MISTERO DELLA FEDE

 

Romano Prodi è uno che se ne intende di affari, di affari segreti (ricordate tutti gli intrecci finanziari suoi e di sua moglie?) e, perché no, anche di Servizi Segreti. Senza dar troppo adito ad un giornalista filosionista e filoamericano come Guzzanti (che sul Giornale di oggi scrive sui rapporti tra la sede sovietica della società Nomisma a Mosca e l’Istituto Plehanov, il quale in realtà sembra fosse solo una copertura della sezione economica del Kgb) mi pare di capire che Prodi sia uno che la sappia fin troppo lunga. A conferma di quanto detto basta guardare alle nomine governative dei vertici del Cesis, col Generale Giuseppe Cucchi, e del Sismi, dove va l’ammiraglio Branciforte, al posto del poco gradito Pollari. Le nomine, com’è noto, seguono la logica dello spoil system, ovvero il governo in carica ha il diritto di liberarsi dei vertici dell’haute administration  in quota al precedente governo, al fine di sostituirli con i propri uomini di fiducia. Prodi, naturalmente, è uno che segue alla lettera la “common law” ed ha colto l’occasione per nominare il Generale Cucchi, (uomo del Comitato Scientifico di Nomisma SpA), a capo del Cesis. Sul sito di Nomisma si può pure leggere il suo C.V., che per correttezza d’informazione riporto:

Gen. Giuseppe Cucchi
Laureato in Giurisprudenza e Scienze Strategiche, ha studiato alla scuola di guerra italiana e francese e ha conseguito il Master in Public Administration ad Harvard. Ufficiale Generale con curriculum di studi e preparazione in vari paesi esteri è stato Direttore del Centro Militare di Studi Strategici, Consigliere Militare del Presidente del Consiglio, Rappresentante Militare italiano presso NATO, UEO ed UE ed è attualmente Consulente sui problemi NBCR al Dipartimento della Protezione Civile.

Insomma, Romano Prodi muove le sue pedine e cerca di consolidare il regime di centro-sinistra. Tanto più che il tempo a sua disposizione potrebbe essere non molto lungo.

Mi chiedo come fa uno come lui ad avere quella faccia da frate Trappista. Parla come un santo (almeno per il fastidioso tono di voce) e razzola come il peggiore dei lestofanti. Se Prodi ha intenzione di accontentare tutti quelli che lo hanno sostenuto credo che l’elenco sarà ancora lungo. Scorrendo sul sito di Nomisma si possono leggere i seguenti azionisti:

  • S.I.S.A.G. S.r.l. (Gruppo Auricchio, Gruppo Cremonini, Gruppo Gazzoni Frascara, Gruppo Granarolo, Gruppo Rana, Gruppo Rovagnati, Gruppo Veronesi, Gruppo Zonin)
  • B-Group S.p.A.
  • Capitalia S.p.A.
  • BNL Partecipazioni S.p.A.
  • Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.
  • Ciervana S.A. (Gruppo Banco bilbao Vizcaja)
  • Unicredito Italiano S.p.A.
  • Coop Adriatica Soc.coop. a r.l.
  • Smallpart S.p.A.
  • Confcooper Soc.coop. a r.l.
  • Sfir S.p.A.
  • Edison S.p.A.
  • Banca Antoniana Popolare Veneta S.p.A.
  • Conserve Italia Soc. Coop. Agricola
  • Dompè Farmaceutici S.p.A.
  • Mediolanum S.p.A.
  • Tecno Holding S.p.A.
  • Bignami S.p.A. – Produzioni Avicole
  • Banco Bilbao Vizcaja Argentaria S.A. (E)
  • Confcommercio
  • F.lli Martini & C. S.p.A.
  • Fiat Partecipazioni S.p.A.
  • BNP Paribas (F)
  • Cirio Finanziaria S.p.A.
  • Ferrarini S.p.A.
  • Ghinzelli Marino Industria Macellazione S.p.A.
  • La Fondiaria Assicurazioni S.p.A.
  • Credito Valtellinese Soc. Coop. a r.l.
  • EM.RO. Popolare – Soc. Finanziaria di partecipazioni S.p.A.
  • Mediobanca – Banca di Credito Finanziario S.p.A.
  • Merloni Termosanitari S.p.A.
  • Schroder J. Henry & Co. Ltd (GB)
  • Farmafactoring S.p.A.
  • Fagioli S.p.A.
  • Banco Popolare di Verona e Novara Soc. Coop. a r.l.
  • Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.
  • Finalca S.p.A.
  • G.S.I. Gestione Servizi Integrati S.r.l.
  • Romeo Investimenti S.p.A.
  • Todini S.p.A. – Costruzioni Generali
  • Banca Intesa S.p.A.
  • Assicurazioni Generali S.p.A.
  • Abibes S.p.A.
  • Coop. Muratori & Cementisti Soc. Coop. a.r.l.
  • Finanziaria Bolognese FI.BO.- c/o Bologna Service
  • Sanpaolo Fiduciaria S.p.A.
  • Electrolux Zanussi S.p.A.
  • SARA Assicurazioni S.p.A.
  • Immobiliare Clansi S.p.A.
  • Cassa Risparmio della Repubblica S.Marino (RSM)
  • Datalogic S.p.A.
  • Finarvedi S.p.A.
  • Banca di Trento e di Bolzano S.p.A.
  • Credito Emiliano S.p.A.
  • Banca Popolare dell’Emilia Romagna Soc. Coop. a r.l.
  • Banca Popolare di Milano S.c.r.l.
  • IEFFE Holding S.p.A.
  • OFI Consulting S.r.l.
  • Compagnia Progetti & Costruzioni S.p.A.
  • Ori Martin S.A. (L)
  • European Environmental Centre Ltd (GB)
  • Banca Lombarda e Piemontese S.p.A.
  • Banco di Sardegna S.p.A.
  • Banco di Sicilia S.p.A.
  • Associazione Industriali Monza e della Brianza
  • CEDASCOM S.r.l.
  • FINREF S.r.l.
  • Leaf Italia S.r.l.
  • Marazzi Gruppo Ceramiche S.p.A.
  • WRc Water Research Centre (GB)
  • Banca Carime S.p.A.
  • Comebo S.r.l.
  • Credito Bergamasco S.p.A.
  • S.G.R. Soc.Gestione per il Realizzo S.p.A.
  • Banca Pop. dell’Etruria e del Lazio Soc. Coop. a r.l.
  • ICCREA Holding S.p.A.
  • Cariprato – Cassa di Risparmio di Prato S.p.A.
  • Citibank N.A. Italia

Teniamoli tutti a mente perché questi nomi torneranno sicuramente nel prossimo futuro (fusioni, consulenze, regali di stato, ecc. ecc.).

Nel frattempo, quel geniaccio di Tommaso Padoa-Schioppa ha ammesso che per metterci a posto con l’UE sarebbe bastata una manovra da 15 mld di euro. E allora perché ce ne scucite 33,4 mld? “Mistero della fede”, fede cieca ovviamente, come quella dei sostenitori del Centro-Sinistra.

“BRUCIANDO S’IMPARA”

 

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili! (B. Brecht)

 

Non credo che bruciare bandiere o pupazzi raffiguranti soldati assassini sia una cosa utile. Ma ciò cambia le legittime ragioni di una protesta? L’assassino diventa meno assassino se la sua effige viene bruciata in piazza? E una bandiera bruciata, data in pasto al pubblico ludibrio, diviene davvero più onorevole in virtù di tale atto? (che resta, comunque, atto stolto e fatto da stolti).

Non credo proprio. Quella bandiera continuerà ad essere un simbolo di oppressione se rappresenta un paese oppressore.

Tutto questo mi ricorda una vecchia canzone di Gaber intitolata “Se fossi Dio” che, più o meno, diceva così del piccolo borghese violentatore di minorenni: “Speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo cara figlia! Così per i giornali diventa un bravo padre di famiglia”. Appunto. Precisamente.

Si fa un gran rumore mediatico per coprire le vere ragioni che hanno animato le manifestazioni di sabato scorso. A mio modo di vedere, se non fosse stato per le bandiere o per i fantocci bruciati ci si sarebbe attaccati agli slogan (quei cani di giornalisti di Studio Aperto hanno detto di avere registrato slogan infamanti contro le forze militari italiane, ma più ripetevano: “Li sentite in sottofondo, 10-100-1000 Nassirya”? Più non si sentiva un bel nulla, se si esclude la voce della conduttrice del Tg che ripeteva: “sì, sì li sento!”). Ma gli organizzatori della manifestazione non si dolgano troppo e non perdano tempo a scovare i piromani, tanto i media trovano sempre un modo per "pervertire" il volere popolare, a prescidere da questi idioti. Eccovi un argomento buono per tutte le stagioni e usato già tante volte: l’ingratitudine della sinistra antioccidentale ed antisemita che preferisce i mussulmani della sharia rispetto agli americani (gli affossatori della dittatura nazi-fascista) dei diritti umanitari e delle libertà civili. A qusto punto, anche Hiroshima e Nagasaki, perdono di "portata" di fronte a tanta "bontà".

In qualunque forma si protesti, i giornali (che hanno i propri padroni) e i giornalisti (che hanno le loro cucce) racconteranno sempre e solo quel che fa più sensazione o quel che più conviene raccontare. Per questo, come diceva Gaber (stessa canzone): “con i giornalisti come cogli, cogli sempre bene”.

Un po’ di manipolazione e un po’ di società dello spettacolo, è questo il loro lavoro. Del resto i compagni, “figli di prometeo” ed autori dell’infausto gesto, già sapevano quel che sarebbe accaduto il giorno dopo. Ed è per questo che lo hanno fatto. Tutti qui a parlare di loro.

Vorrei chiedervi solo un favore. Va bene dare l’alibi alla stampa di sistema. Ma darlo a Bertinotti proprio non mi va giù. Il Grande Vecchio del Comunismo Riformato (CR) sulla manifestazione ha detto solo due parole. Ovviamente, non erano una chiosa negativa alle stragi israeliane contro i palestinesi, ma un’invettiva contro gli slogan e contro gli “idioti” che bruciano le bandiere. Gli avete tolto le castagne dal fuoco.

CAMPO ANTIMPERIALISTA (di F. D’Attanasio)

Sicuramente è ammirevole la dedizione ma soprattutto il coraggio dei compagni del Campo Antimperialista, difatti da alcuni anni devono subire, diciamo così, l’attenzione “morbosa” degli organi giudiziari e polizieschi a causa delle proprie posizioni politiche, essendo stati accusati più di una volta di appoggiare il terrorismo internazionale; niente a che vedere con certi altri antimperialisti solo parolai i quali sfruttano certe categorie politiche per tutt’altri scopi, per tenersi ben stretti la propria “nicchia” elettorale fatta di persone che non vogliono proprio rassegnarsi alla vera e propria debacle, non solo politica,  ma anche morale di cui si son resi “protagonisti” i propri “eroi”. Come dice M. Tozzato nel suo articolo “QUALE (ANTI)IMPERIALISMO IN CRISI?”, sono tante le posizioni che emergono in seno al panorama mondiale delle forze antimperialiste, diversità che discendono appunto non solo dalle condizioni concrete sociali complessive che contraddistinguono le varie zone del mondo ma anche da una certa debolezza teorica. Quel che manca forse è proprio (come dice giustamente La Grassa) una teoria generale dello sviluppo ineguale dei capitalismi (e non del capitalismo) che faccia, diciamo così, da “sintesi”, che tenga insieme in maniera organica e logica appunto “le categorie, concetti, schemi e mappe di lettura” per formarne così un corpo (teorico) unico e ben articolato che non sia una mera giustapposizione. E’ comunque al di là di tutto mi sembra abbastanza utopico e senza nessun fondamento scientifico lavorare per un fronte antimperialista mondiale, pensare che i popoli che maggiormente subiscono le conseguenze delle aggressioni imperialiste (soprattutto americane), che poi sono anche (aspetto molto importante da non trascurare) quelli che vivono nelle condizioni più arretrate, possano in qualche modo unirsi tutti insieme per sconfiggere il nemico comune, derivi più da un atteggiamento morale di appoggio incondizionato ai “dannati della Terra” che da un’attenta analisi socio-economica e da un’approfondita valutazione politica. I popoli del mondo vivono nel turbine dello sviluppo capitalistico, di questa formazione sociale (avente comunque connotati differenti nelle varie zone del mondo, quindi sarebbe più corretto parlare di formazioni sociali, in quanto caratterizzati da diverse classi e strutture di rapporti sociali, seppur basati su una organizzazione produttiva fondamentalmente privata, mercantile e quindi tesa alla valorizzazione del capitale) che continua a “sbaragliare” letteralmente, dall’inizio del proprio avvento, tutti gli altri modi di produzione. Il capitale, come ci ricorda Marx, è soprattutto una potenza sociale, cioè un sistema sociale perfettamente integrato, altamente dinamico che oltre ad assicurare elevati ritmi produttivi modifica costantemente i rapporti sociali (pur rimanendo nell’alveo dell’impulso alla valorizzazione), ha dato un’accelerazione, mai vista prima nella storia, al progresso tecnologico e scientifico, ha quindi liberato l’uomo dal fardello di tanti tabù, credenze e paure che ne tenevano imbrigliati la creatività e l’insieme di tutte le potenzialità, aprendo così orizzonti di accrescimento culturali prima inimmaginabili.

