seguire solo con un occhio le convulsioni di questi teatranti di fronte al "pubblico". Ci si deve sforzare di capire qualcosa in più – ed è certo compito improbo – delle mosse compiute dietro le quinte, soprattutto nelle (fra loro contrastanti) cabine di regia, che sembrano in effetti procedere "a vista", muovendo un po´ a casaccio i vari fili collegati a gambe e braccia dei "pupi" che si agitano sul davanti della scena.

Certo non sarà sempre facile contenere l´indignazione per una recita tanto scadente; qualche volta non ci si potrà esimere dal lanciare ortaggi e uova marce addosso a questi buffoni che non sanno nemmeno recitare una "sceneggiata"; piangono, si abbracciano, si accoltellano appena appena dietro il sipario, alzano gli occhi al cielo. Il tutto con plateali mosse da gigioni, da capocomici al "Teatro comunale" di Canicattì o Zagarolo (senza offesa per queste cittadine; si sa bene che vengono presi "a prestito" solo i loro nomi). Il più fatuo e leggero dei "figuranti" parla di vecchiette da assistere, di bambini cui dare una ciotola di riso (perché invece non li invita ad uno di quei luculliani ricevimenti dati all´Auditorium di Roma assieme a Romiti, Caltagirone, Geronzi, ecc.?). Tuttavia, ingerendo grandi quantitativi di emetici e gastroprotettori, è necessario dedicarsi di meno alle stronzate di questo teatrino pseudopolitico e assai di più ad analisi e previsioni di largo momento. E´ soprattutto necessario resistere agli ansiosi che vogliono avere subito qualcosa da fare, che debbono trovare un´organizzazione in cui inserirsi, che bramano avere dei capi che li guidino ad altre sconfitte umilianti dalle quali uscire "suonati" ed avere così la scusa di "tornare a casa" mogi mogi, elevando alte lamentele contro il "destino cinico e baro".

Riproporrò sempre, anche soltanto a cinque persone, di ricominciare ad usare la testa e soprattutto di proiettarsi in avanti; senz´altro saranno compiuti molti errori, ma è meglio sbagliare che fare i pappagalli. In ogni caso, poniamola così: non offendiamo nessuno che, con "animo puro" – cioè con un minimo di buona fede – voglia ancora tentare di rinnovare ciò che a mio avviso è completamente scrostato, fradicio, sbriciolato al suo interno. Possiamo magari anche procedere insieme, parafrasando Moro, secondo "divergenze parallele". Tuttavia, sono convinto che, mentre i vecchi alchimisti si affannavano invano per trasformare il piombo in oro, la Storia, con passo sicuro, compie sempre la trasformazione inversa (e anzi, troppo spesso, al posto del piombo ci fa trovare m….). Per quanto mi riguarda, salvo che in qualche considerazione d´ordine storico, eviterò di scrivere in futuro di comunismo, di movimento operaio, di conflitto capitale/lavoro e via dicendo. E´ importante cambiare anche il linguaggio per far capire che un processo storico – che personalmente non rinnego, vantandomi anzi di essere stato da "quella parte" – è finito, non ha più nulla da dirci.

Terrò i testi di Marx e di Lenin come livres de chévet, da sfogliare spesso ma con lo spirito di chi "consulta" e si "fa ispirare"; del "marxismo", nel suo insieme, propongo di non parlare proprio più se non come "storici del pensiero"; della teoria di Marx ritengo si debba parlare come "trama da disfare" per ritessere, con i dovuti tempi, un panno del tutto diverso, da inzuppare nell´acqua di un´epoca ormai in fase di completa transizione "ad altro". Circa la Marx renaissance, o gli assilli sui vari "teoremi" e "problematiche" del pensatore di Treviri, ecc., invito a lasciarli alle conventicole accademiche, che cercano un "prodotto di nicchia" per avere qualche finanziamento e per irretire le minime leve che ancora si lascino affascinare dagli "ultimi bagliori di un crepuscolo".

E adesso, andiamo avanti e lasciamo perdere veramente, e definitivamente, gli arrancanti. Fra dieci anni, venti a voler essere ottimisti, si parlerà di un comunista "marxista" come di un anarchico bakuniniano.

 

23 aprile    

QUEL CHE SI FA ALL’OSTERIA "FERRANDO"  di M. Tozzato

(NDR, onestamente ci sembra assurdo che nel partito di Ferrando si espellino persone per la redazione o l’adesione ad un documento. Quest’ultimo chiede solo maggiore analisi; per quanto anch’esso ci sembri troppo schiacciato su vecchie categorie che hanno ampiamente dimostrato la loro inefficacia nella lotta contro questo "sistema")

Il 14 e 15 aprile si è svolta a Rimini la prima assemblea nazionale per delegati del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori. I materiali preparatori dell’incontro non sono stati pubblicati nemmeno dal sito ufficiale del PCL, che ha completamente ignorato lo stesso documento prodotto dalla Direzione Nazionale, il secondo documento presentato e gli emendamenti nazionali proposti sin dalla riunione di gennaio del Coordinamento Nazionale. L’assemblea ha preso una sola decisione, decisamente sgradevole per chi ritiene necessaria una nuova forza politica anticapitalista nel nostro Paese: a maggioranza, infatti, è stata decisa l’espulsione degli autori dell’articolo "Il Comunismo, appunto…", pubblicato sull’ultimo numero della rivista Contropiano, nonché di tutti coloro che ne "rivendicano il testo". A proporre l’espulsione è stato Marco Ferrando in persona, seguito a ruota dagli altri tre membri del Comitato Esecutivo (Luca Scacchi, Franco Grisolia e  Michele Terra). Sotto accusa, oltre all’articolo su Contropiano, gli emendamenti al documento della Direzione Nazionale presentati da Germano Monti. Gli o.d.g. presentati all’assemblea nazionale del MPCL sono stati quattro. I primi tre sono stati presentati, rispettivamente, dai delegati del Veneto, di Cosenza e dell’Umbria, dopo essere stati approvati nelle rispettive situazioni. Sono stati tutti respinti dall’assemblea. L’ultimo o.d.g., invece, è stato quello presentato dal Comitato Esecutivo del MPCL che propone l’espulsione degli autori e di chiunque condivida l’articolo "Il Comunismo, appunto…", pubblicato sull’ultimo numero della rivista Contropiano. L’o.d.g. è stato approvato con circa il 33% di contrari e astenuti. Dopo il voto sull’o.d.g. dell’espulsione, tutti i delegati di Roma, Umbria e Veneto hanno lasciato la sala.

Va detto che l’assemblea era stata preceduta da una raffica di comunicazioni a tutti i militanti del PCL inviate dal Comitato Esecutivo e dalla Direzione Nazionale, in cui venivano ampiamente argomentate le ragioni della successiva espulsione, ma questo non ha impedito che emergesse un vistoso dissenso, materializzatosi nell’opposizione all’editto di scomunica di un terzo dei delegati, attraverso il voto contrario o l’astensione. L’impressione è che il gruppo dirigente del PCL, essendo lo stesso della vecchia associazione di Ferrando all’interno del PRC, abbia rinunciato all’idea di costruire una nuova forza politica, basata su un impianto politico-programmatico e non ideologico, riproponendo (con un nome diverso) il proprio gruppuscolo ideologico, con la metodologia burocratica e la pratica settaria che caratterizzano tutte le piccole formazioni di questo tipo, indipendentemente dal dogma di riferimento: marxismo-leninismo, maoismo, stalinismo, trotzkismo, bordighismo, e chi più ne ha, più ne metta. In questo caso, l’icona è Trotzky, che però è stato un grande protagonista della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue tragedie, come la repressione della rivolta di Kronstadt; poichè la storia si ripete in forma di farsa, il ben più modesto Ferrando è costretto a limitarsi ad un decreto di espulsione. Difficile dire quali sviluppi possa avere questa vicenda, anche perchè dai dirigenti del PCL non arriva nulla e il loro sito continua a tacere, al punto che non da nemmeno notizia dell’avvenuto svolgimento dell’assemblea nazionale, coerentemente con il fatto di non averla nemmeno annunciata; inoltre, non è affatto scontato che siano pochi i militanti del PCL non disposti a rendersi complici di un’operazione farsesca, si, ma pur sempre ignobile.

 

Sunto ottenuto lavorando con copia incolla su alcuni brevi testi tratti dal sito www.arcipelago.org

Non ho aggiunto nulla di mio.

 

Mauro Tozzato                        21.04.2007                   

IL COMUNISMO, APPUNTO…

 

Passeranno gli anni dei nostri tormenti e ancora all’estate della Comune, scalderemo la nostra vita e la felicità, con dolcezza di frutti giganti, maturerà sui fiori dell’ottobre.

Vladimir Majakovskij (da Vladimir Il’ic Lenin – al partito comunista russo – 1924)

 

Il dibattito sull’attualità del comunismo non può, a nostro parere, essere disgiunto da quello sull’attualità dell’organizzazione dei comunisti. Questo semplice assioma è necessario per comprendere il motivo per cui poniamo al centro di questo intervento il nostro contributo al percorso di ricostruzione di un partito comunista nel nostro Paese, dopo il completamento della deriva governista del partito della Rifondazione Comunista, che ha seguito – in fondo, dopo non molto tempo – un cammino analogo a quello intrapreso dallo spezzone facente capo a Cossutta e Diliberto.

 

La prima questione da porsi è, dunque, se esista la necessità di un’organizzazione complessiva, strutturata su tutto il territorio nazionale, che sia in grado di raccogliere, rappresentare ed esprimere l’insieme del movimento operaio e proletario, in tutti i suoi spezzoni e le sue sfaccettature, elaborando in progetto politico rivoluzionario i bisogni e gli interessi dell’attuale composizione di classe. In altre parole, la domanda è: l’organizzazione complessiva, che – almeno in tendenza – sia in grado di unificare le singole lotte e trasferirle su un livello più alto, quello dell’alternativa di società, è o no un bisogno oggettivo? La nostra risposta è, ovviamente, si.

 

E’ la bussola dell’analisi della lotta di classe ad orientarci. In questi anni, abbiamo assistito al dispiegarsi di movimenti che hanno segnato l’avvio di un’inversione di tendenza rispetto al grande freddo seguito alla sconfitta degli anni 80: dal movimento contro la guerra al successo operaio di Melfi, senza dimenticare le grandi battaglie in difesa del territorio a Scanzano e nella Val di Susa, solo per citare gli esempi più eclatanti. A questa positiva inversione di tendenza sul piano di classe, ha fatto riscontro l’involuzione del ceto politico di “sinistra”, a cominciare da Rifondazione Comunista, che ha scelto la strada della complicità con le forze moderate e liberiste anziché quella dell’organizzazione e della rappresentanza dell’alternativa di società. Si sta dunque determinando la necessità di costruire l’organizzazione di classe e alternativa ai due poli dello schieramento borghese, al cui interno si è ormai definitivamente collocata l’intera “sinistra radicale”.

 

Sia pure per semplificazione, indichiamo alcuni elementi per noi costitutivi del percorso di costruzione di un nuovo partito comunista, nella consapevolezza che il dibattito sarà necessariamente lungo e difficile e che la questione del metodo della costruzione riveste importanza centrale. Anzi, ci sentiamo di affermare che un approccio scolastico, dogmatico e settario alla costruzione del partito costituirebbe un ostacolo, un’inaccettabile strozzatura della crescita del movimento, con il risultato di ancorarlo ad una dimensione numericamente e politicamente insignificante. 

 

Occorre, pertanto, recuperare il metodo di Marx e di Lenin dell’analisi concreta della realtà, per comprendere che fare sulla base delle esperienze rivoluzionarie del 900, per individuare le caratteristiche dell’organizzazione rivoluzionaria, il soggetto sociale materiale della trasformazione, le scelte di percorso e di lavoro politico. In sintesi, pensiamo che la nostra lettura della realtà e la nostra proposta politica debbano concentrarsi in questo momento su questi tre assi:

 

A – Il necessario bilancio dei tentativi rivoluzionari per realizzare il socialismo e le ragioni della sconfitta. Un’analisi rigorosa, non subordinata alle necessità della politica o della propaganda quotidiane, bensì a quelle della ridefinizione del percorso strategico dei comunisti nel XXI secolo.

 

Il Novecento, con la Rivoluzione di Ottobre, è stato il momento storico della conquista della posizione eretta da parte del proletariato: da quel 7 novembre di 90 anni fa, la presa del potere non è più un affare interno alle diverse fazioni della borghesia e dei padroni, ma un obiettivo possibile per i proletari di tutto il mondo.

 

Il Novecento è stato il secolo delle Rivoluzioni proletarie che hanno riguardato miliardi di uomini e donne, dalla Russia alla Cina, e prima ancora in Germania e in Ungheria. Il Novecento è stato il secolo della sconfitta dell’imperialismo in Indocina e la vittoriosa guerra di liberazione del Vietnam è ancora oggi l’esempio concreto cui si richiamano i popoli oppressi, dall’Iraq e dalla Palestina alla Colombia.

 

Il Novecento è stato anche il momento storico della liberazione dei popoli dal colonialismo, particolarmente dopo la guerra che ha segnato in Europa la sconfitta del nazifascismo, grazie anche all’apporto dei movimenti di resistenza guidati dai comunisti: senza il Maquis e la resistenza italiana, la storia dell’Algeria, di Cuba, del Vietnam e dell’Angola avrebbe seguito strade diverse.

