SCEEEMI ! (di G. La Grassa)

Per quanto uno non voglia sottovalutare i pericoli nati dall’eccesso di sviluppo tecnologico, gli riesce difficile non provare antipatia nei confronti di certi allarmismi ambientali, anche commissionati dalla UE (e ti pareva! Pur di non infastidire la preminenza USA, cosa non farebbe!).

Nel 1972 usciva il famoso studio del Club di Roma (della Trilateral!). Cito a casaccio: l’oro doveva esaurirsi nel 1981 (non tra l’80 e l’85, ma proprio nell’81!); il petrolio nel 1992 (idem come sopra) e……l’uomo nel 2010. Negli anni ottanta, la catastrofe finale è stata spostata al 2025, negli anni novanta al 2050, nell’ultimo studio, commissionato dalla UE, al 2070. Come nei miraggi nel deserto, la fontanella d’acqua si allontana sempre più man mano che ci avviciniamo (nel miraggio!) ad essa. Oggi, è ben risaputo che negli USA ci sono boschi per una superficie superiore a quella dell’epoca di Cristoforo Colombo; ed in Inghilterra ci sono più foreste che ai tempi di Robin Hood. Eppure, da decenni non si fa che parlare di deforestazione in ogni parte del globo.

Nel 1973 si tenne a Chamonix un Convegno in cui si denunciò “l’inarrestabile avanzata dei ghiacciai”; oggi invece ci si preoccupa perché questi ultimi si sciolgono e minacciano di sommergerci a breve. Il turismo balneare dovrà spostarsi velocemente verso nord poiché il sud si desertificherà in pochi anni. E’ bene ricordare che nel 1300 in Groenlandia (il cui nome infatti significa “terra verde”) non esistevano ghiacciai bensì prati; c’era dunque più caldo di adesso, solo che in quell’epoca ci fu l’inizio della cosiddetta “piccola era glaciale” (uno dei normali cicli che conosce la Terra; e ce ne sono di svariate lunghezze, alcuni solo di pochi secoli, altri di migliaia, e altri ancora di milioni d’anni).

Le multinazionali pagano gli scienziati affinché nascondano i pericoli di gravi dissesti ambientali che corriamo a causa delle loro produzioni tecnologicamente avanzate. Verissimo, incontestabile. Perché non ricordiamo quale affare gigantesco sia diventata l’ecologia, la macrobiotica, ecc.? Quanti scienziati catastrofisti sono pagati da autentiche multinazionali del business ambientalistico? Sarebbe ora di smetterla di farci menare per il naso dalle querelles di questi “signori” e di pensare invece ai problemi gravissimi delle nostre strutture e rapporti sociali, della configurazione geopolitica mondiale con l’ancora netta preminenza dell’imperialismo USA, che provoca devastazioni (anche ambientali, ma ancor più sociali e culturali) di una gravità senza pari rispetto a tutta la storia passata.

Non ci salveremo certo seguendo questi imbonitori di scienziati pro o contro l’avanzamento tecnico-scientifico, bensì riprendendo con vigore la teoria e la prassi della lotta anticapitalistica; e la scienza e la tecnica vanno utilizzate – senza le esasperazioni e assurdità antiscientifiche del famoso “lyssenkismo” – in tale tipo di lotta, non per terrorizzare “le genti” e deviare la loro attenzione dalla necessità di contrastare e indebolire la potenza americana. Perché l’ambientalismo a questo serve oggi: a far dimenticare la necessità dell’antagonismo anticapitalistico e antimperialistico, che non potrà certo conseguire successi “a mani nude” o con ecologiche coltivazioni di “frutta e verdura” incontaminate (una menzogna colossale di chi fa soldi a palate con produzioni più scadenti vendute a prezzi da “pietre preziose”). Basta con questi mentitori e affaristi. Sarà stato ingenuo, un tempo, parlare troppo semplicemente di “lotta di classe”; ma è cialtronesco (e, peggio ancora, mascalzonesco) puntare sulla lotta in difesa della Natura; il conflitto per la trasformazione dei rapporti sociali, e degli assetti geopolitici globali, è molto più decisivo per la salvezza collettiva.

 

8 dicembre    

UN POVERO PAESE (di G. La Grassa)

Il nostro è proprio un “povero paese” (non “un paese povero”) come diceva De Gaulle. Ricordo i “raffinati progressisti” che si vergognavano di “essere rappresentati” da Berlusconi. Io sono invece desolato per essere italiano come questa schiera di mentecatti e irresponsabili che hanno votato fior di personaggi (a partire da Prodi) di cui non c’è solo da arrossire, ma da preoccuparsi fortemente perché sono dei tipacci poco raccomandabili (e non semplicemente in quanto “ladri”; magari fossero soltanto questo, punto e basta). Leggo oggi – e mi auguro che la notizia sia mal riportata, ma temo di no – che l’ineffabile sindaco di Bologna, in lotta con gli orchestrali, ha ordinato che venga eseguita comunque la “Bohème” con il solo pianoforte. Se lo fanno, si tratterebbe di un ottimo simbolo dello squallore cavernoso di questo “pauvre pays” (simbolo forse persino migliore dei personaggi interpretati da Alberto Sordi). Per completare la simbologia, suggerirei al (o alla) pianista di presentarsi in mutande, con ben preciso “messaggio”. Comunque, per oggi, voltiamola in ridere. Questi sono proprio dei clown; pur se ammetto che mi divertivano di più quelli dei vecchi circhi del “periodo postguerra” (penso a Fiacca e Bagonghi del circo “Zoppé e Zamperla”; un circo povero, da Italietta, ma nessun paragone con quello odierno dei buffoni di sinistra; quello suscitava pena e tenerezza, questo solo disgusto e voglia di…..).

 MUNNU ERA I MUNNU E’

 

Vorremmo glissare sulle ultime vicende della mala sanità in Italia (il riferimento è, ovviamente, al dossier dell’Espresso sull’ospedale Umberto I di Roma), ennesimo sintomo (che si accompagna ad innumerevoli altri sintomi) che svela la disastrosa situazione nella quale sprofonda il nostro paese (una lenta ma costante decadenza). L’aumento delle tariffe di tanti servizi pubblici essenziali, dai tickets di pronto soccorso al trasporto by train (sorvolando persino sul fatto che il nostro paese è incapace di mantenere una compagnia aerea di bandiera), per arrivare all’aumento delle imposte sia dirette che indirette, evidenzia qual è la cura che i nostri governanti hanno scelto per noi: il famigerato salasso.

Per quanto lor signori al governo si ostinino a mantenere la prognosi riservata (a chi conviene preannunciare che il decorso della malattia potrebbe essere lungo e non risolutivo? E giù, allora, con i ghirigori sulla crescita del PIL, con un balletto di numeri che ubriaca e stordisce chi già ci capisce poco di economia), la conclamazione della malattia rende difficile nascondere la gravità della situazione. Ma niente paura, i nostri governanti hanno già individuato una cura miracolosa che è tale solo negli astrusi termini tecnici che utilizzano per ingannare la gente. E’ una cura politicamente corretta (nel senso che segue pedissequamente le leggi immutabili dell’economia) contro la quale nessuno si azzarda a dissentire ma, a conti fatti, ha la stessa efficacia che aveva il drenaggio di sangue dalle vene contro la peste. Infatti, insieme alla malattia si debellerà anche il paziente.

Con ciò, se pur i nostri governanti abbiano avuto qualche ragione sulla situazione dei conti in Italia, vorremmo aiutarli nella ricerca dei responsabili di tanti sfaceli, legati alla cattiva gestione del sistema-paese da qualche "annetto" a questa parte. Chi ha diretto l’Italia in questi ultimi 16 anni?

