LO "SPETTACOLO" DEI SITUAZIONISTI

Vi proponiamo sul blog un passo tratto da un saggio di Anna Boschetti (docente di Letteratura francese all’Università di Venezia) dal titolo, La rivoluzione simbolica di Pierre Bourdieu, Marsilio 2003 (cit. pag.11).  Lo facciamo perchè, secondo noi, le affermazioni contenute nel brano descrivono efficacemente l’autoreferenzialità di certe teorie che "incantano" quanto più sono falsamente critiche della società capitalistica (e che proprio per questo vengono accettate dai "salotti intellettuali"). Possiamo dire, con paradosso dissacrante, che i Baudrillard e i Debord hanno preso  il davanti della scena perché la società dello spettacolo, quella che loro tentavano di criticare, li ha resi à la page. In realtà, queste pseudoteorie sono fondate su basi talmente irrealistiche che la sussunzione sotto l’egida del pensiero dominante era inscritta da sempre nel loro DNA. Certo non si può direttamente dare la colpa a Debord di aver fatto da "padre " involontario a quella pletora di psicologi, sociologi, tuttologi che oggi appestano i media con le loro litanie sulla società dello spettacolo, sullo scollamento sociale, sui modelli televisivi che essi stessi contribuiscono a rimpinguare (e costruire) ad ogni banalità proferita. Ma, a scanso di equivoci, anche noi vogliamo offrire il nostro piccolo contributo per contrastare i "fast thinkers" (così come li ha definiti Bourdieu)  di cui abbonda anche il panorama intellettuale italiano. Ma ora vi lasciamo alla succosa lettura di questo passo.

 

<<Come Bourdieu ha mostrato nelle sue analisi, i dominanti tendono alla conservazione dell´ordine simbolico cui è associata la loro posizione, e il successo delle eresie è affidato ai nuovi entranti che hanno interesse a sovvertire quest´ordine. Ma il modo di riproduzione della nostra università fa sì che i nuovi entranti siano pochi, e poco disposti a mettere in discussione il pensiero dei maestri da cui sono stati formati e da cui dipende la loro carriera.

La visione dissacrante della cultura proposta da Bourdieu non ha neppure i requisiti per piacere ai filosofi e ai filologi. L´entusiasmo di Rossana Rossanda non è sufficiente, perché mette in luce soprattutto l´impegno politico di Bourdieu, senza far vedere il lavoro scientifico e teorico che distingue la sua posizione. In Italia continuano a passare per maestri di pensiero, molto tradotti, molto letti e molto citati, quelli che Bourdieu chiamava i "fast thinkers", i Baudrillard e i Debord, autori di "teorie" inafalsificabili e seducenti, che dispensano dalla fatica di capire davvero, proponendo semplici chiavi passe-partout, false evidenze che danno l´illusione di capire riportando tutto ad un aspetto che non è una spiegazione ma un effetto (la "società dei consumi", la "società dello spettacolo"). Sono quelli che parlano di "mutazioni" epocali, oppure propongono spiegazioni ultime, suggestive, sull´"essenza", le profondità "insondabili" del reale, previsioni sulle grandi tendenze del pianeta, spiegazioni psicoanalitiche che riducono i mali del mondo a problemi personali, da affrontare con soluzioni individuali. "Maestri" nefasti che, alimentando le illusioni, le mitologie e l´onirismo, contribuiscono alla conservazione dell´ordine sociale da cui proviene il disagio esistenziale.>>

Riceviamo e pubblichiamo:

Brevi Note sulla proprietà privata

La proprietà privata deve essere soppressa come rapporto sociale, come generatrice di ricchezza e di competizione.

Il problema fondamentale, di cui molti pseudo-marxisti, oggi  liberali, non si avvedono, è che non è la distribuzione della proprietà privata tra le persone (più iniqua o meno iniqua) ad essere determinante, quanto piuttosto l’esistenza stessa della proprietà privata come rapporto sociale ed economico. Il giudizio su una comunità non può essere dato in base alla distribuzione della proprietà tra la gente (come vorrebbe la teoria del "siamo tutti proprietari al giorno d’oggi"), ma sulla maniera di relazionarsi delle persone tra di loro a livello economico, cioè sulla base della concorrenza (come presuppone l’esistenza della proprietà privata come rapporto giuridico) o sulla base della cooperazione.

Bisogna spostare l’attenzione dalla proprietà privata (dove con essa intendiamo un rapporto sociale di competizione e/o di sfruttamento) alla proprietà propria, cioè ciò che ci appartiene in quanto fonte di valore d’uso (una casa, una terra coltivata, dei vestiti, etc.) ovvero  tutto ciò che è utile all’esistenza. La proprietà propria unita a quella collettiva pubblica sono le due forme corrispondenti alle reali necessità dell’uomo, fatto di intimità e  personalità e di spirito comunitario allo stesso tempo.

Comunità comuniste danno alla proprietà un esclusivo valore d’uso o valore affettivo, cioè valore di appartenenza, di storia, di tradizione. Il personale, ciò che ti appartiene perché è tuo, quindi è invendibile in quanto possiede un valore non mercificabile, si affianca al collettivo, ciò che è in comune (il lavoro cooperatvio, i servizi, le terre comuni, i boschi, la natura, etc.).

Oggi molti credono che con la diffusione capillare della proprietà (sotto forma di titoli azionari o di case…cosa peraltro assolutamente falsa nei fatti) si possa superare il capitalismo da sfruttamento). Nulla di più falso e ingenuo.

Come Marx insegna, la proprietà in sé è il presupposto per la formazione di monopoli sempre nuovi. E anche qualora esistesse una reale diffusione proprietaria con una reale diffusione delle ricchezze, questo non cambierebbe il motivo dominante della società capitalistica, fondata sull’appropriazione e la rapina, e la concorrenza tra proprietari permanente.

Lorenzo Dorato

Comunità e Resistenza

 

 

ESTEROFILI PER CONVENIENZA di G. La Grassa

L’articolo del Daily Telegraph, che si è deciso di riportare, è stato tradotto e messo nel sito (effedieffe) da Maurizio Blondet. A dir la verità, si tratta di un luogo sicuramente molto più frequentato del nostro blog. Eppure crediamo utile riproporlo perché forse una buona parte dei nostri visitatori è diversa da quella del sito in questione. Inoltre, ci sembra che una notizia come questa, di cui non abbiamo alcuna responsabilità diretta (né dunque alcun merito), sia comunque da conoscere per alcuni fondamentali motivi. Diciamo subito che in gran parte già conoscevamo ciò che viene riportato nell’articolo del Daily (e ne era stato scritto sul blog dal redattore) ["Stappa il Prodi(no) che l’acquisizione si fa!" NDR]. Ovviamente, non entriamo nel merito della questione e non ci interessa prendere una posizione innocentista o colpevolista nei confronti del nostro attuale Premier. Se ha delle responsabilità, lo appureranno in altra sede (pur se sembra abbastanza difficile, in certi casi, far emergere la verità; si veda quel che è accaduto alla Geremia).

In ogni caso, immaginiamo pure che Prodi sia puro e immacolato come quando gli si materializzò lo spirito di La Pira (mi sembra fosse lui), per rivelargli il nascondiglio in cui le BR tenevano prigioniero Moro. Non è questa sua purezza che ci interessa. Semplicemente, crediamo sia vergognoso che la stampa italiana, così prodiga e immediata nel dare notizie di inchieste e quant’altro su Berlusconi, sia al contrario così avara di interesse per questa faccenda quanto meno un po’ intricata e oscura. Sembra proprio che stampa “libera” e “giustizia” (in realtà, le Procure rappresentano la parte dell’accusa, non la giustizia che si pretende “super partes”) usino costantemente “due pesi e due misure”. E questo, se lo si aggiunge allo schifo montante generato (per fortuna) dal nostro sistema politico, dà la netta sensazione di vivere in un paese in mano ad alcune cosche di potere, un po’ come Napoli e dintorni. Meno male che si ha pure l’impressione che tali cosche, malgrado numerosi compromessi già fatti, non abbiano ancora raggiunto un pieno accordo per spartirsi il potere (forse la torta comincia ad essere un po’ piccola per soddisfare tutti).

L’altra questione assai irritante è l’atteggiamento di chi ancora insiste nel credere che il centrosinistra – un centrosinistra che non sa, dopo anni, trovare un sostituto a Prodi, un burocrate senza partito alle spalle e dietro il quale si trincera chi non ha il coraggio di presentarsi in prima persona – sia migliore, o almeno “il meno peggio”, rispetto all’altro schieramento. E passi se si trattasse solo dell’opposizione a certi valori della destra, che sono gli stessi dell’Udeur o, per altri versi, dei radicali e dei “laici” dell’Italia dei valori o della Rosa nel pugno; no, il vero problema della destra è che è guidata da Berlusconi, il male assoluto, la vergogna del nostro paese, ecc. Quando la stampa angloamericana sparlava del “cavaliere nero”, era tutto un piagnisteo “di sinistra” per la figura che facevamo all’estero. E adesso che il Daily pubblica un servizio del genere, ve ne fregate sinistri del c….? Magari ve la prendete con questi maledetti stranieri che pretendono di farci la morale? E’ evidente che, quando qualcuno dice di voi che siete coglioni, in fondo non sbaglia, almeno per la maggior parte di voi; poiché la maggior parte continua ancora a votare uno schieramento che si tiene come leader un personaggio privo di alcun titolo preferenziale rispetto a Berlusconi; non almeno per chi è dotato di cervello e “buon gusto”.

Chi vuol capire capirà di quali ambienti è espressione l’attuale Premier e lo schieramento al governo: ambienti economico-finanziari parassitari, che stanno mangiando il paese, e per di più legati alla grande finanza americana, come l’articolo del giornale inglese mette in giusta luce. Altro che opposizione alla politica estera degli USA. Si cerchi di ragionare appena un po’ e vi si rivelerà l’inganno (non a caso il ministro degli esteri fu nel 1999 il “martellatore” della Jugoslavia al servizio di Clinton). Comunque, non sovrapponiamoci all’articolo del Daily; lasciamolo gustare a chi non l’ha ancora letto altrove.