Il capitalismo ha altresì prodotto una grossa frammentazione in orizzontale oltre che una scala sociale gerarchica molto stratificata, livelli di sviluppo, come dicevo, molto differenti tra diverse aree del mondo; ciò costituisce, per gli antimperialisti, ulteriore fonte di difficoltà poiché mette (più in generale) in continuo rapporto di competitività gli individui, ma anche i popoli, quindi tende anche, fra l’altro, a separare le classi subalterne del mondo a più alto sviluppo da quelle appartenenti al mondo meno sviluppato o in via di sviluppo. Quindi è molto più sensato pensare, appunto nel vortice tumultuoso della lotta per la supremazia tra i vari spezzoni in cui si vanno a delineare, a livello internazionale, le classi dominanti (o anche forse meglio, decisori, come dice La Grassa), che i proletari più poveri siano, in un certo senso, “costretti” (ma  difatti personalmente non vedo quale altra via potrebbero perseguire) ad allearsi con le proprie classi dominanti di riferimento per difendere la propria autonomia ed indipendenza dalle politiche aggressive imperialiste dei paesi più potenti (oltre che, aspetto non meno importante, per puntare ad un più alto sviluppo tecnologico-scientifico che abbia così ricadute significative sul proprio tenore materiale di vita), d’altro canto, specularmente, le classi dominate o non decisori, delle aree più sviluppate hanno lo stesso atteggiamento. Tutto ciò può essere meglio capito e accettato se si condivide, a mio avviso, l’impostazione teorica che ultimamente ha dato La Grassa alla sua analisi della formazione sociale capitalistica (e non del modo di produzione capitalistico, concetto diverso, elaborato da Marx ai suoi tempi e quindi adeguato alla società che fu), analisi che mette al centro (superando la stessa concezione del rapporto dialettico tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione) quale nucleo fondamentale concettuale i rapporti sociali ed in special modo quelli tra le varie frazioni della classe dominante. Quindi prendono il davanti della scena dell’attività di analisi,  le strategie che questi ultimi producono e mettono in atto in tutti gli ambiti sociali allo scopo di prevalere e quindi predominare, discorso valido sia all’interno delle varie formazioni sociali nazionali e sia a livello della geo-politca  cioè dei rapporti di potere internazionali. Il rapporto capitale-lavoro o più in generale il rapporto dominio-subordinazione risultano così sur-determinati, in quanto non principalmente significativi nel districare, seppur a grandi linee, la complessa matassa delle dinamiche sociali complessive, quindi sia i continui riassestamenti dei vari gruppi sociali all’interno della riproduzione sociale capitalistica, e sia le eventuali condizioni di possibilità di un rivoluzionamento radicale della stessa organizzazione sociale capitalistica.

Né tuttavia sinceramente penso che da esperienze politiche che stanno maturando in special modo in Sud America (penso in particolare al Venezuela di Chavez che, sottinteso, va senz’altro appoggiato tanto più si oppone all’imperialismo degli Stati Uniti e persegue una certa autonomia) possa nascere seriamente un nuovo socialismo (anche perché attualmente gli stessi Stati Uniti stanno trascurando questa zona del mondo in quanto più preoccupati nel prevenire le mire espansionistiche di paesi quali la Cina e l’Iran), penso al contrario che se tali paesi non riusciranno ad avviare una serio processo di sviluppo sostenuto, se non riusciranno ad assumere un ruolo internazionale rilevante in termini di potenza soprattutto politica-economica, finiranno letteralmente per essere travolti (con conseguenze catastrofiche sulle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione) dall’onda d’urto prodotta dalle lotte per l’acquisizione delle aree di influenza, che tanto più si farà incipiente quanto più si entrerà in una fase policentrica. Quindi, in un certo senso, penso vada da sé il discorso che non si possa trascurare la realtà socio-politica del proprio paese, che una certa attività politica debba essere incentrata principalmente sulle condizioni della popolazione del paese in cui si vive, dato che può essere più utile e proficuo (oltre che più probabile) cercare qui di creare un fronte antimperialista; tra l’altro questo discorso è tanto più vero se si considera il caso dell’Italia, che sempre più sta diventando una pedina fondamentale nella politica di sottomissione dell’Europa da parte degli USA.

QUALE (ANTI)IMPERIALISMO IN CRISI? (di Mauro Tozzato)

Per sabato 18 novembre sono state indette due manifestazioni, una a Milano e una a Roma, per la pace in Palestina, in Medio Oriente e in Afghnanistan. Sul “Corriere” di oggi, 15 novembre 2006, è riportato che a quella di Milano promossa << dalla Tavola della Pace […], hanno aderito, oltre a Rifondazione e Verdi, anche Ds e Margherita>> mentre a quella di Roma, indetta dal Forum Palestina, parteciperanno <<Pdci, Cobas e area Ernesto del PRC assieme alle stesse sigle che si opposero alla missione in Libano>>. E’ presumibile che anche l’area “Sinistra Critica” (Cannavò, Malabarba) del PRC sia presente alla manifestazione di Roma. La prima cosa da ricordare è , intanto,  che la “Sinistra Radicale Governativa” (S.R.G.), dopo  le bizze  iniziali delle aree di minoranza riguardo alla missione in Afghanistan ha votato compatta per l’aumento del contingente nel paese suddetto e per l’invio dei soldati in Libano. Quando ci si riferisce all’opposizione alla missione in Libano invece si vuole parlare della manifestazione del 30 settembre, piuttosto “silenziata”, e del comitato informale costituitosi come coordinamento delle forze che hanno partecipato a quel corteo.

Mi risulta che ne facciano parte : “Utopia Rossa”, Red Link, la Confederazione Cobas di Piero Bernocchi, la Rete dei Comunisti-RdB di Cararo e Leonardi, il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando, il Campo Antimperialista di Maria Grazia Ardizzone e Moreno Pasquinelli e il Comitato IraqLibero di Leonardo Mazzei. Non mi pare, invece, che abbia contatti con  questi gruppi il PC – Rol di Francesco Ricci.

L’antimperialismo della S.R.G., sbandierato e proclamato a gran voce in particolare dal Pdci, da “Essere comunisti” (area “l’Ernesto”) e da “Sinistra Critica”, appare particolarmente ambiguo e al limite della “presa in giro”. Diliberto durante la campagna elettorale, con le sue prese di posizione  a favore della resistenza irachena si era già caricato particolarmente di ridicolo. Tutti sanno che il Pdci non voterebbe contro Prodi nemmeno se il “Capo” del governo abolisse per decreto, immediatamente e totalmente, sia il sistema sanitario che quello previdenziale pubblico !

Anche all’interno delle forze extraparlamentari che hanno manifestato contro il Libano bisogna comunque operare dei distinguo: il Campo Antimperialista e il Comitato IraqLibero avevano  tentato di organizzare l’anno scorso una Conferenza Internazionale contro la guerra in Iraq e per il sostegno politico della Resistenza Irachena che, sospesa per l’opposizione del governo Berlusconi-Fini, viene riproposta (previo benestare ai visti per l’ingresso degli esponenti politici invitati) per l’inizio del prossimo anno con la problematica allargata  alle crisi libanese e palestinese.

Si sarebbe potuto ipotizzare che gli altri gruppi che hanno manifestato il 30 settembre si facessero anch’essi promotori di questa conferenza, viste le posizioni da loro assunte sulla guerra e sulle missioni italiane all’estero, ma questo a quanto pare non si è verificato.

Qualcuno ipotizza che il clima di criminalizzazione con relativa accusa di appoggiare il “terrorismo” internazionale quando si assumano iniziative di un certo significato politico abbia spaventato alcuni “eroici” antimperialisti, qualche altro pensa che questi gruppetti costituiscano una sorta di “strato cuscinetto” con funzione di ammortizzatore rispetto al dissenso che si possa manifestare all’ esterno del “Palazzo”.

Per quanto riguarda la situazione in Iraq, di fronte alla stragrande maggioranza dei media che mettono l’accento sul caos e sul persistere di una guerra civile, interetnica e interreligiosa, negli ultimi giorni si sono levate voci che vanno in direzione opposta. Si era ventilata una già avvenuta costituzione di un Centro unificato di comando della Resistenza Irachena; queste voci, apparentemente sorprendenti, sembrano  a questo punto  confermate, anche se solo in parte, da importanti esponenti iracheni mentre su internet è apparso, pare, addirittura un elenco di 25 nomi di personalità che in questo momento svolgerebbero un ruolo importante di direzione politica.

Un importante esponente della Resistenza Irachena ha inoltre dichiarato che attentati con bombe o altri ordigni non inviati su bersagli militari e/o non affidati a un “kamikaze” devono essere attribuiti in ogni caso a forze filoamericane, collaborazionisti e agenti filoimperialisti di vario tipo.

In sintesi le componenti Baath, islamica sunnita, l’Alleanza Nazionale Patriottica, comunisti della resistenza, oltre ad alcune componenti scite starebbero costituendo un coordinamento che potrebbe portare anche se in tempi non brevi ad un Fronte di Liberazione Nazionale soprattutto se alcune importanti forze, come quella facente capo a Moqtada Al Sadr, decidessero di rompere gli indugi e assumere una posizione decisa contro l’occupazione angloamericana.

Se le trattative con il governo italiano per i visti agli esponenti iracheni, libanesi e palestinesi andassero a buon fine e la Conferenza potesse aver luogo nei primi mesi del prossimo anno in Italia si tratterebbe di un importante successo per il movimento antimperialista nel nostro paese o meglio per quei pochi che si impegnano effettivamente nei fatti e non solo a chiacchere.

Purtroppo gli eventi contingenti portano spesso ad “adattare” anche le analisi dei fatti e delle situazioni e anche gli antimperialisti italiani mi pare che negli ultimi tempi stiano rischiando di assumere valutazioni del panorama politico difficilmente condivisibili.

Dopo aver criticato a lungo l’antiberlusconismo fanatico di molte componenti (tutte?) della S.R.G. e aver correttamente compreso la natura del bipolarismo e le forze che sostengono gli schieramenti politici di “destra” e “sinistra”, non si può ritornare, in un momento come questo, in cui Prodi e Bertinotti sono stati i primi e i più solerti sostenitori sul “campo” (di battaglia) dell’egemonismo imperialista americano a riproporre la tesi che il centro-sinistra è migliore del centro-destra.