Da quando è iniziato l’attacco nei confronti delle politiche della spesa pubblica finanziata col deficit, in virtù di un mutamento palingenetico della situazione internazionale (le politiche keynesiane, tanto amate da certa sinistra che oggi cerca di riproporle in una nuova salsa dottrinale, sono state abbandonate proprio in virtù del mutare di questi equilibri), ed in ossequio alla nuova ideologia ultraliberale trionfante dopo la fine del bipolarismo USA-URSS (anche quest’ultima da considerarsi un cavallo di troia ideologico che ha avuto la funzione di scardinare le precedenti convinzioni sul deficit spending ormai fuori moda, e che oggi si fa promotrice delle balle sull’autoregolamentazione dei mercati, tanto di moda), non si è fatto altro che fingere di trasferire l’efficientismo produttivistico del privato alle strutture dello Stato, il vocabolario burocratico si è così arricchito di termini manageriali che hanno dato una bella riverniciata al palazzo senza intaccarne le strutture portanti. Verga avrebbe detto: “Munnu era i munnu è” (Mondo era e mondo è).

Le Cassandre del governo, appena arrivate al potere, hanno così riscaldato la solita "minestrina" del deficit causato dal precedente governo ed hanno invocato l’attuazione di una politica “bi-fasica” secondo due priorità impellenti: “Prima rimettiamo tutto a posto perchè i conti dello Stato lasciatici in eredità sono dissestati, poi potremo dare il via allo sviluppo di questo bel paese”. Nel frattempo saranno passati altri 5 anni, si riproporrà la staffetta tra destra e sinistra e quelli che verranno dopo continueranno a ripetere la stessa solfa.

Infatti, il Papa dei tecnici al governo, l’illustre Padoa-Schioppa, alla prima audizione in Parlamento di fronte alle Commissioni di Camera e Senato, a giugno, aveva detto: “la situazione dei conti pubblici è peggiore di quella del 1992, avanzo primario e rapporto deficit/pil erano meno pessimi allora di oggi”. Come come? Adesso non so precisamente quante manovre e manovrine correttive sono state fatte dal ’92 in poi e tutte col medesimo obiettivo di ridurre il debito pubblico. Da allora, nonostante l’indefesso lavoro di questa mirabile classe dirigente, la situazione è "solo" peggiorata? A questo punto chiediamo di applicare anche nei loro confronti i criteri di produttività e meritocrazia che oggi Bersani invoca per i pubblici dipendenti. Siete stati incapaci di raggiungere gli obiettivi prefissati? Allora dovete tornarvene a casa! Perché si sappia che dal 92’ ad oggi, con qualche inframezzo di governo tecnico (comunque sostenuto da tutti i partiti di questa fantomatica quanto millantata Seconda Repubblica) le facce al potere sono state sempre le stesse. La staffetta tra i poli in questi anni, il gioco degli specchi lagrassiano, rende tutti correi e nella stessa misura.

Ma andiamo avanti con le Cassandre. Cassandra Prodi: “I conti pubblici peggiorano e sono in una situazione di gravità peggiore che nel ’96, sapremo agire repentinamente sui conti ma sullo sviluppo gli strumenti d’intervento sono meno certi”. Cassandra Visco (detto anche Fisco Facile): “Il deficit è al 4,5% e non al 3,8% come ha annunciato il precedente governo di centro-destra”. Cassandra Mastella: “I conti dello Stato sono in caduta libera”. Cassandra Letta (Enrico): “Il FMI ci indica conti disastrosi”. E via via con le altre cassandre: cassandra-diliberto, cassandra-pecoraroscanio, cassandra-migliore ecc. ecc. (Tutti rigorosamente con la lettera minuscola perchè minuscoli sono).

Con la Finanziaria da poco approvata il Governo rassicura comunque che la situazione migliorerà, lo sostiene Almunia, lo dicono le agenzie di rating, lo dice persino l’ISTAT che prevede una “magnifica” crescita per il 2007 intorno al 1,3%. Anche qui ci sarebbe però qualcosa da obiettare, nel 2006 il PIL è cresciuto del 1,7% per cui, rispetto a questo dato, nel 2007 saremo comunque in un rapporto relativo di arretramento. In questa congiuntura internazionale molto difficile, dove persino nel paese centrale c’è stagnazione, si deve correre forsennatamente già solo per restare in surplace. Una crescita del 1,3% non è una vera crescita e il dato va ancora paragonato a quello degli altri paesi. Nel 2007 la Cina crescerà del 9,4%, la Russia del 6,5%, la Gran Bretagna del 2,4%, la Francia del 2%, la Germania del 1,5%. Inoltre, dobbiamo considerare il fatto che in questi paesi i dati non vengono così spudoratamente taroccati come nel nostro. A voler essere sinceri, e a ben interpretare lo spirito italiano dei tempi, la nostra crescita (per usare un eufemismo) sarà già tanto se si assesterà sullo 0,7%. Ma si può considerare sviluppo questa miseria? Il poco cattivo maestro Toni Negri diceva che il nostro potere sociale ce lo portiamo nella tasca, e quelle degli italiani appaiono sempre più vuote e consunte dalla ricerca di spiccioli.

Ovviamente, non tutto è fermo in Italia, la grande finanza (GF) si muove bene, soprattutto quella direttamente collegata a Romano Prodi. Peccato che la finanza nostrana è a sua volta legata a doppio filo a quella americana. Quest’ultima tratta l’Italia come un laboratorio politico ed un avamposto per controllare le faccende europee. Credo che su questo argomento, meglio di me, saprà dire certamente La Grassa che sta lavorando sui retroscena della fusione Arcelor-Mittel, con il coinvolgimento della finanza americana e di qualche losco personaggio italiano.

Comunque, tra queste Merchant bank c’è soprattutto la Goldman Sachs la quale, come svela un articolo dell’Espresso di Paolo Pontoniere, ha piazzato i suoi uomini in tutti i posti strategici delle maggiori istituzioni italiane, per tentare un gran colpo sull’emissione del nostro debito pubblico (oggi per lo più in mano ad italiani). Si tratta di 200 mld di euro, circa ¼ del totale europeo. Da qui potrebbe passare una maggiore perdita d’indipendenza nazionale perché chi ti controlla il debito può più facilmente influenzare anche le tue scelte politiche.

Mi sembra giusto ricorrere anche alla poesia per illustrare la pochezza dell’epoca in cui viviamo, ma che non è certo l’unica né sarà l’ultima. In fondo, il capitalismo ha connotati “sempreverdi” e sempre verminosi.

Quello americano è il peggiore tra gli imperialismi del mondo e di tutti i tempi; proprio per questo, negli USA si trovano anche coloro che meglio colgono, sia pure in senso morale, le caratteristiche negative dell’attuale società. Propongo, tanto per cambiare, una bella poesia dalla “Antologia di Spoon River” di Masters (scritta intorno al 1915; eppure i suoi versi sono molto attuali). Gianfranco La Grassa, 01.05.07

 

“Voi credete che le odi e i sermoni,

e lo squillo delle campane

e il sangue dei vecchi e dei giovani

martirizzati per la verità che vedevano

con occhi resi lucenti dalla fede in Dio,

abbiano compiuto le grandi riforme del mondo?

Credete che l’Inno di Guerra della Repubblica

si sarebbe udito se lo schiavo

avesse servito al dominio del dollaro,

a dispetto della mondatrice Whiney[1],

e il vapore e i laminatoi e il ferro

e i telegrafi e il libero lavoro bianco?

Credete che Daisy Fraser[2] sarebbe stata cacciata e sfrattata

se la fabbrica di scatolame non avesse avuto bisogno

della sua casetta e del suo podere?

O credete che la stanza da gioco

di Johnnie Taylor e il bar di Burchard

sarebbero stati chiusi se il denaro perduto

e speso per la birra non fosse andato a finire,

chiudendoli, a Thomas Rhodes,[3]

a un maggiore smercio di scarpe e coperte,

e mantelli per i bimbi e culle di quercia?

Ecco, una verità morale è un dente vuoto

che va otturato con l’oro.”

 

1 Macchina per mondare il cotone e che, dopo la guerra civile, sostituì gli schiavi impiegati negli Stati del Sud.

2 Uno dei personaggi di “Spoon River”; una povera donna che “faceva la vita” e passava per la strada “tra ammicchi e sorrisi”; ma che si era messo così da parte un piccolo gruzzolo ed acquistato un podere con casa.