 

Il Novecento è stato il secolo in cui i comunisti hanno saputo costruire prospettive di liberazione misurandosi su contraddizioni di portata generale e dando a queste contraddizioni risposte in grado di mobilitare il proletariato come classe internazionale.

 

E’ stato così per  le contraddizioni legate al primo e al secondo massacro mondiale, per quelle legate al processo di decolonizzazione, per quelle legate alla nascita e alla crisi della superpotenza americana.

 

E sarà così ancora una volta oggi, se i comunisti sapranno sviluppare una prospettiva di liberazione adeguata all’attuale grado di sviluppo del capitale imperialista.

 

Ma con il modificarsi delle contraddizioni e con il conseguente esaurimento delle grandi opzioni teoriche che su queste contraddizioni erano fondate, dal “socialismo in un solo Paese” alla “rivoluzione permanente”, dal “fochismo” guerrigliero alla “rivoluzione culturale”, fino alle tante “vie nazionali” al socialismo, il Novecento ci ha consegnato anche l’arroccamento ideologico su prospettive superate dai fatti, e quindi non più in grado di trasformare lo stato di cose.

 

Su queste degenerazioni e sulle sconfitte che ne sono seguite sono state costruite le politiche illusionistiche e opportuniste dei ceti politici di risulta, fra i quali primeggia quello ex comunista italiano. La storia del movimento comunista è la storia della lotta di classe e dei tentativi di emancipazione dei proletari: guardare in faccia senza timori la nostra storia di ieri significa cominciare a scrivere la nostra storia di oggi, significa guardare con rispetto e partecipazione ai nuovi processi rivoluzionari che – come sta avvenendo in Venezuela e in altri Paesi dell’ex cortile di casa dell’imperialismo nordamericano – possono dare un contributo concreto alla costruzione del socialismo del XXI secolo. 

 

B – Le caratteristiche dell’organizzazione politica dei comunisti oggi e la sua costruzione: la storia del recente passato ci ha insegnato quanto spesso il richiamo a “tradizioni” e “ortodossie” di varia natura sia servito solo a nascondere politiche concrete di collaborazionismo e subordinazione al Capitale o, su un altro versante, a dare vita a piccoli gruppi autoreferenziali e parolai.

 

Questo significa, fra l’altro, che riteniamo l’unità dei comunisti un obiettivo da perseguire, intendendo per “unità dei comunisti” l’esatto contrario sia di un generico contenitore (una sorta di casa comune dei nostalgici e degli orfani dell’identità astratta), sia anche di un processo di aggregazione basato sulla presunta forza centripeta di altrettanto presunti “nuclei d’acciao”, capaci di attrarre le avanguardie disperse in virtù della bontà e della giustezza della propria astrazione ideologica. L’unità dei comunisti non è per noi un feticcio identitario, ma l’obiettivo da perseguire nella costruzione del partito come strumento della classe per la conquista del potere politico. Un percorso che, nella situazione contingente del nostro Paese, si articola a partire da quattro punti politico – programmatici: l’esternità e l’opposizione ad entrambi gli schieramenti del bipolarismo, la prospettiva di un governo dei lavoratori che riorganizzi la società in senso socialista, il collegamento fra le singole lotte e l’alternativa anticapitalistica, l’internazionalismo e la prospettiva di un’organizzazione rivoluzionaria internazionale dei lavoratori. Punti che, come si può ben vedere, non hanno nulla di ideologico nel senso becero e settario del termine, ma rappresentano il terreno di incontro per i militanti e le avanguardie di lotta che si negano al processo di omologazione alle compatibilità capitaliste.

 

Attorno a questi primi elementi di programma e con il contributo di chiunque voglia misurarvisi, riteniamo si possa e si debba operare per dare vita al Partito Comunista come strumento indispensabile per la classe e i movimenti, un partito all’altezza delle sfide del XXI secolo. 

 

 

C – L’analisi delle classi oggi e il soggetto sociale della trasformazione rivoluzionaria, l’individuazione delle caratteristiche del conflitto sono, infine, il terreno della necessaria inchiesta collettiva, non solo funzionale, ma indispensabile alla costruzione del partito. Respingere al mittente le interessate suggestioni sulla “fine del proletariato” non significa arroccarsi sulla nostalgica rievocazione di una composizione di classe obiettivamente superata dalla ristrutturazione del modo di produzione capitalistico, in termini di decentramento, delocalizzazione e scomposizione; significa, al contrario, calibrare l’organizzazione sulle caratteristiche della nuova composizione di classe, individuando i terreni della ricomposizione possibile, strutturando l’intervento nei luoghi dello sfruttamento di oggi. La fabbrica, dunque, ovunque si trovi e comunque sia dimensionata, così come i luoghi della produzione immateriale, del sapere e dei servizi.

 

Ora, una fase costituente che non affrontasse in termini problematici i tre grandi nodi teorico pratici da noi sinteticamente richiamati, farebbe tabula rasa delle caratteristiche costitutive del presente e contribuirebbe alla dissipazione delle potenzialità della fase politica attuale: un atteggiamento che riscontriamo nelle posizioni dei molti che affermano che le soluzioni ci sono già e si tratta di accodarsi a coloro ne sono i depositari.

 

Posizione tanto sterile quanto diffusa, che accomuna paradossalmente tutti coloro che si ritengono depositari ed eredi dei diversi filoni del pensiero critico del secolo breve: “solo noi abbiamo la giusta chiave per operare nel presente. Gli altri ne prendano atto e si accodino”.

 

Ma e’ proprio a partire dalla critica a questo approccio metodologico che apriamo una battaglia politica basata sulla critica serrata ed esplicita agli irrigidimenti ideologici tanto all’interno del PCL quanto a quelli (speculari e sostanzialmente equivalenti) delle altre componenti politiche della sinistra non istituzionale, nostri potenziali interlocutori.

 

Questa battaglia politica si sostanzia nella pratica di una nuova e diversa fase costituente del PCL, che parta proprio dall’apertura di un confronto critico tra quanti ritengono necessaria   la sostanziale ridefinizione dell’approccio teorico pratico dei comunisti rivoluzionari, facendo così del Movimento costituivo del PCL quel nodo fondamentale di elaborazione politica di cui avvertiamo la assoluta necessità.

 

In questa direzione i molti compagni del PCL che condividono queste brevi note si impegnano a costruire momenti concreti di dibattito politico volti da un lato a destrutturare posizioni politiche identitarie e dall’altro ad attivare una fase costituente del Movimento che, restituendo a questo termine la sua antica nobiltà, lo porti ad essere luogo di innovazione teorico pratica e fucina di quel livello superiore di unità dei comunisti che oggi serve, basata su un processo di elaborazione collettiva degli strumenti politici del presente e non identificabile né in un indistinto “abbracciamoci” né in un accodamento ai detentori di verità proprie del ciclo di lotte alle nostre spalle.

 

Accanto a queste direttrici di inchiesta e lavoro politico, dobbiamo qui solo accennare – per ragioni di spazio – alla necessità di rilanciare il dibattito e l’iniziativa dei comunisti sul terreno dei diritti e delle libertà, della salvaguardia del territorio e dell’ambiente, questioni strettamente connesse al modo di produzione capitalista, centrali per i movimenti e, più in generale, per la definizione di un’alternativa di società antagonista allo stato di cose presenti.

 

Attualità del comunismo, intesa come alternativa strategica e globale alla barbarie capitalista, dunque, ma anche come necessità dell’organizzazione politica dei comunisti, autonoma e indipendente dalle variabili e dalle compatibilità del quadro politico imposto dal capitale e dai suoi portaborse: non è solo una nostra convinzione, ma la proposta politica che rivolgiamo a chi non si rassegna al pensiero unico del capitalismo come migliore dei mondi possibili. Ribellarsi è giusto perché un altro mondo è possibile, un mondo senza sfruttamento, guerre e miseria: il Comunismo, appunto.  

 

 

 

Gino Bortolozzo, Aurelio Fabiani, Germano Monti

 

(Coordinamento Nazionale del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori)

BERLUSCONI MANGERA’ LA FOGLIA?

 

Berlusconi ha fatto una “bella” figura ai congressi della Margherita e dei Ds, accolto non più come il Cavaliere nero degli intrecci politica-affari ma come il salvatore della patria, l’ultimo baluardo dell’italianità che s’oppone allo straniero invasore. Il fatto che la più grande azienda di tlc, la Telecom, resti nelle mani degli imprenditori del Bel Paese dipende anche dai suoi soldi, da quei denari che fino a poco tempo fa erano sporchi, sudici, insozzati di craxismo e di losche operazioni di corruzione: finanza, magistratura, politica. Il “Caimano” palazzinaro non è più così cattivo, oggi può essere legittimamente annoverato tra i grandi della Repubblica, tra quelli che hanno contribuito alla crescita economica del nostro paese. Persino D’Alema si è complimentato con lui sviolinando con i soliti giri di parole e con la doppiezza tipica di questo personaggio, ma sulla cui sostanza “pacificatoria” non si può certo dubitare. Berlusconi plaude e incassa sorridente i ditirambi.

In realtà, il Cavaliere nero è stato spiazzato da tante “invocazioni”, non ha forse capito in pieno quello che vogliono da lui, ma essendo piuttosto sensibile alle adulazioni sta “mangiando” la foglia. Forse nel Pd, ora che si sentono de-zavorrati dai fantasmi del passato, si abbasseranno i ponti levatoi, la stagione della demonizzazione ad personam può essere finalmente chiusa. Potrebbe essere chiusa…ma manca ancora il colpo finale, quello che garantirà la normalizzazione della politica italiana. Ovvero: Berlusconi salva la Telecom e contribuisce alla fissazione delle regole istituzionali (legge elettorale e qualche altra “riformetta”) poi si ritira per sempre nell’olimpo degli dei (i benefattori della nazione). La storia è magistra vitae: vuoi liberarti di qualcuno senza spargere sangue? Promuovilo in alto, così in alto che le beghe quotidiane gli sembrino solo quisquiglie, bazzecole da mortali. Soprattutto fa in modo che la “quotidianità” non lo disturbi troppo. E’ già successo al Dio del cattolicesimo, con le tutte deleghe passate a Gesù Cristo, succederà anche a Silvio. Insomma, a Silvio Berlusconi viene proposto di chiudere una fase in cambio del suo ritiro a vita privata, in cambio della tranquillità necessaria (per sé e la sua famiglia) per svolgere serenamente le sue faccende imprenditoriali, senza più giudici impiccioni alle calcagna che indagano su presunti conti in Svizzera e sulle tasse mai pagate. Silvio qualcosa l’ha percepita, non ne è ancora certo, ma per ora presta il fianco all’avversario. Probabilmente vorrà ancora più garanzie ma, bene o male, sente che questa volta c’è da fidarsi.

In Forza Italia, invece, s’alzano grandi malumori, quell’ “aulenza” di zolfo che accompagnava il loro “demone” preferito si è tramutata nell’olezzo tipico della promiscuità, dell’inciucio  che rischia di dissolvere un partito strutturato proprio sulla difesa personale del leader. Cadendo le pregiudiziali nei confronti di Berlusconi cadono anche i bastioni eretti in sua difesa. Tutte le carte si ritrovano nuovamente mescolate con sbandamenti di varia natura.

Se Berlusconi dovesse infine accettare questa proposta, ancora non così esplicita, la politica italiana potrebbe andare in contro a quella “normalizzazione” tanto perorata in passato da D’Alema. Ma quella che per questi signori è normalizzazione per noi italiani sarà un’ennesima gabbia dove verremmo rinchiusi come polli, costretti a scegliere tra due grandi schieramenti moderati al servizio dei poteri forti; l’americanizzazione della politica, della quale parlava anche Paolo Mieli nell’editoriale di qualche giorno fa sul Corriere della Sera, darà maggiore consolidamento a questi potentati; la momentanea ricomposizione dei già labili dissidi tra gruppi politici (con la nascita di un monoblocco moderato “a due sponde” e dai confini variabili) e gruppi economici subirà un’accelerazione, con Grande finanza (oggi in posizione di preminenza) e Industria Decotta che assumeranno il controllo incontrastato dei gangli vitali del sistema-paese. Questa è la verità dell’operazione Pd alla quale, tra breve, corrisponderà un’operazione della stessa natura anche a destra. Due schieramenti doppione che si rimbalzeranno le responsabilità politiche a legislature alterne, proprio come avviene negli Usa.

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CERVELLI STANCHI di M. Tozzato

 

L’ultimo intervento di La Grassa con, a seguire,  l’articolo de “Il Giornale”, ancora una volta ripropone lo sfacelo politico-economico che i due poli di un unica “palude” sempre più puzzolente stanno portando avanti ai danni della stragrande maggioranza di coloro che vivono in Italia. E giustamente GLG continua a mettere l’accento sulla “malattia mortale” che è per tutti noi questa “sinistra”; alcuni disonesti fino al midollo e altri, forse in buona fede, ma totalmente incapaci di ragionare. Ne “il manifesto” di oggi, 20 aprile 2007, questo secondo tipo di persone trova due “campioni” particolarmente significativi, nientemeno che Valentino Parlato e Rossana Rossanda.

