TRA LESTOFANTI E SERVI (di G. La Grassa)

Mi si permetta di iniziare con una maledizione a questo Governaccio. A gennaio, per la prima volta nella mia vita lavorativa, ho trovato la retribuzione (pensione adesso) diminuita rispetto all’anno precedente, mentre in passato aumentava sempre di qualcosa (dall’entrata dell’euro, un  15-20 unità in più al mese di questa ormai vilissima moneta) per via dell’adeguamento al costo della vita. E ancora mancano l’Irpef regionale e quello comunale che, per motivi misteriosi, l’Inpdap comincia a prelevare (almeno sulle pensioni) a marzo (non si preleva di meno, sia chiaro; semplicemente si suddivide in 10 mensilità, invece che 12, l’ammontare complessivo). E questa mia pensione, oggi diminuita, supera di pochissimo i 40.000 euro lordi l’anno; quindi non è vero che ci si perde dai 75.000 in su, come pretendevano questi imbroglioni; aveva ragione chi (non certo di sinistra) sosteneva che la decurtazione sarebbe avvenuta a partire dai 35-40.000 euro lordi. Infine, non ho ricevuto, come tutti gli altri anni, il tagliandino con indicata la specifica delle varie voci della pensione. Qui siamo alla vera e propria associazione per delinquere, che impedisce persino di meglio verificare e valutare la ruberia subita.

 

E adesso cambiamo discorso. Il Ministro degli esteri della “banda” in questione ha cercato, già qualche tempo fa, di convincere coloro che vorrebbero ritirarsi dall’Afghanistan a recedere dalla loro posizione con la “furbetta” notazione che “nemmeno Cina e Russia chiedono questo ritiro” (di truppe che sarebbero dell’ONU secondo questo “servo sciocco”). Non c’è da meravigliarsi che un ipocrita – il quale, guidando il Governo di aggressione alla Jugoslavia nel 1999, sosteneva che noi compivamo solo missioni di “difesa integrata” quando andavamo a bombardare il territorio di un altro paese – racconti la panzana che l’esercito in Afghanistan risponde all’ONU e non alla precisa volontà degli USA di “difendere” l’intero mondo “aggredito dal terrorismo” (altri begli ipocriti!); sappiamo bene chi ha il comando delle operazioni. Fatta per i gonzi è invece la dichiarazione riguardante la Russia e la Cina.

Tali paesi non fanno parte di un “movimento pacifista”; sono potenze…. “in potenza”, e le loro azioni sono dettate dalla strategia geopolitica tipica di paesi che, nel giro di due-tre decenni salvo eventi casuali al momento non prevedibili, si porranno nettamente quali antagonisti (di tipo imperialistico) degli USA sul piano mondiale, essendolo comunque già oggi su scala “regionale”: in specie in Asia, settore caucasico, aree in parte europee, ecc. Cina e Russia, malgrado si siano recentemente riavvicinate – proprio per contrastare gli USA, che hanno come ottimi alleati il Giappone e, pur se un po’ meno, l’India – si trovano in “sorda” (e qualche volta meno sorda) contesa per alcune zone siberiane e nei rapporti con le repubbliche centroasiatiche. In queste ultime, un tempo parte integrante dell’URSS, si svolge anzi una partita a tre, perché si è verificata una notevole espansione dell’influenza statunitense – vi sono ancora basi militari USA in alcune di queste repubbliche – che sembra adesso effettivamente in ribasso con ripresa di quella russa; ma, lo ripeto, con meno pubblicizzate, ma non poco rilevanti, avances cinesi di “aiuti” e collaborazione, ecc. E’ ovvio che, in questo complesso gioco, Cina e Russia agiscono con duttilità e prudenza, senza alcun bisogno di entrare subito in scontro diretto con gli USA sulla questione afgana.

Ma c’è di più, credo. I due paesi suddetti hanno il comune interesse di veder marcire e impantanarsi – così come sta accadendo, malgrado ci dicano pochissimo (abbiamo un’informazione asservita che è reale disinformazione) – la “missione” militare afgana. Russi e cinesi non manifestano alcuna fretta; anzi, quante più legnate prenderanno le “truppe ONU” (cioè degli americani e dei loro stupidi servitorelli), tanto più grave sarà il “botto finale”, quando tra non molti anni esse “toglieranno le tende” lasciando lunghi strascichi di odio profondo verso gli occupanti e sostenitori dell’attuale Governo puramente collaborazionista, governo che è nella sostanza un semplice “Protettorato” americano. E quando cadrà l’Afghanistan, gli USA (e coloro che li hanno serviti in tutti questi anni) perderanno anche il Pakistan, che odia l’India ed è già irritato per certi contatti privilegiati stabiliti da tale paese con gli imperialisti predominanti. L’attuale presidente pakistano, Musharraf, o sarà preso a calci o farà “il salto della quaglia”. In ogni caso, si verificherà un deciso cambiamento degli equilibri geopolitici nell’intera area asiatica, ma certo non senza riflessi anche altrove, e soprattutto per quanto concerne questi inetti europei, che non sanno far altro che servire gli USA, sperando di trovare una “buona sistemazione” (per stagnare e marcire!!) nell’ambito della sfera imperiale americana.

Al momento opportuno, non è escluso che si apra un sottile gioco tra Russia e Cina anche per quanto riguarda l’alleanza con il Pakistan; comunque, gli “occidentali” dovranno sgombrare. Ecco perché, in questo momento, Cina e Russia non hanno alcuna fretta di chiedere agli USA (e ai loro sicari) di sloggiare dall’Afghanistan. Ma il servilismo dei nostri governanti è straordinariamente miope; per un momentaneo “piatto di lenticchie” (non si riesce nemmeno a capire bene quale sia) essi perderanno ogni influenza in quell’area. Oggi, ad essi gira la testa pensando all’enorme “mercato cinese”, più altri mercati asiatici minori, che sono anche aree di investimento di capitali, in particolare per le “meravigliose” imprese medie, il nuovo (falso) “mito” delle ignobili classi dominanti (e non dirigenti) italiane, cioè di quella GFeID (grande finanza e industria decotta) che ci porterà al disastro. Tempo ancora 10 anni (se proprio va benone 15), e le aree asiatiche (sia per merci che per investimenti) ce le sogneremo. Si sviluppa la Cina, si sviluppa l’India, si sta riprendendo il Giappone; e gli USA continueranno a giostrare con questi ultimi due paesi per contenere la spinta di Cina e Russia, che avranno dalla loro il Pakistan (forse contendendosi le preferenze di quest’ultimo).

In ogni caso, povera Europa; e povera Italia. Faranno la fine che meritano data l’inconsistenza dei loro gruppi dominanti economici e politici. Intanto, però, quell’imb…..(aggiungiamo “elle”, per non essere cattivi?) del nostro Ministro degli esteri racconta la favoletta di Russia e Cina che sembrano quasi d’accordo con la nostra occupazione afgana (come servi degli USA); il tutto nel tentativo di convincere quattro pacifisti, che più inutili, anzi dannosi, di così non potrebbero essere, visto che non hanno la più pallida idea della posta in gioco nello scacchiere internazionale, e asiatico in specie (o quanto meno dimostrano di non averla; se fingono, sono opportunisti alla grande). E’ una vera terribile disgrazia avere una sinistra – e ovviamente anche una destra – come quelle che ci ritroviamo tra i piedi. Eppure sento che non è lontanissimo il tempo (non è dietro l’angolo, ben s’intende) in cui “finiranno al rogo”.     

 

DECRESCENDO E DISIMPARANDO (di G. La Grassa con una nota di G. Petrosillo)

Segnalerei sul blog, per curiosità e "insegnamento", due notiziole. Intanto, in febbraio (non ricordo la data), alla Fondazione Basso (Issoco) – dove in ben altra epoca andavo a discutere di marxismo e dintorni – si terrà un seminario (o incontro o come lo si vuol chiamare) sulla "decrescita", con l’intervento, fra gli altri, di Latouche e di Marramao (ecco dov’è finito questo "bel tomo"; ed è la giusta fine che si meritava da ormai molto tempo).

Se poi qualcuno guarda nel sito di Arianna, troverà in data 29 gennaio un articolo di certo Guglielmi (se non sbaglio nome), in cui si parla dei saperi e della civiltà contadina in quanto base della solita decrescita. Ecco dove porta quest’ultima. Sia chiaro che sono sempre stato un estimatore (non fino all’esaltazione, diciamo moderato) delle "classi" contadine", che avevano comunque una loro base culturale effettiva; a differenza della classe operaia (salvo quella delle prime fasi dell’accumulazione capitalistica che aveva i suoi saperi). Naturalmente, la contadina era una cultura subordinata a quella, di grande momento, della borghesia sette-ottocentesca, che ha alimentato tutte le più alte forme letterarie e artistiche (se proprio non piacciono quelle scientifiche) di quei secoli. Infatti, non i contadini bensì i borghesi avevano l’egemonia nella società. Va però ammesso che la cultura contadina non era un cascame di quella dei dominanti, com’è per i dominati dell’attuale epoca; era una cultura che aveva certo la sua dignità.

Tuttavia, che oggi si debba tornare alla campagna mi sembra tutto da ridere. Però questa è secondo me la vera aspirazione della decrescita. Peccato che i propagandisti della stessa siano dei ben noti e "marci" intellettuali, che vivono nelle grandi città modernissime, dove partecipano a tutti i più coglioneschi salotti che vi si tengono; poi, ben remunerati (e pubblicati!!), vanno a raccontare le loro stronzate (decrescita, annuncio della "fine dell’umanità" entro pochi decenni per catastrofe naturale, ecc.), facendo in separata sede battute ironiche (ne ho sentito più d’uno farle fra i "miei colleghi", ma non posso ovviamente scriverne i nomi) sui poveri gonzi che li vanno ad ascoltare a bocca aperta; e per i quali, a mio avviso, sarebbe utile riaprire quegli Istituti che Basaglia fece chiudere (ma per gli intellettuali di cui sopra riaprirei, o semplicemente aprirei le porte di, "altri" Istituti).  

