ALCUNE DOMANDE (di Gianfranco La Grassa)

Ci sono molte domandine aggiuntive al decreto sulla liberalizzazione delle professioni. Alcuni dementi di sinistra non sono usi porsele perché caricano a testa bassa categorie certo ricche (non proprio tutte, ma molte) e che sono “antipatiche”; ma soprattutto non sono “progressiste”, non rispondono ai criteri del politically correct in uso presso i “nani e ballerini” – lavoratori improduttivi (in senso corrente, non quello marxiano) dell’impiego pubblico, dello spettacolo, dell’informazione, ecc. – che allignano nello schieramento che “ringhia” in appoggio a questo Governo.

 

I Domandina (una quisquilia). Perché scegliere questo periodo di ferie, con tutti i turisti che arrivano, con molti nostri concittadini che debbono andare in vacanza e vorrebbero andarci un po’ tranquillamente senza sciopero di treni e aerei, servizi vari che non funzionano, ferrovie sempre più disastrate (se raccontassi il mio recente viaggio sull’eurostar Roma-Bari, ci sarebbe da esserne edificati), ecc.; e adesso con ulteriori casini (certo non gravissimi) con i taxi? Non basterebbe per il momento essere un po’ più coerenti sulla politica estera e le missioni d’armi (non di pace!) all’estero (e non solo in Irak)?

 

II Domandina. Perché si straparla di concertazione con i sindacati e poi si decide all’improvviso la “liberalizzazione” senza consultare, anzi nemmeno preavvisare, le categorie interessate, perfino all’insaputa di un Ministro del Governo, Mastella (e non credo sia stato il solo), che adesso minaccia appoggi esterni e al quale ha dovuto telefonare Bersani profondendosi in scuse e tanti complimenti per la sua lealtà (sic!) ecc.? Non si poteva presentare un progetto di legge e discuterne?

 

III Domandina. Da 40 anni, per i taxi, esisteva il blocco delle licenze oltre un certo numero. Adesso il blocco è tolto. Non è che questo permetterà a chi ha soldi di acquistare molte licenze danneggiando la “libera concorrenza” che si dice essere obiettivo del decreto? Come mai un Governo di (pur finta) sinistra si mette a giocare il ruolo dell’ultraliberista? Non è che, come tutti i liberisti (a parole, ma tutti i liberisti veri lo sono solo a parole), vuole alimentare la concentrazione in favore di alcune grandi catene di interessi? E’ solo un caso che da pochi mesi sia stata costituita la società Fiat autotrasporti, che non ha fissato ancora il suo scopo sociale: se trasporto merci o civile (o tutti e due) e, nel secondo caso, se tramite autobus di linea o magari anche con servizi taxi? A pensare male si fa peccato ma….. (vedi detto di Andreotti).

 

IV (e decisiva) domandina (anzi affermazione). Notai, farmacisti, taxisti, panettieri ecc. (pur a livelli di reddito assai diversi) non sono simpatici e, se avessi un qualche potere politico, non lo impiegherei certo per difenderli. Sono però queste le caste dominanti? No, ma altre ben più grosse e potenti. La Telecom ha ancora il monopolio degli impianti fissi. E’ piena di debiti, non fa innovazioni, ha servizi costosi, non rappresenta certo un elemento propulsivo in un settore d’avanguardia come quello delle telecomunicazioni. E non parliamo dei suoi call center, a lavoro precario oltretutto. E per la Fiat valgono discorsi analoghi; non credo ai suoi conti in attivo, ai suoi piani industriali di corto respiro. E chiede già prepensionamenti e altre esigenze avanzerà fra poco. Le banche hanno i servizi più costosi d’Europa, hanno tutte (non il solo Fazio) concorso lucrosamente ai danni subiti dai risparmiatori nei vari crac ben noti, fanno manovre finanziarie molto dubbie e pericolose da ogni punto di vista.

E poi bisognerebbe affrontare anche la questione del settore pubblico. Ci sono molte brave persone, e meritevoli; ma anche tanti fancazzisti, maleducati, inefficienti, dannosissimi. E per di più inamovibili, illicenziabili, il che non è per me più approvabile. Basta con questi tabù. Comunque, Prodi ha detto che altre misure seguiranno, che questo è solo l’inizio. Tuttavia, è sintomatico che abbia scelto questo inizio, che comunque nemmeno nomina il vero establishment dominante (quello da colpire sul serio); e che, in ogni caso, adesso lancia preavvisi, non prende decisioni immediate, si prepara a discutere con chi di dovere. Atteggiamento non seguito nelle decisioni di cui stiamo parlando.

 

Non dilunghiamoci troppo al momento. Il vero fatto è che la destra è veramente schifosa nella maggior parte delle sue prese di posizione; e in modo particolare in politica estera, dove il suo filoamericanismo e filosionismo sono senza sfumature. Stiamo però attenti, perché tale schieramento è rozzo, ma sincero, non ci sono finzioni; il suo pus sprizza apertamente da tutti i pori. Il centrosinistra – che raggruppa il 90% del vecchio ceto politico professionale (ex dei vari partiti) e di quello intellettuale (improduttivo e parassitario nel senso sopra detto) – è ipocrita, falso, furbetto, pericolosissimo; è il vero bubbone (o cancro) della società. Se non verrà estirpato entro 5, al massimo 10, anni, l’organismo andrà in totale disfacimento. Saremo, con tanti distinguo e tanta malafede e linguaggio biforcuto, con la schiena del tutto piegata agli USA, veri loro schiavi e tentacoli in direzione del completo asservimento dell’intera Europa.

Come trovare la stretta via che conduce allo scontro con questa sinistra (assolutamente irriformabile), senza mai confondersi con la destra, anzi contrastandola e mettendola in angolo? Questa è l’ultima, e più essenziale e definitiva domanda. Per rispondere in tempi utili, non più di 3-4 anni. In assenza di risposta, godremo di un finale simile a quello del film di Magni Nel nome del Signore: infileremo la testa sotto la ghigliottina pronunziando: “Popolo, buona notte”.  

LA FURBATA DELLE LIBERALIZZAZIONI (di G. La Grassa)

Quello che segue è un piccolo brano delle conclusioni di un libretto che sto facendo sulla fase (ed epoca) attuale, soprattutto con riferimento all’Italia e, in subordine, all’Europa (titolo provvisorio: IL GIOCO DEGLI SPECCHI; destra e sinistra: un’alternativa illusoria).  Si legga oggi il Corriere con l’entusiastica approvazione alle “liberalizzazioni” dell’ex Ministro Martino (il più liberista, e filoamericano, fra i liberisti e i filoamericani) che annuncia il suo voto favorevole al provvedimento. Ci stanno prendendo per i c…. Manca totalmente una reale politica di sviluppo e di cambiamento sociale reale. Il pericolo è proprio questo: notai, farmacisti, taxisti ecc. non sono simpatici (e poi non sono di “sinistra”); nessuno di quelli che la pensano come me ha alcuna voglia di difenderli. Tuttavia, si dà così sfogo all’antipatia dei dominati distogliendola dai veri nemici: il grande capitale finanziario-industriale parassitario e decotto, il ceto politico e intellettuale corrotto e funzionale al dominio del predetto grande capitale, i mascalzoni dei vertici sindacali, assolutamente partecipi del saccheggio di questo paese per miliardi e miliardi di euro, di sicuro almeno 100 volte superiore all’arricchimento indebito dei “ceti medi antipatici” colpiti.

 

“Un esempio da manuale è l’ultima furbata dell’attuale Governo in merito alla liberalizzazione delle licenze con riferimento alle lobbies dei notai, dei farmacisti, dei taxisti, dei panettieri, ecc. Su questo punto si sono riscoperti (quasi) tutti liberali e liberisti. E’ ovvio che queste categorie non hanno alcuna caratteristica per risultare simpatiche alla stragrande maggioranza della popolazione; e che abbiano goduto di privilegi, che si siano arricchite più o meno debitamente o indebitamente, è senz’altro innegabile; per cui non meritano alcuna preconcetta difesa come si trattasse di gruppi sociali benemeriti per lo sviluppo e il benessere del paese. Questo deve in ogni caso essere premesso, a scanso di equivoci. Ciò chiarito, dovrebbe lasciare perplessi il coro di approvazione del tutto trasversale, cioè da destra e da sinistra; con qualche disapprovazione, anch’essa del tutto ben distribuita nei due schieramenti politici. Dovrebbe lasciare perplessi che i giornali dell’establishment si siano profusi in lodi sperticate verso il vero liberista che risponde al nome di Bersani; mentre i giornali dell’altra parte innalzavano un kilometrico piagnisteo lastricato di “dovevamo farlo noi”, “non abbiamo avuto il coraggio”, ecc. Dovrebbe lasciare perplessi che la sinistra inneggi alla deregulation dopo averla tanto criticata all’epoca di Reagan-Thatcher.

