I BORGHESI BUONI

 A sentir parlare Bertinotti, nell’intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera, non si sa se pisciarsi sotto dalle risate o piangere dalla rabbia. Il parolaio rosso, come al solito, parla troppo ma da quando ricopre un importante ruolo istituzionale parla con la voce delle “illustrissime” istituzioni che, come tutti sanno, sono la nuova via per il comunismo. Ebbene, è in nome delle istituzioni che il Comunista par excellence in(Fausto), ritiene che sull’ Afghanistan non si possa rischiare di far cadere il governo delle “sinistve”, perché, a suo dire, il popolo della sinistra non lo capirebbe. Il popolo della sinistra richiede a gran voce cinque anni di governo per risanare il Paese. Come? Per risanare il paese? Il subcomandante Bertinotti sceso dalla montagna si è già dimenticato che in campagna elettorale non si parlava di risanare il paese ma di intervenire contro le guerre imperialistiche volute dagli Usa e nelle quali l’Italia si era fatta trascinare. Non si parlava di liberalizzazione delle professioni ma di smantellamento delle Legge 30 che ha precarizzato i rapporti di lavoro tanto che si deve parlar inglese per non farci capire niente a nessuno (job sharing, job on call, ecc. ecc.).

Ma Bertinotti ha sposato in pieno la causa di Draghi e Padoa-Schioppa e si è unito al coro di chi promette una fase di momentanea stretta della cinghia per successive fasi di ripresina e conti a posto. E come si può realizzare tutto ciò? Semplice basta rafforzare una sana , robusta e servile alleanza con quei "borghesi buoni" che «hanno capito che è il momento di dare loro un contributo, perché non si possono chiedere solo sacrifici agli altri». E chi sarebbero questi borghesi buoni, filantropi e sostenitori del proletariato italiano? Bertinotti cita Marchionne, Ad di Fiat e “compare” di Montezemolo. No, non avete letto male Bertinotti propone un’alleanza strategica con il primo "dipendente" di uno dei maggiori responsabili del saccheggio avvenuto in questi anni ai danni del paese, Bertinotti definisce l’Ad di Fiat un generoso sostenitore dello sviluppo per il bene di tutti gli italiani.

 

E quando parla di borghesi Bertinotti dice: “penso a una borghesia che abbia il senso di sé e del suo ruolo”. In pratica l’infausto comunista pensa ad una classe sociale che non esiste più da tempo, a quella borghesia illuminata, la cui falsa coscienza necessaria, permetteva ancora di pensare a sè stessa come classe universalistica che aveva una missione emancipatrice da compiere.

Dopo lo spostamento dell’asse egemonico/imperialistico dall’Inghilterra agli Stati Uniti (che ha portato quest’ultimo paese ad essere il controllore armato del mondo) esiste una diversa formazione economico-sociale impropriamente chiamata dei “funzionari del capitale” e che non ha assolutamente nulla a che vedere con la borghesia della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza di un tempo. Ma Bertinotti non ha proprio più pudore, accecato com’è dal narcisismo, arriva persino a commemorare il gotha della Goldman Sachs in Italia. Di Draghi dice:”il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi parla con un linguaggio che da un punto di vista delle politiche economiche generali mi trova lontanissimo ma dentro cui leggo la spina dorsale di un discorso che si scontra con tutti gli elementi di complicità con i fenomeni degenerativi e anzi propone quasi un’etica protestante”. Di Padoa-Schioppa dice: “Ho anche apprezzato la parte del discorso del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa all’assemblea dell’Abi dedicata alle corporazioni: ne ha assunto le valenze positive, in quanto però siano in grado di autodisciplinarsi come elementi di selezione dei fattori innovativi e dinamici. Ecco, questi sono casi in cui mi pare di vedere delle tracce, di un emergere di fattori nuovi”.

Insomma lui starebbe dalla parte di quelle classi dirigenti e imprenditoriali “che si pongono il problema del loro concorso a questa grande operazione (crescita e risanamento N.D.R.) in modo diverso dal ventennio precedente.

Chi ancora concedeva la buona fede a questi personaggi può fugare ogni sua perplessità. Buonanotte compagni.

  LA FATTORIA DEGLI ANIMALI


Speriamo che non si sia persa la buona abitudine di leggere i quotidiani di quelli che, una volta, venivano definiti i nemici della Classe. Oggi c’è davvero da sedersi e godersi la succulenta lettera di Cossiga (un nemico d’altri tempi e anche di questi), pubblicata da “Libero” in prima e seconda pagina, ad Armando Spataro, magistrato che sta indagando sul ruolo del SISMI nell’affaire Abu Omar (e non è certo un caso che sia Libero a pubblicare la difesa ad oltranza dei Servizi Segreti da parte di Kossiga). Verrebbe voglia di riportare per intero l’articolo, giusto per far capire di che cosa si tratta, ma ci limiteremo ad alcune affermazioni di Cossiga che svelano retroscena incredibili dei rapporti tra politica e servizi segreti (che non erano affatto deviati quanto pienamente agenti secondo precise “regole d’ingaggio”). Per esempio, citiamo testualmente: “ Quando i terroristi palestinesi tentarono – con missili terra-aria piazzati nei dintorni all’Aeroporto di Fiumicino – di abbattere un aeromobile civile israeliano dell’El-Al e furono arrestati, Moro (l’insigne statista divenuto tale solo in seguito al martirio imposto dalle BR N.D.R.) intervenne personalmente sul presidente del tribunale con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria”. Qui poi, da quello che dice Cossiga, intervennero uomini del SID che si premurarono di riportare i palestinesi a casa a bordo di un DC3 e senza troppo clamore. Cossiga va oltre sostenendo che la struttura che normalmente utilizzava quei mezzi era Gladio(“Mamma mia, Gladio!” questa è la sua chiosa alla fine del racconto per turlupinare l’ “ingenuo” Spataro). Gli Israeliani non furono contenti e poi quel DC3 lo fecero saltare in aria, giusto per ristabilire la parità. Come a dire che i servizi segreti fanno un po’ come i bambini e non accettano di essere gabbati senza almeno sputacchiare l’amichetto di gioco. Spataro già a questo punto dovrebbe intendere e se non fosse per il dilettantismo e la marcescenza di questa classe politica, probabilmente lui starebbe ad indagare qualche caso di abigeato, a meno di non voler restare inoperoso o andare in pensione anzitempo (del resto, nemmeno Cossiga parlerebbe così se ci fosse una classe politica seria o un tribunale popolare senza premura per la prescrizione dei reati).

Cossiga ricorda, inoltre, di un altro episodio quando fu arrestato il capo del SID. Moro ancora una volta lo chiamò (dimostrando il suo vero volto) e gli chiese di esprimere la propria solidarietà alla famiglia dell’agente (un po’ come ha fatto con Mancini del SISMI) poi, l’allora giovane Ministro Cossiga, si recò in carcere per dare istruzione allo 007 su ciò che doveva o non doveva dire al magistrato che lo avrebbe interrogato(sicuramente quello che ha fatto anche con Mancini del SISMI).

Cossiga non si ferma qui e va avanti con i racconti (alla fine inviterà Spataro ad ingoiare questo boccone amaro perché tanto gli eventuali reati sono tutti prescritti). Parla di presunti estremisti di sinistra arrestati per strada dopo aver fatto scivolare nelle loro tasche bustine di droga. Una volta in caserma i malcapitati capivano che non gli sarebbero state fatte domande sul narcotrafficante colombiano Escobar ma sull’universo del “terrore” di sinistra che agitava quegli anni inquieti. Così si arrestavano i sovversivi e si sgominavano i gruppuscoli sediziosi di destra e di sinistra (i quali, ovviamente, non raccontavano quanto avevano subito perché il loro silenzio equivaleva ad uno sconto di pena). Insomma Spataro è avvisato (e minacciato) e non lo salveranno i girotondi prolegalità buoni solo a mostrare un’indignazione moralistica e perbenista da film morettino, almeno da quello che ammonisce Cossiga.

Ma ciò che sicuramente deve invitare ad una riflessione più penetrante è proprio il ruolo giocato dalla sinistra oggi di fronte a tali eventi. La situazione è davvero delle più putride e maleodoranti. Il governo per bocca dei suoi più insigni rappresentanti, svela tutta la sua pochezza politica e di fronte al bombardamento di Beirut da parte israeliana, parla di reazione spropositata. Quasi a dire che gli israeliani hanno ragione ma così non si fa, non rientra nella posizione del politicamente corretto che dovrebbe animare le relazioni internazionali. Cioè non si può fare come Zidane che per “innocui” apprezzamenti sulle donne di casa sfonda il petto dell’avversario con una testata. Ecco come si fa per non prendere una posizione netta, ecco come si galleggia sulle merda altrui e sulla propria incompetenza, altrimenti che cosa potrebbero pensare il padrone americano e il suo alleato sionista? E gli elettori pacifisti di sinistra?

La sinistra sta dimostrando tutta la sua inettitudine mentre s’appresta a far la fine della repubblica di Weimar, senza nemmeno avere la tensione ideale che aveva animato gli inizi di quella esperienza e che, è bene non dimenticarlo, alla fine ha spalancato, con la sua corruzione, la via al nazionalismo più becero costato la vita a migliaia di proletari. Della destra sapevamo tutti, il suo americanismo da bancarella e il suo servilismo parossistico, oltre alla sua rozzezza culturale, non può sorprendere più nessuno, del resto la CDL è in pieno sfaldamento e i centristi (compresi alcuni settori di An e FI) si preparano al salto della quaglia nell’altro schieramento. Ma la sinistra? Il governo fa le capriole, anche linguistiche (vedi quell’aborto concettuale che è l’ “equivicinanza”), fa finta di rompersi sul rifinanziamento delle missioni in Irak e Afghanistan e fa il gioco delle parti sul ritiro immediato dei contingenti italiani dagli scenari di guerra ( “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…”). Ma siccome al ridicolo non c’è mai limite, i sinistri propongono di eliminare il codice di guerra per la missione in Afghanistan e di applicare il codice penale militare di pace, ovvero siccome siamo pacifisti lasciamo che i nostri militari possano morire “in pace” tanto la guerra è solo uno stato della mente, basta non volerla e come d’incanto essa sparisce.

Al governo dei maiali è succeduto quello dei conigli. Verrebbe quasi la voglia di ripristinare la scomoda alleanza tra i porci e il signor Jones. Chi ha orecchie per intendere intenda…

NOTE LAMPO (di Gianfranco La Grassa)

Il centro-destra è in via di sbriciolamento o come minimo di profonda crisi e ristrutturazione che andrà accelerando dopo l’estate. L’UDC accentuerà il suo spostamento verso l’altro schieramento, sperando ovviamente nell’operazione “grande centro” se non proprio subito quella che insiste sul partito democratico. Innanzitutto, comincerà a staccarsi il duo Follini-Tabacci, notoriamente molto “sensibile” alle sirene di quel gruppo finanziario (e industria decotta in cerca di sussidi statali) che appoggia il centrosinistra con l’ammiraglia Corsera in testa, e poi Repubblica, Stampa, Sole24ore, ecc.

AN è pure in crisi; e Alemanno in specie è molto ricettivo rispetto al gruppo economico appena nominato. La LEGA è allo sbando, con Maroni che punta ad accordi con il centrosinistra (contando soprattutto su D’Alema), altri che non hanno alcun senso di orientamento, Bossi non più in grado – almeno sembra – di riuscire a tenere unita una banda di “sbandati”. Quanto a FI, ha un solo capo e tanti galletti o di scarso affidamento o qualcuno dotato di maggiori capacità ma non in grado di controllare il “capo”, il cui valore è solo montato dallo schieramento avverso per tenersi unito pur nel completo disaccordo di tanti gruppettini. Una delle più gravi, e anche pericolose, mistificazioni ideologiche degli ultimi 12 anni – e che dimostra chi ha sempre avuto la prevalenza massmediatica, malgrado le gran balle raccontate sulle TV tutte di Berlusconi – è quella che indicava in quest’ultimo un Mussolini in doppiopetto. Solo i cretini possono pensare che il capo fascista fosse uno sciocco e vanesio, esattamente come lo è invece il suo preteso (dalla sinistra) surrogato. E poi l’ultima “ciliegina”: mi sembra che anche il “tecnico” di principale riferimento della fu CDL, al secolo Tremonti, faccia discorsi “strani”, si prepari a qualche “saltino”, si dimostri sensibile all’idea della grande coalizione, del centrismo vincente (non tanto facilmente a mio avviso); in definitiva, vuol restare nei giochi dell’establishment finanziario-industriale oggi in attività per sfruttare l’Italia.