 

NOTA

Aggiungerei qualche altra riflessione al commento di Gianfranco La Grassa sugli aspetti più "modaioli" che questioni come la decrescita stanno vieppiù assumendo e sul seguito, “sciamico” e "sciamanizzato" (di pubblico),  che si ammucchia dietro queste idee. Mi sembra evidente che a tergo della decrescita non vi sia nessuna novità sostanziale, piuttosto un misero "raddoppiamento" ideologico (per dirlo alla maniera del mio amico Preve) di una condizione materiale (e culturale) di decadenza, la quale porta ad una fuga in avanti (un avanti che non è spaziale e nemmeno temporale quanto relativo ad una “parallela” dimensione romantica e perciò stesso inesistente) per scrollarsi di dosso il disfacimento (con perdita d’identità e conseguente creazione immaginifica di un mondo mitico “fuori dal mondo”) che segue ad ogni epoca di cambiamento. Non è perciò affatto strano che la decrescita contempli due polarità antitetiche ma speculari. C’è la decrescita del “rimpianto” di un mondo bucolico irrimediabilmente perduto di armonia tra uomo e natura ( romantico fino al midollo, basterebbe leggersi Leopardi per capire come la natura fosse percepita, anche in passato, come matrigna temibilissima e non solo come afflato vitale per l’umanità) e c’è la decrescita come viatico di “un nuovo mondo possibile” che spazia da Negri (non sorprendetevi di ciò e andate avanti con la lettura per capire questa affermazione che può sembrare non corretta) a Beppe Grillo (che crede alle favole del capitalismo buono da contrapporre al capitalismo cattivo) sino ai neopauperisti francescani di ogni specie (questi almeno più coerenti perché mortificano sé stessi senza pretendere di essere depositari della verità “moltitudinaria” del comunismo). Detto per inciso, questa affermazione su Toni Negri non è un errore perché quest’ultimo dopo aver discettato a più non posso sul comunismo “nel capitale” (l’esistenza nel capitalismo di un comunismo in fieri da realizzare dando spazio all’inevitabile avanzata delle moltitudini desideranti) inteso come possibilità di consumo all’infinito della merce (che secondo il suo punto di vista sarebbe neutra) ha sostenuto che in realtà l’unico settore che produce ricchezza sarebbe l’agricoltura (ritorno alle posizioni della fisiocrazia?!). Anche qui la confusione del post-operaista Negri e la sua oscillazione tra consumo parossistico delle merci e “dimensione umana” dello sviluppo (quale dimensione?) testimonia della ipocrisia di certe posizioni (e dei loro propugnatori) sempre ben retribuiti dall’editoria dominante del “dissenso corretto” (del resto mica male lasciarsi aperta l’opzione sviluppista-merceologica e quella fisiocratica, a seconda delle stagioni editoriali si può proporre un libro in un senso o nell’altro).   Qui ritorna utile, allora, il discorso di La Grassa sull’ideologia dominante in questa fase di trasformazione capitalistica postborghese e postproletaria, con i suoi aspetti dicotomici (nell’essenziale, s’intende; poi esistono tante altre sfaccettature e sfumature che fungono da corollario e da "abbellimento" dell’edificio in questione, poggiante, tuttavia, su due pilastri ideologici di sostegno che sono appunto quelli descritti da GLG). La fuga in avanti compiuta dai pensatori della decrescita non è affatto spazial-temporale come dicevamo, ma assolutamente mistica (sarà forse per questo che è così tollerata e ripresa persino dai peggiori inquinatori del pianeta?), infatti la decrescita assomiglia tanto (nelle sue varianti in buona fede) ad un impulso emozionale reattivo (quindi inevitabile) di fronte a trasformazioni palingenetiche con perdita di tutti i punti d’orientamento dati per acquisiti nella fase precedente. Nelle sue versioni più ideologiche, invece, è solo un input che parte dai dominanti e viene sviluppato dagli agenti ideologici intellettuali a questi asserviti, al fine di produrre la migliore forma consolatoria possibile(una formula apotropaica)  per la disgregazione sociale che ogni trasformazione produce. Ed è qui che si genera una deleteria “inversione dialettica” per cui invece di orientarsi alla comprensione del substrato materiale della trasformazione stessa (e della ulteriore frammentazione sociale che da essa si genera) ci si rivolge contro gli aspetti puramente ideologici (aderendovi dall’altro lato del “corno” e pensando di starne facendo una critica) e si sposano le scempiaggini sul progresso mostruoso che corrompe l’umanità (alienazione, mutazione antropologica, perdita di originarietà rispetto ad una fantomatica natura umana).  Ben inteso, io al contrario di La Grassa non nutro nemmeno simpatia per il mondo contadino che evidentemente non posso associare ai bei tempi della mia gioventù (ne percepisco “i tempi” dai racconti dei miei nonni, contadini “capitalistici” nell’atavica arretratezza del sud), in quanto la mia si è invece dipanata nell’esaltazione turbocapitalistica degli anni ottanta. Tuttavia, sono in empatia con la lotta emozional-resistenziale dei primi operai che distruggevano le macchine perché colpiti nel loro sapere specifico lavorativo (con inevitabile perdita d’identità se è vero, come sostiene Lukàcs, che il lavoro umano è il modello e la forma originaria dell’agire sociale*) che si frammentava nella reiterazione di gesti meccanici parcellizzati e nel passaggio dalla sussunzione formale a quella reale del lavoro con piena affermazione del modo di produzione capitalistico. Si chiudeva un epoca e se ne apriva un’altra per nulla paragonabile alle precedente che sintetizzerò con una bella espressione di GLG: un buco nell’essere che inghiottiva il mondo e lo rivomitava profondamente mutato.

Tutto questo per dire che non si vuole togliere legittimità ai discorsi sul pianeta che corre dei rischi (come mai però nonostante l’immondo progresso distruttore dell’habitat umano la vita media umana è cresciuta costantemente nell’ultimo secolo?). Si facciano pure questi discorsi ma non si sprechino più energie del dovuto, perché queste oggi dovrebbero essere indirizzate alla comprensione della dinamica di frammentazione sociale che il modo di produzione capitalistico produce (segmentazioni e stratificazioni) contro la dicotomizzazione in due classi sociali (sempre più ristretta quella in alto, sempre più vasta quella in basso) che avrebbe dovuto concretare una normale vittoria “dei numeri”, dei secondi (perchè di più) sui primi. Se cerchiamo una fuoriuscita non romantica dal capitalismo è la prima l’impervia via da battere, alla seconda ci penseranno i poeti e i romanzieri.

 

*Qui rubo da Preve e dal suo nuovo saggio che uscirà tra un po’ col titolo Ripensare Marx.

 

 

PUNTI DA EVIDENZIARE

di Gianfranco La Grassa

 

Non vorrei apparire maniacale, ma intendo tornare brevemente sullo scritto da poco consegnato al sito, quello sul(i) “(neo)romanticismo(i). Credo che quest’ultimo sia abbastanza chiaro; in esso ho però voluto, pur in sintesi, accoppiare considerazioni teoriche e riferimenti alla situazione attuale (talvolta persino soltanto italiana). Vorrei qui evidenziare alcuni punti – non nuovi per carità – su cui mi piacerebbe insistere nella discussione anche in futuro.

 

1) Innanzitutto, come ho ormai sostenuto innumerevoli volte e tuttavia credo sia utile ricordarlo spesso, la dinamica capitalistica – non quella più recente, ma proprio in generale, cioè relativa al modo di produzione capitalistico, in quanto oggetto teorico che tenta di cogliere gli aspetti cruciali della formazione sociale secondo l’analisi iniziata da Marx e continuata in base alla sua prospettiva – non conduce, nemmeno tendenzialmente, alla scissione della società in due classi fondamentali e nettamente antagoniste fra loro, con tutto quello che ne consegue com’è ben noto ai marxisti e non solo a loro. Man mano che tale formazione sociale si sviluppa, si produce una incessante frammentazione in tanti raggruppamenti che possono, per semplicità teorica, essere trattati quali segmenti (movimento di divisione “in orizzontale”) e strati (divisione “in verticale”).

Tale dinamica è incessante, ma si condensa in periodici “salti” (o “scatti” o “gradini”) dovuti ad ondate innovative susseguenti all’intensa competizione che caratterizza le varie sfere sociali: economica in primo luogo (essendo la “concorrenza” carattere precipuo del capitalismo), politica e ideologico-culturale (il conflitto in tali sfere era quello tipico delle formazioni sociali che precedono la capitalistica). Quando si parla di ondate innovative, non ci si riferisce dunque solo alla prima sfera, non si intende parlare di tali processi così come ne parlò ad es. Schumpeter. Le ondate in oggetto sono inoltre di differente intensità e ampiezza, e si susseguono con diverse periodicità; ovviamente, almeno in linea generale, le maggiori ondate sono fra loro più distanziate nel tempo (pensiamo alle varie, almeno tre-quattro, “rivoluzioni industriali”) e, nel periodo fra l’una e l’altra, si verificano via via le minori (la cui puntuale specificazione non è per nulla semplice ed univoca; sto parlando in termini assai generali).