ITALIANS CLAIM COUNTRY RUN by GOLDMAN SACHS
By Ambrose Evans-Pritchard (trad. di M. Blondet, fonte: www.effedieffe.com)

«Gli italiani brontolano che è la Goldman Sachs a gestire il loro Paese, come i gesuiti governavano durante la Controriforma (sic).
Il premier Romano Prodi è un ex Goldman Sachs, così come il presidente della Banca Centrale Mario Draghi e il vice-capo del Tesoro Massimo Tononi.
Il prezzo di avere tanti amici a corte è che la celebre banca, inevitabilmente, viene implicata negli scandali finanziari che così spesso turbinano attorno alla classe politica italiana.
Dal mese scorso, Goldman Sachs è trascinata in un’inchiesta per corruzione, che si allarga sempre più, riguardante la fusione Siemens-Italtel e risalente alla metà degli anni ’90.
L’indagine è arrivata a lambire in modo imbarazzante Mister Prodi, che è stato nel libro-paga Goldman Sachs dal 1990 al 1993, e poi di nuovo nel 1997 dopo la sua prima prova come primo ministro.
L’inchiesta è solo una delle varie indagini in corso in tutta Europa a proposito di una rete di conti neri, del valore di 400 milioni di euro, usati da Siemens per ungere le ruote.
Gli inquirenti di Bolzano sostengono di aver scoperto un pagamento di Siemens di 10 milioni di marchi tedeschi ad un conto Goldman Sachs a Francoforte nel luglio 1997.
Da qui, il denaro è rimbalzato più volte nel mondo, spedito da Londra e Tokio prima di tornare in Germania in forma di yen, secondo il giornale finanziario Il Sole.
Un funzionario di Goldman Sachs, interrogato all’inizio del mese, ha detto che il pagamento di 10 milioni di marchi è stato fatto per una «terza parte sconosciuta».
La Guardia di Finanza ha perquisito la sede di Milano di Goldman Sachs a febbraio, dove ha sequestrato, fra altre carte,  un dossier intitolato «M Tononi/memo-Prodi 02.doc»; ha anche messo le mani su una lettera spedita alla Siemens dall’ufficio francofortese di Goldman Sachs nel 1993, che esponeva un buon affare a riguardo di Italtel.

A quel tempo, Italtel veniva privatizzata dalla «holding company» italiana di Stato, IRI, che Prodi aveva guidato negli anni ’80 e che sarebbe tornato a guidare ancora prima di diventare premier nel 1994.
La lettera diceva: la «conoscenza dell’IRI e del suo management» da parte della Goldman Sachs  «può essere di estrema importanza in una trattativa. Da marzo 1990 il nostro primo consulente in Italia è il professor Romano Prodi».
Si riferisce che Goldman Sachs si è poi assicurata il lavoro come consulente nella fusione Siemens-Italtel.
La banca ha rifiutato di commentare, sostenendo la confidenzialità della cosa.
«Rigettiamo ogni sospetto di improprietà delle nostre azioni e stiamo cooperando pienamente all’inchiesta con le autorità», dichiara.
La procura di Bolzano dichiara che Prodi non è nel mirino dell’inchiesta, anche se sta esaminando i compensi da lui ricevuti da Goldman Sachs.
Mister Prodi ha ricevuto 1,4 milioni di sterline tra il 1990 e il 1993 attraverso una società di Bologna chiamata «Analisi e Studi Economici», di cui è titolare insieme a sua moglie.
La segretaria della ditta ha poi detto al Daily Telegraph che molto di quel denaro veniva da Goldman Sachs.
Mister Prodi è perseguitato da accuse di aver svenduto patrimoni dello Stato ad amici e alleati politici.
L’affare più discusso è stato la vendita del gruppo alimentare Cirio-Bertolli-De Rica nell’ottobre 1993 alla Fi.Svi, una ditta-guscio.
Che immediatamente vendette il gruppo per 310 miliardi di lire (100 milioni di sterline) a Unilever, di cui Mister Prodi era stato consulente pagato fino a poche settimane prima.
Il Credito Italiano aveva valutato il gruppo tra i 600 e i 900 miliardi di lire.
Goldman Sachs era profondamente implicata in questa transazione.
Un memorandum dell’ufficio di Londra della banca, inviato alla Unilever a Milano in data 24 agosto 1993 e stampigliato «strictly confidential», discute l’affare in lungo e in largo e suggerisce il coinvolgimento di Mister Prodi, cosa che quest’ultimo ha sempre negato.
«La Fi.Svi chiamerà Prodi per avere il suo pieno appoggio nella discussione con Unilever», vi si legge.
Una procuratrice di Roma, Giuseppa Geremia, ne trasse la conclusione, nel novembre 1996, che c’erano indizi sufficienti per incriminare Mister Prodi per conflitto d’interesse.

Ma a quel tempo lui era già primo ministro; l’iniziativa della magistrata suscitò una tempesta.
La signora Geremia ha detto al Telegraph che il suo ufficio fu «visitato» da ignoti.
Il caso fu chiuso nel giro di settimane dai suoi superiori, e lei fu esiliata in Sardegna.
Accuse di malversazione contro figure pubbliche devono essere prese con le molle in Italia, dove le lotte politiche vengono spesso decise per via giudiziaria penale.
«Goldman Sachs è trascinata in questa cosa da politici di destra che mirano a Prodi. E’ un processo fatto sui giornali», dice un osservatore.

 

VERSIONE IN L.O.(fonte Daily Telegraph)

ITALIANS CLAIM COUNTRY RUN by GOLDMAN SACHS
By Ambrose Evans-Pritchard

Goldman Sachs men: Massimo Tononi, Mario
Draghi and Romano Prodi

Italians grumble that Goldman Sachs runs their country, much as the Jesuits ran countries during the Counter-Reformation.

Premier Romano Prodi is an ex-Goldman Sachs man, as is central bank president Mario Draghi and the deputy treasury chief Massimo Tononi.

The price paid for having so many friends at court is that the elite bank inevitably becomes entangled in the financial scandals that so often swirl around the Italian political class.

For the past month, Goldman Sachs has been dragged into a widening corruption probe into the Siemens-Italtel merger dating back to the mid-1990s.

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The inquiry has moved uncomfortably close to Mr Prodi, who was on the Goldman Sachs payroll from 1990 to 1993 and again in 1997 after his first stint as prime minister.

Politicians from the Forza Italia party have jumped on suggestions that Goldman Sachs may be involved, making damning allegations in the Chamber of Deputies under parliamentary immunity.

The inquiry is just one of several probes across Europe into a €400m (£273m) network of black accounts used by Siemens to grease deals.

Prosecutors in Bolzano, Northern Italy, claim to have unearthed a Siemens payment of DM10m (£3.2m) to a Goldman Sachs account in Frankfurt in July 1997. From there it ricocheted around the world, going to London and Tokyo before returning to Germany in yen – according to Italy’s financial newspaper Il Sole.

A Goldman Sachs employee summoned for questioning earlier this month said the DM10m payment had been made for an unknown third party.

Italian Treasury Police raided the Milan office of Goldman Sachs in February, where they removed a file called "MTononi/memo-Prodi 02.doc", among other papers.

They have also obtained a letter to Siemens from the Frankfurt office of Goldman Sachs in 1993 pitching for business on the Italtel deal.

At the time, Italtel was being privatised by the Italian state holding company IRI, which Mr Prodi had run in the 1980s and would soon run again before becoming prime minister in 1994.

The letter said Goldman Sachs’s "knowledge of IRI and its management could be extremely important in a negotiation. Since March 1990 our senior adviser in Italy has been Professor Romano Prodi".

It is reported that Goldman Sachs later secured the work as an adviser on the Siemens-Italtel merger. The bank refused to comment, deeming the matter confidential.

"We refute any suggestion that our actions are improper and we are co-operating fully with the authorities in the investigation," said the bank.

Bolzano prosecutors said Mr Prodi is not a target of their probe although they are examining his fees from Goldman Sachs. Mr Prodi received £1.4m between 1990 and 1993 through a Bologna consulting company named Analisi e Studi Economici, jointly owned with his wife. The company secretary later told The Daily Telegraph that much of the money came from Goldman Sachs.

Mr Prodi has been dogged by allegations that he sold off state properties cheaply to friends and political allies.

The most controversial was the sale of the Cirio-Bertolli-De Rica food group in October 1993 to Fi.Svi, a shell-company, that sold it on immediately for 310bn lira (£100m) to Unilever, where Mr Prodi had been a paid consultant until weeks earlier. Credito Italiano had valued the stake at 600bn-900bn lira.

Goldman Sachs was deeply involved in this transaction. A memo from the bank’s London office sent to Unilever in Milan, dated August 24, 1993 and marked "strictly confidential", discusses the deal in depth and suggests that Mr Prodi might have been involved – a claim that he has always denied. "Fi.Svi is going to call Prodi in order to have full support in this discussion with Unilever," it said.

A Rome prosecutor, Giuseppa Geremia, concluded in November 1996 that there was enough evidence to press charges against Mr Prodi for conflict of interest, but by then he was prime minister. She set off a firestorm.

Ms Geremia later told The Daily Telegraph that intruders broke into her offices. The case was shut down within weeks by superiors. She was exiled to Sardinia.

Allegations of wrongdoing by public figures come with a big health warning in Italy, where political scores are often settled through criminal probes. "Goldman Sachs is being dragged into this by the Right-wing politicians to get at Prodi. It is trial by newspapers," said one observer.

IL SINDACO FILOSOFO 2 di G. La Grassa

Per quanto riguarda l’intervista a Cacciari, il Gazzettino di oggi riporta alcune affermazioni dell’impareggiabile Sindaco di Venezia. Questi avrebbe sostenuto che è necessario fondare un Partito democratico, ma del nord, ben separato dagli ambienti del centro, cioè romani. Inoltre, sembra abbia detto che si deve essere assai spregiudicati e dialogare con la Lega. Il cinismo è a volte sintomo di intelligenza, non però quando si fa piccolo cabotaggio per intorbidare le acque e cercare il proprio misero tornaconto da politicante. Povero sindaco "filosofo". Come filosofo, lo lascio giudicare a chi ha voglia di leggere i suoi pastrocchi (io mi sono fermato già alcuni anni or sono). Come sindaco e politico, mi sembra ormai "andato in ….mona". Una malinconica fine per un Cac-ciari, pupillo degli "operaisti" della prima ora.

