UNA SINISTRA STORIA PER IL POPOLO DI SINISTRA (di Gianluca Amodio)

non annuncio canti di pace/non mi interessano i fiori dello stile/mangio ogni giorno mille notizie amare/che definiscono il mondo in cui vivo

Dal film "Terra em transe" di Glauber Rocha

[Premettiamo che con l’utilizzo della terminologia "popolo di sinistra" intendiamo riferirci principalmente a quella "moltitudine comunista", di partito e di movimento, che ha partecipato alle ultime elezioni compromettendosi con lo schieramento dell’unione]

E’ da qualche giorno che la Corte di Cassazione ha certificato il risultato elettorale. Nonostante qualche altra probabile mossa oppositiva futura del centro-destra, l’esito delle votazioni politiche è destinato, seppur di misura ed in ritardo, a rinsaldare e rispecchiare le speranze ed i desideri dello storico popolo di sinistra che acclama: <via dal governo della nazione l’oscena destra berlusconiana che ha prodotto uno sfascio in tutti i campi della vita pubblica, dalla morale all’economia!>.

Dopo che i preventivati e tanto attesi festeggiamenti post-elettorali sono stati quasi del tutto rovinati sia a ridosso della chiusura delle urne, sia durante il giorno successivo, quando l’effettiva ripartizione dei seggi ha evidenziato l’esigua differenza quantitativa che definirà i giochi parlamentari, finalmente il predetto popolo di sinistra, in ragione delle valutazioni della Cassazione, ha potuto rivendicare pienamente la propria vittoria politica, affermando: <ormai è certo, la maggioranza è nostra; pazienza se i voti di distacco risultano essere pochi per legiferare tranquillamente e sostenere senza problemi il governo. L’importante è che il bastardo abbia perso… col cavolo che i nostri accetteranno la sua grande coalizione. E comunque, quelli che sono stati eletti lo hanno voluto loro, dunque che presenzino i lavori delle camere per votare… che lavorino!>. Non abbiamo dubbi circa l’andamento del pensiero politico dei militanti di sinistra; purtroppo, le frasi virgolettate non rappresentano una nostra finzione caricaturale, quanto piuttosto la fedele registrazione dei discorsi che si odono o di molte parole scritte in circolazione, da cui traspaiono sia una spaventosa inconsapevolezza tra la militanza di base riguardo ai provvedimenti che il governo dovrà in ogni caso prendere per affrontare le tare strutturali italiane, sia l’assoluta inesistenza di una pur minima analisi articolata intorno al rapporto tattico-strategico intercorrente tra l’azione dei partiti al governo e gli interessi dei centri decisionali del capitalismo italiano. In effetti, quello del popolo di sinistra e  dei suoi comportamenti strandard – dall’ambito prettamente elettorale a quello più ampio di tipo culturale – è un fenomeno italiano a sé stante, tanto datato quanto anomalo, la cui esistenza è reale e non è da sottovalutare per niente, specie se si vuole comprendere almeno parzialmente l’odierna – ma la storia è lunga (Cfr. C. Preve, L’ideologia Italiana) – incapacità soggettiva di pensare e praticare dalle nostre parti una seria e diffusa politica comunista anticapitalistica. A riprova dell’anomalia in oggetto e dell’assenza di una valida (op)posizione critica, basterebbe accennare alla evidente incomprensione, talvolta vera e propria ignoranza, dei militanti di sinistra riguardo a quanto accaduto durante il decennio 1992-2001 in sede economica; se ci si prende il fastidio di andare a vedere cosa è successo e per opera di chi (Cfr. M. Badiale-M. Bontempelli, Il mistero della sinistra), si scopre facilmente che i medesimi personaggi attualmente osannati ed entusiasticamente supportati dal voto del popolo di sinistra – il quale li considera alla stregua di veri difensori delle sorti democratiche italiane, i soli capaci di far progredire il "sistema-paese" – sono in realtà giusto coloro che hanno prodotto il cosiddetto sfascio presente, addebitato esclusivamente invece all’altra parte politica, sempre più definita con categorie simili a quelle in uso presso i demonologi. 