L’unico vero pericolo di regime (e che regime!) è quello che stanno adesso tentando di instaurare gli attuali governanti; anche l’ultima pantomima sui servizi segreti – deviati, fedeli; no, in parte deviati ma cui dare sostanziale fiducia; il loro capo non poteva non sapere, ma no era invece in fondo ignaro, ecc. ecc. – serve per preparare una loro completa ristrutturazione alle strette dipendenze di quei settori del centrosinistra in pieno accordo con il gruppo finanziario-industriale di cui sopra, che attueranno una politica in grado di ottenere la convinta, pur se meno conclamata, fiducia americana: quella di Bush (con qualche mugugno) e poi quella del dopo-Bush, magari caratterizzata da un po’ meno di bastone e da un po’ più di carota.

Che il centrodestra si sfarini va nella sostanza bene; anche perché è fatto di veri scemi, ignoranti, furfantelli, a mio avviso meno pericolosi degli altri ma del tutto irritanti per il loro filoamericanismo e filosionismo che superano i limiti della tollerabilità “umana”. Però, è inaccettabile che si dichiari ancor oggi l’altro schieramento un po’ migliore o il “meno peggio”. Basta con queste menzogne. Si ha a che fare con forze politiche piene zeppe di personaggi pericolosissimi, cattivi, in perfetta mala fede, pervertitori di ogni pur minima “verità”, scandalosamente privi di valori, cinici (da bar oltretutto), marci fino al buco del c…. I sinistri sono una vera degenerazione del DNA, una malattia (e non semplicemente dell’“anima”).

Sappiamo bene che anch’essi sono una “Armata Brancaleone” e questo ci dà qualche speranza per l’avvenire. Ma non si deve abbassare la guardia nei loro confronti. Basta vedere come tentano di appropriarsi – e con quanta goffaggine per la verità – della vittoria calcistica. Le loro affermazioni rasentano il ridicolo; la Melandri è scatenata in mezzo ai giocatori (“bei fusti”?); il parroco di campagna (e grande esperto di sedute spiritiche, che questa volta non gli avevano però preannunciato il successo) bofonchia impacciato di “orgoglio nazionale” assieme all’umbertino Presidente della Repubblica (che ha certo uno stile più signorile nel farlo); il “grande tecnico” dell’economia – sulla intelligenza del quale (e di quella dei suoi boriosi vice) avevo già serie perplessità – annuncia aumenti del PIL grazie al meraviglioso calcio azzurro, in ciò coadiuvato da famose società di rating, quelle stesse che garantivano della solidità della Cirio e della Parmalat 4-5 mesi prima del loro crac (l’unica a mostrare perplessità sulle taumaturgiche virtù del nostro “sport preferito” è la JP Morgan; onore al merito!).

E’ uno spettacolo che ha certo valenze comiche di rilievo; tuttavia, nella sostanza, è una farsa tragica, perché può prepararci un futuro assai poco radioso. Non prendiamoli sottogamba. Abbiamo a che fare con il peggior ceto politico di sempre, e con una “schiuma” intellettuale di una “leggerezza” mortale. E’ impensabile dove potrebbero portarci, perché non esistono precedenti storici di simile bassezza, cui appellarci per qualche previsione di massima; navighiamo a vista, depredati e irrisi, e dobbiamo andare a tentoni. Nemmeno mi sogno di dare ad altri certezze; ho delle convinzioni, come tutti, ma so che bisogna stare bene all’erta e saperle modificare alla bisogna. Più che ipotesi non possiamo, secondo me, formulare. L’unica cosa di cui mi sento certo è che questo nostro centrosinistra (politico e culturale) è realmente molto pericoloso (naturalmente per il gruppo di potere che ha alle spalle), fatta sempre salva la “base” che, “per definizione”, è “ingannata”. Accettiamo questo postulato e …. “raccomandiamoci l’anima a Dio” (cui personalmente non credo, ma si dice così).

E’ vero che ci sono settori, di seguaci ma anche qualche raro parlamentare, della sinistra che si oppongono ai peggiori misfatti: ad es. in politica estera, sull’uso delle nostre truppe in vari teatri di guerra. Tuttavia, pur non mettendo in dubbio la buona fede (fino a prova contraria), credo poco alle prospettive di un pacifismo generico, senza sbocchi né comprensione delle strategie di chi si sta muovendo sullo scacchiere: innanzitutto nazionale e poi globale. Senza cadere nel banale economicismo, è comunque indispensabile comprendere gli interessi complessivi in gioco; quelli geopolitici e poi quelli più grettamente nostrani, relativi ad un ristretto e parassitario insieme di gruppetti dominanti, per fortuna in sorda, e speriamo crescente, lite sugli assetti futuri.  

L’unica posizione che mi sento di assumere è l’invito a smetterla con le varie invidiuzze di gruppetti, a smetterla ancora di più con il suddetto “meno peggio”. Accettato il principio che la destra non è assolutamente il nostro orizzonte, e che siamo lietissimi del suo sbriciolamento, dobbiamo renderci conto che non c’è mai stata, credo in nessuna parte del mondo e in nessuna epoca, una sinistra (lo ripeto: politica e culturale, esclusa per definizione “la base”) così disastrosa, succube di dominanti tanto inetti e parassitari; e subordinati a quelli USA. E’ necessario riunire tutto il raggruppabile nell’ambito di coloro che hanno smesso di pensare che si deve stare insieme per battere Berlusca, che hanno capito da quale parte sta arrivando il reale tentativo di regime totalizzante (da 1984 di Orwell), che hanno individuato chi grida al lupo perché è lui il lupo.

Credo sia anche necessario abbandonare i troppo “buoni sentimenti”, che spesso ottundono le nostre capacità di analisi e di critica della situazione odierna. Adesso non mi metto a disquisire sulle possibili linee direttrici di quest’ultima, su cui del resto mi sono espresso più volte e che ho consegnato ad una operetta globale che speriamo riesca ad essere pubblicata (non sarà facile dato il dominio della ghenga culturale di sinistra). L’importante è intanto mettere termine agli indugi; e puntare veramente ad una nuova impostazione critica, seguendo con attenzione i fatti importanti, non le questioni marginali su cui verte la stampa, la TV e la pubblicistica onde distogliere la nostra attenzione.

Come “gocce d’acqua” continuiamo la nostra opera critica; e sondiamo tutto l’arco sociale per vedere chi sarà più sensibile ed accorto nel capire in quale cloaca stiamo navigando. Credo che molti sedicenti “qualunquisti” (sempre più numerosi) si dimostreranno alla fine meno stupidi di tanti “sinistri”, che ormai vogliono credere per fede o per semplice antipatia di appartenenza ad una presunta élite di individui più colti e morali degli altri; in realtà assai più sciocchi, fatui, irresponsabili, pieni di sé e della propria superficialità e ignoranza politica.

 

12-7-06  

IL NEMICO ALLE PORTE

Dalla vicenda delle liberalizzazioni si evince quanto, in realtà, il gran parlare del mercato, delle sue capacità di generare equilibri virtuosi, della competitività tesa  all’abbassamento dei costi (dagli enunciati di Smith a quelli di Ricardo insomma), siano aspetti di una giustificazione ideologica che hanno lo scopo di stringere la morsa contro alcuni blocchi sociali. Ancora una volta vale la massima per cui la gran parte delle spiegazioni sul mondo sono giustificazioni. Quando però ad essere toccati sono strati più o meno privilegiati della società si alzano barriere corporative, si denuncia che la competitività è l’anticamera dei cartelli e che, alla fine, i servizi peggiorano invece di migliorare. Si prosegue con la prosopopea di alcuni professionisti che si attaccano alla loro “nobile storia”, come fanno i notai i quali, tutti lo sanno, sono una casta nepotistica che si passa lo scettro come i Luigi di Francia. Per non parlare dei farmacisti preoccupati della vendita dei medicinali da banco nei “mega-ipermercati” (gli unici che sembrano avvantaggiarsi delle norme contenute nel ddl) e degli avvocati i quali temono la contrattazione delle tariffe con i clienti e che per questo hanno proclamato uno degli scioperi più lunghi per la categoria. Dice bene La Grassa, hic Rodhus, che si tengano le liberalizzazioni e non rompano i coglioni.

Il mondo del lavoro dipendente, da questo punto di vista, è sotto attacco permanente da parte dei guru liberisti e conosce benissimo la situazione che, negli anni precedenti, è sfociata in una caterva di leggi tese a smembrare, con l’imprimatur di un sindacato compiacente, le garanzie conquistate in anni di dure lotte. Proprio il sindacato utilizza la tattica del divide et impera per orientare le proprie strategie, così mentre difende a spada tratta le categorie che gli permettono di sedere al tavolo imbandito dei dominanti, lascia fuori dalla porta i lavoratori non garantiti, i parasubordinati e i precari. Da ciò si comprende come l’azione dei nostri dominanti finanziario-politici è tutta tesa al rafforzamento di un’ alleanza di blocchi sociali che va dalle grandi imprese decotte che si aggrappano allo Stato sino alle Confederazioni Sindacali, rappresentative ormai solo dei pensionati e dei lavoratori a tempo indeterminato (soprattutto del settore pubblico) che godono ancora del privilegio dell’inamovibilità e dell’illicenziabilità.

Come abbiamo già ampiamente ribadito in altri contributi non siamo per la difesa del privilegio “familistico” delle professioni coinvolte nelle liberalizzazioni, non ce ne dispiace affatto ma, evidentemente, le priorità sono altre. Tuttavia, e tanto meno, possiamo condividere la difesa sindacale di sacche di lavoro statale e di pensionati (con le dovute distinzioni tra pensioni elevate e quelle al limite della sussistenza) se ciò vale per escludere dalle garanzie sociali i giovani disoccupati e i precari di tutti i settori economici.

Il governo di centro-sinistra, con i suoi ineffabili tecnici e i politici di professione, transfughi immemori di antiche ideologie che un tempo avevano una qualche dignità, stanno facendo di tutto perché il male pervada l’organismo sociale, si limitano ad attaccare qualche metastasi qui e là per dare il senso di un movimento apparente che non salverà un corpo giunto al suo stadio terminale.

Da questo punto di vista la vicenda degli 007 del Sismi e dei giornalisti “aiutanti” che taroccano la verità in nome della guerra di civiltà (salvo farsi poi ricompensare con pecunia), i quali hanno permesso agli Americani di portare a termine, in territorio italiano, il rapimento dell’Imam di Milano Abu Omar, è sintomatico del servilismo del nostro Stato nei confronti del paese dominante. Dovrei essere più drastico è dire che siamo un paese a sovranità limitata, ma avrei scoperto solo l’acqua calda da quando, nel secondo dopo guerra, è partito il piano Marshall. Il Presidente Emerito Francesco Cossiga protesta e chiede un intervento del Parlamento e del Governo contro la Procura di Milano a difesa degli uomini del Sismi coinvolti nelle vicenda, probabilmente prima che sia arrivi ai veri “mandanti” del fattaccio. Di fatti, il maresciallo Pironi ammette che il governo sapeva e, quanto meno, non frapponeva ostacoli all’operazione. Il terrorismo impone fermezza e non importa se occorre sospendere l’ordinamento giuridico italiano, salvo far capire agli italiani che la parola terrorismo è solo un contenitore semantico da riempire, di volta in volta, con spiegazioni di comodo. Ma se il terrorista è uno che attenta all’ordine costituito, alle leggi che lo Stato si dà per il suo funzionamento (e che in uno Stato realmente democratico sono frutto di una processualità orientata al coinvolgimento di tutta la collettività, minoranze incluse) allora come dobbiamo definire il giornalista di “Libero” Farina? E come definire chi oggi lo difende per aver violato le leggi che il popolo italiano si è dato per la propria vita sociale? Per Mussolini i partigiani erano terroristi perchè attentavano all’ordine costituito e chi li proteggeva era loro fiancheggiatore (per quanto i partigiani avessero ragione in quanto corroborati da un ideale di giustizia e libertà). Per Farina non c’è nemmeno questa attenuante, ha asseverato l’azione della Cia e del Sismi, in appoggio all’ubbia di uno scontro di civiltà fomentato dalle menzogne e dagli interessi egemonici degli Usa e dei suoi giannizzeri europei. Per cui lui andrebbe processato per alto tradimento e chi lo sostiene per fiancheggiamento.