Il fatto che un Ministero degli Esteri del centro-sinistra sia più disponibile a discutere di uno del centro-destra significa ben poco, pensare poi che D’Alema, l’uomo che ha sostituito Cossiga come referente degli USA in Italia e in parte anche in Europa sia in realtà un “nuovo Andreotti” con l’intenzione di mettere i bastoni tra le ruote agli americani in Europa e in Medio Oriente mi pare del tutto infondato.

Arriviamo al vero e proprio delirio quando retrodatiamo questo “strano” D’Alema al tempo della guerra del Kosovo: lo ricordate con il generale Clark, ricordate Clinton che lo definì “una roccia di fedeltà”!!

Comunque al riguardo è sufficiente leggere quanto riportato da La Grassa sul blog “Ripensare Marx” qualche giorno fa e perciò non mi dilungo oltre.

L’ultima cosa a cui voglio accennare riguarda le discussioni che si sono svolte negli ultimi tempi sul tema del Fronte antimperialista mondiale. Gli esponenti delle varie aree geopolitiche: latino-americana, medio-orientale allargata, estremo-orientale in particolare hanno scoperto di parlare linguaggi del tutto diversi. L’”analisi concreta della situazione concreta” inevitabilmente porta ad un radicale prospettivismo quando ci si ritrova dentro situazioni molto diverse, e se non esiste una teoria della società “comune” (come è stata nel passato, bene o male, il marxismo) in grado di legare categorie, concetti, schemi e mappe di lettura  con le concrete condizioni storico-congiunturali delle varie formazioni sociali sarà inevitabile che il risultato sia un dialogo tra sordi e che ognuno prosegua per la sua strada nella lotta contro l’egemonismo e l’imperialismo.

 

Mauro Tozzato ( o Fabio Dizghen )                     15.11.2006   

             

IL "TRENO" CHE ALL’INCONTRARIO VA’ (di G. La Grassa)

Come assiduo viaggiatore delle ferrovie (odio l’automobile e soffro a guidare), è da almeno 10 anni che assisto al degrado, via via acceleratosi sotto Governi di opposto colore, di questo importante mezzo di trasporto, meno costoso, meno inquinante e di gran lunga più sicuro e rilassante (con numero di incidenti stellarmene inferiore) rispetto a quello su strada. Tutti sappiamo come nel nostro paese, sempre dominato dalla Fiat, quasi il 90% delle merci è trasportato su ruote di gomma, mentre in ogni altro paese europeo il rapporto è di circa 60 (strada) a 40 (ferrovia). Adesso siamo infine alla giusta resa dei conti. Dopo l’Alitalia, anche le Ferrovie – il cui amministratore delegato è un ex alto dirigente della CGIL (teniamolo ben presente!) – annunciano di essere sull’orlo del fallimento. E come si giustifica questo evidentemente non molto brillante dirigente? Con l’impossibilità di aumentare le tariffe e il prezzo dei biglietti per ostilità del Governo di centrodestra.

A parte il fatto che da dieci anni a questa parte ho ricordo di un buon numero di sedicenti “ritocchi” (all’in su) dei prezzi dei biglietti, incredibile è la “filosofia” di questi sindacalisti e politici “di sinistra”. In qualsiasi azienda, se si vogliono aumentare i prezzi di vendita delle merci, si pensa a qualche loro miglioramento. Invece, i sostenitori del “pubblico” pensano sic et simpliciter all’aumento dei prezzi per far quadrare i conti, in rosso per pessima amministrazione dei sedicenti servitori dello Stato. Si aumentano a dismisura le imposte mentre tutti i servizi forniti dall’Amministrazione Pubblica sono in fase di degrado esponenziale. La Sanità sembra all’ultima spiaggia, si accrescono i tempi di attesa per visite e interventi chirurgici (anche per malattie gravi), il ricovero ospedaliero è ridotto al minimo e in condizioni di assistenza e di pulizia e igiene sempre più scadenti; ma aumenta il loro costo e viene introdotto un ticket di 27 euro (50.000 vecchie lire!) per il pronto soccorso (per qualsiasi motivo vi si ricorra). Aumenta il prezzo dei servizi postali (perché questo significa l’aver parificato tutta la posta alla prioritaria) e siamo di nuovo all’intasamento più vergognoso; le semplici lettere impiegano giorni per arrivare e un certo numero va pure perso. Degrada il trasporto ferroviario, come è ormai da lungo tempo sotto gli occhi di tutti, e si chiede di poter aumentare il prezzo dei biglietti.

Brutti mascalzoni e ladri, prima preparate dei piani di miglioramento dei servizi e fate vedere agli utenti i primi risultati di tali piani, e poi aumentate i prezzi. Invece, no, perché la stragrande maggioranza dei fondi (diciamo pure) “sprecata” dalla Pubblica Amministrazione è spesa corrente per il personale; e quindi mancano sempre soldi (qualsiasi aumento ci sia del costo dei servizi) per investimenti in infrastrutture, in ammodernamento tecnologico, perfino per la semplice manutenzione ordinaria. Il 20% della forza lavoro attiva è impiegata nel “pubblico”; una percentuale assai più elevata che in Inghilterra, Germania, Francia e altri paesi europei (salvo alcuni ex socialisti dell’est), per non parlare degli USA. Mi dispiace, ma per difendere il “pubblico” si blatera a vanvera di neoliberismo, che allora viene di fatto esaltato, reso gradito alla maggioranza dei cittadini.

Il neoliberismo è la credenza che il mercato sia “libero”, aperto alla mera competizione dei produttori sulla base della qualità e innovazione dei prodotti; e si sostiene che esiste la “libera concorrenza” dove prevalgono i “migliori”. Queste sono bufale gigantesche. I mercati sono controllati da potenti istituzioni finanziarie (in Italia solo parassitarie) e da monopoli industriali (nel nostro paese decotti come la Fiat, del cui falso “miracolo” ci accorgeremo fra pochi anni e a cui vengono fatti continui regali anche dall’attuale Governo: mobilità lunga, adesso ancora rottamazione, ecc.); si tratta di enormi concentrazioni di potere, che da noi sono del tutto succubi di quelle del paese dominante centrale (si pensi alla preminente influenza in Italia della Goldman Sachs, ma anche della Morgan Stanley, ecc.). La competizione nel mercato non avviene solo in base alle innovazioni, al miglioramento della qualità, alla diminuzione dei costi e prezzi, ecc. Non ci sono gli immaginari vantaggi per i “mitici” consumatori. Ci vogliono ben altri mezzi, anche extraeconomici (politici e simili), per prevalere!

Ma che dire delle speculari balle delle sinistre? Queste si inventano i vantaggi del settore pubblico, del Welfare (sempre più costoso e degradato nei servizi che fornisce), vedono lo Stato come panacea di tutti i mali, mentre è spesso al centro della corruzione e dello sfacelo delle istituzioni e delle forze politiche che le occupano. Nelle Ferrovie, ad es., mancano macchinisti, ma con una pletora di quasi nullafacenti in altri servizi (si provi a telefonare per avere informazioni; ma è solo una quisquilia, una piccola punta dell’iceberg relativo alla monumentale inefficienza e scarsa laboriosità dei “gloriosi” dipendenti pubblici). Negli Ospedali, mancano infermieri di un certo livello, ma nelle Usl (o Asl) siamo alle solite (idem come sopra). Non parliamo della dirigenza di questi apparati, costituita da personaggi molto peggiori dei loro sottoposti, ma demandati a quei ruoli dal ceto politico per motivi di fedeltà ad esso, senza alcun interesse per le loro competenze e capacità; e questo modo di gestire la “cosa pubblica” è soprattutto tipico della sinistra (non a caso, l’ad delle Ferrovie è un “baldo” cigiellino).

Certo, esistono eccezioni, “gioielli” in questa tenebrosa notte del settore pubblico. Pensiamo, ad es., all’ENI che ha stipulato quello che sembra essere un gran contratto con la Gazprom russa. Però, innanzitutto, non mi intendo di questi contratti e sarà meglio aspettare qualche tempo per vederne i risultati. Inoltre, l’ENI, da sempre, è un’impresa “pubblica”, ma soprattutto è una impresa, ed è gestita come tale, non per pura sistemazione dei propri fedeli servitori da parte di politici corrotti (in specie di sinistra e in specie sindacalisti, i più marci di tutti). Inoltre, pochi mesi fa Scaroni protestava contro il tentativo (proprio di “quelli di sinistra”) di separare l’attività produttiva dell’azienda dalle reti distributive, che si volevano assegnare alle aziende municipalizzate o ex tali (in primo luogo quella di Bologna) che sono, per l’85%, in mano ad amministrazioni di sinistra (come volevasi dimostrare!). Eravamo al punto che la Gazprom entrò nell’ordine di idee di trattare direttamente con queste aziende (un alto dirigente russo si recò proprio a Bologna un sei mesi fa e anche più).

Evidentemente – o almeno così si spera, perché solo il tempo ci chiarirà bene la faccenda – la parte della dirigenza ENI più autonoma dalla politica ha respinto l’assalto di quella legata ai diessin-margheritisti; e ha portato a termine un’operazione, che era stata impostata – udite, udite – da Berlusconi e Putin durante il soggiorno di quest’ultimo in Sardegna (nella residenza del primo) uno o due anni fa (adesso non ricordo bene). Subito, i settori dell’ENI, influenzati dai sinistri, avevano boicottato tale piano, e il precedente presidente dell’ENI (Mincato) è saltato. E’ stato nominato – sempre dal Governo precedente – Scaroni (ricordo che ha partecipato a riunioni del gruppo Bilderberg, se qualcuno rammenta questo nome), il quale ha incontrato ancora opposizioni dalla parte dirigenziale ancorata alla sinistra; con episodi perfino un po’ ridicoli, poiché ai fini della contesa tra le due parti dei vertici ENI è stato anche utilizzato uno spettacolo teatrale dato al Piccolo di Milano, nel maggio di quest’anno, per onorare il centenario della nascita di Enrico Mattei. Scaroni ha comunque più volte protestato – come sopra ricordato – e infine sembra aver concluso l’affare, vantaggioso per noi, ma sembra non meno per la Russia. E gli americani che ne pensano? Non faccio illazioni in merito; vedremo.

Anche l’Enel, altra impresa in parte pubblica – ma impresa prima di ogni altra cosa – ha siglato uno “storico” accordo con l’algerina Sonatrach, ma non si può che ripetere quanto appena detto sopra. Infine, abbiamo anche la Finmeccanica, altro gioiello del nostro sistema produttivo, avversata dagli stupidi della “sinistra antagonista” perché produce armi (ecologisti e pacifisti stanno dimostrando ogni giorno di più quanto sono “positivi” in termini di opposizione anticapitalistica; essi verranno sotterrati da gran parte della popolazione perché incapaci di capire che cos’è un paese arrivato all’attuale grado di sviluppo sia pure capitalistico). Si tratta comunque di “isole” in un mare di potentati finanziari e industrialdecotti (privati ma ben felici dello statalismo della “sinistra” per ottenere bei regalini). Il sistema-paese non andrà avanti indefinitamente in questa situazione di arretratezza e di marcio crescente. E fanno ridere sempre più i sinistri che annunciano riprese; anche i dementi organismi europei pensano ad una Europa come traino dell’economia mondiale, nel mentre il vero traino, il sistema USA, è in recessione; e perfino secondo un Tremonti, vi è qualche probabilità che possa trasformarsi in qualcosa di ben più grave. Ed Europa e, soprattutto, l’Italia crescerebbero impetuosamente? Questo è possibile solo se si truccano i dati così come fa l’Istat con l’inflazione. Abbiamo a che fare con una gran massa di cialtroni e clown.

Il tempo è comunque galantuomo: già il prossimo anno, e ancor più in quelli immediatamente successivi, ci sveglieranno dal torpore (di sinistra) dei gran bei “botti”. Prepariamoci e cerchiamo di compiere una corretta analisi delle sporche manovre politiche (con presumibile compera di parlamentari e di interi gruppi come UDC e Lega) delle nostre concentrazioni di potere economico, con al seguito i loro scherani, intercambiabili, del ceto politico e delle abiette cosche intellettuali: di destra (poco potenti), di sinistra (i più forti) e di “sinistra alternativa” (i venduti reggicoda che fanno da copertura ai precedenti). Lo faremo presto.

