Pubblichiamo tre articoli (due di Gianfranco La Grassa ed uno di Mauro Tozzato) e con ciò ci rivediamo nel 2007. Grazie e buon anno a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di seguirci fin qui. Infine, il nostro pensiero va a tutti quei compagni che sono oggi ingiustamente reclusi nelle galere di Stato o che subiscono continui processi a causa della loro passione rivoluzionaria. Per tutti loro un abbraccio caloroso e la dedica di una poesia, quella di Sante Notarnicola, mio fiero conterraneo.

Galera (di S. Notarnicola)

Là, dov’era più umido

fecero un fosso enorme

e nella roccia scavarono

nicchie e le sbarrarono

alzarono poi garitte e torrioni

e ci misero dei soldati, a guardia

ci fecero indossare la casacca

e ci chiamarono delinquenti

infine

vollero sbarrare il cielo

Non ci riuscirono del tutto

Altissimi

Guardiamo i gabbiani che volano.

UN QUADRO INTERNAZIONALE NON PIACEVOLE (di G. La Grassa)

Come un giocatore a poker in difficoltà, avendo assommato perdite di una certa entità, rilancia con una posta più alta, così gli USA stanno accentuando ulteriormente il lato aggressivo della loro politica con manovre certamente assai pericolose. C’è stato l’improvviso incontro tra Olmert e Abu Mazen; dal TG1 al “Giornale”, quasi tutti hanno visto dietro l’incontro pressioni americane con un ben preciso piano “in testa”. Si è spinto il leader moderato palestinese sulla via di un più veloce tradimento del suo popolo, sperando nella stanchezza di quest’ultimo di fronte ad una guerra lunga, e che non vede via di uscita – non solo onorevole, ma proprio politica a meno che non si voglia semplicemente rinunciare a chiedere il ritiro israeliano dai territori occupati – se non nella sua prosecuzione a tempo indeterminato, che costa ovviamente molto in termini di vite umane, e non solo. Si è stabilito chiaramente un patto di ferro tra Israele e moderati palestinesi smascherando, oltre ogni possibile dubbio, il fatto che Abu Mazen non è null’altro che un possibile Quisling.

Per facilitargli i compiti, si è promessa la liberazione di un certo numero di prigionieri palestinesi in cambio di quella del soldato israeliano ancora detenuto. Si è promesso di sbloccare i fondi che erano di pertinenza del Governo palestinese in quanto gettito di imposte; certamente tali fondi non andranno a chi ne avrebbe diritto perché sia gli USA che Israele proibiscono un qualsiasi finanziamento ad Hamas. Si è infine deciso di appoggiare fino in fondo la mossa del “traditore” tesa a convocare elezioni anticipate, promettendo fiumi di finanziamenti a tal fine, nonché per rafforzare le milizie dei “moderati”. Questa pressione su Abu Mazen, affinché acceleri i tempi delle sue manovre da “venduto”, è pericolosa, ma è appunto la mossa del giocatore di poker in difficoltà.

Nel contempo, l’ONU, con la complicità dell’intera Europa (nemmeno i francesi si sono distinti in simile frangente), ha approvato le sanzioni contro l’Iran. La Russia è riuscita ad annacquare un po’ la mozione votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza – ed infatti, immediatamente, USA e Israele hanno dichiarato che si tratta solo di un primo passo poiché occorrono “misure più persuasive” – ma ha comunque dovuto “abbozzare”, e così pure la Cina; la qual cosa dimostra l’ancor notevole debolezza di questi “imperialismi” nascenti e per il momento, come ho già scritto sul blog, del tutto “adolescenti”. Tali paesi debbono stare ben attenti perché la fase di passaggio che stanno attraversando è molto delicata e incerta (e la decisione di approvare le sanzioni contro l’Iran ne è una dimostrazione). Si è scatenata in questi giorni l’offensiva etiope, sostenuta chiaramente dagli USA, contro le “Corti islamiche” in Somalia, che sembra aver ottenuto successo (non sono in grado di fare previsioni per il futuro; i tempi non saranno brevi, comunque vadano le cose, malgrado al momento le forze islamiche siano in precipitosa ritirata). Infine, anche la decisione di procedere all’esecuzione di Saddam (che non favorirà comunque l’azione statunitense in Irak) è un ulteriore segnale nella stessa direzione, quella del “gioco al rialzo”.

 

Un certo numero di persone (e di forze politiche) si è illuso che fin da subito l’amministrazione americana iniziasse a ripensare le sue scelte, dato che gli stessi generali del Pentagono mostrano contrarietà alla richiesta di Bush relativa all’invio di altri 120-130.000 soldati nel teatro di guerra iracheno. E’ in realtà molto probabile che gli ambienti militari rifiutino una strategia basata sulla concentrazione dello sforzo bellico in Irak, dove l’azione americana è compromessa; non tanto perché si possa pensare alla prossima vittoria delle forze contrarie all’occupazione quanto per la comunque evidente ingovernabilità del paese. Se si deve proseguire nella strategia di “attacco”, perseguita nell’ultimo quindicennio dagli USA (sia sotto l’amministrazione repubblicana che sotto quella democratica), bisogna allargare il terreno dello scontro, tenuto conto che anche in Afghanistan (con precisi riflessi e propaggini in Pakistan) gli equilibri non appaiono per nulla favorevoli agli interessi “occidentali” (leggi statunitensi, data l’ormai impressionante debolezza dell’Europa, sempre più succube dell’Alleanza Atlantica); ed infatti l’aggressione americana (e israeliana), condotta non soltanto sul piano militare ma anche tramite varie iniziative di forte pressione, viene ormai allargata alla Palestina, all’Iran e alla Siria, al Libano, ecc.

Malgrado certi successi momentanei (non so se reali o più che altro “di facciata”), resto convinto che questa “mossa da poker” non si risolverà in senso troppo favorevole agli Stati Uniti (e a Israele), che dovranno sostenere costi abbastanza pesanti già nel breve periodo e andranno incontro a probabili insuccessi nel medio. Credo che sia iniziato, e si accentuerà, un periodo di revisione della strategia statunitense, che comunque – sia chiaro – sarà sempre caratterizzata da una costante vocazione egemonica o comunque dalla volontà, se non proprio di dominare globalmente (ciò si sta rivelando impossibile), di restare quanto meno la principale potenza economica e militare per molti decenni a venire. Questa, almeno, è l’intenzione; quanto alla sua realizzazione, si vedrà in futuro, però nel lungo periodo. In ogni caso, l’attuale accentuazione della politica imperialistica degli Stati Uniti (con al seguito Israele) provocherà gravi tensioni nei prossimi anni e si rivelerà assai pericolosa per tutti.

 

Di fronte a questa politica di arroganza e prepotenza – non fine a se stessa ovviamente, ma guidata da precisi interessi economici e geopolitici – l’Europa brilla per il suo servilismo sostanziale, per l’incapacità di salvaguardare gli interessi delle sue popolazioni; sono prevalentemente le grandi concentrazioni finanziarie – in varia guisa intrecciate con quelle americane – e le grandi imprese industriali prive di vera strategia competitiva ad avvantaggiarsi di questa passiva dipendenza. Al momento non si nota alcuna reale capacità di realizzare politiche che siano di aiuto all’avanzamento del cosiddetto sistema-paese; nemmeno restando sul terreno del più tradizionale sviluppo capitalistico, quello della società che ho genericamente denominata “formazione sociale dei funzionari del capitale”. L’Italia è il paese più segnato dalle tipiche caratteristiche della subordinazione europea agli Stati Uniti; è il paese in cui la GFeID (grande finanza e industria decotta) agisce in più scoperta combutta con i centri del potere finanziario-politico del paese predominante, a totale detrimento degli interessi della popolazione (in particolare dell’intero corpo lavorativo, sia “autonomo” che dipendente).

La destra è scoperta (e rozza) nel suo incondizionato appoggio alle peggiori, e più aggressive, mosse dei centri di potere americo-israeliani. Tuttavia, il centrosinistra – con tutte le varie sfumature consentite dalla commedia inscenata dalle sue correnti “moderate” e “radicali” –  manovra in piena consonanza con l’imperialismo (egemonismo) americano, solo sperando che prevalgano alla fine le correnti in qualche modo meno violente, quelle che sappiano impiegare le “giuste” dosi di “bastone e carota”. E’ del tutto sintomatico che il Ministro degli Esteri (già Premier del Governo di aggressione alla Jugoslavia al seguito degli USA nel periodo di presidenza democratica), dopo aver venduto fumo con dichiarazioni di blanda (e arzigogolata) critica ad Israele, appoggi pienamente la politica del rinnegato Abu Mazen; e non abbia avuto nulla da ridire sui contenuti della mozione che gli USA volevano approvata dall’ONU contro l’Iran (lo ripeto: solo le manovre russe hanno avuto l’effetto di edulcorarla in qualche misura). Anche in politica estera, insomma, si svolge l’indecoroso e lurido gioco delle parti: tra destra e sinistra e, all’interno di quest’ultima, tra “riformisti” ed “estremisti”. Una autentica, e senza dubbio variopinta, massa di mentitori e mestatori; da una parte i forsennati fan americo-sionisti, dall’altra gli ipocriti e i giocatori delle “tre carte”, che cercano di rappresentare tutto e il contrario di tutto, in ciò favoriti dai tatticismi (a volte da mascherate connivenze) dei pacifisti, dei movimentisti (e “no-globalisti”), delle varie “anime belle” del multiculturalismo e della solidarietà tra “diversi”, ecc.

Un’autentica catastrofe politica, che ha ormai consegnato la “sinistra” o all’appoggio sostanziale delle grandi concentrazioni di potere americane o all’inutile predicazione di una “non violenta” opposizione alla politica di queste ultime. Risalire la china richiederà ormai chissà quanto tempo, dopo la devastazione compiuta da costoro al fine di opporsi alla nascita di un qualsiasi embrione di resistenza antimperialista, che si sforzi di analizzare in modo adeguato la situazione esistente.