Essendo data (come ipotesi teorica) tale dinamica del capitale, ne consegue l’importanza decisiva, ai fini del “dominio di classe”, di quel fattore denominato egemonia (in un significato vicino, ma non eguale, a quello di Gramsci), che è strettamente legato alla formazione di “blocchi sociali”, ognuno costituito da più segmenti e (particolarmente rilevanti per il dominio in questione) strati, fra loro “compattati” mediante storicamente specifiche ideologie (o formazioni ideologico-culturali). Se tuttavia il movimento del capitale non è quello pensato da Marx e da tutti i marxisti (quello tendenzialmente dicotomico), bensì conduce alla, sempre tendenziale, dispersione – per salti o scatti in base alle ondate innovative – di vari raggruppamenti sociali (appunto i segmenti e gli strati), il concetto di egemonia dovrà essere meglio studiato e articolato rispetto a quello gramsciano. Nello scritto sul “neoromanticismo” ho intanto, velocemente, accennato a due lati dell’ideologia di aggregazione egemonica dei segmenti e strati in blocchi sociali:

quello che si riferisce ai (e serve a compattare i) segmenti e strati che nascono, o si rafforzano, a causa delle successive ondate innovative (in specie quelle di maggior momento e che si susseguono con più ampi intervalli temporali fra loro) con le conseguenti periodiche, e più o meno radicali, trasformazioni della struttura dei rapporti sociali;

quello che investe i segmenti e strati che, nell’ambito dei periodi in cui si “sollevano” tali nuove ondate, si indeboliscono (talvolta entrano addirittura in fase di scomparsa), arretrano o tengono con difficoltà le posizioni, ecc.

Il primo lato dell’ideologia egemonica è di stampo “positivistico” (in senso lato), esprime la fiducia nel futuro e l’entusiasmo per le novità. Soprattutto, però, deve comportare la convinzione degli appartenenti ai segmenti e strati interessati di non essere semplicemente portatori di (“soggetti” per) tali novità, ma di esserne i veri propulsori, anzi gli artefici primi; insomma, di essere gli autentici innovatori (come certi gruppi di imprenditori nel modello schumpeteriano relativo alla sfera economica). Il secondo lato dell’egemonia serve invece a “consolare” i perdenti o comunque quelli che arrancano, che tengono con fatica il “passo con i tempi”. Questi “soggetti” debbono essere aiutati a sfuggire alla depressione, alla sensazione di sconfitta, all’autoincolparsi di essere i responsabili della propria disfatta o quanto meno delle difficoltà crescenti cui si va incontro, in ogni caso della diminuzione del proprio peso sociale. L’ideologia assolve il suo compito di mantenere questi segmenti e strati sotto l’egemonia dei dominanti soltanto se li aiuta a gettare le colpe sul “fato cinico e baro”, su di un progresso “mostruoso” trattato da mero regresso (in tutti i sensi e proprio pensato quale arretramento generale della “civiltà”), ecc. ecc. Ed è qui che si innesta la funzione dei “neoromanticismi” e dei ceti intellettuali, ben remunerati dai dominanti, per diffonderli.

 

2) Un punto decisivo – per l’Europa in generale, ma in modo particolare per il nostro paese – mi sembra la constatazione di una ormai forse irreversibile carenza di capacità egemonica da parte delle nostre classi dominanti (ma non più veramente dirigenti), inette in fatto di strategia e dedite solo a tattiche miserevoli di mera sopravvivenza, con la ben nota mentalità così ben espressa dal Principe di Salina nel Gattopardo: per classi dominanti, ormai finite “storicamente” (degli zombies), tirare avanti per un cinquantennio (ma oggi credo assai meno) equivale all’eternità.

Malgrado noi ci siamo opposti – e non rinnego nulla, nella forma e nella sostanza, di quella opposizione – ai dominanti nel dopoguerra italiano, non si può disconoscere che essi, fino alla svolta del 1992-93, hanno in realtà esercitato una funzione egemonica, pur se via via più squallida e illanguidita. I punti forti di tale egemonia, a livello dei mutamenti strutturali che sostenevano una certa ideologia, furono lo sviluppo dell’industria fordista ma, ancor più, il formarsi di una gran massa costituita dal cosiddetto lavoro autonomo (spesso solo formalmente tale), quello poi denominato anche “delle partite IVA”. Naturalmente, solo un attento studio storico, che non spetta a me fare, metterebbe bene in luce i molteplici aspetti di simili cambiamenti strutturali, la politica seguita per realizzarli, l’ideologia(e) che ne costituì il supporto ma anche il risultato, ecc.  

A me sembra chiaro – e anche qui sarebbe necessaria una seria indagine storica, retta ovviamente da opportune ipotesi teoriche, intorno al “crollo” del “socialismo” (che cosa questo fosse e il perché del suo fallimento), alla situazione geopolitica globale venutasi a creare in seguito ad esso, alle sue conseguenze particolari nel nostro paese (“mani pulite”, fine della prima Repubblica, ecc. ecc.) – che si è progressivamente logorata (almeno in grandissima parte) l’attitudine egemonica dei dominanti italiani in particolare, e di quelli europei in generale (anche se in misura minore, soprattutto per quanto concerne i principali paesi dell’area). L’autonomia, già scarsa, dei nostri dominanti (cui premetto da tempo, non a caso, il “sub”) è praticamente azzerata rispetto ai predominanti statunitensi; al di là dei contorcimenti della sinistra che tenta di dimostrare una sostanziale (ma invece solo formale) maggiore indipendenza nazionale rispetto alla destra (quella ufficiale, quella “istituzionale”).

La caduta di capacità egemonica si esprime nel profondo degrado culturale e politico della presente epoca, parallelo allo stradominio del capitale finanziario e di quella che ho per semplicità indicato come industria decotta (in sintesi: GFeID). L’analisi della cultura odierna, del suo imbarbarimento, dell’appiattimento da essa prodotto a livello di massa – un appiattimento in perfetta simbiosi con la “produzione” di una crescente animosità e conflittualita tra gli spezzoni e strati dei dominati (base di quel divide et impera che facilita i compiti dei dominanti) – va condotta a partire dalla consapevolezza che tale “effetto” ha come “causa”, appunto, il venir meno dell’esercizio di egemonia da parte dei gruppi dominanti (ma non più dirigenti); un esaurirsi che si presenta nella doppia veste della pochezza di tali dominanti nella sfera economica, dove non si ha vero sviluppo (che non è mera crescita, del resto anch’essa carente), e dell’inettitudine di quelli attivi nella sfera politica, affatto disinteressati alla costituzione di “sfere di influenza” nel mondo. Tutti i (sub)dominanti di questo tipo sono ormai concentrati solo sul piccolo cabotaggio nell’ambito della (pre)dominanza del paese centrale e della sua sfera di influenza (globale).

Se non vi è più abilità egemonica – la quale, quando esisteva, era perciò tesa ad esercitare una effettiva direzione che non può prescindere da un sistema di valori (politici e culturali) di una certa ampiezza – questi (sub)dominanti operano soltanto con l’intento di sbriciolare vieppiù la società, di coadiuvare la dinamica di frammentazione (e dispersione dei frammenti) tipica della formazione sociale capitalistica. A questo punto, nessuno dei due lati dell’egemonia (ideologica) sopraindicati funziona più “a dovere”. La pretesa middle class (più alta che media), composta di manager e “specialisti”, ecc., si “internazionalizza” in misura crescente, ma nel senso di cadere progressivamente sotto l’ombrello culturale (a partire da quello linguistico per finire al “politicamente corretto”) dei (pre)dominanti centrali. La “gran massa” degli altri strati e segmenti viene consegnata al “non pensiero”, all’assenza di problematicità, al conformismo, al piattume più basso e volgare. Poiché sussistono però sempre, in ogni epoca storica, almeno piccole schiere di non consenzienti, di “ribelli”, di quelli che insistono a voler pensare con la propria testa, ecc., si cerca di fornire loro – utilizzando un ceto intellettuale per la massima parte corrotto e venduto (o comprato, a seconda dell’angolo di visuale), con una minoranza di “onest’uomini”, però “troppo colti” e “rarefatti” per non essere addetti alla “aristocrazia del pensiero” – strumenti ideali che li sviino dalla modernità, dai continui scatti o gradini di una dinamica capitalistica che procede per ondate innovative.

In definitiva, i (sub)dominanti non esercitano più egemonia (a duplice faccia), ma più semplicemente spargono veleni politico-ideologici per impedire il formarsi di autentiche opposizioni ai loro progetti di accrescimento del potere (subordinato ai predominanti), provocando così il disfacimento dell’intero tessuto sociale. Alcuni di loro (pochi) sanno che si tratta di un “tirare avanti”, che non potrà durare indefinitamente, poiché anche nella società (e nella politica) esiste l’horror vacui; e prima o poi “qualcosa” (e “qualcuno”) verrà a riempire il vuoto. Tuttavia, i (sub)potenti odierni ripetono il già surricordato ragionamento del Principe di Salina.

