GLI OPPRESSORI SI FONDANO SU DIECIMILA ANNI (di G. La Grassa)

Non credo che si debba oggi essere ottimisti. Siamo entrati in un vero ciclo storico, in cui le lotte rivoluzionarie del secolo scorso si sono ampiamente arenate e spente; nuovi paesi si affacciano alla ribalta come potenze e con élites, ma anche gran parte delle popolazioni, tese a ricoprire il ruolo che tali paesi, dopo secoli di “sonno”, stanno nuovamente ricoprendo con impeto. Tuttavia, credo che nemmeno Brecht, quando scriveva i versi che sotto riporto (una intera poesia, “Lode della dialettica”, e tre cupi versi di “A coloro che verranno”), fosse gran che ottimista. In un certo senso, le sue affermazioni possono essere collegate alla famosa frase di Gramsci (che non ripeto) sull’ottimismo e il pessimismo.

In ogni caso, il cuore batte un po’ più velocemente nel leggere e udire le parole che seguono.

 

“L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.

Gli oppressori si fondano su diecimila anni.

La violenza garantisce: com’è, così resterà.

Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda

e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.

Ma fra gli oppressi molti dicono ora:

quel che vogliamo, non verrà mai.

 

Chi ancora è vivo non dica: mai!

Quel che è sicuro non è sicuro.

Com’è, così non resterà.

Quando chi comanda avrà parlato

parleranno i comandati.

Chi osa dire: mai?

A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi.

A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!

Chi è perduto, combatta!

Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani

e il mai diventa: oggi!”

 

Parole di rara attualità, ma non più di queste:

 

“Quali tempi sono questi, quando

discorrere d’alberi è quasi un delitto,

perché su troppe stragi comporta silenzio!”

 

Guardiamoci bene attorno: quanti sono quelli che “discorrono d’alberi”? In modo becero come nei talk show o in modo colto e raffinato come tanti scrittori, filosofi, ecc. ecc. In ogni caso, il 99% di questo paese (e di questa Europa) sta discorrendo d’alberi!

 

9 dicembre    

SCEEEMI ! (di G. La Grassa)

Per quanto uno non voglia sottovalutare i pericoli nati dall’eccesso di sviluppo tecnologico, gli riesce difficile non provare antipatia nei confronti di certi allarmismi ambientali, anche commissionati dalla UE (e ti pareva! Pur di non infastidire la preminenza USA, cosa non farebbe!).

Nel 1972 usciva il famoso studio del Club di Roma (della Trilateral!). Cito a casaccio: l’oro doveva esaurirsi nel 1981 (non tra l’80 e l’85, ma proprio nell’81!); il petrolio nel 1992 (idem come sopra) e……l’uomo nel 2010. Negli anni ottanta, la catastrofe finale è stata spostata al 2025, negli anni novanta al 2050, nell’ultimo studio, commissionato dalla UE, al 2070. Come nei miraggi nel deserto, la fontanella d’acqua si allontana sempre più man mano che ci avviciniamo (nel miraggio!) ad essa. Oggi, è ben risaputo che negli USA ci sono boschi per una superficie superiore a quella dell’epoca di Cristoforo Colombo; ed in Inghilterra ci sono più foreste che ai tempi di Robin Hood. Eppure, da decenni non si fa che parlare di deforestazione in ogni parte del globo.

Nel 1973 si tenne a Chamonix un Convegno in cui si denunciò “l’inarrestabile avanzata dei ghiacciai”; oggi invece ci si preoccupa perché questi ultimi si sciolgono e minacciano di sommergerci a breve. Il turismo balneare dovrà spostarsi velocemente verso nord poiché il sud si desertificherà in pochi anni. E’ bene ricordare che nel 1300 in Groenlandia (il cui nome infatti significa “terra verde”) non esistevano ghiacciai bensì prati; c’era dunque più caldo di adesso, solo che in quell’epoca ci fu l’inizio della cosiddetta “piccola era glaciale” (uno dei normali cicli che conosce la Terra; e ce ne sono di svariate lunghezze, alcuni solo di pochi secoli, altri di migliaia, e altri ancora di milioni d’anni).