In effetti, qui sembra proprio di essere in presenza, almeno nei primi passi, ad un liberismo che potrebbe condurre ad una moltiplicazione disordinata dei servizi spesso capace solo di provocare “rumore” con crescita del disservizio e dei suoi disagi. Non sempre la concorrenza è a vantaggio dei “consumatori”, le cui organizzazioni, a me sembra in modo del tutto miope e immediatistico, hanno manifestato entusiasmo. Del resto, un simile liberismo potrebbe poi portare al suo opposto. Tanto per fare un esempio, le maggiori organizzazioni di taxi avrebbero modo di fare incetta delle licenze date in appalto, con costituzione di veri cartelli e tanti saluti alla “libera concorrenza”. Del resto cos’è mai stato il liberismo, fin dal suo sorgere, fin dalla “mano invisibile” di Smith e dalla teoria dei costi comparati di Ricardo (commercio internazionale)? Solo l’ideologia del predominio dei più forti e della centralizzazione monopolistica dei capitali.

Tuttavia, questi sono solo problemini del tutto secondari. Che simili liberalizzazioni vadano pure approvate, senza una discussione accesa, né di esaltazione né di denigrazione. Sono state fatte, e che restino! Quel che fa paura è la totale mancanza di qualsiasi discussione sui veri termini di una strategia per lo sviluppo del paese. Ci si limita a ciò che fa “immagine”, a ciò che solletica i pruriti dei vari ceti sociali dominati o comunque non dominanti, che si guardano in cagnesco fra loro favorendo gli effettivi agenti del predominio in Italia, che sono quelli di un capitalismo arretrato, predatore, non innovativo, tutto proteso a proteggere le sue reali “rendite di posizione” (sociale e politica) con atteggiamento, più o meno ipocrita e mascherato, di subordinazione di fronte al complesso finanziario-politico statunitense. Qui sta il punto cruciale di tutta la questione.”

PACTA SUNT SERVANDA

 

Proprio così. I patti si rispettano ed il governo Prodi ha cominciato a ripagare il “piccolo establishment”, riunito intorno al patto di sindacato RCS, della fiducia concessa al centro-sinistra nell’ultima tornata elettorale. Come diceva l’avvocato Agnelli nessuno può superare un governo di sinistra nell’attuare politiche di destra, peccato che la distinzione destra-sinistra è ormai consegnata alla pattumiera della storia e i cosiddetti tecnici fanno molto meglio il lavoro sporco dei cosiddetti politici di professione (siano essi di pseudo sinistra o di pseudo destra).

Certo, non occorreva la sfera di cristallo per capire dove l’alleanza di centro-sinistra sarebbe andata a parare con le urla di dolore dei conti in deficit e del risanamento a tutti i costi per rientrare nei parametri imposti dall’Unione Europea. Ma già dai piccoli provvedimenti presi contro il ceto medio (connotazione sociologica impropria per definire una medietà inglobante sia professioni privilegiate che lavoratori parasubordinati a basso reddito) si deduce che, o i conti non erano così dissestati come si paventava, oppure, che la barca è così piena di falle per cui è meglio mettere in salvo i comandanti, tanto la ciurma morirà di scorbuto.

Insomma, Prodi & C. stanno avvallando la cleptomania dei dominanti montezemoliani incapaci di ripianare i debiti delle loro società con politiche di sviluppo e di innovazione, mentre è ampiamente più “conveniente” rastrellare risorse pubbliche grazie ad un ceto politico-statale codino che, con tanto rigore, abbatte la sua scure sugli strati più divisi o più deboli della società italiana. I notai, i farmacisti e gli avvocati non possono essere considerati deboli e, peraltro, non nutriamo alcuna simpatia per loro, ma questo non cambia di una virgola la sostanza dei provvedimenti adottati. La stretta fiscale sulle professioni, il cui gettito tributario sarà monitorato costantemente grazie alla separazione dei conti correnti bancari (quelli “dedicati” all’attività e quelli strettamente personali) consentirà al fisco di verificare i pagamenti effettivi che i clienti effettueranno come corrispettivo delle prestazioni professionali ricevute attraverso metodi di pagamento “rintracciabili” cioè bonifici, carte di credito, bollettini postali. Gli esercenti commerciali dovranno invece fornire l’elenco dei propri fornitori, con una comunicazione telematica all’Agenzia delle Entrate, la quale attenderà (con cadenza mensile) che le vengano trasmessi anche l’ammontare dei corrispettivi giornalieri conseguiti da negozianti. I tassisti, ai quali sarà imposta la liberalizzazione delle licenze (salvo il fatto che solo chi può pagare profumatamente potrà acquistarne più di una) sono già sul piede di guerra ma, credo, che alla fine dovranno soccombere nonostante ci sarà qualche piccolo aggiustamento di tiro rispetto al testo del dl, del quale tuttavia non si conosce ancora la versione integrale.

Nel frattempo però, la vera stretta fiscale, quella che potrebbe davvero smuovere grandi quantità di denaro, resta un pio desiderio di chi, ingenuamente se non in malafede, pensava che un sedicente governo di sinistra avrebbe messo con le spalle al muro i grandi capitalisti (come Montezemolo appunto) che depositano i soldi in Lussemburgo, non contribuendo nemmeno con gli spiccioli al gettito fiscale italiano.

A destra sono imbestialiti, non tanto per le liberalizzazioni anticorporative che toccano parte del loro elettorato, quanto, piuttosto, per non aver potuto fare la stessa cosa in 5 anni di governo. Adesso che i destri, paladini del libero mercato e della mano invisibile autoregolatrice, non possono certo accusare la sinistra di conservatorismo economico in virtù dell’attuazione di tali misure ultraliberistiche, cercano di salvarsi la faccia sostenendo che si tratta di una vendetta sommaria contro l’elettorato di centro-destra mentre le vere riforme avrebbero dovuto toccare tutti i ceti sociali. Un mal comune mezzo gaudio che affoga nelle lacrime tutto il paese e sopisce le urla di protesta. Ma, non mi pare, che la destra utilizzasse questo metro durante il suo governo, basti pensare alla leggi Biagi che ha smantellato quel poco di stato sociale ancora presente in Italia a fronte di provvedimenti “classisti” come l’abolizione della tassa di successione. Non è un caso che il “Giornale” di oggi apriva in prima pagina con la notizia “Prodi prende agli autonomi e dà ai sindacati”. Purtroppo però mentre il celeberrimo Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri, il nostro presidente del consiglio non dà ai sindacati per dare ai lavoratori, dà ai sindacati perché questi, al prossimo giro di vite, consentano di proseguire l’attacco antisociale contro il lavoro subordinato, parasubordinato e precario. Come dire, oggi tocca agli autonomi, ma domani…

Naturalmente, verrebbe da chiedersi che cosa fanno i nostri paludati comunisti di governo, seduti sugli scranni più alti delle istituzioni democratiche, ad ogni aprir bocca di Prodi, Padoa-Schioppa o Visco. Uno si aspetterebbe quanto meno qualche mormorio, un sussulto, uno scatto di dignità. Invece nulla, silenzio assordante.

I nostri sinistri comunisti hanno trovato il diversivo della guerra per azzuffarsi tra loro e tacere di questi provvedimenti, sono troppo impegnati a studiare il modo per far digerire a chi li ha votati l’ennesimo voltafaccia. Già, la guerra e il rifinanziamento delle missioni in Iraq ed Afghanistan, altra nota dolens che dimostra la schizofrenia di questi lestofanti. Il pacifismo da quattro soldi si è schiantato contro il senso di responsabilità che si impone a forze di governo stilisticamente accettabili (da chi?), senza tralasciare la sempre presente estetica “antifascista”, un becero giustificazionismo da saldi che a scadenze prefissate ci propina, come elemento irrinunciabile, la lotta contro le destre (o meglio delle “destve” come direbbe il portaocchiali col comunista intorno) e contro il demone Berlusconi. Così, oggi Diliberto, il quale, sempre per senso di responsabilità, permise l’intervento in Serbia contro il legittimo governo Milosevic che non attuava nessuna pulizia etnica a danno dei Kossovari (leggere il rapporto OCSE al riguardo) è contrario al rifinanziamento, mentre Rifondazione, che solo ieri rinfacciava quotidianamente al PDCI il suo appoggio in quella guerra infame, accusa i comunisti italiani di cinismo. Siamo alla frutta e come dice La Grassa, ci vorrebbe davvero qualcuno che li bastonasse tutti e li mandasse ai lavori forzati in Siberia o in qualche bella prigione democratica stile Guantanamo, giusto per tener fede alla legge del contrappasso.

Purtroppo credo che siamo solo all’inizio e il peggio deve ancora da venire.

 

(O)SCENARIO POLITICO ITALIANO (di Gianfranco La Grassa)

Il Corriere sta diventando il peggiore, e forse anche più stupido, giornale italiano, riuscendo quasi a battere Repubblica e Giornale. Oggi, 30 giugno, nell’editoriale si attacca forsennatamente Berlusconi in una delle poche occasioni in cui ha ragione. E’ evidente che l’UDC è alla ricerca di smarcarsi e di dimostrarsi “disponibile”, mentre il centrosinistra minaccia invece elezioni anticipate per piegare la resistenza dei riottosi sulla missione in Afghanistan. Il Corriere sostiene risibilmente che l’UDC è piena di quel senso di responsabilità nazionale che mancherebbe invece al Cavaliere. In realtà, anche Liberazione, da almeno un mese, denuncia una serie di trame (non tanto) occulte tendenti a sostituire i rifondaroli con i democristianucci del centrodestra. So bene che i “sinistri” gridano al lupo per ridurre alla ragione quei pochissimi parlamentari (in specie al Senato) che vorrebbero “non sporcarsi” troppo le mani; tuttavia, che l’operazione “grande centro” (e partito sedicente democratico) sia sempre nella testa di tutti i peggiori reazionari di questo paese, è qualcosa di fin troppo evidente.