Non è mia intenzione sostenere – e, se sono stato frainteso, si tenga conto adesso di quanto dico – che chi, come noi, ha intenzione di svolgere un’autentica critica, possibilmente “in avanti”, dei nostri (sub)dominanti dovrebbe dedicare la parte principale del suo tempo a confutare le tesi dei “ritardatari”, di coloro che deviano i dominati (quelli che almeno vogliono pensare e ribellarsi) verso i vicoli ciechi dell’antimodernismo. Ci mancherebbe altro; non sono questi gli ideologi di maggior impatto negativo, attivi nel tentativo di sbriciolare i raggruppamenti sociali e di attutire le eventuali spinte ribellistiche. Il nostro più alto impegno deve essere impiegato ad analizzare la strutturazione del potere dei dominanti sia in “casa nostra”, sia nella sua articolazione geopolitica mondiale. Semplicemente, non dimentichiamo l’esistenza di questi settori antimodernisti. In una situazione in cui i (sub)dominanti non sono più atti a produrre vera egemonia, ma semplicemente lavorano in negativo per impedire il costituirsi di nuclei d’“avanguardia” in conflitto con il loro (sub)dominio, non bisogna nemmeno dimenticare – senza affatto farne l’obiettivo principale della critica – i settori che ho sinteticamente definito “neoromantici”. Tutto lì. Si tratta di un semplice piccolo complemento rispetto all’impegno da dedicare alla confutazione dei “postmodernisti”, di quelli “tanto all’avanguardia” da voler costituire uno spesso scudo protettivo dei nostri (sub)dominanti affinché questi si dedichino, il più tranquillamente possibile, alle loro attività di servizio nell’ambito della sfera di influenza imperiale statunitense.

 

3) Nel mio intervento sull’intervista di Preve al blog, ho citato due lunghi ed inequivocabili passi di Marx (dal Capitolo VI inedito e dal Libro III de Il  Capitale), da cui si evince con nettezza che, per il fondatore della teoria “scientifica” (che tale almeno pretendeva di essere) del comunismo, la classe operaia è il lavoratore collettivo “dall’ingegnere all’ultimo giornaliero”. E’ stato successivamente Kautsky, il reale fondatore del marxismo in quanto formazione ideologica, a ridurre la classe in questione al solo insieme degli operai di fabbrica (i lavoratori salariati di tipo esecutivo impiegati nell’industria). Dal 1968 in poi, si è cercato di spiegare via via, con l’onnicomprensiva e dunque generica e inutilizzabile categoria della “proletarizzazione crescente”, l’assimilazione di ogni spezzone del lavoro salariato esecutivo (nel commercio e servizi in genere), e perfino degli specialisti e tecnici vari, alla classe operaia in senso proprio. Si è fatto un enorme calderone; il “proletariato” è cresciuto enormemente di dimensioni (alla guisa della “Cosa” nell’omonimo film di Carpenter), ma solo nella testa, ormai “scoppiata”, di gruppetti di “marxisti” sempre più scemi e sempre più isolati e inconsistenti (se sono così animoso verso questi mentecatti o imbroglioni, è perché anch’io, nella mia giovane età, ho pensato simili idiozie; pur se solo in parte, e per fortuna me ne sono allontanato ancora in tempo per non rimbecillire in modo irreversibile come gli avanzi “marxisti” odierni; consiglio a tutti i giovani, con idee anticapitalistiche, di “gettarli subito nel cesso e di tirare l’acqua”. Marx non ha comunque molto a che vedere con la maggior parte di quelli che ne parlano a vanvera da ormai parecchi anni).

La cosiddetta classe operaia ha avuto una sua radicale funzione nelle prime fasi della “accumulazione capitalistica”, poiché quest’ultima non era semplice reinvestimento di plusvalore, bensì essenzialmente trasformazione della struttura dei rapporti sociali, passaggio dalla condizione del contadino o dell’artigiano (o anche dell’operaio manifatturiero, ancora in possesso parziale dei saperi relativi alle varie produzioni dell’epoca) all’operaio della grande industria basata su sistemi di macchine; un operaio che, ben prima del taylorismo-fordismo, era stato spogliato di ogni savoir faire relativo a questo o quel mestiere. Tale trasformazione è innanzitutto avvenuta in una situazione di miseria e di sofferenze inenarrabili per milioni e milioni di individui, con l’effettiva creazione di un “esercito industriale”, ecc. Si tratta di una trasformazione che è avvenuta con scarti temporali notevoli da paese a paese, iniziando dall’Inghilterra; oggi ad es. sta avvenendo, pur se in forme del tutto diverse che andrebbero assai meglio studiate di quanto al momento non si faccia, in Cina e India, e in altri paesi minori (dove si stanno svolgendo processi sociali non molto assimilabili a quelli della prima accumulazione in Europa e negli USA).

Man mano che si è passati da questa prima accumulazione capitalistica (con la trasformazione sociale appena considerata) alla riproduzione, in qualche modo “stabilizzata”, del cosiddetto modo di produzione specificamente capitalistico, la classe operaia in senso stretto (quella pensata da Kautsky, e dal marxismo, quale reale soggetto della trasformazione del capitalismo in comunismo) è diventata un semplice spezzone della società di forma capitalistica: inizialmente, quello maggioritario, poi nemmeno più questo. In ogni caso, tale pretesa classe, come ogni altro ambito della società in questione, è stata investita dalla dinamica di frammentazione e dispersione dei frammenti, che anche in tal caso è stata a lungo contrastata da una specifica ideologia – inizialmente “comunistica” e magari “marxistica”, poi via via, sempre a partire dal primo paese capitalistico (l’Inghilterra), di tipo sindacale e di “riformismo” politico – in grado di darle un senso di “comune appartenenza”. Quest’ultimo è però ormai in via di crescente sbriciolamento, con la netta evidenziazione di come questa parte della società non sia una classe, bensì un insieme di spezzoni di lavoro salariato del tipo più dipendente ed esecutivo sempre meno omogenei fra loro.

Pensiamo, per fare degli esempi, al tipico lavoratore edile addetto alle più semplici mansioni; o a quello che cura gli “scambi” in ferrovia; o a qualcuno che svolge compiti elementari nei reparti di selleria dell’industria automobilistica; e via dicendo. Non semplicemente si tratta di lavori in continua diminuzione numerica, ormai ridotti all’osso, ma non hanno nemmeno omogeneità fra loro, non creano “oggettivamente” alcuna mentalità (tanto meno una “coscienza di classe”) comune fra i loro portatori. All’inizio dell’accumulazione capitalistica (formazione della primissima “classe” operaia; classe in senso improprio), collettive condizioni di miseria, di bassi salari, di abitazione (urbana), ecc. – unite però all’ideologia “amministrata” da specifiche organizzazioni “di classe” quali sindacati e poi partiti detti “operai”, gradualmente divenuti pezzi decisivi degli apparati politico-ideologici dei gruppi dominanti – hanno creato il collante di questa presunta classe (nel suo significato marxista). Tutto questo si è però perso da tempo; e anche dove si sono attualmente create condizioni solo apparentemente simili – come già detto, ad es., in Cina e India – la situazione è invece del tutto diversa, in particolare quella relativa alla funzione “coagulante” dell’ideologia; per cui, alla fine della fase attuale di intensa accumulazione (trasformazione della struttura dei rapporti sociali), avremo in quei paesi delle formazioni sociali, magari dette ancora capitalistiche (in specie per l’importanza decisiva delle imprese e del mercato nella loro struttura), ma assai differenti da quelle che così denominiamo nel nostro “occidente capitalistico”.

 

4) Quanto appena detto apre alle considerazioni conclusive (per il momento, cioè solo di questo breve scritto). O noi siamo in grado di porci nell’ottica del ripensamento dell’analisi sociale – ma prima ancora (un prima logico, non cronologico) delle categorie da utilizzare in quest’ultima – oppure non riusciremo mai ad individuare quali potrebbero essere gli eventuali “soggetti” di una trasformazione del capitalismo in “qualcosa d’altro”; francamente, voler predire fin d’ora che si tratterà di una società comunista – quando ormai il vecchio paradigma di tale trasformazione, fondato sulla classe operaia è andato a farsi benedire, e il comportamento umano, sia interindividuale che tra gruppi sociali (di varia ampiezza), non lascia presagire affatto una solidarietà e cooperazione collettive – è da semplici dementi. Possiamo desiderare il comunismo, possiamo cercare di immaginare quale organizzazione dovrebbe avere per essere tale, possiamo predicarlo come “salvezza del genere umano”; se però sosteniamo (per rassicurare qualche debole di mente) che il comunismo verrà certamente, e magari è anche prossimo, allora o siamo mascalzoni o deficienti.

Qualcuno continua a ritenere che il sottoscritto veda la trasformazione della società soltanto come portato della conflittualità tra dominanti. Da cosa nasca un simile fraintendimento, non lo so. Quel tipo di conflittualità modifica semplicemente la società capitalistica nell’ambito di se stessa, e ha quale conseguenza precipua il ben noto sviluppo ineguale dei vari capitalismi (dei diversi gruppi capitalistici all’interno di un dato sistema e dei differenti sistemi capitalistici su scala mondiale), con l’alternarsi di quelle epoche che ho denominato mono e policentriche. Secondo il mio punto di vista, in queste ultime (dette anche imperialistiche) la lotta intercapitalistica (interdominanti) è talmente acuta da aprire, nei leniniani “anelli deboli” (cioè in determinati punti delle rete costituita dai rapporti tra vari gruppi e tra sistemi capitalistici), fratture, strappi, lacerazioni gravi che si estendono al tessuto sociale d’insieme (ivi compresi, dunque, i rapporti tra dominanti e dominati), aprendo così la strada ad attività rivoluzionarie, cioè di radicale mutamento di quella data totalità sociale. Il risultato di tali attività, però, non solo non è tassativamente la transizione al comunismo, ma spesso nemmeno è il mero tentativo di uscire dal capitalismo in una “qualche direzione”; più semplicemente, quest’ultimo viene modificato in profondità e con radicalità, attribuendo la direzione della società (e l’eventuale egemonia complessiva) a nuovi gruppi pur sempre capitalistici e tuttavia nettamente diversi – anzi acerrimi nemici – dei precedenti. In tal senso, ho avanzato la tesi delle rivoluzioni dentro il capitale (che non sono comunque né modesti cambiamenti della struttura né semplici “rivoluzioni passive”).