Le multinazionali pagano gli scienziati affinché nascondano i pericoli di gravi dissesti ambientali che corriamo a causa delle loro produzioni tecnologicamente avanzate. Verissimo, incontestabile. Perché non ricordiamo quale affare gigantesco sia diventata l’ecologia, la macrobiotica, ecc.? Quanti scienziati catastrofisti sono pagati da autentiche multinazionali del business ambientalistico? Sarebbe ora di smetterla di farci menare per il naso dalle querelles di questi “signori” e di pensare invece ai problemi gravissimi delle nostre strutture e rapporti sociali, della configurazione geopolitica mondiale con l’ancora netta preminenza dell’imperialismo USA, che provoca devastazioni (anche ambientali, ma ancor più sociali e culturali) di una gravità senza pari rispetto a tutta la storia passata.

Non ci salveremo certo seguendo questi imbonitori di scienziati pro o contro l’avanzamento tecnico-scientifico, bensì riprendendo con vigore la teoria e la prassi della lotta anticapitalistica; e la scienza e la tecnica vanno utilizzate – senza le esasperazioni e assurdità antiscientifiche del famoso “lyssenkismo” – in tale tipo di lotta, non per terrorizzare “le genti” e deviare la loro attenzione dalla necessità di contrastare e indebolire la potenza americana. Perché l’ambientalismo a questo serve oggi: a far dimenticare la necessità dell’antagonismo anticapitalistico e antimperialistico, che non potrà certo conseguire successi “a mani nude” o con ecologiche coltivazioni di “frutta e verdura” incontaminate (una menzogna colossale di chi fa soldi a palate con produzioni più scadenti vendute a prezzi da “pietre preziose”). Basta con questi mentitori e affaristi. Sarà stato ingenuo, un tempo, parlare troppo semplicemente di “lotta di classe”; ma è cialtronesco (e, peggio ancora, mascalzonesco) puntare sulla lotta in difesa della Natura; il conflitto per la trasformazione dei rapporti sociali, e degli assetti geopolitici globali, è molto più decisivo per la salvezza collettiva.

 

8 dicembre    

UN POVERO PAESE (di G. La Grassa)

Il nostro è proprio un “povero paese” (non “un paese povero”) come diceva De Gaulle. Ricordo i “raffinati progressisti” che si vergognavano di “essere rappresentati” da Berlusconi. Io sono invece desolato per essere italiano come questa schiera di mentecatti e irresponsabili che hanno votato fior di personaggi (a partire da Prodi) di cui non c’è solo da arrossire, ma da preoccuparsi fortemente perché sono dei tipacci poco raccomandabili (e non semplicemente in quanto “ladri”; magari fossero soltanto questo, punto e basta). Leggo oggi – e mi auguro che la notizia sia mal riportata, ma temo di no – che l’ineffabile sindaco di Bologna, in lotta con gli orchestrali, ha ordinato che venga eseguita comunque la “Bohème” con il solo pianoforte. Se lo fanno, si tratterebbe di un ottimo simbolo dello squallore cavernoso di questo “pauvre pays” (simbolo forse persino migliore dei personaggi interpretati da Alberto Sordi). Per completare la simbologia, suggerirei al (o alla) pianista di presentarsi in mutande, con ben preciso “messaggio”. Comunque, per oggi, voltiamola in ridere. Questi sono proprio dei clown; pur se ammetto che mi divertivano di più quelli dei vecchi circhi del “periodo postguerra” (penso a Fiacca e Bagonghi del circo “Zoppé e Zamperla”; un circo povero, da Italietta, ma nessun paragone con quello odierno dei buffoni di sinistra; quello suscitava pena e tenerezza, questo solo disgusto e voglia di…..).

 MUNNU ERA I MUNNU E’

 

Vorremmo glissare sulle ultime vicende della mala sanità in Italia (il riferimento è, ovviamente, al dossier dell’Espresso sull’ospedale Umberto I di Roma), ennesimo sintomo (che si accompagna ad innumerevoli altri sintomi) che svela la disastrosa situazione nella quale sprofonda il nostro paese (una lenta ma costante decadenza). L’aumento delle tariffe di tanti servizi pubblici essenziali, dai tickets di pronto soccorso al trasporto by train (sorvolando persino sul fatto che il nostro paese è incapace di mantenere una compagnia aerea di bandiera), per arrivare all’aumento delle imposte sia dirette che indirette, evidenzia qual è la cura che i nostri governanti hanno scelto per noi: il famigerato salasso.