La Rossanda nel suo articolo – a commento del congresso Ds e della nascita del Pd – del tutto piatto e retorico, inserisce una autentica “perla”. Dopo aver cianciato a vanvera di mercato, globalizzazione e politica economica facendo capire, come al solito, di non avere la minima idea di che cosa significhino queste parole ( che dovrebbero denotare dei concetti) inizia un lungo e penoso lamento: <<in queste settimane sono passati sotto il naso del governo e di quasi tutta la sua opposizione due operazioni supermiliardarie compiute l’una dall’Eni e dall’Enel – nate e cresciute con i soldi pubblici – che si sono comprati pezzi della russa Yukos per conto della russa Gazprom, e l’altra dalla Telecom, che doveva finire in mani messicane e statunitensi, lasciando sul gobbo dello stato oltre 80 mila dipendenti, che si dovrà in qualche misura assistere. Il Pd non esistendo ancora non poteva dir parola, ma i suoi genitori, ancorché in atto di chiudere i battenti, hanno trovato che era bene così, che al mercato la politica non si può opporre. Sostanzialmente che non può più esserci una politica economica e sociale. Politica addio.>> Naturalmente mi rifiuto di commentare questo pastrocchio indecoroso per di più concluso con toni enfatici !

Passiamo ora al suo compagno di tante battaglie. Sfogliamo due pagine e ci troviamo davanti due articoli a commento della posizione assunta dall’ambasciatore Spogli riguardo al “ritiro” dell’At&t nei confronti di Telecom; uno di questi è firmato da Parlato. Scrive Parlato:<< l’ambasciatore […] Spogli […] spiega […] che in Italia “ gli investimenti in aziende nuove o già esistenti sono scarsi. Si preferisce investire nelle proprietà immobiliari o nella casa per il figlio”. E poi aggiunge che “l’Italia è agli ultimi posti tra i paesi europei per crescita del Pil e aumento dei salari (e sottolineo la parola salari, nrd) e della produttività”. Complimenti ambasciatore. Tutto questo ragionare, ovviamente, è per protestare contro le supposte resistenze che la politica italiana avrebbe fatto alla società Usa che voleva comprarsi  Telecom. L’ambasciatore Usa in Italia deve pur difendere gli interessi degli Usa altrimenti che ci sta a fare ? Tuttavia chiedersi che fanno gli ambasciatori italiani all’estero forse è poco delicato e, in ogni caso, l’Italia non ha la potenza degli Usa o delle imprese Usa.>> Questo quotidiano che vedo ancora, in prima pagina, continua a definirsi comunista (ed infatti Breznev era comunista) dovrebbe negli intenti della sua redazione diventare l’organo del nuovo Partito della sinistra che potrebbe o dovrebbe aggregare sinistra Ds, Prc, Pdci e forse qualche altro spezzone. A quanto pare il livello di capacità di analisi politica e teorica sembra “del tutto adeguato”!!

 

Mauro Tozzato                        20.04.2007

 

 



IRPINIA FELIX di L. Garofalo
 
Negli ultimi decenni una profonda e convulsa trasformazione economica, antropologico-culturale e identitaria, si è compiuta nelle aree interne dell’Irpinia, sconquassando furiosamente una società rimasta ferma e immutata per lunghi secoli di storia.
Già nel corso degli anni Sessanta la società irpina, ancorata per secoli ad un assetto economico di tipo latifondistico, ha conosciuto un primo, sconvolgente sviluppo verso la modernità, con il trapasso da un modo di produzione agricolo e semifeudale ad un’economia non più solo rurale, incline al settore terziario, per cui una parte consistente delle classi sociali si sono riversate nell’ambito dei commerci, dei servizi e del pubblico impiego, mentre l’emigrazione in massa dei braccianti agricoli ha causato l’abbandono e la sterilizzazione di fertili terreni prima coltivati.
La meccanizzazione dell’agricoltura irpina ebbe inizio proprio durante gli anni Sessanta, contrassegnati dal primo "boom" economico nazionale.
Successivamente, nel corso degli anni Ottanta, in virtù dei fondi economici statali assegnati per i lavori della ricostruzione dei centri terremotati, fu avviato un ambizioso quanto controverso esperimento, quello dell’industrializzazione delle aree interne.
Si decise di trasferire e impiantare le fabbriche, le stesse fabbriche installate in pianura (ad esempio nella grande pianura attraversata dal Pò), in zone di montagna, in territori aspri e tortuosi, difficilmente raggiungibili e percorribili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e comunicazioni, in cui i primi soccorsi legati all’emergenza post-sismica stentarono non poco ad arrivare a destinazione. 
Un’impresa ardua, velleitaria, forse impossibile, perdente sin dalla nascita. E non poteva essere diversamente, dati i presupposti iniziali.
Un processo di sottosviluppo che ha rivelato la propria natura regressiva e rovinosa, in quanto ha arrecato guasti e scempi irreparabili all’ambiente, al territorio e all’economia locale, di carattere prettamente agricolo e artigianale.
Basta farsi un giro in Alta Irpinia per scoprire un paesaggio ormai sfigurato per sempre.
Si trattava di un tentativo di industrializzazione e modernizzazione economica storicamente determinato dalla trasformazione post-industriale e dalla post-modernizzazione delle economie capitalisticamente più avanzate del Nord. Questo piano presupponeva il trasferimento di capitali e di incentivi statali destinati a finanziare la dislocazione di macchinari e attrezzature industriali ormai obsolete e superate dai processi di ristrutturazione tecnico-produttiva in atto nelle aree capitalisticamente più evolute del Nord Italia. Pertanto, quel progetto di (sotto)sviluppo era destinato a fallire sin dal principio, nella misura in cui è stato concepito e gestito in maniera clientelistica, favorendo l’insediamento di imprese provenienti dal Nord Italia, senza valorizzare e tutelare le ricchezze, le caratteristiche e le esigenze del territorio, senza tenere nel dovuto conto i bisogni e le richieste del mercato locale, senza promuovere le produzioni e le coltivazioni indigene, sfruttando la manodopera disponibile a basso costo, innescando un circolo perverso e vizioso, come si è infine dimostrato alla prova dei fatti. 
 
Le nuove forme di precarizzazione economica e sociale.
 
L’espansione e l’accelerazione storica impressa nelle nostre zone dalla ricostruzione post-sismica, sostenuta da un ingente flusso di denaro pubblico, hanno determinato soprattutto un imbarbarimento dei rapporti umani e sociali.
Dopo oltre 26 anni la fase dell’emergenza e della ricostruzione post-sismica non si è ancora pienamente conclusa, perlomeno non in tutti i centri più gravemente danneggiati dal terremoto del 1980.
Negli anni Novanta l’espansione e, successivamente, la crisi e il declino, sia ideologico che strutturale, di quel processo di globalizzazione economica neoliberista contestata e rigettata ormai in tutto il mondo, costituiscono un fenomeno che si è rapidamente determinato anche in Alta Irpinia, con tutte le drammatiche conseguenze che ciò ha inevitabilmente comportato. 
Questa nuova, improvvisa accelerazione storica ha condotto fasce sempre più estese di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell’emigrazione, dell’alienazione, dell’emarginazione, della precarizzazione, della disperazione.
Rispetto a tali problematiche, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza – dall’alcool e dalle droghe pesanti – sono solo i sintomi più evidenti e inquietanti di un diffuso e crescente malessere sociale. 
Occorre aggiungere che anche un’ampia percentuale della popolazione senile accusa stenti, tormenti e privazioni, derivanti soprattutto dall’abbandono e dalla solitudine, disagi che in passato erano ammortizzati e compensati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme, nelle caratteristiche e nelle dimensioni di un tempo.
Piccoli centri di montagna, che non offrono nulla o quasi, ai giovani, sia in termini di prospettive occupazionali, sia in termini di opportunità e occasioni di svago e divertimento, di aggregazione sociale e di crescita culturale, tranne qualche bar, pub o altri tipi di locali pubblici nei casi più fortunati, sono diventati luoghi desolanti di noia e di vuoto esistenziale, per cui attecchiscono abitudini insane, allignano in forma massiccia devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, comportamenti che fino a 20 anni or sono erano assolutamente impensabili e sconosciuti.
 
Alcuni dati emblematici.
 
Le cifre più significative che attestano le dimensioni di un diffuso disagio sociale, sono inequivocabilmente drammatiche e sconcertanti.
I numeri indicano chiaramente una crescita massiccia e costante di fenomeni davvero allarmanti come, ad esempio, le stime relative ai suicidi.
Il numero dei suicidi registrati nella provincia di Avellino relativamente allo scorso anno, il 2006, ha purtroppo oltrepassato quota 40.
Addirittura pare che alla provincia di Avellino spetti il triste primato dei suicidi nell’ambito delle regioni meridionali. Con sette suicidi ogni centomila abitanti l’Irpinia condivide con la provincia di Potenza questo lugubre e angosciante primato rispetto a tutto il Meridione d’Italia. A voler essere più precisi, il dato riferito alla provincia di Avellino riguarderebbe in modo particolare le zone dell’Alta Irpinia.
All’origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico.
L’Istat riferisce che gli italiani poveri sono 7.577.000. Il 22 per cento della popolazione meridionale vive praticamente sotto la soglia di povertà.
In Alta Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta oltre il 20 per cento.
Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 50 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa.
I tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. 
Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l’uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori delle altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.
 
Quali sono le risposte fornite dalle istituzioni e dalle amministrazioni pubbliche locali?
 
Nella migliore delle ipotesi, nessuna. Invece, nella peggiore delle ipotesi, il ricorso sistematico, ottuso e controproducente alla forza pubblica, attraverso l’inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico), dei posti di blocco, della repressione poliziesca e carceraria. Come se tali sistemi e provvedimenti di natura autoritaria e quasi draconiana, derivanti dalla legislazione proibizionista, si fossero mai rivelati un efficace deterrente contro il consumo di stupefacenti e altri simili comportamenti. Come se la semplice e pura repressione potesse provvedere un valido rimedio rispetto ai disagi psicologici ed esistenziali in rapido e costante aumento anche nelle nostre zone, che denotano piuttosto un tipo di malessere originato da altre gravi emergenze, sociali e ambientali, non ancora risolte. Mi riferisco soprattutto alla disoccupazione, alle nuove forme di emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro e di vita, all’assenza di regole, diritti, tutele e speranze per le giovani, e meno giovani, generazioni irpine.
Se non si affrontano seriamente e non si risolvono alla radice tali problematiche, difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante e diffuso anzitutto tra i giovani delle nostre comunità. Giovani abbandonati all’angoscia, allo sconforto e alla disperazione, nella misura in cui non possono coltivare nemmeno la fiducia e la speranza verso un avvenire più radioso e più ameno.
L’ottimismo è ormai diventato un lusso riservato a pochi privilegiati.
 
Lucio Garofalo

ALTERNATIVE, UNA PEGGIORE DELL´ALTRA di G. La Grassa

 Personalmente pubblicherei nel blog anche l´odierno editoriale di Nicola Porro sul Giornale. Solo il cretino e fazioso di (finta) sinistra si scandalizzerà nel constatare che noi prendiamo sul serio certi articolisti di destra. Le persone con cervello noteranno nell´editoriale in questione una implicita critica (e aspra) anche nei confronti del finanziatore del quotidiano. La frase chiave dello scritto, che chiarisce tutto il resto, è: "In questo senso il ramoscello d´ulivo offerto alla Fininvest-Mediaset di Berlusconi rischia di essere una trappola micidiale". Tutto il testo va letto alla luce di queste pochissime parole. Non ci si aspetti certo che si sparga apertamente veleno su Berlusconi, che si dica senza giri di parole che l´attuale affievolirsi della sua opposizione, quasi bonaria e comprensiva, è dovuto all´"acciughina" che i governativi gli sventolano sotto il naso, dopo aver ottenuto la rinuncia della AT&T all´affare Telecom e nel mentre si agitano disperatamente nel tentativo di preparare di soppiatto qualche bel piatto "pubblico" al servizio della Intesa-San Paolo e dei peggiori tra i capitalisti della GFeID (quella che, nell´articolo di Festa riportato nel blog un paio di giorni fa, era indicata quale "piccolo establishment").

I sinistri sono bugiardi nati, agiscono di soppiatto come tutti i mestatori e maneggioni di professione, sono il personale politico più lurido e ingannatore che si trovi in campo. I destri berlusconiani si prestano alle giravolte del loro leader che è in politica solo per gli affaracci propri. L´alternativa tra questa maggioranza e questa opposizione è ormai uno sporco gioco di parassiti, accettato di fatto da una popolazione composta in larga maggioranza da quel tipo umano genialmente rappresentato da Alberto Sordi, vera maschera dell´italica commedia dell´arte (di arrangiarsi). Prestandoci ancora a questo gioco, andremo a fondo in pochi anni (e potrei perfino essere ottimista). Eppure quale altra alternativa vorrebbe offrirci la GFeID? Quella che si legge – per meglio dire: si capisce con facilità leggendo tra le righe – nell´editoriale di Mieli sul Corriere di ieri. Una bella futura alleanza tra il nascendo partito democratico e un raggruppamento centrista cattolico in cui confluirebbe innanzitutto Casini. All´inizio, il "meglio" (per i fetenti capitalisti nostrani, sui quali Bertinotti ha detto l´unica cosa giusta dell´intera sua vita di politico) sarebbe rappresentato da un bel "veltroncasinismo" benedetto da imprenditori "d´avanguardia", immobiliari, del tipo di Caltagirone (con dietro i finanzieri alla Geronzi, apparenti antagonisti di quelli alla Bazoli, ma portatori dello stesso ruolo di mignatte). Alla lunga (non tanto) viene però auspicato, e "santificato", l´ingresso in politica di Luca di Montezemolo – "figlio spirituale", diciamo così, di Gianni Agnelli – quale leader di questo nuovo centro, con vaghe aperture a sinistra per garantirsi la banditesca complicità degli apparati sindacali; verrebbe così a compimento il vero e finale "sacco d´Italia" (dopo quello di Roma già perfezionato dagli immobiliari di cui sopra).