 

Bisogna cercare di essere sufficientemente lucidi e non semplicemente “generosi” e pieni di “buoni intenti” anticapitalistici e antimperialisti (antiegemonici). Oggi come oggi, l’unica speranza di riuscire a indebolire la politica statunitense di potenza predominante – con ciò mettendo in crisi, alla lunga, i suoi zelanti complici; sia quelli più aperti (destra) che quelli più contorti e ingannatori (sinistra) – risiede nel potenziamento di paesi come Russia e Cina. Certamente va considerato positivo il fondamentalismo islamico poiché si pone in netto contrasto con USA e Israele; e così pure vanno appoggiati i movimenti sudamericani che si battono per una più netta indipendenza dal potente vicino. Ritengo però che da soli, né i movimenti esistenti nel mondo arabo né quelli in crescita nel Sud America saranno in grado di conquistare un decisivo successo. Tra l’emergere delle nuove potenze ad est e i suddetti movimenti antistatunitensi non sussiste certo un rapporto di causa ed effetto; tuttavia i due processi sono fra loro intrecciati ed in oggettiva solidarietà. L’importante è afferrare quale fra i due può rivelarsi, nel medio periodo (grosso modo intorno ai vent’anni), il principale fattore della riduzione della sfera egemonica statunitense e del conseguente acutizzarsi delle contraddizioni interdominanti.

Non dobbiamo nutrire illusioni. Russia e Cina sono nuove potenze in avanzata; la loro politica è quella di tutti gli imperialismi nascenti e in fase di rafforzamento, ma tra contraddizioni assai gravi che rendono ancora incerta e non definitiva (non irreversibile) la loro affermazione. Il loro comportamento, in sede geopolitica, è dunque molto contorto e pieno di compromessi con l’avversario che è ancora più forte di loro (come ho sostenuto più volte, non siamo per il momento in un’epoca policentrica). Si tratta di paesi che, per l’essenziale, possono essere considerati in pieno sviluppo capitalistico, pur se con caratteristiche – di accentramento statale, di non completo cedimento all’ideologia neoliberista – differenti da quelle della “formazione sociale dei funzionari del capitale” (la tipica società nata dalla preminenza USA nel campo capitalistico).

Per quanto le forme siano diverse – la “storia non si ripete mai” nelle sue manifestazioni empiriche – si sta creando progressivamente una situazione mondiale che presenterà infine vaghe somiglianze con quella a cavallo tra otto e novecento (l’epoca “classica” dell’imperialismo). Nei paesi a capitalismo più avanzato, il sedicente “movimento operaio” – egemonizzato dai socialdemocratici – fece un colossale flop dando vita al più bieco opportunismo. Piccoli gruppi di comunisti (tipo i bolscevichi) si affermarono nei paesi a struttura capitalistica estremamente debole e quasi embrionale, e continuarono per tutto il novecento a “fare rivoluzioni” e a “vincere” nelle aree a stragrande maggioranza contadine e di tipo pre(o proto)capitalistico. La Storia mi sembra aver decretato con chiarezza la sconfitta di simili “rivoluzioni” che non sono per nulla state comuniste ma, nel migliore dei casi, hanno aperto la strada allo sviluppo, a volte impetuoso (come appunto in Cina), di società “di classe”, con ristretti gruppi di dominanti ed enormi masse di dominati (e quanto dominati!). Vogliamo ripetere la stessa storia? Errare è umano….con quel che segue.

In un certo senso (ma si intenda questo cum grano salis) si deve tornare a Marx: quello delle sue massime opere, non quello delle lettere a Vera Zasulič, per favore! Se il comunismo è possibile, se si deve tentare di incamminarsi lungo quella strada, lo si deve fare dove esso non andrà mai confuso con il generico populismo, con l’appello alle “masse diseredate”, con la generalizzazione (la “messa in comune”) della povertà! Bisognerà però tener ben presente come non si creino, nello sviluppo capitalistico, le oggettive condizioni sociali dell’agognata trasformazione rivoluzionaria; non si va affatto nella direzione di una netta (visibile a tutti) divisione della società in un piccolo gruppo di rentier e in una stragrande maggioranza rappresentata dal “lavoratore collettivo cooperativo” (“dall’ingegnere all’ultimo giornaliero”, per dirla con le parole di Marx), con uno strato di ceto medio del tutto transitorio, minoritario, in grado al massimo di rallentare ma non certo di impedire il processo di rivoluzionamento dei rapporti sociali. E’ principalmente in una società come la nostra – non tanto per il suo alto sviluppo produttivo, quanto per la sua articolata e variegata differenziazione in tanti gruppi sociali, disposti “in orizzontale” come “in verticale” – che deve essere provata la possibilità di costruire il nuovo, se se ne è capaci concretamente, senza mitici svolazzi nell’utopia; e senza affidarsi ad improbabili (e presunti positivi) caratteri antropologici del “genere umano”.

 

 Oggi, dunque, bisogna lavorare, e non sui tempi brevi, per ricreare una difficile condizione di radicale mutamento dei rapporti sociali a partire dall’accettazione dell’inesistenza di dinamiche oggettive che favoriscano tale processo; si deve agire in un mondo in forte travaglio e trasformazione, utilizzando al meglio le contraddizioni che si aprono – ma, come appena considerato, tra mille compromessi – nella complicata lotta per le sfere di influenza combattuta dalla potenza per il momento più forte e predominante (si è tuttora in epoca monocentrica) contro i suoi probabili avversari che, se realizzeranno le loro possibilità di divenire forti competitori degli USA, lo faranno in un contesto sostanzialmente imperialistico. Non ci si illuda su questo; non si tentino scorciatoie pensando alla meravigliosa rivolta degli oppressi che, oltre ad essere improbabile (l’Islam non è certo questa rivolta), farebbe una brutta fine anche nel caso si manifestasse: come quella di Spartaco, delle jacqueries del ‘300, della guerra dei contadini del ‘500 (Müntzer, ecc.), dei comunisti nel ‘900, e via dicendo.

La salvezza per i dominati può nascere dalla disgregazione del potere avversario, conseguente alla lotta senza quartiere tra i dominanti, quando questi si dividono in frazioni di forza quasi eguale, nessuna delle quali intende allora accettare e subire la supremazia di altre. E sarà necessario che sorga una forza capace di approfittare di questa lotta, in grado di analizzare la situazione esistente di fase in fase, adattando le sue tattiche a queste ultime e cogliendo infine “il frutto” quand’è “maturo”. Il movimentismo incosciente di questi tempi, se non è apertamente connivente con i dominanti, si pone comunque sempre in “solidarietà antitetico-polare” con essi. Il fare appello alla mera lotta degli oppressi, degli sfruttati, non produce grandi effetti di cambiamento in una società complessa com’è la nostra a capitalismo avanzato. E se non produce qui qualche risultato, continuare a predicare, come un tempo, “l’accerchiamento delle città a partire dalle campagne” porterà al disastroso epilogo della passata epoca di lotte. E il fallimento sarà altrettanto sicuro qualora si insista nel puntare sulla fantomatica “contraddizione antagonistica principale” – fondata sul conflitto per la distribuzione del valore creato dai lavoratori salariati – alla quale piegare e conformare ogni strategia di combattimento.

C’è ben altro da fare; e, fra quest’altro, esiste la necessità di analizzare e valutare come evolve il multiforme confronto che si svolge nell’ambito della formazione sociale mondiale, con la previsione della progressiva entrata in una fase di nuovo antagonismo policentrico (interimperialistico). I prodromi di quest’ultimo, con la crescita impetuosa delle nuove potenze ad est, è oggi l’elemento che di fatto – qui, si, potremmo usare il termine “oggettivamente” –  sorregge il movimento di rivolta di consistenti quote della popolazione araba e di quella sudamericana (orientate da determinati gruppi dirigenti), in questo momento certamente le più attive nel mettere in difficoltà la potenza dominante centrale. Noi siamo però situati in un’area (Europa e Italia), in cui gruppi economici nell’insieme privi di spinta propria, e forze politiche soltanto mosse da meschini interessi del “giorno per giorno”, giocano in favore della prosecuzione della predominanza USA. Di conseguenza, l’azione di chi vuol “cambiare le cose” è qui particolarmente complicata e richiede la combinazione, e il difficile equilibrio, di elementi di strategia intrinsecamente contraddittorî; quelli che talvolta ho indicato schematicamente come esigenze della potenza ed esigenze della trasformazione. Ne riparleremo spesso e a lungo.

29.12.06

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COME VOLEVASI DIMOSTRARE (di G. La Grassa)

Come avevo scritto nel mio ultimo intervento, è permanente la recita “a soggetto” tra “moderati” ed “estremisti” del centrosinistra. Dopo tutto il battage sulla fase due e le “riforme strutturali”, il Governo ha annunciato che non prevede di aumentare l’età (oggi 57 anni) necessaria per andare in pensione. La destra, che non sa “salmodiare” altrimenti, ha subito strillato che Prodi è sempre prigioniero di Rifondazione e “gli altri”; e che l’ala “riformista” ha perso un’ulteriore battaglia. Adesso, aspettiamoci altri mesi e anni di critiche da parte del FMI, delle società di rating, degli organismi europei, della Confindustria, di Repubblica ed Espresso, e compagnia cantando. L’ala più “moderata” (Udeur, socialisti di Boselli, radicali, ecc.) continueranno a dire che così non si può andare avanti, che ci inimichiamo la comunità europea, ecc.; tutto resterà però come sempre, perché questo è esattamente il modo di governare, “tirando avanti”, del centrosinistra, unito e compatto sulle questioni “decisive” del governo e del sottogoverno, del rubare a man bassa alla gran massa della popolazione e dell’impadronirsi di tutte le “poltrone” decisive nei luoghi di comando. La destra continuerà la sua particolare recita di finta opposizione, di finto appoggio al sedicente “ceto medio”; e i vari suoi tronconi studieranno il modo migliore per ottenere qualche spartizione del bottino, inserendosi in ogni occasione opportuna per sostenere nei fatti – mostrando la “faccia feroce” per la forma – l’attuale schieramento governativo. Direi ai pensionati di star tranquilli; alla fine faranno fatica a “sbarcare il lunario”, ma non per la “riforma delle pensioni”, bensì perché il paese è e sarà alla mercé di questi “topi nel formaggio” per un bel po’ di tempo. Si consolino: staranno sempre peggio, ma non da soli; in lieta compagnia, invece, con tutti quelli che lavorano sul serio.

