FRANCA RAME MI DEVE UN CRUSCOTTO

 

Franca Rame mi deve un cruscotto. La senatrice incorruttibile dell’IdV, quella che minaccia di dimettersi e poi non lo fa perché la sua gente la vuole seduta lì al suo posto, quella che tra gli anni ’60 e ’70 cantava, insieme al marito, canzoni memorabili contro il gradualismo; quella rivoluzionaria, comunista, ora anche pacifista, nonviolenta ma anche un po’ meno comunista (e più gradualista), quella che lancia sondaggi dal proprio sito per decidere cosa votare in senato, quella che chiede al “poppolo” se è il caso o meno di dimettersi (sapendo in anticipo che sarà un plebiscito di “no-dai-rimani-salvaci-ancora-dal-male”) quando il governo agisce squallidamente, quella che si è candidata con Di Pietro simbolo della Giustizia “oneway” (il prode cavaliere dell’apocalisse antiprimarepubblica, quello che si è mosso solo quando la DC e il PSI erano stati scaricati dagli USA e dai poteri forti nostrani, premurandosi sempre di non guardare mai dall’altra parte, anche se abbiamo avuto “secoli” di consociativismo). Purtroppo ieri ero in macchina mentre Franca Rame arringava i senatori con le sue mille ragioni contro la guerra. Diceva dei molti soldati italiani lasciati alla loro triste sorte dopo aver contratto tumori e leucemie (a causa dell’uranio impoverito utilizzato in Jugoslavia, Iraq ecc). Sciorinava, con maestria e voce stridula, le sue ulteriori ragioni contro le guerre combattute conto terzi, al solo fine di garantire agli Usa il proseguimento di una strategia di controllo del mondo. Verooo! Bene! Brava e Bis! Ma dopo tutte queste belle argomentazioni, dopo questo prologo impeccabile eccola finalmente giungere alla dichiarazione di voto vera e propria: “…ed è per questo che voto sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan”. Come? Siamo su scherzi a parte o lei ci fa davvero così coglioni? Dopo tutta la santità del suo discorso ci propina la solita solfa sul Governo Prodi che deve vivere perché di sinistra? E le sembra una ragione sufficiente? Con questo atto lei e tutti i suoi compagni di “merende mancine” vi rendete responsabili di una guerra criminale che sta portando morte e distruzione, sia tra le fila “nemiche” (nemici di chi? degli italiani forse?) che tra i nostri soldati ai quali avete lasciato regole d’ingaggio buone solo ad alleviare la vostra coscienza di pacifinti codini. Visto che le piace tanto Di Pietro e la giustizia, sa mica come si chiamano, secondo il codice penale, quelli che convincono gli altri a commettere un crimine? Si chiamano mandanti e le loro responsabilità sono per lo meno uguali (in questo caso superiori) a quelle degli esecutori materiali (adesso faccia lei, sempre se uno più uno fa ancora due per questa sinistra). Tanto detto, le ribadisco che mi deve un cruscotto perché dopo il suo bel discorso d’apertura e la dichiarazione di voto, in completa contraddizione con quanto pronunciato pochi secondi prima, è partito il mio diretto in direzione del contachilometri.

GLI ULTIMI COMUNISTI E L’UNITA’ DEI DISTINTI di M. Tozzato

Mentre stiamo assistendo al vergognoso “silenziamento”, da parte dei giornali della cosiddetta Si.Ra.Go. (sinistra radicale governativa), riguardo alla  Conferenza Internazionale di Chianciano Terme (promossa dalla Rete europea dei Comitati Iraq Libero): Con la Resistenza per una pace giusta in Medio Oriente svoltasi lo scorso 24 e 25 marzo e della quale parleremo nei prossimi giorni – la cronaca ci propone un appuntamento partitico significativo e deprimente allo stesso tempo. Dal 29 marzo al 01 aprile si svolgerà, a Carrara, la Conferenza di Organizzazione del Partito della Rifondazione Comunista. A parte le questioni organizzative in senso stretto, come l’idea di costituire  prevalentemente circoli locali a base tematica, con la conseguenza evidente, escluse le ovvie e scontate eccezioni, di rendere parziale e inefficace l’azione nel territorio e di sterilizzare completamente la discussione politica più generale nella base degli iscritti e in periferia, sarà interessante vedere se la maggioranza bertinottiana riuscirà a trovare una condivisa opzione tattica per garantire la propria autoriproduzione ed eventualmente il proprio allargamento (come sigla/e e ceto politico). Per svariati motivi, ancora una volta, ci ritroviamo ad essere però principalmente  interessati agli approcci delle cosiddette “minoranze” (autodenominatesi “critiche”) del PRC. Le componenti “Controcorrente” e “Falce e Martello” sono numericamente  ridotte a piccoli nuclei di militanti, mentre “Essere comunisti” e “Sinistra critica” oltre a essere state rappresentate in maniera significativa all’ultimo congresso sono gratificate di una piccola ma comunque significativa rappresentanza parlamentare. I leader di “Essere comunisti” Alberto Burgio e Claudio Grassi hanno pubblicato un articolo sul quotidiano il Riformista del 24 marzo << Unità sì ma non rinunciamo alla diversità. Ecco la road map della sinistra alternativa>>.

Così scrivono i due parlamentari:<<Porre l’accento sulla frammentazione della sinistra di alternativa equivale ad enunciare il problema decisivo: quello della possibile unità delle forze destinate a rappresentare, in un futuro imminente, l’intera sinistra italiana. […]. La dispersione delle forze è nemica dell’efficacia, mentre oggi sarebbe più che mai necessario che la sinistra facesse sentire tutto il proprio peso per riequilibrare in chiave non moderata l’asse politico dell’Unione.>>

Lasciando stare il fatto che il termine “sinistra”, usato in questa maniera, diviene talmente indefinito da perdere praticamente di significato passiamo a domandarci quali sarebbero gli scopi a cui l’efficacia, di cui parlano i due, andrebbe finalizzata. Siccome, per il senso comune del “popolo di sinistra”, tutta la coalizione dell’Unione è di “sinistra”, il fatto di sminuire ancora le differenze, per unificare di più e meglio la medesima, porterebbe fondamentalmente ad implementare “l’efficacia” di questo governo, o di un altro similare, rendendolo ancora maggiormente servo della GFeID, filoimperialista e filoamericano (servo degli USA),  aumentando l’“efficacia” dei suoi provvedimenti contro il lavoro salariato e il piccolo lavoro autonomo, per la devastazione della normativa giudiziaria e penale ecc.. Più modestamente, bisogna convenire che “i due” facevano probabilmente riferimento alla tattica più ”efficace” per riprodurre se stessi come ceto politico privilegiato ed è in questa direzione che nascono i loro problemi. Già nel titolo Grassi e Burgio come gli altri parlamentari della stessa area e coloro che rivestono cariche significative nel partito e nelle amministrazioni regionali e locali, rivendicano una loro non ben precisata diversità; se consideriamo i primi mesi del governo Prodi potremmo dire che questa diversità è essenzialmente quella delle chiacchere a vuoto, ovverosia del proclamare tanti bei principi e proponimenti per poi comportarsi nella maniera opposta (principio della sacralità della propria carica istituzionale a causa dei vantaggi che dà alla persona che la riveste). Riferendosi al periodo che ha visto la nascita del PRC  e alla persistenza o meno delle “diversità” allora presenti nella “sinistra”, Grassi e Burgio  dicono ancora:<<Sono passati oltre quindici anni e si potrebbe ritenere che queste controversie abbiano fatto il loro tempo. Non è così>> e questo per varie considerazioni come quella che vale <<per il riferimento al comunismo, per noi irrinunciabile, ragion per cui riteniamo impensabile una scena politica italiana senza un grande partito che vi si richiami e che partecipi alle competizioni elettorali>>. Dopo aver rinnegato nella concretezza, e sottolineo concretezza, (chi ha orecchie per intendere….) della propria pratica politica tutto quello che potesse anche lontanamente odorare, e sottolineo odorare,  di comunismo, questi signori non possono ad esso proprio rinunciare soprattutto perché hanno bisogno di un partito che li candidi e che quindi  partecipi alle competizioni elettorali (vedi sopra – corsivi miei). Concludendo si propone in fine l’unità della sinistra alternativa, evitando <<forzature organizzative>>, come<< unità nella distinzione>> (che si tratti di una rimembranza della crociana unità dei distinti  visto che uno dei due è il famoso filosofo prof. Burgio?). Per stigmatizzare le “distinzioni” e le “diversità” i due dotti pubblicisti propongono (ohibò!) alcune leggere forme di “annacquamento”:<<Patti di consultazione per l’azione comune nelle istituzioni centrali e territoriali; giornali, riviste, reti; forum permanenti sui progetti di società, le forme di cambiamento, le questioni cruciali della guerra, della pace e del disarmo>>ecc. Su queste belle cose si possono fare delle meravigliose discussioni, sempre che, al momento di votare la prossima missione militare o la “riforma” delle pensioni si sia pronti a dire: <<Agli ordini mio Prodi ! ( o un”funzionario” equivalente) >>.