Per quanto lor signori al governo si ostinino a mantenere la prognosi riservata (a chi conviene preannunciare che il decorso della malattia potrebbe essere lungo e non risolutivo? E giù, allora, con i ghirigori sulla crescita del PIL, con un balletto di numeri che ubriaca e stordisce chi già ci capisce poco di economia), la conclamazione della malattia rende difficile nascondere la gravità della situazione. Ma niente paura, i nostri governanti hanno già individuato una cura miracolosa che è tale solo negli astrusi termini tecnici che utilizzano per ingannare la gente. E’ una cura politicamente corretta (nel senso che segue pedissequamente le leggi immutabili dell’economia) contro la quale nessuno si azzarda a dissentire ma, a conti fatti, ha la stessa efficacia che aveva il drenaggio di sangue dalle vene contro la peste. Infatti, insieme alla malattia si debellerà anche il paziente.

Con ciò, se pur i nostri governanti abbiano avuto qualche ragione sulla situazione dei conti in Italia, vorremmo aiutarli nella ricerca dei responsabili di tanti sfaceli, legati alla cattiva gestione del sistema-paese da qualche "annetto" a questa parte. Chi ha diretto l’Italia in questi ultimi 16 anni?

Da quando è iniziato l’attacco nei confronti delle politiche della spesa pubblica finanziata col deficit, in virtù di un mutamento palingenetico della situazione internazionale (le politiche keynesiane, tanto amate da certa sinistra che oggi cerca di riproporle in una nuova salsa dottrinale, sono state abbandonate proprio in virtù del mutare di questi equilibri), ed in ossequio alla nuova ideologia ultraliberale trionfante dopo la fine del bipolarismo USA-URSS (anche quest’ultima da considerarsi un cavallo di troia ideologico che ha avuto la funzione di scardinare le precedenti convinzioni sul deficit spending ormai fuori moda, e che oggi si fa promotrice delle balle sull’autoregolamentazione dei mercati, tanto di moda), non si è fatto altro che fingere di trasferire l’efficientismo produttivistico del privato alle strutture dello Stato, il vocabolario burocratico si è così arricchito di termini manageriali che hanno dato una bella riverniciata al palazzo senza intaccarne le strutture portanti. Verga avrebbe detto: “Munnu era i munnu è” (Mondo era e mondo è).

Le Cassandre del governo, appena arrivate al potere, hanno così riscaldato la solita "minestrina" del deficit causato dal precedente governo ed hanno invocato l’attuazione di una politica “bi-fasica” secondo due priorità impellenti: “Prima rimettiamo tutto a posto perchè i conti dello Stato lasciatici in eredità sono dissestati, poi potremo dare il via allo sviluppo di questo bel paese”. Nel frattempo saranno passati altri 5 anni, si riproporrà la staffetta tra destra e sinistra e quelli che verranno dopo continueranno a ripetere la stessa solfa.

Infatti, il Papa dei tecnici al governo, l’illustre Padoa-Schioppa, alla prima audizione in Parlamento di fronte alle Commissioni di Camera e Senato, a giugno, aveva detto: “la situazione dei conti pubblici è peggiore di quella del 1992, avanzo primario e rapporto deficit/pil erano meno pessimi allora di oggi”. Come come? Adesso non so precisamente quante manovre e manovrine correttive sono state fatte dal ’92 in poi e tutte col medesimo obiettivo di ridurre il debito pubblico. Da allora, nonostante l’indefesso lavoro di questa mirabile classe dirigente, la situazione è "solo" peggiorata? A questo punto chiediamo di applicare anche nei loro confronti i criteri di produttività e meritocrazia che oggi Bersani invoca per i pubblici dipendenti. Siete stati incapaci di raggiungere gli obiettivi prefissati? Allora dovete tornarvene a casa! Perché si sappia che dal 92’ ad oggi, con qualche inframezzo di governo tecnico (comunque sostenuto da tutti i partiti di questa fantomatica quanto millantata Seconda Repubblica) le facce al potere sono state sempre le stesse. La staffetta tra i poli in questi anni, il gioco degli specchi lagrassiano, rende tutti correi e nella stessa misura.

