DANNO I NUMERI E SONO PARASSITI (di G. La Grassa)

 

I fornitori di dati e cifre sono gli imbonitori e saltimbanchi della nostra epoca. Recentemente il sondaggista del Corriere – organo di un pezzo decisivo del nostro establishment – ha fornito cifre fantasiose circa la risalita del Governo nella pubblica opinione proprio nel mentre veniva approvata la finanziaria che ha fatto incazzare praticamente tutti, e ha ricevuto critiche perfino da personaggi centrali (confindustriali) del suddetto establishment. Dopo due giorni, il sondaggista in questione ha chiarito che, se non iniziasse presto la “fase due” (quella dell’intervento sulle pensioni, nel mercato del lavoro, ecc.), l’opinione “favorevole” al Governo si logorerebbe rapidamente.

Ecco svelato il mistero; i numeri servono solo a far credere che la “gente” brama di veder realizzate quelle “riforme strutturali”, che sono desiderate dai parassiti della GFeID (grande finanza e industria decotta), con dietro le grandi concentrazioni finanziarie americane e i loro “servi” europei. I quali, a partire dalla commissione europea (con le dichiarazioni del suo presidente Almunia) per finire al Governatore della Banca d’Italia, già vicepresidente della Goldman Sachs, hanno rilasciato attestazioni di blanda approvazione della manovra, ma solo perché riporterebbe il mitico rapporto deficit/Pil al 3% o anche meno; questo dimostra l’assoluta incapacità di organismi che dovrebbero essere politici (e dirigere l’Europa e l’Italia) di andare oltre un punto di vista esclusivamente contabile. E inoltre, sia gli organismi d’Europa che il Governatore della Banca d’Italia dichiarano, subito dopo l’approvazione di massima della finanziaria, che adesso sono necessarie e improrogabili le solite riforme strutturali. E qui iniziano i balletti interni al centrosinistra, tra sedicenti moderati e sedicenti radicali.

Il “gioco degli specchi” tra destra e sinistra si è in questo momento prevalentemente spostato dentro il centrosinistra; appunto tra moderati e radicali, tra sinistra detta “riformista” e quella detta “estremista”. Incredibilmente, ma solo all’apparenza, la stessa destra accredita questi “balletti”, pur di sostenere che i moderati e i riformisti perdono sempre e vincono i “nemici del mercato e dell’impresa”. E’ evidente che anche il centrodestra, a sua volta internamente diviso, non sa affatto proporre una qualsiasi alternativa; preferisce quindi aderire al gioco tutto interno al centrosinistra, affermando che Prodi è alleato dei “radicali”, i quali riuscirebbero sempre a prevalere. In questo modo, la destra crede di poter attirare a sé una parte dell’elettorato, e magari qualche pezzo politico, dello schieramento avversario; ma ha in realtà poche carte in mano, perché la lotta tra le due frazioni componenti quest’ultimo è in fondo la solita “commedia delle parti”, utile in realtà a mantenerle insieme al Governo, contribuendo ad inoculare con molta lentezza il veleno delle cosiddette riforme.

Ciò che conta in definitiva – ed è qui che confluiscono tutte le manovre dell’establishment e tutte le menzogne dei loro giornali e dei loro sondaggisti – è il tentativo di arrivare in qualche modo al fantomatico partito democratico che dovrebbe unificare l’intero blocco più moderato; mentre, dall’altra parte, si tenta di costituire una sinistra “radicale” (possibilmente raggruppata in quella “europea”) che – ormai ben corrotta e aliena dal rinunciare al pingue bottino già ottenuto in sede governativa e sottogovernativa – faccia da ala “sinistra”, ottenendo di diluire nel tempo ciò che gli altri fingono di volere subito. Insomma, la ben nota recita che tuttavia riesce quasi sempre: i moderati fingono che sia necessaria una batosta da 100 per salvare il paese, in questo aiutati dagli organismi europei, dalle società di rating, dal FMI, ecc.; i radicali protestano, si oppongono “fieramente” e riescono a far ridurre la legnata a 50, dopo di che tutti si sentono sollevati e credono di essersi parzialmente salvati. L’ignobile commedia si svolge nell’ambito della sinistra, mantenendo sullo sfondo lo spauracchio che possa tornare al Governo la destra (e Berlusconi) se si va a nuove elezioni. In questo contesto si inseriscono sia i sondaggi che danno vincente la destra se si tornasse a votare, sia quelli circa i falsi miglioramenti dell’immagine del Governo (l’unica cosa sicura è che questa è al momento la peggiore possibile), miglioramenti seguiti però da un sicuro deterioramento se non si andasse alle riforme. E così via.

 

E non finisce qui con i balletti di cifre fornite a capocchia. Facciamo un esempio: nei prossimi tre anni si prevede, in Italia, un’inflazione rispettivamente del 2,1, del 2, dell’1,9%. Anche in Europa le tendenze sarebbero al ribasso, e con tassi inferiori a quelli italiani. Ciononostante, la Banca europea continua a lanciare allarmi sulle pressioni inflazionistiche in atto; essa ha già alzato due volte il tasso di sconto e afferma che presto lo alzerà ancora. Un autentico controsenso se si resta alle intenzioni dichiarate ufficialmente.

E continuiamo con il caos dei dati. Il saggio di crescita (in Italia) è stato via via rialzato per il 2006 fino ad essere fissato (in previsione!) all’1,7%; il prossimo anno, però, si prevede un 1,4. Credete che questo saggio sia minore di quello dell’anno che sta per scadere? No, perché si sostiene che è in atto una robusta ripresa; è quindi evidente che, per i nostri economisti e statistici, 1,4 è maggiore di 1,7. Tuttavia, interviene l’ufficio studi della Confindustria e afferma che il prossimo anno, in effetti, il tasso di crescita del Pil sarebbe stato di 1,4 senza finanziaria, ma con quest’ultima esso scenderà all’1,1; solo nel 2008, ci porteremmo verso l’1,5. Arrivano allora le “sdegnate” risposte di “ambienti governativi”. A parte le stupidaggini dette dall’infantile Ministro dell’economia circa il fatto che Confindustria si atteggerebbe a partito politico, si sostiene adesso che la crescita di quest’anno sarà dell’1,3 (non era dell’1,7?), ma aumenterà nel prossimo e poi – udite, udite – nel quadriennio 2008-11 si manterrà sull’1,5 – l’1,7. Questi veramente “danno i numeri”; ma non si vergognano minimamente perché contano sul fatto che tanto nessuno ci capirà qualcosa. Non c’è un solo dato che non sia fornito al pubblico (da una informazione asservita come mai lo è stata prima d’ora) per motivi esclusivamente politici; ma di bassa lega, perché così vuole una classe dirigente che non dirige niente, non ha alcuna “strategia” se non quella di vivacchiare e rubacchiare il più possibile.

In ogni caso, perfino attenendoci ai loro dati menzogneri, si rileva intanto che il nostro tasso di sviluppo è di almeno un punto inferiore a quello della media europea, e ancora di più rispetto a quello degli USA, che pure sono in chiara e ormai inoppugnabile recessione (si discute solo se sarà leggera o forte, se sarà breve o abbastanza lunga). Detto per inciso, pensate all’insensatezza di questi dominanti italiani ed europei che cianciano di robuste riprese nella nostra area (e nel nostro paese) nel mentre gli USA, riconosciuto traino dell’economia mondiale, sono in difficoltà, cui si aggiunge il previsto (e perfino auspicato) rallentamento della Cina (dal 10 di quest’anno all’8% e anche meno dei prossimi) e dell’India (dall’8 del 2006 al 6-7% in futuro). E l’Europa si trasformerebbe nella nuova “locomotiva”? Ma quanto imbroglioni sono?!