Anche i due parlamentari di “Sinistra critica” sono intervenuti su queste questioni in un articolo apparso su il manifesto del 25 marzo assumendo un atteggiamento , per la verità – almeno a parole – decisamente meno remissivo. I due “critici” fanno notare che in corrispondenza dell’avanzare del progetto Partito democratico si sta sviluppando una analoga mobilitazione per la costruzione di un Partito della sinistra e in questa situazione hanno almeno il coraggio di ammettere che <<In nessun caso però si tira un serio bilancio di questa prima fase della sinistra al governo e della sua perdita di credibilità. Il governo ha polverizzato rapidamente molte delle attese che la sua vittoria aveva generato. […] La speranza del cambiamento oggi si scontra con la logica dura dei “rapporti di forza” che vengono presentati come un vincolo alla politica quotidiana e come la ragione fondante del compromesso necessario>>. <<A questa crisi oggi>> non si può rispondere <<con l’ennesima riaggregazione di ceti politici sempre uguali e immutati>>. Ne risulterebbe  così, anche, il nuovo <<baricentro che si vuole dare alla sinistra: interna alla prospettiva di governo, incardinata su una logica di mediazione>>. A questo punto Cannavò e Turigliatto tirano le conclusioni:<<noi pensiamo che bisogna rimettere in moto il processo della Sinistra alternativa. A partire da tre punti fermi. Il primo è che la sinistra può definirsi alternativa solo se lo è all’esistente, alla guerra e al liberismo. In altre parole, se non vota la guerra. E nemmeno le “controriforme” delle pensioni o le grandi opere di devastazione ambientale […]. Il secondo elemento è che se non si riparte dalle lotte e dai movimenti sociali nessun progetto di ricomposizione, nessun “cantiere” può essere avviato seriamente. Questi due elementi richiedono un terzo ingrediente: l’”opposizione sociale” al governo Prodi resa indispensabile dalla natura dei 12 punti efficacemente definiti da Marco Revelli <<“12 chiodi ben piantati su una porta sbarrata”>> Naturalmente la nostra analisi della società è del tutto diversa da questo approccio e il lavoro teorico di Gianfranco La Grassa, che compare da mesi nel  blog e nel sito, lo testimonia ampiamente. Il marxismo “lievemente” critico di tendenza trotzkista dell’area di “Sinistra critica” ci appare del tutto insufficiente a leggere la realtà attuale e anche il loro cronico “movimentismo” e spontaneismo dal punto di vista politico ci vede in palese dissenso.

Ciò non toglie che il giudizio piuttosto duro sull’operato del governo e la posizione assunta all’interno del partito ci paiano, almeno per il momento, dignitose. L’espulsione di Turigliatto perpetrata vigliaccamente dal Perito Bert e dai suoi accoliti ci ha sicuramente indignato ma noi attendiamo di vedere che significato assumeranno, dopo la Conferenza di Organizzazione,  le parole

con cui si conclude l’articolo: <<Noi comunque nei contenitori riformisti e animati dalla vecchia nomenklatura della sinistra istituzionale non intendiamo entrare.>>

 

 

Mauro Tozzato                                    27.03.2007        

CHE CETO POLITICO…..di G. La Grassa

 Oggi che, con una "nuova" maggioranza, verrà votato il rifinanziamento delle missioni militari italiane all´estero (fra cui, la più importante è in questo momento quella in Afghanistan), vorrei esprimere nettamente la mia personale opinione (una sorta di "ideale" dichiarazione di voto).

Non sono per niente affatto un pacifista, e del rifinanziamento della missione non mi interessa poi molto. Soprattutto perché, senza fare alcuna ironia sull´esercito italiano, non credo proprio che esso dia un contributo decisivo alla lotta contro la guerriglia talebana; e non lo darebbe nemmeno con nuove armi e nuove regole d´ingaggio. Quello che a me interessa comunque è che la guerriglia in questione, alla fine, prevalga e cacci via gli invasori. Non ho alcuna particolare simpatia per i talebani e non credo di apprezzare gran che i loro costumi e mentalità. Sono tuttavia radicalmente favorevole alla loro – vicina o lontana (certo sarebbe meglio vicina), ma a mio avviso sicura – vittoria per due fondamentali motivi, che indico con le percentuali di mia preferenza: a) perché si tratta di gente che si batte sul proprio territorio e nella propria società dopo un´occupazione militare straniera (guidata e voluta dagli USA per i loro interessi egemonici), che ha dato vita ad un ignobile Governo fantoccio (a questo motivo accordo circa il 20% delle mie preferenze); b) perché la vittoria talebana avrebbe effetti decisivi sullo spostamento degli equilibri geopolitici in quell´area e, di riflesso, nell´intero mondo (80% circa di preferenze).

La vittoria talebana non sarebbe infatti fine a se stessa. Musharraff, in Pakistan, o cadrebbe o farebbe il "salto della quaglia". In ogni caso, tale paese, vero architrave di fragili equilibri nell´intera zona, si allontanerebbe dagli USA e si avvicinerebbe a Cina e Russia. Forse l´India, antagonista storica del Pakistan, sarebbe spinta di più verso gli USA, ma in fondo lo è già. Verrebbe invece messa in serio scacco l´influenza statunitense (che si materializza anche in alcune basi militari) nelle Repubbliche centroasiatiche russe (quelle il cui nome finisce in "an"), con fra l´altro ottimi riflessi sul controllo delle "vie" (e giacimenti) del petrolio e del gas, ecc. La riduzione dell´egemonia imperialistica USA – sia direttamente per lo spostamento del Pakistan sia per i riflessi che esso avrebbe tutt´intorno – sarebbe evidente, e non resterebbe limitata solo all´Asia.

 

Chiarite, "senza ma e senza se", le mie preferenze (geopolitiche), resta la miseria di questa ridicola politica italiana, in cui quella estera non conta nulla se non in funzione di luridi calcoli interni a meschini raggruppamenti. Il centro destra è obbligato finalmente a riconoscere che non si tratta di missione di pace e umanitaria; tenta di sostenere ancora le tesi bushiane della "lotta al terrorismo" (mai visto che si conduca con eserciti che occupano un paese specifico), ma comunque finalmente chiede che un esercito, se laggiù si trova e sotto la direzione degli USA, si decida a combattere; perché a questo servono le truppe. C´è il rischio di perdite umane. Ohibò, non sapevo che si conducessero le guerre con simile preoccupazione.

Mi sovvengo allora di alcuni racconti, nel dopoguerra, di compagni resistenti che, prima di diventare comunisti, avevano militato nel 1944-45 nelle "Brigate Piave" (quelle democristiane, con il fazzoletto azzurro al collo). Si avvicinava una colonna tedesca; quei partigiani preparavano l´imboscata, montavano quelle poche mitragliatrici che avevano, ecc. All´ultimo momento, arrivava il comando dei capi di smontare tutto perché, andando allo scontro, ci potevano essere dei morti. Esattamente come il centrosinistra d´oggi, che ha preso la vera eredità dei democristiani.

Non so, e in questo specifico momento non mi interessa sapere, come sia messo l´esercito italiano; si dice che in esso si trovino alcuni corpi speciali, "professionalmente" preparati (anche a varie "cose poco belle e non piacevoli", ma commesse con la necessaria "competenza"). Ripeto, può essere oppure no, non mi è ben noto. E´ invece evidente l´assoluta infamia e meschinità delle forze politiche; e, ancora una volta, il centrosinistra merita una "distinzione speciale". E´ veramente composto da sosia dei badoglian-monarchici dell´8 settembre 1943, la cui viltà e vocazione al tradimento – lasciando inoltre senza indicazioni il nostro esercito e provocandone il completo sbandamento – è mirabilmente resa nel film "Tutti a casa" di Comencini.

Quanto alla posizione di Casini, è un "poema", e bisognerà analizzarla in altra sede più opportuna; e più ampia in riferimento al porcile del ceto politico italiano. Per il momento, come battuta non inessenziale ma schematica, diciamo che è il genero di Caltagirone, il quale sembra tenere, tramite il Ds Bettini (importante soprattutto a Roma), contatti con Veltroni; e sembra avere anche funzioni di trait-d´union tra Geronzi (Capitalia) e il sindaco romano. Comunque, si tratta di un "tutto sembra", la cui analisi rinvio "a un´altra uva", cioè ad altro tempo e luogo.

27 marzo    

PRIVATO E PUBBLICO: IDEOLOGIA E FORMA DEL CONFLITTO TRA DOMINANTI di Gianfranco La Grassa

 

Vi proponiamo sul nostro sito www.ripensaremarx.it un saggio di Gianfranco La Grassa che partendo dalla demistificazione di una falsa contraddizione antitetico-polare, qual è quella della coppia pubblico/privato, dipana lo scorrimento temporale (inteso come ri-costruzione teorica delle “sequenze” temporali attraverso le quali si è modificata l’intima struttura del capitalismo) della formazione sociale generale (quella capitalistica appunto) e la struttura spaziale della formazione sociale globale, quest’ultima ulteriormente articolantesi nelle sue specifiche singolarità, per lo più coincidenti con quelli che GLG definisce i sistemi-paesi.