3 Tutti personaggi di questa modesta cittadina americana, che riflette nel suo minimo Universo tutte le caratteristiche del capitalismo: “libera” concorrenza (legata alla corruzione dei poteri), centralizzazione dei capitali con espropriazione dei piccoli produttori di merci. Thomas Rhodes è appunto il “riccone” del luogo che dominava la situazione.

ONORE AL DITTATORE CHE MUORE (e disdoro per le menzogne dei nostri governanti) di G. La Grassa

Due parole sull’esecuzione di Saddam, uno degli avvenimenti più disgustosi degli ultimi tempi. Vorrei tuttavia esimermi da troppi commenti. Al di là di ogni giudizio, è ovvio che è morto un uomo, e non un quaquaraqua od ominicchio (secondo la ben nota distinzione sciasciana degli esseri umani) come quelli che siamo abituati a vedere tutti i giorni sullo schermo televisivo in questo povero nostro Occidente, che si dà tante arie di civiltà. Mi consento di citare, a mo’ di epitaffio, non giornali come “Il Manifesto” o “Liberazione” o altri del genere, ma nientepopodimeno che l’editoriale del “Giornale”: “Non so voi che leggete. Io sono stato molto impressionato dalla dignità e dal coraggio di Saddam Hussein mentre gli veniva calata sul collo la corda fatale”. Fra i commenti da citare in negativo, per la loro rozzezza e infamia, il premio va ai leghisti (ignoranti bestioni come al loro solito) e, per una sola incollatura, a Fiamma Nirenstein e Sgarbi.

Quel che si è visto perché ripreso di nascosto dal famoso cellulare non fa che ribadire il giudizio sul coraggio dell’uomo e sulla lucidità mantenuta sino alla fine. Si era tentato di accreditare che Saddam avesse lasciato un semplice messaggio finale di “messa in guardia nei confronti dell’Iran” (sembrava quasi un ultimo servigio reso agli americani dopo quelli degli anni ’80), mentre invece egli maledice energicamente i traditori iracheni (certo soprattutto sciiti) e proprio gli USA.

E’ difficile comprendere la razionalità di una simile esecuzione che non sembra affatto politicamente “intelligente”; tuttavia, a mio avviso, una razionalità esiste: rinfocolare l’odio tra le due parti del popolo iracheno. Visto che il paese è ormai ingovernabile e gli americani ci rimettono solo ingenti risorse e le vite dei loro soldati, l’unica mossa da tentare è quella di creare un solco profondo, una ferita difficile da rimarginare, tra sunniti e sciiti; la solita “tecnica” ben nota, che non serve a stabilire alcuna reale egemonia ma a creare comunque debolezza e caos nel fronte avverso. Si tratta di “tecnica” che tuttavia può anche rivelarsi un boomerang; e speriamo che in questo caso sia così, pur se non immediatamente.

Ricordo ancora che Saddam è stato tenuto in carcere sotto sorveglianza di truppe americane, tanto poco ci si fidava di lasciarlo in custodia a coloro che dovevano impiccarlo. Ci vuol tanto a capire chi è il vero mandante del processo e del resto? Sono gli stessi che ci hanno comandato di aggredire la Jugoslavia, di accompagnarli in Irak, di restare in Afghanistan, di inviare truppe in Libano, ecc. (magari, fra un po’, ci imporranno di “aiutarli” anche in Somalia).

Non ritengo vergognosi soltanto quelli che hanno espresso bestiale approvazione per l’esecuzione di Saddam, ma anche quelli che si scandalizzano della pena di morte “in sé”, e approfittano del fatto “increscioso” per fare bella figura – presso tutti i cretini e buonisti “di sinistra” – presentando all’ONU richiesta di moratoria circa tale pena. Il problema di fondo non è quest’ultima, ma il fatto che i vincitori – assassini massacratori di milioni di persone dalla seconda guerra mondiale (inclusa) in poi; senza dimenticare che quella nazione è nata da un genocidio, fatto passare per eroica epopea e, da allora, non ha fatto altro che promuovere guerre e sanguinose imprese coloniali – si permettano di mandare a morte i vinti, che magari hanno commesso eccidi del tutto inferiori e assai più “localizzati” (e legati spesso a guerre civili, insurrezioni, ecc. dove è spesso assai difficile giudicare i torti e le ragioni; e comunque, Saddam che aggrediva l’Iran per conto degli USA era nel “giusto”?).

Fino ad epoca storicamente recente, il vincitore magari ammazzava il vinto, ma senza tanta ipocrisia e finzione di processi “legali”. Oggi, questi dominanti imperiali sono veramente il Male Assoluto, e i loro servitori europei sono per certi versi ancora più disgustosi perché ipocriti. Cercano di salvarsi l’anima, condannando la pena di morte, ma dimostrano così di essere solo vili, infami, omuncoli. Non hanno nemmeno il coraggio di perseguire a viso aperto il Male; semplicemente lo servono, strisciando e cercando di lavarsi le mani, che restano tuttavia sporche di sangue tanto quanto quelle dei loro padroni americani.

Ultima notazione: disgusto e disprezzo per quegli ipocriti che inorridivano di fronte alle “selvagge” esecuzioni di Al Qaeda (con sgozzamento, che ammazza in pochi secondi); mentre è evidentemente assai civile l’impiccagione, con il “pietoso accorgimento” (parole di telegiornale; e mi sembra si trattasse del “sinistro” TG3) del foulard attorno alla gola per non procurare troppo male e non provocare escoriazioni. Che sentimenti delicati!   

 

Si è scoperto che i conti pubblici italiani non sono affatto così disastrati come schiamazzava il centrosinistra andato al Governo e che, fin dall’inizio, aveva evidentemente in mente di far approvare una finanziaria pesantissima, composta in prevalenza di entrate (fiscali) e di poca riduzione di spesa pubblica, che per la più gran parte non serve a fornire servizi ai cittadini bensì a mantenere un pletorico personale, assunto (e che fa carriera) in base a criteri largamente clientelari e politici.

I conti pubblici vanno assai meglio di quanto “urlato” ai quattro venti, ma perché c’è stato un non previsto surplus di entrate (come al solito). Ridicolmente, il centrosinistra – che ha s-governato per poco più di metà del 2006 – pretende di avere il merito di questo “sorprendente” risultato (in realtà, lo si sapeva già da tempo, ma tutto era lasciato nella confusione per poter approvare la finanziaria). Difficile dire se il merito spetti al precedente Governo (ne ho molti dubbi), ma sicuramente non spetta a chi è in sella da così poco tempo. Inoltre, fa specie vedere destra e sinistra che fanno a gara per vantarsi di avere aumentato le entrate; e, ancor più, di avere migliorato “i conti”, disinteressandosi completamente dei veri problemi di una economia che si pretenderebbe fosse competitiva “sul piano globale”. Tante chiacchiere a vanvera, mentre l’attenzione è tutta concentrata sul solito Debito pubblico, il rapporto deficit/Pil, ecc., come vogliono i “contabili mondiali” (dal FMI alle autorità monetarie europee alle nefaste società di rating, ecc.). Buffoni e cialtroni della più bell’acqua!

Ancora una volta, la “sinistra” dimostra la sua stoffa intessuta di arroganza e incompetenza, tentando di far dimenticare il centro della questione: non c’era bisogno di una finanziaria così consistente. Erano necessari – pur inseguendo i “grilli” di questi signori relativi ai puri conti – si e no 10-15 miliardi di euro, non i 40 che ci hanno tolto. Tuttavia, non di sola incapacità si tratta; il Governo mentiva perché aveva bisogno di quei soldi per la complessa tramatura fatta di corruzione clientelare e di occupazione di ogni posto di potere, di sistemazione del proprio personale politico e intellettuale, di finanziamento di alcuni “grandi” imprenditori (tipo Montezemolo) affinché recitino la “giusta” (per la sinistra) parte in commedia, per aiutare i propri mandanti (tipo quelli del gruppo Intesa-San Paolo) a compiere – in accordo con, e sotto la direzione di, settori decisivi della grande finanza americana e dei suoi uomini nel sistema bancario e politico italiano – una complessa serie di concentrazioni finanziarie, atte a consolidare il proprio potere implicante il crescente asservimento italiano (utile anche al fine di mantenere quello europeo).