Una simile operazione è estremamente difficile e non risolverebbe altro che qualche problema puramente aritmetico, in sede parlamentare, mentre aumenterebbe lo sfascio del paese. Il vero fatto è che il piccolo establishment (fondamentalmente, il patto di sindacato dell’RCS, il nefasto gruppo di dominanti che opprime il paese) è in reale difficoltà. Esso è in una brutta situazione economico-finanziaria – malgrado si presentino (falsi) conti aziendali in miglioramento e improbabili piani industriali – e non può più aspettare molto tempo: o il Governo devasta il paese e rapina miliardi di euro per fargli affluire qualche buon fiume di soldi, o altrimenti i membri di questo gruppazzo finiranno la loro nefanda vicenda in pochi anni (naturalmente come finanzieri e industriali, perché avranno i loro bei conti personali in qualche dove).

Il gruppo di economisti, politologi, ecc. – che essi pagano – è talmente privo di un minimo di dignità da accettare di avanzare soluzioni del tipo di quella che viene oggi (sempre 30 giugno) gustosamente presa in giro da Geronimo (Cirino Pomicino) sul Giornale. Uno di essi (si tratta di uomo d’affari e “grande intenditore” di economia) ha fatto una proposta “risolutiva” per migliorare i nostri conti pubblici; proposta ripresa da altri economisti (e simili) dello stesso genere, che imperversano nel suddetto giornale, ormai intenzionato a distanziare tutti in fatto di sciocchezze. Si invita a mettere 100.000 impiegati pubblici a busta paga leggermente ridotta e senza lavorare in attesa che maturino la pensione ormai vicina. Al loro posto verrebbero assunti 30.000 giovani con stipendio decisamente inferiore e pieni di energie nuove; cosicché (si sostiene) aumenterebbe l’efficienza e la produttività del settore pubblico, e per di più con risparmio di spesa. Uno dei suddetti economisti (“di fama”) ha citato perfino la Thatcher che – secondo lui – avrebbe risolto i problemi dell’Inghilterra non mettendo in ginocchio i sindacati, come noi credevamo (ingenui che siamo), bensì costringendo al prepensionamento i professori universitari (sopra i 60 se non ricordo male) e assumendo dei giovani con stipendio (d’inizio carriera accademica) decisamente più basso. I sindacati italiani si sono comunque dichiarati entusiasti della demenziale proposta e si sono detti a disposizione per mantenere i 100.000 dipendenti “a scartamento ridotto” mediante la costituzione di un fondo alimentato da parte degli aumenti contrattuali del biennio 2005-6.

A parte il risibile risparmio ottenuto con simili mezzucci, che ricordano i famosi “conti della serva” (non più possibili oggi dato che esistono solo le colf), tutti noi avremmo pensato: 1) che la produttività ed efficienza esigono soprattutto una drastica tecnologizzazione (informatizzazione in specie, ma non solo) dei vari servizi; 2) in subordine, che i giovani pieni di energie possono anche essere meno esperti e “più impulsivi e azzardati” (e perfino meno veloci e accurati) di coloro che hanno una pluridecennale professionalità lavorativa. In ogni caso, è a dir poco vergognoso che paludati “accademici” (alcuni della paludatissima Bocconi) dicano simili sciocchezze; e ricordino la Premier liberista inglese – di cui si può e deve dir tanto male, ma non certo che era scema – per avallare proposte da veri disperati quali sono coloro che li pagano per vaneggiare sul giornalaccio di cui sopra.  

Questo è però solo un esempio della manifesta incapacità e inettitudine (accompagnate da arroganza e presunzione) di questi pretesi tecnici, che metteranno al tappeto il nostro paese. Non voglio entrare nel merito della manovrina fatta, sempre oggi, dal Governo, e soprattutto della prossima finanziaria “lacrime e sangue” che vorrebbe rinverdire gli “infausti” di Amato dell’inizio anni novanta.  Quanto al “buco terribile” lasciato dal precedente Governo, non vedo perché dovrei credere a questi banditi e non ai loro simili che, nel 2001, denunciavano il “buco” lasciato dal precedente Governo di centrosinistra. Chi crede o non crede solo in base a quel che gli comunicano i suoi infami “capi” corrisponde perfettamente a quanto scriveva Guareschi dei piciisti d’antan: trinariciuti e con il cervello versato all’ammasso. In ogni caso, la manovrina odierna lascia intendere che il buco non sia poi così enorme. Inoltre, premettendo che da parte mia non vi è alcuna simpatia – e quindi difesa – delle sedicenti lobbies (farmacisti, taxisti, ecc.) colpite dalla “liberalizzazione” in tema di licenze, va detto chiaramente che non si tratta di misure decisive per ridare sviluppo reale ad un paese; chi lo sostiene o è cretino o mentitore spudorato. E, appunto, venduto. Non a caso, i vertici confindustriali (e il loro giornalaccio) affermano che si va nella direzione giusta. Sarà presto evidente il fallimento di questi escamotages, che hanno il solo pregio di mostrare come il neoliberismo sia articolo di fede anche per l’attuale Governo; sempre ricordando che non si nutre alcuna intenzione di difendere certe “caste”. Che sono però caste medio-piccole, mentre quelle grandi – e in particolare il piccolo establishment della RCS – sono avvantaggiate in tutti i sensi da questo preteso liberismo; e riceveranno aiuti “pubblici” a non finire, derogando ai principi della “libera” competizione globale.

Comunque vediamo, in sintesi, la situazione. Il centrodestra si sta sfilacciando. L’UDC è in “offerta”, ma credo che otterrà poco. La Lega, reagendo male alle sconfitte, insiste sul localismo che non ha alcuna prospettiva se non di minoranze solo “rumorose”, e per qualche anno ancora. AN ha ormai reciso le sue radici storiche; pur essendo di destra, nostalgiche, esse avevano ancora qualche risonanza, ma soprattutto, per quanto ad alcuni possa sembrare strano, potevano perfino trovare sussulti di rivitalizzazione nell’attuale confusissimo panorama internazionale. FI ha cercato di convogliare il malcontento del cosiddetto ceto medio, che non è però affatto “medio”; è un assemblaggio di molti gruppi sociali, piuttosto disgregati e nettamente stratificati a diversi livelli di reddito, di status, di mentalità, ecc. FI non è però mai diventata un partito, ha sempre avuto un capo che si crede “carismatico”, ma non lo è affatto, essendo stato montato solo dal centrosinistra alla ricerca di un nemico in grado di compattarne le mille anime.

Il fatto che, ad es., tra le elezioni politiche, da una parte, e le amministrative e il referendum, dall’altra, ci sia uno scarto di circa il 30% di affluenza alle urne – e si tratta, a mio avviso, di una astensione ascrivibile quasi totalmente alla “destra” – mi sembra dimostrare come gli elettori di questo schieramento siano assai meno affetti dal virus della berlusconite di quanto non lo siano quelli di centrosinistra con riguardo al simmetrico virus dell’antiberlusconite. Ed infatti, questo 30% si mobilita alle politiche per motivi non certo nobili – paura delle imposte, assurde promesse relative all’ICI, ecc. – ma è comunque mosso da una intenzionalità antipolitica, che è in effetti disgusto per questa politica, creduta l’unica politica, la vera politica. Appena si va ai referendum sulla Costituzione o ad elezioni amministrative, questa parte della “gente” preferisce non pronunciarsi.

E volgiamoci al centrosinistra. Un ceto politico di ex professionisti – non nel senso weberiano del termine, ma solo intendendo parlare di politicanti da quattro soldi – provenienti da DC, PCI, PSI e altri partiti(ni) della passata stagione; un periodo storico privo di grandezza, ma che oggi sembra essere stato il tempo dei giganti in rapporto allo squallore cavernoso degli attuali “topi (o vermi?) nel formaggio”. A questo ceto si aggiunga un buon 80, forse 90%, degli intellettuali (in senso lato, ricomprendendovi ad es. il gruppo degli insegnanti che sono quasi “analfabeti di ritorno”; per non parlare dei “nani e ballerini” del mondo dello spettacolo e della letteratura, ecc.). Il tutto – politici (con i sindacalisti) e (semi)intellettuali – frammentato in una decina di partiti e partitini, in cento correnti e in mille clan, ognuno dei quali odia pervicacemente e sparla a tutto spiano degli altri. Le povere classi lavoratrici sono soltanto oggetto di disquisizioni teoriche da parte dei pochi rimasugli della sinistra autoproclamatasi radicale (talvolta persino comunista), ma sono totalmente abbandonate a se stesse da una mescolanza abnorme e mostruosa di mestatori di professione.