In Europa, purtroppo, non va affatto meglio, i francesi che avevano preso posizione contro la guerra in Irak mandavano i propri agenti segreti ad interrogare i prigionieri detenuti a Guantanamo, a sostegno della tesi che i loro sussulti nazionalistici sono più spesso belle parole che non trovano riscontro nei fatti. Da ciò si deduce che in Europa non esiste più nessuno che abbia il coraggio di porre un freno alla strapotere americano e lo stesso asse franco-tedesco, ultima speranza per un futuro indipendente dell’Europa, è stato sepolto definitivamente dai governi di questi due paesi orientati ad arroccarsi sotto l’ala protettiva statunitense. Ancora una volta è meglio l’uovo oggi…

Un’ala protettiva che diventa sempre più eclissante, che allunga i propri tentacoli in ogni direzione, che impaurisce anche col solo rivolgere qualche raccomandazione ai vari governi attraverso gli innumerevoli organismi finanziari, i quali stabiliscono con dati, numeri e spiegazioni economiche ammantate di scientificità cosa è bene e cosa è male per l’economia mondiale, cioè per l’economia USA.

Le ultime vicende delle elezioni messicane rompono, inoltre, gli ultimi dubbi che qualcuno poteva nutrire sullo strumento del voto come espressione più alta del processo democratico. Le elezioni sono sempre più fasulle, si stabilisce in anticipo chi deve vincere (e lo sa bene il povero moderato Obrador) e ciò non vale solo per gli Stati che da sempre hanno dovuto subire le ingerenze del vicino più potente (come il Messico appunto) ma vale anche per paesi cosiddetti a democrazia “matura” come l’Italia. Basta solo guardare a quello che è successo con la “circoscrizione estero” dove le schede elettorali sono sparite o non sono mai arrivate a destinazione. In Italia le avvisaglie ci sono tutte, il regime mette i suoi primi passi ed ha nella collusione finanziario-politica la sua punta più avanzata. Gli attori li conosciamo, sappiamo anche i loro “nomi e cognomi”, i loschi figuri  che trasversalmente siedono in patti di sindacato, banche, industrie e servitù confederal-sindacali nonchè, ovviamente, politiche.

Fortunatamente ci sono i coreani che, ogni tanto, ci risollevano il morale.

 

Il dominio strategico sul profitto (di Gianluca Amodio)

 

In precedenti interventi presentati sul nostro blog abbiamo  sostenuto che al fine di una discreta comprensione delle dinamiche strutturali economiche della società capitalistica è necessario articolare e differenziare, per lo meno in sede teorica, la logica dominante che è alla base della suddetta formazione economico-sociale.

         Seguendo quanto affermato dallo studioso di derivazione marxista e leninista Gianfranco La Grassa nel suo ultimo testo [Gli strateghi del Capitale], si può ben dire che << tutta la scienza sociale, sia quella dominante che quella critica di tipo marxista, ha considerato il capitalismo come la società retta per eccellenza dalla razionalità del minimo mezzo o del massimo risultato[anche] la concezione di Marx circa la tensione del capitale al massimo profitto, estrinsecantesi nei metodi del plusvalore soprattutto relativo (metodi tecnico-organizzativi di conduzione dei processi produttivi), non è altro che l’applicazione, pur secondo le specifiche modalità capitalistiche…, del principio del minimo mezzo o del massimo risultato >> [Ibidem, p. 63].

         Da quanto riportato risulta, dunque – a (volere) ben vedere – che il variegato campo della ricerca socio-economica è in definitiva accomunato dal ritenere che nella  produzione capitalistica il principio secondo cui i soggetti agenti si muovono è sostanzialmente unico. Infatti, se i seguaci dell’economica dominante propugnano l’utilizzo del cosiddetto minimax nello stabilire la combinazione ottimale dei fattori produttivi – analisi codificata in particolare dai paradigmi della teoria neoclassica -, i ricercatori di tendenza marxista insistono anch’essi nel valutare centrale il ruolo del suddetto tipo di razionalità, la cui pervasività viene però criticata nella sua applicazione compiuta dai capitalisti per eseguire l’estorsione del pluslavoro/plusvalore – cioè lo sfruttamento a carattere capitalistico della forza lavoro – e poter così conseguire un profitto tendenzialmente massimo o comunque sufficientemente competitivo in relazione a quello ottenuto dalle altre unità produttive.

         Rilevato questo significativo tratto teorico che accomuna due "scuole" che usualmente (si) sono reputate  antitetiche, precisiamo che non intendiamo assolutamente misconoscere la rilevanza del principio del minimax (o per dirla con Max Weber, della razionalità strumentale) nell’osservazione dei fenomeni economici, men che meno sottovalutare la poderosa e grandiosa critica di matrice marxiana, la quale, anzi, rappresenta per noi una solida base ed un imprescindibile punto di partenza su cui impostare ogni eventuale ricerca. Insomma, non è minimamente nelle nostre intenzioni improntare un discorso in cui il fulcro dell’analisi sociale sia la semplicistica critica della razionalità strumentale e la conseguente sostituzione (a tavolino o in bel salottino) con una ad assoluto carattere etico-dialogico ( meno riprovevole ed ottima per purificare le coscienze!); e certamente non siamo intenzionati a dimenticare la grande lezione di Marx, per il quale il comunismo succede (per frattura rivoluzionaria) al capitalismo, per cui la critica  anticapitalistica         non può consistere in una reazione allo sviluppo delle forze produttive, ma, al contrario, in una azione esercitata collettivamente e consapevolmente su di esso. Come lucidamente sostiene La Grassa, contrastando le tante tesi della "decrescita" a sfondo (variopinto) antropo(eco)logico: << Nulla ci può salvare, se non accettiamo l’orizzonte dello sviluppo delle forze produttive nella forma della scienza e della tecnica…dimostrandoci tuttavia capaci di veramente controllarlo e indirizzarlo, senza l’inane intento di soffocarlo e reprimerlo. Non penso ci sia salvezza nel passato, ma solo – sperando che sia possibile – in un differente futuro>> [Gli Strateghi del Capitale, p. 67].

         A questo punto, evidenziata la "comunanza" di cui si è detto e respinti preliminarmente alcuni eventuali equivoci,  cerchiamo di chiarire la nostra posizione. 

         All’inizio dell’intervento abbiamo sostenuto che riteniamo necessaria l’articolazione della logica che sottostà al modo di produzione capitalistico. Bene, fino ad ora si è accennato solamente alla c.d. razionalità strumentale (sia   minimax che metodo di plusvalore) e alla sua incidenza per quanto attiene lo (studio dello) sviluppo delle forze produttive; tuttavia, vi è anche un altro principio estremamente significativo che è operante nell’ambiente economico della società capitalistica e che gli conferisce un aspetto particolarmente turbolente: quello definibile, secondo l’elaborazione di La Grassa, come razionalità strategica. Quest’ultima – lo si precisa immediatamente – non rappresenta un’alternativa a quella strumentale, piuttosto è una tipologia razionale che la sussume.

         Specificando quanto precede: il principio strumentale – in base alla nostra linea interpretativa – è quello che viene utilizzato all’interno di un insieme di unità produttive, facenti capo ad un’unica struttura aziendale, al fine di organizzare il processo lavorativo di trasformazione svolgentesi in un qualunque settore produttivo. In un simile contesto, ben delimitato, sarebbe impossibile non riconoscere il valore degli esiti raggiunti in virtù della combinazione efficiente di dati elementi produttivi; altresì sarebbe impossibile disconoscere che l’intera struttura gerarchica dei ruoli lavorativi e l’uso di certi metodi tecnico-organizzativi sono tesi esclusivamente ad estorcere dall’insieme dei lavoratori la massima quantità possibile di pluslavoro/plusvalore, dunque di profitto.

         Contestare tutto questo ci risulterebbe francamente un atteggiamento insensato; tuttavia, riteniamo che le suddette modalità trovino applicazione e siano valide solamente in un ambito – certamente importante, ma parziale – dell’economia capitalistica: quello interno all’impresa di trasformazione di x input in y output. La logica a razionalità strumentale, quindi, opera nei confini (più o meno ristretti, a seconda della dimensione) dell’impresa, intendendo con tale termine anche un aggregato conglomerato di unità aziendali giuridicamente differenti, ma connesse tra di esse mediante intrecci azionari e proprietari.

         La peculiarità dello spazio economico-produttivo capitalistico, però, non si risolve soltanto nella potente dinamica tecnico-organizzativa che attraversa l’interno delle imprese, ma consiste anche nella forte competizione (più o meno concorrenziale e/o oligopolistica) che si svolge in quel determinato luogo sociale che è il mercato. Questo, lungi dal poter essere rappresentato – secondo una classica trasposizione grafica – come una superficie piana su cui si posizionano tanti punti-imprese sostanzialmente omogenei ed aventi un potere equivalente (per lo meno nel lungo periodo), appare strutturato invece come una sfera nella quale si snoda una fitta trama di relazioni (e di interessi) tra più soggetti  che agiscono al fine del raggiungimento di una posizione di predominio (cioè una quota sempre più consistente) nei confronti dei competitori concorrenti. 

         Secondo la visione da noi considerata e (ri)proposta, il mercato, quindi, perde la sua classica connotazione della smithiana mano invisibile, ovvero smette di essere l’armonico luogo in cui si incrociano le molteplici esigenze dei portatori delle funzioni di domanda ed offerta di una qualunque merce, ed in particolare cessa di rappresentare quella sorta di totem cui i produttori devono assoggettarsi adeguando la loro attività in base agli indici dei prezzi e delle quantità settoriali. Lasciando dunque cadere queste ipotesi circa la configurazione del mercato, esso – per noi – va visto alla stregua di un ambiente ad elevata competizione nel quale entrano in collisione le differenti strategie poste in atto dagli agenti economici imprenditoriali, i cui comportamenti producono un sistema di relazioni estremamente dinamico in cui la posta finale (ma mai definitiva!) della lotta competitiva è la puntuale supremazia a carattere economico. 

         Affermando quanto sopra, intendiamo semplicemente evidenziare che nel complesso ambiente economico capitalistico la questione cruciale che si pone << non è né l’ottimale combinazione dei fattori produttivi, secondo i dettami dell’economica neoclassica, né il massimo profitto da ottenere con i metodi del plusvalore soprattutto relativo… così come sostenuto dal marxismo tradizionale. A parità di ogni altra condizione, si persegue l’efficienza economica, cioè il principio della massima economizzazione dei mezzi, ma solo se questa è in accordo con l’efficacia dell’attività svolta per prevalere nell’ambiente mercantile, uno spazio i cui confini e la cui trama interrelazionale interna sono tracciati dalle azioni conflittuali delle varie imprese in reciproca lotta. L’efficienza tende a conseguire il massimo profitto (plusvalore) che rappresenta il fondo cui attingere per svolgere con efficacia la competizione interimprenditoriale. Essendo però il successo in quest’ultima il fine principale perseguito da ognuno dei molti capitali in conflitto per la preminenza, l’efficacia è prioritaria rispetto all’efficienza >> [G. La Grassa Gli Strateghi del Capitale, p. 72].

         La predominanza che si evince dalla citazione del testo di La Grassa ben definisce il significato di quanto da noi precedentemente detto circa la sussunzione della razionalità strumentale in quella a tipologia strategica: ovvero, non si intende minimamente supporre la scomparsa della prima in ragione della presenza della seconda, ma si pensa invece ad una loro sostanziale coesistenza asimmetrica, effettualmente a dominanza strategica. Ancora con La Grassa: << l’efficacia nella lotta, e dunque la prevalenza conseguita tramite questa, è il fine supremo di ogni funzione capitalistica; l’efficienza nell’organizzazione interna ad ogni impresa – e dunque il perseguimento di quello scopo secondario che è il massimo profitto da conseguire con il miglior uso di dati mezzi (economica neoclassica), o con l’estrazione del massimo plusvalore da una data forza lavoro (marxismo) – è un semplice mezzo in relazione allo scopo principale, di carattere strategico e decisivo. Accade spesso che l’efficienza… entri in contraddizione con il fine principale, quello della migliore strategia per… conseguire la supremazia. In questo caso, si può ben sacrificare l’efficienza, si possono "sprecare" risorse, non seguendo perciò il principio (neoclassico) dell’economicità né quello (marxista) dell’estrazione del massimo pluslavoro/plusvalore >> [Ibidem, p. 73].