Partiamo dal primo aspetto e dalla coppia ideologica pubblico/privato. I marxisti di ogni specie continuano a sostenere che la statizzazione delle maggiori imprese pubbliche coincide con la socializzazione dei mezzi di produzione o, comunque, con una prima fase attraverso la quale si pongono le premesse di tale socializzazione. Da qui se ne deduce che esistono sempre nuove vie al socialismo (quella del XXI secolo, del XXII, del XXIII e via dileguando) per cui evviva il populista Chavez che s’incammina verso il sol dell’avvenire e ci indica la via del “mondo nuovo”. Ovviamente, noi non possiamo che essere a favore di Chavez quando respinge le multinazionali statunitensi dal suolo venezuelano per gestire in proprio la gran parte delle risorse energetiche lì presenti. Chavez fa benissimo, rende il proprio paese più autonomo e si oppone, del tutto giustamente, allo strapotere del paese attualmente dominante. Bene, a questo punto la domanda non può che essere la seguente: che c’entrano il populismo e la resistenza nazionalistica chaveziana col socialismo? Certo col socialismo non c’entrano assolutamente nulla per quanto si tratta di una lotta da appoggiare in virtù della sua funzione antiegemonica e quindi antistatunitense.

Con ciò abbiamo evidenziato un primo punto ma vorremmo di nuovo ritornare al fraintendimento categoriale dal quale eravamo partiti. Da più parti (quelle sinistre in primis) si è sostenuto ideologicamente che esisteva (ed esiste) un trait d’union indissolubile tra la maggiore proprietà pubblica (in senso puramente quantitativo) e la costruzione del socialismo. Questi propalatori di ideologie hanno avuto terreno facile sul quale seminare le loro idee balzane in quanto hanno potuto giocare su un “equivoco” atavico, quello che ha sempre individuato nello Stato il portatore universale degli interessi della collettività (uno Stato, inteso quale categoria “monocromatica”, all’interno della quale non si sono visti, e non si sono voluti vedere, i diversi apparati che lo componevano). Qualsiasi azione da questo intrapresa (e tesa al controllo o alla regolamentazione di settori economici e sociali) portava necessariamente ad un maggiore contemperamento degli interessi del popolo (la Kollettività) contro gli animal spirits imprenditoriali del liberismo più sfrenato. I sostenitori della Stato “avanguardia della rivoluzione” hanno continuato a confidare nelle magnifiche sorti e progressive della proprietà pubblica nella costruzione del socialismo (questo è Lassalle e non Marx), hanno diviso costantemente il grano dal loglio curandosi di buttare via il primo (l’analisi sui grumi di potere che si condensano nei diversi apparati) tenendo il secondo (la proprietà statale intesa come socializzazione delle forze produttive) per darlo in pasto ai propri militanti, i quali avrebbero inghiottito qualsiasi cosa pur di continuare a sognare ad occhi aperti. Il tutto fu fatto per mascherare un aspetto decisivo e cioè che la proprietà statale celava il dominio di determinati gruppi di potere, esprimentesi in diversi apparati in quanto precipitato della lotta tra segmenti di dominanti. Ciò valeva tanto per il cosiddetto Stato Socialista dell’URSS (con le dovute differenze legate alla specificità della pianificazione economica sovietica) che per i paesi a capitalismo avanzato. Nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti della storia e il fallimento del sistema sovietico avrebbe dovuto aprire gli occhi sulla struttura di potere similsocialista del secolo scorso: all’ombra della proprietà statale si riproduceva una casta di burocrati tanto di Stato che di Partito (e comunque incapace di riprodurre una reale conflittualità nella sfera economica per via della sua natura burocratica ed eminentemente politico-ideologica, cosa che alla lunga ha determinato il ristagno di quella formazione sociale, in quanto monca della dinamicità conflittuale (nel mercato) tipica del capitalismo) che si scontrava per la gestione del potere alla faccia del socialismo e dei popoli dell’est.

Cominciamo così a sgombrare il campo dalle erbacce. Il problema del pubblico e del privato non è né un problema “transizionale” né una questione di forma giuridica (orientata al soddisfacimento degli interessi generali laddove pubblica, finalizzata all’arricchimento dei pochi laddove privata).

Gianfranco La Grassa propone qui una diversa interpretazione della coppia pubblico-privato sostenendo che tali diverse forme della proprietà possono essere sceverate solo inserendole nei flussi conflittuali dello scontro strategico tra dominanti, sia sul piano delle trasformazioni interne ad una formazione sociale particolare, sia nell’ambito della formazione globale (e dello scontro tra singole formazioni). L’azione statuale (politica) può, a volte, rivelarsi più performativa di quella strettamente economica (finanziaria e produttiva) data una particolare congiuntura, con esiti che, tuttavia, non sono mai scontati. Per esempio in Italia, dopo anni di privatizzazione e liberalizzazioni, il ceto politico di sinistra sta dando un colpo poderoso nel mezzo della “botte” (metafora che GLG sceglie per descrivere la stratificazione e gerarchizzazione sociale) ed una “pacca” al cerchio più alto, con finte liberalizzazioni contro parrucchieri e tassisti pur di non colpire i veri monopolisti della GF e ID. Il colpo più pesante viene inferto ai corpi sociali intermedi (che poi non sono semplicemente quelli che stanno in mezzo) attraverso tentativi di intervento e regolamentazione pubblica che fanno gridare gli schiocchi rifondaroli alla grandezza del governo statalizzatore (il quale, nella loro testa bacata, costituisce un passo in più verso la futura costruzione del socialismo). Il problema è che il Governo Prodi ha agito tramite strutture dalla forma proprietaria pubblica (vedi la CDP) ma ampiamente controllate dalle maggiori fondazioni bancarie le quali, com’è notorio, sono espressione della Grande Finanza capitalistica.

Oppure, gli agenti dominanti della sfera politica possono gestire un’impresa pubblica con criteri di competitività privatistici per fini di dominanza strategica (e questo non è affatto il caso italiano in questa specifica congiuntura) o ancora (come per esempio accadeva, mutatis mutandis, nella stagnante Unione Sovietica) per scopi di pura sopravvivenza “castale” attraverso il compattamento di blocchi sociali al fine di distribuire le scarne risorse a disposizione per consolidare la propria posizione di preminenza (vedi l’alleanza tra burocrazia al potere ed organizzazioni dei lavoratori nell’URSS in piena dissoluzione). Per non parlare dei diktat emanati da altre istituzioni pubbliche, come la Banca D’Italia, controllate dalle maggiori banche private italiane e al cui vertice siede un uomo di fiducia di una delle più potenti marchant bank del paese dominante. Come si può dedurre, ci sono una serie di fattori congiunturali che segnano “il posto” della coppia ideologica pubblico/privato in ciascuna fase o congiuntura, fuori da tale aleatorietà resta soltanto la dinamica conflittuale interdominanti astrattamente intesa, in quanto spinta propulsiva che sottende all’elaborazione strategica (razionalità) dei “decisori” che si scontrano con altri agenti strategici della stessa specie per il predominio, sia nell’ambito della singola formazione sociale che nella formazione globale medesima. Nel saggio qui presentato, GLG traccerà una casistica delle diverse strategie degli agenti dominanti attraverso le variazioni dei rapporti all’interno della coppia pubblico/privato legandole, al contempo, allo scorrimento temporale e alla struttura spaziale delle stessa formazione sociale capitalistica. Non anticipiamo nulla ma ricordiamo che il marxismo della tradizione si è crogiolato con la sola sfera temporale, quasi che lo sviluppo capitalistico contemplasse esclusivamente un “binario” unidirezionale lungo il quale ogni formazione nazionale si sarebbe prima o poi incamminata, per fermarsi nelle stesse stazioni (stadi) dove tutte le altre avevano già sostato.

Dopo queste teorie sono andate affermandosi le tesi terzomondiste le quali dividevano il mondo in aree di sviluppo(ristrette) ed in aree di sottosviluppo(più ampie) con trasposizione dello schema dell’estorsione del pluslavoro (più assoluto che relativo) dal processo produttivo e di fabbrica a interi “campi”  geografici (aree o nazioni) sottoposti alla rapina delle fonti energetiche e al lavoro coatto-schiavistico per conto dell’occidente sviluppato. E’ vero che tali convinzioni hanno anche dato un necessario “sprint” alle lotte di liberazione nazionale (e ricordo in proposito le tesi di Fanon il quale sostenne che, letteralmente, il mondo capitalistico occidentale si manteneva sulle risorse e sul lavoro del Terzo Mondo, sic!) tuttavia la misera fine di queste rivoluzioni e l’incipiente sviluppo capitalistico di molte di queste aree, tradizionalmente arretrate, ha ampiamente dimostrato l’inesattezza di tali teorie.