 

Torniamo al nostro paese. Ammettiamo che si realizzino le “profezie” per i prossimi anni (fino al 2011; come un meteorologo che si lanciasse in millimetriche previsioni per l’inverno 2007-8). Si tratta di tassi da perfetta stagnazione, non da ripresa. Fra l’altro, almeno secondo i nostri “facitori di dati”, l’aumento annuo della produttività del lavoro è doppio rispetto ai tassi di crescita previsti; il che non lascia grandi prospettive per i lavoratori: ci sarà minore occupazione o dilatazione di quella del tutto precaria. Il cosiddetto “artigianato” – perfino nel nord-est che era stato preso a campione di un nuovo “modello di sviluppo” – è sempre più in difficoltà (si parli con i direttori di banca della zona, che inquadrano il problema pur sempre meglio dei sondaggisti e dei “fantasisti delle statistiche”). Non a caso, si lancia il nuovo mito della media impresa globale e in accelerato progresso tecnologico. Mai ovviamente si parla di grandi imprese che, in qualsiasi paese del mondo e da ormai ben oltre un secolo, sono le vere protagoniste della crescita e dell’avanzamento dei sistemi capitalistici, malgrado tutti i tentativi di revisione teorica che, ogni tot anni, cercano di compiere i “professoroni” di economia, questi saccenti e chiacchieroni che sono – salvo rarissime eccezioni – soltanto mediocri ideologi strapagati dai dominanti per celare accuratamente la struttura centralizzata (con un vertice dominante ristrettissimo), tipica di ogni società a capitalismo “avanzato”.

Il vero fatto è che nelle economie del genere di quella italiana, cioè capitalisticamente sviluppate ma comunque subordinate ad un centro dominante (gli USA), i nuovi processi di accelerata centralizzazione riguardano per lo più la sfera finanziaria, mentre nell’industria permangono, e vivacchiano, le grandi imprese di settori attinenti alla passata “rivoluzione industriale” (ad es. quelle metalmeccaniche), che si alimentano e si sostengono con finanziamenti pubblici per non mutare gli attuali equilibri del potere economico e politico, messi a dura prova in quest’epoca di profondi sconvolgimenti tecnico-produttivi e geopolitici. I processi di centralizzazione in un settore come quello finanziario – il più vicino e più intrecciato con gli apparati politico-statali – servono appunto a protrarre l’esistenza della vecchia configurazione di potere, che vede ancora al suo vertice, nell’area del capitalismo di più antica tradizione, il sistema-paese statunitense, mentre l’avanzata di altre potenze ad est sta modificando il panorama geopolitico.

Come sempre avviene nell’ambito dello sviluppo ineguale dei capitalismi, anche nella nostra zona – Europa con al suo interno l’Italia – vi sono settori, per quanto attualmente ristretti e composti da poche grandi imprese, che si lanciano lungo i nuovi sentieri aperti dall’ultima “rivoluzione industriale”, cioè dalla più recente ondata di innovazioni. Tuttavia, questi settori e imprese non sono sufficientemente aiutati nel loro sviluppo – non si dedica loro non tanto un sostegno finanziario diretto quanto un impulso più generale alla ricerca scientifico-tecnica e alla politica delle “sfere di influenza”, fattori decisivi per il loro successo nella cosiddetta competizione globale – perché ciò urta contro i limiti imposti dai dominanti centrali (USA). Si crea così una situazione di forte tensione, che inciderà in prospettiva sugli stessi equilibri sociali e politici ancora esistenti nell’area europea (e in Italia).

 

L’attuale miserabile politica (economica, cui è però subordinato tutto il resto) dello schieramento al Governo nel nostro paese – la spremitura del lavoro autonomo; il progressivo ma lento (e “calcolato”) regresso del Welfare (con il sopraccitato gioco tra sinistra “moderata” ed “estrema”); il puro gioco contabile (debito pubblico, rapporto deficit/Pil, ecc.) teso in realtà a reperire risorse con cui sorreggere il più possibile il vecchio establishment e la grande concentrazione finanziaria, mentre si trascura l’impulso (come appena ricordato, più indiretto che diretto) all’industria di punta; e via dicendo – dipende da quanto ho qui soltanto accennato. E’ evidente la necessità di un’analisi ben più approfondita, che non è possibile svolgere negli interventi in questa sede, interventi di puro stimolo e di messa in guardia per coloro che hanno ancora un minimo di onestà e la volontà di non piegarsi di fronte a questi giochi del tutto interni ai dominanti. Tuttavia, fra questi ultimi si sta aprendo una partita complessa e molto contraddittoria: sia sul piano internazionale, ad es. tra USA, da una parte, e Cina e Russia, dall’altra; sia sul piano interno europeo (e italiano), tra il modello paradigmatico da me indicato come “Repubblica di Weimar” – predominio della grande finanza subordinata a quella centrale statunitense, e dunque sostanziale accettazione dei progetti egemonici di un dato sistema-paese – e nuove forze economico-produttive prive, almeno per il momento, di una adeguata rappresentanza politica e invischiate in compromessi paralizzanti con il vecchio sistema.

Dobbiamo seguire questo complicato svolgersi della politica interna come internazionale; non dimenticando affatto la stragrande maggioranza delle popolazioni che è dominata (e subornata), senza però immaginarci che sussista attualmente, in qualche area e in qualche gruppo sociale, la capacità di invertire l’odierna negativa tendenza. Mi dispiace, è qui che nasce l’incomprensione profonda sulla necessità, da me fatta presente con sempre maggior forza negli ultimi tempi, di essere presenti – intanto sul piano della critica e dello smascheramento delle “oscure trame” – nell’ambito dello sporco gioco che stanno ponendo in atto le forze economiche (in specie finanziarie) e politiche italiane (ed europee) per renderci sempre più dipendenti dagli USA, in difficoltà di fronte al crescere di “imperialismi” rivali (ancora nella fase della “adolescenza”). Chi ancora crede di poter giocare direttamente, e immediatamente, la carta della lotta di classe (“operaia”) o quella della rivolta delle masse del Terzo Mondo si è a mio avviso infilato in una strada senza molte prospettive; e, in ultima analisi, serve solo ai giochi dei dominanti e delle loro forze politiche che oggi sono, in Italia, soprattutto quelle del centrosinistra: dei “moderati” e degli “estremisti” all’interno di quest’ultimo, la cui indegna recita blocca lo sviluppo di forze politiche realmente alternative.

 

26 dicembre         

     

NATALE IN CASA PRODI

 

Volendo fare un bilancio di questi primi mesi di Governo Prodi non possiamo non prendere atto del fatto che il centro-sinistra è stato l’espressione degli interessi più nequiziosi di una oligarchia politico-professionale (ex Pci-Dc) orientata a spremere come un limone il Sistema-Italia, a vantaggio dei propri interressi e di quelli di un’altra oligarchia dominante, quella della GF (Grande Finanza) e della GID (Grande Impresa Decotta), entrambe responsabili dell’arretramento generalizzato del nostro paese, sia in termini culturali che economici.