         Riproducendo ulteriormente le parole dello studioso, pensiamo che il nostro intento risulti ormai evidente: è  necessario considerare che i capitali(sti) in reciproca competizione produttiva concorrono attivamente, mediante l’approntamento e la definizione di determinate strategie (il più delle volte aspramente conflittuali, talvolta collaborative ed attendiste), al conseguimento di una posizione egemonica (in termini di quote detenute) nel mercato.        

         Siamo consci che affacciando una ipotesi del genere saremo molto probabilmente sottoposti a numerose critiche incrociate provenienti sia dai seguaci dell’economia main stream (che per errore dovessero imbattersi nel nostro blog) che dai compagni marxisti che hanno il piacere e la pazienza di frequentarci. Dai primi, di sicuro, il nostro ragionamento sarà considerato fumoso ed approssimativo, in quanto l’introduzione della razionalità strategica nella riflessione a sfondo economico parrà loro una indebita forzatura, una incursione, in un’analisi che si pensa solitamente neutrale  ed estranea all’osservazione dell’esercizio del potere (ritenuta più consona al pensiero prettamente politico) che è difficilmente riassumibile negli schemi resi coerenti dalla matematizzazione; dai secondi, invece, con molta probabilità, ci perverrà l’accusa di aver diluito i tratti salienti della produzione capitalistica in una generica soluzione  competitiva a carattere economico-mercantile, producendo conseguentemente un illegittimo spodestamento del (ruolo svolto dal) profitto a causa dell’originario e colpevole distoglimento dello sguardo dalla connessione marxiana tra il processo lavorativo e quello di valorizzazione.

         Dei due rilievi ipotizzati, il primo lo tralasciamo volentieri, dato che l’armamentario formale della economics, per quanto analiticamente possente, non sembra adeguato e men che meno intenzionato – ed in verità mai lo è stato! – a lacerare il velo delle logiche di potere capitalistiche, per cui, parafrasando ciò che sosteneva Giorgio Lunghini verso la fine degli anni ’70 [Sui modi di produzione della "scienza" economica, p. 5, in AA.VV. Scelte politiche e teorie economiche in Italia], gli scienziati sociali dediti alla ricerca dei princìpi dell’economia non dovrebbero stancarsi di comprendere come realmente agiscono i prìncipi della stessa (in questo caso anche una mera accentazione può servire a disvelare la coltre ideologica dei sofisticati tecnici!).       Riguardo alla seconda considerazione critica, invece, puntualizziamo affermando, innanzi tutto, che la nostra prospettiva non può cedere alla malevola tentazione di guardare alla produzione capitalistica alla stregua di un processo di trasformazione materiale (o elaborazione immateriale, secondo le odierne elucubrazioni dei profeti del general intellect) ad elevata ed avanzata capacità tecnica, in grado evidentemente di esitare una ingente quantità di beni e servizi grazie alla già esistente cooperazione del lavoratore collettivo, il cui unico fine sarebbe quello di sbarazzarsi del comando dispotico e proprietario attuato dai capitalisti e dai loro pochi seguaci. Rispetto a questa immagine parziale e distorta del capitalismo, vero e proprio riduttivismo a radice produttivistica con un innesto filosofico-escatologico che enfatizza ed attualizza alcune tendenze presenti nell’opera marxiana, ben figurerebbe, a nostro avviso (nonostante le riserve che andremo delineando), la classica ortodossia marxista: per essa la dinamica del modo di produzione capitalistico è da ritenersi un complesso processo sociale composto da un susseguirsi ininterrotto (pena la crisi) di fasi, il cui inizio è individuabile nella valorizzazione prodotta dalla estrinsecazione della forza lavoro, alla quale però succedono necessariamente la distribuzione, lo scambio ed infine il consumo, l’atto finale della sequenza che permette la realizzazione del profitto formatosi precedentemente nel corso dell’utilizzazione di quella merce particolarmente disgraziata – la forza lavoro – il cui valore d’uso risulta sempre maggiore del suo valore di scambio.

         In effetti, con una descrizione di tal fatta la riflessione teorica sembrerebbe tesa alla reale comprensione dei differenti momenti che scandiscono lo sviluppo dell’economia capitalistica, ed il risultato al quale si perviene << non è che produzione, disribuzione, scambio, consumo, siano identici, ma che essi rappresentano tutti delle articolazioni di una totalità, differenze nell’ambito di una unità. [Considerando però che] La produzione assume l’egemonia…[perché] Da essa il processo ricomincia sempre di nuovo… [anche se] Indubbiamente…la produzione, nella sua forma unilaterale, è da parte sua determinata dagli altri momenti. Quando per es. il mercato, e cioè la sfera dello scambio, si estende, la produzione cresce estensivamente e si articola intensivamente >> [K. Marx Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. 1, pp.25-26, ed. La Nuova Italia].

         Quanto in ultimo indicato dalle parole dello stesso Marx pone in risalto che << tra i diversi momenti si esercita un’azione reciproca >> [Ibidem, p.26], ed è giusto il carattere di questa interazione che ci preme esaminare e controllare.

         Come accennato in precedenza, il marxismo ha focalizzato la propria analisi nel rilevare la genesi del pluslavoro/plusvalore (suo grande merito!), ed ha inteso usualmente l’insieme del mercato capitalistico come la sfera di realizzazione del profitto, ovvero, richiamando la terminologia della teoria del valore-lavoro, come il luogo (astratto) della trasformazione dei valori in prezzi di produzione e del plusvalore in profitto. Ora, prescindendo dai problemi logici sollevati dalla questione della coerenza formale della suddetta teoria, ci sembra che la strenua ricerca di una adeguata spiegazione circa l’unidirezionalità del flusso della formazione del valore – cioè che una merce x  contenga un prezzo di produzione (un valore trasformato) ben prima del suo arrivo al mercato e dell’eventuale apprezzamento empirico – abbia comportato una duplice conseguenza valutativa dell’ambiente mercantile: questo è stato sostanzialmente visto come un ricettacolo passivo di quanto già stabilito durante la fase produttiva, e nel suo ambito può solo avvenire un confronto tra le unità produttive tenendo conto del valore da esse raggiunto, misurato in base alla massa ed al saggio del profitto.

Il mercato sembra assumere, dunque, l’immagine di uno spazio in cui si può verificare tutt’al più un raffronto oggettivo dei risultati effettivamente già conseguiti, che devono essere soltanto "realizzati". In questa maniera, è certo che viene rispettata la prescrizione marxiana, prima riportata, circa la "posizione egemonica" della produzione all’interno del più generale processo economico, ma è pur vero che viene meno del tutto anche quella che era indicata come "l’azione reciproca tra i diversi momenti".

         E’ probabile che il lettore che avrà avuto la pazienza di seguirci fino a questo punto, riterrà il nostro argomentare troppo fazioso, che i tratti osservati e posti in evidenza critica siano stati selezionati ad hoc per puro spirito polemico ed in maniera tale da nascondere i nostri limiti. Bene, a chi avesse ricevuto queste impressioni, vogliamo rincarare la dose e ricordare la fine fatta dalla mole di analisi messe in circolazione da molti marxisti qualche decennio addietro, quando si guardava con speranza alle lotte svolte all’interno della "produzione nella sua forma unilaterale", cioè quelle intraprese dagli operai nelle fabbriche. In quell’occasione non pochi pensarono al ciclo di lotte come una significativa discontinuità nello sviluppo delle forze produttive e come una decisiva alterazione dell’equilibrio dei rapporti di produzione nel paese. Si sprecarono i riconoscimenti e gli elogi nei riguardi della classe finalmente in lotta, capace di smuovere anche altri soggetti sociali fino a quel periodo inerti. Numerosi studiosi si profusero nel declinare la centralità operaia, i marxologi più incalliti (ma anche più raffinati) rimasticarono continuamente le definizioni marxiane di "lavoratore produttivo", mentre gli arrabbiati desiderosi di essere autonomi aggettivarono l’operaio impastando quello massa nel sociale. Non c’è dubbio che il caotico movimento di quella stagione rivitalizzò un pò il campo della ricerca sociale che era stato ingessato dalla "linea di partito", al punto che non pochi studiosi, forse sospinti dal vigore dei giovani alleati studenti, cercarono di afferrarne la vitalità, con degli esiti però di corto respiro che, non molto dopo, dimostrarono tutta la fallacia dell’impostazione di partenza.

         A tal proposito, ci sembra istruttivo fare un esempio, riportando un brano di un fu marxista, l’economista Luca Meldolesi (all’epoca, comunque, non accanito "produttivista", figurarsi quindi gli altri…), divenuto col tempo consulente economico per le politiche industriali nel Mezzogiorno, in realtà fautore dell’espansione dei distretti di lavorazione locali con conseguente estorsione del pluslavoro addirittura assoluto (vedi il settore tessile o quello della pelletteria in Campania!), ovviamente il tutto giustificato in nome dello sviluppo, non più specificato però come capitalistico; egli scriveva presentando il libro: <<Credo che molti si siano interrogati sulle grandi ondate di massa che ci hanno coinvolto ( e persino travolto). Le idee non scendono dalla luna: è dal contatto con un gran numero di studenti, operai, di impiegati che mi sembra di aver fatto qualche progresso. A loro dedico le pagine che seguono>> [L. Meldolesi La teoria economica di Lenin].

         In effetti, l’esempio potrebbe essere interpretato soltanto come l’ennesimo caso di trasformismo e di scalata sociale (la c.d. carriera accademica ed istituzionale), tuttavia  ne avremmo potuti produrre tantissimi altri, e quando la numerica è elevata e peraltro direttamente proporzionale allo scorrere degli anni, ci viene il sospetto che alla incoerenza intellettuale degli intellettuali (in questo secondi solamente ai sinistri politicanti che oggi inneggiano alla "rivoluzione liberale" attuata tramite decreti) si accompagni anche una certa mancanza di presa sulla realtà da parte della conoscenza teorica. Pensiamo, infatti, che l’essersi soffermati eccessivamente ad analizzare e sviscerare tutti i possibili aspetti di quella che più volte (con Marx) abbiamo chiamato "produzione nella sua forma unilaterale", abbia impedito a molti studiosi, finanche ai puntigliosi ed ortodossi economicisti, di comprendere ed affrontare (resistendo) gli importanti cambiamenti di fase del capitalismo. Enumerare e discutere approfonditamente quest’ultimi non è per niente facile, tuttavia, in questa sede, per immaginare lo sconvolgimento che può aver avvolto quelli che erano "compagni militanti" fino a qualche anno prima, basterebbe richiamare la deindustrializzazione (causante l’arretramento della "questione produttiva" e la relativa scomparsa ideologica operaia) che nel corso degli anni ‘80 ha modificato notevolmente la struttura socio-produttiva, un fenomeno strettamente correlato – se non derivante – dalle elevate internazionalizzazione e finanziarizzazione dei capitali, incrementatesi in particolare dopo il 1979-1980, ma ancor più in seguito al mutato scenario geo-politico successivo al triennio 1989-1991.

         Con molta probabilità, riteniamo che per tanti teorici l’inevitabile questione dell’appartenenza identitaria sia stata peggiorata da una certa impasse delle categorie interpretanti la realtà sociale. Forse la situazione vissuta non è stata dissimile da quella sopportata dai tanto celebrati, ma in seguito malamente abbandonati, operai-massa alla catena di montaggio FIAT dopo la sconfitta del 1980 (Voilà l’egalité de Monsieur Le Capital!).