Ma andiamo avanti con le Cassandre. Cassandra Prodi: “I conti pubblici peggiorano e sono in una situazione di gravità peggiore che nel ’96, sapremo agire repentinamente sui conti ma sullo sviluppo gli strumenti d’intervento sono meno certi”. Cassandra Visco (detto anche Fisco Facile): “Il deficit è al 4,5% e non al 3,8% come ha annunciato il precedente governo di centro-destra”. Cassandra Mastella: “I conti dello Stato sono in caduta libera”. Cassandra Letta (Enrico): “Il FMI ci indica conti disastrosi”. E via via con le altre cassandre: cassandra-diliberto, cassandra-pecoraroscanio, cassandra-migliore ecc. ecc. (Tutti rigorosamente con la lettera minuscola perchè minuscoli sono).

Con la Finanziaria da poco approvata il Governo rassicura comunque che la situazione migliorerà, lo sostiene Almunia, lo dicono le agenzie di rating, lo dice persino l’ISTAT che prevede una “magnifica” crescita per il 2007 intorno al 1,3%. Anche qui ci sarebbe però qualcosa da obiettare, nel 2006 il PIL è cresciuto del 1,7% per cui, rispetto a questo dato, nel 2007 saremo comunque in un rapporto relativo di arretramento. In questa congiuntura internazionale molto difficile, dove persino nel paese centrale c’è stagnazione, si deve correre forsennatamente già solo per restare in surplace. Una crescita del 1,3% non è una vera crescita e il dato va ancora paragonato a quello degli altri paesi. Nel 2007 la Cina crescerà del 9,4%, la Russia del 6,5%, la Gran Bretagna del 2,4%, la Francia del 2%, la Germania del 1,5%. Inoltre, dobbiamo considerare il fatto che in questi paesi i dati non vengono così spudoratamente taroccati come nel nostro. A voler essere sinceri, e a ben interpretare lo spirito italiano dei tempi, la nostra crescita (per usare un eufemismo) sarà già tanto se si assesterà sullo 0,7%. Ma si può considerare sviluppo questa miseria? Il poco cattivo maestro Toni Negri diceva che il nostro potere sociale ce lo portiamo nella tasca, e quelle degli italiani appaiono sempre più vuote e consunte dalla ricerca di spiccioli.

Ovviamente, non tutto è fermo in Italia, la grande finanza (GF) si muove bene, soprattutto quella direttamente collegata a Romano Prodi. Peccato che la finanza nostrana è a sua volta legata a doppio filo a quella americana. Quest’ultima tratta l’Italia come un laboratorio politico ed un avamposto per controllare le faccende europee. Credo che su questo argomento, meglio di me, saprà dire certamente La Grassa che sta lavorando sui retroscena della fusione Arcelor-Mittel, con il coinvolgimento della finanza americana e di qualche losco personaggio italiano.

Comunque, tra queste Merchant bank c’è soprattutto la Goldman Sachs la quale, come svela un articolo dell’Espresso di Paolo Pontoniere, ha piazzato i suoi uomini in tutti i posti strategici delle maggiori istituzioni italiane, per tentare un gran colpo sull’emissione del nostro debito pubblico (oggi per lo più in mano ad italiani). Si tratta di 200 mld di euro, circa ¼ del totale europeo. Da qui potrebbe passare una maggiore perdita d’indipendenza nazionale perché chi ti controlla il debito può più facilmente influenzare anche le tue scelte politiche.

Mi sembra giusto ricorrere anche alla poesia per illustrare la pochezza dell’epoca in cui viviamo, ma che non è certo l’unica né sarà l’ultima. In fondo, il capitalismo ha connotati “sempreverdi” e sempre verminosi.