Questo arretramento globale, che sarebbe più appropriato chiamare saccheggio su committenza, si è infine sostanziato in una finanziaria dal carattere “preventivo”, finalizzata a depauperare le risorse del paese nel breve periodo, in quanto esiste la consapevolezza, nel ceto politico di centro-sinistra, che nel lungo periodo la situazione non potrà che peggiorare. Allora i felloni si sono portati avanti col lavoro. Quale necessità c’era, altrimenti, di estorcere al popolo italiano 38 mld di euro, laddove da più parti era stato attestato che per rientrare nei parametri europei di sostenibilità economica bastavano appena 15 mld di euro? Questi dati non ce li stiamo inventando, sono stati gli stessi Padoa-Schioppa e Visco ad annunciare, a più riprese, che il maggior gettito fiscale incamerato nel 2006 oscillava tra i 27 mld di euro e i 38 mld. Si guardi bene alla forbice, un oscillazione di 8 mld che dimostra quanto questi cialtroni giochino con i numeri, sostenuti nei loro calcoli alchemici dagli istituti di rilevazione statistica i quali praticano la mistificazione sistematica per accontentare i propri committenti. In futuro dovremo prendere tutti i dati fornitici cum grano salis, l’indagine statistica è ampiamente pilotata a favore d’ interessi che mutano al mutare delle stagioni politiche.

L’aumento del gettito fiscale del quale parliamo viene, in massima parte, dal gettito Irpef e dalle contribuzioni di lavoratori autonomi e dipendenti, nonché dall’incremento dell’IVA (la più alta d’Europa) che ha reso disponibile una bella somma, oggi celata dal governo in maniera “preventiva”. Le ragioni le possiamo intuire, vedi la crescita zero che si riscontrerà l’anno prossimo, ma nonostante ciò il governo potrà  enumerare, all’occorrenza, buoni risultati laddove la situazione sarà fortemente peggiorata. Altro che finanza creativa alla Tremonti! Qui siamo in presenza della finanza preventiva alla Prodi, grazie al lavoro di politicanti di professione ed ai loro veri manovratori  (GF e GID) che arraffano avidamente da un serbatoio ormai ben sotto la soglia di riserva. Tutte queste manovre mistificatorie e di occultamento sono state spiegate dai membri del governo come doverose operazioni prudenziali, poiché non essendo le maggiori entrate fiscali di carattere strutturale, quanto piuttosto congiunturali e limitatamente replicabili, si rende opportuno colmare i “granai” in vista delle “vacche magre”. Solo che la “riserva per l’inverno” assomiglia sempre più ad un accumulo di libagioni destinate agli dei della GF e GID di cui sopra.

Del resto, tutto questo affaccendarsi con la “lima” (una lima da 38 mld di euro), in un clima artefatto di costante pericolo rispetto ad un fantomatico ritorno al medioevo (quello del cavaliere nero di Arcore), non è nulla in confronto  all’attacco decisivo che sarà sferrato contro i due grandi “mali” che affliggono la spesa pubblica, cioè le pensioni e la sanità. Siccome l’italiano medio di sinistra è abbastanza sciocco da farsi abbindolare da queste trame identitarie, crederà ciecamente alla fandonia per cui i barbari sono alle porte della città, proprio come dice una poesia di Costantino Kavafis. I barbari in realtà non arriveranno mai, eppure la sola possibilità della loro entrata in città permetterà ai governanti di rendere l’emergenza uno stato di “normalità”.

E di segnali di pericolo (artificiosi) ce ne sono a iosa.

Le grandi agenzie di rating americane ci hanno retrocesso per una presunta fiacchezza nel taglio della spesa pubblica (CVD), l’Europa ci ha guardato con sospetto per lo stesso motivo (salvo congratularsi coi tecnici del governo per la scientificità contabile con la quale hanno approntato la finanziaria, CVD) e la maggioranza di centro-sinistra, con il suo allarmismo sui conti pubblici, non fa altro che preparare il terreno in vista della “soluzione finale” sulla spesa dello Stato(CVD). Nessuno ritiene che certe riforme non siano necessarie almeno laddove mutano alcune condizioni strutturali. Ad esempio se aumenta l’aspettativa di vita o se il rapporto tra numero di lavoratori in attività e beneficiari delle prestazioni pensionistiche viene a squilibrarsi, il sistema non può che perdere di sostenibilità ed è ovvio che qualche precauzione deve essere presa. Tuttavia, ogni provvedimento adottato deriva da una intenzione preconcetta  che influenza le azioni successive e le direziona in un senso piuttosto che in un altro. Data la natura capitalistica di questa sinistra non possiamo che aspettarci una fedeltà pressoché cieca ai dettami della “triste scienza” perorata dai funzionari del capitale. Solo che questi funzionari sono di diversa specie, quelli americani predicano il verbo nuetro delle leggi economiche immutabili fuori dai propri confini e praticano la potenza quando sono in ballo i loro interessi. I nostri invece, per idiozia o per pusillanimità (o per entrambe), sono convinti che solo l’economia pura di mercato può salvarci. Per questo motivo si va nella direzione dei tagli alla spesa pubblica, o peggio ancora del vivacchiamento nelle nicchie di mercato che non danno fastidio agli Usa (ideologia del “piccolo è bello” o del “medio è bello” e bla bla bla!)

Allora, invece di sforbiciare a “ritta e a manca”, in ossequio alle leggi del liberismo ideologico, perché non si avviano politiche serie di rilancio del sistema industriale (che non sono gli aiuti di stato ad imprese come la FIAT che succhiano solo energie al nostro paese) a partire dai settori a più elevato impatto tecnologico? In Italia ci sono poche imprese capaci di “aggredire” (per usare una terminologia economicistica) il mercato e queste, a prescindere dalla loro natura giuridica, pubblica o privata che sia, devono essere sostenute (e non assistite) solo quando i loro programmi sono orientati alle innovazioni di prodotto, come unica possibilità di crescita e di ricchezza del sistema economico nel suo complesso. Solo se la “torta” cresce è possibile spartirsi fette più grandi. E’ chiaro che i rapporti relativi di ricchezza resteranno a tutto vantaggio dei dominanti, questa è la regola nel modo di produzione capitalistico, ma i dominati potranno rivendicare una parte crescente della ricchezza prodotta. Se la torta si restringe, comunque, a noi resteranno sempre e soltanto le briciole.

Per oggi è tutto, auguri di buon anno.

GIANFRANCO LA GRASSA: RIFLESSIONI SULL’INTERVISTA DI PREVE*

Riflessioni di La Grassa

RIFLESSIONI DI LA GRASSA

PreveINTERVISTA A PREVE

Pubblichiamo sul blog alcune riflessioni di La Grassa rispetto ai dubbi e alle critiche espresse da Preve nella precedente intervista apparsa su questo blog. Per rendere più coerente la lettura pubblichiamo nuovamente la stessa intervista al filosofo torinese.

*Ci hanno, giustamente, consigliato di utilizzare files in pdf e non in word per la loro pericolosità. Se qualcuno non dovesse avere il pdf può lasciarmi la sua e-mail ed invierò in word.