 

Il soporifero discorso di fine d’anno del presdelarep non è stato molto diverso da quello dei predecessori; semmai diciamo che siamo in progressivo peggioramento, come in ogni altra manifestazione della vita politica di questo disgraziato paese. Interessante comunque la reazione di destra e sinistra, che ci hanno mostrato ancora una volta il loro vero intento truffaldino. Si fanno quasi sempre l’un l’altra la faccia feroce, poi cambiano registro e si dimostrano “preoccupate” di non lacerare il tessuto della subordinazione del popolo alle loro trame, e a quelle dei loro mandanti economico-finanziari (interni ed esteri). Ogni loro azione è guidata dalla necessità di meglio imbrogliare le carte e di truccare i giochi. Adesso, sulla scia del discorso presidenziale, sembra venuto il periodo della “collaborazione”. Difficile che duri molto perché, come indicato da un odioso giornalista a nome Scalfari (che sostiene quanto i potenti gli “suggeriscono” di rivelare per preparare l’opinione pubblica), vi è bisogno di una vaselinosa dittatura alla democristiana (e Prodi che cos’è?), quella più confacente ai settori finanziari già sopra nominati.

La “povera” destra si illude; resterà a lungo fuori del potere sostanziale, perché il suo elettorato principale è proprio quello che la dittatura in questione ha oggi bisogno di bastonare per primo; gli altri – i lavoratori dipendenti – saranno tenuti sotto “la spada di Damocle” delle pensioni ecc., che non verranno al momento mutate; prima occorre rinsaldare la “morbida” dittatura di cui sopra. Intanto, però, gradualmente peggiorano comparti essenziali del sistema sociale; basta considerare l’aumento dei ticket sanitari e l’odioso balzello per il pronto soccorso, a puro arbitrio dei medici, giacché chi si sente male – salvo che non abbia un’unghia incarnata o qualche quisquilia del genere – non è in grado di valutare da che cosa dipende quel malessere per cui deve ricorrere alla suddetta prestazione.

L’unica speranza è che, in tempi medi (e sono già lunghi!), la popolazione manifesti una totale disaffezione per gli attuali schieramenti politici. Sia però chiara una cosa: questi “topi nel formaggio” non se ne andranno in punta di piedi, sommessamente, “gentilmente”. Occorre uno “scossone” di quelli “storici”, una sorta di violento terremoto sociale con “ondata anomala” in grado di sommergere tutti gli apparati dell’attuale politica (e del putrefatto ambiente culturale e massmediatico). Questo l’augurio più sentito per questo 2007; che sia un anno di avvicinamento alla resa dei conti finale, una sorta di O.K. Corral.

 

3 gennaio

 

PS Penso di dedicare i prossimi giorni al tentativo (non so se riuscirà) di ricostruire il complesso, e ultracontorto, affaire Arcelor-Mittal; non per il fatto in sé ma per gli insegnamenti che può dare circa l’attuale fase storica del capitalismo.     

GIUSTIZIA COMPARATA (di A. Berlendis)

1. Saddam Hussein è stato `condannato´ a morte tramite impiccagione per aver ordinato nel 1982, l´uccisione di 148 sciiti del villaggio di Dujail, a seguito di un attentato alla sua persona.

2. E´ legittimo compararlo a come si comportò la giustizia USA in uno dei (tanti) casi cui è possibile riferirsi . Scriveva Seymour Hersh in `My Lai Vietnam´ riedito dalla Piemme nel 2005 :`Vietnam del Sud, 16 marzo 1968.
Per la compagnia Charlie dell´esercito USA avrebbe dovuto essere una normale operazione militare, ma quattro ore dopo è ormai diventata una carneficina di civili inermi (347 vittime).
Lungo le strade del piccolo villaggio di My Lai, centinaia di corpi di uomini, donne e bambini giacciono senza vita.
Sono stati trucidati dagli uomini del capitano Ernest Medina. A sangue freddo.´
`Sono passati 36 anni dal massacro di My Lai . La giuria della corte marziale istituita contro il tenente Calley si riunì in camera di consiglio il 16 marzo 1971, a tre anni esatti di distanza dalla carneficina dei civili vietnamiti.Dopo un acceso dibattito durato due settimane, il consesso riconobbe Calley colpevole per l´omicidio di 22 civili vietnamiti e lo condannò ai lavori forzati a vita. Successivamente, a seguito della revisione del processo, la condanna dell´ex ufficiale della compagnia Charlie fu ridotta a 20 anni
e quindi a 10 anni. Il 19 novembre 1974, l´ex ufficiale della compagnia Charlie fu liberato dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari : oggi Calley è il proprietario di una gioielleria a Fort Benning in Georgia. Le accuse di omicidio premeditato e di comando di azione illegale mosse contro il suo superiore, il capitano Medina , attualmente vicepresidente di una fabbrica di elicotteri, furono derubricate a quelle di omicidio colposo involontario per non aver esercitato il controllo necessario sui suoi uomini.
La giuria non si convinse che il capitano fosse a conoscenza di quanto stessero facendo i suoi soldati e lo assolse."

3. E´ legittimo compararlo a come si comportò il Tribunale di Norimberga. A conclusione del suo ultimo libro, uscito nel maggio 2006 `La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad´ Laterza, Danilo Zolo ha scritto queste parole : "Il processo di Norimberga ha stravolto l´idea di giustizia internazionale, annullandone ogni distinzione rispetto alla politica e alla guerra. E´ stato una resa dei conti, il regolamento delle pendenze, la vendetta dei vincitori sui vinti .
E´ stata una parodia della giustizia con una letale valenza simbolica. Essere sconfitti e uccisi in guerra è cosa normale, a volte persino onorevole. Ma essere giustiziati dopo essere stati sottoposti alla giurisdizione del nemico è una sconfitta irreparabile, è la degradazione estrema della propria dignità e identità.

Gli Stati Uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che riproduce e radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva che ha dominato il processo di Norimberga. L´anomia giuridica e il vuoto di potere legittimo provocati dalla guerra di aggressione sono tali che il processo contro l´ex dittatore iracheno si riduce a una teatralizzazione propagandistica della giustizia con il solo scopo di coprire i misfatti dei vincitori, di disumanizzare l´immagine del nemico e di legittimare nei suoi confronti, in quanto nemico dell´umanità, comportamenti ostili sino all´estrema disumanità." Pg167

Pubblichiamo tre articoli (due di Gianfranco La Grassa ed uno di Mauro Tozzato) e con ciò ci rivediamo nel 2007. Grazie e buon anno a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di seguirci fin qui. Infine, il nostro pensiero va a tutti quei compagni che sono oggi ingiustamente reclusi nelle galere di Stato o che subiscono continui processi a causa della loro passione rivoluzionaria. Per tutti loro un abbraccio caloroso e la dedica di una poesia, quella di Sante Notarnicola, mio fiero conterraneo.

Galera (di S. Notarnicola)

Là, dov’era più umido

fecero un fosso enorme

e nella roccia scavarono

nicchie e le sbarrarono

alzarono poi garitte e torrioni

e ci misero dei soldati, a guardia

ci fecero indossare la casacca

e ci chiamarono delinquenti

infine

vollero sbarrare il cielo

Non ci riuscirono del tutto

Altissimi

Guardiamo i gabbiani che volano.

UN QUADRO INTERNAZIONALE NON PIACEVOLE (di G. La Grassa)

Come un giocatore a poker in difficoltà, avendo assommato perdite di una certa entità, rilancia con una posta più alta, così gli USA stanno accentuando ulteriormente il lato aggressivo della loro politica con manovre certamente assai pericolose. C’è stato l’improvviso incontro tra Olmert e Abu Mazen; dal TG1 al “Giornale”, quasi tutti hanno visto dietro l’incontro pressioni americane con un ben preciso piano “in testa”. Si è spinto il leader moderato palestinese sulla via di un più veloce tradimento del suo popolo, sperando nella stanchezza di quest’ultimo di fronte ad una guerra lunga, e che non vede via di uscita – non solo onorevole, ma proprio politica a meno che non si voglia semplicemente rinunciare a chiedere il ritiro israeliano dai territori occupati – se non nella sua prosecuzione a tempo indeterminato, che costa ovviamente molto in termini di vite umane, e non solo. Si è stabilito chiaramente un patto di ferro tra Israele e moderati palestinesi smascherando, oltre ogni possibile dubbio, il fatto che Abu Mazen non è null’altro che un possibile Quisling.