D’altra parte, se lo schifo che noi proviamo per lo schieramento di centro-destra è elevatissimo – di tipo epidermico, per intenderci -, cerchiamo ancora di mantenere in vita il discernimento politico basato sull’adozione della ragione, invece che sulla classificazione dei fenomeni in base alla simpatia o antipatia. Di conseguenza, ci mettiamo alla prova  articolando qualche ragionamento. A tale fine, riteniamo inevitabile che qualunque individuo razionale che voglia parlare degli accadimenti politici degli ultimi anni, debba ammettere preliminarmente che il ceto politico che ha occupato i posti di comando dal 1992-93 fino alle elezioni del 2001, deliberando dunque in sede governativa e legislativa ed indirizzando in tal modo le dinamiche socio-economiche italiane, è stato quello oggi rintracciabile tra i dirigenti dei differenti gruppi che formano il centro-sinistra. Bene, un’ammissione del genere, una mera  constatazione, dovrebbe essere propedeutica all’assunzione di ogni posizione o scelta politica, ed invece proprio questa basilare operazione mentale di riconoscimento viene decisamente negata dall’onesto popolo di sinistra. Non ci è dato sapere quale sia la motivazione profonda determinante un comportamento di questo tipo; probabilmente, la sua individuazione pertiene agli psicologi sociali osservatori delle dinamiche politiche collettive. Tuttavia, una cosa è certa: la moltitudine delle libere singolarità con diversi riferimenti ideali e letterari si ricompone e si muove all’unisono, specie in occasione della ricorrenza elettorale; si ricompatta insomma alla maniera di un vero popolo istituzionalmente responsabile: decide di far fronte comune e di appoggiare il futuro governo dell’Unione…per salvare il paese!  Giunti a questo folle punto – una vera e propria calamità per chi si ostina a ragionare politicamente cercando di adottare seri canoni critici – vogliamo solo brevemente ricordare il contenuto storico che il metodo(?!) seguito dalla sinistra intera ha rimosso completamente. Non possiamo che iniziare la nostra sintetica rassegna se non richiamando sommessamente un aspetto contraddittorio, a tratti comico: dopo le inchieste giudiziarie sulle tangenti ai politici avviate a partire dal ’92 principalmente dalla procura di Milano, per non pochi anni la lotta politica di sinistra si è svolta intorno all’idea per cui la dirigenza proveniente dal disciolto P.C.I. era moralmente superiore a quella degli altri partiti, in particolare ai corrotti e fin troppo mondani socialisti; piccolo paradosso iniziale: G. Amato, ex collaboratore di ferro di Craxi, è non da oggi uno dei personaggi più influenti nei Democratici di Sinistra, strenuo fiancheggiatore di D’Alema nelle note sortite di stampo riformistico. La ragione di questo avvicinamento? Stando alle apparenze, si dovrebbe riscontrarla nella riallocazione ideologica compiuta a livello europeo dal partito dei D.S. verso la metà degli anni ’90, quando si straparlava di socialismo e, come detto, Amato era per l’appunto una personalità socialista di spicco. Tuttavia, la ragione essenziale va vista nella capacità dimostrata da questo politico nel gestire da presidente del consiglio una delle situazioni più caotiche per il sistema capitalistico italiano dal dopoguerra, i cui sintomi più visibili furono l’uscita della lira dalla rigidità dei cambi imposta dal Sistema Monetario Europeo nel settembra ’92 e la mole del debito pubblico in continuo rialzo, ben oltre il rispetto dei parametri fissati in ambito europeo. Alla fine, gli effetti della svalutazione monetaria decisa formalmente in autonomia dalla Banca d’Italia – in effetti in piena sintonia con il governo – produssero una immediata ripresa produttiva, come da tradizione, riportando i saggi di profitto celermente verso l’alto; nel frattempo però, la manovra finanziaria adottata dal socialista Amato, la quale nel complesso raggiungeva la strabiliante cifra di oltre 90 000 miliardi di lire, rappresentò una formidabile scure in capo a tutti i settori pubblici, tanto che la si potrebbe ritenere il punto di inizio – ma anche di non ritorno – della fine del ruolo attivo dello stato in campo economico. Si è detto della rilevanza assunta all’epoca, in occasione delle forti turbolenze valutarie, dalla  banca centrale italiana; è bene precisare però che il governatore che presiedeva l’istituto nel ’92, C. A. Ciampi, attuale presidente della repubblica,  nel 1993 formerà un governo "tecnico" che troverà un largo consenso, dal PDS a tutti i centristi. In inevitabile continuità con il "risanamento" della finanza pubblica, fu apprestata una ingente manovra finanziaria per ben altri 70 000 miliardi di lire. Tuttavia, i provvedimenti che la memoria del popolo di sinistra dovrebbe riportare in superficie sono altri due: dapprima il cosiddetto "accordo di luglio", vero e proprio modello di riferimento per le relazioni industriali di natura triangolare e concertativa. Ancora oggi sostanzialmente operativo, esso pose le basi per quel graduale e consistente impoverimento relativo che ha coinvolto i ceti a reddito medio-basso italiani fino ad oggi: fu introdotto, contando sul convinto assenso della solita triplice confederale, il meccanismo dell’indicizzazione salariale agganciata all’inflazione programmata in ragione delle stime economiche prodotte dal governo. Con buona pace dell’economista E. Tarantelli, vero ideatore e fautore del marchingegno, il tentato furto avrebbe dovuto essere del tutto evidente ai lavoratori, ed in effetti qualche sommovimento si verificò – come d’altronde aveva preso il volo qualche bullone diretto alla CGIL di B. Trentin l’anno precedente a causa dell’abolizione della scala mobile residua – . Tuttavia, l’atavico ed onnipresente senso di responsabilità dei compagni di provenienza "picciista" continuò a fare breccia, anche se in quell’occasione l’interesse nazionale dai "comunisti italiani" storicamente tanto acclamato e difeso (Cfr. C. Preve, L’deologia italiana) aveva ormai perduto ogni colorazione tendente al rosso, assumendo finalmente le definitive grigie sembianze della neutralità tecnica-tecnocratica. L’altro elemento che dovrebbe sovvenire criticamente alla mente dei sinistroidi, è il piano di privatizzazioni delle banche di proprietà pubblica, portato a compimento proprio durante il governo Ciampi, quando la Comit ed il Credito Italiano, fino ad allora in dote all’Iri, furono poste sul libero mercato, con la duplice intenzione di accrescere la borsa valori nostrana, tradizionalmente piccola e stagnante, e di permettere ad alcuni grandi gruppi capitalistici italiani di gestire e movimentare ingenti disponibilità finanziarie, ottenendo finanziamenti a debito oppure investendo attivamente nelle quote privatizzate. Un particolare che ci preme sottolineare è la stretta vicinanza, oltreché la reciproca identità di interessi, di tre personaggi politici attivissimi durante tutto il ’93 nel dirigere la suddetta operazione di privatizzazione: Ciampi, lo si è detto, fungeva da presidente del consiglio; poi vi era Romano Prodi, fresco di nomina a capo dell’Iri, una carica dipendente dalla volontà del governo; infine, alla presidenza del comitato ministeriale appositamente creato per effettuare le privatizzazioni si trovava M. Draghi, che oggi dirige la Banca d’Italia. Non vi è alcun dubbio che all’epoca si produsse una forte sinergia e si verificò una piena convergenza di interessi e di vedute tra l’attuale governatore della Banca centrale (all’epoca nei ranghi del ministero del tesoro) e il futuro presidente del consiglio Prodi (vero e proprio liquidatore nei primi anni ’90 delle proprietà  dell’Iri), non dimenticando l’abile regia di C.A. Ciampi, la cui carriera storica ha attraversato appieno i vertici dei più rilevanti apparati statali, dalla Banca d’Italia alla presidenza della repubblica, passando per la presidenza del consiglio ed il ministero del tesoro. Dunque, non vi dovrebbero essere incertezze di alcun tipo circa la rilevanza del contributo che simili personaggi, grazie alle forze politiche retrostanti – l’odierno centro sinistra – hanno fornito alla riconfigurazione degli assetti capitalistici italiani… e visto quanto accaduto in passato, il futuro dovrebbe essere per lo meno da lezione… invece, il popolo di sinistra pare proprio ostinarsi nel non considerarli "solamente" alla stregua di agenti capitalistici, seppur di tipo particolare, "politico-strategico" (Cfr. La Grassa, Discussione sugli agenti strategici). In definitiva, il ruolo da essi svolto è quello di una grande borghesia di stato (Cfr. G. Fullin, Della "Borghesia di Stato") che ha gestito una importante quanto delicata fase di transizione dell’accumulazione capitalistica italiana, muovendosi in proprio e rispondendo personalmente dei rischi relativi all’azione di governo, ed è questo, ci pare, il senso che si deve attribuire alla partecipazione diretta, in prima persona, dei cosiddetti tecnici al gioco politico. Certamente, questo spezzone di borghesia pubblica – che dal vertice osservato si espande scendendo piramidalmente  ricoprendo tutti i gradi dei diversi organigrammi politici e sindacali – ha negoziato il riassestamento delle condizioni (ri)produttive sistemiche con i maggiori gruppi capitalistici operanti in quanto aziende private, non foss’altro che per ottimizzare l’allocazione delle attività pubbliche in via di privatizzazione.  In tal senso, ovvero nello svolgimento dell’azione spartitoria – che risulterà di corto respiro, tatticamente fallimentare -, si è ben distinto proprio quel ceto politico che non più di quindici anni fa si autoproclamava  comunista – nonostante molti da tempo lo definissero più appropriatamente solo "picciista" -, col quale il popolo di sinistra ha continuato a mantenere una relazione ambigua contraddistinta da "sofferti" avvicinamenti e successivi allontanamenti: <alla fine sono pur sempre stati dei compagni, anche se oggi sbagliano…> – a tal proposito, per visualizzare la suddetta ambivalenza è significativa l’immagine del festoso abbraccio collettivo, popolare e democratico che ricorre durante le marce per la pace nel mondo, frequentate con puntuale regolarità anche da chi ha condotto l’Italia in guerra, posizionandola attivamente nei ranghi della Nato! Comunque, abbandonando i vergognosi cieli della pace perpetua intesa esclusivamente in senso noumenico e passando al viscido terreno degli affari terreni, vogliamo solo brevemente richiamare le vicende della privatizzazione della Telecom e l’ingarbugliato reticolo di interessi politici ed economici che ha avuto seguito, di cui la militanza di base o ignora l’esistenza oppure è colpevolmente dimentica: la storia inizia quando l’imprenditore Colaninno, allora a capo dell’Olivetti, in compagnia del capitalista finanziario Gnutti, responsabile dei movimenti della finanziaria Hopa, ricevettero in dono dal governo D’Alema il complesso industriale Telecom, di lì a poco comunque passato di mano e giunto in quota alla Pirelli. Per l’occasione – una vera e propria iniziazione capitalistica per chi aveva avuto la colpa di essere stato comunista, ma ormai era teso solo ad introdursi nelle stanze del capitalismo (do you remember Mr. Cuccia & D’Alema together?) -, gli imprenditori partecipanti alla spartizione del bottino furono qualificati come "capitani coraggiosi". Chissà come però, dopo qualche anno, a riprova dell’assenza di codardia, che nel frattempo non aveva di certo impedito l’incasso della cessione Telecom lautamente valutata, uno degli impavidi di cui sopra, il finanziere politicamente ubiquo Gnutti, lo si ritroverà al centro del campo di relazioni imbastite affinché la Banca Nazionale del Lavoro, altro istituto ex statale, non addivenisse sotto il controllo di qualche gruppo bancario straniero. In vista di tale finalità era massicciamente intervenuto il gruppo assicurativo Unipol, riconducibile in tutto e per tutto a quelle brave persone che non sono altro i Democratici di Sinistra. L’esito finale di questo tentativo posto in essere per arginare l’arrivo dei dominanti stranieri non ha avuto riscontri positivi, e se non sono approdati i capitali del Banco di Bilbao, alla fine sono giunti improvvisamente ma con successo quelli francesi di BNP-Paribas. Si è tanto discusso della validità del piano industriale presentato da Unipol, della sostanziale convenienza che sarebbe scaturita dalla creazione di un grande ed omogeneo polo bancario-assicurativo, mai sorto in Italia in precedenza per degli storici veti incrociati. Comunque, oltre ai discorsi basati sulle previsioni riguardanti la ipotetica redditività attesa, una cosa ci appare indubitabile: i dirigenti della sinistra sono completamente immersi nel processo di creazione del valore a livello strategico politico-finanziario, ovvero in un ambito "alto", difficilmente scrutabile, le cui dinamiche di movimento e di potere sono talmente astruse che solo la lettura di qualche verbale giudiziario – o del contenuto di qualche telefonata scientemente pervenuta alla stampa, del tipo "Fassino & Consorte" – può permettere l’emissione di un giudizio preciso.  Ancora un particolare, a chiusura dell’insieme di vicende cui si è accennato: il suddetto finanziere Gnutti, all’epoca dei fatti, si trovava casualmente a ricoprire contemporaneamente la carica di membro del consiglio di amministrazione sia in Unipol che nel Monte dei Paschi di Siena, banca sulla quale è futile aggiungere qualcosa. In poche parole, l’ex "capitano coraggioso", divenuto in seguito un mero capitano di ventura, assurto in odio per il caso Unipol proprio ai moralisti di sinistra cui è apparso un rappresentante dell’oscena speculazione, alla fine si deve constatare che ben frequentava entrambe le casseforti istituzionali dei fautori-campioni del progresso nazionale. Ci sembra allora giusto ed inevitabile, giunti a questo punto del discorso, rilevare la presenza di un enorme cortocircuito politico – e la definizione è di quelle gentili! – che attraversa l’intero popolo di sinistra e che non riteniamo assolutamente addebitabile ad una nostra errata valutazione o, peggio ancora, ad un nostro pregiudizio ultra radicato: da una parte, come chiunque potrebbe facilmente accertare tramite un mero scambio di parole, i militanti di sinistra perseverano nel pensare i provvedimenti presi dagli agenti capitalistici pubblici come delle azioni prodotte in  difesa dell’interesse generale, tradizionalmente contrapposto a quello dei singoli capitalisti ( stato Vs mercato); dall’altra parte, i sinistroidi sono pur costretti ad ammettere il carattere particolare – nel senso "partigiano" e mercantile – del profitto tratto da alcuni destinatari dei medesimi provvedimenti di privatizzazione, in sintesi da parte degli accaparratori dei beni posti in vendita dai differenti governi. Si riscontra insomma che le considerazioni del popolo di sinistra sull’azione statale in ambito economico sono sospese tra l’inevitabile contingenza di interessi particolari e l’irrinunciabile permanenza dell’interesse pubblico a supporto dell’agire statuale, espellendo del tutto dalla riflessione ogni possibile analisi che veda l’organizzazione statale al di là del suo ruolo di regolatore ciclico, e che quindi la riconosca  quale puntuale elemento necessario ad imprimere lo sviluppo al processo accumulativo capitalistico.   Riconosciamo, d’altronde, che la persistenza nella cultura di sinistra (compresa quella estrema) di questo tipo di contraddizione oppositiva incentrata sul contrasto particolare/generale è atavica, presente finanche durante periodi passati ben più duri nella pratica e molto più proficui ed onesti nella ricerca teorica. Per cui, sarebbe assurdo aspettarsi una seria e diffusa analisi di questa problematica al giorno d’oggi, vista l’esiguità delle forze in circolazione. Dal canto nostro, ci limitiamo a rilevare che l’opposizione particolare/generale intorno al ruolo assunto dall’organizzazione statale deve essere giocata senza remore in relazione alle dinamiche strutturali presenti sia in una formazione sociale capitalistica, sia rispetto alla sua  radicale ridefinizione in una eventuale formazione sociale di transizione (Cfr. C. Preve, Note sul maoismo). Probabilmente, abbiamo ampliato eccessivamente lo spettro della discussione, ma tramite il richiamo all’ardua tematica dello stato ci apprestiamo a porre un interrogativo sì retorico, ma essenziale per la prosecuzione dei nostri pensieri: cosa onestamente può attendersi il popolo di sinistra da un’azione di governo unitaria, ovvero da una cogestione istituzionale degli apparati statali esercitata in questo momento storico? Difficile dirlo!In effetti, a noi basta ed avanza la rassegna dei misfatti compiuti nel passato per non desiderarne di simili nel futuro.  Giusto a proposito della nostra sintetica e parziale ricostruzione degli eventi passati, vogliamo precisare che l’enfasi posta nello scritto in relazione al processo di privatizzazione non deve essere confusa con una nostra accettazione acritica delle categorie "proprietà pubblica" e "statalizzazione". In breve: tanto è stato di matrice capitalistica l’Iri delle origini fasciste quanto quello dei successivi anni repubblicani, e naturalmente lo stesso vale per le "gloriose" nazionalizzazioni degli anni ’60!   Piuttosto, abbiamo sottolineato la continuità del fenomeno solo perché l’attuale "sinistra radicale" – leggi P.R.C. – non fa altro che blaterare contro il ciclo(ne) privatistico neoliberistico, ma poi, in deficit assoluto di coerenza, si presenta nella stessa coalizione di governo che pragmaticamente, senza fanfara ideologica made in Usa, ha privatizzato a più non posso, dopo aver notevolmente peggiorato il tenore di vita dei lavoratori appartenenti ai ceti medio-bassi, ed in quest’ultimo caso la responsabilità del P.R.C. è anche diretta: vedi, ad esempio, il "pacchetto Treu"!).  Il passato prossimo, dicevamo, dovrebbe risultare ai nostri occhi abbastanza nitido, ma il popolo di sinistra non la pensa allo stesso modo, e dal campo dell’epistéme ci fa ripiombare in quello della magmatica doxa. Opinione per opinione, proviamo allora a volgere lo sguardo dalla scienza del passato verso l’arte del futuro politico che attende i militanti di sinistra: siamo alla fine di aprile, il governo nei migliori dei casi diverrà operativo dopo metà maggio, dopo di che la compagine ministeriale, qualunque sia la sua composizione, dovrà in tutta fretta (entro settembre) occuparsi di redigere il Dpef, approntando molto probabilmente in contemporanea una manovra finanziaria correttiva 2006 che potrebbe ammontare a più di 7 miliardi di euro. Naturalmente, entro dicembre la finanziaria 2007 dovrà pur trovare forma e sostanza… Insomma, il governo, in poco meno di un anno, dovrà attuare tagli alle spese ed aumentare la fiscalità (quale?!). Ipotizzando un andamento della produzione basso e costante – le ultime stime dell’ Fmi sono di 1,2% di Pil per il 2006, e di poco più per l’anno seguente -, il rapporto disavanzo/produzione nazionale tenderà verso il 4% per il 2006 ed il 4,3% nel 2007, sempre ben oltre i canonici parametri di Maastricht, e questo non potrà che produrre tensioni e pressioni sul governo sia in sede tecnocratica europea che in ambito internazionale in occasione delle valutazioni promosse dalle agenzie di rating sulla sostenibilità-solvibilità del debito pubblico. A tale riguardo, evidenziamo che se nel 1992 il debito pubblico incideva sul Pil per il 108,6%, il prossimo anno si stima che si attesterà intorno al 107%. Pensiamo che la serie numerica riportata sia decisamente impressionante se considerata alla luce delle inevitabili incombenze governative future; quindi, ci chiediamo da quale capitolo di spesa e da quale dicastero ministeriale potrà prendere vigore una prassi riformistica come quella sbandierata durante la campagna elettorale dai massimi rappresentanti del popolo di sinistra. Ci sembra proprio che tiri una brutta aria, come quella del ’96, satura di sacrifici, i quali come da copione verranno non imposti…ma concertati! Dieci anni fa lo spauracchio fu l’entrata nell’eurozona, domani sarà quello di uscirne coercitivamente. All’epoca, grazie ai partiti di sinistra e al connesso popolo di militanti, la già citata "legge Treu" introdusse massicce dosi di flessibilità, ma poi è intervenuta la legge Biagi – Requiescant In Pace – ed il centro sinistra l’ha assunta come modello negativo portatore di precarietà. Ecco!, forse questo è un terreno sul quale il popolo di sinistra potrà farsi valere, ottenendo una probabile e meritoria conquista sociale: l’abrogazione dell’indecente "legge 30" ripristinerà  la contrattualistica precedente, notoriamente avversa ad ogni pratica di sfruttamento del lavoro. I lavoratori ringrazieranno!