DAL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE AI NUOVI PARADIGMI FINANZIARI: LA GLOBALIZZAZIONE FINANZIARIA
III° PARTE di G. Duchini

 

    Alla fine degli anni ’80, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), era al massimo del suo sviluppo storico finanziario, tanto da comprendere 150 paesi del mondo esclusi i paesi dell’Europa dell’Est, dell’Unione Sovietica e del Sud Est Asiatico. Secondo le necessità della grande finanza Usa,  mancavano ancora i tasselli importanti di quella parte di mondo dove  “Il sole non tramonta mai.” Un disegno di fatto mai raggiunto nella storia dei popoli, ma il cui tentativo doveva essere realizzato dalla voracità del Capitale Finanziario targato Usa: un grande appetito autovalorizzantesi doveva divorare la parte restante di mondo non ancora conchiuso nelle logiche finanziarie dei “pelosi-aiuti” del Fmi. Quest’ultimo, nel momento in cui offre investimenti alle economie in difficoltà, allunga, nel contempo, i tentacoli  paralizzanti e mortali delle grandi piovre bancarie, Banche d’Affari Usa “in primis.” Il passaggio del Fmi dai cambi fissi a quelli flessibili degli anni ’70, si rilevò epocale, difatti la possibilità del Fmi a marchio Usa, di intervenire direttamente  nelle singole economie nazionali, per garantire la libertà di circolazione del Capitale Finanziario condusse alla fine del ruolo di valore delle monete nei loro valori di equivalenti delle economie nazionali. Un disegno, quello Usa, perseguito allargando  lo spazio di manovra finanziaria al fine di creare, nella grande “liquidità internazionale”, un vettore economico a forte composizione finanziaria.

    La caduta del muro di Berlino alla fine degli anni ’80 segnò, nella straordinaria crescita dei mercati finanziari internazionali, l’obiettivo sempre perseguito dal Fmi, quello della “globalizzazione finanziaria”. Sotto molti aspetti ci ricorda la “mondializzazione” del sistema monetario aureo “gold standard” dei primi del Novecento, anche se rispetto al passato, questo risulta essere profondamente diverso. Anzitutto, la deregolamentazione e lo smantellamento delle restrizioni e dei controlli sui movimenti di capitali (zona dell’euro compresa) hanno  favorito l’internazionalizzazione dei movimenti finanziari, nel sacro principio della libera concorrenza. La politica autarchica perseguita dall’Unione Sovietica non era mai stata del tutto isolata dall’occidente; dagli anni ’30 e fino alla seconda guerra mondiale gli scambi  con i paesi dell’Europa Orientale erano intensi. Dopo l’ultima guerra tutti i paesi dell’Est furono riuniti e tenuti in isolamento dall’occidente nel Comecon, come risposta al Gatt occidentale. I tassi di crescita delle economie pianificate dell’Est scesero dal 6% degli anni ’50 al 4% degli anni ’70, al 1,2% degli anni ’80, da questo momento in poi la stagnazione farà da preludio all’implosione dell’URSS. Nel 1992, i quindici paesi dell’ex Urss,  tra cui la Russia, entrarono formalmente nel Fmi che si prodigò in una massiccia opera di sostegno finanziario. I processi di transizione ai mercati, nelle liberalizzazione dei capitali, portarono questi paesi ad una debacle verticale e prolungata della produzione con cadute fino al 70-80%; la conseguente liberalizzazione dei prezzi portò ad una inflazione del 1300% in Russia, 15.600% in Georgia. Gli aiuti del Fmi ai paesi dell’Est furono consistenti ed invasivi, come  altrettanto invasivi furono gli interessi americani in quelle aree, nelle sostituzioni dei governi con quisling favorevoli agli ingressi dei capitali Usa. La stessa Russia non fu esente da questa intrusione finanziaria-politica, il Fmi concesse forti finanziamenti nel periodo di governo di Eltsin; con Putin si cambiò registro e si tornò ad una più marcata autonomia. Nel complesso l’ingresso del Fmi nell’Europa Orientale finì per determinare l’integrazione di quest’ultima nel sistema occidentale, con la liberalizzazione dei mercati finanziari che permise, successivamente, il loro ingresso nella zona euro. Ulteriore conferma  dell’importante strumento del Fmi, quale veicolo del dominio Usa, nell’allargamento delle aree di influenza di integrazione economica finanziaria, insieme all’elemento fondamentale della conquista piena e risolutiva rappresentata dagli ombrelli militari .          

    Le grandi manovre finanziarie, realizzate dai vari presidi di occupazione del neocolonialismo finanziario Usa, garantiscono attraverso la liquidità, gli obbiettivi strategici della  centralità  e del controllo permanente “a stelle e strisce”. L’aspetto più importante del Fmi è stato quello di concentrare maggiormente l’attenzione sui sistemi finanziari interni, attraverso “standard internazionali”, nelle aree ritenute più importanti per la stabilità finanziaria. Gli standard maggiormente tenuti sotto controllo riguardano in particolare, le politiche monetarie e fiscali, i sistemi bancari, la struttura proprietaria delle imprese, i sistemi contabili. Lo sviluppo ed il controllo degli standard  affidato al Fmi è coadiuvato dagli organismi internazionali che pubblicano i vari indici “Moody, Dow Jones..,” per le verifiche dei codici di comportamento. Se i paesi componenti del Fmi non ottemperano alle regole predisposte al fine di prevenire le crisi finanziarie vengono fatte sottoscrivere, a questi paesi “in osservazione”, lettere di intenti allo scopo di perseguire un programma di risanamento. L’economia del paese in esame, viene “messa in quarantena” entro i vincoli delle misure  di compatibilità alle “strategie preventive” del Fmi. Per rendere tali azioni più efficaci, si attivano le truppe coloniali della finanza, le Banche d’Affari private Usa che accompagnano gli interventi di indirizzo strategico del Fmi. Queste Banche queste concedono  linee di credito al “paese in crisi” per farlo rientrare entro le maglie strette dei vincoli internazionali. Affinché possano sempre più affermarsi le ragioni del dominio Usa e per agire sempre più in profondità entrando direttamente nei gangli vitali delle economie poste sotto tutela, è anche mutata la natura dei debiti: i debiti esteri dei paesi in crisi non sono più di natura  bancaria  ma in forma obbligazionaria. Le grandi  fusioni bancarie in atto sono soltanto l’aspetto visibile e superficiale di un lungo sommovimento di concentrazioni finanziarie che stanno spazzando via, in questi ultimi anni, la funzione principale delle banche, ovvero l’intermediazione creditizia tra il deposito dei piccoli risparmiatori e le necessità di finanziamento delle imprese. In particolare, la gestione clientelare “del porta a porta” della piccola banca italiana è ormai un relitto del passato.

    L’ingresso del Capitale Finanziario Usa, per il tramite delle grandi Banche d’Affari, ha eliminato in Europa, ed in modo particolare in Italia, un modo di gestire il finanziamento alle imprese per il tramite delle banche. Nell’esempio italiano, le due grandi concentrazioni bancarie di “SanIntesa” ed “Unicredit” hanno ormai rivolto all’estero la ricerca di liquidità, facendo venir meno la funzione intermediatrice delle banche nel proprio territorio. La conseguenza fondamentale di questi grandi processi finanziari va cercata nella modifica sostanziale del Capitale Bancario e in particolare,  nel cambio di natura del debito (o prestito): si è trasformata la forma del Capitale Finanziario passando dal  controllo diretto delle imprese a quello indiretto per il tramite della liquidità. Al fine di rendere più efficace l’azione di controllo nei confronti dei debiti dei paesi sotto osservazione, la pervasività finanziaria agisce più in profondità se “nel mutamento di forma la sostanza del controllo si ordina e si articola, attraverso una molteplicità sensibile che, passando attraverso ogni diversità, si afferma in essa come caratteristica permanente”.  Il controllo del grande Centro Finanziario Usa  si è consolidato nella moltiplicazione dei prodotti finanziari formando una grande liquidità internazionale (in sostituzione della moneta). Del resto, è impossibile riunire e difendere i milioni di piccoli risparmiatori che hanno acquistato titoli di credito, nelle forme di obbligazioni, fondi comuni di investimento, assicurativi, pensionistici, e di tutti i prodotti finanziari, dei derivati, fund edge; riunire ed aggregare in tutti i paesi indebitati (e controllati) interessi dei piccoli risparmiatori, così estremamente frazionati, può diventare un’impresa titanica; altrettanto risibili possono diventare le difese poste dalle associazioni dei consumatori nelle ipocrite denunce fatte nei confronti delle banche coinvolte negli scandali dei Bonds Argentini (vedi la Parmalat…)

    Una prima conclusione si può porre: la crescita esponenziale della liquidità internazionale è posta in relazione alle capacità di indebitamento dei paesi debitori. Gli strumenti essenziali  per creare il serbatoio finanziario nazionale, da cui attingere per mantenere il flusso della liquidità internazionale, sono  quelli classici delle politiche fiscali, delle politiche salariali e della riduzione delle politiche sociali. Il “lavoro sporco” di asporto e di trasferimento di liquidità ai mercati internazionali viene effettuata dalle Banche d’Affari Usa, per il tramite delle imprese e delle Banche nazionali; più grande è la capacità di indebitamento di un paese più elevata diventa la liquidità internazionale. Per certi aspetti si vive in un grande paradosso economico: il debito di ciascun paese mantiene con il proprio deficit di crescita, l’intero apparato finanziario internazionale, un paradosso che spinto all’estremo porta alle conclusioni che le crisi economiche garantiscono la crescita del grande Centro Finanziario Usa. Questa è la grande ragione per cui le capacità di indebitamento dei paesi diventano speculari alla crescita della liquidità internazionale; facile conseguenza di un sistema che si alimenta su se stesso. Gli investimenti di portafoglio (proprietà) delle grandi Banche d’Affari e di tutti gli altri Investitori Istituzionali sono mossi, in prevalenza, da intenti meramente speculativi, in quanto mirano a realizzare rendimenti elevati in un breve arco di tempo, prediligendo attività finanziarie altamente liquide ed a breve termine. Quando questo tipo di investimento non è più remunerativo o è diventato troppo rischioso per le capacità di indebitamento del paese in oggetto (non per l’impresa emittente!), questi flussi di capitale si volatilizzano, vanno via dal paese per raggiungere altre mete più redditizie. E’ la cosiddetta moneta calda tenuta presente dai padri fondatori di Bretton Woods e, in particolare, da Keynes che ne auspicava  una regolamentazione mai realizzata.     