29.12.06

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CLIENTELISMO E AZIENDE PARTECIPATE (di M. Tozzato)

Il problema della riforma dei servizi pubblici locali anche dopo il provvisorio accantonamento del ddl Lanzillotta continua ad essere ampiamente dibattuto e tra l’altro risulta uno dei temi sui quali, almeno in apparenza, maggiore risulta il dissenso tra “L’Ulivo-Partito democratico” e la “Sinistra Radicale Pseudoalternativa”. La problematica presenta numerosi risvolti a partire dalla valutazione della normativa vigente, delle ipotesi di riforma, delle logiche politico-economiche che vengono a confrontarsi e ovviamente dell’attuale situazione obiettiva delle forme aziendali e dei risultati ottenuti nella gestione dei servizi pubblici a livello locale.

Il Sole 24Ore di lunedì 18.12.2006 ha dedicato ampio spazio proprio all’analisi di  quest’ultimo aspetto; è evidente che i fatti anche in questo caso vengono riportati in maniera tale da concordare con gli interessi della “Grande Finanza e Industria Decotta”, per utilizzare l’espressione sintetica già più volte apparsa su “Ripensare Marx” , però probabilmente molti dati risultano attendibili e proveremo ad utilizzarli. <<In cinque anni le partecipate  degli enti locali attive nei servizi pubblici locali sono aumentate del 120%, arrivando a quota 891.>> La maggior parte di esse sta <<tornando a concentrarsi sugli investimenti tecnici dopo qualche “escursione” finanziaria che non ha dato i risultati sperati>>; sono ben 174, inoltre, le <<società partecipate che mostrano un indice negativo a livello di Roi (cioè il classico quoziente tra risultato operativo e capitale investito che segnala l’efficienza economica della gestione)>>. Dai dati riportati queste aziende risultano prevalentemente situate nel Mezzogiorno d’Italia e le difficoltà maggiori risultano particolarmente evidenti nei settori dell’edilizia residenziale e dei trasporti locali. Stiamo parlando sempre di società di capitali (S.p.A), perché l’utilizzo della forma giuridico-aziendale dell’ “Azienda speciale” (ovvero le vecchie “municipalizzate” con qualche piccola modifica) è praticamente di dimensione  irrilevante principalmente grazie all’indirizzo imposto dalla Bassanini-bis nel 1997 verso la  trasformazione di queste ultime in S.p.A. . L’indagine della Confservizi, comunque, <<mostra un settore sempre più affollato contraddistinto da indici economico-finanziari in salute. Con una premessa sostanziale: i numeri di sistema […] sono il frutto della media tra settori in salute e settori in crisi, e soprattutto tra le realtà di punta e la foresta di piccole “società polvere” spesso viziate da gravi arretratezze infrastrutturali e imprenditoriali. Le otto quotate, per fare solo l’esempio più evidente, sono solo lo 0,9% delle società attive nei servizi pubblici locali, ma pesano per il 33% sul fatturato complessivo e per il 35% sul patrimonio. Anche grazie a loro, il fatturato e soprattutto gli investimenti in rapporto agli addetti […] crescono più dei costi […], e il saldo fra i ricavi da vendite e prestazioni e i costi totali vede chiudersi la sua forbice>>. La forbice rimane comunque di segno negativo (-14%) anche se gli investimenti dopo la flessione del periodo 2002-2004 hanno ricominciato a crescere nel 2005 << e sono tornati a concentrarsi sul core business delle imprese abbandonando gli sfortunati tentativi finanziari e speculativi degli anni precedenti>>. L’idea che però aveva ispirato le riforme della fine degli anni Novanta era quella di aprire le società di capitali ad altri soggetti che non fossero gli enti pubblici ma questa indicazione è rimasta <<lettera morta: il 72,7% delle società è ancora interamente in mano all’ente locale di riferimento, e nelle società miste la proprietà pubblica continua a essere largamente maggioritaria (64,6%)>>. E a questa composizione corrisponde una situazione che vede in crisi particolarmente <<le tante microrealtà municipali, che non sono in grado di raggiungere economie di scala e mantengono il connubio tra costi elevati e qualità scadente>>.La componente governativa che viene normalmente definita come <<sinistra radicale>> (PRC, PdCI, Verdi) e che si vanta di rappresentare gli interessi dei cittadini-consumatori e dei lavoratori (in questo caso del settore pubblico) sta contrapponendosi con forza ad ogni ipotesi di riforma che riduca il peso dello Stato, delle Regioni e delle Autonomie locali nella gestione dei servizi pubblici locali e tale fatto,  secondo loro, dimostrerebbe una  seria intenzione di difendere lo “Stato sociale” e con  questo appunto  la gran massa dei cittadini e dei lavoratori. Si tratta di una questione complessa, sulla quale ritorneremo ancora in un prossimo intervento, però vorrei da subito sottolineare due aspetti:

1)      le piccole realtà societarie, molto diffuse a livello comunale, facendo lievitare i costi dell’ente pubblico, già in grave difficoltà di bilancio a causa di un patto di stabilità interno sempre più restrittivo, rischiano di diventare un ulteriore elemento di aggravio fiscale per la tassazione locale dei cittadini (in continuo e pare “inevitabile” aumento);

2)      anche se il Sole24Ore è in sostanza il “giornale dei padroni” non mi sentirei di sottovalutare la seguente conclusione che questo quotidiano trae in base all’ esposizione della situazione sopra riportata:<<…i Comuni (e attraverso di essi la politica) non vogliono perdere il controllo delle aziende locali sia per i dividendi che spesso generano sia per la possibilità  (vedi il caso dei trasporti pubblici locali, dell’acqua e dei rifiuti) di manovrare le leve delle tariffe e dell’occupazione e di farne sovente un uso clientelare.>>

29.12.06

 

“VIA” BENEDETTO CRAXI DALL’ITALIA

 

La decisione di dedicare una strada a Benedetto Craxi "da Milano" (detto Bettino) Martire sconsolato del primorepubblicanesimo italiano, in quel di Hammamet, ha rinfocolato le anime dei nostri politici nullafacenti che ogni tanto si accalorano su qualche tema secondario, data la loro nota incapacità di agire sulle questioni che contano. Eppure questa volta hanno ragione. Perché non dedicare una via a Craxi. VIA BETTINO DALL’ITALIA, appunto. Non ci si può davvero scandalizzare per l’evento. Craxi sarebbe in buona compagnia, con Crispi (che prima di lui si era fatto foraggiare dalla Banca Romana, è davvero antica tradizione italiana quella del finanziamento illimitato ai partiti!) con Cadorna ( Generale che resisteva al nemico fino al parossismo, tanto alla fine erano i soldati che morivano) con Scelba (il ministro degli interni che sparava sulle folle). E poi ancora tante e tante altre vie intitolate al (de)merito. In una cittadina in provincia di Bari (Locorotondo) ho potuto anche ammirare una via dedicata a Julius Evola, il teorico dell’individuo assoluto. Per non dimenticare la diatriba apertasi a Roma qualche anno fa, dove l’allora sindaco Rutelli si era deciso a dedicare un largo al gerarca fascista Giuseppe Bottai. Siamo il paese della riabilitazione postuma e del buonismo veltroniano. La toponomastica italiana è tutta un’assoluzione di personaggi discutibili, baroni, generali, politici, intellettuali che hanno riempito, col loro lavoro, le pattumiere della storia. E allora perché sottrarre a Craxi l’olimpo rovesciato dei personaggi infangati dalla storia ma tanto acclamati dai poveri post-moderni che oggi abitano l’Italia? Sia fatta, anche qui da noi, Via Benedetto Craxi. Tuttavia bisognerà specificare bene sotto la targa la motivazione di tanto alloro. Si scriva allora per intero: Via Bettino Craxi, simbolo del socialismo rampante di una perenne prima repubblica ancora viva, uomo del garofano rosso e di un sol dell’avvenir calante, dell’elezione alla massima carica del partito per acclamazione, delle alleanze con Andreotti e Forlani (CAF), simbolo della corruzione generalizzata di un paese schiavo dell’alleanza atlantica. Mi direte: e Sigonella allora? Quando tutti sono ugualmente servili in qualche modo ci si deve pur distinguere dalla massa. E Moro? Mica era stupido Craxi! Ve lo immaginate un Moro libero che scampa anche all’internamento in manicomio che i suoi amici di partito gli avevano riservato? Cosa avrebbe potuto combinare il politico leccese ai suoi poco sodali amici democristiani una volta fuori dal covo BR? Craxi era uno che vedeva lontano ed è finito lontano.

Di lui ricordiamo ancora la lotta contro la scala mobile ed il nuovo Concordato con la Santa sede nel 1984. Bettino il socialista, nemico del lavoro salariato e depositario di una tradizione anticlericale che veniva a patti con la chiesa cattolica. Bettino come mamma RAI, di tutto e di più. Certo, lo aveva fatto anche Togliatti ma in un diverso contesto di riconciliazione generalizzata post-dittatura, con i sogni di una rivoluzione comunista miseramente riposti nel cassetto degli assetti internazionali stabiliti a tavolino da URSS e USA.

Bettino Craxi, fu anche l’uomo che si bevve Milano in una pantagruelica orgia di potere politico e potere finanziario.

Ma Craxi, come ogni uomo troppo scaltro, s’identificò così tanto col potere che dimenticò la sua natura infida, pensò sé stesso come indispensabile laddove era solo congiunturalmente necessario. La logica intrinseca del potere è sempre finalizzata all’autoconservazione e alla riproducibilità progressiva (al passo col mondo che cambia sotto i suoi impulsi), che agisce i soggetti attraverso la sua dinamica oggettiva. Ma quando tale riproducibilità necessita  di una nuova propulsione si avvia una rivoluzione (dall’interno) che ne sovverte i gangli fondamentali mutandone obiettivi e funzioni. In questo sommovimento i servitori inservibili vengono trascinati nelle dentature della “ruota che gira”. Si compie il sacrificio necessario che ravviva l’essenza del potere. Craxi era troppo imbevuto di sé stesso per comprendere che il vento stava girando, lui era ormai divenuto pleonastico negli equilibri che mutavano e l’unica parte che poteva ancora giocare era quella dell’agnello sacrificale per la purificazione del sistema. La catarsi per i suoi “commilitoni” si compieva  col "latte" che lui versava per loro. Difatti, buona parte di questi co-legionari sopravvivranno al “venerabile” maestro che affondava. A nulla servirono gli ultimi mugugni del leader socialista per non sprofondare solo (o per salvarsi il culo): “…non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario quando affermo presto o tardi i fatti si inacaricherebbero di dichiaralo spergiuro”. Povero Craxi, pensava che trascinare tutti nella stessa polvere avrebbe contribuito a dare a ciascuno il suo disonore. Ma gli ex-PCI erano già d’accordo col Diavolo. In cambio dell’anima s’apprestavano a guidare il paese e a farsi nuova classe dirigente, senza il fardello del fu comunismo storico realizzato (eclissatosi definitivamentenel ‘91) che aveva imposto per anni una ininterrotta conventio ad excludendum. Lui, antonomasia rampante del potere avrebbe dovuto immaginarlo, poteva fare una fine più dignitosa sobbarcandosi in solitudine i mali di un sistema che aveva servito con protervia fino a qualche mese prima. Pensate un po’, quando la Camera nega l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti i più indignati sono proprio i picciisti ormai diessini, l’altra faccia scandalosa di un Italia ad “una direzione”, corrotta e sudicia fino al midollo. Si dimisero per la vergogna altrui, mentre tenevano ben nascosta la propria sotto il premio che doveva arrivare ma che gli fu scippato dal cavaliere di Arcore.