LE (AUTO)STRADE DI PRODI SONO INFINITE

Avremmo voluto riportare per intero un articolo apparso sul Foglio di Venerdì che spiegava mirabilmente la parte giocata da Prodi nell’affaire Autostrade-Abertis. Meglio sarebbe dire che si era dato avvio ad un lepido gioco delle parti tra il Presidente del Consiglio Prodi ed il Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. I due hanno fatto la parte del poliziotto buono e di quello cattivo nel tentativo riuscito di bloccare la fusione tra la società spagnola e quella italiana. La tenzone era cominciata già all’indomani della vittoria elettorale del centro-sinistra, a causa dell’ “affronto” sferrato dai Benetton i quali, in un momento di vacatio governativa, avevano tentato di dar avvio ad una operazione “d’inglobamento” molto fruttuosa, i cui numeri parlavano da soli: 6 mld di ricavi annui, 20 mila dipendenti, 6.713 chilometri di rete autostradale, la famiglia Benetton primo socio con il 24,9%.  In tutto questo movimento c’era anche la sede della neosocietà spostata in Spagna, a Barcellona. I Benetton si erano arrischiati con tale arditezza consci che con la vittoria elettorale di Prodi avrebbe vinto una certa finanza (quella bazoliana), la quale, attraverso la persona del Presidente del Consiglio, puntava a divenire la direttrice indiscussa degli equilibri finanziario-politici italiani. Diciamo che i Benetton ci hanno provato e forse non s’aspettavano una reazione così repentina, ma tant’è che questa c’è stata ed anche di una certa virulenza. Non è servito alla famiglia di Ponzano nemmeno entrare con un 5% nel salotto di RCS cercando di edulcorare, con un gesto di quasi-sottomissione, la propria “voglia di autonomia”.

Il 23 maggio si era dimesso da ad di Autostrade anche Vito Gamberale, volutamente tenuto ai margini della tentata fusione dai Benetton per evidente vicinanza agli  assetti politici del governo. Lo stesso Gamberale, pur avendo votato a favore della fusione, prenderà poco dopo le distanze da “sé stesso” poiché, a suo dire, l’operazione cominciava ad apparirgli squilibrata e poco vantaggiosa per il Sistema-Italia nel suo complesso. Quando mai un manager privato si è preoccupato di un bene pubblico sacrificando la logica del profitto? In verità Gamberale aveva già preso contatti col governo per una migliore collocazione, cioè per uno scranno di maggiore rilievo in qualche ente pubblico.

Ma è a partire da questo momento che viene sguinzagliato il "cane da guardia" Di Pietro: chi meglio dell’irreprensibile molisano poteva salvare l’italianità di Autostrade contro l’invasore “catalano”? Di Pietro utilizza le armi che maneggia meglio, quelle della legalità. La legge italiana, infatti, impedirebbe ai Benetton di trasferire la concessione statale così com’è ad un nuovo soggetto giuridico nascente da una eventuale fusione, poiché in Abertis è presente una società di costruzioni, la ACS di Florentino Perez. All’inizio il “gioco” è piuttosto facile da portare avanti, tutta l’opinione pubblica nutre un certo astio contro Autostrade a causa del continuo innalzamento delle tariffe negli ultimi 5 anni (+9%) ed a fronte di un costante peggioramento dei servizi. Inoltre, pesano come un macigno sui Benetton i mancati investimenti per svariati mld di euro sui quali Di Pietro torna più volte per dare forza alla propria speculazione.

Anche l’Europa dice la sua in merito all’atteggiamento del governo, lo bolla come pretestuoso e conservativo tanto da non ritenere ostativa per la fusione la clausola sui costruttori. Ed allora che il governo apre un nuovo contenzioso. Questa volta le attenzioni si concentrano tutte sulla natura pubblica della concessione. Difatti, il governo cambia le carte in tavola e cerca di arrogarsi il diritto di poter cambiare i criteri della concessione allorquando muta il beneficiario di quella rilasciata in origine. Ovvio che se l’autorizzazione governativa non viene trasferita pari pari in testa al soggetto nascente, la fusione non ha più basi certe e viene a mancare la reciproca profittabilità dell’operazione. Nel frattempo “sfilano” le opinioni di molti uomini politici del centro-sinistra, tutte più o meno scettiche su ciò che si andava prospettanto nell’affare Autostrade-Abertis. Il primo a prendere posizione contraria è Rutelli cui fa seguito Enrico Letta. Quest’ultimo parla, senza troppi arzigogoli, di svendita di un grande patrimonio italiano da bloccare con immediatezza. Lo stesso Letta invita gli imprenditori italiani a farsi avanti per scongiurare tale atto scellerato. Prodi ha così il tempo di defilarsi e di fare la parte del poliziotto buono. Va in Spagna a rassicurare tutti che il governo non è ostile ma è solo attento alle strategicità del proprio patrimonio nazionale. Si delinea pian piano un fronte di riottosi che spazia da alcune forze politiche di centro-sinistra, al sindacato fino ad arrivare alle associazioni dei consumatori che si dicono preoccupate per l’aumento delle tariffe e per i posti di lavoro che potrebbero andare perduti. 

A partire da questo momento entra in gioco anche l’Anas. L’autorità di gestione della rete crea un’apposita commissione composta da Monorchio, Cappugi e Guido Rossi (il tuttofare vicino, si dice, a D’Alema) la quale nega che vi siano occasioni di profittabilità pubblica in una eventuale fusione con gli spagnoli. L’Anas si mostra efficientissima in questa occasione ma dov’era quando gli investimenti pianificati da Autostrade S.p.A. non venivano effettuati? Come mai erano così timidi e inefficaci nel richiedere quanto previsto dalla concessione statale?

In questo bailamme spunta, allora, l’ipotesi nazionalizzazione della rete autostradale con il coinvolgimento della CDP, la stessa che doveva salvare l’italianità della Telecom. La CDP però è una stranissima creatura dalla forma semipubblica e dal cervello finanziario, essa ha alle spalle più di 65 fondazioni tra le quali possiamo annoverare: Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Vicenza, Verona Belluno e Ancona, Fondazione MPS ecc. ecc.(sarà per questo che l’estrema sinistra bertinottiana si sente garantita dal “pubblico”?). A questo punto, il governo spiega all’opinione pubblica che le sue preoccupazioni sono legate all’evenienza che gli investimenti mai effettuati da Autostrade S.p.A. possano addirittura volatilizzarsi dopo la fusione con gli spagnoli di Abertis. In realtà, ai Benetton non era mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di fare nuovi investimenti, mentre, pare, che dallo spostamento della sede a Barcellona sarebbero arrivati 15 mld di vantaggi fiscali da vincolare in tal senso. Questo, ovviamente, per ribadire che l’ “economia pura” c’entra liminarmente in questo affare e lo scenario più interessante è quello politico, più precisamente quello delle manovre “politiche” di certa finanza italiana ( “i soliti (ormai poco) ignoti” che muovono i fili del burattino Prodi). Non è nostra intenzione avvalorare le ragioni dei Benetton, quest’ultimi avevano fatto bene i loro conti e tentavano di approdare verso più rosei lidi. Questi sono, dunque, i veri obiettivi perseguiti dai Benetton che costituivano invece una minaccia per il governo. Perché Prodi ce l’ha con i Benetton in maniera così caustica? Si tratta solo del reato di “lesa maestà”, rinveniente da un tentativo di fusione per il quale non era stata chiesta l’autorizzazione politica e per giunta mentre il governo si preparava all’insediamento? Non lo crediamo affatto. Il problema è che i Benetton con i soldi incassati dalla fusione avrebbero cominciato a lavorare in funzione di un “fronte opposto” a quello del professore bolognese. Di fatti i Benetton, con i mld incassati da Abertis si sarebbero rafforzati in Olimpia, la cassaforte di controllo di Telecom. Ancora una volta i piani del governo sulla telefonia sarebbero stati scompaginati e Prodi avrebbe fatto la figura del servo fesso. Così il governo ha gonfiato i propri muscoli e ha avviato il suo braccio di ferro contro la fusione. A supporto del governo è poi arrivato anche il pronunciamento del Tar che ha dato ragione al poliziotto cattivo Di Pietro (oppure vogliamo credere che Prodi non sapeva prima cosa avrebbe detto il giorno dopo il Tonino nazionale?) il quale aveva sostenuto che il nuovo soggetto giuridico, nascente dalla fusione, avrebbe dovuto chiedere una nuova concessione i cui criteri di rilascio potevano essere mutati dal governo stesso. Come dire, fate pure ma poi vedrete che cosa siamo capaci di combinarvi. Tanto è bastato alla spagnola Abertis per cominciare a tirare i remi in barca. Gli spagnoli hanno capito che in Italia non era proprio aria (memori dei destini toccati al Santander nella fusione Intesa-San Paolo o a Bbva con Bnl) soprattutto a causa di “spalle larghe” finanziarie nostrane irrobustitesi grazie al supporto di una parte della finanza americana che conta.