E intanto, la sinistra detta radicale – nei suoi settori che vogliamo, malgrado tutto, considerare in perfetta buona fede – resta a balbettare i soliti tic di sempre: l´egualitarismo antimeritocratico, l´ambientalismo antisviluppo, il "razzismo alla rovescia" degli extracomunitari sempre incensati come a noi "superiori", l´assistenzialismo che crea solo anarchia, irresponsabilità nel lavoro e nell´assolvimento dei propri compiti, il menefreghismo assoluto, nel mentre divora risorse senza alcuna prospettiva di qualche miglioramento per questo paese alla deriva. E via dicendo. E´ ora di dire basta a tutte le alternative disastrose che ci suggerisce la GFeID o piccolo establishment; ma è ora di dire basta anche ad una politica di sinistra di melenso buonismo e di resa alla situazione di caos e di disgregazione della società italiana. Noi rivendichiamo una politica di organizzazione, di lotta all´anarchia movimentista, di premio al merito, del rimboccarsi le maniche; nel contempo denunciando e perseguendo (non giudiziariamente bensì politicamente!) tutti i parassiti che accumulano ricchezze – e le portano poi al sicuro nei paradisi fiscali – nel mentre pestano sui ceti che la ricchezza sarebbero in grado di produrla, e di distribuirla con giudizi di merito e con un costante miglioramento dei servizi prestati alla "collettività".

 20 aprile

Figuraccia di Palazzo Chigi
di Nicola Porro (fonte il giornale)

C’è un’ondata di protezionismo europeo preoccupante. Gli olandesi stanno alzando le barricate perché la loro Abn Amro bank è contesa da molti pretendenti stranieri. E l’ipotesi del suo spezzatino (le partecipazioni divise tra diversi acquirenti) spaventa il governatore della Banca centrale che si muove secondo il copione che aveva recitato anche Antonio Fazio. L’Authority per l’energia spagnola chiede che una finanziaria pubblica aumenti il suo peso in Endesa così da controbilanciare gli italiani di Enel, che stanno per arrivare con un’offerta da 40 miliardi.
E infine l’affare nostro: Telecom Italia. Pur di non venderla agli americani, Palazzo Chigi sta facendo una figuraccia dietro l’altra. L’ultima con Ronald Spogli, l’ambasciatore americano in Italia. Romano Prodi prima si prende le critiche di Spogli sull’interventismo della politica, poi dice che è tutto chiarito e si è trattato di un malinteso, e poi legge sul Corriere della Sera una lettera infuocata dello stesso ambasciatore che ricorda i rischi di un’Italia con «investimenti che non arrivano». «L’Italia – ha scritto Spogli – ha perso l’interesse da parte di un’azienda di altissimo livello, capace di migliorare i servizi di telecomunicazioni, ridurre i costi per gli utenti e aumentare il valore di un’azienda nazionale».
Gli affari, in un’economia più o meno libera, si possono fare essenzialmente in due modi. Per la qualità della propria merce o per le buone relazioni che il venditore vanta con l’acquirente. Il modello anglosassone prova a seguire la prima strada, quello latino, di cui noi siamo maestri, preferisce la seconda. Il nostro governo sta diventando il cinico campione delle relazioni. E lo stop agli americani temporaneamente lo rafforza: chiunque voglia fare affari in Italia, è ormai chiaro, deve passare per Palazzo Chigi. È lì che ci sono le chiavi di ingresso per l’azienda Italia.
Il punto è che un’economia «irizzata» non ha una chance di successo nel mondo globalizzato: il rischio è di rendere la nostra impresa una piccola bottega senza finestre. La scelta del migliore in funzione di una «buona relazione politica» non regge più alla sfida di un mercato che semplicemente dell’Italia non si occupa. Lo 0,3 per cento delle nostre imprese è controllato, secondo l’Istat, da capitali stranieri. Ebbene questo zero virgola spende in ricerca e sviluppo un quarto del totale delle imprese italiane. Verrebbe voglia di prendere il muso di coloro che propagandano la strategicità, l’italianità e bla e bla e bla e sbatterlo contro questo freddo dato statistico. Il protezionismo ai nostri tempi ha un solo significato: mantenere la presa dell’economia non più attraverso la proprietà pubblica, ma con gli strumenti più forti e meno trasparenti delle relazioni. In questo senso il ramoscello d’ulivo offerto alla Fininvest-Mediaset di Berlusconi rischia di essere una trappola micidiale. Aprire una relazione (dall’innegabile senso industriale) sulle macerie di un intervento protezionistico andato a buon fine, potrebbe danneggiare la credibilità di un gruppo che ha l’ambizione e lo stile per essere globale. Con l’aggravante di dare un’aria bipartisan alla costruzione di un mercato di relazioni per le quali vince chi sta dalla parte giusta e non chi ha la merce migliore.

 

 PERICOLO, PERICOLO! di G. La Grassa

Noi (e non si tratta di noi maiestatico) non siamo minimamente d´accordo con prospettive neoliberiste; ma nemmeno con quelle finto-stataliste di una sinistra in combutta con la grande finanza (privata). Oggi, pur distanziandoci appunto da ogni simpatia per il neoliberismo, riportiamo l´articolo di Festa, apparso sul Giornale e relativo alla solita questione Telecom dopo il ritiro degli americani della At&t, perché concordiamo con alcune sue rilevanti affermazioni; soprattutto con quelle, molto simili alle nostre, che criticano aspramente, come una decisiva sventura (e devastazione della nostra società), la GFeID (grande finanza e industria decotta) così indicata nell´articolo in questione: "quel piccolo establishment (grandi banche, imprenditori indebitati e stampa `indipendente´) che occupa malamente il centro della società italiana e, senza più virtù, cerca di condizionare il potere italiano in tutte le articolazioni politiche, economiche, culturali". E concordiamo anche sul finale dell´articolo quando sostiene che "non solo è utile sgombrare il governo in carica il più in fretta possibile (qualsiasi cosa lo seguirà, sarà meglio), ma anche spiegare a quelli del piccolo establishment che non è più il tempo dei ditini alzati".

Per capire chi è Prodi – questo vecchio commis d´Etat che a suo tempo (da presidente dell´IRI) tentò di vendere la SME a De Benedetti (imprenditore della GFeID e da sempre vicino alla sinistra, "prenotando" la tessera n. 1 del futuro Partito democratico) ad un valore nettamente inferiore a quello poi ottenuto con la vendita della stessa società "pubblica" ad altri – sottolineiamo un´ulteriore notizia riportata oggi dai giornali. La Procura di Bolzano sta indagando sulla vendita – per la quale si sospetta corruzione, concussione e riciclaggio – di Italtel alla tedesca Siemens da parte della STET nel 1994. Nell´ambito delle indagini vengono compiuti accertamenti sulle attività di Prodi, presidente dell´IRI (cui apparteneva la STET) – se non erro – dal maggio 1993 al settembre 1994; sono presi in esame anche gli affari di alcune immobiliari con partecipazioni di sua moglie, ecc.

Interessante sapere che l´advisor (diciamo il consulente), in questa vendita dell´Italtel, era la Goldman Sachs, nostra ben nota conoscenza: quella il cui ex vicepresidente (ex proprio per assumere la nuova carica) è diventato Governatore della Banca d´Italia; quella che è al centro di innumerevoli altri affari mondiali, di tutti i generi, assieme alla Morgan Stanley e soprattutto alla Carlyle Group, sulle cui attività e potenza finanziaria (e politica!) abbiamo dato notizie piuttosto impressionanti nel sito, riprendendo fonti francesi. I giornali riferiscono che dal 1990 al 1995 la Goldman pagò alle società considerate appartenenti ai Prodi – la Ase Analisi e la Studi economici srl – 2 miliardi e 622 milioni di lire per consulenze (niente di illegale in sé, è chiaro, ma si tratta comunque di una bella "sommetta"; soprattutto si spera sia chiarita la commistione di cariche societarie "pubbliche" e "private" in quel periodo specifico dell´affare Italtel-Siemens). Auguriamoci che le indagini vengano condotte con serietà, e attendiamone comunque gli sviluppi per vederci un po´ più chiaro.

Per il momento, mi limito a sperare anch´io, come Festa, che questo Governo venga mandato a casa "il più in fretta possibile", anche se non mi sembra molto probabile. Certamente l´alternativa è pressoché inesistente o per nulla entusiasmante. Tuttavia, non vi è dubbio che quello che Festa denomina "piccolo establishment" (la "mia" GFeID) è il peggiore e più parassitario gruppo dominante che si possa immaginare; e questo Governo, essendone il mandatario politico, è il più dannoso, e persino pericoloso, governo che si è dato il nostro paese dal 1945 ad oggi. Se resiste un altro paio d´anni, rischiamo di trovarci in piena "dittatura finanziaria", stretti tra i (sub)dominanti nostrani dell´Intesa-San Paolo e i (pre)dominanti statunitensi della Goldman e delle altre enormi concentrazioni di potere politico-finanziario americane.

 18 aprile  

 

Un articolo dell’Unità che parlava con cautela e senza scomuniche di un possibile coinvolgimento di Roberto Colaninno e Mediaset in un nuovo assetto proprietario di Telecom Italia, viene giudicato da Sergio Romano come indice di un atteggiamento opportunistico, scetticamente disincantato e amorale. Dopo i guasti provocati dall’allontanamento via minacce governative di At&t, affidare un ruolo leader in Telecom Italia all’imprenditore che ha inventato un’impresa di telecomunicazioni efficiente come Omnitel e a una società leader nelle tv; che senza gli ostacoli della politica oggi occuperebbe internazionalmente il posto di Rupert Murdoch, ben lungi dall’essere un segno di opportunismo, sarebbe in realtà la scelta più razionale. E, infatti, il giorno dopo il direttore dell’Unità l’ha attaccata. Romano è un commentatore intelligente, ogni tanto l’imbrocca, talvolta no. Il problema non è lui, ma quanto certe idee siano espressione di quel piccolo establishment (grandi banche, imprenditori indebitati e stampa «indipendente») che occupa malamente il centro della società italiana e senza più virtù, cerca di condizionare il potere italiano in tutte le articolazioni, politiche, economiche, culturali.
Per il piccolo establishment sarebbe l’ora di una profonda riflessione: i suoi protagonisti sono affannati e azzoppati. Il successo dell’idea geniale di «far squadra» con la sinistra e in particolare con la Cgil si può misurare nelle richieste contrattuali dei sindacati metalmeccanici, tanti soldi e nessuna apertura sulla produttività. L’altro colpo di astuzia, poi, è stato sostenere con il noto editoriale di Paolo Mieli, il centrosinistra prodiano: i risultati di questa genialata sono davanti agli occhi di tutti. Al di là del sistema di potere meno evidente del presidente del Consiglio su cui interviene oggi il Giornale con un’argomentata inchiesta, basta considerare la politica d’intimidazione verso gli imprenditori italiani (dai Benetton a Marco Tronchetti Provera) e internazionali, compresa l’At&t, l’uso delle banche amiche (con contorno di fondazioni e società statali egemonizzate) come una sorta di Gazprom, per valutare il danno che al Paese ha fatto l’irresponsabile cinismo di un piccolo establishment che si schiera politicamente con chiunque (dando incredibili titoli di liberalizzatori a una banda di emuli di Hugo Chavez) pur di proteggere il proprio evanescente potere.
I guasti che in meno di undici mesi ha combinato Romano Prodi sono gravi. E in questo quadro è indispensabile bloccare una deriva che anche una traballante Europa, priva di un asse politico chiaro, trova inquietante. Vanno subito trovati i compromessi che possono dare stabilità e insieme una forte concorrenza (innanzi tutto tra le grandi banche) al sistema economico nazionale. Per questo obiettivo non solo è utile sgombrare il governo in carica il più in fretta possibile (qualsiasi cosa lo seguirà, sarà meglio) ma anche spiegare a quelli del piccolo establishment che non è più il tempo dei ditini alzati. D’ora in poi in politica, nella cultura, in economia e finanza il potere andrà guadagnato con il sudore della fronte (e delle idee) non con birignao senza costrutto e autorità morale.
Lodovico Festa

La logica dell’intimidazione (Fonte Il Giornale)
di Lodovico Festa

ROMA CAPITALE DEL VELTRONISMO E DEL  FUTURO PARTITO DEMOCRATICO di G. Duchini

 

    Tutte le volte che mi trovo  a viaggiare nella metro di Roma, sono costretto a seguire il flusso passeggeri senza tentare alcun movimento, ridotto a sardina e poi, quasi sollevato dal fiume umano, vengo accompagnato, quasi obbligato, verso l’uscita come nelle comiche dei vecchi films; oppure quando ci si immerge nelle file chilometriche del traffico romano in tutte le ore del giorno o, con particolare devastazione psicologica nei confronti della cittadinanza, quando vengono celebrati  i mille convegni, manifestazioni, mostre, notti bianche, feste del cinema (vivere a Roma per credere)…, non si può non ritornare all’assillo di chi è il responsabile principale di tutto questo, al sindaco Veltroni per l’appunto. Ma è solo Veltroni o qualcos’altro, che sfugge ad un sommario giudizio di generica rappresentazione cittadina della politica romana? Veltroni alla guida di Roma è il giusto condensato culturale politico di un popolo, quello romano,  bistrattato dalla storia prima e dalla politica poi, in un incrocio tra la cultura papalina-democristiana e la mistura politica della sinistra radicaleggiante fino a rifondazione,  una mistura sociale tra ceto medio, alto di management formatosi all’ombra del Capitalismo di Stato e quello basso del pubblico impiego (nella grande concentrazione di Ministeri)  per arrivare infine al grande sottoproletariato urbano dei mille lavori precari. Insomma, il Pci prima e la sinistra poi, hanno potuto governare lungamente, come in un regime, il popolo (romano) che, nei films del grande regista Magni ”Nell’anno del Signore,” In nome del Popolo Sovrano…, viene rappresentato come plebe stordita dagli eventi della Storia, non senza perdere il carattere  ironico e mordace, già espresso del resto, e con grande efficacia, dai grandi poeti romani, Belli e  Trilussa.