Il sangue e le rape (di fabio fino)

Tanto tanto tempo fa, tutte le storie cominciano così, al signore di un paese lontano giunsero alcuni uomini, che gli chiesero di proteggere la loro città contro dei barbari dai quali erano stati attaccati. Il signore del paese lontano, pensando che quell’impresa avrebbe accresciuto la sua gloria, accorse in aiuto degli sventurati. E si vide un esercito mai visto prima, numeroso, forte, ben addestrato. Il signore si scontrò contro l’esercito dei barbari; vinse di misura qualche battaglia, perdendo un alto numero di soldati, e finì con il perdere la guerra. Il signore era Pirro, la città era Taranto, i barbari erano i romani.

Fin qui la storia tràdita. La storia, però, si è ripetuta proprio qualche settimana fa in occasione della vittoria risicata di Prodi e del Centrosinistra nelle elezioni politiche.

Non è mia intenzione soffermarmi sull’analisi del voto, tuttavia non posso evitare alcune (banali) considerazioni. La prima è che il vero sconfitto è Romano Prodi, che non è stato in grado – negli ultimi giorni della competizione elettorale – di attrarre voti. I meccanismi perversi del maggioritario gli consentono, però, di avere una discreta maggioranza alla Camera; maggioranza che sicuramente sarà in affanno al Senato. Da notare il dato di Rifondazione: alla Camera (dove l’ampiezza della base elettorale è maggiore, perché si vota dai diciotto anni compiuti) prende 2.229.604 voti ed al Senato (dove l’ampiezza del bacino elettorale è più contenuta, in quanto si vota dai venticinque anni in su) 2.518.624 voti. Ciò vuol dire che non solo non è stato attratto il voto giovanile (tradizionale “roccaforte” del partito), ma soprattutto che il voto non è stato confermato alla Camera dai suoi stessi elettori. Queste cose dovrebbero seriamente far riflettere la stessa dirigenza di Rifondazione. Non è improbabile che i quasi trecentomila voti “in uscita” siano andati all’Ulivo alla Camera (la somma del dato di DS e Margherita, per il Senato, è del 2% più basso della loro unione alla Camera); potrebbero però essersi distribuiti anche in altro modo [[i]].

Ma non sono queste le cose di cui tener conto, queste sono quasi delle curiosità, dei divertissement, delle bagattelle.

L’elemento più caratteristico di questa tornata elettorale è l’ingovernabilità. Da più parti si parla di riforme, si dice che il paese ha urgente bisogno di riforme, e che (lo ha detto Prodi stesso), le riforme devono essere condivise. Dalle urne esce invece un presidente del consiglio dimezzato, non sufficientemente suffragato all’interno, non candidabile nuovamente per lo stesso ruolo. Un presidente del consiglio, insomma, non sufficientemente credibile.

Sarà interessante vedere per quanto tempo Prodi rimarrà a capo della sua coalizione, senza essere “dimesso” anzitempo. Le contraddizioni all’interno della coalizione ci sono, e sono evidenti: da un lato i fautori della laicità dello Stato, del non finanziamento delle scuole private (da Rifondazione alla Rosa nel Pugno); dall’altra i fautori della clericizzazione  e del finanziamento delle scuole non statali [[ii]] (dai DS all’Udeur). Il primo banco di prova di queste tensioni sarà il DPEF, ma sarà anche il momento in cui il Partito Trasversale Liberista (dalla Rosa nel Pugno a Forza Italia) ed il Partito Trasversale Clericale (dai DS a Fiamma Tricolore) potranno essere svelati.

Ritengo sarebbe stato preferibile vincesse il centrodestra: così tutti avrebbero potuto constatarne l’incapacità di risanare il disastro finanziario da esso stesso provocato, ed al contempo si sarebbero create le condizioni sociali e materiali utili per l’abbattimento dello stato e della democrazia borghese. Compito dei comunisti è fare la rivoluzione, non certo “puntellare” le istituzioni borghesi – adesso, invece, il richiamo al “principio di realtà” metterà la sordina alle tensioni ed alle lotte sociali. Sindacati e partiti “di sinistra” si assumeranno con “senso di responsabilità” l’onore di dover ripianare le voragini economiche lasciate dalla precedente amministrazione. A pagarle, in primo luogo, saranno coloro che hanno già pagato, che hanno sempre pagato: i salariati, i dipendenti.

Il mito liberale del pareggio di bilancio

Dalla fine dell’Ottocento, lo stato liberale ha cercato il “pareggio di bilancio”, al fine di ridurre il peso del debito pubblico e nella convinzione (mutuata dai “classici” del pensiero liberale, Smith e Ricardo in testa) che uno stato “bene ordinato” non dovesse avere deficit o per lo meno dovesse avere un deficit contenuto. In Italia, come sa chiunque abbia un minimo di istruzione (dopo le riforme scolastiche degli ultimi dieci anni è abbastanza difficile, ma non dispero ci siano), il pareggio di bilancio fu frutto di una politica di feroce imposizione economica sulle classi popolari: la tassa sul macinato e la tassa sul sale furono due “invenzioni” della Destra storica, che portarono, nel caso specifico della tassa sul macinato, a gravi insurrezioni popolari (come in Emilia ed in Romagna, dove fu decretato lo stato d’assedio); il pareggio di bilancio fu dunque raggiunto a caro prezzo nel 1875 dal ministro delle Finanze, ed esponente della Destra storica, Quintino Sella [[iii]].

Tornando al presente, la situazione economica così pesantemente fuori controllo [[iv]] avrà dei riflessi immediati non solo sulla realizzazione dello stesso programma di governo dell’Unione, ma anche sulle prossime tornate elettorali (europee ed amministrative).

Occorrerà tranquillizzare i mercati, dando segnali chiari ed inequivocabili della volontà del governo d voler risanare l’economia e rimetterla in moto. Un fulcro di questa politica di rassicurazione – verso i mercati europei ed internazionali – è stata sinora rappresentata dalla scialba presidenza Ciampi. L’elezione di Ciampi alla Presidenza della Repubblica (dove, sinora, ha brillantemente ricoperto il ruolo del notaio, controfirmando leggi vergognose [[v]]) serviva a rassicurare i mercati che l’Italia sarebbe rimasta ancorata all’Euro, che sarebbe stata solerte nella sua opera di riduzione del debito pubblico, di liberalizzazioni, di privatizzazioni. Sono le stesse richieste che vengono rivolte oggi, dagli organismi internazionali, al futuro governo: liberalizzare, privatizzare, risanare. La presidenza Ciampi dovrà essere sostituita, e gl’unici politici di “alto profilo” che possano essere garanti della politica di risanamento ad ogni costo sono (purtroppo) Amato e Dini. Personaggi come Tommaso Padoa – Schioppa o Mario Monti ben difficilmente potrebbero essere chiamati a fare il Presidente della Repubblica. Un segnale innovativo sarebbe la Presidenza della Repubblica alla Bonino, ma il sistema politico italiano è fallocratico e non è ancora pronto per questo.

            Al di là del nome per il Quirinale, il problema immediato per la coalizione di centrosinistra sarà quello di dover operare una scelta, fra un governo con “tutti dentro”, ipotesi plausibile ma al momento non praticabile, o di una maggioranza che sui singoli punti possa trovare intese con l’opposizione (talvolta difficilmente praticabile: si veda la questione della tassazione patrimoniale).

Le prime cose di rilievo saranno l’approvazione delle manovre economiche, almeno due da sessantamila miliardi e solo per iniziare. In condizioni di partenza di questo tipo, ben difficilmente potranno essere compiute assunzioni nelle Pubbliche Amministrazioni e potrà essere eliminato lo “scalino contributivo” dai 36 ai 40 anni per andare in pensione. Al contrario, questo incentiverà la precarizzazione e tanto il Sindacato (in particolare alla CGIL, che della lotta alla precarizzazione ha fatto la bandiera del suo ultimo congresso) quanto i partiti di Centrosinistra dovranno approvare misure economiche antipopolari (per i quali non sono stati votati) e richiamarsi al “senso di responsabilità”, al “principio di realtà” per farle ingoiare in primo luogo alla propria base, ai propri militanti e spiegare così l’impossibilità di realizzare entro il primo anno, la riduzione di sette punti del cuneo fiscale e la cancellazione dell’ICI – misure economiche di questo tipo presuppongono non solo un risanamento dei conti pubblici, una migliore situazione dell’avanzo primario (ora allo 0,5%) ma anche un maggiore trasferimento dallo Stato agli Enti Locali.

La Legge 30 sul lavoro non verrà eliminata [[vi]], la precarizzazione sarà in misura anche maggiore di oggi la forma specifica della post-modernità [[vii]] italiana. Si troveranno, al massimo, dei correttivi che permetteranno una maggiore tutela dei lavoratori “atipici” – sul cosa fare c’è un accordo di base fra tutte le forze politiche: si tratta di attuare una serie di misure di ordine previdenziale – ma non permetteranno comunque ad una intera generazione di avere in mano il proprio futuro.

Per risanare il bilancio, lo Stato sarà molto probabilmente costretto ad alienare parte dei propri beni [[viii]], nonché ad avviare una politica di liberalizzazione in un settore chiave come quello energetico [[ix]], dove è possibile un ritorno all’energia nucleare. In un sistema asfittico come quello italiano, in cui gl’imprenditori sono usi ad investire il proprio denaro per acquistare barche, locali, ville e non a reinvestire gli utili nelle aziende e nella ricerca, le privatizzazioni rischiano (come è successo nei settori assicurativo e bancario) di creare una situazione di monopolio e di falsa concorrenza, utile solo a succhiare soldi ai risparmiatori.           

Senso unico

Il processo di risanamento economico che dovrà essere avviato avrà costi sociali notevoli. La scelta, a senso unico, non ammette eccezione. Da un lato si presenta la necessità di dover competere a livello transnazionale con economie in continua e costante crescita (India e Cina, ambedue con una crescita annua del P.I.L. superiore al 6%) e con Paesi di consolidato sviluppo capitalistico (Stati Uniti, Germania, Giappone). Nel tentativo di competere sui due piani, la scelta (dal Settantasette ad oggi [[x]]) è stata puntualmente quella di comprimere le rivendicazioni salariali a favore di una estrazione di plusvalore che, lungi dall’essere reinvestita nella ricerca e nell’ammodernamento del capitale fisso, è stata utilizzata per fondi neri con cui dare tangenti o per l’acquisto di ville, barche ecc.