Non è servito ai Benetton, dopo la “maretta”, nemmeno effettuare qualche gesto di “sottomissione blanda” nella speranza di prendere tempo e portare alle proprie ragioni quella parte della GF italiana più silenziosa o più vessata (Profumo ed MPS da un lato, Tronchetti dall’altro) e comunque non proprio soddisfatta del rafforzamento di Bazoli e del suo entourage finanziario-politico. La famiglia di Ponzano ha provato anche ad usare l’arma di una maggiore trasparenza comunicativa cercando di spiegare  al governo che non si stava svendendo un gioiello nazionale ma che si voleva delineare una “merger of equals” per rendere più efficiente il sistema autostradale nazionale (quanto sono premurosi!). Purtroppo per loro la frittata era già fatta! La partita è stata così persa, ma questa gente non si scoraggia mai definitivamente. Adesso, se questo fronte volesse agire con maggiore risolutezza dovrebbe cominciare a pensare ad una propria sponda politica in grado, innanzitutto, di mettere in difficoltà il primo ministro, quel Prodi che spadroneggia grazie all’appoggio dei suoi potenti protettori (ma per quanto ancora dato il malcontento generale che attira su di sé?). Di nemici Prodi ne ha tanti ma non tutti in grado di opporsi a lui con l’efficacia e la forza necessaria  atta ad un sovvertimento degli attuali gangli di potere ai quali questo si appoggia(una piccola rivoluzione all’interno del Capitale). Il governo, tuttavia, cova una serpe in seno, quel Massimo D’Alema che di sgambetti se ne intende, e molto anche. D’Alema, il baffetto tranquillizzante della politica televisiva che aspira alla costruzione di un fantomatico paese “normale”, sta tentando di proporsi quale anti-prodi par exellance facendosi appoggiare dagli altri dominanti che temono il rafforzamento del gruppo di potere riunito intorno alla San-Intesa,  e del quale Prodi è la sponda politica privilegiata (un cane da guardia fedelissimo!).

Molti degli equilibri in gioco dipenderanno dalle mosse di Profumo di Unicredit, questo gruppo è l’unico (per dimensione economica e appoggi politici) in grado di rendere la vita meno facile alla “combriccola bazoliana”.

Naturalmente, devono essere lette in quest’ottica le parole spese da D’Alema a sostegno all’operazione Autostrade-Abertis, anche se per il momento è stato costretto ad abbozzare. D’Alema non è ancora abbastanza forte, sia politicamente (ha qualche conto aperto con alcuni spezzoni del suo partito) che finanziariamente (non sono abbastanza coagulate le forze che dovrebbero servirsi di lui in funzione antiprodiana). Ma D’Alema è molto più di un servo sciocco, è uno che vive per il potere e per i suoi intrighi, per cui riuscirà a fare gli interessi di qualcuno prima o poi (pur di fare i propri, s’intende!). Non è detto che alla fine non riesca ad amicarsi persino gli attuali sostenitori di Prodi. Il conflitto interdominanti è fatto così, tradimenti, alleanze e zone d’ombra che non si dipanano mai abbastanza da fare capire a noi poveri mortali quello che potrà accadere domani. Sappiamo solo che la partita è appena cominciata.

LA POLITICA SERVILE (di G. La Grassa)

Ancora una volta, pur ammettendo che avrei una serie di riserve da fare, meglio Geronimo che non gli imbecilli e/o mascalzoni del centrosinistra. Senza adesso esprimere le riserve, riporto pari pari alcuni passi del suo articolo odierno (quelli su cui il mio accordo è al 100%): “C’è un simpatico tris di ‘americani’ che spingono […..] ad accelerare questo parto distocico [il mitico e irraggiungibile partito democratico; nota mia]. Amato, Rutelli e Veltroni. Il primo ha un suo antico profilo politico, quello socialista, ma da sempre è anche l’uomo politico italiano che ha più legami con ambienti culturali e finanziari degli Stati Uniti. Ed oggi nella sua azione prevalgono questi ultimi. Gli altri due sono i candidati di Carlo De Benedetti. Entrambi hanno un passato politico sfumato o variopinto e quindi sono i candidati ideali per chi vuole un partito che rappresenti in prevalenza la grande finanza e alcune consorterie internazionali incorniciate in una mitologia romantica e caramellosa della politica […..] la politica è cosa diversa da quelle élite economico-finanziarie che da quindici anni tentano di avere nelle mani il governo del Paese. E’ lo stesso establishment di cui parlava qualche giorno fa Ernesto Galli della Loggia, sostenendo che senza di esso non è possibile governare. Giusto, ma è un errore uguale e contrario immaginare che un grande Paese possa essere governato solo da quell’establishment cancellando ogni identità politica. Un tentativo, questo, che arriva da lontano. Da quando nel 1994 tutto l’establishment italiano (i giornali, i sindacati, i magistrati, i grandi imprenditori e le istituzioni finanziarie) [ovviamente, spero che Geronimo le abbia indicate in ordine crescente di importanza per quanto riguarda il potere a loro disposizione; nota mia] sostenne la famosa macchina da guerra [quella “gioiosa”] di Achille Occhetto. Dopo dodici anni di profonde spaccature nel Paese, questi tentativi dovrebbero essere definitivamente messi da parte. E invece no, si continua ad insistere [……] Un’operazione, quella del futuro partito democratico messa sulle spalle degli apparati dirigenti dei Ds e della Margherita senza alcun collegamento con le forze reali presenti nella società italiana. Il primo frutto avvelenato di questa operazione è stato una Finanziaria mostruosa che mette in ginocchio l’Italia tutta […..] Chi è dunque l’assassino che ha scritto.….gli oltre 1300 commi della Finanziaria? Il ‘giardiniere’ Visco, dedito da sempre a coltivare i fiori più strani nel giardino fiscale del Paese o il distinto banchiere posto alla guida dell’economia che in un giallo di Hitchcock sarebbe un perfetto maggiordomo di Palazzo Chigi e quindi il primo sospettato? Parla inglese, è impassibile e riservato e nell’ombra può lui avere assassinato il paese. Ma entrambi negano e allora chi può essere stato? Mistero. E misteriosi sono i veri ispiratori del partito democratico, forze potenti che non si lasciano mai vedere e mai votare e che stanno da tempo producendo macerie e insopportabili disuguaglianze sociali a danno innanzitutto di quel ceto medio che da sempre è l’architrave della nostra democrazia”.