    Il gioco dell’ironia del romano ha subito negli ultimi anni un certo tracollo psicologico dovuto allo smog e, soprattutto, al lungo governo della sinistra durato sino a tutt’oggi oltre trent’anni, questi ultimi vissuti pericolosamente alla guida di Veltroni, uno dei rappresentanti principali della genia di politici professionisti del “dopo muro di Berlino e mani pulite.” Veltroni è la sintesi perfetta di una “triade” formatasi al governo di Roma con Gianni Borgna (autore  di un unico libro sulla musica popolare) e con il grande estimatore di Ingrao che risponde al  nome di Goffredo Bettini; corollario a questa  cornice culturale-politica passata alla storia con il termine “buonismo,” si aggiunge  una sorta di eclettismo politico veltroniano, già espresso negli anni settanta, dal giovane Walter che mescolava con una certa disinvoltura Marcuse con Don Milani e Mao, fino ai giorni nostri, in un neocomunismo allargato a “Rifondazione” che si trasforma a sua volta, in “diritti dei cittadini” e “terzomondismo ecologista” (e qui rimando ad una interessante lettura del testo di Andrea Romano in “Compagni di Scuola”). Quello su cui invece vorrei appuntare l’attenzione è il coacervo politico finanziario formatosi dentro le amministrazioni di centro sinistra da un tempo oramai immemorabile.

    Dove cominciare è un po’ difficile tante sono le “mani sulla città” e tanti i fili  invisibili con burattinai  visibili ed  in ombra. Un cosa certa ed incontrovertibile è che i grossi affari fatti da questa amministrazione di centro-sinistra non hanno mai avuto uno scandalo, mani pulite non è passata da queste parti; ma del resto, abbiamo  un sindaco che è un “icona,” un grande comunicatore, “un portavoce di immagini che i romani vogliono che abbia la loro città” e sempre per rifarsi a evocazioni veltroniane: “Mi piacerebbe trasmettere serietà programmatica e una specie di luce interiore.” Le alleanze finanziarie che si intrecciano intorno al grande affare del traffico romano hanno prodotto, detto con eufemismo, un “disservizio” simile al traffico del “Cairo”. Se si tenta di dare appena una sbirciatina alle composizioni sociali delle aziende che presiedono il traffico  cittadino non si può non rimanere senza fiato. Il traffico in superficie è organizzato da una finanziaria toscana denominata “Ataf” che a sua volta, controlla municipalizzate di trasporto, (rigorosamente di sinistra) toscane ( Firenze e comuni limitrofi) e una società finanziaria denominata “Taas” con sede a Roma; quest’ultima controlla a sua volta le reti locali romane “Atac” e “Tram-Bus”. Quello che fa rimanere basiti è l’organizzazione capillare creata in tutto il territorio nazionale da tutte le municipalizzate del trasporto delle amministrazioni di sinistra che, per partecipare alle gare dei servizi di trasporto locale, si presentano in pubblico come alleate, ed in privato in “Patti Parasociali” (Cartelli) per spartirsi il mercato ed aggirare la liberalizzazione (concorrenza), con l’aiuto  anche di una società di pubbliche relazioni denominata “Reteitalia” che organizza il tutto. Così  rilevò l’Autorità garante per la Concorrenza (Antitrust) in una  annotazione, poi corretta da dichiarazioni in favore delle  aggregazioni per  accedere ad appalti più consistenti; rimane il dubbio, si fa per dire, sulle liberalizzazioni del Governo Prodi nei servizi locali.

    Se approfondiamo questo quadro già di per sé sconfortante e passiamo ad un rapido esame dei componenti dei Consigli di Amministrazione delle società di trasporto romano troviamo dirigenti politici di centro sinistra, della Lega delle Cooperative e dirigenti sindacali.  Vorrei chiudere il quadretto di questa idilliaca spartizione di poltrone con un’aggiunta singolare: una parte consistente del trasporto in superficie è stata data in appalto e subappalto, in accordo Atac-Comune di Roma, alla società “Tevere Tpl Scart” nella quale sono confluite 14 piccole società di trasporto. Concessione fatta dal Comune di Roma, previo accordi sindacali sulle spartizioni di poltrone ed in ferrea applicazione delle normative sul lavoro precario nei confronti dei lavoratori del trasporto privato (in appalto) e dei salari  di questi, ridotti a due terzi di quelli pubblici già di per sé miserevoli:  tutto sotto l’ombrello politico del “buonismo” che trasforma il grave disagio sociale in soavi pasticcini. Walter, grande personaggio mediatico, da quando ha ritrovato “Fiocco”, un cagnolino che si era perso, e lo ha riconsegnato alla bambina proprietaria, ha aumentato i suoi fervorini parrocchiali per l’apertura di nuove alleanze finanziarie e politiche. Nel recente convegno fondativo, al teatro Eliseo di Roma, del nuovo Partito Democratico erano presenti, oltre a D’Alema e Veltroni nella qualità di soci fondatori, anche Giuseppe Ciarrapico nostalgico estimatore di Almirante, nonché grande imprenditore di cliniche private a Roma che intervistato, così si esprime nei confronti di Goffredo Bettini, portavoce di Walter e grande demiurgo in tutti gli affari romani: ”Goffredo Bettini è uno straordinario cervello, un politico fine,…in Italia di gente così ce n’è poca..”.

    Un percorso alquanto contorto  riguarda  la  gara di appalto, di manutenzione delle strade capitoline di fine 2005 da 576 milioni di euro lanciata dal Comune di Roma, vinto da associazioni temporanee d’imprese per le ragioni su indicate dei “ Patti Parasociali,” tra “Romeo Gestioni spa, Vianini Lavori spa, e Consorzio Strade Sicure;” quest’ultima di proprietà del giornalista Luigi Bardelli legato alla finanza cattolica e consigliere di amministrazione della società del Campidoglio “Risorse spa.” Con gli stessi criteri di spartizione delle torte dei lavori pubblici  si è arrivati alle aggiudicazioni della “Metro C” per un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro alle società “Vianini lavori spa”, Consorzio Cooperative Costruzioni e Ansaldo Trasporti.” Anche qui si sta già sperimentando il Partito Democratico: la  società Vianini fa parte del  gruppo Caltagirone (passato alla storia per il “sacco edilizio” romano), mentre la partecipazione del Consorzio delle Cooperative emiliano è la ciliegina sulla torta: ogni affare che si muove in ambito di amministrazioni di centro sinistra; le Cooperative devono comunque partecipare in una sorta di “par condicio.” La perplessità forse maggiore è data dalla presenza dei Caltagirone  anche perchè (forse  in embrione è già nato il connubio finanziario del possibile l’ingresso dell’Udc nel  futuro Pd) la parentela di Casini con i Caltagirone, qualcosa dovrà pur esprimere nella politica familistica romana.

    Vorrei infine accennare alla celebrazione del 2006 del “Cinema Festival Internazionale di Roma” i cui partecipanti, noti attori americani, sono stati ospiti d’oro nelle suites degli alberghi romani pagati dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma e sopratutto la raccolta di  multe milionarie in euro pagate dai cittadini romani per i divieti di sosta. Ma non è finita, nelle feste romane del futuro imperatore succede sempre di tutto, come il grave incidente della metro dovuto ad una sovraesposizione di traffico sotterraneo per ridurre gli ingorghi della superficie.  Una festa svolta tra corridoi, sale e ristoranti “bettiniani”, tanti giornalisti e addetti ai lavori e poco popolo romano: la componente più importante di pubblico è stata quella delle scolaresche di età tra 12 e 18 anni. Ma il gioiello più importante delle le kermesse veltroniane è sicuramente “L’Auditorium.” Qui si celebra maggiormente l’apoteosi di Walter, quando per esempio lo scorso anno annunciò in Campidoglio il passaggio di Bettini dalla presidenza dell’Auditorium alla guida della Fondazione Cinema per Roma con il ringraziamento a nome della città, per essere riuscito a far diventare l’Auditorium  uno dei dieci produttori culturali più importanti del mondo; oppure sempre nella stessa cerimonia, Bettini l’alter ego di Veltroni, ringraziò pubblicamente Gaetano Caltagirone per essere oltre che membro del cda  dell’Auditorium, anche uno dei più grandi imprenditori italiani e grande risorsa per Roma. Su Caltagirone una breve annotazione finale: partecipò in modo infaticabile alle nozze, poi fallite, tra Unipol,  Montepaschi di Siena e Bnl, quando queste volevano fondersi in un’unica grande banca.             

Aprile ’07

       

          

CON MOLTA PIU’ SCHIETTEZZA di G. La Grassa

La maggioranza dei DS – in transito verso il partito democratico assieme ai loro sodali e assai simili margheritini – è un vero pantano, paradigma del caos in cui sta sprofondando l´intero paese. I vertici, e non solo, di tale melmosa organizzazione hanno da tempo rinunciato a, anzi sputato su, la famosa "quaterna": Marx-Lenin-Stalin-Mao-tzè-tùng. Hanno poi "fatto giustizia" di Togliatti e, con appena un po´ più di ipocrita deferenza, di Gramsci. Infine, e ultimamente sempre più, si sono allontanati dall´eredità di Berlinguer. Sono diventati seguaci, ma con vaghezza di accenti e incomprensione totale del loro pensiero e azione, di Gobetti, dei fratelli Rosselli, forse di Giacomo Matteotti e altri del genere. Cercano perfino di annettersi Craxi, dopo averlo spedito in esilio con tutto ciò che ne è seguito. C´è da esserne indignati? Si, soprattutto per la loro assoluta inconsistenza e stupidità; condita certo da improntitudine, sfacciataggine, assenza di ogni moralità, menzogna e perversione di ogni pur debole baluginare di verità.

A mio avviso, sarebbe un errore trarre da questa indignazione l´impulso a ripercorrere vecchie strade. Senza dubbio, va indicata con disprezzo la pochezza e infamia dei dirigenti diessini, di cui quello considerato più intelligente – famoso come bombardatore della Jugoslavia, al servizio del democratico statunitense Clinton, sostenendo che si trattava di mera "difesa integrata" – è solo il ben noto "monocolo che è re nella terra dei ciechi". Tuttavia, ricordiamoci sempre del detto secondo cui "gli stronzi vengono a galla quando si smuove (si rimescola) il liquame". Ci sono fatti oggettivi, processi storici ineludibili (di degrado, di "fine di un´epoca", ecc.), che selezionano "gli stronzi"; questi non "vengono a galla" se non nell´ambito di simili fenomeni di imputridimento e invecchiamento ormai inarrestabile di una certa corrente politica e ideale. Volerli contrastare solo "per stimoli di pancia", per l´indignazione che ci soffoca di fronte a tanta infamia e viltà, è atteggiamento molto umano, comprensibile, ma non giustificabile oltre certi limiti. Quando si vede morire una persona a noi molto cara, è lecito e giusto opporsi al fatale Evento con tutte le forze, senza lasciar nulla di intentato. Ad un certo punto, però, o ci si rassegna o si va verso l´"accanimento terapeutico", pretendendo l´onnipotenza in grado di sovvertire l´ineluttabilità del decorso biologico che vede nascita, sviluppo e maturazione, stasi e poi decadenza di un organismo fino all´immancabile fine.