Per facilitargli i compiti, si è promessa la liberazione di un certo numero di prigionieri palestinesi in cambio di quella del soldato israeliano ancora detenuto. Si è promesso di sbloccare i fondi che erano di pertinenza del Governo palestinese in quanto gettito di imposte; certamente tali fondi non andranno a chi ne avrebbe diritto perché sia gli USA che Israele proibiscono un qualsiasi finanziamento ad Hamas. Si è infine deciso di appoggiare fino in fondo la mossa del “traditore” tesa a convocare elezioni anticipate, promettendo fiumi di finanziamenti a tal fine, nonché per rafforzare le milizie dei “moderati”. Questa pressione su Abu Mazen, affinché acceleri i tempi delle sue manovre da “venduto”, è pericolosa, ma è appunto la mossa del giocatore di poker in difficoltà.

Nel contempo, l’ONU, con la complicità dell’intera Europa (nemmeno i francesi si sono distinti in simile frangente), ha approvato le sanzioni contro l’Iran. La Russia è riuscita ad annacquare un po’ la mozione votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza – ed infatti, immediatamente, USA e Israele hanno dichiarato che si tratta solo di un primo passo poiché occorrono “misure più persuasive” – ma ha comunque dovuto “abbozzare”, e così pure la Cina; la qual cosa dimostra l’ancor notevole debolezza di questi “imperialismi” nascenti e per il momento, come ho già scritto sul blog, del tutto “adolescenti”. Tali paesi debbono stare ben attenti perché la fase di passaggio che stanno attraversando è molto delicata e incerta (e la decisione di approvare le sanzioni contro l’Iran ne è una dimostrazione). Si è scatenata in questi giorni l’offensiva etiope, sostenuta chiaramente dagli USA, contro le “Corti islamiche” in Somalia, che sembra aver ottenuto successo (non sono in grado di fare previsioni per il futuro; i tempi non saranno brevi, comunque vadano le cose, malgrado al momento le forze islamiche siano in precipitosa ritirata). Infine, anche la decisione di procedere all’esecuzione di Saddam (che non favorirà comunque l’azione statunitense in Irak) è un ulteriore segnale nella stessa direzione, quella del “gioco al rialzo”.

 

Un certo numero di persone (e di forze politiche) si è illuso che fin da subito l’amministrazione americana iniziasse a ripensare le sue scelte, dato che gli stessi generali del Pentagono mostrano contrarietà alla richiesta di Bush relativa all’invio di altri 120-130.000 soldati nel teatro di guerra iracheno. E’ in realtà molto probabile che gli ambienti militari rifiutino una strategia basata sulla concentrazione dello sforzo bellico in Irak, dove l’azione americana è compromessa; non tanto perché si possa pensare alla prossima vittoria delle forze contrarie all’occupazione quanto per la comunque evidente ingovernabilità del paese. Se si deve proseguire nella strategia di “attacco”, perseguita nell’ultimo quindicennio dagli USA (sia sotto l’amministrazione repubblicana che sotto quella democratica), bisogna allargare il terreno dello scontro, tenuto conto che anche in Afghanistan (con precisi riflessi e propaggini in Pakistan) gli equilibri non appaiono per nulla favorevoli agli interessi “occidentali” (leggi statunitensi, data l’ormai impressionante debolezza dell’Europa, sempre più succube dell’Alleanza Atlantica); ed infatti l’aggressione americana (e israeliana), condotta non soltanto sul piano militare ma anche tramite varie iniziative di forte pressione, viene ormai allargata alla Palestina, all’Iran e alla Siria, al Libano, ecc.

Malgrado certi successi momentanei (non so se reali o più che altro “di facciata”), resto convinto che questa “mossa da poker” non si risolverà in senso troppo favorevole agli Stati Uniti (e a Israele), che dovranno sostenere costi abbastanza pesanti già nel breve periodo e andranno incontro a probabili insuccessi nel medio. Credo che sia iniziato, e si accentuerà, un periodo di revisione della strategia statunitense, che comunque – sia chiaro – sarà sempre caratterizzata da una costante vocazione egemonica o comunque dalla volontà, se non proprio di dominare globalmente (ciò si sta rivelando impossibile), di restare quanto meno la principale potenza economica e militare per molti decenni a venire. Questa, almeno, è l’intenzione; quanto alla sua realizzazione, si vedrà in futuro, però nel lungo periodo. In ogni caso, l’attuale accentuazione della politica imperialistica degli Stati Uniti (con al seguito Israele) provocherà gravi tensioni nei prossimi anni e si rivelerà assai pericolosa per tutti.

 

Di fronte a questa politica di arroganza e prepotenza – non fine a se stessa ovviamente, ma guidata da precisi interessi economici e geopolitici – l’Europa brilla per il suo servilismo sostanziale, per l’incapacità di salvaguardare gli interessi delle sue popolazioni; sono prevalentemente le grandi concentrazioni finanziarie – in varia guisa intrecciate con quelle americane – e le grandi imprese industriali prive di vera strategia competitiva ad avvantaggiarsi di questa passiva dipendenza. Al momento non si nota alcuna reale capacità di realizzare politiche che siano di aiuto all’avanzamento del cosiddetto sistema-paese; nemmeno restando sul terreno del più tradizionale sviluppo capitalistico, quello della società che ho genericamente denominata “formazione sociale dei funzionari del capitale”. L’Italia è il paese più segnato dalle tipiche caratteristiche della subordinazione europea agli Stati Uniti; è il paese in cui la GFeID (grande finanza e industria decotta) agisce in più scoperta combutta con i centri del potere finanziario-politico del paese predominante, a totale detrimento degli interessi della popolazione (in particolare dell’intero corpo lavorativo, sia “autonomo” che dipendente).

La destra è scoperta (e rozza) nel suo incondizionato appoggio alle peggiori, e più aggressive, mosse dei centri di potere americo-israeliani. Tuttavia, il centrosinistra – con tutte le varie sfumature consentite dalla commedia inscenata dalle sue correnti “moderate” e “radicali” –  manovra in piena consonanza con l’imperialismo (egemonismo) americano, solo sperando che prevalgano alla fine le correnti in qualche modo meno violente, quelle che sappiano impiegare le “giuste” dosi di “bastone e carota”. E’ del tutto sintomatico che il Ministro degli Esteri (già Premier del Governo di aggressione alla Jugoslavia al seguito degli USA nel periodo di presidenza democratica), dopo aver venduto fumo con dichiarazioni di blanda (e arzigogolata) critica ad Israele, appoggi pienamente la politica del rinnegato Abu Mazen; e non abbia avuto nulla da ridire sui contenuti della mozione che gli USA volevano approvata dall’ONU contro l’Iran (lo ripeto: solo le manovre russe hanno avuto l’effetto di edulcorarla in qualche misura). Anche in politica estera, insomma, si svolge l’indecoroso e lurido gioco delle parti: tra destra e sinistra e, all’interno di quest’ultima, tra “riformisti” ed “estremisti”. Una autentica, e senza dubbio variopinta, massa di mentitori e mestatori; da una parte i forsennati fan americo-sionisti, dall’altra gli ipocriti e i giocatori delle “tre carte”, che cercano di rappresentare tutto e il contrario di tutto, in ciò favoriti dai tatticismi (a volte da mascherate connivenze) dei pacifisti, dei movimentisti (e “no-globalisti”), delle varie “anime belle” del multiculturalismo e della solidarietà tra “diversi”, ecc.

Un’autentica catastrofe politica, che ha ormai consegnato la “sinistra” o all’appoggio sostanziale delle grandi concentrazioni di potere americane o all’inutile predicazione di una “non violenta” opposizione alla politica di queste ultime. Risalire la china richiederà ormai chissà quanto tempo, dopo la devastazione compiuta da costoro al fine di opporsi alla nascita di un qualsiasi embrione di resistenza antimperialista, che si sforzi di analizzare in modo adeguato la situazione esistente.