Non sarà certo facile liberarsi di questi ultimi che sono organici ad un corrotto ambiente affaristico-politico-giornalistico, sia sul piano nazionale che locale (in particolare nelle grandi città, con il loro apice nelle nuove “Sodoma e Gomorra”: Roma e Napoli). Purtroppo non sono il Balzac delle Illusioni perdute; e non posso quindi descrivere adeguatamente questo verminaio così come fece il grande romanziere in riferimento al crepuscolo dell’Impero di Napoleone il piccolo. Ciò che rende uniti personaggi che si odiano e tramano l’uno contro l’altro è il potere di mettere a soqquadro l’intero paese, derubando i suoi cittadini (ai più svariati livelli di tenore di vita) per arricchirsi sfacciatamente con imbrogli finanziari e borsistici, assistenza statale all’industria (quella grande e decotta), moltiplicazione degli “enti” pubblici (accademici e non), gestione putrida del settore “spettacolo e informazione”, e via dicendo.

In attesa di tempi migliori – cioè peggiori per questi saltimbanchi di dominanti reazionari con il loro Circo Barnum di politici di destra e soprattutto di sinistra – mi sembra che ci si debba indirizzare a due settori sociali, entrambi certo molto disgregati, confusi, anche demoralizzati, in ogni caso al momento per null’affatto omogenei: né fra loro né al loro interno. Innanzitutto a quel 30% di cui ho detto sopra. Come già rilevato, si tratta di “gente” che crede di essere antipolitica e che, per questo, viene bollata – dai “progressisti” del ceto politico-intellettuale di sinistra – con l’etichetta di “qualunquista”. In realtà, essa non si rende conto che potrebbe esistere un’altra politica; così, si dà appunto all’antipolitica, con la convinzione di trovarla, prima, in Bossi (un fattore del tutto localistico e senza respiro) e, poi, in Berlusconi prendendo una “toppata” ancora maggiore. Non dico che questa “gente” sia adesso matura per volgersi altrove, ma certo è delusa e può sbandare “in molti sensi e direzioni”. Spetterebbe a chi vuol sforzarsi di capire qualcosa iniziare a porsi il problema.

Vi è poi il tradizionale “mondo del lavoro”, cioè quello salariato e sindacalizzato, aggrappato a vecchie – ma sempre più stanche e demotivate – militanze a causa della ben nota vischiosità abitudinaria della politica e della deformazione ideologica. Qui il lavoro politico da compiere è più difficile e complicato perché non siamo in “terra vergine”, ricettiva – almeno come potenzialità – di idee e programmi nuovi. Proprio per questo non si deve essere teneri verso nessuna delle vecchie cariatidi della politica e della intellettualità di sinistra. Pensate, come semplice e piccolo esempio, alla listina di sinistri radicali (e sedicenti comunisti) che ha preso nelle comunali di Roma, se non erro, lo 0,6% in pieno appoggio al corrotto ambiente veltroniano. Il tutto per avere anch’essa qualche meschino appannaggio. Ebbene, questo pur piccolo insieme di imbroglioni, che sbandiera il comunismo più puro per i propri miserabili interessi, non ha ovviamente la stessa pericolosità dei D’Alema, dei Fassino, dei Bertinotti, ecc., ma è altrettanto purulento e fa marcire delle potenzialità che dovrebbero essere indirizzate più utilmente. Teniamone conto; non credo alla convenienza di alleanze e discussioni con simili gruppetti, nemmeno tatticamente. Sono nemici “infiltrati”, veri spioni al servizio dei più pericolosi sopra citati. Tutti da rigettare e criticare aspramente, cercando di vincere le brutte abitudini e passività di ceti lavoratori che comunque rappresentano una potenzialità alternativa (in un periodo non certo breve).

Per il momento pongo un problema e non pretendo di più. E desidero discuterlo con coloro che hanno rotto finalmente con l’intera sinistra; la quale, giocando su mille sfumature e con un ventaglio di posizioni che cercano di rappresentare ogni corrente del putridume politico-culturale attuale, difende il potere dei peggiori gruppi dominanti italiani (ed è quindi oggettivamente filoamericana anche in quei settori di minoranza che si proclamano “antimperialisti”).

 

Finito il 1° luglio 2006

 

PS Seguiamo fino in fondo la vicenda del rifinanziamento della missione in Afghanistan, per quanto serve solo come modesto esempio di tutte le luride ipocrisie di politici e intellettuali “progressisti” (si leggano oggi addirittura le affermazioni dell’ineffabile Franca Rame, che ha la scusa di non essere un’aquila); ipocrisie che ricordano ampiamente quelle che spargevano a piene mani i “sinistri” (D’Alema & C.) per bombardare la Jugoslavia con gli USA.    

Genova, 21-06-06

 

Gentili Colombo, Petrosillo e Pagliarone,

vi ringrazio per l’interessamento al mio scritto. Per evitare di disperdersi in mille rivoli cercherò qui di fare solo qualche precisazione ed osservazione, non di rispondere a tutto quanto voi dite.

La mia tesi e’ molto semplice: per chi rifiuti l’esperienza  del “comunismo storico del 900”, e condivida i dubbi di La Grassa e Preve sul comunismo di Marx, “comunismo” e’ oggi una parola vuota, che conviene abbandonare perché inutile sul piano teorico e dannosa sul piano pratico. Chi non condivida questa conclusione ha un modo molto semplice di confutarla: fornire un significato chiaro e condivisibile alla parola “comunismo”. Il minimo che ci si possa aspettare da chi si definisce comunista mi sembra appunto di dire, in modo chiaro e sensato, cosa intenda per “comunismo”. E’ interessante il fatto che nessuno dei miei critici riesca a farlo. Discutiamo alcuni dei significati che mi avete fornito:

 

  1. Pagliarone: “Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Si tratta di una frase vuota. E’ anche facile capirlo. Esistono infiniti modi di abolire lo stato di cose presente che non hanno nulla a che fare con quello che si può intendere per comunismo. Una guerra termonucleare che distrugga la specie umana riducendo la terra ad un deserto radioattivo abitato solo da qualche specie di licheni e qualche specie di coleotteri, sarebbe indubbiamente un “movimento reale” che abolirebbe “lo stato di cose presente”. Dunque il comunismo è una guerra termonucleare? E’ facile pensare ad altri esempi di questo tipo, che mostrano il carattere vuoto, privo di ogni contenuto, di questa citazione immeritatamente famosa.
  2. Colombo: “Il comunismo è un’attività”. Questa frase mostra lo stesso vuoto della precedente. Qualsiasi cosa facciano gli esseri umani è un’attività (umana). Ma non tutte le attività sono comunismo. Il comunismo dovrebbe essere una particolare fra le infinite attività possibili degli esseri umani. Quale? Non si sa.
  3. Colombo: “il comunismo primitivo”. Ma non si vede in che modo il riferimento al comunismo primitivo possa dare oggi un contenuto al comunismo.
  4. Petrosillo “L’intenzionalità comunista ricomprende la ricerca della giustizia sociale, dell’uguaglianza (…), della libertà, le uniche vere ragioni per cui il comunismo diviene desiderabile”. D’accordo: giustizia, uguaglianza  e libertà sono i  contenuti per i quali la parola comunismo ha un senso: ma cosa aggiunge la parola “comunismo” ad essi? Una volta che si è detto “giustizia, uguaglianza  e libertà”, cosa si dice di più pronunciando la parola “comunismo”? Secondo me, nulla.

 

La mia opinione è che “Comunismo” volesse indicare l’organizzazione sociale ed economica che avrebbe permesso di raggiungere giustizia, uguaglianza  e libertà. Ma se questo è vero, chi si dichiara comunista deve dirmi qual è questa organizzazione sociale ed economica  e perché essa, invece di altre, dovrebbe assicurare giustizia, uguaglianza  e libertà. Se non è capace di farlo, “comunismo” resta una parola vuota.

Cordiali Saluti

Marino badiale

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

PER SALVARE
LA VITA ALLA DETENUTA DIANA BLEFARI.