Quello americano è il peggiore tra gli imperialismi del mondo e di tutti i tempi; proprio per questo, negli USA si trovano anche coloro che meglio colgono, sia pure in senso morale, le caratteristiche negative dell’attuale società. Propongo, tanto per cambiare, una bella poesia dalla “Antologia di Spoon River” di Masters (scritta intorno al 1915; eppure i suoi versi sono molto attuali). Gianfranco La Grassa, 01.05.07

 

“Voi credete che le odi e i sermoni,

e lo squillo delle campane

e il sangue dei vecchi e dei giovani

martirizzati per la verità che vedevano

con occhi resi lucenti dalla fede in Dio,

abbiano compiuto le grandi riforme del mondo?

Credete che l’Inno di Guerra della Repubblica

si sarebbe udito se lo schiavo

avesse servito al dominio del dollaro,

a dispetto della mondatrice Whiney[1],

e il vapore e i laminatoi e il ferro

e i telegrafi e il libero lavoro bianco?

Credete che Daisy Fraser[2] sarebbe stata cacciata e sfrattata

se la fabbrica di scatolame non avesse avuto bisogno

della sua casetta e del suo podere?

O credete che la stanza da gioco

di Johnnie Taylor e il bar di Burchard

sarebbero stati chiusi se il denaro perduto

e speso per la birra non fosse andato a finire,

chiudendoli, a Thomas Rhodes,[3]

a un maggiore smercio di scarpe e coperte,

e mantelli per i bimbi e culle di quercia?

Ecco, una verità morale è un dente vuoto

che va otturato con l’oro.”

 

1 Macchina per mondare il cotone e che, dopo la guerra civile, sostituì gli schiavi impiegati negli Stati del Sud.

2 Uno dei personaggi di “Spoon River”; una povera donna che “faceva la vita” e passava per la strada “tra ammicchi e sorrisi”; ma che si era messo così da parte un piccolo gruzzolo ed acquistato un podere con casa.

3 Tutti personaggi di questa modesta cittadina americana, che riflette nel suo minimo Universo tutte le caratteristiche del capitalismo: “libera” concorrenza (legata alla corruzione dei poteri), centralizzazione dei capitali con espropriazione dei piccoli produttori di merci. Thomas Rhodes è appunto il “riccone” del luogo che dominava la situazione.

ONORE AL DITTATORE CHE MUORE (e disdoro per le menzogne dei nostri governanti) di G. La Grassa

Due parole sull’esecuzione di Saddam, uno degli avvenimenti più disgustosi degli ultimi tempi. Vorrei tuttavia esimermi da troppi commenti. Al di là di ogni giudizio, è ovvio che è morto un uomo, e non un quaquaraqua od ominicchio (secondo la ben nota distinzione sciasciana degli esseri umani) come quelli che siamo abituati a vedere tutti i giorni sullo schermo televisivo in questo povero nostro Occidente, che si dà tante arie di civiltà. Mi consento di citare, a mo’ di epitaffio, non giornali come “Il Manifesto” o “Liberazione” o altri del genere, ma nientepopodimeno che l’editoriale del “Giornale”: “Non so voi che leggete. Io sono stato molto impressionato dalla dignità e dal coraggio di Saddam Hussein mentre gli veniva calata sul collo la corda fatale”. Fra i commenti da citare in negativo, per la loro rozzezza e infamia, il premio va ai leghisti (ignoranti bestioni come al loro solito) e, per una sola incollatura, a Fiamma Nirenstein e Sgarbi.

Quel che si è visto perché ripreso di nascosto dal famoso cellulare non fa che ribadire il giudizio sul coraggio dell’uomo e sulla lucidità mantenuta sino alla fine. Si era tentato di accreditare che Saddam avesse lasciato un semplice messaggio finale di “messa in guardia nei confronti dell’Iran” (sembrava quasi un ultimo servigio reso agli americani dopo quelli degli anni ’80), mentre invece egli maledice energicamente i traditori iracheni (certo soprattutto sciiti) e proprio gli USA.