Se è vero che il keynesismo (o meglio, certa interpretazione del keynesimo) ha alla lunga determinato una crescita esponenziale del debito pubblico, va ricordato che la crescita economica del Nord-Ovest Industrializzato del mondo è stata resa possibile anche dalla presenza del muro di Berlino, costringendo gli stessi paesi capitalisti ad investire al loro interno e sostenendo, in tal modo, la crescita del P.I.L.

Notoriamente, i problemi determinati da una applicazione selvaggia del keynesismo [[xi]], sono due: l’espansione della spesa pubblica e la stagflazione. Oltre a questi, c’è stato un aumento delle nascite (prevedibile, dopo la II guerra mondiale [[xii]]), che ha reso disponibile un eccesso di manodopera. Una delle azioni che venivano di fatto incoraggiate da una applicazione selvaggia del keynesismo era una politica di rivendicazioni salariali, che ha prodotto l’aumento dell’inflazione.

Alla metà degli anni Settanta, allo scopo di contenere le spese dovute alla guerra del Vietnam, di contrastare le rivendicazioni salariali e di rendere più docile la popolazione, l’amministrazione Nixon decide (1974) di porre termine alla parità di scambio oro-dollaro (accordi di Bretton Woods, 1947). Gli effetti diretti di questa scelta sono un flusso di capitali verso l’Europa occidentale, una progressiva perdita del potere di acquisto del salario operaio, la riduzione della conflittualità di classe, della mobilità verticale sociale [[xiii]]. La teoria monetarista della Scuola di Chicago, cui Lamberto Dini appartiene, e che ha in Milton Friedman il suo principale esponente, è servita (e serve tutt’oggi) al posto del keynesismo, come sostrato ideologico del ritiro dello Stato dalla sfera economica e sociale, per la riduzione dello stato sociale: di fatto, una politica di questo tipo segna il ritorno alla fola della “mano invisibile” del mercato e dell’incontro tra domanda ed offerta, il ritorno a Smith ed alla economia classica. In una condizione di questo tipo, si avvantaggiano i più ricchi e si crea una forbice salariale e sociale che tende ad allargarsi progressivamente sempre di più con il tempo. Per dirla in termini molto banali, i più ricchi si arricchiscono, i più poveri si impoveriscono ancor di più.

Poiché tanto il centrodestra quanto il centrosinistra condividono gli stessi assunti liberisti, la scelta che verrà compiuta sarà quella di ridurre e comprimere ulteriormente la spesa sociale, comprimere e ridurre la spesa pubblica (scuola e sanità in primo luogo), ridurre quanto più possibile le rivendicazioni di aumenti salariali. I redditi “più alti”, che Prodi non è stato in grado né di quantificare né di definire, non verranno toccati, se non marginalmente. Ben difficilmente, per esempio, si sarà in grado di andare a colpire seriamente l’evasione fiscale e soprattutto l’esportazione di capitale all’estero (che negli ultimi mesi è molto aumentata, specialmente verso la Svizzera ed i “paradisi fiscali”).

Attorno al centrosinistra si sono infatti coagulati anche settori economici che non hanno trovato nel centrodestra attenzione per le proprie attività economiche e finanziarie. A questi settori, economici e finanziari, il centrosinistra offre la possibilità di agire senza che il sindacato possa opporsi, per la presenza di un governo “amico”.

Il messaggio inviato a più riprese da Confindustria è stato molto chiaro: si chiede di non smantellare la legislazione del centrodestra (tanto in tema di mercato del lavoro, quanto in tema scolastico) e si chiede di dialogare con le parti sociali. Una Confindustria che chiede il dialogo con le parti sociali è persino più pericolosa di quella che il dialogo non lo voleva e non lo cercava, in quanto punterà a far accettare al sindacato, in virtù della situazione economica attuale (che al capitale-piano fa comodo, molto comodo) una politica di bassi salari. Nell’attuale maggioranza di governo, la Margherita per bocca di Rutelli ha già detto che la legge 30 sul lavoro è una conquista che non si tocca ed il diessino Bersani è corso a Firenze a rassicurare gli industriali, nel corso di un convegno, sullo stesso tema. Del resto, il Partito Trasversale Liberista (dalla Rosa nel Pugno al Centrodestra) detiene la maggioranza assoluta dei seggi, oltre i quattro quinti.

La politica economica non defletterà da quella sinora già realizzata, anzi verranno incentivate “riforme macroeconomiche” (sono parole del direttore dell’FMI) per ridare fiato all’economia. Dunque, più precarizzazione, più privatizzazione, più apertura al mercato. L’Italia dovrà essere appetibile dal punto di vista del rating economico e finanziario e dovrà attirare i capitali esteri. Da questo punto di vista, assieme ad una politica di dismissioni (in cui Prodi eccelle, vedi IRI), si tenterà di rendere appetibile il paese attraverso l’apertura al capitale estero. Non so se si venderanno le coste così come intere città in Toscana, ma l’unico e primo capitale “fresco” che può venire in Italia è quello cinese: solo a Taranto c’è un forte traffico commerciale da e per la Cina. Del resto, poiché l’Italia aderisce (come la Cina) al WTO ed all’interno di questo organismo non sono possibili scelte protezionistiche, l’Italia – così come l’Europa – dovranno aprire le porte alle merci cinesi [[xiv]].

Per l’Autonomia Operaia

            Sperare in un ravvedimento dei partiti socialdemocratici e borghesi sarebbe sperare in una capacità di analisi e di autocritica per loro impossibili. Al momento, non si vedono possibili vie di uscita da questa situazione. Non è la guerra in Iraq, non sarà il minacciato conflitto con Iran a determinare la caduta delle politiche liberiste. Serve solo l’esplosione, violenta, del conflitto sociale. Ma né Rifondazione, né i partiti socialdemocratici e borghesi sono in grado di intercettare quel dissenso che già ora serpeggia per la società. La necrosi del tessuto sociale italiano, avviata dalle politiche liberiste degli anni Ottanta in simbiosi con quanto avveniva a nel Regno Unito della Thatcher e negli Stati Uniti di Reagan, non è ancora giunta a far emergere le tumescenze delle insorgenze anticapitalistiche, gli scontri sociali sono presenti – al momento, ed in forma rapsodica – solo nel Sud del mondo. La Francia rappresenta il primo caso nel Nord del mondo di rivolta popolare contro il precariato, un punto di partenza, non il punto di arrivo, per l’abbattimento delle politiche sociali ed economiche liberiste.

            Occorre puntare ad un livello di analisi e di lotta transnazionale, occorre transnazionalizzare le lotte – procedendo così ad internazionalizzarle, così come ha fatto il capitale-piano dal punto di vista della produzione economica. Far esplodere le contraddizioni, non puntare al loro riassorbimento, al loro assopimento – come invece fanno i partiti socialdemocratici e borghesi.

Quello che i cattolici spostano in un’altra vita, lo vogliamo qui ed ora: la giustizia sociale; vogliamo l’abbattimento del modo di produzione capitalistico; una vita più dignitosa, umana, degna di essere vissuta, per tutti. Per questo, sarebbe necessaria una presa di coscienza, ma per tutto ciò sono necessarie tre cose: la classe, la coscienza, la coscienza di classe. Non c’è l’una senza le altre, e non possono essere date dall’esterno, “infuse per opera dello spirito santo”. Sono una conquista individuale, determinata non solo dal vissuto ma anche dallo scontro con le strutture di assoggettamento del potere e dello stato borghese.

Ed è facile, facilissimo, invece, essere sussunti: la disarticolazione delle lotte passa attraverso i percorsi individuali, attraverso il cedimento, la corsa a cercare – nella merda della precarietà quotidiana indotta dal modo di produzione capitalistico – un minimo di sicurezza, la certezza che “ho un lavoro per due mesi”, la bolletta da pagare: la certezza del non-essere esistenziale.

È questo non-essere esistenziale che però alla fine crea la coscienza, oggettiva: la coscienza, la classe, la coscienza di classe. Non resta che far esplodere le contraddizioni, dar fuoco alle polveri, tagliare la testa al sovrano, dare “l’assalto all’azzurro spalancato del cielo”. È stato già fatto, possiamo rifarlo. Non c’è libertà (sostanziale) senza fraternità ed eguaglianza.





 

[i] È da tener presente che la somma dei dati elettorali delle liste minori (autonome rispetto alle due coalizioni maggiori) è di 158.730 voti, al di sotto dell’1%. La differenza del dato elettorale di Rifondazione è significativa, dato che è di 289.020 voti: giusto l’1%. Rifondazione ha perso l’1% di elettori.

[ii] Non è questo il momento di parlare della scuola e dell’istruzione: approfondiremo il tema prossimamente.

[iii]Uno dei vanti di Tremonti era quello di sedere alla scrivania di Quintino Sella, l’uomo che ha “risanato” il deficit del Regno d’Italia. A Tremonti è invece spettato di portarlo ampiamente fuori controllo, ben oltre le cifre da lui ereditate dal Centrosinistra e da lui scritte su una nota lavagnetta. 

[iv]L’FMI ha recentemente affermato che il rapporto deficit/PIL aumenterà, nei prossimi due anni, fino al 108%.

[v]Basterebbe citare solo la Gasparri. Ma ricordiamo anche la legge Zecchino sull’Università (governo D’Alema).

[vi]Bertinotti ha più volte detto che la legge 30 sul lavoro verrà “superata”. È da notare che il termine è tipicamente hegeliano, e che il “superamento” (aufheben) per Hegel non significa “togliere del tutto”, ma “togliere mantenendo”. Quanto appena detto si applica anche alla legge “Moratti” sull’istruzione. Il Fondo Monetario Internazionale, nel briefing di presentazione del World Economic Outlook  il 19 aprile, ha sottolineato la crescita complessiva della zona euro, ma ha contemporaneamente chiesto maggiore flessibilità.

[vii] Per il post-moderno, sono in debito con Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli. Un testo molto sottovalutato a sinistra, che ha prefigurato la realtà del Nord-Ovest Industrializzato del mondo (secondo la definizione di Mario Capanna) degli ultimi tre decenni.

[viii] Facendo così la gioia di quanti, ricorrendo alle banche (quindi ai denari dei risparmiatori) per acquistare ex aziende pubbliche (vedi TELECOM Italia), scaricano poi sulla stessa azienda acquistata (senza aver messo un solo centesimo di loro) i costi della scalata: i risparmiatori pagano così due volte. Questo in Italia. Il problema si pone anche all’estero, ad es. per la privatizzazione dei servizi idrici, ed il relativo aumento dei costi. Questa (criminale) politica di privatizzazione è incentivata in tutti i modi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, ed ha determinato catastrofi sociali ed economiche in molti Paesi (senza che i “signori” dell’FMI o della BM siano mai stai incriminati per i disastri che hanno creato). A proposito della privatizzazione dei servizi idrici, si veda, ad esempio, Le Monde Diplomatique, Marzo 2005 – Dossier Acqua.

[ix] In Italia, la famiglia Agnelli possiede quote anche nel settore energetico, avendo scalato Montedison con la Elf francese ed alleata a questa ha creato Italenergia, ora Edison.

[x]Tra Lama e gli Autonomi, si può dir solo che avevano ragione gli Autonomi: “I sacrifici li facciano i padroni!”.

[x] Giova ricordarlo: è una misura congiunturale, temporanea, all’interno di una economia capitalistica, finalizzata al sostegno della produzione economica (che incentiva il consumo, con una politica di alti salari).