In definitiva, il conflitto interdominanti, nell’ambito di una data fase o epoca della formazione capitalistica, non è l’unica, né la principale molla del cambiamento; crea solo, quando si acutizza, le condizioni di un “passaggio”, spesso assai stretto, attraverso cui si mettono in ogni caso in movimento anche i dominati, ed è solo allora che si verificano le modificazioni più radicali; non sempre però effettivamente contro il capitale, perché non è affatto deciso in anticipo, e con matematica certezza (tipica dei dogmatici del marxismo), quali gruppi dirigenti egemonizzeranno i movimenti (che, da soli, non decidono nulla, come invece pensano altri “deboli pensatori” pur sempre esistenti “a sinistra”, che è oggi il vero “buco nero” del pensiero razionale) e quali sbocchi ne risulteranno. Mi auguro di aver scritto in italiano decente e dunque di non essere ulteriormente frainteso.

C’è magari un altro punto che meriterebbe di essere accennato, ma per oggi basta e avanza. In qualche prossimo intervento nel blog, riprenderemo semmai il discorso. Tuttavia, i punti qui sunteggiati mi sembrano da discutere se si vuole dare un minimo contributo all’avanzamento di una teoria sociale che si riprenda dallo choc della batosta subita – mi dispiace dirlo: meritatamente – dal sedicente comunismo del XX secolo. Quanto ai marxisti – parlo di quelli che sono partiti da Marx, perché i punti di arrivo sono oggi pari ad n elevato all’ennesima potenza – hanno negli ultimi anni accumulato una tale serie di scemenze (o, forse, di mascalzonate ben pagate dalle vecchie classi dominanti ormai in crisi di egemonia) di cui non è nemmeno pensabile fare l’elenco.         

CONTRO IL NEOROMANTICISMO ECONOMICO (E SOCIALE)

di Gianfranco La Grassa

 

1. Sarebbe a mio avviso utile rimettere in lettura alcuni testi di Marx (a partire dal Manifesto del 1848) e lo scritto di Lenin contro il romanticismo economico. Il pensatore principale di tale corrente, obiettivo delle critiche (rivolte ancor più ai suoi seguaci; ad es. in Russia i populisti o “amici del popolo”), è Sismondi, di cui non va sottovalutata comunque l’importanza. Ci si potrebbe, per altri versi, riferire anche a Proudhon, autore tuttavia nettamente meno acuto e interessante. Non appartiene a questa schiera, invece, il notevole Saint-Simon, che è assai più moderno e potrebbe essere considerato quasi un precursore delle tesi intorno al potere manageriale in quanto carattere tipico del capitalismo (in tal senso è più avanti di tanti marxisti, perfino dei giorni nostri, che altro non vedono del capitalismo se non il suo aspetto proprietario e l’estrazione di plusvalore/pluslavoro).

E’ ovvio che rileggendo le critiche rivolte a Sismondi da Marx (che tacciò di reazionarietà quel tipo di pensiero) e di Lenin, è necessario non lasciarsi imbrigliare dalle loro specifiche argomentazioni, che risentono delle condizioni economico-sociali delle formazioni capitalistiche in cui i due rivoluzionari pensarono e agirono. Oggi, chiaramente, non esiste più l’artigiano in senso stretto, in quanto produttore di merci nella sua bottega con semplici strumenti e con il predominante lavoro personale, coadiuvato da pochi altri addetti, spesso gli stessi familiari. Egualmente dicasi per quanto riguarda la minuscola conduzione agricola su piccoli appezzamenti di terra propria e pur sempre con strumenti e lavoro in prevalenza personali e della famiglia. Non esiste più insomma quella produzione mercantile semplice che, secondo Marx, fiorì brevemente nel periodo di transizione tra feudalesimo e capitalismo, trasformandosi velocemente in quest’ultimo a causa dei processi di “espropriazione degli espropriatori”, cioè di centralizzazione del capitale susseguente alla concorrenza tra produttori di merci che condusse al successo di pochi e al fallimento di molti.

Eppure ha ancora oggi senso parlare di romanticismo economico (con l’aggiunta del termine sociale) perché – pur in completamente mutate condizioni storiche e dopo un paio di secoli di sviluppo capitalistico industriale che ha radicalmente trasformato il mondo, rendendolo del tutto irriconoscibile nei suoi connotati tecnici, nei modi di vita, e relativamente alle sue strutture sociali e politiche – le idee del “romanticismo” continuano a prodursi; certo anch’esse cambiate in profondità e difficilmente riconoscibili in base ad un approccio meramente “fenomenico” (“di superficie”). Anche la funzione di tali correnti di pensiero è trasformata. Un tempo, esse esprimevano la “nostalgia” del passato – e la paura, il timore, del futuro – di strati sociali travolti dallo sviluppo capitalistico. In questo senso, il “socialismo romantico” era reazionario, perché voleva frenare l’evoluzione storica, voleva arrestare la dinamica del capitale, protraendo all’infinito l’esistenza della piccola produzione mercantile. Ciò sarebbe stato intanto poco utile e anzi negativo, perché avrebbe bloccato la crescita (non solo quantitativa ma soprattutto qualitativa) delle forze produttive, avrebbe arrestato l’avanzamento scientifico e tecnico, impedito la rottura delle limitate e asfittiche comunità localistiche di quel tempo, protratto quello che Marx definiva “idiotismo rurale”, ostacolato quello che è invece stato l’esponenziale infittirsi dei viaggi e contatti – e la loro crescente velocità e frequenza – tra tutte le popolazioni del globo. Oltre a questo, era ormai del tutto impossibile, sulla base della produzione mercantile generalizzata, mantenere regolamentazioni corporative, proibendo la concorrenza che comportava la concentrazione della produzione e dei capitali, l’aumento delle dimensioni delle unità produttive con crescente introduzione di macchine e sistemi di macchine, ecc.

Oggi, quei tentativi di arrestare l’evoluzione dei sistemi capitalistici non avrebbero più senso, nessuno potrebbe mai pensarci; solo qualche storico è in grado di ricostruire il clima di quelle epoche lontane. I viaggi e i contatti tra le più distanti contrade e popolazioni sono la norma, il localismo è un fenomeno del tutto residuale e ultramarginale. L’avanzamento tecnologico è un dato di fatto e praticamente nessuno (qualche pazzo isolato lo si trova sempre in ogni epoca) intende porsi in un orizzonte che non contempli i computer e l’informatica, le telecomunicazioni; e fra poco la robotica e un po’ più avanti magari i viaggi interplanetari, e via dicendo. Il “romanticismo” odierno esprime ben altre paure – così ben evidenziate, in ogni successiva epoca dello sviluppo capitalistico (da quella meccanica a quella elettrica a quella informatica e robotica), dalla letteratura e poi dal cinema fantascientifico – e su queste fa leva per ottenere comunque vantaggi a favore delle classi dominanti; e non è un caso che perfino alcuni importanti personaggi, appartenenti agli strati più elevati di tali classi, partecipino a pieno titolo alla diffusione del “romanticismo” in questione, pagando pubblicazioni, film, spettacoli televisivi e schiere di intellettuali in giro a tenere seminari e conferenze, per paralizzare e deviare le possibili reazioni di massa contro il potere, distogliendo l’attenzione dalle strutture sociali della loro dominazione, vera causa delle sofferenze, dell’oppressione, dello sfruttamento, dei dominati.

Di conseguenza, nell’epoca attuale il romanticismo economico-sociale non è fondamentalmente reazionario, non rappresenta in realtà un freno allo sviluppo. Tutto avanza comunque velocemente; i costumi e le abitudini, la mentalità collettiva, la morale, ecc. subiscono continue e veloci trasformazioni (certamente non in meglio, a mio avviso), in concomitanza con l’esponenziale e inarrestabile progresso della tecno-scienza, che molti disprezzano, criticano, sostenendo – e, sempre secondo la mia opinione, talvolta a ragione – che essa è causa di imbarbarimento, ma di cui tutti (salvo marginali e lamentevoli eccezioni) sfruttano le occasioni e le nuove possibilità apertesi. Certe correnti di pensiero “romantiche” non esprimono più, come un tempo (nella fase tutto sommato ancora iniziale dello sviluppo capitalistico), la presenza di vasti strati sociali ereditati dalla passata formazione sociale, bensì sono indice della “falsificazione” delle previsioni marxiane relativamente ai risultati “finali” della dinamica del capitale.

Come ho fatto presente ormai molte volte, quest’ultima non ha condotto alla tendenzialmente netta scissione dicotomica della società: il piccolo gruppo di rentier ad un polo, e la gran massa dei lavoratori salariati (del braccio e della mente) all’altro polo. Abbiamo una società estremamente diversificata (segmentata e stratificata) e in continua complessificazione (e complicazione). La frammentazione e dispersione dei frammenti nello “spazio sociale” (idealmente formato da segmenti e strati) è una dinamica provocata da processi di differente intensità e durata; ci sono periodiche grandi ondate di innovazioni, tra le quali si situano periodicità più brevi caratterizzate da minori onde di “progresso”. Tutto questo movimento non è semplicemente impersonale e autopropulsivo come si vuol far credere, spesso con i riferimenti al “sistema” e alle sue “leggi”. Certo, esiste un sistema ed esiste qualcosa di (assai vagamente) simile a delle leggi (vere leggi non sussistono probabilmente nemmeno in natura; oggi molti ne sono convinti). Tuttavia, le ondate innovative di diversa periodicità, ampiezza e forza, trovano – o anche creano – i soggetti che le realizzano; e le modalità di questa realizzazione rinviano al conflitto per il predominio, conflitto in cui non sono affatto tutti eguali, ma una minoranza è quella che veramente cavalca il cambiamento e ne gode i maggiori vantaggi in termini di conquista della preminenza.