 

G.D  29/05/07     

IL SINDACO FILOSOFO

 

“Io se fossi Dio, dall’alto del mio trono vedrei che la politica è un mestiere come un altro e vorrei dire, mi pare Platone, che il politico è sempre meno filosofo e sempre più coglione!: è un uomo tutto tondo che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo, che scivola sulle parole anche quando non sembra o non lo vuole”.

 (G. Gaber, Io se fossi Dio, 1980).

 

Parole mai più calzanti se riferite al Sindaco di Venezia Massimo Cacciari il quale, commentando la debacle dell’Unione alle ultime amministrative, ha emesso la sua “lucida” sentenza gettando tutte le colpe sulla sinistra “estrema” (?) che avrebbe, a suo dire, immobilizzato il governo Prodi. Nella storia dell’Italia non si era mai vista una sinistra “di lotta e di governo” così piegata a 90° verso i poteri forti, eppure questo è quello che dice l’ineffabile Sindaco (fonte intervista “Affari Italiani”):

 

La sinistra radicale incolpa il partito democratico per la sconfitta elettorale. Ha ragione?
"Sta vaneggiando. Uno dei fattori che ha portato a questo risultato sono proprio i condizionamenti e i veti posti continuamente al governo dall’ala radicale della maggioranza. Vedi i Dico, il blocco della riforma delle pensioni e tanti altri temi, tra cui la politica estera. La sinistra radicale sta semplicemente vaneggiando".
 
Però Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio attaccano…

"Mentono sapendo di mentire. Perché sanno benissimo che sono una delle cause di questa disfatta elettorale. Il   Centrosinistra ha avuto in quest’anno di governo come immagine fondamentale il condizionamento della sua ala

estrema. Come hanno pesato negativamente durante l’esecutivo Berlusconi i diktat della Lega, è evidente".

 

C’è bisogno di altri commenti…

UNA FACCENDA POCO ENI-GMATICA

 

La magistratura di Milano dà qualche “pizzicotto” all’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, per presunte irregolarità riscontrate negli apparecchi di misurazione del gas. Insieme a Scaroni risultano indagati anche altri dirigenti di Snam e Italgas. Le accuse ipotizzate dai pm milanesi sono quelle di truffa, violazione della legge sulle accise, ostacolo all’attività di vigilanza e uso di misure o pesi con falsa impronta. Insomma “robetta” che serve solo a dare un po’ di fastidio all’ad del gruppo energetico compartecipato dal Tesoro, probabilmente per la caustica presa di posizione dei vertici dell’Eni, i quali hanno fatto sapere di non avere alcuna intenzione di rinunciare alla rete di distribuzione del gas in Italia, quella gestita dalla Snam. Il centro-sinistra, per bocca di alcuni suoi “eminenti” rappresentati fa pressioni perché l’Eni rinunci al suo monopolio nella distribuzione energetica a vantaggio, soprattutto, delle municipalizzate (le quali, peraltro, sono per la maggior parte controllate da uomini vicini al centro-sinistra). Naturalmente la scusante è sempre quella del libero mercato e dei vantaggi derivanti ai consumatori da una maggiore concorrenza; peccato però che per avvantaggiare gli amministratori (e le amministrazioni) locali si vorrebbe indebolire una forte impresa nazionale che opera sui maggiori mercati esteri e che s’interfaccia, da pari a pari, con imprese statali come la Gazprom russa, prima fornitrice di gas in Europa. Certo, sappiamo benissimo che l’ENI agisce con metodi che eufemisticamente potrebbero essere definiti poco ortodossi (ma mi si dica il nome di una sola impresa che, a questi livelli, non ha scheletri nell’armadio), lo stesso Scaroni ha potuto resistere, fino ad oggi, alle pressioni, dell’UE – la quale richiede maggiori liberalizzazioni del mercato energetico in Europa (ricordiamo, en passant, che anche Francia e Germania sono “inadempienti” per evidenti ragioni strategiche e d’interesse nazionale) – e a quelle esercitate dalla politica italiana, in quanto membro autorevole del Bilderberg, "massoneria" mondiale che riunisce alcuni tra più potenti uomini della terra. Lo stesso Direttore Generale dell’Eni, intervistato dal programma Report di Rai tre, ha ribadito un concetto che mi sembra incontestabile: “francamente riteniamo che per essere le controparti credibili ai tavoli negoziali, quindi per poter ottenere le migliori condizioni del prezzo de Gas dai grandi fornitori internazionali, sia necessaria avere una struttura fortemente integrata anche verticalmente. Quindi in questo senso ci piacerebbe mantenere la proprietà di Snam Rete Gas”. E come dargli torto! Il mercato dell’energia è uno di quelli dove meno valgono le falsità sul liberoscambio, sull’economia del laissez-faire laissez passer, e dove gli Stati devono mantenere un ruolo fondamentale per assicurarsi gli approvvigionamenti necessari al fabbisogno delle proprie imprese e dei consumatori. Nessuno vuole negare che l’energia in Italia abbia un prezzo più alto rispetto agli altri paesi dell’area euro (del resto ci sono i dati che lo attestano) ma da qui a voler sanzionare questa situazione, magari indebolendo una delle poche imprese italiane che ha ancora una grande forza di penetrazione dei mercati mondiali, ci passa solo il solito masochismo all’italiana. Con queste corbellerie sui vantaggi generati dal libero mercato si è già impedito a Finmeccanica, altra impresa leader compartecipata dallo Stato, di concludere accordi vantaggiosi con Airbus, i quali avevano un valore strategico, tanto per l’Italia che per l’Europa, superiori alle commissioni per la componentistica assegnate dall’americana Boeing. Ricordo, su questa vicenda, un articolo di Carlo Pelanda, giornalista de Il Giornale, che in una overdose di liberismo stupido quanto fasullo (e tendenzioso) invitava la Finmeccanica a stare ben attenta a come si muoveva perchè non si dovevano perdere gli ordinativi della Boeing per un "misero" accordo antieconomico con Airbus. (Carlo Pelanda, 16.05.06). Si tratta sempre della solita solfa ideologica che da un quindicennio appesta il paese e che rimbalza costantemente tra un misto di statalismo affidato alle fondazioni bancarie (da parte sinistrorsa) e un iperliberismo (da parte destrorsa). Ciò va ad obnubilare la invereconda supinità di questa classe dirigente rispetto al paese centrale (gli Usa), quella che meglio incarna la contrapposizione politicamente "morbida"  tra neocattomunisti fintokeynesiani e liberisti “unipolaristi”, entrambi associati contro il recupero di indipendenza della nostra nazione. Tornando all’inchiesta di Report, mi dispiace che giornalisti normalmente molto attenti si facciano risucchiare in questa perniciosa questione delle liberalizzazioni. Ed il fatto che la UE chieda la liberalizzazione del mercato dell’energia non è una buona motivazione per depotenziare le imprese italiane più attive. Del resto (solo per fare un esempio di "parzialità" delle istituzioni europee) perché la BCE, pur di favorire l’economia statunitense, continua ad aumentare i tassi nonostante non sia affatto dimostrato che questa misura abbia un impatto positivo sull’ inflazione? Forse perché anche i vertici europei agiscono al servizio d’interessi d’oltre oceano? L’unica cosa certa, quando aumentano i tassi d’interesse, è che aumenta sia il costo del denaro, che la disoccupazione. Per cui, cari giornalisti di Report, non mi sembra una buona giustificazione invocare le istituzione europee (l’Europa dei finanzieri e delle banche vicine alla Grande Finanza americana) per costringere i paesi a rinunciare alle proprie strategie geoeconomiche. Inoltre, sarà pur vero che l’ENI vende il suo gas dei giacimenti del Kazakhistan ad una controllata dello Stato khazako che, a sua volta, lo vende alla Gazprom che lo rivende all’ENI (ad un prezzo maggiorato). Tuttavia non possiamo sapere come stanno esattamente le cose, ci sono delle ragioni che non scorgiamo ma sono sicuro che non si tratta solo del tentativo di “fottere” i consumatori italiani. Tutto ciò è sufficiente per invocare lo smembramento dell’ENI e dei suoi rapporti con la Gazprom? E per favorire chi? Quale altro monopolio? Quando Enrico Mattei cercava di fare i propri affari con chi gli forniva petrolio e gas a prezzi più bassi si scatenò il putiferio perché così si tradiva l’alleanza con gli USA per favorire  l’URSS o l’Iran (al quale l’ENI di Mattei lasciava il 75% della produzione quando perforava il suo territorio). Questo modo di fare di Mattei infastidì le “Sette Sorelle” e il governo americano, di lì a breve il presidente dell’ENI farà la fine che tutti sappiamo. All’epoca il mercato non era mercato? Perché Mattei non poteva comprare da chi faceva prezzi più bassi? In realtà, contavano gli assetti del mondo bipolare e della guerra fredda e nessuno si sognava di anteporre panegirici sul libero mercato agli interessi dell’occidente. Non si capisce perché oggi ci si scagli tanto contro Gazprom che fa gli interessi della nazione russa dopo anni di sottomissione e di violenta disgregazione voluta dai paesi occidentali. Ma, soprattutto, capisco ancor meno il voler a tutti i costi danneggiare quei pochi “gioielli” industriali che ancora ci restano.

VIVA VIVA IL “GRANDE LUCA” di G. La Grassa

(27 maggio)

 

LCdM vuol scendere nell’agone politico. I politici, salvo alcuni (non però troppo pochi), mugugnano perché quella professione bisogna saperla praticare, bisogna essere del mestiere. In linea di principio, invece, non c’è nulla di male se uno, che sappia fare qualcosa di produttivo, si prefigge di sostituire dei mestieranti, incapaci e maneggioni. I nostri politici sono solo furbastri, parolai; vogliono intascare un po’ di soldi, ottenuti taglieggiando i comuni cittadini che lavorano, e godere del potere e di innumerevoli privilegi. Quindi, se in campo entrasse qualcuno in grado di mandarli a casa, ben venga. Il problema vero è: per che fare?