 

16 novembre     

QUANDO SI RIUSCIRA’ A ROMPERE? (di Gianfranco La Grassa)

INTRODUZIONE DI RIPENSAREMARX

[…]A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. […]

 

Basterebbe questa affermazione di Marx, tratta da “Per la critica dell’economia politica,” per comprendere che quanto sopra citato- l’annunciato sovvertimento del capitalismo ad opera di un processo oggettivo di “straripanza” delle forze produttive rispetto ad un “involucro” che si fa angusto, quello appunto  rappresentato dai rapporti di produzione – non abbia nulla a che spartire con certe mode “decadentiste” di questi ultimi anni. Ovvero, da più parti, sull’onda di un fantomatico allarmismo ecologico-sociale, si progetta di abbattere il capitalismo semplicemente frenandone lo sviluppo o proponendo un percorso a ritroso (quello che i ribelli pseudo-comunisti di oggidì chiamano l’ipotesi “decrescita”). In verità persino i marxisti d’antan, quelli che abbiamo sempre criticato, non si erano mai posti l’irrealistico obiettivo di frenare la progressività capitalistica ma pensavano, "più ortodossamente", ad una inevitabile  trasformazione (rebus sic stantibus), in senso comunistico, dei rapporti sociali a causa della loro altrettanto "progressiva" inadeguatezza, rispetto alla dinamica di sviluppo delle forze produttive. Quando, seconda la ben nota teoria, il capitalismo sarebbe arrivato a coincidere con un Trust Mondiale Unificato (TMU), in virtù di un inarrestabile processo di centralizzazione dei capitali, si sarebbe formata una classe di capitalisti “cedolari”completamenti avulsi dal processo produttivo, mentre, a livello della produzione, avremmo assistito alla saldatura dell’ultimo giornaliero con il primo ingegnere. Il sintomo sarebbe divenuto conclamazione e le campane avrebbero suonato la morte del capitalismo. Di fatti, sosterrà ancora Marx:

 

Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.

 

Questo, come tutti sappiamo, non si è verificato. Il capitalismo è saldo al suo posto e il General Intellect è, ormai, l’ultimo "terrapieno" dei post-operaisti, i quali, nonostante l’evidenza, continuano a parlare dello sciame moltitudinario-cognitivistico che starebbe corrodendo dall’interno le fondamenta dell’Impero senza Centro.

Ciò significa allora che possiamo restare a casa finché la formazione sociale capitalistica non avrà sviluppato tutte le sue potenzialità? Nemmeno questo è realistico, perché se crediamo che il capitalismo possa “spegnersi” da solo, per autoesaurimento del proprio “nucleo incandescente”, siamo ancora una volta fuori strada. Come dice bene La Grassa in questo breve scritto che vi proponiamo, “la nascita di una nuova formazione sociale sarà necessariamente una costruzione politica”. A tal fine, il suo ed il nostro obiettivo, non è l’attesa dell’esaurimento delle potenzialità della formazione-sociale capitalistica (aspettando Godot…) ma la comprensione, hic et nunc, della società nella quale attualmente siamo costretti a vivere, per coglierne la direzionalità tendenziale e al fine di  pianificare in essa  le nostre azioni. Se è vero che il mondo sta per entrare in una fase di più o meno acuto policentrismo, con scontro frontale tra  segmenti di classi dominanti che puntano a limitare o surclassare quelle attualmente predominanti, allora, dobbiamo capire quale sarà il ruolo delle forze antisistemiche in tale contesto. Analisi concreta della situazione concreta.  Fare voli pindarici verso “il sol dell’avvenire” serve davvero a poco in questo momento storico, più saremo realisti più aumenteranno le nostre possibilità di incidere sui rapporti di forza esistenti. Abbiamo sognato il comunismo ogni giorno, ora forse è il momento di aprire gli occhi sulla realtà.

QUANDO SI RIUSCIRA’ A ROMPERE? (G. La Grassa)

 

1 Avendo un’oretta di tempo vacante, voglio sviluppare alcune riflessioni su quella che mi appare ormai una completa débacle del pensiero di sinistra, ma soprattutto di quello fu comunista. Dico sempre che debbo rompere con i rimasugli di quest’ultimo e poi mi faccio ancora condizionare da vecchie abitudini e “amicizie”.

Marx, Lenin, e tutti i grandi del marxismo, hanno sempre sostenuto che il socialismo e comunismo (il socialismo essendo null’altro, per tali pensatori e politici rivoluzionari, che la prima fase, o fase inferiore, del comunismo) era l’antagonista e, nel contempo, l’erede della società capitalistica, ne avrebbe superato i limiti, mettendo fine alle varie forme di società divise in classi (dominanti e dominate). Il capitale, per i marxisti, non poteva svilupparsi oltre certi limiti; i suoi specifici rapporti sociali di produzione avrebbero infine rappresentato un involucro, senza spezzare il quale non sarebbe stato possibile l’ulteriore sviluppo delle forze produttive. Ho scritto mille volte che la dinamica capitalistica, come vista da Marx (e dai marxisti in genere), conduceva alla centralizzazione dei capitali implicante – e questo è fondamentale, poiché non è sufficiente il semplice aspetto quantitativo, essendo il capitale non cosa ma rapporto sociale – la formazione, al vertice della società, di un pugno di proprietari di tipo finanziario (assenteisti in rapporto alla produzione dei beni), che avrebbero provocato l’imputridimento della struttura sociale e produttiva, con sostanziale stagnazione e blocco delle forze produttive.

La rivoluzione, trasformando la struttura di questi rapporti capitalistici, avrebbe ridato slancio allo sviluppo: quantitativo e qualitativo (dunque pure al progresso tecnico e scientifico, anch’esso supposto in panne a causa dei fenomeni involutivi provocati dalla centralizzazione e finanziarizzazione del capitale). Sarà stato determinismo economicistico, scientismo, e quello che si vuole; resta il fatto che però i comunisti marxisti si rendevano ben conto che non avrebbero mai vinto se i processi (presunti “oggettivi”) non avessero dimostrato alla gran massa del popolo (i dominati) che il capitalismo era ormai putrefazione e involuzione, mentre la rivoluzione propugnata dai comunisti avrebbe ridato slancio allo sviluppo e al progresso delle conoscenze e delle tecniche, con elevamento del tenore di vita per tutti o quasi.

Essendo avvenuta la rivoluzione in Russia, paese capitalisticamente ancora arretrato, Lenin si rese conto dopo pochi anni che la rivoluzione del 1917 non rimetteva in moto il paese, che le grandi masse continuavano a restare nella miseria più nera (certo aggravata anche dalla guerra civile, ecc.). E allora come tentò di risolvere il problema? Con la NEP, in cui si permise un certo rilancio del capitalismo, almeno di tipo, diremmo oggi, piccolo (e anche medio) imprenditoriale. Si trattava di misura pensata come tattica transitoria; ed infatti fu poi superata con i grandi piani di industrializzazione, un processo certo forzato “dall’alto”. Oggi ci si rende conto che non ci si instradò lungo la conclamata “costruzione del socialismo”; resta comunque il fatto che solo lo sviluppo degli anni trenta – per quanto legato soprattutto ad una forte accumulazione, mentre il livello di vita delle masse cresceva, se cresceva, assai poco – procurò un sostanziale appoggio popolare al “regime”, che si fece palese durante la seconda guerra mondiale con la forte resistenza all’invasione tedesca.

Tuttavia, quando ci fu la competizione tra “campo capitalista” e “campo socialista”, accadde qualcosa che non era per nulla previsto da noi comunisti e marxisti degli anni ’50 e ‘60: il socialismo si “incartò”, mostrò tutti i sintomi della putrescenza e della decadenza quantitativa e qualitativa della produzione, con precisi riflessi sulla corrispondente disgregazione dei rapporti sociali e sul basso livello di vita della maggioranza della popolazione; mentre il capitalismo si dimostrò in grado di svilupparsi con ritmi rapidi e con notevole accrescimento dei consumi da parte delle più larghe masse – malgrado si fosse sostenuto che i suoi rapporti avrebbero dovuto rappresentare un impedimento in tal senso – innescando inoltre una fase di fortissimi balzi in avanti della scienza e della tecnica, con l’apertura di veri “nuovi continenti” del sapere, con innovazioni di grande portata e in continua accelerazione.

Di più: dopo il crollo del baraccone “socialista”, i grandi paesi di quel “campo”, come Cina e Russia (quest’ultima alla fine di circa un decennio di turbolenze), si sono indirizzati verso un rapido sviluppo seguendo metodi che hanno quanto meno molte somiglianze con quelli capitalistici (impresa, mercati, ecc.). E questa volta, anche il tenore di vita di strati sempre più cospicui delle masse popolari (dei dominati) di quei paesi è in crescita. Ci sono grandi contraddizioni, ma chi crede ancora che queste implichino una ripresa della “lotta di classe” secondo i canoni immaginati dai comunisti e marxisti d’antan è al limite della pazzia o della demenza senile. Ovviamente, si può sostenere (giustamente) fin che si vuole che il “socialismo reale” poco aveva a che vedere con il socialismo e comunismo pensati da Marx, Lenin, ecc. Questo cambia le cose ancora in peggio; la storia non è proprio andata come pensavano i nostri “maestri”, li ha bellamente contraddetti. Tuttavia, essi restano nella mia memoria quali persone sensate e concrete, perché non invitavano alla rivoluzione comunista i popoli predicando povertà, indigenza, frugalità e altre cazzate del genere. Essi mostravano la convinzione, poi smentita dai fatti, che il capitalismo avrebbe infine bloccato lo sviluppo, mentre il comunismo l’avrebbe rilanciato; e alla grande, visto che si prevedeva un tale copioso fluire di beni prodotti da poter dare a ciascuno secondo i suoi bisogni (di cui si prefigurava la continua ascesa, quantitativa come qualitativa).

Di fronte all’indubbia sconfitta del pensiero e dell’azione dei comunisti, alcuni di questi hanno reagito insistendo sui vecchi principi, continuando a sostenere che un domani – non si sa quando, forse fra qualche secolo – le previsioni di Marx ecc. si avvereranno. Abbiamo a che fare con un pensiero religioso, millenarista, o non so cos’altro; comunque qualcosa di pessimo e di demenziale. Tanti cari saluti a questi mentecatti. Altri, che sembrano (ma solo sembrano) più concreti, hanno preso atto che – allo stato attuale dei fatti – il capitalismo sviluppa le forze produttive, mentre il sedicente socialismo ha fatto un bel flop in tal senso; e allora si inventano che bisogna non desiderare più tale sviluppo; evidentemente sarà necessario “educare” le masse ad astenersi da un aumento dei consumi, magari perfino a tornare indietro. A tal proposito, essi redigono una classifica tra bisogni necessari o invece superflui (con vari gradini intermedi; peggio ancora che nella vecchia teoria economica neoclassica); oppure sperano che la Natura imporrà precisi “limiti” al suo sfruttamento, ecc.

Francamente, tanti cari saluti anche a questi “signori”. Non ce l’ho con loro, che seguano con sincerità e determinazione la loro strada. Io vado però da un’altra parte, perché sotto questo punto di vista accetto le indicazioni dei pensatori e politici del comunismo (e marxismo): una nuova struttura di rapporti sociali, se ha da esserci, deve garantire come minimo ciò che garantisce il capitalismo, non deve essere peggiore di quest’ultimo in termini di sviluppo delle forze produttive. E so anche benissimo che è falso mettere la quantità contro la qualità. Dove lo sviluppo è quantitativamente carente, c’è penuria perfino di beni alimentari e dunque fame, ci sono sporcizia, epidemie, infezioni, ecc., ci sono pochi Ospedali e mezzi sanitari in genere, la vita media è bassissima, la mortalità elevatissima, i trasporti sono ultracarenti, le possibilità di comunicazione pure; e via dicendo. Io desidero restare nel mondo moderno, con tutti i suoi avanzamenti che certuni, credendo di dimostrare il loro sciocco disprezzo, chiamano tecnoscienza. Lo dico con molta franchezza: va apprezzata e conservata e meditata tutta la cultura delle varie civiltà dai primordi fino ad oggi. Posso inoltre concedere che oggi ho la sensazione di un forte degrado morale e culturale, almeno qui da noi, nel nostro “occidente”. Tuttavia l’Uomo, di cui alcuni amano parlare nei libri, nella sua “umana concretezza” non ha mai cessato di andare “avanti”, senza dare a questo termine alcun particolare valore. 

