I BUGIARDI AL POTERE (2)

Che i conti fatti da questi bravi tecnici governativi fossero ingarbugliati sino all’inverosimile lo si era ormai capito da tempo, il bandolo della matassa veniva nascosto sotto provvedimenti buttati lì a casaccio per calcoli che non potevano e non dovevano tornare. Si è urlato al dissesto economico dello Stato solo per poter agire secondo interessi ben precisi, la tecnica era quella di sparare cifre a cazzo per vedere un po’ "l’effetto che fa". Alla fine due conti li facciamo noi. 20 mld di introiti fiscali in più pagati dagli italiani e l’Istat che ieri ha annunciato un rapporto deficit-pil sotto il 3%. Allora?

Qualcuno si è già bruciato in questa vicenda e il governo Prodi ha i mesi contanti. Le bugie possono avere anche le gambe lunghe ma è bene, innanzitutto, saperle raccontare senza cadere in contraddizioni palesi alle quali poi si deve sopperire con la faccia di bronzo di chi nega pure l’evidenza.

Il governo è riuscito perfino a fare incazzare i sindaci di centro sinistra, arrivisti “transeunti” che dalle realtà locali preparano il grande balzo verso le istituzioni che contano. Pensate a Veltroni o a Cofferati, credete che questa sia gente che si accontenta della “ciotolina” comunale?

I Ds e la Margherita in primis, stanno già pensando a come liberarsi di Prodi, il professorone ne ha combinate abbastanza anche per loro, ma soprattutto ha viaggiato su binari “ultrapolitici” che hanno scontentato il ceto politico professionale abituato a concludere personalmente certi affari. Questi uomini si sentono minacciati  nella gestione del potere (l’unica cosa che sanno fare per quanto, come le galline, beccano sostanzialmente briciole), che, poi, è la ragione per cui uno diventa un figlio di puttana e si fa eleggere in parlamento.

E ancora, anni ed anni ad urlare sul conflitto d’interessi di Berlusconi per scoprire che i lestofanti sono distribuiti equamente a destra e a sinistra. “Prodi”tori che approfittano del loro ruolo per costruire una rete di relazioni "trasversali" e “deformare”, con i loro culetti stridenti che non si scollano dalle seggiole, gli scranni delle istituzioni. Ci dica Prodi, come mai durante il periodo in cui era alla Commissione Europea la sua Nomisma (società fondata da lui stesso nel 1981) ha ottenuto 64 contratti con Bruxelles per 8,4 mln di euro? Rovati “il solipsistico”, il misantropo della finanza, era amministratore della Ieffe S.p.a, a sua volta socia di Nomisma. Questo “infame” silente che fa le cose di soppiatto è amico di lunga data del professore ed è per questo che ha accettato di sobbarcarsi responsabilità che non erano solo sue. Oggi la Nomisma è presieduta dal ministro De Castro, altro consulente di Prodi quando era alla Commissione Europea. Per non parlare poi della società immobiliare “l’Aquitania” gestita dalla signora Franzoni in Prodi (collegata con una marea di altri finanzieri poco raccomandabili), che ha pure aderito al condono fiscale varato dal governo Berlusconi. Come lo chiamiamo questo se non conflitto d’interessi? Siamo seri per favore. Queste cose si sapevano già prima che la “grande” coalizione di centro-sinistra scegliesse Prodi quale proprio leader. Ma a che pensavano questi farabutti, a vincere le elezioni per spartirsi meglio il bottino? E noi qui a discutere se i partiti della cosiddetta estrema sinistra si sarebbero posti il problema di raddrizzare l’ago della bilancia sociale verso le classi disagiate. I politici comunisti hanno imparato subito la lezione, nel porcile si va per sguazzare. La ripulita gliela daremo noi, forse, se avremo la forza di mandarli tutti a casa.

 

LA CRISI DI AIRBUS

 

La vicenda Airbus sta prendendo una brutta piega, ieri la maglia nera della borsa è andata proprio a Parigi per Eads (- 4,1%) dopo i nuovi ritardi preannunciati nella produzione degli Airbus A380, con conseguente downgrade da parte delle principali banche d’affari. Naturalmente si sono subito levati gli alti lai degli economisti liberisti che, come da ipotesi di scuola, hanno imputano l’inefficienza di Airbus al controllo stringente da parte dei governi francese e tedesco, i quali stanno sacrificando la competitività dell’azienda in funzione di obiettivi “politici” e di salvaguardia dell’occupazione. Ancora una volta la colpa è della poca competizione e del troppo interventismo pubblico. Ovviamente, stiamo parlando di un settore strategico per l’Europa intera (e non solo per i due governi citati), quindi è giusto fare un discorso più ampio, meno “contabile” e avulso dalle fandonie sull’economia pura. In Italia si è fatto il diavolo a quattro per una compagnia telefonica (la quale, tuttavia, doveva essere solo svenduta agli amici di Prodi attraverso una falsa statizzazione) con la scusa della difesa degli interessi nazionali. I liberisti da strapazzo (e in malafede) non hanno certo denunciato la doppiezza del progetto prodiano (i cui sponsor sono finanziari) ma hanno utilizzato un argomento meno indisponente come quello del dirigismo statale, il tutto per non urtare la suscettibilità dei veri manovratori dell’operazione (leggi Goldman Sachs). Sono queste le occasioni in cui i tirapiedi del paese centrale si rivelano prodighi di consigli economici (che celano interessi comunque contrastanti).

Anche in questo caso, si va dagli assertori dell’intervento statale nella salvaguardia di settori importanti per la collettività (come se il problema reale fosse la natura giuridica della proprietà!), al solito consiglio “economicistico” di affidarsi alla mano libera e “invisibile” del mercato. Ma è proprio questa invisibilità che preoccupa. Sarebbe opportuno che, a questo punto, l’Europa giocasse finalmente una partita strategica senza gridare al reato di lesa maestà se i russi le chiedono di entrare nel consorzio che gestisce l’Airbus e, soprattutto, senza voler allontanare a tutti i costi la nostra Finmeccanica, che  si era mostrata scettica nella fase di "start up", quando decollarono le ambizioni europee in tale settore di punta (grazie alla poca lungimiranza politica dei nostri governanti, da sempre attenti a non cozzare contro gli interessi americani). Innanzitutto, occorre non dimenticare che anche la Boeing ha usufruito di copiosi aiuti statali (gli americani conoscono bene la strategicità del settore aeronautico, soprattutto per le ricadute in termini tecnologici). La guerra della Boeing all’Airbus è iniziata nel 2004 quando l’Ufficio del rappresentante del commercio Usa, su richiesta della Boeing, ha formalizzato le accuse a Airbus di fronte alla Wto; l’Unione europea, da par suo, ha rintuzzato le accuse del colosso americano perché pretestuose (ed il pretesto era proprio quello di mettere un freno alle ambizioni europee in tale settore). La disputa tra Europa e Usa si è concentrata in particolare su tre aerei: il Boeing 787 “Dreamliner”e gli Airbus A380 e A350.

Il 787 sviluppato da Boeing negli ultimi anni è un velivolo a lungo raggio che può trasportare da 223 a 296 passeggeri, è destinato a entrare in servizio nel 2008 con l’obiettivo esplicito di fare concorrenza all’ Airbus A330 e al A340. L’A380 è, invece, il velivolo dell’Airbus in questo momento sotto accusa a causa dei mille ritardi nelle consegne che stanno mettendo sul chi vive sia le banche d’affari che gli Stati che hanno già prenotato i velivoli (l’ordine più grosso è degli Emirati con 43 apparecchi). L’A380 con la sua fusoliera a doppio ponte e i suoi 555 passeggeri, ha l’obiettivo esplicito di soppiantare il Jumbo che detiene il titolo di aereo commerciale più grande del mondo. Infine, c’è l’A350 è una versione evoluta dell’A330 con una maggiore autonomia. Quest’ultima caratteristica tecnica, secondo i piani europei, dovrebbe “tarpare le ali” al Boeing 787 prima che questo possa prendere il volo. Gli americani, che non fanno della sana competizione un totem indissacrabile, hanno tirato fuori un contenzioso per cui Airbus riceverebbe, per lo sviluppo del suo grande aereo, un’infinità di aiuti statali. Da par loro, gli Europei hanno risposto che Boeing riceve aiuti di stato mascherati nella forma di contratti col Dipartimento della Difesa Americano, a questo vanno poi aggiunte le agevolazioni fiscali praticate dagli Stati che ospitano gli stabilimenti della compagnia (vedi Washington, dove la Boeing ha la sua sede principale) e anche da parte di paesi stranieri (vedi Giappone e Italia, le cui aziende aeronautiche realizzano parti del nuovo velivolo Boeing). Detto questo, dovrebbe meglio dipanarsi il quadro della situazione che, come al solito, cela dietro la “finzione economica”  una precisa strategia politica. Naturalmente i beceri economisti nostrani, idioti con un quoziente intellettivo A+++, tacciono su queste questioni e continuano a sostenere che il problema della compagnia europea è l’eccessivo dirigismo statale, il quale frena la “virtuosa” competitività delle aziende. Insomma, ci vogliono tutti un po’ più “ricardiani” e molto meno “listiani”, meglio il vino oggi che la rivoluzione industriale domani. La verità è invece un’altra. Chi può essere così facilone da credere che se l’Airbus producesse aerei cento volte migliori di quelli americani e a più basso prezzo, il Dipartimento della Difesa Americano rivolgerebbe all’Europa i suoi ordini? Mica ‘sti americani si fanno fottere dalla teoria dei costi comparati! No, loro la “Teoria” la propinano a noi.

Quindi si cerchi di fare meno gli ipocriti!  Nessuno dice che le cose vanno bene per Airbus, tuttavia si dovrebbe spingere la Eads (società controllante di Airbus) ad aprirsi ad altri governi europei, per esempio all’Italia con Finmeccanica e alla Russia che, attraverso la banca statale Vneshtorgbank, aveva già chiesto di entrare nel consorzio aeronautico europeo. Airbus e Boeing si stanno, infatti, contendendo il rinnovo della flotta della compagnia di bandiera russa Aeroflot che, in questo momento, sta giocando su due tavoli. Di fatti, la compagnia russa ha, a questo proposito, annunciato l’intenzione di acquistare da Boeing ventidue Boeing 787 Dreamliner, e da Airbus ventidue A350. Per ora sono alla pari, ma se la Eads optasse per l’integrazione dei russi nel consorzio, quanto meno la partita potrebbe finire diversamente. Ciò non deve però distogliere dai problemi della Airbus, che pure sono concreti e di diversa natura. Esistono forti diatribe tra Francia e Germania, i due partner principali che detengono l’80% di Eads, mentre la British Aerospace ha già annunciato che venderà la propria quota. Ora che gli inglesi si tolgono di torno è meglio che ne approfitti un paese europeo con intenzioni di autonomia e rilancio della compagnia. I discorsi economici li faremo dopo l’ eventuale rafforzamento di queste alleanze.