In termini logici, dimensione temporale e dimensione spaziale stanno ovviamente insieme, sono sullo stesso livello ipotetico-teorico, ma a livello più analitico la prima permette di cogliere la novità, i salti e le rotture che ci consegna la formazione capitalistica in generale, così come è (in via ipotetico-deduttiva) strutturata oggi, la seconda, invece, ci permette di studiare le formazioni sociali particolari e la loro articolazione globale. Adesso vorremmo lasciarvi alla lettura del testo di GLG che nella sua organicità spiega meglio gli spunti di riflessione qui messi in risalto. Un ultima cosa, Leonardo Mazzei nel suo scritto sulla Terza Forza aveva fatto notare alcune carenze ed alcuni dubbi. Nella fattispecie, una questione mi è sembrata subito rilevante. E’ possibile disegnare uno schema del passaggio da una fase monocentrica ad una policentrica? Credo che GLG nello scritto chiarisca meglio questo punto, anche se, com’è ovvio, solo trovandosi nel passaggio da una fase all’altra sarà possibile abbozzare una legisimilità del fenomeno in questione.

 

A proposito della Repubblica di Weimar di A. Berlendis

 

 

1. Giulietto Chiesa ha affermato : "Il problema è che – come ha scritto ironicamente Riccardo Orioles – dobbiamo tenerci Hindenburg perchè altrimenti arriva Hitler."  ‘A quelli (e sono milioni) che guardano oltre l’inciucio.’  del 14 marzo 2007

 

Questa analogia storica,oltre ai consueti problemi delle analogie storiche, ne presenta due ulteriori.

 

In primo luogo nuoce a Prodi perché contribuisce a smascherarne il vero ruolo: infatti “Durante tutta la Repubblica di Weimar e in particolare nel periodo di Hindenburg la presidenza fu altamente partigiana.

L’elezione del presidente veniva organizzata e finanziata dai gruppi politici ai quali poi rimaneva legato.     

La forza di Hindenburg risiedeva principalmente nei suoi stretti rapporti con l’esercito e con i grandi proprietari terrieri della Prussia orientale.” Neumann ‘Beemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo.’ Bruno Mondadori pg 34 (nel caso di Prodi : Bazoli , e la grande industria statalmente assistita).

 

In secondo luogo, è falsa perché proprio tenendosi Hindenburg arrivò Hitler : infatti –(i riferimenti tra le parentesi quadre sono ovviamente miei)—  Hindenburg [PRODI],, che nel 1931 era stato rieletto con i voti delle masse popolari in contrapposizione a Hitler [……] presidente, nominò Hitler [……] cancelliere del Reich; von Papen [D’ALEMA]  divenne vicecancelliere. Le parti che il barone latifondista aveva precedentemente delineato erano ora esattamente invertite. La repubblica di Weimar era storicamente finita. Il nazismo saliva legalmente al potere.”

Sì , perche nel 1932 ‘von Papen [D’ALEMA]  offerse a Hitler [……] il posto di vicecancelliere,ma questi rifiutò.’

Salvadori  ‘Storia dell’età moderna e contemporanea’ Losher editore 703-704

 

Dopo il nome di Hitler dentro la parentesi quadra ho messo i puntini di sospensione  perché  occorrerà identificare il ‘mostro’ ,che certamente non sarà Berlusconi, come si è voluto  far credere da parte di ‘quelli che stanno in alto’—a sinistra, e disinteressatamente credere da parte di ‘coloro che stanno in basso’ .

Solo a questa condizione potremmo far ancora nostre le parole del Brecht de  "La resistibile ascesa di Arturo Ui" di B.Brecht :

"E Voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava,
una volta, per governare il mondo !
I popoli lo spensero, ma ora non
cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque è ancora fecondo."



2. Chiesa   indicando le cause che conducono a suo avviso sull’orlo dell’abisso ‘weimariano’, descrive il comportamento dei partiti del centro-sinistra come "Tutti finalmente addomesticati in nome del compito immane di scongiurare il ritorno del Ba Bau.    …Solo che, per scongiurare il ritorno del Ba Bau, si fa esattamente quello che farebbe il Ba Bau. "( Il gioco  al massacro del Prodi-bis’ di Giulietto Chiesa da E-Polis 14-03-2007 )

A questo punto delinea una situazione tragica "Perchè sopra di noi sta seduta una oligarchia trasversale, dove destra e sinistra (presunta) s’incontrano e si spartiscono il potere." (risposta alla  lettera del Sig. Paolo Boschi – 13-3-07)

Infatti ,continua per sostanziare la sua affermazione :

 

"loro,il Partito Democratico prossimo venturo, se ne vanno al centro per dividersi il potere – nella migliore delle ipotesi – con quelli che fino a ieri l’avevano condiviso felicemente con Berlusconi. Nella peggiore delle ipotesi per dividersi il potere con Berlusconi" ed anche"la sinistra radical-istituzionale ha un’unica prospettiva: fare l’ala sinistra del Partito Democratico." "(Il gioco …’ cit.)

 

Continuando noi l’analogia storica, si rammenti che durante fase finale della repubblica di Weimar, con l’aggravarsi della crisi economica e sociale La situazione era disperata ed esigeva drastiche misure.

Il partito socialdemocratico poteva scegliere la strada della rivoluzione politica attraverso un fronte unico con i comunisti sotto la direzione socialista, o una cooperazione con le semidittature di Bruning. Von Papen e Schleicher nel tentativo di scongiurare il più grande pericolo incombente : Hitler.

 

Non vi era altra scelta, di fronte alla più difficile situazione della sua storia.

 

Insieme ai sindacati, decise di tollerare il governo di Bruning quando 107 deputati nazionalsocialisti entrarono nel Reichstag nel settembre del 1930 e resero impossibile una maggioranza parlamentare.

Questa era la politica di chi, perseguitato dai nemici, rifiuta sia di farsi annientare sia di rispondere all’attacco, e inventa una scusa dopo l’altra per giustificare la sua inattività.

 

Continuando la politica del meno peggio,il partito [socialdemocratico] appoggiò la rielezione di Hindenburg nell’aprile del 1932.

 

E Hindenburg contraccambiò subito il favore orchestrando un colpo di Stato il 20 giugno 1932, con il quale sostituì il governo prussiano legalmente eletto di Otto Braun con quello del suo lacchè, von Papen.

Per tutta risposta, il partito socialdemocratico si appellò alla  corte costituzionale , la quale fornì un verdetto di compromesso che non toccava la situazione politica.

Von Papen rimase in carica come commissario del Reich per la Prussia e i socialdemocratici rimasero profondamente demoralizzati : l’ultima speranza di resistenza contro i nazionalsocialisti sembrava essere svanita. 

 

Neumann ‘Beemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo.’ Bruno Mondadori  Pg 37-38

 

3. Conseguentemente  allo scenario che ha  delineato, Chiesa conclude  sostendendo che : "Il problema che si pone a tutti quelli che resteranno fuori, perchè non vorranno andare dentro all’inciucio – e sono milioni – è di organizzare un’opposizione."

Proprio in merito alla capacità di questa (possibile) opposizione, di individuare chi è il vero nemico  e quale sia la posta in gioco in questa fase ,credo si debba riflettere a fondo  su un episodio riguardante lo studioso marxista Hilferding, aderente al partito socialdemocratico tedesco e che ricoprì incarichi ministeriali nei governi dell’epoca di Weimar . Giulio Pietranera riferisce la testimonianza di un amico tedesco a proposito dell’atteggiamento di Hilferding in quei giorni drammatici:

"Ricordo benissimo di aver parlato ad Hilferding pochi giorni dopo che Hitler era stato nominato Cancelliere e di avergli chiesto se ritenesse venuto il momento dello sciopero generale. Anche in quei primi giorni del febbraio 1933, egli sedeva in una comoda poltrona, calzando soffici pantofole; mi rispose, con sorriso bonario, che ero una giovane testa calda e che l’abilità politica consisteva nell’attendere il momento opportuno. Dopotutto, aggiunse, Hindenburg è sempre Presidente; il Governo è un governo di coalizione e mentre Hitler può salire al potere ed andarsene, la Confederazione tedesca dei sindacati è un’organizzazione che non deve rischiare la sua intera esistenza per uno scopo politico transeunte".

Alcuni giorni dopo l’episodio narrato, Hilferding era nascosto in casa di amici e ricercato dalla Gestapo.”



Questo dovrebbe farci capire ciò che Brecht intendeva quando scrisse:

Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

L´INDECENZA DILAGA di G. La Grassa

 Sono ovviamente lieto che siano stati liberati cinque talebani; e non mi interessa il loro grado e importanza nella guerra (o guerriglia) di liberazione nazionale che conducono. Così come spero che tale movimento mantenga la sua promessa di scatenare l´offensiva di primavera contro le truppe occupanti, e che sia efficace. Anche perché non starei tranquillo di fronte alle voci di imminente attacco (aereo) degli USA, da soli o con Israele, contro l´Iran; tenuto conto che Russia e Cina, in quanto ancora largamente funzionanti nel ruolo di subpotenze su "scala regionale", non mi sembra siano intenzionate a dare più che un aiuto (molto) sotterraneo e, pubblicamente, di mera facciata e propaganda. L´operazione potrebbe risolversi piuttosto male per gli USA, ma anche finire invece per mettere in ginocchio l´Iran, provocare fenomeni di scollamento interno, adesso non facilmente prevedibili, mettendo in difficoltà l´intero fronte di resistenza agli autentici "Stati canaglia" che agiscono in Medioriente: i due suddetti aggressori appunto. Comunque, questo è un discorso che non può essere qui affrontato perché richiede ragionamenti più complessi.