Quando certi….lasciamo perdere, di fronte al mio invito a farsi carico dello sviluppo e di tutto ciò che è all’uopo necessario, inorridiscono perché pensano ad una mia supina accettazione del capitalismo, o non sanno leggere o lo schermo ideologico dell’ormai degenerato comunismo (di marxismo questi signori non dovrebbero parlare!) impedisce loro di riflettere un secondo su quello che scrivo. Inoltre, diciamola tutta, interpretandomi in questo modo confessano di non vedere altra società capace di sviluppo che non sia quella capitalistica; e la vogliono combattere tornando ai “dannati della Terra”, ai diseredati del sottosviluppo. Tanti auguri! Io – al di là di puramente personali malinconie e rimpianti per il tempo andato – voglio restare dentro il mio tempo e dentro la società in cui vivo, essendo dunque favorevole allo sviluppo e alla “tecnoscienza”.

In questo so di essere pienamente fedele al comunismo marxista. Solo, debbo tener conto che non si è verificato quello che Marx e altri predicevano: il capitalismo non è né crollato né entrato in irreversibile stagnazione, il comunismo non è nato dalle sue viscere come movimento che ridava impulso allo sviluppo delle forze produttive. Da qui si deve partire per una nuova riflessione. Certo che rimane viva in me l’indicazione di superare le modalità di sviluppo del capitalismo; ma sono intanto obbligato ad accettare il fatto che questo tipo di società non imputridisce e non si blocca, non entra nella “crisi finale”, ma soltanto in gravi crisi periodiche; dopo di che riparte, magari con una radicale ristrutturazione dei rapporti interrelazionali a livello mondiale (a causa di quello sviluppo ineguale dei capitalismi, e non del capitalismo, che resta un insegnamento fondamentale di Lenin, pur se va anch’esso riadattato a ciò che noi oggi sappiamo in più).

Proprio perché si è dimostrato che il comunismo non è “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, è necessario assumersi fino in fondo le difficoltà cui si trovarono di fronte i bolscevichi una volta compiuta quella rivoluzione che essi pensavano fosse l’inizio della transizione ad altra forma sociale. Il “processo storico” non va nella direzione – determinata oggettivamente dal movimento della società precedente – del comunismo. E per il momento, non siamo in grado di indicare nuove prospettive di un comunismo del tutto differente da quello teorizzato da Marx (rivelatosi poco realistico). Di conseguenza, nemmeno dobbiamo elucubrare sulla possibilità di una rivoluzione che porti al potere in qualche comparto mondiale forze neocomuniste. Dobbiamo senza dubbio sforzarci di mantenere l’atteggiamento anticapitalistico, ma nel contempo prendere atto che la nascita di una nuova formazione sociale sarà necessariamente una costruzione politica; e non una costruzione ingegneristica, con un bel progettino dotato di tutti i calcoli necessari, da realizzare poi mattone dopo mattone, secondo i dettami di una pianificazione attuata d’imperio.

Si tratterà di un farsi in corso d’opera; di un’azione costruttiva con prospettive di edificazione, diroccamento, riedificazione, ecc.; e incerta, indeterminata, nei suoi sbocchi finali. E tale azione dovrà essere sviluppata in mezzo alle contraddizioni – implicanti lotte sociali e politiche anche acute – che segnalavo nello scritto sulla terza forza. Anche se si è in pochi, se si è lontanissimi da qualsiasi presa del potere, ci si deve mettere nell’ottica del comunismo marxista della tradizione per quanto riguarda la necessità di assicurare lo sviluppo del proprio paese, cioè il miglioramento delle condizioni di vita della propria popolazione; sapendo però che tale risultato non si consegue abbattendo un capitalismo ormai putrefatto e incapace di ulteriore sviluppo. Bisognerà invece confrontarsi proprio con lo sviluppo capitalistico e agire, tra mille difficoltà e contrasti, per una trasformazione delle sue modalità (sociali, non solo tecnico-produttive). Non è per nulla realistico fondare la propria attività politica principalmente sull’inasprirsi della contraddizione tra capitale e lavoro, che il vecchio marxismo pensava come centrale e decisiva, in ciò smentito proprio dal “movimento reale”, che l’ha resa, con l’evolversi del modo di produzione capitalistico, una semplice contesa per la distribuzione del reddito, del tutto compatibile con lo sviluppo capitalistico, anzi utile e vantaggiosa a tal fine.

E’ necessario inserirsi innanzitutto nei conflitti tra gruppi dominanti: sia nell’ambito della formazione capitalistica particolare in cui ci si muove, sia sul piano generale, quello dei conflitti tra le diverse formazioni su scala mondiale. Si deve poi comprendere a fondo e analizzare come il movimento del capitale porti ad una frammentazione e dispersione dei ceti sociali dominati, accentuando spesso le contese fra di essi, sulle quali giocano i dominanti per mantenere il loro potere (si è mai letto attentamente il magnifico libro di John Reed sulla rivoluzione russa? E in particolare la cronistoria dettagliata dei cruciali giorni di novembre, con l’atteggiamento menscevico, o ancor peggio, della maggioranza dei ferrovieri, delle telefoniste e di altri comparti sociali non certo appartenenti ai dominanti?).

Quanto sopra appena sunteggiato è ciò che affermo, in modo più ampio, nei miei due scritti sulla terza forza. Non sostengo affatto l’abbandono della prospettiva anticapitalistica. Chi non lo capisce, mi fraintende e falsifica le mie posizioni; sarà magari in buona fede, ma non ha allora orecchi adeguati a sentire ciò che dico. E poi, in definitiva, si è proprio in presenza di fraintendimento in buona fede? Qualche perplessità ce l’ho. In ogni caso, ho scritto i testi sulla terza forza, così come il libretto Il gioco degli specchi, proprio per sondare chi veramente vuol prendere una strada nuova e chi resta ancora, malgrado tante chiacchiere, sulla vecchia. La mia pazienza ha un limite, e credo sia stato superato. Ci sono tanti neoopportunisti, e se ne creano ogni giorno di nuovi; c’è una smania di potersi inserire negli ignobili giochetti tra destra e sinistra.

Io chiedo a chi si sente anticapitalista – ma inserito nel mondo moderno e in una società a sviluppo capitalistico avanzato con i suoi particolari livelli e modalità di vita – di stabilire una rete per discutere insieme i problemi nuovi che si pongono davanti a noi. Ho accettato – stupidamente, ma per semplice amicizia – di discutere fra poco il mio ultimo libretto davanti ad una platea che sarà probabilmente di vecchia “sinistra antagonista” (con magari qualche diessino di….). Sia però chiaro che sono proprio stufo; e dunque, se c’è qualcuno che vuol “avanzare” sul serio verso il nuovo, batta un colpo.

Per terminare il chiarimento del mio punto di vista, preciso ancora che a me non interessa la politica del giorno per giorno, ma nemmeno la discussione sui destini dell’Uomo nel corso dei secoli futuri. Il mio orizzonte teorico, e mentale, sta tra il qualche anno e il qualche decennio (pochi). In questo lasso di tempo non credo proprio si porrà all’ordine del giorno la lotta per il comunismo o per il crollo completo del giogo “imperialistico” sulle “masse diseredate” o per il Benessere dell’Umanità o per l’armonia tra Uomo e Natura, ecc. Mi sembra ormai sicuro che stiamo entrando – non ancora a vele spiegate, ma non ci manca molto in base ai “tempi storici” – in un’epoca policentrica, in cui sarà combattuta un’aspra lotta per la supremazia mondiale tra i più potenti sistemi-paese; e questi, al loro interno, saranno contraddistinti da strutture e dinamiche sociali di tipo ancora capitalistico, ma non certo di quello teorizzato da Marx e dal marxismo. Io sento di vivere in quest’area, che ritengo ancora quella che imprimerà la direzione principale allo sviluppo del mondo almeno per altri 50 anni e anche più.

E resti inteso che non credo a nuovi “socialismi” nati da certi “populismi” o “movimenti”, la cui transitorietà e scarsa incidenza “storica” si rivelerà ben presto, così com’è sempre accaduto di altri movimenti e populismi similari, che ho visto nascere e morire a bizzeffe da quanto ho l’età della ragione. Li ho spesso appoggiati, anche in passato, per motivi tattici, per esigenze contingenti legate alla lotta in determinate congiunture di breve momento. E lo posso quindi fare anche adesso, dopo attenta valutazione della loro funzione nella presente configurazione dei rapporti di forza in sede internazionale. Ho sempre però cercato di non farmi incapsulare da essi, di non lanciarmi nelle superficiali conclusioni tratte da coloro che si fanno incantare dal loro effimero brillio; ho invece sempre tentato di attingere ad una conoscenza più profonda e meditata della società ancora denominata capitalistica arrivata alla sua fase attuale. E intendo proseguire in questa direzione; e mi appello quindi a coloro che hanno voglia di pensare veramente, e non di ripetere vecchie fanfaluche per poi approdare a nuovi opportunismi, nell’intento di mettere in piedi piccoli movimenti per magari ottenere qualche voto e qualche cadreghino nell’ambito dell’osceno gioco politico tra destra e sinistra.

Amen

14 novembre       

LA GRASSA E PREVE (di Mauro Tozzato)

[NDR] Nei prossimi giorni pubblicheremo una densa intervista a Costanzo Preve, che ha toccato tematiche diverse. Il filosofo di Torino ci ha spiegato le ragioni delle sue posizioni teoriche e politiche al fine di infrangere le dicerie che oggi lo vogliono vicino all’universo fascista. Tuttavia non si tratta solo di questo. Preve è, inoltre, intervenuto sul Manifesto della Terza Forza esprimendo i suoi dubbi sulle teoria lagrassiana della "Potenza". Ne è venuto fuori un quasi-saggio, sia per l’organicità dei contenuti trattati sia per la sua stessa “corposità” semantica. Speriamo che questo contributo possa rivelarsi utile alla continuazione del dibattito apertosi in questi ultimi mesi. In più si potranno “scandagliare” le divaricazioni che si vanno aprendo tra le nostre posizioni e le sue e che potranno essere dialettizzate solo fino ad un certo punto.  Per intanto, vi lasciamo a queste riflessioni di Mauro Tozzato.

 

La Grassa:<<Occorrerebbe un grande rivolgimento politico, che purtroppo non troverebbe in nessuno schieramento della politica europea e italiana odierna – nemmeno in quelli di sinistra, nemmeno in quelli (ultraminoritari comunque) che si pretendono ancora comunisti – molti referenti.

Anzi la sinistra, anche comunista, è nemica di un simile rivolgimento, perché schiava di vecchi sogni ormai bollati dalla Storia. E quindi la politica europea e italiana, con l’intera sinistra (ivi comprese le sue minime appendici comuniste), è un ostacolo da superare per chi auspichi un rivolgimento del genere.