Vi rimandiamo ad un articolo apparso su Corriere.it al seguente link http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/10_Ottobre/04/airbus_taino.html

I TARTASSATI ( di Franco D’Attanasio)

Nel bel mezzo di questo gran casino sulla legge finanziaria, in special modo di quello scoppiato a riguardo della diatriba se paghino o no di più i ceti medi, se effettivamente c’è stata o meno una pur minima redistribuzione della ricchezza ecc. ecc…, capendoci effettivamente ben poco, sia perché sono ignorante in materia  e sia perché la stragrande maggioranza dei mezzi di (dis)-informazione lavora a pieno regime per far in modo che il popolo rimanga sospeso e sia condannato a rimanere in uno stato confusionale permanente, di modo che i potenti, continuando a recitare le parti che questa “democrazia” conferisce loro, possano continuare ad imperversare e ad “ingrassare” senza più ritegno alcuno né senso della misura, nel bel mezzo di un periodo di vero e proprio decadimento culturale, morale ed etico, mi sono preso la briga di cercare di capirci qualcosa facendo una piccola ricerca.

Bene, son partito da un caso concreto (che poi sarebbe il mio) di un impiegato metalmeccanico di sesto livello con moglie e figlia (una) a carico. Ho preso il modello 730 relativo ai redditi dell’anno 2005 ed il testo integrale della legge finanziaria 2007. Quest’ultimo recita al Capo II (DISPOSIZIONI IN MATERIA DI IRPEF E DI ASSEGNI PER IL NUCLEO FAMILIARE) quanto segue:

“Art. 3 (IRPEF) 1. Al testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 3, relativo alla base imponibile, nel comma 1, le parole "nonché delle deduzioni effettivamente spettanti ai sensi degli articoli 11 e 12" sono soppresse; b) l’articolo 11 è sostituito dal seguente: "Articolo 11 (Determinazione dell’imposta). 1.

L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito: a) fino a 15.000 euro, 23 per cento; b) oltre 15.000 euro e fino a 28.000 euro, 27 per cento; c) oltre 28.000 euro e fino a 55.000 euro, 38 per cento; d) oltre 55.000 euro e fino a 75.000 euro, 41 per cento; e) oltre 75.000 euro, 43 per cento.”

Il mio reddito complessivo relativo all’anno 2005, così come risulta dal modello 730, ammonta ad euro 27.830, gli oneri deducibili ad euro 23, la deduzione per la progressività dell’imposizione (art. 11 del TUIR) ad euro 1.642, la deduzione per oneri di famiglia (art. 12 del TUIR) ad euro 4.402. Da ciò deriva un reddito imponibile di euro 21.763 su cui applicare la vecchia aliquota (26%), per ottenere così un’imposta lorda di 5.005. A questo punto consideriamo l’articolo 3 così come è stato modificato, in particolar modo la parte in grassetto: volendolo applicare al reddito complessivo sopra considerato, il reddito imponibile dovrebbe ammontare a: 27.830-23=27.807, poiché non dovrei considerare più le altre deduzioni in base appunto a quanto stabilito nell’art. 3. Ora applichiamo la nuova aliquota (27%) per ottenere così un’imposta lorda di 7.507,89. Quindi la nuova imposta lorda, considerando la nuova aliquota e le modifiche dell’Art.3, è aumentata di 2.502,89. Ma a questo punto bisogna considerare le detrazioni per il coniuge e figli a carico che la nuova legge finanziaria ha reintrodotto, e che nella dichiarazione dell’anno 2005 non risultano. Il testo della legge finanziaria a tal proposito riporta quanto segue: “dall’imposta lorda si detraggono per carichi di famiglia i seguenti importi: a) 800 euro per il coniuge non legalmente ed effettivamente separato. La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 80.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 80.000 euro; b) 800 euro per ciascun figlio, compresi i figli naturali riconosciuti, i figli adottivi e gli affidati o affiliati. La detrazione è aumentata a 900 euro per ciascun figlio di età inferiore a tre anni…… La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 95.000 euro, diminuito del reddito complessivo , e 95.000 euro;…” Quindi nel nostro caso dovremmo procedere in questa maniera per stabilire l’ammontare delle detrazioni:

1)    coniuge: (80.000-27.830)/80.000 il tutto moltiplicato per 800, il che mi dà 521,7;

2)    figlio: (95.000-27.830)/95.000 il tutto moltiplicato per 800, il che mi dà 565,64;

il totale delle detrazione è quindi pari a 1.087,34. L’imposta netta risulta essere quindi, in base alla nuova legge finanziaria, 7.507,89-1.087,34 (detrazioni per figlio e coniuge a carico)-379(altre detrazioni)=6.041, a fronte di un’imposta netta di 5.005(imposta lorda così come risulta dal calcolo relativo al 2005)-379(altre detrazioni)=4.626. Quindi secondo il nuovo metodo di calcolo subirei un aumento di imposta di 6.041-4.626= 1.415, vale a dire +30% rispetto all’anno 2005.

Ora molto probabilmente il mio calcolo è errato in qualche parte, poiché non penso che un reddito di 27.830 possa subire un incremento di imposte di tale entità, ma quello che mi chiedo e vi chiedo, è vero, come si accaniscono a ribadire soprattutto i vertici sindacali confederali, che i redditi al di sotto di 40.000 euro non vengono toccati con la nuova legge finanziaria perlomeno nella parte del prelievo dell’Irpef? Una sola cosa sembra essere certo, e cioè che i redditi da 80.000 euro in su non potranno beneficiare delle detrazioni per figli e coniuge a carico, per il resto è difficile fare dei raffronti con il precedente sistema del prelievo dell’Irpef, proprio perché sembra sia cambiato il metodo di calcolo del reddito imponibile in base alla quale si stabilisce la relativa aliquota.

Comunque rimane vero il fatto che la questione dell’Irpef è solo una piccola parte di tutta la finanziaria che prevede sostanziosi tagli alla spesa sociale, che è rimasta di una entità quasi pari a quella stabilita da tempo, già prima dell’accertamento dell’aumento delle entrate fiscali di 16 miliardi; dove sono o andranno a finire questi soldi, dato appunto che l’entità della manovra è rimasta la stessa?

TPS, TPS! CON ‘STA PIOGGIA E CON ‘STO VENTO, CHI E’ CHE BUSSA A ‘STO CONVENTO? (di G. La Grassa)

 

Per quanto Prodi abbia ammesso pochi ritocchi alla finanziaria, altrimenti metterà la fiducia, starei attento a non discutere le singole proposte perché è facile che la legge cambi in qualcosa, dato lo scontento non indifferente che essa ha provocato; anche chi vorrebbe difenderla perché appoggia il Governo – e ha magari ricevuto regalini con questa finanziaria come Monte(prez)zemolo (così lo chiama giustamente Dagospia) – è in difficoltà seria; basta leggere i contorcimenti del “Corriere”, di “Sole24ore”, perfino di “Repubblica”. In ogni caso, ciò che è stato rilevato da Mauro sul blog (ripensaremarx.splinder.com) in merito alle aliquote fiscali credo sia corretto; anche in alcuni giornali ho letto che l’aliquota del 23% – in passato applicata fino ai 26000 euro – si limita oggi al tetto dei 15000; mentre da questa cifra ai 28000 si arriva al 27%. E così pure tutte le fasce superiori ai 28000 euro conoscono forti aumenti delle aliquote, nettamente superiori (come minimo di 4-5 punti) a quelle precedenti. Per non parlare di ciò che accade dai 55000 euro in su.

Comunque, non mi fermerei a queste pur clamorose bugie raccontate in merito allo sgravio delle fasce medio-basse e alla presunta redistribuzione più equa del carico fiscale. Si tratta di falsità incredibili – ed è disgustoso che passino grazie ad una TV e giornali compiacenti – ma aspetterei l’approvazione della finanziaria prima di parlarne troppo. Semmai sarà da affrontare la filosofia generale di questo centrosinistra, ed in primo luogo il suo veterostatalismo, il suo confondere il “pubblico” con il “collettivo”, come sempre è avvenuto nella storia dei “socialismi reali” e delle forze che rimangono abbarbicate ad una concezione dirigistica della vita sociale fatta passare per azione “mirante al bene comune”. La sinistra, da sempre, è riuscita a creare una contraddizione insanabile tra “libertà individuale” ed “equità sociale”, contraddizione che è stata la responsabile principale di tutti gli sprofondamenti storici della lotta per la trasformazione anticapitalistica. Una critica radicale di questa ignominia e colpa storica della sinistra esige però ben altro lavoro. Sulla filosofia generale della finanziaria (indipendentemente da come sarà poi riscritta) mi soffermerò fra un po’ di tempo. Oggi vorrei parlare di quello “straordinario” personaggio che è il ministro Tommaso Padoa-Schioppa (TPS); e sia chiaro che quanto dirò, con le opportune modifiche drasticamente peggiorative, va applicato anche a quell’arrogante e presuntuoso (senza motivi intellettuali per esserlo) individuo che è Visco (“non c’è Fisco peggiore di Visco”). E la stessa cosa andrebbe detta del Premier, a mio avviso un pessimo economista che, nella scuola di Andreatta, stava al suo Maestro come Buttiglione stava ad Augusto Del Noce nella scuola di quest’ultimo (e tenendo conto, beninteso, che Del Noce, in campo filosofico, rappresentava un qualcosa di decisamente superiore ad Andreatta in campo economico).

E veniamo all’ineffabile TPS, con pochi cenni. Tutti, anche a destra, sostengono che è tecnico di grande valore; forse perché è liberale e la destra non può parlarne troppo male. Volendo comunque credere a queste dicerie, allora si può forse sciogliere il mistero ricordando una bella frase coniata nel ’68 per i tecnici e gli esperti: “idioti con alto quoziente di intelligenza”. Non capiscono nulla della vita normale, di quella quotidiana di milioni di persone, ma, essendo specializzati in grafici e tabelline, si sentono realizzati e felici (anche perché gli idioti come noi, tramite gli inetti che ci governano, passano loro stipendi, e poi pensioni, da capogiro). Non credo che il lettore (colto) si annoierà se citerò per esteso un racconto di Kafka, vero genio addirittura pauroso e che, come tutti i geni, sembrano profeti in grado di prevedere con enorme anticipo eventi sia felici che catastrofici come, ad es., la nascita di TPS. Prendiamo un tipico racconto kafkiano, “La Trottola”:

“Un filosofo si tratteneva sempre dove c’erano bambini a giocare. E quando vedeva un ragazzo con una trottola, si metteva subito in agguato. Non appena la trottola girava, il filosofo la inseguiva per prenderla. Che i bambini [avete capito che siamo noi; ndr] facessero chiasso e cercassero di allontanarlo dal loro giocattolo, non gli importava; se riusciva a prendere la trottola, mentre ancora girava, era felice, ma solo un istante, poi la buttava via e se ne andava. Credeva infatti che la conoscenza di ogni inezia, dunque anche, ad esempio, di una trottola che gira, fosse sufficiente per conoscere l’universale. Perciò non si occupava dei grandi problemi; gli pareva antieconomico [ma come faceva Kafka a sapere che sarebbe nato TPS?; ndr]. Conoscendo realmente la minima inezia, è come conoscere tutto; perciò si occupava soltanto della trottola girante…”.