Mi interessava invece porre in luce alcuni sconcertanti aspetti della vicenda relativa alla liberazione del giornalista di Repubblica. Intanto, il dilettantismo dimostrato dal nostro Governo e dal nostro Ministro degli Esteri, di cui si continuano a dire, da certe parti, meraviglie, mentre è – come già dimostrato all´epoca dell´aggressione alla Jugoslavia – un arrogante meschino; al massimo, il classico "orbo che è Re nella terra dei ciechi". Sono contento che si siano creati dissapori tra Usa e Italia; nulla di meglio per incrinare il fronte degli aggressori in Afghanistan. Tuttavia il nostro paese, governato dalla "sinistra" (ivi compresa la più "estrema"), non dà alcun affidamento per una reale opposizione a quella aggressione da parte di una Nato asservita al paese dominante. Per ben due volte, fonti ministeriali spagnole hanno rivelato che loro truppe assieme alle nostre operavano militarmente nel sud dell´Afghanistan, subito smentite dal nostro Governo. Anche la sinistra, dopo il Governo della destra, tenta di accreditare che noi siamo laggiù in missione umanitaria, di pace. C´è bisogno di truppe, di armi, ecc. per compiere tali missioni? A meno che non ci si riferisca alla "pace eterna" degli afgani uccisi.

La realtà è che gli italiani partecipano alla guerra – così come, durante l´aggressione alla Jugoslavia, partecipavano a pieno titolo ai bombardamenti (dichiarazioni del nostro comandante dell´aviazione dell´epoca) mentre D´Alema, con linguaggio orwelliano (1984), parlava di "difesa integrata" – ma non hanno equipaggiamento e "regole d´ingaggio" adatte all´uopo, per non dare troppo nell´occhio, visti gli equilibri interni alla maggioranza governativa. Ormai, è risaputo che all´estero – quello che "ci guardava sempre" per le corbellerie di Berlusconi – si rinverdisce il ricordo del monarchico-badogliano "8 settembre" (1943). Ri-gira la ben nota barzelletta. Un alto generale della Wehrmacht, dopo aver ricevuto notizia dell´entrata in guerra dell´Italia, afferma preoccupato che ciò potrebbe costare alla Germania una decina di divisioni (da dirottare sul nostro fronte). Gli fanno notare che ha capito male, che l´Italia partecipa alla guerra in qualità di alleata; il generale, sconsolato: "allora ce ne costerà almeno cinquanta".

Gli italiani "brava gente" – in realtà fra i più turpi massacratori dei popoli, presso i quali vanno sempre in missioni umanitarie o almeno "di civiltà" e "diffusione della cultura" (in segreto, posso confidare che i cinque talebani sono stato liberati per concordare una tournée di Benigni a leggere "La Divina Commedia") – sono fatti così: non sanno rifiutarsi al vassallaggio verso il Signore feudale di turno, ma poi confondono gli scudi con i coperchi delle pentole e gli elmi con gli scolapasta. Che la guerra – anche quando la si fa dalla parte totalmente sbagliata – sia una cosa terribilmente seria, da lasciar fare alle persone serie, di questo chi ci governa non vuol convincersi.

In questo caso, c´è stata poca serietà e poca umanità, unite come gemelli siamesi secondo la nostra più spiccata abitudine. Gli Usa manifestano il loro disappunto per come è andata la trattativa; diplomaticamente, come sempre in questi casi onde non accentuare lo scontro, fanno fare questa dichiarazione ad una "fonte anonima". Spettava al nostro Ministro degli Esteri, secondo il copione di questa recita, rispondere che non si possono accettare critiche da fonte anonima; e tutto moriva lì. Ma il "furbacchione", che non è così intelligente come lo si vuol far passare, e soprattutto è fatuo e vanesio peggio di un playboy – per cui ha accreditato per mesi la favola di un rapporto privilegiato e quasi "affettuoso" tra lui e la Rice ("bye-bye Condy") – ha voluto strafare, affermando che tra lui e il "secondo uomo", quanto a potere, dell´Amministrazione Bush non vi era stato alcun malinteso durante l´incontro del giorno (o due) precedente; anzi si era manifestato pieno accordo.

A questo punto, ogni regola diplomatica viene violata, e la fonte anonima diventa la Rice in persona che lo smentisce, sostenendo con durezza che durante il colloquio non era stata minimamente messa al corrente delle modalità della trattativa (cioè della liberazione di cinque "pericolosi terroristi"). Mente spudoratamente, perché nessuna persona, con un encefalogramma normale, crederà mai alla favola di un Governo fantoccio, come quello afgano, che fa un piacere al vassallo senza che il Signore lo sappia. E´ tutto da ridere. Tuttavia, al nostro "playboy" toccherà incassare, dimostrare sorpresa e disappunto, guardandosi però bene dal dire che gli USA sapevano tutto e hanno chiuso un occhio, salvo riaprirli tutti e due a faccenda conclusa. E ha dovuto ingoiare dagli USA, come un bambino sgridato dalla mamma, un "che non accada mai più!". L´"affettuosa" Rice gli ha insegnato chi è il padrone e chi il servo e con quali modalità il secondo deve utilizzare la diplomazia senza "turbare" il primo. Volete il vostro giornalista libero a tutti i costi per i vostri bisogni interni di maggioranza divisa e traballante? Allora accettate questa "recita": noi chiudiamo un occhio e poi vi picchiamo sulle mani e vi sconfessiamo, sperando – magari, fra le altre cose – che questo vi spinga ad un maggior impegno futuro in Afghanistan, convincendo i vostri recalcitranti "sinistri estremisti" (o sostituendoli con l´UDC che smania per avere l´occasione di seguire Follini).

Qui va però fatto anche il discorso umanitario. Mi dispiace, ma fa schifo vedere la sola gioia (sacrosanta) per la liberazione del giornalista, senza una parola di compianto per l´autista ucciso e l´interprete non rilasciato. Anche il "mitico" Strada, almeno nel servizio mostrato in TV, abbracciava tutto felice Mastrogiacomo e continuava a dire "bravo, bravo" (bravo in che cosa?). Comunque, lecita la felicità per lo scampato pericolo, che deve essere stato indubbiamente terribile. E´ tutto più che comprensibile e "umano". Però un po´ di amarezza per i due "non uomini bianchi occidentali" trattati assai diversamente, si poteva "umanamente" manifestare (perfino per semplice furbizia; con magari un pizzico di pudore). Questa sinistra fa finta di essere per i diseredati, per i diversi, per gli extracomunitari; vuol dare loro il voto (per puri motivi di "bottega", evidentemente). Poi, al momento opportuno, dimostra che due afgani sono niente mentre uno dei "nostri" è "merce pregiata" da salvare comunque. Nemmeno ci si attiva per recuperare anche soltanto il cadavere dell´ucciso onde consegnarlo ai parenti; dell´interprete si dice che la sua liberazione era negli accordi e che questi sono stati violati, ma poi l´ebbrezza del successo conseguito nel liberare solo il nostro supera ogni altro aspetto di decenza. Non è un bello spettacolo, proprio no. Questa non è una "civiltà superiore", è una umanità scesa ormai agli inferi del disprezzo per una effettiva eguaglianza tra tutti gli individui, senza creare la serie A e quella B (e anche la C e via via in giù). Si predica l´eguaglianza, ma è semplice ipocrisia, pari solo alla vigliaccheria.

Passiamo oltre, ma con un bel po´ di nausea. Non conviene a nessuno fare l´"uomo di mondo", il cinico da strapazzo. Si deve essere lucidi anche nell´indignazione, ragionare anche quando si insulta (perché un ceto politico e giornalistico come quello oggi esistente non si può non insultare). Mi fanno ridere i filosofi dell´Uomo, non capisco mai se siano sinceri o manifestino semplicemente il desiderio di scrivere letteratura "commovente". L´uomo è la più bassa delle forme animali; non credo siano mai trascorse 24 ore, in tutta la storia dell´umanità, senza una qualche "allegra uccisione" di masse, più o meno numerose, di questi "strani" animali, che impiegano il 10% del loro tempo (a voler essere ottimisti) a dare il meglio di sé, e il tempo restante a dare il peggio del peggio. Tuttavia, non dobbiamo essere cinici, alzare le spalle e dire "tanto il mondo va così". Dobbiamo essere cattivi, cattivissimi, questo si, disprezzando i "buonisti" che fingono gli "afflati umani" come i "baciapile" fingono di essere religiosi.

Non mi unisco quindi al coro degli entusiasti e felici per la liberazione di Mastrogiacomo; non desideravo fosse ucciso e sono certo soddisfatto che si sia salvato, ma nulla più che soddisfatto, e senza manifestare nei suoi confronti alcuna stima particolare, perché mi aspettavo, almeno per decoro, una parola di amarezza per i meno fortunati, per quelli per i quali ci si è ben guardati dal trattare seriamente; nemmeno, lo ripeto, per farsi tornare il cadavere di un afgano da rendere a chi voleva semplicemente onorarne le spoglie. Una vicenda squallida, che è il paradigma di un´intera classe dirigente (perché certo il giornalista è più scusabile, dati i momenti tremendi, da incubo, che ha passato). Quello che impressiona, infatti – anche con riguardo alla ben nota "vallettopoli", agli "infortuni" di Lapo, e via dicendo – è l´immagine di un ceto politico, economico, massmediologico, ecc. assolutamente indecente, volgare, senza alcun riserbo e dignità. Solo ipocrita, ma "impunito", composto o di "paraculi" o di "padroni" incapaci e indegni di comandare. Eppure siamo "sotto" questi senza tanto protestare; che stiano al Governo o alla opposizione. Un destino veramente infame, ma anche per noi assai poco dignitoso! Siamo tutti "paraculi"?