         Il diffondersi delle suddette dinamiche, che come detto hanno attraversato riconfigurando il capitalismo nella sua dimensione internazionale – comunque con differenti tendenze a seconda delle macro aree economico-monetarie e diverse influenze statali – sostanzialmente ha riportato sulla scena la funzione svolta dal mercato capitalistico (e per averne conferma basterebbe dare un’occhiata all’oggetto ritrovato nelle pubblicazioni degli ex economisti "produttivisti"). In esso, da 15-20 anni (ma il dato è di quelli ricorsivi, per niente inediti!), si è aperta una forte ed aspra competizione durante la quale è risultato sempre più chiaro che alle imprese non basta saper produrre bene una tipologia qualunque di merci, ma è per esse necessario confliggere con i diretti concorrenti per mantenere o espandersi, in termini di quote, nel mercato di riferimento (finanche per il migliore accaparramento delle risorse – dalle materie prime e/o semilavorate fino ai crediti finanziari – occorrenti allo svolgimento della produzione in senso stretto). A tal fine, a meno che si voglia continuare a pensare a tutti i costi che basta la combinazione ottimale dei fattori produttivi  disponibili, con l’aggiunta, magari, di una buona indagine di marketing (una ideologia utile soltanto al capitalismo dello small is beautiful, ovvero – parafrasando Lenin – il nostro "capitalismo degli straccioni"), ci pare indubitabile che serva una razionalità di tipo strategico. E’ utilizzando quest’ultima che si muovono gli amministratori delegati, tenendo conto delle esigenze espresse dal presidente del consiglio di amministrazione dell’impresa (d’altronde, negli Usa, questi ruoli e le due relative funzioni sono unificati nella figura del chief executive officer); per essi non vi è alcun analogo dell’ufficio "tempi e metodi" che prescriva i comportamenti cui attenersi, dato che la loro capacità si misura in base all’efficacia delle azioni svolte. Certamente, i risultati di bilancio e le comparazioni fatte in vista delle periodiche attese di profitto, il valore dei corsi azionari ed il rating concernente le emissioni obbligazionarie, rappresentano l’insieme dei vincoli all’arbitrarietà dirigenziale, ma non sono l’efficienza o la momentanea oscillazione di borsa a definire la strategia di sviluppo dell’impresa. E’ il predominio economico nei confronti degli agenti imprenditoriali competitori la meta realmente perseguita, e per arrivarvi << Si possono eventualmemte allungare o accorciare i tempi per il raggiungimento della dominanza; oppure conseguirla schiacciando o eliminando i competitori, o invece "convincendoli"… del proprio punto di vista; oppure ancora, si giunge a dati accordi nel cui ambito si esercita un’egemonia di fatto, ecc. Le modalità possono esssere svariate, ma il risultato è sempre una supremazia… Quanto all’impiego del minimo di mezzi, si tratta di un principio seguito solo parzialmente ai fini dello svolgimento delle strategie conflittuali. Nei limiti del possibile, uno cerca di assumere la preminenza con il più basso dispendio di risorse; ma non è questo il suo assillo vero e decisivo>> [G. La Grassa Gli Strateghi del Capitale, pp. 74-75].

         Ormai, crediamo che la nostra posizione possa risultare maggiormente comprensibile. Innanzi tutto, si dovrebbe aver compreso che non è nostra intenzione cancellare la rilevanza dell’ambito produttivo a favore della sfera del mercato; d’altronde, giusto in ultimo si è evidenziato che la dominanza economica viene ricercata proprio dai soggetti posti a capo della molteplicità dei capitali imprenditoriali produttivi reciprocamente competitivi [Cfr. La Grassa Discussione sugli agenti strategici, Perché il conflitto strategico?, entrambi gli scritti reperibili sul sito internet dell’autore]. La nostra prospettiva, piuttosto, è tesa  a criticare la chiusura dell’analisi negli angusti confini della logica efficientistica vigente nell’impresa (magari, per una latente determinazione a difendere e non contaminare l’astrazione del valore), quando dovrebbe ricercare, invece, i caratteri che guidano la costitutiva apertura dell’impresa, permettendone lo sviluppo, al dinamismo dell’ambiente mercantile.

         Giunti a questo punto, potremmo continuare a rilevare quali sono gli aggiustamenti e le integrazioni teoriche che per noi sarebbero da effettuare, tuttavia, preferiamo mettere alla prova quanto affermato, applicando la nostra linea di ricerca alla comprensione di alcuni odierni movimenti capitalistici che avvengono dalle nostre parti, il ché, in definitiva, dovrebbe essere una qualità non certamente secondaria di una teoria che si presume anticapitalistica. A tal fine, rimandiamo alla lettura della seguente sintetica appendice.

 

 

 

Appendice

 

La prova più forte contro una teoria è la sua applicabilità

Karl Kraus

 

Breve premessa: quanto andremo dicendo, nonostante l’oggetto contingente e singolare, rappresenta una sorta di "griglia" teorica che può essere applicata per l’ossevazione di fenomeni diversi ma analoghi, in quanto riteniamo che la dinamica che delineeremo sia una costante strutturale (non limitata, quindi, ad uno specifico settore) dell’economia capitalistica.

         Da non più di un mese, in Europa ed in Italia sono avvenute delle importanti acquisizioni nel comparto assicurativo. In particolare, e per prima, si è mossa la compagnia assicurativa francese Axa, la quale ha acquisito l’elvetica Winterthur. E’ un’operazione, questa, a carattere espansivo,  una reale incursione nel mercato estero svizzero, indubbiamente onerosa, che deve pur aver avuto alla radice delle solide motivazioni. Il presidente del gruppo acquirente, De Castries, sostenitore e responsabile dell’iniziativa, si è espresso rassicurando immediatamente gli analisti finanziari che l’azione posta in atto << non rimettette in discussione gli obiettivi di crescita a lungo termine che il gruppo si è fissato da qui al 2012>> [Affari & Finanza-Repubblica, 19/06/06, p.36]; in altre parole, il piano di sviluppo delle attività ordinarie già prestabilito non muterà. E’ chiaro che la suddetta dichiarazione rassicurante abbia avuto come destinatari gli eventuali investitori borsistici, di solito attenti a calcolare gli effetti dell’annessione sul lato dei costi e dei profitti, considerando, peraltro, che l’efficienza della gestione di una rete produttiva e distributiva più ampia potrebbe inizialmente risultare leggermente problematica. La questione affrontata dalla dirigenza, successivamente alla riuscita dell’operazione, è stata, dunque, quella di comunicare all’esterno la positività di quanto compiuto, ribattendo in tal modo anche alle perplessità avanzate dalle banche d’affari statunitensi Merrill Lynch e Lehman Brothers, tenute fuori dal business. Ma qual è la ragione che ha spinto Axa ad annettersi Winterthur? Indubbiamente, l’apporto dell’azienda elvetica consiste nel suo portafoglio di ben 100 miliardi di asset, il ché permetterà ai francesi di rafforzare la loro presenza in un mercato nel quale avevano una posizione estremamente marginale: sono così divenuti la prima assicurazione nel ramo danni e la seconda nel ramo vita. A tal proposito, non si deve poi tralasciare che il mercato della confederazione (comunemente a quelli degli altri paesi più industrializzati), per quanto imponente e redditizio, è complessivamente a basso potenziale di crescita in quanto vicino alla saturazione, di conseguenza penetrarvi è possibile solamente impossessandosi di una impresa già attiva e ben piazzata. Inoltre, a questo si aggiunga che Winterthur è discretamente attiva sui mercati belga e tedesco (quest’ultimo di particolare rilevanza). Insomma, il gruppo elvetico ha rappresentato per Axa un obiettivo strategico al fine del raggiungimento di un buon posizionamento in ambito europeo, considerando, peraltro, che la dimensione per capitalizzazione di Winterthur era talmente ingente che solo poche altre società continentali avrebbero potuto ipotizzare e portare a termine un progetto analogo. Dunque, come ha scritto il giornalista economico G. Martinotti su Affari & Finanza [19/06/06, p. 36] <<  per Axa era essenziale che l’azienda elvetica non finisse nelle mani della concorrenza, in particolare che non finisse nella cassaforte delle Generali. Sbarrare il passo al Leone [cioè Generali], e ad altri eventuali acquirenti, è stata una delle motivazioni decisive >>.

         La ratio fondamentale che ha portato la compagnia francese a legarsi a quella svizzera è allora rinvenibile non tanto nella mole della raccolta premi incorporata o nella sinergia innescata a medio e lungo termine dall’accorpamento delle reti distributive (la classica economia di scala) – come si sarebbe portati a credere se si interpretasse il tutto secondo i tradizionali parametri dell’efficienza -, quanto, piuttosto, nell’efficacia strategica dell’operazione avviata per confliggere con i diretti rivali, tant’è vero che ad oggi Axa concorre con Generali ed Allianz (l’attuale dominante) per conquistare il predominio  (in termini di quote-mercato) nel continente europeo.

Si sarà intuìto che l’Italia è notevolmente toccata dalle dinamiche di questa lotta economico-finanziaria (ad inevitabile sfondo politico-statale), difatti si è accennato al ruolo svolto dalla compagnia triestina, le Generali. Si tenga presente, inoltre, che il gruppo Axa, pur ingranditosi e consolidatosi in Europa, è alquanto sottorappresentato giusto sul mercato italiano, quindi non sarà improbabile un’incursione della società d’oltralpe dalle nostre parti.

Sicuramente, gli ultimi interventi effettuati da Generali sono finalizzati proprio ad evitare una eventualità del genere. E’ infatti da inserire nello scacchiere di cui si è detto l’acquisto (che comunque attende ancora la formalizzazione dell’offerta pubblica) della Toro Assicurazioni, rilevata con una certa celerità dagli ex azionisti De Agostini (Lottomatica e De Agostini Editrice, per intenderci). Con questa operazione Generali capitalizzeranno ben 36 miliardi di euro sul mercato italiano, divenendone il maggior gruppo assicurativo sia nel ramo vita che in quello danni. E’ sì vero che l’entità dell’uscita finanziaria corrisponde più o meno alla 

liquidità posseduta in eccesso (rispettivamente 3,85 e 3,5 miliardi di euro), per cui, presentandosi una simile occasione propizia, è come se l’acquisizione fosse un atto dovuto; tuttavia, la velocità con cui l’iniziativa è stata presa lascia trasparire, oltre le buone relazioni tra offerente e venditore avviate ben prima dell’arrivo di qualche report della stampa che avrebbe mosso un pò di speculazione, la decisa intenzione di bloccare delle eventuali trattative tra i francesi di Axa o gli inglesi di Aviva con l’azionariato De Agostini, il quale difficilmente avrebbe potuto resistere a delle vantaggiose proposte estere (Cfr. Corriere della Sera, 27/06/06, p. 33). In definitiva, sembra che Generali abbia agito per difendere – allargandosi ulteriormente – la propria posizione di supremazia nel mercato italiano, la cui elevata redditività potrà essere utilizzata come fondo finanziario cui molto probabilmente attingerà per un’espansione in zone altamente capaci di assorbire la penetrazione assicurativa: nell’est europeo oppure nell’oriente asiatico, in particolare la Cina, dove in virtù di una solida joint venture la società con sede a Trieste primeggia tra i gruppi assicurativi stranieri.

LA "FESTA" DEL POTERE (di Gianfranco La Grassa)

Invito a leggere l’articolo di Lodovico Festa sul Giornale di oggi. E’ piuttosto lucido e ben informato sui giochi di potere (non quello del ridicolo Circo Barnum politico) che si sta svolgendo sulle nostre teste. Occorre però una piccola premessa. Festa è liberista e filoamericano, quindi “nostro” (sto riferendomi a quelli che la pensano come me) nemico. E vi indico subito il “piccolo” fatto che lo qualifica come tale. Festa, nel suo articolo, mette in luce come in questo momento il gruppo più pericoloso per l’intero paese, il gruppo che tenta da tempo (dai crac Cirio e Parmalat, anzi da prima ancora) di saccheggiarlo devastandolo, è quello diretto da Bazoli, cattolico presidente della Banca Intesa, “amico” (cioè padrone) di Prodi, e che ha come suo particolare e potente maneggione il finanziere polacco Zalewski.