Sono talmente folgorato e soffocato dall’ammirazione per questo scrittore “veggente” che non faccio commenti: li lascio a coloro di voi che hanno un normale funzionamento delle loro sinapsi neuroniche. Desidero ricordare solo tre esempi della “trottola girante” di TPS.

Tempo fa, dopo almeno un paio d’anni dall’entrata in vigore dell’euro, di fronte alla sensazione (giusta) della gente in merito ad una inflazione galoppante, e all’indignazione procurata dalle vergognose menzogne dell’Istat (messe in tabella-Trottola), che sottovalutava, e non certo di decimali, l’inflazione stessa, TPS se ne uscì con un editoriale su quel “bel giornale” (obiettivo e campione d’informazione) che è il “Corrierone”, in cui irrideva alle impressioni della gente affermando che, se anche il peperoncino era cresciuto del 400%, questo non incideva gran che sul calcolo delle “trottole” (leggi: frottole) del nostro “scientifico” istituto di statistica. Oggi, centrosinistra e centrodestra si affannano solo a rinfacciarsi l’un l’altro la responsabilità dell’aumento (enorme) del costo della vita dopo l’introduzione dell’euro; ma nessuno nega più il fatto e quindi, ricordando l’uscita da buontempone di TPS, avremmo voglia di prendere del refe e cucirgli quella bocca (quasi sempre atteggiata “a culo di pollo”) da cui fa uscire le sue “trottolate”.

Passano gli anni e degli irresponsabili gli affidano il Ministero dell’economia, rafforzato dalla nomina a vice di un altro “correligionario” a nome Visco (“peggio del Fisco non c’è che Visco”). Esce la finanziaria che, almeno nelle intenzioni fin qui mantenute, vuol trasferire una quota assai ampia del Tfr (le “liquidazioni”) dai bilanci delle aziende (ove sono stati fin qui accantonati) in direzione dell’INPS. Lasciamo perdere il fatto che non si capisce da dove provenga un sollievo duraturo per i conti dello Stato; un credito verso i lavoratori passa dai “privati” ad un istituto “pubblico”; appunto, C.V.D.: un mero cambiamento giuridico-formale è considerato un bene per la collettività da quelli che ho sempre definito “socialisti di stato” o “lassalliani” (da Lassalle, sbeffeggiato da Marx perché contrabbandava mutamenti inessenziali, puramente formali, per “interesse collettivo”).

Resta il fatto che gli imprenditori (in particolare i piccoli) usano dei Tfr per quelli che sono in definitiva autofinanziamenti, con un costo del 3%. Adesso, dovranno sostituirli con finanziamenti bancari a costo molto più alto. Un incredibile regalo alle banche, innanzitutto, che la dice lunga sulle commistioni d’affari tra questo Governo e la finanza. Ma come si difende TPS, il “filosofo della trottola girante”? Afferma candidamente che, in fondo, le imprese cercheranno finanziamenti al 6% e questo, secondo lui, “non è un dramma”. Gli interessi bancari giungono anche al 7-8%, ma fossero pure al 6, si tratta del doppio del 3% di cui sopra. Ma vi pare un tecnico ed un esperto di economia uno che afferma una cosa simile? O forse si, è un tecnico, uno che ragiona per schemi matematici, uno che, se guarda le cascate dell’Iguazu, vede solo la formula che dalla portata in metricubi/secondo consente di calcolare la massa d’acqua caduta in 24 ore.

Ieri, infine, difendendo la finanziaria, si è lasciato andare a dichiarazioni troppo complesse per lui (non matematicamente complesse, per carità, non oso sostenere questo) e si è messo a citare il settimo comandamento più qualche altro passo biblico. E si è stupefatto che alcuni milionari non si dichiarino felici di contribuire alla rinascita italiana, così ben affossata da queste scelte governative del tutto miopi, prive di una qualsiasi strategia di sviluppo effettivo. Sarebbe già fastidioso udir citare certi passi “religiosi” dalla voce del Cardinal Ruini; ma riceverli da TPS, che oltre tutto non ha alcun senso dell’umorismo e nemmeno un po’ di capacità di autoironia, è come sentire raccontare barzellette da quelli che sono negati a tal uopo. Si risparmi Ministro, e ci risparmi queste battute; abbiamo già Panariello che ci fa scendere i c….verso terra. E poi, quando ha tempo da sottrarre alle sue amenità, vada sul sito Lavoce.info (che non è di “destra”, almeno non di quella che è dichiarata “ufficialmente tale”) e si guardi le analisi di Giannini-Guerra, dalle quali risulta che sono in molti, la maggioranza, a piangere assieme ai suoi “milionari che dovrebbero essere felici”.

Eppure TPS, malgrado ne dimostri una decina di più, ha solo 66 anni; oggi può ritenersi ancora quasi “un giovane virgulto”. Se si dimettesse, passasse le consegne a Visco (“quando ho visco Visco, di tutto poi m’invisco”), cominciasse a frequentare i bar (e anche osterie) in periferia, dove si trova infine gente normale, che parla come mangia, che non si accorge di essere troppo bastonata (tanto più di così…), che mantiene quindi ancora un po’ di buonumore (“implementato” da qualche bicchiere di troppo), potrebbe disintossicarsi dei suoi “saperi” e cogliere un fatto per lui stupefacente: la gente non è decisamente felice se avverte che deve pagare più “tasse” (cui poi si aggiungeranno quelle regionali, comunali, ecc.), se riceve bollette di luce, gas, ecc. aumentate, se vede il costo della vita sempre crescente molto di più rispetto alle cervellotiche cifre udite in TV, ecc. Invece di vivere nel mondo di Alice, dove esiste il “riso del gatto senza il gatto”, TPS si troverebbe in un mondo reale dove ci sono gatti reali, che – com’è ben noto – non ridono.

Venga sig. Ministro, venga in mezzo a noi gatti, ché sarà in fondo accolto con simpatia come tutti quelli che “si ravvedono”. Il primo invito glielo rivolgo io. Non avrò certo una casa come la sua, ma comunque dignitosa, con sotto un bel giardino con sdraio dove leggere. Le darò come primo libro le poesie del Belli, poeta fondamentale per quelli che si sono storditi di potere, perché ci ricorda quanto questo è caduco, assieme a tutto il resto della nostra così breve vita. Ha mai letto “Il caffettiere filosofo”? Se si, lo rilegga; se no, lo legga e mediti, “staccandosi dal mondo” delle sue delusioni perché non è riuscito a rendere felici alcuni milionari. La prego, sostituisca i comandamenti con il grande Belli!       

     

4 ottobre

IMPICCALO PIU’ IN ALTO

 

Diciamo subito che sono costretto a scrivere questo post a causa dello squadrismo di certi pseudo rivoluzionari che animano la rete.

Avrei lasciato correre anche questa volta ma credo che un certo “tipo antropologico” di sedicente marxista ortodosso vada individuato e additato per quello che realmente è.

Certo l’accusa di revisionismo è stata quella più ampiamente utilizzata per far fuori i nemici della “classe”, soprattutto quando questi “traditori del popolo” non erano affatto tali. Di episodi di questo tipo sono pieni i libri di storia, e i libri di “Storia Comunista” non fanno eccezione alcuna, difatti,  questi come i primi sono scritti dai vincitori e da revisionisti vari (e questi sì reali).

Il grande Lenin rivolse un intero pamphlet contro il “rinnegato” Kautsky (i revisionisti come Pietro Ingrao sostengono oggi che Lenin ebbe torto contro Kautsky dopo aver sostenuto il contrario per una vita. E’ questo un tradimento? Dati i tempi favorevoli per tali affermazioni, nonché per “abiure ungheresi”, potrebbe anche darsi ma, più semplicemente, secondo me, gli uomini nella sconfitta diventano leggeri come drappi e seguono la direzione del vento).

Lenin aveva, invece, perfettamente ragione in quel caso ma certo non si può proprio dire che tra i due l’ortodosso fosse lui (avesse detto questo Ingrao…). Meno male che il rivoluzionario della Lena non attese il formarsi del grande trust mondiale ultraimperialistico ma ebbe, al contrario, la lucidità politica di agire risolutamente contro la “Teoria”, e di condurre i bolscevichi alla vittoria del ’17-’18 (come dire, anche da una cattiva teoria può derivare un’ottima pratica politica). Lenin in quel caso aveva per le mani una teoria coerente ma errata (l’imperialismo quale fase suprema del capitalismo) e già aveva fatto fin troppe concessioni alla teoria kautskyana parlando di ultimo stadio. Lenin riuscì, però, ad evitare (parzialmente) tale finalismo “assoluto” con un’astuzia poiché – al contrario di Kautsky secondo il quale “la centralizzazione è una tendenza continua che porterà infine alla concentrazione della proprietà in un gruppo parassitario di capitalisti, non più dirigenti dei processi produttivi, mentre di contro a questo si ergerebbe la massa della popolazione espropriata, che lavorerebbe in condizioni di crescente cooperazione, sia pure differenziandosi al suo interno tra vertici che dirigono e maggioranza che esegue” (La Grassa) – riteneva che lo scontro interimperialistico tra Stati sarebbe esploso prima che si formasse tale trust monopolistico “unico”.

Insomma, siamo su un tenore troppo elevato per i tempi che corrono e, nonostante la durezza delle affermazioni di Lenin, Kautsky deve essere comunque considerato un teorico serio e rigoroso.

Ma veniamo a noi. Mi dispiace ma non si possono tollerare oltre le scemenze che appaiono su Indymedia. Questi custodi dell’ortodossia, che agiscono come vere e proprie squadracce, non vanno oltre il manicheismo del “bianco e nero” per cui se non la pensi come loro non puoi che essere uno sporco fascista. Ho raccolto un florilegio di queste delucidazioni da parte dei sacerdoti del tempio comunista (per la verità qualcuno ci ha anche difesi ed è quindi ovvio che Indymedia non dà spazio solo ai farabutti) e le offro alle vostre valutazioni:

 

"Una piccola segnalazione per coloro che scrivendo su google "marx",possano disgraziatamente incappare in questo sito http://www.ripensaremarx.com reazionario, fascista e revisionista, consiglio di scartarlo a piè pari. Colui che vi scrive è un noto revisionista da 4 soldi ed ha visibilità sul sito di Blondet (che tutti già conosciamo come catto-fascista)".

 

Questo proviene invece dal sito autistici.org:

"La Grassa che cola” "svecchiamento" del marxismo: dominanti contro dominati. c’è pure un documento nel blog in questione in cui il giovanotto afferma che le nuove tecnologie creano espansione per il capitalismo.
pepperepeppepèèè:
http://ripensaremarx.splinder.com/
un’istantanea di Gianni La Grassa & Pinotto Preve mentre spiano un funzionario finanziario di Usrael".