E’ difficile comprendere la razionalità di una simile esecuzione che non sembra affatto politicamente “intelligente”; tuttavia, a mio avviso, una razionalità esiste: rinfocolare l’odio tra le due parti del popolo iracheno. Visto che il paese è ormai ingovernabile e gli americani ci rimettono solo ingenti risorse e le vite dei loro soldati, l’unica mossa da tentare è quella di creare un solco profondo, una ferita difficile da rimarginare, tra sunniti e sciiti; la solita “tecnica” ben nota, che non serve a stabilire alcuna reale egemonia ma a creare comunque debolezza e caos nel fronte avverso. Si tratta di “tecnica” che tuttavia può anche rivelarsi un boomerang; e speriamo che in questo caso sia così, pur se non immediatamente.

Ricordo ancora che Saddam è stato tenuto in carcere sotto sorveglianza di truppe americane, tanto poco ci si fidava di lasciarlo in custodia a coloro che dovevano impiccarlo. Ci vuol tanto a capire chi è il vero mandante del processo e del resto? Sono gli stessi che ci hanno comandato di aggredire la Jugoslavia, di accompagnarli in Irak, di restare in Afghanistan, di inviare truppe in Libano, ecc. (magari, fra un po’, ci imporranno di “aiutarli” anche in Somalia).

Non ritengo vergognosi soltanto quelli che hanno espresso bestiale approvazione per l’esecuzione di Saddam, ma anche quelli che si scandalizzano della pena di morte “in sé”, e approfittano del fatto “increscioso” per fare bella figura – presso tutti i cretini e buonisti “di sinistra” – presentando all’ONU richiesta di moratoria circa tale pena. Il problema di fondo non è quest’ultima, ma il fatto che i vincitori – assassini massacratori di milioni di persone dalla seconda guerra mondiale (inclusa) in poi; senza dimenticare che quella nazione è nata da un genocidio, fatto passare per eroica epopea e, da allora, non ha fatto altro che promuovere guerre e sanguinose imprese coloniali – si permettano di mandare a morte i vinti, che magari hanno commesso eccidi del tutto inferiori e assai più “localizzati” (e legati spesso a guerre civili, insurrezioni, ecc. dove è spesso assai difficile giudicare i torti e le ragioni; e comunque, Saddam che aggrediva l’Iran per conto degli USA era nel “giusto”?).

Fino ad epoca storicamente recente, il vincitore magari ammazzava il vinto, ma senza tanta ipocrisia e finzione di processi “legali”. Oggi, questi dominanti imperiali sono veramente il Male Assoluto, e i loro servitori europei sono per certi versi ancora più disgustosi perché ipocriti. Cercano di salvarsi l’anima, condannando la pena di morte, ma dimostrano così di essere solo vili, infami, omuncoli. Non hanno nemmeno il coraggio di perseguire a viso aperto il Male; semplicemente lo servono, strisciando e cercando di lavarsi le mani, che restano tuttavia sporche di sangue tanto quanto quelle dei loro padroni americani.

Ultima notazione: disgusto e disprezzo per quegli ipocriti che inorridivano di fronte alle “selvagge” esecuzioni di Al Qaeda (con sgozzamento, che ammazza in pochi secondi); mentre è evidentemente assai civile l’impiccagione, con il “pietoso accorgimento” (parole di telegiornale; e mi sembra si trattasse del “sinistro” TG3) del foulard attorno alla gola per non procurare troppo male e non provocare escoriazioni. Che sentimenti delicati!   

 

Si è scoperto che i conti pubblici italiani non sono affatto così disastrati come schiamazzava il centrosinistra andato al Governo e che, fin dall’inizio, aveva evidentemente in mente di far approvare una finanziaria pesantissima, composta in prevalenza di entrate (fiscali) e di poca riduzione di spesa pubblica, che per la più gran parte non serve a fornire servizi ai cittadini bensì a mantenere un pletorico personale, assunto (e che fa carriera) in base a criteri largamente clientelari e politici.