Festa dimentica nell’articolo di citare l’ultima impresa di quest’ultimo. Molti sapranno che si è svolto un lungo braccio di ferro tra tre grandi imprese dell’acciaio: la francese Arcelor, la russa Severstal, l’angloindiana Mittal (strettamente collegata ai dominanti ambienti finanziari e politici statunitensi). Il Governo francese (l’asse Chirac-Villepin, ormai in discesa perché colpito dai noti scandali) ha premuto fino in fondo per la fusione Arcelor-Severstal; e vi stava riuscendo, sembrava anzi cosa fatta, prima però del forte indebolimento del suddetto Governo. Si è messa in mezzo la Goldman Sachs – punta di lancia dell’attacco finanziario USA all’Europa e all’Italia, quella che ha piazzato il suo, ora ex, vicepresidente Draghi a Governatore della nostra Banca centrale e un suo, ora ex, alto dirigente a sottosegretario dell’economia nel presente Governo – e manovrando su un 30% di “piccolo” (sic!) azionariato dell’Arcelor ha cominciato a premere per la fusione dei francesi con gli angloindiani (statunitensi). Nella fase finale del braccio di ferro, chi ha dato il colpettino definitivo in direzione di quest’ultima prospettiva è stato Zalewski, legato a Bazoli, che per varie vie controllava un altro 10% circa di azionariato Arcelor.

Questo intanto ci chiarisce che – Irak o non Irak, Afghanistan o non Afghanistan – il centrosinistra prodiano è tutto dentro i giochi dei dominanti statunitensi nella loro lotta per conquistare posizioni di forza in Italia, ma con l’obiettivo, ovviamente, dell’Europa. Abbiamo a che fare con personale politico più ipocrita e che fa giochi più complicati e ambigui, ma proprio per questo molto più utile dei rozzi destri ai disegni della potenza americana. Il fatto che Festa, pur essendo del centrodestra, taccia quello che ho sopra riportato, la dice lunga sul suo schieramento politico di fondo: come ho detto, filoamericano e “liberista” (perché i liberisti non sono favorevoli al libero mercato contro gli elementi monopolistici; si battono solo per la concentrazione del potere economico-politico nelle mani dei dominanti centrali di ogni data epoca; e oggi, quindi, per gli USA, di cui assecondano i disegni trovando vantaggioso essere loro servi).

Una volta chiarito questo, l’articolo di Festa è di una precisione ammirevole; e fa capire come tutta la lotta per il dominio-devastazione del nostro paese (a vantaggio del complesso finanziario-politico statunitense, l’odierno dominante globale) si combatta dentro il centrosinistra (certo con qualche trasversalità) e veda in primo piano, da una parte, l’Intesa di Bazoli attualmente in netto vantaggio e, dall’altra, l’Unicredit di Profumo. Entrambi agiscono in larga parte nell’ambito di quel nido di vipere che è il patto di sindacato della RCS (con la loro bandiera, il Corrierone, anch’esso diviso tra i contendenti; tutto comunque entro il calderone del centrosinistra), detto anche, “affettuosamente”, piccolo establishment. Rilevato che al momento appare un po’ frastornata, ma non proprio neutrale, la Fiat (con il suo presidente e presidente confindustriale, uno dei più esiziali personaggi economico-politici del momento assieme a quell’altro nefasto individuo di nome De Benedetti), Profumo cerca attualmente di rimontare lo svantaggio rispetto a Bazoli – il cui disegno è lineare: fondersi con Capitalia (Geronzi, il suo presidente, oppone resistenza a questo progetto e va incontro negli ultimi mesi, caso strano, a continui guai giudiziari), da qui passare a Mediobanca, di cui Capitalia è buona azionista (poco meno del 10%), e poi alle Generali, di cui è buona azionista Mediobanca (poco meno del 15%) – cercando alleati in Tronchetti, un po’ troppo criticato dagli altri del piccolo establishment, e nei Benetton, sotto tiro per l’operazione con la spagnola Abertis (in merito alla società Autostrade) e che, per rabbonire il suddetto establishment con il suo determinante peso politico nel Governo Prodi, hanno acquistato a caro prezzo il 5% del capitale RCS in mano a Ricucci, senza nemmeno essere ammessi, per il momento, nel patto di sindacato (devono prima dimostrare una “buona condotta” verso Bazoli e &).

Comunque di tutto questo leggete nell’articolo di Festa. E, per favore, che la si smetta con l’irritante propaganda per cui esisterebbe ancora una differenza, a favore della prima, tra sinistra e destra. Certamente esiste una differenza: la destra è infantile, rozza al limite della sincerità (certo banditesca); e si sta sfacendo con UDC, destra sociale (almeno Alemanno), Lega, che se ne vanno ognuna per proprio conto. La sinistra è formata da gruppi e lobbies divisi in tutto, ma non sul potere, sull’ipocrisia, sull’abile egemonia culturale mediante un corrottissimo ceto intellettuale, fatto di parassiti, venduti, manutengoli, ecc. Essa applica la tecnica del divide et impera mettendo il lavoro dipendente contro quello detto autonomo (quasi sempre solo formalmente). Inoltre, essa ha dietro di sé il reale potere finanziario italiano (quello preminente di Bazoli e quello che lo contrasta di Profumo), a sua volta ben asservito a quello USA, con deboli distinzioni tra democratici e repubblicani fra loro certamente in conflitto, ma comunque uniti per l’egemonia del loro paese in questo secolo.

Questo per la cronaca (di oggi)

ALCUNE DOMANDE (di Gianfranco La Grassa)

Ci sono molte domandine aggiuntive al decreto sulla liberalizzazione delle professioni. Alcuni dementi di sinistra non sono usi porsele perché caricano a testa bassa categorie certo ricche (non proprio tutte, ma molte) e che sono “antipatiche”; ma soprattutto non sono “progressiste”, non rispondono ai criteri del politically correct in uso presso i “nani e ballerini” – lavoratori improduttivi (in senso corrente, non quello marxiano) dell’impiego pubblico, dello spettacolo, dell’informazione, ecc. – che allignano nello schieramento che “ringhia” in appoggio a questo Governo.

 

I Domandina (una quisquilia). Perché scegliere questo periodo di ferie, con tutti i turisti che arrivano, con molti nostri concittadini che debbono andare in vacanza e vorrebbero andarci un po’ tranquillamente senza sciopero di treni e aerei, servizi vari che non funzionano, ferrovie sempre più disastrate (se raccontassi il mio recente viaggio sull’eurostar Roma-Bari, ci sarebbe da esserne edificati), ecc.; e adesso con ulteriori casini (certo non gravissimi) con i taxi? Non basterebbe per il momento essere un po’ più coerenti sulla politica estera e le missioni d’armi (non di pace!) all’estero (e non solo in Irak)?

 

II Domandina. Perché si straparla di concertazione con i sindacati e poi si decide all’improvviso la “liberalizzazione” senza consultare, anzi nemmeno preavvisare, le categorie interessate, perfino all’insaputa di un Ministro del Governo, Mastella (e non credo sia stato il solo), che adesso minaccia appoggi esterni e al quale ha dovuto telefonare Bersani profondendosi in scuse e tanti complimenti per la sua lealtà (sic!) ecc.? Non si poteva presentare un progetto di legge e discuterne?

 

III Domandina. Da 40 anni, per i taxi, esisteva il blocco delle licenze oltre un certo numero. Adesso il blocco è tolto. Non è che questo permetterà a chi ha soldi di acquistare molte licenze danneggiando la “libera concorrenza” che si dice essere obiettivo del decreto? Come mai un Governo di (pur finta) sinistra si mette a giocare il ruolo dell’ultraliberista? Non è che, come tutti i liberisti (a parole, ma tutti i liberisti veri lo sono solo a parole), vuole alimentare la concentrazione in favore di alcune grandi catene di interessi? E’ solo un caso che da pochi mesi sia stata costituita la società Fiat autotrasporti, che non ha fissato ancora il suo scopo sociale: se trasporto merci o civile (o tutti e due) e, nel secondo caso, se tramite autobus di linea o magari anche con servizi taxi? A pensare male si fa peccato ma….. (vedi detto di Andreotti).

 

IV (e decisiva) domandina (anzi affermazione). Notai, farmacisti, taxisti, panettieri ecc. (pur a livelli di reddito assai diversi) non sono simpatici e, se avessi un qualche potere politico, non lo impiegherei certo per difenderli. Sono però queste le caste dominanti? No, ma altre ben più grosse e potenti. La Telecom ha ancora il monopolio degli impianti fissi. E’ piena di debiti, non fa innovazioni, ha servizi costosi, non rappresenta certo un elemento propulsivo in un settore d’avanguardia come quello delle telecomunicazioni. E non parliamo dei suoi call center, a lavoro precario oltretutto. E per la Fiat valgono discorsi analoghi; non credo ai suoi conti in attivo, ai suoi piani industriali di corto respiro. E chiede già prepensionamenti e altre esigenze avanzerà fra poco. Le banche hanno i servizi più costosi d’Europa, hanno tutte (non il solo Fazio) concorso lucrosamente ai danni subiti dai risparmiatori nei vari crac ben noti, fanno manovre finanziarie molto dubbie e pericolose da ogni punto di vista.

E poi bisognerebbe affrontare anche la questione del settore pubblico. Ci sono molte brave persone, e meritevoli; ma anche tanti fancazzisti, maleducati, inefficienti, dannosissimi. E per di più inamovibili, illicenziabili, il che non è per me più approvabile. Basta con questi tabù. Comunque, Prodi ha detto che altre misure seguiranno, che questo è solo l’inizio. Tuttavia, è sintomatico che abbia scelto questo inizio, che comunque nemmeno nomina il vero establishment dominante (quello da colpire sul serio); e che, in ogni caso, adesso lancia preavvisi, non prende decisioni immediate, si prepara a discutere con chi di dovere. Atteggiamento non seguito nelle decisioni di cui stiamo parlando.

 

Non dilunghiamoci troppo al momento. Il vero fatto è che la destra è veramente schifosa nella maggior parte delle sue prese di posizione; e in modo particolare in politica estera, dove il suo filoamericanismo e filosionismo sono senza sfumature. Stiamo però attenti, perché tale schieramento è rozzo, ma sincero, non ci sono finzioni; il suo pus sprizza apertamente da tutti i pori. Il centrosinistra – che raggruppa il 90% del vecchio ceto politico professionale (ex dei vari partiti) e di quello intellettuale (improduttivo e parassitario nel senso sopra detto) – è ipocrita, falso, furbetto, pericolosissimo; è il vero bubbone (o cancro) della società. Se non verrà estirpato entro 5, al massimo 10, anni, l’organismo andrà in totale disfacimento. Saremo, con tanti distinguo e tanta malafede e linguaggio biforcuto, con la schiena del tutto piegata agli USA, veri loro schiavi e tentacoli in direzione del completo asservimento dell’intera Europa.

Come trovare la stretta via che conduce allo scontro con questa sinistra (assolutamente irriformabile), senza mai confondersi con la destra, anzi contrastandola e mettendola in angolo? Questa è l’ultima, e più essenziale e definitiva domanda. Per rispondere in tempi utili, non più di 3-4 anni. In assenza di risposta, godremo di un finale simile a quello del film di Magni Nel nome del Signore: infileremo la testa sotto la ghigliottina pronunziando: “Popolo, buona notte”.  

LA FURBATA DELLE LIBERALIZZAZIONI (di G. La Grassa)

Quello che segue è un piccolo brano delle conclusioni di un libretto che sto facendo sulla fase (ed epoca) attuale, soprattutto con riferimento all’Italia e, in subordine, all’Europa (titolo provvisorio: IL GIOCO DEGLI SPECCHI; destra e sinistra: un’alternativa illusoria).  Si legga oggi il Corriere con l’entusiastica approvazione alle “liberalizzazioni” dell’ex Ministro Martino (il più liberista, e filoamericano, fra i liberisti e i filoamericani) che annuncia il suo voto favorevole al provvedimento. Ci stanno prendendo per i c…. Manca totalmente una reale politica di sviluppo e di cambiamento sociale reale. Il pericolo è proprio questo: notai, farmacisti, taxisti ecc. non sono simpatici (e poi non sono di “sinistra”); nessuno di quelli che la pensano come me ha alcuna voglia di difenderli. Tuttavia, si dà così sfogo all’antipatia dei dominati distogliendola dai veri nemici: il grande capitale finanziario-industriale parassitario e decotto, il ceto politico e intellettuale corrotto e funzionale al dominio del predetto grande capitale, i mascalzoni dei vertici sindacali, assolutamente partecipi del saccheggio di questo paese per miliardi e miliardi di euro, di sicuro almeno 100 volte superiore all’arricchimento indebito dei “ceti medi antipatici” colpiti.