 

Ancora da Indymedia:

Gianfranco la Grassa è un noto fascista ospitato frequentemente sul sito di Blondet,il catto-nazionalista. Un sito poi che si chiama "ripensare marx" indica il livore di quest’omiciattolo,che vorrebbe goffamente (senza riuscirci) smentire le teorie storiche di Marx.
Hidda admin gauche caviar,se ti è rimasta un po’ di dignità”.

 

“A leggere il suo sito che c’è scritto che lavora per il superamento del marxismo e poi a leggere questo articolo dove da contro i goldman,la trilateral,i parassiti e gli avidi sembra proprio che lagrassa stia arrivando al pensiero cretinfascista. se fosse così davvero vuol dire che un altro cervello è caduto in questa guerra infinita della ragione…come Preve e altri che sono stati un pò troppo da soli e in vecchiaia hanno bisogno di conforto e un pò di notorietà e qualcuno che li apprezzi. questi teorici da 2 lire sono patetici.e anche filofascisti”.

 

Adesso giudicate voi, credete davvero che questa gente li legga gli articoli che scriviamo? Questa gente prende la pistola se sente qualcuno ragionare, un po’ come facevano le squadracce fasciste. Un ultima precisazione, noi ci onoriamo del fatto che La Grassa ci invii le sue riflessioni sulla situazione politica o le sue elaborazioni teoriche. Noi del Blog siamo sostanzialmente d’accordo con quello che dice e lavoriamo alla costruzione di un’altenativa anticapitalistica, per quello che possiamo e per quello che vogliamo. Tutto il resto sono immonde cazzate.

 

 

MANIFESTO SULLA TERZA FORZA (ALTRI INTERVENTI)

ANTONIO: Ritengo che il manifesto "Costruire una Terza Forza" un interessante spunto di riflessione e un buon punto d’inizio per una discussione. Questo non solo per ragioni teoriche, ma anche retoriche perché la prosa di La Grassa e il suo "picchiare duro" contro marxisti, sinistra comunista, no global, pacifisti ecc. fino all’irritazione fa un po’ a tutti una salutare doccia fredda e stimola la riflessione.
Da un punto di vista teorico, mi sembra che l’appello si basi sui seguenti
pilastri.
1) Oggi il modo di produzione capitalistico si è dimostrato capace di
prevalere su tutte gli altri modi di produzione sia precapitalisti che su
quello del socialismo reale che pretendeva di essere postcapitalistico;
2) Le rivoluzioni socialiste sono possibili solo in presenza di
imperialismo, ovvero di più potenze capitalistiche in competizione;
3) oggi siamo in una situazione in cui c’è una sola potenza che egemonizza
il mondo per cui non si può parlare di imperialismo e le rivoluzioni sono
altamente improbabili;
4) ci sono però alcune potenze regionali in ascesa che lasciano presagire
che tra 20-30 anni ci sarà nuovamente una situazione imperialistica;
5) Gli USA, paese centrale, sono caratterizzati da una particolare
formazione sociale che concentra gli investimenti e le energia nello
sviluppo di nuovi settori caratterizzati da innovazioni di prodotto
(nanotecnologie, biotecnologie, ecc.), nella ricerca scientifica e
nell’incremento della potenza militare potenza militare;
6) Europa e Giappone sono caratterizzati da una formazione sociale che
concentra le energie e i capitali nel sostegno di industrie fordiste
decotte, nel finanziamento della cooptazione di sindacalisti e altri
rappresentanti dei dominati nel ceto dominante e nella spesa detta
"sociale";
7) Questo sistema sociale europeo e giapponese (meno competitivo) accetta la
subordinazione agli USA, punta ad innovazioni di processo e non di prodotto
ed è garantito da un sistema politico basato sulla dicotomia
destra-sinistra;
La Grassa ritiene che nei prossimi anni il declino europeo sarà contrastato
da forze politiche e sociali capitalistiche che sposteranno la spesa e gli
investimenti dal welfare state e il sostegno di imprese decotte allo
sviluppo di settori ad alto valore aggiunto concorrenziali con quelli degli
USA e cercheranno di trasformare una parte dell’Europa in un nuovo centro di potere imperiale in contrasto con gli altri.
Che devono fare gli anticapitalisti? Se ho ben capito La Grassa propone una strategia leninista tesa a formare un strato di quadri pronti ad agire nella nuova situazione imperialista (e potenzialmente rivoluzionaria) probabile nel futuro. Per far questo propone una politica estera antiegemonica e tesa alla ricerca di alleati, una politica interna volta al potenzialmente dei settori produttivi di punta e una chiara opposizione al sistema politico esistente.
Trovo che questo programma sia indispensabile, ma che tenda a una politica dei due tempi: prima favoriamo l’ascesa di nuovi centro imperialistici (nel nostro caso uno in Europa), poi sfruttiamo le contraddizioni per far cadere il capitalismo.
Sul fatto che si debba opporsi al declino economico del nostro paese io sono perfettamente d’accordo e so che richiederà una lotta dura. Il problema è che per far questo sono indispensabili alleanze con gruppi sociali nuovi filocapitalisti e neoimperialisti che bisogna appoggiare e a cui vanno destinate risorse tolte non solo alle vecchie imprese decotte, ma anche ai ceti sociali che La Grassa chiama i dominati. Non sono sicuro che si possa conciliare il socialismo con tutto questo. Penso che si rischi o di diventare una forza politica che rappresenta gli interessi dei nuovi ceti dominanti neoimperialisti o di sembrare una forza che vuole fare il socialismo ma non riesce a fare una sintesi di interessi generali del paese e popolari.
In conclusione trovo buono l’impianto analitico di base, l’analisi della
situazione attuale e verosimili le previsioni per il futuro. Invece, nel
terreno delle proposte mi sembra che sia giusto e indispensabile creare una forza autonoma, che difenda la sua autonomia rispetto al sistema politico esistente, ma bisogna prendere coscienza che la Terza Forza di La Grassa si muoverà su un terreno molto scivoloso e pericoloso in bilico tra filoimperialismo e socialismo.
Antonio

RISPOSTA DI G. LA GRASSA

soprattutto nella parte finale del mio scritto, ho in effetti esplicitato
chiaramente la contraddizione insita nella politica di una "terza forza";
quella contraddizione rilevata da Antonio. Tale contraddizione discende
logicamente dal cambiamento di alcuni paradigmi della tradizionale teoria
marxista: capitalismo unificantesi mondialmente in base allo sviluppo del
modo di produzione capitalistico, sviluppo che sarebbe tendenzialmente
dicotomico con formazione finale del soggetto collettivo della trasformazione. In base ai nuovi assunti da me adottati, si deve necessariamente agire nell’ambito dei problemi, un bel po’ più complicati,
della lotta antiegemonica (epoca attuale) e poi di quelli ancor più complessi relativi ad una, per me prevedibile, epoca policentrica (o
imperialistica). In entrambe le epoche, è inutile nascondere la contraddizione di una politica che deve dare spazio a problemi di potenza (come fece, in ciò agendo giustamente, l’URSS) e della trasformazione sociale (come non fece invece l’URSS, tutta dedita allo sviluppo delle forze produttive, comportamento tenuto oggi dalla Cina). Questa contraddizione va esplicitata senza la copertura ideologica della Classe o del Proletariato,  da una parte, o quello della Nazione o Patria (magari socialista), dall’altra. Per questo è necessario fare una sintesi (non una mera giustapposizione, come al momento sono obbligato a fare) tra teoria del modo di produzione capitalistico e geopolitica; va cioè elaborata la (genericamente indicata) teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi. Va tenuto inoltre presente che solo la politica può tentare la sintesi dei diversi spezzoni diversificati della formazione sociale odierna, a partire dalle fasce medio-basse di reddito, al fine di avere la forza necessaria alla trasformazione. Però è ovviamente tutto da analizzare; e anche da provare appena possibile nella pratica.
glg


CHIEDO AIUTO (di Mauro Tozzato)

 

All’inizio dell’anno compero quasi sempre il numero  della rivista “Il Fisco” che offre in allegato il testo aggiornato del TUIR (Testo Unico Imposte sui Redditi).

Quello del 2006 riporta nell’articolo intitolato “Determinazione dell’imposta” il seguente paragrafo 1:

<<L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’art.10 e delle deduzioni di cui agli artt.11 e 12, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito:

a)      fino a 26.000 euro, …23 per cento;

b)      oltre 26.000 euro e fino a 33.500 euro, …..33 per cento;

c)      oltre 33.500 euro, ….39 per cento.>>

 

Nel Sole 24Ore del 02.10.2006 che riporta la prima parte del “ddl Finanziaria 2007” si può leggere che l’articolo intitolato come sopra vede il paragrafo 1 sostituito con il seguente:

<< L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’art.10, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito:

a)      fino a 15.000 euro, 23 per cento;

b)      oltre 15.000 euro e fino a 28.000 euro, 27 per cento;

c)      oltre 28.000 euro e fino a 55.000 euro, 38 per cento;

d)      oltre 55.000 euro e fino a 75.000 euro, 41 per cento;

e)      oltre 75.000 euro, 43 per cento.>>

 

Sempre il 02 ottobre 2006 in prima pagina sul  Corrierone, assieme ad una sua bella foto, Epifani afferma: <<Va bene così. Hanno accolto le mie richieste>>; <<E’ ciò che avevamo chiesto noi>>.

I lavoratori dipendenti a reddito basso e medio-basso dovrebbero stare tranquilli, secondo Epifani,

anche se è stato già stabilito che l’Irpef Comunale e Regionale aumenterà, come del resto l’ICI,

sia nelle aliquote che per la revisione delle rendite catastali e che, inoltre, quasi sicuramente i Comuni potranno chiedere ai cittadini una ulteriore “piccola tassa” per sostenere gli oneri delle opere pubbliche.

Però io che non sono un esperto in materia ho l’impressione che l’Irpef (nazionale) sia stata di fatto

aumentata anche per i lavoratori dipendenti (e pensionati) con redditi bassi.

Questo almeno mi pare di leggere nei numeri, perciò chiedo aiuto a chi sa leggere i testi di legge meglio di me e possiede competenze sufficienti nel campo del diritto tributario.