Diana Blefari sta per morire.
Dopo due anni e mezzo di carcere, per la maggior parte dei quali ha
subito una vera e propria tortura fisica e mentale, si sta arrendendo,
nell’unica forma che una persona con dignità attuerebbe a fronte della
somministrazione di una massa di violenza di dimensioni spropositate
come quella che gli è stata rovesciata contro. Qualche giorno fa i
medici di Rebibbia hanno chiesto ufficialmente, alla Corte che si
occupa del suo appello, il suo «indispensabile» ricovero «immediato» in
una struttura sanitaria idonea. Non mangia, infatti, da circa 30 giorni
e continua ad essere detenuta in regime di 41 bis.
Non è una notizia
inaspettata. Negli ultimi tre mesi, in seguito all’interessamento di
alcuni membri di Rifondazione comunista di L’Aquila (dove ha sede il
carcere che l’ha “ospitata” fino a poco tempo fa), la sua situazione
era stata ripetutamente denunciata con alcune lettere e articoli
pubblicati su giornali nazionali e alcune manifestazioni di solidarietà
erano state espresse da ambiti della sinistra antagonista. Ma
naturalmente non è servito a niente. Come del resto finora a nulla è
servito l’iter legale promosso dai suoi difensori che, già
precedentemente, era stato avviato per fare presente la gravità della
sua situazione e quindi sollecitare un intervento da parte degli organi
competenti.
A nulla, se non a dimostrare, qualora ce ne fosse ancora
bisogno (ma giusto per chi come al solito vuole far finta di non
capire), la preterintenzionalità della volontà di uccidere attuata nei
suoi confronti (naturalmente dopo averla torturata per bene!). È
infatti emersa una stridente contraddizione all’interno delle
istituzioni (come chiaramente si evince dalla scheda allegata):
strutture mediche del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria)
che da mesi esprimono la necessità di toglierla dal 41bis, e strutture
burocratiche che rispondono alle istanze degli avvocati affermando che
la situazione medica della detenuta è perfettamente sotto controllo!
La sua condizione è sicuramente figlia del 41 bis e più in generale del
carcere di annientamento, considerato che condizioni “particolari” di
detenzione, basate sull’uso massiccio dell’isolamento, sono comunque
applicate con larga discrezionalità in ogni carcere. È noto a chi e in
seguito a quali episodi si deve l’introduzione del 41bis nel nostro
ordinamento; altrettanto noto è il processo decisionale che ha portato
alla sua stabilizzazione ed estensione a persone con altri tipi di
imputazioni rispetto alle originarie come appunto Diana, attualmente in
custodia cautelare per reati previsti dall’art. 270bis del codice di
procedura penale.
Secondo la ratio della norma il 41 bis dovrebbe
servire ad impedire le comunicazioni dei detenuti con eventuali
complici all’esterno, quindi a scopo preventivo. Ma poi la realtà del
suo utilizzo è tutta un’altra.
Da questo punto di vista la condizione
di Diana è emblematica dellla vera logica che presiede all’applicazione
di tale norma (anche se, pure in questo senso, il suo caso non
costituisce una novità assoluta, almeno per chi ebbe modo di leggere un
paio di anni fa il libro-inchiesta “Tortura democratica” di S. D’Elia e
M. Turco). La teoria della necessità di rompere i collegamenti tra i
detenuti ed eventuali associati in libertà si rivela una panzana
vergognosa, visto che Diana non comunica più, ormai da quasi un anno,
con nessuno. La tortura dell’isolamento ha provocato in lei l’unica
risposta possibile per sottrarvisi: il rifiuto di ogni dialogo e infine
il lasciarsi piano piano morire.
Appare chiaro, dunque, che, più che
ad impedire i suddetti rapporti con l’esterno, con l’applicazione del
41bis si vuole distruggere quel minimo di rapporti affettivi che il
carcere “normale” non era ancora riuscito ad azzerare. E lo si fa allo
scopo preciso di ottenere “collaborazioni” e “pentimenti”.
Esistono
numerose “confessioni” che svelano questa falsità: “Contro i capimafia
è necessario il massimo rigore, senza lasciar neppure intravedere la
possibilità di un ammorbidimento delle condizioni di detenzione, salvo
che cambino idea e non inizino una seria e fruttuosa collaborazione”,
così l’allora presidente dei deputati Ds Luciano Violante il 24 maggio
2002; ancora più esplicito è stato Alberto Maritati, già membro Ds
della Commissione parlamentare Antimafia (e oggi neo-sottosegretario
alla Giustizia del governo Prodi! Proprio un bel segnale di
garantismo!), che il 16 luglio 2002 dichiarò: “Il punto centrale è la
stabilizzazione del 41bis. Non tanto per dare una risposta a Leoluca
Bagarella. Ma perché di fronte ad una situazione stabile si chiarisce
che si esce dal carcere duro solo con una precisa dissociazione o un
pentimento”. Erano i tempi in cui si discuteva appunto se rendere
stabile la disciplina del 41bis, inizialmente sottoposta a periodico
rinnovo, e di estenderla ad altri tipi di imputati detenuti (proprio
così… basta essere imputati! E nelle carceri italiane oltre il 60% di
quelli che ci finiscono si rivelano alla fine innnocenti!). Come è noto
la decisione fu presa in pieno spirito bipartisan.
L’attività
repressiva dispiegata contro gli imputati per associazione eversiva o
mafiosa è già palesemente ispirata a una logica di guerra, e non solo
quando vengono reclusi. Già in sede investigativa e poi in dibattimento
le procure sono impegnate a dimostrare la “verità” dei loro teoremi
accusatori e non la verità storica dei fatti accaduti. Ma tale piano
potrebbe ancora rientrare nelle prerogative dello Stato (se non fosse
per il piccolo particolare dei numerosi innocenti che ci vanno sempre
di mezzo!), quando il nemico si pone anch’esso sul piano della guerra.
Ma quello che è schifoso, il vero crimine, è che, con l’utilizzo del
carcere di annientamento, si pratica una logica da guerra “sporca”,
quindi analoga a quella vigente nelle varie Guantanamo e Abu Grahib
disseminate nel mondo, verso le quali le organizzazioni umanitarie sono
solite indignarsi (strana vocazione umanitaria quella di dedicarsi solo
a detenuti stranieri e naturalmente risiedenti il più lontano possibile
dall’Italia e … ancora meglio se sono già morti!).
Il 41 bis, essendo
utilizzato per provocare la “collaborazione”, quindi per determinare un
comportamento non voluto dal soggetto che lo subisce, è chiaramente una
forma di tortura, nel senso previsto anche dalle convenzioni
internazionali. È concepito in maniera raffinata, per sottrarne la sua
applicazione al contraddittorio con la difesa davanti ad un giudice
terzo. Infatti è erogato con misura amministrativa e ministeriale e
quindi non esiste diritto di difesa per l’imputato, anche se le pezze d’
appoggio per applicarlo sono ricercate nelle note informative degli
organi investigativi e negli atti della pubblica accusa, quindi in
“atti di parte”.
Secondo la logica di questa guerra “sporca” il
“nemico” deve essere annientato prima con la tortura, poi
auspicabilmente con il marchio dell’infamità, e infine può anche
morire.
Se la logica fosse quella di una guerra “normale”, quindi,
anche se pur sempre deprecabile, propria di uno Stato di diritto,
sarebbe molto più coerente reintrodurre la pena di morte, ma
naturalmente non lo si vuole fare…i nemici non soffrirebbero
abbastanza! E quest’ultimo “aspetto” per i professionisti della gogna è
davvero irrinunciabile.

Denunciamo la criminalità delle azioni e dei
comportamenti che colpiscono Diana.
Denunciamo che i criminali
peggiori sono quelli che promuovono, eseguono e godono della tortura
degli esseri umani.
Denunciamo il pericolo che possa essere disposto
il trasferimento di Diana in un OPG (ospedale psichiatrico
giudiziario), in quanto tale soluzione sarebbe l’ultimo e più bestiale
livello della tortura. Verrebbe imbottita in maniera forzata di farmaci
allo scopo di tenerla in vita solo per farla ancora soffrire.
Disprezziamo, semplicemente disprezziamo, chi afferma che Diana sta
fingendo.
Chiediamo a chi è interessato ad eliminare la pratica della
tortura nel nostro paese e ritiene altresì importante la difesa del
principio del diritto alla vita, di sottoscrivere questo

APPELLO

PER L’IMMEDIATO RIPRISTINO DEL PRINCIPIO DEL DIRITTO ALLA VITA PER
DIANA, CON RICOVERO IN STRUTTURA OSPEDALIERA PUBBLICA E QUINDI CON
REVOCA DEL 41BIS, O, IN DOLOROSA ALTERNATIVA, IL RIPRISTINO DELLA PENA
DI MORTE CON PROVVEDIMENTO AD PERSONAM NEI SUOI CONFRONTI. ANCHE QUEST’
ULTIMO, CONSIDERATI I TEMPI E I LUOGHI IN CUI SI VIVE, SAREBBE UN
GRANDE GESTO DI UMANITÀ.

COMITATO CONTRO LA TORTURA DEMOCRATICA E PER
IL DIRITTO ALLA VITA DI DIANA BLEFARI

PER INFORMAZIONI ED ADESIONI:
notorturademocratica@yahoo.it

IL REVISIONISMO DI GIAMPAOLO PANSA

 

Una delle arti in cui noi italiani siamo imbattibili è quella della salita sul carro dei vincitori. Si tratta di una vera e propria arte e non di una semplice “capacità atletica”, difatti, siamo sempre in grado giustificare intellettualmente e con un buon linguaggio edulcorato quello che più semplicemente si dovrebbe definire “tradimento” o che nel politicamente corretto di questa fase, viene definito “sano revisionismo storico”. Questa arte contempla due atteggiamenti polarizzati ma speculari, e cioè: gli osanna per il vincitore e la gogna per il decaduto (le famose monetine a Craxi sono emblematiche in tal senso).

Tra gli artisti del revisionismo si affermano spudoratamente gli uomini di sinistra o della pseudosinistra intellettuale che, per la ossessionata volontà di rimarcare la lealtà al nuovo padrone, fanno le pulci alla storia in modo da confondere le idee e gettare fango sulle bandiere rosse che prima alzavano come dei forsennati e che oggi affossano con altrettanto foia.