In questo convulso “progredire” – che fa del capitalismo una società particolarmente “calda” – ci sono parti sociali che regrediscono e decadono e altre che avanzano e prendono il davanti della scena in ogni nuova grande epoca dello sviluppo (ondata innovativa) della società. Per evitare che in questi periodici, ma continui, “strappi in avanti” si producano gravi lacerazioni e disgregazioni del tessuto sociale, occorre la presenza di una ideologia a duplice faccia, e i cui due suoi aspetti siano in reciproca simbiosi (siano le due facce della stessa medaglia): il lato del successo e della crescita di peso sociale in quanto merito (presunto) delle proprie (pretese) superiori capacità intellettive e di veloce adattamento alle nuove condizioni; e il lato del relativo arretramento e diminuzione di rilevanza dei propri ruoli, processi attribuiti (per “consolarsi”) alla maledizione e fatalità legate al “mostruoso automa” del progresso tecnico-scientifico.

L’importante è che tale ideologia renda impossibile la visibilità, l’individuazione, dello strato sociale (minoritario) costituito da quei “soggetti” che di fatto, tramite il loro conflitto per la supremazia (e le modalità “perverse” dello stesso), sono i portatori delle funzioni che danno impulso alle suddette ondate innovative. In questo modo, viene di fatto sterilizzata ogni volontà di reale trasformazione della struttura sociale che vede il dominio di gruppi (ristretti) costituiti dagli agenti strategici del suddetto conflitto. La “lotta di classe” – che, nel marxismo, era considerata sempre più netta e irriducibile, di carattere rivoluzionario, poiché si supponeva la chiara scissione della società in due raggruppamenti (uno sempre meno numeroso, l’altro in continuo allargamento), con crescente visibilità dell’uno agli “occhi” dell’altro – diventa in realtà molto meno perspicua, nient’affatto rivoluzionaria, quand’anche raggiunga alti livelli di acutezza. In realtà, non si tratta mai di lotta di classe – che presupporrebbe appunto lo scontro tra due classi decisive – ma di conflitto tra varie parti della società (segmenti e strati) per conquistare migliori posizioni nell’ambito della stessa che, nella sua evoluzione, è comunque sempre caratterizzata in senso capitalistico.

E’ in quest’ambito, sommariamente delineato, che acquista significato il “neoromanticismo”. Non più semplicemente economico, bensì più generalmente sociale; ed esso rappresenta uno dei lati dell’ideologia di cui sopra: il lato della “consolazione” per coloro che si trovano in relativo arretramento – o che comunque conseguono un assai minor successo – nell’ambito delle periodiche (e di diversa periodicità) ondate innovative connesse all’acuirsi (in specie nelle epoche che definisco policentriche) del conflitto tra agenti dominanti per la supremazia.[…]

————————————————————————————————————————————–

LA LETTURA DEL SAGGIO DI GIANFRANCO LA GRASSA CONTINUA SUL SITO WWW.RIPENSAREMARX.IT

    

RICEVO DAL MIO FRATERNO AMICO MUHAMAD E VOLENTIERI PUBBLICO (anche se dubito fortemente di questi sinistri rifondaroli…e dei diritti umani che maneggiati dai peggiori dominanti divengono un’ideologia sanguinaria contro i popoli che resistono)

Dear freinds,
Yesterday Rifondazione Comunista party published new press release about the new cooperation protocol will signaturing in next days and we join our voice with this party and we asking all our freinds to send letter to Italian government to asking them why you want help and cooperation with Iraqi government now and this government donot respect human rights in Iraq and refusing and opportunity of UN or international comunity to stop crimes and violations in Iraq .
Is Italian goverment want help Iraqi government or Iraqi peoples ?? in which time we stay looking for promisses will not doing anything ,in 2005 we lost 15000 civilian victimes , most of them killing by death squads , and in 2006 we lost 344000 civilian victimes according of UNAMI in Iraq , where is Iraqi official promisses ???
If we do not put respect of human rights as standard of any international cooperation , why we speak about Saddam crimes and torrerist in each day ? 
I hope we success to advice Italian Government before put Italy in new critical situation in Iraq and lose Iraqi peoples similar for American lossing now and stay alone with Iraqi government only after losing his peoples and Iraqi peoples and international community .
Let us help Italian government before do new mistake and cooperation with ethnitic and militia government in Iraq .
Looking for your help ,
Best wishes
 
sincerely
 
Muhamad Al-Daraji
Director of Monitoring net of Human rights in Iraq (MHRI)
muhamad.t@gmail.com
 

Comunicato Stampa

Il ministro degli Affari Esteri del governo di Baghdad, Hoshiyar Zebari è giunto oggi a Roma. Insieme al ministro degli Esteri Massimo D’Alema, firmerà un trattato di amicizia e cooperazione tra Italia e Iraq.
Il trattato era stato preannunciato dallo stesso D’Alema, a giugno, nel corso della sua visita in Iraq.
In merito all’iniziativa è intervenuto il senatore di Rifondazione Comunista e capogruppo in commissione esteri, Francesco Martone, il quale invita il nostro Governo a sostenere un impegno della comunità internazionale per il ripristino della legalità e del rispetto dei diritti umani in Iraq, coinvolgendo tutte le parti in causa per l’avvio di azioni necessarie e urgenti, con particolare riferimento all’adozione di regole interne che assicurino le basi per un sistema di responsabilità dell’amministrazione pubblica e costituiscano un significativo passo in avanti verso uno stato di diritto.
"L’Italia, continua Martone, chieda e sostenga presso l’ONU una indagine indipendente per approfondire ulteriormente le tematiche del rispetto dei diritti umani in Iraq e intensifichi la propria azione per far si che il governo iracheno si impegni a firmare e ratificare il Trattato di Roma sulla Corte Penale Internazionale".

GANGS DELLA STAMPA ( Di G. La Grassa)

A dir la verità, anche se i coglioni grideranno al “fascismo”, riporterei ampia notizia dell’editoriale di Belpietro sul Giornale di oggi. Si tratta di un articolo ben più “marxista” di quelli normalmente scritti dai giornalisti dell’estrema sinistra nostrana. Afferma esplicitamente – e questo vale evidentemente anche per lui – che non esiste giornalista o giornale indipendente dagli interessi dei grandi potentati affaristici; e quanto più questi sono deboli e incapaci di egemonia, tanto più sono protervi e menzogneri i loro giornali. Belpietro fa fare una figura un po’ di m…. anche ai “comunisti” del Manifesto oltre a confezionare umoristicamente un bell’abitino di “finto ingenuo” a quel brutto personaggio che è l’ex lottacontinuista Mieli. Alla fine ricorda anche come, non appena i giornali o la TV inglese parlavano male di Berlusconi o facevano “rivelazioni” su suoi intrallazzi, avevamo titoli di scatola su Corriere, Repubblica, Stampa, ecc. Oggi, quando due catene TV inglesi (fra cui la BBC, e dico poco!) mandano in onda, e non una volta, ampi servizi sui rapporti di Prodi con il KGB sovietico (di prima del crollo) – sia chiaro che, dal mio punto di vista, questa “montatura”, se invece fosse vera, sarebbe l’unico punto quasi a suo favore in tutto l’arco di una squallida carriera di servo capitalistico qual è quella del Premier – tutti i giornali dell’establishment italiano nascondono la notizia in “due righe” in pagine interne.

 

24 dicembre

PER LE COOP PECUNIA NON OLET

 

Il tentativo americano di ampliare la base di Vicenza sembra non sarà osteggiato, in alcuna maniera, dal governo di centro-sinistra. Addirittura, anche la sinistra “estrema”, quella che più finge di urlare contro le missioni militari in Afghanistan e Libano (salvo poi votarle in parlamento)finirà per appoggiare tale atto scellerato. I pacifinti del governo, tra i quali spicca la senatrice Lidia Menapace, (quella che si è fatta eleggere proprio su parole d’ordine precise, come il ritiro immediato delle truppe italiane dai vari scenari di guerra imperialista), ha persino attaccato quei soggetti politici (come i cobas) che hanno manifestato più volte il loro dissenso nei confronti di un governo “stuoino” che accampa mille scuse pur di non compromettere i propri rapporti con gli USA.

Già le affermazioni di Prodi sugli accordi presi da Berlusconi (che lui non poteva assolutamente disattendere, sic!) lasciano intendere quanto il nostro governo si limiterà a non decidere un bel nulla, perché assolutamente supino alla suprema volontà yankee.

Dopo l’intervento di Luttwak* a radio 24, un governo serio avrebbe dovuto rispondere per le rime, impedire l’ennesima violenza al suo territorio e disdire tutti gli accordi precedentemente presi dal governo Berlusconi. Soprattutto, è bene non dimenticare che se la ragione storica giustificatrice dell’esistenza delle basi americane in Europa è venuta meno con la caduta della "cortina di ferro", oggi l’unica parola che vorremmo sentire quando si discute di basi NATO è "ridimensionameto generale".