[xii] Fra il 1950 ed il 1973 si assiste, a livello internazionale ad un aumento esponenziale delle nascite. In Italia questo fenomeno è noto come boom demografico e inizia a decrescere dopo lo choc petrolifero del 1973.

[xiii]Cfr.: Noam Chomsky, Egemonia americana e “stati fuorilegge”, Dedalo, Bari, 2001; Frank Parkin, Disuguaglianza di classe e ordinamento politico. La stratificazione sociale nelle società capitalistiche e comuniste, Einaudi, Torino, 1976.  Prossimamente ci si occuperà anche degli effetti politici e sociali di questa scelta.

[xiv] Per il caso Suez – Gaz de France, l’Italia si è appellata all’UE, che ha condannato la procedura protezionistica francese. Il caso della penetrazione delle merci cinesi ripropone lo stesso problema, verso un problema extraeuropeo.

Veloci considerazioni di Gianfranco La Grassa sull’articolo del condirettore del Financial Times che annuncia grosse difficoltà economiche per il Goveno Prodi (più sotto ciò che viene ripreso dal corriere.it)

Il FT non deve essere preso come un oracolo, visto che fa gli interessi di certa finanza euroamericana. Ciò era però valido anche quando criticava il governo di centrodestra (la stessa cosa vale per l’Economist); ed è valido pure adesso nel momento in cui critica il prossimo governo e il suo (non) programma. Invece, tutti i "sinistri" erano estasiati prima del 9 aprile delle critiche (ultraliberali) di FT e Economist a Berlusconi, mentre ora protestano sdegnati affermando che tali giornali non capiscono nulla.In realtà, tali giornali capiscono benissimo quali sono gli interessi (euroamericani, cioè di una Europa subordinata agli USA) che sembravano
meglio difesi – nella sostanza, non a parole – dal centrosinistra. Adesso che la prospettiva è mutata – non per cambiamento programmatico del centrosinistra che è sempre lo stesso, ma per la sua debolezza politica – i giornali della finanza euroamericana sono vivamente, e giustamente, preoccupati. L’analisi non è comunque tutta peregrina, ci sono senz’altro delle "verità", cioè dei fatti che non sarà tanto facile smentire. Il problema è che i due schieramenti oggi esistenti in Italia sono entrambi disastrosi e incapaci di alcunché; e se anche arrivasse la forza populista, di cui parla il FT, non si risolve nulla. Occorrerebbe una forza politica
molto dura e cattiva con programmi precisi (che non sono, come qualcuno pensa, di tipo nazionale) di rilancio produttivo, ma in settori di punta e fortemente innovativi. Bisognerebbe spazzare via neoliberismo e "neokeynesimo" (in realtà il semplice assistenzialismo statale senza prospettive che passa, non so perché, sotto questo nome). Occorrerebbe smetterla di credere che le difficoltà di sviluppo dipendano dal lato della domanda; e bisognerebbe annientare non so quanti miti sia della destra che della sinistra. Destra e sinistra andrebbero fatte fuori contemporaneamente e senza tanti complimenti "democratici". Ma non a caso uso il condizionale, poiché al momento non si vede nulla di buono all’orizzonte, per cui quello che scrive il FT ha un suo parziale realismo.Ovviamente, se ne dovrebbe riparlare a lungo, qui ho detto solo poche cose veloci.

Da Dagospia su fonte Corriere.it
Un default sul debito e l’uscita dall’euro entro 10 anni. Sono molto nere le previsioni del Financial Times sull’Italia dopo la vittoria, di strettissima misura, di Romano Prodi nelle ultime elezioni politiche. La tesi è contenuta nell’ascoltatissimo commento settimanale dell’editorialista Wolfgang Munchau, condirettore del quotidiano londinese. «La risicata vittoria della coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi – si legge nell’editoriale – costituisce il peggior esito immaginabile in termini di possibilità dell’Italia di rimanere nell’eurozona oltre il 2015».

«Prevedo che gli investitori internazionali inizino ad assumere scommesse speculative sulla partecipazione italiana all’euro entro la durata di un governo Prodi. Queste – puntualizza Munchau – non sono scommesse sull’impegno politico di Prodi nei confronti dell’euro. Sarebbe infatti difficile trovare un politico più a favore dell’Europa dell’ex presidente della Commissione europea. Queste sono scommesse sulle circostanze economiche che potrebbero obbligare un governo a prendere decisioni che sono inimmaginabili fino al momento in cui diventano inevitabili».

L’ECONOMIA ITALIANA – «Tutti sappiamo – sottolinea Munchau – che l’economia italiana si trova in profonde difficoltà. Ma è importante ricordare che i problemi italiani sono differenti da quelli della Francia e della Germania. Molte economie continentali sono afflitte da bassa crescita e alta disoccupazione. Anche l’Italia soffre di un basso livello di crescita anche se la sua creazione di posti di lavoro è stata rilevante. Ma il problema dell’Italia è quello di non essere pronta a una vita nell’Unione monetaria».

LE RIFORME DI PRODI – Il Financial Times segnala la forte discrasia tra problemi e soluzioni proposte. Da un lato infatti «sin dalla nascita dell’euro nel 1999, l’Italia ha registrato un massiccio apprezzamento del suo tasso reale di cambio. I suoi costi unitari del lavoro sono cresciuti del 20% rispetto alla Germania. Ma mentre le retribuzioni tedesche reagiscono alla domanda aggregata, i salari italiani continuano a crescere a un ritmo del 3% annuo. L’Italia registra anche un problema di competitività di prezzo in molti settori economici. Un programma sensibile di riforme economiche dovrebbe concentrarsi sulla contrattazione salariale e sulla regolamentazione dei mercati dei beni e servizi».

Dall’altro lato «Prodi offre il tipo sbagliato di riforme. Che consiste nello stesso tipo di riforme che sono fallite in altri Paesi europei. E dal momento che la sua frammentata coalizione di moderati, socialisti e comunisti, avrà una sottolissima maggioranza in Senato, potrebbe anche non essere in grado di portare a compimento il suo insufficiente programma. Se l’Italia continuerà a perdere competitività macroeconomica, un movimento politico populista potrebbe ben emergere con un programma per l’abbandono dell’euro.

Proviamo a immaginare l’inimmaginabile e ipotizziamo che un futuro governo italiano riporti la lira. Cosa succederebbe al debito del Paese, prevalentemente denominato in euro, che attualmente raggiunge il 106,5% del Pil? L’Italia sarebbe quasi certamente incapace di rimborsare pienamente le sue obbligazioni nei confronti degli investitori. E dovrebbe o riconvertire tali debiti in lire a un tasso di cambio sfavorevole agli investitori, o addirittura dichiarare apertamente l’insolvenza».

Il condirettore del Financial Times snocciola qualche altra cifra rilevante. «Dal punto di vista di un investitore l’abbandono dell’eurozona è equivalente a un’insolvenza sovrana. E data questa prospettiva, perché i mercati finanziari non stanno ancora scommettendo su un tale evento? La scorsa settimana i rendimenti sui titoli pubblici decennali italiani registravano solamente un differenziale di 0,3 punti al di sopra degli equivalenti titoli tedeschi. E tale valutazione suggerisce che i mercati non vedono attualmente un alto rischio di default. Ma certamente, anche se qualcuno reputa improbabile l’abbandono italiano dell’eurozona, il rischio non è nemmeno pari a zero».
L’OTTIMISMO DEL MERCATO – Secondo Munchau «tre fattori potrebbero spiegare l’ottimismo del mercato». Primo: «l’opinione che l’Italia potrebbe essere effettivamente intrappolata dentro l’Eurozona; lasciarla non risolverebbe alcun problema economico». Secondo: la Banca centrale europea in ultima istanza interverrebbe per evitare l’insolvenza di uno stato membro. Ma tale argomento – si legge ancora sul Financial Times – sembra sottovalutare la decisione della Bce a rispettare la propria regola di "non salvataggio" in tali circostanze». Il terzo fattore è quello che «anche se si accettasse lo scenario peggiore, è ancora molto improbabile che l’insolvenza si materializzi entro la vita residua di un’obbligazione decennale. E tale argomento – sottolinea Munchau – offre la spiegazione più plausibile per cui i mercati non hanno ancora fatto pagare un premio di rischio più elevato sui titoli di stato italiani. E spiega anche perché i mercati obbligazionari sono notoriamente cattivi indicatori anticipati del rischio d’insolvenza. I mercati obbligazionari sono compiacenti fino a quando iniziano ad andare nel panico».
IL GOVERNO DELL’UNIONE – Il Financial Times chiede retoricamente: «dopo i risultati delle elezioni italiane gli investitori rimarranno altrettanto ottimisti sui seguenti dieci anni durante la vita di un governo Prodi? Esiste una ragionevole possibilità che nei prossimi cinque anni il premio di rischio (italiano, ndr) salirà nei prossimi cinque anni. E prevedo – aggiunge Munchau – anche un aumento per gli swap sull’insolvenza creditizia italiana, strumenti finanziari attraverso i quali gli investitori possono assicurarsi contro il rischio. La scorsa settimana gli investitori avrebbero pagato un premio annuale di 21.750 euro per assicurarsi contro l’insolvenza su di un investimento di 10 milioni di euro in un titolo di stato italiano a 10 anni. E si tratta di un livello molto basso, date le incertezze economiche e politiche.

Tali swap, non sono sofisticati strumenti speculativi. Un acquirente di swap sull’insolvenza creditizia italiana viene rimborsato solo se l’Italia cade in uno stato d’insolvenza. Ma gli investitori sofisticati sanno come costruire strategie di trading profittevoli da una situazione così sbilanciata. I mercati finanziari non possono provocare l’uscita di un Paese dall’Unione monetaria attraverso la speculazione valutaria, come fecero nel 1992 facendo uscire la Gran Bretagna dal meccanismo di cambio europeo. Ma per gli investitori esistono altri modi per sfruttare le difficoltà di un Paese dentro un’Unione monetaria».
PARALLELI ROMA-LONDRA – «Ecco perché – conclude Munchau – esistono dei paralleli tra l’Italia di oggi e la Gran Bretagna del 1992. Allora l’impegno della Gran Bretagna per il meccanismo di cambio appariva incrollabile come l’impegno di Prodi per l’euro ora. Ma la Gran Bretagna non era pronta né economicamente né politicamente a vivere in un regime di cambi semifissi. E la partecipazione dell’Italia all’euro è basata su fondamenti parimenti traballanti. Quattordici anni fa per gli investitori ci vollero pochi giorni per smascherare una bugia politica».

LA FATTICITA’ DEL REALE

(questo articolo non sarà di facilissima comprensione, ma può essere utile per iniziare quell’attività di costruzione teorica che abbiamo auspicato negli scorsi giorni. Si tratta solo di un piccolo cominciamento che prende in considerazioni le tipiche categorie del pensiero marxiano ancora indispensabili per un’analisi realmente antisistemica).

 Se gli assiomi della geometria urtassero gli interessi degli uomini si sarebbe cercato di confutarli (in Lenin, “Carlo Marx”).

Una caratteristica fondamentale del capitalismo è quella del suo darsi come fatticità immanente attraverso la forma delle sue esitazioni empiriche più “visibili” che, tuttavia, sembrano non portare in sé il segno di alcuna genia.

In virtù di tale presupposto la stessa storicità del modo di produzione capitalistico si pone come storia priva di forma storica, storia neutralizzata, avente piuttosto una base “naturale” simile alla consistenza dell’albero che spunta dal suolo.

Il capitalismo si svela così al mondo in maniera tolta, attraverso sintomi della sua presenza che non rimandano direttamente ad esso e che, al contrario, si autofondano in quanto determinazioni che fanno riferimento ad un proprio principio di realtà.