 

Bisogna cercare di essere sufficientemente lucidi e non semplicemente “generosi” e pieni di “buoni intenti” anticapitalistici e antimperialisti (antiegemonici). Oggi come oggi, l’unica speranza di riuscire a indebolire la politica statunitense di potenza predominante – con ciò mettendo in crisi, alla lunga, i suoi zelanti complici; sia quelli più aperti (destra) che quelli più contorti e ingannatori (sinistra) – risiede nel potenziamento di paesi come Russia e Cina. Certamente va considerato positivo il fondamentalismo islamico poiché si pone in netto contrasto con USA e Israele; e così pure vanno appoggiati i movimenti sudamericani che si battono per una più netta indipendenza dal potente vicino. Ritengo però che da soli, né i movimenti esistenti nel mondo arabo né quelli in crescita nel Sud America saranno in grado di conquistare un decisivo successo. Tra l’emergere delle nuove potenze ad est e i suddetti movimenti antistatunitensi non sussiste certo un rapporto di causa ed effetto; tuttavia i due processi sono fra loro intrecciati ed in oggettiva solidarietà. L’importante è afferrare quale fra i due può rivelarsi, nel medio periodo (grosso modo intorno ai vent’anni), il principale fattore della riduzione della sfera egemonica statunitense e del conseguente acutizzarsi delle contraddizioni interdominanti.

Non dobbiamo nutrire illusioni. Russia e Cina sono nuove potenze in avanzata; la loro politica è quella di tutti gli imperialismi nascenti e in fase di rafforzamento, ma tra contraddizioni assai gravi che rendono ancora incerta e non definitiva (non irreversibile) la loro affermazione. Il loro comportamento, in sede geopolitica, è dunque molto contorto e pieno di compromessi con l’avversario che è ancora più forte di loro (come ho sostenuto più volte, non siamo per il momento in un’epoca policentrica). Si tratta di paesi che, per l’essenziale, possono essere considerati in pieno sviluppo capitalistico, pur se con caratteristiche – di accentramento statale, di non completo cedimento all’ideologia neoliberista – differenti da quelle della “formazione sociale dei funzionari del capitale” (la tipica società nata dalla preminenza USA nel campo capitalistico).

Per quanto le forme siano diverse – la “storia non si ripete mai” nelle sue manifestazioni empiriche – si sta creando progressivamente una situazione mondiale che presenterà infine vaghe somiglianze con quella a cavallo tra otto e novecento (l’epoca “classica” dell’imperialismo). Nei paesi a capitalismo più avanzato, il sedicente “movimento operaio” – egemonizzato dai socialdemocratici – fece un colossale flop dando vita al più bieco opportunismo. Piccoli gruppi di comunisti (tipo i bolscevichi) si affermarono nei paesi a struttura capitalistica estremamente debole e quasi embrionale, e continuarono per tutto il novecento a “fare rivoluzioni” e a “vincere” nelle aree a stragrande maggioranza contadine e di tipo pre(o proto)capitalistico. La Storia mi sembra aver decretato con chiarezza la sconfitta di simili “rivoluzioni” che non sono per nulla state comuniste ma, nel migliore dei casi, hanno aperto la strada allo sviluppo, a volte impetuoso (come appunto in Cina), di società “di classe”, con ristretti gruppi di dominanti ed enormi masse di dominati (e quanto dominati!). Vogliamo ripetere la stessa storia? Errare è umano….con quel che segue.

In un certo senso (ma si intenda questo cum grano salis) si deve tornare a Marx: quello delle sue massime opere, non quello delle lettere a Vera Zasulič, per favore! Se il comunismo è possibile, se si deve tentare di incamminarsi lungo quella strada, lo si deve fare dove esso non andrà mai confuso con il generico populismo, con l’appello alle “masse diseredate”, con la generalizzazione (la “messa in comune”) della povertà! Bisognerà però tener ben presente come non si creino, nello sviluppo capitalistico, le oggettive condizioni sociali dell’agognata trasformazione rivoluzionaria; non si va affatto nella direzione di una netta (visibile a tutti) divisione della società in un piccolo gruppo di rentier e in una stragrande maggioranza rappresentata dal “lavoratore collettivo cooperativo” (“dall’ingegnere all’ultimo giornaliero”, per dirla con le parole di Marx), con uno strato di ceto medio del tutto transitorio, minoritario, in grado al massimo di rallentare ma non certo di impedire il processo di rivoluzionamento dei rapporti sociali. E’ principalmente in una società come la nostra – non tanto per il suo alto sviluppo produttivo, quanto per la sua articolata e variegata differenziazione in tanti gruppi sociali, disposti “in orizzontale” come “in verticale” – che deve essere provata la possibilità di costruire il nuovo, se se ne è capaci concretamente, senza mitici svolazzi nell’utopia; e senza affidarsi ad improbabili (e presunti positivi) caratteri antropologici del “genere umano”.

 

 Oggi, dunque, bisogna lavorare, e non sui tempi brevi, per ricreare una difficile condizione di radicale mutamento dei rapporti sociali a partire dall’accettazione dell’inesistenza di dinamiche oggettive che favoriscano tale processo; si deve agire in un mondo in forte travaglio e trasformazione, utilizzando al meglio le contraddizioni che si aprono – ma, come appena considerato, tra mille compromessi – nella complicata lotta per le sfere di influenza combattuta dalla potenza per il momento più forte e predominante (si è tuttora in epoca monocentrica) contro i suoi probabili avversari che, se realizzeranno le loro possibilità di divenire forti competitori degli USA, lo faranno in un contesto sostanzialmente imperialistico. Non ci si illuda su questo; non si tentino scorciatoie pensando alla meravigliosa rivolta degli oppressi che, oltre ad essere improbabile (l’Islam non è certo questa rivolta), farebbe una brutta fine anche nel caso si manifestasse: come quella di Spartaco, delle jacqueries del ‘300, della guerra dei contadini del ‘500 (Müntzer, ecc.), dei comunisti nel ‘900, e via dicendo.

La salvezza per i dominati può nascere dalla disgregazione del potere avversario, conseguente alla lotta senza quartiere tra i dominanti, quando questi si dividono in frazioni di forza quasi eguale, nessuna delle quali intende allora accettare e subire la supremazia di altre. E sarà necessario che sorga una forza capace di approfittare di questa lotta, in grado di analizzare la situazione esistente di fase in fase, adattando le sue tattiche a queste ultime e cogliendo infine “il frutto” quand’è “maturo”. Il movimentismo incosciente di questi tempi, se non è apertamente connivente con i dominanti, si pone comunque sempre in “solidarietà antitetico-polare” con essi. Il fare appello alla mera lotta degli oppressi, degli sfruttati, non produce grandi effetti di cambiamento in una società complessa com’è la nostra a capitalismo avanzato. E se non produce qui qualche risultato, continuare a predicare, come un tempo, “l’accerchiamento delle città a partire dalle campagne” porterà al disastroso epilogo della passata epoca di lotte. E il fallimento sarà altrettanto sicuro qualora si insista nel puntare sulla fantomatica “contraddizione antagonistica principale” – fondata sul conflitto per la distribuzione del valore creato dai lavoratori salariati – alla quale piegare e conformare ogni strategia di combattimento.

C’è ben altro da fare; e, fra quest’altro, esiste la necessità di analizzare e valutare come evolve il multiforme confronto che si svolge nell’ambito della formazione sociale mondiale, con la previsione della progressiva entrata in una fase di nuovo antagonismo policentrico (interimperialistico). I prodromi di quest’ultimo, con la crescita impetuosa delle nuove potenze ad est, è oggi l’elemento che di fatto – qui, si, potremmo usare il termine “oggettivamente” –  sorregge il movimento di rivolta di consistenti quote della popolazione araba e di quella sudamericana (orientate da determinati gruppi dirigenti), in questo momento certamente le più attive nel mettere in difficoltà la potenza dominante centrale. Noi siamo però situati in un’area (Europa e Italia), in cui gruppi economici nell’insieme privi di spinta propria, e forze politiche soltanto mosse da meschini interessi del “giorno per giorno”, giocano in favore della prosecuzione della predominanza USA. Di conseguenza, l’azione di chi vuol “cambiare le cose” è qui particolarmente complicata e richiede la combinazione, e il difficile equilibrio, di elementi di strategia intrinsecamente contraddittorî; quelli che talvolta ho indicato schematicamente come esigenze della potenza ed esigenze della trasformazione. Ne riparleremo spesso e a lungo.