 Luttwak si è appellato, invece, proprio a queste pre-intese, sostenendo che pacta sunt servanda, che Prodi non ha scelta (un ordine è un ordine!) e che la compagine governativa deve limitarsi a ratificare quanto già stabilito precedentemente, non importa se le promesse vengono dal governo passato. Prodi ha poi ripreso le stesse argomentazioni con la sua solita faccia di bronzo, ma se le promosse si devono rispettare a tutti i costi, allora anche noi gli consigliamo di non alzare le tasse perché il precedente governo ci aveva assicurato di abbatterle (pacta sunt servanda o no?!). Detto ciò, l’ex consulente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e del Dipartimento di Stato USA, ha condito le sue argomentazioni con panegirici sulla morigeratezza dei soldati americani, i quali sarebbero tutti bravi ragazzi laureati ed educati. In realtà, le fantomatiche “educande” americane le conosciamo bene, sono quegli stessi soldati che considerano l’ospitalità un diritto imperiale, che si ubriacano per le strade e che, più volentieri, scorazzano nei nostri cieli tranciando le funi portanti delle funivie, provocando la morte di nostri connazionali. Morti che restano impunite se non persino “premiate” dalle autorità americane, le quali fanno avanzare di grado gli artefici di tali scempi (fai fuori un italiano per l’avanzamento di carriera!). Inoltre, l’unica volta che ho visto scrivere questi pseudo-alfabetizzati in mimetica, è stato quando hanno ornato le loro bombe con epitaffi contro i “subumani” islamici che s’apprestavano a sterminare per difendere le “libertà occidentali”.

Ma la cosa più interessante è che mentre la gente di Vicenza protesta perché non vuole quella base, le cooperative rosse s’apprestano a partecipare ai lavori di ampliamento di Dal Molin. E’ notizia di qualche giorno fa che le autorità americane hanno lanciato in rete una “presolicitation notice”, cioè il bando per l’appalto delle opere legate alla costruzione della base in questione. Siccome pecunia non olet, tre colossi delle costruzione “made in red” hanno subito accettato l’invito per l’effettuazione dei lavori. Si tratta della Cooperativa muratori cementisti di Ravenna, della Cooperativa muratori riuniti di Ferrara e del Consorzio cooperative costruzioni di Bologna. Adesso, non è per fare polemica a tutti i costi ma un po’ di pudore non avrebbe guastato (almeno per la copiosità e la giustezza delle polemiche in corso), si sa che le imprese cosiddette rosse o la finanza cosiddetta rossa usano gli stessi “scrupoli” delle imprese e della finanza pienamente capitalistiche, ma proprio  a causa di tale uniformità ideologica queste dovrebbero rinunciare alla legislazione più favorevole che le copre dalla "libera" concorrenza di mercato. Che siano, allora, imprese capitalistiche fino in fondo senza quel falso moralismo che da sempre alberga in tutto ciò che si proclama di sinistra.

 

*Edward Luttwak è stato Consulente del segretario alla Difesa, del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti oltre ad essere membro del Gruppo di Studio per la Sicurezza Nazionale del Dipartimento della Difesa e membro associato dell’Istituto del Ministero delle Finanze Giapponese per la politica Fiscale e Monetaria. Luttwak è inoltre docente presso numerose università, tra le quali Berkeley e Yale, e istituti militari negli Stati Uniti all’estero (Russia, Italia, Francia. Spagna, Giappone, Argentina e Gran Bretagna).

newAGGIORNAMENTO (PERVENUTA LA RISPOSTA FINALE DI LA GRASSA A PREVE)

INSERITI SUL SITO WWW.RIPENSAREMARX.IT DUE NUOVI INTERVENTI.

IL PRIMO E’ DI COSTANZO PREVE, ULTERIORE RISPOSTA A GIANFRANCO LA GRASSA (SI RINGRAZIANO GLI AMICI DI COMUNITARISMO PER AVERCI CONSENTITO LA PUBBLICAZIONE).

IL SECONDO E’ DI MAURO TOZZATO, DAL TITOLO " DE PROFUNDIS, MARX RISCOPERTO E POI SEPPELLITO DEFINITIVAMENTE"

MANOVRE DI POTERE (COME FINIRA’ LA DEMOCRAZIA BORGHESE IN ITALIA)*

di Gianfranco La Grassa

Lungi da me voler difendere Tronchetti Provera. Le complicate, e per nulla chiare, manovre che lo condussero ad impossessarsi della Telecom (con un mucchio di debiti ancor oggi assai pesanti), dopo il flop dei dalemiani “capitani coraggiosi” (Gnutti e Colaninno), non depongono affatto a favore della sua limpidezza e cristallinità. E’ un grosso capitalista (diciamo pure del tipo italiano) come tutti gli altri ben noti. Tuttavia, la lotta in corso è preoccupante per il possibile accumulo di poteri in mano al gruppo della SuperIntesa (che è fortemente legata alla finanza americana, come per la verità tutti gli altri nostri gruppi finanziari), di cui il maggiordomo politico è l’attuale disastroso (e pericoloso) Premier, ma a cui si sono ultimamente avvicinati – vista l’aria che tira – anche gli ambienti dalemiani (e D’Alema, quale servo di potenti interessi, è tanto pericoloso quanto Prodi).

L’operazione, come al solito, trova la sua longa manus nella magistratura, che conduce i giochi a “fuoco lento” (va avanti per anni) in modo da porre gli indagati “sotto schiaffo”, con la possibilità di ricatti, “spade di Damocle”, ecc.; si fa il possibile affinché questi si ritirino dalla lotta senza bisogno di arrivare ad uno scontro feroce e aperto che potrebbe provocare ferite pure agli attaccanti. La stessa sostituzione di Tronchetti al vertice della Telecom può oggi essere meglio letta in questa chiave, ben sapendo le qualità mediatorie (ma sempre al servizio di precisi interessi) del sig. Rossi.

La Magistratura ha appurato che gli spiati dai vertici Telecom erano soprattutto Colao e Mucchetti, entrambi uomini di Bazoli (Intesa). Il primo era amministratore delegato (ad) della RCS, proprietaria del Corrierone, e fu defenestrato dopo uno scontro tra il suo protettore, da una parte, e, dall’altra, l’Unicredit (Profumo) appoggiato proprio da Tronchetti, e probabilmente Montezemolo, ecc.: diciamo dal gruppo degli “industriali decotti” (anche se la Fiat è in preda “al miracolo”, continuo a vederla come strategicamente inconsistente). Mucchetti è vicedirettore del Corriere, si pone in antitesi al direttore Mieli in quanto quest’ultimo sta con l’“altro gruppo”, mentre egli è vicino ai vertici della superbanca. Adesso si dice che al Corriere (nel comitato di redazione, immagino) si è preoccupati. Mi auguro che invece di esprimere solo preoccupazione, questi pennivendoli comprendano almeno quali giochi si stanno facendo sulla testa di tutti gli italiani, poiché il superpotere che si cerca di creare – da parte della finanza e della politica, con le solite manovre giudiziarie che durano ormai da quindici anni – è qualcosa che abolirebbe la stessa “democrazia borghese”.

Ricordiamo alcuni fatti, ma tralasciandone altri, fra cui l’incredibile vicenda pro e contro Fazio – con il condimento dei “furbetti del quartierino” (più Unipol, ecc.) – che è stata presentata, come al solito, quale opera di pulizia “etica” degli affari, mentre è stata la pura difesa del più vecchio, corrotto, inetto e servo (degli USA) establishment italiano, che ha accettato a Governatore della Banca d’Italia una diretta emanazione della “piovra” americana di nome Goldman Sachs. Adesso, via via, si capisce meglio tutta la faccenda; e quanto i gonzi italiani si siano fatti irretire dai nostri indecenti media. La magistratura, poi, è il peggio che si possa immaginare quale simbolo della decadenza servile del nostro paese.

Comunque, ricapitoliamo poche cose. L’Intesa tenta di conquistare Capitalia – mentre la magistratura mette in difficoltà e lega le mani a Geronzi (guardate che non mi viene minimamente in testa di dipingerlo come un “cherubino”) – in quanto tale banca ha circa il 10% di Mediobanca che, a sua volta, è il maggiore azionista delle Generali con il 14%; e quest’ultima è il vero obiettivo, essendo il nucleo centrale della finanza italiana e assai rilevante in sede europea. La Capitalia, anche per merito del suo ad Arpe, resiste e l’operazione rifluisce. L’Intesa ripiega sul San Paolo e conclude con successo l’operazione, che non è affatto una fusione (su un piede di perfetta parità, come si vuol far credere) ma, sostanzialmente, una incorporazione (dove Bazoli e l’ad Passera dell’Intesa sono i veri dirigenti).

Poi arriva il piano Rovati (cioè Prodi, cioè sempre dell’Intesa, e sempre con dietro la suddetta “piovra”), tramite il quale si pretende la resa di Tronchetti, lo scorporo della rete fissa da quella mobile della Telecom, con acquisto della prima tramite un’operazione fintamente “pubblica”, portata avanti dalla Cassa Depositi e Prestiti (carrozzone dove si addensano putridi poteri politici al servizio di quelli finanziari) mediante l’utilizzazione di una somma pari a più di un terzo della finanziaria poi approvata. Manovra pesantissima con la scusa di conti pubblici disastrati, che poi si rivelano non essere nient’affatto tali; e i bugiardi lo sapevano fin dall’inizio! Ma avevano bisogno di costituirsi le scorte per le loro malversazioni e attività di potere e corruzione. Il piano “Rovati” viene smascherato in tempo – soprattutto perché lasciava all’asciutto gli ambienti dalemiani, e questi hanno reagito! – e tuttavia Tronchetti, già indagato, viene costretto a lasciare il suo posto a Rossi che conduce l’operazione con più “dolcezza”, riuscendo probabilmente a recuperare i suddetti ambienti dalemiani e situandosi nell’attuale posizione che sembra preludere al definitivo sbaraccamento (forse soffice, se Tronchetti dà prova di “ragionevolezza”) del precedente vertice.