I processi storici hanno andamento simile. Vorremmo ripercorrere le stesse tappe della Rivoluzione francese? Sono contro i revisionismi storici che oggi pretendono di infangarla; e sono contro l´analogo, anzi più infame, tentativo nei confronti della Rivoluzione d´ottobre, del movimento comunista del novecento, ecc. Tuttavia, ciò che è finito deve essere riconosciuto per tale. Dobbiamo onorare certe correnti sociali (politiche e ideali), difenderle storicamente dai detrattori e da coloro che vogliono soltanto ripercorrere la strada del più bieco sfruttamento, dell´oppressione coloniale, del razzismo, ecc. Ma senza più concessioni al vecchio comunismo, alla "dottrina marxista" (nella visione, già deformata da quasi un secolo, degli "ortodossi", dei difensori della sua "purezza") e via dicendo. E tanto meno si deve far credito a qualcosa di ancora più putrido e ormai "storicamente morto" (alla guisa dei "morti viventi", degli zombies): la dicotomia destra-sinistra, le cui convulsioni d´agonia tanto più dureranno e tanto più provocheranno la totale decadenza della società europea, e italiana in particolare.

Per il momento mi sembra ci sia poca consapevolezza della fine ineluttabile di una epoca storica durata almeno un secolo e mezzo (nel suo complesso, con all´interno altre "storie" particolari di varia durata). Purtroppo, quelli che ancora si accaniscono e si divincolano – e fra questi coloro che insistono sul comunismo, sul movimento operaio, sulla "lotta di classe", sulla formazione di nuove forze "di sinistra", ecc. – sembrano i più tetragoni all´idea di cambiare strada. Credendo che l´azione preceda il pensiero, rifuggendo dall´idea che la riflessione sulla morte sia indispensabile per ogni nuova vita, continuano ad agitarsi disperatamente e, se si fa loro notare questo comportamento scomposto, questa totale incapacità di autentica "elaborazione del lutto", inveiscono e chiedono che si sappia allora dire loro il da farsi; ma subito, senza meditare nemmeno un attimo sulla miseranda fine storica di un movimento ultrasecolare di "emancipazione delle classi lavoratrici", sul fallimento clamoroso e indecente di settant´anni di "costruzione del socialismo" nel mondo, ecc.

Sarò sincero: temo che proprio costoro siano ormai incapaci di dar avvio ad una nuova fase, che non potrà per nulla essere immediato. Indipendentemente dalla loro età biologica, quelli che continuano a perdersi in tentativi di riportare in vita comunismo, sinistra, movimento operaio, lotta terzomondista di altri tempi, e quant´altro del genere, sono ormai difficilmente recuperabili ad una prospettiva di radicale "mutamento di passo". Quando ho parlato di "terza forza", non mi ponevo certo nell´ottica di una sua organizzazione immediata o vicina; stavo volutamente pensando una "finzione teorica", secondo me indispensabile per l´opera di preliminare pulizia mentale da tante cianfrusaglie del nostro passato fallimentare, onde rivedere e teoria e prassi di una nuova critica anticapitalistica. Non però al fine di questa costruzione fin da oggi; una costruzione eseguita allora solo da me e da pochi altri che si collegano a certe prospettive, fra l´altro muovendo i primi passi di una novella "infanzia", che come ben si sa sono passi incerti, tentati con gracili gambe ancora malferme.

C´è stato un tempo in cui anch´io ho creduto, e a lungo, che si dovesse "pescare" nei rimasugli di una passata epoca di lotte; anch´io pensavo che si trattava comunque di persone in possesso di un minimo di "politicizzazione", di sensibilità per certi problemi "sociali", ecc. ecc. Invece, è un po´ come per l´apprendimento dell´uso dei computer e di altre novità tecnologiche della nostra epoca. Il sottoscritto ha fatto fatica e impiegato molto tempo per aprirsi ai "nuovi orizzonti"; e ci si è mosso, malgrado gli sforzi, con scarsa destrezza. Le nuove generazioni, al contrario, sembra che nascano con le nuove tecnologie nel loro Dna. Non voglio escludere da nuove prospettive politiche i vecchi (non semplicemente d´età, lo ribadisco) comunisti o i vecchi sinistri. Del resto, per carità, sempre migliori (o meno peggiori) loro che non i sedicenti postcomunisti; migliori (o meno peggiori) i vecchi terzomondisti che non gli imbroglioni dell´altermondismo. Tuttavia, non è lecito star sempre a scegliere dove si trova il "meno peggio", su cui si può discutere per secoli.

Il vero fatto è che bisogna iniziare una nuova strada; e chi ha le scarpe infangate, per aver pesticciato sui vecchi sentieri ormai finiti nel pantano, si trova tutto sommato in svantaggio. Per questo ho in un certo senso inneggiato al "qualunquismo". Non a quello del disimpegno e del farsi gli affaracci propri, del coltivare il proprio piccolo orticello, del rinchiudersi "in famiglia" mandando in malora la società, e altre cosette similari. Evidentemente non questo; mi riferisco a chi oggi non crede più alle forze politiche esistenti, a chi dice che "sono tutti eguali", che siamo immersi nella palta e non si vede come uscirne. Questo è il necessario background per ripensare tutto daccapo e incamminarsi lungo nuove vie. Non si pensi di trovarle per ispirazione dello Spirito Santo (anche perché non è certo comunista e forse nemmeno tanto di sinistra). Occorre digerire una sconfitta di proporzioni, oserei dire, gigantesche. Ed è necessario ci si convinca che tutto è da ripensare e riformulare, in teoria come in pratica. Chi ha solo fretta, continui pure a pestare i piedi e ad infangarseli sempre più. Chi ne è capace, muova la testa più ancora delle gambe in questo contesto.

 16 aprile          

SENZA PIU’ STORIA NE’ TRADIZIONI di G. La Grassa

 

Togliatti disse una volta che il PCI “veniva da lontano e andava lontano”; e da allora furono in molti nel PCI a ripetere questa frase a pappagallo. La prima parte era vera, la seconda si è rivelata fallace. Il crollo del socialismo reale ha coinvolto anche il PCI che si vantava della sua “diversità”, rivelatasi alla fine nient’altro che l’incubatrice della sua totale degenerazione in una “sinistra” particolarmente banale, meschina, corrotta, ma soprattutto senza più né storia né tradizioni.

Non si sa se ridere o restare mesti mesti nel leggere le ultime dichiarazioni di Fassino (del resto precedute da molte altre, e di vari dirigenti diessini, da un bel po’ d’annetti a questa parte). Immemori di quanto inveito e urlato contro il corrotto socialismo craxiano, adesso i diessini vorrebbero farci credere che sono i suoi migliori eredi; e se intendessero dire eredi di quel socialismo craxiano da loro insultato e definito con i più turpi epiteti, saremmo tutti d’accordo, perché non c’è forza politica più marcia dei DS. Ma no, essi adesso parlano di Craxi come di un grande statista e di un socialista lungimirante. E allora non ci siamo proprio, perché non possono far finta di non averlo affossato, in fondo perseguitato (con la “loro” magistratura; è ormai ora di finirla anche con la menzogna di “mani pulite”). Personalmente, non ho mai pianto per questo, né mi sono indignato, lo dico apertamente; mi indigno però adesso nel sentire questi ipocriti che si dichiarano ammirati del craxismo e loro seguaci ed eredi. Questo fa schifo, è veramente troppo, non si può essere così falsi e infami.

Ridicolmente, Fassino è tornato anche su Stalin dichiarando il suo orrore per i gulag, i morti, ecc. Non intendo minimamente, in questo contesto, cercare di fare una lezione di storia. Rido semplicemente, e nel contempo manifesto il massimo disprezzo per questi ominicchi che, invece di lasciar perdere avvenimenti mille volte più grandi di loro (e certo tragici, perché la tragedia è cosa grande, che piaccia o meno), pretendono di usarli oggi, in un contesto di viltà e pochezza come non mai nella nostra storia (di “povero paese”), per dimostrare che sono “degni” di governare e di “indicarci la via”. Che siano degni di governare, assieme a gente come Prodi & C. e con alle spalle una classe dirigente economico-finanziaria di livello ultra-mediocre, non c’è alcun dubbio. Tuttavia, fa senso che vogliano darsi una tradizione “democratica” solo negando che “vengono da lontano” (come disse Togliatti). Così facendo, dilapidano solo una storia e delle tradizioni, ma non ne creano affatto di nuove. Dimostrano di essere ormai senza più “credenziali” di alcun genere; quelle che hanno comunque – pur se io le rifiuto – le socialdemocrazie o anche le democrazie cristiane di altri paesi europei. Questi nostrani – ex PCI ed ex DC – sono ormai il nulla, o meglio l’infamia più pura, il rinnegamento di ogni principio, di ogni valore, di ogni radice. Volteggiano nel vuoto, scheletrici fantasmi com’è appunto il segretario diessino che si mette a far lo “storico”. Che Fassino lasci la storia – perché ormai di storia, e anche lontana, si tratta – a chi è capace di fare questo mestiere, quanto meno senza servirsi di certi avvenimenti dei tempi che furono, meno laidi di questi, per la bassa cucina di una politica da maneggioni degenerati. Non hanno più alcuna eredità cui richiamarsi, sono orfani e derelitti, poveri cascami di una cultura e ideologia in pieno disfacimento.

 

Qualcuno di loro, di questi immemori ex piciisti, ciancia ancora di classe operaia o di classi lavoratrici. Inutilmente. E’ uscito da poco uno studio dell’IRES-CGIL* – che credo serio e che comunque non può certo essere sospettato di partigianeria anti-sinistra – sul voto della classe operaia e dei pensionati, cioè dei ceti più popolari del nostro paese. Si tratta del voto alle ultime elezioni politiche vinte dal centrosinistra sia pure per soli 25.000 voti (non però al Senato dove ne ebbe 250.000 in meno).

 Secondo lo studio in questione, al nord gli operai hanno votato in maggioranza abbastanza netta per il centrodestra; al sud la maggioranza è stata minima ma sempre favore dello stesso schieramento. Solo al centro – grazie soprattutto alla abbuffata nelle regioni (Emilia, Toscana, Umbria, Marche) di antico insediamento del PCI, con clientele assai consolidate – la maggioranza degli operai ha votato a sinistra. Complessivamente, in sede nazionale, vi è stata una lieve maggioranza per il centrosinistra. Quanto ai pensionati, hanno votato in maggioranza per il centrodestra al nord, al centro e al sud.

Ormai è chiaro che gli ex piciisti, senza più storia né tradizioni, hanno una base sociale totalmente mutata rispetto a quella del partito d’origine. Niente più rappresentanza maggioritaria dei ceti popolari e dei “mitici” operai; prevalgono impiegati pubblici (centrali e locali), in specie gli insegnanti e personale paramedico, qualche avvocaticchio, una parte del management, gente dello spettacolo e del mondo giornalistico, di quello culturale (tipo cineasti e scrittori), dei mille lavori nuovi, spesso inutili o comunque facenti parte di nuove abitudini nate con il benessere (in particolare per quanto riguarda la cura del corpo e della propria estetica), e quelli connessi in qualche modo al mondo dell’informatica e dintorni, svolti da “privati professionisti” ma che sono spesso abbondantemente sovvenzionati da Stato, Regioni ed enti locali, grazie a precisi favoritismi politici; ecc. ecc.

Del resto anche i sindacati non si trovano in condizioni migliori. La CGIL – sempre stata a maggioranza PCI – è composta per oltre il 50% di pensionati; anche nella CISL, sia pure per frazioni decimali, prevalgono questi ultimi (e ricordo che i pensionati hanno votato in maggioranza per il centrodestra). Solo la UIL (di gran lunga il sindacato meno numeroso) ha una chiara maggioranza di lavoratori ancora in servizio attivo. Nella CGIL, inoltre, circa il 20% degli iscritti è composto da immigrati, che non si può dire siano parte integrante della sua storia e delle lotte operaie di ben altri tempi. Ormai i sindacati sono apparati burocratici, dediti soprattutto alle pratiche fiscali e, non a caso, di immigrazione. Sono pagati per questi servizi – non sempre svolti con buona professionalità (perché di lamentele se ne sentono tante, pur se nessuno sa a chi altro rivolgersi) – dallo Stato e altri enti pubblici. Organizzano ancora degli scioperi – per la propria parte politica più che per difendere gli interessi degli iscritti – e qualche rumorosa manifestazione, sempre con gli stessi fini partitici.

Credo che sarebbe un gran giorno quello in cui fossero non più minimamente sovvenzionati dallo Stato e dovessero dipendere totalmente dalle quote dei loro iscritti; ancor meglio se fossero sciolti, lasciando perfetta libertà ai lavoratori di ricreare le loro organizzazioni di difesa, strettamente subordinate alle loro scelte. Oggi questi organismi si muovono, con burocratica imprecisione e inefficienza, soltanto nell’ambito del solito gioco della destra e della sinistra, essendo di supporto a quest’ultima ma anche chiedendo per i propri dirigenti e funzionari una compartecipazione al potere dell’apparato pubblico, che svolge le sue usuali attività – in stretto connubio con gli agenti della sfera economico-finanziaria – di riproduzione dei rapporti di dominio/subordinazione tipici della formazione sociale capitalistica.