Giampaolo Pansa è un vero e proprio “masterizzato” in questo campo. E’ partito dagli episodi in editio minor della resistenza per svelare quanto, anche a sinistra, si fosse cattivi e si ammazzasse crudelmente sia i fascisti che chi li copriva. Spesso i partigiani si guardavano in cagnesco anche tra loro per ovvi motivi ideologici (nonostante il comune nemico nazifascista) ma anche a guerra conclusa fu difficile stabilire chi doveva deporre per primo le armi. Per non parlare delle foibe che lasciano aperte antiche ferite e servono oggi da giustificazione a chi vuole cancellare il contributo comunista alla liberazione dal nazifascismo. Evidentemente è giusto parlare anche di questi episodi, Pansa non lo sa ma ci fa un favore coadiuvandoci, suo malgrado, a spezzare la mitizzazione della resistenza partigiana divenuta un feticcio nella mani di bande rivali chiamate polo delle libertà e Unione, alleate del grande capitale finanziario americano, le quali neutralizzano, nella ritualità delle corone depositate sui monumenti ai caduti, una lotta che fu buona e giusta.

Ma naturalmente gli intenti del suddetto giornalista-storico sono ben altri e guardando alla storia dal buco della serratura si tenta sempre di trovare appigli per escludere qualcuno dagli onori e dagli allori. Siccome il comunismo storico è oggi caduto deve essere cancellato dalla memoria storica dell’umanità, anche quando contribuiva a liberare i popoli e le nazioni dal giogo della dittatura. Le persone intelligenti colgono il messaggio, tra queste ci sono i giullari come Benigni che nel suo pluripremiato film “La vita è bella” fa liberare Auschwitz da un carro americano e non sovietico (di qui l’Oscar della vergogna)

Insomma le ispezioni pansiane degli orifizi del tempo storico scovano sempre episodi torbidi (un po’ merdosi) che tornano utili per il revisionismo odierno. Ma Pansa, in questa sua ginnastica intellettualoide si spinge sempre più avanti e sull’Espresso di questa settimana ha denunciato le atrocità degli anni di piombo lasciandoci l’ennesimo insegnamento. Pansa se la prende in sequenza: 1) con i brigatisti che ridevano, dalle loro celle, in faccia ai parenti di Moro e a quelli degli agenti di scorta morti in via Fani, 2) con gli editori che pubblicano le memorie di queste feroci assassini e li riabilitano all’olimpo degli opinion maker e alla performatività del consumismo odierno 3) con quelli del centro-sinistra che hanno permesso ad un ex di Prima Linea di divenire uno dei segretari della camera dei deputati.

 

Quanto alle risate dei brigatisti non mi pare che fossero rivolte ai parenti dei morti, ma più che altro alle “coorti di giustizia” che vedevano la sovversione solo nei gruppi di estrema sinistra ma tacevano di fronte alla corruzione e alla violenza di Stato. Si moriva da una parte e dall’altra in una guerra sanguinosa (Cossiga la definisce guerra civile e concede ai brigatisti lo status di guerriglieri) dove lo Stato italiano, con le sue trame più o meno nere, non era certamente migliore del controstato rappresentato dalle BR.

Ovviamente non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello di difendere i brigatisti con la loro ideologia operista da P38 inserita in un partito militare, né, tanto meno, crediamo alla possibilità di abbattere il sistema colpendo all’inesistente cuore dello Stato o al suo meccanismo automatico di pianificazione, definito dalle BR S.I.M. (Sistema Imperialista delle Multinazionali).

Quanto al punto 2, gli editori fanno il loro mestiere e lo fanno pure bene. Le grandi case editrici pubblicano i dissociati e i pentiti (non facciamo nomi perché sono troppi e troppo chiacchieroni, inoltre, se ripensiamo all’incontro tra la Faranda e Cossiga ci viene da vomitare), gli altri, i c.d. “puri e duri”, se hanno da dire qualcosa che non sia un mero pentimento o una richiesta di perdono sono costretti a usare il fai da te. Non mi interessa se questa gente ha torto, ma preferisco sempre chi non sputa fango sugli ex compagni o sulle proprie esperienze passate perché i veri ripensamenti sorgono da percorsi tortuosi e laceranti che non hanno bisogno del tam-tam mediatico. I “rinnegati”, invece, sentono l’impellente bisogno di riabilitarsi individualmente ostracizzando e ripudiando quella dimensione collettiva con la quale si riempivano la bocca ai tempi della militanza armata. Ciò che diciamo per i pentiti di sinistra vale anche per quelli di destra e ciò che diciamo per i non rinnegati di sinistra vale anche per i non rinnegati di destra. Per questi ultimi il rispetto che meritano per non essersi salvati il culo inchiodando gli altri. (si tratta di un giudizio morale e non politico!)

Infine, la retorica di Pansa ci riporta allo sdegno che il suddetto giornalista prova per l’ex di PL, prima divenuto parlamentare e poi segretario alla camera. D’Elia (è questo il nome del parlamentare) è stato eletto nelle liste della Rosa nel Pugno. Si tratta del partito più liberale in politica e più liberista in economia che sia mai esistito in Italia, eppure, l’ex marxista piellino, sta con questa gente. Il pistolero che fu marxista militare è ora acceso sostenitore del liberismo. Allora, caro Pansa di che ti preoccupi? Si tratta di un rinnegato come un altro di cui è pieno zeppo il parlamento italiano. Valeva la pena utilizzare tutta la retorica dei brigatisti sghignazzanti in tribunale per arrivare a dire che non ti piace D’Elia? Potevi semplicemente dire che chi cambia idea così clamorosamente non è degno di sedere tra i banchi di Montecitorio. Ovviamente, questo non lo potevi fare perché a quel punto avresti dovuto guardare ai tuoi mentori e all’area alla quale appartieni. In realtà il vostro revisionismo ha una natura filosofica defondativa, siete stati capaci di rimuovere le stesse revisioni alle quali vi siete sottoposti: voi non avete mai cambiato idea siete nati tutti filoamericani e filoliberisti. Veltroni docet!

 

LA SINISTRA E’ QUELLA COSA (di Gianfranco La Grassa)

La sinistra è quella “cosa” che ha sempre tradito. Nel 1914 ha appoggiato l’entrata in guerra, malgrado un congresso internazionale di qualche mese prima in cui aveva preso il solenne impegno di opporsi alla guerra; è stata corresponsabile della putrefazione e parassitismo della Repubblica di Weimar (di cui fu Ministro, mi sembra nel 1929, il fu marxista Hilferding) che aprì la strada ad una delle più grandi tragedie storiche; fu – purtroppo – maggioritaria nel Fronte Popolare francese, sommamente vigliacco e infame nel suo non appoggio ai repubblicani (antifranchisti) spagnoli; fu molto più debole dello stesso De Gaulle contro la Repubblica di Vichy; tralascio di dire la pusillanimità dimostrata in fondo anche nella Resistenza italiana. Tutte le volte che i comunisti si sono dimostrati persone serie, hanno proposto per la sinistra i plotoni di esecuzione! La sinistra è l’assoluta corruzione, la perversione della verità, il massimo di relativismo morale e di camaleontismo politico; è insomma il cancro che corrode la società e tradisce in continuazione il popolo, e per il cancro è necessaria la chemioterapia o l’asportazione chirurgica.

I falsi “comunisti” italiani di oggi la appoggiano perché sarebbe il “meno peggio”; e sol perché dall’altra parte c’è Berlusconi, l’anomalo, la sentina di tutti i vizi e i mali della società italiana, anzi mondiale. Per me c’è semplicemente, da una parte, un ladro, e dall’altra dei rinnegati, dei bugiardi, dei complici di coloro che hanno sputtanato la stessa idea di comunismo con l’esperienza del “socialismo reale”, e via dicendo (la lista degli improperi dovrebbe essere stampata su un libro di almeno un migliaio di pagine). Questa sinistra, dopo tutte le promesse di sobrietà, ha messo in piedi un Governo di 102 membri, battendo ogni record precedente e superando di cinque il Governo dell’anomalo. Con l’ulteriore differenza che in quest’ultimo i non eletti messi nel Governo – che hanno quindi stipendio pieno mentre gli eletti hanno solo una aggiunta al loro “normale” stipendio di parlamentari – erano sette, oggi sono sessantasei.

Il 18 giugno si vota in Spagna per l’autonomia della Catalogna, proposta dal Governo attuale e appoggiata anche dai nostri sinistri perché – come letto sul Manifesto – è caldeggiata da un Governo di sinistra. In Italia la cosiddetta devolution fa ridere rispetto all’autonomia catalana, ma è stata proposta dalla destra e quindi bisogna essere contro. Naturalmente so bene che si trovano altre scuse ideologiche (mascherate da considerazioni culturali, storiche, ecc.) per prendere queste posizioni incoerenti, ma siamo alle bugie e perversioni della verità di cui è maestro il ceto politico e intellettuale di sinistra. Io certamente non voterò la devolution; e, se fossi in Spagna, non so francamente come mi comporterei. Ma non è questo il problema. E’ che non si fa nessuna strada con questa aberrante faziosità della nostra sinistra e con l’analfabetismo politico dei suoi elettori, solo concentrati nell’odio ad un uomo; si sta semplicemente aprendo la strada a nuove drammatiche vicende storiche. La misura delle menzogne e malversazioni sarà colma in pochi anni (non credo si dovranno contare i decenni).