29.12.06

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COME VOLEVASI DIMOSTRARE (di G. La Grassa)

Come avevo scritto nel mio ultimo intervento, è permanente la recita “a soggetto” tra “moderati” ed “estremisti” del centrosinistra. Dopo tutto il battage sulla fase due e le “riforme strutturali”, il Governo ha annunciato che non prevede di aumentare l’età (oggi 57 anni) necessaria per andare in pensione. La destra, che non sa “salmodiare” altrimenti, ha subito strillato che Prodi è sempre prigioniero di Rifondazione e “gli altri”; e che l’ala “riformista” ha perso un’ulteriore battaglia. Adesso, aspettiamoci altri mesi e anni di critiche da parte del FMI, delle società di rating, degli organismi europei, della Confindustria, di Repubblica ed Espresso, e compagnia cantando. L’ala più “moderata” (Udeur, socialisti di Boselli, radicali, ecc.) continueranno a dire che così non si può andare avanti, che ci inimichiamo la comunità europea, ecc.; tutto resterà però come sempre, perché questo è esattamente il modo di governare, “tirando avanti”, del centrosinistra, unito e compatto sulle questioni “decisive” del governo e del sottogoverno, del rubare a man bassa alla gran massa della popolazione e dell’impadronirsi di tutte le “poltrone” decisive nei luoghi di comando. La destra continuerà la sua particolare recita di finta opposizione, di finto appoggio al sedicente “ceto medio”; e i vari suoi tronconi studieranno il modo migliore per ottenere qualche spartizione del bottino, inserendosi in ogni occasione opportuna per sostenere nei fatti – mostrando la “faccia feroce” per la forma – l’attuale schieramento governativo. Direi ai pensionati di star tranquilli; alla fine faranno fatica a “sbarcare il lunario”, ma non per la “riforma delle pensioni”, bensì perché il paese è e sarà alla mercé di questi “topi nel formaggio” per un bel po’ di tempo. Si consolino: staranno sempre peggio, ma non da soli; in lieta compagnia, invece, con tutti quelli che lavorano sul serio.

29.12.06

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CLIENTELISMO E AZIENDE PARTECIPATE (di M. Tozzato)

Il problema della riforma dei servizi pubblici locali anche dopo il provvisorio accantonamento del ddl Lanzillotta continua ad essere ampiamente dibattuto e tra l’altro risulta uno dei temi sui quali, almeno in apparenza, maggiore risulta il dissenso tra “L’Ulivo-Partito democratico” e la “Sinistra Radicale Pseudoalternativa”. La problematica presenta numerosi risvolti a partire dalla valutazione della normativa vigente, delle ipotesi di riforma, delle logiche politico-economiche che vengono a confrontarsi e ovviamente dell’attuale situazione obiettiva delle forme aziendali e dei risultati ottenuti nella gestione dei servizi pubblici a livello locale.

Il Sole 24Ore di lunedì 18.12.2006 ha dedicato ampio spazio proprio all’analisi di  quest’ultimo aspetto; è evidente che i fatti anche in questo caso vengono riportati in maniera tale da concordare con gli interessi della “Grande Finanza e Industria Decotta”, per utilizzare l’espressione sintetica già più volte apparsa su “Ripensare Marx” , però probabilmente molti dati risultano attendibili e proveremo ad utilizzarli. <<In cinque anni le partecipate  degli enti locali attive nei servizi pubblici locali sono aumentate del 120%, arrivando a quota 891.>> La maggior parte di esse sta <<tornando a concentrarsi sugli investimenti tecnici dopo qualche “escursione” finanziaria che non ha dato i risultati sperati>>; sono ben 174, inoltre, le <<società partecipate che mostrano un indice negativo a livello di Roi (cioè il classico quoziente tra risultato operativo e capitale investito che segnala l’efficienza economica della gestione)>>. Dai dati riportati queste aziende risultano prevalentemente situate nel Mezzogiorno d’Italia e le difficoltà maggiori risultano particolarmente evidenti nei settori dell’edilizia residenziale e dei trasporti locali. Stiamo parlando sempre di società di capitali (S.p.A), perché l’utilizzo della forma giuridico-aziendale dell’ “Azienda speciale” (ovvero le vecchie “municipalizzate” con qualche piccola modifica) è praticamente di dimensione  irrilevante principalmente grazie all’indirizzo imposto dalla Bassanini-bis nel 1997 verso la  trasformazione di queste ultime in S.p.A. . L’indagine della Confservizi, comunque, <<mostra un settore sempre più affollato contraddistinto da indici economico-finanziari in salute. Con una premessa sostanziale: i numeri di sistema […] sono il frutto della media tra settori in salute e settori in crisi, e soprattutto tra le realtà di punta e la foresta di piccole “società polvere” spesso viziate da gravi arretratezze infrastrutturali e imprenditoriali. Le otto quotate, per fare solo l’esempio più evidente, sono solo lo 0,9% delle società attive nei servizi pubblici locali, ma pesano per il 33% sul fatturato complessivo e per il 35% sul patrimonio. Anche grazie a loro, il fatturato e soprattutto gli investimenti in rapporto agli addetti […] crescono più dei costi […], e il saldo fra i ricavi da vendite e prestazioni e i costi totali vede chiudersi la sua forbice>>. La forbice rimane comunque di segno negativo (-14%) anche se gli investimenti dopo la flessione del periodo 2002-2004 hanno ricominciato a crescere nel 2005 << e sono tornati a concentrarsi sul core business delle imprese abbandonando gli sfortunati tentativi finanziari e speculativi degli anni precedenti>>. L’idea che però aveva ispirato le riforme della fine degli anni Novanta era quella di aprire le società di capitali ad altri soggetti che non fossero gli enti pubblici ma questa indicazione è rimasta <<lettera morta: il 72,7% delle società è ancora interamente in mano all’ente locale di riferimento, e nelle società miste la proprietà pubblica continua a essere largamente maggioritaria (64,6%)>>. E a questa composizione corrisponde una situazione che vede in crisi particolarmente <<le tante microrealtà municipali, che non sono in grado di raggiungere economie di scala e mantengono il connubio tra costi elevati e qualità scadente>>.La componente governativa che viene normalmente definita come <<sinistra radicale>> (PRC, PdCI, Verdi) e che si vanta di rappresentare gli interessi dei cittadini-consumatori e dei lavoratori (in questo caso del settore pubblico) sta contrapponendosi con forza ad ogni ipotesi di riforma che riduca il peso dello Stato, delle Regioni e delle Autonomie locali nella gestione dei servizi pubblici locali e tale fatto,  secondo loro, dimostrerebbe una  seria intenzione di difendere lo “Stato sociale” e con  questo appunto  la gran massa dei cittadini e dei lavoratori. Si tratta di una questione complessa, sulla quale ritorneremo ancora in un prossimo intervento, però vorrei da subito sottolineare due aspetti:

1)      le piccole realtà societarie, molto diffuse a livello comunale, facendo lievitare i costi dell’ente pubblico, già in grave difficoltà di bilancio a causa di un patto di stabilità interno sempre più restrittivo, rischiano di diventare un ulteriore elemento di aggravio fiscale per la tassazione locale dei cittadini (in continuo e pare “inevitabile” aumento);

2)      anche se il Sole24Ore è in sostanza il “giornale dei padroni” non mi sentirei di sottovalutare la seguente conclusione che questo quotidiano trae in base all’ esposizione della situazione sopra riportata:<<…i Comuni (e attraverso di essi la politica) non vogliono perdere il controllo delle aziende locali sia per i dividendi che spesso generano sia per la possibilità  (vedi il caso dei trasporti pubblici locali, dell’acqua e dei rifiuti) di manovrare le leve delle tariffe e dell’occupazione e di farne sovente un uso clientelare.>>