Se facessimo qualche nome di queste misteriose forze economico-finanziarie? Per esempio, Bazoli, Profumo, Montezemolo e l’intero patto di sindacato della Rcs. E magari, dietro (e sopra) di esse, le ben più potenti istituzioni finanziarie americane, tipo la Goldman Sachs e la Morgan Stanley, ecc. E magari potremmo pensare anche alle “consorterie internazionali” tipo la vecchia Trilateral o il sempreverde gruppo Bilderberg (vedere eventualmente in Google). E via dicendo. Starei solo attento a parlare di ceto medio, concetto ambiguo e sviante, che sembra far pensare a chi sta “in mezzo” tra dominanti e dominati; mentre invece, se usiamo la distinzione – generica ma più corretta – di lavoro dipendente (salariato) e lavoro autonomo (spesso in realtà nient’affatto tale, ma comunque non remunerato nella forma del salario), ci avviciniamo al problema poiché entrambi sono suddivisi in molti strati quanto a entità del reddito percepito; e quelli degli strati bassi sono in maggioranza nell’una e nell’altra categoria del lavoro. Tuttavia, la loro divisione, il mettere l’uno contro l’altro, è il metodo più sicuro per dominarli tutti da parte delle consorterie internazionali e dei “misteriosi” (mica tanto!) gruppi di comando dell’establishment italiano, che gioca tutte le sue manovre politiche all’interno del centrosinistra, tra Ds e Margherita, tra Prodi (con l’appoggio della miserabile e lurida “estrema” sinistra italiana) e D’Alema, e con Rutelli e Veltroni in “agitazione”. Peste e colera a chi appoggia ancora questi simildelinquenti. E polmonite fulminante a chi crede di poter scegliere l’altra alternativa. Basta con il “gioco degli specchi” tra destra e sinistra, questi “morti viventi”!

18 dicembre 

GOVERNO CON RISERVA

 

Il governo ha stilato il suo bel patto di stabilità per l’Europa ed ha assicurato alla Commissione Europea che l’anno prossimo il rapporto deficit/pil dell’Italia sarà ben sotto il 3%. 2,8% dicono. Qualcuno potrebbe pensare che i nostri bravi tecnici hanno dati migliori dei nostri per azzardare così rosee previsioni, poiché tutto lascerebbe presagire che le cose non andranno affatto così. Gli Stati Uniti frenano, l’Europa stagna con l’eccezione della Germania (che cresce comunque poco) e noi, invece, saremmo in grado di dimezzare le “difficoltà” e, per giunta, in un solo anno. Ma, a questo punto, da poveri mortali quali siamo, vorremmo capire qual’è l’alchimia (perché di questo si tratta) alla quale stanno ricorrendo. Da dove partirà la rinascita italiana? Quali sono i settori che si riveleranno trainanti per la nostra economia? Cosa farà crescere così tanto il Pil (oppure aumenterà ancora il gettito? O passeranno all’annunciato taglio delle spese?) da mangiarsi metà del deficit? Sarà forse il “fare sistema” montezemoliano che darà i suoi buoni frutti? Manco per niente! L’Italia ridurrà il proprio deficit semplicemente grazie ad un artificio contabile. Il governo, difatti, si è creato una riserva rinveniente dai maggiori introiti del gettito fiscale che tiene ben nascosta e che verrà fuori solo all’occorrenza. Nel patto di stabilità summenzionato si dice che attualmente siamo intorno ad un 5,7% di rapporto deficit/pil (tale valore elevato è da imputarsi, secondo loro, al rimborso Iva delle auto imposto dalla Commissione Europea) e risultiamo fuori dai parametri di Maastricht di ben 2,7 punti percentuali. Quindi secondo le loro previsioni, l’anno prossimo dovremmo trovarci con un deficit dimezzato grazie a…cosa? La crescita non c’è, l’economia è completamente ingessata, il “piccolo è bello” dei “distretti industriali integrati” è ritornato ad essere spazzatura letteraria di serie B, alla favola delle Medie Imprese (nuova specificità italiana) credono solo gli allocchi. E allora? Allora ancora una volta ci prendono per il culo. Se la torta del Pil crescerà tra lo 0,8 e 1,7% (volendo essere larghi di maniche), come da previsioni spiattellate su tutti i giornali economici, da dove verranno gli altri soldi? Naturalmente dalla riserva di cui sopra. E così il governo Prodi fa un nuovo miracolo italiano. Dopo aver sentenziato contro il truffatore Berlusconi che prometteva milioni di posti di lavoro agisce, se possibile, ancora più subdolamente di questo. E lo fa con stile. Non è così populista come il cavaliere nero, il professore usa numeri e dati virtuosamente combinati grazie alla connivenza di “Istituti di Manipolazione Autorizzata” (vedi l’ISTAT). Vogliono costringerci a maggiori sacrifici anche quando non ce n’è impellente bisogno. Il tutto perché c’è qualcun altro da accontentare, quei burattinai che La Grassa ha ben definito GFeID (Grande Finanza e Impresa Decotta). Persino quei campioni di tecnici che siedono alla BCE hanno dato il loro imprimatur alla manovra del governo di centro-sinistra. E come non farlo del resto, servi come sono, sia gli uni che gli altri, del padrone americano. C’è la linea (dettata dalla finanza americana) da seguire e non si va fuori di un solo millimetro.

Ma non tutti dormono, il malumore comincia a serpeggiare copioso e Prodi si becca pure sonori fischi nella grassa Bologna.  Speriamo che questi mormorii estemporanei si tramutino presto in un’ondata di malcontento irrefrenabile atta a spazzare via questi furfanti, i quali, come ha fatto involontariamente notare Galli della Loggia, hanno dalla loro parte tutto il salotto buono, gli intellettuali di regime e i nani e le ballerine del mondo dello spettacolo. Chapeau a voi.

PENSIONI AD UNA "STELLA" (di M. Tozzato)