Per la sinistra corrotta e per i finti “comunisti”, l’importante è che non torni Berlusconi, perché “ci faceva vergognare all’estero” con le sue dichiarazioni ridicole poi ritrattate. E di quelle di Prodi a Die Zeit – anch’esse debitamente smentite – i nostri “comunisti” non si vergognano? E non si vergognano di avere un Premier che faceva sedute spiritiche e sostiene di aver avuto dallo spirito di La Pira l’indicazione del covo ove Moro era tenuto prigioniero dalle BR? E vorrei proseguire il discorso. E’ ovvio che Prodi avesse contatti con l’autonomia bolognese e da questa avesse ricevuto alcune indicazioni; a meno che non le avesse avute direttamente da certi personaggi dei servizi segreti. Per di più, aveva avuto indicazione del “nascondiglio” in cui si trovava Moro, non della sua “bara”. Quando fu messo in piedi l’ormai evidente depistaggio e si andò a dragare il lago di Gradoli invece che recarsi in via Gradoli, chiunque avrebbe capito – e anche la non Aquila Prodi lo aveva certamente compreso – che si trattava di un tentativo di sviare le indagini, perché le acque dragate di un lago non potevano certo rappresentare un nascondiglio, bensì appunto una bara. Tuttavia, poteva l’ineffabile professore riconvocare lo spirito di La Pira e far correggere il tiro? Perfino il suo cervellino comprese che non era possibile; e allora tacque con quel che ne seguì. Voi questo come lo chiamate? Berlusconi è un ladro; e Prodi che cos’è secondo voi?

Lasciamo perdere. Tuttavia un chiaro consiglio. Quando i nodi verranno al pettine e si consumeranno avvenimenti poco piacevoli, a nessuno venga in testa di propormi – se sarò ancora di questo mondo – appelli antifascisti di emergenza e quant’altro. Non dico una goccia di sangue, ma non darò una stilla di sudore per Prodi, Rutelli, Veltroni, Fassino, D’Alema, Bertinotti, Diliberto, o i loro successori, sodali e consimili di quell’epoca che non credo lontanissima nel tempo. Che il Diavolo se li porti, chiunque sia il Diavolo. Quando ri-esisteranno – se esisteranno, se potranno ancora esistere – i successori di quei comunisti che misero i sinistri di fronte ai plotoni di esecuzione, ne riparleremo, sempre se avrò il (dubbio) dono di diventare molto vecchio. Fino ad allora, sinistri “disuniti”, “comunisti” (e “marxisti”) finiti in aceto, godetevi la festa, che non durerà nei secoli.

 

 

SUL CONTRIBUTO DI BADIALE E SU QUELLO DI COLOMBO

 

Yurii Colombo, nel suo intervento di risposta a Marino Badiale, mette in evidenza aspetti molto interessanti della discussione in atto, alcuni condivisibili altri, onestamente, non confacenti né al pensiero delle persone chiamate in causa né agli esiti ai quali questo pensiero condurrebbe. Innanzitutto, Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa da tempo sostengono che sia il marxismo che il pensiero di Marx stesso devono essere sottoposti ad un radicale ripensamento (dico ripensamento) che non contempla nessun rinnegamento di Marx né, tanto meno, la revisione post-festum della storia e della cultura che il marxismo (dal suo fondatore sino agli epigoni a noi più prossimi) ha prodotto. Questo non vuol dire certo che ci si debba bendare gli occhi davanti agli errori/orrori del comunismo e alle strampalate teorie che spesso si sono richiamate a questa nobile “intenzionalità” (e già anticipo cos’è il comunismo per me tra l’ “Attività” di Colombo e la “Giustizia” di Badiale).

Come dicono bene La Grassa e Preve, è la stessa ambiguità di Marx che ha generato distorsioni (vieppiù crescenti) nei continuatori della sua teoria, aporie che sono cresciute a partire già dalle interpretazioni che ne danno Engels e Kautsky, alla sua morte (vorrei comunque la prova di un pensiero non aporetico se ne esiste uno). Nemmeno Lenin fu capace di esserne totalmente immune ma riuscì ugualmente a sopperire con la pratica ad una certa deficitarietà teorica, il rivoluzionario russo con la sua “analisi concreta della situazione concreta” sconfessò il rinnegato Kautsky e ruppe le uova della rivoluzione bolscevica. Chapeau e silenzio in sala!

Quanto al pessimismo cosmico di La Grassa, è meglio chiarire alcune questioni per non liquidare contraddizioni concrete con affermazioni di maniera tipo “quand’erano marxisti”. La Grassa è certamente pessimista per quel che concerne la possibilità di realizzazione del comunismo così come si è dipanato finora nella testa degli intellettuali (e chi non lo sarebbe dopo tante sconfitte ma soprattutto dopo il perdurare di analisi teoriche irrealistiche). Ma il suo pessimismo cresce, e del tutto giustamente, quando dagli errori del passato non si trae nessuna lezione. Allora cominciamo a non fare i sacerdoti del tempio anche perché altrimenti vorrei porre io una domanda a voi tutti: che cosa vuol dire essere marxisti oggi? E fino a che punto possiamo spingerci nella critica al “maestro”?

Nei suoi ultimi testi La Grassa ha sostanzialmente criticato due aspetti fondamentali della teoria marxiana: 1) la non intermodalità della classe operaia in quanto classe emancipatrice dell’intera società (e già qui c’è il primo errore messo in evidenza da GLG perché Marx fa riferimento al lavoratore collettivo cooperativo “dall’ingegnere al giornaliero” e non alla classe operaia di fabbrica come pensavano gli operaisti)  2) il concetto di modo di produzione che non esaurisce la spiegazione sul sistema capitalistico, e non è un caso che lo stesso Marx si proponeva di trattare la sfera politica (lo Stato) non trovandone però né il modo né il tempo per farlo.

Quanto al primo aspetto credo che sia sotto gli occhi di tutti quello che è accaduto sia in occidente che nella Russia sovietica, siamo all’anno zero della soggettività rivoluzionaria e, personalmente, anche per questioni di età, non ne sento proprio la mancanza (probabilmente non la penserà così chi ha partecipato alle lotte storiche degli anni ’60-70). Sta di fatto che si è provato con tutti e con tutto: operai di fabbrica, operai sociali esplosi nella società ridotta a fabbrica, pazzi, moltitudini, lavoratori autonomi di seconda generazione e chi più ne ha più ne metta.

Per ciò che attiene, invece, al secondo aspetto non si tratta di una mera critica a Marx ma del tentativo di proseguire un lavoro lasciato incompleto dato che il barbuto di Treviri concentrò la propria analisi soprattutto sulla sfera produttiva e, precipuamente, sullo sviluppo incontrastato del capitalismo inglese (de te fabula narratur). Proprio dall’analisi della produzione (rapporti di produzione-forze produttive) Marx coglie due aspetti determinanti per comprendere le modalità di sviluppo del capitalismo e delle sue intrinseche contraddizioni: da un lato, il rapporto tra proprietà privata dei mezzi di produzione-lavoro salariato non proprietario e, dall’altro, il mercato dove la “libera” forza lavoro si vendeva ai capitalisti. Questi aspetti, che La Grassa non contesta affatto ma che ridimensiona quanto ad importanza per la comprensione del capitalismo tout court, vengono riposizionati nell’ambito di un conflitto geo-politico e socio-spaziale che pone l’accento sulle strategie di dominio approntate dai funzionari del capitale. Qui si rende però necessario un nuovo spostamento teorico perché, evidentemente, se il capitalismo contempla soprattutto il conflitto strategico tra classi dominanti a livello mondiale, la contraddizione Capitale/Lavoro-Borghesia/Proletariato comincia a spiegare davvero poco del problema. A chi contesta questa impostazioni vorremmo ricordare che il c.d. proletariato è riuscito ad ottenere qualcosa quando il conflitto tra dominanti si è spostato a livello delle strutture statali (I e II guerra mondiale) e negli anelli più deboli della catena capitalistica (consiglierei di riascoltare un vecchio pezzo di Gaber intitolato “La realtà è un uccello” perché, a quanto pare, a volte un cantautore può capire certe cose meglio di un intellettuale).

Dunque, se questo recuperare i temi lasciati aperti da Marx è un reato di lesa maestà Gianfranco La Grassa può essere considerato un parricida e un antimarxista. Se, invece, come credo, questa è una strada plausibile per andare “oltre Marx” e oltre le due malattie ataviche del marxismo e, cioè, politicismo ed economicismo, il tentativo diviene obbligatorio se veramente si vuole (in un futuro non troppo lontano) pensare di costruire un mondo meno odioso di questo. Forse non siamo nemmeno al flogisto ma sta di fatto che abbiamo bisogno di aria fresca per riprenderci, anche se non ne conosciamo la composizione chimica.

Quanto al comunismo inteso quale mezzo e non fine da Badiale e come Attività da Colombo, scelgo la terza via del Preve di qualche anno fa. Come dicevo all’inizio di questo contributo il comunismo è una intenzionalità che potrebbe mostrarsi non possibile per quanto necessaria. L’intenzionalità comunista ricomprende la ricerca della giustizia sociale, dell’uguaglianza (non me ne vogliate ma non mi preoccupo delle critiche bobbiane), della libertà, le uniche vere ragioni per cui il comunismo diviene desiderabile. E’ chiaro che questo comporta un’attività di rivoluzionamento delle attuali strutture sociali e la costruzione di nuove sulle quali saprei dire davvero poco, tuttavia la storia si è già presa le sue belle rivincite sulle aspirazioni umane e non è detto che non se ne prenda altre.