Intanto, non mi sembra che LCdM abbia mai esercitato la funzione del vero imprenditore, di quelli che contribuiscono alle strategie della loro azienda. Forse curerà l’immagine, come il suo padre (“spirituale”), ma quanto ad avere effettive funzioni utili alla produzione, manifesterei molti dubbi. Del resto, il suddetto suo padre “spirituale” non aveva intenzione di entrare direttamente in politica; la condizionava assai meglio dall’esterno. Ma oggi, evidentemente, ciò non è più sufficiente per una classe dirigente economica largamente deficitaria in fatto di intelligenza strategico-produttiva; oggi bisogna succhiare più direttamente le risorse del paese, quindi ci si deve “sporcare le mani” nel politicantismo.

Questi industrialotti – sissignore, anche “quelli della Fiat” non sono molto più che industrialotti – non hanno grande fantasia e perseguono ancora, dopo quasi quindici anni da “mani pulite”, l’obiettivo di un nuovo regime centrista; con piccole, minime, torsioni a sinistra, per meglio fregare la “vile plebaglia” (non sono io a pensarla tale, sia chiaro!), che deve solo limitarsi a lavorare e ad appoggiare partiti e sindacati, putridi apparati di Stato che fanno tutto il possibile per tenerli buoni e, quando non vi riescono, ottenere almeno il risultato di smussare e incanalare la loro rabbia per insabbiarla.

I meschini e inetti gruppi grande-imprenditoriali italiani hanno effettuato questo tentativo fin dall’inizio, dal 1993, ma hanno intravisto nuove possibilità con le elezioni dell’anno scorso. Due-tre mesi prima delle stesse, il centro-destra appariva in caduta libera; e, al suo interno, FI era data nettamente sotto il 20%, mentre si pensava ad una UDC verso il 10%. Finalmente era arrivato il momento di applicare la vecchia parola d’ordine della “rivoluzione culturale cinese”: “bastona il can che annega”. Il “cane” era Berlusconi; sembrava ormai possibile assestargli la spallata definitiva. L’8 marzo, in “pompa magna”, Mieli verga l’editoriale del Corriere con cui si invita a votare il centro-sinistra; un editoriale approvato dall’intero patto di sindacato della Rcs, il cosiddetto piccolo establishment (ivi compreso quel Tronchetti, che ha successivamente preso delle belle “musate” dal Governo Prodi). Una volta regolati i conti con Berlusconi, si sarebbe poi visto come liquidare le sedicenti “estreme”, in particolare la sinistra denominata radicale.

Le elezioni, con grande scorno di sinistri, finanzieri e industriali (Mieli, come già Scalfari, porta “sfiga” a coloro per cui si schiera), finirono in sostanziale pareggio, con FI al 23-24 % e l’UDC rimasta sostanzialmente al palo, comunque assolutamente non in grado di sostituire Rifondazione & C. E’ passato un anno, sul quale sorvoliamo, durante il quale, in ogni caso, i “tifosi” industrial-finanziari del centrosinistra, a partire proprio dall’ingrato LCdM, hanno avuto un sacco di favori tra prepensionamenti, rottamazione e chissà cos’altro ancora (nel mentre si metteva in cantiere un bell’aumento dell’imposizione fiscale e tante finte liberalizzazioni per colpire la piccola impresa e il lavoro autonomo dei vari settori, e avere così le risorse per fare “regali agli amici”, corrompere questo e quello, ecc. ).  

Adesso, il tempo stringe. Casini sta facendo tutto il possibile per scompaginare il centrodestra, pure AN e la Lega ci mettono del loro per sfasciare il “baraccone”. A sinistra, Rifondazione – dopo la crisi di Governo seguita agli “scazzi” sulla politica estera – ha preso una tale paura di dover andare a casa e perdere tutti gli appannaggi del (piccolo) potere, da servi dei servi, che è sufficientemente mansueta; deve brontolare un po’, e così pure i “comunisti italiani” e i verdi, per non perdere completamente la presa su quella data quota di elettorato, ma sta dimostrando la validità del detto popolare: “can che abbaia non morde”. Bertinotti, sempre in abito scuro (anche quando va a letto?), pur attaccato da LCdM alla recente riunione della Confindustria quale residuo preistorico, è andato ad abbracciarlo alla fine del discorso e si dice telefoni spesso al braccio destro di Luca. Non si sa come andranno le elezioni amministrative odierne, ma in ogni caso è necessario sbrigarsi e portare un affondo per una “nuova politica”.

Ecco allora che LCdM scopre anche lui la crisi del sistema politico nostrano, e perfino che destra e sinistra non sono affatto molto differenti nella percezione della “gente”; per lo meno non differenti nei disastri che combinano e nella pochezza e corruzione dell’azione condotta. Solo che per LCdM il fatto che i termini destra e sinistra hanno fatto il loro tempo significa solo che …..bisogna ricostituire il centro (un progetto “nuovo nuovo”). Non quindi spazzare via e destra e sinistra, bensì prendere un pezzo (moderato) dell’una, un pezzo (moderato) dell’altra, tagliare via le “ali estreme” (prive di “cultura moderna e industriale”), e rifare un bel regime che rinnovi gli (in)fausti di quello vecchio. Alla faccia di questo nuovo “genio politico”! Come pirla (detto “affettuosamente”), non ci bastava già il “berlusca”?

Poiché siamo al “rinnovamento” – ideato nella quattro o cinque giorni del seminario milanese organizzato poco tempo fa dalla Bocconi e dalla Rcs – ci sono già fior di tecnici “nominati” (sulla carta) futuri ministri; i giornali scrivono di personaggi “nuovissimi”: Monti (l’Enzo Biagi dell’economia per la piattezza del suo dire soporifero), Giavazzi, Ichino. Non parliamo dei politici che manifestano entusiasmo per i progetti montezemoliani: Casini (con i bei settori di immobiliaristi alle spalle), Veltroni (rimasto orfano della Capitalia) e, udite udite, Alemanno, quello della destra “sociale” (probabilmente denominata così perché favorevole alla socializzazione delle perdite imprenditoriali, socializzazione nell’odierna forma, già ricordata, dei prepensionamenti, rottamazioni, e quant’altro). Che combriccola di persone per bene e soprattutto nuovissime, mai sentite nominare prima! Non c’è dubbio che questa accozzaglia bipartisan assicura il superamento del binomio destr/sinistr. E’ tuttavia lecito avanzare serie perplessità (eufemismo) sul fatto che tale superamento vada nella direzione della freschezza e novità chieste da chi manifesta ormai un disprezzo assoluto verso questa politica. Ma tant’è! Qui sta tutto il “genio” e la “creatività” di LCdM. Tenuto conto di come ha guidato la Confindustria (e anche la Fiat), si poteva sperare in qualcosa di più? Mah!

 

Non si può d’altronde uscire da questo mefitico ambiente politico, assai più scadente e non meno corrotto di quello della prima Repubblica, fino a quando non si modifica completamente la classe dirigente economico-finanziaria. Non si tratta di pretendere che i capitalisti, gli imprenditori, vestano i panni di San Martino. E’ ora di finirla con le “balle” sulla funzione sociale dell’impresa, sull’etica degli affari. E’ talmente disgustoso questo “buonismo” degli ipocriti (al 90% di sinistra, sono loro i più coglioni e/o i più furfanti e bugiardi) da far venir voglia di vedere all’opera una nutrita schiera di brechtiani Mackie Messer, di affamatori del popolo. Perfino i vecchi comunisti “mangiabambini” dell’era staliniana sollevano in me ondate di nostalgia. Che bello sarebbe vedere stormi di vampiri calare rapidamente su carnose e robuste lavoratrici per addentare le loro giugulari. Non mi sento per nulla soddisfatto nel pensare soltanto che il profitto capitalistico è pluslavoro (in forma di valore) estorto agli operai. E’ troppo asettico e indolore; è del tutto “scientifico”, cioè grigio e banale. I capitalisti non possono essere dei meschini “Monsù Travet”, dei contabili del “soldino”. I capitalisti debbono essere come il macellaio di Adam Smith che per il suo egoistico interesse (profitto) ti fornisce la “buona carne”; ovviamente ipocrita anche il sedicente fondatore dell’ancor più sedicente “scienza economica”, dato che il macellaio ti dà carne adulterata, di allevamento in batteria, piena zeppa di estrogeni e veleni vari.

Eppure, tutto è meglio di questa massa di imbonitori, arraffa-arraffa, magliari della nostra GFeID (grande finanza e industria decotta) e dei loro rappresentanti politici: di destra, di sinistra, e ancor peggiori quelli dell’agognato (dai vari LCdM) centro. Se non è per adesso (un adesso assai lungo) all’ordine del giorno nessuna società della “cooperazione tra produttori”, dell’armonia intersoggettiva, ecc., almeno che ci sia una vera classe dirigente preparata a fare il suo mestiere. Invece di raccontare menzogne della più consunta e sfibrata ideologia sulla competizione nel mercato globale, utili solo a favorire il predominio dei paesi (o del paese) che hanno dato impulso sia alla ricerca scientifico-tecnica con ricadute in tutti i settori oggi di punta, sia alla susseguente potenza “bellica” (in senso assai lato, non come pura capacità guerresca), è necessario attribuire forza a tali settori (in Italia, in questi ultimi, esistono quasi solo ENI e Finmeccanica, qualche dubbio ho sull’Enel); ed è indispensabile rifare la UE, ridare fiato all’unione di alcuni paesi europei che si mettano decisamente sulla strada del potenziamento delle nuove branche e delle capacità “belliche” (non guerresche!).

E sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: se dico che in Italia – ma non necessariamente in altri paesi – darei ampio appoggio ad imprese “pubbliche” quali sono ENI e Finmeccanica, non è certo per questo loro regime proprietario. Non ho alcuna predisposizione per il falso socialismo di Stato alla Lassalle, altra ideologia d’accatto di tutti gli orridi rimasugli “comunisti” avanzati, rancidi quant’altri mai. Sono favorevole – in mancanza di altre prospettive più allettanti – alle imprese (e di grandi dimensioni, senza fingere politiche antitrust atte solo ad indebolirle per favorire gli interessi di altri paesi, tipo gli USA) attive nei settori di eccellenza, quelli della nuova “rivoluzione industriale”, della nuova ondata innovativa di prodotto, della nuova “distruzione creatrice”. Sarebbe stato più che positivo se fosse uscita di scena la Fiat, se fossero rimaste al palo le grandi concentrazioni parassitarie e costosissime dell’apparato bancario; così ci saremmo liberati dalla tutela e sudditanza rispetto alla GFeID, e avremmo dato una forte scossa al sistema-Italia, in modo da porre in risalto la micragnosità e la povertà strategica di questa misera (non in fatto di soldi) casta imprenditoriale italiana e delle sue propaggini politiche.