I conti pubblici vanno assai meglio di quanto “urlato” ai quattro venti, ma perché c’è stato un non previsto surplus di entrate (come al solito). Ridicolmente, il centrosinistra – che ha s-governato per poco più di metà del 2006 – pretende di avere il merito di questo “sorprendente” risultato (in realtà, lo si sapeva già da tempo, ma tutto era lasciato nella confusione per poter approvare la finanziaria). Difficile dire se il merito spetti al precedente Governo (ne ho molti dubbi), ma sicuramente non spetta a chi è in sella da così poco tempo. Inoltre, fa specie vedere destra e sinistra che fanno a gara per vantarsi di avere aumentato le entrate; e, ancor più, di avere migliorato “i conti”, disinteressandosi completamente dei veri problemi di una economia che si pretenderebbe fosse competitiva “sul piano globale”. Tante chiacchiere a vanvera, mentre l’attenzione è tutta concentrata sul solito Debito pubblico, il rapporto deficit/Pil, ecc., come vogliono i “contabili mondiali” (dal FMI alle autorità monetarie europee alle nefaste società di rating, ecc.). Buffoni e cialtroni della più bell’acqua!

Ancora una volta, la “sinistra” dimostra la sua stoffa intessuta di arroganza e incompetenza, tentando di far dimenticare il centro della questione: non c’era bisogno di una finanziaria così consistente. Erano necessari – pur inseguendo i “grilli” di questi signori relativi ai puri conti – si e no 10-15 miliardi di euro, non i 40 che ci hanno tolto. Tuttavia, non di sola incapacità si tratta; il Governo mentiva perché aveva bisogno di quei soldi per la complessa tramatura fatta di corruzione clientelare e di occupazione di ogni posto di potere, di sistemazione del proprio personale politico e intellettuale, di finanziamento di alcuni “grandi” imprenditori (tipo Montezemolo) affinché recitino la “giusta” (per la sinistra) parte in commedia, per aiutare i propri mandanti (tipo quelli del gruppo Intesa-San Paolo) a compiere – in accordo con, e sotto la direzione di, settori decisivi della grande finanza americana e dei suoi uomini nel sistema bancario e politico italiano – una complessa serie di concentrazioni finanziarie, atte a consolidare il proprio potere implicante il crescente asservimento italiano (utile anche al fine di mantenere quello europeo).

 

Il soporifero discorso di fine d’anno del presdelarep non è stato molto diverso da quello dei predecessori; semmai diciamo che siamo in progressivo peggioramento, come in ogni altra manifestazione della vita politica di questo disgraziato paese. Interessante comunque la reazione di destra e sinistra, che ci hanno mostrato ancora una volta il loro vero intento truffaldino. Si fanno quasi sempre l’un l’altra la faccia feroce, poi cambiano registro e si dimostrano “preoccupate” di non lacerare il tessuto della subordinazione del popolo alle loro trame, e a quelle dei loro mandanti economico-finanziari (interni ed esteri). Ogni loro azione è guidata dalla necessità di meglio imbrogliare le carte e di truccare i giochi. Adesso, sulla scia del discorso presidenziale, sembra venuto il periodo della “collaborazione”. Difficile che duri molto perché, come indicato da un odioso giornalista a nome Scalfari (che sostiene quanto i potenti gli “suggeriscono” di rivelare per preparare l’opinione pubblica), vi è bisogno di una vaselinosa dittatura alla democristiana (e Prodi che cos’è?), quella più confacente ai settori finanziari già sopra nominati.

La “povera” destra si illude; resterà a lungo fuori del potere sostanziale, perché il suo elettorato principale è proprio quello che la dittatura in questione ha oggi bisogno di bastonare per primo; gli altri – i lavoratori dipendenti – saranno tenuti sotto “la spada di Damocle” delle pensioni ecc., che non verranno al momento mutate; prima occorre rinsaldare la “morbida” dittatura di cui sopra. Intanto, però, gradualmente peggiorano comparti essenziali del sistema sociale; basta considerare l’aumento dei ticket sanitari e l’odioso balzello per il pronto soccorso, a puro arbitrio dei medici, giacché chi si sente male – salvo che non abbia un’unghia incarnata o qualche quisquilia del genere – non è in grado di valutare da che cosa dipende quel malessere per cui deve ricorrere alla suddetta prestazione.

L’unica speranza è che, in tempi medi (e sono già lunghi!), la popolazione manifesti una totale disaffezione per gli attuali schieramenti politici. Sia però chiara una cosa: questi “topi nel formaggio” non se ne andranno in punta di piedi, sommessamente, “gentilmente”. Occorre uno “scossone” di quelli “storici”, una sorta di violento terremoto sociale con “ondata anomala” in grado di sommergere tutti gli apparati dell’attuale politica (e del putrefatto ambiente culturale e massmediatico). Questo l’augurio più sentito per questo 2007; che sia un anno di avvicinamento alla resa dei conti finale, una sorta di O.K. Corral.