 

23 marzo    

Riceviamo e Pubblichiamo:
CORPO SCIOLTO E CORPO-RATIVISMO di Lucio Garofalo

 La stitichezza si accompagna spesso all’avarizia, all’introversione, alla malinconia, alla reticenza. Invece, la scioltezza di corpo si associa più facilmente alla generosità, all’estroversione, all’allegria, alla loquacità. Non a caso, molti anni fa il geniale Roberto Benigni scrisse e dedicò un surreale inno al corpo sciolto intitolato, appunto, “L’inno del corpo sciolto”.

Chi è sciolto di corpo è sciolto anche di mente e di spirito, ma è sciolto anche con il linguaggio. Chi evacua facilmente e frequentemente l’intestino è una persona ironica e spiritosa, che usa con facilità anche le parole ed è in grado di cogliere i concetti più sottili e più raffinati.

A proposito di corpo sciolto vorrei parlarvi del "corpo-rativismo".

Qualcuno, facendo riferimento alla mia posizione nella vertenza sindacale insorta a scuola, mi ha rimproverato di condurre una “battaglia corporativa”. Ebbene, se per costui i diritti sindacali e le regole della democrazia collegiale e partecipativa sono diventate una questione di natura corporativa, è assai probabile che costui abbia un urgente bisogno di un potente lassativo, non tanto per sciogliere e svuotare l’intestino, quanto per liberare la mente dai troppi pregiudizi e luoghi comuni che provocano la stitichezza e l’impaccio del suo pensiero.

E’ alquanto probabile che costui confonda il “corporativismo” con lo “spirito di corpo”, e con ciò intendo dire che il proprio spirito è stitico ed impacciato, ossia è incapace di “andare di corpo”, allo stesso modo in cui il suo corpo è stitico ed impacciato, nel senso che è incapace di spirito, cioè di essere spiritoso, sciolto, ironico ed arguto.

Invece, mi pare che il vero corporativismo corrisponda ad un atteggiamento sistematico volto a conservare e perpetuare i privilegi esclusivi della propria categoria economico-professionale.

Mi chiedo: è “corporativismo” anche l’ostinata lotta di chi vuole salvaguardare la propria salute fisica o tutelare l’integrità del proprio ambiente e del proprio territorio?

Secondo tale logica la dura vertenza condotta dagli abitanti della Val di Susa contro l’alta velocità sarebbe una “battaglia corporativa”? Così pure la lotta, non semplicemente localistica e territoriale, sostenuta dai comitati civici di Vicenza contro la nuova base NATO, sarebbe di ordine corporativistico? E altrettanto corporativi sarebbero gli scioperi e le lotte sostenute dagli operai per difendere e mantenere i propri posti di lavoro? Certamente, lo sono! Mi sembrano tutte battaglie giuste e dignitose, direi sacrosante, necessarie e vitali.

Probabilmente si crede che il “corporativismo” degli insegnanti costituisca una tendenza piccolo-borghese, ossia classista ed opportunista, in quanto finalizzata alla preservazione dei privilegi economico-sociali di una sola categoria professionale, cioè il corpo docente.

Al contrario, il “corporativismo” degli operai avrebbe maggior dignità e maggior valore in quanto potrebbe trasformarsi (ma in virtù di quale meccanismo o processo storico-politico?) nella lotta di classe. Pertanto, il corporativismo operaio equivarrebbe all’operaismo rivoluzionario, ossia alla lotta di classe contro il capitalismo borghese, realizzabile soltanto dalle masse operaie.

Di conseguenza, la lotta di classe sarebbe il risultato di un processo storico-sociale prodotto soltanto dalle tendenze economico-sindacali e politiche di origine operaia? Non mi pare proprio.

Questo modello di analisi semplicistica e quasi manichea (che si basa sulla dicotomia sociale borghesia-proletariato) non regge più nell’epoca contemporanea della globalizzazione, anzi della globo-colonizzazione neocapitalista, che ha generato effetti di precarizzazione materiale e di proletarizzazione di massa (come il genio di Marx aveva intuito e previsto che accadesse) anche nelle condizioni e nei rapporti di lavoro e di vita degli insegnanti e di altre categorie professionali che prima potevano dirsi appartenenti alla piccola e media borghesia, mentre ora tali settori e tali fasce sociali sono state ridotte alla stregua dei produttori salariati, senza tuttavia averne ancora una piena e matura coscienza di classe.

Riassumendo in breve il pensiero stitico del “buon compagnuccio”, questo sarebbe il suo schema di ragionamento di natura "operaista" e non corporativista:

corporativismo degli operai = lotta di classe rivoluzionaria;

corporativismo degli insegnanti = tendenza egoistica e classista in difesa dei propri privilegi economico-professionali = opportunismo piccolo-borghese.

Complimenti, quindi, al “bravo compagnuccio”, il quale dimostra di non possedere idee molto chiare e molto sciolte, ovvero ha poche idee ma confuse. Gli suggerirei di prendere un purgante per sciogliere il suo pensiero dai tanti impacci mentali che ne bloccano le capacità di analisi e di ragionamento. Ovviamente non alludo ai metodi purgativi fascisti e staliniani, in particolare alle soluzioni adottate da quel regime politico che, per 20 anni, ha distribuito “purghe” in tutta Italia, non certo per sciogliere o liberare le menti degli italiani. Anzi!

Concludo affermando che una coscienza di classe si forma anche attraverso battaglie che sorgono in partenza come “corporative”, laddove una mente inizialmente corporativistica e ristretta riesce ad acquisire ed esprimere una crescente capacità di critica totale e radicale della società nel suo insieme. Il salto di qualità politico-intellettuale avviene nel momento in cui da uno stato di mera “autocoscienza individuale” si evolve e si procede verso un superiore livello di “autocoscienza universale”.

Mi accorgo d’essere diventato piuttosto astruso e complicato, per cui il “povero compagnuccio” potrebbe sentirsi ancora più ingolfato nel suo cervello oltremodo stitico ed impacciato.

Vi proponiamo un intervento di un amico di Comunità e Resistenza. Cogliamo l’occasione per ribadire che noi siamo a favore di un’allenza "tattica" tra le potenze Europee e quelle Euroasiatiche al fine di un riequilibrio degli assetti mondiali, oggi a tutto vantaggio degli Usa. I dubbi di Petrus nel merito sono legittimi (noi li valutiamo attentamente) e meritano di essere discussi.

MONDO MULTIPOLARE? UNA CHANCE O UN INCUBO? di Petrus (Comunità e Resistenza)

 

Vorrei intervenire sinteticamente sul dibattito in corso sul blog  sul mondo multipolare e sulle possibilita’ che uno scontro tra dominanti possa aprire reali possibilita’ di spazio per forze anticapitaliste ed antimperialiste.

 

Parto da un dato: è vero che stiamo andando verso un mondo multipolare in cui paesi come la Cina, Russia, India financo l’Iran, in qualita’ di potenza regionale in ascesa, si stanno ri-bilanciando in posizione autonoma se non conflittuale nei confronti del mondo unipolare a stelle e strisce.

 

E’ altrettanto vero che questa contrapposizione si svolge tutta all’interno di categorie “dominanti” e nel quadro accettato e condiviso del Capitale o dei Capitali , accettando il metodo di lavoro di La Grassa, e che quindi la competizione intercapitalista potrebbe portare all’apertura di spazi di contrapposizione come avvenne nel 1917.

 

Insomma , in soldoni, mi sembra che l’esito auspicato sia questo.

 

Ma mi permetto di sollevare alcune obiezioni di fondo: in primis sento aleggiare una certa confusione tra le definizioni di mondo “multipolare” e concezioni eurasiatiste, quest’ ultime tese ad accreditare una visione “geopolitica” che vorrebbe come ineluttabile l’avvicinamento se non l’unione in uno spazio geografico “comune” dei paesi europei ed asiatici, di cui francamente non vedo neppure l’ombra.

 

Se le politiche delle Cancellerie europee sono alquanto balbettanti sull’allineamento agli USA , se non con momentanee frizioni su singoli casi, l’attualita’ ci dice che quasi tutti i paesi europei sono allineati, chi in misura maggiore chi in misura minore, alla politica estera USA.

 

Se poi andiamo verso Est , senza trascurare l’impatto ed il peso che hanno i paesi ex-blocco sovietico ora passati armi e bagagli alla Nato, abbiamo la Russia di Putin che pur con sostanziali virate di rotta rispetto alla politica filo –USA di Eltsin , oggi gioca su piu’ tavoli, compreso quello iraniano, con un atteggiamento piu’ che “eurasiatico” di tipo “nazionalista” nel senso di perseguire una politica meramente incentrata sugli interessi russi nell’area.