 

 

Mauro T.                     02.10.2006  

GOLD(MANIAC)SACHS (di G. La Grassa)

Lascio perdere il penoso discorso in Parlamento di un Premier che mi sembra ben cotto. Comunque, come mi aspettavo, non ha affatto smentito in modo convinto di sapere quello che solo un infatuato di lui può credere non sapesse; in realtà, si è messo a parlare della Telecom e del suo futuro (in mano agli Dei, per il momento), mentre avrebbe dovuto rispondere su ben altre questioni. Tutti i leader del centrosinistra – addirittura comico e laido nel contempo, Fassino – parlano come fossero i dirigenti dell’azienda telefonica; si sono già scordati che è stato Prodi ad iniziare la privatizzazione della stessa (1997) ed un loro sodale, e oggi loro ministro, D’Alema, ad aver innescato il disastro attuale nel 1999, affidandola a capitalisti senza soldi, che si sono indebitati trovando poi modo di sbolognarla, in condizioni finanziarie comatose, all’attuale gruppo privato di controllo. Questi politici sinistri invece, dopo aver contribuito a scompaginare quell’azienda, parlano adesso come se ne fossero i nuovi – e vergini – proprietari che la debbono salvare. E’ qualcosa di irritante e di intollerabile. Solo l’ignavia degli italiani in genere, e la degenerazione morale e intellettuale di certa gente che vota a sinistra, consente ancora ad uno sconcio simile di durare.

Questi sinistri, sui quali mi astengo da commenti perché non ci sono insulti bastevoli, continuano a credere che il “Santo” è innocente. Il quale Santo si dimostra invece un gran bugiardo come quando raccontava di aver avuto l’indicazione del nascondiglio di Moro dallo spirito di La Pira; quand’era Presidente dell’IRI, sono in molti a ritenere (e ad aver scritto) che aveva svenduto la Cirio, l’Alfa Romeo, tentato di svendere la SME a De Benedetti, ecc. Solo Panerai su “Milano Finanza” dice che bisogna credergli – quando afferma che non sapeva nulla del piano Rovati (preparato da chi vedremo più sotto) sulla Telecom – per rispetto alle Istituzioni che rappresenta e all’uomo. Io non credo minimamente all’uomo, delle Istituzioni non ho alcun senso di rispetto (soprattutto se così mal rappresentate), quindi mi permetto di non credere ad una sola parola di questo individuo infido, di intelligenza “a bassa intensità”, rancoroso e vendicativo.

Quando penso agli operai e contadini che votavano PCI negli anni ’50 e ’60, irrisi dai buoni borghesi perché avevano, si e no, la licenza elementare; e poi li confronto a questi borghesucci “progressisti”, con titolo di scuola superiore o laurea, dediti a tutti i lavori più improduttivi della “informazione”, del “multiculturalismo”, del turismo e spettacolo, insomma una massa di parassiti e nullaproducenti a carico di chi sgobba e produce; allora non posso non capire perché Prodi e altri meschini intriganti dello stesso schieramento vengano “santificati” da elettori così ottusi e inutili. Da questo si misura anche la differenza tra l’Italia di allora, in pieno boom, e questo paese che, se raggiunge (nella fantasia degli statistici) forse l’1,7-1,8% di sviluppo, si inebria e vede tutto rosa. Prodi o Berlusconi sono gli uomini adatti ad un paese del genere, quelli che un simile popolo si merita.

Passando ad altro, inviterei a comprare alcuni settimanali che hanno una serie di articoli interessanti sulla Telecom, il Governo, ecc. sostenendo tesi che, in parte, mi danno ragione (e i giornalisti hanno più informazioni del sottoscritto). Ad es. su “Panorama” vi sono alcuni articoli di una certa chiarezza; ne segnalo in particolare uno che si chiede se siamo governati da chi avrebbe ufficialmente tale compito oppure dalla Goldman Sachs, americana, la più potente e ricca merchant bank del mondo. Riassumiamo. Ha piazzato uno dei suoi vicepresidenti (oggi ex, ci mancherebbe altro!) al vertice della Banca d’Italia; e costui era direttore generale del Tesoro all’epoca della prima scalata “disastrosa” alla Telecom, quella favorita appunto dal Governo D’Alema nel 1999, e compiuta dalla Bell (con sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo), che aveva fra i suoi elementi di punta Gnutti e Colaninno. Sono pure uomini della Goldman, o almeno hanno lavorato fino a pochi mesi fa per questa società, quei Tononi e Costamagna, molto probabilmente all’origine del progetto Rovati (cioè, per me, Prodi-Rovati). Il primo è piazzato al Governo quale viceministro dell’Economia; il secondo stava per essere nominato direttore generale del Tesoro al posto di Grilli (sempre per il famoso Spoil System), ma è stato “congelato” per un tempo non definito.

Anche Prodi fu consulente della Goldman fra il 1990 e il 1993 (ne riparleremo alla fine). Quando il “Romano” fu nominato Presidente della Commissione europea, il “Daily Telegraph” e l’“Economist” gli chiesero conto dei legami con la Goldman; e anche con l’“Unilever”, di cui pure egli fu consulente. L’articolo, sempre riferendosi alle domande che i due giornali inglesi rivolsero a Prodi a quell’epoca, riporta alcune altre notiziole scandalistiche, e scandalose, su cui non mi interessa soffermarmi. Piuttosto suggerisco di leggersi anche, su “Milano Finanza”, il già citato scritto di Panerai e quello di Di Biase (pag.11), dai quali si evince che la faccenda Telecom è un ginepraio pressoché inestricabile e non riassumibile in breve spazio. Non posso esimermi però dal manifestare l’impressione che certi articoli siano, almeno in parte, scritti per far capire poco al lettore. Comunque, almeno una generale sensazione di nausea e giramento di testa la procurano. E, visto che ciò riguarda chi ci governa, si tratta pur sempre di espletamento di una funzione utile.

Prima di procedere, è divertente un breve intermezzo per chiarire la catena di controllo della Telecom, fino a pochi giorni fa presieduta da Tronchetti. Quest’ultimo è proprietario della GPI (Gruppo Partecipazioni Industriali) con il 61% delle azioni; ma poi il 3,5% è di Bruno Tronchetti Provera, il 5% di una società (in accomandita per azioni) di Alberto Pirelli, il 30,5% della F.lli Puri Fini; insomma tutti personaggi che ritroviamo nelle più alte cariche della Pirelli & C. Spa. La GPI possiede il 52% della Camfin, che ha il 25% di Pirelli & C., che possiede l’80% di Olimpia (l’altro socio importante di quest’ultima, con circa il 10% delle azioni, è Benetton), che – alla buonora – è proprietaria, e controllante, della Telecom con il 18% del capitale azionario. Facciamo un po’ di calcoli. Olimpia ha il 18% di Telecom; allora la Pirelli & C. (80% di Olimpia) ha il 14,4% di Telecom. Ma la Camfin ha il 25% della Pirelli, dunque il 3,6% di Telecom. Ma la GPI ha il 52% della Camfin, dunque l’1,87% della Telecom. Infine Tronchetti ha il 61% della GPI, dunque l’1,14% della Telecom. Bello, no, controllare la Telecom con così poco capitale azionario (e 41 miliardi di debiti)!

Tenete presente che Tronchetti era fino all’altro giorno Presidente della Telecom; ma è ancor oggi Presidente di tutte le altre società citate qui sopra. E’ inoltre vicepresidente della Confindustria, membro del Cda della Bocconi. Ed è poi membro del gruppo Bilderberg*(vedi nota). Che cos’è questo gruppo? Fondato nel 1952, prende però questo nome dopo una riunione decisiva tenuta nel 1954 all’Hotel Bilderberg in Olanda. Tra i promotori: sua Maestà il Principe Bernardo de Lippe di Olanda (ex ufficiale delle SS), rimasto suo presidente fino al 1976 quando si dovette dimettere per lo scandalo “Lockheed”; e un certo Retinger, faccendiere polacco che aveva innumerevoli importanti relazioni con politici e militari d’alto livello in tutto il mondo. Tra i suoi membri odierni due nomi ben noti dello staff (passato) di Bush: Rumsfeld e Wolfowitz (attualmente al FMI) e altri come i Primi Ministri (attuali) di Svezia e Canada. Lo scopo centrale del gruppo fu inizialmente la costruzione di una “unità europea” contro i pericoli di espansione sovietica; insomma, si trattava (e si tratta) di uno dei tentacoli del “mondo libero” in Europa, controllato da capitale e politica americani, con funzioni simili a quelle che ha oggi, ad altro titolo e con modalità diverse, la Goldman. Se ne volete sapere di più del gruppo Bilderberg, andate in Google, cliccate su “Bilderberg”, ma anche su “signori del mondo”, leggendo il lungo articolo di certo Bongiovanni.

Riprendendo il filo del discorso “telecomiano”, ricordiamo che il progetto Rovati (Prodi-Rovati) – con dietro ad esso, assai probabilmente, la Goldman, la SanIntesa e le fondazioni bancarie – puntava allo scorporo della Telecom in Rete (fissa) e mobile (Tim), con acquisizione del controllo della prima, decisamente più importante, da parte della “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti”, ciò che avrebbe costituito il primo passo verso l’entrata di nuovi soci, gli importanti gruppi finanziari di cui Prodi è il rappresentante (l’“attore”). Con una decina circa di miliardi di euro (un terzo della pesante finanziaria che si approssima), veniva acquisito circa il 30%  del capitale azionario della Rete (ultimo miglio di cavo, banda larga, IPTV, ecc.); entrava però poco liquido a fronte dei 41 miliardi di debito. Il diverso piano di Tronchetti – che ha mandato su tutte le furie Prodi (forse perché già avvertiva i turgidi rimproveri dei suoi mandanti) – era di scorporare, si, la società telefonica, vendendo però la Tim per 30 o anche più miliardi, in modo da coprire gran parte dei debiti; e tenendosi invece la parte dell’azienda con maggiori prospettive di sviluppo e redditività futura.

Data la pesante situazione finanziaria (buona parte dei debiti sono in mano al solito gruppo di banche che sono tutte rappresentate da vari settori politici del centrosinistra), con l’aggiunta (ad hoc) delle vicende giudiziarie legate alle intercettazioni illegittime, Tronchetti ha dovuto, almeno per il momento, ritirarsi di fronte a Prodi (e SanIntesa, ecc.) e si è dimesso. Tuttavia, dato anche l’evidente brancaleonismo di questo Governo, in preda a spasmi e contorsioni, sia i vertici confindustriali che il nuovo Presidente di Telecom (Rossi) manifestano contrarietà e resistenza all’intervento dello Stato (nella figura della Cassa Depositi e Prestiti). I cretini della sinistra radicale, questi piciisti statalisti e lassalliani di cui ho già parlato in altra sede, vorrebbero invece l’intervento “pubblico”, senza capire (o sono invece dei corrotti e venduti?) che questa sarebbe solo la copertura dell’intervento di dati gruppi finanziari – SanIntesa dietro Prodi, Unicredit-Montepaschi forse nuovamente dietro D’Alema, Capitalia…chissà?) – con poi, dietro a tutti….la “famosa Goldman Sachs” (e cioè la finanza-politica statunitense).