E’ bene che chiunque sia favorevole a quest’ultimo, per la sua valenza antiegemonica (in questa fase soprattutto antistatunitense), cominci a divenirne consapevole e non creda di utilizzare nella lotta di trasformazione  una impossibile unità d’azione con i nemici della stessa. Bisogna dunque uscire, frantumandoli, dal già indicato gioco di specchi che rinvia, dall’una all’altra, le immagini di organizzazioni partitiche di destra e di sinistra impegnate della direzione della subordinazione e della nicchia (dell’Impero) in cui meglio sistemarsi. Solo il disagio crescente che tale subordinazione creerà, nel mentre andrà acuendosi la lotta policentrica tra USA e alcune nuove grandi potenze ad est, potrà infine smuovere la stagnante situazione sociale e politica europea, facendo (forse) crescere una nuova forza per il rivolgimento. […] Non bisognerebbe più affidarsi agli schieramenti politici organizzati oggi esistenti. Solo il disgusto, la disaffezione alla politica (questa politica), il disprezzo che stanno pian piano crescendo nella parte più informe, e al momento più fluida e disorganizzata, della popolazione di fronte al meschino spettacolo offerto dai partiti odierni (soprattutto in Italia), potranno creare qualcosa di nuovo in una fase di eventuale disagio sociale crescente.>>

[G. La Grassa – Il gioco degli specchi – Editore EditricErmes – Potenza 2006 – pagg. 84-85]

Preve:<<L’uomo, filosoficamente definibile come ente naturale generico, è dunque ad un tempo animale razionale e sociale. Tuttavia, esso non sarebbe “generico” se non potesse perdere (provvisoriamente o per sempre ? In questa domanda c’è tutta la tragicità insita nella storia) sia la propria razionalità che la propria socialità, o addirittura entrambe. […] Una socialità senza razionalità comporta come sua reazione inevitabile una razionalità senza socialità. Come la merce è la cellula della società capitalistica, così l’individuo è la cellula dell’umanità. Se una socialità irrazionale lo costringe a un conformismo eterodiretto che rilutta alla sua coscienza, l’individuo non ha altra strada al di fuori di una razionalità senza socialità, ossia secessionistica, che promuove l’esodo dalla socialità stessa, come nel caso degli stoici e epicurei. Oggi, nelle ricche società metropolitane,  il neo-epicureismo si sta diffondendo sotto forma di gruppi elettivi di amici che mangiano e bevono roba di qualità, leggono libri intelligenti, ascoltano musica di buon livello e fanno turismo eco-compatibile. Il neo-stoicismo attira invece personalità originali che si relazionano direttamente con l’Universale, saltando il circo mediatico, la società dello spettacolo e i riti del conformismo sociale. Non ha senso, a mio avviso, puntare moralisticamente il dito e condannare  queste forme di esodo e di secessione. Tutti noi ne facciamo parte, sia pure secondo modalità più o meno accentuate. Bisogna pur vivere. E tuttavia, noi sentiamo che anche se la razionalità senza socialità è pur sempre migliore della conformistica socialità senza razionalità, c’è qualcosa che non va, che stride, qualcosa di irrisolto. E qui, appunto, torna la questione del comunitarismo. [E del comunismo.M.T. – Preve, ivi, <<Il comunismo può essere definito, in breve, una forma radicale ed estrema di comunitarismo>>]   E torna dopo che abbiamo constatato la legittimità, ma anche l’insufficienza, della via individualistica di resistenza alla società alienata che il capitalismo ci offre.

[C. Preve – Elogio del comunitarismo – Controcorrente Edizioni, Napoli 2006 – pagg. 247-249]

 

Questi due brani ci riportano, seppure in maniera diversa, al problema, per chi rifiuta di omologarsi

in tutto o in parte al sistema sociale in cui viviamo, delle alternative politiche e “di vita” che ci possiamo dare o che possiamo immaginare. Costanzo Preve separando la sua nozione di verità (basata sul pensiero greco antico) dalle forme di accertamento conoscitivo tipiche  delle scienze esatte, naturali e logico-linguistiche contemporanee la definisce come il risultato della messa in mezzo (es meson) della ragione filosofica  ,ovvero:<<la ragione filosofica (logos) era messa in mezzo (es meson) nella pubblica piazza (agorà) in modo da poter diventare comunicazione e scambio (dialogos). Lo scopo di questa messa in mezzo della ragione era l’equilibrio (isorropia) dei punti di vista opposti in funzione di una loro composizione veritativa (aletheia) […]Le premesse formali di questa “messa in mezzo” (es meson) erano soltanto due, e cioè l’eguaglianza di fronte alle leggi (isonomia) e l’eguale accesso alla parola pubblica (isegoria).>> Ancora più sinteticamente lo stesso autore afferma: <<Per “verità”, intendo una pretesa universale di validità di una proposizione rivolta alle modalità di esistenza e di riproduzione di una comunità umana, in base ad un giudizio di tipo etico e politico>>.

Semplificando mi pare che Preve consideri appropriata la nozione di certo nel campo della scienze naturali, quella di esatto in quello della scienze logico-linguistiche e matematiche mentre la verità sarebbe di stretta pertinenza delle scienze storico-sociali e filosofiche (queste ultime intese in senso hegeliano, ma non solo). Alcune scienze umane per il loro approccio metodologico verrebbero a ricadere nel terreno di competenza della certezza; la psicologia, ad esempio, a causa del suo metodo prevalente di rilevazione dei fatti e della sua articolazione nomologica si allontana molto, dal punto di vista epistemologico,  dalla struttura logica delle scienze sociali.

Queste ultime, d’altra parte, nella tradizione accademica, hanno visto il prevalere nella “regina” di esse, l’Economica, (il caso paradigmatico è Walras, “il più grande di tutti gli economisti” secondo Schumpeter) di una forma matematica e quindi della costruzione di una interrelazione di definizioni, assiomi e teoremi di cui verificare e dimostrare l’esattezza.

La verità secondo Preve è quindi principalmente e necessariamente un tener per vero di alcuni valori, alcune nozioni, alcuni costumi (l’ethos di una società, di una comunità), di alcune tecniche; questo sia a livello individuale sia, soprattutto, a livello collettivo (condiviso) come momento necessario per la riproduzione intesa sia come produzione di beni che di relazioni sociali.

Se nel campo delle tecniche e delle abilità (tecnico-pratico in Kant) alla verità si contrappone l’errore da correggere tramite l’esperienza e la riflessione, nel campo delle relazioni politiche, sociali e culturali il problema diventa la menzogna ovvero una non-verità determinata socialmente di cui è portatrice una persona, fisica o socio-giuridica (etico-pratico in Kant).

La conclusione di questa digressione credo debba portare a comprendere che il proliferare di valutazioni diverse riguardo l’interpretazione della realtà sociale e l’agire politico appaiono comunque sottoponibili ad una griglia razionale in cui le tesi erronee, le menzogne, le parole d’ordine e le elaborazioni ideologiche ad hoc, finalizzate al tornaconto di elitè politiche e sindacali  “di sinistra” che si spacciano per “radicali”, “alternative” o addirittura per “comuniste” possono comunque venire comprese e demistificate. In qualche maniera siamo convinti che attraverso un dialogo razionale, non infarcito di menzogne, e non condizionato da privilegi da difendere (che in ogni caso non possono non risultare alla fin fine “trasparenti”) si possa capire se abbia senso  appoggiare o no un governo, condividere o no certe operazioni di politica economica, sostenere determinate strategie finanziarie e imprenditoriali, oppure lotte rivendicative per consumi, reddito e servizi piuttosto che altre.

E’ sottointeso che ci poniamo nell’ottica di quell’orientamento che La Grassa ha definito come “rivoluzione-trasformazione contro il capitale” in opposizione alla “rivoluzione-trasformazione dentro il capitale”. Questa prospettiva, come già più volte ricordato, può e deve nel presente comprendere la priorità della dimensione geoeconomica e geopolitica e quindi dell’opposizione e resistenza all’egemonismo statunitense.  

 

Mauro Tozzato                        02.11.2006

 SULLE ELEZIONI NEGLI USA (di G. La Grassa)

1. E’ stato abbastanza divertente seguire i commenti delle varie forze politiche e correnti culturali italiane in occasione delle recenti elezioni di “medio termine” negli USA. Sembrava quasi che gli abitanti di quella grande potenza avessero votato in base agli orientamenti del ceto politico e intellettuale di una “pulce” qual è l’Italia. Lascio comunque da parte la meschinità di questo ceto e tento di sviluppare le mie povere considerazioni.

Innanzitutto, negli ultimi decenni almeno, per una buona parte del tempo (credo per la maggior parte) la Presidenza degli Stati Uniti è stata di colore diverso rispetto alla maggioranza esistente nelle Camere (o almeno in una di esse). Negli USA, inoltre, vota sempre o poco meno o poco più della metà dell’elettorato potenziale; e il voto si addensa generalmente verso il centro. Del resto, ci sono alcuni settori del partito democratico che sono più conservatori (da noi si direbbe che sono più “a destra”) di alcuni settori del partito repubblicano. Anche queste elezioni non hanno fatto eccezione, perché sarebbe veramente dir troppo affermare che la nuova maggioranza democratica alle Camere (ivi compresa la folta rappresentanza femminile anche in posizioni elevate) esprima una ventata di radicalismo e di netta inversione di tendenza rispetto agli orientamenti dell’amministrazione repubblicana. Si può essere certi del forte sentimento nazionale di tutte le correnti politiche e, quindi, della loro comune volontà di non indebolire comunque la potenza americana in quanto ancora egemone sul piano globale. 

Tuttavia, almeno in buona parte, il cambiamento di indirizzo dell’opinione pubblica sembra derivare non tanto dalla situazione economica – attualmente non particolarmente brillante, tanto che perfino il “nostro” Tremonti sul Corriere (12 novembre) ammette di non ritenere probabilissima, ma comunque di temere la possibilità di un nuovo 1929 – quanto dall’impasse in cui si trova la politica estera, in particolare quella tutta “sparata” sul fronte della “difesa” dal presunto terrorismo. E qui bisognerà in effetti approfondire l’intera questione della volontà degli USA di tenere la posizione predominante che il crollo del socialismo reale e poi dell’URSS assegnò loro dopo il 1989-91.

Da quella data, si sono succedute con notevole rapidità molteplici aggressioni statunitensi in aree non capitalisticamente avanzate ma di notevole importanza strategica. Nel 1991 la prima aggressione all’Irak (con Presidente Bush padre, cioè con un’amministrazione repubblicana), nel 1999 quella alla Jugoslavia (effettuata da un’amministrazione democratica, con al seguito il nostro Governo di centrosinistra presieduto da D’Alema); e poi – appunto con la scusa della presunta lotta al terrorismo (preparata dal famoso attentato dell’11 settembre 2001, su cui evito commenti) condotta dal repubblicano Bush (figlio) – quelle all’Afghanistan e ancora all’Irak. Teniamo anche presente – perché è parte dell’azione USA di predominio mondiale – la crescente azione repressiva e aggressiva di Israele sia in Palestina che in Libano.

La mia convinzione è che si debba distinguere la prima dalla seconda guerra all’Irak; non a caso, nella prima, gli USA evitarono di andare fino in fondo, mentre adesso premono persino perché si arrivi all’esecuzione della sentenza emessa contro Saddam. La prima invasione dell’Irak si colloca tra il crollo del socialismo reale e la dissoluzione dell’URSS; ma è dopo quest’ultima che si entra veramente in una nuova fase storica. Gli USA restano l’unica grande potenza e si spalanca quindi per essi la prospettiva di una completa supremazia mondiale. E tuttavia, è a partire da questo momento che si evidenzia la loro incapacità – malgrado l’enorme divario rispetto ad ogni altro paese in termini di forza militare ma anche produttiva, finanziaria, tecnico-scientifica – di riuscire a dominare l’intero globo. Viene certo respinto, proprio nei primissimi anni ’90, l’attacco economico del Giappone, che alcuni, anche di sinistra, anche marxisti, vedevano come la nuova potenza globale in grado di sostituire la sua preminenza a quella statunitense. Il forte paese del Sol Levante entra in un buon dodicennio di crescita praticamente nulla (ora un più, ora un meno, zero virgola pochi decimali di variazione del Pil). Cresce invece impetuosamente la Cina, ultimamente anche l’India; e ormai la Russia, dopo anni di “capitalismo selvaggio” (comunque di disorganizzazione, di decrescita, di logoramento del proprio potenziale non solo bellico ma anche tecnico-produttivo), sembra avviata a ridiventare un paese in rapido progresso delle proprie forze produttive e di più che discreto rafforzamento della propria potenzialità politica e anche militare.