Sul Corriere Economia dell’11 dicembre 2006 è apparso un articolo firmato Luigi Maggi che riassume abbastanza bene i  diversi temi che sono in gioco nel dibattito sulla riforma previdenziale. Naturalmente il primo  punto, che è quello più dibattuto in questo momento, concerne l’età anagrafica minima per il pensionamento. In effetti l’innalzamento a 60 anni (dai 57 attuali) previsto a partire dal 1° gennaio 2008 potrebbe risultare diluito in due o tre anni, però  questa questione, cruciale per chi si trova vicino al raggiungimento dei requisiti per la messa in quiescenza, viene forse eccessivamente enfatizzata, considerando che per la totalità dei lavoratori la problematica dell’importo delle future pensioni, e quindi dei tempi in cui il loro ridimensionamento risulterà particolarmente gravoso per il livello generale del tenore di vita del lavoro dipendente e del piccolo lavoro autonomo, appare evidentemente più decisivo. La legge delega del 2004 aveva caricato, in considerazione anche della prevista imminente stesura del decreto legislativo, di particolare significato la scadenza di fine anno 2007. Con una certa  rassegnazione si dava già per scontato fin da allora che il passaggio anticipato al calcolo contributivo avrebbe costretto tutti i lavoratori, sotto una certa anzianità lavorativa, ad aderire ai fondi pensione e comunque per usufruire di un assegno decente da parte della previdenza pubblica a  lavorare per 40 anni e quindi fino ad un età superiore ai 60. La maggior parte delle persone che potrebbe capitarmi di incontrare mi direbbe, ne sono certo, che le cose effettivamente stanno proprio così ; probabilmente invece sono necessarie alcune precisazioni. La prima osservazione da fare è che la grande bastonata non ce l’hanno ancora data e dovrebbe invece arrivare proprio nell’anno che sta per iniziare. Scrive infatti Maggi che l’introduzione del calcolo con il<<metodo contributivo […] è stata sì prevista dalla riforma Dini, ma in via graduale e solo a partire dal 2017 (col sistema “misto”, in parte ancora retributivo ma scemante, in parte contributivo via via prevalente) fino a soppiantare totalmente il retributivo solo dal 2035>>. Per coloro che andranno in pensione prima <<il metodo di determinazione della pensione è rimasto quello retributivo. […] Un criterio di calcolo vantaggioso, che prescinde dall’età in cui si decide di smettere. E’ per questo che, visto il progressivo allungamento della vita media, il legislatore chiede di elevare l’età minima di pensionamento.>> L’innalzamento previsto a breve dell’età pensionabile, a quanto sembra, quindi, servirà a posticipare per molti l’uscita dal mondo lavorativo ma non inciderà per i prossimi anni in maniera significativa sulla spesa pensionistica influenzando in maniera negativa anche il decollo dei fondi pensione. Di conseguenza Maggi afferma: <<L’unico modo per uscirne sarebbe dunque quello di passare al più presto al contributivo. Ma poiché non è pensabile un passaggio sic et sempliciter al “contributivo puro” si potrebbe nel frattempo……>>

A questo punto l’autore dell’articolo, che evidentemente è un esperto, inizia ad ipotizzare soluzioni che accelerino il processo ma sempre attraverso un sistema in cui si  <<stempererebbe l’impatto con il passaggio al sistema misto e ancor più al contributivo puro.>> L’attuale governo, i “sindacati di Stato”, questi ultimi particolarmente attirati dalla possibilità di gestire cospicui fondi pensione di diverse categorie lavorative, oltre che ovviamente la GFeID (Grande Finanza e Industria Decotta NDR), hanno sicuramente un progetto molto preciso in mente, ci hanno già scippato il TFR e hanno intenzione di farci andare in giro in pantaloncini corti e in maglietta di cotone anche d’inverno (cosa che sembra sia capitata anche a mio padre subito dopo la guerra, ma lui aveva una salute e un fisico di ferro….); con quali risorse i lavoratori italiani si preparano a difendersi dall’offensiva che verrà sferrata contro di loro nei prossimi mesi ? Se qualcuno si fa qualche illusione ce lo dica.

 

 

Mauro Tozzato                        13.12.2006     

IL GATTO E LA VOLPE (di G. La Grassa)

 

il_gatto_e_la_volpePubblichiamo sul blog (cliccare a fianco) un lungo articolo di Gianfranco La Grassa che ricostruisce le alleanze tra gruppi politici di governo e Grande Finanza sub(dominante)/Impresa Decotta della passata rivoluzione industriale, nell’attuale scenario politico-economico italiano. Ovviamente, non si tratta ancora di alleanze omogenee tra poteri politici e finanziari (bancari e industriali), poiché, in questa fase, i maggiori gruppi di comando sono ancora alla ricerca di un consolidamento (sempre sotto la protezione dell’ “ombrello” americano) che, pur senza urtare gli interessi fondamentali della superpotenza d’oltreatlantico, consenta loro di drenare le scarne risorse del nostro sistema-paese e, al contempo, sia in grado di garantire un maggiore controllo delle contraddizioni tra blocchi sociali che vanno emergono quotidianamente sotto i "colpi" della stagnazione economica. Per questo, in questa congiuntura, si assiste ad un continuo sfaldamento con nuovo intreccio di alleanze e cointeressenze tra i poteri suddetti, la cui trasversalità rende difficile un’analisi chiarificatrice. Dal lato politico, i gruppi più attivi nel loro servilismo pro-finanza sono quelli legati al Capo del Governo da un lato (Bazoli-Salza) e quelli legati, invece, al Ministro degli Esteri dall’altro (invero quest’ultimo fronte è ancora poco delineato e potrebbe ricomprendere una certa finanza rossa, e poi danno da pensare le aperture di D’Alema a Tronchetti ed un possibile ruolo che potrebbe assumere il “silenzioso” Profumo in funzione anti-bazoliana ecc.). La situazione è ancora piuttosto torbida, ma come sempre La Grassa ci fornisce un ventaglio di ipotesi che stimola la riflessione.

 

INTERVENTO DI GIANFRANCO LA GRASSA IN MERITO AL CONTRIBUTO DI MAURO TOZZATO

1.

Caro Mauro,

il testo che mi invii (dicendo che in esso vi è una implicita critica a certe tesi mie) è molto ben scritto e mi sembra maturo; però sai che tratta di cose che capisco poco. Fra l’altro nemmeno comprendo dove sia la critica a me (solo sulla questione della natura umana?).

Faccio dunque alcune obiezioni marginali al tuo scritto, ma per me non irrilevanti in altro contesto.

1) Non credo che Preve ed io possiamo essere messi sullo stesso piano degli altri che citi assieme a noi; sono troppo grandi per noi.

2) Per quanto mi riguarda, non mi sento "illuminato"; onestamente non capisco in che senso tu lo dica. Nemmeno Marx è a mio avviso un "illuminato", visto che certo non si poneva come profeta o giù di lì (come vedi ho una concezione molto ristretta della "illuminazione"; ad es. uno scienziato non è "illuminato" da alcunché).

3) Mi sembra strano citare Marx assieme a Gesù Cristo e agli altri. Senz’altro Marx può non essere trattato da semplice scienziato (pur se credo che lui si ritenesse soprattutto tale), ma non riesco egualmente a collocarlo, neanche di striscio, nel pensiero mistico-religioso e "profetico". Che alcuni marxisti – mettiamo un Bloch o qualche altro – l’abbiano in parte utilizzato per "principi speranza" e questioni del genere, lo considero un almeno parziale fraintendimento e svisamento del pensiero marxiano.

4) Non contesto a nessuno il diritto di parlare di genere umano o di Uomo, ecc. ; nemmeno contesto – anzi apprezzo ancora di più – chi rimugina intorno a Dio. Sono pensieri estremamente umani da sempre, credo anche prima dell’homo sapiens. Contesto al filosofo "umanista" di capire qualcosa di come procede lo scienziato, anche quello delle scienze sociali. Nella prefazione a Il Capitale si dice che "qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista…..può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi".

Quindi l’uomo (singolo) concreto, quello reale, non si riduce ai soli rapporti sociali (questo significa la possibilità di elevarsi al di sopra di essi); ma Marx, nella sua trattazione scientifica, tratta gli individui in quanto punti di snodo (o incrocio) della fitta rete di rapporti sociali, considerati nella tramatura (di classe) da lui scelta per rappresentare adeguatamente la società a modo di produzione capitalistico (che non è la società empirica, complessa, ecc.). Quando la teoria neoclassica fa l’ipotesi dell’homo oeconomicus, è ridicola la critica del suddetto "umanista" che inorridisce perché l’uomo (concreto) non ha sole motivazioni economiche né è puramente razionale in tema di minimizzazione dei mezzi impiegati per un dato risultato (massimo di produzione o massimo di soddisfacimento dei propri bisogni). Questo lo sapevano benissimo Walras, Marshall, Schumpeter, Böhm-Bawerk, Keynes e tutti gli altri grandi economisti delle classi dominanti capitalistiche. Non è questa la critica da rivolgere ai neoclassici dal punto di vista della società a modo di produzione capitalistico, tesi formulata da Marx pur sempre in base alla considerazione degli individui (situati in classi diverse) non come uomini empiricamente esistenti, bensì come "maschere" di rapporti sociali, soggettivazione (solo teorica) di funzioni e ruoli tipici di questo modo di produzione.