Questi sintomi si chiamano con linguaggio economico: denaro, merce, profitto, rendita, mercato ecc.

La loro realtà trasfusa nel linguaggio ideologico della giustificazione dell’esistente, può essere solo colta negli aspetti superficiali e “circolatori” per cui la “triste scienza” nulla ci dice in merito ai processi mediatori che dovrebbero rappresentare il collante processuale tra struttura fondante e determinazioni empiriche.

Il metodo scientifico marxiano non può che essere, allora, la volontà di svelare il rapporto – nel modo di produzione capitalistico – tra apparenza delle cose e loro sostanza: “Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero”.

Com’è possibile concettualmente cogliere e rendere (logicamente) visibile tale rapporto? Innanzitutto, occorre distinguere tra le tendenze generali del Capitale propriamente inteso e le forme fenomeniche con le quali tale tendenzialità si manifesta. In realtà, ciò che appare come dato di fatto compiuto deve necessariamente essere l’immagine rovesciata della struttura fondamentale che lo ha generato. Si tratta perciò di individuare nella fatticità presupposta del dato reale le molteplici mediazioni che ne sono alla base e che lo determinano per quello che si vede. I fatti sono pertanto una cosa intricatissima, l’esito di una mediazione che sembra non svelare nulla del principio dal quale tutto parte. In tale situazione le soggettività sociali sono in diretto contatto con la forma fenomenica del modo di produzione, quella che si dà immediatamente, mentre, per potere cogliere lo stesso modo di produzione nella sua astrazione concreta, occorre dialettizzare queste forme semplici per risalire dal dato sensibile al reale principio fondante di tale esito. Il capitale forgia, pertanto, di una forma non direttamente problematizzabile i fenomeni nei quali si estrinseca, gli stessi dati di fatto si giustificano per il loro esserci non mediato come fattori estranei alla soggettività sociale, è insomma una notte di vacche nere che bisognerà illuminare.

L’economia politica dominante appare così come la scienza delle spiegazioni superficiali di questa logica invertita, che non può e non vuole porsi il problema della struttura sostanziale di un modo di ri-produzione sociale astrattizzatosi. Tutto ciò che si innesta su tale nascondimento (dalla politica, al diritto, dall’agire economico ai valori, alla costruzioni ideologiche stesse) si presenta all’intelletto dei soggetti come fatticità esprimente l’opposto della loro natura interna e al contempo come negazione di qualsiasi mediazione, che sofistica il termine primo, il Capitale appunto) dal quale il movimento del pensiero dovrebbe partire.

I soggetti, perduti nella consistenza fattuale della datità, incapaci di pensare in maniera lineare i processi in cui sono inseriti, non colgono più tali fatti come il risultato di rapporti sociali ma come estraneità oggettiva a loro opponentesi con la quale non è possibile alcuna mediazione conoscitiva, se non l’accettazione aprioristica. I soggetti sociali sono tuttavia convinti di attraversare le cose del mondo in piena autonomia, ma la loro razionalità e già data una volte per tutte dalle cose stesse. Il mancato discernimento dialettico delle mediazioni in questione rende le cose autoidentiche, “enti naturali” inappellabilmente esistenti.

La grandezza di Marx è, allora, nel metodo attraverso il quale tenta di rompere la superficie della realtà fenomenica, per cogliere il motore interno della struttura che genera tali determinazioni. Fatte queste precisazioni può cominciare l’analisi marxiana del valore.

Cos’è il valore per Marx? La quantità di lavoro astratto cristallizzato  nella merce. Il lavoro astratto costituisce la sostanza sociale del valore. Il lavoro sans phrase è l’elemento che nello scambio dei prodotti pone i valori d’uso come “frontisti” privi di qualità e per ciò stesso misurabili.

Per definire la natura del valore Marx utilizza aggettivi inequivocabili che rimandano a tutto il nostro discorso: “un arcano”, “una forma metafisica”, “una proprietà occulta”. Quello che però appare e che possiamo vedere distintamente è solo la merce, ovvero l’esito ordinato di una cosa imbrogliatissima.

Marx per spiegare questa cosa piena di sottigliezza metafisica la isola dal rapporto con tutte le altre merci e la coglie nel suo rapporto più semplice. Marx ci spiega che il valore trova la sua via d’uscita dal corpo nel quale è costretto grazie allo stare l’una di fronte all’altra delle merci, dal loro confronto quantitativo (valore di scambio). Il valore perciò è finalmente misurabile.

A questo punto la merce, ancora passiva nel rapporto di valore, può apparire, naturaliter, portatrice di valore. La merce cioè può definitivamente oscurare la sua derivazione da un determinato modo di produzione, e appropriarsi di qualità che fino a poco prima le erano esterne.

Dall’analisi semplice della merce si dovrebbe ora passare all’analisi del livello superiore della teoria del valore, laddove le sofisticazioni si fanno ancora più indistinguibili e si concretano nella forma-denaro.

Il denaro , l’equivalente generale, consente il raffronto simultaneo delle merci con ciascuna di esse, funzionando come misura generale dei valori e dei prezzi, “l’enigma del feticcio del denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto invisibile e che abbaglia l’occhio”.

Se, come abbiamo detto prima, salario, profitto e rendita erano già il risultato di una mediazione invertita, con l’emergere dell’interesse, il capitale realizza la sua autogenesi. Con la formula D-D’ l’autoriproduzione del denaro tramite sé medesimo compie il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Qui è completamente svanito ogni riferimento alla forma storica di tale rapporto che non ha più nulla a che fare con la produzione, il plusvalore e i soggetti agenti.

 

N.B. Le riflessioni contenute in questo articolo sono spiegate in maniera organica ed esaustiva nel saggio di Franco Soldani intitolato “Marx e la scienza” disponibile integralmente on-line sul sito Actuel Marx.

Si tratta di un’analisi estremamente interessante anche se i risultati con i quali Soldani conclude tale lavoro, dovrebbero essere ulteriormente problematizzati. Soldani ritiene, infatti, che la teoria marxiana del valore non sia invalidata da aporie logiche, bensì dall’impossibilità (secondo l’autore) di una corrispondenza univoca tra valori e prezzi di produzione. Tale impasse sarebbe determinata dalla differente natura di valore e prezzi (essendo quest’ultimi “un’espressione quantitativamente incongruente del valore della merce”). Se, da un lato, Soldani ha ragione da vendere, soprattutto contro chi ha spogliato la teoria del valore della sua valenza qualitativa ingabbiandola in una mera ripetitività matematica (ad oggi insoluta), dall’altro però il suo costante riferimento ad un doppio livello della realtà capitalistica, ha in sé qualcosa metafisico che dovrà necessariamente essere spiegato meglio.

 

 

PRO MEMORIA

In questi ultimi giorni post-elettorali, la pentola della politica ribolle ininterrottamente e il movimento superficiale dell’acqua ci riporta alla volontà di conoscere chi alimenta il fuoco. L’apparenza della cose ci dice che il governo Prodi ha difficoltà ad insediarsi in tempi rapidi, l’amico di scorribande del professore, tale patriota Ciampi, temporeggia adducendo il rispetto dei tempi istituzionali, proprio in quest’Italia cha ha nella deroga la sua grundnorm.

E’ oppurtuno capire di chi stiamo parlando, per evitare qualsiasi sorpresa in futuro, e zittire la sinistra che farà finta di non sapere. Prodi e Ciampi sono stati i massimi artefici (per conto di gruppi stranieri e italiani), dapprima della trasformazione dei più grandi enti statali italiani in società per azioni (IRI, INA, ENI, ENEL) e, poi, della loro svendita a favore sia di società straniere per le quali erano consulenti nonchè di quei capitalisti italiani che hanno ridotto alla miseria questo paese: i Cuccia di Mediobanca, i Colaninno, i Ferruzzi, i Tronchetti-Provera, i Benetton ecc.

Questi loschi figuri del nostro capitalismo straccione, che hanno come unica strategia conflittuale l’arraffamento ai danni dello Stato,  sono gli stessi che hanno permesso al Centro-sinistra di vincere su Berlusconi. Tuttavia, la vittoria sul filo del rasoio lascia credere che i potentati italiani, concedono sempre il proprio appoggio con riserva. Può essere, secondo tali strategie, che un’affermazione troppo netta del Centro-sinistra avrebbe potuto rendere tale schieramento troppo autonomo e irriconoscente nei confronti dei suoi mentori, impedendo la fluidità necessaria alle manovre che gli stessi poteri forti hanno progettato.

I tecnocrati ( vero e proprio braccio armato della burocrazia capitalistica) Prodi, Ciampi e Draghi sono dei frequentatori abituali delle strategie dei dominanti. Ciampi, per esempio, è stato l’artefice della fine del monopolio  delle banche per ciò che concerne la gestione delle operazioni sui titoli e valute estere, con il trasferimento di tali competenze alle società di intermediazione immobiliare, mentre dall’altro lato ha concesso alle banche medesime carta bianca in merito alla cessione e gestione dei crediti. Si potrebbe dire che questo patriota del capitalismo, è un uomo competente e poichè legato a certi ambienti(con i quali condivide una certa filosofia di pensiero) fa effettivamente il suo dovere. Nemmeno questo è vero. Ciampi si è reso responsabile della più grossa svalutazione ai danni della lira nel ’92. Allorchè il banchiere filo americano Soros lanciò il famoso attacco speculativo sulla lira, Ciampi, per resistere a ciò non chiese aiuto ad alcuno, ma tentò di sopperire con le riserve valutarie di Bankitalia. Questa strategia perdente(quasi un accordo sottobanco) determina il precipitare del valore della lira di 30 punti percentuali. Da tale operazione in poi l’Italia diverrà un banchetto(di conquista) dove ci si può mangiare le proprietà statali per pochi spiccioli.(Destra e Sinistra lo hanno premiato con la presidenza della Repubblica e forse con un secondo mandato). All’epoca uno stretto collaboratore di Ciampi è Mario Draghi. L’attuale presidente di Bankitalia negli anni dello sfacelo della prima Repubblica prendeva ordini direttamente dalla finanza anglossassone. Dopo la caduta della DC questi banchieri hanno spiegato ai nostri funzionari come si doveva procedere con le riforme necessarie atte a consegnere l’Italia nelle loro mani. Draghi presidente di Bankitalia, oltrechè dirigente Goldman Sachs e accreditato in quota Bilderbergers insieme a Padoa-Schippa, Mario Monti, Renato Ruggero ecc., ha eseguito diligentemente gli ordini. Per quel che riguarda Prodi, le sue operazioni di svendita della SME sono fin troppo risapute: la Cirio a Cragnotti,  la Italgel alla Nestlè e la Bertolli alla Unilever della quale era anche stato consulente (dicesi conflitto d’interessi, altro che Berlusconi!). Il resto della faccenda è storia del passato recente che s’appresta a ritornare (sarà vero che la storia non si ripete mai, ma gli involucri umani per ora sono gli stessi).

Infine, Mario Monti, (nome molto in voga in questo periodo)anch’egli, come abbiamo detto, presente alle riunioni del Bilderberg e compagno di avventure (molte!) di Draghi e Prodi. Oggi sponsorizza caldamente il Grande Centro, che tradotto in linguaggio volgare significa: presto non ci saranno più opposizioni, nemmeno parlamentari, ai disegni dei funzionari del capitale. La sinistra è in piena partita, solo che gioca a centrocampo, in un macht dove arrivano lanci lunghi che scavalcano i suoi uomini. Impareranno dall’esperienza a soccombere sotto i tradimenti alla base di questo sistema di riproduzione sociale.