 

Prova ne sono i richiami di questi giorni, alcuni parlano di ultimatum, presentati all’Iran da parte russa , circa il rispetto dei criteri dettati dall’AIEA , e la probabile “neutralita’” russa nel caso l’aggressione americana contro l’Iran prendesse sostanza.

 

L’Eurasia, mito imperiale per alcuni, e non voglio neppure prendere in considerazione queste idee di vago sapore “fascistoide” che  portano dritto dritto ad auspicare un imperialismo al posto di un altro, realta’ geopolitica per altri, non esiste se non nei desiderata piuttosto onirici di chi vorrebbe un contraltare alla strapotenza Usa e israeliana.E’in movimento, invece, secondo me,una dinamica ben piu’ complessa ed articolata che piu’ che in un mondo “multipolare” ci presenta una realta’ del “tutti contro tutti” anche all’interno di paesi che dovrebbero fornire forze a presunti “assi”: mi riferisco al Pakistan , allo stesso Iran , all’Iraq dove la lotta contro l’occupazione viaggia in parallelo con una guerra civile sanguinosa tra sciiti e sunniti.

 

In questo quadro si inserisce il rapporto tra Islam e paesi che dovrebbero rinforzare l’asse dialettico sino-russo .E qui si apre un capitolo denso di interrogativi  poiche’ non mi sembra che ci sia molta reciproca tolleranza tra la Russia , la Cina ed i movimenti islamici.

 

In pratica si rischia di rimanere molto delusi se ci si aspetta un allineamento in tempi brevi su posizioni antiamericane di paesi e realta’ disomogenee tra loro e con interessi ed obiettivi diversi se non contrastanti tra loro, mentre rifacendoci ai dati di fatto, le uniche realta’ che si oppongono in modo reale all’imperialismo Usa, sono i movimenti di liberazione nel mondo e asse sudamericano chavista che ha anche il pregio di avere spunti di orientamento socialista per il futuro.

 

In conclusione di queste riflessioni, va bene auspicare un mondo “multipolare” che possa dare un’alternativa all’undirezionalita’ USA , va meno bene, secondo me “idealizzarne” le possibilità reali di impatto sul cambiamento della possibilita’ di incidere dei “dominati” che potrebbero trovarsi nella spiacevole situazione di aver puntato sul “cavallo sbagliato”.

 

 

 

LA TECNICA E LA RAZIONALITA’ STRATEGICA II di G. La Grassa

Concordo pienamente con Mauro per il suo pezzo sulla tecnica. Ricordo che purtroppo i marxisti, in questo secondo dopoguerra, sono stati largamente influenzati da tesi come quella criticata da Mauro; ivi compreso il sottoscritto nel periodo in cui aveva comunque tentato un rinnovamento del marxismo ossificato sostenendo la struttura sociale denominata capitalismo lavorativo. Secondo me, la grande fortuna di certi filosofi francesi e anche di un McLuhan ("il mezzo è il messaggio") presso i marxisti hanno la stessa origine "viziata". Per fortuna, formulai all´epoca anche le "Tesi sull´Impulso" che risentivano del discorso sulla completa impersonalità – e dunque spersonalizzazione, de-soggettivazione – del "sistema", ma potevano anche aprire il discorso, come poi lo apersero infatti, sulla razionalità strategica.

L´unica perplessità che mi resta è quella circa la metis che non penso debba essere troppo identificata con la razionalità strategica; semmai ne è una parte. Inganno, raggiro, menzogna e, sopra tutte, l´astuzia non mi sembra esauriscano le "virtù" dello stratega; egli le userà, ma se a queste si limitasse, assomiglierebbe troppo ad un politico uscito dalle fila democristiane (come Prodi) o da quelle dei rinnegati del comunismo (come D´Alema ecc.). Cioè avremmo sempre a che fare con strateghi meschini, piccini piccini, di una limitatezza mentale come quella, sconvolgente, che pervade la politica italiana, e anche europea (appena un po´ meno), oggigiorno. Cesare e Napoleone, Lenin e Stalin (e anche Hitler con la sua sedicente "pazzia criminale") – o, se qualcuno ha lo "stomaco debole", diciamo almeno un De Gaulle – avevano qualcosa (molto) in più. Ed è questo "di più" su cui dovremo perdere tempo. Anche perché non può essere classificato (per generalizzazione e identità o somiglianza) e sistemato in precisi schemi causa-effetto, nemmeno di tipo probabilistico (secondo una disposizione delle probabilità a "curva gaussiana" o meno). Tale razionalità si scontra comunque con la "fortuna", cioè con la casualità pura e semplice, quella delle singolarità che non possono essere spiegate scientificamente, nemmeno utilizzando schemi deterministici attenuati, probabilistici.

Tali singolarità sono del tipo del big bang o della nascita della vita (secondo le ipotesi a mio avviso molto realistiche di Monod); a partire da esse si possono immaginare sequenze causa-effetto: strettamente deterministiche o secondo ben calcolati "fasci di probabilità" (mi scuso se il linguaggio non è più preciso). La scienza inizia realmente dalle singolarità, non le precede. Eppure, parlare di queste ultime ha un senso, così come ha senso nel Sun-Tzu parlare dei piani di battaglia pur ripetendo mille volte che ogni battaglia è, in un certo senso, un caso a se stante.

Non allungo qui il discorso, ma questo è uno degli assilli teorici da porsi.

20 marzo

LA GRASSA, RISPOSTA A M. LEONARDI

Leonardi: non un commento, ma una domanda, per GLG, tesa a capire meglio.
Considero fondata e utile la teoria dello scontro fra dominanti, etc.etc., per cercare di uscire dall’attuale impantanamento tattico di gran parte dei sedicenti marxisti similteorici nazionali.
In tale logica capisco l’entusiasmo per una Cina che si struttura per rappresentare un elemento costitutivo di un mondo multipolare nel quale possa scaturire un conflitto potenzialmente (e non necessitatamente) gravido di una rivoluzione anticapitalista.Però non mi sono chiare 2 cose: qualora fossimo in grado di cogliere l’occasione, quali sarebbero gli aspetti fondanti della società che ci dovremmo proporre di realizzare? In essa ci sarebbe spazio e quale per la proprietà privata? o marxianamente solo per quella individuale?
Ti saluto con cordialità.
Marco Leonardi.

La Grassa: Onestamente non so a che cosa ci si riferisce con proprietà individuale; non mi sembra che Marx parlasse di questa e contro la privata. In generale, ad es., la privata, ma di società per azioni, era certamente considerata da Marx più avanzata di quella puramente individuale della piccola proprietà artigianale o del piccolo contadino. Marx era per la proprietà collettiva, alla fine del processo di sviluppo del capitalismo. Tutti questi termini ci portano però fuori strada. E’ necessario un lavoro di ripensamento che sto già facendo; quello già fatto e quello (il più) da fare, non posso sintetizzarlo in questa sede. Inviterei tutti a partecipare ad un lavoro di rielaborazione, pian piano, con calma. Non sono entusiasta della Cina; solo vedo con favore la fine di certi miti di proprietà statale pensata come costruzione del socialismo; inoltre, certo, se una certa strategia di sviluppo in Cina (in Russia, ecc.) accelera l’entrata nella fase policentrica, credo che si tratti di un processo positivo, in specie se continuano a brillare per la loro assenza le reali forze anticapitalistiche. Niente più di questo.
glg

LA GRASSA, SU CHI NON SI FIRMA E LANCIA ACCUSE

"Chi minaccia dietro l’anonimato non è in malafede, è solo un vile. Comunque, le mie uniche malefatte sono di provare schifo per i piciisti, rinnegati del comunismo, e per i sinistri, trasformisti e mentitori e ipocriti. Per il resto, e quasi me ne dolgo, non ci sono mie foto con soubrette, transessuali, o altri personaggi del genere. Soprattutto non ci sono foto con i vigliacchi piciisti, sinistri, rinnegati e trasformisti. Questa è l’ultima volta che rispondo a gente come quella che scrive, nei commenti al blog, parole a vanvera, si dimostra incapace di qualsiasi
ragionamento e analisi, e si nasconde; e che non può che essere "di sinistra"; anzi di "estrema sinistra", perché qui si annida oggi il peggio della società, il vero equivalente odierno del lumpenproletariat disprezzato da Marx e trattato con metodi "dolci" da Lenin e i bolscevichi durante la Rivoluzione d’ottobre.
glg"

LA VERITA’ SUL GRUPPO CARLYLE

 

Riportiamo, in forma di epitome e con le nostre riflessioni, alcune interessanti notizie, diffuse dal Laboratoire de Recherche de l’École de Guerre Èconomique, sul Gruppo Carlyle. Per ciò che riguarda la sezione italiana di questo gruppo ne facevano e ne fanno parte, rispettivamente, personaggi politici come Letizia Moratti (attuale sindaco di Milano) o uomini come Chicco Testa (ex presidente Enel) e Rodolfo De Benedetti (figlio del più illustre Carlo).