 

In condizioni come quelle sopra appena accennate (ulteriori approfondimenti sarebbero utili), esisterebbero le condizioni per la formazione di una nuova e differente organizzazione politica – all’inizio quasi sicuramente un coacervo di gruppi simili eppur differenziati – che fosse nettamente distinta e antagonista rispetto alla destra/sinistra ancor oggi in lizza; e non dimenticando il centro, verso cui tendono ormai mille manovre, ridicole e meschine ma anche assai pericolose. Una nuova forza politica avrebbe spazio nei ceti popolari, ma dovrebbe abbandonare la mitologia del “partito della Classe”; dovrebbe nel contempo difendere le condizioni di lavoro e di vita dei ceti meno abbienti (non tutti appartenenti al lavoro salariato e tanto meno a quello operaio), ponendosi pure all’interno delle contraddizioni interdominanti (intercapitalistiche) e privilegiando non il semplice “pubblico” – seguendo l’imbecille impostazione lassalliana (e non marxista) dei tonti “marxisti” odierni (e dei piciisti d’antan) – bensì cercando di sconfiggere il parassitismo della GFeID, del raggruppamento tra poteri finanziari (legati a quelli americani) e industrie non più d’eccellenza, industrie di ormai passate epoche che vivono di “aiutini” statali grazie alla presa forte nei confronti degli schieramenti di destra/sinistra (e centro), ormai giunti ad un grado di degrado e di putrefazione che ne fanno degli zombies (che purtroppo mordono e portano alla morte gli ancora viventi).

Come ho già scritto recentemente, bisogna però uscire da questa ossessione – e vera “coazione a ripetere” – che tende a ricreare nuove sinistre a sinistra della sinistra. E’ indispensabile trovarsi per cambiare strada, dichiarare senza mezzi termini che questa “sinistra” (per quanti gruppi ancora “più a sinistra” riuscirà ad inventare; perché di creazione artificiale ormai si tratta) serve solo la GFeID, è oggettivamente d’appoggio ai gruppi parassitari esistenti in Italia, e di cui fanno parte a pieno titolo quei ceti sociali che costituiscono attualmente l’ossatura della sinistra (in particolare dei DS e, un domani, del partito democratico, questo fantomatico escamotage di chi appunto non ha più storia né tradizioni).   

Contro destra e sinistra (e centro), contro gli opportunisti e i creatori di nuove illusioni, uniamoci e lavoriamo ad un nuovo blocco sociale “virtuoso”, fatto di gente capace di colpire il parassitismo (e la subordinazione italiana) per ridare nuovo slancio all’insieme della nostra società. E se qualcuno difende ancora il suo “orticello” di presunta sinistra, che vada a c…… (scusate il finale in “volgare”).

 

13 aprile

 

* Dall’indagine risulta che nel Nord il 45,7 per cento delle “tute blu” ha votato per la Casa delle libertà e soltanto il 37,5 per l’Unione. Al Sud quelli che hanno votato per il centrodestra sono più di quelli che hanno votato per la sinistra: il 41,4 contro il 40,9 per cento. Nelle aree del centro-nord e del centro-sud fra le “tute blu” risultata più votata l’Unione, rispettivamente col 52 e col 47 per cento, contro il 30 e il 33 per cento della Casa delle Libertà. [NDR]

CHICAGO: UN NOME, UNA GARANZIA di G. La Grassa

 

Il sig.Guido Rossi, ex presidente (da pochi giorni) di Telecom, si è sfogato sul capitalismo italiano dicendo che sembra di essere nella Chicago di fine anni ’20, inizio ‘30 (quelli di Al Capone, ormai immortalato in innumerevoli film). “Il signore sì che se ne intende”, come si diceva in un vecchio Carosello con riferimento al brandy Stock. E’ da vent’anni almeno che il sig. Rossi è dentro non so quanti affaracci di questa (da lui così definita) Chigago. Egli è stato più o meno sempre il referente politico del PCI-PDS-DS, i “pentiti” del “socialismo reale” e miracolati dall’operazione mani pulite, che divennero così il perno del tentativo di creare un nuovo regime; tentativo non ancora riuscito poiché l’elettorato ex DC ed ex PSI ha preferito rivolgersi ai nuovi partiti FI e Lega e alla vecchia AN.  

E’ da 15 anni, inoltre, che il sig. Rossi partecipa all’incredibile processo di privatizzazione delle imprese industriali e bancarie controllate dallo Stato (ed è stato anche presidente della Consob, organo di sorveglianza della Borsa che non sorveglia quasi nulla); un processo che ha semplicemente condotto dal monopolio pubblico (inefficiente) a quello privato, altrettanto inefficiente. Con tuttavia un certo peggioramento dovuto ad un fatto ben evidente: il “privato”, essendo monopolistico, non ha affatto desiderio di innovare e rendersi tecnologicamente più avanzato (con aumento della produttività del lavoro), ma nemmeno può mantenere, per ragioni di puro favoritismo clientelare e politico, una pletora di impiegati com’è invece in grado di fare il “pubblico” grazie all’alta imposizione fiscale [sia chiaro che non siamo liberisticamente antitasse; si desidera però che queste stiano a fronte di servizi pubblici sempre migliori, mentre invece, negli ultimi 10 anni, abbiamo assistito allo sfacelo di Poste, Ferrovie e ogni altro settore dell’amministrazione statale. La spesa pubblica serve solo a finanziare imprese decotte ma “amiche” e a favorire le proprie clientele elettorali].

Come hanno ottenuto profitti, o diminuito le perdite, i monopoli privati(zzati)? Oltre a finanziamenti statali concessi dai loro gruppi politici di riferimento – dal processo di privatizzazione in poi, per la maggior parte, quelli di centrosinistra – tali inefficienti aziende hanno licenziato personale, in modo particolare eliminando quello più preparato professionalmente (con salari più elevati), e assumendo lavoratori a tempo determinato, privi di qualificazione e (giustamente) non interessati ad un lavoro del tutto precario e abbondantemente sottopagato. Questo è il capitalismo definito simile alla Chicago anni venti. Ovviamente, il gruppo di comando è costituito da quella che definisco GFeID (grande finanza e industria decotta), con in testa le grandi banche “sanguisughe” (i cui servizi sono i più costosi d’Europa e quindi del mondo; detto dalla UE e da Draghi, non da me!) e la solita “grande famiglia” torinese; più qualche altro imprenditore maneggione, tutti uniti fra l’altro nel patto di sindacato della RCS (Rizzoli- Corriere della Sera, editore del più scadente fogliaccio giornaliero del nostro paese).

Le privatizzazioni sono state in Italia esattamente simili alle cosiddette liberalizzazioni o alla lotta all’evasione fiscale degli ultimi mesi: addosso a panettieri, tassisti, benzinai, parrucchieri, ecc., nel migliore dei casi a farmacisti, avvocati e commercialisti; alle grandi imprese finanziarie è invece consentito di darsi alle fusioni e conglobamenti, e quelle industriali ottengono continui finanziamenti pubblici e nessuno le controlla se portano capitali nei “paradisi fiscali”. Non parliamo dei favoritismi nei confronti delle coop, che sappiamo a quale padrino politico fanno riferimento. Nel mentre i bisonti e “culi di pietra” degli elefantiaci apparati sindacali funzionano da “braccio armato” contro il sedicente ceto medio, che non deve disturbare il grande capitale durante le sue azioni “da anni venti a Chicago” svolte assieme ai vari gruppi del centrosinistra.

La Telecom è stata solo il paradigma di questo costume “alcaponesco”. Finché Tronchetti (e non vi è alcuna intenzione di incensare tale personaggio, sia chiaro!) è sembrato stare al gioco – protestando debolmente per essere stato esautorato dai grandi gruppi finanziario-politici (guidati da Intesa San Paolo con il Governo Prodi al seguito) tramite la nomina al vertice dell’azienda telefonica del sunnominato Rossi, attuale fustigatore dei costumi del capitalismo italiano – tutto andava quasi liscio. E si continuava a tenere sotto pressione il Tronchetti con la solita magistratura “amica”, gli si impediva ogni tentativo di liberarsi dell’azienda evitando il troppo depresso prezzo di mercato delle azioni. Si facevano fallire gli approcci con Murdoch e perfino quelli con la spagnola Telefonica che sembrava poter apportare qualcosa di “industrialmente” positivo. Queste varie manovre erano appunto gestite dal complesso finanziario-politico di cui sopra, coadiuvato dal Governo “amico” (servo!), al fine di poter prima o poi, pur essendo fallito il piano Rovati e qualche altra manovra, tentare di prendersi a basso prezzo il controllo dell’azienda di tlc (con annesso polo massmediatico, ecc.).

La recente mossa di Tronchetti (di puro carattere finanziario e mercantile, senza alcuna pretesa industriale dal suo personale punto di vista) ha fatto entrare in gioco il colosso americano AT&T e un altro messicano, con il risultato, per il momento, di rialzare nettamente il prezzo di mercato delle azioni Telecom. Subito i finanzieri, con il Governo “preoccupato” e che sta tentando di tutto per aiutarli, si sono agitati e vogliono impedire l’arrivo degli americani. Al presente, è inutile fare previsioni o seguire giorno dopo giorno gli sviluppi, tortuosi, della vicenda. Cerchiamo di fissare qualche punto solo per illustrare il merdaio di questo nostro capitalismo, di questo nostro Governo e dell’intero ceto politico (con intellettuali saltimbanchi al seguito).

 

Innanzitutto, l’immonda sceneggiata dell’italianità “a geometria variabile”. Ci hanno rotto le scatole con l’entrata nell’Europa unita e sempre più allargata, costruendo un’area monetaria comune e adottando l’euro (mediante un cambio evidentemente troppo alto con la lira) che ha ridotto abbondantemente il nostro tenore di vita, in specie per salariati e pensionati. E’ inutile dare la colpa ai soli commercianti e ai mancati controlli nei loro confronti, perché nella stessa situazione sono quasi tutti i paesi europei (Francia, Spagna, Grecia, ecc.); forse la Germania sta un po’ meglio. Si sono inoltre innalzati peana alla globalizzazione, alla benefica concorrenza e competitività nel mercato mondiale, con tanti (presunti) vantaggi per i consumatori. Si è detto che le imprese italiane erano meravigliose nelle loro capacità competitive in questo mercato aperto.

In effetti, quando la AbnAmro (olandese) e il Banco di Bilbao (spagnolo) hanno puntato all’Antonveneta e alla BNL, ci si è scatenati contro Fazio – che intendeva favorire “cordate” italiane – condannando il suo gretto nazionalismo, la sua antistorica difesa dell’italianità delle banche, mentre dovevamo aprirci alla globalizzazione (come minimo in sede UE). In realtà, si volevano solo colpire i cosiddetti “furbetti del quartierino” che avevano osato scalare la RCS. Infatti, quando Benetton (Autostrade) ha tentato di mettersi d’accordo con la spagnola Abertis, abbiamo visto i critici del gretto nazionalismo ululare in difesa dell’italianità. La stessa cosa quando Tronchetti ha tentato con Murdoch e soprattutto con Telefonica. Infine arriva la AT&T e il coro in difesa del “sacro suolo patrio” si è fatto a sinistra assordante. Salvo poi – visto l’ormai alto costo di ogni operazione da parte dei nostri gruppi finanziari, a causa dell’ottimo prezzo offerto dagli americani – cominciare a parlare di associare a questi disgustosi parassiti nostrani qualche impresa europea come Deutsche o France Telecom e, udite udite, la spagnola Telefonica contro cui si erano alzate le barricate un mese o poco più fa (mediante la precisa azione del sig. Guido Rossi, criticato per questo da ben 13 consiglieri di amministrazione della società telefonica su 21, che hanno firmato una lettera scritta da uno di loro, avvocato), quando il tentativo era stato fatto da Tronchetti. Adesso arrivano notizie di trattative tra Intesa e la AT&T; evidentemente i padroni di Prodi hanno visto che è meglio cercare di usare la loro arma preferita, il raggiro e la vaselina, piuttosto che intonare a voce troppo alta: “non passi lo straniero”.

In ogni caso, uno spettacolo indecoroso e da quaquaraqua; perché è inutile che il sig. Rossi – uno dei protagonisti di tutti gli affaracci del nostro capitalismo di questi ultimi decenni – paragoni la GFeID alla banda di Al Capone; abbiamo a che fare invece con semplici magliari. Per capire i nostri capitalisti di infimo livello, inutile vedersi film americani come Scarface o Il nemico pubblico o il più recente Gli Intoccabili; è sufficiente un vecchio nostro film di Rosi, appunto I magliari, con Alberto Sordi che interpretava uno dei più significativi (e laidi) di quegli squallidi personaggi.

Ma va ricordato un altro fatto ancora. La società industriale AT&T, di cui è difficile negare oltre alla potenza anche una certa efficienza e avanzamento tecnologico, si presenta in prima persona; e allora ecco i nostri falsi e mentitori governanti vellicare lo sciocco e superficiale antiamericanismo degli imbecilli della “sinistra estrema”. Nessuno si chiede a chi siano legati i gruppi finanziari che vogliono, via Governo Prodi, impadronirsi della Telecom e da qui puntare, con varie manovre, verso le Generali. Alle loro spalle, ben coperte, stanno la Goldman Sachs – che ha un suo ex vicepresidente (della sezione europea) al vertice della Banca d’Italia, dopo che è stato liquidato, per scarso “spirito internazionalista”, il vecchio Governatore della stessa – e il potentissimo Carlyle Group, che vede ai massimi vertici della sua sezione europea un figlio di De Benedetti, gruppo di cui abbiamo riportato nel sito (www.ripensaremarx.it) precise notizie (impressionanti) tratte da uno studio dell’Ecole de guerre économique francese.