Adesso, per il momento, tutto è in alto mare, cioè in fase di stallo; occorre che le varie posizioni si assestino, che i vari contendenti (e pretendenti) si studino e guardino in cagnesco, per poi scegliere la soluzione “migliore” (per quelli che risulteranno vincenti). Di voci ce ne sono moltissime, alcune ventilano addirittura l’intervento di Mediaset, magari assieme alla Carlyle, uno dei colossi del private equity con sede a Washington e la cui sezione italiana è diretta da Marco De Benedetti (figlio di Carlo, altro “bel” personaggio della finanza italiana degli ultimi decenni). Altre voci indicano il possibile intervento di cinque grandi finanziarie – Intesa, Capitalia, Unicredit, Mediobanca, Generali – che dovrebbero però superare i vari contrasti di questi ultimi tempi: Capitalia si è opposta ad Intesa per non essere fagocitata in una CapIntesa (alla fine si sta facendo invece la SanIntesa), Unicredit e altri hanno visto battuto il loro candidato alla presidenza dell’ABI (la “confbancaria”) da quello di Intesa e S. Paolo. Evidentemente, gli affari sono affari, i debiti della Telecom (che in buona parte sono crediti di queste banche) preoccupano, l’intervento tramite Prodi-Rovati (la “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti) – che avrebbe favorito solo alcune delle predette banche, in particolare la SanIntesa degli “amici” di Prodi – sembra un po’ “finito a schifìo”; e allora esse si presenterebbero insieme in prima persona, senza la finzione (e copertura) delle “statalizzazioni”.

Le cinque finanziarie indicate dovrebbero dare un paio di miliardi di prestito – solo una boccata d’ossigeno – e alla fine, tramite operazioni complesse, ma soprattutto con la trasformazione dei crediti in azioni, diverrebbero forti azioniste della controllante di Telecom (la già nota Olimpia) con un 40%; Tronchetti scenderebbe da 80 a 50, Benetton resterebbe con il 10%. Poi resterebbe da decidere se fare o meno a fette questa benedetta società, se vendere o meno la Tim, e magari, chissà, forse, qualcuno penserà pure al famoso “piano industriale” della cui mancanza si lamentano tutti (in particolare i sindacati che non danno una mano, ma soltanto “piangono” per i lavoratori, di cui ai capi sindacali non interessa un bel nulla). Comunque, lo ripeto, è inutile seguire adesso gli arzigogoli e i vari progetti, che per il momento sembrano semplici esercizi giornalistici (o magari “palloncini sonda” di qualcuno verso qualcun altro).

Quello che resta è il debito Telecom, che tutti si affrettano a definire non preoccupante come si pretende che sia. La redditività dell’azienda è alta, si continua a ripetere. Non sono un esperto di economia aziendale, e non ho sottomano i reali bilanci della società. Quindi, si tratta di fidarsi o meno di personaggi che ovviamente non possono dire che tutto va male, che il disastro è vicino. Però, per carità, può essere che certe affermazioni, soprattutto sulla redditività dell’azienda, siano realistiche. Tuttavia, notiamo alcune cosette. Olimpia (18% in Telecom) ha in carico le azioni della società controllata nel suo “stato patrimoniale” a 4 euro l’una (perché per tanto le acquistò a suo tempo dai precedenti ben noti proprietari, i dalemiani “capitani coraggiosi”), mentre valgono circa 2,2 sul mercato. Di conseguenza, il patrimonio di Olimpia dovrebbe essere abbondantemente svalutato per corrispondere al reale; ed essa stessa ha una certa cifretta di debiti in carico (non come la Telecom, mi sembra solo tre miliardi, ma potrei sbagliare). La svalutazione del patrimonio Olimpia (che comunque di fatto c’è) si rifletterebbe sulla società centrale della holding, la Pirelli & C. Spa, che ha l’80% di Olimpia. E anche la Pirelli ha i suoi debiti. Ho da più parti letto che, in definitiva, se tutto venisse valutato secondo i termini reali, il patrimonio della Pirelli sarebbe praticamente pari ai suoi debiti (ivi compresi quelli della Telecom che, gira e rigira, potrebbero arrivargli sul groppone tramite le pratiche di consolidamento, se i sedicenti organi di “controllo dei mercati” si “svegliassero”; la Consob, ad es., è spesso in semiletargo, sulle Authority penso sia meglio soprassedere).

Quello che comunque manca effettivamente è il fantomatico “piano industriale”; che poi dovrebbe essere redatto tenendo conto della possibilità di investimenti (e sapendo dove prendere i soldi per effettuarli) in tecnologie veramente di punta e in operazioni di apertura a più vasti mercati (anche con le adeguate alleanze); non per soltanto sanare temporaneamente la situazione debitoria ma darsi invece delle prospettive di lungo periodo. La stessa Fiat, che pure si dice abbia turato le falle più gravi, la vedremo alla prova nei prossimi dieci anni; allora si saprà meglio se sarà stata lungimirante strategicamente, o avrà solo tamponato la situazione per consentire ai suoi proprietari di non uscirne con le ossa rotte da un punto di vista prevalentemente finanziario. Alla Telecom, sembra invece che, al momento, tutto sia nebbia e “zona grigia”. L’unica cosa certa è che si trova nella bufera per una serie di lotte e contrasti legati al conflitto tra i potenti gruppi di subdominanti italiani, facenti parte di quel complesso finanziario-politico – tutto interno, mi dispiace dirlo, ai vari settori del centrosinistra: SanIntesa con i prodiani e certi ambienti ulivisti; Unicredit-Montepaschi con i diesse, e anche conflittuali fra loro come lo sono D’Alema, Fassino, ecc.; Capitalia forse con Rutelli-Veltroni (anche loro due galli in un pollaio), ecc. – che sta mettendo a soqquadro l’Italia, agendo in stretta dipendenza rispetto ai predominanti statunitensi, anch’essi divisi in vari gruppi in conflitto, dei quali quello che al momento trova la maggiore udienza in Italia è appunto la Goldman Sachs (che certo non agirà da sola, ma come punta di un iceberg assai più vasto e profondo, e quindi in gran parte celato alla nostra vista).

E concludiamo allora tornando, per alcune precisazioni, a questa attualmente così importante società finanziaria. Essa è una delle due maggiori merchant bank (investment bank) del mondo, l’altra essendo la Morgan Stanley. Imponenti le cifre delle attività di questi due giganti finanziari e delle attività di altri che essi gestiscono; sono numeri da paragonarsi a quelli dei Pil dei paesi industrializzati. Si tratta comunque di società americane; alla faccia di quei mentecatti che parlano di transnazionalizzazione delle grandi imprese, del fatto che esse non si richiamerebbero più ad alcun Stato nazionale, essendo tutti questi Stati ormai superati e messi in un canto. Per fortuna, tesi simili, come molte altre formulate da (non) pensatori “radicals” (anche dell’ultrasinistra) nei decenni passati, hanno fatto la fine che meritavano, pur se questi individui non si rassegnano e inventano sempre nuove mode, da veri “salottieri” dediti al bricolage pseudointellettuale.

La Goldman, oltre ad aver piazzato molti suoi ex (ma sempre ad essa legati, possiamo darlo per scontato) in posti decisivi in Italia, ne ha fatto arrivare un buon numero in posizioni elevate negli USA. Facciamo solo qualche esempio: Robert Rubin, suo co-presidente, diventato segretario del Tesoro di Bill Clinton; Hank Paulson, fino all’anno scorso presidente della banca, attuale segretario del Tesoro (come vedete, la Goldman è bipartisan); Joshua Bolten, già direttore esecutivo della banca per l’Europa, attuale responsabile dello staff della casa Bianca. Prodi, come abbiamo sopra scritto, fu consulente della finanziaria americana nel periodo di intervallo tra le sue due presidenze dell’IRI (1982-89 e dopo il 1993). Per una delle prime privatizzazioni di enti pubblici, quella del Credito Italiano, Prodi nel ’93 nominò advisor proprio la Goldman. Ci fu un’interrogazione parlamentare per quello che ancora non era diventato di moda denominare “confitto di interessi”.

La risposta di ambienti IRI per scagionare Prodi è un monumento all’ipocrisia democristiana e italiana in genere. Si fece presente che nella seduta del Cda dell’IRI, in cui fu scelta la Goldman, Prodi si era astenuto (ormai sappiamo, da tanti film, che i mandanti dei killer non si sporcano le mani; anzi, più precisi di Prodi, vanno anche “fuori città”, creandosi l’alibi; i più seri non vogliono nemmeno essere “telefonati”, preferiscono leggere la notizia sui giornali). E inoltre, quella decisione era stata poi approvata dal Comitato per le privatizzazioni presieduto – udite, udite!! – dal direttore generale del Tesoro Draghi (che qualche anno dopo divenne vicepresidente della Goldman per poi passare, dopo gli squassi bancari e la stagione “antifazista”, a Governatore della Banca d’Italia, nel mentre un altro “illustre” italiano, Mario Monti, è diventato da pochi mesi consulente della solita Goldman). Che bella combriccola di goldmaniani (o manianigold) abbiamo ai nostri vertici politico-finanziari!

E’ un autentico marasma (abbastanza melmoso), che rischia di affondare il paese. Quest’uomo, il bolognese, è veramente di intelligenza ben bassa, peggio di quanto ci si potesse aspettare. Si sarebbe dovuto tener più conto di tutte le gaffes fatte in Europa, di tutte le ironie e prese in giro di cui era oggetto. Bisognava però leggere la stampa straniera; quella “libera” italiana irrideva soltanto Berlusconi, e qualcuno ha quindi pensato che il suo avversario fosse un genio. Adesso, rimediare non sarà facile, anche se gli scontenti e i preoccupati cominciano ad essere moltissimi. Certo, il dramma è che non ci sono belle alternative; né all’interno del centrosinistra né “altrove”. Comunque, se non vogliamo affondare, bisogna che questo “picciol uomo”, con questo Governo di pasticcioni, se ne vada presto. Per il momento non ci resta che assistere a queste convulsioni di un quadro politico privo della benché minima idea, attaccato ai propri infinitesimali interessi in combutta con gli “amicucci della Parrocchietta”; amicucci, fra i quali spiccano la SanIntesa in Italia e la Goldman negli USA, sempre più pericolosi e avidi.

 

29 settembre   

   * [Ndr]Il Gruppo Bilderberg nasce nel 1952, ma prende questo nome solo nel 1954, quando il 29 maggio si riuniscono a Oosterbeek, in Olanda, all’Hotel Bilderberg, politici, finanzieri, industriali ecc. ecc. Da qui il nome  di questa organizzazione, della quale è segreto l’elenco dei membri. Da allora le riunioni sono state ripetute 1 o 2 volte all’anno. I partecipanti alle riunioni Bilderberg sono presidenti, ministri dell’economia (anche Romano Prodi ha partecipato a qualche incontro), ma soprattutto membri dell’alta finanza Americana ed Europea. La prima riunione risale al 29 maggio 1954, presenti un centinaio banchieri, politici, industriali (tra questi pare ci fosse pure A. De Gasperi). Un altro membro influente dell’organizzazione (nello "steering committee" con David Rockefeller) è stato Giovanni Agnelli. Tra i personaggi presenti alla riunione del 1999 venivano citati dal Corriere: Mario Monti, Uberto Agnelli e E. Kissinger

L’ultimo incontro è di giugno 2006 a Kanata in Ontario (nei pressi di Ottawa) al Brookstreet Hotel, come sempre totalmente riservato agli  “aficionados”. Ammessi pochi giornalisti compiacenti. Il comunicato stampa ufficiale (l’unico emesso) ha elencato i temi discussi: “le relazioni euro-americane, l’energia, la Russia, l’Iran, il Medio Oriente, l’Asia, il terrorismo e l’immigrazione”. I nomi dei partecipanti: David Rockefeller, Henry Kissinger, la regina Beatrice d’Olanda, Richard Perle, i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (il vicepresidente Franco Bernabè), delle compagnie petrolifere Shell, BP e Eni (Paolo Scaroni), della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Tyssen-Krupp, di Fiat (il vicepresidente John Elkann) i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell’International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit, rappresentanti della Nato, dell’Onu, della Banca Mondiale e della Ue, economisti e ministri dei governi occidentale.