29.12.06

 

“VIA” BENEDETTO CRAXI DALL’ITALIA

 

La decisione di dedicare una strada a Benedetto Craxi "da Milano" (detto Bettino) Martire sconsolato del primorepubblicanesimo italiano, in quel di Hammamet, ha rinfocolato le anime dei nostri politici nullafacenti che ogni tanto si accalorano su qualche tema secondario, data la loro nota incapacità di agire sulle questioni che contano. Eppure questa volta hanno ragione. Perché non dedicare una via a Craxi. VIA BETTINO DALL’ITALIA, appunto. Non ci si può davvero scandalizzare per l’evento. Craxi sarebbe in buona compagnia, con Crispi (che prima di lui si era fatto foraggiare dalla Banca Romana, è davvero antica tradizione italiana quella del finanziamento illimitato ai partiti!) con Cadorna ( Generale che resisteva al nemico fino al parossismo, tanto alla fine erano i soldati che morivano) con Scelba (il ministro degli interni che sparava sulle folle). E poi ancora tante e tante altre vie intitolate al (de)merito. In una cittadina in provincia di Bari (Locorotondo) ho potuto anche ammirare una via dedicata a Julius Evola, il teorico dell’individuo assoluto. Per non dimenticare la diatriba apertasi a Roma qualche anno fa, dove l’allora sindaco Rutelli si era deciso a dedicare un largo al gerarca fascista Giuseppe Bottai. Siamo il paese della riabilitazione postuma e del buonismo veltroniano. La toponomastica italiana è tutta un’assoluzione di personaggi discutibili, baroni, generali, politici, intellettuali che hanno riempito, col loro lavoro, le pattumiere della storia. E allora perché sottrarre a Craxi l’olimpo rovesciato dei personaggi infangati dalla storia ma tanto acclamati dai poveri post-moderni che oggi abitano l’Italia? Sia fatta, anche qui da noi, Via Benedetto Craxi. Tuttavia bisognerà specificare bene sotto la targa la motivazione di tanto alloro. Si scriva allora per intero: Via Bettino Craxi, simbolo del socialismo rampante di una perenne prima repubblica ancora viva, uomo del garofano rosso e di un sol dell’avvenir calante, dell’elezione alla massima carica del partito per acclamazione, delle alleanze con Andreotti e Forlani (CAF), simbolo della corruzione generalizzata di un paese schiavo dell’alleanza atlantica. Mi direte: e Sigonella allora? Quando tutti sono ugualmente servili in qualche modo ci si deve pur distinguere dalla massa. E Moro? Mica era stupido Craxi! Ve lo immaginate un Moro libero che scampa anche all’internamento in manicomio che i suoi amici di partito gli avevano riservato? Cosa avrebbe potuto combinare il politico leccese ai suoi poco sodali amici democristiani una volta fuori dal covo BR? Craxi era uno che vedeva lontano ed è finito lontano.

Di lui ricordiamo ancora la lotta contro la scala mobile ed il nuovo Concordato con la Santa sede nel 1984. Bettino il socialista, nemico del lavoro salariato e depositario di una tradizione anticlericale che veniva a patti con la chiesa cattolica. Bettino come mamma RAI, di tutto e di più. Certo, lo aveva fatto anche Togliatti ma in un diverso contesto di riconciliazione generalizzata post-dittatura, con i sogni di una rivoluzione comunista miseramente riposti nel cassetto degli assetti internazionali stabiliti a tavolino da URSS e USA.

Bettino Craxi, fu anche l’uomo che si bevve Milano in una pantagruelica orgia di potere politico e potere finanziario.

Ma Craxi, come ogni uomo troppo scaltro, s’identificò così tanto col potere che dimenticò la sua natura infida, pensò sé stesso come indispensabile laddove era solo congiunturalmente necessario. La logica intrinseca del potere è sempre finalizzata all’autoconservazione e alla riproducibilità progressiva (al passo col mondo che cambia sotto i suoi impulsi), che agisce i soggetti attraverso la sua dinamica oggettiva. Ma quando tale riproducibilità necessita  di una nuova propulsione si avvia una rivoluzione (dall’interno) che ne sovverte i gangli fondamentali mutandone obiettivi e funzioni. In questo sommovimento i servitori inservibili vengono trascinati nelle dentature della “ruota che gira”. Si compie il sacrificio necessario che ravviva l’essenza del potere. Craxi era troppo imbevuto di sé stesso per comprendere che il vento stava girando, lui era ormai divenuto pleonastico negli equilibri che mutavano e l’unica parte che poteva ancora giocare era quella dell’agnello sacrificale per la purificazione del sistema. La catarsi per i suoi “commilitoni” si compieva  col "latte" che lui versava per loro. Difatti, buona parte di questi co-legionari sopravvivranno al “venerabile” maestro che affondava. A nulla servirono gli ultimi mugugni del leader socialista per non sprofondare solo (o per salvarsi il culo): “…non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario quando affermo presto o tardi i fatti si inacaricherebbero di dichiaralo spergiuro”. Povero Craxi, pensava che trascinare tutti nella stessa polvere avrebbe contribuito a dare a ciascuno il suo disonore. Ma gli ex-PCI erano già d’accordo col Diavolo. In cambio dell’anima s’apprestavano a guidare il paese e a farsi nuova classe dirigente, senza il fardello del fu comunismo storico realizzato (eclissatosi definitivamentenel ‘91) che aveva imposto per anni una ininterrotta conventio ad excludendum. Lui, antonomasia rampante del potere avrebbe dovuto immaginarlo, poteva fare una fine più dignitosa sobbarcandosi in solitudine i mali di un sistema che aveva servito con protervia fino a qualche mese prima. Pensate un po’, quando la Camera nega l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti i più indignati sono proprio i picciisti ormai diessini, l’altra faccia scandalosa di un Italia ad “una direzione”, corrotta e sudicia fino al midollo. Si dimisero per la vergogna altrui, mentre tenevano ben nascosta la propria sotto il premio che doveva arrivare ma che gli fu scippato dal cavaliere di Arcore.

Come spesso accade nella storia, i giudicatori sono più luridi di chi subisce il giudizio (vedere il processo consumato a danno di Saddam Hussein). Pensate ai loschi piccìisti che parlavano a vanvera di “questione morale” da dare in pasto alle plebi lavoratrici (pur di non parlare di comunismo), mentre loro, nel consociativismo primorepubblicano, costruivano fortune politiche ed economiche. Una magistratura compiacente completò il duro lavoro. Quest’ultima aveva trovato i punti di contatto necessari tra le indagini che stava svolgendo e i nuovi equilibri fortemente voluti dall’alleato-padrone americano. Il pool di Mani Pulite non indagò mai, se non liminarmente, nella direzione ex-comunista. E come si poteva fare del resto? Qualcuno doveva pur rimanere in piedi per governare il popolo bue. E così, i personaggi scampati alla fine di quell’epoca sono oggi qui con noi e ci parlano pure: “il paese normale”, “la moralità politica”, “le riforme strutturali” “ i pacs” ed un mondo di infinite altre cazzate.

Oggi però Craxi viene riabilitato, anche da chi all’epoca se ne stette lontano da lui per paura di essere coinvolto. Gli italiani avevano emesso il loro giudizio prima della magistratura, si erano scagliati contro Gargantua all’uscita dell’Hotel Raphael, spronati dal pupone Rutelli e dell’insulso Occhetto. Gli lanciarono monetine (rivelando di non aver mai capito un cazzo sulla natura del potere) usando lo stesso accanimento con il quale gli avevano per anni leccato il culo perché adornato dell’aurea del potere. Siamo un popolo fatto così, usiamo meraviglia verso i potenti ma appena cadono nella pece sfoghiamo le frustrazione di esserci tolti il cappello di fronte a loro per tutta una vita.

Concludendo, sia fatta questa via a Bettino Craxi con l’auspicio di poter annoverare presto nella toponomastica italiana anche: Via Massimo D’Alema dall’Italia, Via Fausto Bertinotti dall’Italia, Via questa classe dirigente corrotta di destra e di sinistra dall’Italia. E’ tutto.

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