Da qualche parte abbiamo letto che Gianfranco La Grassa sia, in qualche modo, assertore di una politica cosiddetta dello struzzo, con la sua presa di posizione irrevocabilmente negativa sul centro-sinistra. In realtà quando l’analisi teorica è fatta seriamente si colgono i nuclei logici delle scelte politiche ed ideologiche che orientano la classe dirigente (che ricomprende tanto quella politica e culturale che quella economica) e, per quanto la realtà richieda continui adattamenti delle ipotesi teoriche, la sostanza delle stesse diviene quasi conseguenziale se gli obiettivi manifesti (ma soprattutto quelli celati dietro la facciata di parole insulse come lo sviluppo e democrazia) seguono un unico filo conduttore. L’articolo sottostante è pertanto un invito a rimboccarsi le maniche e ad incominciare un lavoro serio, proprio sulla base di quello che potrebbe accadere con la vittoria del centro-sinistra. Se i presupposti che poniamo in evidenza si riveleranno fondati, le persone di buon senso dovranno davvero scegliere da che parte stare, cioè se dimostrarsi passivi di fronte agli scenari futuri che si apriranno (e che non promettono davvero nulla di buono) oppure avviare un lavoro collettivo di resistenza e di costruzione teorica anticapitalistica. E’ questo l’unico modo serio per tentare di cambiare l’esistente e non il voto elettorale (che resta una delle forme con la quale si consolida uno strumento di oppressione dei popoli che abbiamo già individuato come "dittatura democratica"). Solo rifiutando i luoghi comuni (le zavorre e le categorie vetuste ampiamente sussunte dall’ideologia dominante) sul fascismo, il feticcio della resistenza partigiana, la sinistra che rappresenta gli sfruttati (e altre nefandezze discorrenti) potremo cogliere il senso della partita che si è aperta in Italia. Il resto spetta a noi e la vera scelta da fare è quella tra bendarci gli occhi e turarci il naso oppure tentare d’interpretare criticamente la direzione seguita dagli eventi. Buona lettura

ANDIAM, ANDIAM, ANDIAMO A LAVORAR (10.04.06 di Gianfranco La Grassa)

(sull’aria della canzone di Churchill da “Biancaneve e i sette nani” di Disney)

 

1. Premetto che comincio a scrivere prima che siano chiuse le urne, per non essere influenzato dai risultati, del resto ormai ben sicuri. Per prima cosa, anche se me ne dispiace, non posso esimermi – perché sono fatto così – dal puntualizzare sia pure poche cose.

Partiamo da un discorso serioso e impegnativo (ma breve). La mia generazione (e quelle immediatamente precedenti e successive) ha evidentemente molte colpe per com’è oggi fatto il mondo (in specie il “nostro”, il cosiddetto occidentale). Inoltre, quelli che pensano (o pensavano) come me hanno subito una sconfitta, che può essere definita “storica” (quella del sedicente comunismo). Circa il fatto di non essere stato molto in gamba, di aver sbagliato molte scelte e giudizi, di essere stato lassista e di larga manica di fronte a tanta merda che debordava da tutti i lati, non voglio avanzare troppe scuse né tanto meno “chiamarmi fuori”. Della sconfitta del comunismo mi sento partecipe, anche se voglio ricordare che, dal 1962-63, ruppi con i PC ufficiali (“da sinistra”, come si diceva allora) e produssi analisi sempre più pungenti e critiche sulla loro degenerazione e su quella del “socialismo reale” (URSS in testa); naturalmente non fui il solo, e per le mie analisi mi basai del resto sulle tesi del mio maestro francese (Charles Bettelheim) e della corrente marxista althusseriana di cui egli divenne parte dal 1967-68.

Proprio perché non mi sento un “innocente”, non sopporto molti (troppi) sinistri attuali che vedono il male negli altri, mentre loro sono sempre i più morali, i più intelligenti, i più colti. Tanto intelligenti e colti che di un prodotto del degrado morale e culturale degli ultimi trenta-quarant’anni, verificatosi in tutto il mondo occidentale, hanno fatto l’artefice primo di tale degrado (sto parlando di Berlusconi). Negli ultimi 12 anni sono stato tormentato da questi cazzoni di colti e intelligenti di sinistra con l’assurda e antistorica storiella dell’uomo che assomma in sé tutto il male del mondo, quel male di cui, lo ripeto, sono responsabili le varie generazioni dai quarantacinque anni in su. Almeno, io sento di essere parte di questo degrado; ma invece loro no, si credono perfetti, proprio quando il ceto politico e intellettuale che esprimono è la più perfetta rappresentazione degli “ultimi uomini” vaticinati da Nietzsche. Si tratta di quanto di più mostruoso e abominevole abbia prodotto la storia dell’umanità dall’età della pietra. Non nascondo, proprio nell’ora in cui questi degenerati pensano di aver vinto chissà che, di disprezzare profondamente questi intellettuali e politici di sinistra, nonché questo “ceto medio” improduttivo profondamente stupido che forma l’ossatura di tale raccogliticcio raggruppamento politico (mentre l’ossatura dei PC degli anni ’50 e ’60, con cui ho pur sempre rotto, era almeno costituita da operai e contadini); un ceto medio che si crede colto perché legge quattro romanzetti di scrittorucoli moderni, va a vedere filmetti per cui grida ogni volta al capolavoro, gira con aria da intenditore per le varie mostre (di cui l’arguto Muscetta diceva già molti anni fa: “Il sonno della Regione produce mostre”), va all’estero e crede di conoscere il mondo su cui sputa sentenze da far rabbrividire (e che mi tocca sorbire con aria seria e sorridendo, anch’io “falso come Giuda”).

Questi colti e intelligenti si sono fatti convincere – ripetendolo anche loro cento volte al giorno – che stava avanzando il fascismo, il regime più bieco (anzi il fascismo era acqua di rose di fronte a quello che avanzava). E su questo pericolo fascista hanno guadagnato milioni: i Camilleri e i Conso e i Baricco, i Moretti e i Guzzanti, Fabio Fazio e la Serena Dandini e Benigni, Santoro e Gad Lerner e Biagi, Eco e Furio Colombo e Travaglio, ecc. ecc. Dove si è mai visto un fascismo – Mussolini, Hitler, Franco, Salazar, Peron, ecc. – che abbia impiegato 12 anni a prendere il potere e instaurare un regime? Dove si è mai visto un regime in cui il dittatore si facesse svillaneggiare sui giornali, in TV (perfino nelle reti di cui ha la proprietà), su internet e in ogni dove? Dove si è mai visto un dittatore che, in 12 anni, è stato al Governo per 5 anni e 7 mesi (nel 1994) e ha poi accettato di farsi mandare a casa in elezioni “democratiche”? 

Adesso, nel momento in cui il “dittatore” è stato licenziato, dico basta a tutto l’immondezzaio di troppi (non tutti i) sinistri che mi hanno rotto i “sissi e biribissi” per tanti anni. Non sono né morali né colti né intelligenti; sono come me e come tanti altri, che non la pensano alla loro stessa maniera, non hanno i loro tic, le loro paranoie; ne hanno altre, ma non le loro. Io non sono certo meno colpevole di questi esseri “sinistri” per tutto lo schifo che si constata ogni giorno nel mondo; ma cerco di rendermene conto, di analizzare la situazione riflettendoci sopra, non butto tutta la colpa su altri, e in particolare su “un altro”. Riesco almeno a capire che ci sono motivi storici profondi che stanno minando la nostra cosiddetta civiltà; e, pur essendo invischiato in una vecchia cultura, in un vecchio apparato teorico di analisi, ecc. mi sforzo di capire qualcosa, faccio qualche ipotesi su quanto sta accadendo (sapendo che senz’altro si rivelerà poi sbagliata, ma almeno si tenta). Molti (non tutti i) sinistri non fanno un simile sforzo: sono monomaniaci, la causa del male è una sola, ed è puramente incarnata in un essere umano individuale. 

Certamente io non disprezzo chi è andato a votare; e nemmeno lo stimo. Per me il non voto è come il voto, sono agnostico così come lo sono in campo religioso. Non credo in Dio ma nemmeno predico la sua inesistenza. E così io non predico il non voto, pur se non credo in esso e quindi non vado a votare. Per me, troppi (non tutti i) sinistri non sanno ragionare se non in termini puramente personalistici, sanno solo dare addosso agli individui in carne ed ossa, vedono il male incarnato in un qualche “uomo nero”, non sanno fare il becco di una analisi minimamente fondata su qualche fatto; certo, lo so, analisi che si fonda su ipotesi (perché i “fatti” esistono in funzione delle ipotesi formulate) e quindi sempre aperta all’errore e alla successiva revisione. Ma almeno è una analisi. Invece questi troppi sinistri non sanno farla, perché pensare è difficile, sputare sentenze e odiare un individuo è semplice, è rassicurante, non si fa fatica, il cervello può riposarsi. In tal senso, questi sinistri sono da rottamare perché del tutto inutili, anzi pericolosissimi. 

 

2. Toltomi qualche sassolino (ancora pochi) dalle scarpe, posso anche dire: “chi ha avuto, ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato, ha dato; scurdammose o’ passato, siamo in Italy paisà”. In realtà, lo scorderò solo fino a quando qualcuno non riprenderà a parlarmi di qualche altro uomo che è causa di ogni male, di qualche altro fascismo o regime che avanza. Chi non ha voglia di fare qualche piccolo sforzo di analisi, chi non ha voglia di pensare ma solo di dire stronzate immani come quelle dei troppi (non tutti i) sinistri che mi hanno tormentato in questi ultimi anni, è bene che mi lasci in pace, che si allontani da me per sua personale decisione; perché a me dispiacerebbe dover essere sgarbato e mandarlo infine “affanculo”. Arrivato alla mia bella età, non intendo avere più pazienza, per il semplice fatto che non ho più tempo. E’ inutile raccontarsela; l’orologio biologico è entrato nell’ultimo quadrante (anzi “ottante”).

C’è adesso molto da fare, proprio sul piano del pensare e riflettere e analizzare. Non ripeterò qui quanto ho già inviato negli ultimi giorni. Si sa bene come la penso sul centrosinistra, sul fatto che non ha autonomia rispetto ai “poteri forti”; che tuttavia ipotizzo siano molto deboli invece, e che porteranno, secondo me con altissima probabilità, il paese in una situazione difficile (oscillante tra il semplice sfascio ed un periodo di scarsa crescita e di corrompimento del tessuto sociale, con fenomeni socio-politici poco piacevoli non troppo lontani nel tempo). Si tratta, come già detto, di ipotesi, quindi di un discorso che resta aperto e va continuato.

Sono poi deciso ad andare oltre l’orizzonte teorico e culturale in cui ci si è imbozzolati per troppo tempo. Mi è difficile farlo, per le mie “tradizioni”, ma cercherò di scrollarmele di dosso il più possibile; e quando mi capiteranno a tiro dei “giovani”, dirò loro apertamente di mandare al Diavolo sia coloro che hanno rinnegato ogni loro principio sia coloro che ai principi stanno attaccati come certi vermi ai cadaveri in putrefazione. E basta con le scuole accademiche: che siano liberali, riformiste, marxiste (“creative” o “ortodosse”). Il dibattito esca dal ceto intellettuale, sempre più narcisista e autoreferente, e circoli tra gli “ignoranti”. In Manhattan, di fronte ad una Diane Keaton, “pierina” e che annovera tra le sue conoscenze un mucchio di intellettuali alla moda, Woody Allen sbotta: “conosci troppi intelligenti, se avessi frequentato qualche imbecille, saresti meno insopportabile”. Ecco, è la risposta giusta in certi casi!