Il filosofo umanista, che pretende di cacciare subito l’uomo concreto dentro l’analisi sociale, è semplicemente un gran pasticcione e consegue il solo risultato di parlare a vanvera di tanti "buoni sentimenti umani", di sorti future e imprecisate dell’Umanità, senza capire molto delle tendenze in atto nella società in cui vive, e di come affrontarle politicamente.

Spero sia infine chiaro la “natura” del mio "antiumanismo" (puramente in sede teorica), su cui ad esempio Preve continua a “brontolare” senza in sostanza comprendere il modo in cui io – come qualsiasi scienziato (e come Marx, ne sono convinto) – pongo il problema soltanto al fine di analizzare e fare ipotesi sulle tendenze in atto nell’epoca contemporanea.

Comunque, avremo modo di chiacchierare in merito (ma distinguendo la scienza dalla filosofia e ancor più dalla profezia mistica).

 

2.

Caro Mauro,

a scanso di equivoci, aggiungo poche altre considerazioni, che richiederebbero però una discussione molto ampia, qui impossibile. Fare politica non equivale a fare scienza. Tuttavia, la politica dovrebbe servirsi di quest’ultima per analizzare (sempre mediante ipotesi, da aggiustare via via) il campo in cui si agisce, la struttura e disposizione delle "forze" in campo, ecc. Una politica che solo si basa sulla "pratica conoscenza" degli uomini (concreti) diventa politicantismo, adeguamento al tran tran quotidiano del cosiddetto uomo comune o medio; diventa poi, in realtà, tentativo di influenzare e orientare tale uomo comune a comportarsi come vuole chi fa politica (per conto di certi interessi dominanti). La "grande visione" politica, la strategia di ampio periodo (anche quella dei dominanti, se hanno interessi di carattere strategico e non limitati alle piccole e meschine "beghe" di gruppi che guardano solo ai prossimi mesi o a pochi anni), non può non servirsi di congrue analisi scientifiche circa il "movimento della società", analisi che esigono ipotesi fatte in base a quadri categoriali ben definiti e precisi (ipotesi quindi sempre rivedibili quando necessario).

Tuttavia, è certo che la scienza serve di base, ma l’azione politica non può esaurirsi in essa. Ed è poco utile usare la magica parolina "dialettica" per dire che politica e scienza debbono essere intrecciate, strettamente unite, quasi sintetizzate insieme. Si fanno solo ulteriori pasticci. Gli scienziati facciano il loro mestiere, e i politici (quelli grandi) il loro; in casi singoli può sussistere l’un aspetto e l’altro nel medesimo individuo, ma è come se egli si scindesse in due (Lenin è un buon esempio di questo fatto; ed è ben separato, in molti casi perfino temporalmente, il Lenin che faceva teoria da quello che si immetteva nell’agone). E’ altrettanto utile, ad es., scindere l’azione del management guidata dalla razionalità strumentale (per semplificare diciamo quella che mira al massimo profitto) e il modo di operare degli agenti imprenditoriali strategici, che debbono senza dubbio tener conto della suddetta attività manageriale, usando però una razionalità diversa e non semplicemente retta dal principio del minimax. Ancora: è bene che siano separate l’azione degli agenti economico-imprenditoriali e quella degli agenti nella sfera più propriamente politica (ecco perché si critica chi amministra un paese come fosse una azienda). Le diverse attività vanno tenute possibilmente insieme, non dovrebbero mettersi in contrasto fra di loro; tuttavia tra di esse vi è interazione e non dialettica (a meno che non si riduca questa, come fece Lenin a mio avviso fraintendendola, a quella). Secondo la mia opinione, tra politica e scienza della società (e tra razionalità strumentale e strategica, tra azione economico-imprenditoriale e azione politica) sussiste costante tensione; ma cavarsela dicendo che questa viene poi "sorpassata" in una sintesi "a più alto livello" è un puro gioco verbale; la tensione sussiste costantemente e non si fa addomesticare dalle parole. L’uomo, quello concreto e individuale (non l’Uomo), continuerà ad agire dibattendosi tra questi vari corni del dilemma, sempre in tensione e urto fra di loro, difficilmente ricomposti a "più alto livello". Va be’, per il momento sospendiamo.  

 

TRA TEORIA E PRASSI (di M. Tozzato)

I Greci antichi (ripresi dalla Arendt) distinguevano tra prassi (morale e politica) e poiesi (fare, produrre); la teoria e la pratica (poietica) quando sono orientati in senso morale e/o politico divengono prassi, perciò la “pratica teorica” di Althusser era prassi al contrario delle filosofie di Severino e Bodei (a meno di non intendere la “politicità” in un senso talmente ampio da togliere ogni significato a questo concetto). Ma il rapporto tra teoria (scientifica) e pratica (poietica) può valere in termini immediati solo per chi padroneggia gli strumenti di analisi in maniera piena, per chi cioè ha raggiunto “l’illuminazione”: Gesù di Nazareth, Sakyamuni, Kong-zi, Lao-zi, Muhammad, Marx, La Grassa, Preve ecc.. Per i comuni mortali, per la “massa” (seppure divisa in gruppi) sono necessarie alcune mediazioni di carattere simbolico o che mettano in gioco elementi affettivi, emotivi, che facciano leva su messaggi semplificati, che utilizzino quelle che vengono chiamate “dottrine”, “ideologie”, “costruzioni mitopoietiche” e altro. Si utilizza la riflessione filosofica per rapportarsi ai diversi livelli di coscienza che sono presenti nelle storie delle vite individuali come nella storia della società intesa come historia rerum gestarum   o storiografia. Ho scoperto l’ “acqua calda” ?! E in effetti molti anni fa, in maniera forse un pochino complicata, Giorgio Hegel ci ha mostrato nella Fenomenologia dello Spirito un modo di affrontare questo problema e nella sua esposizione sistematica dello “Spirito” abbiamo potuto vedere la potenza materiale dell’economico, del politico e delle strutture che a partire da queste potenze si formano nell’intreccio con le costruzioni intenzionali, i fini, i bisogni, i desideri e i valori che gli esseri umani scoprono e si danno per rapportarsi gli uni agli altri. Nella misura in cui il “principio di individuazione” raggiunge nella formazione sociale capitalistica il suo massimo punto di sviluppo, il livello massimo di atomizzazione sociale,  mi pare che, inoltre, affermare qualcosa che non significa nulla per chi osservi esclusivamente la metodologia delle scienze sociali (quelle non  fondate però sulla matematizzazione di un inesistente equilibrio generale o parziale ma su relazioni tra simili-opposti in conflitto [negazione determinata]) ovvero che apparteniamo ad un unico genere umano in senso biologico e probabilmente linguistico-cognitivo (Chomsky,1973) e che quindi abbia senso discorrere, certo in maniera sobria, di “natura umana” non mi sembra tanto fuori luogo, oserei dire anzi che risulterebbe perfino opportuno. 

 

Mauro Tozzato                        11.12.2006

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