Sostenere che Intesa-San Paolo – con annesse fondazioni bancarie, con l’alleanza (subordinata) di altri finanzieri italiani e con il suo sicario politico (l’attuale Governo) – sia il campione della difesa dell’italianità, è quanto di più falso ci sia; una menzogna tipica dei sinistri che ci governano, dei giornali e media ad essi asserviti, di un ceto di imbonitori, detti “intellettuali”, pagati dai vari finanzieri suddetti (subordinati a quelli americani). Siamo invece in presenza della lotta tra grandi lobbies USA che hanno come campo di battaglia il nostro paese, in quanto esso ha la sua rilevanza per creare sempre più estese zone di controllo atte ad accentuare la presa statunitense sull’Europa, in vista dei difficili compiti “competitivi” che aspettano in futuro la potenza predominante nei confronti di quelle “regionali” asiatiche e della Russia, tutte in forte ascesa.

 

Altra vergogna della sinistra italiana è il retaggio del vecchio PCI, la cui “diversità” si è rivelata infine come un autentico cancro della società italiana, che adesso sta dilagando in tutto l’organismo. Il comunismo (piciismo) italiano ha solo criticato l’esperienza sovietica per mancanza di “democrazia”, questa purulenta forma della dittatura (democratica appunto) delle classi dominanti; la diversità tra PCI e PCUS stava in realtà nel fatto che, dopo i patti di Yalta, nell’area orientale (con in testa appunto il partito che governava il paese centrale di quel “campo” detto socialista) il potere era accentrato nelle mani di una élite, costituita dai portatori delle funzioni dirigenti fortemente centralizzate dell’organismo formato dallo stretto intreccio partito-Stato; mentre il PCI, trovandosi obtorto collo nel “campo” capitalistico (tradizionale), accettò una funzione subordinata nell’ambito di un chiaro duopolio elettorale (pur con molti altri partiti di contorno), sfruttando ai fini di una coperta, ma non per questo meno importante, compartecipazione al potere (in particolare a partire dalla metà degli anni ’70) la sua ideologia falsamente socialista e comunista, in realtà lassalliana (da Lassalle, sostenitore del socialismo di Stato, trattato a pesci in faccia da Marx e da questi considerato un furfante mestatore oltre che un mediocrissimo pensatore e politico).

Questa derivazione lassalliana, questo essere sempre proni ai poteri dei gruppi dominanti capitalistici italiani (privati e “pubblici” come quelli dell’IRI), ha fatto dell’apparato del PCI, dopo il crollo del “campo socialista” e il cambio della “denominazione d’origine non controllata”, il personale politico migliore per la GFeID, cioè per quel “capitalismo alla Chicago” di cui sopra. Non è un caso che l’autore di simile definizione del nostro capitalismo sia un faccendiere legato ai DS, attivo in tutte le loro varie mene di questi ultimi due decenni (in particolare dal crollo del socialismo reale). Si è trattato di operazioni di privatizzazione che egli avrebbe però voluto (assieme a Prodi) attuare nella forma della public company; poiché tale forma assicura i profitti – e il controllo di “ultima istanza” – ai gruppi finanziari, veri padroni della situazione (soprattutto quando stretti in “patti di sindacato”, forma associativa inesistente in tutti gli altri paesi capitalistici avanzati), mentre lascia largo spazio ai manager, ma non certo a quelli capaci di attuare abili strategie industriali, bensì a quelli dediti solo a operazioni di maneggio e manipolazione societaria onde fare il bello e cattivo tempo, favorire “amici” e danneggiare “nemici”, ecc. Esattamente come ha sempre fatto il faccendiere (vicino ai diesse) di cui sopra, anche nella sua ultima “prodezza” in sede Telecom, dove gli è stato contestato, dalla maggioranza del Cda, un comportamento teso a far fallire l’operazione verso Telefonica, oggi ripresa in considerazione per opporsi alla AT&T (ma dopo che il suddetto faccendiere si è dimesso, perché di fatto estromesso, dato il totale fallimento della sua azione tesa a mantenere bassi i prezzi azionari Telecom, al fine di favorire la messa a punto della conquista dell’azienda, con esborso di pochi “dindi”, da parte dei gruppi finanziari guidati da Intesa San Paolo).

Interessante, e divertente, notare la nemesi abbattutasi sui vari finanzieri e faccendieri in opera. Volendo mantenere sotto schiaffo giudiziario Tronchetti per meglio ricattarlo (e impedire operazioni tese a rialzare i depressi prezzi azionari della Telecom), si è di fatto smantellato l’intero servizio di spionaggio (mediante intercettazioni telefoniche) che era in atto nella società in questione. Tale risultato ha di fatto favorito Tronchetti che ha condotto in gran segreto, senza spioni, le trattative con AT&T e ha sorpreso tutti, scompaginando i giochi di Intesa San Paolo, delle fondazioni bancarie e degli altri finanzieri all’opera (utilizzando il loro controllo sul Governo Prodi); con alle spalle, sempre in modo molto coperto e discreto, la Goldman e il Carlyle Group, tanto americani quanto la AT&T (alla faccia degli antiamericanisti sciocchi o di pura facciata).

Sempre in tema di orripilante ideologia lassalliana, per cui il pubblico (statale) sarebbe migliore del privato per la “collettività”, ricordo che ancora adesso le sinistre (con il pieno appoggio di quelle “estreme”) premono, e sembra con qualche successo, per rilanciare quella che di fatto è una riedizione del piano Rovati, con cui si voleva utilizzare la CDP (Cassa depositi e prestiti) per “trombare” il Tronchetti, di fatto liquidandolo a poco prezzo (quello di mercato delle azioni prima della proposta del colosso telefonico americano). Tale CDP appartiene per il 70 % al Tesoro e per il 30% a varie fondazioni bancarie, in buona parte legate alla solita Intesa San Paolo. La CDP si finanzia soprattutto con l’emissione di titoli, in particolare obbligazioni; un bel sintomo della sua “funzione pubblica” è che queste emissioni non sono garantite dallo Stato; sono a rischio e pericolo dei cittadini sottoscrittori come qualsiasi titolo di impresa privata. In ogni caso, la CDP è totalmente soggetta alle mene dei politici che hanno in mano il Governo; ed oggi si tratta degli “amici” dei vari gruppi finanziari della GFeID, con al vertice il “maggiordomo” politico dell’Intesa che, con il suo “dodecalogo”, vorrebbe costituirsi in (ben meschino) “dittatorello” di quella “Repubblica del mango” che è l’Italia (so che qualcuno mi ha obiettato che il mango è un buon frutto; anche la banana lo è, anzi a me piace mille volte di più; in ogni caso, il termine “mango” sottintende meglio quello che vorrei in realtà usare).

Ultima notazione di questa mentalità da mentitori arruffoni (e magliari) che del “pubblico” fa la maschera di operazioni tipiche della “Italia come novella Chicago”: l’Authority addetta alle telecomunicazioni vuole affrettare (al massimo entro fine anno) la separazione delle rete fissa dal resto della Telecom. E’ chiaro che il valore dell’azienda dipende appunto da questa rete, dove si trova la banda larga per adsl, TV via cavo, ecc. Scorporandola, si tenta di deprezzare ancora una volta la Telecom onde mettere di nuovo sotto schiaffo Tronchetti e la sua operazione che – lo dico adesso ma lo pensavo già prima – non credo sia tesa a veramente vendere agli americani, ma a far salire il valore dell’impresa in oggetto, dunque della partecipazione (di controllo) che Olimpia ha in essa (18%), dunque della partecipazione che Pirelli ha in Olimpia (80% mentre il resto è di Benetton), dunque della partecipazione che Tronchetti ha in Pirelli.

Come vedete, siamo proprio “a Chicago anni venti”; bande in lotta senza alcuna strategia industriale ma solo per motivi di guadagno. Solo che una delle due bande – quella che aveva messo il sig. Rossi alla presidenza di Telecom – sfrutta l’amicizia (leggi: il servilismo) del Governo, muove gli organi di controllo come le Authority, usa la difesa (o non difesa) dell’italianità a suo piacimento, sfrutta la perversa, ma anche menzognera, ideologia del “pubblico” di cui è portatrice la degenerata sinistra nata dalla “diversità” del PCI; nello stesso senso utilizza un antiamericanismo altrettanto falso e da mentitori spudorati, visto che entrambe le bande in lotta hanno alle spalle capitale statunitense (uno più industriale e a viso scoperto, l’AT&T; l’altro più finanziario e nascosto, subdolo e infiltrante, la Goldman e la Carlyle). E sia chiaro: se vince questa seconda banda, andiamo anche verso il possibile controllo di Generali e verso una autentica dittatura dei gruppi finanziari (con i suoi servi preferiti di centrosinistra).

   

 Ancora una volta non si può fare a meno di constatare che siamo tra Scilla e Cariddi; tra una destra e una sinistra assolutamente menzognere e torbide. La prima inneggia falsamente al mito del libero mercato, dell’iniziativa privata; la seconda si trincera dietro sia la finta autonomia dallo “straniero”, sia il “pubblico” fatto passare per interesse collettivo. Abbiamo solo bande alla Al Capone e alla Frank Costello che dilaniano il nostro povero paese. Abbiamo poi anche le soluzioni di “finto mezzo”, del tipo di quelle preconizzate da vecchi DC come ad es. Cirino Pomicino, che se ne intende un po’ di più ed evita di dire spudorate stupidaggini. Tuttavia, abituato al vecchio duopolio di prima di mani pulite, ricordando il periodo di trasformazione industriale dell’Italia con la sua base sociale operaia nutrita ancora di forti ascendenze contadine (che favoriva comunque la prevalenza “democratica”, cioè elettorale, della DC), egli ripropone improbabili operazioni di proprietà pubblica e di mantenimento delle grandi imprese sotto controllo italiano quasi che questo non fosse, se perdura l’attuale quadro politico, un puro rafforzamento di precisi gruppi finanziari (obiettivo che si voleva, e si vuole ancora, attuare tramite la “pubblica” CDP) accompagnato da inefficienza aziendale, da manovre esclusivamente tese a soddisfare le proprie clientele elettorali, ecc.

Per una autentica politica “italiana” occorre ben altro; ed in primo luogo sbarazzarsi integralmente sia di destra che di sinistra, senza mezze misure, senza “buonismi”, senza spirito falsamente democratico (in realtà solo favorevole alle oligarchie peggiori, più devastanti, quelle della GFeID). Basta con la finta italianità (cui essere favorevoli o meno a seconda degli interessi di questi parassiti finanziari e politici); basta con la coppia “privato-pubblico”, questo inganno su cui si basa l’ormai stucchevole “gioco degli specchi” tra destra e sinistra. Occorrerebbe una terza forza: cattiva, senza pietà e radicale nel ripulire il paese da cotanta putredine.

 

Non mi diffondo adesso su questa orribile storia dell’uccisione dell’interprete di Mastrogiacomo. Siamo alle solite, alla differenza tra “uomo bianco” e “pellerossa”. Una vergogna che, mi auguro, gli afgani (e non solo loro) ci facciano un giorno pagare. E mi ha fatto piacere vedere Berlusconi smussare le polemiche con un intervento accolto con sollievo da Prodi e dal Governo. C’è bisogno di altre prove per comprendere che destra e sinistra vanno a braccetto quando si tratta di ignominia? Per il momento mi limito a questa, a mio avviso tutto sommato consolante, constatazione: sinistra e destra sono unite nell’ipocrisia e nel salvataggio soltanto degli uomini di “razza e civiltà superiori”. Ci fanno trangugiare tanta m…., ma forse, dai e dai, in molti cominceranno ad avvertirne il sapore. Come suol dirsi: la speranza è l’ultima a crepare.

 

Riporto qui sotto un eccezionale testo. Dobbiamo sperare nei barbari, pur se solo come inizio di una “nuova storia”? In ogni caso, auguriamoci che non vada a finire come nella poesia. O riusciamo, noi, a buttare nei roghi il Senato, l’Imperatore, consoli e pretori e soprattutto retori. O altrimenti dobbiamo augurarci che intanto arrivino i barbari; almeno spaleranno via questa merda, perché essi sanno “sporcarsi le mani”.

 

Che cosa aspettiamo così riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i Barbari oggi.
Perché un tale marasma al Senato?
Perché i Senatori restano senza legiferare?
E’ che i barbari arrivano oggi.
Che leggi voterebbero i Senatori?
Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
Perché il nostro Imperatore, levatosi sin dall’aurora,
siede su un baldacchino alle porte della città,
solenne e con la corona in testa?
E’ che i Barbari arrivano oggi.
L’Imperatore si appresta a ricevere il loro capo.
Egli ha perfino fatto preparare una pergamena
che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
Perché i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata?
Perché si adornano di braccialetti d’ametista e di anelli scintillanti di brillanti?
Perché portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
E’ che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
Perché i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
E’ che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi né i lunghi discorsi.
E perché, all’improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento?
Come sono divenuti gravi i volti!
Perché le strade e le piazze si svuotano così in fretta
e perché rientrano tutti a casa con un’aria così triste?
E’ che è scesa la notte e i Barbari non arrivano.
E della gente è venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari…
E ora, che sarà di noi senza Barbari?
Loro erano comunque una soluzione.

 

(Kavafis, Aspettando i barbari, 1908)

 

10 aprile  

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