Come spesso accade nella storia, i giudicatori sono più luridi di chi subisce il giudizio (vedere il processo consumato a danno di Saddam Hussein). Pensate ai loschi piccìisti che parlavano a vanvera di “questione morale” da dare in pasto alle plebi lavoratrici (pur di non parlare di comunismo), mentre loro, nel consociativismo primorepubblicano, costruivano fortune politiche ed economiche. Una magistratura compiacente completò il duro lavoro. Quest’ultima aveva trovato i punti di contatto necessari tra le indagini che stava svolgendo e i nuovi equilibri fortemente voluti dall’alleato-padrone americano. Il pool di Mani Pulite non indagò mai, se non liminarmente, nella direzione ex-comunista. E come si poteva fare del resto? Qualcuno doveva pur rimanere in piedi per governare il popolo bue. E così, i personaggi scampati alla fine di quell’epoca sono oggi qui con noi e ci parlano pure: “il paese normale”, “la moralità politica”, “le riforme strutturali” “ i pacs” ed un mondo di infinite altre cazzate.

Oggi però Craxi viene riabilitato, anche da chi all’epoca se ne stette lontano da lui per paura di essere coinvolto. Gli italiani avevano emesso il loro giudizio prima della magistratura, si erano scagliati contro Gargantua all’uscita dell’Hotel Raphael, spronati dal pupone Rutelli e dell’insulso Occhetto. Gli lanciarono monetine (rivelando di non aver mai capito un cazzo sulla natura del potere) usando lo stesso accanimento con il quale gli avevano per anni leccato il culo perché adornato dell’aurea del potere. Siamo un popolo fatto così, usiamo meraviglia verso i potenti ma appena cadono nella pece sfoghiamo le frustrazione di esserci tolti il cappello di fronte a loro per tutta una vita.

Concludendo, sia fatta questa via a Bettino Craxi con l’auspicio di poter annoverare presto nella toponomastica italiana anche: Via Massimo D’Alema dall’Italia, Via Fausto Bertinotti dall’Italia, Via questa classe dirigente corrotta di destra e di sinistra dall’Italia. E’ tutto.

DANNO I NUMERI E SONO PARASSITI (di G. La Grassa)

 

I fornitori di dati e cifre sono gli imbonitori e saltimbanchi della nostra epoca. Recentemente il sondaggista del Corriere – organo di un pezzo decisivo del nostro establishment – ha fornito cifre fantasiose circa la risalita del Governo nella pubblica opinione proprio nel mentre veniva approvata la finanziaria che ha fatto incazzare praticamente tutti, e ha ricevuto critiche perfino da personaggi centrali (confindustriali) del suddetto establishment. Dopo due giorni, il sondaggista in questione ha chiarito che, se non iniziasse presto la “fase due” (quella dell’intervento sulle pensioni, nel mercato del lavoro, ecc.), l’opinione “favorevole” al Governo si logorerebbe rapidamente.

Ecco svelato il mistero; i numeri servono solo a far credere che la “gente” brama di veder realizzate quelle “riforme strutturali”, che sono desiderate dai parassiti della GFeID (grande finanza e industria decotta), con dietro le grandi concentrazioni finanziarie americane e i loro “servi” europei. I quali, a partire dalla commissione europea (con le dichiarazioni del suo presidente Almunia) per finire al Governatore della Banca d’Italia, già vicepresidente della Goldman Sachs, hanno rilasciato attestazioni di blanda approvazione della manovra, ma solo perché riporterebbe il mitico rapporto deficit/Pil al 3% o anche meno; questo dimostra l’assoluta incapacità di organismi che dovrebbero essere politici (e dirigere l’Europa e l’Italia) di andare oltre un punto di vista esclusivamente contabile. E inoltre, sia gli organismi d’Europa che il Governatore della Banca d’Italia dichiarano, subito dopo l’approvazione di massima della finanziaria, che adesso sono necessarie e improrogabili le solite riforme strutturali. E qui iniziano i balletti interni al centrosinistra, tra sedicenti moderati e sedicenti radicali.

Il “gioco degli specchi” tra destra e sinistra si è in questo momento prevalentemente spostato dentro il centrosinistra; appunto tra moderati e radicali, tra sinistra detta “riformista” e quella detta “estremista”. Incredibilmente, ma solo all’apparenza, la stessa destra accredita questi “balletti”, pur di sostenere che i moderati e i riformisti perdono sempre e vincono i “nemici del mercato e dell’impresa”. E’ evidente che anche il centrodestra, a sua volta internamente diviso, non sa affatto proporre una qualsiasi alternativa; preferisce quindi aderire al gioco tutto interno al centrosinistra, affermando che Prodi è alleato dei “radicali”, i quali riuscirebbero sempre a prevalere. In questo modo, la destra crede di poter attirare a sé una parte dell’elettorato, e magari qualche pezzo politico, dello schieramento avversario; ma ha in realtà poche carte in mano, perché la lotta tra le due frazioni componenti quest’ultimo è in fondo la solita “commedia delle parti”, utile in realtà a mantenerle insieme al Governo, contribuendo ad inoculare con molta lentezza il veleno delle cosiddette riforme.

Ciò che conta in definitiva – ed è qui che confluiscono tutte le manovre dell’establishment e tutte le menzogne dei loro giornali e dei loro sondaggisti – è il tentativo di arrivare in qualche modo al fantomatico partito democratico che dovrebbe unificare l’intero blocco più moderato; mentre, dall’altra parte, si tenta di costituire una sinistra “radicale” (possibilmente raggruppata in quella “europea”) che – ormai ben corrotta e aliena dal rinunciare al pingue bottino già ottenuto in sede governativa e sottogovernativa – faccia da ala “sinistra”, ottenendo di diluire nel tempo ciò che gli altri fingono di volere subito. Insomma, la ben nota recita che tuttavia riesce quasi sempre: i moderati fingono che sia necessaria una batosta da 100 per salvare il paese, in questo aiutati dagli organismi europei, dalle società di rating, dal FMI, ecc.; i radicali protestano, si oppongono “fieramente” e riescono a far ridurre la legnata a 50, dopo di che tutti si sentono sollevati e credono di essersi parzialmente salvati. L’ignobile commedia si svolge nell’ambito della sinistra, mantenendo sullo sfondo lo spauracchio che possa tornare al Governo la destra (e Berlusconi) se si va a nuove elezioni. In questo contesto si inseriscono sia i sondaggi che danno vincente la destra se si tornasse a votare, sia quelli circa i falsi miglioramenti dell’immagine del Governo (l’unica cosa sicura è che questa è al momento la peggiore possibile), miglioramenti seguiti però da un sicuro deterioramento se non si andasse alle riforme. E così via.

 

E non finisce qui con i balletti di cifre fornite a capocchia. Facciamo un esempio: nei prossimi tre anni si prevede, in Italia, un’inflazione rispettivamente del 2,1, del 2, dell’1,9%. Anche in Europa le tendenze sarebbero al ribasso, e con tassi inferiori a quelli italiani. Ciononostante, la Banca europea continua a lanciare allarmi sulle pressioni inflazionistiche in atto; essa ha già alzato due volte il tasso di sconto e afferma che presto lo alzerà ancora. Un autentico controsenso se si resta alle intenzioni dichiarate ufficialmente.

E continuiamo con il caos dei dati. Il saggio di crescita (in Italia) è stato via via rialzato per il 2006 fino ad essere fissato (in previsione!) all’1,7%; il prossimo anno, però, si prevede un 1,4. Credete che questo saggio sia minore di quello dell’anno che sta per scadere? No, perché si sostiene che è in atto una robusta ripresa; è quindi evidente che, per i nostri economisti e statistici, 1,4 è maggiore di 1,7. Tuttavia, interviene l’ufficio studi della Confindustria e afferma che il prossimo anno, in effetti, il tasso di crescita del Pil sarebbe stato di 1,4 senza finanziaria, ma con quest’ultima esso scenderà all’1,1; solo nel 2008, ci porteremmo verso l’1,5. Arrivano allora le “sdegnate” risposte di “ambienti governativi”. A parte le stupidaggini dette dall’infantile Ministro dell’economia circa il fatto che Confindustria si atteggerebbe a partito politico, si sostiene adesso che la crescita di quest’anno sarà dell’1,3 (non era dell’1,7?), ma aumenterà nel prossimo e poi – udite, udite – nel quadriennio 2008-11 si manterrà sull’1,5 – l’1,7. Questi veramente “danno i numeri”; ma non si vergognano minimamente perché contano sul fatto che tanto nessuno ci capirà qualcosa. Non c’è un solo dato che non sia fornito al pubblico (da una informazione asservita come mai lo è stata prima d’ora) per motivi esclusivamente politici; ma di bassa lega, perché così vuole una classe dirigente che non dirige niente, non ha alcuna “strategia” se non quella di vivacchiare e rubacchiare il più possibile.

In ogni caso, perfino attenendoci ai loro dati menzogneri, si rileva intanto che il nostro tasso di sviluppo è di almeno un punto inferiore a quello della media europea, e ancora di più rispetto a quello degli USA, che pure sono in chiara e ormai inoppugnabile recessione (si discute solo se sarà leggera o forte, se sarà breve o abbastanza lunga). Detto per inciso, pensate all’insensatezza di questi dominanti italiani ed europei che cianciano di robuste riprese nella nostra area (e nel nostro paese) nel mentre gli USA, riconosciuto traino dell’economia mondiale, sono in difficoltà, cui si aggiunge il previsto (e perfino auspicato) rallentamento della Cina (dal 10 di quest’anno all’8% e anche meno dei prossimi) e dell’India (dall’8 del 2006 al 6-7% in futuro). E l’Europa si trasformerebbe nella nuova “locomotiva”? Ma quanto imbroglioni sono?!