 Alcuni degli italiani del giro sono:

  1. Franco Bernabè, Vice presidente Rothschild Europe
  2. John Elkann, Vice presidente Fiat S.p.A.
  3. Mario Monti, Presidente Università Commerciale Luigi Bocconi
  4. T. Padoa-Schioppa, Ministro delle Finanze
  5. Paolo Scaroni, CEO, Eni S.p.A.
  6. Giulio Tremonti, Vice presidente della Camera dei Deputati
  7. (Pare)Emma Bonino, la quale si dice debba ringraziare il Bilderberg per l’affermazione dei radicali nelle europee del 1999 (9% inatteso).
  8. Altri, invitati solo una volta (vedi Veltroni quando era direttore dell’Unità)

Per quel che riguarda la "ragione sociale" del Bilderberg vale quanto detto da G. La Grassa

“IL GIOCO DEGLI SPECCHI” Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione(di Gianfranco La Grassa)

 

E’ finalmente uscito il nuovo saggio di Gianfranco La Grassa (“Il gioco degli specchi. Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione”), edito dalla casa editrice Ermes di Potenza (www.EditricErmes.it).

Per richiedere il testo potete contattare direttamente la casa editrice attraverso il suo sito, oppure potete inviare una mail a www.ripensaremarx.splinder.com

 

IL GIOCO DEGLI SPECCHI

Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione

PRESENTAZIONE

Il gioco degli specchi è quello di raggruppamenti politici che si presentano sulla “scena” recitando due parti in una infinita commedia degli equivoci e, soprattutto, degli inganni a danno dei popoli. Avrei anche potuto parlare di “due facce della stessa medaglia”, poiché destra e sinistra, in questa ormai irritante farsa delle elezioni “democratiche”, sono due aspetti – in opposizione e sostegno reciproco, antitetico-polare (secondo la nota espressione di Lukàcs) – di un unico processo di grave involuzione e disfacimento della politica in Europa, un’area che fu centrale nella storia mondiale ed è oggi in rovinosa decadenza. In tale scenario di povertà (non certo materiale) e di degrado culturale, l’Italia occupa un posto del tutto speciale; i suoi difetti sono quelli in gran parte comuni a tutti i paesi europei, ma esaltati all’ennesima potenza. La nostra destra e la nostra sinistra sono a dir poco orripilanti; intollerabile è il loro gioco di finta alternativa, la loro totale mancanza di idee e di visione minimamente strategica in un mondo costellato da contrasti in fase di continuo allargamento e inasprimento.

Questo libro ha voluto dare un’idea, purtroppo ancora sommaria, del quadro or ora delineato. Esso è stato scritto utilizzando un intreccio di argomentazioni disposte su vari livelli. Vi sono rapidi, ma spero chiari, accenni alla griglia teorica su cui mi sono basato per interpretare quello che ho chiamato “gioco degli specchi”. Vi è poi quella che definirei analisi di fase (o d’epoca) che non ha un orizzonte temporale nettamente delimitato; si può andare dai 5-10 anni ai due-tre decenni al massimo. Ovviamente, le considerazioni e previsioni formulate per un periodo così lungo (pur se breve secondo i tempi della storia) sono di larghissima massima e mettono in conto ampi margini di errore; e tuttavia ritengo utile, anzi indispensabile, schizzare un quadro economico e politico di questo tipo, perché non si deve procedere nella vita sociale avendo in mente soltanto il presente, l’attimo fuggente. Infine, ho voluto condire i miei ragionamenti con riferimenti al momento veramente attuale, a fatti contingenti, alcuni dei quali però influenzeranno anche il non immediato futuro.[1][1]

Ed è su quest’ultimo punto che avverto il lettore di stare molto attento, poiché gli avvenimenti ancora in corso di svolgimento mutano di continuo, e possono quindi verificarsi discrepanze tra ciò che rilevo oggi e ciò che sussisterà al momento della pubblicazione del libro. Per tali motivi, avendo terminato di scriverlo a fine luglio, ho poi aggiunto un breve aggiornamento riguardante alcuni importanti avvenimenti verificatisi in agosto. Altri ce ne saranno via via, ma non posso seguirli dopo la data di consegna del mio scritto alle stampe.

In ogni caso, quanto esposto nel libro circa la mancanza di idee e di strategia delle nostre meschine forze politiche si adatta bene ai fatti nuovi indicati nell’aggiornamento; e ad altri che si stanno verificando giorno dopo giorno. In fondo, questo scritto è un inizio; vuol favorire la discussione tra quei gruppi di individui, sia pure ancor poco numerosi e scollegati fra loro, che hanno intenzione di rompere definitivamente, e senza ambiguità, sia con la destra che con la sinistra italiane nella loro configurazione attuale. La strada sembra lunga, ma la scommessa è che certi processi siano in via di accelerazione ed esista perciò qualche speranza che l’Italia, assieme ad alcuni altri paesi europei, conosca, non certo in tempi immediati, rivolgimenti rilevanti in grado di ripulirla dell’attuale cancro rappresentato dalle forze politiche (con dietro precisi gruppi finanziari e industriali) che imperversano nel paese similmente ad una invasione di cavallette.

Questa la speranza, questo l’intendimento del libro, piuttosto diverso dai miei soliti, che sono prevalentemente di teoria. Credo sia venuto il momento di rivolgere l’attenzione anche a qualcosa di meno teorico – pur se la teoria mi fa da guida nella “visione” delle tendenze dell’epoca – perché la situazione è veramente in forte degrado, in scollamento. Non ci sono “grandi crisi” all’orizzonte – almeno così mi sembra – ma i progressi striscianti di una malattia lunga e spossante provocano egualmente una disgregazione sociale che si avvertirà sempre più, e giungerà ai limiti della tollerabilità da parte di una maggioranza della popolazione che, pur non dando ancora segni di aperto “nervosismo”, forse comincia già a non poterne più dell’odierno ceto politico; quest’ultimo ha però dietro di sé lobbies di potere più nascoste e devastanti, delle cui manovre la “gente” è poco consapevole. Si deve contare su una non lontanissima presa di coscienza; non però di chi insiste ancora a dar credito a questi ominicchi (o forse meglio, quaquaraqua) che ci s-governano, ma di quelli che un tempo venivano indicati come qualunquisti. Occorre una nuova linfa, non intorbidata dalle passate e consunte ideologie, che sappia imboccare la strada per nuove prospettive e coltivare nuovi valori.

 

Conegliano, fine luglio 2006

 

 IL GIOCO DEGLI SPECCHI (di GIANFRANCO LA GRASSA)

Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione

 

INDICE

 

Presentazione

 

Capitolo primo. Neoliberismo e “neokeynesismo”: alternativa paralizzante

 

Capitolo secondo. Pochezza politica e culturale di destra e sinistra

 

Capitolo terzo. Un intermezzo necessario

 

Capitolo quarto. Torniamo alla presente fase

 

Capitolo quinto. Europa e Italia nelle strategie statunitensi per l’egemonia

 

Capitolo sesto. E il ruolo dell’Italia?

 

Capitolo settimo. Passiamo oltre e torniamo al più generale

 

Capitolo ottavo. La politica al posto di comando laddove si voglia emergere

 

Capitolo nono. Un sommario quadro economico-sociale e i limiti dell’odierna “democrazia”

 

Capitolo decimo. Per superare la debolezza economica e la miseria politica italiane

 

Capitolo undicesimo. I dominati nella struttura sociale dei capitalismi avanzati

 

Capitolo dodicesimo. Le possibilità del nuovo nei capitalismi avanzati

 

Capitolo tredicesimo. E in Italia quali prospettive?

 

Conclusioni aperte al futuro. Per una nuova forza politica e il mutamento sociale

 

Breve aggiornamento

 

 

IL GIOCO DEGLI SPECCHI.

Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione.

Recensione al nuovo saggio di G. La Grassa (di Gianni Petrosillo).

 

Gianfranco La Grassa, economista già docente delle Università di Pisa e Venezia ed allievo di Antonio Pesenti e di Charles Bettelheim, ha ultimamente pubblicato, con la casa editrice Ermes di Potenza, un interessante saggio dal titolo “Il gioco degli specchi. Destra e Sinistra: due facce di una politica in decomposizione”. Il titolo dell’opera è gia abbondantemente esplicativo del giudizio che attraversa il pamphlet circa i due schieramenti politici italiani che, nell’epoca dell’alternanza, si danno il cambio alla guida politica del paese. In realtà questa valutazione negativa è largamente suffragata dall’analisi dell’attualità politica e dalla numerosità dei fatti storici, sia di epoca che di fase , portati a supporto delle proprie tesi dall’autore, col fine esplicito di dimostrare il livello di mistificazione (una vera e propria messa in scena) al quale è giunto lo scontro politico tra il Polo delle Libertà e l’Unione di Centro-Sinistra. La Grassa definisce antitetico-polari (secondo la felice espressione utilizzata da Georgy Lucaks in un diverso contesto filosofico) le forze politiche italiane che, nelle finte azzuffate quotidiane, sono ridotte a esecutrici non recalcitranti delle direttive provenienti dagli agenti strategici finanziari e industriali (sia italiani ma soprattutto americani), i quali stanno trascinando l’Italia in una grave decadenza economica, culturale ed ovviamente politica, con grave perdita di autonomia del nostro paese rispetto agli USA.

Questo scritto, benché si limiti ad affrontare argomenti di interesse attuale, rivelandosi perciò di facile lettura ed aperto al più vasto pubblico, ha alle spalle un impianto teorico ben rodato, che partendo da un’interpretazione rigorosa del pensiero marxiano (da non confondere con il pensiero marxista, quello degli epigoni per intenderci, del quale La Grassa dà una valutazione tutt’altro che positiva) va oltre le classiche categorie del pensatore di Treviri per cogliere i mutamenti avvenuti nella formazione economico-sociale capitalistica, soprattutto nel fondamentale passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari(privati) del capitale.

Sintetizzando, si potrebbe dire che La Grassa va con Marx oltre Marx, attraverso il tempo e le modificazioni che necessariamente si producono nelle società umane e che, a loro volta, impongono una rivisitazione costante dell’impianto teorico col quale si tenta di agganciare la direzionalità del reale.