Il fondo Carlyle è il fondo d’investimento privato più potente al mondo. Ma anche il più discreto. Non è quotato in borsa e non è tenuto a comunicare ad alcuna autorità i nomi dei suoi partners.

Nel suo comitato di direzione siedono ex-ministri, rappresentanti “anziani” delle principali agenzie di regolamentazione americana e due direttori della CIA. Strettamente connesso al settore della difesa è capace di rispondere a qualsiasi richiesta, dall’aeronautica alle telecomunicazioni, dall’elettronica di difesa alla decontaminazione nucleare, batteriologica e chimica, passando per la produzione di serbatoi, di cannoni di missili, ecc. Le partecipazioni Carlyle nelle imprese che lavorano sulle nanotecnologie, le biotecnologie e i semi-conduttori ne fanno uno dei principali centri di ricerca e di sviluppo sulle infrastrutture dell’informazione, il nucleare e i programmi genetici. Il Carlyle controlla inoltre una gran parte della stampa professionale in tali settori.

Il gruppo Carlyle ha 13 mld di dollari d’attivo in gestione, partecipazioni in 164 società che impiegano più di 70.000 mila persone in tutto il mondo, nonché 16 mld di profitti annui: il Gruppo Carlyle grazie a queste cifre risulta essere il primo gruppo privato d’investimento nel mondo. Di fatto, 450 Istituzioni dipendono dal gruppo Carlyle e, non di meno, banche d’affari internazionali, compagnie d’assicurazione, fortune private rinvenienti dai profitti petroliferi degli emiri, fondi pensione pubblici e privati. Ma qual è il segreto della Carlyle? Rilevare imprese in difficoltà economica, acquisirle, riformarle e rivenderle in momenti di congiuntura favorevole. La Carlyle persegue obiettivi di profittabilità a breve periodo e non si maschera affatto. Ma la riuscita dei suoi affari è garantita, soprattutto, da una strategia poco abituale. Inoltre, è sempre presente in tutti quei paesi dove si avviano processi di privatizzazione, in primis nei settori nell’industria della difesa, nell’aerospaziale e nelle tlc. La sua specialità è quella di comprare a prezzi bassi le vecchie imprese nazionali e rimetterle in sesto per poterle così rivendere a cifre astronomiche. Ai tre settori di cui sopra sono state affiancate attività legate alla biotecnologia e all’industria farmaceutica. Ma è solo nelle industrie del settore difesa che la Carlyle accetta le partecipazioni a lungo termine. Il gruppo è l’undicesimo fornitore di armamenti del Pentagono e uno dei primi dettaglianti dell’aeronautica americana grazie alle tre filiali, United Defense, Vought Aircraft e Aerostructures Corporation. Quando la Carlyle ha acquistato Bofors Defense, nel 2000, gli osservatori europei si sono messi subito in allarme per il ruolo che la Carlyle potrebbe avere, d’ora in poi, nella difesa europea stessa. Inoltre, dopo gli allarmi sull’uso dell’antrace per fini terroristici la Carlyle si è “pre-posizionata” per acquistare una parte degli attivi privatizzabili della Defense Evaluation Research Agency.

Questo centro di ricerche e di sviluppo militare, allora filiale al 100% del Ministero della Difesa Britannico, è all’avanguardia nella creazione di apparecchi di detenzione e di sicurezza (bio-capters, scanners, camere infrarosse, ecc.). Inoltre, detiene un contratto con la società americana Bioport, esclusivista del Ministero della difesa Americano per quel che riguarda i vaccini contro l’antrace. Più precisamente: Qunetiq, la filiale privata della Defense Evaluation Research Agency dove Carlyle detiene il 38,8% del capitale, gioca il ruolo di consigliere del governo britannico. E’ residenza di uno dei principali centri di ricerca militari europei oltre che un partner di primo piano dell’aeronautica comunitaria. Dunque, si profila un un forte conflitto d’interessi, soprattutto perché l’impresa potrebbe divenire un elemento chiave dell’industria europea di missili tattici.

Quali sono le diversificazioni del Gruppo Carlyle? I più parlano di semplici esche. In realtà gli investimenti sono concentrati sulle tecnologie militari e civili. La Carlyle è entrata nel mercato delle nanotecnologie, delle biotecnologie  (a cominciare dagli antivirali genetici), inoltre, la capitalizzazione di società come Indigo System o Conexant specializzate nell’orientamento laser e le camere infrarossi, le permette di acquisire le tecniche più avanzate nei sistemi militari di domani. Stessa constatazione per l’informatica, Internet e le tlc, i tre più grandi settori d’investimento del gruppo a partire dalla metà degli anni ’90.

Per quel che riguarda l’Hardware, la Carlyle controlla Matrics Inc. (una società d’identificazione per radio frequenze fondata da ex ingegneri della NSA), la CPU Tech e la ISR Solutions, due ditte specializzate nello sviluppo d’applicazioni elettroniche di sicurezza, entrambe contrattualizzate dal Pentagono. La Carlyle ha anche considerevoli investimenti nelle fibre ottiche, cavi, circuiti radio e Internet via satellite. Essa capitalizza società assai conosciute come Nexetel, Global Crossing o Nortel Networks, possiede partecipazioni in società di sicurezza informatica e s’interessa di “pulci” e semi-conduttori che comporranno le nuove generazioni di computers. Insomma la Carlyle è più “guardona” e più forte di Echelon? Può essere ma il gruppo ricusa ogni illazione.

Anche l’Asia conta per Carlyle. Dopo il 1998, il fondo ha già investito centinaia di milioni di dollari nelle infrastrutture di comunicazione. Dalle fibre ottiche alle telecomunicazioni senza fili, passando per l’ADSL e la telefonia mobile; tali investimenti sono presenti in Cina, Giappone Corea, Hong Kong, Malesia, Indonesia, Filippine, Singapore, Taiwan e Tailandia. Si tratta di zone dove la stabilità e lo sviluppo economico sono essenziali agli obiettivi geopolitici americani.

In Europa la Carlyle sicurizza i suoi investimenti. Nel settore immobiliare, con l’acquisto di edifici commerciali e centri d’affari. Nell’industria, con la concessione di liquidità alle imprese in difficoltà. Ma la Carlyle è anche fortemente interessata alla stampa e alla fonti ideologiche d’informazione, soprattutto a quelle professionali.

Carlyle ha compreso perfettamente l’importanza delle reti d’informazione. Comprese quelle umane: per reperire le tecnologie emergenti o approfittare dei piani di privatizzazione il gruppo recluta ai piani più alti dello Stato. Molti personaggi vicini alla Carlyle sono legati all’establishment Usa: James Baker (vecchio segretario di Stato di G. Bush senior) Robert Grady e Richard Darman (rispettivamente ex direttore del Budget e assistente alla Casa Bianca), Frederic Malek (ex-assistente di Nixon) e Franck Carlucci (ex segretario della difesa di Regan), Brian Bailey (braccio destro di Clinton) Alice Albright (figlia di cotanta madre Madeleine). Questi personaggi aprono le porte dello Stato ma poi il compito spetta ai consiglieri internazionali, ingaggiati per la loro conoscenza dei circuiti ministeriali.

Anche in Europa la Carlyle conta su personaggi politici influenti o su chi può controllare direttamente la politica: da John Major (ex primo ministro britannico) a Michael Rogowsky (figura del padronato tedesco), da Henri Martre (presidente onorario dell’Aerospatiale) a Etienne D’Avignon (ex ministro belga degli affari esteri). Pazienza se poi la Boeing risulta tra gli investitori del fondo Carlyle (con questi po’ po’ di personaggi ci si meraviglia se in Europa continuano a raccontarci storie sulla infallibilità delle leggi di mercato per, magari, mettere i bastoni tra le ruote all’Airbus?).

Ci sono poi gli attori finanziari. Il gruppo russo Menatep, le autorità finanziarie di Abu Dhabi e del Kuwait, i fondi pubblici dell’Ohio, del Texas, della Florida e di New York, tutti grandi investitori nel fondo Carlyle. Ancora, “magnifiche” banche dalle sorti troppo progressive come la Goldman Sachs, Salomon Smith Barney, Citibank, JP Morgan Chase, il Credite Suisse, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland, Abn amro, Credite Agricole, Credite Lyonnais e la finanziaria Edmond de Rothschild. Tutti insieme appassionatamente con l’Europa completamente sotto scacco e sotto stretto controllo della finanza Usa.

Ma sapete chi c’era tra i più grossi investitori del fondo Carlyle? Naturalmente la famiglia Bin Laden che, nel 1994, ha investito due milioni di dollari nel fondo Carlyle Partners II, un fondo controllato dall’entourage di Bush e focalizzato sull’industria della difesa e sull’aerospaziale. Insomma, avrete ben capito che la forza della Carlyle viene da un intreccio intricatissimo di partecipazioni tra soggetti pubblici e privati che riconducono sempre a Washington, alla Casa Bianca, alla famiglia Bush, ai Repubblicani ma anche ai Democratici. Ulteriori informazioni potrete visionarle direttamente dal nostro sito dove pubblichiamo per intero l’articolo a firma di Pascal Dallecoste, ricercatore del LAREGE (Laboratoire de Recherche de l’École de Guerre Economique). Buona lettura. 

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