 

Torniamo al nostro paese. Ammettiamo che si realizzino le “profezie” per i prossimi anni (fino al 2011; come un meteorologo che si lanciasse in millimetriche previsioni per l’inverno 2007-8). Si tratta di tassi da perfetta stagnazione, non da ripresa. Fra l’altro, almeno secondo i nostri “facitori di dati”, l’aumento annuo della produttività del lavoro è doppio rispetto ai tassi di crescita previsti; il che non lascia grandi prospettive per i lavoratori: ci sarà minore occupazione o dilatazione di quella del tutto precaria. Il cosiddetto “artigianato” – perfino nel nord-est che era stato preso a campione di un nuovo “modello di sviluppo” – è sempre più in difficoltà (si parli con i direttori di banca della zona, che inquadrano il problema pur sempre meglio dei sondaggisti e dei “fantasisti delle statistiche”). Non a caso, si lancia il nuovo mito della media impresa globale e in accelerato progresso tecnologico. Mai ovviamente si parla di grandi imprese che, in qualsiasi paese del mondo e da ormai ben oltre un secolo, sono le vere protagoniste della crescita e dell’avanzamento dei sistemi capitalistici, malgrado tutti i tentativi di revisione teorica che, ogni tot anni, cercano di compiere i “professoroni” di economia, questi saccenti e chiacchieroni che sono – salvo rarissime eccezioni – soltanto mediocri ideologi strapagati dai dominanti per celare accuratamente la struttura centralizzata (con un vertice dominante ristrettissimo), tipica di ogni società a capitalismo “avanzato”.

Il vero fatto è che nelle economie del genere di quella italiana, cioè capitalisticamente sviluppate ma comunque subordinate ad un centro dominante (gli USA), i nuovi processi di accelerata centralizzazione riguardano per lo più la sfera finanziaria, mentre nell’industria permangono, e vivacchiano, le grandi imprese di settori attinenti alla passata “rivoluzione industriale” (ad es. quelle metalmeccaniche), che si alimentano e si sostengono con finanziamenti pubblici per non mutare gli attuali equilibri del potere economico e politico, messi a dura prova in quest’epoca di profondi sconvolgimenti tecnico-produttivi e geopolitici. I processi di centralizzazione in un settore come quello finanziario – il più vicino e più intrecciato con gli apparati politico-statali – servono appunto a protrarre l’esistenza della vecchia configurazione di potere, che vede ancora al suo vertice, nell’area del capitalismo di più antica tradizione, il sistema-paese statunitense, mentre l’avanzata di altre potenze ad est sta modificando il panorama geopolitico.

Come sempre avviene nell’ambito dello sviluppo ineguale dei capitalismi, anche nella nostra zona – Europa con al suo interno l’Italia – vi sono settori, per quanto attualmente ristretti e composti da poche grandi imprese, che si lanciano lungo i nuovi sentieri aperti dall’ultima “rivoluzione industriale”, cioè dalla più recente ondata di innovazioni. Tuttavia, questi settori e imprese non sono sufficientemente aiutati nel loro sviluppo – non si dedica loro non tanto un sostegno finanziario diretto quanto un impulso più generale alla ricerca scientifico-tecnica e alla politica delle “sfere di influenza”, fattori decisivi per il loro successo nella cosiddetta competizione globale – perché ciò urta contro i limiti imposti dai dominanti centrali (USA). Si crea così una situazione di forte tensione, che inciderà in prospettiva sugli stessi equilibri sociali e politici ancora esistenti nell’area europea (e in Italia).

 

L’attuale miserabile politica (economica, cui è però subordinato tutto il resto) dello schieramento al Governo nel nostro paese – la spremitura del lavoro autonomo; il progressivo ma lento (e “calcolato”) regresso del Welfare (con il sopraccitato gioco tra sinistra “moderata” ed “estrema”); il puro gioco contabile (debito pubblico, rapporto deficit/Pil, ecc.) teso in realtà a reperire risorse con cui sorreggere il più possibile il vecchio establishment e la grande concentrazione finanziaria, mentre si trascura l’impulso (come appena ricordato, più indiretto che diretto) all’industria di punta; e via dicendo – dipende da quanto ho qui soltanto accennato. E’ evidente la necessità di un’analisi ben più approfondita, che non è possibile svolgere negli interventi in questa sede, interventi di puro stimolo e di messa in guardia per coloro che hanno ancora un minimo di onestà e la volontà di non piegarsi di fronte a questi giochi del tutto interni ai dominanti. Tuttavia, fra questi ultimi si sta aprendo una partita complessa e molto contraddittoria: sia sul piano internazionale, ad es. tra USA, da una parte, e Cina e Russia, dall’altra; sia sul piano interno europeo (e italiano), tra il modello paradigmatico da me indicato come “Repubblica di Weimar” – predominio della grande finanza subordinata a quella centrale statunitense, e dunque sostanziale accettazione dei progetti egemonici di un dato sistema-paese – e nuove forze economico-produttive prive, almeno per il momento, di una adeguata rappresentanza politica e invischiate in compromessi paralizzanti con il vecchio sistema.

Dobbiamo seguire questo complicato svolgersi della politica interna come internazionale; non dimenticando affatto la stragrande maggioranza delle popolazioni che è dominata (e subornata), senza però immaginarci che sussista attualmente, in qualche area e in qualche gruppo sociale, la capacità di invertire l’odierna negativa tendenza. Mi dispiace, è qui che nasce l’incomprensione profonda sulla necessità, da me fatta presente con sempre maggior forza negli ultimi tempi, di essere presenti – intanto sul piano della critica e dello smascheramento delle “oscure trame” – nell’ambito dello sporco gioco che stanno ponendo in atto le forze economiche (in specie finanziarie) e politiche italiane (ed europee) per renderci sempre più dipendenti dagli USA, in difficoltà di fronte al crescere di “imperialismi” rivali (ancora nella fase della “adolescenza”). Chi ancora crede di poter giocare direttamente, e immediatamente, la carta della lotta di classe (“operaia”) o quella della rivolta delle masse del Terzo Mondo si è a mio avviso infilato in una strada senza molte prospettive; e, in ultima analisi, serve solo ai giochi dei dominanti e delle loro forze politiche che oggi sono, in Italia, soprattutto quelle del centrosinistra: dei “moderati” e degli “estremisti” all’interno di quest’ultimo, la cui indegna recita blocca lo sviluppo di forze politiche realmente alternative.

 

26 dicembre         

     

NATALE IN CASA PRODI

 

Volendo fare un bilancio di questi primi mesi di Governo Prodi non possiamo non prendere atto del fatto che il centro-sinistra è stato l’espressione degli interessi più nequiziosi di una oligarchia politico-professionale (ex Pci-Dc) orientata a spremere come un limone il Sistema-Italia, a vantaggio dei propri interressi e di quelli di un’altra oligarchia dominante, quella della GF (Grande Finanza) e della GID (Grande Impresa Decotta), entrambe responsabili dell’arretramento generalizzato del nostro paese, sia in termini culturali che economici.

Questo arretramento globale, che sarebbe più appropriato chiamare saccheggio su committenza, si è infine sostanziato in una finanziaria dal carattere “preventivo”, finalizzata a depauperare le risorse del paese nel breve periodo, in quanto esiste la consapevolezza, nel ceto politico di centro-sinistra, che nel lungo periodo la situazione non potrà che peggiorare. Allora i felloni si sono portati avanti col lavoro. Quale necessità c’era, altrimenti, di estorcere al popolo italiano 38 mld di euro, laddove da più parti era stato attestato che per rientrare nei parametri europei di sostenibilità economica bastavano appena 15 mld di euro? Questi dati non ce li stiamo inventando, sono stati gli stessi Padoa-Schioppa e Visco ad annunciare, a più riprese, che il maggior gettito fiscale incamerato nel 2006 oscillava tra i 27 mld di euro e i 38 mld. Si guardi bene alla forbice, un oscillazione di 8 mld che dimostra quanto questi cialtroni giochino con i numeri, sostenuti nei loro calcoli alchemici dagli istituti di rilevazione statistica i quali praticano la mistificazione sistematica per accontentare i propri committenti. In futuro dovremo prendere tutti i dati fornitici cum grano salis, l’indagine statistica è ampiamente pilotata a favore d’ interessi che mutano al mutare delle stagioni politiche.

L’aumento del gettito fiscale del quale parliamo viene, in massima parte, dal gettito Irpef e dalle contribuzioni di lavoratori autonomi e dipendenti, nonché dall’incremento dell’IVA (la più alta d’Europa) che ha reso disponibile una bella somma, oggi celata dal governo in maniera “preventiva”. Le ragioni le possiamo intuire, vedi la crescita zero che si riscontrerà l’anno prossimo, ma nonostante ciò il governo potrà  enumerare, all’occorrenza, buoni risultati laddove la situazione sarà fortemente peggiorata. Altro che finanza creativa alla Tremonti! Qui siamo in presenza della finanza preventiva alla Prodi, grazie al lavoro di politicanti di professione ed ai loro veri manovratori  (GF e GID) che arraffano avidamente da un serbatoio ormai ben sotto la soglia di riserva. Tutte queste manovre mistificatorie e di occultamento sono state spiegate dai membri del governo come doverose operazioni prudenziali, poiché non essendo le maggiori entrate fiscali di carattere strutturale, quanto piuttosto congiunturali e limitatamente replicabili, si rende opportuno colmare i “granai” in vista delle “vacche magre”. Solo che la “riserva per l’inverno” assomiglia sempre più ad un accumulo di libagioni destinate agli dei della GF e GID di cui sopra.

Del resto, tutto questo affaccendarsi con la “lima” (una lima da 38 mld di euro), in un clima artefatto di costante pericolo rispetto ad un fantomatico ritorno al medioevo (quello del cavaliere nero di Arcore), non è nulla in confronto  all’attacco decisivo che sarà sferrato contro i due grandi “mali” che affliggono la spesa pubblica, cioè le pensioni e la sanità. Siccome l’italiano medio di sinistra è abbastanza sciocco da farsi abbindolare da queste trame identitarie, crederà ciecamente alla fandonia per cui i barbari sono alle porte della città, proprio come dice una poesia di Costantino Kavafis. I barbari in realtà non arriveranno mai, eppure la sola possibilità della loro entrata in città permetterà ai governanti di rendere l’emergenza uno stato di “normalità”.