Che le aziende di punta siano “pubbliche” o “private” è questione in fondo formale. Anche perché le “pubbliche”, nella sostanza, sono semplicemente public companies, imprese in cui predomina l’apparato manageriale. Si tratta quindi di appurare se questo apparato ha o meno capacità strategiche; e non solo in riferimento alla singola impresa che controlla. Bisogna accertarsi se, oggettivamente (nessuno chiede a nessuno di agire “per il bene generale”), tali imprese sono in grado di suscitare le potenzialità del sistema nel suo complesso o se invece, come sembrano al momento essere le imprese italiane “pubbliche” sopra citate, si tratta di “oasi” abbastanza indipendenti e non ben integrate nel tessuto economico complessivo del paese. Ma affinché vi sia l’integrazione, è senz’altro necessario un adatto quadro politico, costituito da strutture organizzative capaci di attuare una politica forte e abile. Ancora una volta ribadisco che non si chiede a queste ultime di essere votate al “bene comune” (basta con queste “palle” mostruose), ma solo di avere l’energia sufficiente a dare impulso, proprio per conseguire un proprio successo e vedere accettata la loro leadership, ai nuovi settori e alla suddetta potenza “bellica” in senso lato.

Per tali motivi, non per la proprietà pubblica o privata, è da affermare che oggi in Italia non vi sono forze, economiche e politiche, tese a suscitare le energie necessarie. In ciò è il limite anche di ENI e Finmeccnica (delle loro direzioni strategiche); pensano agli affari propri (e questo va benissimo) senza però quel minimo di ampiezza di vedute che consenta loro di capire come, limitandosi agli avvilenti compromessi con la GFeID e i suoi rappresentanti politici (di destra, di sinistra e di centro), non si vada da nessuna parte. Potranno anche fare grandi affari, ma sarà sempre labile e posta sulla sabbia la loro potenza industriale. Non si può lasciare la “parte politica” alla Intesa-San Paolo o al nuovo Unicredit; e nemmeno all’ineffabile LCdM (con i suoi adepti al seguito). Occorre essere molto “rapaci” e grifagni, molto rudi e “sgarbati”, in specie nella nuova fase storica in cui si sta entrando. Per il momento, chi è capace in Italia di ondate innovative nei settori di eccellenza si sta troppo disinteressando di politica, e lascia fare ai meschini e ai maneggioni che ci condurranno in un cul di sacco.

Quanto a coloro che fingono di stare dalla parte degli sfruttati e oppressi, sono degli emeriti imbroglioni e “figli di p….”, tesi ad amministrare il (piccolo) consenso elettorale per arraffare il miserabile potere (e i soldi) che spetta ai servi dei servi (vedi Rifondazione & C.). E’ senz’altro indispensabile spazzare via l’intero quadro politico italiano: al gran completo, ivi compreso il “progetto centrista” dei vari LCdM. Ci sarà qualcuno in grado di farlo? Mi sembra che si possa essere moderatamente pessimisti in Europa e quasi catastrofisti in Italia. Come sarebbe bello essere smentiti!

TEORIA “PURA” E ANALISI DELLA SITUAZIONE CONCRETA (di M. Tozzato)

 

La nozione antica di verità come disvelamento (aletheia) fa riferimento in modo più appropriato ad una forma di conoscenza piuttosto che a una pretesa esaustiva rappresentazione ideale dell’ente. Ciò che risulta dopo che il “velo” viene tolto non è l’immagine dell’ente esterno a noi in quanto tale, ma un diverso e più profondo livello di conoscenza di quella stessa realtà empirica che appare nelle nostre percezioni ed osservazioni quotidiane. Lo sviluppo delle scienze naturali “forti” come la fisica, la chimica, la biologia con le loro innumerevoli ramificazioni specialistiche ha portato ad una loro supremazia, non semplicemente quantitativa e metodologica, ma anche relativamente agli “ordini di realtà” in cui ci muoviamo, mentalmente, praticamente, produttivamente. Le scienze “forti” si estendono per la parte cosiddetta “pura” in misura sicuramente amplissima, ma  comunque decisamente inferiore alla elaborazione matematica dei presupposti teorici e delle leggi “nucleari” che la fondano. Ancora più eclatante appare  lo spropositato e gigantesco, e soprattutto continuo, estendersi delle “scienze applicate”, delle tecnologie. Le conoscenza “profonda” della realtà empirica, che nelle nostre osservazioni ed esperienze quotidiane non ci è permessa, risulta ampiamente corroborata, e quindi si differenzia da quella definita metafisica  principalmente a causa del fatto che, nella nostra esistenza nella vita quotidiana, sempre più abbiamo a che fare con mezzi, strumenti, oggetti artificiali che derivano palesemente da una scienza “pura” applicata in maniera utile, e quindi socialmente ed economicamente rilevante e “rilevabile”. Se dall’inizio del Novecento il distacco tra quello che le scienze possono scoprire attraverso strumenti sofisticati, sperimentazioni tecnologicamente avanzate, costruzioni teoriche e matematiche “controfattuali” e “contrologiche” e quello che le nostre percezioni nella vita sociale normale ci permettono è divenuta immensa e irreversibile non risulta meno vero il fatto che senza le sensazionali macchine, apparecchi, mezzi di trasporto, mezzi di elaborazioni di informazioni ecc. di cui invece abbiamo esperienza diretta o indiretta nella nostra vita sociale, lavorativa, intellettuale ecc. non sarebbe risultato così inarrestabile il declino della metafisica, ovvero di tutte quelle conoscenze teoriche (forse solo presunte) “profonde” e “invisibili” che non trovano riscontro in esperienze possibili per un qualsiasi essere umano in condizione di salute “normale”. Riguardo alla storia e soprattutto alle scienze sociali la situazione pare, tuttora, molto differente, anche nel senso che molto meno valore possono rivestire gli approfondimenti dei costrutti logico-matematici in mancanza di un criterio di validazione delle teorie tramite applicazioni metodologicamente dirimenti. Naturalmente le presa di posizione e quindi l’impossibilità di galleggiare in un ambiente deideologizzato nel momento in cui si praticano queste discipline scientifiche rende del tutto improponibile la credenza che, ad esempio, mediante la sperimentazione, in situazioni diverse, di svariate tipologie di “politiche economiche” si possa arrivare ad acquisizioni conoscitive fortemente “stabili”, senza contare che i disastri che potrebbero venire prodotti introdurrebbero nella storia della società il pericolo di continue “ripartente” nella più totale confusione teorico-analitica, con le scienze sociali divenute ridicolo orpello dell’arte politica.

In questo senso il lavoro teorico di La Grassa, unito all’applicazione di una tecnica ermeneutica conseguente, ad opera, principalmente, dello stesso La Grassa e del redattore e curatore del blog rappresentano un tentativo, a mio parere, importante e originale. L’idea di La Grassa particolarmente manifesta nei suoi lavori degli ultimi anni è proprio quella di sperimentare e corroborare le acquisizioni e ipotesi teoriche sviluppate tramite l’affinamento di una tecnica ermeneutica di controllo degli assunti elaborati astrattamente, con l’intersecarsi di previsioni a medio e breve termine attorno a fatti sociali accertabili tramite le normali procedure empiriche e finalizzate ad un avanzamento sostanzialmente sincronico tra sviluppo della teoria “pura” e della strumentazione tesa all’interpretazione (analisi) delle situazioni “concrete”.

 

Mauro Tozzato                        25.05.2007         

IL PARTITO DELLE 3M…e

 

L’ineffabile Luca Cordero di Montezemolo, Presidente di Confindustria, scopre ora il “gioco degli specchi” tra destra e sinistra e propone, non di andarvi oltre mandandoli entrambi in frantumi, ma di attraversare il guado della (finta)contrapposizione  bipolare per “seguire linee più trasversali agli schieramenti politici”. Insomma, si richiede una formalizzazione (con accentuazione "centristica") di quello che ormai è sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando, naturalmente, dell’ennesimo tentativo di dar vita al Grande Centro. La novità di questa operazione, vecchia come il cucco, sta semmai nel fatto che a proporla non sono tanto i politici ma gli "uomini d’affari", secondo le loro specifiche logiche. Così il nuovo partito di Montezemolo ha già il suo programma politico, indirizzato alla costituzione di un diaframma neocentrista che punterà a sospingere fuori dagli schieramenti le ali “estreme”, e che si fonderà su quest’ unico punto programmatico, cento volte  più performativo della caterva di pagine scritte dagli “unionisti” in campagna elettorale e degli stessi dodici punti dettati da sua eminenza finanziaria Romano Prodi, all’indomani della crisi di governo. Il partito delle 3M (Montezemolo, Monti, Mieli) comincia a scandire le priorità dell’agenda politica italiana e poiché non è realistico che il leader della Fiat voglia davvero costituire un nuovo soggetto politico, i diktat non possono che essere indirizzati a chi ha orecchie per intendere e volontà da spendere. Una nuova coalizione di volenterosi, pronti a dare al paese la capacità di affrontare le “sfide del futuro”. Il che vuol dire che a fronte di una crisi sociale gravissima, da loro stessi innescata in circa un quindicennio di transizione ad un mondo unipolare (in realtà, un’adesione incondizionata allo strapotere americano), questi signori stanno ricercando la via per dare maggiore stabilità al sistema (in funzione dei loro luridi interessi personali) per tirare a campare altri 10 o 15 anni. Pazienza se poi a farne le spese sarà il paese, almeno loro potranno continuare a galleggiare mentre il popolo sprofonderà nella merda.