 

3 gennaio

 

PS Penso di dedicare i prossimi giorni al tentativo (non so se riuscirà) di ricostruire il complesso, e ultracontorto, affaire Arcelor-Mittal; non per il fatto in sé ma per gli insegnamenti che può dare circa l’attuale fase storica del capitalismo.     

GIUSTIZIA COMPARATA (di A. Berlendis)

1. Saddam Hussein è stato `condannato´ a morte tramite impiccagione per aver ordinato nel 1982, l´uccisione di 148 sciiti del villaggio di Dujail, a seguito di un attentato alla sua persona.

2. E´ legittimo compararlo a come si comportò la giustizia USA in uno dei (tanti) casi cui è possibile riferirsi . Scriveva Seymour Hersh in `My Lai Vietnam´ riedito dalla Piemme nel 2005 :`Vietnam del Sud, 16 marzo 1968.
Per la compagnia Charlie dell´esercito USA avrebbe dovuto essere una normale operazione militare, ma quattro ore dopo è ormai diventata una carneficina di civili inermi (347 vittime).
Lungo le strade del piccolo villaggio di My Lai, centinaia di corpi di uomini, donne e bambini giacciono senza vita.
Sono stati trucidati dagli uomini del capitano Ernest Medina. A sangue freddo.´
`Sono passati 36 anni dal massacro di My Lai . La giuria della corte marziale istituita contro il tenente Calley si riunì in camera di consiglio il 16 marzo 1971, a tre anni esatti di distanza dalla carneficina dei civili vietnamiti.Dopo un acceso dibattito durato due settimane, il consesso riconobbe Calley colpevole per l´omicidio di 22 civili vietnamiti e lo condannò ai lavori forzati a vita. Successivamente, a seguito della revisione del processo, la condanna dell´ex ufficiale della compagnia Charlie fu ridotta a 20 anni
e quindi a 10 anni. Il 19 novembre 1974, l´ex ufficiale della compagnia Charlie fu liberato dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari : oggi Calley è il proprietario di una gioielleria a Fort Benning in Georgia. Le accuse di omicidio premeditato e di comando di azione illegale mosse contro il suo superiore, il capitano Medina , attualmente vicepresidente di una fabbrica di elicotteri, furono derubricate a quelle di omicidio colposo involontario per non aver esercitato il controllo necessario sui suoi uomini.
La giuria non si convinse che il capitano fosse a conoscenza di quanto stessero facendo i suoi soldati e lo assolse."

3. E´ legittimo compararlo a come si comportò il Tribunale di Norimberga. A conclusione del suo ultimo libro, uscito nel maggio 2006 `La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad´ Laterza, Danilo Zolo ha scritto queste parole : "Il processo di Norimberga ha stravolto l´idea di giustizia internazionale, annullandone ogni distinzione rispetto alla politica e alla guerra. E´ stato una resa dei conti, il regolamento delle pendenze, la vendetta dei vincitori sui vinti .
E´ stata una parodia della giustizia con una letale valenza simbolica. Essere sconfitti e uccisi in guerra è cosa normale, a volte persino onorevole. Ma essere giustiziati dopo essere stati sottoposti alla giurisdizione del nemico è una sconfitta irreparabile, è la degradazione estrema della propria dignità e identità.

Gli Stati Uniti hanno allestito un processo contro Saddam Hussein che riproduce e radicalizza la logica della stigmatizzazione e della vendetta retributiva che ha dominato il processo di Norimberga. L´anomia giuridica e il vuoto di potere legittimo provocati dalla guerra di aggressione sono tali che il processo contro l´ex dittatore iracheno si riduce a una teatralizzazione propagandistica della giustizia con il solo scopo di coprire i misfatti dei vincitori, di disumanizzare l´immagine del nemico e di legittimare nei suoi confronti, in quanto nemico dell´umanità, comportamenti ostili sino all´estrema disumanità." Pg167

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