E di segnali di pericolo (artificiosi) ce ne sono a iosa.

Le grandi agenzie di rating americane ci hanno retrocesso per una presunta fiacchezza nel taglio della spesa pubblica (CVD), l’Europa ci ha guardato con sospetto per lo stesso motivo (salvo congratularsi coi tecnici del governo per la scientificità contabile con la quale hanno approntato la finanziaria, CVD) e la maggioranza di centro-sinistra, con il suo allarmismo sui conti pubblici, non fa altro che preparare il terreno in vista della “soluzione finale” sulla spesa dello Stato(CVD). Nessuno ritiene che certe riforme non siano necessarie almeno laddove mutano alcune condizioni strutturali. Ad esempio se aumenta l’aspettativa di vita o se il rapporto tra numero di lavoratori in attività e beneficiari delle prestazioni pensionistiche viene a squilibrarsi, il sistema non può che perdere di sostenibilità ed è ovvio che qualche precauzione deve essere presa. Tuttavia, ogni provvedimento adottato deriva da una intenzione preconcetta  che influenza le azioni successive e le direziona in un senso piuttosto che in un altro. Data la natura capitalistica di questa sinistra non possiamo che aspettarci una fedeltà pressoché cieca ai dettami della “triste scienza” perorata dai funzionari del capitale. Solo che questi funzionari sono di diversa specie, quelli americani predicano il verbo nuetro delle leggi economiche immutabili fuori dai propri confini e praticano la potenza quando sono in ballo i loro interessi. I nostri invece, per idiozia o per pusillanimità (o per entrambe), sono convinti che solo l’economia pura di mercato può salvarci. Per questo motivo si va nella direzione dei tagli alla spesa pubblica, o peggio ancora del vivacchiamento nelle nicchie di mercato che non danno fastidio agli Usa (ideologia del “piccolo è bello” o del “medio è bello” e bla bla bla!)

Allora, invece di sforbiciare a “ritta e a manca”, in ossequio alle leggi del liberismo ideologico, perché non si avviano politiche serie di rilancio del sistema industriale (che non sono gli aiuti di stato ad imprese come la FIAT che succhiano solo energie al nostro paese) a partire dai settori a più elevato impatto tecnologico? In Italia ci sono poche imprese capaci di “aggredire” (per usare una terminologia economicistica) il mercato e queste, a prescindere dalla loro natura giuridica, pubblica o privata che sia, devono essere sostenute (e non assistite) solo quando i loro programmi sono orientati alle innovazioni di prodotto, come unica possibilità di crescita e di ricchezza del sistema economico nel suo complesso. Solo se la “torta” cresce è possibile spartirsi fette più grandi. E’ chiaro che i rapporti relativi di ricchezza resteranno a tutto vantaggio dei dominanti, questa è la regola nel modo di produzione capitalistico, ma i dominati potranno rivendicare una parte crescente della ricchezza prodotta. Se la torta si restringe, comunque, a noi resteranno sempre e soltanto le briciole.

Per oggi è tutto, auguri di buon anno.

GIANFRANCO LA GRASSA: RIFLESSIONI SULL’INTERVISTA DI PREVE*

Riflessioni di La Grassa

RIFLESSIONI DI LA GRASSA

PreveINTERVISTA A PREVE

Pubblichiamo sul blog alcune riflessioni di La Grassa rispetto ai dubbi e alle critiche espresse da Preve nella precedente intervista apparsa su questo blog. Per rendere più coerente la lettura pubblichiamo nuovamente la stessa intervista al filosofo torinese.

*Ci hanno, giustamente, consigliato di utilizzare files in pdf e non in word per la loro pericolosità. Se qualcuno non dovesse avere il pdf può lasciarmi la sua e-mail ed invierò in word.

LE (AUTO)STRADE DI PRODI SONO INFINITE

Avremmo voluto riportare per intero un articolo apparso sul Foglio di Venerdì che spiegava mirabilmente la parte giocata da Prodi nell’affaire Autostrade-Abertis. Meglio sarebbe dire che si era dato avvio ad un lepido gioco delle parti tra il Presidente del Consiglio Prodi ed il Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. I due hanno fatto la parte del poliziotto buono e di quello cattivo nel tentativo riuscito di bloccare la fusione tra la società spagnola e quella italiana. La tenzone era cominciata già all’indomani della vittoria elettorale del centro-sinistra, a causa dell’ “affronto” sferrato dai Benetton i quali, in un momento di vacatio governativa, avevano tentato di dar avvio ad una operazione “d’inglobamento” molto fruttuosa, i cui numeri parlavano da soli: 6 mld di ricavi annui, 20 mila dipendenti, 6.713 chilometri di rete autostradale, la famiglia Benetton primo socio con il 24,9%.  In tutto questo movimento c’era anche la sede della neosocietà spostata in Spagna, a Barcellona. I Benetton si erano arrischiati con tale arditezza consci che con la vittoria elettorale di Prodi avrebbe vinto una certa finanza (quella bazoliana), la quale, attraverso la persona del Presidente del Consiglio, puntava a divenire la direttrice indiscussa degli equilibri finanziario-politici italiani. Diciamo che i Benetton ci hanno provato e forse non s’aspettavano una reazione così repentina, ma tant’è che questa c’è stata ed anche di una certa virulenza. Non è servito alla famiglia di Ponzano nemmeno entrare con un 5% nel salotto di RCS cercando di edulcorare, con un gesto di quasi-sottomissione, la propria “voglia di autonomia”.

Il 23 maggio si era dimesso da ad di Autostrade anche Vito Gamberale, volutamente tenuto ai margini della tentata fusione dai Benetton per evidente vicinanza agli  assetti politici del governo. Lo stesso Gamberale, pur avendo votato a favore della fusione, prenderà poco dopo le distanze da “sé stesso” poiché, a suo dire, l’operazione cominciava ad apparirgli squilibrata e poco vantaggiosa per il Sistema-Italia nel suo complesso. Quando mai un manager privato si è preoccupato di un bene pubblico sacrificando la logica del profitto? In verità Gamberale aveva già preso contatti col governo per una migliore collocazione, cioè per uno scranno di maggiore rilievo in qualche ente pubblico.

Ma è a partire da questo momento che viene sguinzagliato il "cane da guardia" Di Pietro: chi meglio dell’irreprensibile molisano poteva salvare l’italianità di Autostrade contro l’invasore “catalano”? Di Pietro utilizza le armi che maneggia meglio, quelle della legalità. La legge italiana, infatti, impedirebbe ai Benetton di trasferire la concessione statale così com’è ad un nuovo soggetto giuridico nascente da una eventuale fusione, poiché in Abertis è presente una società di costruzioni, la ACS di Florentino Perez. All’inizio il “gioco” è piuttosto facile da portare avanti, tutta l’opinione pubblica nutre un certo astio contro Autostrade a causa del continuo innalzamento delle tariffe negli ultimi 5 anni (+9%) ed a fronte di un costante peggioramento dei servizi. Inoltre, pesano come un macigno sui Benetton i mancati investimenti per svariati mld di euro sui quali Di Pietro torna più volte per dare forza alla propria speculazione.

Anche l’Europa dice la sua in merito all’atteggiamento del governo, lo bolla come pretestuoso e conservativo tanto da non ritenere ostativa per la fusione la clausola sui costruttori. Ed allora che il governo apre un nuovo contenzioso. Questa volta le attenzioni si concentrano tutte sulla natura pubblica della concessione. Difatti, il governo cambia le carte in tavola e cerca di arrogarsi il diritto di poter cambiare i criteri della concessione allorquando muta il beneficiario di quella rilasciata in origine. Ovvio che se l’autorizzazione governativa non viene trasferita pari pari in testa al soggetto nascente, la fusione non ha più basi certe e viene a mancare la reciproca profittabilità dell’operazione. Nel frattempo “sfilano” le opinioni di molti uomini politici del centro-sinistra, tutte più o meno scettiche su ciò che si andava prospettanto nell’affare Autostrade-Abertis. Il primo a prendere posizione contraria è Rutelli cui fa seguito Enrico Letta. Quest’ultimo parla, senza troppi arzigogoli, di svendita di un grande patrimonio italiano da bloccare con immediatezza. Lo stesso Letta invita gli imprenditori italiani a farsi avanti per scongiurare tale atto scellerato. Prodi ha così il tempo di defilarsi e di fare la parte del poliziotto buono. Va in Spagna a rassicurare tutti che il governo non è ostile ma è solo attento alle strategicità del proprio patrimonio nazionale. Si delinea pian piano un fronte di riottosi che spazia da alcune forze politiche di centro-sinistra, al sindacato fino ad arrivare alle associazioni dei consumatori che si dicono preoccupate per l’aumento delle tariffe e per i posti di lavoro che potrebbero andare perduti. 

A partire da questo momento entra in gioco anche l’Anas. L’autorità di gestione della rete crea un’apposita commissione composta da Monorchio, Cappugi e Guido Rossi (il tuttofare vicino, si dice, a D’Alema) la quale nega che vi siano occasioni di profittabilità pubblica in una eventuale fusione con gli spagnoli. L’Anas si mostra efficientissima in questa occasione ma dov’era quando gli investimenti pianificati da Autostrade S.p.A. non venivano effettuati? Come mai erano così timidi e inefficaci nel richiedere quanto previsto dalla concessione statale?