C’è però un periodo di tempo (forse un buon quinquennio), durante gli anni novanta, in cui cresce la capacità espansiva, ed espansionistica, della Germania, che approfitta del crollo del socialismo reale, dell’indebolimento della Russia e del disfacimento della Jugoslavia, per lanciarsi verso l’est europeo; tanto che, ancor oggi ad esempio, circa il 70% degli investimenti esteri in Polonia è di marca tedesca. Ed è per stoppare questa possibile ascesa che gli USA di Clinton (cioè dei “democratici”) organizzano – attraverso una delle più vergognose manipolazioni dell’opinione pubblica dei paesi sviluppati circa il “genocidio” perpetrato ai danni degli albanesi in Kosovo (manipolazione coadiuvata anche dall’ONU e, nel nostro paese, proprio da forze di sinistra che erano allora al Governo) – l’aggressione alla Jugoslavia, seguita anche in quel caso dal processo a Milosevic, cui ha messo termine la sua morte sospetta. Ancor oggi – malgrado che, sei mesi dopo la campagna del gen. Wesley Clark (appoggiata dal nostro infame Premier D’Alema, che si inventò, con linguaggio da 1984 di Orwell, la “difesa integrata”), l’OCSE abbia dimostrato come i morti in Kosovo fossero stati 2000 (non i 100.000 propagandati, poi ridotti a 50.000) – si continua a ripetere, in specie a sinistra, che quell’intervento era giustificato dal “genocidio” in atto.

 

2. In realtà, l’intervento degli USA dette un colpo decisivo alle velleità espansionistiche tedesche, senza che i servi europei di quell’impresa, salvo forse (ma non troppo) l’Inghilterra, ne ricavassero grandi vantaggi. Quando nel 2000 ascese alla Presidenza il repubblicano Bush jr., gli USA dovettero prendere atto che la situazione era molto diversa da quella pensata fino ad allora e che aveva guidato i democratici all’aggressione nei Balcani per fermare la Germania. Quest’ultima non aveva affatto le potenzialità necessarie ad impensierire gli Stati Uniti; e non avrebbe mai potuto averle senza l’appoggio di almeno alcuni altri importanti paesi europei. Il Giappone era da tempo in perfetta stagnazione. Cresceva invece vertiginosamente la Cina, e anche la Russia era ormai in procinto di “darsi una regolata” in grande stile. Non ci si doveva più impegnare in avventure belliche in Europa, bensì verso sud ed est. Lasciamo perdere ipotesi dietrologiche in merito all’attentato alle “Due Torri” di New York. L’importante è tutto quello che ne seguì; del resto, la manipolazione relativa al possesso delle “armi di distruzione di massa” da parte di Saddam non è più una insinuazione dietrologica, bensì un fatto del tutto certificato e ormai generalmente ammesso.

Ancora Tremonti, sempre sul Corriere del 12 novembre, scrive: “In fondo, la prima strategia americana sull’Afghanistan non era tanto di contrasto al terrorismo islamico, quanto di avamposto dell’Occidente verso la Cina”. Lasciamo perdere che non si sa quale altra strategia, oltre alla prima, gli Stati Uniti abbiano poi posto in atto verso l’Afghanistan; e sorridiamo alla bizzarra tesi secondo cui gli USA avrebbero agito per conto di tutto l’occidente capitalistico nei confronti della Cina. Resta invece il fatto, ammesso anche dall’ex ministro economico della destra, che gli Stati Uniti hanno aggredito l’Afghanistan per raggiungere, contemporaneamente, alcuni risultati importanti e che, come spesso accade, non riguardano direttamente il paese aggredito, giacché questo serve solo da base di appoggio per ottenere un certo riequilibrio geopolitico globale. Si trattava, intanto, di impedire che il Pakistan – dove la maggioranza della popolazione, della polizia, dell’esercito, dei servizi segreti, ecc., è filoislamica – venisse completamente sottratto alla sfera di influenza statunitense e potesse diventare, come diverrebbe se fosse libero di scegliere (dati anche i contrasti con l’India), un alleato della Cina. Inoltre, il complesso Pakistan-Afghanistan rappresenta un’area (non solo geografica ovviamente) di grande rilevanza per tentare di consolidare la penetrazione USA nelle Repubbliche centroasiatiche russe, penetrazione che a quell’epoca stava conseguendo buoni risultati (con anche costruzione di basi americane in quella zona appartenente alla Russia). 

La seconda aggressione all’Irak – condotta non a caso fino in fondo, e con occupazione militare del paese – è stata diversa dalla prima; e intendeva stabilire definitivamente un netto predominio degli Stati Uniti sull’intera fascia che va dal Medioriente fino, appunto, ai confini della Cina; fascia che consente anche il contenimento a sud della Russia e dell’Iran, oltre ad essere zona decisiva in tema di fonti energetiche tradizionali e ancor oggi di gran lunga prevalenti. Per quanto riguarda l’Europa, è sufficiente la funzione di “cavallo di Troia” dell’Inghilterra, e l’esercizio di un’azione – rivelatasi non poi così difficile – di progressivo sgretolamento del debolissimo asse franco-tedesco. Aver trovato, per un quinquennio, una destra particolarmente servile in Italia è stata comunque una buona cosa, ma non così decisiva come qualcuno pensa; il centrosinistra al governo non rappresenta per gli USA una effettiva difficoltà in più rispetto all’altra alternativa. Anzi, diciamo la verità: avere dei governanti in grado di muovere le truppe cammellate del lavoro dipendente tramite sindacati particolarmente corrotti, dei governanti più ipocriti che mascherano meglio il loro servilismo nei confronti dei dominanti centrali, ma soprattutto dei governanti molto sensibili ai consigli di contenimento della spesa pubblica e di rientro dal debito e dal deficit – che provengono da organismi europei del tutto proni di fronte agli “ordini” del potere politico e delle grandi concentrazioni finanziarie americane – è quanto di meglio si possa desiderare. Fra l’altro, Berlusconi era un po’ troppo “leggero” nei confronti di certe avances di Putin (lasciamo in ombra questo discorso che sottintende significati impossibili da svelare in “luogo pubblico”, com’è pur sempre un blog).

 

3. La strategia dei “conservatori” repubblicani che attornia(va)no Bush era senz’altro più attenta ai nuovi tempi di quanto non fosse quella della precedente amministrazione, ancora legata alle prime ipotesi, affacciatesi subito dopo gli accadimenti del 1989-91: possibile affermazione, in prospettiva, di un mondo tripolare fondato sulla competizione tra USA, Germania e Giappone, mondo in cui gli USA sentivano ovviamente di poter rimanere, a tempo indeterminato, in netto vantaggio grazie ad un divario di potenziale bellico che appariva, in quel contesto, incolmabile. Diciamo che l’aggressione nei Balcani è stata il frutto della strategia “imperiale” dei democratici influenzati da questa errata visione del mondo “tripolare”; le aggressioni all’Afghanistan e all’Irak (la seconda) derivano dalla nuova, e senza dubbio più corretta, valutazione dell’amministrazione repubblicana in merito ai rapporti di forza geopolitici globali, che vedono in avanzata le nuove potenze all’est, e in particolare Cina e Russia.

Tuttavia, anche la presidenza repubblicana ha nettamente sopravvalutato la potenza militare statunitense; peraltro non esclusivamente tale, perché gli USA sono più avanti anche sul piano scientifico-tecnico, su quello produttivo e finanziario (Wall Street è di gran lunga la più importante Borsa, quella decisiva nel mondo); e, infine, tale paese ha anche i più sofisticati e attrezzati servizi segreti, le più consistenti capacità di corruzione e compera di interi governi nel mondo, ecc. Eppure, è ormai del tutto evidente come, passin passino, si stia entrando in un’epoca policentrica, in cui va acuendosi la contrapposizione tra più paesi, che non è – o almeno non lo è finora – di tipo apertamente militare. Essa tuttavia morde la supremazia, non più indiscussa, degli USA; i quali sono impantanati in Irak, poiché non sono in grado di vincere sul piano militare e tanto meno di mettere in piedi un Governo capace di reggersi sulle sue gambe. Gli “imperialisti” sono rabbiosi, vorrebbero regolare i conti anche con Iran, Siria, ma si rendono conto dei rischi che correrebbero a mettersi in altre avventure di simile portata. Credo, inoltre, che più di qualcuno negli USA abbia capito che non è solo il confronto con l’Islam a mettere a dura prova la potenza statunitense, poiché “dietro” ci sta tutta la “marea montante” dei nuovi paesi dell’est che crescono; pur essendo ancora molto meno forti degli USA, essi ormai incidono a fondo sugli equilibri mondiali, per cui il disordine è decisamente in aumento e sarà sempre maggiore. In fondo, se oggi si può temere – come teme perfino un Tremonti – una crisi tipo 1929 non è per motivi solo economici e finanziari; questi rappresentano l’aspetto “fenomenico”, il davanti della scena. Chi guarda ai sommovimenti profondi capisce che sotto questo aspetto di superficie agisce un veleno più corrosivo: l’incipiente entrata nella fase policentrica a causa dell’emergere di nuove potenze (per ora solo “regionali”) in forte sviluppo.

Per contenere i programmi atomici della Corea del Nord, gli USA debbono ricorrere alla Cina; ma quanto è sincera quest’ultima nel consigliare moderazione al suo vicino? Inoltre, mentre gli USA cercano di erigere una sorta di argine verso la Cina con Pakistan e Afghanistan (argine sempre più fragile e a forte rischio di smottamento), il grande paese asiatico lo aggira e stabilisce rapporti politico-commerciali di entità considerevole con decine di paesi africani (fra i maggiori); ed effettua anche qualche “buona puntatina” in Sud America. Non è più così rosea la condizione degli USA, che non più tardi di cinque anni fa sembravano i completi padroni del mondo. Oggi la situazione è incerta; non dico che gli USA siano in netto declino, ma certamente sono in fase di stallo e di insicurezza in merito al loro reale predominio in molti comparti mondiali. Si ricordi, fra l’altro, che le “rivoluzioni arancione” in Georgia e Ucraina sono in un “cul di sacco”, che i tentativi di destabilizzare la Bielorussia sono miseramente naufragati; nelle repubbliche centroasiatiche russe l’influenza americana appare, al presente, in secco arretramento. Per il momento, il punto di maggior forza degli Stati Uniti è un’Europa “in pappe”, del tutto incapace di “risvegliarsi” dall’ormai troppo lungo letargo; e il nostro paese è forse più “adagiato” degli altri, grazie ad un intreccio tra grande finanza e grande imprenditoria industriale (decotta e assistita dallo Stato, ivi compresa la “miracolosa” Fiat, che entro qualche anno mostrerà tutte le sue rughe adesso ben nascoste da un accorto ma effimero maquillage); intreccio fra i più subordinati al suo correlato statunitense. Ma sul nostro disgraziato paese torneremo in altra puntata.