Il nucleo logico delle teorizzazioni di La Grassa si concentra proprio sull’importanza del conflitto tra agenti(strategici) dominanti che nel capitalismo penetra nella sfera economica (come non era mai accaduto in altre epoche dell’umanità), e che ha determinato una maggiore dinamicità del sistema rispetto alle tendenze al ristagno caratterizzanti altri modi di produzione ad esso pre-figurantesi come antitetici, vedi il socialismo pianificato dell’ex URSS .

E’ chiaro che l’individuazione di tale paradigma, nell’ambito della speculazione teorica lagrassiana, illumina di una nuova luce le categorie più pregnanti del pensiero di Marx quali, solo per citarne alcune, la teoria del valore-lavoro che, secondo l’autore, è rimasta a lungo schiacciata su meri parametri quantitativi legati al sistema generale dei prezzi, il concetto di modo di produzione capitalistico inglobante i rapporti di produzione e le forze produttive, nell’ambito del quale non si è mai realizzata la profetica alleanza tra forze intellettuali ed esecutive del lavoro(il cosiddetto General Intellect) “dall’ingegnere all’ultimo manovale”, che avrebbe dovuto spazzare via il capitalismo.

Ancora, le riflessioni intorno all’involucro giuridico che ricopre la proprietà dei mezzi di produzione che diviene, per l’economista Veneto, aspetto secondario rispetto al reale potere di disposizione sugli stessi. Quindi, per La Grassa, né più Padroni (con la P maiuscola), né Classe Operaia (con doppia maiuscola) e nemmeno, conseguentemente, uno scontro frontale Capitale/Lavoro (che pure esiste ma non è determinante per cogliere la tendenza di fondo e la dialettica intrinseca del Capitalismo, la cosiddetta determinazione di ultima istanza). In realtà, la spinta propulsiva del capitalismo, che non è affatto limite a sé stesso, e l’incessante sviluppo delle forze produttive, sono frutto della lotta tra agenti strategici dominanti svolgentesi nelle varie sfere sociali (economia, cultura, politica), tesa alla pre-dominanza su altri agenti decisori, al fine dell’egemonia e del consolidamento delle posizioni di preminenza via via acquisite.

E’ questa la griglia teorica che permette a La Grassa di descrivere “tridimensionalmente” la realtà sociale di oggi, una realtà ingannevole e sfilacciata che non mostra mai tutta la verità sugli eventi che la dispiegano, se non attraverso una sintomatologia “a spizzico” che permette comunque di fare delle ipotesi interpretative (per quanto provvisorie). Come diceva Hegel, quello che si crede noto è sempre il meno conosciuto.

La Grassa avverte di diffidare dai proclami liberisti di molta parte del “clero” giornalistico, finanziario o industriale, perché proprio dietro le immutabili leggi dell’economia si celano scelte politiche ben precise. Di fatti, a seconda delle convenienze e delle contingenze, si può essere più o meno protezionisti o più o meno liberoscambisti. Un esempio per tutti, chi si ricorda degli alti lai che si sono levati nella torbida vicenda dei cosiddetti “furbetti del quartierino” che hanno coinvolto anche l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio? L’accusa principale che fu mossa all’ex governatore, fu quella di aver favorito due banche italiane quali BPI, nel tentativo di scalata ad AntonVeneta, e l’Unipol, nella scalata a BNL. Si disse che era stato un attentato alle leggi del mercato. Oggi, invece, tutti plaudono all’accordo Intesa-San Paolo che ha fatto fuori gli stranieri del Santander e del Crédit Agricole senza troppe remore. In questo caso il mercato non conta perché l’affare lo hanno fatto “i furboni del quartierone”, amici di questo governo di centro-sinistra (cioè il prodiano cattolico Bazoli e l’ex democristiano Salza). Nemmeno a destra si sono scomodati nelle critiche visto che il progetto ha avuto la benedizione del governatore della Banca D’Italia Draghi (l’uomo della Goldman Sachs in Italia) e di certa finanza americana.

E la logica del profitto dove va a finire in questi casi? Nelle lunghe lezioni di economia all’università non ci avevano insegnato che si vende sempre al miglior offerente? In realtà, sostiene La Grassa, il profitto è uno strumento dalla natura “variabile” che serve ai dominanti per “finanziare” le proprie strategie di potere, dominare l’avversario e incrementare la propria egemonia nei vari settori sociali. Ecco svelate le micragnose considerazioni economiche legate al "profitto" dei capitalisti che sono una foglia di fico per nascondere l’impostazione strategica degli agenti capitalistici dominanti; il profitto, per quest’ultimi, è solo un mezzo per approntare più efficaci ed aggressive strategie di dominio sociale.

Il saggio svelerà retroscena inquietanti della politica italiana, mettendo in evidenza la stretta dipendenza di quest’ultima dagli Usa e dal complesso finanziario-industriale italiano (a sua volta succube della finanza targata USA) che tira i fili dei due schieramenti falsamente “polarizzati” lungo scelte politiche che hanno una stessa “natura” capitalistica.

Crediamo che, a questo punto, il lettore attento sia stato abbastanza stimolato.

 





[1][1] I miei interventi di tipo politico ed economico, e di carattere più contingente, appaiono regolarmente nel blog www.ripensaremarx.splinder.com

PRIME RIFLESSIONI SUL MANIFESTO "COSTRUIRE LA TERZA FORZA"

Paolo: il mio è un primo e breve commento, inevitabilmente un po’ approssimativo. Apprezzo lo sforzo di analisi che è dietro la proposta di costituzione di una terza forza. Ancor più convengo con la necessità e l’urgenza, visto il decadimento della politica attuale, di partire fin ad subito anche a costo di scontare una iniziale posizione di minoranza. Credo che La Grassa abbia
centrato il problema quando ha proposto di riportare la Politica al centro delle analisi e delle decisioni. Una Politica, e questo mi sembra il presupposto necessario, che fondi la propria analisi sull’abbandono e la critica radicale delle categorie di destra e sinistra che, in questa fase di sviluppo del capitalismo che definirei "sistemica", in cui cioè i meccanismi impersonali di riproduzione sono amministrati dai Lagrassiani "funzionari del capitale", non rappresentano più categorie conoscitive. Sono, anzi, vuoti strumenti di riproduzione di passività ideologica, subordinazione economica e corruzione finanziaria. Il coraggio della proposta e dell’analisi a "tutto tondo" di La Grassa sconta però alcune approssimazioni. Ne elenco due. Non si parla di strutture organizzative se non accennando all’esperienza dei Soviet. Nel tempo della rete non so se sono riproponibili. In Italia una terza forza si deve confrontare con il problema delle mafie e dell’economia illegale che è fonte di reddito per parti consistenti della nazione. Personalmente, poi, non sono certo che la "macchina" sia uno strumento neutro e tutto dipende dall’uso che se ne fa. Senza scomodare Gunther Anders, sono convito che l’utilizzo di certi apparati tecnologici abbia una ricaduta antropologica. Di conseguenza non mi convince l’analisi sulla tecnica che credo vada assunta come presenza quanto meno problematica della nostra epoca.
Per il resto credo che il manifesto sia una ottima base di partenza.

Risposta di G. La Grassa: I primi due punti possono essere assunti come problematici. Del resto, quando parlo di Soviet (o della Comune), ne parlo in termini "evocativi",  per avviare delle riflessioni che comunque ci portino fuori dell’incantamento cui ci hanno abituato da moltissimi decenni, quello relativo alle "libere elezioni", alla "democrazia parlamentare". E’ ovvio che è tutto da discutere; come sono ben più da discutere, anzi da elaborare a fondo, le idee adombrate nelle mie imprecise definizioni: "società dei funzionari (privati) del capitale"; la "rivoluzione dentro o contro il capitale"; il "capitalismo borghese" e la fase storica del suo tramutamento nella società citata prima; e soprattutto la "teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi" (con prevedibili altri mutamenti storici); e via dicendo.
La seconda questione sollevata è importante, certo, ma non vorrei fosse poi enfatizzata come fosse possibile sceverare un capitale lecito da uno "illecito". Quattro-cinque anni fa, in un lungo e documentato articolo su "Le Monde diplomatique", veniva rilevato che, mediamente, un 15% del PIL mondiale (ripeto: mondiale) era tenuto in forma finanziaria (di facile se non immediata liquidità) essendo controllato, indistintamente – senza alcuna possibilità di sceverare quale parte spettasse ad un soggetto e quale ad un altro – da: banche e assicurazioni, capitale industriale (delle grandi corporations multinazionali), fondi pensione (in specie americani), dalla
"mafia" (malavita) internazionale. Tutti insieme appassionatamente; lo ripeto: indistintamente.
Per quanto riguarda la tecnica, resto sulle mie posizioni, anche perché ho chiarito che non nutro più l’ottimismo positivistico che fu anche di Marx (e ancor più di Engels). Ogni problema non può certo essere tagliato nettamente in una parte sana e in una parte guasta (come una mela). Tuttavia, è necessario cogliere il nucleo centrale del problema; afferrare il bandolo della matassa da quel capo a partire dal quale quest’ultima può essere più utilmente sbrogliata. Gli "enfatici" della Tecnica – siano positivisti o negativisti – sostengono sempre le due solite posizioni antitetico-polari, che vanno battute insieme e insieme superate con l’analisi delle strutture
dei rapporti sociali, della politica (e geopolitica), ecc. L’antropologia la lascio all’amico Preve che è filosofo. Su che cosa sia la natura umana, su che "essere" sia "in generale" l’uomo, ritengo più che utile e lecito scervellarsi, ma non è il mio campo di applicazione. Se avrò tempo, non mi
rifiuterò certo di leggere Gunther Anders, ma sono in difetto di tante letture assai più urgenti per il lavoro che sto facendo e per quello che vorrei apprestarmi a fare adesso, non fra dieci anni. In ogni caso, più che alle variazioni antropologiche che certuni pensano prodotte dalla tecnica,
credo in costanti molto più antiche, tenaci, e che ci accomunano agli altri esseri viventi in questa piccola pallina nello sterminato Cosmo. I discorsi sulle mutazioni indotte dalla Tecnica mi sembrano molto vicini a quelli positivistici sulla liberazione dell’Uomo dal bisogno tramite la stessa; ancora una volta l’antitetico-polare, sotto forma di una credenza dell’Uomo come essere speciale, che aspira a farsi divino, sempre prometeico (anche Prometeo fu punito duramente dagli Dei, come lo credono oggi tutti i "terrorizzati" dallo sviluppo tecnico-scientifico). Per qualche tempo, liberiamoci dagli incubi e lasciamo stare i tecnici; pensiamo alla politica
(e alla teoria che dovrebbe illuminarla). Altrimenti, andiamo a casa a riflettere sulle "umane sorti"; e lasciamo in pace il capitalismo, lasciamo in pace anche il suo più infinitesimo "atomo", costituito dal nostro attuale Governo.

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