In questo bailamme spunta, allora, l’ipotesi nazionalizzazione della rete autostradale con il coinvolgimento della CDP, la stessa che doveva salvare l’italianità della Telecom. La CDP però è una stranissima creatura dalla forma semipubblica e dal cervello finanziario, essa ha alle spalle più di 65 fondazioni tra le quali possiamo annoverare: Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Vicenza, Verona Belluno e Ancona, Fondazione MPS ecc. ecc.(sarà per questo che l’estrema sinistra bertinottiana si sente garantita dal “pubblico”?). A questo punto, il governo spiega all’opinione pubblica che le sue preoccupazioni sono legate all’evenienza che gli investimenti mai effettuati da Autostrade S.p.A. possano addirittura volatilizzarsi dopo la fusione con gli spagnoli di Abertis. In realtà, ai Benetton non era mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di fare nuovi investimenti, mentre, pare, che dallo spostamento della sede a Barcellona sarebbero arrivati 15 mld di vantaggi fiscali da vincolare in tal senso. Questo, ovviamente, per ribadire che l’ “economia pura” c’entra liminarmente in questo affare e lo scenario più interessante è quello politico, più precisamente quello delle manovre “politiche” di certa finanza italiana ( “i soliti (ormai poco) ignoti” che muovono i fili del burattino Prodi). Non è nostra intenzione avvalorare le ragioni dei Benetton, quest’ultimi avevano fatto bene i loro conti e tentavano di approdare verso più rosei lidi. Questi sono, dunque, i veri obiettivi perseguiti dai Benetton che costituivano invece una minaccia per il governo. Perché Prodi ce l’ha con i Benetton in maniera così caustica? Si tratta solo del reato di “lesa maestà”, rinveniente da un tentativo di fusione per il quale non era stata chiesta l’autorizzazione politica e per giunta mentre il governo si preparava all’insediamento? Non lo crediamo affatto. Il problema è che i Benetton con i soldi incassati dalla fusione avrebbero cominciato a lavorare in funzione di un “fronte opposto” a quello del professore bolognese. Di fatti i Benetton, con i mld incassati da Abertis si sarebbero rafforzati in Olimpia, la cassaforte di controllo di Telecom. Ancora una volta i piani del governo sulla telefonia sarebbero stati scompaginati e Prodi avrebbe fatto la figura del servo fesso. Così il governo ha gonfiato i propri muscoli e ha avviato il suo braccio di ferro contro la fusione. A supporto del governo è poi arrivato anche il pronunciamento del Tar che ha dato ragione al poliziotto cattivo Di Pietro (oppure vogliamo credere che Prodi non sapeva prima cosa avrebbe detto il giorno dopo il Tonino nazionale?) il quale aveva sostenuto che il nuovo soggetto giuridico, nascente dalla fusione, avrebbe dovuto chiedere una nuova concessione i cui criteri di rilascio potevano essere mutati dal governo stesso. Come dire, fate pure ma poi vedrete che cosa siamo capaci di combinarvi. Tanto è bastato alla spagnola Abertis per cominciare a tirare i remi in barca. Gli spagnoli hanno capito che in Italia non era proprio aria (memori dei destini toccati al Santander nella fusione Intesa-San Paolo o a Bbva con Bnl) soprattutto a causa di “spalle larghe” finanziarie nostrane irrobustitesi grazie al supporto di una parte della finanza americana che conta.

Non è servito ai Benetton, dopo la “maretta”, nemmeno effettuare qualche gesto di “sottomissione blanda” nella speranza di prendere tempo e portare alle proprie ragioni quella parte della GF italiana più silenziosa o più vessata (Profumo ed MPS da un lato, Tronchetti dall’altro) e comunque non proprio soddisfatta del rafforzamento di Bazoli e del suo entourage finanziario-politico. La famiglia di Ponzano ha provato anche ad usare l’arma di una maggiore trasparenza comunicativa cercando di spiegare  al governo che non si stava svendendo un gioiello nazionale ma che si voleva delineare una “merger of equals” per rendere più efficiente il sistema autostradale nazionale (quanto sono premurosi!). Purtroppo per loro la frittata era già fatta! La partita è stata così persa, ma questa gente non si scoraggia mai definitivamente. Adesso, se questo fronte volesse agire con maggiore risolutezza dovrebbe cominciare a pensare ad una propria sponda politica in grado, innanzitutto, di mettere in difficoltà il primo ministro, quel Prodi che spadroneggia grazie all’appoggio dei suoi potenti protettori (ma per quanto ancora dato il malcontento generale che attira su di sé?). Di nemici Prodi ne ha tanti ma non tutti in grado di opporsi a lui con l’efficacia e la forza necessaria  atta ad un sovvertimento degli attuali gangli di potere ai quali questo si appoggia(una piccola rivoluzione all’interno del Capitale). Il governo, tuttavia, cova una serpe in seno, quel Massimo D’Alema che di sgambetti se ne intende, e molto anche. D’Alema, il baffetto tranquillizzante della politica televisiva che aspira alla costruzione di un fantomatico paese “normale”, sta tentando di proporsi quale anti-prodi par exellance facendosi appoggiare dagli altri dominanti che temono il rafforzamento del gruppo di potere riunito intorno alla San-Intesa,  e del quale Prodi è la sponda politica privilegiata (un cane da guardia fedelissimo!).

Molti degli equilibri in gioco dipenderanno dalle mosse di Profumo di Unicredit, questo gruppo è l’unico (per dimensione economica e appoggi politici) in grado di rendere la vita meno facile alla “combriccola bazoliana”.

Naturalmente, devono essere lette in quest’ottica le parole spese da D’Alema a sostegno all’operazione Autostrade-Abertis, anche se per il momento è stato costretto ad abbozzare. D’Alema non è ancora abbastanza forte, sia politicamente (ha qualche conto aperto con alcuni spezzoni del suo partito) che finanziariamente (non sono abbastanza coagulate le forze che dovrebbero servirsi di lui in funzione antiprodiana). Ma D’Alema è molto più di un servo sciocco, è uno che vive per il potere e per i suoi intrighi, per cui riuscirà a fare gli interessi di qualcuno prima o poi (pur di fare i propri, s’intende!). Non è detto che alla fine non riesca ad amicarsi persino gli attuali sostenitori di Prodi. Il conflitto interdominanti è fatto così, tradimenti, alleanze e zone d’ombra che non si dipanano mai abbastanza da fare capire a noi poveri mortali quello che potrà accadere domani. Sappiamo solo che la partita è appena cominciata.

LA POLITICA SERVILE (di G. La Grassa)

Ancora una volta, pur ammettendo che avrei una serie di riserve da fare, meglio Geronimo che non gli imbecilli e/o mascalzoni del centrosinistra. Senza adesso esprimere le riserve, riporto pari pari alcuni passi del suo articolo odierno (quelli su cui il mio accordo è al 100%): “C’è un simpatico tris di ‘americani’ che spingono […..] ad accelerare questo parto distocico [il mitico e irraggiungibile partito democratico; nota mia]. Amato, Rutelli e Veltroni. Il primo ha un suo antico profilo politico, quello socialista, ma da sempre è anche l’uomo politico italiano che ha più legami con ambienti culturali e finanziari degli Stati Uniti. Ed oggi nella sua azione prevalgono questi ultimi. Gli altri due sono i candidati di Carlo De Benedetti. Entrambi hanno un passato politico sfumato o variopinto e quindi sono i candidati ideali per chi vuole un partito che rappresenti in prevalenza la grande finanza e alcune consorterie internazionali incorniciate in una mitologia romantica e caramellosa della politica […..] la politica è cosa diversa da quelle élite economico-finanziarie che da quindici anni tentano di avere nelle mani il governo del Paese. E’ lo stesso establishment di cui parlava qualche giorno fa Ernesto Galli della Loggia, sostenendo che senza di esso non è possibile governare. Giusto, ma è un errore uguale e contrario immaginare che un grande Paese possa essere governato solo da quell’establishment cancellando ogni identità politica. Un tentativo, questo, che arriva da lontano. Da quando nel 1994 tutto l’establishment italiano (i giornali, i sindacati, i magistrati, i grandi imprenditori e le istituzioni finanziarie) [ovviamente, spero che Geronimo le abbia indicate in ordine crescente di importanza per quanto riguarda il potere a loro disposizione; nota mia] sostenne la famosa macchina da guerra [quella “gioiosa”] di Achille Occhetto. Dopo dodici anni di profonde spaccature nel Paese, questi tentativi dovrebbero essere definitivamente messi da parte. E invece no, si continua ad insistere [……] Un’operazione, quella del futuro partito democratico messa sulle spalle degli apparati dirigenti dei Ds e della Margherita senza alcun collegamento con le forze reali presenti nella società italiana. Il primo frutto avvelenato di questa operazione è stato una Finanziaria mostruosa che mette in ginocchio l’Italia tutta […..] Chi è dunque l’assassino che ha scritto.….gli oltre 1300 commi della Finanziaria? Il ‘giardiniere’ Visco, dedito da sempre a coltivare i fiori più strani nel giardino fiscale del Paese o il distinto banchiere posto alla guida dell’economia che in un giallo di Hitchcock sarebbe un perfetto maggiordomo di Palazzo Chigi e quindi il primo sospettato? Parla inglese, è impassibile e riservato e nell’ombra può lui avere assassinato il paese. Ma entrambi negano e allora chi può essere stato? Mistero. E misteriosi sono i veri ispiratori del partito democratico, forze potenti che non si lasciano mai vedere e mai votare e che stanno da tempo producendo macerie e insopportabili disuguaglianze sociali a danno innanzitutto di quel ceto medio che da sempre è l’architrave della nostra democrazia”.

Se facessimo qualche nome di queste misteriose forze economico-finanziarie? Per esempio, Bazoli, Profumo, Montezemolo e l’intero patto di sindacato della Rcs. E magari, dietro (e sopra) di esse, le ben più potenti istituzioni finanziarie americane, tipo la Goldman Sachs e la Morgan Stanley, ecc. E magari potremmo pensare anche alle “consorterie internazionali” tipo la vecchia Trilateral o il sempreverde gruppo Bilderberg (vedere eventualmente in Google). E via dicendo. Starei solo attento a parlare di ceto medio, concetto ambiguo e sviante, che sembra far pensare a chi sta “in mezzo” tra dominanti e dominati; mentre invece, se usiamo la distinzione – generica ma più corretta – di lavoro dipendente (salariato) e lavoro autonomo (spesso in realtà nient’affatto tale, ma comunque non remunerato nella forma del salario), ci avviciniamo al problema poiché entrambi sono suddivisi in molti strati quanto a entità del reddito percepito; e quelli degli strati bassi sono in maggioranza nell’una e nell’altra categoria del lavoro. Tuttavia, la loro divisione, il mettere l’uno contro l’altro, è il metodo più sicuro per dominarli tutti da parte delle consorterie internazionali e dei “misteriosi” (mica tanto!) gruppi di comando dell’establishment italiano, che gioca tutte le sue manovre politiche all’interno del centrosinistra, tra Ds e Margherita, tra Prodi (con l’appoggio della miserabile e lurida “estrema” sinistra italiana) e D’Alema, e con Rutelli e Veltroni in “agitazione”. Peste e colera a chi appoggia ancora questi simildelinquenti. E polmonite fulminante a chi crede di poter scegliere l’altra alternativa. Basta con il “gioco degli specchi” tra destra e sinistra, questi “morti viventi”!