 

“Un esempio da manuale è l’ultima furbata dell’attuale Governo in merito alla liberalizzazione delle licenze con riferimento alle lobbies dei notai, dei farmacisti, dei taxisti, dei panettieri, ecc. Su questo punto si sono riscoperti (quasi) tutti liberali e liberisti. E’ ovvio che queste categorie non hanno alcuna caratteristica per risultare simpatiche alla stragrande maggioranza della popolazione; e che abbiano goduto di privilegi, che si siano arricchite più o meno debitamente o indebitamente, è senz’altro innegabile; per cui non meritano alcuna preconcetta difesa come si trattasse di gruppi sociali benemeriti per lo sviluppo e il benessere del paese. Questo deve in ogni caso essere premesso, a scanso di equivoci. Ciò chiarito, dovrebbe lasciare perplessi il coro di approvazione del tutto trasversale, cioè da destra e da sinistra; con qualche disapprovazione, anch’essa del tutto ben distribuita nei due schieramenti politici. Dovrebbe lasciare perplessi che i giornali dell’establishment si siano profusi in lodi sperticate verso il vero liberista che risponde al nome di Bersani; mentre i giornali dell’altra parte innalzavano un kilometrico piagnisteo lastricato di “dovevamo farlo noi”, “non abbiamo avuto il coraggio”, ecc. Dovrebbe lasciare perplessi che la sinistra inneggi alla deregulation dopo averla tanto criticata all’epoca di Reagan-Thatcher.

In effetti, qui sembra proprio di essere in presenza, almeno nei primi passi, ad un liberismo che potrebbe condurre ad una moltiplicazione disordinata dei servizi spesso capace solo di provocare “rumore” con crescita del disservizio e dei suoi disagi. Non sempre la concorrenza è a vantaggio dei “consumatori”, le cui organizzazioni, a me sembra in modo del tutto miope e immediatistico, hanno manifestato entusiasmo. Del resto, un simile liberismo potrebbe poi portare al suo opposto. Tanto per fare un esempio, le maggiori organizzazioni di taxi avrebbero modo di fare incetta delle licenze date in appalto, con costituzione di veri cartelli e tanti saluti alla “libera concorrenza”. Del resto cos’è mai stato il liberismo, fin dal suo sorgere, fin dalla “mano invisibile” di Smith e dalla teoria dei costi comparati di Ricardo (commercio internazionale)? Solo l’ideologia del predominio dei più forti e della centralizzazione monopolistica dei capitali.

Tuttavia, questi sono solo problemini del tutto secondari. Che simili liberalizzazioni vadano pure approvate, senza una discussione accesa, né di esaltazione né di denigrazione. Sono state fatte, e che restino! Quel che fa paura è la totale mancanza di qualsiasi discussione sui veri termini di una strategia per lo sviluppo del paese. Ci si limita a ciò che fa “immagine”, a ciò che solletica i pruriti dei vari ceti sociali dominati o comunque non dominanti, che si guardano in cagnesco fra loro favorendo gli effettivi agenti del predominio in Italia, che sono quelli di un capitalismo arretrato, predatore, non innovativo, tutto proteso a proteggere le sue reali “rendite di posizione” (sociale e politica) con atteggiamento, più o meno ipocrita e mascherato, di subordinazione di fronte al complesso finanziario-politico statunitense. Qui sta il punto cruciale di tutta la questione.”

PACTA SUNT SERVANDA

 

Proprio così. I patti si rispettano ed il governo Prodi ha cominciato a ripagare il “piccolo establishment”, riunito intorno al patto di sindacato RCS, della fiducia concessa al centro-sinistra nell’ultima tornata elettorale. Come diceva l’avvocato Agnelli nessuno può superare un governo di sinistra nell’attuare politiche di destra, peccato che la distinzione destra-sinistra è ormai consegnata alla pattumiera della storia e i cosiddetti tecnici fanno molto meglio il lavoro sporco dei cosiddetti politici di professione (siano essi di pseudo sinistra o di pseudo destra).

Certo, non occorreva la sfera di cristallo per capire dove l’alleanza di centro-sinistra sarebbe andata a parare con le urla di dolore dei conti in deficit e del risanamento a tutti i costi per rientrare nei parametri imposti dall’Unione Europea. Ma già dai piccoli provvedimenti presi contro il ceto medio (connotazione sociologica impropria per definire una medietà inglobante sia professioni privilegiate che lavoratori parasubordinati a basso reddito) si deduce che, o i conti non erano così dissestati come si paventava, oppure, che la barca è così piena di falle per cui è meglio mettere in salvo i comandanti, tanto la ciurma morirà di scorbuto.

Insomma, Prodi & C. stanno avvallando la cleptomania dei dominanti montezemoliani incapaci di ripianare i debiti delle loro società con politiche di sviluppo e di innovazione, mentre è ampiamente più “conveniente” rastrellare risorse pubbliche grazie ad un ceto politico-statale codino che, con tanto rigore, abbatte la sua scure sugli strati più divisi o più deboli della società italiana. I notai, i farmacisti e gli avvocati non possono essere considerati deboli e, peraltro, non nutriamo alcuna simpatia per loro, ma questo non cambia di una virgola la sostanza dei provvedimenti adottati. La stretta fiscale sulle professioni, il cui gettito tributario sarà monitorato costantemente grazie alla separazione dei conti correnti bancari (quelli “dedicati” all’attività e quelli strettamente personali) consentirà al fisco di verificare i pagamenti effettivi che i clienti effettueranno come corrispettivo delle prestazioni professionali ricevute attraverso metodi di pagamento “rintracciabili” cioè bonifici, carte di credito, bollettini postali. Gli esercenti commerciali dovranno invece fornire l’elenco dei propri fornitori, con una comunicazione telematica all’Agenzia delle Entrate, la quale attenderà (con cadenza mensile) che le vengano trasmessi anche l’ammontare dei corrispettivi giornalieri conseguiti da negozianti. I tassisti, ai quali sarà imposta la liberalizzazione delle licenze (salvo il fatto che solo chi può pagare profumatamente potrà acquistarne più di una) sono già sul piede di guerra ma, credo, che alla fine dovranno soccombere nonostante ci sarà qualche piccolo aggiustamento di tiro rispetto al testo del dl, del quale tuttavia non si conosce ancora la versione integrale.

Nel frattempo però, la vera stretta fiscale, quella che potrebbe davvero smuovere grandi quantità di denaro, resta un pio desiderio di chi, ingenuamente se non in malafede, pensava che un sedicente governo di sinistra avrebbe messo con le spalle al muro i grandi capitalisti (come Montezemolo appunto) che depositano i soldi in Lussemburgo, non contribuendo nemmeno con gli spiccioli al gettito fiscale italiano.

A destra sono imbestialiti, non tanto per le liberalizzazioni anticorporative che toccano parte del loro elettorato, quanto, piuttosto, per non aver potuto fare la stessa cosa in 5 anni di governo. Adesso che i destri, paladini del libero mercato e della mano invisibile autoregolatrice, non possono certo accusare la sinistra di conservatorismo economico in virtù dell’attuazione di tali misure ultraliberistiche, cercano di salvarsi la faccia sostenendo che si tratta di una vendetta sommaria contro l’elettorato di centro-destra mentre le vere riforme avrebbero dovuto toccare tutti i ceti sociali. Un mal comune mezzo gaudio che affoga nelle lacrime tutto il paese e sopisce le urla di protesta. Ma, non mi pare, che la destra utilizzasse questo metro durante il suo governo, basti pensare alla leggi Biagi che ha smantellato quel poco di stato sociale ancora presente in Italia a fronte di provvedimenti “classisti” come l’abolizione della tassa di successione. Non è un caso che il “Giornale” di oggi apriva in prima pagina con la notizia “Prodi prende agli autonomi e dà ai sindacati”. Purtroppo però mentre il celeberrimo Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri, il nostro presidente del consiglio non dà ai sindacati per dare ai lavoratori, dà ai sindacati perché questi, al prossimo giro di vite, consentano di proseguire l’attacco antisociale contro il lavoro subordinato, parasubordinato e precario. Come dire, oggi tocca agli autonomi, ma domani…

Naturalmente, verrebbe da chiedersi che cosa fanno i nostri paludati comunisti di governo, seduti sugli scranni più alti delle istituzioni democratiche, ad ogni aprir bocca di Prodi, Padoa-Schioppa o Visco. Uno si aspetterebbe quanto meno qualche mormorio, un sussulto, uno scatto di dignità. Invece nulla, silenzio assordante.

I nostri sinistri comunisti hanno trovato il diversivo della guerra per azzuffarsi tra loro e tacere di questi provvedimenti, sono troppo impegnati a studiare il modo per far digerire a chi li ha votati l’ennesimo voltafaccia. Già, la guerra e il rifinanziamento delle missioni in Iraq ed Afghanistan, altra nota dolens che dimostra la schizofrenia di questi lestofanti. Il pacifismo da quattro soldi si è schiantato contro il senso di responsabilità che si impone a forze di governo stilisticamente accettabili (da chi?), senza tralasciare la sempre presente estetica “antifascista”, un becero giustificazionismo da saldi che a scadenze prefissate ci propina, come elemento irrinunciabile, la lotta contro le destre (o meglio delle “destve” come direbbe il portaocchiali col comunista intorno) e contro il demone Berlusconi. Così, oggi Diliberto, il quale, sempre per senso di responsabilità, permise l’intervento in Serbia contro il legittimo governo Milosevic che non attuava nessuna pulizia etnica a danno dei Kossovari (leggere il rapporto OCSE al riguardo) è contrario al rifinanziamento, mentre Rifondazione, che solo ieri rinfacciava quotidianamente al PDCI il suo appoggio in quella guerra infame, accusa i comunisti italiani di cinismo. Siamo alla frutta e come dice La Grassa, ci vorrebbe davvero qualcuno che li bastonasse tutti e li mandasse ai lavori forzati in Siberia o in qualche bella prigione democratica stile Guantanamo, giusto per tener fede alla legge del contrappasso.

Purtroppo credo che siamo solo all’inizio e il peggio deve ancora da venire.

 

(O)SCENARIO POLITICO ITALIANO (di Gianfranco La Grassa)

Il Corriere sta diventando il peggiore, e forse anche più stupido, giornale italiano, riuscendo quasi a battere Repubblica e Giornale. Oggi, 30 giugno, nell’editoriale si attacca forsennatamente Berlusconi in una delle poche occasioni in cui ha ragione. E’ evidente che l’UDC è alla ricerca di smarcarsi e di dimostrarsi “disponibile”, mentre il centrosinistra minaccia invece elezioni anticipate per piegare la resistenza dei riottosi sulla missione in Afghanistan. Il Corriere sostiene risibilmente che l’UDC è piena di quel senso di responsabilità nazionale che mancherebbe invece al Cavaliere. In realtà, anche Liberazione, da almeno un mese, denuncia una serie di trame (non tanto) occulte tendenti a sostituire i rifondaroli con i democristianucci del centrodestra. So bene che i “sinistri” gridano al lupo per ridurre alla ragione quei pochissimi parlamentari (in specie al Senato) che vorrebbero “non sporcarsi” troppo le mani; tuttavia, che l’operazione “grande centro” (e partito sedicente democratico) sia sempre nella testa di tutti i peggiori reazionari di questo paese, è qualcosa di fin troppo evidente.

Una simile operazione è estremamente difficile e non risolverebbe altro che qualche problema puramente aritmetico, in sede parlamentare, mentre aumenterebbe lo sfascio del paese. Il vero fatto è che il piccolo establishment (fondamentalmente, il patto di sindacato dell’RCS, il nefasto gruppo di dominanti che opprime il paese) è in reale difficoltà. Esso è in una brutta situazione economico-finanziaria – malgrado si presentino (falsi) conti aziendali in miglioramento e improbabili piani industriali – e non può più aspettare molto tempo: o il Governo devasta il paese e rapina miliardi di euro per fargli affluire qualche buon fiume di soldi, o altrimenti i membri di questo gruppazzo finiranno la loro nefanda vicenda in pochi anni (naturalmente come finanzieri e industriali, perché avranno i loro bei conti personali in qualche dove).