Tuttavia, ci sono anche tanti miti della “sinistra che fu” – non parlo dei cialtroni attuali, dove non esiste destra o sinistra se non nella testa bacata di molti (troppi) elettori – che bisognerà ridiscutere, e talvolta perfino prendere a calci (sempre dopo approfondite analisi e discussioni). Non basta il “popolo lavoratore”, i diseredati, le strutture sociali, ecc. (anche questo ma non solo); ci sono i rapporti di forza, la configurazione delle relazioni tra le varie aree e paesi del mondo, ecc. Ci sono lotte di popoli contro specifiche forme imperialistiche, ma anche sviluppo di forme nuove di capitalismo (nuove potenze “capitalistiche”) che non possono essere identificate semplicisticamente, e quasi per forza di inerzia di una teoria ormai alla frutta, con i capitalismi già sviluppati. Insomma, c’è da aprire molti “cantieri” di ricerca; e li debbono aprire le nuove generazioni. Le vecchie siano di supporto, ma non scodellino quattro nozioncine dell’epoca di Marco Cacco, irretendo qualche giovane dalla psiche troppo fragile e in cerca di sicurezze ideologiche.

Spero di essere stato chiaro. Lo ripeto: non voglio apparire migliore di quello che sono, so di avere limiti paurosi per una troppo lunga storia di miti e di certezze alle spalle. Una volta resomene conto, mi appare negativo frequentare ancora coglioni; che non sono i votanti a sinistra, ma quelli fra questi votanti che non pensano, che risparmiano l’uso del cervello convogliando il male su qualcuno, sia che poi abbandonino ogni decenza per frenesia di qualche posticino sia che invece restino a presidiare i cimiteri. E che “Dio” ce la mandi buona!

IL GRANDE CENTRO

Il risultato elettorale risicato ottenuto dalla coalizione di centrosinistra, può essere foriero di alleanze trasversali tra le due coalizioni e, soprattutto, tra le forze più centriste (che vede l’UDC e la Margherita condurre i giochi, con la prospettiva, tra qualche tempo, che la stessa Forza Italia, o parti di essa, non restino avulse da alleanze successive), con l’obiettivo esplicito di risolvere il problema costituito dai partiti più estremi (in senso ormai solo culturale e autoreferenziale) che sono comunque in grado di rallentare alcune “riforme” fondamentali richieste a gran voce dai capitalisti italiani e stranieri.

Occorre chiarire una faccenda basilare che è quella dell’irreversibilità storica della caduta della D.C. che non si ricostituirà mai più, a causa di contesti economici, politici, sociali (oltrechè storici ovviamente), palingeneticamente mutati, che richiamano i soggetti politici di centro a ridefinire le proprie prospettive contrattando ogni decisione politica con i poteri dominanti e rinunciando così a qualsivoglia autonomia (episodi come quello di Sigonella, dove l’Italia dissimulava una qualche reazione ad interferenze sulla propria sovranità, non saranno nemmeno più immaginabili).

Questo nuovo centro (del quale si percepisce l’aura) dovrebbe profilarsi come ago della bilancia fondamentale e trasversale ai due schieramenti “antitetico-polari”, al fine di far passare ciò che alcuni partiti (per motivi culturali o di profilo sociologico) sarebbero restii ad accettare.

Solo per fare un esempio. L’attuazione della legge Biagi così com’è non potrebbe mai essere votata dai parlamentari di Rifondazione, non certo perché i comunisti nostrani abbiano una prospettiva anticapitalistica, ma perché i loro voti vengono soprattutto dai giovani precari e dai settori più deboli della società italiana nonché da parti del lavoro dipendente (dei quali occorre comunque tener conto). Ecco che allora la parte centrista interverrebbe a supporto del governo facendo approvare ciò che deve essere approvato (perché lo richiedono i fantomatici mercati o l’UE), mentre Rifondazione Comunista può “dignitosamente” astenersi o persino votare contro. Insomma tutti contenti e con la faccia pulita.

In questi giorni si stanno moltiplicando, non a caso, le solite sciocchezze sul deficit pubblico che hanno come obiettivo principale il rastrellamento di risorse aggiuntive (da destinare a chi?) da risparmiare con i tagli sulla  spesa pubblica.

Lo stesso Centro potrebbe divenire superfluo laddove si andranno a toccare gli interessi dei lavoratori autonomi, in tal caso la coalizione governativa (che sta già annunciando un giro di vite sulla faccenda) agirà con la propria conformazione “naturale” col sostegno dei poteri capitalistici che hanno appoggiato congiunturalmente l’Unione.

Tuttavia le questioni più spinose resteranno quelle riguardanti i così detti “gioielli nazionali”, dal settore energetico (dove sono previste privatizzazioni e fusioni) a quello finanziario (che ha già mostrato il proprio ribollimento con le faccende torbide di questi ultimi mesi) fino a quello industriale (dove sono previste le più grosse dismissioni con aggravi per la collettività sia in termini di occupazione (persa) che di uso della Cassa Integrazione.

L’esorcismo

L’unione ha vinto di poco. Berlusconi il demone malefico è stato sconfitto. Il dittatore tremendo che cuciva la bocca alle menti illuminate di Biagi, Santoro e la Guzzanti ecc. ma che poi non riusciva a mettere in riga i suoi giornalisti dipendenti del TG5 non  tormenterà più nessuno nel sonno. Ma, da oggi, i cupi sinistri avranno però un problema più grande. L’ectoplasma berlusconiano che aleggiava come spettro sulle loro teste non incarnerà più il male del mondo. Come riusciranno così a giustificare le manovre che attueranno contro il mondo del lavoro (autonomo e salariato)fortemente richieste dalla Confindustria? La Confidustria non ha votato a sinistra per nulla, i Dominanti non si schierano per odio (a dispetto di questi sicofanti che leggono la realtà con categorie moralistiche). La Confindustria è stata contro Berlusconi per motivi più strategici che non l’avanzare di una dittatura inesistente. I falsi fratelli si fanno la lotta senza esclusione di colpi per l’egemonia e la dominanza nelle varie sfere della società, è questa la natura del conflitto interdominanti che muove un sistema di riproduzione sociale chiamato capitalismo.

La sinistra è, invece, medioevale, crea mostri perchè solo spaventando sè stessa e la sua plebe può porre differenze con la parte avversa, il tutto condito con lo spauracchio del fascismo e della dittatura. (anche se, come dicono Lenin e La Grassa, la vera dittatura è quella democratica).

Adesso che l’esorcismo è compiuto e la plebe di sinistra è in preda all’estasi mistica come si affronteranno temi quali la guerra, l’imperialismo americano, il sionismo e la crisi sociale e politica vero cancro di questa fase policentrica? Le risposte a queste questioni stanno tutte nelle manovre che i leaders dell’Unione hanno in mente da molto tempo (questi sono i veri programmi di una parte dei dominanti italiani che muovono i fili sulle nostre teste). Si profilano tempi bui senza un minimo di opposizione sociale visto che il blocco in questione è un moloch sindacal-capitalistico. Nessuno chiamerà i pensionati o i lavoratori in piazza a protestare contro il governo. Do you remember la riforma della pensioni? La stessa legge che fece cadere il primo governo Berlusconi fu attuata in seguito dalla sinistra in nome della responsabilità di governo, mentre una miserevole richiesta sulle 35 ore causò la fine del governo di centro-sinistra stesso. Questo solo per dire cosa ci aspetta, visto che Bertinotti questa volta non chiederà nemmeno piccole riforme. Siamo convinti che ci asfissieranno con leggi e leggine sui diritti civili e su questioni morali per tenerci lontani dalle questioni serie dell’economia e della politica che sono, ovviamente, affar loro.

Avremo più teatri e più musei dove consolare il sonno della nostra ragione.

L’Iran e la bomba

Gli Stati Uniti vogliono risolvere al più presto la pratica Iran, dopo aver accerchiato  lo "Stato canaglia" cercano una soluzione sbrigativa per allinearlo, visto che le truppe statunitensi sono impegnate in molti scenari di guerra. Le voci si rincorrono e il presidente Bush propaganda seriamente l’uso dell’ atomica, per ora solo il veto di Cina e Russia in Consiglio di Sicurezza ha impedito l’approvazione di una mozione di censura contro Teheran. Ecco un interessante quanto preoccupante articolo in proposito.

09.04.2006
 New Yorker: «Bush vuole usare l’atomica contro l’Iran»

di Roberto Rezzo

 Il presidente iraniano Ahmadinejad è come Hitler e per toglierlo di mezzo non c’è niente di meglio che unattacco nucleare. Queste le conclusioni cui è giuntoil presidente George W. Bush durante ripetuti colloquicon i suoi collaboratori dietro le discrete mura dellaCasa Bianca. Il contenuto è trapelato grazie a uno scoop del New Yorker a firma di Seymour Hersh, il leggendario giornalista investigativo che nel 1969,durante la guerra in Vietnam, aprì gli occhidell’opinione pubblica americana sul massacro dicivili compiuto dalle truppe Usa nel villaggio di My Lai.«Quest’amministrazione è convinta che l’unico modo dirisolvere il problema sia di cambiare la struttura di potere in Iran, e questo vuol dire una cosa soltanto:guerra», sono le dichiarazioni che Hersh ha raccolto da un alto funzionario dei servizi segreti conconoscenza diretta dei fatti. Il piano d’attacco contro Teheran sarebbe già in avanzato stato di preparazione e viene definito «enorme, complicatissimo e allo stadio operativo». Le rivelazioni sono confermate punto per punto da un anonimo consulente governativo con buoni agganci fra i vertici civili al Pentagono. «Bush è assolutamente convinto che se non sarà fermato in tempo l’Iran metterà insieme l’atomica. Il presidente ritiene di dover fare quello che nessun democratico o repubblicano eletto dopo di lui avrà mai il coraggio di fare: salvare l’Iran. E per questo vuole che la sua amministrazione sia ricordata; è la sua eredità ai posteri».
Nell’articolo del New Yorker si citano anche fonti dirette del dipartimento alla Difesa che hanno preso visione delle modalità con cui dovrebbe essere lanciato l’attacco: «Una massiccia campagna di bombardamenti per umiliare le autorità religiose iraniane e spingere la popolazione alla rivolta contro il governo». Tradotto con il linguaggio del diritto internazionale, Bush vuole un olocausto nucleare per scatenare una guerra civile. A titolo preventivo naturalmente, perché non esistono prove del fatto che Teheran stia lavorando alla produzione di armamenti non convenzionali. All’Agenzia atomica internazionale, ‘agenzia delle Nazioni Unite che da Vienna controlla tutto quello che riguarda la proliferazione nucleare, fanno notare che gli Stati Uniti non hanno mai
presentato una documentazione convincente a sostegno delle accuse contro Teheran. Il tentativo di Washington di far passare in consiglio di Sicurezza -con l’aiuto di Francia e Gran Bretagna – una mozione  di censura nei confronti di Teheran con esplicita
 minaccia di sanzioni punitive è stata affossata dall’opposizione di Russia e Cina dietro minaccia di veto. Il risultato è stato un documento generico e non vincolante che ha avuto l’unico effetto di inasprire le tensioni fra Stati Uniti e Iran.

 Le rivelazioni di Hersh mettono in chiaro una volta per tutte che il gioco della Casa Bianca non è affatto quello di raggiungere una soluzione diplomatica. Bush
 non cerca il compromesso, ma lo scontro. Anzi, l’annientamento. La scelta di un attacco nucleare contro Teheran sarebbe fra l’altro obbligata: gli Stati Uniti, con un contingente compreso fra i 130 e i 150mila uomini in Iraq, non possono permettersi spostamenti significativi di truppe su altri teatri di guerra. Non resta che l’atomica per salvare gli
 iraniani dal proprio destino.

1 544 545 546 547