18 dicembre 

GOVERNO CON RISERVA

 

Il governo ha stilato il suo bel patto di stabilità per l’Europa ed ha assicurato alla Commissione Europea che l’anno prossimo il rapporto deficit/pil dell’Italia sarà ben sotto il 3%. 2,8% dicono. Qualcuno potrebbe pensare che i nostri bravi tecnici hanno dati migliori dei nostri per azzardare così rosee previsioni, poiché tutto lascerebbe presagire che le cose non andranno affatto così. Gli Stati Uniti frenano, l’Europa stagna con l’eccezione della Germania (che cresce comunque poco) e noi, invece, saremmo in grado di dimezzare le “difficoltà” e, per giunta, in un solo anno. Ma, a questo punto, da poveri mortali quali siamo, vorremmo capire qual’è l’alchimia (perché di questo si tratta) alla quale stanno ricorrendo. Da dove partirà la rinascita italiana? Quali sono i settori che si riveleranno trainanti per la nostra economia? Cosa farà crescere così tanto il Pil (oppure aumenterà ancora il gettito? O passeranno all’annunciato taglio delle spese?) da mangiarsi metà del deficit? Sarà forse il “fare sistema” montezemoliano che darà i suoi buoni frutti? Manco per niente! L’Italia ridurrà il proprio deficit semplicemente grazie ad un artificio contabile. Il governo, difatti, si è creato una riserva rinveniente dai maggiori introiti del gettito fiscale che tiene ben nascosta e che verrà fuori solo all’occorrenza. Nel patto di stabilità summenzionato si dice che attualmente siamo intorno ad un 5,7% di rapporto deficit/pil (tale valore elevato è da imputarsi, secondo loro, al rimborso Iva delle auto imposto dalla Commissione Europea) e risultiamo fuori dai parametri di Maastricht di ben 2,7 punti percentuali. Quindi secondo le loro previsioni, l’anno prossimo dovremmo trovarci con un deficit dimezzato grazie a…cosa? La crescita non c’è, l’economia è completamente ingessata, il “piccolo è bello” dei “distretti industriali integrati” è ritornato ad essere spazzatura letteraria di serie B, alla favola delle Medie Imprese (nuova specificità italiana) credono solo gli allocchi. E allora? Allora ancora una volta ci prendono per il culo. Se la torta del Pil crescerà tra lo 0,8 e 1,7% (volendo essere larghi di maniche), come da previsioni spiattellate su tutti i giornali economici, da dove verranno gli altri soldi? Naturalmente dalla riserva di cui sopra. E così il governo Prodi fa un nuovo miracolo italiano. Dopo aver sentenziato contro il truffatore Berlusconi che prometteva milioni di posti di lavoro agisce, se possibile, ancora più subdolamente di questo. E lo fa con stile. Non è così populista come il cavaliere nero, il professore usa numeri e dati virtuosamente combinati grazie alla connivenza di “Istituti di Manipolazione Autorizzata” (vedi l’ISTAT). Vogliono costringerci a maggiori sacrifici anche quando non ce n’è impellente bisogno. Il tutto perché c’è qualcun altro da accontentare, quei burattinai che La Grassa ha ben definito GFeID (Grande Finanza e Impresa Decotta). Persino quei campioni di tecnici che siedono alla BCE hanno dato il loro imprimatur alla manovra del governo di centro-sinistra. E come non farlo del resto, servi come sono, sia gli uni che gli altri, del padrone americano. C’è la linea (dettata dalla finanza americana) da seguire e non si va fuori di un solo millimetro.

Ma non tutti dormono, il malumore comincia a serpeggiare copioso e Prodi si becca pure sonori fischi nella grassa Bologna.  Speriamo che questi mormorii estemporanei si tramutino presto in un’ondata di malcontento irrefrenabile atta a spazzare via questi furfanti, i quali, come ha fatto involontariamente notare Galli della Loggia, hanno dalla loro parte tutto il salotto buono, gli intellettuali di regime e i nani e le ballerine del mondo dello spettacolo. Chapeau a voi.

PENSIONI AD UNA "STELLA" (di M. Tozzato)

Sul Corriere Economia dell’11 dicembre 2006 è apparso un articolo firmato Luigi Maggi che riassume abbastanza bene i  diversi temi che sono in gioco nel dibattito sulla riforma previdenziale. Naturalmente il primo  punto, che è quello più dibattuto in questo momento, concerne l’età anagrafica minima per il pensionamento. In effetti l’innalzamento a 60 anni (dai 57 attuali) previsto a partire dal 1° gennaio 2008 potrebbe risultare diluito in due o tre anni, però  questa questione, cruciale per chi si trova vicino al raggiungimento dei requisiti per la messa in quiescenza, viene forse eccessivamente enfatizzata, considerando che per la totalità dei lavoratori la problematica dell’importo delle future pensioni, e quindi dei tempi in cui il loro ridimensionamento risulterà particolarmente gravoso per il livello generale del tenore di vita del lavoro dipendente e del piccolo lavoro autonomo, appare evidentemente più decisivo. La legge delega del 2004 aveva caricato, in considerazione anche della prevista imminente stesura del decreto legislativo, di particolare significato la scadenza di fine anno 2007. Con una certa  rassegnazione si dava già per scontato fin da allora che il passaggio anticipato al calcolo contributivo avrebbe costretto tutti i lavoratori, sotto una certa anzianità lavorativa, ad aderire ai fondi pensione e comunque per usufruire di un assegno decente da parte della previdenza pubblica a  lavorare per 40 anni e quindi fino ad un età superiore ai 60. La maggior parte delle persone che potrebbe capitarmi di incontrare mi direbbe, ne sono certo, che le cose effettivamente stanno proprio così ; probabilmente invece sono necessarie alcune precisazioni. La prima osservazione da fare è che la grande bastonata non ce l’hanno ancora data e dovrebbe invece arrivare proprio nell’anno che sta per iniziare. Scrive infatti Maggi che l’introduzione del calcolo con il<<metodo contributivo […] è stata sì prevista dalla riforma Dini, ma in via graduale e solo a partire dal 2017 (col sistema “misto”, in parte ancora retributivo ma scemante, in parte contributivo via via prevalente) fino a soppiantare totalmente il retributivo solo dal 2035>>. Per coloro che andranno in pensione prima <<il metodo di determinazione della pensione è rimasto quello retributivo. […] Un criterio di calcolo vantaggioso, che prescinde dall’età in cui si decide di smettere. E’ per questo che, visto il progressivo allungamento della vita media, il legislatore chiede di elevare l’età minima di pensionamento.>> L’innalzamento previsto a breve dell’età pensionabile, a quanto sembra, quindi, servirà a posticipare per molti l’uscita dal mondo lavorativo ma non inciderà per i prossimi anni in maniera significativa sulla spesa pensionistica influenzando in maniera negativa anche il decollo dei fondi pensione. Di conseguenza Maggi afferma: <<L’unico modo per uscirne sarebbe dunque quello di passare al più presto al contributivo. Ma poiché non è pensabile un passaggio sic et sempliciter al “contributivo puro” si potrebbe nel frattempo……>>

A questo punto l’autore dell’articolo, che evidentemente è un esperto, inizia ad ipotizzare soluzioni che accelerino il processo ma sempre attraverso un sistema in cui si  <<stempererebbe l’impatto con il passaggio al sistema misto e ancor più al contributivo puro.>> L’attuale governo, i “sindacati di Stato”, questi ultimi particolarmente attirati dalla possibilità di gestire cospicui fondi pensione di diverse categorie lavorative, oltre che ovviamente la GFeID (Grande Finanza e Industria Decotta NDR), hanno sicuramente un progetto molto preciso in mente, ci hanno già scippato il TFR e hanno intenzione di farci andare in giro in pantaloncini corti e in maglietta di cotone anche d’inverno (cosa che sembra sia capitata anche a mio padre subito dopo la guerra, ma lui aveva una salute e un fisico di ferro….); con quali risorse i lavoratori italiani si preparano a difendersi dall’offensiva che verrà sferrata contro di loro nei prossimi mesi ? Se qualcuno si fa qualche illusione ce lo dica.

 

 

Mauro Tozzato                        13.12.2006     

IL GATTO E LA VOLPE (di G. La Grassa)

 

il_gatto_e_la_volpePubblichiamo sul blog (cliccare a fianco) un lungo articolo di Gianfranco La Grassa che ricostruisce le alleanze tra gruppi politici di governo e Grande Finanza sub(dominante)/Impresa Decotta della passata rivoluzione industriale, nell’attuale scenario politico-economico italiano. Ovviamente, non si tratta ancora di alleanze omogenee tra poteri politici e finanziari (bancari e industriali), poiché, in questa fase, i maggiori gruppi di comando sono ancora alla ricerca di un consolidamento (sempre sotto la protezione dell’ “ombrello” americano) che, pur senza urtare gli interessi fondamentali della superpotenza d’oltreatlantico, consenta loro di drenare le scarne risorse del nostro sistema-paese e, al contempo, sia in grado di garantire un maggiore controllo delle contraddizioni tra blocchi sociali che vanno emergono quotidianamente sotto i "colpi" della stagnazione economica. Per questo, in questa congiuntura, si assiste ad un continuo sfaldamento con nuovo intreccio di alleanze e cointeressenze tra i poteri suddetti, la cui trasversalità rende difficile un’analisi chiarificatrice. Dal lato politico, i gruppi più attivi nel loro servilismo pro-finanza sono quelli legati al Capo del Governo da un lato (Bazoli-Salza) e quelli legati, invece, al Ministro degli Esteri dall’altro (invero quest’ultimo fronte è ancora poco delineato e potrebbe ricomprendere una certa finanza rossa, e poi danno da pensare le aperture di D’Alema a Tronchetti ed un possibile ruolo che potrebbe assumere il “silenzioso” Profumo in funzione anti-bazoliana ecc.). La situazione è ancora piuttosto torbida, ma come sempre La Grassa ci fornisce un ventaglio di ipotesi che stimola la riflessione.

 

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