Per questo hanno voluto accendere una miccia da entrambi i lati dello schieramento politico (le ali estreme, per la maggior parte schierate a sinistra, ne sono ovviamente escluse), la spinta centripeta dovrebbe dar seguito ad una Grosse Koalition – qualcosa di meno precario rispetto ai frastagliati assetti attuali – alla quale i partiti saranno costretti ad aderire pena la marginalizzazione o l’esclusione dalla politica ben retribuita. Così qualcuno ha voluto parlare di un’Opa ostile lanciata sui partiti. L’occasione per parlare del Grande Centro è stata quella delle “5 giornate di Milano”, organizzate dalla Bocconi e dal Corriere della Sera, dove è chiaramente emersa l’impostazione neocentrista che questi arditi salvatori della patria vogliono dare ai rapporti tra economia e politica. Fa certo sorridere  Montezemolo quando fa il Sarkozy, proprio lui che dal governo Prodi ha ottenuto quanto di meglio non poteva sperare, dal cuneo fiscale, alla rottamazione, fino mobilità lunga. Soldi pubblici elargiti, senza un minimo di criterio che non fosse quello della reverenzialità ai poteri forti della GF-ID da parte di un ceto politico-professionale (ex-picìista) corrotto e desolante, e per di più ad un’impresa che millanta di essere venuta fuori da una crisi decennale. E Montezemolo che ieri ripeteva, al consesso dei suoi colleghi, che ci vuole più mercato e maggiore iniziativa privata per risollevare il Sistema-Paese. Che faccia di c…

Ma gli equilibri politici sono tutt’altra cosa, il leader di Confindustria ha ben compreso che non si può procedere con questo centro-sinistra ancora per molto tempo (nonostante le stesse ali “estreme”, che di estremo hanno solo l’infingardaggine e l’idiozia, abbiano avvallato gli aiuti alle Imprese Decotte di automobili e frigoriferi). Gli scandali si susseguono, i partiti di centro-sinistra sono troppo riottosi (sia al loro interno che nei rapporti reciproci) tanto che, nelle beghe quotidiane fra loro, vengono spesso allo scoperto i reali rapporti (collusione e subordinazione) con la Finanza e con i potentati industriali. Questo, ça va sans dire,  non piace a Montezemolo e soci. E stia attento lo stesso Prodi a non fidarsi troppo dei suoi stretti legami con alcuni uomini della GF, quella che lui ha contribuito a rendere  strapotente, perchè potrebbe accadere, come ha già sostenuto La Grassa in un precedente articolo apparso su questo blog, che il Mortadella venga sacrificato da Bazoli qualora quest’ultimo dovesse cambiare di strategia al mutare della situazione esterna. Nulla dura per sempre.

Uno di quelli che più ha applaudito il discorso dell’uomo Fiat è stato Veltroni, quel Walter che si è risentito per la perdita della banca capitolina (con Geronzi che gli ha taciuto tutta la manovra di avvicinamento a Profumo, tanto che Veltroni ha lamentato di avere appreso la notizia dai giornali) e che ora cerca  riscatto e protezione dopo le minacce simil-mafiose di D’Alema pronunciate dalle pagine del CdS. Lo scompaginamento è perciò generale, non a caso D’Alema paventava una “notte dai lunghi coltelli” nella quale fare i conti (magari con il solito aiuto di una magistratura compiacente) con vicini e lontani al suo schieramento. In mezzo a tutto questo bailamme resta il torbido di un’Italia perennemente depressa, la fase di putrescenza del paese sembra non avere limite e gli uomini che più l’hanno causata sono sempre saldi ai posti di comando. Ma che fanno gli italiani? Dormono?

ADESSO LO SCOPRONO: LA (NON) POLITICA E’ ALLO SFASCIO di G. La Grassa

 

E’ da molto tempo che questo blog segnala la profonda crisi della politica in Italia, vedendo con un po’ di simpatia, sia pure come fase transitoria, il montare del cosiddetto qualunquismo, che non ha nulla a che vedere con l’Uomo Qualunque, movimento che ebbe una breve fortuna nell’immediato dopoguerra. Oggi il termine significa solo che non se ne può più di questi ignobili quaquaraqua, di scarsissimo valore e intelligenza, che della politica hanno fatto una professione per guadagnare fior di quattrini da puri parassiti, perché non sanno fare un qualsiasi altro lavoro utile e produttivo. Più che di crisi della politica, bisogna quindi parlare di una sana “crisi di rigetto” di un corpo estraneo che si rivela sempre più patogeno.

Sbaglia Berlusconi quando afferma che la crisi della politica è inventata dalla sinistra per cercare di coinvolgere nel suo fallimento l’intero schieramento dei partiti di ogni colore. In pochissimi hanno ormai fiducia in uno qualsiasi di questi ultimi; e tale sfiducia sembra ben ripartita tra destra e sinistra. Berlusconi ha avuto cinque anni per governare, con una maggioranza che sulla carta era cospicua, ma non ha combinato pressoché nulla. E’ inutile che cerchi di dimostrare che le imposte erano diminuite, che aveva inciso sul mercato del lavoro. In realtà, lasciando perdere i contenuti di queste vanterie – per noi, la flessibilità del lavoro è un disvalore, e la diminuzione della fiscalità è “neutra” se non si dice qual è in realtà la strategia per rilanciare il sistema-paese (basta con le spontanee virtù dell’aumento della domanda e degli investimenti, a parte che la riduzione di imposte non provoca di per sé tale aumento) – il fatto è che non vi è stato alcun effettivo risultato su questi fronti. Berlusconi può addurre la scusa di essere stato frenato dallo statalismo di AN, dal democristianismo subdolo dell’UDC, dalla ridicola smania federalista della Lega. Ma si tratta di scuse balorde, perché non fanno altro che mettere in luce, appunto, la crisi della politica, in quanto i vari partiti pensano solo al proprio elettorato e agli emolumenti e privilegi dei propri dirigenti e apparato. Dell’insieme del paese se ne fottono: tutti, al gran completo.

 

Vi è invece da ribadire che la causa più profonda del male che attanaglia la sfera politica italiana si colloca certamente a sinistra, anche se però ha ormai contagiato irreversibilmente l’intero arco delle forze in campo. Tutto nasce sempre da “mani pulite”, operazione sporchissima e pericolosa (e se ne vedono ora i risultati deleteri) di ricambio di regime (DC-PSI) patrocinato dal parassitario establishment italiano (la GFeID: grande finanza e industria decotta) su input degli ambienti finanziario-politici americani (almeno alcuni ed evidentemente rilevanti). Tale cambio è stato affidato ai rinnegati dell’ex PCI, pensando che sarebbero stati, come sono in effetti stati, servi fedeli e manovrabili sotto la minaccia (la spada di Damocle) di far la stessa fine dei loro “correligionari” su scala mondiale. Non si era tenuto conto che l’elettorato DC-PSI, in massima parte, non avrebbe seguito i piciisti, con al seguito (come nelle vecchie “Repubbliche popolari” dell’est) alcuni modesti partiti ex democristiani e socialisti; una larga area di popolazione italiana ha dunque accettato l’entrata in campo di Berlusconi, che si sentiva minacciato direttamente nei suoi interessi di grande imprenditore.

A questo punto, fallita l’operazione “indolore” di ricambio regime, ci si è trovati con un personale politico costituito di miserabili cinici, profittatori, attaccati ai soldi e al potere; dei rinnegati nel senso più proprio della parola. Gentaglia capace solo di mene e manovre “da corridoio”, senza valori e ideali, senza nemmeno una idea in testa che non fosse quella di crearsi l’immagine sufficiente ad attirare i gonzi e la gentucola dei mille lavori inutili – con l’aggiunta di spostati e disadattati dei movimenti, in genere figli di papà e sottoproletari violenti, accomunati dallo spinello, dalla musica assordante, dallo sproloquio senza capo né coda (leggere i loro siti per credere) – onde creare un impasto che infettasse il paese e lo costringesse alla resa nel più completo caos creato dall’implosione di tutti i servizi pubblici – ferrovie, sanità, poste, strade, ecc. – e dall’immigrazione selvaggia, dal più generale disfacimento del tessuto sociale.

Come si poteva nascondere questa azione distruttiva senza essere immediatamente smascherati? Attribuendo – grazie al controllo di giornali, editoria, scuola, istituti culturali, agenzie di informazione e “formazione” (cioè istupidimento) della “gente”, pagati dall’establishment di cui sopra e pieni zeppi di un ceto intellettuale “progressista”, aduso al “politicamente corretto” e …..a intascare bei quattrini sparando cazzate su qualsiasi argomento possibile e immaginabile – ogni male al “cavaliere nero” e alle sue TV. Da quattordici anni, giornalisti e intellettuali decerebrati (e clown vari) ci stonano la testa con l’imminente avvento del fascismo, che ha vinto a suo tempo in Italia in un biennio (e il nazismo in Germania in forse meno; e lo stesso dicasi per il salazarismo, il franchismo, il peronismo, ecc.). Non avendo nessuna idea programmatica in testa, non sapendo proprio che fare – ed essendo divisi su ogni scelta come lo possono essere liberisti e statalisti riunitisi solo per occupare tutti i posti governativi e sottogovernativi possibili – non hanno trovato di meglio che fissare la loro linea politica in un solo punto: “votateci perché altrimenti vanno sù gli altri”. Hanno scritto oltre 280 pagine di demenziale programma (in cui, appunto, c’era tutto e il contrario di tutto), poi lo hanno ridotto ai 12 “punticini” di Prodi. In realtà, l’unico punto era quello appena detto: attenti al lupo, se noi andiamo a casa arriva il babau.

E’ del tutto ovvio che la politica degenerasse. In realtà, però, è un’illusione ottica. Non è la politica a sbriciolarsi, è l’assenza di qualsiasi idea politica, e il vuoto assoluto di programmi, è la semplice smania di durare, di favorire i propri amici finanziari (Prodi la SanIntesa, D’Alema l’Unicredit Group), di dare soldini agli industriali decotti che brontolano e sono sempre scontenti; questo è ciò che si vive come degrado ormai insopportabile. Il tutto per tenere ben stretti i pugni sui cordoni della spesa statale; e così avvantaggiarsi, in potere e in appannaggi propri (ma “legali”, ben si sa!), mettendo pesantemente le mani nelle tasche dei cittadini, attingendo a più non posso dalla ricchezza che altri producono ed essi sperperano. E senza far nulla di utile, nessun servizio in miglioramento, anzi tutti in peggioramento: un disfacimento sociale progressivo e in accelerazione.