Il gruppo di economisti, politologi, ecc. – che essi pagano – è talmente privo di un minimo di dignità da accettare di avanzare soluzioni del tipo di quella che viene oggi (sempre 30 giugno) gustosamente presa in giro da Geronimo (Cirino Pomicino) sul Giornale. Uno di essi (si tratta di uomo d’affari e “grande intenditore” di economia) ha fatto una proposta “risolutiva” per migliorare i nostri conti pubblici; proposta ripresa da altri economisti (e simili) dello stesso genere, che imperversano nel suddetto giornale, ormai intenzionato a distanziare tutti in fatto di sciocchezze. Si invita a mettere 100.000 impiegati pubblici a busta paga leggermente ridotta e senza lavorare in attesa che maturino la pensione ormai vicina. Al loro posto verrebbero assunti 30.000 giovani con stipendio decisamente inferiore e pieni di energie nuove; cosicché (si sostiene) aumenterebbe l’efficienza e la produttività del settore pubblico, e per di più con risparmio di spesa. Uno dei suddetti economisti (“di fama”) ha citato perfino la Thatcher che – secondo lui – avrebbe risolto i problemi dell’Inghilterra non mettendo in ginocchio i sindacati, come noi credevamo (ingenui che siamo), bensì costringendo al prepensionamento i professori universitari (sopra i 60 se non ricordo male) e assumendo dei giovani con stipendio (d’inizio carriera accademica) decisamente più basso. I sindacati italiani si sono comunque dichiarati entusiasti della demenziale proposta e si sono detti a disposizione per mantenere i 100.000 dipendenti “a scartamento ridotto” mediante la costituzione di un fondo alimentato da parte degli aumenti contrattuali del biennio 2005-6.

A parte il risibile risparmio ottenuto con simili mezzucci, che ricordano i famosi “conti della serva” (non più possibili oggi dato che esistono solo le colf), tutti noi avremmo pensato: 1) che la produttività ed efficienza esigono soprattutto una drastica tecnologizzazione (informatizzazione in specie, ma non solo) dei vari servizi; 2) in subordine, che i giovani pieni di energie possono anche essere meno esperti e “più impulsivi e azzardati” (e perfino meno veloci e accurati) di coloro che hanno una pluridecennale professionalità lavorativa. In ogni caso, è a dir poco vergognoso che paludati “accademici” (alcuni della paludatissima Bocconi) dicano simili sciocchezze; e ricordino la Premier liberista inglese – di cui si può e deve dir tanto male, ma non certo che era scema – per avallare proposte da veri disperati quali sono coloro che li pagano per vaneggiare sul giornalaccio di cui sopra.  

Questo è però solo un esempio della manifesta incapacità e inettitudine (accompagnate da arroganza e presunzione) di questi pretesi tecnici, che metteranno al tappeto il nostro paese. Non voglio entrare nel merito della manovrina fatta, sempre oggi, dal Governo, e soprattutto della prossima finanziaria “lacrime e sangue” che vorrebbe rinverdire gli “infausti” di Amato dell’inizio anni novanta.  Quanto al “buco terribile” lasciato dal precedente Governo, non vedo perché dovrei credere a questi banditi e non ai loro simili che, nel 2001, denunciavano il “buco” lasciato dal precedente Governo di centrosinistra. Chi crede o non crede solo in base a quel che gli comunicano i suoi infami “capi” corrisponde perfettamente a quanto scriveva Guareschi dei piciisti d’antan: trinariciuti e con il cervello versato all’ammasso. In ogni caso, la manovrina odierna lascia intendere che il buco non sia poi così enorme. Inoltre, premettendo che da parte mia non vi è alcuna simpatia – e quindi difesa – delle sedicenti lobbies (farmacisti, taxisti, ecc.) colpite dalla “liberalizzazione” in tema di licenze, va detto chiaramente che non si tratta di misure decisive per ridare sviluppo reale ad un paese; chi lo sostiene o è cretino o mentitore spudorato. E, appunto, venduto. Non a caso, i vertici confindustriali (e il loro giornalaccio) affermano che si va nella direzione giusta. Sarà presto evidente il fallimento di questi escamotages, che hanno il solo pregio di mostrare come il neoliberismo sia articolo di fede anche per l’attuale Governo; sempre ricordando che non si nutre alcuna intenzione di difendere certe “caste”. Che sono però caste medio-piccole, mentre quelle grandi – e in particolare il piccolo establishment della RCS – sono avvantaggiate in tutti i sensi da questo preteso liberismo; e riceveranno aiuti “pubblici” a non finire, derogando ai principi della “libera” competizione globale.

Comunque vediamo, in sintesi, la situazione. Il centrodestra si sta sfilacciando. L’UDC è in “offerta”, ma credo che otterrà poco. La Lega, reagendo male alle sconfitte, insiste sul localismo che non ha alcuna prospettiva se non di minoranze solo “rumorose”, e per qualche anno ancora. AN ha ormai reciso le sue radici storiche; pur essendo di destra, nostalgiche, esse avevano ancora qualche risonanza, ma soprattutto, per quanto ad alcuni possa sembrare strano, potevano perfino trovare sussulti di rivitalizzazione nell’attuale confusissimo panorama internazionale. FI ha cercato di convogliare il malcontento del cosiddetto ceto medio, che non è però affatto “medio”; è un assemblaggio di molti gruppi sociali, piuttosto disgregati e nettamente stratificati a diversi livelli di reddito, di status, di mentalità, ecc. FI non è però mai diventata un partito, ha sempre avuto un capo che si crede “carismatico”, ma non lo è affatto, essendo stato montato solo dal centrosinistra alla ricerca di un nemico in grado di compattarne le mille anime.

Il fatto che, ad es., tra le elezioni politiche, da una parte, e le amministrative e il referendum, dall’altra, ci sia uno scarto di circa il 30% di affluenza alle urne – e si tratta, a mio avviso, di una astensione ascrivibile quasi totalmente alla “destra” – mi sembra dimostrare come gli elettori di questo schieramento siano assai meno affetti dal virus della berlusconite di quanto non lo siano quelli di centrosinistra con riguardo al simmetrico virus dell’antiberlusconite. Ed infatti, questo 30% si mobilita alle politiche per motivi non certo nobili – paura delle imposte, assurde promesse relative all’ICI, ecc. – ma è comunque mosso da una intenzionalità antipolitica, che è in effetti disgusto per questa politica, creduta l’unica politica, la vera politica. Appena si va ai referendum sulla Costituzione o ad elezioni amministrative, questa parte della “gente” preferisce non pronunciarsi.

E volgiamoci al centrosinistra. Un ceto politico di ex professionisti – non nel senso weberiano del termine, ma solo intendendo parlare di politicanti da quattro soldi – provenienti da DC, PCI, PSI e altri partiti(ni) della passata stagione; un periodo storico privo di grandezza, ma che oggi sembra essere stato il tempo dei giganti in rapporto allo squallore cavernoso degli attuali “topi (o vermi?) nel formaggio”. A questo ceto si aggiunga un buon 80, forse 90%, degli intellettuali (in senso lato, ricomprendendovi ad es. il gruppo degli insegnanti che sono quasi “analfabeti di ritorno”; per non parlare dei “nani e ballerini” del mondo dello spettacolo e della letteratura, ecc.). Il tutto – politici (con i sindacalisti) e (semi)intellettuali – frammentato in una decina di partiti e partitini, in cento correnti e in mille clan, ognuno dei quali odia pervicacemente e sparla a tutto spiano degli altri. Le povere classi lavoratrici sono soltanto oggetto di disquisizioni teoriche da parte dei pochi rimasugli della sinistra autoproclamatasi radicale (talvolta persino comunista), ma sono totalmente abbandonate a se stesse da una mescolanza abnorme e mostruosa di mestatori di professione.

Non sarà certo facile liberarsi di questi ultimi che sono organici ad un corrotto ambiente affaristico-politico-giornalistico, sia sul piano nazionale che locale (in particolare nelle grandi città, con il loro apice nelle nuove “Sodoma e Gomorra”: Roma e Napoli). Purtroppo non sono il Balzac delle Illusioni perdute; e non posso quindi descrivere adeguatamente questo verminaio così come fece il grande romanziere in riferimento al crepuscolo dell’Impero di Napoleone il piccolo. Ciò che rende uniti personaggi che si odiano e tramano l’uno contro l’altro è il potere di mettere a soqquadro l’intero paese, derubando i suoi cittadini (ai più svariati livelli di tenore di vita) per arricchirsi sfacciatamente con imbrogli finanziari e borsistici, assistenza statale all’industria (quella grande e decotta), moltiplicazione degli “enti” pubblici (accademici e non), gestione putrida del settore “spettacolo e informazione”, e via dicendo.

In attesa di tempi migliori – cioè peggiori per questi saltimbanchi di dominanti reazionari con il loro Circo Barnum di politici di destra e soprattutto di sinistra – mi sembra che ci si debba indirizzare a due settori sociali, entrambi certo molto disgregati, confusi, anche demoralizzati, in ogni caso al momento per null’affatto omogenei: né fra loro né al loro interno. Innanzitutto a quel 30% di cui ho detto sopra. Come già rilevato, si tratta di “gente” che crede di essere antipolitica e che, per questo, viene bollata – dai “progressisti” del ceto politico-intellettuale di sinistra – con l’etichetta di “qualunquista”. In realtà, essa non si rende conto che potrebbe esistere un’altra politica; così, si dà appunto all’antipolitica, con la convinzione di trovarla, prima, in Bossi (un fattore del tutto localistico e senza respiro) e, poi, in Berlusconi prendendo una “toppata” ancora maggiore. Non dico che questa “gente” sia adesso matura per volgersi altrove, ma certo è delusa e può sbandare “in molti sensi e direzioni”. Spetterebbe a chi vuol sforzarsi di capire qualcosa iniziare a porsi il problema.

Vi è poi il tradizionale “mondo del lavoro”, cioè quello salariato e sindacalizzato, aggrappato a vecchie – ma sempre più stanche e demotivate – militanze a causa della ben nota vischiosità abitudinaria della politica e della deformazione ideologica. Qui il lavoro politico da compiere è più difficile e complicato perché non siamo in “terra vergine”, ricettiva – almeno come potenzialità – di idee e programmi nuovi. Proprio per questo non si deve essere teneri verso nessuna delle vecchie cariatidi della politica e della intellettualità di sinistra. Pensate, come semplice e piccolo esempio, alla listina di sinistri radicali (e sedicenti comunisti) che ha preso nelle comunali di Roma, se non erro, lo 0,6% in pieno appoggio al corrotto ambiente veltroniano. Il tutto per avere anch’essa qualche meschino appannaggio. Ebbene, questo pur piccolo insieme di imbroglioni, che sbandiera il comunismo più puro per i propri miserabili interessi, non ha ovviamente la stessa pericolosità dei D’Alema, dei Fassino, dei Bertinotti, ecc., ma è altrettanto purulento e fa marcire delle potenzialità che dovrebbero essere indirizzate più utilmente. Teniamone conto; non credo alla convenienza di alleanze e discussioni con simili gruppetti, nemmeno tatticamente. Sono nemici “infiltrati”, veri spioni al servizio dei più pericolosi sopra citati. Tutti da rigettare e criticare aspramente, cercando di vincere le brutte abitudini e passività di ceti lavoratori che comunque rappresentano una potenzialità alternativa (in un periodo non certo breve).

Per il momento pongo un problema e non pretendo di più. E desidero discuterlo con coloro che hanno rotto finalmente con l’intera sinistra; la quale, giocando su mille sfumature e con un ventaglio di posizioni che cercano di rappresentare ogni corrente del putridume politico-culturale attuale, difende il potere dei peggiori gruppi dominanti italiani (ed è quindi oggettivamente filoamericana anche in quei settori di minoranza che si proclamano “antimperialisti”).

 

Finito il 1° luglio 2006

 

PS Seguiamo fino in fondo la vicenda del rifinanziamento della missione in Afghanistan, per quanto serve solo come modesto esempio di tutte le luride ipocrisie di politici e intellettuali “progressisti” (si leggano oggi addirittura le affermazioni dell’ineffabile Franca Rame, che ha la scusa di non essere un’aquila); ipocrisie che ricordano ampiamente quelle che spargevano a piene mani i “sinistri” (D’Alema & C.) per bombardare la Jugoslavia con gli USA.    

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