Non ci si dimentica però nemmeno della RCS, e dunque del Corriere, dove Bazoli, come sopra visto, era stato in un primo momento sconfitto e aveva dovuto vedere il suo uomo tolto dalla carica di ad. Gli restava però sempre il vicedirettore del Corriere. E adesso quest’ultimo e l’ex ad Colao risultano essere i principali spiati dai vertici Telecom; e quindi, lo si fa sempre più capire senza tanti giri di parole, da Tronchetti. Il che non sorprende, visto che era in corso una lotta per il potere tra il gruppo facente capo all’Intesa (con vari alleati) e l’altro in cui forse l’uomo principale era Profumo (Unicredit), ma assieme a Tronchetti, Della Valle, Montezemolo ecc. Tutti non si possono attaccare, ma facendone fuori uno si tenta di costringere gli altri a riposizionarsi in modo più malleabile. Lo stesso direttore del Corriere Mieli, che sta attualmente con il secondo gruppo ma che è uomo “di mondo” (non a caso è un ex sessantottino), saprebbe fare bene, suppongo, il “minuetto”, mutando all’occorrenza la “figura di ballo”.

In tutto questo bailamme, Profumo è al momento silenzioso. De Benedetti, apparentemente alleato dello schieramento anti-Intesa, continua a “giocare” alla tessera n. 1 del Partito democratico e fa scrivere ai giornali che vede di buon occhio la sostituzione del “provato” Prodi con Veltroni. Tuttavia, il suo “figliuolo” (Marco) è ai vertici europei del Carlyle Group, “piovra” n. 2, stretta alleata (almeno per come i gruppi capitalistici sono alleati, fino alla prossima occasione di accoltellarsi) di quella n. 1, la Goldman. Sarà quindi sincera la posizione attribuita a De Benedetti o, come i dalemiani, è pronto al compromesso se gli si dà qualcosa? Non la vedo tanto bene per Tronchetti (e nemmeno per Geronzi in altro contesto). I suoi alleati sembrano pronti a lasciarlo al suo destino se si è in grado di raggiungere un compromesso generale che curi gli interessi (contrapposti) di tutti (o quasi). Ma sarà facile un compromesso quando i “padroni” americani ci impediscono di ristrutturare il nostro sistema economico complessivo dando spazio ai settori di punta, dove abbiamo invece poche grandi imprese che vanno un po’ per conto loro? Un sistema del genere è destinato a galleggiare in sostanziale stagnazione, non consente ampi margini per accordi fruttuosi tra i gruppi dominanti.

In ogni caso, il tentativo che è in atto è quello di costituire un forte e grosso centro di potere in quanto agglomerato di finanza, stampa (il principale giornale italiano) e telecomunicazioni; ma con l’intento, ormai non più nascosto, di accaparrarsi intanto la Telecom Italia media (che controlla la 7 e MTV), aggiungendo al potere della suddetta concentrazione anche la TV. E, soprattutto, si continua nelle manovre sempre meno scoperte – in cui si coinvolgono anche settori finanziari francesi: vedi la nomina del presidente di Generali, Bernheim, alla vicepresidenza del gruppo Intesa-San Paolo – di avvicinamento all’obiettivo agognato, che è appunto la grande società di assicurazioni. Sia chiaro che la formazione di una concentrazione di banca (la più grande), assicurazioni (la più grande), telecomunicazioni, stampa e TV sarebbe qualcosa di fronte a cui Berlusconi e Mediaset fanno ridere. Questo era fin dall’inizio l’obiettivo dei “sinistri” imbroglioni che gridavano “al lupo” (Berlusconi). Si sono sempre trincerati dietro il presunto “fascista in doppiopetto” – per tutti si veda lo stupido film di quella “poveretta” di Sabina Guzzanti – per nascondere chi sono i veri accentratori del potere, gli “antidemocratici” (persino affossatori della formale democrazia capitalistica, la democrazia di quelli che arraffano e spogliano il popolo fingendo di amarlo).

Per il momento, teniamo presenti questi fatti e seguiamo (con preoccupazione) gli eventi. E ribadiamo con forza: attenti alla sinistra. Altro che “meno peggio”! Altro che meno servile verso l’egemonia USA (che non è solo quella perseguita con i metodi di Bush)!

 

21 gennaio 

 

*Ho dovuto rallentare il saggetto sul "neoromanticismo" (economico e sociale), ma questi fatti sono da commentare, perché del pericolo sembra che in pochi si accorgano (e meno che meno i sinistri). Non so che cosa se ne facciano del marxismo certi "ortodossi". Evidentemente, questi fatti non riguardano né la "trasformazione" né la "caduta tendenziale del saggio di profitto". Ma nemmeno la "Marx renaissance", evento puramente accademico che imbalsama il poveretto con preziose disquisizioni filologiche, tendenti ad appurare se era più vicino ad Hegel o a Spinoza; se era per la "necessità storica" o per il "materialismo aleatorio", o a non so cos’altro ancora; tutte questioni di "evidente" importanza vitale per "tutti noi".

 

 

DIETRO PRODI LE TRAME OSCURE

L’articolo di Ludovico Festa del Giornale di oggi merita sicuramente un commento “appassionato”. Mi sembra che il giornalista legga bene le trame che si ordiscono alle spalle di Romano Prodi, soprattutto da parte di quella finanza che fino ad oggi lo ha appoggiato ma che lo ha anche bruciato troppo in fretta. Prodi ha mostrato il fianco un po’ a tutti quanti. Come al solito il professore non tiene mai abbastanza il polso della situazione, lo stare tra i giganti lo fa sentire protetto ma poi finisce per essere scaricato non appena la matassa s’ingarbuglia (fedele è sempre il servo non il padrone). La sua sicumera non ammette ripensamenti e lo fa andare alla velocità dei treni fuori controllo, così come accadde nel lontano ’97 quando finì con il sedere per terra, abbagliato dalla sua stessa onnipotenza che lo rende cieco. Le certezze sul futuro del suo I° governo furono accompagnate dalle solite parole fuori luogo “se Bertinotti ha cambiato totalmente idea allora é un suo problema, non un mio problema". Di fatti, il problema non fu affatto di Bertinotti il quale, insieme a D’Alema, diede il ben servito al Professore. Se qualcuno pensa, ingenuamente, che Prodi possa aver fatto tesoro delle esperienze del passato si sbaglia di grosso. Errare humanum est, perseverare autem prodiano. Prodi continua ad agire, alternativamente, in maniera pilatesca o proterva. Volete un esempio della sua doppiezza di bassa lega? Eccovi serviti: prima ha risposto che la base Usa di Vicenza era un “affare” del Sindaco poi, quando lo scenario si è fatto più intricato, ha alzato la voce dicendo che avrebbe deciso lui. Cioè: gli americani avevano disposto già da un pezzo, la colpa è del solito Berlusconi che ha preso certi accordi, mentre lui, appunto, “decide” (si fa per dire) e ratifica come un cane fedele.

Comunque, Festa raccoglie dei giusti sintomi per la sua disquisizione e li scevera secondo uno scenario plausibilissimo. Si parte da D’Alema che esce dal suo solito aplomb e si lascia sfuggire frasi sull’esistenza di un complotto neocentrista contro il governo. Quando “Maximo” mette quel neo davanti alla parola centrista non lo fa per caso. I centristi di sempre hanno davvero poco di nuovo, ma se a questi residuati della prima repubblica si aggiunge l’ingrediente “Veltroni” la ricetta è bella che completa.

Naturalmente ci sono i soliti burattinai alle spalle della politica, i poteri finanziari che stanno riposizionando i loro uomini in funzione di una prematura “dipartita” di Romano Prodi. La nuova convergenza sarebbe quella tra il piccolo establishment montezemoliano, che si appoggia al gallo canterino Paolo Mieli per la diffusione dei propri “editti”, e quello debenedettiano. Entrambi vogliono liberarsi del consunto Prodi per affidare la sorti del governo a Walter Veltroni. Tradotto, tutto ciò significherebbe un po’ meno Bazoli e un po’ più di spago per tutti gli altri “padroncini” che fino ad oggi si sono dovuti accontentare della seconda fila (subendo qualche scossone, come i Tronchetti o i Benetton) o che, come Profumo di UNICREDIT (il vero concorrente di San-Intesa), si sono defilati e sono restati a guardare la “splendida avanzata” Bazoliana.

E così i centristi hanno lanciato segnali positivi in funzione della svolta; l’UDC per bocca di Cesa fa sapere che con il condottiero Veltroni, Berlusconi avrebbe poche possibilità di farcela. E se Cesa ha parlato vuol dire che Casini ha già “sentenziato”.

La preoccupazione maggiore per il potere finanziario (da Bazoli a Profumo, fino al piccolo establishment montezemoliano + De Benedetti) è quella di agire rapidamente (più rapidamente dei propri vicini) non appena la faccia di Prodi andrà in mille pezzi. La San-Intesa gode di una rendita di posizione rispetto alle altre inseguitrici (con Capitalia che, invece, diviene ogni giorno più debole ed una preda succulenta per tutti gli altri predatori finanziari) e cercherà di rispondere prontamente all’attacco, "puntellando" il suo versante politico al fine di preservare gli spazi già conquistati in questi mesi (ovviamente Prodi sarà stato già “sepolto “da qualche altra parte, mentre D’Alema potrebbe diventare il nuovo portavoce).

Con l’indebolimento di Prodi, quindi, si apriranno nuovi spazi di manovra. Quella tra Montezemolo e De Benedetti non è ancora un’alleanza vera e propria quanto piuttosto una convergenza contro un nemico comune, quel Bazoli che fin qui ha goduto delle corvè di un fedele maggiordomo. Alla finestra resta sempre Profumo che però non intende scoprirsi, almeno per il momento. Staremo a vedere.

 

 

1 533 534 535 536 537 554