Ma ancora, dicono i sondaggi, tiene abbastanza la fiducia nel Presdelarep. Egli è protetto dalla legge e si deve stare attenti a come se ne parla. Quindi, affermiamo “ufficialmente” che è una veramente “brava persona” (come del resto lo sono gli “italiani: brava gente”). Soltanto che ci sembra un po’ soporifero, assopisce il pubblico come fanno le mamme con i loro bimbi intonando una ninna nanna. Le ninne nanne sono dolci e carezzevoli e fanno senz’altro bene ai bambini; guai però se questi, poveretti, si svegliano con l’Orco accanto. Tutto il bene della ninna nanna sfuma e va in veleno ed in incubo. E’ quello che auguriamo al popolo italiano. L’Orco della politica – cioè della non politica, del puro arraffa arraffa dei sedicenti politici – l’hanno infine sentito arrivare. Adesso si sveglino anche dalle ninne nanne; abbiano un soprassalto, e controllino se in casa hanno qualche forcone, altrimenti …… provvedano in qualche modo.  

 

24 maggio

SIAMO ALLA FRUTTA? di G. La Grassa

 

O forse invece al liquorino finale? Come al solito, i sintomi della malattia che ci attanaglia non indicano i tempi e il decorso precisi della stessa. In ogni caso, quel che so è che quando, ormai due-tre anni fa, rilevavo con chiarezza come la “sinistra” (nelle sue varie sfumature) fosse il cancro di questa italietta, mi si accusava di esagerare, di non capire il “terribile” pericolo rappresentato dal “fascista” Berlusconi. Sapevo benissimo che la “destra” è squallida, culturalmente rozza e arretrata, con un personale politico raffazzonato e del tutto approssimativo. Ero però perfettamente consapevole che la sinistra è qualcosa di molto peggiore; ormai rappresenta la “morte” di questo organismo che è il paese Italia. Ovviamente, non lo è in se stessa, bensì come personale di servizio di precisi gruppi “affettuosamente” indicati come “poteri forti” o “piccolo establishment”, ecc. Sono le classi dirigenti economiche attuali – a partire dalle due grosse concentrazioni finanziarie formatesi negli ultimi mesi e giorni (Intesa-San Paolo e nuovo Unicredit), con l’aggiunta di settori industriali ultramaturi e certo non funzionali allo sviluppo e alla potenza futuri di un qualsiasi sistema-paese – a rappresentare la più estesa devastazione, e il sostanziale impoverimento, della nostra società (impoverimento non solo materiale, ma soprattutto culturale e in quanto disfacimento progressivo del suo tessuto civile). Tuttavia, nella sfera politica, le cellule cancerogene, che si infiltrano in ogni dove nel corpo della nostra popolazione provocando la metastasi, sono prodotte proprio dal “ceto professionale” di sinistra, da queste persone totalmente incapaci di un qualsiasi lavoro utile e per di più meschine, vili, senza scrupoli né valori, membri di vere gang in lotta sorda fra loro.

 

Basta adesso con il pericolo Berlusconi; questo è solo il prodotto, non la causa del degrado italiano. Se il popolo italiano è rimbecillito, frastornato, intaccato da questo cancro prodotto dalla sinistra, è logico che la risposta è altrettanto degenerata e povera di contenuti culturali e ideali. Berlusconi è questa risposta meschina e tipica di “uomini medi” cioè mediocri, di cui è per la massima parte costituito (per il momento) il popolo italiano. Tale produzione di mediocrità è stata ampiamente favorita proprio dall’inutile, e anzi dannosa, attività dei fannulloni e viscidi politici di sinistra. Questo è il “corpo estraneo” che deve intanto essere estirpato; basta “pannicelli caldi”, occorre il bisturi. Prima di ulteriori rigurgiti cancerogeni come la famosa operazione “mani pulite”, che ha posto le premesse di tutto il peggio avvenuto in Italia dal 1945 – predominio del capitale finanziario e industriale più arretrato e parassitario, che si è servito del ceto professionale di sinistra per i suoi sporchissimi affari in grado di affondare il paese – sarebbe intanto necessario ripulire l’organismo dalla metastasi, inoculando alte dosi di curativi chemioterapici. Visto il disastro procurato da questo Governo, gli ambienti cancerogeni sono all’opera – coadiuvati dai suddetti “poteri forti” che puntano a “un nuovo centrismo”, con l’aggiunta di tecnici (vedi Mario Monti) e aiutati dai settori della destra antiberlusconiana (tipo Casini e quei forti interessi immobiliari che vi stanno dietro) – per fregare una volta di più il popolo italiano degli “uomini medi”.

 

Una volta tanto debbo dare ragione, non in tutto sia chiaro, a quel tontolone del leghista Castelli. L’intervista al Corriere di D’Alema – questo individuo sopravvalutato, di intelligenza “a bassa intensità”, che fin dai suoi vent’anni (a Pisa) non ha svolto altro che mene politiche con grande sprezzo per ogni valore e ideale – non rappresenta affatto una lucida presa d’atto della situazione attuale, che non è per nulla simile a quella del 1992-93, pur se per certi versi è perfino peggiore a causa proprio di quelle vicende giudiziarie che alimentarono il suddetto cancro di “sinistra”. L’intervista in questione è un avvertimento minaccioso (“mafioso”) a chi non vuol piegarsi alle nuove manovre dei “poteri forti”, pronte ad abbandonare, se necessario, anche Prodi, ma senza consentire un ritorno di Berlusconi che è in gran parte disomogeneo – fin da quel lontano 1993 – rispetto ai loro progetti di predominio assoluto atto a succhiare, a loro favore, ogni risorsa del paese. Egli non lo è non certamente per motivi ideali, ma solo per i suoi personali affaracci; tuttavia è, oggettivamente, una trave messa di traverso sul cammino delle “cavallette” che vogliono divorare tutto il possibile (come si vede dagli incredibili balletti intorno allo striminzito “tesoretto”; nonché dalle ancora più incredibili “liberalizzazioni” di Bersani che colpiscono i piccoli per favorire i grandi: concentrazioni finanziarie e sistema della cooperative, asse portante del cancro in atto).

D’Alema minaccia; tutto rincuorato dalla nascita del nuovo Unicredit che fa da contrappeso a Intesa-San Paolo, il “potere forte” che finora si è politicamente basato su Prodi. Non si fidi troppo, quest’ultimo, dell’“amico” Bazoli. Sappiamo bene come sono gli “uomini d’affari”: possono mollare il loro servitore attuale se ciò è reso necessario da nuovi equilibri di potere, se cioè avvertono di non possedere le forze sufficienti ad imporre i loro diktat e si rendono conto che è dunque meglio giungere ad un compromesso. Quest’ultimo è ora perseguito lungo la linea fissata dai recenti quattro giorni di seminario, organizzati a Milano dalla Rcs e dalla Bocconi: neocentrismo, appunto, nuovo leaderato tecnico a Monti e “gara” (im)politica tra Rutelli, Veltroni, D’Alema e qualche altro “galletto”, messi alla frusta per dimostrare chi è il migliore. D’Alema ci prova con la minaccia di ri-scatenare la magistratura amica in un “rodeo” giudiziario che rinnovi i nefasti del 1992-93. Non sarà tanto facile, perché il giochetto rischia di essere scoperto e stucchevole – e “il nostro” ha molti nemici all’interno della sua stessa gang – ma intanto prova a minacciare, perché è l’unica risorsa che ha assieme alla sua arroganza da uomo mediocrissimo qual è, e tuttavia scambiato per un genio, per il successore di Togliatti (siamo veramente in una indicibile situazione di imbecillità, incultura, totale assenza di memoria storica, che lascia senza fiato).

Per fregare meglio i sinistri, magari quelli in buona fede, fa finta di essere anche un po’ autonomo rispetto agli americani (e agli israeliani). In realtà, tenta di resistere al governo (che sia Prodi o un altro, purché manovrato sempre dalle stesse bande) fino all’autunno del 2008, fino alle nuove elezioni presidenziali negli USA; e poi spera che vinca un tipo alla “Clinton”, di cui poter essere nuovamente “fedele” sicario come nel 1999 con l’aggressione alla Jugoslavia.

    

Per capire come mai questa Italia sia la cenerentola di una Europa, pur essa in pappe, bisogna rifarsi alla storia del secondo dopoguerra, in particolare dagli anni ’70 in poi. E’ necessario afferrare che cos’è stata la tanto decantata diversità del PCI; in un certo senso, già dalla segreteria di Togliatti, ma con uno scatto decisivo con quella Berlinguer, che si spostò nettamente verso l’occidente capitalistico avanzato. E’ da lì che comincia a prendere forma il cancro in questione. Prima o poi non sarà inutile ripercorrere la storia dei “tradimenti” del PCI, della sua degenerazione da comunismo a piciismo e infine a “sinistra”, la forza politica che, nella storia del ‘900, è stata sinonimo di abiura, di rinnegamento di ogni valore, pur di assicurarsi il potere derivante dall’essere una importante “carta di ricambio” del predominio capitalistico, che si muove “abilmente” tra reazione e presunto riformismo, tra conservazione e “progresso”, in ultima analisi ove occorra: tra fascismo e socialdemocrazia (la “sinistra”). In Italia, nemmeno quest’ultima abbiamo avuto, bensì – essendo un paese ultracattolico (nella sola forma) e papista – quel terribile impasto politico-ideologico detto “cattocomunismo”; e che non è né l’una cosa né l’altra, ma soltanto il cancro, ormai in metastasi, di cui ho qui parlato. O si ricorre presto alla sua asportazione chirurgica, o morremo fra non moltissimo.

Si tenga però conto di un ulteriore problema. Come sopra rilevato, Berlusconi ha a lungo rappresentato – proprio perseguendo i suoi personali interessi – un ostacolo oggettivo alle mene della GFeID e della sua rappresentanza politica di sinistra. Oggi non è più così. D’Alema prevede, come minaccia, una nuova possibile ondata giudiziaria. Tuttavia, è difficile adesso dire se questa “pistola puntata” non sia scarica, almeno a metà. L’intenzione dei “poteri forti” – anche guardando alle ultime manovre finanziarie che vedono in pista, sia pura in secondaria posizione, ambienti francesi e altri “non nemici” di Berlusconi che, con la sua Mediolanum e il Giornale, non manifesta d’altronde al momento troppa contrarietà rispetto alla nascita del nuovo Unicredit – sembra essere quella di favorire una “dolce uscita” del leader di Forza Italia. E’ troppo presto per trarre conclusioni definitive, ma comunque “in campana”; le gang (economiche e politiche) sono all’opera!

 

23 maggio 

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