E’ precisamente in questo contesto, sunteggiato in poche pagine, che si collocano (e spiegano) i risultati delle recenti elezioni negli USA. Non facciamoci illusioni: il popolo americano – come qualsiasi altro – non ha votato avendo in testa le considerazioni qui sopra accennate. Tuttavia, ha “a naso”, in modo vago e indistinto, avvertito che la propria dirigenza è in stato discretamente confusionale e non sa come sostituire una strategia rivelatasi poco efficace con un’altra più adeguata alla effettiva struttura delle relazioni internazionali. E non si creda che, al momento, i democratici abbiano idee più consistenti dei repubblicani. Si nota solo che chi governa attualmente è a un bivio (forse anzi un trivio, un quadrivio o più strade ancora) ed è attanagliato da una notevole incertezza. Per di più, anche la longa manus degli USA, il loro più stretto alleato, Israele, è in pieno caos quanto a scelte strategiche; va a casaccio, con errori (e crimini) sempre più odiosi che mettono a dura prova gli alleati, i loro più strenui difensori. Ed una nuova crisi (che forse, finalmente, coinvolgerà pienamente anche noi italiani, che vogliamo essere sempre i più furbi) si addensa in Libano. Non sono ben messi gli USA, almeno in questo particolare momento storico. Hanno solo questa abietta Europa, e un’Italietta odiosa all’Alberto Sordi, che tengono loro bordone, che con la loro ipocrisia, con le loro classi dirigenti economiche e politiche fallimentari e incapaci, aiutano di fatto il paese imperiale a difendersi da un logoramento che potrebbe farsi decisivo se solo cambiasse qualcosa nella politica europea e italiana. A questo si dovrebbe lavorare!

 

13 novembre   

"CCHIU’ PILU PE’ TUTTI"

Stare dietro a tutte le modifiche che quotidianamente ridisegnano il volto della  Finanziaria del governo Prodi è davvero impossibile, bastano i consueti mal di pancia di qualche lobby e tutto ritorna al punto di partenza. I preannunciati tagli alla ricerca non ci saranno per l’intercessione di Rita Levi Montalcini, premio nobel con diritto di voto al Senato. Così ricomincia il balletto della questua. Dove andare a prendere i soldi? Si preannunciano nuovi aumenti dei tickets sanitari(circa quattro euro in più per le prestazioni di pronto soccorso con codice bianco e codice verde). Poi il solito aumento sulle sigarette, tanto fanno male, per cui il governo si sente autorizzato a portarne prezzo alle stelle. Prodi continua a non capire e a dare del matto a chiunque contesti i provvedimenti governativi. Ma come? Lui sta per garantirci un amento del Pil pari al 3% e noi ci lamentiamo delle tasse, dei balzelli e di tutto il resto? Insomma, Prodi va sempre più assomigliando al politico impersonato dal comico Antonio Albanese, quello che dal palco di un comizio grida al popolo inebriato “cchiù pilo pe’ tutti”.

Ma non basterà la sua goliardia e il suo fare pretesco per convincere gli italiani che solo i ricchi piangono. In realtà, comincia a divenire stucchevole il solo apparire delle loro facce in Tv che ripetono “tutto va bene” ed il resto è solo…(para)noia degli italiani. Se ciò non dovesse bastare ecco un nuovo colpo di genio. Si tratta dell’ennesima proposta buttata lì a cazzo, senza alcuna convinzione, per vedere l’effetto che fa: i lavoratori più anziani dovrebbero lasciare qualche ora ai più giovani, per garantire una maggiore occupazione. Prima cercano di convincerci che in Italia si va in pensione troppo presto poi propongono di rinunciare a qualche ora di lavoro, con conseguente decurtazione dello stipendio. Voilà la redistriduzione delle briciole e noi dovremmo pure dare credito a questo governo di cialtroni. Ma ciò che sarebbe ormai lapalissiano, circa l’incapacità di questi “ominicchi”, non scalfisce il senso identitario del popolo della sinistra, tanto che persino Guccini invita il presidente del consiglio a resistere, resistere, resistere! Qui gli unici che ancora resistono siamo noi, ma la nostra resistenza è tutta nel trattenere le bestemmie che vorremmo lanciargli dietro. Così quando l’(in)Fausto Bertinotti chiede il silenzio commemorativo per caduti di Nassyria, i soldati "pacifisti" di questo Stato guerrafondaio, si becca pure le rampogne dell’opposizione per non essere stato abbastanza convincente. Il “Segretario Maximo” ce l’ha messa tutta per mantenere il contegno istituzionale ma, soprattutto, il culo ben incollato alla cadrega. Ma addà passà a nuttata, il giorno che il governo andrà in pezzi (se non sono giorni saranno mesi) chiederemo il conto alla sinistra su questo sfacelo. Avremo memoria di elefante, non dubitatene…

 

BRAVI, BRAVISSIMI, "TECNICAMENTE" IDIOTI (di G. La Grassa)

Ci vuole un laureato in medicina per esprimere considerazioni sensate in tema di economia, e illustrare– sia pure con ritardo considerevole – quel che sono i sedicenti esperti di “cose economiche”. Scrive oggi (ieri, ndr) Geronimo (Cirino Pomicino) che “a guidare l’economia italiana il centrosinistra ha sempre chiamato banchieri centrali” (Ciampi, Dini, Padoa-Schioppa); e così continua: “I banchieri centrali sono ottime persone, culturalmente attrezzate per governare la politica monetaria [qui c’è un eccesso di ottimismo, forse un minimo di piaggeria, ma credo dettata dalla volontà di non affondare troppo il coltello nella piaga; notazione mia], ma in quanto a politica economica ne capiscono in genere meno di uno studente universitario”. Finalmente delle espressioni chiare e dei giudizi netti su questa accolita di…(censura).

Geronimo ricorda che le previsioni (sempre previsioni) degli organismi europei in merito alla crescita italiana parlano di un 1,7% per quest’anno e dell’1,4% per il 2007 (altro che il 3% di quel b….di Prodi). E irride Padoa-Schioppa che “dovrebbe essere angosciato per il rallentamento dell’economia” e “non esultare per quelle previsioni che danno il rapporto deficit/Pil al 2,9% nel 2007” (dato cui egli comunque non crede, poiché è poco probabile tenuto conto del tasso di crescita così basso e che sarà persino inferiore alle previsioni). Infine, Geronimo prende in giro anche quell’altro genio della Bonino – questa radicale neoliberista, filoamericana, razzista filosionista e antiaraba, e tutto il peggio del peggio – tutta felice perché le nostre esportazioni sono cresciute del 3,5%. Ironizza il laureato in medicina che ne sa di economia: “nessuno le ha spiegato che con una crescita del commercio mondiale all’8% quel dato significa solo che l’Italia perde altre quote di commercio internazionale”.

Questo è il quadro, ben disegnato, della banda di scatafasciati governanti italiani, guidati dal peggiore degli allievi di Andreatta, uno che non ha imparato nulla dal suo maestro, salvo forse qualche maneggio democristiano per farsi una fortuna con metodi “da Sacrestia” (mi si perdoni questo luogo comune un po’ anticlericale “vecchia moda”): tanta ipocrisia, finta bonarietà e reale cattiveria di un tipico baciapile, una marea di manovrette e manovrone, che mascherano un “conflitto di interessi” ben maggiore di quello conclamato del suo “nemico”.

Non sorprende, ma immalinconisce, che un personaggio come Ferrero, Ministro che appoggia (non partecipandovi per sedicente “coerenza istituzionale”) le manifestazioni antigovernative, si esprima laudativamente su un meschino contabile come il Ministro dell’economia, poiché quest’ultimo fa orecchie da mercante rispetto alle raccomandazioni europee in merito alla riforma pensionistica. Come non si capisse che si tratta solo di “politica dei due tempi”; come potrebbe sopravvivere questo Governo, che vara un simile aumento di imposte, senza intanto l’appoggio della sinistra detta (con involontaria ironia) “radicale” al fine di sgrassare il presunto ceto medio (il noto concetto-ripostiglio, che è la notte in cui tutte le vacche sono nere)? Poi verrà anche il turno dei pensionati, stia tranquillo Ferrero (ma lo sa meglio di me). Questo è ormai il limite di tutti coloro che puntano alla loro quota elettorale – piccola ma ancora sufficiente a farli eleggere – cianciando della contraddizione capitale/lavoro, e di una lotta per la redistribuzione del reddito assolutamente indifferente alla crescita dello stesso. E sia chiaro: questi manipolatori di coscienze di piccole quote elettorali blaterano di distribuzione tra profitti e salari, mentendo spudoratamente. Non diminuiscono i profitti dei Montezemolo, Tronchetti, De Benedetti, Bazoli, Geronzi, Profumo, ecc. (grandi industriali e banchieri che hanno partecipato alle primarie a favore di Prodi e hanno dato il via all’editoriale di Mieli dell’8 marzo con cui si invitava a votare il centro-sinistra); la redistribuzione avviene in questa fase tra lavoratori autonomi (il presunto ceto medio di cui sopra) e il lavoro dipendente – ivi compresi gli “imboscati” in servizi pubblici in rapidissimo degrado – con innalzamento del reciproco astio fra i subordinati, quanto di meglio ci vuole per assicurare il predominio del grande capitale con il solito metodo del dividere i sottoposti.

A questo ormai serve la sinistra (“estrema”; sic!), che offende un passato – da ritenersi una volta per tutte passato, ma da non rinnegare (e da recuperare per certe sue parti! – di ben altra levatura; protesto perché certi individui possono usurpare, smerdandola, la denominazione di comunisti. Diventino presto “sinistri europei”, e soprattutto sinistri nel significato inquietante del termine! Ma nessuno li chiami più comunisti, per favore! Tutt’al più piciisti, lobbisti, squallidi raccoglitori di voti di sbandati e schioppati vari, statalisti in quanto amanti di cadreghini su cui poggiare i loro “culi di pietra” di gente che non ha voglia di far niente, se non di fingere di comandare per conto di altri che hanno “gli sghei”. Purtroppo, questo è il sintomo preciso di un’epoca, di altra grandezza, ormai finita in fumo, smantellata da simili combriccole di gentucola, di piccoli maneggioni e magliari. Solo che nel nostro “povero paese”, quest’epoca finita emette ancora rantoli e appoggia la transizione al peggio, assicurando ad un capitale parassitario e puramente banditesco, senza visione strategica e di sola sopravvivenza, la possibilità di continuare ancora a devastare la nostra società. Questa la reale funzione della “sinistra radicale”!

E infine, un’ultima “notiziola”, anch’essa del tutto paradigmatica del liquame che cresce di livello in continuazione. Il senatore Pallaro, eletto dagli italiani all’estero, dopo aver ottenuto per la sua “causa” 14 milioni di euro annui per tre anni (2007-9), aveva “trionfalmente” annunciato il suo voto favorevole alla finanziaria. Oggi si è accorto che con una mano gli davano i 14 milioni, e con l’altra gliene toglievano 12 (mediante decurtazione dei fondi per l’attività consolare). Così ha annunciato irosamente che voterà contro; vogliamo scommettere che gli daranno soddisfazione e gli faranno cambiare ancora una volta idea? Ora, proprio nessuno ha lo stomaco delicato e si mette infine a vomitare? Qui, cari “sinistri” del cazzo, siamo in presenza di una ufficiale, pubblicamente dichiarata, compravendita del voto di un senatore. Certo, non per scopi puramente personali, solo per i “suoi elettori”; ma è lecito che un voto – al Senato di peso rilevante – vada e venga in base a milioni dati, poi spariti, poi magari ridati? E’ un piccolo fatto, in rapporto a tutto il resto dello sfascio di questo paese e di questi governanti di rara incompetenza e immoralità; però è esemplare, indica a quale punto di putrefazione e insensibilità è arrivata la nostra coscienza.

Non voglio chiudere senza ricordare che il dramma (in realtà farsa, ma con effetti nefasti) del nostro paese è che se, per nostra fortuna, finalmente crollasse questa sinistra così odiosa e inetta, sarebbe subito pronto un altro schieramento, non certo più capace e particolarmente disgustoso per il suo razzismo, il suo farneticante – e non ricambiato – amore per la peggiore politica statunitense e israeliana; e per il suo forsennato neoliberismo, tanto incoerente quanto antisociale. Siamo tra l’incudine e il martello, tra i nani e gli omuncoli, tra gli aperti mazziatori e gli ipocriti e viscidi mentitori, tra l’“olio di ricino” e quello “di vaselina”. Proprio ben messi! E la “terza forza”? Piacerebbe anche a me che battesse un colpo, che emettesse qualche vagito; ma non odo nulla al momento.

 

8 novembre

      

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