A questo punto mi sembra inutile riproporre cantilene del tipo “il comunismo è l’abolizione dello stato di cose presenti”, perché se è vero che il capitalismo è una logica sociale complessa dovremmo sapere, già dal giorno dopo, come sostituirla, almeno per non finire di nuovo come l’URSS.

  

La Replica di Yurii Colombo al contributo di Badiale
LO SCIOCCO ABBANDONO DEL COMUNISMO DI MARINO BADIALE
di Yurii Colombo
Il contributo di Marino Badiale (Andarsene dal comunismo, cercare giustizia) ci da la possibilità di chiarire ulteriormente alcune riflessioni che stiamo andando sviluppando da tempo e che succintamente abbiamo cercato di mettere in luce in uan nostra accorata polemica con le attuali riflessioni politiche di Costanzo Preve.
Badiale si dichiara d’accordo con le recenti riflessioni  di Preve e La Grassa per giungere alla conclusione che sinteticamente non solo il richiamo a una dei tanti marxismi sia diventato inane, ma lo stesso richiamo a Marx sia diventato inutile e dannoso. Su Marx e i marxismi non ritengo utile tornare in questa occasione anche se a mio modesto parere la critica dello stalinismo, depurata da ogni ereticità (e quindi supposta, inutile, ortodossia), resti un aspetto centrale per poter sviluppare una critica al comunismo novecentesco.
Per sinetizzare Gianfranco La Grassa sostiene che la base fondante su cui si è costituita l’ipotesi marxiana del superamento del capitalismo in senso comunista sia stata invalidata storicamente. Egli ritiene che il proletariato (o il general intellect prodotto dallo sviluppo capitalistico) abbia dimostrato di non poter (o di non volere) adempiere alla sua missione storica.
2) Costanzo Preve condivide la diagnosi di La Grassa e ci aggiunge di suo  due affermazioni: a) che la riflessione marxiana manchi di paradigma filosofico b) che il pensiero di Marx sia sostanzialmente aporetico. 
Mentre quelle di La Grassa sono tesi basate semplicemente su una sorta di pessimismo cosmico, le  due conclusioni di Preve  si potrebbero formalmente condividere se non nascondessero dei vizi di fondo. Sia La Grassa che Preve – quando erano marxisti – hanno per un certo periodo fatto riferimento alla scuola althusseriana che invitava caldamente a lasciar perdere il "Marx giovane" per concentrarsi sul "Marx maturo" e hanno sempre criticato tutta quella scuola che andava sotto il nome di "operaismo" e che – in con forme e contenuti diversi – si concentrò essenzialmente sulla questione dell" "autonomia proletaria". E’ cosa non da poco. E’ una premessa importante perchè ci aiuta a capire come essi siano giunti alle conclusioni odierne. Varrà la pena segnalare che pur non essendo noi d’accordo sull’ipotesi a suo tempo formulata da Attilio Mangano (e fatta baluginare ancora prima da Stefano Merli) che nel dopoguerra fosse esistita un’ "altra linea" del movimento operaio (rispetto a quella togliattiana a cui si fatto si accodò anche Lelio Basso)  che per comodità e per sintesi faceva riferimento a Bosio, Panzieri e  Montaldi (e se ci aggiungiamo che alle origini dell’operaismo troviamo anche quel Riccardo D’Este che poi sarà uno dei principali importatori in Italia della riflessione debordiana e Gianfranco Faina giunto poi in maturità all’insurrezionalismo libertario), non lo facciamo per amor di verità storica, ma per evitare che Preve o La Grassa possano attaccarci con facilità accomunandoci ai percorsi del Professore patavino, alle disinvolture di Sofri o agli opportunismi pratici che stavano dietro le teorizzazioni dell’ "autonomia del politico" della premiata ditta Tronti-Asor Rosa (ovvero alle tre diramazioni successive che la storiografia di maniera riconduce l’ipotesi "operaista").
Le due conclusioni Preve (mancanza di paradigma filosofico e aporia delpensiero marxiano) si presentano con una contraddizione interna. Come ha mostrato anche il nosto amico Silvio Serino nella sua recente fatica letteraria (L’uovo di Colombo e la gallina coloniale) intorno alla questione degli esordi dello sviluppo capitalistico, Marx sostenne e affermò cose diverse e in contraddizione tra loro anche su questo tema (si rimanda qui alle contradditorie  affermazioni di Marx sul ruolo del "solvente coloniale" in India e sulla obscina nel celebre epistolario con la Zasulic) ma che soprattutto manchi di quel filo conduttore etico in Marx colto con acutezza da Maximilen Rubel (e qui dobbiamo ringraziare per aver cercato di diffondere in Italia il contributo di Rubel gli amici del centro d’Iniziativa Luca Rossi e, per altri versi, l’amico Marco Melotti nell’esperienza di Vis-aVis). La ricerca di La Grassa e di Preve di supposti paradgmi marxiani li ha poi condotti, INEVITABILMENTE oggi, alla confutazione dei paradigmi stessi. Verrebbe da dire che hanno fatto e disfatto tutto da soli! Come al solito nei ragionamenti di Preve c’è un grando di verità (Marx è aporetico), ma le conclusioni sono disastrose. Per quanto ci riguarda ci verrebbe da sintetizzare che noi preferiamo – abbandonato ogni marxismo – andare oltre Marx con Marx, se la sintesi non fosse già stata utilizzata e sia diventata celebre dopo che il succitato Professore patavino aveva intitolato così un suo volume.Per usare un’altra sintesi invece noi ci riteniamo "comunisti oltre Marx" (lo "slogan" non è perfetto ma speriamo non sia malinterpretato perchè potremmo anche dire con Rubel che ci riteniamo "anarchici con Marx!").
E veniamo a a Badiale.
Egli sostiene che il comunismo sia un mezzo e non un fine. E che il vero fine debba essere "la giustizia". Ci scusi l’amico Badiale ma la sua tesi è troppo rozza! Poteva tenersela per sè!
Aderendo alle tesi di Preve egli segnala l’esistenza di diversi tipi di comunismo (da Platone a Marx). Si dimentica di segnalare che gran parte degli antropologi sono concordi nel ritenere che sia ESISTITO anche un comunismo REALE, ovvero quello che volgarmente viene chiamato il comunsimo primitivo. Naturalmente non abbiamo un idea romantica o apologetica di queste forme di comunismo (ma per ragioni diverse da quelle sintetizzate da Engels nell’Antiduhring). Ci preme però segnalare che queste società sono realmente esistite. Ci preme sottolinearlo perchè questo ci permette di affermare che per noi il comunismo non è UN MEZZO e neppure UN FINE, non è un organizzazione sociale ma… un’attività.
Badiale può abbandonare il comunismo perchè per sia stessa ammissione lo ha ritenuto un fine. (Anche noi, lo confessiamo da ragazzini l’abbiamo pensata così). Ma il comunismo non è un fine. La palingenesi comunista appartiene a una visione teleologica e lineare della storia. Avesse considerato più attentamente quanto riflettuto da Walter Benjamin, Badiale si sarebbe potuto evitare un inglorioso abbandono del comunismo per delle sciocchezze. Il comunismo cristiano ereticale non poteva che essere avventista, e il secondo internazionalismo per molte ragioni non potè che essere palingetico proprio perchè doveva separare l’emancipazione proletaria NEL CAPITALE da quella DAL capitale, ma Badiale, nel XXI secolo poteva restarsene comunista anche lasciando il finalismo comunista…alla critica roditrice dei topi! Ci perdonerà ma in questo senso siamo più postmodernisti di lui: le grandi narrazioni le abbiamo già tutte digerite.
Se la storia umana non ha come fine il comunismo come conclusione inevitabile dello sviluppo delle forze produttive capitalistiche, non capiamo come possa invece averlo in quanto, astratta (molto astratta!) giustizia. La tesi è così povera che ci ha ricordato – la similitudine è impressionante! – quanto affermava Occhetto ai tempi della svolta della Bolognina. Non abbiamo sottomano il testo (ma lo si potrebbe recuperare facilmente), ma ricordo nitidamente che egli sostenne in qualche importante intervento a giustificazione dello sciogimento del PCI che comunque egli era stato orgoglioso di essere stato comunista "italiano" (sic!) perchè i comunisti avevano insegnato ai contadini meridionali a non alzare il cappello quando il padrone passava per il paese. Oggi nessun operaio Fiat alza il cappello quando passa Montezemolo e quindi potremmo dire che il comunismo, in qualche senso, si è realizzato. L’operaio oggi ha realizzato, dal quel punto di vista,un comunismo molto più concreto, una emancipazione dentro la società del capitale assai più MATERIALE: ha lo stesso immaginario e purtroppo gli stessi sogni di Montezemolo. Ma la profezia integrazionista di Marcuse si è realizzata e già sbiadisce e si eclissa di fronte alla deintegrazione che avanza: dalle banlieau parigine, passando per le rive del Mississipi e giungendo a sconosciute cittadine cinesi un proletariato universale pretende l’abolizione dello stato di cose esistenti. 
                
1 539 540 541 542 543 547